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	<title>Babele » Primo piano</title>
	
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		<title>Il fattore X dei leader</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 15:05:30 +0000</pubDate>
		<author>Anna Meldolesi</author>
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		<description><![CDATA[François Hollande non ce l’ha, Nicolas Sarkozy sì. Barack Obama ne possiede in quantità, Mitt Romney no. Silvio Berlusconi ce l’aveva, ma non l’ha passato ad Alfano. Bersani, Franceschini, Veltroni tre volte no. E’ il fattore X della politica, quel misterioso potere di attrazione con cui un leader non solo ingrossa la schiera dei suoi sostenitori ma li fidelizza e li esalta. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[François Hollande non ce l’ha, Nicolas Sarkozy sì. Barack Obama ne possiede in quantità, Mitt Romney no. Silvio Berlusconi ce l’aveva, ma non l’ha passato ad Alfano. Bersani, Franceschini, Veltroni tre volte no. E’ il fattore X della politica, quel misterioso potere di attrazione con cui un leader non solo ingrossa la schiera dei suoi sostenitori ma li fidelizza e li esalta. Definirlo è difficile, ma quando lo vedi lo riconosci: un leader carismatico è quello a cui basta alzare un sopracciglio per riempire la scena.
Recentemente il New Yorker ha rimproverato Obama: ha un eccesso di fascino che potrebbe allontanare l’elettore medio. Titolo: “Mr Cool and the hip factor” (Il Signor Figo e il fattore tendenza). Ma in politica il carisma è l’asso nella manica o un’arma a doppio taglio? La Lettura lo ha chiesto a John Antonakis, dell’Università di Losanna, curatore di “The nature of leadership” (Sage, 2011). “Per vincere un’elezione presidenziale ci sono due chiavi: la personalità del leader e lo stato dell’economia. Nella contesa fra George Bush e Bill Clinton, ad esempio, il contesto era incerto ma non recessivo e ha vinto il carisma di Clinton. Obama, invece, ha battuto McCain per lo stato dell’economia oltre che per il suo appeal”. L’immagine di un politico può ispirare o meno fiducia, ma se le cose vanno male è la volontà di punire chi è stato al governo a prevalere. “Non credo che Obama sia troppo cool per gli Americani, neppure oggi. Romney d’altro canto non sarà trendy ma è straricco. Penso che una persona normale fatichi di più a identificarsi con lui”. E la competizione per l’Eliseo? Neppure Antonakis è stupito dal risultato: “Sarkozy ormai era percepito come il Presidente dei ricchi, Hollande è il Presidente dei francesi medi”. In Italia abbiamo sostituito il premier più istrionico della storia repubblicana con un governo tecnico che non fa sognare né genera incubi, anche questa è un’indicazione? Lo speciale legame che univa Berlusconi ai suoi elettori è stato rilevato da uno studio della Sapienza, con un esperimento pubblicato su Plos One nel 2011. Il gruppo di Salvatore Aglioti ha misurato l’effetto “magnetico” dello sguardo del capo su un gruppo di soggetti impegnati in test visivi. Secondo Antonakis, “Berlusconi ha esercitato una leadership carismatica e molto transazionale, quella di Monti invece è più strumentale”. Traduzione: il primo ha elargito visioni e valori, ma anche scambi di convenienze, mentre il secondo esercita il potere grazie alle proprie capacità organizzative e strategiche. “I due modelli di leadership non sono mutuamente esclusivi, ma dovendo scegliere preferirei qualcuno bravo a usare il timone piuttosto che le parole, soprattutto in tempo di crisi”.
Aristotele sosteneva che un leader si fa strada con la retorica e il pathos, oltre che con l’ethos e il logos. Oltre a convincere deve emozionare. La ricerca moderna conferma che deve essere determinato, intelligente, estroverso, sicuro di sé, creativo. Ma è molto meglio per lui se, oltre ai “big five”, possiede anche il fattore X. Decidere chi votare è un processo mentale complicato e tutti tendiamo, chi più chi meno, a prendere qualche scorciatoia cognitiva per orientarci nel mare magnum delle informazioni. Il primo storico dibattito fra Kennedy e Nixon, trasmesso in televisione nel 1960, è ancora studiatissimo. Secondo l’allora direttore della Cbs “Kennedy aveva un bel colorito, Nixon sembrava la morte”. Audio e video del confronto sono stati utilizzati per verificare il peso delle apparenze e si è scoperto che chi ha la possibilità di vedere oltre che di ascoltare Kennedy lo apprezza di più. Esperimenti su elezioni recenti suggeriscono che, anche al netto di postura e abbigliamento, basta la fisionomia facciale, matematicamente misurabile e modificabile con i software di morphing, a capire chi è favorito dalla natura. L’intelligenza e la competenza delle persone non sono prevedibili dai tratti del viso, ma è come se nel nostro cervello fosse annidato un piccolo Lombroso, sensibile alla fisiognomica ed incline ad esprimere giudizi affrettati. Nel 2008 Alexander Torodov, di Princeton, ha mostrato a un campione le foto dei candidati al Congresso americano e quasi il 70% delle persone ha indovinato il vincente. L’anno dopo Antonakis ha replicato l’esperimento mostrando i primi piani degli aspiranti onorevoli di Francia a dei bambini svizzeri: “Immaginate di partire per la guerra di Troia, a chi fareste guidare la nave?”. Entrambi gli studi sono stati pubblicati su Science e ci consegnano una scomoda verità: anche per il successo elettorale la prima impressione è quella che conta, le informazioni aggiuntive servono, ma hanno un effetto modesto. Un altro tassello è stato sistemato da Anthony Little sulla rivista Evolution and Human Behavior nel 2007. Il suo gruppo, all’Università di Liverpool, ha analizzato le competizioni per la premiership spaziando tra Usa, Gran Bretagna e Canada. Le differenze fisiognomiche tra i contendenti sono state trasferite su volti neutri, in modo che i soggetti sperimentali non potessero riconoscere le rispettive identità. La conclusione è che un fenotipo dominante (alla Bush) conquista più consensi in uno scenario di guerra, mentre i tratti rassicuranti (alla Kerry) sono più apprezzati in tempo di pace. Potrebbe non esistere, insomma, una faccia buona per tutte le stagioni.
Secondo Little “gli individui sembrano tenere conto del clima politico e selezionano il miglior candidato di conseguenza”. Questo implica che i politici possono conquistare voti “influenzando o manipolando la percezione della situazione da parte dell’elettorato, in modo che sia coerente con i punti di forza del proprio aspetto fisico”. La morale della favola per il prossimo inquilino di Palazzo Chigi è che il fattore X non è passato di moda, ma chi non ce l’ha può provare lo stesso a brillare.
Anna Meldolesi (La Lettura-Corriere della sera, 13 maggio 2012)<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/babele/~4/BJxQH2htjXo" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Obama e l’Europa</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 07:06:25 +0000</pubDate>
		<author>Mario Del Pero</author>
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		<description><![CDATA[Al G8 di Camp David, Barack Obama sottolineerà con forza la preoccupazione con cui gli Stati Uniti stanno seguendo l’attuale situazione europea. E cercherà di costruire un’asse con quei governi europei, a partire dal nostro, che cercano di modificare la linea dell’austerity imposta dalla Germania. Con buona pace di chi vede, e talora auspica, apocalittiche competizioni globali tra la valuta europea e il dollaro, una crisi dell’euro rischia infatti di avere ripercussioni assai pesanti per l’economia statunitense. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Al G8 di Camp David, Barack Obama sottolineerà con forza la preoccupazione con cui gli Stati Uniti stanno seguendo l’attuale situazione europea. E cercherà di costruire un’asse con quei governi europei, a partire dal nostro, che cercano di modificare la linea dell’austerity imposta dalla Germania. Con buona pace di chi vede, e talora auspica, apocalittiche competizioni globali tra la valuta europea e il dollaro, una crisi dell’euro rischia infatti di avere ripercussioni assai pesanti per l’economia statunitense. Nel caso di Obama, poi, non vi è solo l’interesse di stato: l’apprensione per l’Europa, e la conseguente pressione politica che si cerca di esercitare soprattutto sulla Germania, consegue anche a tangibili e immediate considerazioni di carattere elettorale. Perché un’Europa travolta dalla crisi del debito e un euro pesantemente indebolito mettono ancor più a repentaglio la rielezione di Obama in novembre.

Questa interdipendenza – economica, politica e, potenzialmente, elettorale – tra le difficoltà europee e i problemi di Obama e degli Usa si manifesta in tre ambiti diversi.

Il primo è ovviamente quello commerciale e finanziario. Come molti altri paesi, anche gli Stati Uniti hanno progressivamente disinvestito dalla Grecia e l’esposizione delle banche statunitensi nel paese si è ridotta di quasi il 65%, attestandosi attorno ai 6 miliardi di dollari. Permane però il rischio di un contagio greco verso altre economie deboli dell’area euro, a partire da Spagna e Italia, dove molto maggiore è la presenza di capitali americani. Una simile eventualità, i cui potenziali riverberi pandemici sono difficili da prevedere e quantificare, finirebbe per colpire duramente molti investitori statunitensi. In Europa le banche degli Stati Uniti hanno investimenti in obbligazioni pubbliche e private che, per quanto ridotti negli ultimi anni, sono nell’ordine dei mille e cinquecento miliardi di dollari; l’Europa rimane la principale destinazione degli investimenti statunitensi ed è già accaduto che importanti istituzioni finanziarie degli Usa, come la MF Global nell’autunno scorso, siano crollate per eccesso di esposizione sui titoli europei. L’inevitabile contrazione economica europea provocata dal “contagio greco” danneggerebbe a sua volta l’economia statunitense, alla cui ripresa dell’ultimo anno ha contribuito in modo non secondario anche l’aumento delle esportazioni, un quinto delle quali destinate al mercato dell’area euro, più capace oggi di assorbirle, in conseguenza del dollaro debole e di una maggiore competitività americana.

Questa stretta interdipendenza economica ci porta al secondo ambito: quello politico ed elettorale. Il legame tra tenuta dell’euro e dell’economia europea da un lato e ripresa statunitense dall’altro ci mostra nitidamente quale interesse elettorale Obama abbia nel convincere gl’interlocutori europei ad abbandonare la linea dell’austerità per concentrarsi, quanto meno sul breve periodo, ad un’azione concertata di sostegno della crescita, a prescindere dai suoi effetti inflattivi e, in parte, di bilancio. La crescita europea non basta di per sé a far vincere le elezioni ad Obama, ma offre di certo un aiuto non secondario. Anche perché nella retorica elettorale dei suoi avversari politici è proprio l’equazione tra Obama e l’Europa, la presunta “europeità” di Obama, a essere sottolineata e denunciata. L’Europa in crisi viene quindi presentata da Romney come un modello negativo, che Obama ambirebbe ad emulare e dalla quale gli Stati Uniti debbono invece prendere le distanze: “la Casa Bianca” – ha affermato il candidato repubblicano Romney alcuni mesi fa – deve esprimere “il meglio di ciò che noi siamo, non il peggio di ciò che l’Europa è diventata”.

Questa Europa è però anche quella a cui gli Stati Uniti vorrebbero affidarsi per condurre una politica estera meno onerosa e controversa, senza tuttavia abbandonare impegni già assunti e procedere a disimpegni accelerati e pericolosi. È questo il terzo e ultimo ambito ove si manifesta l’ineludibile dipendenza tra Europa e Stati Uniti oggi. Dalla Libia all’Afghanistan, gli Usa chiedono ai paesi europei di alzare la soglia del loro impegno e della loro collaborazione. Si prevede che il solo finanziamento delle forze di sicurezza afgane da qui al 2014 costerà 4 miliardi di dollari; una spesa alla quale Obama vorrebbe che gli alleati europei contribuissero, laddove la crisi attuale giustifica invece tagli ulteriori alle spese per la sicurezza e la difesa.

Come tante altre volte nella storia recente, le sorti delle due parti dell’Atlantico appaiono inestricabilmente legate. Più deboli paiono però i collanti, ideologici e politici, che lubrificavano  in passato le relazioni euro-statunitensi, così come più debole è la consapevolezza di un’interdipendenza tanto profonda, quanto complessa e contraddittoria.

Il Mattino/Il Messaggero<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/babele/~4/txZ2xwYP1Hw" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>L’elettorato riformista e i sacrifici del Pd</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 23:40:02 +0000</pubDate>
		<author>Miguel Gotor</author>
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		<description><![CDATA[Il Partito democratico ha buone ragioni per ritenersi soddisfatto dei risultati di questa prima tornata delle amministrative. E la questione non riguarda tanto il successo elettorale che apparirà più chiaramente tra due settimane, quando la logica dei ballottaggi premierà in prevalenza i suoi candidati o quelli della coalizione di centrosinistra di cui fa parte. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Il Partito democratico ha buone ragioni per ritenersi soddisfatto dei risultati di questa prima tornata delle amministrative. E la questione non riguarda tanto il successo elettorale che apparirà più chiaramente tra due settimane, quando la logica dei ballottaggi premierà in prevalenza i suoi candidati o quelli della coalizione di centrosinistra di cui fa parte. In realtà, i motivi di ragionevole ottimismo sono diversi e più profondi in quanto concernono il posizionamento del Pd nel sistema attuale e la solidità, forse sottovalutata, della sua azione politica.

(la Repubblica, 1o maggio 2012)

<span id="more-1329"> </span>Anzitutto, il risultato rivela che non solo i militanti, ma anche gli elettori hanno compreso il sostegno dato al governo Monti. Non era un passaggio facile né scontato e in questi mesi i dirigenti intermedi e locali, quelli che, al di fuori dei circuiti mediatici, costituiscono il corpo effettivo di un partito, si sono spesi in un lavoro continuo e oscuro per spiegare le ragioni di quella scelta. Come sempre, la realtà si è rivelata più complicata delle prove in laboratorio che avrebbero voluto trasformare l’esperienza del governo Monti in un eden tecnocratico e post-politico nel quale tutti si sarebbero dovuti riconoscere. In particolare sulla questione della riforma del mercato del lavoro, il Pd è riuscito a valorizzare il significato della sua posizione di responsabile sostegno a Monti, senza il quale l’Italia, parcheggiata in panne da Berlusconi sul ciglio del burrone, sarebbe precipitata in una crisi senza ritorno.

In secondo luogo, i risultati dei soggetti politici alla destra e alla sinistra del Pd confermano un dato troppo spesso ignorato: oggi in Italia esiste una forza popolare e nazionale che, per la prima volta nella storia del Paese, ha un elettorato riformista di massa, propriamente di centrosinistra. Prova ne sia che il Terzo polo delude e certo non sfonda, mentre alla sua sinistra, dove il Pd nelle elezioni del 2008 fece terra bruciata, esiste oggi un variegato campo di forze di carattere leaderistico (da Vendola a Di Pietro, dalle liste civiche dei sindaci a parte dell’elettorato grillino) che supera il 15% dei voti.

Ciò nonostante, il Pd continua a pescare i suoi voti e a rimescolarli, in un’area sociale e politica riformista, favorevole a una proposta di governo di segno progressista. Al di là della loro quantità, che sarebbe sbagliato disprezzare perché corrisponde a quella dei principali partiti riformisti europei, quei voti hanno una loro qualità intrinseca in quanto possono costituire il perno su cui costruire un nuovo progetto di governo fondato sull’alleanza tra riformisti, moderati e le espressioni di nuovo civismo vive nella società civile.

Se il Pd avesse ascoltato le sirene di tanti interessati osservatori, i quali gli hanno insistentemente chiesto di scegliere tra il Terzo Polo e la cosiddetta foto di Vasto, avrebbe sbagliato alla grossa regalando, in un caso oppure nell’altro, praterie elettorali al campo moderato o alla sinistra radicale. Invece, proprio nella posizione in cui sta, il Pd è disturbante, non tanto come partito, che ha i suoi evidenti problemi, peraltro comuni a tutti i grandi partiti organizzati d’occidente, ma come proposta politica nazionale e di segno socialmente interclassista. Anzi, oggi è forse l’unico soggetto che continui a fare politica, ossia a organizzare un’area più vasta del suo consenso come partito, rappresentando un centro di gravità e di attrazione. Può perdere le primarie, può diminuire i suoi voti di lista, ma sono sacrifici tattici, che avvengono dentro un disegno strategico più ampio, appunto di segno riformatore.

Certo, si dirà che Bersani fa di necessità virtù e prova in questo modo a trasformare la sua debolezza in forza, ma non è necessario rimandare ai classici manuali di tecnica politica e militare, da Machiavelli a Sun-Tzu, per sapere che proprio questa è da secoli una delle strategie di lotta più efficaci. Bersani è consapevole dei limiti della forza che rappresenta e non fa, come si dice dalle sue parti, «lo sborone», ma fa politica, che è un’altra cosa, nella saggia consapevolezza di non essere circondato da giganti del pensiero.

La terza ragione di ottimismo è quella che in realtà deve maggiormente preoccupare il Pd perché si riferisce al funzionamento del sistema nel suo insieme. La prevedibile implosione del Pdl toglie al Pd un punto di riferimento sul quale fare leva, rischia cioè di mettere in crisi la tecnica di combattimento utilizzata finora da Bersani che non può più utilizzare l’energia dell’avversario per convertirla in suo favore. Nell’anno che resta alle elezioni, si apre quindi per il Pd la sfida per definire meglio i programmi e i contenuti di una proposta di governo che deve essere il più possibile sintetica e unitaria. Quanto sta avvenendo nel Pdl, però, non deve sorprendere giacché corrisponde a una precisa strategia di Berlusconi che punta a costituire un partito roccaforte del 15-18% per ottenere una rappresentanza parlamentare di fedelissimi utile a tutelare i propri interessi economici, finanziari, giudiziari e politici che continuano a essere rilevanti.

Purtroppo, se il quadro non cambia modificando l’offerta politica in quel campo, l’unica strada da percorrere per la destra italiana sarà quella di puntare all’ingovernabilità, ossia di far abortire la prossima legislatura, trasformandola in una sorta di «caos calmo». Eppure, sullo sfondo di queste alchimie c’è l’Italia, con la crisi economica che batte e l’inadeguatezza delle sue forme politiche, un Paese che oggi si trova a un bivio. Da un lato, può imboccare una strada “franco-spagnola”, con un ordinamento in grado di garantire la governabilità e l’alternanza per affrontare la crisi e, dall’altro, precipitare in una deriva “alla Greca”, con l’implosione del sistema e l’avanzata dei radicalismi di destra e di sinistra. Uno scenario che in questo Paese, per ragioni storiche e culturali che riguardano la qualità di parte delle sue classi dirigenti, solletica appetiti e interessi profondi, a destra come a sinistra.

Per questi motivi, e come rivela anche l’allarmante ritorno del terrorismo a Genova, la strada davanti a Bersani è ancora dura e tutta in salita poiché coincide con le speranze e le possibilità, sempre difficili in Italia, di una proposta riformatrice in questo Paese: egli può contare su un quadro europeo mutato dopo il successo di Hollande e sulla saggezza dell’elettorato italiano, il che in una democrazia non è poco, ma potrebbe non essere abbastanza.

(la Repubblica, 10 maggio 2012)

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		<title>Austerity, elections and politics</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 13:04:11 +0000</pubDate>
		<author>Ernst Stetter</author>
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		<description><![CDATA[The election of François Hollande in France and the outcome of the Greek elections are evident examples of the growing anti-austerity reaction in Europe. And France and Greece are not the only examples. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[The <a href="http://www.lemonde.fr/election-presidentielle-2012/">election of François Hollande</a> in France and the outcome of the <a href="http://www.nytimes.com/2012/05/08/world/europe/greece-in-chaos-faces-possible-new-elections.html">Greek elections</a> are evident examples of the growing anti-austerity reaction in Europe. And France and Greece are not the only examples.

The <a href="http://www.bbc.co.uk/news/world-europe-17811509">Dutch Government had to resign</a> recently after the populist right-wing party removed its support to a proposed austerity package, which included cuts to healthcare spending and increases in the retirement age. The Netherlands are of the few countries in Europe to maintain a AAA credit rating throughout the crisis. This is a clear sign that support for austerity is endangered even in the stronger economies. In Romania, the government led by the conservatives collapsed after only 78 days in office. It was the second Romanian government to fall over austerity measures this year. The collapse caused the Romanian currency “Leu” to fall to a record low against the euro. The newly chosen progressive government of Victor Ponta attempted to calm the markets by appointing a former Central Bank head as finance minister. The conservative Czech government survived – only by chance – a no-confidence vote driven by anti-austerity sentiment. All of a sudden, the conservative majority of governments faces pressure from voters.

Criticism of austerity policies is growing. It doesn’t matter whether austerity programmes are implemented by governments of the left or right or whether it is done willingly or under duress The crisis is not only economic and social but is becoming a real political one with growing <a href="http://www.feps-europe.eu/en/news/71_facing-down-the-far-right-in-europe-a-challenge-fo">populism and extremism</a>. There is a danger of the dark side of Europe returning when governments do not act against it.

Last week <a href="http://www.europolitics.info/economy-monetary-affairs/stiglitz-tells-europolitics-austerity-will-surely-fail-art333268-50.html">Joseph Stiglitz</a> stated in a conference organised by FEPS, the Initiative for Policy Dialogue (<a href="http://policydialogue.org">IPD</a>) and Italianieuropei (<a href="http://www.italianieuropei.it/">IE)</a> in Rome that “there are so many natural disasters in the world, like earthquakes and tsunamis, so it is a shame to add to these a man-made disaster. But that’s what Europe is doing.”

European governments need to play a more active role in tackling the crisis and wrong policies make matters worse. Another truth has to be taken seriously. No large economy – and Europe is one – has ever emerged from a crisis through austerity policies. Europe has resources, economic policy instruments and political structures to rescue the Euro and to overcome the crisis. Structural reforms and budgetary discipline are important, but it is the demand-side that is limiting the production and only supply side measures which lead to lower incomes and higher unemployment worsen the lack of aggregate demand.

The fiscal compact debate means that the debate over austerity has now come to a debate over Europe itself. <a href="http://www.irishtimes.com/newspaper/opinion/2012/0508/1224315743624.html">François Hollande and the emerging anti-austerity coalition</a> need support to transfer the willingness of alternative growth and investment strategies in the concrete path that satisfies creditors and puts Europe on a sustainable track to growth. It seems that even the markets have understood. The stock markets acted quite moderately the day after the election in France.

There are ways out of the crisis: Firstly, Germany has fiscal room for manoeuvre; secondly, a balanced expansion of taxes and spending stimulates the economy and can bring back increase in GDP and employment and thirdly and most important, the EU as a whole is not in a very bad fiscal position. The debt-GDP ratio is better than in the US. But here again we are in the middle of the question of whether we need more or less Europe. Today in Europe each member state is responsible for its own budget. This is much more difficult to handle than  in the US. Therefore, progressive economists are completely right in saying: “The whole is more than the sum of the parts”.

Even if Europe cannot develop rapidly towards a real federal system, it can use already existing possibilities much better and enlarge them, such as the European Investment Bank or the European Solidarity Fund for Stabilisation as well as Eurobonds in the form of “project bonds”.

As long as the focus on austerity remains and only lip-service is paid to growth strategies, the crisis in Europe will deepen with totally unacceptable unemployment rates of 25% and even higher for the youth!

Delaying growth will be too costly for Europe and we have faced in the last century the disastrous consequences of extremism: Please, never again!<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/babele/~4/IKd7vX-45QQ" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Dissenso e sovranità</title>
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		<pubDate>Sat, 05 May 2012 07:55:37 +0000</pubDate>
		<author>Mario Del Pero</author>
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		<description><![CDATA[È difficile prevedere i futuri sviluppi del caso di Chen Guangcheng, l’attivista cinese per i diritti umani che dopo essere rocambolescamente evaso dagli arresti domiciliari ha trovato rifugio per una settimana presso l’ambasciata statunitense a Pechino. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[È difficile prevedere i futuri sviluppi del caso di Chen Guangcheng, l’attivista cinese per i diritti umani che dopo essere rocambolescamente evaso dagli arresti domiciliari ha trovato rifugio per una settimana presso l’ambasciata statunitense a Pechino. Chen si trova ora in un ospedale della capitale, mentre negli Usa divampano le polemiche per la presunta leggerezza con cui è stato gestito il caso e l’amministrazione Obama viene messa sotto accusa sia dai repubblicani sia dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani. È probabile che un qualche compromesso sarà infine raggiunto e che, almeno temporaneamente, Chen potrà andare a studiare negli Usa.

La vicenda è però rilevatrice delle fragilità di una relazione, quella tra Cina e Stati Uniti, tanto contraddittoria quanto centrale per gli equilibri globali. Il soggetto egemone del sistema internazionale, gli Stati Uniti, e il suo principale antagonista potenziale, la Cina, sono infatti legati da un’interdipendenza  fattasi negli anni strettissima e ineludibile. Il mercato statunitense ha trainato la crescita dell’economia cinese; gli investimenti e le delocalizzazioni produttive americane hanno contribuito all’impetuoso sviluppo industriale della Cina; una quota crescente del debito degli Usa è finito in mani cinesi; il modello di consumi senza inflazione che ha contraddistinto gli Stati Uniti dell’ultimo trentennio sarebbe stato impensabile senza la produzione e le esportazioni della Cina.

Si tratta però di un’interdipendenza sbilanciata, in un contesto di transizione degli assetti mondiali, che si dovrà giocoforza risolvere con un riequilibrio meno vantaggioso per Washington. Tale transizione impone però scelte complesse e cedimenti ad ambo le parti. Gli Usa dovranno rivedere un modello di consumi probabilmente insostenibile, ma che ha avuto una funzione non secondaria nel garantire pace sociale e coesione politica; e dovranno accettare, quanto meno in Asia, di vedere ridotto e bilanciato il loro indiscusso primato militare. La Cina sarà costretta a ripensare il suo modello di sviluppo trainato dalle esportazioni, a rivalutare la propria moneta perdendo così competitività, e a contribuire alla crescita globale attraverso un aumento dei consumi interni permessi dallo straordinario tasso di risparmio pubblico e privato.

Da ambo le parti pare esservi piena consapevolezza di ciò, come emerge anche dai colloqui di questi giorni e dagli sforzi dei due governi di abbassare la soglia della tensione. Un razionale riconoscimento delle convergenze d’interessi, assieme alla consapevolezza di avere destini sempre più intrecciati, spinge naturalmente verso la collaborazione. E però i rischi sono altissimi. La volatile e litigiosa politica statunitense, ormai in permanente stato di mobilitazione elettorale, inserisce nell’equazione una variabile pericolosa e destabilizzante. Gli oppositori di Obama cercano di sfruttare la situazione, e la voce di Chen che invoca aiuto da Hillary Clinton arriva addirittura in diretta all’audizione di una commissione del Congresso. In Cina, le interferenze americane vengono denunciate da settori nazionalisti, in particolare nelle Forze Armate, mentre è in corso una complessa lotta per il potere, i cui termini sono difficili da decifrare, ma nella quale agitare lo spettro della minaccia statunitense può risultare politicamente utile.

Al di là delle contingenze politiche, fondamentale per una parte come per l’altra sarà accettare una messa in discussione, ed una eventuale limitazione, della propria sovranità. È impensabile che il regime cinese possa proseguire indisturbato sulla strada della repressione del dissenso politico: perché nell’era di Twitter e Facebook è ormai impossibile occultarlo; e perché le rappresaglie occidentali sarebbero inevitabili. Gli Usa però dovranno a loro volta abbandonare una parte di quei privilegi quasi imperiali di cui hanno goduto nell’ultimo ventennio. Dovranno cioè non solo integrare pienamente la Cina nell’ordine internazionale a egemonia statunitense, ma anche accettare una riduzione di questa egemonia, nell’ambito militare così come in quello energetico. Non sarà facile, ma alternative non sono date, se non quella di una escalation delle tensioni, pericolosissima e in ultimo incontrollabile.

Il Mattino/Il Messaggero, 5 maggio 2012<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/babele/~4/hhV__BfZZoY" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>I suicidi della crisi. L’Italia nel buco nero</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Apr 2012 12:54:09 +0000</pubDate>
		<author>Massimo Adinolfi</author>
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		<description><![CDATA[La morte è un buco. Ma non come i buchi che si aprono nel terreno, come i crepacci sui fianchi delle montagne o come un muro rotto. Perché è un buco profondissimo e senza contorni. Un buco privo di orli, senza transenne. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[La morte è un buco. Ma non come i buchi che si aprono nel terreno, come i  crepacci sui fianchi delle montagne o come un muro rotto. Perché è un  buco profondissimo e senza contorni. Un buco privo di orli, senza  transenne. Se guardate il mondo da lontano non lo vedete: l’uomo che  viveva gli affanni e le delusioni della vita con grande pena e fatica,  l’uomo che era al lavoro con i colleghi oppure a casa, che scherzava con  gli amici la sera oppure guardava la televisione in famiglia,  quell’uomo ora non c’è più; ci sono però le stesse cose di prima, la  casa il lavoro la cena le stesse persone.<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/babele/~4/u8nN2CoMXXA" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Cost saving – Reprise</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Apr 2012 14:23:45 +0000</pubDate>
		<author>Sir Squonk</author>
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		<description><![CDATA[Naturalmente, le cose non finiscono mai dove pensi (o meglio: speri) che potrebbero/dovrebbero/sarebbe bello che. E quindi, dopo aver tagliato il tagliabile, ci sono la crisi e il calo delle vendite e la riduzione dei margini e la concorrenza. Ci sono le cavallette e il-mio-mestiere-è-far-risparmiare-il-più-possibile. C&#8217;è tutto e poi altro ancora. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Naturalmente, le cose non finiscono mai dove pensi (o meglio: speri) che potrebbero/dovrebbero/sarebbe bello che. E quindi, dopo aver tagliato il tagliabile, ci sono la crisi e il calo delle vendite e la riduzione dei margini e la concorrenza. Ci sono le cavallette e il-mio-mestiere-è-far-risparmiare-il-più-possibile. C’è tutto e poi altro ancora. C’è un lungo momento, un’ora che poi diventa un pomeriggio che poi diventa un giorno durante il quale ti attacchi al telefono e tratti, limi, minacci, blandisci, e fatto questo ti rimetti davanti alla grande tabella con tutte le sue celle e formule, dietro ognuna delle quali ci sono aziende e persone, e cambi ancora le percentuali, e i termini di fatturazione, e valuti l’up-selling, e consideri gli anni di durata dell’accordo come se davvero tu sapessi dove sarete e cosa farete tu, loro, tutti quanti fra tre o cinque anni. Alla fine c’è un’ultima telefonata, questa è la bottom line, va bene, allora vediamoci per discutere i dettagli del contratto, come siete messi la prossima settimana, grazie, ciao, ciao. Quando schiacci il tasto rosso del telefono nell’ufficio si fa silenzio perché nessuno riesce a sentirsi davvero contento, perché tutti pensano a quei dettagli, quelli nei quali si nasconde il diavolo, tutti si chiedono quando si capirà se ne è valsa la pena, tutti si rendono conto di quanto sangue, incredibilmente, si può cavare a una rapa.<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/babele/~4/Qfb2dai3Tak" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Inizia la corsa per la Casa Bianca</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Apr 2012 05:17:16 +0000</pubDate>
		<author>Mario Del Pero</author>
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		<description><![CDATA[La decisione di Rick Santorum di abbandonare la corsa per la presidenza pone termine alle primarie repubblicane e apre la lunga sfida elettorale tra Barack Obama e Mitt Romney. L’esito delle primarie era in realtà scontato. Troppo lo scarto di risorse e peso politico tra Romney e i suoi avversari. Troppo deboli i profili delle possibili alternative a Romney, come l’improbabile ascesa di un candidato fragile, impreparato ed estremo come Santorum ha mostrato molto bene. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[La decisione di Rick Santorum di abbandonare la corsa per la presidenza pone termine alle primarie repubblicane e apre la lunga sfida elettorale tra Barack Obama e Mitt Romney. L’esito delle primarie era in realtà scontato. Troppo lo scarto di risorse e peso politico tra Romney e i suoi avversari. Troppo deboli i profili delle possibili alternative a Romney, come l’improbabile ascesa di un candidato fragile, impreparato ed estremo come Santorum ha mostrato molto bene. Troppo, infine, il desiderio dell’establishment repubblicano – moderato o conservatore poco importa – di chiudere a un certo punto la partita, evitando il protrarsi di una competizione elettorale aspra e divisiva, che avrebbe ulteriormente ridotto le possibilità di riconquistare la presidenza.

Da queste primarie esce infatti un candidato indebolito, come alcuni dati evidenziano con chiarezza. Innanzitutto, quello relativo alla partecipazione elettorale, che a dispetto delle aspettative, e con alcune eccezioni, è stata generalmente assai bassa nonché percentualmente minore rispetto a quattro anni fa. Nel giustificare l’opportunità di avere delle primarie lunghe e combattute,  molti repubblicani hanno fatto riferimento alla sfida del 2008 tra Hillary Clinton e Barack Obama. Che accese l’entusiasmo dell’elettorato democratico, mobilitò milioni di elettori e socializzò alla politica una nuova generazione. Tutte cose che non sono avvenute in queste primarie.

E questo ci porta a un secondo dato significativo. Alla bassa partecipazione elettorale è corrisposto un forte squilibrio anagrafico e demografico tra i votanti. Se possibile, le primarie repubblicane hanno alienato ancor di più quei due segmenti dell’elettorato – le donne e gli under-30 – che furono tra i pilastri del successo di Obama nel 2008 e che i repubblicani dovranno in qualche modo riconquistare. Anche in questo caso le statistiche sono implacabili: nelle recenti, combattute primarie dell’Illinois, ha votato appena il 10,5% degli aventi diritto (più di un milione di elettori in meno rispetto alle primarie democratiche del 2008); solo il 4% degli elettori under 30 – l’8% del totale dei votanti – si è recato alle urne; un quarto dei votanti aveva più di 65 anni; il 75% più di 45. La maggioranza del voto (52%) è stata maschile, anche se le donne residenti nello stato erano di più rispetto agli uomini

Durante le primarie, un discorso elettorale spostatosi vieppiù a destra, soprattutto sui temi “etici” – omosessualità, contraccezione, ruolo della religione nella vita pubblica – ha ulteriormente allontanato dal partito repubblicano il voto femminile e giovane. Così come ha allontanato il voto delle minoranze, su tutte quella ispanica, sottorappresentata tra i repubblicani e vittima principale di posizioni oltranziste e dogmatiche in materia di immigrazione, che lo stesso Romney ha fatto proprie. Di nuovo, il dato elettorale è emblematico: gli elettori bianchi sono stati il 98% del totale in Illinois  (a fronte di un 71.5% dei residenti); il 96% in Ohio (contro l’83% dei residenti); il 95% in Louisiana (contro il 62.5% dei residenti). In altre parole, l’elettore bianco con più di 50 anni è a tutti gli effetti sovra-rappresentato nel partito repubblicano, pur essendo meno significativo da un punto di vista demografico e, anche, culturale e politico. La sua centralità nel processo di selezione dei candidati repubblicani finisce anzi per spingerli verso destra e renderli così ancor meno capaci d’intercettare altri segmenti dell’elettorato.

Romney ha quindi una corsa in salita. Deve recuperare il voto indipendente e moderato, senza però perdere quello di una destra già scettica e maldisposta nei suoi confronti. Un compito difficile, che richiederà un notevole sforzo di equilibrismo e che dovrà far dimenticare le tante assurdità ascoltate durante questa campagna delle primarie.

Il comune denominatore su cui lo sfidante repubblicano si dovrà concentrare è ovviamente rappresentato dall’economia. A dispetto della recente ripresa e del calo della disoccupazione, rimane infatti forte l’insoddisfazione verso l’operato di Obama e la preoccupazione per i conti pubblici disastrati. Obama sarebbe, è bene non dimenticarlo, il primo presidente dai tempi di Franklin Delano Roosevelt ad essere confermato alla Casa Bianca con un tasso di disoccupazione superiore al 7.2% (è, oggi, all’8.2%). Su ciò, e sulla persistenza di una ostilità ad aumenti delle tasse che non è venuta meno neanche con la crisi del 2008, dovrà puntare Romney, in una elezione che potrebbe comunque rivelarsi più combattuta di quanto molti oggi non pronostichino.

Il Mattino, 12 aprile 2012<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/babele/~4/cljk5b1s3ks" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Diamo regole e controlli o l’antipolitica vincerà</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Apr 2012 14:53:46 +0000</pubDate>
		<author>Miguel Gotor</author>
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		<description><![CDATA[In questi giorni il presidente pidiellino dell’assemblea capitolina ha pensato bene di riempire le strade di Roma con un manifesto del suo partito in cui invia ai propri elettori «sinceri auguri di una santa Pasqua». Anche da iniziative propagandistiche come questa si evince che i partiti non sanno davvero come spendere i loro soldi, ma scelte simili risultano ancora più stridenti e intollerabili considerando gli episodi di corruzione emersi nelle ultime settimane.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[In questi giorni il presidente pidiellino dell’assemblea capitolina ha pensato bene di riempire le strade di Roma con un manifesto del suo partito in cui invia ai propri elettori «sinceri auguri di una santa Pasqua». Anche da iniziative propagandistiche come questa si evince che i partiti non sanno davvero come spendere i loro soldi, ma scelte simili risultano ancora più stridenti e intollerabili considerando gli episodi di corruzione emersi nelle ultime settimane.

( la Repubblica.it, 7 aprile 2012)

<span id="more-1310"> </span>Sia il tesoriere della Lega Francesco Belsito, sia quello della Margherita Luigi Lusi hanno dimostrato che la legge sui rimborsi elettorali dei partiti deve essere assolutamente modificata. Il caso Belsito denuncia il limite strutturale di un partito personale e padronale come la Lega in cui, inevitabilmente, il denaro pubblico è stato gestito con fini privati in favore del segretario e della sua famiglia, come l’inchiesta della magistratura ha accertato in queste ore. La vicenda Lusi rivela che non vi è alcun sistema credibile di controllo in grado di evitare un’eccezionale sottrazione di denaro pubblico a fini privati da parte di un singolo tesoriere, sicché, nel migliore dei casi e delle ipotesi, il resto della dirigenza ha la grave responsabilità politica di non avere saputo vigilare su quanto avveniva  al suo interno.

Ce n’è abbastanza per riconoscere qual è il nocciolo del problema: i partiti, che sul piano giuridico sono associazioni di carattere privato, grazie alla legge sui rimborsi elettorali, si trovano a gestire ingenti somme di denaro pubblico, superiori al loro ordinario fabbisogno. La norma, infatti, affida automaticamente un indebito «tesoretto» da sfruttare e far fruttare, il che rende abnorme il potere dei tesorieri e offre loro su un piatto d’argento la sciagurata possibilità di un uso illecito di quel denaro che può sfuggire a ogni controllo e principio di trasparenza o essere affidato alla più totale arbitrarietà. I soldi che non sono necessari alla vita di un partito devono essere restituiti alla comunità poiché appartengono all’erario pubblico. Questo deve essere il principio ispiratore di una riforma di quella legge in quanto il «tengo famiglia» di Bossi e «l’occasione fa l’uomo ladro» di Lusi sono le tangibili conseguenze che gettano un insopportabile discredito sui partiti e sulla loro funzione politica e civile capace di minare ulteriormente la coscienza democratica del Paese.

A quanto sembra, proprio in queste ore, i segretari dei principali partiti italiani stanno affrontando il problema, una scelta ineludibile se vogliono provare a contenere il vento antipolitico montante, funzionale a occultare, fra l’altro, la crisi strutturale della destra italiana e del berlusconismo, e a contrastare in modo credibile il disegno elitista, o qualunquistico oppure reazionario che teorizza la maggiore efficienza di una democrazia senza partiti. Il finanziamento pubblico esiste in tutte le democrazie europee, anzi è forse la principale caratteristica che le contraddistingue, perché consente di ridurre l’influenza delle lobby economiche e di evitare una coincidenza diretta tra politica, funzione di governo e interessi privati che l’Italia, grazie all’esperienza di Berlusconi, ha potuto vivere fino in fondo, misurandone tutti i danni sul piano della tenuta civile del Paese. Infine, il finanziamento dei partiti argina la tendenza a trasformare la democrazia in plutocrazia, consentendo a chi non ha i mezzi economici di partecipare comunque alla vita pubblica del Paese in base all’articolo 49 della Costituzione che riconosce a «tutti i cittadini», e non solo ai più ricchi, il diritto a «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale».

Proprio perché questo principio è sacrosanto ed è sbagliato che sia messo in discussione da un eventuale referendum che costituirebbe un cedimento a pulsioni demagogiche, classiste e ipocrite, l’azione degli stessi partiti deve essere su questo punto risolutiva in quanto, soprattutto a loro, spetta il compito di difendere e promuovere la dignità della politica.

Sono da fare poche cose, ma in modo rapido, poiché, in questo caso, è la lentezza e non la fretta a essere cattiva consigliera. Anzitutto bisogna isolare la questione del finanziamento da quella più generale di una legge  di riforma dei partiti in attuazione dell’articolo 49 che richiede necessariamente tempi più lunghi. In secondo luogo è necessario rendere obbligatoria e generalizzata la certificazione dei bilanci di un partito da una società esterna di revisione di riconosciuto prestigio internazionale. Inoltre è decisivo che il controllo della regolarità dei singoli atti sia affidato direttamente alla Corte dei Conti, ossia a un organo terzo e costituzionale. È anche opportuno abbassare la soglia che garantisce la segretezza dei contributi privati ai partiti perché i cittadini hanno il diritto/dovere di sapere da chi sono finanziati e in quale misura. Infine, bisogna inasprire le sanzioni per chi usa in maniera illegale il denaro dei rimborsi: anche nei casi di singola corruzione dovrebbe essere stabilito un principio di responsabilità oggettiva del partito in grado di penalizzarlo con un taglio dei rimborsi. Soltanto attraverso questo coinvolgimento diretto sarà possibile promuovere al massimo la vigilanza e l’autoriforma, altrimenti prevarranno sempre le teorie della «mela marcia» o del «a mia insaputa» che contribuiscono a corrodere il sistema dall’interno.

O la politica affronta questo nodo oppure rischia di essere travolta da un’ondata populistica che troverà un demiurgo in grado di interpretarla. Questi mesi e questo governo sono l’occasione giusta per procedere senza indugi, anche perché ora si possono e si devono costruire le architravi in grado di assicurare la tenuta, il funzionamento e la governabilità del nuovo sistema che emergerà dalle elezioni del 2013. Se vinceranno l’ignavia, l’indifferenza o l’arroganza, la sconfitta sarà generale e a pagarne il costo non saranno soltanto i partiti, ma l’Italia intera.

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In questi giorni il presidente pidiellino dell’assemblea capitolina ha pensato bene di riempire le strade di Roma con un manifesto del suo partito in cui invia ai propri elettori «sinceri auguri di una santa Pasqua». Anche da iniziative propagandistiche come questa si evince che i partiti non sanno davvero come spendere i loro soldi, ma scelte simili risultano ancora più stridenti e intollerabili considerando gli episodi di corruzione emersi nelle ultime settimane.

Sia il tesoriere della Lega Francesco Belsito, sia quello della Margherita Luigi Lusi hanno dimostrato che la legge sui rimborsi elettorali dei partiti deve essere assolutamente modificata. Il caso Belsito denuncia il limite strutturale di un partito personale e padronale come la Lega in cui, inevitabilmente, il denaro pubblico è stato gestito con fini privati in favore del segretario e della sua famiglia, come l’inchiesta della magistratura ha accertato in queste ore. La vicenda Lusi rivela che non vi è alcun sistema credibile di controllo in grado di evitare un’eccezionale sottrazione di denaro pubblico a fini privati da parte di un singolo tesoriere, sicché, nel migliore dei casi e delle ipotesi, il resto della dirigenza ha la grave responsabilità politica di non avere saputo vigilare su quanto avveniva  al suo interno.

Ce n’è abbastanza per riconoscere qual è il nocciolo del problema: i partiti, che sul piano giuridico sono associazioni di carattere privato, grazie alla legge sui rimborsi elettorali, si trovano a gestire ingenti somme di denaro pubblico, superiori al loro ordinario fabbisogno. La norma, infatti, affida automaticamente un indebito «tesoretto» da sfruttare e far fruttare, il che rende abnorme il potere dei tesorieri e offre loro su un piatto d’argento la sciagurata possibilità di un uso illecito di quel denaro che può sfuggire a ogni controllo e principio di trasparenza o essere affidato alla più totale arbitrarietà. I soldi che non sono necessari alla vita di un partito devono essere restituiti alla comunità poiché appartengono all’erario pubblico. Questo deve essere il principio ispiratore di una riforma di quella legge in quanto il «tengo famiglia» di Bossi e «l’occasione fa l’uomo ladro» di Lusi sono le tangibili conseguenze che gettano un insopportabile discredito sui partiti e sulla loro funzione politica e civile capace di minare ulteriormente la coscienza democratica del Paese.

A quanto sembra, proprio in queste ore, i segretari dei principali partiti italiani stanno affrontando il problema, una scelta ineludibile se vogliono provare a contenere il vento antipolitico montante, funzionale a occultare, fra l’altro, la crisi strutturale della destra italiana e del berlusconismo, e a contrastare in modo credibile il disegno elitista, o qualunquistico oppure reazionario che teorizza la maggiore efficienza di una democrazia senza partiti. Il finanziamento pubblico esiste in tutte le democrazie europee, anzi è forse la principale caratteristica che le contraddistingue, perché consente di ridurre l’influenza delle lobby economiche e di evitare una coincidenza diretta tra politica, funzione di governo e interessi privati che l’Italia, grazie all’esperienza di Berlusconi, ha potuto vivere fino in fondo, misurandone tutti i danni sul piano della tenuta civile del Paese. Infine, il finanziamento dei partiti argina la tendenza a trasformare la democrazia in plutocrazia, consentendo a chi non ha i mezzi economici di partecipare comunque alla vita pubblica del Paese in base all’articolo 49 della Costituzione che riconosce a «tutti i cittadini», e non solo ai più ricchi, il diritto a «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale».

Proprio perché questo principio è sacrosanto ed è sbagliato che sia messo in discussione da un eventuale referendum che costituirebbe un cedimento a pulsioni demagogiche, classiste e ipocrite, l’azione degli stessi partiti deve essere su questo punto risolutiva in quanto, soprattutto a loro, spetta il compito di difendere e promuovere la dignità della politica.

Sono da fare poche cose, ma in modo rapido, poiché, in questo caso, è la lentezza e non la fretta a essere cattiva consigliera. Anzitutto bisogna isolare la questione del finanziamento da quella più generale di una legge  di riforma dei partiti in attuazione dell’articolo 49 che richiede necessariamente tempi più lunghi. In secondo luogo è necessario rendere obbligatoria e generalizzata la certificazione dei bilanci di un partito da una società esterna di revisione di riconosciuto prestigio internazionale. Inoltre è decisivo che il controllo della regolarità dei singoli atti sia affidato direttamente alla Corte dei Conti, ossia a un organo terzo e costituzionale. È anche opportuno abbassare la soglia che garantisce la segretezza dei contributi privati ai partiti perché i cittadini hanno il diritto/dovere di sapere da chi sono finanziati e in quale misura. Infine, bisogna inasprire le sanzioni per chi usa in maniera illegale il denaro dei rimborsi: anche nei casi di singola corruzione dovrebbe essere stabilito un principio di responsabilità oggettiva del partito in grado di penalizzarlo con un taglio dei rimborsi. Soltanto attraverso questo coinvolgimento diretto sarà possibile promuovere al massimo la vigilanza e l’autoriforma, altrimenti prevarranno sempre le teorie della «mela marcia» o del «a mia insaputa» che contribuiscono a corrodere il sistema dall’interno.

O la politica affronta questo nodo oppure rischia di essere travolta da un’ondata populistica che troverà un demiurgo in grado di interpretarla. Questi mesi e questo governo sono l’occasione giusta per procedere senza indugi, anche perché ora si possono e si devono costruire le architravi in grado di assicurare la tenuta, il funzionamento e la governabilità del nuovo sistema che emergerà dalle elezioni del 2013. Se vinceranno l’ignavia, l’indifferenza o l’arroganza, la sconfitta sarà generale e a pagarne il costo non saranno soltanto i partiti, ma l’Italia intera.

(la Repubblica.it, 7 aprile 2012)

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		<title>In nessun paese d’Europa si vota la coalizione</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2012 21:29:51 +0000</pubDate>
		<author>Roberto Gualtieri</author>
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		<description><![CDATA[Le critiche alla bozza di intesa sulla nuova legge elettorale ripropongono alcuni degli stereotipi politico-culturali che sono stati alla base della stagione della Seconda Repubblica e del berlusconismo. La prima accusa rivolta alla nuova «bozza Violante» è che votando il partito e non la coalizione i cittadini verrebbero privati del diritto di scegliere il governo. Si tratta di una critica del tutto eccentrica alla cultura istituzionale europea...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Le critiche alla bozza di intesa sulla nuova legge elettorale ripropongono alcuni degli stereotipi politico-culturali che sono stati alla base della stagione della Seconda Repubblica e del berlusconismo.

La prima accusa rivolta alla nuova «bozza Violante» è che votando il partito e non la coalizione i cittadini verrebbero privati del diritto di scegliere il governo. Si tratta di una critica del tutto eccentrica alla cultura istituzionale europea, il che d’altronde non dovrebbe stupire visto che il peculiare modello di bipolarismo di coalizione edificato a partire dagli anni novanta, prima con il «mattarellum» e poi con la legge Calderoli, non ha eguali in nessuna altra democrazia occidentale.

Come dovrebbe essere noto, l’elezione diretta del governo da parte dei cittadini è prevista solo nei sistemi di tipo presidenziale, nei quali però è sempre scollegata dall’elezione del Parlamento, che (come Obama sa bene) costituisce un contrappeso formidabile al potere dell’esecutivo ed è del tutto indipendente da esso. Al contrario, proprio l’identificazione tra maggioranza parlamentare e maggioranza di governo tipica dei sistemi parlamentari ha il suo necessario punto di equilibrio nell’assenza di legittimazione diretta del premier e in una piena sovranità del Parlamento e dei suoi membri, privi di vincoli al loro mandato nella gestione del rapporto fiduciario con il governo e nella definizione della maggioranza parlamentare. Il bipolarismo di coalizione della Seconda Repubblica, e in particolare il “maggioritario di lista” della legge Calderoli, hanno determinato una deleteria e del tutto unica “ibridazione” tra presidenzialismo e parlamentarismo non solo per l’indicazione sulla scheda del candidato premier, ma anche per l’invenzione della figura giuridica della «coalizione».

Negli altri Paesi democratici gli elettori votano sempre e solo candidati o liste di partito, e mai «coalizioni» precostituite. Il profilo identitario di queste ultime, infatti, non può che coincidere con quello del «leader di coalizione», trasformando la competizione in un simulacro di elezione presidenziale e innescando una dinamica politica che incentiva gli elementi ideologici del conflitto e disincentiva l’emergere di grandi partiti di tipo europeo.

La risposta a questa prima critica alla «bozza Violante» è dunque semplice: se si vuole eleggere direttamente il governo occorre un sistema presidenziale, mentre nei regimi parlamentari si votano i partiti e i loro candidati (mai le coalizioni), che formano la maggioranza in parlamento.

La seconda accusa riguarda il carattere proporzionale del meccanismo proposto, che – si dice – determinerebbe la fine del bipolarismo. Anche in questo caso siamo di fronte a una critica priva di fondamento, anzitutto storico. Sarebbe infatti facile ricordare che nella Prima Repubblica quel che mancava non era il bipolarismo, ma l’alternanza, bloccata non dal proporzionale ma dall’esistenza del più grande partito comunista d’occidente, e che oggi la maggior parte dei Paesi europei (e peraltro tutti quelli dell’euro con la tripla A) hanno sistemi proporzionali che non impediscono in alcun modo l’alternarsi di maggioranze di segno diverso.

È tuttavia legittimo preoccuparsi che il sistema elettorale favorisca la governabilità attraverso delle correzioni di tipo maggioritario, che è appunto quanto fa la «bozza Violante».

Personalmente, ritengo che la via maestra per raggiungere questo obiettivo sia lo stabilimento di una soglia di sbarramento alta (il 5%) e rigorosa, evitando diritti di tribuna che rischierebbero di vanificare l’obiettivo della semplificazione del sistema politico. In secondo luogo, è possibile ridurre la dimensione delle circoscrizioni o modulare il meccanismo dello «scorporo» tra collegi uninominali e liste proporzionali in modo da sovrarappresentare i partiti maggiori senza penalizzare troppo le forze intermedie.

Infine, esiste la strada del cosiddetto «premietto», che mi sembra la meno efficace ma che comunque determinerebbe un risultato analogo. Quel che è certo è che solo se si percorrerà con decisione la strada europea di una democrazia parlamentare incentrata su grandi partiti sarà possibile aprire una nuova pagina della vita nazionale.

Archiviando per sempre non solo la figura di Silvio Berlusconi, ma l’impianto politico-culturale che ne ha determinato l’egemonia per un ventennio.

Naturalmente, e qui veniamo al merito della seconda obiezione, in molti Paesi la legge elettorale favorisce la formazione di una maggioranza. Non c’è il rischio che un sistema proporzionale determini instabilità e ingovernabilità.

Come è noto, in un paese ipermaggioritario come il Regno Unito, nessuno si scandalizza per un cambio di premier in corsa (da Thatcher a Major, da Blair a Brown), e l’alleanza Cameron-Clegg si è formata in parlamento dopo le elezioni.

Nei sistemi parlamentari, al contrario, proprio perché il governo è espressione della maggioranza parlamentare ha il suo necessario punto di equilibrio nell’assenza di legittimazione diretta del premier (che non è né eletto né indicato sulla scheda, e non può avere il potere di scioglimento delle camere), in una piena sovranità del Parlamento e dei suoi membri, e nell’assenza di vincoli al loro mandato nella gestione del rapporto fiduciario con il governo e nella definizione della maggioranza parlamentare.

Da “L’ UNITA’” di mercoledì 4 aprile 2012<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/babele/~4/VkQp-DbYQxw" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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