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		<title>Valentina Picello: il teatro del mio cuore, da Ronconi a Renzo Martinelli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Bianchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 08:28:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Video]]></category>
		<category><![CDATA[Leonardo Lidi]]></category>
		<category><![CDATA[Valentina Picello]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Prima ancora di diplomarmi, incontrai la Raffaello Sanzio&#8221; Nel camerino del milanese Teatro Franco Parenti, prima di una nuova recita di “La gatta sul...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><span class="sub-title">&#8220;Prima ancora di diplomarmi, incontrai la Raffaello Sanzio&#8221;</span></h2>
<p>Nel camerino del milanese <a href="https://teatrofrancoparenti.it/" target="_blank" rel="nofollow noopener">Teatro Franco Parenti</a>, prima di una nuova recita di “<a href="https://www.klpteatro.it/la-gatta-sul-tetto-che-scotta-lidi-intervista-picello-cabra" target="_blank" rel="noopener">La gatta sul tetto che scotta</a>” di <strong>Tenessee Williams</strong>, con la regia di <strong>Leonardo Lidi</strong>, abbiamo intervistato <strong>Valentina Picello</strong>, recente vincitrice del <a href="https://www.klpteatro.it/premi-ubu-2025-vincitori-47-edizione" target="_blank" rel="noopener">47° Premio Ubu</a> come migliore attrice.<br />
Insieme abbiamo ripercorso la sua carriera, che l&#8217;ha vista in scena diretta da registi di diversissima natura, da <strong>Romeo Castellucci</strong> a <strong>Luca Ronconi</strong>, da <strong>Emma Dante</strong> ad&nbsp;<strong>Arturo Cirillo</strong>.
<p>Nel video di oggi ascolteremo le gioie e le difficoltà, momenti di vita professionale ma anche privata, che ci restituiscono &#8211; tra gioioso e melanconico &#8211; il ritratto intimo di un&#8217;artista appassionata del suo lavoro e dell&#8217;arte teatrale. E alla fine ascolteremo dalla sua voce anche quali saranno le prossime avventure teatrali, progetti mai scontati e sempre proiettati verso le nuove generazioni.
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		<title>GET–Giovani Eccellenze Teatrali-IN SCENA LA BLACK COMEDY ALL’ITALIANA  UCCIDIAMO IL RE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Comunicazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 18:35:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Comunicati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>SABATO 21 MARZO 2026 AL TEATRO GARAGE di Genova, la Compagnia Sunny Side porta in scena una sorprendente storia famigliare che ricorda i vecchi...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><span class="sub-title">SABATO 21 MARZO 2026 AL TEATRO GARAGE di Genova, la Compagnia Sunny Side porta in scena una sorprendente storia famigliare che ricorda i vecchi film di Monicelli, dove la comicità si contamina con la tragedia e con la bassezza dell’animo umano.</span></h2>
<p>Genova. <strong>Sabato 21 marzo 2026</strong>, alle ore 21, al <strong>Teatro Garage</strong>, per la prima volta a <strong>Genova</strong>, è in scena lo spettacolo <strong>UCCIDIAMO IL RE</strong> della <strong>Compagnia Sunny Side</strong>, scritto e diretto da <strong>Massimiliano Aceti</strong>, anche attore insieme ad <strong>Alessandro Cosentini</strong>, noto al grande pubblico per la partecipazione nella serie televisiva Rai “Il Paradiso delle Signore” nel ruolo di Cosimo Bergamini.
<p>Il titolo fa parte della rassegna <strong>GET &#8211; Giovani Eccellenze Teatrali</strong>, proposta dall&#8217;associazione culturale <strong>La Chascona</strong> e realizzata in collaborazione con il Teatro Garage. Rassegna giunta alla V edizione, inserita nella stagione teatrale e dedicata ai nuovi scenari del teatro, con giovani compagnie provenienti da ogni parte d’Italia acclamate dalla critica. UCCIDIAMO IL RE è stato finalista al Festival Inventaria &#8211; La festa del teatro OFF 2023 a Roma.
<p>Gabriele e Lorenzo sono due fratelli, ma sono anni che non si vedono. Si ritrovano nella casa del padre anziano, facoltoso imprenditore edile. Gabriele, attore ribelle, è andato via dalla casa paterna molto giovane tagliando ogni tipo di rapporto con il padre; Lorenzo, figlio primogenito, ha deciso di rimanere al fianco dell’imprenditore ma, essendo giudicato dal padre come incapace negli affari, è trattato come un segretario, che si occupa soprattutto delle faccende di casa. I due fratelli si lanciano accuse e recriminazioni.<br />
Su una cosa sono d’accordo: Il padre è stato la causa di tutto. Con il suo controllo, la ferocia, i maltrattamenti fisici, l’uomo ha reso la loro vita “agiata” un vero inferno di sensi di colpa e inadeguatezza. Gabriele e Lorenzo dopo dieci anni di silenzio prendono una decisione: accelerare il destino inesorabile del vecchio e gestire finalmente l’impresa. I due fratelli avvelenano quotidianamente il padre con piccole dosi di cicuta e prendono presto le redini della società. Ma i tanti impegni e le grandi responsabilità non sono facili da gestire come credevano.
<p>Lo stile dello spettacolo ricorda i vecchi film della Commedia all’Italiana, in particolare lo stile di Monicelli, dove la comicità si contamina con la tragedia e con la bassezza dell’animo umano. Il testo prende spunto da una storia vera – romanzata e spinta all’eccesso – ed è un grido di protesta contro i padri che continuano a voler restare ‘classe dirigente’ e rendono precari i sogni e il futuro dei giovani.
<p>Informazioni: <a href="http://www.teatrogarage.it" target="_blank" rel="nofollow noopener">www.teatrogarage.it</a>, <a href="mailto:info@teatrogarage.it">info@teatrogarage.it</a>, 010 511447.
<p>L’attore e regista Massimiliano Aceti sarà anche protagonista del prossimo incontro del ciclo di appuntamenti La penna nel GET – scrivere per il teatro, organizzato dall’Associazione La Chascona in occasione della quinta edizione della rassegna GET, in programma <strong>venerdì 20 marzo 2026</strong> alle ore 17.30 al <strong>Circolo Zenzero</strong> (via G. Torti 35 Genova).<br />
Ricordiamo che Aceti è stato ospite anche all’interno della scorsa stagione della rassegna GET al Teatro Garage come autore, attore e regista nello spettacolo Equitalia.<br />
L’incontro, condotto dalla giornalista Emanuela Mortari, è a ingresso gratuito ma è consigliata la prenotazione via mail a <a href="mailto:lachascona2010@libero.it">lachascona2010@libero.it</a>.
<hr>
<pre>CONTENUTO SPONSORIZZATO
<a href="https://form.jotform.com/220382790902051" target="_blank" rel="nofollow noopener">Clicca qui per maggiori informazioni&nbsp;</a></pre>
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		<title>Il &#8220;Primo Amore&#8221; di Fabio Mascagni al Materia Prima Festival</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Bianchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 07:26:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Mascagni]]></category>
		<category><![CDATA[Last Seen 2026]]></category>
		<category><![CDATA[Letizia Russo]]></category>
		<category><![CDATA[Materia Prima Festival]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Letizia Russo firma la drammaturgia dello spettacolo, al suo debutto al Bar delle Baracche Verdi di Firenze Da 13 anni, a Firenze, Materia Prima...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><span class="sub-title">Letizia Russo firma la drammaturgia dello spettacolo, al suo debutto al Bar delle Baracche Verdi di Firenze</span></h2>
<p>Da 13 anni, a Firenze, <a href="https://materiaprimafestival.com/" target="_blank" rel="nofollow noopener"><strong>Materia Prima</strong></a> è un festival diffuso che porta in diversi luoghi della città &#8211; sia abitudinali che anomali &#8211; un teatro non usuale, frutto di un pensiero coerente ed innovativo.<br />
Vi siamo giunti per assistere ad una curiosa performance allestita in un bar. Ma non un bar qualsiasi, quello delle <a href="https://www.comunitaisolotto.org/gestione-baracche-verdi/" target="_blank" rel="nofollow noopener">Baracche Verdi</a>, situato nel mitico quartiere dell’Isolotto, ai confini della città: spazi di socialità aperti a tutta la comunità per trasmettere la memoria alle nuove generazioni attraverso iniziative culturali ed esperienze creative.
<p>Costeggiando l’Arno e i giardini che lo fiancheggiano, tra le luci del tramonto, siamo arrivati da <strong>Fabio Mascagni</strong>, che conoscevamo già come attore di <strong>Sotterraneo</strong>, che produce la curiosa e melanconica performance “Primo amore”, qui al suo debutto, scritta dalla drammaturga <strong>Letizia Russo</strong>.
<p>Gli spettatori, raccolti intorno al bancone del bar, accolgono i pensieri segreti di un uomo che torna, dopo parecchi anni, da una grande città che lo ha ospitato per gran parte della sua esistenza al paese in cui ha trascorso la giovinezza.<br />
In una visita che si preannuncia innocua e fugace, egli vuole capire gli eventuali mutamenti del paesaggio e la possibile persistenza di tratti ancora riconoscibili.<br />
Ma una volta lì, tutto gli appare costrittivo ancorché anonimo, proprio come un tempo, non facendogli rimpiangere la fuga verso un mondo aperto a nuove e più consistenti possibilità.<div id="bsa-html" class="bsaProContainer bsaProContainer-12 bsa-html bsa-pro-col-1"><div class="bsaProItems bsaGridGutter " style="background-color:"></div></div><script>
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<p>Capiamo subito che il nostro protagonista è un uomo insoddisfatto, che trascorre una vita anonima e solitaria. Ad un certo punto, però, osservando di spalle l’uomo dietro al bancone del bar in cui casualmente è entrato per un caffè, gli sembra di riconoscere un&#8217;antica presenza, che piano piano gli appare familiare, nonostante il tempo passato, i capelli innervati di bianco e l’evidente grasso accumulato intorno al corpo, un tempo ben formato.
<p>D’improvviso gli viene in mente, nitido, il ricordo di quella volta, la prima volta, in cui a quindici anni l’amore, quel tipo di amore appena sbocciato e tenuto per pudore segreto, era finalmente esploso. Un amore fulmineo e liberatorio, troppo presto tralasciato perché, agli occhi di molti, ritenuto colpevole e da dimenticare, fuggendo da quel persistente ricordo.
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<p>Inizia così, mescolando passato e presente, il flusso di memoria, in un continuo rincorrersi di spazi e tempi, che le parole regalate da Mascagni rendono vivo e palpitante.
<p>Letizia Russo ci racconta quel primo amore centellinando ogni parola, affinché lo spettatore possa partecipare intimamente a una prima educazione sentimentale, a un inno alla giovinezza colmo di tutti i suoi ardori e speranze, ma anche delle catene spezzate in favore di una nuova libertà, seppur quanto mai effimera.
<p>Mascagni non ha bisogno di alcun altro orpello scenico che ne accompagni le parole, nessuna musica, nessun costume: è la verità delle sue frasi che ci arriva dallo sgabello su cui è seduto mentre beve un caffè. Dall&#8217;altra parte del bancone non c&#8217;è nessuno, solo quel desiderio che emerge dal passato, e che riesce a farci immaginare benissimo.
<p>“Primo amore” riesce a condensare, in 50 minuti di confessione, tutta la vita del protagonista. E lo fa in maniera melanconicamente spiazzante, attraverso un uomo di cui non conosciamo il nome perché, in fin dei conti, potrebbe essere benissimo uno di noi che, tornando indietro nel tempo, affronta ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere ma non si è realizzato.
<p>In replica oggi, venerdì 13, e domenica 15 marzo alle ore 21.
<p><strong>PRIMO AMORE</strong><br />
di Letizia Russo<br />
con e a cura di Fabio Mascagni<br />
consulenza artistica di Francesco Migliorini e Francesca Valeri<br />
assistente al progetto Giulio Mayer<br />
produzione Sotterraneo
<p>durata: 50&#8242;
<p><strong>Visto a Firenze, Bar delle Baracche Verdi, il 10 marzo 2026<br />
</strong><strong>Prima nazionale</strong>
<p><img decoding="async" class="size-full wp-image-13965 alignleft" src="https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2016/02/stars-3.5.gif" alt="" width="177" height="33">
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		<title>Paloma, ballata controtempo: Michela Marrazzi racconta il tempo della memoria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Sardelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 07:43:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Teatro ragazzi]]></category>
		<category><![CDATA[Factory Compagnia Transadriatica]]></category>
		<category><![CDATA[Michela Marrazzi]]></category>
		<category><![CDATA[Tonio De Nitto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo spettacolo diretto da Tonio De Nitto unisce teatro di figura, musica e poesia in una delicata riflessione sul tempo “Paloma, ballata controtempo” è...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><span class="sub-title">Lo spettacolo diretto da Tonio De Nitto unisce teatro di figura, musica e poesia in una delicata riflessione sul tempo</span></h2>
<p>“Paloma, ballata controtempo” è uno spettacolo che incanta per la sua delicatezza e sorprende per l’intensità emotiva. La regia di <strong>Tonio De Nitto</strong> costruisce uno spazio scenico sospeso, dove il tempo non è solo un tema ma una presenza viva: un compagno silenzioso che attraversa la scena e accompagna la protagonista nel suo viaggio interiore.
<p>All’inizio tutto appare essenziale: un uomo in attesa, un metronomo che scandisce un tempo indefinito, una fisarmonica poggiata accanto. Sopra di lui, una nuvola che diventa subito segno poetico, soglia tra visibile e invisibile. È l’ingresso in uno spazio mentale dove memoria e immaginazione si intrecciano.
<p>La protagonista è una marionetta ibrida dalle sembianze di un’anziana donna, animata da <strong>Michela Marrazzi</strong> con grande maestria. Attrice e marionetta diventano un unico corpo: camminano sulle stesse gambe, condividono il ritmo del respiro, trascinano insieme valigie di forme diverse. Non è mai chiaro chi conduca chi, se l’attrice guidi la figura o se sia la marionetta a trascinarla nel proprio mondo di ricordi.<div id="bsa-html" class="bsaProContainer bsaProContainer-12 bsa-html bsa-pro-col-1"><div class="bsaProItems bsaGridGutter " style="background-color:"></div></div><script>
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<p>Quelle valigie non sono semplici oggetti scenici ma contenitori di vita. Il loro è il peso del tempo: aprirle significa far emergere frammenti di memoria. Il passo incerto, lo sguardo esitante e le smorfie buffe della bocca sdentata restituiscono una vecchia fragile e ironica. Non c’è recriminazione in lei, ma la malinconica consapevolezza delle assenze.<br />
Dentro questa donna anziana vive ancora la bambina che è stata. La figura scenica oscilla tra età diverse: a volte è una vecchietta titubante, altre una donna che ritrova la leggerezza del gioco. Piccoli oggetti – cavallucci a dondolo, stampi, giocattoli – affiorano come relitti di un’infanzia lontana.
<p>Accanto a lei, la presenza musicale di <strong>Rocco Nigro</strong> è decisiva. Il metronomo segna il tempo mentre la fisarmonica respira come un cuore. La musica non accompagna soltanto l’azione: la guida. Il mantice che si apre e si chiude ricorda il movimento del tempo stesso. A tratti evoca la nostalgia del tango, a tratti la profondità emotiva del fado.
<p>A questo paesaggio sonoro si unisce il canto in spagnolo di Michela Marrazzi: una voce intensa che attraversa lo spazio scenico come un ricordo improvviso. La musica diventa così una ballata malinconica capace di toccare corde profonde.
<p>La drammaturgia procede per quadri poetici: fotografie e immagini scorrono come su un vecchio televisore, ora a colori ora in bianco e nero. I ricordi si accendono e si spengono, mentre l’autoironia della protagonista – il boa piumato, le nuvole di borotalco, le risate improvvise – tiene a distanza la malinconia.<br />
La cura dell’animazione, sostenuta dal lavoro di <strong>Nadia Milani</strong>, costruisce una narrazione quasi senza parole ma estremamente comunicativa. Ogni gesto è calibrato e la marionetta sembra davvero viva: un piccolo miracolo teatrale.
<figure id="attachment_10000070500" aria-describedby="caption-attachment-10000070500" style="width: 770px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-10000070500" src="https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/paloma-ph-gabriele-albergo2.jpeg" alt="Paloma (ph: Gabriele Albergo)" width="770" height="513" srcset="https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/paloma-ph-gabriele-albergo2.jpeg 770w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/paloma-ph-gabriele-albergo2-300x200.jpeg 300w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/paloma-ph-gabriele-albergo2-768x512.jpeg 768w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/paloma-ph-gabriele-albergo2-370x247.jpeg 370w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/paloma-ph-gabriele-albergo2-270x180.jpeg 270w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/paloma-ph-gabriele-albergo2-570x380.jpeg 570w" sizes="auto, (max-width: 770px) 100vw, 770px" /><figcaption id="caption-attachment-10000070500" class="wp-caption-text">Paloma (ph: Gabriele Albergo)</figcaption></figure>
<p>Il risultato è una ballata visiva e sonora che attraversa i temi universali del tempo, della memoria e della fragilità della vita. Lo spettacolo parla con forza sia agli adulti sia ai bambini: i primi riconoscono la profondità della riflessione, i secondi seguono la poesia delle immagini.
<p>Quando la scena si conclude, resta la sensazione di essere stati trascinati dentro una giostra di ricordi. “Paloma” non racconta solo la storia di una vecchia e delle sue valigie, ma il rapporto di ognuno con il tempo che passa e con le assenze che continuano a vivere nella memoria.
<p>È un piccolo gioiello di teatro di figura contemporaneo, capace di unire rigore tecnico e poesia, leggerezza e profondità. La protagonista assume i modi e perfino la fisionomia delle nostre nonne o delle nostre madri: ognuno vi riconosce una persona cara. In questo rito di accompagnamento alla separazione – a cui non siamo mai davvero preparati – c’è qualcosa di profondamente magico.
<p>Lo spettacolo, che abbiamo visto a Brindisi per la rassegna “Tutte le sere del mondo”, ha già viaggiato molto: è stato presentato a Okinawa al Ricca Ricca Fest, in Spagna e in Grecia, e tornerà in tournée nei prossimi mesi tra Svizzera, Ungheria e Bilbao, con un nuovo ritorno in Giappone previsto per il 2028.
<p><strong>Paloma, ballata controtempo</strong><br />
di e con Michela Marrazzi<br />
musica Mattia Manco / Rocco Nigro<br />
drammaturgia e regia Tonio De Nitto<br />
cura dell&#8217;animazione Nadia Milani<br />
puppet Michela Marrazzi<br />
scena Simone Tafuro<br />
costumi Lilian Indraccolo<br />
luci Davide Arsenio<br />
Factory Compagnia Transadriatica
<p>Spettacolo teatrale per bambini da 8 anni e adulti
<p>durata: 50’<br />
applausi del pubblico: 4’
<p><strong>Visto a Brindisi, Teatro Don Bosco, il 6 marzo 2026</strong>
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		<title>L’avventuriero. Giacomo Giuntini riscopre Aphra Behn</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Bianchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 07:22:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Aphra Behn]]></category>
		<category><![CDATA[Astrea]]></category>
		<category><![CDATA[Fondazione Teatro Due]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Giuntini]]></category>
		<category><![CDATA[Last Seen 2026]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Teatro Due propone un rinnovato gioco delle parti fra maschile e femminile partendo dall&#8217;opera di Astrea, prima autrice “professionista” delle lettere anglosassoni Quanto ci...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><span class="sub-title">Teatro Due propone un rinnovato gioco delle parti fra maschile e femminile partendo dall&#8217;opera di Astrea, prima autrice “professionista” delle lettere anglosassoni</span></h2>
<p>Quanto ci mancava uno spettacolo come quelli di una volta, di lunga durata ed appassionante, con tanti ottimi attori e attrici professionisti giovani, entusiasti della loro arte, agghindati con costumi d’epoca e maschere che ci immettessero in un mondo pieno d’avventure esilaranti, tra amori beffardi, duelli, inganni e trasformazioni.
<p>Il <strong>Teatro Due</strong> di Parma ha allestito infatti uno spettacolo secentesco scritto (in tempi non certo favorevoli) da una donna: “L’avventuriero” (The Rover), dell&#8217;inglese <strong>Aphra Behn</strong>, nota con il nome d&#8217;arte di <strong>Astrea</strong>.<br />
Aphra Behn fu una figura curiosa e poliedrica, forse spia al soldo del Re d’Inghilterra, una donna dalla vita avventurosa, passata tra amori e propaganda politica; ma anche traduttrice di opere scientifiche e autrice: fu una delle prime donne che possiamo nominare con quest’appellativo.<br />
Astrea ci ha lasciato oltre quaranta opere tra commedie, tragedie, romanzi e poesie composti tra il 1670 e il 1689. Fu riscoperta solo nel &#8216;900, ovviamente da due letterate, Vita Sackville-West, la prima a ricostruirne la biografia nel 1927, e Virginia Woolf, che le dedicò un capitolo de “Una stanza tutta per sé”.
<figure id="attachment_10000070532" aria-describedby="caption-attachment-10000070532" style="width: 770px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-10000070532" src="https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/avventuriero_teatro-due-foto-andrea-morgillo2.jpg" alt="Ph: Andrea Morgillo" width="770" height="513" srcset="https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/avventuriero_teatro-due-foto-andrea-morgillo2.jpg 770w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/avventuriero_teatro-due-foto-andrea-morgillo2-300x200.jpg 300w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/avventuriero_teatro-due-foto-andrea-morgillo2-768x512.jpg 768w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/avventuriero_teatro-due-foto-andrea-morgillo2-370x247.jpg 370w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/avventuriero_teatro-due-foto-andrea-morgillo2-270x180.jpg 270w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/avventuriero_teatro-due-foto-andrea-morgillo2-570x380.jpg 570w" sizes="auto, (max-width: 770px) 100vw, 770px" /><figcaption id="caption-attachment-10000070532" class="wp-caption-text">Ph: Andrea Morgillo</figcaption></figure>
<p>Il Teatro Due, oltre che a proporre lo spettacolo, messo in scena con la regia di <strong>Giacomo Giuntini</strong> e la nuova scattante traduzione di <strong>Luca Scarlini</strong>, le ha meritoriamente dedicato un focus, con un convegno e la pubblicazione delle sue opere.<br />
La sua arte, tra l’altro, si situa in un periodo ben preciso dello stato inglese che, dopo vent’anni di guerra civile e di chiusura dei luoghi di spettacolo, dopo la parentesi repubblicana e puritana di Cromwell, tentava di aprirsi di nuovo al teatro, con la presenza in scena di componenti femminili, prima precluse.<div id="bsa-html" class="bsaProContainer bsaProContainer-12 bsa-html bsa-pro-col-1"><div class="bsaProItems bsaGridGutter " style="background-color:"></div></div><script>
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<p>La composita trama de “L’avventuriero” si svolge intorno alla metà del XVII secolo a Napoli, durante il Carnevale. Qua arrivano quattro gentiluomini inglesi in cerca di avventure amorose: Willmore, l’avventuriero (<strong>Stefano Guerrieri</strong>), Belvile, l’innamorato di Florinda (<strong>Luca Cicolella</strong>), Frederick (<strong>Luca Nucera</strong>) e Blunt (<strong>Massimiliano Aceti</strong>). Della partita è anche un aristocratico spagnolo (<strong>Massimiliano Sbarsi</strong>), in ansia per il futuro delle sue due figlie.<br />
Da Padova, intanto, arriva nella città partenopea a vendere care le sue grazie la famosa cortigiana Angelica Bianca (<strong>Valentina Baci</strong>), mentre Lucetta (<strong>Irene Paloma Jona</strong>) è alla ricerca di qualche stupidotto da irretire, aiutata da Philippo (<strong>Nicola Lo Russo</strong>).
<p>Al centro della fluttuante trama si muovono le figlie del gentiluomo spagnolo: Florinda (<strong>Diletta Masetti</strong>), decisa ad accasarsi, e Hellena (<strong>Lucia Lavia</strong>), vero focus esplosivo del tutto, destinata al convento ma intenzionata a “rovinarsi la vocazione” attraverso un vero sentimento, peraltro assai difficile da trovare.
<p>Tutto ciò avviene molto vicino ai nostri occhi, su uno spazio scenico in cui agiscono i 18 fra attori e attrici (alcuni dei quali avevamo già apprezzato in “<a href="https://www.klpteatro.it/diciassette-cavallini-spregelburd-teatro-due-recensione" target="_blank" rel="noopener">Diciassette cavallini</a>” di Rafael Spregelburd, sul quale Teatro Due ha realizzato un altro approfondimento), sorretti dagli splendidi e sgargianti costumi realizzati da <strong>Andrea Sorrentino</strong>.
<figure id="attachment_10000070534" aria-describedby="caption-attachment-10000070534" style="width: 770px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-10000070534" src="https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/avventuriero_teatro-due-foto-andrea-morgillo3.jpg" alt="Ph: Andrea Morgillo" width="770" height="513" srcset="https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/avventuriero_teatro-due-foto-andrea-morgillo3.jpg 770w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/avventuriero_teatro-due-foto-andrea-morgillo3-300x200.jpg 300w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/avventuriero_teatro-due-foto-andrea-morgillo3-768x512.jpg 768w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/avventuriero_teatro-due-foto-andrea-morgillo3-370x247.jpg 370w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/avventuriero_teatro-due-foto-andrea-morgillo3-270x180.jpg 270w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/avventuriero_teatro-due-foto-andrea-morgillo3-570x380.jpg 570w" sizes="auto, (max-width: 770px) 100vw, 770px" /><figcaption id="caption-attachment-10000070534" class="wp-caption-text">Ph: Andrea Morgillo</figcaption></figure>
<p>Il nostro sguardo si muove in un continuo susseguirsi di entrate e fughe, con l&#8217;ausilio anche di un ponte da cui ci si può affacciare, all&#8217;interno di uno spazio racchiuso ai quattro lati da platee colme di spettatori, che seguono lo spettacolo da diverse prospettive, anche grazie alle significanti luci di <strong>Luca Bronzo</strong>. E&#8217; uno spazio libero da orpelli, in cui le parole &#8211; intrise di felice musicalità &#8211; giocano con i sentimenti, accendendo speranze ed illusioni, sorrette da una recitazione spigliata ed appagante, che rende il teatro vivido vincitore.
<p>Il tema dell&#8217;intreccio amoroso e del rapporto tra uomo e donna si sviluppa in un susseguirsi di duelli (curati dal maestro d&#8217;armi <strong>Renzo Musumeci Greco</strong>), scherzi piccanti, fraintendimenti mascherati in cui le donne, finalmente, possono condurre il gioco a loro piacimento, senza bisogno di dipendere da nessuno, libere di esternare il proprio amore sincero o anche solo il desiderio, senza essere considerate &#8220;di malaffare&#8221;.&nbsp;<br />
E se l&#8217;ultima scena pare condurci verso un lieto finale, in cui due coppie celebrano le loro nozze, il melanconico monologo che Giuntini affida al personaggio di Hellena, novella sposa nel suo sontuoso ma ingombrante vestito, ci fa comprendere come non è tutto oro ciò che luccica, e come ancora oggi vi sia molto da ripensare in tal senso.
<p>Perché vedere lo spettacolo? Perché i protagonisti sono tutte e tutti giovani che si misurano con un testo anticipatore costruito molto bene e godibilissimo. Una boccata d&#8217;ossigeno che ci lascia qualche speranza per il futuro del teatro.&nbsp;
<p><strong>L’AVVENTURIERO</strong><br />
di Aphra Behn<br />
traduzione Luca Scarlini<br />
con (in o.a.) Massimiliano Aceti, Valentina Banci, Cristina Cattellani, Luca Cicolella, Laura Cleri, Rosario D’Aniello, Davide Gagliardini, Viviana Giustino, Stefano Guerrieri, Irene Paloma Jona, Francesco Lanfranchi, Lucia Lavia, Nicola Lorusso, Diletta Masetti, Luca Nucera, Salvo Pappalardo, Giovanna Chiara Pasini, Massimiliano Sbarsi<br />
maestro d’armi Renzo Musumeci Greco<br />
costumi Andrea Sorrentino<br />
luci Luca Bronzo<br />
assistente alla regia Francesco Lanfranchi<br />
regia Giacomo Giuntini<br />
produzione Fondazione Teatro Due
<p>durata:<br />
1° tempo 1h 40&#8242;<br />
2° tempo 1h
<p><strong>Visto a Parma, <a href="https://www.teatrodue.org" target="_blank" rel="nofollow noopener">Spazio Bignardi</a>, il 1° marzo 2026</strong>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-9097 alignleft" src="https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2014/08/stars-41.gif" alt="" width="177" height="33">
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		<title>La Casa del Pensiero: l’arte di comunicare fra musica e teatro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Sannia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 07:43:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Video]]></category>
		<category><![CDATA[Casa del Pensiero]]></category>
		<category><![CDATA[Ivano Fossati]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Petruzzelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ospite della quinta edizione, realizzata a Santa Margherita Ligure, è stato Ivano Fossati, che abbiamo videointervistato La Casa del Pensiero nasce come un’idea semplice:...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><span class="sub-title">Ospite della quinta edizione, realizzata a Santa Margherita Ligure, è stato Ivano Fossati, che abbiamo videointervistato</span></h2>
<p>La <a href="https://unige.it/news/casa-del-pensiero-2026" target="_blank" rel="nofollow noopener"><strong>Casa del Pensiero</strong></a> nasce come un’idea semplice: prendersi tempo per interrogarsi, confrontarsi, costruire strumenti critici nel tempo accelerato dell’apparenza.
<p>A Santa Margherita Ligure, nel contenitore silenzioso e sontuoso di Villa Durazzo, per tre giorni, dal 27 febbraio al 1° marzo scorso, un gruppo di studentesse e studenti universitari si è seduto in cerchio con <strong>Ivano Fossati</strong> per esplorare, sotto la traccia “Musica alta e musica leggerissima. L’arte di comunicare”, ciò che la scrittura può fare quando diventa pratica viva.
<p>Al centro di questa esperienza il gruppo di lavoro ha esplorato anche un punto di contatto profondo tra scrittura di canzoni e drammaturgia teatrale.<br />
Da un lato, la canzone: forma breve e potente, che deve condensare ritmo, immagine, emozione in poche righe che “suonano” prima ancora di essere interpretate. Dall’altro, il testo teatrale: spazio dialogico per eccellenza, dove il linguaggio diventa azione e relazioni, dove la parola trova corpo, gesto, luogo.<br />
Entrambe queste scritture insegnano che la parola non è soltanto significato, ma tempo, ritmo, respiro, ascolto.<div id="bsa-html" class="bsaProContainer bsaProContainer-12 bsa-html bsa-pro-col-1"><div class="bsaProItems bsaGridGutter " style="background-color:"></div></div><script>
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<p>In questo senso, il lavoro di Fossati, che non ha esitato a parlare della capacità evocativa della musica nel legare passato e presente, si integra perfettamente con l’approccio drammaturgico, che sfida la parola a farsi esperienza.<br />
La canzone e il teatro si guardano negli occhi: la prima porta dentro di sé un conflitto implicito, sospeso tra domanda e risposta; la seconda offre lo spazio per declinare quel conflitto nel gesto, nel corpo, nella relazione con l’altro.
<p>Per chi scrive teatro confrontarsi con i processi di una canzone significa riconoscere che il ritmo delle frasi, la scansione dei silenzi, l’eco delle immagini non sono meri ornamenti ma strutture profonde della drammaturgia stessa. Così come per chi scrive canzoni, immergersi nel teatro significa accogliere domande più ampie: non solo che cosa dico, ma a chi lo dico, in quale spazio, in quale tempo?
<p>La Casa del Pensiero ha offerto uno spazio raro: un incontro tra università, artisti, studentesse e studenti, in cui la scrittura non è stata esercizio solitario, ma dialogo, comunità di pensiero. In questo scambio, la scrittura &#8211; sia essa poetica, musicale o drammaturgica &#8211; si è rivelata non come fine, ma come apertura verso l’altro, verso chi ascolta, interpreta e trasforma.
<p>Al termine del primo giorno di lavoro, ci siamo confrontati con il drammaturgo, regista e attore <a href="https://www.klpteatro.it/pino-petruzzelli-intervista-liguria-arti" target="_blank" rel="noopener"><strong>Pino Petruzzelli</strong></a>, ideatore dell’iniziativa, <strong>Francesca Perrone</strong>, giovane drammaturga formatasi all’Accademia Silvio D’Amico di Roma e qui presente come partecipante ai lavori, e naturalmente con Ivano Fossati.
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		<title>&#8220;Gli uccelli&#8221; di Filippo Renda e la solitudine del despota</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Simonte]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 07:49:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Aristofane]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Renda]]></category>
		<category><![CDATA[Last Seen 2026]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un Aristofane senza ironia sul palco del Teatro Litta di Milano fino al 15 marzo Filippo Renda prosegue il suo lavoro di rilettura del...</p>
<p>The post <a href="https://www.klpteatro.it/gli-uccelli-filippo-renda-recensione">&#8220;Gli uccelli&#8221; di Filippo Renda e la solitudine del despota</a> appeared first on <a href="https://www.klpteatro.it">Krapp&#039;s Last Post</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2><span class="sub-title">Un Aristofane senza ironia sul palco del Teatro Litta di Milano fino al 15 marzo</span></h2>
<p><strong>Filippo Renda</strong> prosegue il suo lavoro di rilettura del teatro classico greco. Dopo le tragedie “<a href="https://www.klpteatro.it/le-baccanti-filippo-renda-recensione" target="_blank" rel="noopener">Le Baccanti</a>” e “Medea”, il regista e drammaturgo siciliano si dedica alla commedia di <strong>Aristofane</strong>, optando per una riscrittura ponderata che asciuga l’assetto satirico del testo originale per farne emergere esclusivamente l&#8217;amara riflessione di fondo.
<p>In questa versione, i classici Pistetero ed Euelpide vengono amalgamati in un unico uomo, Spietaldo, deluso e sperduto. Bendato, ricerca nella natura e tra gli uccelli una via di fuga dalla corruzione cittadina.<br />
È una scelta interessante per una rilettura contemporanea, poiché riposiziona la critica sociale verso l’alienazione dell’individuo moderno e il suo vagare senza meta. Spietaldo vive un dramma interiore profondo – e qui si evince il forte apporto drammaturgico del regista – illudendosi di poter curare il proprio malessere attraverso un&#8217;azione esteriore: la fondazione di una nuova città, apparentemente &#8220;democratica&#8221;.
<p>Questa complessa umanità trova un&#8217;eccellente cassa di risonanza nell’interpretazione di <strong>Claudio Orlandini</strong>. Nel ruolo dell’uomo che finisce, ingenuamente, per tramutarsi nel despota da cui fuggiva, l&#8217;attore delinea un arco di trasformazione credibile e ben strutturato.<div id="bsa-html" class="bsaProContainer bsaProContainer-12 bsa-html bsa-pro-col-1"><div class="bsaProItems bsaGridGutter " style="background-color:"></div></div><script>
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<p>Accanto a lui il coro, composto da <strong>Maria Canal, Simona De Leo, Lisa Mignacca</strong> ed <strong>Eleonora Mina</strong>. Le attrici interpretano ora gli uccelli, ora gli dèi, muovendosi fra travestimenti e maschere curati da <strong>Eleonora Rossi</strong> e <strong>Valeria Sacco</strong>: l&#8217;apparato visivo è estremamente curato, i colori sono gestiti con misura e senza mai cedere agli eccessi.<br />
A questo si abbina con rigore il disegno luci di <strong>Fulvio Melli</strong>, abile nel creare geometrie nette e decise, giocando strategicamente con i vuoti e l&#8217;oscurità.
<figure id="attachment_10000070492" aria-describedby="caption-attachment-10000070492" style="width: 770px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-10000070492" src="https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/uccelli-renda-Ph_Luca-Del-Pia.jpg" alt="Gli uccelli (ph: Luca Del Pia)" width="770" height="513" srcset="https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/uccelli-renda-Ph_Luca-Del-Pia.jpg 770w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/uccelli-renda-Ph_Luca-Del-Pia-300x200.jpg 300w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/uccelli-renda-Ph_Luca-Del-Pia-768x512.jpg 768w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/uccelli-renda-Ph_Luca-Del-Pia-370x247.jpg 370w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/uccelli-renda-Ph_Luca-Del-Pia-270x180.jpg 270w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/uccelli-renda-Ph_Luca-Del-Pia-570x380.jpg 570w" sizes="auto, (max-width: 770px) 100vw, 770px" /><figcaption id="caption-attachment-10000070492" class="wp-caption-text">Gli uccelli (ph: Luca Del Pia)</figcaption></figure>
<p>L’evoluzione narrativa si mantiene coerente con l&#8217;opera originale, culminando nell’epilogo trionfante in cui il protagonista sposa Basileia (moglie di Zeus e simbolo della sovranità). Una vetta di potere raggiunta, però, rinnegando le premesse: l&#8217;uomo si trasforma nel tiranno corrotto che lui stesso criticava all’inizio, snaturando l’idea utopica della città di Nubicuculìa.
<p>Lo spettacolo, pur forte di un’attenzione estetica rigorosa e di un&#8217;ottima resa dei costumi – dal taglio contemporaneo ma evocativi di un altrove –, avanza tuttavia senza un reale trasporto emotivo. L&#8217;energia scenica del coro e di Orlandini è innegabile: i corpi sono vivi e ansanti, le voci piene, le presenze autentiche e prive di artifici.<br />
La drammaturgia è lineare, ma l’assenza dell’elemento comico di Aristofane finisce per neutralizzare l’esperienza teatrale, riducendola a un piacevole esercizio estetico a cui manca il <em>pathos</em>. L’intento di sacrificare l&#8217;ironia per rendere la figura del tiranno più vicina alle alienazioni contemporanee è palese, ma il risultato appare freddo, restituendo un’esperienza a tratti monca.
<p>Il finale riscatta in gran parte questa distanza: l&#8217;immagine di Spietaldo ingabbiato da una rete nella sua stessa solitudine dispotica possiede una valenza visiva e concettuale fortissima. È un rimando al pensiero weberiano, secondo cui l’uomo moderno non può sfuggire all’istituzionalizzazione della &#8220;gabbia d&#8217;acciaio&#8221;, consegnandoci il ritratto di un despota assoluto, eppure tragicamente solo e sopraffatto dalla propria insoddisfazione.
<p>In scena a Milano fino al 15 marzo.
<p><strong>GLI UCCELLI</strong><br />
da Aristofane<br />
drammaturgia e regia Filippo Renda<br />
con Maria Canal, Simona De Leo, Lisa Mignacca, Eleonora Mina, Claudio Orlandini<br />
scene e costumi Eleonora Rossi<br />
cura delle animazioni Valeria Sacco<br />
disegno luci Fulvio Melli<br />
sound design Stefano Lattanzio, Sofia Tieri<br />
assistente alla regia Marialice Tagliavini<br />
assistente ai costumi Giulia Trevisan<br />
staff tecnico Stefano Lattanzio, Ahmad Shalabi, Davide Villa<br />
responsabile di produzione Susanna Russo<br />
produzione Manifatture Teatrali Milanesi<br />
inserito nel Progetto Madre con il contributo di Fondazione Cariplo<br />
foto di scena Luca Del Pia
<p>durata: 1h 15’<br />
applausi del pubblico: 1’
<p><strong>Visto a Milano, <a href="https://www.mtmteatro.it/" target="_blank" rel="nofollow noopener">MTM &#8211; Teatro Litta</a>, il 27 febbraio 2026</strong>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-13965 alignleft" src="https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2016/02/stars-3.5.gif" alt="" width="177" height="33">
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		<title>Uno spettacolo gigantesco. Alice Sinigaglia affronta la satira di Gargantua e Pantagruele</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Bianchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 07:51:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Alice Sinigaglia]]></category>
		<category><![CDATA[Elena C. Patacchini]]></category>
		<category><![CDATA[Last Seen 2026]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo mesi di lettura del celebre romanzo di Rabelais, nasce un progetto teatrale a metà tra viaggio psichedelico e dottorato di ricerca Sin da...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><span class="sub-title">Dopo mesi di lettura del celebre romanzo di Rabelais, nasce un progetto teatrale a metà tra viaggio psichedelico e dottorato di ricerca</span></h2>
<p>Sin da quando eravamo piccoli, il termine pantagruelico incombeva su di noi come qualcosa di indecifrabile, definito come qualcosa di estremamente grande, insomma di enorme consistenza. Solo con il tempo si è caratterizzato prendendo la forma di uno dei personaggi principali dei cinque romanzi concepiti, nella prima metà del Cinquecento, dal filosofo <strong>François Rabelais</strong>: è Pantagruel, il gigante dai grandi appetiti, come del resto il padre Gargantua, a sua volta nato da un orecchio della madre Gargamelle, sposa di Grangousier, erede del regno di Utopia.
<p>E&#8217; appunto a lui che la trentenne regista ligure <strong>Alice Sinigaglia</strong> (che già conoscevamo per “Domino”, un curioso spettacolo per l&#8217;infanzia con protagonista un piccolo bambino vero, nonché per la regia di “<a href="https://www.klpteatro.it/madri-diego-pleuteri-recensione" target="_blank" rel="noopener">Madri</a>” di Diego Pleuteri) si ispira per la sua nuova creazione, “Uno spettacolo gigantesco”, scritto con<strong> Elena C. Patacchini</strong>, anche lei apprezzata, tra le altre cose, per un&#8217;eccellente riduzione di <a href="https://www.klpteatro.it/bovary-stefano-cordella-recensione" target="_blank" rel="noopener">Madame Bovary</a> di Flaubert.
<p>Lo spettacolo prende avvio, molto seriosamente, come una conferenza sul tema de “La mostruosità nell’opera di François Rabelais”, in cui cinque giovani relatori (<strong>Emma Bolcato, Lorena Nacchia, Giorgio Pesenti, Caterina Rosaia</strong> e <strong>Davide Sinigaglia</strong>) intendono sviscerare con profondità il tema, aiutati anche da un saccente schermo, che fornisce dati e nuovi risvolti.<div id="bsa-html" class="bsaProContainer bsaProContainer-12 bsa-html bsa-pro-col-1"><div class="bsaProItems bsaGridGutter " style="background-color:"></div></div><script>
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<p>Dall&#8217;enucleazione del romanzo escono i suoi fantomatici eroi: il gigante Gargantua, il figlio Pantagruel e il re nano Picrochole. Ma il personaggio che sembra far da perno è Panurge, un burlone preso ad esempio dell&#8217;uomo comune &#8211; uno come tanti &#8211; in balia degli eventi.<br />
Solo che qualcosa non quadra, se ad un certo punto uno dei relatori viene colpito beffardamente in faccia da una torta.
<figure id="attachment_10000070384" aria-describedby="caption-attachment-10000070384" style="width: 770px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-10000070384" src="https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/uno-spettacolo-gigantesco2-ph-Francesco-Capitani.jpg" alt="Uno spettacolo gigantesco (ph: Francesco Capitani)" width="770" height="514" srcset="https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/uno-spettacolo-gigantesco2-ph-Francesco-Capitani.jpg 770w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/uno-spettacolo-gigantesco2-ph-Francesco-Capitani-300x200.jpg 300w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/uno-spettacolo-gigantesco2-ph-Francesco-Capitani-768x513.jpg 768w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/uno-spettacolo-gigantesco2-ph-Francesco-Capitani-370x247.jpg 370w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/uno-spettacolo-gigantesco2-ph-Francesco-Capitani-270x180.jpg 270w, https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2026/03/uno-spettacolo-gigantesco2-ph-Francesco-Capitani-570x380.jpg 570w" sizes="auto, (max-width: 770px) 100vw, 770px" /><figcaption id="caption-attachment-10000070384" class="wp-caption-text">Uno spettacolo gigantesco (ph: Francesco Capitani)</figcaption></figure>
<p>Poco alla volta ci accorgiamo che la seriosità e l&#8217;eloquio forbito messi in campo non sono altro che un ridicolo paravento per parlare d’altro, e per scardinare attraverso il paradosso e il riso grottesco tutto il mondo costruito da noi, poveri esseri che ci crediamo giganteschi, pieni di riottosa alterigia: rappresentanti di un mondo che, alla generazione che ha costruito lo spettacolo, fa davvero schifo.
<p>Così anche la realtà della scena si deforma, confondendosi con l&#8217;immaginazione; e anche il corpo degli attori cambia, facendo compiere allo spettatore (con il sapiente aiuto dello scenografo <strong>Alessandro Ratti</strong> e dei costumi di <strong>Rebecca Ihle</strong>, capaci di ricostruire con un semplice tappeto rosso anche la lingua della bocca del gigante Pantagruele) un viaggio a sketch dalle connotazioni allucinate. E non per niente davanti a noi sono posizionati due grandi quadri di Bosch, a ulteriore collegamento con le radici della parola Carnevale, la festa del rovesciamento di ogni logica, di ogni forma sensata.
<p>Alla fine, tra scherno e dotta dissertazione (vengono citati anche Umberto Eco, Cesare Pavese e Pasolini), e in stretto rapporto con il capolavoro di Rabelais, traspare nitida la vera natura dello spettacolo di Sinigaglia, per cui ancora oggi, davanti a un mondo creato da giganti ormai avvizziti e sempre autoriferiti come noi siamo, incapaci per la maggior parte di includere le diversità che lo popolano, l&#8217;unica risposta possibile è una amara, ancorché sguaiata, risata. La stessa che ci facciamo davanti alle immagini che appaiono sullo schermo del famoso complesso in voga quando eravamo giovani, i Giganti, con il loro grande successo “Tema”, che risuona alla fine di una riuscita, gustosa e sapida performance. Un finale che anche noi, di riflesso, inopinatamente, cantiamo.
<p><strong>Uno spettacolo gigantesco</strong><br />
Drammaturgia Alice Sinigaglia e Elena C. Patacchini<br />
Regia Alice Sinigaglia<br />
Interpreti Emma Bolcato, Lorena Nacchia, Giorgio Pesenti, Caterina Rosaia, Davide Sinigaglia<br />
Scenografie Alessandro Ratti<br />
Disegno luci Daniele Passeri<br />
Costumi Rebecca Ihle<br />
Realizzazione scene Officina scenotecnica Gli Scarti<br />
Datore luci e mixaggio audio Febe Bonini<br />
Coproduzione SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione – Teatro Nazionale di Genova<br />
Produzione esecutiva e distribuzione SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione<br />
Residenza produttiva Carrozzerie n.o.t<br />
Ufficio stampa Maddalena Peluso<br />
Grafica Neostudio<br />
Con il sostegno del MiC e di SIAE, nell’ambito del programma “Per Chi Crea”
<p><strong>Visto a Lugano, <a href="https://www.foce.ch/" target="_blank" rel="nofollow noopener">Teatro Foce</a>, il 25 febbraio 2026</strong>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-13965 alignleft" src="https://www.klpteatro.it/wp-content/uploads/2016/02/stars-3.5.gif" alt="" width="177" height="33">
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		<title>HSS – polo per le arti performative: a Napoli Est l’officina della nuova scena</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Sardelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 07:32:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spazi]]></category>
		<category><![CDATA[HSS]]></category>
		<category><![CDATA[Hub Superstudio]]></category>
		<category><![CDATA[Igino Foglia]]></category>
		<category><![CDATA[Sara Foglia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il nuovo spazio ideato dai fratelli Sara e Igino Foglia nasce nell’ex area industriale di via Galileo Ferraris. Punta a trasformare una fabbrica in...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><span class="sub-title">Il nuovo spazio ideato dai fratelli Sara e Igino Foglia nasce nell’ex area industriale di via Galileo Ferraris. Punta a trasformare una fabbrica in un centro di creazione, formazione e connessioni per il teatro contemporaneo del Sud Italia</span></h2>
<p>A Napoli Est, dove le ex aree industriali convivono con i progetti di riqualificazione urbana, una fabbrica torna a produrre. Non più materiali, ma linguaggi. Non più oggetti, ma visioni. È qui che prende forma HSS – polo per le arti performative, un progetto interamente privato che ambisce a diventare un’infrastruttura culturale stabile per la scena contemporanea.<br />
L’idea è semplice e ambiziosa insieme: offrire agli artisti uno spazio dove lavorare davvero. Provare, sbagliare, riscrivere, contaminarsi. Un luogo che non si limiti a ospitare spettacoli, ma che accompagni i processi creativi dall’inizio alla restituzione pubblica.<br />
Dietro questa scommessa ci sono due giovani professionisti, fratello e sorella.
<p><strong>Due energie, un progetto</strong><br />
<strong>Sara Foglia</strong>, 25 anni, è performer e direttrice artistica. Formata nella danza fin dall’infanzia, ha arricchito il proprio percorso con esperienze di studio in Italia e all’estero, sviluppando un linguaggio coreografico sperimentale, dinamico, aperto alla contaminazione tra stili e culture.<br />
<strong>Igino Foglia</strong>, 27 anni, è <em>project manager</em>. Con una formazione in ingegneria dei materiali, porta nel progetto una visione tecnica e organizzativa solida, applicata alla progettazione degli spazi e alla dimensione musicale e multidisciplinare del polo.<br />
Due percorsi diversi che si incontrano in un punto preciso: costruire un luogo operativo, non simbolico. Un centro che funzioni.
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<p><strong>Dalla fabbrica all’officina creativa</strong><br />
La memoria industriale non è uno sfondo neutro. È la matrice del progetto. Alla domanda su quanto abbia inciso il luogo nella definizione dell’identità di HSS, Sara Foglia risponde: «La memoria industriale di questo luogo, che è una ex fabbrica, è stata ispirante per il nostro progetto: può apparire ambizioso in un territorio come quello di Napoli est, che porta addosso stratificazioni produttive ma anche abbandono; tuttavia qui c’è un progetto di riqualificazione importante da parte delle istituzioni, e dunque tante possibilità. Investire in uno spazio nato per produrre materia e trasformarlo in un luogo che produce linguaggi, visioni e relazioni è stato un gesto audace ma consapevole, dovuto al credere fortemente nelle potenzialità della nostra città e del territorio».<br />
Igino Foglia sottolinea la volontà di non cancellare quella storia: «Nel progetto di riqualificazione di questo spazio di 1.200 mq non volevamo cancellarne l&#8217;identità ma valorizzarla. La dimensione dell’officina, del fare, del processo continuo nasce proprio da lì, un luogo che è stato spazio di costruzione. Questa energia concreta ha orientato la nostra visione verso un centro vivo, operativo. Infatti abbiamo cercato di conservare la storia anche attraverso i nomi delle sale, corpo officina, sala motori, cabina luce, collegando ognuna ai diversi ambiti artistici».<br />
Non è un vezzo estetico: è una dichiarazione di metodo. L’arte come lavoro quotidiano, come costruzione paziente.<div id="bsa-html" class="bsaProContainer bsaProContainer-12 bsa-html bsa-pro-col-1"><div class="bsaProItems bsaGridGutter " style="background-color:"></div></div><script>
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<p><strong>Un ecosistema più che un cartellone</strong><br />
HSS non nasce come teatro tradizionale. È pensato come un ecosistema in cui le arti convivono. Alla domanda sul modello di accompagnamento alla creazione, Sara Foglia chiarisce: «Abbiamo immaginato lo spazio come un ecosistema in cui le varie arti convivono e si contaminano. Vorremmo dare valore alla creazione, alla condivisione e dopo alla restituzione. Particolare attenzione è data alla formazione, attraverso workshop e masterclass di alto livello, e alla condivisione. Offrire agli artisti uno spazio in cui poter sbagliare, riformulare, crescere e confrontarsi è per noi un punto importante. Ovviamente, al momento strutturare il tutto non è semplice, trattandosi di un investimento che deve essere sostenibile, in quanto interamente privato, familiare, senza il supporto di fondi pubblici».<br />
La formazione è già una realtà. Tra i primi ospiti del polo c’è stato <strong>Roberto Zappalà</strong>, con un workshop sul linguaggio MoDem: un segnale chiaro sulla direzione artistica, orientata alla ricerca e alla qualità.<br />
In un territorio dove molti giovani artisti sono costretti a partire per completare il proprio percorso, creare occasioni strutturate a Napoli significa invertire una rotta.
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<p><strong>Un modello ibrido, per scelta</strong><br />
La sostenibilità è una sfida esplicita. Igino Foglia la affronta con pragmatismo: «In un sistema fragile, crediamo in un modello ibrido: attività culturali, formazione, residenze, noleggio degli spazi, partnership. La sostenibilità non dovrebbe dipendere solo dal botteghino o dai bandi. Stiamo cercando di costruire un’economia plurale che collega tutte le arti e le varie discipline artistiche, in cui ognuna sostiene le altre in una sorta di modello virtuoso ma lento ed impegnativo, da costruire intorno alla cultura e alla formazione».<br />
E definisce così l’identità di HSS: «Siamo un “ibrido” ancora in fase di definizione. Sperimentiamo diverse attività per capire come risponde il mercato e di cosa ha realmente bisogno. Condividiamo alcune funzioni ma manteniamo l’autonomia e la flessibilità dello spazio, con una visione sistemica da hub multidisciplinare. Un’infrastruttura culturale, al servizio delle eccellenze artistiche e culturali del territorio».<br />
Non un’etichetta, ma una funzione: abilitare, connettere, generare.
<p><strong>Interdisciplinarità e radici</strong><br />
Per Sara Foglia l’interdisciplinarità è «prima di tutto una necessità linguistica»: suono, corpo, immagine e parola convivono naturalmente. È anche una scelta culturale, un modo per rompere gerarchie e creare uno spazio condiviso.<br />
Sul rapporto con i giovani del territorio afferma: «Ce lo auguriamo davvero. Vogliamo essere uno spazio di attraversamento generazionale, non <em>scouting</em> in senso competitivo, ma nel senso di continuo miglioramento del proprio percorso e cura dei giovani talenti. Se riusciremo a far restare qui anche solo una parte dei talenti del nostro territorio che vanno via in altre parti d’Italia o all’estero, avremo già raggiunto un risultato molto importante».<br />
Napoli resta l’orizzonte. Igino Foglia conclude: «Napoli ha una tradizione teatrale potentissima e ne siamo orgogliosi, anche per questo abbiamo scelto di investire qui. Il nostro gesto è piuttosto quello di condividere e offrire supporto laddove ce ne fosse bisogno. L’obiettivo è quello di fare rete e di essere un punto di riferimento, un polo attrezzato per le realtà che operano in ambito culturale e dei giovani che qui possono formarsi e confrontarsi nel difficile ambito artistico. Ci auguriamo che il progetto venga accolto positivamente dal nostro territorio. Noi ce la metteremo tutta e siamo pronti alla sfida!».
<p>La nascita di HSS arriva in un momento delicato per la città, segnato anche dall’incendio che ha colpito il <strong>Teatro Sannazaro</strong>, ricordando quanto l’ecosistema culturale sia fragile.<br />
Tra memoria industriale e visione contemporanea, HSS – polo per le arti performative si propone come una nuova officina per la scena: concreta, ambiziosa, radicata. Un luogo che non promette miracoli, ma lavoro. E, forse proprio per questo, futuro.
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		<title>Gribaudi-Dalla Via e Giordano-Tansini a Orbita. Tra passato e presente, quasi un manifesto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo Lei]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Mar 2026 06:32:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Scintille&#8221; è la quinta edizione della stagione di danza organizzata a Roma da Spellbound, in corso fino a maggio La bellezza della forma tesa,...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><span class="sub-title">&#8220;Scintille&#8221; è la quinta edizione della stagione di danza organizzata a Roma da Spellbound, in corso fino a maggio</span></h2>
<p>La bellezza della forma tesa, che è un ritrovare contatti tra le parti, ricostruire geometrie a posteriori, emerge talvolta soffiando via la nebbia dell&#8217;apparente erraticità per far emergere proporzioni e legami di senso. Sono rapporti che si possono rintracciare in un singolo verso, in una poesia, in uno spettacolo ma anche nel discorso sotteso a una raccolta di testi o nella costruzione di una stagione di danza.
<p>“Scintille”, la nuova stagione di <a href="https://orbitaspellbound.com/" target="_blank" rel="nofollow noopener"><strong>Orbita | Spellbound</strong></a>, la quinta, in scena in questi mesi a Roma, è un percorso che sfida l&#8217;osservatore a ritrovare, nel rapporto tra le singole opere scelte, quel filo che rilevi la &#8220;necessità della mutazione, di rivedere la tradizione&#8221;, come recita la presentazione. Per tradizione non si intende &#8220;assolutamente un approccio conservativo&#8221; (così ci dice la curatrice <strong>Valentina Marini</strong>), bensì proprio l&#8217;impulso a renderla generativa.
<p>Una visione che sembra ritrovare nel terzo dei lavori in stagione, &#8220;The Doozies&#8221;, di cui scrivevamo già <a href="https://www.klpteatro.it/che-ne-sara-del-teatro-dopo-di-noi-doozies" target="_blank" rel="noopener">qui</a>, una dimostrazione plastica. Sotto l&#8217;impulso del centenario della morte di Eleonora Duse, scoccato nel 2024, <strong>Silvia Gribaudi</strong> e <strong>Marta Dalla Via</strong> si producono in intense prove di artista (Gribaudi &#8220;balla (e spacca)&#8221;, segnalava al debutto Stefano Tomassini, immergendosi anche in atmosfere soffuse e fumose; Marta Dalla Via commuove con un monologo shakespeariano tutto giocato sul filo dell&#8217;understatement, che restituisce una Giulietta adolescente, seduta in terra). Saggi di bravura a cui si unisce tutto quell&#8217;insieme non necessariamente distinguibile di vita di palco che le due interpreti mettono in scena, tra comicità e innamorata citazione storica.<br />
Nessuna celebrazione, qui, né della Duse né di Isadora Duncan, che somministrano a Marta e Silvia strigliate e umiliazioni: anzi un invito a riconoscerle non più solo come busti immobili, ma come anime rivoluzionarie e in controtendenza rispetto ai loro tempi, un invito rivolto immediatamente in platea, ai vivi di oggi. Volgere la &#8220;tradizione&#8221; in sperimentazione, appunto.<div id="bsa-html" class="bsaProContainer bsaProContainer-12 bsa-html bsa-pro-col-1"><div class="bsaProItems bsaGridGutter " style="background-color:"></div></div><script>
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<p>Diversi sono gli altri punti fermi della stagione di Orbita. Uno è l&#8217;idea ecologica di rimessa in circolo delle esperienze, come carburante per una ricerca nuova, ed ecco un richiamo a Roma di quelle produzioni che l&#8217;avevano sfiorata, per contrastare la bulimia produttiva.<br />
Un altro è la fiducia verso la creazione, fosse anche ancora in corso d&#8217;opera: ecco allora in scena le prime aperture delle produzioni di <strong>Matteo Carvone</strong> e di <strong>Charlie Khalil Prince</strong> in residenza presso Spellbound (riconosciuto dalla Regione Lazio come <em>hub</em> di residenze artistiche nell’ambito del programma Artisti nei Territori).
<p>E poi la strategia di sottoporre nuovamente alla prova della scena reviviscenze di lavori capitali, dei quali testare il dialogo con il presente.<br />
Qui la stagione si apre con il ritorno dello storico &#8220;Sonate Bach&#8221; di <strong>Virgilio Sieni</strong>, a vent&#8217;anni dal suo debutto, nel quale undici nomi di città travolte dalla guerra e da tragedie umanitarie fungono da titoli per altrettanti brevi pezzi, &#8220;e praticamente tutte sono ancora oggi nei titoli dei giornali&#8221; segnala Marini. O un altro ventennale, quello del 2025 di &#8220;Tu non mi perderai mai&#8221; di <strong>Raffaella Giordano</strong>, affidato ora, nella cornice di un progetto di trasmissione, al corpo di <strong>Stefania Tansini</strong>.
<p>E&#8217; un&#8217;operazione, quest&#8217;ultima, il cui risultato è veramente notevole. A quanti, come chi scrive, non abbiano incontrato il lavoro al suo debutto, questa reviviscenza nel grande quadrato dello Spazio Rossellini si dà come segnata, qua e là, da elementi chiaramente riferibili agli anni in cui nasceva: i costumi borghesi in contrasto con la metafisica del gesto (gonna nera e camicetta di seta o viscosa stampata, decolleté mezzo tacco nere, pronte a sfilarsi dal tallone), e alcune scelte illuministiche di <strong>Gianni Staropoli</strong> e <strong>Maryse Gaultier</strong>, come il fondo nero macchiato dai sagomatori del finale, e l&#8217;uso quasi esclusivo per la scena dei proiettori da fondale, a cui si accompagna il rifiuto della freddezza dei LED, ai quali si preferiscono proiettori tradizionali a incandescenza.
<p>Contemporaneamente, questa danza a tutto palco, dal ritmo trascendente e assoluto, e comunque proveniente dall&#8217;interno stesso del corpo più che da suggestioni esterne, è così piena di senso (per quanto un senso non spianato, un senso incarnato nel movimento stesso, ermetico ma accecante) da risultare sorgiva, smagliante come una cosa nuova.
<p>L&#8217;ingresso di Tansini è già tutto carico di quell&#8217;intensità destinata a mantenersi inalterata per tutta la performance: lei cammina semplicemente, ma porta con sé nel compasso delle articolazioni, nel bilanciamento di un corpo dal peso specifico non misurabile, un magnetismo impensabile fuori da un palco. Una forza, quella della danzatrice piacentina, ora esplosiva nel movimento di accasciarsi, quando la gonna si squaderna, rovesciando in questa posa, nel bianco delle cosce, una carnalità inattesa sullo spettatore; o elementale, quando aggancia un solco di terra grassa e lo distribuisce in una scia sul palco. Una forza che vapora come un&#8217;aura anche nella stasi, nella costruzione di pose che sembrano consistere in un lessico altro, come si diceva, che sfugge la semantica tradizionale ed ha il carattere fàtico di un richiamo volto al di là, per un volano tutto interiore, emerso al visibile tutt&#8217;al più nella vena che serpeggia sul malleolo, nella piccola superficie dei polpastrelli delle dita, che si toccano a volta per chiudere un cerchio di braccia.
<p>Tansini, sopra lacerti di rumori e qualche nenia (un disegno audio, quello di <strong>Lorenzo Brusci</strong> e <strong>Jòhann Jòhannsson</strong>, che non produce meramente suoni ma svolge registrazioni, inframmezza un diaframma tra l&#8217;emissione e il suo ascolto), aderisce il proprio corpo a geometrie che hanno la stessa caratteristica di quella lingua alta di cui parlavamo.<br />
Gli sguardi perlopiù astratti la distanziano dal mondo e ve la riavvicinano solo quando, raramente, sono raggiunti dal dolore, le labbra appena dischiuse; un mondo a cui invece costantemente la ancorano quei costumi, che sembrano dare un soave sentore di naftalina, e quella continua pulsione di ricerca presente nel ritmo di risacca di tutto il lavoro, che non manca di presentare ripetizioni, appunto, rituali. Una ricerca non potrebbe essere più essenziale, più rivolta verso l&#8217;alto e radicata nel profondo, anche quando il corpo giace a terra. Il richiamo di una monade spezzata che tende le braccia e lascia il pubblico senza parole e senza suono per molti secondi, al calare improvviso del buio.
<p>La stagione di Orbita prosegue fino a maggio, attorno ai punti programmatici sopra ricordati, con qualche evento curioso e tangente, come la prima nazionale di &#8220;We in a box&#8221; che vede in scena il percussionista Joss Turnbull e la pugile keniana Everline Akinyi Odero, o le conferme dei giovani italiani Marilungo, Andrea Costanzo Martini e il sornione e commovente &#8220;Asteroide&#8221; di Marco D&#8217;Agostin.
<p><strong>Tu non mi perderai mai</strong><br />
Coreografie: Raffaella Giordano<br />
Con: Stefania Tansini<br />
Creazione luci: Gianni Staropoli, Maryse Gaultier<br />
Disegno del suono e composizione elettroacustica: Lorenzo Brusci<br />
Suono aggiunto: Jòhann Jòhannsson<br />
Costumi: Beatrice Giannini<br />
Esecuzione tecnica suono: Andreas Froeba<br />
Esecuzione tecnica luci: Maria Virzì, Lucia Ferrero<br />
Produzione: Sosta Palmizi (2025)<br />
In coproduzione con: Triennale Milano Teatro, Fuorimargine Centro di produzione di danza e arti performative della Sardegna<br />
Con il sostegno di: Fondazione Teatro Grande di Brescia, Centro di Rilevante Interesse per la Danza Virgilio Sieni<br />
Evento in collaborazione con ATCL
<p>Durata 55&#8242;<br />
Applausi 2’ 50&#8221;
<p><strong>Visto a Roma, Spazio Rossellini, il 24 febbraio 2026</strong>
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