<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>LaFinanzaSulWeb</title>
	<atom:link href="http://www.lafinanzasulweb.it/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.lafinanzasulweb.it</link>
	<description>L&#039;informazione senza censura</description>
	<lastBuildDate>Fri, 28 Aug 2020 08:27:53 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.4.10</generator>

<image>
	<url>http://www.lafinanzasulweb.it/wp-content/uploads/2020/06/cropped-Logofw-32x32.jpg</url>
	<title>LaFinanzaSulWeb</title>
	<link>http://www.lafinanzasulweb.it</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Covid: i numeri non tornano</title>
		<link>http://www.lafinanzasulweb.it/2020/08/27/covid-i-numeri-non-tornano/</link>
					<comments>http://www.lafinanzasulweb.it/2020/08/27/covid-i-numeri-non-tornano/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Arnaldo Vitangeli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2020 15:38:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Video]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.lafinanzasulweb.it/?p=61</guid>

					<description><![CDATA[Da mesi ormai i media ci bombardano con i numeri dei contagiati e dei morti da Covid, come fosse un bollettino di guerra. Ma a uno sguardo più attento ci si accorge che quei numeri non tornano, e anche la&#8230; ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-embed-youtube wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Covid: i numeri non tornano" width="700" height="394" src="https://www.youtube.com/embed/lpx6WerzXUE?start=145&#038;feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>Da mesi ormai i media ci bombardano con i numeri dei contagiati e dei morti da Covid, come fosse un bollettino di guerra. Ma a uno sguardo più attento ci si accorge che quei numeri non tornano, e anche la versione ufficiale sulla nascita e la diffusione del Coronavirus fa acqua da tutte le parti&#8230;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>http://www.lafinanzasulweb.it/2020/08/27/covid-i-numeri-non-tornano/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>E se a far crollare l’euro fosse proprio la Germania?</title>
		<link>http://www.lafinanzasulweb.it/2020/08/27/e-se-a-far-crollare-leuro-fosse-proprio-la-germania/</link>
					<comments>http://www.lafinanzasulweb.it/2020/08/27/e-se-a-far-crollare-leuro-fosse-proprio-la-germania/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Arnaldo Vitangeli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2020 15:35:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[austerità]]></category>
		<category><![CDATA[banca centrale europea]]></category>
		<category><![CDATA[banche]]></category>
		<category><![CDATA[BCE]]></category>
		<category><![CDATA[Corte Costituzionale]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
		<category><![CDATA[Draghi]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[falchi]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[Lagarde]]></category>
		<category><![CDATA[Merkel]]></category>
		<category><![CDATA[moneta]]></category>
		<category><![CDATA[PIGS]]></category>
		<category><![CDATA[QI]]></category>
		<category><![CDATA[quantitative easyng]]></category>
		<category><![CDATA[rigore]]></category>
		<category><![CDATA[sentenza]]></category>
		<category><![CDATA[sistema finanziario]]></category>
		<category><![CDATA[spread]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.lafinanzasulweb.it/?p=58</guid>

					<description><![CDATA[Secondo la “vulgata” che ormai da anni ci viene predicata, sono i Paesi mediterranei ed in particolare l’Italia a mettere a rischio la sopravvivenza dell’euro. Paesi mediterranei che, con squisita gentilezza, vengono indicati dai Paesi nordici con la sigla PIGS&#8230; ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Secondo la “vulgata” che ormai da anni ci viene predicata, sono i Paesi mediterranei ed in particolare l’Italia a mettere a rischio la sopravvivenza dell’euro. Paesi mediterranei che, con squisita gentilezza, vengono indicati dai Paesi nordici con la sigla PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), che in inglese vuol dire “porci”.<br>Già la Grecia, sull’orlo del default, ha dovuto “generosamente” essere salvata dalla Troika (BCE, Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale). Ma in realtà ad essere salvate sono state le banche creditrici francesi e tedesche, mentre al popolo greco è stata imposta la medicina “lacrime e sangue” di un’austerità selvaggia. Medicina, detto per inciso, che alcuni, a Brtuxelles e dintorni, pensano che prima o poi dovrà essere imposta anche all’Italia, magari usando a tale scopo il MES, cioè il Fondo “Salva Stati”, che la cancelliera Merkel esorta l’Italia ad utilizzare.<br>Paradossalmente però ora è proprio la Germania che rischia di dare un colpo mortale alla Banca Centrale Europea, e quindi all’eurosistema.<br>Il “siluro” alla BCE è esploso il 6 maggio scorso, con una sentenza della Corte Costituzionale tedesca riguardo agli acquisti da parte della BCE di titoli di Stato dei Paesi aderenti all’Unione: il famoso “bazooka” ideato e usato da Mario Draghi per contrastare con iniezioni monetarie, le turbolenze finanziare ed economiche all’interno dell’Unione.<br>La Corte di Giustizia Europea , con una sua sentenza dell’11 dicembre 2018 aveva ritenuto che quegli acquisti non superassero il mandato attribuito alla Banca Centrale Europea, e non configurassero una violazione del divieto di finanziamento degli Stati membri tramite emissione di moneta.<br>Ma la Corte Costituzionale tedesca, investita a sua volta del problema, è stata di ben diverso avviso. Nella sua sentenza infatti essa accusa il governo ed il Parlamento della Germania di aver supinamente accettato il programma di acquisto di titoli del debito pubblico degli Stati europei senza chiedere conto alla BCE della proporzionalità di tali acquisti, sia rispetto alle quote di partecipazione degli Stati membri al capitale della Banca Centrale Europea, sia rispetto agli obbiettivi di politica economica che con tali acquisti essa intende raggiungere.<br>Ed infine – ecco il siluro che rischia di esplodere &#8211; la Corte Costituzionale Tedesca ha dato tempo alla BCE tre mesi (che scadevano il prossimo 6 agosto) per dimostrare in modo chiaro e provato che gli acquisti di titoli pubblici degli Stati non sono sproporzionati, e che sono invece chiaramente identificati nei fini, prudenti ed equilibrati, e non perseguiti incondizionatamente. E se tale chiara dimostrazione non arriva, la Bundesbank, che della BCE è la maggior contributrice, doveva smettere di finanziare tali acquisti.<br>Per la Corte Costituzionale Tedesca una interpretazione non comprensibile (come quella adottata riguardo ai suoi poteri dalla BCE) deve essere considerata arbitraria, e gli organi costituzionali ed amministrativi tedeschi non possono partecipare all’attuazione, esecuzione e ratifica di atti “ultra vires”, cioè eccedenti i poteri, e ciò vale anche per la Bundesbank.<br>Fin qui la sentenza della Corte Costituzionale Tedesca. Naturalmente tutti i commentatori del pensiero unico e del politicamente corretto hanno cercato di minimizzare quello che si configura in realtà come un poderoso conflitto di competenze tra poteri nazionali e poteri comunitari. Ed a configgere non sono solo la Corte di Giustizia Europea e la Corte Costituzionale tedesca. Il Parlamento tedesco infatti, su richiesta di un deputato liberale ha pubblicato alla fine dello scorso mese di maggio un rapporto del suo servizio scientifico in cui si afferma senza mezzi termini che la responsabilità di agire sulla base del giudizio della Corte Costituzionale tedesca spetta alla Bundesbank, perché – si afferma testualmente- “l’Unione Europea non è uno Stato. Per esserlo, secondo il diritto internazionale, sono necessari un territorio statale, un popolo nazionale, un’autorità statale”. Dunque, l’autorità spetta non all’Unione Europea, ma al governo, al parlamento ed agli organi giudiziari nazionali.<br>E il presidente della Bundesbank, Jens Weidman, si è subito adeguato, dichiarando che in caso di conflitto giuridico la Banca Centrale tedesca obbedirà non all’Europa, ma alla Corte Costituzionale della Germania. E cioè se la BCE non riuscirà a dimostrare la proporzionalità del suo programma di acquisti di titoli pubblici, la Bundesbank dovrà cessare la sua partecipazione a tale programma.<br>La Bundesbank, ha scritto il Die Welt, ha chiarito senza ombra di dubbio di non essere un semplice organo esecutivo della BCE, ma di essere sottoposta alla legge tedesca.<br>Dunque, esiste la possibilità concreta che essa debba uscire dal programma di acquisti di titoli pubblici della Banca Centrale Europea. Ma se essa esce, scoppia l’eurosistema, e addio euro.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>http://www.lafinanzasulweb.it/2020/08/27/e-se-a-far-crollare-leuro-fosse-proprio-la-germania/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ma è tutto Il continente nero che sta diventando giallo</title>
		<link>http://www.lafinanzasulweb.it/2020/08/27/ma-e-tutto-il-continente-nero-che-sta-diventando-giallo/</link>
					<comments>http://www.lafinanzasulweb.it/2020/08/27/ma-e-tutto-il-continente-nero-che-sta-diventando-giallo/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Arnaldo Vitangeli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2020 15:27:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[China Civil Engeenering Cosruction Corp]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[colonizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[influenza]]></category>
		<category><![CDATA[infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[investimenti]]></category>
		<category><![CDATA[materie prime]]></category>
		<category><![CDATA[penetrazione]]></category>
		<category><![CDATA[prestiti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.lafinanzasulweb.it/?p=55</guid>

					<description><![CDATA[L’impressionante penetrazione in Africa della Cina, che ha ormai sostituito quasi totalmente Stati Uniti e Paesi europei Se la Cina è massicciamene presente nell’Africa mediterranea, ancor più lo è negli altri Paesi del continente africano.Limitandoci alle iniziative più importanti, tra&#8230; ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>L’impressionante penetrazione in Africa della Cina, che ha ormai sostituito quasi totalmente Stati Uniti e Paesi europei</strong></p>



<p></p>



<p>Se la Cina è massicciamene presente nell’Africa mediterranea, ancor più lo è negli altri Paesi del continente africano.<br>Limitandoci alle iniziative più importanti, tra i progetti di lungo termine spicca quello del porto di Bagamoyo, in Tanzania, della capacità di 20 milioni di container all’anno, che diverrebbe il maggior porto africano, se tale obbiettivo verrà raggiunto.<br>In Sud Africa, a Modderfontein New City, accanto a Johannesburg, la società cinese Zenday Property Ld ha già costruito, invece, un grande Centro Direzionale per le imprese cinesi che stanno investendo in grandi infrastrutture nel continente africano.<br>In Nigeria, dopo la costruzione da parte della China Civil Engeenering Cosruction Corp. della ferrovia costiera Lagos-Calabar, lunga 650 chilometri e con investimento di 11,1 miliardi di dollari, sono sempre società cinesi che ne sanno completando i vari collegamenti, come la Lagos-Kano , realizzata in gran pare con prestiti di banche cinesi, e la Lagos-Ibadan.<br>E così pure con prestiti cinesi per 4 miliardi di dollari In Etiopia dalla China Civil Engeenering ConstructionCorp è stata costruita la linea ferroviaria che collega Addis Abeba al porto di Doralé in Gibuti, su cui transita ora la quasi totalità del commercio con l’estero dell’Etiopia, che in Gibuti ha il suo unico sbocco al mare. Vale la pena anche di ricordare che a Gibuti , cioè nel golfo di Aden, all’imbocco col Mar Rosso e quindi via obbligata di tutto il traffico navale tra Asia ed Europa, è installata la prima base militare cinese in territorio straniero, “per assicurare la protezione dei crescenti interessi cinesi”, ha precisato il ministro degli esteri di Pechino.<br>Poco più a sud, in Kenia, è con prestiti cinesi che è stato costruito il porto di Mombasa, che ora è uno dei più importanti dell’Africa Orientale. Ed il Kenia ha utilizzato quel porto anche come garanzia per l’ulteriore prestito di 3,2 miliardi di dollari con cui finanziare la costruzione del collegamento ferroviario tra Mombasa e Nairobi. E se non avesse onorato il prestito, il controllo del porto sarebbe passato alla Exim Bank della Cina.<br>Ed ancora: in Congo sono ormai società cinesi a controllare quasi tutte le miniere di rame.<br>In Angola i cinesi hanno fatto investimenti per 23 miliardi di dollari, costruendo, tra l’altro, le ferrovie che attraversano il Paese, l’aeroporto della capitale, ed alle porte d’essa una nuova città di mezzo milione d’abitanti.<br>In Somalia oltre ottanta infrastrutture(strade, ospedali, ecc.) sono state costruite da grandi società cinesi.<br>Da dieci anni ormai la Cina è il primo partner commerciale del continente africano. E sul tappeto ci sono progetti largamente finanziai dalla Cina per la costruzione in Africa da parte di imprese cinesi di 30 mila chilometri di autostrade, di impianti di generazione elettrica per 20 mila MW, di lavori portuali per sostenere un traffico annuo di 85 milioni di tonnellate.<br>Ma non sono solo le grandi imprese pubbliche cinesi ad essere massicciamene presenti nel continente africano. Secondo uno studio della McKinsey, attualmente operano in Africa più di diecimila piccole e medie aziende cinesi, di cui il 90% private. Si tratta, spesso, di piccole imprese commerciali, che suscitano non raramente la reazione dei commercianti locali, che accusano i cinesi di far loro una concorrenza che è impossibile vincere.</p>



<p><strong>I giovani africani ora studiano il mandarino</strong></p>



<p>Alla preponderante presenza economica della Cina in Africa si comincia ad affiancare, come abbiamo già accennato, una penetrazione culturale sino a ieri impensabile, che indubbiamente in futuro contribuirà a rafforzare la presa politica cinese sul continente africano. A questo riguardo bastano già due constatazioni: nessuno Stato africano riconosce più la Repubblica di Taiwan.<br>Strumenti della penetrazione culturale cinese in Africa sono i “Centri Confucio”, istituti culturali senza fini di lucro, che promuovono anche la conoscenza della lingua, poderoso strumento per più stretti rapporti, non solo economici, ma anche politici.<br>In Africa i Centri Confucio operanti sono già una quarantina, ma il loro numero è destinato a crescere rapidamente.<br>Ed i risultati cominciano a vedersi. In Tanzania il governo ha esortato i giovani a studiare lingua e cultura cinesi “per incentivare il turismo”.<br>Dal Ghana, di cui Pechino è il primo partner commerciale, 6.500 giovani si sono trasferiti in Cina per apprenderne più rapidamente la lingua<br>In Uganda il ministro della pubblica istruzione ha dichiarato di voler fare del mandarino una lingua di studio obbligatoria nelle scuole superiori.<br>Intanto la società cinese Start Times, con la supervisione dell’ambasciata cinese di Kampala, ha elaborato i il progetto “Access to SatelliteTv”per portare la televisione digitale in 500 villaggi dell’Uganda, estendendola poi a diecimila villaggi dell’Africa.<br>In Costa d’Avorio “Start Times”, una pay Tv cinese, ha rotto il monopolio della francese Canal.<br>E l’Europa sta a guardare…</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>http://www.lafinanzasulweb.it/2020/08/27/ma-e-tutto-il-continente-nero-che-sta-diventando-giallo/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dimenticato il Mediterraneo che sta diventando MarGiallo  l’Ialia affonda in Europa</title>
		<link>http://www.lafinanzasulweb.it/2020/08/27/dimenticato-il-mediterraneo-che-sta-diventando-margiallo-lialia-affonda-in-europa/</link>
					<comments>http://www.lafinanzasulweb.it/2020/08/27/dimenticato-il-mediterraneo-che-sta-diventando-margiallo-lialia-affonda-in-europa/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Arnaldo Vitangeli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2020 15:21:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Fazio]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[commerci]]></category>
		<category><![CDATA[Craxi]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[influenza]]></category>
		<category><![CDATA[Mare Nostrum]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[Tanger Med]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
		<category><![CDATA[Ugo La Malfa]]></category>
		<category><![CDATA[Via della Seta]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.lafinanzasulweb.it/?p=52</guid>

					<description><![CDATA[Negli anni settanta del secolo scorso Ugo La Malfa, leader del partito repubblicano, amava dire che se non fossimo “entrati in Europa”, cioè se avessimo perso contatto col processo di unificazione economica, monetaria e politica dell’Europa, saremmo “affondati nel Mediterraneo”.Oggi,&#8230; ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Negli anni settanta del secolo scorso Ugo La Malfa, leader del partito repubblicano, amava dire che se non fossimo “entrati in Europa”, cioè se avessimo perso contatto col processo di unificazione economica, monetaria e politica dell’Europa, saremmo “affondati nel Mediterraneo”.<br>Oggi, più di mezzo secolo dopo, quella immagine potrebbe essere rovesciata: avendo perso il contatto col Mediterraneo, ove l’Italia è sempre più ininfluente, come dimostra “ad abundantiam” la crisi libica, stiamo affondando in Europa. E intanto il Mediterraneo sta diventando un “Mar Giallo”<br>Come è potuta accadere questa inversione di scenario, e perché?<br>Che l’Italia stia affondando dopo essersi legata all’Unione monetaria europea ed al modello d’economia ultraliberista e globalista che sull’esempio inglese della Tatcher e su pressione degli Stati Uniti l’Europa ha finito con l’adottare negli ultimi trent’anni , è un dato di fatto inconfutabile. Lo testimoniano i numeri che, come affermava Pitagora “misurano la realtà”.</p>



<p>La realtà che i numeri hanno fotografato</p>



<p>I numeri dicono che con l’adesione al modello ultraliberista e con la privatizzazione impostaci del poderoso nostro sistema d’industrie pubbliche, che era l’architrave della nostra economia, l’Italia ha dovuto svendere i suoi “gioielli di famiglia”, spesso a società straniere, subendo poi un continuo processo strisciante di deindustrializzazione.<br>Dicono, sempre i numeri, che pensare di attenuare il nostro debito pubblico con i ricavati delle privatizzazioni era mistificante illusione, come pretendere di svuotare il mare con un bicchiere. Cifre alla mano la svendita del nostro patrimonio industriale pubblico, tra incassi del Tesoro e incassi andati all’Iri, all’Eni ed all’Efim, ha fruttato l’equivalente di circa 129 miliardi di euro. E il debito pubblico che nel 1992 era equivalente a 847,5 milioni di euro, nel 2002, a privatizzazioni avvenute, era salito a quasi 1,4 miliardi di euro, e da allora ha superato 1,7 miliardi.<br>E dicono ancora che negli anni ’90 del secolo scorso, dopo la firma del Trattato di Maastricht che poneva i paletti per l’unione monetaria europea, l’economia italiana, che sino allora era cresciuta a velocità maggiore rispetto a quella degli altri Paesi dell’odierna eurozona, ha rallentato fino ad essere da essi superata. A cominciare dagli anni ’90 infatti il pil italiano è cresciuto mediamente dell’1,7% all’anno, contro il 2,2% degli altri Paesi europei; negli anni 2000, dopo l’adesione all’euro, la nostra crescita annua è addirittura scesa mediamente allo 0,3%, contro l’1,1 degli altri, poi è crollata a zero, contro lo 0,9%. Sembrava riprendersi nel 2017, con una crescita del pil dell’1,5%, ma quella media degli altri Paesi dell’eurozona era del 2,5%: poi negli ultimi due anni siamo tornati ad uno sviluppo da prefisso telefonico, e per questo 2020 si profilava per l’Italia, già prima della pandemia del coronavirus, una nuova pesantissima recessione.</p>



<p>Le profezie inascoltate di Craxi e del governaore Fazio</p>



<p>Conclusione: in Europa stiamo sprofondando. L’allora governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, tanto criticato per un suo presunto euroscetticismo, l’aveva intuito, ed in un’audizione alla Camera aveva predetto: “Noi entriamo nell’Euro, ma il problema è come ci resteremo. Non avremo più terremoti monetari, ma avremo una sorta di bradisismo. Sapete cos’è il bradisismo? E’ il terreno che si abbassa sotto il livello del mare gradualmente, come avviene a Pozzuoli. Ogni anno perderemo qualcosa in termini di crescita rispetto agli altri Paesi”.<br>E l’aveva previsto anche Bettino Craxi. il quale nel 1997 scriveva: “Si presenta l’Europa come una sorta di paradiso terrestre. l’Europa per noi, come ho già avuto modo di dire, nella migliore delle ipotesi&nbsp;sarà un limbo, nella peggiore delle ipotesi sarà un inferno. Quindi bisogna riflettere su ciò che si sta facendo perché la cosa più ragionevole di tutte era quella di richiedere e di pretendere, essendo noi un grande Paese – perché se l’Italia ha bisogno dell’Europa l’Europa ha bisogno dell’Italia – pretendere la rinegoziazione dei parametri di Maastricht”.<br>Ma Fazio fu poi costretto a dimettersi, per una vicenda marginale strumentalizzata ad arte. Craxi fu costretto all’esilio, per la storia del finanziamento occulto ai partiti, che in realtà durava dalla nascita della Repubblica, come tutti sapevano. Carlo Azelio Ciampi, fautore entusiasta ed irremovibile dell’ingresso immediato dell’Italia nell’eurozona, che di errori ne aveva fatto due enormi, bruciando da governatore tutte le riserve valutarie della Banca d’Italia in una lotta persa in partenza contro la speculazione internazionale manovrata da Soros, che portò ad una svalutazione della lira di circa il 30%, ed aveva inoltre promosso l’accesso del nostro debito pubblico al mercato finanziario internazionale, esponendolo alla speculazione straniera ed al ricatto dello “spread”, prima divenne Presidente del Consiglio, poi Presidente della Repubblica.</p>



<p>E il Mediterraneo intanto vive una rinascita economica</p>



<p>L’Italia dunque continua a sprofondare in Europa. E il Mediterraneo, di cui l’Italia è al centro, sta intanto rinascendo come una delle principali arterie strategiche dei commerci internazionali.<br>Molti non hanno ancora ben percepito il rovesciamento di scenario che si è verificato, e le implicazioni connesse. La decadenza del Mediterraneo, schematizzando e semplificando, inizia infatti con la scoperta dell’America, che sancisce la centralità dell’Oceano Atlantico e sposta il commercio europeo verso i porti del Mare del Nord.<br>L’apertura del Canale di Suez (novembre 1869) ridà al Mediterraneo la funzione di collegamento tra l’Atlantico, l’Oceano Indiano ed il Pacifico, di cui si appropria però l’Impero inglese, comprando dall’Egitto indebitato le azioni del Canale, occupando Gibilterra, Malta, ed instaurato basi della sua flotta nei punti strategici<br>Ma ora la poderosa rinascita economica in questi ultimi decenni della Cina, del Sud Est asiatico, dell’India, e il ruolo di protagonisti dell’Iran e dei Paesi Arabi del Golfo nel commercio mondiale del petrolio, hanno spostato verso l’Asia il baricentro dell’economia mondiale. Ed anche grazie al recente raddoppio ed al forte potenziamento della capacità di transito attraverso il Canale di Suez il Mediterraneo è divenuto il terminal naturale dei commerci tra l’Asia e l’Europa.</p>



<p>Il raddoppio<br>del Canale di Suez</p>



<p>I lavori per il raddoppio del Canale di Suez sono iniziati nel 2010, e rapidamente conclusi nel 2015. Inizialmente il Canale aveva una profondità di 8 metri, una larghezza di 53 metri , e consentiva il transito di navi con un pescaggio massimo di 6,6 metri. Ora la larghezza è quadruplicata, e la profondità triplicata: il Canale è largo da 205 a 225 metri, è profondo 24 metri e consente il transito di navi con pescaggio massimo di 20,12 metri.. Vi transitano già 17.000 navi all’anno, cioè una quota del traffico mercantile mondiale che sta avvicinandosi al 10%, ed è destinata a crescere rapidamente, considerando che la Cina da sola è il principale partner nelle importazioni europee ed il secondo per le esportazioni dell’Europa, e che il 70% in valore di questi scambi avviene via mare.</p>



<p>Ma il Mediterraneo sta diventando Mar Giallo</p>



<p>L’antico “mare nostrum”, che fu per secoli mare interno dell’Impero romano, poi teatro e strumento della grandezza delle Repubbliche marinare italiane, sta riacquistando dunque una sua centralità nei traffici intercontinentali. Ma, paradossalmente, artefice di questa rinascita non è uno Stato mediterraneo, e tantomeno l’Italia, ma la lontanissima Cina.<br>E’ la Cina che ha finanziato in larga parte il raddoppio del Canale di Suez a servizio delle sue esportazioni verso l’Europa e l’Africa settentrionale e subsahariana. E’ la Cina che ha progettato nella zona del Canale una immensa zona franca ed un hub commerciale di sei chilometri quadrati, con investimenti in infrastrutture per due miliardi di dollari, su ci si insedieranno quasi duecento grandi industrie, in larghissima parte cinesi, tra cui il gigante cinese dell’acciaio.<br>Ma quello dell’Egitto non è certo il solo grande progetto d’intervento cinese nel Mediterraneo, ma solo la sua porta d’ingresso, per una rete di porti e di infrastrutture da cui si irradieranno i commerci cinesi verso l’Europa e verso l’Africa: una rete che, acquisito il porto greco del Pireo, punta ora nel Medio Oriente a quello libanese di Tripoli che dovrebbe diventare , anche grazie alla progettata nuova ferrovia che lo unirà alla città siriana di Homs, una delle strutture logistiche fondamentali per una forte presenza cinese nella ricostruzione postbellica della Siria, e poi dei traffici commerciali della Cina in quell’area. Conosco (China Ocean Shipping Company), il colosso cinese delle spedizioni marittime, ha già aperto una sua linea con il porto libanese.<br>Quanto poi al Nord Africa, Pechino sta tornando con circospezione ad interessarsi anche alla Libia, ove prima della caduta di Gheddafi aveva già firmato alcuni importanti contratti. Guarda, evidentemente, alle risorse petrolifere libiche: già nel 2018 l’export di petrolio libico verso la Cina, per un valore di 3,5 miliardi di dollari, era raddoppiato rispetto all’anno precedente. Ma non si tratta solo di petrolio: anche la Libia infatti secondo i progetti cinesi sarà una delle stazioni della Via della Seta.<br>Per la Tunisia poi i progetti cinesi sono ancora più ambiziosi. Il governo tunisino infatti ha rilanciato il megaprogetto del porto di Enfidha, nella baia di Hammamet, in cui è già presente un primo polo industriale e logistico. Il nuovo porto, con fondali che arriveranno a diciassette meri, potrà contare su 5 chilometri di banchine, di cui 3,6 per container e si svilupperà su un’estensione di mille ettari, più altri tremila di retro porto. Il progetto, secondo i nuovi programmi, dovrebbe svilupparsi in tre fasi, di cui la prima avrebbe dovuto completarsi entro il prossimo settembre. In Tunisia,che ha aderito anch’essa alla “Via della seta”, la Cina si è assicurata intanto la costruzione dell’ospedale universitario di Sfax e dell’Accademia di formazione diplomatica di Tunisi. Due progetti minori, ma di prestigio.<br>In Algeria, dove la Cina ha ormai superato la Francia come fornitrice di merci, la presenza cinese è nettamene percepibile anche sul piano umano. Vi risiedono infatti stabilmente circa 42.000 cinesi: più del doppio ormai dei francesi ed oltre venti volte il numero di italiani.<br>L’Algeria dovrà essere, secondo i piani, uno dei terminali mediterranei della via della seta. Il nuovo porto di El Hamdania, a settanta chilometri da Algeri, sarà lo scalo da cui partiranno le linee di penetrazione commerciale verso l’Africa sub sahariana, fino ai giacimenti petroliferi della Nigeria. La costruzione del porto di Hamdania (un progetto da 3,3 miliardi di dollari che si trascinava da anni) verrà finanziata dalla Cina. Intanto è stata già costruita, fino al confine algerino, la strada verso l’Africa subsahariana.Ora essa, unitamente ad una linea ferroviaria, dovrà proseguire attraverso il Mali ed il Niger, fino alla Nigeria.<br>Discorso a parte quello del Marocco. Il nuovo porto di Tanger Med nell’arco di poco più di un decennio è diventato il maggior scalo marittimo africano, davanti a quelli di Durban (Sud Africa) e di Porto Said (Egitto). Ma a Tangeri più che la Cina sembra sia la vecchia Europa a cavalcarne lo sviluppo. Il Marocco conferma anche in questo caso il suo ancoraggio all’Occidente, e la sua volontà di costituire una presenza forte nell’area magrebina e più generalmente nel mondo arabo, ma anche un polo di scambio tra Africa ed Europa, dalle cui coste Tangeri dista poco più di una decina di chilometri. Adiacente all’area portuale di Tanger Med vi è una zona di libero scambio in cui operano già circa 500 aziende europee. La costruzione del nuovo porto è iniziata nel 2007; a giugno dello scorso anno è stato inaugurato Tanger Med II, e le nuove strutture fanno dello scalo marittimo marocchino il maggior porto del Mediterraneo, con una capacità balzata da 3 a 9 milioni di tonnellate. Si prevede inoltre che entro il prossimo quinquennio vi transiteranno 700 mila tir,un milione di autovetture e 7 milioni di passeggeri. Dei 9 miliardi di euro finora spesi, più della metà provengono da investitori privati, ed il resto da fondi pubblici.<br>Ciò non vuol dire però che la Cina non sia anch’essa presente in Marocco, dove si è aggiudicata, tra l’altro, i lavori per il porto di Kenitra e per la linea ferroviaria ad alta velocità Marrakech-Homs.<br>In conclusione: dalla Grecia al Medio Oriente a tutto il Nord Africa, eccettuando solo in parte il Marocco, le coste ed i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo vedono dilagare la presenza cinese. E’ troppo dire che il vecchio “mare nostrum” sta diventando un secondo “Mar Giallo”?<br>Naturalmente l’emergenza da coronavirus ha impattato su progetti e piani. Ma le emergenze sanitarie prima o poi svaniscono, le tendenze geopolitiche invece hanno respiri secolari.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>http://www.lafinanzasulweb.it/2020/08/27/dimenticato-il-mediterraneo-che-sta-diventando-margiallo-lialia-affonda-in-europa/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
