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	<title>Les Enfants Terribles</title>
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	<description>Quaderni  noir di attualità, estetica, narrativa e storia contemporanea</description>
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		<title>Il confine che potrebbe far saltare la pace nordirlandese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Edith Debord]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 20:20:06 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="isSelectedEnd">Lunedì sera un video proveniente da Belfast ha iniziato a circolare sui social network. Le immagini mostravano un uomo insanguinato immobilizzato sull&#8217;asfalto mentre i presenti urlavano nel tentativo di fermare l&#8217;aggressione. Poche ore dopo la polizia britannica nella provincia, la PSNI, annunciava l&#8217;arresto di un cittadino sudanese accusato di tentato omicidio. La vittima, gravemente ferita al volto, al collo e alla schiena, sarebbe sopravvissuta. Nel giro di ventiquattro ore Belfast è precipitata nella sua terza estate consecutiva di progrom anti immigrati. Autobus incendiati, case attaccate, veicoli dati alle fiamme, scontri con i reparti antisommossa della PSNI, decine di agenti feriti. Famiglie straniere sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni sotto protezione della polizia. A Newtownabbey gli agenti hanno utilizzato cannoni ad acqua per disperdere centinaia di manifestanti. A Portadown e nell&#8217;est del bastione lealista di Newtownards sono ricomparse scene che molti ritenevano appartenere a un&#8217;altra epoca. L&#8217;interpretazione più immediata consiste nel liquidare tutto come un&#8217;esplosione di razzismo o come una manifestazione dell&#8217;estrema destra britannica. Ma l&#8217;Irlanda del Nord raramente è così semplice. Dietro le immagini degli squadroni si nasconde una questione che tocca il cuore stesso dell&#8217;assetto politico creato dagli Accordi del Venerdì Santo. Il confine. Il sospetto arrestato a Belfast era arrivato nel Regno Unito nel 2023 attraverso un percorso ormai ben conosciuto. Sudan, Francia, Dublino e infine Belfast. Un tragitto reso possibile dalla Common Travel Area (CTA), l&#8217;accordo che dal 1922 garantisce la libera circolazione tra Regno Unito e Irlanda. Per la maggior parte degli europei si tratta di un dettaglio amministrativo. Per l&#8217;Irlanda rappresenta molto di più. La frontiera tra Irlanda del Nord e Repubblica d&#8217;Irlanda è una delle infrastrutture politiche più sensibili del continente. Per decenni è stata militarizzata. Posti di blocco, torrette di osservazione, pattuglie armate, elicotteri e controlli permanenti hanno caratterizzato la vita quotidiana delle comunità di confine durante i Troubles. Gli Accordi del Venerdì Santo del 1998 hanno progressivamente trasformato quella linea di separazione in qualcosa di quasi invisibile. La pace nordirlandese si fonda proprio su questa ambiguità. I nazionalisti possono vivere come se il confine non esistesse. Gli unionisti mantengono la sovranità britannica. Entrambe le comunità hanno accettato una soluzione che permette alla questione costituzionale di restare sospesa senza essere definitivamente risolta. Per quasi trent&#8217;anni questo equilibrio ha funzionato. Oggi l&#8217;immigrazione rischia di trasformarlo nuovamente in un campo di battaglia politico. Non è un caso che Nigel Farage abbia scelto proprio l&#8217;Irlanda del Nord come terreno di scontro simbolico. Quando il leader di Reform UK ha proposto di rimettere mano agli Accordi del Venerdì Santo per liberarsi dei vincoli derivanti dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani, molti hanno interpretato quelle parole come semplice retorica elettorale. In realtà il messaggio era più profondo. Per una parte crescente della destra britannica il problema non riguarda soltanto il numero di migranti che raggiungono il Regno Unito. Riguarda gli strumenti disponibili per fermarli. E tra gli ostacoli individuati compaiono sempre più spesso proprio quelle strutture giuridiche e politiche che hanno garantito la stabilità nordirlandese. L&#8217;attacco di Belfast ha offerto a questo argomento una nuova forza emotiva. Leader unionisti come Jim Allister del TUV hanno immediatamente richiamato l&#8217;attenzione sulla frontiera aperta con la Repubblica d&#8217;Irlanda. Il dibattito si è rapidamente spostato dall&#8217;aggressione alla questione dei controlli. Come impedire che persone entrate legalmente o illegalmente nella Repubblica possano raggiungere l&#8217;Irlanda del Nord senza verifiche sistematiche? La domanda appare tecnica. La risposta è esplosiva. Per controllare una frontiera bisogna renderla visibile. È esattamente il problema che Londra, Dublino e Bruxelles hanno cercato disperatamente di evitare durante la Brexit. Dopo anni di negoziati, il Protocollo nordirlandese e successivamente il Windsor Framework furono costruiti attorno a un principio fondamentale. Qualunque soluzione era preferibile al ritorno di infrastrutture fisiche lungo il confine irlandese. Non è soltanto una questione teorica di architetture istituzionali o di equilibri politici. Sul margine sud-occidentale e sud-orientale dell’Irlanda del Nord esistono ancora aree dove il linguaggio del confine non è mai diventato completamente astratto. South Armagh, South Fermanagh e alcune zone del Tyrone meridionale restano nomi che nello spazio politico nordirlandese evocano una continuità storica con la fase finale dei Troubles. Sono territori dove per decenni lo Stato britannico ha operato in condizioni di estrema difficoltà e dove la presenza degli ex provos e delle dissidenze repubblicane non è mai scomparsa. È qui che il discorso politico sul controllo migratorio incontra un livello più antico e più instabile della realtà nordirlandese. Per questi uomini e donne, qualsiasi infrastruttura di frontiera tra nord e sud non è una misura amministrativa ma un obiettivo potenziale e legittimo. Non perché siano in grado di alterare da soli l’equilibrio della colonia britannica, ma perché possono riattivare una grammatica del conflitto che la pace del 1998 ha cercato di disinnescare senza mai cancellarla del tutto. È una presenza silenziosa, quasi periferica nel dibattito pubblico contemporaneo, ma sufficiente a ricordare che ogni volta che il confine torna a essere visibile, anche le sue ombre tornano a diventare leggibili. Ogni richiesta di controlli più rigidi porta inevitabilmente verso la questione della frontiera. Ogni discussione sulla frontiera conduce agli Accordi del Venerdì Santo. Ogni tentativo di modificare quell&#8217;equilibrio rischia di riaprire questioni che si credevano archiviate. Oggi quella stessa questione ritorna sotto una forma diversa. Non si parla più di merci. Si parla di persone. Non si parla più di dazi. Si parla di immigrazione. Ma il nodo resta identico. Dove deve trovarsi il confine? Per i tromboni unionisti la Common Travel Area rappresenta una vulnerabilità, ma non solo. Per i nazionalisti rappresenta una componente essenziale dell&#8217;equilibrio costruito nel 1998. Per molti cittadini delle regioni di confine è semplicemente una realtà quotidiana che consente di vivere, lavorare e attraversare l&#8217;isola senza ostacoli. Ed è proprio qui che emerge l&#8217;agenda nascosta dietro il dibattito attuale. La discussione non riguarda soltanto l&#8217;immigrazione. Riguarda la sopravvivenza del modello nordirlandese. È un promemoria che molti a Westminster sembrano aver dimenticato. L&#8217;Irlanda del Nord non è una provincia qualunque. È un luogo dove la geografia e la politica continuano a coincidere. Per questo le immagini provenienti da Belfast non dovrebbero essere lette soltanto come l&#8217;ennesima rivolta urbana europea. Dietro gli autobus incendiati e le case attaccate si intravede una questione molto più grande. La possibilità che l&#8217;immigrazione diventi il veicolo attraverso cui viene rimessa in discussione l&#8217;intera architettura che ha garantito quasi tre decenni di pace. Perché in Irlanda tutto finisce sempre nello stesso punto.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il confine.</p>
<p>E ogni volta che il confine torna al centro della scena, la storia ricomincia a muoversi.</p>
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