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<subtitle type="text">Accessibilità, Usabilità e Web Design, con filosofia.</subtitle>

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<updated>2009-07-13T00:35:52Z</updated>
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		<name>Simone</name>
		
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		<author>
			<name>Simone</name>
		</author>
		<published>2009-07-07T13:24:02Z</published>
		<updated>2009-07-07T15:31:39Z</updated>
		<title type="html">Cosa c’è da sapere su XHTML2, XHTML1.x e HTML5</title>
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		<content type="html">
<![CDATA[<p>Recentemente il <abbr title="World Wide Web Consortium" xml:lang="en">W3C</abbr> ha deciso che lo <a href="http://www.w3.org/2007/03/XHTML2-WG-charter" title="«XHTML2 Working Group Charter», W3C [Inglese]" hreflang="en">statuto del gruppo di lavoro <abbr title="eXtensible Hyper Text Markup Language">XHTML</abbr>2</a> (in inglese, <q xml:lang="en">XHTML2 Working Group Charter</q>) <a href="http://www.w3.org/News/2009#item119" title="«XHTML 2 Working Group Expected to Stop Work End of 2009, W3C to Increase Resources on HTML 5», W3C [Inglese]" hreflang="en">non verrà rinnovato</a> dopo la sua scadenza. Ciò significa che <strong>il <a href="http://www.w3.org/MarkUp/" title="«XHTML2 Working Group Home Page», W3C [Inglese]" hreflang="en">gruppo di lavoro XHTML2</a> smetterà di lavorare sulle specifiche XHTML2</strong> per riversarsi (in parte) nel <a href="http://www.w3.org/html/wg/" title="«HTML Working Group», W3C [Inglese]" hreflang="en">gruppo di lavoro <abbr title="Hyper Text Markup Language">HTML</abbr></a>, che attualmente lavora alla <strong>nuova versione di HTML denominatata HTML5</strong>. A questa notizia, molti sono stati portati a pensare drasticamente che XHTML fosse morto. In realtà questo non è del tutto vero.</p>

<h3>1. Cosa succederà a XHTML2?</h3>

<p>L&#8217;<a href="http://www.w3.org/TR/2006/WD-xhtml2-20060726http://www.w3.org/TR/2006/WD-xhtml2-20060726" title="«XHTML 2.0, W3C Working Draft 26 July 2006», W3C [Inglese]">ultima bozza delle specifiche XHTML2</a> risale al <em>26 Luglio 2006</em>, cioè più o meno a 3 anni fa. Come <a href="http://hsivonen.iki.fi/xhtml2-html5-q-and-a/" title="«An Unofficial Q&A about the Discontinuation of the XHTML2 WG»">sottolineato</a> da <cite xml:lang="en">Henri Sivonen</cite>, <q>XHTML2 era già morto a tutti gli effetti a causa della mancata retro-compatibilità [con gli altri linguaggi di marcamento, <abbr title="Nota del Traduttore">N.d.T.</abbr>] e del fallimento nell&#8217;offrire funzionalità realmente appetibili</q>. Lo stesso <span xml:lang="en">Henri</span> aggiunge poi che XHTML2 non era stato ancora implementato <q>in nessuno dei 5&#160;<span xml:lang="en">browser</span> principali. In un <span xml:lang="en">browser</span> di prova c&#8217;era un&#8217;implementazione sperimentale  di una vecchia bozza risalente a qualche anno fa</q>, ma niente più.</p>

<p>La famosa <a href="http://w3future.com/weblog/gems/xhtml2.xml">demo XHTML2</a> non è nient&#8217;altro che una pagina scritta in <abbr title="eXtensible Markup Lanuguage">XML</abbr> successivamente impaginata con qualche riga di <abbr title="Cascading Style Sheets">CSS</abbr> nascondendo opportunamente le meta-informazioni con un abile <code>head { display: none }</code> (che altrimenti sarebbero state visualizzate sulla pagina assieme a tutto il resto). Notate, tra l&#8217;altro, che la pagina sembrerebbe non avere un titolo nonostante esista effettivamente un tag <code>&lt;title&gt;</code>. Il fatto è che, ancora una volta, per i browser quella pagina non è altro che codice XML a cui non è stata associata alcuna grammatica di controllo. Non viene cioè fatta alcuna interpretazione dei tag a livello semantico. Potete accorgervene da soli disattivando gli stili e guardando la pagina nella sua cruda nudità. Il tipo <abbr title="Multipurpose Internet Mail Extensions">MIME</abbr> è <code>application/xml</code>.</p>

<p><strong>Il lavoro svolto dal gruppo di lavoro XHTML2 non andrà del tutto perso</strong>. In particolare, l&#8217;attributo <a href="http://www.w3.org/TR/xhtml2/mod-roleAttribute.html#s_roleAttributemodule" title="«XHTML Role Attribute Module», XHTML 2.0 W3C [Inglese]" xml:lang="en" hreflang="en"><code>role</code></a> e il modulo <a href="http://www.w3.org/TR/xhtml2/mod-access.html" title="«XHTML Access Module», XHTML 2.0 W3C [Inglese]" hreflang="en" xml:lang="en">access</a> dovrebbero essere inglobati nelle specifiche <a href="http://www.w3.org/TR/2009/WD-wai-aria-20090224/" title="«Accessible Rich Internet Applications (WAI-ARIA) 1.0, W3C Working Draft 24 February 2009», W3C [Inglese]">WAI-ARIA</a> (c’è già una sezione denominata <q xml:lang="en"><a href="http://www.w3.org/TR/wai-aria/#Using_intro" title="«WAI-ARIA Roles», WAI-ARIA1.0 W3C [Inglese]" hreflang="en">WAI-ARIA Roles</a></q>). <cite xml:lang="en">Steve Faulkner</cite> ha pubblicato un ottimo sunto riguardo all&#8217;<a href="http://www.paciellogroup.com/blog/?p=106" title="«Using WAI ARIA Landmark Roles», The Paciello Group Blog [Inglese]" hreflang="en">uso dei ruoli</a> nelle pagine web.</p>

<p>Stando a ciò che viene scritto nel <a href="http://www.w3.org/2009/06/xhtml-faq.html" title="«Frequently Asked Questions (FAQ) about the future of XHTML», W3C [Inglese]" hreflang="en">documento ufficiale del W3C</a>, <a href="http://www.w3.org/TR/2007/REC-xforms-20071029/" title="«XForms 1.0 (Third Edition), W3C Recommendation 29 October 2007», W3C [Inglese]" hreflang="en" xml:lang="en">XForms</a> e <a href="http://www.w3.org/TR/2003/REC-xml-events-20031014" title="«XML Events, An Events Syntax for XML, W3C Recommendation 14 October 2003», W3C [Inglese]" hreflang="en" xml:lang="en">XML Events</a> verranno messi in mano al <a href="http://www.w3.org/MarkUp/Forms/" title="«The Forms Working Group», W3C [Inglese]" hreflang="en">gruppo di lavoro Forms</a>.</p>

<h3>2. Cosa succederà a XHTML1.0 e XHTML 1.1?</h3>

<p>Le specifiche erano di competenza del gruppo di lavoro XHTML. Se tale gruppo riuscirà a completare le revisioni entro la fine dell&#8217;anno, è probabile che quelle revisioni andranno a sostituire le vecchie specifiche. In sostanza, <strong>chiunque potrà continuare ad usare XHTML1.x così come ha sempre fatto in passato</strong>. Le specifiche <a href="http://www.w3.org/TR/2002/REC-xhtml1-20020801" title="«XHTML 1.0 The Extensible HyperText Markup Language (Second Edition), A Reformulation of HTML 4 in XML 1.0, W3C Recommendation 26 January 2000, revised 1 August 2002», W3C [Inglese]" hreflang="en">XHTML1.0</a> e <a href="http://www.w3.org/TR/2001/REC-xhtml11-20010531" title="«XHTML 1.1 - Module-based XHTML
W3C Recommendation 31 May 2001», W3C [Inglese]" hreflang="en">XHTML1.1</a> sono standard dello stesso livello di <a href="http://www.w3.org/TR/html401/" title="«HTML 4.01 Specification, W3C Recommendation 24 December 1999», W3C [Inglese]" hreflang="en">HTML4</a>, cioè <strong>raccomandazioni ufficiali pronte per essere implementate</strong> da chiunque ne abbia intenzione.</p>

<p>Tuttavia è bene chiarire che, nonostante lo sforzo, XHTML1.x non è mai stato molto fortunato. La colpa è stata in genere attribuita alla famosa <a href="http://www.w3.org/TR/xhtml1/#guidelines" title="«C. HTML Compatibility Guidelines», XHTML1.0 W3C [Inglese]" hreflang="en">Appendice C</a> che sancisce le regole per la retro-compatibilità con HTML4. In particolare, fu deciso che XHTML1.0 potesse essere letto dalle applicazioni (in inglese, <q xml:lang="en">user agents</q>) sia col tipo MIME <code>application/xhtml+xml</code> (derivato da quello XML), che col tipo MIME <code>text/html</code> (classico di HTML4). Di fatto, l&#8217;utilizzo di un tipo MIME <code>text/html</code> ha da sempre portato i <span xml:lang="en">browser</span> a interpretare la pagina come codice HTML. Ciò significa, in parole povere, che <strong>qualsiasi pagina XHTML1.x con tipo MIME <code>text/html</code> viene effettivamente letta come HTML</strong>, perdendo di fatto tutti i vantaggi che scaturivano dall&#8217;uso di un linguaggio di marcamento fedele alla sintassi XML.</p>

<p><cite xml:lang="en">Ian Hickson</cite> sostiene che la formula XHTML + <code>text/html</code> sia particolarmente <a href="http://hixie.ch/advocacy/xhtml" title="«Sending XHTML as text/html Considered Harmful», Ian Hickson [Inglese]" hreflang="en">dannosa</a> ai fini della pubblicazione di contenuti. Io sostengo che sia semplicemente ingannevole: <strong>molti usano HTML pensando di usare XHTML</strong>. Il passaggio dal tipo MIME <code>text/html</code> a <code>application/xhtml+xml</code> consiste, di fatto, a un passaggio da HTML a XHTML. Quando interpretato correttamente, XHTML pone (grazie all&#8217;eredità di XML) molti vincoli sulla validità sintattica di una pagina. In particolare esiste quella che viene chiamata <strong>gestione draconiana degli errori</strong> (in inglese, <q xml:lang="en">Draconian Error Handling</q>): al primo errore sintattico, l&#8217;applicazione deve interrompere la lettura della pagina e mostrare una pagina d&#8217;errore. Concretamente, questo significa che mentre i lettori HTML tollerano gli errori, quelli XML sono più severi e non chiudono occhio. Un po&#8217; come nei classici compilatori. Ecco perché il passaggio ad XHTML può essere così sofferto.</p>

<p>Vi sono altri problemi marginali oltre a quelli di natura puramente sintattica legati alla compatibilità con <span xml:lang="en">browser</span> più datati (fra cui tutti spicca <span xml:lang="en">Internet Explorer</span> 6) o frammenti di codice JavaScript basati su particolari metodi <abbr title="Document Object Model">DOM</abbr> funzionanti in HTML4 e non in XHTML1.0 (dove vi è un pesante uso dei cosiddetti <q>namespaces</q>). L&#8217;articolo di Ian Hickson è esaustivo a tal proposito. Oltre ad esso, <cite xml:lang="en">David Hammond</cite> <a href="http://www.webdevout.net/articles/beware-of-xhtml" title="«Beware of XHTML», Web Devout [Inglese]">affronta</a> in maniera più approfondita alcune delle questioni sollevate da <span xml:lang="en">Hickson</span>. <cite>Ezio Melotti</cite> ce ne propone una fedele <a href="http://wolfprojects.altervista.org/beware/bewareofxhtml.html" title="«Attento ad XHTML», Ezio Melotti [Inglese]">traduzione in italiano</a>.</p>

<h3>3. Cosa succederà ad HTML5?</h3>

<p>Assolutamente nulla. Il gruppo di lavoro HTML continuerà a lavorare ad HTML5 prendendo in considerazione parte del lavoro svolto dal gruppo di lavoro XHTML. In particolare, è prevista una versione di HTML5 codificata secondo la sintassi XML e denominata, in maniera abbastanza ovvia, XHTML5. XHTML5 differisce da HTML5 solo dal punto di vista sintattico, la semantica rimane la medesima. Al contrario di XHTML1.0, XHTML5 non prevede una versione retro-compatibile che faccia uso di un tipo MIME text/html: <strong>per usare XHTML5 bisogna necessariamente usare un tipo MIME XML</strong> (come ad esempio, <code>application/xhtml+xml</code>).</p>

<p>In più, <strong>il gruppo di lavoro HTML ha deciso di rendere HTML5 compatibile con XHTML1.0</strong>, permettendo agli sviluppatori di utilizzare i NET (<q xml:lang="en">Null End Tags</q>, cioè tag che vengono aperti e chiusi all&#8217;interno della stessa dichiarazione) di XHTML all&#8217;interno di HTML5 senza incorrere in errori sintattici, come scritto nel <a href="http://wiki.whatwg.org/wiki/FAQ" title="«FAQ» WHATWG Wiki [Inglese]">wiki ufficiale del WHATWG</a>. Questo significa che, per HTML5, <code>&lt;br&gt;</code> e <code>&lt;br /&gt;</code> saranno, fondamentalmente, la stessa identica cosa.</p>

<h3>Riassuntone per i pigroni</h3>

<p>Riassumendo tutto quanto, possiamo dire che:</p>

<ol>
<li>XHTML2 non è morto perché, a tutti gli effetti, non è mai stato implementato. Tuttavia, parte del lavoro svolto verrà riversato nelle nuove specifiche HTML5 e WAI-ARIA;</li>
<li>XHTML1.x è vivo e vegeto ma spesso viene interpretato erroneamente come HTML4. Il passaggio da HTML a XHTML comporta un discreto numero di sacrifici dal punto di vista della compatibilità con applicazioni e librerie JavaScript attualmente in circolazione;</li>
<li>XHTML5 sta nascendo assieme a HTML5 e si propone come semplice conversione in XML delle specifiche HTML5 tuttora in stesura. In più il passaggio da XHTML1.0 a HTML5 sarà molto più semplice del previsto, in quanto non vi sono conflitti nel modo in cui i <span xml:lang="en">Null End Tags</span> di XHTML1.0 veranno gestiti da HTML5.</li>
</ol>

<p>In sostanza, XHTML <em>non è</em> morto. Ha solo avuto un&#8217;infanzia abbastanza difficile. La speranza che XHTML5 possa finalmente intromettersi nel mercato in maniera più egoistica è ancora viva, visto e considerato che dietro a HTML5 ci sono i maggiori rappresentanti delle società produttrici di browser. Fra i due approcci, <span xml:lang="en" title="dall'alto verso il basso">top-down</span> e <span xml:lang="en" title="dal basso verso l'altro">bottom-up</span>, voto per quest&#8217;ultimo. Il primo, e ne abbiamo avuto la conferma in questi giorni, probabilmente non era quello giusto.</p>

<h3>Approfondimenti su <span xml:lang="en">LineHeight</span></h3>

<ol>
<li><a href="http://www.lineheight.net/blog/xhtml-11-e-modularita" title="«XHTML 1.1 e Modularità», link interno">XHTML 1.1 e Modularità</a></li>
<li><a href="http://www.lineheight.net/blog/come-realizzare-una-lista-dettagliata-di-links-in-xhtml-20" title="«Come realizzare una lista dettagliata di links in XHTML 2.0», link interno">Come realizzare una lista dettagliata di links in XHTML 2.0</a></li>
<li><a href="http://www.lineheight.net/blog/riflessione-uso-attributo-role" title="«Riflessione: Sull'uso dell'attributo role», link interno">Riflessione: Sull&#8217;uso dell&#8217;attributo role</a></li>
<li><a href="http://www.lineheight.net/blog/uno-sguardo-a-xhtml-20-parte-2" title="«Uno sguardo ad XHTML 2.0 (parte 2)», link interno">Uno sguardo ad XHTML 2.0 (parte 2)</a></li>
<li><a href="http://www.lineheight.net/blog/uno-sguardo-a-xhtml-20" title="«Uno sguardo a XHTML 2.0», link interno">Uno sguardo ad XHTML 2.0</a></li>
</ol>]]>
</content>
		<summary type="html">
<![CDATA[<p>Recentemente il <abbr title="World Wide Web Consortium" xml:lang="en">W3C</abbr> ha deciso che lo <a href="http://www.w3.org/2007/03/XHTML2-WG-charter" title="«XHTML2 Working Group Charter», W3C [Inglese]" hreflang="en">statuto del gruppo di lavoro <abbr title="eXtensible Hyper Text Markup Language">XHTML</abbr>2</a> (in inglese, <q xml:lang="en">XHTML2 Working Group Charter</q>) <a href="http://www.w3.org/News/2009#item119" title="«XHTML 2 Working Group Expected to Stop Work End of 2009, W3C to Increase Resources on HTML 5», W3C [Inglese]" hreflang="en">non verrà rinnovato</a> dopo la sua scadenza. Ciò significa che <strong>il <a href="http://www.w3.org/MarkUp/" title="«XHTML2 Working Group Home Page», W3C [Inglese]" hreflang="en">gruppo di lavoro XHTML2</a> smetterà di lavorare sulle specifiche XHTML2</strong> per riversarsi (in parte) nel <a href="http://www.w3.org/html/wg/" title="«HTML Working Group», W3C [Inglese]" hreflang="en">gruppo di lavoro <abbr title="Hyper Text Markup Language">HTML</abbr></a>, che attualmente lavora alla <strong>nuova versione di HTML denominatata HTML5</strong>. A questa notizia, molti sono stati portati a pensare drasticamente che XHTML fosse morto. In realtà questo non è del tutto vero.</p>]]>
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<entry>
		<author>
			<name>Simone</name>
		</author>
		<published>2009-07-01T14:52:00Z</published>
		<updated>2009-07-10T08:55:06Z</updated>
		<title type="html">Aprono le registrazioni all’UX Camp Italia 2009!</title>
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		<content type="html">
<![CDATA[<p class="centered"><img src="http://www.lineheight.net/images/articoli/uxcamp/logo.png" alt="User eXperience Camp Italia 2009, Firenze Fortezza da Basso, Festival della Creatività." /></p>

<p>Finalmente, dopo tanta fatica e una continua corsa contro il tempo, siamo riusciti ad <strong>aprire le registrazioni</strong> allo <a href="http://www.uxcamp.it/">User eXperience Camp Italia 2009</a>!</p>

<p>UX Camp Italia è un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/BarCamp" title="«Barcamp» su Wikipedia Italia" xml:lang="en">barcamp</a> tutto italiano incentrato sulle tematiche dell&#8217;<strong>esperienza utente</strong> (in inglese più correttamente: <q xml:lang="en">user experience</q>). La <span xml:lang="en" title="slogan">tagline</span> sul sito ufficiale recita:</p>

<blockquote>
  <p><strong>Vivere</strong> in spazi più confortevoli, rendere gli oggetti più semplici da <strong>usare</strong>, <strong>adattare</strong> i servizi alle esigenze del singolo.</p>
</blockquote>

<p>Ne ho parlato più volte su questo blog, <a href="http://www.lineheight.net/blog/recensione-la-caffettiera-del-masochista-di-donald-a-norman" title="«Recensione: “La caffettiera del masochista” di Donald A. Norman», link interno">quando le porte non si riuscivano ad utilizzare</a>, oppure <a href="http://www.lineheight.net/blog/apophenia-e-design-fragile-nella-vita-giornaliera" title="«Apophenia e Design “fragile” nella vita giornaliera», link interno">quando le prime lezioni di guida erano un inferno</a>, ma anche <a href="http://www.lineheight.net/blog/interfacce-metafore-immagini" title="«Interfacce, metafore, immagini.», link interno">quando ho voluto riflettere sul senso della metafora e delle immagini</a> nel contesto della comunicazione.</p>

<p>Siamo continuamente in contatto con oggetti e persone che influenzano il nostro comportamento, il nostro modo di reagire nei confronti dell&#8217;ambiente. Questo continuo contatto si cristallizza nella memoria sotto forma di <strong>ricordi</strong>, <strong>sensazioni</strong>, <strong>esperienze</strong>. Accade quando parliamo con una persona che ci fa sentire a nostro agio, quando ci sediamo su un divano tanto comodo da farci cadere in un sonno profondo, quando non riusciamo a smettere di leggere un libro perché <q>scorre che è un piacere</q>, quando quello stupido pulsantino su una pagina <span xml:lang="en">web</span> è tanto seducente da constringerti a cliccarci sopra.</p>

<p>Ma allora, se continuamente viviamo delle esperienze, perché parlare di <em>utente</em>? Possiamo definirci utenti in molteplici contesti: quando utilizziamo un oggetto, ci muoviamo in uno spazio, usufruiamo di un servizio. In effetti, pur non accorgendocene, siamo utenti in molti più casi di quelli che ci aspetteremmo. Il fulcro del discorso, però, è sempre quello: <strong>interagire con l&#8217;ambiente</strong>. Non importa quanto ben delineate siano le motivazioni dietro ad ogni nostra azione. Il punto è: come rendere l&#8217;esperienza umana, in particolare quella dell&#8217;uomo nelle vesti di utente, più <em>gratificante</em> possibile?</p>

<p>É a questo punto che subentra quella che viene chiamata la progettazione dell&#8217;esperienza utente (in inglese: <q xml:lang="en">User eXperience Design</q>). Dal sito ufficiale dell&#8217;UX Camp Italia:</p>

<blockquote>
  <p>Progettare l’esperienza utente significa impegnarsi affinché l’utente viva, a prescindere dal contesto, la miglior esperienza possibile.</p>
</blockquote>

<p>Risulta chiaro quindi che questa è una disciplina composta non tanto da vere e proprie regole, quanto più da <em>analisi</em>, <em>ricerche sul campo</em>, <em>soluzioni creative</em>. Si osserva il comportamento dell&#8217;utente nello specifico contesto per capire in che modo avviene l&#8217;interazione con l&#8217;ambiente e che tipo di esperienze ne risultano.</p>

<p>L&#8217;ambiente di cui parlo può essere uno spazio <em>fisico</em> (come un museo), ma anche <em>digitale</em> (come quello entro cui ci muoviamo quando scorriamo le canzoni del nostro lettore mp3), l&#8217;esperienza può essere vissuta <em><span xml:lang="en">on-line</span></em> (come in un sito-web) e <em><span xml:lang="en">off-line</span></em> (come nel mondo virtuale del vostro <abbr title="Gioco di Ruolo">GdR</abbr> preferito). Ecco perché ci piace l&#8217;espressione <q>a prescindere dal contesto</q>, perché non vogliamo escludere nessuna situazione.</p>

<p>Eppure, nonostante la nostra passione travolgente per questi argomenti, continuiamo ad essere i primi a vivere le solite <strong>frustrazioni</strong> di fronte a oggetti, spazi e servizi che, nati con l&#8217;intento di semplificarci la vita, di fatto ce la complicano e basta. Con la differenza che, ora, abbiamo acquistato consapevolezza: la maggior parte di queste frustrazioni originano da <strong>errori di progettazione</strong>.</p>

<p>Ma allora, perché anche le cose <em>semplici</em> diventano <em>complicate</em>? Perché quello che dovrebbe essere <em>facile</em> risulta sempre così <em>difficile</em>? Perché chi progetta non si sensibilizza nei confronti di concetti quali l&#8217;<strong>ergonomia</strong> e la <strong>semplicità d&#8217;uso</strong>? Non abbiamo una risposta a queste domande, ma possiamo invitarvi a discuterne assieme. <q>UX Camp Italia è <strong>aperto a tutti</strong>, progettisti e sviluppatori, la­vo­ra­tori e studenti, ap­pas­sio­nati e profes­sionisti, giovani e non.</q> E, chi lo sa, magari le soluzioni più creative vengono fuori quando ci si apre al confronto. ;)</p>

<p>Ci farebbe molto piacere sapere cosa ne pensate, sin da subito. Come al solito il vostro <span xml:lang="en" title="riscontro">feedback</Span> è preziosissimo, quindi fate sentire la vostra voce e diteci se avete pensieri a riguardo. E se poi avete <em>sete</em>, <a href="http://www.uxcamp.it/uxcampari/">venite a salutarci</a> il 4 Luglio a Firenze di fronte a un bell&#8217;<strong>aperitivo</strong>! Vi aspettiamo. :)</p>]]>
</content>
		<summary type="html">
<![CDATA[<p class="centered"><img src="http://www.lineheight.net/images/articoli/uxcamp/logo.png" alt="User eXperience Camp Italia 2009, Firenze Fortezza da Basso, Festival della Creatività." /></p>

<p>Finalmente, dopo tanta fatica e una continua corsa contro il tempo, siamo riusciti ad <strong>aprire le registrazioni</strong> allo <a href="http://www.uxcamp.it/">User eXperience Camp Italia 2009</a>!</p>

<p>UX Camp Italia è un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/BarCamp" title="«Barcamp» su Wikipedia Italia" xml:lang="en">barcamp</a> tutto italiano incentrato sulle tematiche dell&#8217;<strong>esperienza utente</strong> (in inglese più correttamente: <q xml:lang="en">user experience</q>). La <span xml:lang="en" title="slogan">tagline</span> sul sito ufficiale recita:</p>

<blockquote>
  <p><strong>Vivere</strong> in spazi più confortevoli, rendere gli oggetti più semplici da <strong>usare</strong>, <strong>adattare</strong> i servizi alle esigenze del singolo.</p>
</blockquote>

<p>Ne ho parlato più volte su questo blog, <a href="http://www.lineheight.net/blog/recensione-la-caffettiera-del-masochista-di-donald-a-norman" title="«Recensione: “La caffettiera del masochista” di Donald A. Norman», link interno">quando le porte non si riuscivano ad utilizzare</a>, oppure <a href="http://www.lineheight.net/blog/apophenia-e-design-fragile-nella-vita-giornaliera" title="«Apophenia e Design “fragile” nella vita giornaliera», link interno">quando le prime lezioni di guida erano un inferno</a>, ma anche <a href="http://www.lineheight.net/blog/interfacce-metafore-immagini" title="«Interfacce, metafore, immagini.», link interno">quando ho voluto riflettere sul senso della metafora e delle immagini</a> nel contesto della comunicazione. [&#8230;]</p>]]>
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		<author>
			<name>Simone</name>
		</author>
		<published>2009-05-26T19:48:23Z</published>
		<updated>2009-07-08T18:27:32Z</updated>
		<title type="html">Interfacce, metafore, immagini.</title>
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		<content type="html">
<![CDATA[<p class="centered"><img src="http://www.lineheight.net/images/articoli/metafora/piano.png" width="740px" height="240px" alt="[Immagine] Segue la descrizione all'immagine in forma di citazione." class="bordered" /></p>

<blockquote>
  <p>Jelly Roll si accese una sigaretta, l&#8217;appoggiò in bilico sul bordo del pianoforte, si sedette, e iniziò a suonare. Ragtime. Ma sembrava una cosa mai sentita prima. Non suonava, scivolava. Era come una sottoveste di seta che scivolava via dal corpo di una donna, e lo faceva ballando.</p>
</blockquote>

<p>Similitudini e metafore ci sono sempre piaciute. Ci colpiscono nel profondo perché in qualche modo richiamano qualcosa di familiare che risiede in noi in forma di esperienza acquisita o di ricordo più o meno nitido e, facendolo, ci permettono di comprendere pensieri o concetti più complessi con estrema semplicità. Platone diceva che il modo migliore di trasmettere conoscenza è usare il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Platone#La_dottrina_della_conoscenza" title="«La dottrina della conoscenza, Platone» su Wikipedia Italia">mito</a>. Il mito permette di comunicare attraverso delle immagini un messaggio altrimenti troppo complesso da spiegare in forma pura.</p>

<p>Oggi, dopo migliaia di anni siamo sempre e continuamente alla ricerca di <em>esempi</em>. Teoria e pratica non sono mai stati così distanti così come ora. E&#8217; difficile digerire un ragionamento complicato senza collocarlo in un contesto reale dove poterne verificare l&#8217;autenticità. Ancora una volta stiamo parlando di <em>figure retoriche</em>. Le usiamo ovunque, forse sono lo strumento più potente che abbiamo al momento per trasmettere la conoscenza, il canale di comunicazione più diretto e più profondo di cui disponiamo.</p>

<p>Proprio come in poesia, <strong>le interfacce si basano sulle metafore</strong>. Il bottone funziona perché è radicato in noi il concetto di pressione. Analogamente il <span xml:lang="en" title="trascina e rilascia">drag and drop</span> riproduce il trascinamento reale di un oggetto da un punto all&#8217;altro dello spazio. Il <span xml:lang="en">desktop</span> nasce come metafora della scrivania. Continuamente riconosciamo negli oggetti con cui andiamo ad interagire un <em>modello</em>, proviamo ad applicarlo e, se funziona, ne siamo compiaciuti.</p>

<p><strong>Non c&#8217;è buona interfaccia senza una buona metafora</strong>. Più la metafora è forte, più l&#8217;interazione è profonda. E quanto più l&#8217;interazione è profonda, tanto più la mente è libera dai vincoli della consapevolezza. L&#8217;interazione è una forma di simbiosi con l&#8217;ambiente e, in quanto tale, essa dovrebbe basarsi più sui sensi che sull&#8217;intelletto. Non sulle istruzioni, ma sulle <em>immagini</em>.</p>

<p><strong>Noi viviamo continuamente di immagini</strong>. In effetti, più che il prodotto in sé noi compriamo l&#8217;immagine che aleggia attorno ad esso. L&#8217;immagine di noi che passiamo il dito sulla ghiera dell&#8217;<span xml:lang="en">iPod</span> per cambiare traccia, di noi che pigiamo sullo schermo dell&#8217;<span xml:lang="en">iPhone</span> per cercare il ristorante più vicino, di noi davanti a una birra e a un buon gruppo di amici per passare una serata in compagnia. <q>Fa figo</q>, come si dice. In effetti lo è, perché chi realizza il prodotto ci crea sopra anche un&#8217;immagine.</p>

<p>Interfacce, metafore e immagini sono strettamente collegate: l&#8217;interfaccia <em>fa uso</em> di metafore, le metafore <em>creano</em> immagini. Quanto più è calzante la metafora, tanto più espressiva è l&#8217;interfaccia, nitida l&#8217;immagine. Usare sapientemente metafore e similitudini significa, in ultima analisi, creare immagini suggestive e comunicare il messaggio senza chiedere sforzo all&#8217;interlocutore.</p>

<p>Forse è anche per questo che stimo tanto Baricco come scrittore: quel <span xml:lang="en">ragtime</span>, non era meraviglioso?</p>

<p>La <a href="http://www.flickr.com/photos/sir_leif/2928070249/" title="Visualizza foto su Flick">foto</a> è di <cite xml:lang="en">Sir_Leif</cite>.</p>]]>
</content>
<feedburner:origLink>http://www.lineheight.net/blog/interfacce-metafore-immagini</feedburner:origLink></entry>
<entry>
		<author>
			<name>Simone</name>
		</author>
		<published>2009-05-23T13:26:27Z</published>
		<updated>2009-05-24T13:44:45Z</updated>
		<title type="html">Recensione: “Organizzare la conoscenza” di Gnoli, Marino, Rosati</title>
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		<category term="Libri-Saggi" />
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		<content type="html">
<![CDATA[<h3>Introduzione</h3>

<p class="bookcover"><a href="http://lucarosati.it/blog/organizzare-la-conoscenza" title="Vai alla scheda del libro"><img src="http://www.lineheight.net/images/articoli/recensioni/gnoli-organizzare-conoscenza.png" alt="[Immagine] «La congestione informativa che contraddistingue la nostra epoca pone con urgenza un interrogativo: come archiviare questa mole di dati in modo da favorirne un recupero intelligente? [...] quali criteri di organizzazione e classificazione dell'informazione adottare per facilitarne il ritrovamento?»" width="150" height="205"></a></p>

<p>Se dovessi dare un nome al periodo storico che stiamo vivendo, probabilmente sceglierei <q>era dell&#8217;informazione</q>. Infatti, siamo continuamente inondati da flussi informativi di molteplice natura: dai telegiornali ai feed <abbr title="Really Simple Syndication" xml:lang="en">RSS</abbr>, passando per le previsioni del meteo, il passaparola, la messaggistica istantanea e il modello un po&#8217; più sperimentale adottato da <span xml:lang="en">Twitter</span>. Continuamente e, forse, senza nemmeno rendercene conto, la nostra attività consiste nel catalogare questi dati in appositi contenitori, concreti o astratti che siano. Succede quando sistemiamo i vestiti nell&#8217;armadio o collochiamo i libri sugli scaffali, mentre ci spostiamo fra i reparti di un supermercato o passeggiamo in un parco cercando di <q>riordinare le idee</q>. Siamo pignoli, precisi, caotici o disordinati, ma in un modo o nell&#8217;altro, abbiamo bisogno di collocare le cose in un <em>posto speciale</em>.</p>

<p>Questo bisogno intrinseco di <em>fare ordine</em> ci accompagna durante la nostra vita sia negli <strong>spazi fisici</strong> che in quelli <strong>digitali</strong>. A prescindere dalla natura di questi ambienti e dal contesto che li caratterizza, l&#8217;<strong>architettura</strong> di ogni singolo spazio diventa una componente essenziale per il soddisfacimento di tale necessità. Scale e ascensori ci portano ai diversi piani di un edifico, analogamente gli ipertesti ci conducono fra le pagine di un sito <span xml:lang="en">web</span>. <cite>Organizzare la conoscenza</cite> di <cite><a href="http://www-dimat.unipv.it/gnoli/" rel="author">Claudio Gnoli</a></cite>, <cite>Vittorio Marino</cite> e <cite><a href="http://lucarosati.it/" rel="author">Luca Rosati</a></cite> illustra al lettore i pregi e i difetti di ogni singolo sistema di classificazione della conoscenza, con l&#8217;obiettivo di compararli e di suggerirne di nuovi prendendo spunto dalle ormai consolidate tecniche della <strong>biblioteconomia</strong> e della <strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Knowledge_organization" title="«Knowledge Organization» su Wikipedia [Inglese]" xml:lang="en" hreflang="en">knowledge organization</a></strong>.</p>

<h3>Cosa significa organizzare la conoscenza?</h3>

<blockquote>
  <p>L&#8217;acutezza nel pensiero, la chiarezza nell&#8217;espressione, l&#8217;esattezza nella comunicazione, la prontezza nella risposta e la precisione nel servizio dipendono in ultima analisi [&#8230;] dalla Classificazione [Ranganathan 1967 paragrafo CP2]</p>
</blockquote>

<p>La citazione, peraltro ripresa dal libro, risponde bene alla domanda di partenza. <strong>Organizzare la conoscenza</strong> significa <strong>classificare</strong> efficacemente il materiale a nostra disposizione per poterlo riusare e recuperare in futuro con destrezza e facilità. Fin qui è tutto facile, il problema sorge quando diventa necessario concentrare milioni di risorse (es. libri o contenuti) in uno spazio relativamente piccolo in proporzione (es. una biblioteca o un sito <span xml:lang="en">web</span>). I primi a tentare la soluzione sono stati anche coloro che hanno dato vita ai più famosi sistemi di catalogazione e classificazione attualmente esistenti. <cite xml:lang="en">Melvin Dewey</cite> inventò quella che prese il nome di <cite xml:lang="en">Classificazione Decimale di <span xml:lang="en">Dewey</span></cite>, che si occupa di formalizzare la catalogazione dei libri a seconda delle tematiche trattate (<strong>collocazione relativa</strong>); <cite><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/S._R._Ranganathan" title="«Shiyali Ramamrita Ranganathan» su Wikipedia [Inglese]" hreflang="en">Shiyali Ramamrita Ranganathan</a></cite>, un matematico indiano dei primi del Novecento, scrisse invece le ormai famose <strong>cinque leggi della biblioteconomia</strong>:</p>

<blockquote>
  <ul>
  <li>I libri sono fatti per essere usati</li>
  <li>Ad ogni lettore il suo libro</li>
  <li>Ad ogni libro il suo lettore</li>
  <li>Non far perdere tempo al lettore</li>
  <li>La biblioteca è un organismo che cresce</li>
  </ul>
</blockquote>

<p>Volendo azzardare un paragone fra libri e siti <span xml:lang="en">web</span>, lettori e utenti, si potrebbe pensare di interpretare queste leggi come segue:</p>

<blockquote>
  <ul>
  <li>I siti-<span xml:lang="en">web</span> sono fatti per essere usati</li>
  <li>Ad ogni utente il suo sito-<span xml:lang="en">web</span></li>
  <li>Ad ogni sito-<span xml:lang="en">web</span> il suo utente</li>
  <li>Non far perdere tempo all&#8217;utente</li>
  <li>Il <span xml:lang="en">web</span> è un organismo che cresce</li>
  </ul>
</blockquote>

<p>E&#8217; divertente come alcune di queste affermazioni risultino vere nonostante la conversione dal contesto bibliotecario. Molte di esse consistono proprio nei pilastri stessi su cui si reggono discipline quali l&#8217;<strong>usabilità</strong> e l&#8217;<strong>accessibilità</strong>, entrambe strettamente legate all&#8217;<strong>architettura dell&#8217;informazione</strong>. In ultima analisi, insomma, possiamo dire che organizzare la conoscenza significa <em>poterla usare</em>. Ma per poterla usare, è necessario trovarla, cioè <em>renderla accessibile</em>.</p>

<h3>Tassonomia e faccette a confronto</h3>

<p>Uno dei primi uomini a porsi il problema di organizzare la conoscenza è stato Aristotele, che si preoccupò di dividere lo scibile umano in grandi <strong>classi</strong> o <strong>categorìe</strong> secondo un sistema puramente gerarchico (<strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Logica_(Aristotele)#Il_metodo_della_divisione_o_processo_dicotomico" title="«Il metodo della divisione, Logica, Aristotele» su Wikipedia Italia">processo dicotomico</a></strong>). Il senso della categoria è quello di raggruppare gli oggetti in base a determinate <strong>caratteristiche comuni</strong>, sebbene il criterio di suddivisione sia del tutto arbitrario. Le balene condividono con i pesci lo stesso <span xml:lang="la">habitat</span>, ma derivano da antenati diversi: non esiste, cioè, un criterio univoco per separare o associare entità e concetti. Questo sistema di classificazione, detto <strong>gerarchico-enumerativo</strong>, è utile quando si vuole definire un insieme di oggetti noto <em>a priori</em> e poi partizionarlo di volta in volta in sottoinsiemi più piccoli secondo un determinato <strong>criterio di divisione</strong> (<strong><span xml:lang="la">fundamentum divisionis</span></strong>).</p>

<p>In realtà, per quanto infallibile possa essere (<q>le gerarchie non sono concetti naturali</q>, recita il libro), l&#8217;approccio gerarchico comporta non pochi problemi. Innanzi tutto, non vi devono essere intersezioni fra sotto-insiemi, poiché questo implicherebbe che un oggetto sia presente al tempo stesso in due gruppi diversi, violando la regola di ripartizione che è alla base di tale sistema insiemistico. Inoltre, la navigazione in un sistema gerarchico è molto delicata e stimola l&#8217;utente nella formazione un <strong>modello mentale</strong> che rispecchi il più <em>fedelmente</em> possibile la reale collocazione degli oggetti (lo diceva anche <cite xml:lang="en">Donald Norman</cite> ne <cite><a href="http://www.lineheight.net/blog/recensione-la-caffettiera-del-masochista-di-donald-a-norman" title="«Recensione: “La caffettiera del masochista” di Donald A. Norman», link interno">La caffettiera del masochista</a></cite>). Questa tendenza a voler indovinare la classificazione porta tuttavia a compiere frequentemente grossi <em>errori di calcolo</em>. Ci aspettiamo che qualcosa sia un posto (<strong>modello dell&#8217;utente</strong>), mentre in realtà è in un altro (<strong>modello del progettista</strong>). Può capitare insomma che i due modelli non coincidano. Ecco perché bisogna stare attenti a come organizzare i reparti di un supermercato: sarebbe una bella scocciatura se nessuno riuscisse a trovare il prodotto che sta cercando.</p>

<p>Un&#8217;ulteriore conseguenza della classificazione gerarchico-enumerativa è che spesso confida nel bagaglio culturale di chi la naviga. Viene cioè richiesto all&#8217;utente di conoscere a priori che <strong>relazioni</strong> esistono fra <strong>categoria e categoria</strong> o fra <strong>categoria e oggetto</strong>. Tuttavia, questo requisito può essere eccessivo e compromettere il soddisfacimento di un determinato <strong>bisogno informativo</strong>: in particolare l&#8217;utente potrebbe essere incerto sia su <em>cosa</em> cercare, che sul <em>dove</em>. La <strong>trovabilità</strong> di un&#8217;informazione può cioè dipendere dalla collezione di oggetti che si sta considerando. Sappiamo più o meno tutti che la balena è un mammifero, ma fa parte delle <em><span xml:lang="la">Delphinidae</span></em> o delle <em><span xml:lang="la">Platanistoidae</span></em>?</p>

<div class="centered">
  <p><img src="http://www.lineheight.net/images/articoli/organizzare-conoscenza/albero.png" width="600px" height="360px" alt="[Immagine] Segue l'alternativa testuale all'immagine."/></p>
  <p class="desc">L&#8217;albero rappresenta perfettamente l&#8217;idea che c&#8217;è dietro al sistema gerarchico-enumerativo. Il tronco (l&#8217;insieme principale), si ramifica di volta in volta in parti più piccole (i rami). Intuitivamente sappiamo che per ogni foglia c&#8217;è un solo ramo (corrispondenza biunivoca fra oggetto e categoria d&#8217;appartenenza). Inoltre, per passare da un ramo all&#8217;altro molto spesso è necessario ripercorrere all&#8217;indietro l&#8217;intero tragitto fino a raggiungere un bivio. Analogamente, non si può essere in due stanze diverse contemporaneamente; per passare da una stanza all&#8217;altra è necessario tornare indietro e attraversare obbligatoriamente alcuni locali intermedi, dovuti all&#8217;architettura dell&#8217;intero appartamento.</p>
  <p class="desc">Crediti: <a href="http://www.freefoto.com/preview/15-19-1?ffid=15-19-1" hreflang="en" xml:lang="en">FreeFoto.com</a></p>
</div>

<p>Il sistema ad albero non è tuttavia l&#8217;unico possibile. Già Ranganathan ai tempi dei suoi studi sulla classificazione ipotizzò un modello del tutto diverso, detto della <strong>classificazione a faccette</strong>. Le faccette non sono nient&#8217;altro che gli <strong>aspetti</strong> di un oggetto (dall&#8217;inglese <q xml:lang="en">facet</q>, cioè <q>sfaccettatura</q>). La singola <strong>risorsa informativa</strong> diventa un <strong>oggetto a tutto tondo</strong> che, come tale, merita di essere guardato da più <em>prospettive</em>. Ogni singola faccetta rappresenta un contesto, un punto di vista. Possiamo decidere di navigare la nostra collezione di oggetti a partire dal contesto spazio-temporale, oppure possiamo scegliere un filtraggio diverso. Ranganathan scelse di sfaccettare la conoscenza in cinque parti fondamentali:</p>

<ul>
<li>Personalità</li>
<li>Materia</li>
<li>Energia</li>
<li>Spazio</li>
<li>Tempo</li>
</ul>

<p>Tuttavia, col passare del tempo, questa suddivisione ha subito pesanti rielaborazioni. In particolare, nella <cite>Classificazione Bibliografica di <span xml:lang="en">Bliss</span></cite> le cinque categorie primarie sono state estese e portate a tredici.</p>

<p>Al contrario del sistema gerachico-enumerativo, quello analitico-sintetico sopra descritto non privilegia alcun <span xml:lang="la">fundamentum divisionis</span>, ma anzi li propone tutti quanti. In questo modo il sistema si presta a essere navigato in maniera molteplice da più utenti, ognuno col proprio modo di ragionare, ognuno col proprio bagaglio culturale. La <strong>corrispondenza biunivoca</strong> fra oggetto e categoria si spezza a favore di un <strong>accesso multidimensionale</strong>. Ogni faccetta è una <strong>dimensione</strong>, un asse di riferimento in un sistema orientato. Non è necessario sapere con precisione dove cercare, la classificazione a faccette permette di <em>aggiustare la mira</em> un passo per volta, offrendo più sbocchi per raggiungere la medesima risorsa. Ad esempio possiamo cercare la balena navigando per <span xml:lang="la">habitat</span> (<q>spazio</q>), oppure per origine comune (<q>tempo</q>), oppure ancora per caratteristiche salienti (<q>proprietà</q>).</p>

<div class="centered">
  <p><img src="http://www.lineheight.net/images/articoli/organizzare-conoscenza/picasso_vollard.png" width="600px" height="360px" alt="[Immagine] Segue l'alternativa testuale all'immagine."/></p>
  <p class="desc"><q>Ho imparato a dipingere come Raffaello; adesso devo imparare a disegnare come un bambino</q> (<cite>Pablo Picasso</cite>). Il cubismo nacque dall&#8217;esigenza di cogliere, allo stesso tempo, più aspetti di un medesimo oggetto e portarli tutti assieme sulla tela de-contestualizzandoli al fine di non privilegiarne alcuno. Il risultato era quello di poter osservare, ad esempio, un cubo da più punti di vista contemporaneamente, come se esso fosse stato aperto e spiegato su un singolo foglio per essere colto nella sua interezza. Analogamente, nei disegni di un bambino non si ha il concetto di prospettiva; case, ruscelli e montagne sono raffigurati mostrando al tempo stesso più &#8220;facce&#8221; insieme.</p>
</div>

<h3>Browsing e searching:i due stati dell&#8217;esperienza di navigazione</h3>

<p>Il comportamento dell&#8217;utente nei confronti di una risorsa informativa è paragonabile a quello di un animale nei confronti del cibo. L&#8217;animale che cerca il cibo attiva i propri sensi per determinare quale strada è quella che condurrà alla maggior fonte di cibo. allo stesso modo l&#8217;utente in cerca di informazione deve <em>sensibilizzarsi</em> per determinare quale percorso all&#8217;interno di un sito lo condurrà più vicino all&#8217;informazione cercata (<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Information_foraging" title="«Information foraging» su Wikipedia [Inglese]" xml:lang="en" hreflang="en">information foraging</a>). Il meccanismo è in realtà un tantino più complesso di così: mentre ci muoviamo in uno spazio (fisico o digitale) siamo continuamente alla ricerca di <strong>indizi</strong>, <strong>spunti</strong> e <strong>suggerimenti</strong> dall&#8217;esterno che ci indichino la strada giusta. Passo dopo passo, il nostro intuito ci consiglia il percorso <em>tarandosi</em> di volta in volta in base agli <strong>stimoli provenienti dall&#8217;ambiente</strong>. <cite xml:lang="en">Marcia Bates</cite> ha studiato questo comportamento, detto del <cite><a href="http://www.gseis.ucla.edu/faculty/bates/berrypicking.html" title="«The Design of Browsing and Berrypicking Techniques
for the Online Search Interface» [Inglese]" hreflang="en" xml:lang="en">berrypicking</a></cite> (cioè <q>raccolta delle bacche</q>), affermando che quando siamo alla ricerca di informazioni il nostro percorso devia continuamente verso nuove traiettorie proporzionalmente all&#8217;<strong>acquisizione di nuove consapevolezze</strong> o all&#8217;<strong>emergere di nuovi obiettivi</strong> (mi rifaccio alla definizione che ne dà <cite>Luca Rosati</cite> nel suo libro <cite><a href="http://www.lineheight.net/blog/recensione-architettura-dellinformazione-di-luca-rosati" title="«Recensione: “Architettura dell’Informazione” di Luca Rosati», link interno">Architettura dell&#8217;Informazione</a></cite>).</p>

<p>Se giungere all&#8217;informazione può essere quindi un <strong>processo</strong> del tutto <strong>intimo</strong> che mette in <strong>simbiosi</strong> l&#8217;utente e il sistema, è altrettanto vero che trovare un&#8217;informazione non necessariamente coincide col cercarla. L&#8217;utente può navigare senza una meta precisa (fase di <strong><span xml:lang="en">browsing</span></strong>), oppure improntare una ricerca mirata verso qualcosa di ben delineato (fase di <strong><span xml:lang="en">searching</span></strong>). Questi due stati della ricerca posso sovrapporsi continuamente durante la navigazione in uno spazio. Ancora una volta il parallelismo col supermercato rende l&#8217;idea: entriamo con l&#8217;intento di comprare qualcosa (<span xml:lang="en">searching</span>), ma se abbiamo tempo nessuno ci vieta di farci un giro fra i reparti per vedere i prodotti in esposizione (<span xml:lang="en">browsing</span>).</p>

<h3>Le conclusioni (che speravo non arrivassero mai)</h3>

<p>Per la prima volta in vita mia ho sentito l&#8217;esigenza di prendere una matita e sottolineare, pagina dopo pagina, tutti i concetti importanti in cui mi imbattevo durante la lettura. <cite>Organizzare la conoscenza</cite> è un libro a tratti nozionistico e scolastico, filosofico e originale. I primi capitoli riassumono brevemente la storia della biblioteconomia e ne introducono concetti ed elementi fondamentali; la parte centrale mette a confronto tassonomia e classificazione a faccette nel contesto digitale dei siti <span xml:lang="en">web</span>, promuovendo l&#8217;uso di quest&#8217;ultimo modello di classificazione; gli ultimi capitoli vengono lasciati ad interessanti considerazioni di contorno sul ruolo dell&#8217;architettura dell&#8217;informazione e dell&#8217;usabilità negli ambienti digitali. Ho particolarmente apprezzato il capitolo 8, dove viene introdotto il concetto di <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Folksonomia" title="«Folksonomia» su Wikipedia Italia">folksonomia</a></strong> e vengono discusse alcune interfacce <span xml:lang="en">software</span>, ipotizzando l<strong>&#8216;abolizione del <span xml:lang="en">filesystem</span> gerachico a <span xml:lang="en">file</span> e cartelle</strong>.</p>

<p>In definitiva il libro ha più che soddisfatto le aspettative. E&#8217; assolutamente complementare a quello di Rosati e merita pertanto di essere collocato proprio accanto ad esso. Assieme, <cite>Organizzare la conoscenza</cite> e <cite>Architettura dell&#8217;Informazione</cite> riescono ad abbracciare un&#8217;insieme di tematiche non solo estremamente vasto ma anche particolarmente difficile da trattare, riuscendo <em>brillantemente</em> nell&#8217;impresa di istruire il lettore e, al tempo stesso, deliziarlo con brillanti riflessioni sul ruolo che ha assunto l&#8217;informazione nella nostra vita di tutti i giorni.</p>]]>
</content>
		<summary type="html">
<![CDATA[<p class="bookcover"><a href="http://lucarosati.it/blog/organizzare-la-conoscenza" title="Vai alla scheda del libro"><img src="http://www.lineheight.net/images/articoli/recensioni/gnoli-organizzare-conoscenza.png" alt="[Immagine] «La congestione informativa che contraddistingue la nostra epoca pone con urgenza un interrogativo: come archiviare questa mole di dati in modo da favorirne un recupero intelligente? [...] quali criteri di organizzazione e classificazione dell'informazione adottare per facilitarne il ritrovamento?»" width="150" height="205"></a></p>

<p>Se dovessi dare un nome al periodo storico che stiamo vivendo, probabilmente sceglierei <q>era dell&#8217;informazione</q>. Infatti, siamo continuamente inondati da flussi informativi di molteplice natura: dai telegiornali ai feed <abbr title="Really Simple Syndication" xml:lang="en">RSS</abbr>, passando per le previsioni del meteo, il passaparola, la messaggistica istantanea e il modello un po&#8217; più sperimentale adottato da <span xml:lang="en">Twitter</span>. Continuamente e, forse, senza nemmeno rendercene conto, la nostra attività consiste nel catalogare questi dati in appositi contenitori, concreti o astratti che siano. Succede quando sistemiamo i vestiti nell&#8217;armadio o collochiamo i libri sugli scaffali, mentre ci spostiamo fra i reparti di un supermercato o passeggiamo in un parco cercando di <q>riordinare le idee</q>. Siamo pignoli, precisi, caotici o disordinati, ma in un modo o nell&#8217;altro, abbiamo bisogno di collocare le cose in un <em>posto speciale</em>.</p>

<p>Questo bisogno intrinseco di <em>fare ordine</em> ci accompagna durante la nostra vita sia negli <strong>spazi fisici</strong> che in quelli <strong>digitali</strong>. A prescindere dalla natura di questi ambienti e dal contesto che li caratterizza, l&#8217;<strong>architettura</strong> di ogni singolo spazio diventa una componente essenziale per il soddisfacimento di tale necessità. Scale e ascensori ci portano ai diversi piani di un edifico, analogamente gli ipertesti ci conducono fra le pagine di un sito <span xml:lang="en">web</span>. <cite>Organizzare la conoscenza</cite> di <cite><a href="http://www-dimat.unipv.it/gnoli/" rel="author">Claudio Gnoli</a></cite>, <cite>Vittorio Marino</cite> e <cite><a href="http://lucarosati.it/" rel="author">Luca Rosati</a></cite> illustra al lettore i pregi e i difetti di ogni singolo sistema di classificazione della conoscenza, con l&#8217;obiettivo di compararli e di suggerirne di nuovi prendendo spunto dalle ormai consolidate tecniche della <strong>biblioteconomia</strong> e della <strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Knowledge_organization" title="«Knowledge Organization» su Wikipedia [Inglese]" xml:lang="en" hreflang="en">knowledge organization</a></strong>.</p>]]>
</summary>
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<entry>
		<author>
			<name>Simone</name>
		</author>
		<published>2009-04-26T17:51:35Z</published>
		<updated>2009-07-08T18:27:53Z</updated>
		<title type="html">Apophenia e Design “fragile” nella vita giornaliera</title>
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		<category term="Design" />
		<category term="Usabilita" />
		<content type="html">
<![CDATA[<p class="centered"><img src="http://www.lineheight.net/images/articoli/apophenia/door_handle.png" width="740px" height="230px" alt="Non vi è mai capitato di trovarvi di fronte ad una porta particolarmente difficile da usare? A prescindere dalla risposta, immaginate la sensazione di trovarvi di fronte ad una porta e notare su di essa un cartello con tanto di istruzioni per l'uso. Questo è design fragile." class="bordered" /></p>

<p>Leggendo un <a href="http://www.northtemple.com/2009/03/24/accessibility-to-the-face">articolo di <cite xml:lang="en">Rob Foster</cite> sull&#8217;accessibilità</a> ho appreso che il termine <q xml:lang="en">apophenia</q> rappresenta l&#8217;<strong>esperienza di riconoscere modelli e connessioni in dati apparentemente casuali</strong>. Un po&#8217; come quando cominciate a vedere in giro persone che portano a spasso il loro cane solo dopo averne preso uno anche voi.</p>

<p>Ultimamente, mi capita spesso di osservare <strong>errori di <span xml:lang="en">design</span></strong> (o presunti tali) in qualsiasi contesto della vita quotidiana. Pochi giorni fa, ad esempio, ho scoperto che per aprire le tre porte laterali degli autobus gli autisti devono spingere tre pulsanti posizionati in maniera del tutto ambigua rispetto alla collocazione effettiva delle porte sul lato della vettura (sono disposti in orizzontale e sono affiancati da simboli che non sono affatto esplicativi). Riflettendoci ho avuto il sospetto che <a href="http://www.lineheight.net/blog/recensione-dont-make-me-think-di-steve-krug" title="«Recensione: 'Don’t make me think!' di Steve Krug», link interno" xml:lang="en">Steve Krug</a> avrebbe storto il naso se si fosse trovato al posto mio.</p>

<p>Impressione del tutto simile quando, nei primi tempi di scuola guida, facevo fatica a <strong>giustificare il ruolo della frizione</strong> rispetto a quello dell&#8217;acceleratore. Pur essendo due pedali apparentemente uguali, frizione e acceleratore non solo non vanno mai (o quasi) schiacciati assieme, ma vengono adoperati in maniera del tutto opposta. La frizione va premuta quando l&#8217;acceleratore va alzato, e viceversa. Anche le risposte, in termini di responsi visivi (e sonori) sono diverse: schiacciando l&#8217;acceleratore ottengo un&#8217;accelerazione, sollevandolo una decelerazione. Al contrario, sollevando la frizione posso ottenere sia un&#8217;accelerazione che una decelerazione (a seconda della marcia che viene ingranata), mentre schiacciandola non si ottiene alcun tipo di risposta immediata (salvo il fatto di perdere il controllo sulle ruote motrici). Col passare del tempo ci ho semplicemente <em>fatto l&#8217;abitudine</em>, o come direbbe <a href="http://www.lineheight.net/blog/recensione-la-caffettiera-del-masochista-di-donald-a-norman" title="«Recensione: 'La caffettiera del masochista' di Donald A. Norman», link interno" xml:lang="en">Donald Norman</a>, ho cominciato a fare affidamento sulla <strong>conoscenza interna</strong>.</p>

<p>Un&#8217;altra volta invece mi trovavo in libreria a spulciare fra i libri di informatica e di <span xml:lang="en">design</span>. Fra questi c&#8217;era un libro decisamente interessante sulla validità dei diritti d&#8217;autore sul <span xml:lang="en">web</span> (<q><a href="http://www.apogeonline.com/libri/9788850327799/scheda" title="Scheda del libro «Legge 2.0 - il Web tra legislazione e giurisprudenza» su Apogeo Online">Legge 2.0</a></q>, per chi fosse curioso). Non avendo i soldi con me sul momento, sono tornato nella stessa libreria qualche giorno dopo, sperando di essere ancora in tempo ad effettuare l&#8217;acquisto. Con mio molto dispiacere, però, ho notato che il libro era scomparso dallo scaffale in cui si trovava l&#8217;ultima volta. Il commesso mi ha confermato che la copia era ancora disponibile, ma era stata semplicemente spostata da qualche altra parte. Conclusione? Il libro non si trovava più e alla fine ho dovuto lasciar perdere. A ripensarci ora, dopo aver apprezzato il libro di <a href="http://www.lineheight.net/blog/recensione-architettura-dellinformazione-di-luca-rosati" title="«Recensione: 'Architettura dell’Informazione' di Luca Rosati», link interno">Luca Rosati</a>, viene quasi da ridere.</p>

<p>Potrei citare tante altre situazioni piacevolmente imbarazzanti: come quando in treno non riuscivo ad aprire la porta di un vagone e intanto <a href="http://www.andreagandino.com/" title="Blog personale di Andrea Gandino [Inglese]" hreflang="en">Andrea</a> sghignazzava ripensando ai soliti discorsi sul <a href="http://www.uxbooth.com/blog/the-evolution-of-door-usability/" title="«The Evolution of Door Usability» [Inglese]" hreflang="en"><span xml:lang="en">design</span> delle porte</a>; oppure a tutte le volte che non posavo correttamente la cornetta del telefono causando forti stress a chi dall&#8217;altra parte rimaneva con la linea occupata; o anche quando in copisteria c&#8217;è il <span xml:lang="en" title="fai da te">self-service</span> e non hai la più benché minimia idea di come fare una fotocopia di quattro stupidi fogliacci di appunti perché ci sono troppe opzioni potenzialmente pericolose sul <span xml:lang="en">display</span> della fotocopiatrice.</p>

<p>Pur non accorgendocene, la realtà quotidiana regala splendidi esempi di <strong><span xml:lang="en">design</span> e progettazione &#8220;fragili&#8221;</strong> che non riescono a soddisfare completamente le <strong>esigenze dell&#8217;utente</strong> creando situazioni impreviste e incontrollabili, instaurando <strong><a href="http://www.azarask.in/blog/post/good-interfaces-create-good-habits/" title="«Good interfaces create good habits», di Aza Raskin [Inglese]" hreflang="en">cattive abitudini</a></strong> o impedendo completamente di <strong>portare a termine azioni molto semplici</strong> (quali quella di acquistare un libro).</p>

<p>Il mio invito è quello di guardarsi attorno e <strong>osservare</strong>, <strong>osservare</strong>, <strong>osservare</strong>. L&#8217;osservazione porta a riflettere su possibili soluzioni, stimolando la nascita di <a href="http://www.lineheight.net/blog/le-idee-migliori-sono-proprieta-di-tutti" title="«Le idee migliori sono proprietà di tutti», link interno">nuove idee</a>. Ed è proprio con le idee e tanta sperimentazione che, un bel giorno, non ci sarà più bisogno di incollare le istruzioni accanto alla maniglia di una porta.</p>

<p>La <a href="http://www.flickr.com/photos/rolfkleef/3242414426/" title="«Usability test of door knob: failed», Flickr [Inglese]" hreflang="en">foto originale</a> è di <cite xml:lang="en">Rolf Kleef</cite>.</p>]]>
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<feedburner:origLink>http://www.lineheight.net/blog/apophenia-e-design-fragile-nella-vita-giornaliera</feedburner:origLink></entry>
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		<author>
			<name>Simone</name>
		</author>
		<published>2009-04-10T19:59:36Z</published>
		<updated>2009-07-09T10:11:57Z</updated>
		<title type="html">Le idee migliori sono proprietà di tutti</title>
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		<content type="html">
<![CDATA[<p class="centered"><img src="http://www.lineheight.net/images/articoli/artisti_idee/idee.png" alt="[Immagine] Un piccolo elogio a chi si sente ancora un piccolo artigiano di idee, in questo mondo di pazzi collezionisti divoratori." width="740px" height="200px" class="bordered" /></p>

<p><q>Spesso le idee si accendono l&#8217;una con l&#8217;altra, come scintille elettriche</q> (<a rel="author" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Friedrich_Engels" title="«Friedrich Engels» su Wikipedia" xml:lang="de">Friedrich Engels</a>). C&#8217;è chi le colleziona e chi le crea.</p>

<p>Il <strong>collezionista</strong>: raccoglie idee pre-esistenti e le organizza in gallerie e vetrine; diventa popolare mutando le idee in elementi facili da comprendere, guardare o visionare. La prima cosa a cui pensa è dare un titolo alla propria collezione.</p>

<p>L&#8217;<strong>artista</strong>: crea idee tutte nuove e le propone in tempi diversi secondo l&#8217;ispirazione del momento; non sempre è popolare poiché comunica le idee così come nascono. L&#8217;ultima cosa a cui pensa è dare un titolo alla propria creatura.</p>

<p>Il collezionista lavora sui tempi, l&#8217;artista lavora sulle sensazioni. Uno vende idee, l&#8217;altro ne stimola di nuove. Il lavoro del collezionista è renderti la vita facile. Il lavoro dell&#8217;artista è renderla emotivamente singolare.</p>

<p>La differenza fra un collezionista e un&#8217;artista è la stessa che intercorre fra un paesaggista e uno scrittore. Il bravo paesaggista dipinge in maniera sublime qualcosa di già visto. Il vero scrittore dipinge con carta e penna nuovi panorami. La sua tavolozza dei colori è la boccetta d&#8217;inchiostro. La sua tela è il mondo. Sarà compito del lettore quello di assorbire le idee, cominciare a visualizzarle e farne di ognuna un&#8217;immagine nitida nella propria mente.</p>

<p>E come diceva il <a rel="author" href="http://it.wikiquote.org/wiki/Seneca" title="«Seneca» su Wikipedia">nostro vecchio</a>, <q>Le idee migliori sono proprietà di tutti</q>. Quindi, fatele circolare.</p>

<p>La <a href="http://www.flickr.com/photos/b-tal/117037943/" title="Visualizza la foto originale su Flickr [Inglese]" hreflang="en">foto</a> è di <a href="http://www.brian-talbot.com/portfolio/" title="Homepage personale dell'autore [Inglese]" hreflang="en" xml:lang="en"><cite>Brian Talbot</cite></a>.</p>]]>
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		<author>
			<name>Simone</name>
		</author>
		<published>2009-03-31T21:34:07Z</published>
		<updated>2009-04-02T09:41:24Z</updated>
		<title type="html">Sull’ambiente e il contesto</title>
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		<content type="html">
<![CDATA[<p class="centered"><img src="http://www.lineheight.net/images/articoli/context/chess.png" alt="[Immagine] Adattamento, orientamento, contesto. Anche negli scacchi, le nostre scelte dipendono da questi tre fattori." width="500px" height="333px" /></p>

<p>Guardavo un documentario in televisione sull&#8217;adattamento degli animali all&#8217;ambiente e mi stupivo di come la vita sia in grado di riconfigurare sé stessa in base a ciò che la cinge. Poi, ho ricordato che il mio professore di Fisica ci dice sempre che ogni unità di misura è relativa, che è necessario dare un orientamento e una disposizione a ogni cosa, cioè scegliere un sistema di riferimento con un origine e un punto di arrivo. Infine ho pensato al contesto in cui vivo e a quanto nuovi luoghi e persone siano stati capaci, assieme, di influenzare pesantemente il mio modo di pensare e reagire.</p>

<p>Tutto a un tratto ho realizzato: <strong>adattamento</strong>, <strong>orientamento</strong>, <strong>contesto</strong>. Tutto torna, perfettamente, come se fosse stato lì in ombra ad aspettare di essere notato. Tutto a un tratto ho realizzato che non si può prescindere dalle <strong>caratteristiche</strong> dell&#8217;ambiente in cui viviamo, dalle <strong>coordinate</strong> che ci identificano, dalla <strong>storia</strong> in cui siamo immersi. Tutto a un tratto ho realizzato che siamo il risultato di un sistema dalle mille variabili. Variabili che a seconda dello spazio, del tempo, degli eventi sono mutabili, labili.</p>

<p>E se questo fosse proprio il punto chiave? Se a prescindere dal soggetto-oggetto che subisce l&#8217;ambiente, valessero sempre le stesse regole? Per azioni, scelte, idee, ad esempio?</p>

<p>Vi siete mai chiesti se, quando progettate qualcosa, tenete conto dell&#8217;ambiente in cui operate? Potreste dire con certezza qual è la vostra posizione, il vostro orientamento nello spazio in cui siete in movimento? C&#8217;è un punto di partenza, un punto di arrivo? Avete qualche riferimento, dei termini di paragone? Sapreste misurare le vostre scelte, pesarle? Qual è, in definitiva, il contesto in cui siete immersi?</p>

<p>Mi piace pensare che il modo migliore per aver successo in qualcosa sia porsi delle domande e ipotizzare delle risposte. Non importa che siano quelle giuste, ciò che conta è che facciano riflettere.</p>

<p>Foto: <q><a href="http://www.flickr.com/photos/32342220@N07/3065043839/" title="Visualizza la foto su Flickr [Inglese]" hreflang="en">Woodchess</a></q> di <cite>Fabio Gius</cite>.</p>]]>
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		<author>
			<name>Simone</name>
		</author>
		<published>2009-03-05T22:57:24Z</published>
		<updated>2009-07-10T21:12:11Z</updated>
		<title type="html">IA Summit 2009: Materiale disponibile in rete</title>
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<![CDATA[<p class="centered"><img src="http://www.lineheight.net/images/articoli/iasummit09/foto_ia2.png" alt="[Immagine] Grandi interventi, grandi temi, grandi persone: l'IA Summit Italiano è stato uno degli eventi più emozionanti a cui mi sia mai capitato di partecipare." class="bordered" height="320" width="550" /></p>

<ul class="smartlist centered">
<li><a class="docs icon left" href="http://www.scribd.com/tag/iias2009" title="Le trascrizioni degli interventi [Inglese]" hreflang="en">Saggi</a></li>
<li><a class="slides icon left" href="http://www.slideshare.net/tag/iias2009" title="Le diapositive degli interventi [Inglese]" hreflang="en">Presentazioni</a></li>
<li><a class="vids icon left" href="http://www.viddler.com/explore/tags/iias2009" title="I filmati degli interventi [Inglese]" hreflang="en">Video</a></li>
<li><a class="imgs icon left" href="http://www.flickr.com/photos/tags/iias2009/" title="Le fotografie prima durante e dopo gli interventi [Inglese, Italiano]" hreflang="en">Foto</a></li>
<li><a class="tweets icon left" href="http://search.twitter.com/search?q=%23iias2009" title="I messaggi inviati su Twitter [Inglese, Italiano]" hreflang="en" xml:lang="en">Twitter</a></li>
</ul>

<p class="credits">Foto di <strong><a href="http://nuguerrilla.com/blog/" title="Blog personale di Francesco Casale">Francesco Casale</a></strong>.</p>]]>
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		<author>
			<name>Simone</name>
		</author>
		<published>2009-02-21T19:40:43Z</published>
		<updated>2009-03-15T16:45:14Z</updated>
		<title type="html">IA Summit 2009: Fa-vo-lo-so!</title>
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<![CDATA[<p class="centered"><img src="http://www.lineheight.net/images/articoli/iasummit09/foto_ia.jpg" alt="[Immagine] Grandi interventi, grandi temi, grandi persone: l'IA Summit Italiano è stato uno degli eventi più emozionanti a cui mi sia mai capitato di partecipare." width="500" height="235" class="bordered" /></p>

<p>È incredibile come a distanza di poche ore riesca già a sentire la mancanza delle <strong>persone</strong>, dell&#8217;<strong>ambiente</strong>, del <strong>circolo di idee</strong> che, tutti insieme, hanno reso questo <a href="http://www.iasummit.it/2009/" title="«Pervasive IA, Architettura dell'Informazione Globale», IA Summit 2009">Terzo Summit Italiano di Architettura dell’Informazione</a> qualcosa di così <strong>prezioso</strong>.</p>

<p>Spendo solo poche righe per ringraziare, innanzi tutto, i <strong>responsabili dell&#8217;evento</strong>, cioè: <strong><a href="http://www.mucignat.com" title="«Alberto Mucignat: è tutto un equilibrio sopra la follia… »">Alberto Mucignat</a></strong>, <strong><a href="http://resmini.net/" title="Blog di Andrea Resmini [Inglese]" hreflang="en">Andrea Resmini</a></strong>, <strong>Dario Betti</strong>, <strong><a href="http://lucarosati.it/" title="«Luca Rosati: Trovabilità e architettura dell'informazione»">Luca Rosati</a></strong>, <strong><a href="http://socialenterprise.it/" title="«The Social Enterprise: il web 2.0 dentro l'azienda»">Emanuele Quintarelli</a></strong>. Probabilmente senza di loro eventi di questo tipo non sarebbero mai stati organizzati, quindi <em>grazie davvero</em> per questa <strong>grande opportunità</strong>.</p>

<p>Un ringraziamento di cuore va anche a tutti coloro che sono intervenuti con i propri <span xml:lang="en" title="le presentazioni">papers</span>, in particolare a:</p>

<ul>
<li><strong>Renata Durighello</strong> con <q><cite><a href="http://www.slideshare.net/DuRe/learning-to-think-with-ia" title="Visualizza le diapositive su SlideShare [Inglese]" hreflang="en">Architettura dell&#8217;informazione per imparare a pensare: un&#8217;esperienza di <span xml:lang="en">tagging</span> collaborativo nella scuola primaria</a></cite></q></li>
<li><strong><a href="http://www.lyonora.it/" title="Photoblog di Leonora Giovanazzi">Leonora Giovanazzi</a></strong> con <q><cite><a href="http://www.slideshare.net/lyonora/architettura-informativa-ed-ecosistemi" title="Visualizza le diapositive su SlideShare [Inglese]" hreflang="en">Architettura Informativa ed ecosistemi</a></cite></q></li>
<li><strong>Giulia Visintin</strong> con <q><cite>Sottosopra: dove comincia una biblioteca?</cite></q></li>
<li><strong><a href="http://www.davidepotente.com/" title="Pagina personale di Davide Potente [Inglese]" hreflang="en">Davide Potente</a></strong> e <strong><a href="http://www.bussolon.it/" title="Pagina personale di Stefano Bussolon">Stefano Bussolon</a></strong> con <q><cite><a href="http://www.slideshare.net/davidepotente/quando-i-passeggeri-progettano-laeroporto" title="Visualizza le diapositive su SlideShare [Inglese]" hreflang="en">Quando i passeggeri progettano l&#8217;aeroporto: architettura pervasiva e <span xml:lang="en">design</span> partecipativo</a></cite></q></li>
<li><strong><a href="http://www.brugnoli.net/" title="Pagina personale di Gianluca Brugnoli [Inglese]" hreflang="en">Gianluca Brugnoli</a></strong> con <q><cite><a href="http://www.slideshare.net/frogdesign/brugnoli-system-ux-1061731" title="Visualizza le diapositive su SlideShare [Inglese]" hreflang="en">Connettere i punti dell&#8217;esperienza. L&#8217;esperienza utente e progettazione di sistemi di interazione</a></cite></q></li>
<li><strong>Maria Cristina Lavazza</strong>  con <q><cite>Scusi dove trovo gli anacardi? Integrare modelli comunicazionali in esperienze ponte: <span xml:lang="en">grocery</span> come far parlare <span xml:lang="en">retailing</span> ed <span xml:lang="en">e-tailing</span></cite></q></li>
<li><strong><a href="http://www.lucamascaro.info/" title="Blog personale di Luca Mascaro">Luca Mascaro</a></strong>  con <q><cite><a href="http://www.slideshare.net/lucamascaro/strutture-e-interfacce-adattative" title="Visualizza le diapositive su SlideShare [Inglese]" hreflang="en">Strutture ed interfacce adattive</a></cite></q></li>
</ul>

<p><em>Grazie</em> per aver condiviso i vostri <strong>risultati</strong>, i vostri <strong>pensieri</strong> e le vostre <strong>riflessioni</strong>.</p>

<p>Un saluto, infine, anche a tutte quelle persone che hanno reso ancora più <strong>sociale</strong> questo evento facendomi passare davvero delle giornate <em>grandiose</em>, in particolare: <strong><a href="http://www.andreagandino.com/" title="Blog personale di Andrea Gandino [Inglese]" hreflang="en">Andrea Gandino</a></strong>, <strong><a href="http://designr.it/" title="Portfolio personale di Piotr Fedorczyk [Inglese]" hreflang="en" xml:lang="pl">Piotr Fedorczyk</a></strong>, <strong><a href="http://eliacontini.netsons.org/" title="Blog personale di Elia Contini">Elia Contini</a></strong>, <strong><a href="http://nuguerrilla.com/blog/" title="Blog personale di Francesco Casale">Francesco Casale</a></strong>, <strong><a href="http://www.francesco-art.com/" title="Portfolio personale di Francesco Improta [Inglese]" hreflang="en">Francesco Improta</a></strong>, <strong>Giacomo Neri</strong>. Tutti sempre cordiali, disponibili e di compagnia. <em>Grazie infinite</em> ragazzi!</p>

<p>Dopo due giornate così spettacolari, a questo punto non mi resta che chiedere: a quando il prossimo incontro? <span title="Emoticon: curiosità">:)</span></p>]]>
</content>
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		<author>
			<name>Davide Crivelli</name>
		</author>
		<published>2009-02-18T02:31:15Z</published>
		<updated>2009-07-09T10:08:17Z</updated>
		<title type="html">Il design dei fast-food</title>
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		<content type="html">
<![CDATA[<p>Di <a href="http://accessibile.altervista.org/sito/" title="Sito personale di Davide Crivelli" rel="author">Davide Crivelli</a> e <a href="http://www.lineheight.net/about/autore" title="Visualizza ulteriori informazioni sull'autore" rel="author">Simone Economo</a>.</p>

<h3>Introduzione</h3>

<p><img src="http://www.lineheight.net/images/articoli/design-fast-food/fast-food.png" alt="[Immagine] Vi siete mai chiesti perché i posti a sedere nei fast-food tendono a essere scomodi, o perché la disposizione dei tavoli è tale da lasciare molto spazio libero per la circolazione? Possiamo infine parlare di design a livello di confezioni per cibi e bevande? Segue l'articolo sul design applicato ai fast-food." class="floatedimgleft bordered" height="150" width="170" /></p>

<p>Tutti siamo entrati, almeno una volta nella nostra vita, in un <span xml:lang="en">fast-food</span>. Alcuni storcono il naso, altri invece ne hanno fatto la propria abitudine alimentare. In ogni grande e media città di tutto il mondo i <span xml:lang="en">fast-food</span> sono una sicurezza per chi si trova fuori casa e non si fida della cucina locale, o anche per chi è un po&#8217; di fretta.</p>

<p>In questo articolo abbiamo analizzato le principali fasi che produttore e consumatore attraversano rispettivamente per raggiungere i propri obiettivi: il primo quello di servire più clienti possibile, il secondo quello di mangiare velocemente (e a basso costo) cibo di discreta qualità. Passando dal <strong>sistema di produzione</strong> e alla <strong>riduzione dei tempi di servizio</strong> abbiamo sottolineato le <strong>caratteristiche di <span xml:lang="en">design</span> del prodotto</strong> e di tutto ciò che lo circonda. Un&#8217;analisi che non vuole certo essere completa ed esaustiva, ma che vuole indurre a riflettere su quanti piccoli accorgimenti stanno dietro ad un processo che porta il cibo dalle cucine direttamente sul vostro vassoio.</p>

<h3>Prima di entrare: produrre per il magazzino</h3>

<p>Il <span xml:lang="en">fast-food</span> è essenzialmente un sistema <strong><span xml:lang="en" title="che produce per immagazzinare">make-to-stock</span></strong>. Il cliente non può aspettare troppo tempo in coda: molti scelgono il <span xml:lang="en">fast-food</span> proprio per un pranzo veloce, magari in una pausa pranzo troppo corta o dopo una riunione di lavoro durata più del necessario. Per questi clienti il panino deve essere <strong>pronto ancor prima che il cliente lo ordini</strong>: né troppo tardi ma nemmeno troppo presto. Un panino freddo non rende il cliente felice.</p>

<p>Per poter raggiungere questo obiettivo il <span xml:lang="en">fast-food</span> adotta delle complesse previsioni basate su una <strong>raccolta di dati capillare e precisa</strong>. In questo modo gli operatori della cucina hanno già, a intervalli regolari, una <strong>pianificazione precisa della produzione</strong>. Questa pianificazione viene ovviamente aggiornata in base alle variazioni istantanee della domanda e permette approvvigionamenti di generi anche facilmente deperibili. Per esempio, nelle ore di punta la produzione generalmente aumenta per far fronte alla gran via vai di gente che entra ed esce dal locale. Nel pomeriggio o alla mattina i tempi si allungano: il &#8220;cliente della merenda&#8221; non ha fretta ed è disposto ad aspettare anche 5 minuti in più. Per questo motivo gli scivoli delle cucine, negli orari poco frequentati, sono spesso vuoti.</p>

<div class="centered">
    <img src="http://farm3.static.flickr.com/2410/2375176214_6cb6609ecd.jpg?v=0" width="500" height="336" alt="[Immagine] Segue l'alternativa all'immagine." />
    <p class="desc">Gente che viene, gente che va. Pianificare la quantità di cibo da acquistare e lavorare in base ai giorni e agli orari è una parte essenziale nel ciclo di vita di un <span xml:lang="en">fast-food</span>: una previsione sbagliata e si possono perdere molti soldi.</p>
    <p class="desc">Crediti: <a href="http://flickr.com/photos/38234414@N00/2375176214/" title="Visualizza la foto su Flickr" xml:lang="en">Flickr</a>.</p>
</div>

<h3>Ordinare il pasto: ottimizzazione dei tempi</h3>

<p>Il cliente di un <span xml:lang="en">fast-food</span> non rende ricco il gestore: il guadagno si vede sui grandi numeri. Nei <span xml:lang="en">fast-food</span> <strong>il primo a entrare dev&#8217;essere anche il primo ad uscire</strong>. La mole di persone che ogni giorno ad ogni ora si fa strada all&#8217;interno del locale è impressionante e va smistata con lucidità e intelligenza. La gestione degli spazi è importante al fine di garantire e promuovere la circolazione. Ci sono tanti modi per sfoltire la folla: aumentare la capienza del locale o <strong>diminuire i tempi di attraversamento</strong>. Espandere la superficie del locale più del dovuto spesso è impossibile o svantaggioso. Bisogna quindi giocare sui tempi.</p>

<p>Per citare una delle finezze che i <span xml:lang="en">fast-food</span> adottano nell&#8217;ottimizzazione dei tempi, provate a valutare le azioni di chi prende la vostra ordinazione. Prima di riempire il vostro vassoio, il dipendente <strong>vi anticipa il prezzo</strong>, che viene anche mostrato sul display del registratore cassa. Nell&#8217;attesa avete persino il tempo di contare le monete e liberarvi di tutti quegli spiccioli che vi opprimono: <strong>il pagamento è integrato in un tempo morto</strong>. In effetti, pagate per il vostro pasto prima ancora di riceverlo. Se poi il panino non è ancora pronto, vi viene dato lo scontrino e vi viene chiesto di aspettare alcuni minuti fuori dalla fila in modo tale da servire, nel frattempo, altri clienti dietro di voi.</p>

<p>Dietro al bancone, i dipendenti lavorano in fretta e furia per fornire al cliente panini e bevande il più in fretta possibile. E&#8217; essenziale quindi che gli spazi nelle cucine fino alle casse siano progettati allo scopo di evitare intralci fra le persone. I dipendenti lavorano assieme, parallelamente, negli stessi momenti e muovendosi nelle stesse direzioni. Gli scivoli dei prodotti finiti sono abbastanza larghi da permettere a più dipendenti di lavorare contemporaneamente. Se gli spazi fossero stretti e interrotti continuamente da ostacoli di ogni tipo, le file sarebbero tanto chilometriche da impedire la circolazione e mandare in stallo il traffico. Questo si riflette in una perdita di clientela: <strong>ogni cliente non servito in tempo è un cliente perso</strong>.</p>

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    <img src="http://farm1.static.flickr.com/110/278485079_e845075448.jpg?v=0" width="500" height="375" alt="[Immagine] Segue l'alternativa all'immagine." />
    <p class="desc">Tanti spiccioli, molti dei quali contribuiscono ad appesantire notevolmente il portafoglio. E&#8217; un sollievo pensare di potersene liberare con calma mentre il dipendente prepara il vostro pasto dall&#8217;altra parte del bancone.</p>
    <p class="desc">Crediti: <a href="http://flickr.com/photos/morocco/278485079/" title="Visualizza la foto su Flickr" xml:lang="en">Flickr</a>.</p>
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<h3>Consumare il pasto: il <span xml:lang="en">design</span> applicato a cibi e bevande</h3>

<p>Anche il cibo fa la sua parte. Gli involucri che contengono cibi e bevande sono disegnati secondo le stesse regole che ritroviamo applicate a livello gestionale: <strong>svolgere l&#8217;azione in fretta</strong> e <strong>ottimizzare i tempi</strong>. Pensiamo alle confezioni di cartone dei panini: spesso la chiusura è resa appositamente debole al fine di <strong>semplificare il processo di apertura</strong>. Scartare il panino è talmente facile che tutti possono farlo, dai più grandi ai più piccini, persino quando una delle due mani è occupata a fare altro (ad esempio rubare una patatina fritta alla persona accanto a voi). Il tutto senza doverci pensare nemmeno un istante.</p>

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    <img src="http://farm3.static.flickr.com/2281/2271260317_0b02133ab5.jpg?v=0" width="500" height="375" alt="[Immagine] Segue l'alternativa all'immagine." />
    <p class="desc">Confezioni di cartone semplici da aprire e panini ultra-farciti. Chi è che non si sbrigherebbe a mangiare, sapendo che il panino potrebbe cedere da un momento all&#8217;altro?</p>
    <p class="desc">Crediti: <a href="http://flickr.com/photos/soloxis/2271260317/in/photostream/" title="Visualizza la foto su Flickr" xml:lang="en">Flickr</a>.</p>
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<p>Il discorso è ancora più interessante se consideriamo i menù per bambini: scatole colorate, sgargianti, piene di volti familiari presi dai cartoni animati più famosi. Questi menù in genere premiano l&#8217;acquisto con una <strong>sorpresa</strong> che spesso conquista l&#8217;interesse dei più piccoli. Anche in questo caso aprire la scatola è semplicissimo. Il processo è stato disegnato con l&#8217;intento di stimolare il bambino a vivere un&#8217;<strong>esperienza</strong> decisamente <strong>gratificante</strong>: passare la mano sulla superfice liscia del cartone cercando quasi di afferrare i personaggi che vi sono disegnati sopra, mentre si ammirano i colori sgargianti della confezione e le forme geometricamente semplici. Il <span xml:lang="en">design</span> di questi pacchetti parla la <strong>lingua dei bambini</strong> e li accompagna verso la <strong>concretizzazione del desiderio</strong>: aprire la scatola e scoprire la sopresa contenuta al suo interno. Lo stupore di trovare, in forma di pupazzi, gli eroi dei nostri cartoni animati preferiti è indescrivibile: finalmente possono essere afferrati per davvero.</p>

<p>Se volessimo bere? La maggior parte dei <span xml:lang="en">fast-food</span> offre bevande sfiziose in pratici bicchieri di carta coperti da larghi tappi semi-trasparenti con un piccolo foro al centro. Questo foro in effetti non ha dimensioni definite ma consiste piuttosto in quattro incisioni disposte a croce che facilitano l&#8217;azione di inserire la cannuccia. Non ci sono altri modi per infilare la cannuccia e cominciare a bere; ad ogni azione è associato uno e un solo compito. L&#8217;usabilità di oggetti come i bicchieri di cartone o le confezioni dei panini è percepita in forma di <strong>immediatezza</strong> e <strong>intuitività</strong>. Non c&#8217;è bisogno di chiedere aiuto a nessuno, non c&#8217;è bisogno di parlare, non c&#8217;è bisogno di riflettere.</p>

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    <img src="http://farm3.static.flickr.com/2354/2272051776_e5809640a1.jpg?v=0" width="500" height="375" alt="[Immagine] Segue l'alternativa all'immagine." />
    <p class="desc">Inserire la cannuccia dentro a un contenitore può essere un compito davvero difficile, ma non è questo il caso: queste piccole incisioni sul tappo di plastica permettono di centrare il foro anche senza essere troppo precisi.</p>
    <p class="desc">Crediti: <a href="http://flickr.com/photos/soloxis/2272051776/" title="Visualizza la foto su Flickr" xml:lang="en">Flickr</a>.</p>
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<p>Stesso discorso avviene per il panino in sé. <strong>Il <span xml:lang="en">cheeseburger</span> gode di un&#8217;ottima interfaccia</strong>, come scrive <cite xml:lang="en">Oliver Reichenstein</cite> in <q><a href="http://informationarchitects.jp/the-interface-of-a-cheeseburger/" title="Visualizza l'articolo completo [Inglese]" xml:lang="en">The Interface of a Cheeseburger</a></q>. E&#8217; rotondo, morbido, costituito da due strati di pane che contengono carne, formaggio, pomodori, insalata, bacon, e chi più ne ha più ne metta. Non ci sono forchette o coltelli, cucchiai o pinzette: dal momento in cui il panino è sul vassoio, l&#8217;ultimo passo che rimane è afferrarlo e mangiare, senza alternative. Spesso poi il panino è leggermente più piccolo della carne: quando si ha la percezione che tutto stia per uscire, si è portati a mangiare molto più velocemente. Siamo in una fase in cui l&#8217;unico pensiero è quello di saziarci. Quando si è affamati, non si pensa a niente.</p>

<p><a href="http://www.lineheight.net/blog/recensione-la-caffettiera-del-masochista-di-donald-a-norman" title="«Recensione: 'La caffettiera del masochista' di Donald A. Norman», link interno"><span xml:lang="en">Norman</span> dice</a> che quando il numero di funzioni coincide col numero di comandi, il prodotto gode di un buon <span xml:lang="en">design</span>. Se pensiamo ad una confezione di cartone, l&#8217;unico comando è la chiusura mezza-aperta; se pensiamo al bicchiere, l&#8217;unico comando è il foro sul tappo. In entrambi i casi, le funzioni sono univoche e ben definite: aprire la confezione, infilare la cannuccia. Se volessimo essere più sfrontati, potremmo dire che <strong>c&#8217;è usabilità anche nelle confezioni di cibi e bevande</strong>.</p>

<p>In sostanza, il processo che porta dall&#8217;involucro al cibo/bevanda è accompagnato da una serie di <strong>sensazioni tattili e visive</strong> che guidano il cliente verso l&#8217;adempimento immediato del compito: tutto è così <strong>piacevole e naturale</strong> che non c&#8217;è nemmeno bisogno di preoccuparsene.</p>

<h3>Uscire dal <span xml:lang="en">fast-food</span>: <span xml:lang="en" title="prima entri, prima finisci">first in, fast out</span></h3>

<p>Come già detto, nei <span xml:lang="en">fast-food</span> si assiste ad un&#8217;ottimizzazione dei tempi molto severa. Questo non si riflette solo sui dipendenti, ma anche e forse soprattutto sui clienti stessi. Non è casuale ad esempio che vi siano sempre <strong>pochi posti a sedere</strong> o persino tavoli su cui mangiare in piedi; allo stesso modo non è casuale che <strong>le sedie siano scomode</strong> e i tavolini molto piccoli. I <span xml:lang="en">fast-food</span> non sono ristoranti, non sono fatti per invitare il cliente a mettersi comodo. Chi finisce di mangiare si deve alzare per cedere il posto a quelli che sono appena arrivati. Il <span xml:lang="en">design</span> in questo caso agisce a livello psicologico stimolando i clienti a <strong>consumare in fretta il cibo e lasciare il posto</strong>. Dev&#8217;essere chiaro che il <span xml:lang="en">fast-food</span> non è fatto per fare due chiacchiere dopo pranzo. Il cliente seduto ha già pagato: ogni momento in più che passa all&#8217;interno del locale non porta guadagni ulteriori al gestore.</p>

<p>Ecco cosa scrive <a href="http://www.lineheight.net/blog/recensione-la-caffettiera-del-masochista-di-donald-a-norman" title="«Recensione: 'La caffettiera del masochista' di Donald A. Norman», link interno" xml:lang="en">Norman</a> in merito alla questione:</p>

<blockquote>
  <p>[&#8230;] Ci sono dei minuscoli tavolini rotondi, che sono anche troppo alti. Per sedersi ci sono eleganti sgabelli rotondi. La sistemazione è impossibile da usare per un anziano, un bambino o una persona con le mani piene di pacchetti. Naturalmente, il progetto può esser nato come un tentativo deliberato di scoraggiare l&#8217;uso della caffetterìa.</p>
  
  <p>[&#8230;] I tavolini e le sedie originali vengono tolti e sostituiti con altri, scomodi e poco funzionali, tutto nel nome del buon design, l&#8217;obiettivo essendo in questo caso scoraggiare le persone dall&#8217;attardarsi nel locale. In effetti i ristoranti spesso adottano sedie scomode proprio per questa ragione. I fast food anzi spesso non hanno né tavoli né sedie. Quindi le mie lamentele in sostanza dimostrano che i criteri base del progetto sono stati soddisfatti, che il <span xml:lang="en">design</span> è efficace e funzionale.</p>
</blockquote>

<p>Alcuni <span xml:lang="en">fast-food</span>, poi, vantano molteplici accessi all&#8217;interno del locale. Generalmente le porte sono collocate agli antipodi, in modo tale da accogliere clienti da più fronti e allo stesso tempo garantire vie d&#8217;uscita più veloci a quelli che stanno ancora dentro. In questo modo si ottengono due vantaggi: c&#8217;è più gente che entra e meno congestione all&#8217;interno.</p>

<div class="centered">
    <img src="http://farm4.static.flickr.com/3216/2741216871_6c1508660c.jpg" width="500px" height="309" alt="[Immagine] Segue l'alternativa all'immagine." />
    <p class="desc">L&#8217;interno di un <span xml:lang="en">fast-food</span>: colorato, elegante, appariscente. Eppure, tavolini e sedie non sembrano molto comodi: l&#8217;ideale per un pasto veloce.</p>
    <p class="desc">Crediti: <a href="http://www.flickr.com/photos/laurentsj/2741216871/" title="Visualizza la foto su Flickr" xml:lang="en">Flickr</a>.</p>
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<h3>Conclusione</h3>

<p>Abbiamo analizzato le strategìe di <span xml:lang="en">design</span> adottate all&#8217;interno dei <span xml:lang="en">fast-food</span> concludendo che sia il cliente che il produttore mirano a concretizzare obiettivi specifici. L&#8217;articolo voleva evidenziare alcuni passaggi importanti, all&#8217;interno di questa strategìa, al fine di ottenere risultati soddisfacenti: <strong>conoscere la propria clientela</strong> in anticipo, <strong>servirla in tempi brevissimi</strong>, <strong>smistarla con lucidità</strong> entro spazi definiti. Qualcuno di voi avrà probabilmente percepito, correttamente, alcune somiglianze con le comuni strategìe di <span xml:lang="en">design</span> adottate anche nel contesto degli spazi digitali: un servizio web deve essere costruito in modo tale da conoscere in anticipo la clientela a cui si rivolge, rispondere in tempi brevi ad ogni richiesta, smistare e indirizzare ogni singolo utente verso la <strong>concretizzazione dell&#8217;obiettivo</strong>, <a href="http://www.lineheight.net/blog/design-seducente-e-punti-di-contatto-con-lutenza" title="«Design seducente e punti di contatto con l’utenza», link interno">individuando possibili <strong>momenti seducenti</strong> e creando nuovi <strong>punti di contatto</strong></a>.</p>

<p>Sia chiaro che l&#8217;impiego di un <span xml:lang="en">design</span> funzionale che agisce a livello psicologico non è affatto uno strumento per controllare le masse: all&#8217;interno dei <span xml:lang="en">fast-food</span> ogni cosa avviene in fretta. E&#8217; necessario rendere il cliente consapevole che dopo il pasto bisogna lasciare il posto, e non c&#8217;è modo migliore di farlo se non attraverso un <strong><span xml:lang="en">design</span> efficace e comunicativo</strong>. Questo permette a voi di consumare rapidamente un pasto esauriente, a loro di soddisfare le esigenze di un gran numero di persone. In termini tecnici questo bilanciamento viene definito un buon <strong><span xml:lang="en" title="scelta del migliore equilibrio tra diverse alternative, compromesso">trade-off</span> fra soddisfazione del cliente e guadagno del gestore</strong>.</p>

<p>L&#8217;immagine nell&#8217;introduzione è stata presa liberamente da <a href="http://flickr.com/photos/brianwallace/344770704/" title="Visualizza la foto su Flickr" xml:lang="en">Flickr</a>.</p>]]>
</content>
		<summary type="html">
<![CDATA[<p><img src="http://www.lineheight.net/images/articoli/design-fast-food/fast-food.png" alt="[Immagine] Vi siete mai chiesti perché i posti a sedere nei fast-food tendono a essere scomodi, o perché la disposizione dei tavoli è tale da lasciare molto spazio libero per la circolazione? Possiamo infine parlare di design a livello di confezioni per cibi e bevande? Segue l'articolo sul design applicato ai fast-food." class="floatedimgleft bordered" height="150" width="170" /></p>

<p>Tutti siamo entrati, almeno una volta nella nostra vita, in un <span xml:lang="en">fast-food</span>. Alcuni storcono il naso, altri invece ne hanno fatto la propria abitudine alimentare. In ogni grande e media città di tutto il mondo i <span xml:lang="en">fast-food</span> sono una sicurezza per chi si trova fuori casa e non si fida della cucina locale, o anche per chi è un po&#8217; di fretta.</p>

<p>In questo articolo abbiamo analizzato le principali fasi che produttore e consumatore attraversano rispettivamente per raggiungere i propri obiettivi: il primo quello di servire più clienti possibile, il secondo quello di mangiare velocemente (e a basso costo) cibo di discreta qualità. Passando dal <strong>sistema di produzione</strong> e alla <strong>riduzione dei tempi di servizio</strong> abbiamo sottolineato le <strong>caratteristiche di <span xml:lang="en">design</span> del prodotto</strong> e di tutto ciò che lo circonda. Un&#8217;analisi che non vuole certo essere completa ed esaustiva, ma che vuole indurre a riflettere su quanti piccoli accorgimenti stanno dietro ad un processo che porta il cibo dalle cucine direttamente sul vostro vassoio.</p>]]>
</summary>
<feedburner:origLink>http://www.lineheight.net/blog/il-design-dei-fast-food</feedburner:origLink></entry></feed>
