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	<title>LuzAzuL</title>
	
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	<description>lotta armata in assenza d'amore</description>
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		<title>Il segreto</title>
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		<pubDate>Tue, 01 May 2012 22:55:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lucha</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ancora una volta &#8220;A lunga conversazione&#8220;. Stavolta il risultato mi soddisfa meno,  e che ce volemo fà. Pino Recchia aveva aspettato quel momento fin dall’inizio, cioè da quando un calcio in culo ben assestato lo aveva proiettato nel tanto agognato mondo del lavoro. Una volta entrato, si era detto, l’importante era avanzare a testa bassa, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-676" style="margin: 10px;" title="recchia" src="http://www.luzazul.it/wp-content/uploads/2012/05/fantozzi_01_358.jpg" alt="" width="326" height="178" />Ancora una volta &#8220;<a href="alungaconversazione.wordpress.com" target="_blank">A lunga conversazione</a>&#8220;. Stavolta il risultato mi soddisfa meno,  e che ce volemo fà.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Pino Recchia aveva aspe</em><em>ttato quel  momento fin dall’inizio, cioè da quando un calcio in culo ben assestato lo aveva  proiettato nel tanto agognato mondo del lavoro.<br />
Una volta entrato,  si era detto, l’importante era avanzare a testa bassa, sgomitare e  sgambettare, ma senza smettere di sorridere. L’obiettivo era il settimo  piano.<br />
Per questo, negli ultimi cinque anni aveva dimenticato  l’urgenza degli affetti, il sapore del vino, la primavera di Roma. Aveva  tradito i suoi vicini di scrivania, ordito trame per stuzzicare i  desideri repressi dei colleghi. Soldi facili, gambe aperte.<br />
Recchia,  l’incorruttibile, spiava e riferiva. Costruiva l’illusione per qualche  sfortunato topo d’ufficio, lo attirava dove non era permesso. Dall’esca  più facile di una mancia non dichiarata, fino a operazioni più  complesse, fondi da far sparire gonfiando i conti. Non c’era fesso che  non ci cascasse, che non immergesse le mani nella marmellata, che non  salivasse al miraggio del potere. E quando il pollo credeva di averla  passata liscia, puntualmente lo chiamavano in riunione ai piani alti, e  puntualmente spariva. Non passava nemmeno a raccogliere le sue cose. Il  giorno dopo la scrivania era vuota, e un giovane sconosciuto, con la  faccia sbarbata da pulcino, arrivava a metà mattinata per occuparla.<br />
E così Recchia, fedele servitore, era salito, un gradino alla volta. Al  secondo piano aveva trovato una sedia più comoda, al terzo la mensa era  più che decente, la pasta al dente e il pesce il venerdì. Al quarto  piano aveva un ufficio tutto suo e dopo sei mesi una segretaria che il  protocollo definiva “di discreta presenza”.<br />
Quando aveva sbugiardato  il collega Malfatti, che di lui si fidava come di un fratello, lo  avevano premiato con il quinto piano e una segretaria personale che il  codice indicava come “un tipo interessante”, ammettendo, fra le righe,  il diritto a servizi straordinari.<br />
Il sesto piano l’aveva  conquistato candidandosi direttamente alle elezioni nel partito  dell’onorevole Chiapponi, lo stesso che l’aveva piazzato in azienda,  sponsorizzandolo come “giovane di belle speranze”.<br />
Era bastato fare  un po’ di campagna sporca, un piccolo investimento per smerdare i muri  della città, due interventi in televisione per la famiglia e per la vita  senza se e senza ma. E come ciliegina sulla torta, i pulmini a  raccattare vecchiette casa per casa per portarle alle urne, spesso  moribonde o in balia dell’Alzheimer , in nome della democrazia. E con la  promessa di incontrare il Papa.<br />
Ancora si vantava del risultato  ottenuto, l’onorevole divenuto sottosegretario alle attività produttive.  E rideva, raccontando che qualcuna delle vecchie rincoglionite non  aveva mai più ritrovato la strada di casa o l’avevano vista vagare sulla  Laurentina in piena crisi mistica.<br />
Il sesto piano, dicevamo,  l’ufficio non più a vetri ma in muratura. La cassaforte,. L’auto con  autista. La segretaria ormai sfacciatamente apostrofata dal dispaccio  aziendale “un figone da antologia, al suo servizio”. Recchia era  contento, ma cominciava a temere che adesso il bersaglio potesse essere  lui, per qualche pivello dei piani bassi. E allora lavorava il doppio,  continuava a mietere vittime più facili ai primi tre, quattro piani. Per  il resto era un amico, un confidente, persona fidata, fedele alla  linea, uomo di grande caratura morale, sempre disponibile. Impiegato  eccellente. Un cristiano. Un patriota. Gli mancava l’ultimo passo, la  consacrazione definitiva.<br />
La trovò in Adelaide De Angelis, giovane  figlia del magnate del tonno in scatola, con la quale firmò un contratto  di mutuo interesse, altresì definito “matrimonio”. Nello stesso si  indicava la comunione di beni, rendite e azioni. Il Recchia si impegnava  a soddisfare i desideri mondani della De Angelis. L’agenda prevedeva un  figlio entro i 12 mesi dalla firma.<br />
E fu così che Recchia, oltre che cristiano e patriota, divenne anche padre.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Quel  giorno, nell’ascensore che lo conduceva al settimo piano, Pino Recchia  sudava, nervoso. L’onorevole, con una pacca sulla spalla, gli spazzolò  via la forfora dalla giacca.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Pinuccio, non ti preoccupare, andrà tutto bene”.<br />
“Chiappò, e se sbaglio qualcosa?”<br />
“Tu non devi fare assolutamente niente, devi solo ascoltare. Oggi entri  a far parte di uno dei gruppi più potenti del paese. Oggi conoscerai  finalmente il segreto che ci lega, il motore delle nostre e delle tue  azioni”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Recchia  già gongolava, quando si aprì la porta. Attorno al tavolo di mogano,  lungo da sembrare infinito, una ventina di attempati signori lo  aspettavano in piedi. Lo salutarono con un applauso. Uno di loro,  piuttosto grasso, gli si avvicinò e lo scortò al fianco del Direttore.  Quando raggiunse il suo posto, proprio accanto al capo, quest’ultimo lo  guardò serio, poi scoppiò a ridere:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Grandissimo  figlio di puttana, benvenuto! Sei qui per il segreto, sei qui perché è  giunto per te il momento di essere dei nostri. Ebbene, eccolo il  segreto. Sai già che non potrai rivelarlo a nessuno, pena la vita. Si,  hai capito bene, se parli sei morto. Recchia, sei pronto?”<br />
“Sì signore, non aspetto altro”.<br />
“Bene. Pino Recchia, di fronte a questa assemblea di uomini liberi, io  ti nomino Confratello dell’Ordine dei Gianduiotti. Custodisci nel luogo  più segreto della tua anima, se ce l’hai, queste sacre parole:</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Abbi timore quando non fanno rumore”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Abbi timore quando… Ho capito, Gran maestro”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ma cosa, pensava tra sé, le spie, i sovversivi, i comunisti, i contabili, le armi da fuoco, i coltelli, i ladri, le scarpe?<br />
Il Direttore, Gran Maestro, lo vide pensieroso. Con una mano gli afferrò la nuca e lo scosse un po’.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Recchia, le scoregge, come te”.</em></p>
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		<title>Il Nonno</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Apr 2012 23:41:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il mio terzo appuntamento con &#8220;A lunga conversazione&#8220;. Del Re Drago (senza Sant Jordi), di libri e storie, di Farenheit 451, di lotta e di Liberazione. Brucia il Nonno, un fiore acceso sulla pira. Brucia e non urla, perché è legno seccato dagli anni. Crepita appena, quando il fuoco gli prende le ossa. In prima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" style="margin: 10px;" src="http://farm1.static.flickr.com/57/230462753_90e1c36959.jpg" alt="" width="276" height="254" />Il mio terzo appuntamento con &#8220;<a href="http://alungaconversazione.wordpress.com/" target="_blank">A lunga conversazione</a>&#8220;. Del Re Drago (senza Sant Jordi), di libri e storie, di Farenheit 451, di lotta e di Liberazione.</p>
<p><em>Brucia il Nonno, un fiore acceso sulla pira. Brucia e non urla, perché è legno seccato dagli anni. Crepita appena, quando il fuoco gli prende le ossa.</em></p>
<p><em>In prima fila i popolani sbavano, come se fosse un agnello sulla brace. Come aspettando il banchetto. E noi invece zitti, non piangiamo sulle fiamme per non fare fumo, che lo veda bene sua maestà il Drago, come si consuma senza un lamento. Noi attorno al fuoco ascoltiamo l&#8217;ultima storia che è una ballata di parole mute. Non sentiamo le grida, né gli insulti. Non ci disturba il tremore della terra sotto i piedi e le lance dei mercenari. Noi ricordiamo i nomi, le battaglie, i capelli delle bagnanti in riva al lago. E il sangue dei compagni sulla spada del principe, la gamba zoppa di Frate Onofrio che portava il pane sulle barricate.</em></p>
<p><em>Noi sentiamo il Nonno raccontare, nelle pause del bivacco, quando a bruciare non era ancora la terra intera o la carne ma quattro legni in croce in mezzo al bosco. Noi conosciamo le storie. E il canto delle madri appeso al seno. Recitiamo in mezzo alla folla vociante le parole di Priamo. Loro vedono un uomo ardere veloce come carta, e noi vediamo un mare senza padroni, e isole il cui vento ubriaca. Misuriamo la distanza sulle rotte di Ulisse. Spezziamo il pane e il letto con la Maga, sogniamo di scacciare i Proci con la sola parola asciugata dal sole.</em></p>
<p><em>Quando il re bruciò i libri, dissero che era giusto, che chi non sapeva leggere non avrebbe più avuto motivo di imparare. Bruciavano le pagine come ora si fa cenere il Nonno, e tutti a festeggiare la saggezza del re Drago che li aveva resi uguali.</em></p>
<p><em>Fu in quei giorni che il Nonno mi prese da parte, mentre i compagni allenavano le mani troppo delicate per la spada.</em></p>
<p><em>&#8220;Ho un regalo per te&#8221;, mi disse, &#8220;La tua memoria ancora giovane non farà fatica a custodirlo&#8221;.</em></p>
<p><em>&#8220;E se poi invece dimentico?&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;Sono poche parole, non temere&#8221;.</em></p>
<p><em>Mi misi in ascolto, ma sembravo una gallina in procinto di cagare un uovo.</em></p>
<p><em>Il Nonno rise e disse:</em></p>
<p><em>&#8220;Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì&#8221;.</em></p>
<p><em>Seguì un silenzio lungo, come quando tacciono le zappe al tramonto.</em></p>
<p><em>&#8220;E poi?&#8221;, chiesi.</em></p>
<p><em>&#8220;E poi basta&#8221;.</em></p>
<p><em>&#8220;Come basta?&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;Finito. Basta. Tutto qui&#8221;.</em></p>
<p><em>&#8220;Hanno bruciato il resto?&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;Non c&#8217;è mai stato un seguito. Le storie migliori sono quelle che ti lasciano libero&#8221;.</em></p>
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		<title>L’estate del ’43 – un racconto</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Apr 2012 11:27:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’estate del ‘43 Era una casa di pietra, in mezzo al bosco di Sant’Angelo. Se ne stava lì, smossa come fungo di cane da un bastone inesperto. Una casa del demanio, abbandonata dagli ultimi forestali richiamati a valle. Nera di vulcano sotto la patina di muffa. La porta divelta, il tetto con un occhio cieco, canali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>L’estate del ‘43<img class="alignright size-medium wp-image-664" style="margin: 10px;" title="soldier" src="http://www.luzazul.it/wp-content/uploads/2012/04/soldier-286x300.jpg" alt="" width="235" height="247" /><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Era una casa di pietra, in mezzo al bosco di Sant’Angelo. Se ne stava lì, smossa come fungo di cane da un bastone inesperto. Una casa del demanio, abbandonata dagli ultimi forestali richiamati a valle. Nera di vulcano sotto la patina di muffa. La porta divelta, il tetto con un occhio cieco, canali di terracotta in cocci sulla terra umida.</p>
<p style="text-align: justify;">Era rientrato dalla battuta con zio Michele col cesto mezzo vuoto, che il cervello non aveva aiutato gli occhi, sprecando la prima pioggia di agosto. Distratto da quella immagine di pietre in mezzo al silenzio, non aveva più visto che l’inganno di radici tra le felci.<br />
A sera contava i fagioli, lo svegliò uno scappellotto di sua madre quando tutti già ripulivano il piatto con la lingua. A lui l’avevano chiamato Pio, e ora si lanciavano sul cibo senza più darsi nemmeno il tempo di pregare. Tanto valeva riempirsi lo stomaco quel poco che si poteva, finché si poteva.<br />
La mattina dopo andò a cercare Turi, lo trovò che zappava l’orto dietro casa.</p>
<p style="text-align: justify;">- Ne avete formaggio?<br />
- Ci sono rimaste quattro provole appese. Perché?<br />
- Pigliane due. Domani ce ne andiamo.<br />
- Sì, e un porco intero lo vuoi? Ma dove minchia andiamo?<br />
- Nei boschi. Avvisa Mauro, io vado a cercare Umberto.<br />
- Aspetta, aspetta, che è sta storia dei boschi?<br />
- Tu li vuoi i tedeschi in casa?<br />
- No, certo che no, non c’hanno lasciato manco una pecora.<br />
- E allora ce ne dobbiamo andare in montagna.<br />
- Cioè, spiegami, se ne devono andare loro, e ce ne andiamo noi?<br />
- Ho trovato la casa, ora ci dobbiamo organizzare.<br />
- Va bene, chi ti capisce è bravo.<br />
- Domattina alle cinque ci vediamo dietro il muro della chiesa, portati paglia e lana. E fidati, porco<br />
giuda.</p>
<p style="text-align: justify;">Non avevano ancora quindici anni, facevano a botte nei cortili mentre altrove una guerra mieteva padri e fratelli senza troppe spiegazioni. Africa, Grecia, Albania, Russia. Non sapevano nemmeno dove fossero. Sapevano solo che non tornavano i conti, che i ritorni non pareggiavano le partenze. Né eroi, né pazzi sull’uscio di casa.<br />
Ogni tanto suonava la sirena, quattro aerei inglesi venivano in gita a sganciare bombe sulla costa. Quasi non ci facevano più caso, guardavano il fumo in basso, storcevano il naso quando zie e cugini salivano su in collina a occupargli i letti, a raddoppiare i piatti e dimezzare il cibo.</p>
<p style="text-align: justify;">- Umberto, ce l’hai sempre la carriola?<br />
- Devo riparare la ruota.<br />
- E riparala oggi stesso. Domani saliamo.<br />
- Abbiamo il posto?<br />
- E’ a un’ora di cammino da qui.<br />
- Ma non siamo pronti.<br />
- Non lo saremo mai. Ruba quello che puoi dalla sagrestia.<br />
- E’ ora che don Gaetano si metta a dieta.<br />
- Porta pure qualche libro.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno dopo, schiene da fuggiaschi, ripulivano i muri dal buio della notte, strisciando fino all’angolo dietro la chiesa. Nella carriola quattro coperte, un lume, due ciambelle di pane vecchio, le corde, un sacco di nocciole. Rosso Malpelo e il Vangelo, il formaggio di Turi. Mauro ci mise due fucili da caccia e tre zappe.<br />
Rapide occhiate intorno, tagliando per i campi evitarono le ultime sentinelle tedesche, addormentate nel posto di guardia all’entrata del paese. Non si dissero una parola, scuri in viso e con il fiato grosso, fino a quando non si trovarono circondati dai castagni.</p>
<p style="text-align: justify;">- E’ ancora lunga?<br />
- Che c’è, sei già stanco?<br />
- No, però sta carriola pesa.<br />
- Lascia, Mauro, la spingo io.</p>
<p style="text-align: justify;">Sentirono il campanile già lontano battere sette rintocchi, ancora qualche minuto e le madri li avrebbero cercati brandendo un cucchiaio di legno o una scopa. Il sole saliva lento dal mare, dentro al bosco sembrava non volesse fare giorno. Videro rimbalzare la prima luce sulle foglie ed esplodere in una radura. Là in mezzo, preso a pugni dall’umido, trovarono il rudere ad aspettarli.</p>
<p style="text-align: justify;">- E questa sarebbe la base?<br />
- Meglio di un calcio d’asino.</p>
<p style="text-align: justify;">Umberto rideva, correndo verso la porta. Entrò per primo e in pochi secondi riapparve sul tetto, gatto di campagna, a issare un calzino su un bastone a mo’ di bandiera. La casa era presa.<br />
Il resto della giornata lo passarono a spostare pietre e pulire, sistemare la paglia e le scorte. Al tramonto, sotto il buco nel tetto accesero il fuoco. Si sedettero esausti a sgranocchiare nocciole.</p>
<p style="text-align: justify;">- E adesso?<br />
- Dobbiamo aspettare, resistere almeno due giorni.<br />
- Due giorni? E a mia mamma chi glielo dice?<br />
- Se tardo anche solo due ore mi fanno un culo che non mi siedo per una settimana. Ormai io a casa<br />
non ci torno.</p>
<p style="text-align: justify;">Paura e sfida sui visi illuminati dal fuoco. Umberto si allontanò e tornò qualche istante dopo con una bottiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">- E questa?<br />
- Il sangue di Cristo, direttamente dalla cantina del parroco.</p>
<p style="text-align: justify;">Si scaldarono con un sorso a testa. Turi tossì di disgusto, si cacciò un altra sorsata in gola per spingere giù la prima.</p>
<p style="text-align: justify;">- Va bene. E poi?<br />
- Il paese entrerà in allarme.<br />
- Ai tedeschi non piace il trambusto, non sopportano le urla delle donne. Manderanno qualcuno a<br />
cercarci.<br />
- E i fascisti?<br />
- Quelli non muovono più un dito da quando ci sono i crucchi.<br />
- I soldati di stanza sono sei in totale. E’ probabile che ne mandino su due.<br />
- E noi non ci facciamo trovare.<br />
- Sbagliato. Spargiamo tracce per il bosco, li portiamo fino a qui.<br />
- E quando arrivano? Ci mangeranno a colazione.<br />
- Cercano quattro ragazzini perduti, e invece troveranno le nostre trappole. Quando saranno appesi<br />
come polli, verremo fuori coi fucili e bum!<br />
- No. Li faremo prigionieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Lasciarono spegnere la brace mentre provavano a prendere sonno. Il freddo non li lasciò dormire quanto avrebbero voluto, l’emozione e le nocciole gli smuovevano lo stomaco.<br />
L’indomani uscirono a disseminare brandelli di vestiti sui rami e tra i cespugli giù fino al confine del bosco. Poi piazzarono quattro trappole tra gli alberi attorno alla radura.<br />
Mauro sbucò dalle frasche brandendo un coniglio. Fu il miglior pranzo da quando era cominciata la guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">- Che ci facciamo coi prigionieri?<br />
- Gli prendiamo le armi e ce li teniamo ben stretti.<br />
- Verrà tutta la truppa a cercarli.<br />
- E noi li aspettiamo.<br />
- Col cazzo! Noi lasciamo che battano il bosco, portino pure i cani se vogliono.<br />
- Quei bastardi rabbiosi, m’hanno già morso una volta.<br />
- E allora?<br />
- Dobbiamo fare attenzione, qui viene il bello.<br />
- E qui rischiamo la pelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Presero a tremare tutti insieme, non era più un gioco. Qualcuno si chiese chi gliel’aveva fatto fare. Si rispose che doveva farlo, e mandò giù ancora un po’ di vino. Un altro pensò alle mani grandi di suo padre, a come gli stava stretta l’uniforme il giorno che l’avevano arruolato. L’ultima volta che l’aveva visto sorridere, nonostante tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">- Mentre ci cercano nel bosco, noi scendiamo a valle.<br />
- Dobbiamo essere imprendibili, più veloci delle donnole.<br />
- Ci spingiamo fino al posto di guardia. Uno di noi distrae la sentinella, gli altri la bloccano da<br />
dietro.<br />
- Ci riprendiamo il paese.<br />
- Sorprenderemo i fascisti seduti in poltrona, occuperemo il Municipio, suoneremo le campane a<br />
festa.<br />
- La gente dovrà darci retta per forza, la tireremo fuori dalle case.<br />
- Quando torneranno i soldati, saremo tutti pronti a prenderli a calci.</p>
<p style="text-align: justify;">Occhi aperti sul sogno, immaginavano i movimenti con minuzia di dettagli. Gli pulsava dentro una ragione nuova, prendeva forma e nome un desiderio cresciuto all’ombra dell’innocenza.</p>
<p style="text-align: justify;">- Mia cugina di Catania ha detto che presto arriveranno gli americani.<br />
- Sì sì, e tu stalla a sentire.<br />
- No, è vero, ti dico. Dice che l’hanno sentito alla radio, che ormai sono vicini.<br />
- Ci troveranno già liberi.</p>
<p style="text-align: justify;">Assieme all’oscurità, un brivido scendeva a scuoterli dalla gola alla pancia. Senza saliva le parole si incollarono e i quattro rimasero zitti ad abbracciarsi le gambe nude. Intorno soltanto un fruscio costante, poco lontano una civetta senza pace disturbava la notte. L’elastico dei nervi non concedeva riposo. Aspettavano. Gli occhi accesi sotto il buco nel cielo e sotto i ricci, ognuno contava il piccolo gregge dei suoi anni. L’avrebbero presa insieme, quella terra, come una casa tra gli alberi. Loro avevano il tempo, l’avrebbero fatta tutta diversa.<br />
All’alba del terzo giorno una frustata spezzò l’aria muta del bosco. Una trappola era scattata. Balzarono in piedi, le facce sporche di sonno. Corsero a nascondersi tra gli arbusti. Appiattiti sulla terra bagnata del primo mattino, strisciarono fino al punto da cui proveniva un urlo scomposto. Non sembrava tedesco. A due metri da terra, appeso per la gamba zoppa, zio Michele snocciolava una bestemmia per ogni santo del calendario, contorcendosi come un dannato.<br />
Dietro di lui, fantasmi tutti uguali, si staccarono dal fondo giallo e verde del bosco una decina di uomini in divisa.</p>
<p style="text-align: justify;">- Questi non sono tedeschi.<br />
- ‘mericani.<br />
- Allora siamo liberi?</p>
<p style="text-align: justify;">Un vento fresco agitava i rami. Si guardarono l’un l’altro per il tempo che bastava. Nello sguardo cisposo degli altri, ognuno trovò la sua stessa delusione. Abbassarono gli schioppi e le fionde. Sollevarono le ginocchia nere. Ai soldati nervosi apparve dal sottobosco la visione di quattro nani cenciosi e magri, un cespuglio di sterpi sulla testa, occhi grandi sui volti di nuovo bambini. Non spianarono i mitra.</p>
<p style="text-align: justify;">- No, siamo solo in ritardo.</p>
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		<title>Via Ragogna</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Apr 2012 21:16:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lucha</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non credevo ne restasse memoria, non ricordavo di aver girato queste poche immagini di pessima fattura. E invece stavano su YouTube, ad aspettare un rigurgito di nostalgia. Se mai ho avuto un paradiso, è stato quel pezzetto di terra. Chi sa quanto può essere fresca e profumata la notte dentro una tenda in mezzo ai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-657" style="margin: 10px;" title="viaragogna" src="http://www.luzazul.it/wp-content/uploads/2012/04/viaragogna.jpg" alt="" width="279" height="210" />Non credevo ne restasse memoria, non ricordavo di aver girato queste poche immagini di pessima fattura. E invece stavano su YouTube, ad aspettare un rigurgito di nostalgia. Se mai ho avuto un paradiso, è stato quel pezzetto di terra.<br />
Chi sa quanto può essere fresca e profumata la notte dentro una tenda in mezzo ai limoni, può capirmi. Come chi ha assaggiato i pomodori e le melanzane di seta del piccolo orto di mia madre. Come chi ha visto il miele sul culo dei fichi. Nonno Nino lo sapeva bene, a 90 anni, che valeva la pena di arrampicarsi sfidando l&#8217;età e qualunque legge di gravità ed equilibrio, per raccogliere il frutto e provare l&#8217;estasi di lasciarlo sciogliere in bocca.<br />
Negli anni più intensi, LuzazuL mi aspettava sotto un albero, Sentimento passava a raccogliermi sulla riva, la sera potevano anche apparire le chitarre e il pane condito.<br />
Queste immagini sono soprattutto per chi c&#8217;è stato, e sa quanto quel posto mi manchi.</p>
<p style="text-align: justify;">
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<p style="text-align: center;"><iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/SMBtYRcNEGE?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Ermes e la pioggia</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 23:57:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lucha</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nuovo appuntamento con &#8220;A lunga conversazione&#8220;. Piccolo tentativo su Hermes e la follia prima di Basaglia. Ho aperto gli occhi oltre il cancello ed ero il postino. Una tracolla e un paio di pattini gialli e rossi di fiamma. Portavo le lettere, ma solo quelle d&#8217;amore, e gli inviti a nozze, e le cartoline listate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nuovo appuntamento con &#8220;<a href="http://alungaconversazione.wordpress.com/" target="_blank">A lunga conversazione</a>&#8220;. Piccolo tentativo su Hermes e la follia prima di Basaglia.</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-652" style="margin: 10px;" title="pattini" src="http://www.luzazul.it/wp-content/uploads/2012/04/pattini.jpg" alt="" width="218" height="173" /></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ho aperto gli occhi oltre il cancello ed ero il postino. Una tracolla e un paio di pattini gialli e rossi di fiamma. Portavo le lettere, ma solo quelle d&#8217;amore, e gli inviti a nozze, e le cartoline listate a lutto per dirsi grati delle lacrime versate.<br />
Mi svegliavo all&#8217;alba, vestivo ogni mattina una divisa blu, pulita. Entravo in ufficio alle otto giusto per caricare la borsa, quando uscivo per il mio giro c&#8217;era sempre il sole e odore di pane. Passavo in velocità il camion dei rifiuti, e pure la spazzatura profumava di pulito.<br />
Premevo sempre il secondo bottone, quello più a destra, sul quadro dei citofoni. Suonavo tre volte, perchè due erano poche per annunciare la felicità o il dolore.<br />
Quando i destinatari erano in casa, mi invitavano ad entrare. Un caffè, un succo di frutta, un cordiale in un bicchiere basso e di vetro, e biscotti appena sfornati o merendine di supermercato al cioccolato. E io mangiavo con le mani sporche.<br />
Vecchi signori, anziane casalinghe, avevano i baffi come le suore ma non mi davano pasticche, non mi obbligavano a sollevare la lingua. Dopo ogni sosta un bel respiro, guardavo il cielo e mulinavo le gambe per prendere il volo.<br />
&#8220;Signora sono Ermes, il postino&#8221;<br />
E quando non sapevano leggere, io invece sì. Aprivo le buste e mi baciava la punta del naso l&#8217;odore di inchiostro.<br />
&#8220;Suo nipote dice che si sposa, là in Germania&#8221;<br />
&#8220;E poi?&#8221;<br />
&#8220;E poi c&#8217;è un biglietto aereo, dice che senza sua nonna non si sposa&#8221;.<br />
Ogni tanto tiravano fuori le lacrime e io mi sentivo autorizzato a una parola di conforto, un abbraccio.<br />
Fuori dal cancello ho visto che abbracciare era bello, e si poteva anche piangere. Le donne strillavano, gli uomini se la prendevano con dio o ringraziavano san giuseppe con un brindisi. Nessuno li sgridava, nemmeno se puzzavano. Nessuno veniva a picchiarli se ridevano troppo forte.<br />
A volte aprivano la porta giovani in pigiama, la barba lunga, felici perchè non portavo le bollette. Non avevano niente, ma magari mi facevano tenere il bambino, anche se poi piangeva. Oppure mi davano una sigaretta e fumavamo in salotto, ma senza punizione.<br />
&#8220;Dice che mi ama&#8221;<br />
&#8220;E tu?&#8221;<br />
&#8220;Io pure. E&#8217; bella, ha la pelle che sa di bosco&#8221;.<br />
Saltavo di casa in casa, portavo parole per gli occhi e nessuna pena per nessuno. Per questo le porte si spalancavano. E quando tornavo a casa, la nostra, lei apriva la bocca in un sorriso e poi la chiudeva in un bacio.<br />
Quando mi hanno steso sul lettino, io pensavo alle lenzuola di cotone. Quando hanno acceso la macchina, io guardavo fuori dalle sbarre, oltre il cancello. Poi ha cominciato a piovere dagli elettrodi fin dentro la pelle. Quella mattina faceva freddo, non c&#8217;era posta.</em></p>
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		<title>Polifemo – Chile</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Apr 2012 23:20:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lucha</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><object width="400" height="300"><param name="flashvars" value="offsite=true&#038;lang=it-it&#038;page_show_url=%2Fphotos%2F54199323%40N08%2Fsets%2F72157629461506546%2Fshow%2F&#038;page_show_back_url=%2Fphotos%2F54199323%40N08%2Fsets%2F72157629461506546%2F&#038;set_id=72157629461506546&#038;jump_to="></param><param name="movie" value="http://www.flickr.com/apps/slideshow/show.swf?v=109615"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><embed type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.flickr.com/apps/slideshow/show.swf?v=109615" allowFullScreen="true" flashvars="offsite=true&#038;lang=it-it&#038;page_show_url=%2Fphotos%2F54199323%40N08%2Fsets%2F72157629461506546%2Fshow%2F&#038;page_show_back_url=%2Fphotos%2F54199323%40N08%2Fsets%2F72157629461506546%2F&#038;set_id=72157629461506546&#038;jump_to=" width="400" height="300"></embed></object></p>
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		<title>A lunga conversazione</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Apr 2012 23:21:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lucha</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Credo di aver trovato esattamente ciò che cercavo: un circolo di italiani appassionati di scrittura. Belle persone. Ci si ritrova, si chiacchera, si sorseggia, si spizzica, si scrive, si legge. Contro tutte le mie resistenze all&#8217;esercizio estemporaneo e istantaneo. Sono contento di non avere più scuse per non giocare. Questo il prodotto del mio primo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" style="margin: 5px;" src="http://s1.wp.com/wp-content/themes/pub/rubric/images/rubric/pen-sm.jpg" alt="" width="215" height="150" />Credo di aver trovato esattamente ciò che cercavo: <a title="A lunga conversazione" href="http://alungaconversazione.wordpress.com/" target="_blank"><strong>un circolo di italiani appassionati di scrittura</strong></a>. Belle persone. Ci si ritrova, si chiacchera, si sorseggia, si spizzica, si scrive, si legge. Contro tutte le mie resistenze all&#8217;esercizio estemporaneo e istantaneo. Sono contento di non avere più scuse per non giocare.</p>
<p>Questo il prodotto del mio primo incontro:</p>
<p><em>Finalmente quella volta l&#8217;hai vista tornare indietro, in equilibrio sul  filo del tempo. L&#8217;avresti seguita, non fosse stato per le tue ossa  pesanti e la catena che ti lega alla pancia l&#8217;orologio. Avresti potuto  accorgerti molto prima del fatto che se ne andava. Tutte le volte che  alzavi la voce prendeva il treno delle sette per Napoli, posto  finestrino, e all&#8217;altezza di Formia ti rivolgeva la parola, ti chiedeva  l&#8217;accendino, perchè ancora fumavi, perchè ancora si poteva fumare.<br />
E  tu cieco invece avanzavi non si sa bene a che scopo nè verso cosa. Ti  alzavi alle sette, entravi al lavoro alle nove, pranzavi in fretta alle  tre, allentavi la cravatta alle cinque, chiudevi l&#8217;ufficio alle sei.  Alle dieci già russavi accartocciato sul divano. E lei ti stava accanto,  aspettava solo che ancora una volta chiudessi gli occhi senza salutare.  Tre passi sulle punte e spariva in un bosco, sperando che tornassi ad  inseguirla, a cercarla, a sdraiarla sul prato morta dal ridere. Oppure  saltava sulla barca, mandava giù un sorso di rum e si metteva ai remi  controcorrente. Non c&#8217;eri più, capitano vigliacco, l&#8217;isola l&#8217;avrebbe  trovata da sola, col suo tesoro di conchiglie e fritto di pesce.<br />
Eppure ci aveva provato a strattonarti, a strofinarti la pelle per  sollevare ancora la polvere di sale con cui l&#8217;avevi stordita. Eppure ti  aveva preso le mani e preso a morsi. E tutto ciò che eri riuscito a fare  era stato ricordare, a fatica, ciò che non eri più. Come chi guarda  annoiato l&#8217;album di famiglia, sperando che finisca presto  quell&#8217;esercizio di memoria così poco produttivo.<br />
No, lei non si  rassegnava a ricordare. Lei si spostava carne e ossa lì dove non eri  ancora un fantasma, e non portavi la gobba sul cuore.<br />
Tutte le volte  che riavvolgeva il tempo, cercava il graffio sul nastro che ti aveva  dissanguato a morte. Sperava di curarlo con lo sputo e un cerotto di  sole. Sperava di riaverti dritto in piedi sulla prua con addosso un  cappotto di vento. E invece suonavi una sinfonia di calcolatrice,  sorseggiando acqua minerale.<br />
Il giorno in cui ti sei reso conto,  nuotavi in un letto senza il suo sudore. Seduta sul bordo, le hai  guardato la schiena. Giusto il tempo del suo respiro lungo. Senza figli  da rapire, senza più il tuo abbraccio a trattenerla, ha mosso due passi  indietro.<br />
Mentre lei svaniva per l&#8217;ultima volta, per te era solo l&#8217;ora di alzarsi.</em></p>
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		<title>Sul movimento dei forconi (il mio più classico armiamoci e partite)</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 23:51:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lucha</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Fuori dalle mura di Mühlhausen, capimmo di aver commesso l&#8217;errore più grave. Un errore irripetibile. Con la città alle spalle fu a me che Ottilie mormorò quella lezione: &#8211; Avevi ragione tu. Senza i contadini non possiamo niente.&#8221; Luther Blisset, Q Blocco di caselli e porti dal 16 al 20 gennaio ad opera di Aias [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luzazul.it/wp-content/uploads/2012/01/forconi.png"><img class="alignright size-full wp-image-593" style="margin: 10px;" title="forconi" src="http://www.luzazul.it/wp-content/uploads/2012/01/forconi.png" alt="forconi" width="311" height="225" /></a>&#8220;<em>Fuori dalle mura di </em><em>Mühlhausen, capimmo di aver commesso l&#8217;errore più grave. Un errore irripetibile. Con la città alle spalle fu a me che Ottilie mormorò quella lezione: &#8211; Avevi ragione tu. Senza i contadini non possiamo niente.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;">Luther Blisset, <em>Q</em></p>
<p style="text-align: justify;">Blocco di caselli e porti dal 16 al 20 gennaio ad opera di Aias (Associazione Imprese Autotrasportatori Siciliani)  e Movimento dei Forconi. Io non so di chi si tratti veramente, non ho informazioni dettagliate nè posso dare testimonianza diretta di ciò che sta accadendo. Mi limito ad esprimere il prurito che ho sotto il culo.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è chi dice che hanno ricevuto appoggio da Forza Nuova, loro si definiscono apartitici. Agricoltori, allevatori e trasportatori. Di certo c&#8217;è che se ne parla poco, si snobba il fenomeno perchè lo si considera poco più che la scoreggia di un camion. Ora, mi viene da pensare soltanto che chi decide di prendersi le strade nella sostanza non sta sbagliando. E&#8217; triste che lo faccia solo per protestare contro un aumento di carburante o per difendere gli interessi del maledetto trasporto su gomma (dalla produzione al consumo). O per un discorso senza scheletro del tipo &#8220;a morte tutti i politici, ci stanno ammazzando&#8221;, quando questa stessa classe politica è anche espressione di un popolo, quello siciliano (o almeno della sua imbarazzante maggioranza), che negli anni ha imparato a votare a 90 gradi, mendicando favori, assecondando il potere mafioso e le razzie dello stato. Che si siano svegliati tutti di colpo mi pare poco credibile, per non dire che puzza di minchiata.</p>
<p style="text-align: justify;">Resta l&#8217;azione, restano le strade bloccate, anche se poco e male. Occupate, anche se non si capisce bene da chi e per cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Resta il fatto che chi avrebbe il dovere di occupare le stesse strade, e dare forma e corpo al discorso perchè possiede mezzi e coscienza per farlo, se ne sta in casa a snobbare i blocchi, storcere il naso, cercare il neo, leggere delle rivolte in Romania o disquisire sull&#8217;importanza del movimento NO-TAV. Senza probabilmente cogliere l&#8217;occasione per condividere uno spazio di lotta, moltiplicare voci e punti di vista, inventare un cammino o proporre parole per riempire di senso un grido scomposto. Non si tratta di intestarsi una battaglia, ma di segnare una presenza, di dire &#8220;ci siamo anche noi&#8221; e poi saper spiegare anche perchè e verso quale destinazione. Si tratta di essere capaci di partecipare anche al fianco di chi non ci convince, di chi magari tornerà a casa appena ottenuta una promessa che vale pochi centesimo al litro. Si tratta poi di convincerlo a restare, a capire come e perchè ha scelto il masochismo, permettendo che gliela sbattessero in culo per anni, cieco a qualsiasi conseguenza futura e contento della benevola concessione dei signori.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse bisognerebbe approfittare in qualche modo dell&#8217;opportunità di appiccare il fuoco in casa propria.</p>
<p style="text-align: justify;">Segue dibattito, se volete.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nota: da una rapida ricerca sul Giuggiolone, sembra che Antonella  Morsello, tra i promotori del movimento e della protesta, sia proprio  pappa e ciccia con Forza Nuova, una camerata di ferro insomma. E la  questione non cambia, i fascisti sono lì e urlano tutta la loro  ignoranza, strumentalizzando anche la fame. Noi invece dove siamo?  Perchè gli lasciamo questo spazio?</p>
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		<title>de cualquier manera</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 12:43:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lucha</dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>
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		<description><![CDATA[no sé si una parábola, o un destino enroscado. hasta el momento, a pesar de los 30, no se me había ocurrido parar un instante y pensar. en almost random order, algo de lo que fui, o en algún momento quise ser. algunas veces no ahorré ni un gramo de aire, regalé el higado y [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-570" title="pausa" src="http://www.luzazul.it/wp-content/uploads/2011/11/pause.gif" alt="pausa" width="253" height="156" /></p>
<p style="text-align: justify;">no sé si una parábola, o un destino enroscado.<br />
hasta el momento, a pesar de los 30, no se me había ocurrido parar un instante y pensar.<br />
en almost random order, algo de lo que fui, o en algún momento quise ser.<br />
algunas veces no ahorré ni un gramo de aire, regalé el higado y otros bombones sin recompensa. en otros casos me engañé, o invertí una cantidad de pasión suficiente ni siquiera para el fracaso.<br />
todo duró muy poco, tan poco que parece nada. y a todo esto, rara vez me creí capaz y sin embargo, escondiendome, algo logré.</p>
<p style="text-align: justify;">jugador de baloncesto, hippie, futbolista, tímido viajero, estudiante, actor monoface, fumeta, literato, mecánico de bicicletas, director de festival de cine, traductor, camarero, locutor de radio, editor de imagenes fallido, profesor, cocinero, webmaster-designer, escritor, manita, fotografo, improbable cantante y bailarín de tango, SEO, murguero. empleado. apagado.</p>
<p style="text-align: justify;">nada. y en muchos casos con amores, buscando calor. es decir, con amor. inoportuno, exagerado, improvisado, desdeñado, ignorado, malentendido, mal correspondido, decepcionado, traicionado.</p>
<p>No tengo culpa si me gustaría tener el sol al hombro.<br />
A mi me faltaron fuerza y confianza, a algun*s de vosotr*s brazos.<br />
</p>
<p style="text-align: center;"><iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/unukvKzfiro" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Avería</title>
		<link>http://www.luzazul.it/averia/</link>
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		<pubDate>Fri, 16 Sep 2011 16:15:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lucha</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tentativi]]></category>
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		<description><![CDATA[Es que al primer revoloteo de hojas con papeles en esa piel de venas muertas vieron palidecer el verano. Por eso les dolía el costado por donde un sol de acha los había partido. Esa luz que a veces es un grito se agarró a las veredas para que no le arrancaran el pelo, tragó [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.luzazul.it/wp-content/uploads/2011/09/averia.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-565" title="averia" src="http://www.luzazul.it/wp-content/uploads/2011/09/averia.jpg" alt="averia" width="184" height="273" /></a>Es que al primer revoloteo</p>
<p>de hojas con papeles</p>
<p>en esa piel de venas muertas</p>
<p>vieron palidecer el verano.</p>
<p>Por eso les dolía el costado</p>
<p>por donde un sol de acha</p>
<p>los había partido.</p>
<p>Esa luz que a veces es un grito</p>
<p>se agarró a las veredas</p>
<p>para que no le arrancaran el pelo,</p>
<p>tragó el llanto con café,</p>
<p>se armó una máscara</p>
<p>con dos puños negros.</p>
<p>Tropezó con sus ojos subexpuestos</p>
<p>el descuido del verdugo,</p>
<p>y tanto lo aterró</p>
<p>su propio cuchillo</p>
<p>que lo dejó mudo</p>
<p>por el tiempo que quedaba.</p>
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