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	<title>mikimachine.com</title>
	
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	<description>Web 2.0, Social media, Tecnologia, Community, Videogiochi, Musica, Costume, Società</description>
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		<title>Cara Marissa Mayer, se non lo salvi tu Flickr, chi mai lo salverà?</title>
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		<comments>http://mikimachine.com/cara-marissa-mayer-se-non-lo-salvi-tu-flickr-chi-mai-lo-salvera/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 26 Jul 2012 14:58:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Mannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Flickr]]></category>
		<category><![CDATA[SocialMedia]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo cinque illustrissimi predecessori cacciati a calci nel sedere e senza tanti complimenti, Marissa Mayer (ex dipendente numero 20 ed executive di Google) è il nuovo Presidente e CEO di Yahoo!. Stampa internazionale e gossip digitale si scatenato subito in un tourbillon mediatico oscillante tra il noioso e il ripetitivo (sì, va bene, è una ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Dopo cinque illustrissimi <strong>predecessori</strong> cacciati a calci nel sedere e senza tanti complimenti, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Marissa_Mayer">Marissa Mayer</a></span> (ex dipendente numero 20 ed executive di <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Google">Google</a></span>) è il nuovo <strong>Presidente</strong> e <strong>CEO</strong> di <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Yahoo!">Yahoo!</a></strong></span>. Stampa internazionale e gossip digitale si scatenato subito in un <strong><em>tourbillon</em> mediatico</strong> oscillante tra il noioso e il ripetitivo (sì, va bene, è una donna, è giovane, tra poco sarà madre, in Italia il <em>managerial thinking</em> fermo al &#8217;15/&#8217;18 non l&#8217;avrebbe mai permesso, etc.), tutti scandalizzati, tutti galvanizzati, c&#8217;è aria di <strong>rivoluzione</strong>, ok stop. Quello che invece è passato abbastanza sotto silenzio (per lo meno in Italia, perché <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.wired.com/gadgetlab/2012/07/flickr-responds-to-internet-outcry/">Wired</a></span></strong> USA invece ne ha parlato) è che per la community di <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Flickr">Flickr</a></strong></span>, arcistufa della stagnante politica d&#8217;innovazione che Yahoo! ha riservato negli ultimi anni a quella che un tempo era la piattaforma di punta del <strong>photo-sharing</strong> internettiano, la nomina della Mayer è stata (ed è) vissuta con enfasi e aspettative paragonabili a quelle che potrebbe suscitare all&#8217;oggi un&#8217;<strong>apparizione della Madonna</strong>. Se per molto tempo Flickr ha infatti costituito un modo (per non dire “il” modo) simpatico, rapido e performante di gestire/condividere/disseminare le proprie foto e le proprie immagini nella cybersfera, dopo l&#8217;avvento sul mercato di altre mille piattaforme omologhe (<span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Instagram">Instagram</a></strong></span> in testa) il colosso di Sunnyvale non ha mai saputo (o voluto, visto che i servizi di punta del suo <strong>core-business</strong> sono altri) implementare strategie di innovazione capaci di opporsi realmente alla feroce avanzata dei competitors. Certo, non sono mancati investimenti sul fronte del capacity management, della<strong> performance</strong> di storage e dell&#8217;<strong>integrazione</strong> con piattaforme di terze parti, non si sono verificate fughe di massa di utenti ansiosi di traslocare i propri gatti e i propri piedi da Flickr a Instagram (gattofilia e feticismo, si sa, sono <strong>croce e delizia</strong> di ogni photo-sharer), la curva di crescita dell&#8217;archivio condiviso dagli utenti è ancora relativamente costante (benché non ripida come <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.kullin.net/2012/01/instagram-now-growing-faster-than-flickr/" target="_blank">quella di Instagram</a></span>) e i gnubbi d&#8217;ogni dove continuano imperterriti ad aprire account Pro come se piovesse (troppi gatti, troppi piedi, o troppo belli!). Quella che però è venuta a mancare del tutto è una <strong>strategia</strong> rivolta davvero alle reali esigenze dell&#8217;utente Flickr, comprensiva di linee di sviluppo (almeno in parte)<strong> user-generated</strong>, di funzioni originali <strong>community-driven</strong>, eventi e contest sinergizzati a dovere con altre piattaforme leader della social-sphere (che questi cattivoni, si sa, sulle pagine del Times si guardano in cagnesco, ma dietro le quinte sono ben lieti che i loro utenti generino <strong>contenuti </strong>- e indirettamente<strong> revenue </strong>- rimbalzando di bacheca in bacheca), insomma qualcosa di nuovo (ma non troppo!) capace di rendere la piattaforma qualcosa di più di un <strong>mero archivio</strong> di foto taggabili, condivisibili etc. etc. etc. (si legga in merito il bel post di Mat Honan su <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://gizmodo.com/5910223/how-yahoo-killed-flickr-and-lost-the-internet">Gizmodo</a></span>).</p>
<p align="JUSTIFY">Così, stufa di vivere in un social rimasto ormai <strong>al palo</strong> da almeno 2 anni, ai primi sentori della nomina della Mayer la community di Flickr si è subito lanciata in un accorato appello “<strong><a href="http://dearmarissamayer.com/">Dear Marissa Mayer, please make Flickr awesome again</a></strong>”! Manco a dirlo, il grido ha avuto un&#8217;eco talmente vasta da: 1) scatenare un vero e proprio sit-in di postulanti nella timeline di <a href="https://twitter.com/#!/search/realtime/dear marissa mayer">Twitter</a></p>
<blockquote class="twitter-tweet" lang="it"><p>Dear Marissa Mayer: PLEASE MAKE flickr AWESOME AGAIN ♥the internet <a href="https://twitter.com/search/%2523dearmarissamayer">#dearmarissamayer</a> <a  href="http://t.co/mHgCaNI1">shar.es/txlbm</a> via @<a href="https://twitter.com/sharethis">sharethis</a></p>
<p>— Anne Helmond (@silvertje) <a href="https://twitter.com/silvertje/status/225570621386534915" data-datetime="2012-07-18T12:40:01+00:00">Luglio 18, 2012</a></p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote class="twitter-tweet" lang="it"><p>Dear Marissa Mayer, the Flickr Community Has a Request for You <a  href="http://t.co/fExBzDum">bit.ly/MIdwyw</a></p>
<p>— CyG_photos (@CyG_photos) <a href="https://twitter.com/CyG_photos/status/225568387424718848" data-datetime="2012-07-18T12:31:09+00:00">Luglio 18, 2012</a></p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">, 2) finire sui titoloni di giornali e media di spicco americani (es. <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://articles.cnn.com/2012-07-17/tech/tech_web_marissa-mayer-flickr-awesome_1_flickr-stewart-butterfield-yahoo-ceo">CNN</a></span>) e, dulcis fundo, 3) obbligare la stessa <strong>Yahoo!</strong> a rispondere pubblicamente all&#8217;appello con un proclama “<span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.flickr.com/dearinternet">Dear Internet</a></strong></span>” assolutamente sul pezzo. La Mayer, desiderosa di inaugurare il suo mandato in maniera a dir poco <em>étonnant</em>, pare che abbia dapprima invitato l&#8217;intera community ad esprimere i propri desiderata in merito a funzioni, ergonomia, appeal (e chi più ne ha più ne metta) della piattaforma, e che non contenta abbia poi fatto aprire numerose <strong><em>vacancies</em></strong> riservate a figure creative da selezionarsi direttamente entro il <em>milieu</em> della Flickr community. </a>Dopo un primo momento di febbricitante e luminoso <strong>crowdsourcing</strong>, l&#8217;iniziativa “Dear Marissa Mayer” si è stemperata presto in giocose perdite di tempo, trollate e tormentoni a dir poco goliardici (in primis il “<strong>Dear Marissa Mayer, please kill the &#8216;!&#8217; in Yahoo!</strong>”, che proprio in questi giorni spopola su Twitter), ma poco importa. Quel che realmente importa è la <strong>fatica immane</strong> che Yahoo! dovrà fare se vorrà tenere fede all&#8217;impegno preso. La concorrenza è spietata (FB+Instagram e la nuova <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://itunes.apple.com/us/app/facebook-camera/id525898024?mt=8">FB Camera</a></strong></span> tanto per citare qualcuno), il tempo ridottissimo, la distanza da colmare enorme. Il fatto che la Mayer sia legata geneticamente a <strong>Google</strong> potrebbe aiutare non poco (si veda in merito il bel pezzo di Antonio Lupetti su <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://woorkup.com/2012/07/17/marissa-mayer-yahoo-ceo/">Woorkup</a></span>), ma a quale prezzo? Staremo a vedere. Mentre attendiamo il volgere degli eventi, mi raccomando: non fotografate più <strong>cibo</strong> di quello che riuscite realmente a mangiare, andateci piano con gli<strong> outfits</strong> osé (soprattutto in vacanza), tenete i <strong>piedi</strong> al loro posto (per terra e possibilmente in un paio di scarpe) e prendetevi cura dei vostri gatti. <strong>Perché</strong> <strong>chi abbandona il proprio gatto su Flickr, è una bestia! <img src='http://mikimachine.com/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' /> </strong></p>
<p style="text-align: center;" align="JUSTIFY">(header image by Poolie, Creative Commons License BY 2.0)</p>
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		<title>Androidmania: newbies at the power?</title>
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		<comments>http://mikimachine.com/androidmania-ovvero-newbies-at-the-power/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 29 Jun 2012 20:21:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Mannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[OS]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Android]]></category>
		<category><![CDATA[iPhone]]></category>
		<category><![CDATA[OpenSource]]></category>
		<category><![CDATA[SO]]></category>

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		<description><![CDATA[Mi piace Android! Intuitivo, rapido, leggero. E poi è Open, e in fatto di stabilità non teme confronti. Stupendo anche il robottino verde, cool &#38; smart quanto basta, capace di affascinare e allo stesso tempo mettere a suo agio anche l&#8217;utente newbie più impacciato. Mi piace tanto, tantissimo, però&#8230; nonostante questa passione senza freni continuo ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Mi piace <strong>Android</strong>! Intuitivo, rapido, leggero. E poi è <strong>Open</strong>, e in fatto di stabilità non teme confronti. Stupendo anche il robottino verde, <em>cool &amp; smart</em> quanto basta, capace di affascinare e allo stesso tempo mettere a suo agio anche l&#8217;utente newbie più impacciato.<br />
Mi piace tanto, tantissimo, però&#8230; nonostante questa passione senza freni continuo a usare <strong>OSX</strong> e <strong>iOS</strong> su tutti i miei device!<br />
Non è una provocazione, ma una semplice constatazione che così come si può tranquillamente apprezzare (e sostenere!) una data tecnologia o un dato Sistema Operativo per il suo <strong>asset</strong> intelligente, la sua <strong>ergonomia</strong> o la sua <strong>interfaccia</strong> dall&#8217;appeal accattivante senza sentirsi necessariamente obbligati ad utilizzarlo per i propri task lavorativi o le proprie Social imprese quotidiane, allo stesso modo non deve essere visto come un <strong>irriducibile fanboy</strong>, un peccatore mortale (trattandosi della mela il rimando è d&#8217;obbligo) o un traditore della causa chi da ex-appassionato/smanettone di tecnologie <strong>Open Source</strong> decide di punto in bianco di circondarsi di devise e software proprietari solo perché questi si adattano meglio alle sue attuali <strong>necessità</strong>.<br />
Nel caso di Androis e iOS tuttavia, il problema della contrapposizione irriducibile non sembra risiedere nella solita vexata quaestio tra strumento proprietario e strumento Open (visto che, fatte le opportune indagini e considerazioni, Android è in realtà &#8220;Open&#8221; solo per un miserrimo<strong> <span style="text-decoration: underline;"><a  href="http://www.androidiani.com/news/quanto-e-open-source-android-ecco-la-spiegazione-di-uninfografica-78935" target="_blank">20% o poco più</a></span></strong>) o tra <strong>policy di gestione</strong> più o meno restrittive dei rispettivi parchi <strong>App</strong>, ma molto più semplicemente nell&#8217;ancor più vecchio e radicato <em>penchant </em>che l&#8217;uomo (tecnomane in testa) ha per la <strong>polemica facile</strong> e il cieco <strong>campanilismo</strong>.<br />
Siamo partiti 30 anni fa con commodoristi vs. MSXisti, poi nintendomanianiaci vs&#8230; (scusate, non oso tentare un neologismo dei fanatici delle console Sega), poi partigiani di Windows vs. community Linux (i fanboy Apple al tempo erano rari e super partes, visto il mutuo che dovevi sottoscrivere se volevi possedere un Macintosh), per arrivare infine a nokiani contro erikssoniani e (dulcis in fundo) <strong>melafonisti vs. androidi</strong>. Ad ogni nuova evoluzione tecnologica, l’eterna battaglia tra Impero Galattico e Alleanza Ribelle di questa Guerre Stellari de no’atri si riproponeva in scenari e dinamiche sempre uguali, ma cosa forse più importante veniva combattuta, se non proprio ad armi pari, per lo meno su un campo di battaglia in cui ognuno aveva un ruolo chiaro e ben stabilito. C’era chi la tecnologia la produceva (<strong>tecnologia proprietaria</strong>=Impero, <strong>Open Source</strong> e Freeware=Ribelli), chi la fruiva (<strong>newbies</strong> e <strong>gnubbi</strong> di varia estrazione, nei quali all’epoca militavo anch’io) e in mezzo c’era il <strong>nerd </strong>(poi riabilitato “geek” sulla scia della <em>reinassance</em> digitale fine anni Novanta), vale a dire il compagno di scuola – ovviamente occhialuto, disadattato e socialmente reietto (e perché non anche zoppo, orbo e balbuziente già che ci siamo?) – al quale non avresti nemmeno rivolto la parola se non avessi avuto bisogno di crakkare l’ultimo <em>Warcraft</em> per ottenere quei 5.000 stregoni che ti servivano <em>here and now</em> per vincere la tua campagna (nel qual caso gli avresti dato anche tua sorella in moglie, e col sorriso sulle labbra). Senza nerd eri fatto! Niente videogiochi piratati, niente film osé masterizzati, niente playlist di Gigi d’Alessio scaricate aggratis (si sa che i bulli anti-nerd hanno sempre avuto gusti musicali osceni), niente! Ognuno aveva un suo ruolo, e in tale paradigma sociale il nerd (pardon… <strong>geek!</strong>) occupava il posto conferitogli dal suo skill di smanettone naturale e <strong>reverse-engineer</strong> ante litteram.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo fino all’arrivo di <strong>Android.</strong> Sì, è vero, prima sono arrivati Linux Ubuntu e il suo <em>appeal</em> Debian-like finalmente accessibile ai comuni mortali, ma volete mettere la diffusione che ha avuto Ubuntu con l’inarrestabile Androidmania all’oggi dilagante?</p>
<p style="text-align: justify;">Android, o meglio “gli” Android (visto che ci troviamo dinnanzi a una creatura che sta rivoluzionando il concetto stesso di cross/multi-platform), concepiti inizialmente da Google Inc. come l’alternativa ultima e definitiva al malvagio Impero della telefonia Apple/Microsoft/Nokia oriented, sono sbarcati sul nostro pianeta a fine 2008 portando effettivamente una ventata d’aria fresca e scardinando un ordine che credevamo fosse ormai definitivo. Eppure, nonostante l’innegabile valore tecnico della piattaforma e l’inestimabile <strong>spinta evolutiva</strong> che essa ha innescato nel settore smartphone/tablet-pc (e non solo), insieme ad Android si sono presentati anche diversi problemi che rappresentano il lato oscuro di questa <em>golden-age</em> tutta digitale, uno tra tutti: il diffondersi dell’illusione che il possesso di un dato oggetto o di una data tecnologia facilmente customizzabile (meglio se “open”, e sia chiaro che seppur possessore di melacomputer e melafonino il sottoscritto è un convinto sostenitore dell’Open Source e del Free Software) ci faccia diventare <em>ipso facto</em> dei <strong>geek</strong>, cosa che per quanto carina (chi non adora le<strong><em> geek-mom</em></strong>?), coinvolgente ed appagante, alla fin fine si riduce ad un mero specchietto per allodole capace di abbagliare non solo l&#8217;utente newbie più egocentrico e sprovveduto, ma anche chi magari avrebbe la stoffa per diventare un geek coi fiocchi e proprio a causa della succitata illusione non riterrà opportuno farsi ulteriormente il mazzo per andare al di là della classica impasse “<strong>telefono/messaggio/navigo/socializzo/chatto</strong>”, vale a dire dell’utilizzo che noi comuni mortali facciamo dei nostri smartphone.</p>
<p style="text-align: justify;">Capiamoci bene, la colpa di tutto ciò non è certo di Android (che, ripeto, è un S.O. eccellente e assolutamente da provare!), né delle <em>geek-mom</em> (povere, io ho due figli uno più scatenato dell’altro, e quando guardo mia moglie destreggiarsi tra lavoro e logistiche deliranti con il suo Samsung Galaxy sono convinto che sarebbe sicuramente una <em>geek-mom</em> anche senza uno smartphone, <em>absolutely</em>), bensì di una certa mentalità difforme che, illudendosi di poter porre qualsivoglia arte o capacità tecnica alla portata del primo venuto, da un lato svilisce inevitabilmente ogni aspettativa che miri a un risultato al di sopra della media, mentre dall’altro rischia di tarpare indirettamente le ali a <strong>propensioni individuali</strong> di portata tutt’altro che comune (siano esse geek o non-geek).</p>
<p style="text-align: justify;">Cari amici del robottino verde (mi rivolgo ai veri estimatori di Android, non al gnubbo della domenica di cui sopra), vorrei tanto essere anch’io un Android-maniaco al 100% come voi, ma purtroppo non ne ho (più) il tempo. Del resto non sono un geek, ma solo un nerd col pallino della <strong>tecnologia</strong>, dei <strong>Social Media </strong>e della critica di costume, non me ne vogliate e cercate di prendere queste mie parole non come un attacco al vostro S.O. preferito (seguo il lavoro di diversi esponenti della vostra <strong>dev-community</strong> italiana, persone in gambissima che godono di tutta la mia ammirazione e della mia stima, anche professionale), bensì come una critica ad una mentalità che spero vivamente possa trovare presto vita dura grazie a un ritrovato <strong>senso delle proporzioni</strong>, <em>in primis</em> giornalistico.</p>
<p style="text-align: justify;">Va da sé che lo stesso identico discorso potrebbe essere fatto per molti pseudo-geek che militano tra i <strong>fanboy</strong> della Apple (spesso più intransigenti e campanilisti degli androidiani), in rappresentanza dei quali mi piacerebbe proporvi qui in chiusura un&#8217;affermazione a dir poco illuminante:</p>
<p style="text-align: justify;">“cioè, ecchecca…, sull’AppStore mo’ hanno messo <em>WhatsApp</em> a pagamento (p.s. ben 0.79€!). Ma chemmifrega, io ho jailbreakkato l’iPhone e li ho fregati, tié!&#8230; Sì, l’ho jailbreakkato solo per non pagare WhatsApp, figo eh?”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco… no comment <img src='http://mikimachine.com/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' /> </p>
<p style="text-align: justify;">(Android image by Scaryagami, CC License BY 2.0)</p>
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		<title>Pubblica Amministrazione e Web 2.0: Social ma non troppo!</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jun 2012 13:58:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Mannucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[SocialMedia]]></category>
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		<category><![CDATA[Università]]></category>

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		<description><![CDATA[Si sa che la Pubblica Amministrazione è incline al cambiamento quanto un bengalese metereopatico può esserlo alla stagione dei monsoni. Eppure, come un mastodonte preistorico in perenne fuga dall’era glaciale, stai pur certo che non appena qualcosa di nuovo appare all’orizzonte anche la PA si muove. Certo, lo fa con i suoi tempi al cui ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Si sa che la <strong>Pubblica Amministrazione</strong> è incline al cambiamento quanto un bengalese metereopatico può esserlo alla stagione dei monsoni. Eppure, come un mastodonte preistorico in perenne fuga dall’era glaciale, stai pur certo che non appena qualcosa di nuovo appare all’orizzonte anche la PA si muove. Certo, lo fa con i suoi tempi al cui confronto quelli biblici sono un battito d’ali, coi suoi metodi al di sopra di ogni (ir)ragionevole logica e con analisi previsionali degne del nostromo del Titanic, comunque sia si muove, o almeno ci prova. E’ stato così per <strong><em>internet</em></strong> (nemico del telefono, della posta tradizionale e di quella pneumatica), per il <em>web</em> statico (nemico della carta stampata), per quello dinamico (cioè, non ho capito, si scrive da solo?), per quello semantico e infine per quello<em> </em>2.0, quello fatto dagli utenti, quello <strong><em>Social!</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La PA quindi si muove. Ma come? In un suo recente articolo intitolato “<span style="text-decoration: underline;"><a  href="http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cronaca/articolo/lstp/456678/" target="_blank">Torino e i social network. Siamo i migliori d’Italia</a></span>”, Alberto Sofia (già editorialista dell’IFG di Urbino, del Fatto e di La Stampa) prova a rispondere a questa domanda partendo da quelle che a suo dire sono un chiaro esempio di <strong>Social <em>good-practice</em></strong>: gli account Facebook e Twitter dell’<strong>Università</strong> e del <strong>Comune di Torino</strong>. Primi in Italia per numero di like/follower dei loro profili <em>social</em> (5 volte superiori a quello dei loro omologhi milanesi, addirittura 10 rispetto a quelli romani), i profili di tali enti sono in effetti così attivi e ben curati da far credere a Sofia che ci si trovi finalmente nell’era di una comunicazione istituzionale più <strong><em>friendly</em></strong> e realmente interessata allo <strong><em>user engagement</em></strong> – e perché no (osiamo!), magari anche di servizi pubblici efficacemente informatizzati e alla portata del più tonto dei <strong><em>newbie</em></strong> (niente più code, niente più centralini fantasma o tour in uffici comunali che sembrano una depandance dell’Overlook Hotel di Shining, solo informazioni aggiornate in tempo reale e burocrazia <em>agile</em> a portata di <em>tweet</em>, una sorta di Shangri-la insomma!). Ma siamo sicuri che le cose stiano proprio così?</p>
<p style="text-align: justify;">Fino ad oggi sul profilo <em>Twitter</em> di <strong><span style="text-decoration: underline;"><a  href="https://twitter.com/unito" target="_blank">@Unito</a></span></strong> (Università di Torino, 5901 followers) sono stati postati circa 2.220 tweet. Di cosa si tratta? Per lo più <strong>comunicazione istituzionale </strong>e<strong> news</strong> (corsi, eventi, seminari, iter burocratici, etc.), le stesse identiche news che trovate nell’homepage del loro portale d’Ateneo, le stesse news (replicate paro paro, ma non in via automatica) che si possono leggere sulla loro bacheca Facebook (21.678 mi piace). Sicuramente l’Ateneo più followato d’Italia tiene a far sapere in giro quello che fa, ma come stiamo a interazioni con l’utente? Abbastanza bene su <strong><span style="text-decoration: underline;"><a  href="https://www.facebook.com/unito.it" target="_blank">Facebook</a></span></strong>, dove il rapporto tra <strong>like</strong>, <strong>commenti</strong> e <strong>interazioni</strong> utenti-Social Media<em> </em>manager (quest’ultimo un po’ “ingessato” ma sempre puntuale nel venir incontro alle esigenze dei più “meritevoli”) è ben bilanciato e si mantiene costante nel tempo (p.s. c’è da dire però che la bacheca FB non è né un cartellone pubblicitario né un help-desk!), malissimo su <strong>Twitter</strong> (interazioni nulle, pochissimi retweet, zero conversazioni&#8230; del resto 13 miseri following sono una dichiarazione di intenti abbastanza chiara, soprattutto se non sei un utente <strong>VIP</strong>). A quanto pare possiamo confermare la nostra impressione iniziale: per UniTO i Social Media sono innanzitutto comunicazione e solo in seconda battuta (e in minimissima parte) gestione. Strano però questo loro tenere in non cale <em>Twitter</em>, dal momento che soprattutto in fase di pianificazione dell’offerta formativa e campagna immatricolazioni potrebbe rivelarsi uno strumento di <strong>analisi</strong> e di <strong>marketing</strong> istituzionale estremamente potente ed efficace.</p>
<p style="text-align: justify;">Passando a <strong><span style="text-decoration: underline;"><a  href="https://twitter.com/twitorino" target="_blank">@TwiTorino</a></span></strong> (Comune di Torino, oltre 43.000 follower) e relativa pagina <strong><span style="text-decoration: underline;"><a  href="https://www.facebook.com/cittaditorino" target="_blank">Facebook</a></span></strong> (quasi 21.000 like), cambiano i suonatori ma la musica resta più o meno la stessa. Buono (sebbene non eccelso) il tasso di <strong><em>user engagement</em></strong> su FB (dove a causa di un range di età molto più ampio rispetto a quello degli utenti UniTo è sicuramente più difficile profilare una strategia comunicativa anche solo lontamente “standard”), scarsissima (per non dire inesistente) è invece l’interazione con i follower su <strong><em>Twitter</em></strong> (anche qui 25 following fanno del capoluogo torinese un twitter VIP del calibro di Ashton Kutcher e Lady Gaga). A quanto pare, al pari di UniTO anche per il Comune i Social sono per il 99% comunicazione (una comunicazione però estremamente <strong>ridondante</strong>, piena di copia e incolla e perfino fastidiosa nel suo essere destinata indiscriminatamente a ogni canale disponibile, che è come dire a nessuno!) e qualcosa di non ancora chiarissimo per il restante 1%.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste sono le Social PA più capaci d’Italia. E capiamoci, non lo diciamo con scherno (per quanto sia UniTO che il Comune di Torino non abbiano ancora colto le vere possibilità insite in tali strumenti, restano indubbiamente due casi di <strong>successo</strong> nella comunicazione istituzionale Social Media <em>oriented</em>), ma con l’amaro in bocca di chi vede un enorme potenziale tecnologico e umano che solo a causa di <strong>barriere culturali</strong> e di <strong>inerzie amministrative</strong> a dir poco estenuanti non viene sfruttato che in minima, minimissima parte.</p>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;oggi più che mai i <strong>Social Media</strong> e le <strong>Web Strategies 2.0</strong> rappresentano di sicuro un passaggio obbligato anche per chi lavora nel campo nella PA. Molto spesso però quest’ultima non comprende il reale potenziale di tali strumenti, e anche quando li riesce a utilizzare come canale di comunicazione efficace (uno tra i tanti però!) non si rende conto che questa è solo una delle infinite applicazioni per cui sono stati concepiti, e forse nemmeno la più importante. Perché Social Web significa sì <strong>disseminazione</strong> ad alto impatto sociale e <strong>condivisione</strong> ad ampio spettro dei propri goal istituzionali o imprenditoriali, ma anche <strong>connessione</strong> naturale con i nostri <strong>stakeholder</strong> più importanti, <strong>pianificazione partecipata</strong> di progetti, servizi e prodotti rivolti al pubblico, costruzione e curatela di <em>public relations</em> a distanza, <strong>gestione e monitoraggio</strong> della nostra performance individuale e istituzionale, e soprattutto una valanga di <strong>misuratori e dati</strong> preziosissimi che possiamo analizzare (e su cui possiamo incidere!) in tempo reale e con uno sforzo davvero minimo, se siamo bravi.</p>
<p style="text-align: justify;">PA italiane, sù, alcuni di voi sono già bravini, e da bravini a bravi il passo non è così lungo. Qualche consiglio?</p>
<p style="text-align: justify;">1)   Smettetela di considerare le <strong>timeline</strong> dei vostri profili social come la bacheca avvisi della vostra portineria. Postate pure tutte le news che vi pare ma non consideratele lettera morta, fatelo come se voleste innescare davvero un <strong>dialogo</strong> coi vostri utenti, incentivate la gente a rispondervi, e dopo averlo fatto magari <strong>dategli retta</strong>. Ricordatevi che un utente passivo può danneggiarvi molto più di un utente arrabbiato.</p>
<p style="text-align: justify;">2)   (Soprattutto su Twitter) Se è possibile cercate di dare un <strong>volto umano</strong> al vostro profilo, magari inventandovi un bel personaggio fittizio (farlo inventare ai vostri utenti attraverso un bel <strong>social-contest</strong> o un <strong>give away</strong>?) oppure attingendolo dal <em>pantheon</em> dei vostri concittadini storici più illustri. Di certo un utente è più invogliato a interagire con un account “umano” piuttosto che con il twit profile della “Sovrintendenza Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte”!</p>
<p style="text-align: justify;">3)   Niente <em>diy</em> (“do it yourself”), insomma <strong>niente fai da te!</strong> Tutti quanti abbiamo un profilo FB, un account Twitter e altre diciottomila identità sparse tra Youtube, Flickr, Pinterest, Tumblr e chi più ne ha più ne metta, ma un conto è usare queste piattaforme per diporto, un conto è sfruttarle per il vostro <strong>Marketing</strong> e la vostra <strong>Comunicazione</strong> istituzionale. Perciò, se volete far le cose per bene mettete da parte qualche soldino e <strong>pagate un esperto</strong> che sappia il fatto suo e che sia in grado di sfruttare al meglio le meraviglie che queste applicazioni tengono nascosto dietro al vostro browser.</p>
<p style="text-align: justify;">E tu? Qual è la tua esperienza con le <em>social</em>-PA della tua città?</p>
<p style="text-align: justify;">
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