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	<title>Militant</title>
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	<description>Collettivo politico</description>
	<lastBuildDate>Thu, 14 May 2026 10:29:38 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Militant</title>
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		<title>Corpi sfruttati e vite sacrificabili: le migrazioni come terreno di ricomposizione di classe</title>
		<link>https://www.militant-blog.org/corpi-sfruttati-e-vite-sacrificabili-le-migrazioni-come-terreno-di-ricomposizione-di-classe/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2026 10:20:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[capitale / lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[Nel mondo contemporaneo, le migrazioni non possono essere comprese se non come un elemento strutturale del capitalismo globale. Lungi dall’essere fenomeni contingenti o il semplice risultato di scelte individuali, i movimenti migratori sono profondamente intrecciati con dinamiche storiche ed economiche più ampie,&#160;quali l’intensificarsi delle disuguaglianze, le eredità coloniali, i conflitti e le trasformazioni del mercato [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Nel mondo contemporaneo, le migrazioni non possono essere comprese se non come un elemento strutturale del capitalismo globale. Lungi dall’essere fenomeni contingenti o il semplice risultato di scelte individuali, i movimenti migratori sono profondamente intrecciati con dinamiche storiche ed economiche più ampie,&nbsp;quali l’intensificarsi delle disuguaglianze, le eredità coloniali, i conflitti e le trasformazioni del mercato del lavoro. In questo quadro, il sistema capitalistico appare unificato, ma attraversato da profonde disuguaglianze, sia nel rapporto tra capitale e lavoro, sia nei rapporti di forza tra&nbsp;paesi del centro e della periferia del mondo. Queste categorie, pur essendo storicamente ed economicamente mutevoli – basti pensare al ruolo assunto negli ultimi decenni da paesi come Cina, India e Brasile – si configurano anche come costruzioni culturali che contribuiscono a legittimare e riprodurre il dominio del primo sul secondo.&nbsp;Questo rapporto di dominio non si esaurisce sul piano simbolico o culturale, ma si traduce concretamente in condizioni materiali di dipendenza economica e disuguaglianza strutturale, che alimentano i movimenti migratori e spingono ampie fasce di popolazione a cercare condizioni di vita e lavoro nei paesi del centro. Al contempo, questi stessi processi producono effetti profondi nei paesi di origine, che si ritrovano privati di una parte significativa della propria forza lavoro, spesso giovane e in età attiva, indebolendo ulteriormente le economie locali e contribuendo a riprodurre dinamiche di dipendenza e sottosviluppo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È all&#8217;interno di queste contraddizioni che la figura&nbsp;dellə&nbsp;migrante emerge non solo come forza lavoro essenziale per il funzionamento del sistema economico e sociale neoliberale, ma anche come chiave di lettura fondamentale delle tensioni, delle gerarchie e delle potenzialità di conflitto del nostro presente. Tuttavia, mentre sulle ragioni relative alle scarse opportunità nei paesi di origine, all&#8217;eredità coloniale e ai conflitti, ci sembra ci sia comunque una forte attenzione da parte dell&#8217;opinione pubblica, complice anche la facilità con cui queste ragioni vengono esaurite attraverso una lettura solamente umanitaria e mai politica, per quanto riguarda invece la relazione tra capitale e lavoro notiamo una mancanza di decostruzione del discorso dominante. In questo senso, alcune letture della contemporaneità influenzate da approcci postmoderni, tendono a privilegiare la dimensione individuale e soggettiva dell&#8217;esperienza migratoria romanticizzandola e rischiando di oscurare i processi storici e materiali più ampi che strutturano le condizioni del fenomeno migratorio. A ciò si affianca il modello&nbsp;dellə&nbsp;&#8220;migrante globale&#8221; come individuo razionale &#8211; in termini neoclassici &#8211; che massimizza i propri benefici e che quindi contribuisce a rappresentare i movimenti migratori come l&#8217;esito di scelte esclusivamente libere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa doppia riduzione – da un lato umanitaria, dall’altro individualizzante – oltre a legittimare una distinzione netta tra “migrante economico” e “richiedente asilo”, contribuendo così a costruire una gerarchia tra chi merita la protezione internazionale e chi invece può essere&nbsp;esclusə, apre lo spazio a narrazioni semplificate e a iniziative politiche promosse dalle destre, come quella della “remigrazione”, neologismo che si configura come sinonimo di deportazioni di massa e richiama forme di violenza simili a quelle praticate negli Stati Uniti dall’ICE.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo contesto si inserisce una narrazione molto diffusa secondo cui sarebbero&nbsp;lə&nbsp;migranti la causa del peggioramento delle condizioni lavorative nei nostri paesi. Tuttavia, il processo di precarizzazione del lavoro in Italia non nasce con l’arrivo&nbsp;dellə&nbsp;migranti, ma si inserisce in una più ampia ristrutturazione del capitalismo avviata a partire dagli anni Settanta, in risposta alla forza del movimento operaio. Tale processo, volto a indebolire il potere e la capacità di organizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici, troverà pieno sviluppo nei decenni successivi attraverso l’introduzione progressiva di forme di flessibilizzazione del lavoro. La migrazione, piuttosto, è stata spesso utilizzata come strumento da parte del capitale per ridefinire i rapporti di lavoro, creando nuovi spazi di sfruttamento e&nbsp;mettendo in competizione lavoratori&nbsp;locali e migranti, frammentando così la classe lavoratrice e indebolendo la solidarietà e l&#8217;identità collettiva.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se infatti la &#8220;fortezza Europa&#8221; da una parte chiude, respinge, esternalizza le frontiere, riducendo le possibilità di ingresso legale, dall&#8217;atra parte integra selettivamente quella stessa forza lavoro dentro economie che hanno bisogno di essere flessibili, precarie e silenziose. In tal senso, il confine non è tanto rappresentato da una linea o da un muro, ma piuttosto da un dispositivo in senso foucaultiano (la combinazione di elementi sia materiali sia immateriali quali discorsi, istituzioni, strutture materiali, norme, leggi, forme di sapere, etc.) che seleziona chi può entrare e chi no,&nbsp;producendo&nbsp;morte per rendere il confine credibile e illegalità per rendere lo sfruttamento possibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È proprio questa produzione di vulnerabilità differenziata che consente l’inserimento&nbsp;dellə&nbsp;migranti all’interno del mercato del lavoro in posizioni strutturalmente subordinate: sono a pieno titolo interni alla classe lavoratrice e ne costituiscono una componente decisiva – in settori come agricoltura, logistica, cura&nbsp;ed&nbsp;edilizia – vivendo direttamente le contraddizioni fondamentali del lavoro salariato, quali sfruttamento, informalità e ricattabilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come dimostrano gli scioperi dei sans-papiers in Francia nel 2008 e 2009, le lotte&nbsp;dellə&nbsp;lavoratori migranti nel settore della logistica in Italia e, più recentemente, quelle nell’industria tessile a Prato, a differenza della diffusa rappresentazione del&nbsp;migrante come soggetto passivo o marginale, esso di fatto rappresenta uno degli attori più importati dei recenti cicli di conflittualità nelle metropoli europee. Inoltre, come si è visto con le recenti mobilitazioni per la Palestina, è proprio la forza lavoro migrante che spesso, pur se subordinata al ricatto del documento, si trova in punti strategici del processo produttivo e può quindi svolgere azioni capaci di colpire gli interessi del capitalismo globale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È alla luce di queste tensioni tra &#8220;marginalità sociale&#8221; e centralità economica che la condizione delle lavoratrici e dei lavoratori migranti assume un ruolo fondamentale nella ricomposizione di classe nel capitalismo contemporaneo. È su questo terreno che si gioca quindi la possibilità di ricostruire un orizzonte dove il proletariato risulti unito e capace di mettere in relazione la lotta al capitalismo, l&#8217;antimperialismo e l&#8217;antifascismo. </p>
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		<title>Sabato in piazza per difendere la rivoluzione cubana</title>
		<link>https://www.militant-blog.org/sabato-in-piazza-per-difendere-la-rivoluzione-cubana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 15:28:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[iniziative / segnalazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Da 67 anni gli Stati Uniti perseguono una politica di ostilità, aggressione e minacce verso Cuba: una politica fatta di attentati, di tentativi di invasione e di blocco economico. Oltre 200 misure di strangolamento economico si sommano a un arsenale legislativo costruito per costringere un intero Paese alla resa per fame, malattia o collasso economico. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Da 67 anni gli Stati Uniti perseguono una politica di ostilità, aggressione e minacce verso Cuba: una politica fatta di attentati, di tentativi di invasione e di blocco economico. Oltre 200 misure di strangolamento economico si sommano a un arsenale legislativo costruito per costringere un intero Paese alla resa per fame, malattia o collasso economico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell’era dell’intimidazione e della legge del più forte, questa logica si traduce in un vero e proprio esperimento criminale di massa su un intero popolo perpetrato anche attraverso il crudele blocco energetico. Dall&#8217;altra sponda dello Stretto della Florida i trumpiani invocano una guerra di sterminio, mentre dalle spiagge si godono la sofferenza umana derivante da misure di strangolamento economico di ogni genere. Mettendo alla prova la capacità dell&#8217;uomo di resistere alla fame, al buio, alle malattie, alla mancanza di servizi essenziali, bloccati dall’embargo petrolifero, solo in minima parte mitigato dall’intervento russo degli ultimi giorni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A tutto questo si aggiunge la guerra ideologica, culturale e mediatica. La manipolazione che distorce la realtà con strumenti sempre più sofisticati e che mira a cancellare il ruolo del popolo cubano e trasformare Cuba in un oggetto: un premio da conquistare, una coppa da agitare, un punto da ridisegnare sulla mappa, una manciata di esseri umani ridotti a pedine di questa ennesima partita a Risiko. Lo abbiamo già visto negli altri scenari di guerra di questi mesi: abituati a mentire e ingannare, parlano di dialogo e negoziazione mentre preparano la guerra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è la prima volta in questi 67 anni. La minaccia di un’aggressione militare è sempre stata presente nella vita quotidiana dei cubani ed è per questo che il Paese coltiva la pace ma si prepara alla difesa. Cuba non è mai stato un Paese belligerante e la sua storia lo dimostra, ma il popolo cubano è, come sempre, pronto a difendere la propria patria e il processo che gli ha garantito libertà e indipendenza dopo oltre mezzo secolo di neocolonia e una lunga lotta iniziata nel 1868 e culminata nel 1959. L’obiettivo resta evitare la guerra ma, se si verificasse un’aggressione militare, la risposta sarà quella della resistenza perché “morir por la patria es vivir”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La solidarietà globale deve levarsi contro il blocco invocando resistenza e un futuro di pace, denunciando la minaccia globale dell’imperialismo che sta tingendo il mondo intero del sangue di chi non vuole piegarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo saremo in piazza a difendere Cuba e la sua Rivoluzione, nell’anno del centenario di Fidel.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una Rivoluzione che è baluardo di dignità, esempio e ispirazione per chiunque nel mondo difenda l&#8217;autodeterminazione, l&#8217;indipendenza, la sovranità, la libertà, la giustizia sociale e la pace.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’appuntamento è per sabato a Roma, alle ore 15 al Colosseo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trump boia!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Venceremos!</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Del buon uso di una strategia che possa davvero tradursi in agire politico</title>
		<link>https://www.militant-blog.org/del-buon-uso-di-una-strategia-che-possa-davvero-tradursi-in-agire-politico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2026 07:55:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[internazionalismo]]></category>
		<category><![CDATA[analisi]]></category>
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					<description><![CDATA[l corteo “No Kings” è stato un successo di partecipazione oltre ogni più ottimistica aspettativa. Relegare, regalare, questa partecipazione alle mefitiche sorti del “campo largo” sarebbe, prima ancora che falso, un errore politico.]]></description>
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<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Su Pd, Avs e generazione Gaza, ovvero come saper vivere dentro le contraddizioni politiche del presente</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il corteo “No Kings” è stato un successo di partecipazione oltre ogni più ottimistica aspettativa. Relegare, regalare, questa partecipazione alle mefitiche sorti del “campo largo” sarebbe, prima ancora che falso (un falso molto interessato però), un errore politico. La piazza di sabato è stata, in primo luogo, una piazza internazionale, di gente che lotta da Milwaukee a Gaza, da Roma a Caracas. Otto milioni di persone in tremila manifestazioni per il mondo. Non è stata “la piazza del centrosinistra”, a meno di non voler regalare il Blm e la mobilitazione contro l’Ice all’azione di Schlein e Bonelli, non voler regalare la generazione Gaza agli accordicchi della famiglia Fratoianni. È stata, poi, una piazza di popolo, ma di un popolo particolare, non generico né interessato alle sirene della sintesi elettorale: è stata una prosecuzione naturale delle piazze della Palestina e che è a sua volta proseguita un po&#8217; inaspettatamente dentro il NO alla “riforma della magistratura”. Una piazza giovane, radicale, cosciente – di una coscienza all’altezza dei tempi che corrono, ovviamente. Non servono voli pindarici o ingegnerie politiche per verificare i limiti e le potenzialità – queste decisamente superiori ai limiti – di tale esigenza di partecipazione. È così che si muove la protesta, fregandosene delle etichette e delle appartenenze, dei giochi politici e delle ideologie assestate e mature. A volte questa partecipazione prende le forme della radicalità ingestibile, a volte è rinchiusa nei vincoli di una sorta di falsa coscienza di se stessi, del proprio stare al mondo, delle possibilità concrete del proprio agire politico, dei suoi alleati. È per questo – è proprio per questo – che sabato era giusto stare in piazza al netto degli interessi politici di taluni partiti, in particolare Avs, e al netto della confusione – una confusione stavolta vitale! – delle idee e delle parole d’ordine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“No King” è una protesta importata dagli Usa, si è detto: e quindi? Se questa è la cornice occasionale entro cui far vivere la mobilitazione reale, che importa dell’occasione in sé? Così come poco importa dei singoli soggetti politici che la animavano: lo spauracchio Avs era ben presente anche nelle mobilitazioni contro il genocidio sionista, eppure? Eppure la generazione Gaza non ha avuto problemi a esondare i diversi soggetti politici e culturali che partecipavano a quelle manifestazioni, da Avs a Pap, dai centri sociali al pacifismo cattolico: tutti importanti, nessuno davvero necessario. Perché la convocazione delle piazze era solo l’occasione, una delle tante possibili, per esprimere il proprio rifiuto attivo all’ordine di cose esistenti. La piazza ha usato di volta in volta le piccole organizzazioni senza venirne usata. È questo il dato di novità di questa stagione della politica, è questo il carattere che va protetto e coltivato. Questa generazione vuole unità, non una qualsiasi unità al ribasso, ma anche fuori dagli schemi consolidati, corretti e stantii allo stesso tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui si situa il nodo del rapporto tra la contraddizione principale e le contraddizioni immediate, un nodo che vive nella protesta e paradossalmente la alimenta. Ottima è la situazione quando grande è la confusione, avrebbe detto Mao con la sua spregiudicata fiducia nell’avvenire. Individuare nel Pd l’agente più compiuto della controrivoluzione liberista ed europeista nel paese Italia è sicuramente corretto. Individuare nelle sue sponde esplicite e implicite un problema, è anch’esso un punto qualificante. Poi però c’è il movimento reale delle cose e delle persone, che individua di volta in volta – è un individuare impersonale, spontaneo, occasionale e sapiente al tempo stesso – il problema principale, e questo non rimanda sempre e per forza alla contraddizione politica principale individuata una volta per tutte nelle nostre giuste analisi. Certo, “Trump” rimarrà sempre una contraddizione minore rispetto al capitalismo globalmente inteso, ma davvero un pensiero politico che si vuole efficace non riesce ad andare oltre questa banalità? Certo, la lotta al governo Meloni, rispetto alle disgrazie dell’Unione europea o alla tragedia della guerra in Ucraina, sarà sempre un filo sotto al giusto ordine gerarchico delle priorità dei lavoratori italiani: davvero pensiamo di convincere questi stessi lavoratori attorno all’immediato menù delle contraddizioni ideologicamente principali? Persino il referendum sulla magistratura non aveva caratteri davvero “di sinistra” – al di là della blanda e asfittica “difesa della Costituzione” buona per ogni stagione e per ogni pacificazione – eppure anche quello è stato un terreno usato virtuosamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo deve tradursi in un’apertura sconsiderata alle ragioni dell’opposizione purchessia al governo delle destre in Italia? Assolutamente no, così come – però – non può diventare il ritornello sempre uguale che usa l’analisi (un’analisi ghiacciata) per disinnescare la voglia di mobilitazione di una generazione nuova, diversa da noi ma animata dallo stesso spirito di rivolta. La dialettica sta nella capacità di saper convivere con queste contraddizioni, spostandole un po&#8217; più in là, un po&#8217; più a sinistra, spezzando il rischio della compatibilità. Non è facile, anzi è più sicura la sconfitta della riuscita, ma non provarci non è mai un’opzione.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Iran: proteste o rivoluzioni?</title>
		<link>https://www.militant-blog.org/iran-proteste-o-rivoluzioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jan 2026 10:30:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[internazionalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[Trent’anni dopo Otpor-Belgrado, Bengasi, Maidan, Caracas eccetera, se c’è una lezione da trarre è quella per cui non basta una protesta, che diventa subito rivolta che diventa subito rivoluzione nella narrazione massmediatica occidentale, per imprimere un carattere di per sé progressivo ai sommovimenti che agitano le società d’oltrecortina]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Trent’anni dopo Otpor-Belgrado, Bengasi, Maidan, Caracas eccetera, se c’è una lezione da trarre è quella per cui non basta una protesta, che diventa subito rivolta che diventa subito rivoluzione nella narrazione massmediatica occidentale, per imprimere un carattere di per sé progressivo ai sommovimenti che agitano le società d’oltrecortina. Allo stesso tempo, la reductio dell’eterodirezione è anch’essa un’arma spuntata: una direzione interessata c’è sempre – mica si è nati ieri; ma in un dato luogo questa non attecchisce, in un altro prende la forma della valanga: perché? Perché c’è una specificità dei contesti, e questa specificità spiega perché Assad cade di fronte a una colonnina di pickup e Caracas resiste con grandi manifestazioni in sostegno del potere bolivariano. Spiega perché Gheddafi – pure il Gheddafi marcio degli ultimi vent’anni di potere – per essere rimosso dev’essere bombardato dall’alto dei caccia anglofrancesi, mentre Mubarak si decompone con due accampate a piazza Tahrir. Insomma l’analisi concreta della situazione concreta è l’esatto opposto dell’eterodirezione come cornice-feticcio attraverso cui spiegare la realtà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sull’Iran, quindi, ci si dovrebbe andare cauti. Probabilmente gli Ayatollah sono un padrone duro per la società iraniana, ma il disegno di annichilimento operato dagli Stati uniti in funzione anti-cinese è anch’esso un dato che va considerato, da cui non si può sfuggire per capire come schierarsi. Perché schierarsi serve – la Palestina insegna. Quelli che disertano, che se ne lavano le mani, che tirano in ballo la fatidica “complessità” per evitare di compromettersi, intorbidano le acque con i loro distinguo e le loro accortezze. Ma come schierarsi allora? Il fatto che Trump, Elon Musk, l’Unione europea, e via discendendo Salvini e Meloni, Calenda e pinapicierno stiano tutti dalla parte delle proteste, può dare qualche indicazione. Il fatto che una parte – almeno una parte – di queste proteste richieda il ritorno dello Scià, anche. Ma è solo una parte del quadro, non l’intera scena. Questa scena va compresa all’incrocio tra motivazioni globali (distruzione dell’asse antiamericano in Medioriente) e cause locali (come funziona la società iraniana? Quale livello di repressione? Quale redistribuzione della ricchezza? Quale livello di ingerenza religiosa? Quali spazi di emancipazione possibile?). </p>



<p class="wp-block-paragraph">Schierarsi insomma è necessario, ma non per questo è semplice. Non bisogna essere meteorologi per sapere se piove. A patto che la pioggia bagni la faccia di chi osserva. Altrimenti, beh, un po&#8217; di meteorologia serve, altrimenti il rischio è quello di farsi incantare dalle forme della protesta e mai dai suoi contenuti espliciti e impliciti. Si dirà che basta abbattere il tiranno, il resto si vede. Anche qui, trent’anni o un secolo dopo averle viste e provate, ci andremo cauti. Il tiranno è sempre quello altrui, così come il terrorista è sempre il combattente che perde. Ai prestigiatori dell’assenza di memoria preferiamo ancora le parole del poeta: con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia. Ma colpisco un po&#8217; a casaccio perché non ho più memoria.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il tempo dell’impero e quello della colonia</title>
		<link>https://www.militant-blog.org/il-tempo-dellimpero-e-quello-della-colonia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Jan 2026 09:55:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[internazionalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[In queste giornate tese e concitate le incertezze sulle sorti del processo bolivariano si moltiplicano, alimentate in maniera complice da chi da questi dubbi e dalla destabilizzazione ha tutto da guadagnare]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">In queste giornate tese e concitate le incertezze sulle sorti del processo bolivariano si moltiplicano, alimentate in maniera complice da chi da questi dubbi e dalla destabilizzazione ha tutto da guadagnare. Il barbaro e spettacolare atto che ha avuto luogo con il sequestro di Nicolas Maduro e la &#8220;primera combatiente&#8221; Cilia Flores tre giorni fa non ha precedenti nella storia recente: è un colpo che l’imperialismo statunitense ha messo a segno osando l’impensabile e che segna il concretizzarsi di un’aggressione annunciata tanto da un lato che da quello opposto dei Caraibi. Un attacco deliberato nel corso dell’assedio più duro che gli Stati Uniti hanno imposto unilateralmente ad un paese libero e sovrano dell’area.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le ore confuse seguite alla notizia del sequestro sono state riempite dallo sconcerto dell’annuncio dei morti civili e militari – 88 in totale per una notte di bombardamenti – e da quella dei 32 giovani combattenti cubani posti a difesa della presidenza che sono stati giustiziati a sangue freddo alle prime luci dell’alba di Caracas. Questo sequestro, pur nella sua eccezionalità, non è la prima difficoltà che il popolo venezuelano si trova ad affrontare dinnanzi un’aggressione coloniale e predatoria: la storia latinoamericana, e ancora di più quella del processo di liberazione bolivariano sono costellati d’eventi di questo tipo che esemplificano chiaramente cosa significa l’intervento straniero in terra coloniale. Golpe &#8220;duri&#8221; o &#8220;soavi&#8221;, tentativi di assassinio politico e stragi di massa, destabilizzazione interna e schiacciamento economico ai danni della popolazione civile sono stati le costanti che hanno scandito il tempo lungo della liberazione e dell’indipendenza del Latino America. Un tempo che ora più che mai si trova in estremo pericolo. E anche in questo caso, come nei precedenti, la nostra fiducia va al popolo in movimento e ai suoi rappresentanti che dal giorno seguente hanno cominciato ad assorbire il colpo e a rispondere, con i propri mezzi, a questa aggressione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il fiorire di interpretazioni complottiste, di letture inclini esclusivamente al tradimento e alla congiura, spasmodicamente e morbosamente impegnate nella ricerca dei torbidi di cui il governo bolivariano si starebbe rendendo complice sono solo il riflesso della coscienza coloniale bianca che non può tollerare l’esistenza di un’intelligenza collettiva – <em>di organizzazione</em> – nei popoli del Sud del mondo. Come per la Palestina, anche il Venezuela deve subire lo stesso trattamento: non solo la dominazione dei corpi ma anche quella delle menti. L’ossessione personalistica e leaderistica che rivela la politica degli assassinii politici tanto cara all’oligarchia sionista e statunitense si è riversata senza filtri nel paese di Bolivar: eliminiamo la testa e loro crolleranno. Colpiamoli talmente forte nel loro simbolo che andranno giù. L’antropologia individualista che non riesce a leggere i processi collettivi e la storia se non riducendole ad un simbolo, ad un leader, ad un volto si è fatta strada anche in questo caso, colonizzando le menti di tutti quelli che hanno creduto che con un presidente crollasse un paese intero. E che se questo paese non crolla è solo perché ci si è potuti accordare sotto banco, al buio degli ambigui incontri bilaterali e alle spalle del proprio popolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta alla &#8220;decapitazione&#8221; invece c’è stata, ed è stata tutt’altro che lineare. Non è stato qualche cosa che si può ritrovare candidamente nei &#8220;manuali di scienza politica&#8221;. L’apparente vuoto creato dal rapimento del Presidente venezuelano è stato colmato dal pronunciamento dei cinque poteri dello Stato a favore della più chiara pretesa di liberazione di Nicolas Maduro, e nell’investitura della vice presidente Delcy Rodriguez come Presidente incaricata. Questo passaggio, sanzionato in un momento di shock e confusione evidente si è accompagnato alla conferma della continuità democratica attribuita alla nuova Assemblea nazionale (il Parlamento venezuelano) che si è insediato lunedì per la legislatura 2026-31. Non è un caso che questo attacco ci sia stato in un momento così delicato per le istituzioni venezuelane, che in altri momenti di crisi sono state il trampolino di lancio per avventure dell’opposizione golpista. In questo caso, però, è andata diversamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla linea della continuità istituzionale – la cui tenuta non va data in nessun modo per scontata – va affiancata quella della continuità di piazza, che ha cominciato a dispiegarsi con i cortei di massa tenutisi a Caracas tra ieri e oggi e che riverberavano, amplificandola, la fiducia accordata ai propri rappresentanti nel pretendere la liberazione del Presidente prigioniero, per adesso sequestrato nei tribunali di New York. Pezzi interi di proletariato e sottoproletariato venezuelano sono ben coscienti di quello che significa la prospettiva di una nuova “tutela” americana – diretta o indiretta che sia – nel paese e nell’area, e si sono messi in moto dai bastioni chavisti per chiedere la liberazione di Maduro e pretendere una risposta all’attacco frontale che sta subendo il progetto bolivariano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi due elementi sono stati ribaditi all’unisono in diversi momenti di confronto internazionale, come quello dell’Assemblea permanente dei popoli per la Sovranità e la Pace che si è tenuta due giorni fa a Caracas, richiamando a raccolta tutte quelle realtà solidali che si sono fino ad oggi organizzate in difesa del progetto bolivariano e contro l’aggressione imperialista. Se il messaggio chiaro e netto al movimento è stato quello della mobilitazione generale e permanente per la liberazione di N. Maduro, di C. Flores e della più decisa volontà di coesione interna tra la base chavista e il suo governo, la richiesta che ci è stata rivolta come solidarietà internazionale è stata di moltiplicare gli sforzi per denunciare la complicità dei propri governi in un’aggressione imperialista di un’intensità inedita. L’invito, poi, per bocca di militanti di lunga data della sinistra venezuelana come Carlos Luis Rivero alla costituzione di organismi permanenti in grado di affrontare un prevedibile peggioramento dello scenario bellico in Venezuela non è passato <a href="https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_muro_del_venezuela_dove_si_ferma_lavanzata_del_fascismo_globale_intervista_a_carlos_luis_rivero/5496_64539/" target="_blank" rel="noopener">inosservato</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci troviamo in un momento storico in cui il terreno di scontro che si è aperto in Palestina per volontà dell’imperialismo a guida statunitense si sta allargando, inghiottendo tutto quello che si frappone tra il centro ed una nuova fase di accumulazione capitalistica. Il motore di questo insaziabile movimento di conquista è la tendenza generale alla guerra. La capacità di inceppare la macchina bellica e di sabotare i meccanismi di riproduzione dell’imperialismo sono stati solo sperimentati nel tentativo di lottare contro il genocidio in Palestina, dimostrando tuttavia che è possibile costruire un’area di antagonismo e di opposizione larga e allo stesso tempo conflittuale alla fredda e brutale imposizione di un orizzonte di guerra. Sta a noi, a fronte di questo scenario, trovare la formula per forgiare gli strumenti che ci permettano di esercitare una solidarietà unitaria, concreta e militante al popolo palestinese, a quello venezuelano e a chi subisce il peso della brutalità coloniale e imperialista nel centro e nella periferia. Di sincronizzare il tempo dell’impero e quello della colonia. Lo abbiamo fatto e continuiamo a farlo contro il genocidio in Palestina. Dobbiamo farlo per il Venezuela sotto assedio.</p>
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		<title>Da Roma a Gaza: Palestina vincerà!</title>
		<link>https://www.militant-blog.org/da-roma-a-gaza-palestina-vincera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Oct 2025 10:40:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[internazionalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[Il 4 ottobre è stata una giornata figlia di un lungo percorso, durato due anni, che ha visto nel suo corteo oceanico uno dei momenti di apice per un movimento che in questo autunno ha iniziato a dispiegare tutta la sua capacità di mobilitazione. Una settimana lunga e intensa, inedita, che ha portato milioni di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il 4 ottobre è stata una giornata figlia di un lungo percorso, durato due anni, che ha visto nel suo corteo oceanico uno dei momenti di apice per un movimento che in questo autunno ha iniziato a dispiegare tutta la sua capacità di mobilitazione. Una settimana lunga e intensa, inedita, che ha portato milioni di persone in piazza in tutta Italia e che ha saputo esprimere numerosi momenti di conflitto. Questa settimana ha dimostrato plasticamente che la società italiana è schierata convintamente per la Palestina e contro le politiche terroristiche di Israele, contro il sionismo colonizzatore, e contro un sistema di relazioni internazionali marcio e complice, che permette da 70 anni al sionismo genocida di annientare un popolo senza Stato, senza esercito e senza economia, armato solo della convinzione e della necessità di dover resistere per sopravvivere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un movimento ormai composto dai più diversi settori sociali e che rivendica con forza il proprio sostegno alla resistenza palestinese. Che ha preso le mosse dalle organizzazioni della diaspora palestinese che per prime si sono organizzate all’alba del 7 ottobre e che hanno avuto la capacità di generalizzare, nel pieno di una crisi di mobilitazione che durava da un decennio, le ragioni della Palestina e dell’opposizione all’operato del governo Meloni, uno dei più filo-irsraeliani d’europa, in piena e sostanziale sintonia con quello di Netanyahu.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come Miltant, Alberone, ORA, studenti del Settimo Movimento e compagne e compagni sia di Roma che di altre città abbiamo dato vita a uno spezzone determinato e combattivo che aveva l’obiettivo di ribadire un fatto decisivo: la questione palestinese non è un fatto che si può ridurre alla solidarietà umanitaria, ma è un fatto politico, di lotta e di resistenza, di presa di coscienza, un fatto che impone un posizionamento. Una lotta e una resistenza, quella palestinese, che possono e a volte devono essere anche armate, conflittuali, militari, clandestine. Non si sopravvive allo sterminio con i buoni propositi e i tentativi di riconciliazione con una popolazione, quella di Israele, che in questi decenni è stata spesso complice dei suoi governi, quando non sostenitrice delle sue politiche coloniali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vorremmo, davvero, avere degli interlocutori in Israele, ma dove sono oggi questi interlocutori? Dov’è questo popolo Israeliano che rifiuta il genocidio, che si mette a disposizione della lotta palestinese, che la sostiene non solo con le parole e gli editoriali sui giornali progressisti, ma con le azioni, le mobilitazioni, i sacrifici, le rinunce, le fratture insanabili che una posizione del genere genererebbe nella società israeliana? Oggi noi non vediamo sponde, né in Israele né in quei governi occidentali che provano a ripulirsi la coscienza attraverso riconoscimenti di comodo e condizionati alla salvaguardia della dimensione neocoloniale in Palestina</p>



<p class="wp-block-paragraph">È importante dire che quella palestinese è la lotta di tutto un popolo: non esistono i palestinesi cattivi perché violenti, da contrapporre magari a quelli buoni perché “pacifici” – peraltro giudicati tali perché complici con i governi sionisti. La resistenza è una e si organizza nelle forme, nei modi e nella dialettica politica in Palestina, a Gaza come in Cisgiordania. Non siamo noi a dover insegnare ai palestinesi come si lotta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo di fronte al primo vero movimento di massa e conflittuale in Italia dopo la mobilitazione no global dei primi anni Duemila. Anzi, è il primo vero movimento di massa transnazionale, pienamente globale, da vent’anni a questa parte. Ricorderemo a lungo le macchine in coda applaudire i cortei che bloccavano la circolazione e gli abitanti sostenere dai tetti e dalle finestre i serpentoni che si snodano ovunque in un clima di mobilitazione totale così come la politicizzazione di intere nuove generazioni di militanti. Anche di questo dovremo ringraziare il popolo palestinese: di aver contribuito alla ripresa delle lotte di classe qui in Occidente, in Europa e in particolare in Italia. Il loro modello è il nostro modello, il loro esempio è per noi un’indicazione di lotta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come al solito, assistiamo al tentativo disperato da parte dei media mainstream di delegittimare la mobilitazione e sabotare la sua capacità ricompositiva, tirando in mezzo slogan troppo truculenti, striscioni ritenuti troppo radicali e agitando il solito spauracchio degli infiltrati. Mettetevi l’anima in pace, qui non c’è nessuno spazio alla divisione tra buoni e cattivi. Ci teniamo quindi a esprimere la nostra solidarietà e complicità nei confronti dei due compagni fermati e processati per direttissima stamane, per i quali è stata disposta la convalida degli arresti ma non sono state emesse misure cautelari. Siamo inoltre al fianco di tutte le persone fermate, identificate e ferite in piazza. La repressione non deve farci paura, la solidarietà è l&#8217;arma più potente che abbiamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da due anni la storia si è rimessa in cammino, in Palestina così come in Europa e nel resto del mondo. La pace, in Palestina così come nella guerra tra la Russia e la Nato, è una parola d’ordine che smentisce le politiche di riarmo e guerrafondaie di tutto l’Occidente. Siamo davanti ad un’occasione storica. Proprio per questo le mobilitazioni di massa – questa grande novità di questi ultimi due anni – non bastano più. Bisogna tornare a fare politica e a fare conflitto. Quello di oggi è un punto di partenza: l’obiettivo è generalizzare la lotta, collegare la mobilitazione per la Palestina con le lotte di classe in Italia, contro il liberismo europeista e il governo Meloni. Abbiamo questa occasione che il sacrificio palestinese ci dona: cogliamola.</p>
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		<title>Dal Tevere al Giordano: Gaza chiama Roma risponde</title>
		<link>https://www.militant-blog.org/dal-tevere-al-giordano-gaza-chiama-roma-risponde/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Sep 2025 12:53:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[internazionalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[La generalizzazione dello sciopero di ieri, che più che uno sciopero dei soli lavoratori, almeno a Roma, è stato uno sciopero sociale e politico “per Gaza” è un chiaro segnale per tutto il movimento che si batte al fianco della Resistenza palestinese in questo paese.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">L’indiscutibile riuscita della piazza di ieri ha relegato, almeno per il momento,&nbsp;ogni manovra da&nbsp;“piccolo cabotaggio”&nbsp;che aveva caratterizzato il&nbsp;movimento di solidarietà per la Palestina&nbsp;nel passato,&nbsp;generando una grande giornata di mobilitazione che ha esondato tutti i soggetti organizzati&nbsp;di&nbsp;movimento. Questo è stato possibile grazie a&nbsp;una straordinaria mobilitazione delle coscienze di fronte a&nbsp;un genocidio in corso e&nbsp;al&nbsp;rigetto della&nbsp;complicità totale e asservita di ogni singolo governo occidentale&nbsp;all’infame colonizzazione sionista.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La generalizzazione dello sciopero di ieri, che più che uno sciopero dei&nbsp;soli lavoratori, almeno a Roma,&nbsp;è stato uno sciopero sociale e politico&nbsp;“per Gaza” è un chiaro segnale per&nbsp;tutto&nbsp;il movimento che si batte al fianco della Resistenza palestinese&nbsp;in questo paese.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il virtuosismo delle piazze del 22 settembre crediamo sia stato possibile principalmente grazie alla capacità che è stata dimostrata da larghi settori di movimento di intercettare il sentimento dominante nella società italiana rispetto alla questione palestinese – una diffusa solidarietà che trova paragoni solo episodici con altri paesi europei. A questo va sommato il sempre più profondo&nbsp;processo di&nbsp;scollamento tra la società italiana e il Palazzo,&nbsp;che vede la stragrande maggioranza della popolazione su sentimenti “filo-palestinesi”&nbsp;e “contro il massacro”, mentre&nbsp;il governo italiano&nbsp;segue inesorabilmente la parabola sionista ritrovandosi sempre più&nbsp;chiaramente in una condizione di isolamento.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le piazze di ieri non sono state solo larghe e generalizzate, arrivando a coinvolgere i settori più atomizzati&nbsp;e “fragili” della società italiana in una giornata di mobilitazione. Le piazze&nbsp;di Milano, Bologna, Napoli, Palermo, Pisa e Roma sono state capaci di unire partecipazione e radicalità, mobilitazione e conflitto riportando nell’agenda politica di movimento una serie di ragionamenti che per troppo tempo avevano vegetato in una fase di stagnazione politica.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il blocco delle arterie principali del Paese, i picchetti diffusi nelle stazioni centrali, l’arresto dei principali porti italiani complici del Genocidio ci forniscono il chiaro segnale della necessità e della praticabilità di piazze larghe e allo stesso tempo conflittuali, di momenti di mobilitazione generalizzata che trovino allo stesso tempo, come a Milano, spazi di conflittualità e radicalità prive di mediazione o “tappi” sindacali. </p>



<p class="wp-block-paragraph">E’&nbsp;alla luce di questo processo che va ragionata la costruzione della grande manifestazione del 4 ottobre lanciata da GPI, UDAP e tutto il movimento di solidarietà con la Palestina.&nbsp;Se il 22 è stato il primo segnale che “qualcosa si muove”, e di profondo nella nostra società quando si parla di Palestina, l’appuntamento del 4 non può che essere un “secondo atto” teso a dare continuità al processo di generalizzazione e conflitto che ha preso piede in numerose piazze italiane e, laddove non&nbsp;si è verificato, a stimolarlo sull’esempio delle altre città.&nbsp;Il rischio che la piazza del 22 sia qualcosa di episodico e non replicabile è, come sempre, dietro l’angolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma proprio per questo sta a noi non sprecare la carica di mobilitazione che sembra essersi accumulata nella società italiana,&nbsp;bilanciando intelligentemente gli appuntamenti di piazza e le pratiche&nbsp;conflittuali che devono riempirli, unire la partecipazione larga (e quello che accadrà quando la&nbsp;Global&nbsp;Sumud&nbsp;Flottilla&nbsp;approccerà&nbsp;le acque di&nbsp;Gaza&nbsp;è parte integrante di questo ragionamento) con la necessaria radicalità tesa a spezzare la cappa di pacificazione che è il principale fattore di tacita complicità con il Genocidio a Gaza.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per fare questo bisogna stare con Gaza, ma tentare di andare oltre Gaza e alimentare questo sentimento di ostilità al massacro in atto ancorandolo a questioni materiali e generali&nbsp;di cui&nbsp;una sinistra di classe&nbsp;non può non farsi&nbsp;portatrice.&nbsp;Perché il massacro di Gaza è direttamente legato all’aumento delle spese militari di questo paese; perché il massacro di Gaza è diretta responsabilità di un governo che preferisce dare mano libera ai vari “venditori di morte” come la Leonardo piuttosto che costruire una sanità pubblica diffusa sul territorio; perché il massacro a Gaza è direttamente legato al riarmo generale e generalizzato imposto dall’imperialismo a questo paese,&nbsp;che significa distruzione del welfare e logoramento dei salari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un’ultima considerazione su questa piazza crediamo sia&nbsp;necessaria: per troppo tempo le nuove generazioni militanti hanno fatto fatica ad uscire dalle riserve indiane o a superare l’attivazione episodica tipica del mondo universitario&nbsp;e&nbsp;di alcune “ritualità” di movimento.&nbsp;Ieri in piazza c’era tutt’altro:&nbsp;c’erano&nbsp;giovani e giovanissimi, studenti medi e universitari&nbsp;o&nbsp;semplici ragazzi&nbsp;di quartiere&nbsp;decisi a gridare e a sfogare la propria rabbia per Gaza e contro il governo italiano. Una gioventù decisa a&nbsp;“scoprire&nbsp;la propria missione”&nbsp;e a&nbsp;perseguirla, una nuova generazione di compagni che non ha paura&nbsp;di una giornata di piazza vissuta&nbsp;fino in fondo.&nbsp;E questa è forse la speranza più concreta che il 22&nbsp;non morirà qui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal Tevere al Giordano, Dal Fiume al Mare. Palestina Libera.</p>
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		<title>Solidarietà al Leoncavallo – nonostante il Leoncavallo</title>
		<link>https://www.militant-blog.org/solidarieta-al-leoncavallo-nonostante-il-leoncavallo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Sep 2025 08:54:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[analisi]]></category>
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					<description><![CDATA[Lo sgombero del Leoncavallo rimanda a un’idea di città, di spazio pubblico e di società fondata sui rapporti di proprietà, sulla privatizzazione del territorio, sulla repressione come metodo di gestione del dissenso: in altre parole, rimanda ad un problema di democrazia, formale e sostanziale. Per questi motivi non basta un generico moto di solidarietà, ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Lo sgombero del Leoncavallo rimanda a un’idea di città, di spazio pubblico e di società fondata sui rapporti di proprietà, sulla privatizzazione del territorio, sulla repressione come metodo di gestione del dissenso: in altre parole, rimanda ad un problema di democrazia, formale e sostanziale. Per questi motivi non basta un generico moto di solidarietà, ma è necessaria una solidarietà militante, resistente: per questo saremo a Milano alla manifestazione del 6 settembre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, alla radice dello sgombero non vi è una volontà meramente repressiva dell’attuale governo in carica, e pensarlo non può che favorire la costruzione di deleteri “fronti antifascisti” confondendo problemi, protagonisti e soluzioni dell’attuale crisi democratica nel paese. Vi è una&nbsp;“logica&nbsp;dello sgombero”&nbsp;che rimanda a quel famigerato “modello Milano” che è divenuto sistema di privatizzazione del territorio, di attrazione di popolazioni sempre più temporanee da cui ricavare profitti attraverso la&nbsp;rendita e i conseguenti processi di finanziarizzazione del patrimonio immobiliare un tempo pubblico. È un modello di gestione della società&nbsp;urbana pensato e organizzato&nbsp;dal centro-sinistra&nbsp;che governa la città dal 2011, accelerando dopo l’Expo del 2015.&nbsp;Oggi diviene eclatante perché a farne le spese è un centro sociale “famoso” – ma è la quotidiana gestione della città che porta sfratti e gentrificazione, privatizzazione del patrimonio immobiliare, costruzione di fantomatici “ostelli per studenti” – in realtà hotel di lusso per turisti, turistificazione dei centri urbani ed espulsioni delle popolazioni a basso reddito.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questo modello, che guida le scelte anche dell’amministrazione Gualtieri a Roma, che va compreso e combattuto con la massima intransigenza. Se c’è una cosa che può essere d’insegnamento dallo sgombero del Leoncavallo, questa è proprio l’incompatibilità delle strategie politiche dei movimenti antagonisti con l’area del centro-sinistra: non per motivi ideologici, ma per gli interessi materiali in campo: è il centro-sinistra che guida l’assalto alle città, a Milano e Roma in particolare, non (solo) la destra di governo – “draghiana” tanto quanto i vari Sala, Gualtieri, Gentiloni, Schlein e compagnia cantando.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solidarietà al Leoncavallo dunque. Ma anche critica di una compatibilità che negli anni si è mangiata ogni possibilità di autonomia politica dei movimenti. Questa autonomia conflittuale è il nostro bene più prezioso, ma per riaffermarlo occorre ripartire senza nostalgie per stagioni passate e tramontate.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci vediamo a Milano!</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.militant-blog.org/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-03-at-09.32.09-1024x576.jpeg" alt="" class="wp-image-10901" srcset="https://www.militant-blog.org/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-03-at-09.32.09-1024x576.jpeg 1024w, https://www.militant-blog.org/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-03-at-09.32.09-400x225.jpeg 400w, https://www.militant-blog.org/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-03-at-09.32.09-768x432.jpeg 768w, https://www.militant-blog.org/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-03-at-09.32.09-1536x864.jpeg 1536w, https://www.militant-blog.org/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-03-at-09.32.09.jpeg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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			</item>
		<item>
		<title>La guerra, l&#8217;Iran e noi</title>
		<link>https://www.militant-blog.org/la-guerra-l-iran-e-noi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jun 2025 08:54:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[internazionalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[Mentre scriviamo sembrerebbe essersi conclusa la guerra dei 12 giorni tra Israele e l'Iran, anche se mai come in questo caso il condizionale è d'obbligo. Con i bombardamenti israeliani iniziati il 13 giugno e poi con quelli statunitensi della notte tra sabato e domenica, abbiamo assistito a quella che può essere definita tranquillamente un'aggressione imperialista]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Mentre scriviamo sembrerebbe essersi conclusa la guerra dei 12 giorni tra Israele e l&#8217;Iran, anche se mai come in questo caso il condizionale è d&#8217;obbligo. Con i bombardamenti israeliani iniziati il 13 giugno e poi con quelli statunitensi della notte tra sabato e domenica,&nbsp;abbiamo assistito a quella che può essere definita tranquillamente un&#8217;aggressione imperialista in purezza, e proprio da questo dovremmo partire per comprendere quale posizione assumere nei confronti dell’Iran.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per molto tempo infatti il concetto stesso di imperialismo era stato eliminato dalla cassetta degli attrezzi della sinistra occidentale perché ritenuto ormai obsoleto ed inutile per analizzare le dinamiche di un mondo sempre più interconnesso e globalizzato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con la guerra tra la Nato e la Russia (per interposta Ucraina) il termine è stato però progressivamente rispolverato ed utilizzato con disinvoltura anche dal sistema informativo mainstream, generando più di qualche fraintendimento persino tra i compagni. Per questo prima di proseguire crediamo sia utile, anche a costo di sembrare ridondanti, ribadire schematicamente almeno due cose.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima è che l&#8217;imperialismo non è una categoria morale, non è un sostantivo che può essere adoperato per descrivere quanto sia &#8220;cattivo&#8221; questo o quel dittatore o quanto siano esecrabili le mire espansionistiche di questo o quello stato. L&#8217;imperialismo descrive una fase dello sviluppo del modo di produzione capitalistico e come tale dev&#8217;essere maneggiato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se questo può suonare scontato (o almeno dovrebbe), meno ovvio è cercare di comprendere come alcune delle caratteristiche dell&#8217;imperialismo del XXI secolo si discostino da quelle tratteggiate da Lenin nel famoso opuscolo del 1916. Quando “L’imperialismo fase suprema del capitalismo” venne mandato alle stampe lo stato egemone era rappresentato ancora dalla Gran Bretagna che rivestiva al tempo stesso il ruolo di “fabbrica del mondo” e di maggiore creditore internazionale. Londra, oltre ad aprirsi nuovi mercati a forza di invasioni, bombardamenti e massacri dei popoli colonizzati, esportava merci e, soprattutto, capitali in cerca di valorizzazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal secondo dopoguerra questo ruolo di stato egemone è stato occupato dagli Stati Uniti che però, a partire dalla rottura unilaterale degli accordi di Bretton Woods nel 1971, si sono progressivamente trasformati in uno stato debitore che importa capitali e con una bilancia commerciale perennemente in rosso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Purtroppo il ritardo nell&#8217;analisi delle trasformazioni occorse in questi decenni non permettono una caratterizzazione sufficientemente puntuale del nuovo imperialismo, ma ci sembra di non andare troppo lontani affermando che ciò che oggi ci troviamo di fronte è essenzialmente un imperialismo “monetario” che si fonda sull’assoluto predominio del dollaro come moneta di scambio internazionale e come moneta di riserva. Un “privilegio esorbitante” che, a partire dalla fine gold-dollar standard, ossia da quando un dollaro… vale un dollaro, viene garantito dal potere di persuasione politica di Washington o, in ultima istanza, dalle oltre 700 basi militari sparse per il mondo e dal dominio militare statunitense che ne discende.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è in questo contesto globale, con catene del valore che ormai esondano i confini dei singoli stati nazione (altro elemento di differenziazione) che vanno quindi analizzate le gerarchie e le relazioni internazionali e che al tempo stesso va compreso perché, anche per effetto di traiettorie storiche e congiunture politiche peculiari, ci siano oggi stati (così come movimenti politici o sociali) che, anche se ideologicamente lontanissimi da noi, si trovano comunque a svolgere “oggettivamente” una funzione di contrasto e di ostacolo allo svolgimento dal pieno dispiegamento dell&#8217;egemonia imperialista statunitense. Una funzione che quindi non può che dirsi oggettivamente antimperialista e che non può che essere vista positivamente da chi individua nell&#8217;imperialismo la contraddizione da cui discendono tutte le altre e che oggi mette a rischio il futuro stesso dell&#8217;umanità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche qui una puntualizzazione è d&#8217;obbligo per evitare fraintendimenti: antimperialista non è un sinonimo di “buono”, di comunista e nemmeno di anticapitalista. Se è vero che un comunista non può non essere un&nbsp;antimperialista, non è invece vero il contrario.&nbsp;Se è vero che un movimento politico rivoluzionario non può non essere antimperialista, non è invece vero il contrario.&nbsp;Se è vero che uno stato con un&#8217;economia socialista non può non essere antimperialista, non è invece vero il contrario. E non solo l&#8217;Iran, ma anche Hamas nella Palestina occupata, Hezbollah in Libano o gli Houthi nello Yemen in questo momento ne sono un esempio concreto. Pur da posizioni&nbsp;retrive,&nbsp;tutt&#8217;altro che socialisteggianti, e nonostante abbiano declinato il conflitto con l&#8217;imperialismo in termini prettamente confessionali, è però innegabile che i componenti del cosiddetto “Asse della Resistenza” abbiano rappresentato nel tempo e, per fortuna, continuino a rappresentare una spina nel fianco dell&#8217;imperialismo e del colonialismo sionista che in Medio Oriente&nbsp;ne&nbsp;è un&#8217;articolazione. Al contrario, ad esempio, di quanto accaduto con altri movimenti che per quanto “progressisti”, sempre in Medio Oriente, indipendentemente dalla loro volontà, hanno finito per farsi strumento degli interessi statunitensi nell&#8217;area. A dimostrazione che è il ruolo che oggettivamente svolgi a definirti piuttosto che la tua auto rappresentazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ovviamente, e non potrebbe essere altrimenti, il sostegno a queste forme di resistenza antimperialista non significa certo ignorare o nascondere sotto al tappeto le contraddizioni enormi che pure si generano all&#8217;interno di queste società o di questi movimenti politici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci riferiamo qui all&#8217;oppressione di genere e alla compressione delle libertà e dei diritti civili che sono oggetto di riflessioni e discussioni anche accese all&#8217;interno del nostro campo.&nbsp;Così come il modello sociale, a volte apertamente liberistico.&nbsp;Come si può parteggiare per un “regime” oscurantista?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si tratta di questioni maledettamente serie, reali e concrete che diventano scivolosissime perché spesso proprio l&#8217;imperialismo se ne è servito in maniera strumentale e pretestuosa per portare avanti progetti di regime change e di rivoluzioni colorate decidendo di volta in volta su chi&nbsp;e&nbsp;su che cosa accendere i riflettori dell&#8217;interesse mediatico e dell&#8217;indignazione dell&#8217;opinione pubblica globale e finanziando con milioni di dollari Ong, movimenti e associazioni compiacenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ancora una volta l&#8217;Iran rappresenta un esempio da manuale di questo doppio standard. Prendiamo ad esempio la condizione femminile:&nbsp;è innegabile come le iraniane siano oggi soggette ad una cultura patriarcale asfissiante;&nbsp;è&nbsp;altrettanto vero però che quella stessa condizione,&nbsp;per quanto critica,&nbsp;è ben lontana dalla rappresentazione “medievale” che ne viene fornita dai media internazionali. Una descrizione che, invece, meglio si adatta&nbsp;a&nbsp;raccontare ciò che accade nei paesi dell&#8217;area alleati degli Stati Uniti. Petromonarchie, è sempre bene ricordarlo, dove a vivere in uno stato di minorità ci sono anche milioni di proletari provenienti soprattutto dal sud-est asiatico ridotti in condizioni di semischiavitù, senza che questo crei il minimo problema a opinion maker e cancellerie occidentali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al tempo stesso però, e qui sta un punto essenziale, non si può nemmeno immaginare di bollare ogni movimento di protesta o ogni sciopero come se fosse il frutto dell&#8217;intelligenza col nemico o di un’ingererenza esogena. Sarebbe miope e ci condurrebbe dritti dritti in una sorta di campismo fuori tempo massimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come dicevamo&nbsp;è&nbsp;una questione maledettamente seria e per cui per orientarci dovremo continuare ad utilizzare come una bussola il principio leniniano del diritto dei popoli all&#8217;autodeterminazione ed il rifiuto di ogni ingerenza imperialista. Consapevoli che le trasformazioni sociali così come l&#8217;evoluzione dei costumi sono processi endogeni che non possono essere prodotti a suon di bombe o attraverso l&#8217;imposizione dei nostri modelli culturali.</p>
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