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            <title>noiseFromAmerika - News e Articoli</title>
            <link>https://www.noisefromamerika.org</link>
            <description>Gli ultimi articoli di noiseFroAmerika.org</description>
            <language>it_IT</language>
            
                <copyright>Noise from Amerika</copyright>
            
            <pubDate>Thu, 09 Apr 2026 09:11:58 +0000</pubDate>
            <lastBuildDate>Thu, 09 Apr 2026 09:11:58 +0000</lastBuildDate>
            
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                        <guid isPermaLink="false">news-2783</guid>
                        <pubDate>Sat, 16 Sep 2023 07:56:00 +0000</pubDate>
                        <title>Perché Cappato ce la può fare</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/perche-cappato-ce-la-puo-fare</link>
                        <description>Sento dire da alcuni che Marco Cappato non non può vincere il seggio senatoriale di Monza-Brianza. Vorrei spiegare perché non la penso così, pur applicando rigorosamente tutto il pessisimismo della ragione di cui sono capace.</description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>Seguendo una buona regola del giornalismo, metto le notizie all’inizio. Sono due le cose importanti. Primo, non è vero che il collegio Monza-Brianza è blindato per la destra. Secondo, nelle suppletive la partecipazione è bassa, i cambiamenti di percentuale tendono a essere elevati e i risultati dipendono di pìu dalla personalità dei candidati.</p>
<p>Iniziamo dal primo punto, che è il più semplice. <a href="https://elezioni.repubblica.it/2022/senatodellarepubblica/lombardia/lombardia-p01/lombardia-u06/" target="_blank">Alle elezioni politiche del 25-26 settembre 2022</a> la coalizione di destra (che aveva come candidato uninominale Berlusconi) ottenne il 50,3% dei voti. Le forze attualmente all’opposizione, come noto, si presentarono frammentate. PD e alleati ottennero il 27,1%, Azione-Italia Viva ottenne il 10,2% e il M5S ottenne il 7,8%. Il resto dei voti fu disperso tra vari partitini.</p>
<p>La somma di quei voti è 45,1%. Naturalmente un candidato unico era impossibile a settembre, date le regole elettorali e il clima politico. Ma non è impossibile ora, in una elezione dove la parte proporzionale è assente. Infatti, quasi tutte le opposizioni (al momento in cui scrivo non è ancora chiaro cosa faranno M5S e Italia Viva)&nbsp; hanno dichiarato che appoggeranno Marco Cappato.</p>
<p>In sostanza, partiamo da una situazione in cui la distanza tra il candidato di destra e quello di opposizione è poco più di 5 punti percentuali. Questo significa che il collegio è contendibile. Inoltre, l’assenza della componente proporzionale fa sì che la personalità del candidato conti di più che alle politiche generali, quando la fedeltà al marchio elettorale tende a predominare. Cappato è una personalità forte e riconoscibile. Anche Galliani lo è, ma la mia personale impressione è che lo sia decisamente meno di Berlusconi.</p>
<p>Veniamo al secondo punto. I risultati delle elezioni suppletive tendono a essere anche molto differenti da quelli delle elezioni generali, principalmente per la bassa partecipazione al voto.</p>
<p>Non ci sono state, finora, elezioni suppletive nel 2023. Le ultime suppletive si sono tenute il 16 gennaio 2022 per la Camera nel collegio Lazio 1-01. Su 185.394 aventi diritto al voto, i voti validi sono stati solo 20.865, ossia l'11,25%.&nbsp; Alle politiche del 2018 gli aventi diritto erano 159.814 e i voti validi furono 115.346, pari al 72,18%. <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Elezioni_politiche_suppletive_in_Italia_del_2022#Collegio_Lazio_1_-_01" target="_blank">Come si può vedere, una differenza drammatica.</a></p>
<p><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Collegio_uninominale_Lazio_1_-_01_(2017)#Elezioni_del_2018" target="_blank">Nel 2018 il csx vinse con il 42,05%</a>, mentre nel 2022 la percentuale raggiunse il 59,43. Gli schieramenti non erano interamente omogenei, il particolare il M5S appoggiò il csx nel 2022 ma non nel 2018, mentre Italia Viva andò da sola nel 2022.</p>
<p>Ma il punto principale resta: c'è una forte volatilità nelle elezioni suppletive, sia nella partecipazione al voto sia nei risultati.</p>
<p>La penultima elezione suppetiva fu il 3-4 ottobre del 2021 per la Camera nel collegio Lazio 1-11. Su 204.245 aventi diritto i voti validi sono stati 75.306, pari al 36,87% Alle politiche del 2018 gli elettori erano 170.706 e i voti validi 116.106, pari al 68,02%&nbsp;</p>
<p><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Collegio_uninominale_Lazio_1_-_11" target="_blank">Il collegio passò dal M5S al centrosinistra. </a>Quello che mi preme far notare è che il centrodestra, che mantenne la stessa alleanza, guadagnò quasi il 5%, passando dal 32,92% delle elezioni generali al 37,55% delle elezioni suppletive.</p>
<p>Chi vuole avere un quadro più completo delle elezioni suppletive nella scorsa legislatura può consultare questi link (per il 2019, 2020, 2021 e 2022).</p>
<p>- <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Elezioni_politiche_suppletive_in_Italia_del_2019" target="_blank">Elezioni politiche supplettive in Italia del 2019</a></p>
<p>- <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Elezioni_politiche_suppletive_in_Italia_del_2020" target="_blank">Elezioni politiche supplettive in Italia del 2020</a></p>
<p>- <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Elezioni_politiche_suppletive_in_Italia_del_2021" target="_blank">Elezioni politiche supplettive in Italia del 2021</a></p>
<p>- <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Elezioni_politiche_suppletive_in_Italia_del_2022" target="_blank">Elezioni politiche supplettive in Italia del 2022</a></p>
<p>Se guardate i risultati vedrete che in genere (una eccezione sono le date in cui si votata anche in altre elezioni, come le Europee del 2019) la partecipazione è molto più bassa che alle politiche generali. Il messaggio principale che vorrei fare quindi far recepire è che la variabilità dei risultati è altissima, decisamente più grande dei 5 punti che separarono la coalizione di destra e l’opposizione nel 2022. Questo è dovuto principalmente alla bassa partecipazione al voto nelle suppletive.</p>
<p>Le possibilità di vittoria per Cappato sono quindi molto concrete. L’opposizione si sta presentando unita e tutto si giocherà sull’affluenza. Ancora di più che in altre elezioni, quindi, ogni voto conta.</p>
<p>&nbsp;</p>]]></content:encoded>
                        
                            
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                        <pubDate>Mon, 25 Jul 2022 13:05:00 +0000</pubDate>
                        <title>Quando il potere rivela: gli anni di Lyndon Johnson</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/quando-il-potere-rivela-years-of-lyndon-johnson</link>
                        <description>&quot;Il potere corrompe, il potere assoluto corrompe in modo assoluto&quot; dice una famoso aforisma di Lord Acton. &quot;Il potere logora... chi non ce l&#039;ha&quot; è la massima che riportava uno a noi più vicino. &quot;Il potere rivela&quot; è invece, in tre parole, la tesi che Robert A. Caro avanza in “The Years of Lyndon Johnson”, la stupenda biografia in quattro volumi del XXXVI presidente americano, noto con l’acronimo LBJ.</description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>Il lettore si chiederà se vale la pena leggersi le quasi 3000 pagine (o ascoltare 150 ore di audiolibro) della biografia di un presidente poco conosciuto in Italia, ma tutto sommato poco riverito anche negli USA. Io ci ho messo due anni, (in cui ho fatto e letto altre cose, non preoccupatevi!) ma ne è valsa decisamente la pena: chiunque sia interessato all’intersezione di almeno due fra gli elementi dell’insieme {Storia, Politica, Stati Uniti} dovrebbe farlo. Non ne esiste una traduzione italiana: poco male, è una perfetta occasione per esercitare il proprio inglese.&nbsp;</p>
<p>L’opera può essere apprezzata attraverso diversi piani narrativi, essendo, al contempo, (1) un lungo ma scorrevole racconto da parte di un autore con una straordinaria abilità espositiva, (2) un riassunto di mezzo secolo di storia americana tra il new deal e la guerra del Vietnam, passando per le battaglie sui diritti civili degli anni `60; (3) un’analisi della personalità e psicologia di un individuo complesso e controverso (il presidente dei diritti civili e del <em>welfare state</em>, ma anche dell’espansione della guerra in Vietnam), e infine (4), un’analisi del potere: come si acquisisce, come si mantiene, come si usa. Nelle sue interviste <a href="https://www.youtube.com/watch?v=kVW-jEZJoeI" target="_blank">Robert Caro non fa mistero che quest'ultimo</a>, non quello di raccontare una biografia, è lo scopo principale della serie.&nbsp;</p>
<p>L’autore iniziò la sua attività di ricerca sulla vita di LBJ a 41 anni, nel 1976, trasferendosi per tre anni in Texas, nella città natale dell’ex presidente, morto tre anni prima a soli 65 anni. Questo gli rese possibile intervistare amici, compagni di scuola, parenti, e la vedova, nei luoghi formativi del suo soggetto. Robert Caro aveva pubblicato da poco l’unica altra sua opera (se si esclude <em>Working,</em> una recente collezione di articoli e interviste), frutto di sette anni di ricerche, <em>The Power Broker,</em> altra biografia di dimensioni immodeste (più di 1000 pagine) che gli valse il primo di due premi Pulitzer. Parla della vita e carriera di Robert Moses, un burocrate newyorkese che per 44 anni, occupando posti chiave dell’amministrazione edilizia della metropoli, fu responsabile della pianificazione ed costruzione di praticamente tutte le sue autostrade, ponti, parchi, etc… In questo libro ad interessare l’autore era parimenti capire la natura del potere, in questo caso non di origine elettiva, ma non meno influente, se rapportato alle dimensioni locali in cui lo esercitava.&nbsp;</p>
<p>Dal 1976 sino ad oggi Robert Caro si è occupato solo di Lyndon Johnson sviluppando progressivamente un’opera inizialmente prevista in tre volumi, ora diventati cinque. Il primo libro della serie, uscito nel 1982, si intitola “<em>The Path to Power</em>”. Percorre la vita di Lyndon Johnson, nato nel 1908 in una poverissima zona rurale del Texas, dalle origini fino alla sconfitta alle elezioni del Senato nel 1941, passando per l’elezione a giovane rappresentante del partito democratico alla camera nel 1937; il secondo volume, “<em>Means of Ascent</em>” (1990), continua il racconto fino all’elezione al Senato nel 1948; il terzo, “<em>Master of the Senate</em>” (2002) descrive l’ascesa di LBJ alla leadership del Senato e si conclude con la sua elezione alla vicepresidenza degli Stati Uniti nel 1960, nel ticket con John F. Kennedy. Il quarto volume, “<em>The Passage of Powe</em>r” (2012), si conclude nei mesi immediatamente successivi all’ascesa alla presidenza, dopo l’assassinio di Kennedy nel Novembre 1963. Dei quattro libri finora pubblicati, solo un decimo dello spazio è dedicato al periodo della presidenza. Il quinto volume, in corso di preparazione, dovrebbe concludere l’opera. Johnson vinse le presidenziali del 1964, ma scelse di non ricandidarsi quattro anni dopo, e morì prematuramente nel 1973. In un’intervista di un paio d’anni fa, a 84 anni, Caro sostenne la necessità, per completare le sue ricerche, di recarsi in Vietnam (paese che LBJ non ha mai visitato) per documentare la narrazione degli eventi del conflitto. Proposito rimandato a causa della pandemia.&nbsp;</p>
<p>Per apprezzare le capacità narrative dell’autore, ma anche per farsi un’idea iniziale di Lyndon Johnson, suggerisco di leggere la quindicina di pagine che introducono il primo volume, gratuitamente disponibili <a href="https://amzn.to/36tdVuz" target="_blank">nella preview di Amazon</a>. Raccontano di un Lyndon Johnson che nel 1940 riceve da un suo sostenitore, un investitore e petroliere texano, la possibilità di acquisire la partecipazione alla proprietà di alcune imprese, per garantire al giovane deputato la tranquillità finanziaria che lo stipendio da parlamentare non gli avrebbe mai permesso. La proposta era di acquisire tali partecipazioni ad un credito agevolato, che il parlamentare avrebbe ripagato con i profitti sicuri da esse derivanti. Non era un eccesso di generosità, quello dell’imprenditore: Lyndon Johnson aveva usato, e avrebbe continuato ad usare, la propria influenza politica per procurargli appalti milionari. Dopo averci pensato qualche giorno, Johnson rifiutò l'offerta, perché sarebbe stato politicamente rischioso accettarla: "<em>I can’t be an oil man. If the public knew I had oil interests, it would kill me politically</em>", disse ad un suo consigliere, che, allibito, si chiese “in che senso, <em>politically</em>?”. Il distretto texano di LBJ era politicamente al sicuro, lì non avrebbe mai perso; e certamente essere un “<em>oil man</em>” non avrebbe causato problemi ad una eventuale campagna senatoriale in Texas. Capì subito a quale carica politica ambiva l’ambizioso trentaduenne.</p>
<p>Diventare ricco era uno degli obiettivi di Lyndon Johnson, che aveva sofferto la povertà durante tutta la giovinezza. Il padre aveva perso tutto quel che aveva dopo aver acquisito ad un prezzo troppo alto la fattoria di famiglia, situata in una zona diventata infertile. Il ricordo di quel periodo della sua vita avrebbe poi motivato interesse ed empatia per i poveri e le minoranze, che si sarebbero poi tradotti in iniziative legislative, ma che furono, come il bisogno di arricchirsi, sempre secondari alle sue ambizioni politiche. Lyndon Johnson divenne ricco, ma con mezzi ancora meno trasparenti di quelli proposti dal finanziatore.&nbsp;</p>
<p>Il racconto, anche se estremamente minuzioso e dettagliato, non è mai noioso. L'opera contiene decine di "libri all'interno di libri", piccole biografie di personaggi della politica americana di quel tempo: deputati, senatori, lobbisti con ruoli chiave nell'ascesa di LBJ; racconti memorabili delle vicende di persone influenzate dalle sue politiche. Il piacere della lettura di questi dettagli è anche scoprire quanto siano necessari alla comprensione della personalità e delle capacità di LBJ, e all'analisi del suo potere.&nbsp;</p>
<p>L’attenzione ai dettagli spiega la mole imponente dell’opera. Riporto un paio di esempi per cercare di convincervi della loro necessità. Nel primo volume decine di pagine vengono spese per raccontare il finanziamento e la costruzione di una diga, e l’elettrificazione di alcune zone rurali del Texas orientale. Servono ad a farci apprezzare le capacità e la spregiudicatezza politiche di Johnson, che riuscì a convincere Roosevelt (normalmente inavvicinabile da un junior congressman) a far approvare queste iniziative, superando innumerevoli ostacoli burocratici, e arricchendo con contratti milionari imprenditori texani che gli furono poi sempre riconoscenti. Un intero capitolo, intitolato “<em>The sad irons</em>” (<em>I tristi ferri da stiro)</em>, viene dedicato alla descrizione delle condizioni di vita nelle fattorie pre-elettrificazione, per farci apprezzare gli effetti trasformativi sulla vita delle persone delle iniziative legislative di cui Johnson fu responsabile.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>Ulteriore esempio delle dimensioni del progetto sono le 100 pagine che descrivono, all’ilnizio del terzo volume, la storia del Senato (contengono persino una piccola storia del Senate Office Building!). Impariamo che per i primi 150 anni della sua esistenza questa istituzione non aveva un vero leader (oggigiorno invece, il leader della maggioranza ha un ruolo cruciale). Il potere era invece distribuito fra i presidenti delle commissioni. Si poteva ascendere a tale carica solo in base agli anni di servizio (la <em>seniority rule</em>), quindi per avere più potere era necessario entrare subito in una commissione importante. Veti incrociati da parte dei presidenti di commissione ingessavano l'istituzione rendendo quasi impossibile l’avanzamento di proposte legislative (per esempio lì si impaludò nel 1920 l’adesione degli USA alla Lega delle Nazioni, fortemente voluta da Wilson). Lyndon Johnson seppe in pochissimo tempo trasformare per sempre il senato diventandone, ancora piuttosto giovane, il suo “<em>Master</em>”, riuscendo anche a rompere il tabù precedentemente inviolato della seniority rule. Lo fece attraverso un uso spregiudicato di capacità persuasiva, adulazione dei suoi superiori, e non raramente, clientelismo e corruzione. Non esitò a rovinare carriere e reputazione di persone integerrime che intralciavano le sue ambizioni politiche, nel libro trovate parecchi sordidi dettagli quindi non vi rovino la lettura.</p>
<p>Robert Caro pone particolare attenzione non solo alla descrizione degli eventi, ma anche e soprattutto alla personalità di Lyndon Johnson. Lo fa riportando alcuni suoi manierismi, come l’abitudine, nel cercare di convincere i colleghi, al contatto fisico. Entrava fisicamente nello spazio personale dei suoi interlocutori mettendo una mano attorno alla loro spalla e <a href="https://twitter.com/andreamoro/status/1463140461636370438?s=20&amp;t=1o6QiKDu4vmH1huqU18BTA" target="_blank">tirando con l’altra il bavero della loro giacca</a>. Abitudini odiate da molti - ai lettori italiani questo puo’ sembrare strano ma in molti paesi del mondo, fra questi gli USA, entrare nello spazio fisico personale dell’altro, fosse anche un amico, viene considerato molto maleducato, aggressivo infatti - che ad esse non potevano opporsi per non rischiare ripercussioni. Trattava malissimo i suoi subordinati, non solo i suoi collaboratori e dipendenti ma un po’ tutti: era solito pretendere orari di lavoro assurdi, insultare per errori banali, o farsi accompagnare in bagno per la dettatura di lettere seduto al W.C.. Trattava con supponenza anche i politici meno anziani e persino la moglie, “<a href="https://podcasts.apple.com/us/podcast/in-plain-sight-lady-bird-johnson/id1554132477" target="_blank">Lady Bird</a>” compagna di tutta la vita, maltrattata verbalmente in presenza di estranei e tradita con varie amanti.&nbsp;</p>
<p>Al contempo, sapeva farsi piacere da chi voleva (venne definito un “professional son”, un figlio di professione), soprattutto, inizialmente, i politici più influenti di lui. Era uno spaccone, un grande intrattenitore e narratore di storie spesso semi-inventate. Raccontava imprese eroiche avvenute durante la seconda guerra mondiale, durante la quale servì nella Navy da imboscato (al contrario di Kennedy, che invece compì atti di vero eroismo rischiando la propria vita per salvare i suoi soldati). Politicamente aveva la capacità di acquisire e sfruttare opportunità concesse da posizioni precedentemente ignorate da tutti. Per esempio, sin da studente universitario, dopo essersi procurato un lavoretto presso il presidente dell’ateneo, acquisì attraverso questo contatto un ruolo chiave per distribuire gli scarsi posti di lavoro che l’università aveva a disposizione per gli studenti, lavori necessari a sostenere gli studi nel piccolo college rurale che frequentava (il periodo era quello della Depressione). Da giovanissimo deputato ottenne la direzione dell’ufficio del partito democratico che contribuiva alle campagne elettorali dei candidati. Nessuno degli altri deputati voleva quel posto, considerato poco utile perché distribuiva pochissimi fondi. Johnson invece lo usò per smistare fondi che riceveva dai suoi sostenitori texani a deputati di tutta la nazione, che gli sarebbero stati poi riconoscenti in altri modi. Ma lo usò anche per negare fondi essenziali a chi non lo sosteneva nelle sue cause. Robert Caro se ne accorse perché da una certa data in poi le lettere scritte dai colleghi a LBJ cambiarono improvvisamente di tono, assumendo un atteggiamento ossequioso e riverente. Iniziò ad investigarne il motivo, e trovò le prove dei trasferimenti di fondi.&nbsp;</p>
<p>Dal punto di vista storico, due sono le principali rivelazioni dell’opera. Una è il capovolgimento dell’immagine romantica da “american dream” di un Lyndon Johnson sollevatosi dalla povertà dell’infanzia attraverso lavoro, intelligenza e dedizione. L’immagine era stata diffusa dai precedenti biografi, che non avevano investigato a sufficienza gli anni formativi di LBJ. Nei tre anni vissuti in Texas, Caro scoprì che, se quegli elementi furono certamente presenti nella giovinezza di Johnson, furono necessari anche furbizia, inganni e sotterfugi. Ai compagni universitari questo era stranoto, tanto che venne soprannominato “Bull Johnson”, Johnson il contaballe. L’aneddoto era documentato persino negli yearbook scolastici (i libri con le foto degli studenti, con in calce i commenti tranchant di chi li redigeva), ma quelle pagine erano state strappate dalle copie reperibili presso le biblioteche. Robert Caro, incuriosito del fatto, riuscì a recuperare da una compagna di classe una rara copia intatta.&nbsp;</p>
<p>La seconda importante rivelazione storica dell’opera è la dimostrazione che l’elezione di LBJ al senato del 1948 avvenne attraverso l’acquisto sistematico di voti dell’elettorato ispanico e la corruzione di alcuni giudici elettorali. Più precisamente, questo avvenne durante le elezioni primarie, le uniche rilevanti per le elezioni in Texas di quel periodo, che come tutto il Sud era saldamente in mano ai Southern Democrats. La narrazione della campagna elettorale, delle elezioni (vinte per 87 voti su quasi un milione), e delle vicende giudiziarie del ricorso da parte dell’altro candidato occupano più di un terzo del secondo volume e costituiscono a mio parere la miglior narrazione di tutta l’opera. La vicenda si concluse con un’archiviazione da parte della corte suprema per motivi di giurisdizione. Robert Caro racconta queste vicende con un ritmo da romanzo giallo, pieno di rivelazioni, suspence, e colpi di scena. Il materiale non mancava: la sospensione della causa avvenne a pochi minuti dall’arrivo in tribunale degli scatoloni con le prove della frode. La frode elettorale in quel periodo in Texas forse non era un evento raro: Johnson perse l’elezione al senato nel 1941 perché aveva frodato meno dell'altro candidato. Commise l’errore di rivelare troppo presto alla stampa di quanti voti aveva vinto, fornendo quindi al concorrente un’informazione chiave: il numero di voti da “trovare” entro le ore successive!&nbsp;</p>
<p>Altro episodio memorabile, raccontato nel terzo volume con simili tecniche narrative, è quello del passaggio del Civil Rights Act del 1957.&nbsp; Pochi conoscono questa legge perché passò solo grazie a compromessi che la resero inefficace e dimenticata. Tuttavia, la sua approvazione fu strumentale a dimostrare, per la prima volta, che era possibile sconfiggere i veti dei senatori razzisti del sud. Johnson, che a questo gruppo apparteneva, riuscì a farlo da leader del Senato con una impareggiabile capacità di trovare compromessi, di convincere promettendo favori e minacciando ritorsioni verso chi non sosteneva la sua linea. Il suo interesse per il passaggio della legge - qualsiasi fosse il suo contenuto - era quello di ingraziarsi i senatori progressisti del nord per una futura nomina alle presidenziali. Dopo la guerra civile nessun candidato del Sud era mai stato eletto alla presidenza. Al tempo stesso non poteva dimostrarsi troppo antirazzista: gli sarebbe costato il supporto del Sud, necessario ad acquisire i voti necessari al congresso e alle elezioni.&nbsp;</p>
<p>Lyndon Johnson, probabilmente anche per il suo passato, non era d’animo razzista, ma coi colleghi del Sud non poteva permettersi di rivelarlo: nel suo primo discorso al senato nel 1949, per esempio, difese il diritto all’ostruzionismo che in quel frangente veniva praticato dai senatori del Sud per bloccare l’approvazione di una legge federale contro il linciaggio dei neri, piaga sociale del periodo (Il <em>filibustering</em> può essere bloccato solo da una maggioranza di 60 voti, e rende ancora oggi quasi impossibile qualsiasi riforma sostanziale). A parole anche i razzisti più beceri deploravano i linciaggi, ma per bloccare l’iniziativa legislativa sostenevano che fosse importante sostenere il principio dell’indipendenza degli stati dall’ingerenza del governo federale negli “stili di vita” locali.&nbsp;</p>
<p>Eppure, negli anni dell’università, per necessità finanziarie dovette interrompere gli studi per un anno. Lo fece per insegnare in una scuola del sud del Texas, dove si adoperò per aiutare i giovani di lingua messicana, anche fuori dell’orario di lavoro, organizzando gite e attività sportive nei weekend, aiutando persino i bidelli ad imparare l’inglese. Ma nella sua carriera parlamentare, sino al 1957, non votò mai a favore di alcuna riforma progressista favorevole alle minoranze etniche, sostenendo sempre posizioni razziste. Quando le sue idee si scontravano con le sue ambizioni, erano le idee a passare in secondo piano.&nbsp;</p>
<p>Se la necessità di trovare dei compromessi rese inefficace il Civil Rights Act del 1957, non fu inefficace quello approvato nel 1964, a pochi mesi dall’insediamento di LBJ alla presidenza. Il passaggio di questa legge trasformativa della politica e cultura statunitensi viene raccontato nella seconda metà del quarto volume (la prima metà racconta di un Lyndon Johnson che da potente senatore, diventa un inefficace vicepresidente ignorato da tutti, persino schernito dall’entourage dei Kennedy, che per stile e cultura appartenevano ad un mondo lontano anni luce da quello del texano). Queste pagine mi hanno convinto che Kennedy non sarebbe mai riuscito a far passare questa legge, non possedendo l’astuzia e la conoscenza minuziosa delle procedure parlamentari di Johnson, né la spregiudicatezza nel procurarsi l’appoggio dei senatori indecisi. I senatori del sud si sentirono traditi dal loro collega. Fu li’ che iniziò l’esodo dei Southern Democrats, che controllavano gli stati del Sud, verso il Partito Repubblicano.&nbsp;</p>
<p>Successivamente, da presidente, Lyndon Johnson dichiarò propagandisticamente la “War on Poverty”, che, per quanto velleitaria (tanto quanto molte altre successive “guerre” presidenziali, la “War on Drugs”, la “War on Terrorism”, per non parlare di alcune campagne militari vere e proprie), produsse leggi che cambiarono culturalmente ed economicamente il paese attraverso l’istituzione o il sostanziale potenziamento di varie forme di assistenza economica e sanitaria (Head start, Food stamps, Medicare, Medicaid, e molte altre), e di supporto per le minoranze (come le politiche di Affirmative Action). Contribuì, come noto, all’espansione del coinvolgimento militare in Vietnam iniziato da Kennedy, macchiando di chiaroscuri la sua presidenza tanto quanto il resto della sua carriera. Ma per il racconto di queste iniziative dovremo aspettare il quinto volume.</p>
<p>Umanamente, il mio giudizio rimane in bilico fra il disgusto e l’apprezzamento di questa persona complicata. Lyndon Johnson incarnò quasi alla lettera il modello machiavellico del principe che deve essere sia amato che temuto, ma che alla fine dovrebbe cercare di essere più temuto che amato. La <em>realpolitik </em>di Lyndon Johnson viene contrapposta nel quarto volume all’idealismo di Kennedy, più amato che temuto, che fu (forse per questo?) poco efficace dal punto di vista legislativo (nonostante alcuni successi diplomatici, come la crisi cubana, quando seppe farsi sia temere che amare da Khruschev).&nbsp;</p>
<p>Da come ce lo racconta Robert Caro, l’umanità ed empatia per i poveri e le minoranze raramente venivano espresse da Lyndon Johnson quando minacciavano le sue ambizioni politiche. Invertendo l’aforisma di Lord Acton, è stata la corruzione ad essere strumentale all’acquisizione del potere; solo dopo averlo acquisito, il potere ha permesso a Johnson di rivelare la sua vera natura e le sue aspirazioni. Aspirazioni che, grazie ad un’abilità ed intelligenza politica senza pari, seppero tradursi in leggi trasformative.</p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Biblioteka - Scienze sociali</category>
                            
                        
                        
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                        <pubDate>Sun, 30 Jan 2022 11:32:14 +0000</pubDate>
                        <title>Cento anni di Ulisse</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/cento-anni-di-ulisse</link>
                        <description>Il 2 Febbraio ricorre il centenario della pubblicazione dell’Ulisse di James Joyce, il quale chiese all’editore di farlo uscire in corrispondenza del proprio quarantesimo compleanno. La travagliata vicenda della pubblicazione e di quel che ne seguì merita un racconto a parte. Sylvia Beach, l’americana proprietaria della libreria Shakespeare &amp;amp; Company di Parigi, accettò di pubblicarlo dopo che Joyce aveva offerto il manoscritto a praticamente tutte le case editrici di lingua inglese, che lo avevano sistematicamente rifiutato. Troppo rischioso, vista la reputazione dell’autore: persino i tipografi si negavano di comporre i caratteri per la stampa dei suoi scritti. Infatti il libro fu bandito quasi subito, per più di dieci anni, negli Stati Uniti, e non solo.&amp;nbsp;
All’Ulisse mi sono appassionato circa 8 anni fa (responsabile: Michele), e da allora non lascia il mio comodino (e non credo lo lascerà). Vorrei raccontarvi perchè, corredando la spiegazione con una breve guida alla lettura. Premetto che sono un economista, non un esperto di critica letteraria, quindi prendete tutto con le necessarie pinze.</description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>Non ho mai corso una maratona ma, da quel che raccontano i miei amici che l’hanno fatto, leggere l’Ulisse amatorialmente credo sia come correre una maratona da dilettanti. Un’impresa monumentale, faticosa, spesso dolorosa, ma alla fine appagante se si arriva al traguardo. C'è chi ci mette 5 ore e chi la corre più volte, altri l’abbandonano dopo pochi chilometri. A tre quarti della strada, ti chiedi chi te l’abbia fatto fare. Un mio amico mi ha raccontato del contrasto, correndo la maratona di New York, fra il silenzio in cui si attraversa Queensboro bridge ed il “boato che quasi ti respinge all’entrata di Central Park”, e della soddisfazione che cresce all’avvicinarsi dell’arrivo. In modo simile, all’ultimo degli episodi dell’Ulisse si arriva stremati. Tuttavia, la lettura delle ultime pagine (45, nella mia versione in inglese) contenenti il monologo interiore di Molly Bloom (diviso in 8 capoversi per un totale di circa 22mila parole, senza alcuna punteggiatura), è come un boato esilarante che inizia con “Yes”, finisce con “Yes” e ti fa gridare “Yes! Yes! Yes!”. Questa apoteosi finale ripaga di tutte le fatiche di una lettura difficile, anche noiosa, certamente dispendiosa di energie, ma piena di emozioni e rivelazioni.</p>
<p>Joyce scrisse il libro in circa 7 anni, iniziando nel 1914, quando abitava a Trieste con la famiglia dove faceva, fra le altre cose, anche ripetizioni di lingua inglese ad un certo&nbsp;Hector Schmitz, più conosciuto come Italo Svevo, ma allora del tutto sconosciuto in entrambi gli appellativi. Vi ci era arrivato quasi per caso, emigrato da un’Irlanda che sentiva troppo stretta, ancora sotto la dominazione britannica ma anche sotto il giogo spirituale della sua cultura cattolica, tema che viene ripreso in Ulisse.</p>
<p>Il libro è diviso in tre parti numerate, a loro volta suddivise in un totale di 18 capitoli che in realtà tutti chiamano episodi, perché corrispondenti ad altrettanti episodi menzionati nell’Odissea di Omero. La sua trama è piuttosto scarna, lo spoiler che segue più che rovinare il piacere della lettura aiuta a capire cosa aspettarsi. Tutto il racconto si svolge nella giornata del 16 Giugno 1904, che commemora il primo appuntamento di Joyce con Nora Barnacle, di cui si innamorò subito, e per sempre. Inizia alle 8 del mattino descrivendo la colazione di Stephen Dedalus - alter ego dell’autore -&nbsp; e di altri due occupanti della Martello Tower di Dublino (una fortificazione costruita durante le guerre napoleoniche). Nel secondo episodio, Stephen va ad insegnare in una scuola e fa conversazione con il direttore per poi recarsi, nel terzo episodio, a passeggiare nella spiaggia vicina immerso nei suoi pensieri intellettualoidi. Questo episodio inizia con un memorabile, ma quasi incomprensibile, monologo interiore:</p><blockquote><p><em>Ineluctable modality of the visible: at least that if no more, thought through my eyes. Signatures of all things I am here to read, seaspawn and seawrack, the nearing tide, that rusty boot. Snotgreen, bluesilver, rust: coloured signs. Limits of the diaphane. But he adds: in bodies. Then he was aware of them bodies before of them coloured. How? By knocking his sconce against them, sure. Go easy. Bald he was and a millionaire, maestro di color che sanno. Limit of the diaphane in. Why in? Diaphane, adiaphane. If you can put your five fingers through it it is a gate, if not a door. Shut your eyes and see</em></p>
<p><em>Ineluttabile modalità del visibile: almeno questo, se non altro ancora, il pensiero attraverso i miei occhi. Impronte di tutte le cose che sto qui a leggere: molluschi, resuidi di mare, la marea che s’avvicina, quello scarpone arrugginito. Verdemocciolo, bluargento, ruggine: segni colorati. Limiti del diafano. Ma lui aggiunge: nei corpi. Quindi era consapevole del loro essere corpi prima dell’essere colorati. Come? Ma sbattendoci contro il bastone, ovvio. Rilassati. Calvo lui era, e milionario. </em>Maestro di color che sanno<em>. Limiti del diafano dentro. Ma perché dentro? Diafano, adiafano. Se riesci ad infilarci cinque dita è un cancello, altrimenti una porta. Chiudi gli occhi e guarda. </em></p></blockquote><p>Confusi? Spero di sì, altrimenti siete strani. Stephen sta riflettendo sulla teoria aristotelica dell’essenza delle cose, su come vengono percepite, attraverso la vista, dalla nostra mente. La chiave per capire l’argomento è una frase in italiano presa del quarto canto dell' Inferno di Dante (<em>Maestro di color che sanno</em>), difficilmente conosciuta da un lettore anglofono (ma anche italiano, visto che a scuola pochi fanno quel canto).&nbsp; Ma una prima regola di lettura di questo libro impone di accettare che non è importante capire cosa stia pensando Stephen, né conoscere Aristotele o Dante; tantomeno le centinaia di autori citati o a cui si fa riferimento nell’opera. Probabilmente aiuta, ma non è necessario; anzi, pretendere di capire tutto significa spesso essere costretti ad abbandonare la lettura (cosa che, mi dicono, molti fanno). È più utile invece capire il modo in cui Joyce entra nella mente di Stephen e descrive cosa sta succedendo in quella mente. La visione del colore di oggetti arrugginiti serve a fargli ricordare i suoi studi filosofici e immediatamente la mente corre alla descrizione che Dante fa di Aristotele, alla sua biografia (era di famiglia benestante) e al suo (probabile) aspetto fisico (in un paio di occasioni aveva teorizzato che la calvizie fosse segno di prestanza sessuale). Joyce descrive l’erudizione di Stephen (che sembra conoscere tutto, e in molte le lingue) per esporci immodestamente la sua, che non è poca, ma lo perdoniamo tale è la sua capacità di coinvolgere (non lo fece Virginia Woolf, che dopo la prima lettura lo trovò pretenzioso e manierista, anche se poi finì per usare simili tecniche narrative).</p>
<p>Margaret Anderson, che con Jane Heap dirigeva a Chicago “The little review”, una rivista anarchico-letteraria, aveva iniziato nel 1918 a pubblicare serialmente gli episodi che Joyce le mandava tramite il comune amico Ezra Pound. La rivista era sotto la mira dalle forze dell’ordine (ai tempi gli anarchici non godevano di grosse simpatie ai due lati dell’oceano), e rischiava di chiudere ad ogni numero. Alla lettura delle righe citate sopra commentarono “Lo pubblicheremo fosse l’ultima cosa che stampiamo nella nostra vita”. Lo fecero, ma furono costrette a chiudere tutto dopo la pubblicazione del tredicesimo episodio, Nausicaa, dove il protagonista principale, Leopold Bloom, si masturba in spiaggia guardando una ragazza chiacchierare con due amiche.&nbsp;</p>
<p>Non fu la masturbazione a scandalizzare il giudice, che nemmeno se ne accorse. Nel racconto Bloom mette una mano in tasca, scambia alcune occhiate con la ragazza, e dopo quaranta pagine che descrivono ansie adolescenziali, preoccupazioni del protagonista, descrizioni della messa celebrata nella chiesa vicina e così via, e cioè dopo quaranta pagine in cui si viene distratti da tutt’altro, Bloom si pulisce la mano proprio mentre qualcuno in lontananza sta sparando fuochi d’artificio (!)&nbsp; e, allo stesso tempo, nella chiesa vicina, l’ostia viene consacrata (!!). Non avendo compreso cosa stesse succedendo, a preoccupare il censore era il fatto che la ragazza, sollevando intenzionalmente la gonna per mostrare le caviglie, non sarebbe stata un buon esempio per le giovani americane. Qualcun altro che se ne accorse trovò offensiva e altrettanto inaccettabile l’associazione blasfema. Che non è l’unica: ve ne sono parecchie, compresa qualche bestemmia, ovviamente in italiano. Joyce, che era un discreto poliglotta, in quegli anni parlava dialetto triestino in famiglia.</p>
<p>Tornando alla trama, nel quarto episodio il racconto ritorna alle 8 del mattino dello stesso giorno per descrivere la colazione che Leopold Bloom sta preparando per sé e per la moglie Molly. Gli episodi successivi raccontano la giornata di Bloom, spesa immergendosi nelle strade di Dublino: va a fare la spesa, partecipa al funerale di un amico, si reca per lavoro prima nella redazione di un quotidiano, poi in biblioteca (fa l’agente pubblicitario e ha un’idea per un’inserzione), infine va a pranzo. Poi si reca in un ospedale dove una conoscente esperimenta un parto travagliato. In questa “odissea” per le strade di Dublino si incrocia un paio di volte con Stephen che poi, in serata, trova, ubriaco, in un bordello dove lo salva da un estorsione. Lo porta a casa sua essendosi scordato le chiavi devono saltare il cancello di cui al paragrafo citato sopra. Bevono assieme una cioccolata calda e invitato, Stephen sceglie di non restare per la notte. Il libro si conclude con Bloom a letto con la moglie Molly. Questa parte è scritta, per la prima volta, dal punto di vista di quest’ultima. Joyce usa nuovamente la tecnica del monologo interiore per introdurci nella sua mente, che riflette sui suoi ammiratori, l’amante, il marito, i suoi desideri sessuali e non, i ricordi della sua vita. L’intero soliloquio - ma soprattutto il finale che narra la proposta di matrimonio di Bloom - complice l’assenza di punteggiatura, lascia senza fiato:</p><blockquote><p><em>and then I asked him with my eyes to ask again yes and then he asked me would I yes to say yes my mountain flower and first I put my arms around him yes and drew him down to me so he could feel my breasts all perfume yes and his heart was going like mad and yes I said yes I will Yes.</em></p>
<p><em>poi gli ho chiesto con gli occhi di chiederlo ancora sì e poi me l’ha chiesto se volevo sì dire sì mio fiore di montagna e prima l’ho abbracciato sì e l’ho fatto stendere su di me per fargli sentire i miei seni tutti profumati sì e il suo cuore che impazziva sì ho detto sì lo voglio sì</em></p></blockquote><p>Insomma la trama non è particolarmente complessa, ma sotto sotto c’è molto di più di quanto la trama possa raccontare. Nelle settecento pagine del libro scopriamo i pensieri, la storia, i desideri, nascosti e non, di questi personaggi. Impariamo, attraverso il fluire ed il raccontarsi della loro memoria, come siano arrivati a quel 16 Giugno ed assistiamo a larghi squarci descrittivi della loro personalità. La memoria è uno dei grandi temi del libro, fonte di sofferenza (“<em>La storia è uno degli incubi da cui sto cercando di fuggire</em>”, pensa Stephen in una delle frasi più famose), ma anche di gioia e piacere: per Bloom, il corteggiamento della moglie, per esempio, un pensiero ricorrente. La tecnica del flusso di coscienza ci trasmette le loro sensazioni in modo efficiente ed efficace. Non fu un’invenzione di Joyce (lui dice di aver avuto l’ispirazione leggendo un autore francese, Édouard Dujardin, - il termine sembra essere dovuto allo psicologo americano William James che peraltro doveva aver preso l’idea da un altro psicologo francese, Egger … ) ma egli ne fu uno dei primi e magistrali interpreti.&nbsp;</p>
<p>Entrando nei pensieri dei personaggi, impariamo per esempio che Stephen non ha ancora saputo realizzare le apparenti possibilità della sua intelligenza. Aspirante ma irrealizzato scrittore e poeta, è tornato da poco da Parigi. Ulisse infatti inizia narrativamente pochi mesi dopo la conclusione del primo romanzo di Joyce, “Ritratto dell’artista da giovane”, che si conclude proprio con la decisione di Stephen di lasciare l’Irlanda, frustrato dalla sua sudditanza intellettuale e politica nei confronti della Gran Bretagna e della cultura cattolica (proprio come Joyce). Stephen emigra senza rinnegare le sue origini culturali, ma per riscoprirle altrove, “.<em>.. I go to encounter for the millionth time the reality of experience and to forge in the smithy of my soul the uncreated conscience of my race</em>.” (<em>vado per incontrare per la milionesima volta la realtà dell'esperienza e a forgiare nella fucìna della mia anima la coscienza increata della mia razza</em>). Il viaggio è un fallimento e Stephen torna a Dublino per assistere alla morte della madre, che gli chiede di inginocchiarsi per pregare; lui si rifiuta ed è oppresso dal senso di colpa. Il padre di Stephen è un alcolizzato fallito che ha portato la famiglia alla rovina (le sorelle vengono viste fare la carità). Nel corso della giornata, Telemaco-Stephen è alla ricerca di una figura paterna, che alla fine trova in Ulisse-Bloom.&nbsp;&nbsp;</p>
<p>Anche Bloom ha non poche preoccupazioni. Sa che la moglie, quel giorno, lo tradirà con il l'impresario Blazes Boylan (Molly è una attraente cantante lirica). Ma sentendosi in parte responsabile, decide di non fare niente. Da anni, dopo la morte del figlio di quattro anni, Bloom non riesce a fare sesso, anche se i desideri, come ho descritto sopra, non gli mancano. Ha una relazione epistolare piccante con una corrispondente che ha adescato attraverso un annuncio, ma non vuole darne seguito. Durante la giornata incrocia Boylan ma cerca di evitarlo. Joyce ci fa riflettere su cosa sia l’amore, non solo la sua relazione con il sesso, ma anche l’amore paterno o dei figli per i genitori (la morte del figlio, il suicidio del padre, sono memorie ricorrenti di Bloom). L’amore anche come fonte di dolore: “<em>Pain, that was not yet the pain of love, fretted his heart</em>” (“<em>Una pena, che non era ancora una pena d’amore, gli scosse il cuore</em>”) è la reazione di Stephen all’amico che lo prende in giro per non aver pregato al capezzale della madre morente.</p>
<p>Il monologo interiore di Joyce non è quello piu’ o meno lineare di Philip Roth o Virginia Woolf (di qualità eccezionale ma tutto sommato comprensibili perche’ adattati per essere tali, che il nostro monologo interiore agli altri e’ comprensibile assai poco). In Joyce il flusso di coscienza cambia il soggetto senza preavviso, anche numerose volte nella stessa frase. A volte non si capisce proprio quale sia l’argomento dei pensieri; oppure ritroviamo riferimenti ad eventi che vengono descritti duecento pagine dopo. Ma questa tecnica serve a farci entrare nella mente dei personaggi, a conoscerli intimamente. E ci permette processi di identificazione con i medesimi per la semplice ragione che anche i nostri flussi di coscienza solitari funzionano in questa maniera, a salti, allusioni, connessioni d’immagini e sensazioni, disconnessioni e ricordi.</p>
<p>Joyce descrive Bloom come una persona piacevole, estremamente sensibile ed empatica, con una mente inquisitrice, attenta e curiosa, con molti interessi anche scientifici ma senza il quoziente di intelligenza di Stephen (infatti commette diversi errori). Rispetto a Stephen, Bloom è non solo anagraficamente ma anche emotivamente più maturo e attento, sempre in grado di offrire una parola di consolazione anche a chi lo tratta male. E’ infatti trattato male da quasi tutti. È un ebreo convertito, ma per la mentalità antisemita del tempo rimane un estraneo. “Ma sai cos’è una nazione?” gli chiede il “cittadino”, un nazionalista sfegatato, durante il dodicesimo episodio (I ciclopi). Bloom risponde, ma l'interlocutore non capisce, o si rifiuta di capire. Joyce ci comunica il suo disprezzo indirettamente:</p><blockquote><p>“<em>Una nazione? dice Bloom. Una nazione è la stessa gente che vive nello stesso posto.</em>”</p>
<p>[...]</p>
<p><em>Qual è la tua nazione, se è lecito chiedere, fa il cittadino. - L’Irlanda, dice Bloom. Sono nato qui. L’Irlanda. Il cittadino non disse nulla ma si limitò a scatarrare, e diavolo, fece partire un bel verdone che andò a planare in un angolo</em>”.</p></blockquote><p>L’antisemitismo è un altro tema ricorrente. Memorabile il dialogo nel secondo episodio fra Stephen e il direttore della scuola, un pomposo antisemita che non sa cogliere la sagacia con cui risponde Stephen.</p>
<p>Il libro tratta anche di politica irlandese e questo richiede, per essere compreso, la conoscenza di un po' della storia di un paese che conosciamo poco. L’Irlanda nel 1904 è ancora dominata dagli inglesi, ma lo spirito irredentista pervade la politica e la cultura locali. Joyce non ha nessuna simpatia per l’Inghilterra, ma ne ha poca anche per certi eccessi nazionalistici che sfociano nell’intolleranza e nella violenza (cercavate qualche collegamento con temi attuali?). Per esempio, la pretesa romantica di far rinascere la lingua antica irlandese. Nel dodicesimo episodio (“I ciclopi” cioè degli esseri con un unico punto di vista!) descrive l’esecuzione avvenuta poco tempo prima di uno degli eroi della mitologia separatista. La vicenda, che ha toccato profondamente il sentimento nazionalista degli irlandesi, viene raccontata con lo stile letterario che i periodici di costume usano per raccontare la cronaca un evento mondano. Questa irriverenza (simile alla blasfemia religiosa già accennata) costò all’Ulisse di essere ignorato in Irlanda per decenni. Ora il 16 giugno è una specie di festa nazionale, il Bloomsday. Il nazionalismo identitario e’ uno stato flessibile della mente, si adatta a ciò che trova conveniente ed appagante.</p>
<p>Nel corso dei vari episodi Joyce adotta non solo lo stile del monologo interiore, ma anche una collezione impareggiabile di altri stili letterari. Lo fa sia per sfoggiare senza modestia il suo virtuosismo letterario - secondo a nessuno: d’altro canto, per quale ragione scrivere un libro del genere se non per divertirti scrivendo come solo tu sei capace? - sia per esigenze narrative, come nel brano che ho appena riportato. Il decimo episodio, <em>Rocce vaganti, </em>riporta in contemporanea diciannove vignette dove vari personaggi, alcuni del tutto secondari, si incrociano per le strade di Dublino. L’undicesimo, <em>Sirene, </em>ha la struttura di una sinfonia. Il quattordicesimo,<em> Le mandrie del sole</em>, descrive le conversazioni fra dottori e conoscenti dei pazienti in un ospedale dove sta per avvenire la nascita di un bambino. In questo episodio Joyce usa una ventina di stili diversi che percorrono l’evoluzione della lingua inglese. Parte dalle sue radici anglosassoni (il parto) per giungere sino al dialetto locale dublinese, che usa per raccontare di un gruppo di amici che finiscono in un bar dove si urlano addosso senza davvero ascoltarsi (la forma che diventa contenuto rendendo questo irrilevante). Lo stile della scrittura e’ di fatto il protagonista del libro, (secondo gli esperti). Lo stile della scrittura joyciana, come una telecamera, si sposta continuamente, focalizzando la sua lente sui diversi discorsi dei partecipanti. Il quindicesimo episodio, <em>Circe</em>, è un racconto onirico, comico e surreale, scritto come una sceneggiatura teatrale.</p>
<p>È una lettura difficile, spesso incomprensibile. Nel settimo episodio, <em>Scilla e Cariddi</em>, il lettore viene catapultato in mezzo ad una discussione intellettuale sulla poetica di Shakespeare. Inizia nel bel mezzo della discussione, quando Bloom entra nella stanza. Come lui perdiamo l’inizio, e facciamo fatica a capire di cosa stiano parlando (grosso modo, stanno discutendo - credo, fra le altre cose - se conoscere la vita dell’autore sia necessario per comprenderne meglio l’opera). Ma anche se si fosse seguita la discussione dall’inizio, è probabile che senza una discreta conoscenza delle opere e vita shakespeariane, non si sarebbe riusciti a capirci granchè. Per me Scilla e Cariddi è stato uno degli scogli più difficili da superare (ha ha, ok, non ho resistito). Ma parte del piacere nel leggere Ulisse è anche il progressivo rivelarsi di questa sequenza di misteri, la scoperta degli innumerevoli riferimenti e collegamenti tra parti diverse del libro e con altri libri (mi ha invogliato a leggere l’Odissea, e Amleto, per esempio). Parte del piacere viene dal riuscire a scoprire la soluzione, un po’ come risolvere un rebus o un sudoku ma molto meglio e molto più duratura, come soddisfazione. Esempio: nel terzo episodio un solo paragrafo riassume più o meno il libro. Stephen ricorda di aver sognato di camminare nella strada delle prostitute (cosa che avviene 600 pagine dopo), per poi essere condotto al riparo e rassicurato da una persona che gli sbatte un melone in faccia. Come sappiamo si tratta di Bloom che lo salva e lo porta a casa per poi mostrargli una foto della procace moglie nel penultimo episodio.</p>
<p>Ma non vorrei spaventare troppo: non c’è solo il piacere della scoperta e della soluzione del problema. Ulisse ha anche numerosi passaggi divertenti e addirittura comici. L’intero penultimo episodio, Itaca, scritto nello stile dei catechismi di quando ero piccolo, e cioè una serie di&nbsp; 309 domande e risposte (oggi diremmo: stile FAQ) è da scompisciarsi. Lo stile serve a Joyce per fornire al lettore una marea di informazioni utili a capire dettagli altrimenti oscuri, come, per esempio, l’indirizzo esatto della casa di Bloom.</p><blockquote><p><em>Che atto compì Bloom all’arrivo a destinazione?</em></p>
<p><em>Alla soglia del quarto degli equidiversi numeri dispari, numero 7 di Eccles Street, inserì la sua mano meccanicamente nella tasca posteriore dei suoi calzoni per prendere la chiave</em></p>
<p><em>C’era?</em></p>
<p><em>Era nella tasca corrispondente dei calzoni che portò il giorno precedente</em></p>
<p><em>Perché era doppiamente irritato? </em></p>
<p><em>Perché si era dimenticato e perché si era ricordato che si era raccomandato due volte di non dimenticarselo.</em></p></blockquote><p>Come leggere l’Ulisse? Con allegria e curiosita’! Vale la pena leggerlo in Italiano? <a href="https://u22pod.com/episodes/episode-3-proteus" target="_blank">Qualcuno sostiene di sì</a>, anzi, ė attratto dalla musicalità della nostra lingua. Difficile anche per un bravo traduttore replicare le capacità linguistiche dell’autore, che non sono banali. Joyce raccontava di spendere anche un’intera giornata a comporre una sola frase (“sapevo che parole usare, ma non avevo ancora capito in quale ordine”). Ed era ossessionato dalle parole, Ulisse è uno dei libri con la maggiore frequenza di <a href="https://joyceconcordance.andreamoro.net/ulyssescounts.py?e=0&amp;ww=off" target="_blank">parole usate una sola volta</a>. Ne posseggo una traduzione, che ho letto in alcune sue parti. Direi che leggerlo in italiano è quasi come leggersi in inglese la Divina Commedia. Si perde una buona componente del piacere della lettura, ma ne rimane comunque una buona fetta apprezzabile. D’altro canto, a leggerlo in inglese in molti punti ti viene il dubbio se l’incomprensione derivi dalla tua scarsa conoscenza della lingua, o dall’ermetismo del linguaggio e dell’argomento.</p>
<p>Se non conoscete decentemente l’inglese, non avete scelta. Se lo conoscete, consiglio comunque una versione digitale: avere un dizionario a portata di dito serve, eccome (attenzione che molte delle versioni gratuite su Kindle sono <a href="https://twitter.com/andreamoro/status/1394416663773294597" target="_blank">scansioni imperfette dell’Opera</a>: meglio spendere due euro e acquistare quelle di un editore conosciuto).&nbsp;</p>
<p>Qualcuno legge Ulysses come un qualsiasi romanzo, tutto d’un fiato senza aiuti. In inglese, è possibile, credo, leggerlo anche solo affascinati dalla poesia del linguaggio (un audiolibro è certamente apprezzabile in questo caso). A me però, che non amo la poesia, non sarebbe bastato. Quindi suggerirei di accompagnare la lettura alla consultazione di una guida. Ce ne sono molte (le prime apparvero quasi subito, credo negli anni ‘30). La più famosa è “The Bloomsday Book” di Blamire; ci sono anche molte versioni <a href="https://www.shmoop.com/study-guides/literature/ulysses-joyce" target="_blank">"Bignami" per studenti</a>. Queste guide servono a spiegare cosa stia succedendo in ogni paragrafo del libro, e vi assicuro che in molte situazioni sono indispensabili per non perdersi. Qualcuna (la seconda, per esempio), contiene anche una critica a ciascuno degli episodi e una presentazione dei temi del libro. Lo fa anche molto efficacemente il podcast U22. Sconsiglio invece la consultazione, in prima lettura, di Ulysses Annotated di Gifford, una guida enciclopedia sin troppo dettagliata a tutti i riferimenti e tutti collegamenti, parola per parola. Non vale la pena perdersi nei dettagli. Piuttosto, per chi volesse approfondire, vale la pena ascoltare il podcast re:joyce di Frank Delaney, che, purtroppo, è mancato a meno di metà dell’opera e in ciascun episodio del podcast legge, commenta e critica un breve brano con un entusiasmo contagioso.&nbsp;</p>
<p>Joyce stesso scrisse una piccola guida. Nel libro gli episodi sono senza titolo (se finissero a fondo pagina sarebbero difficili da contraddistinguere, non fosse per l’inevitabile cambio di stile che li contraddistingue), ma per aiutare la lettura Joyce inviò all’amico Carlo Linati uno schema, poi denominato “schema di Linati”, che associa ciascun episodio ad un corrispondente episodio dell’Odissea, ed è il nome che gli appassionati usano da allora per riferirsi alle parti del libro.</p>
<p>L’associazione all’Odissea e la “caccia al tesoro” dei collegamenti con l’opera omerica è uno degli aspetti che qualcuno considera fra i più attraenti del libro. Ce ne sono a bizzeffe. Personalmente, non trovo l’esercizio molto interessante e direi che se non vi interessa, non serve conoscere Omero. La corrispondenza è in ogni caso un po’ tirata per i capelli. Se Stephen è Telemaco alla ricerca del padre, Bloom non è certo l’eroico Ulisse. O forse lo è: Joyce ci fa vedere come una persona normale, piena di difetti, valga la pena di essere raccontata nella quotidianità della sua vita, delle sue ossessioni banali, delle sue abitudini. Anche esse ci fanno appassionare, perché la vita è fatta di questo, di vite “normali”, quelle dei nostri amici e delle persone che amiamo, di vicende che magari non meritano di essere immortalate in un romanzo che sopravviva nei secoli ma che, ciononostante, sollevano sentimenti, dolore, gioie e passioni. Sentimenti che proviamo leggendo Ulisse, di James Joyce.</p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Biblioteka - Arte</category>
                            
                        
                        
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                        <guid isPermaLink="false">news-5</guid>
                        <pubDate>Tue, 12 May 2020 19:54:00 +0000</pubDate>
                        <title>Dell’infortunio contagioso</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/dellinfortunio-contagioso</link>
                        <description></description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>Questa legislatura è inesauribile fonte di ispirazione per l’artista che vive, segretamente, dentro ognuno di noi. Immagino concordiate che i politico(os)i son sicuramente meno affascinanti dell’arte giapponese, delle ballerine per Degas e di Saint-Lazare per Monet. Provo quindi a scrivere dopo essermi fatto legare – di spalle – all’albero: con le orecchie ben aperte ma il naso turato.</p>
<p>Il comma 2<strong>[1]</strong>&nbsp;dell’art. 42 del decreto (in)CURA Italia, convertito in L. 24.04.2020 n. 27<a href="http://www.gazzettaufficiale.it/eli/gu/2020/04/29/110/so/16/sg/pdf" target="_blank" rel="noopener">(GU Serie Generale n.110 del 29-04-2020 – Suppl. Ordinario n. 16)</a>, classifica come INFORTUNIO il contagio COVID19 del lavoratore. Questa soluzione interpretativa consente la rivalsa sul datore di lavoro da parte del collaboratore infortunato durante l’attività lavorativa. Tale scelta è frutto di precisa convergenza tra governo e sindacati,&nbsp;<a href="https://www.confsal.it/2020/03/covid-19-la-confsal-ha-chiesto-ed-ottenuto-lequiparazione-dellinfezione-ad-infortunio-sul-lavoro/" target="_blank" rel="noopener">qui per i dettagli</a>. che raccoglie l’indirizzo dato dall’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (I.N.A.I.L.).</p>
<p>La&nbsp;<a href="https://www.inail.it/cs/internet/comunicazione/avvisi-e-scadenze/avviso-nota-sanitari-coronavirus.html" target="_blank" rel="noopener">nota I.N.A.I.L. prot. n. 3675, è stata diffusa il 17 marzo 2020</a>, alcune ore prima del D.L. 17.03.2020 n. 18. Il documento “<em>chiarisce che i contagi da Covid-19&nbsp;[…] sono inquadrati nella categoria degli infortuni sul lavoro</em>”. Tale nota era comprensibile perché riguardava lavoratori altamente esposti al rischio di contagio: medici, infermieri e “<em>altri operatori di strutture sanitarie in genere, dipendenti del Servizio sanitario nazionale e, in generale, di qualsiasi altra Struttura sanitaria pubblica o privata assicurata con l’Istituto</em>”.</p>
<p>L’Istituto equiparava all’infortunio i contagi “<em>avvenuti nell’ambiente di lavoro oppure per causa determinata dallo svolgimento dell’attività lavorativa</em>”. Precisando che “<em>nel caso in cui, infine, gli eventi infettanti siano intervenuti durante il percorso casa-lavoro, si configura l’ipotesi di infortunio in itinere</em>”. Poco dopo l’INAIL ribadisce il concetto: “<em>per tali operatori vige, quindi,&nbsp;<strong>la presunzione semplice di origine professionale</strong>, considerata appunto la elevatissima probabilità che gli operatori sanitari vengano a contatto con il nuovo coronavirus</em>.” (<a href="https://www.inail.it/cs/internet/docs/circolare-13-del-3-aprile-2020-testo.pdf" target="_blank" rel="noopener">pag. 7 Circolare n. 13 del 3 aprile</a>).</p>
<p>In tale documento, come di prassi, viene anche esteso l’ambito della tutela.</p>
<p>“<em>A una condizione di elevato rischio di contagio possono essere ricondotte anche&nbsp;<strong>altre attività lavorative che comportano il costante contatto con il pubblico/l’utenza</strong>. In via esemplificativa, ma non esaustiva, si indicano: lavoratori che operano in front-office, alla cassa, addetti alle vendite/banconisti, personale non sanitario operante all’interno degli ospedali con mansioni tecniche, di supporto, di pulizie, operatori del trasporto infermi, etc.</em>&nbsp;<strong><em>Anche per tali figure vige il principio della presunzione semplice valido per gli operatori sanitari</em></strong>.” (pag. 7 Circolare n. 13 del 3 aprile)</p>
<p>L’INAIL precisa che ““<em>le predette situazioni non esauriscono, però, come sopra precisato, l’ambito di intervento in quanto&nbsp;<strong>residuano quei casi, anch’essi meritevoli di tutela, nei quali manca l’indicazione o la prova di specifici episodi contagianti</strong>&nbsp;o comunque di indizi “gravi precisi e concordanti” tali da far scattare ai fini dell’accertamento medico-legale la presunzione semplice</em>””.</p>
<p>Questa ultime due macrocategorie estendono di molto l’ambito dell’infortunio/contagio e&nbsp; avrebbero dovuto pretendere un cambio del passo statale: per la soluzione del problema soprattutto in termini di prevenzione. Il cambio di passo è diventato un galoppo per il cavallo/datore di lavoro privato, da frustare e pungolare a dovere, privandolo della carota…</p>
<p>In tale ottica continua la campagna di assunzioni “strategiche”, tra cui&nbsp;<a href="https://www.lastampa.it/cuneo/2020/05/05/news/bufera-sulla-proposta-gribaudo-di-assumene-10-mila-ispettori-del-lavoro-gli-imprenditori-allora-non-si-fida-di-noi-1.38803992" target="_blank" rel="noopener">10.000 nuovi ispettori del lavoro</a>&nbsp;per spremere l’im(MONDO) IVA, ignorando le&nbsp;<a href="https://torino.repubblica.it/cronaca/2020/05/03/news/assumere_ispettori_del_lavoro_i_presidenti_di_tutte_le_categorie_contro_la_deputata_dem_gribaudo-255538094/" target="_blank" rel="noopener">sue obiezioni.&nbsp;</a>Le osservazioni dei datori di lavoro hanno prodotto la secca risposta dei sindacati:&nbsp;<em>“Avevamo chiesto il rafforzamento degli ispettorati del lavoro,</em>&nbsp;– prosegue la&nbsp;<a href="https://www.cuneodice.it/attualita/cuneo-e-valli/i-sindacati-appoggiano-la-proposta-di-chiara-gribaudo-servono-piu-ispettori-del-lavoro-in-provincia_36203.html" target="_blank" rel="noopener">nota di Cgil, Cisl e Uil</a>&nbsp;–&nbsp;<em>tanto più in un sistema come quello cuneese fatto di piccole e medie imprese, contrastando la logica dell’appalto, del subappalto e della precarietà che sono le cause principali della crescente insicurezza per chi lavora”.&nbsp;</em></p>
<p>Torniamo all’infortunio da COVID19, il cui rischio ovviamente si accresce nella Fase2. Sorgono alcune domande:</p><ul> 	<li>Come può il datore di lavoro dimostrare che il collaboratore non è stato contagiato in azienda, se lo STATO non fa test a tappeto e adotta un tracing volontario?</li> 	<li>Come si può dimostrare incontrovertibilmente il momento del contagio, stante il tempo di incubazione e la scarsa conoscenza che si ha del virus?</li> 	<li>Con quale frequenza deve essere sanificato l’ambiente di lavoro per poter AZZERARE il rischio, onde premunirsi dal contagio e conseguente azione da parte dei dipendenti e dell’INAIL?</li> 	<li>Quali sono le conseguenze penali per un datore di lavoro che riavvii l’attività senza poter disporre dei presidi di protezione individuale: introvabili dopo la sparata dei 50 cent di #arcuririposati?</li> 	<li>Sarà mica una&nbsp;<em>probatio</em>&nbsp;negativa/diabolica?</li> </ul><p>Come accennato prima, il contagio in occasione di lavoro comprende il tragitto A/R nel luogo di lavoro. Se il contagio avviene&nbsp;<em>in itinere</em>&nbsp;allora trattasi di infortunio sul lavoro (circ. INAIL 13/2020). Immaginate cosa potrebbe succedere a tutti coloro che utilizzeranno i mezzi pubblici, anziché un mezzo proprio come suggerito dalla Circ. 13/2020.</p>
<p>I reggenti hanno detto di utilizzare il più possibile lo&nbsp;<em>smart working</em>, inapplicabile a molte attività. Situazione aggravata dalle condizioni in cui si trovano le infrastrutture italiane, tra cui quelle telematiche.</p>
<p>Ma in questa triste occasione i politico(os)i hanno veramente esagerato nel tentativo di compiacere il loro elettorato. Senza efficaci azioni preventive, l’ampliamento&nbsp;<em>ad libitum</em>&nbsp;dell’equazione COVID19 = INFORTUNIO è l’ennesima prova che governo ed apparato burocratico scelgono sistematicamente di scaricare i propri limiti sui datori di lavoro e, in generale, su chi fa impresa, grande o piccola che sia.</p>
<p>I&nbsp;<a href="https://www.inail.it/cs/internet/comunicazione/news-ed-eventi/news/news-denunce-contagi-covid-4-maggio-2020.html" target="_blank" rel="noopener">dati diffusi dall’INAIL</a>&nbsp;evidenziano una maggiore esposizione al rischio del personale sanitario e socio-assistenziale:&nbsp;<em>“Dall’analisi per professione dell’infortunato emerge che la categoria dei “tecnici della salute”, che comprende infermieri e fisioterapisti, con il 43,7% dei casi segnalati all’Istituto (e il 18,6% dei decessi) è quella più colpita dai contagi, seguita dagli operatori socio-sanitari (20,8%), dai medici (12,3%), dagli operatori socio-assistenziali (7,1%) e dal personale non qualificato nei servizi sanitari e di istruzione (4,6%)”.&nbsp;</em></p>
<p>Ma per risolvere i problemi, finora irrisolti dallo Stato incinto di decreti attuativi, i datori di lavoro potranno contare su “cospicui stanziamenti”:</p>
<p>1)&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; “<strong>50 milioni</strong>&nbsp;di&nbsp; euro&nbsp; da&nbsp; erogare alle imprese per l’acquisto di&nbsp; dispositivi&nbsp; ed&nbsp; altri&nbsp; strumenti&nbsp; di protezione individuale” (art. 43<a href="file:///Users/moroa/Dropbox/Nfa/aaa-articolinuovi/Dell%E2%80%99infortunio%20contagioso.html#_ftn2" target="_blank">[2]</a>&nbsp;del &nbsp;<a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/03/17/20G00034/sg" target="_blank" rel="noopener">D.L. 17 marzo 2020, n. 18</a>). I 50 milioni sono “<strong>a valere sulle risorse già programmate</strong>&nbsp; nel bilancio&nbsp; di&nbsp; previsione &nbsp;dello&nbsp;&nbsp; stesso &nbsp;&nbsp;istituto&nbsp;&nbsp; per&nbsp;&nbsp; il finanziamento dei progetti di cui all’art.11, comma&nbsp; 5,&nbsp; del&nbsp; decreto legislativo 9 aprile 2008 , n. 81.”&nbsp; L’INAIL deve distrarre i fondi da tali progetti e&nbsp;<strong>trasferirli a INVITALIA, la stessa di #arcuririposati</strong>.</p>
<p>2)&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>50 milioni</strong>&nbsp;per “<em>un&nbsp; credito&nbsp; d’imposta, nella misura del 50 per cento&nbsp; delle&nbsp; spese&nbsp; di&nbsp; sanificazione&nbsp; degli ambienti e degli strumenti di lavoro sostenute e documentate fino ad un massimo di&nbsp; 20.000&nbsp; euro&nbsp; per&nbsp; ciascun&nbsp; beneficiario</em>” (art. 64 del &nbsp;<a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/03/17/20G00034/sg" target="_blank" rel="noopener">D.L. 17 marzo 2020, n. 18</a>).&nbsp;<strong>INVITALIA è stata incaricata di distribuire il credito d’imposta tramite&nbsp;<em>click day,</em>&nbsp;in perfetto stile guerra tra poveri.&nbsp;</strong><strong>La dotazione finanziaria si&nbsp;&nbsp;<a href="https://www.invitalia.it/chi-siamo/area-media/notizie-e-comunicati-stampa/impresa-sicura-boom-degli-incentivi-in-un-minuto-59mila-richieste" target="_blank" rel="noopener">esaurita in pochi secondi</a>,&nbsp;</strong>ma ad InvItalia l’hanno celebrato come un successo!</p>
<p>Per l’Italia intera sono stati&nbsp;<strong>stanziati appena Mln 100</strong>: un AUTENTICO INSULTO. Quasi una provocazione è &nbsp;l’esclusione di artisti e professionisti dai rimborsi di cui al punto 1),&nbsp;<a href="https://www.invitalia.it/cosa-facciamo/emergenza-coronavirus/impresa-sicura/q" target="_blank" rel="noopener">come precisato da INVITALIA nelle FAQ</a>: “<strong>3. Sono ammessi i liberi professionisti?&nbsp;</strong><em>No, i liberi professionisti non rientrano nell’ambito dei soggetti ammessi a richiedere il rimborso.La norma di riferimento, rappresentata dall’articolo 43, comma 1, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18 (cosiddetto decreto cura Italia), stabilisce che il contributo per l’acquisto dei dispositivi di protezione individuale è erogato “allo scopo di sostenere la continuità, in sicurezza, dei processi produttivi delle imprese, a seguito dell’emergenza sanitaria coronavirus</em>”.&nbsp;</p>
<p>Tale esclusione non può essere stata una dimenticanza, infatti essa è&nbsp;ormai definitiva a causa della conversione in legge del decreto (in)CURA Italia.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>Altre domandine sorgono spontanee:</p><ol> 	<li>Dov’è lo Stato etico se scarica tali costi sul datore di lavoro privato, chiamato a colmare lacune e inefficienze di uno Stato ASSOLUTAMENTE inadeguato a gestire il covid19?</li> 	<li>Lo scaricabarile sui datori di lavoro, quanto incrinerà la loro situazione finanziaria ed economica?</li> 	<li>Ma veramente è possibile intraPRENDERE in uno Stato che, in pandemia, continua a &nbsp;PRENDERE e PREteNDERE?</li> </ol><p><strong>Speranzosi attendiamo risposte dal deCRETONE (in)CURA Italia di maggio.</strong></p>
<p>[1]&nbsp;Nei casi accertati di infezione da coronavirus (SARS- CoV-2) in occasione di lavoro,&nbsp; il&nbsp; medico&nbsp; certificatore&nbsp; redige&nbsp; il&nbsp; consueto certificato di&nbsp;<strong>infortunio</strong>&nbsp;e lo invia&nbsp; telematicamente&nbsp; all’INAIL&nbsp; che assicura, ai sensi delle vigenti&nbsp; disposizioni, la relativa&nbsp; tutela dell’<strong>infortunato</strong>. Le prestazioni INAIL nei casi accertati di infezioni da coronavirus in occasione di lavoro&nbsp; sono&nbsp; erogate&nbsp; anche per il periodo di quarantena o di permanenza&nbsp; domiciliare&nbsp; fiduciaria dell’<strong>infortunato</strong>&nbsp;con la conseguente astensione dal lavoro. I predetti&nbsp;<strong>eventi infortunistici</strong>&nbsp;gravano sulla gestione assicurativa e non&nbsp; sono computati ai fini della determinazione&nbsp; dell’oscillazione&nbsp; del&nbsp; tasso medio per&nbsp;<strong>andamento infortunistico</strong>&nbsp;di cui agli articoli 19 e seguenti del&nbsp; Decreto&nbsp; Interministeriale&nbsp; 27&nbsp; febbraio&nbsp;&nbsp; 2019. La&nbsp;&nbsp; presente disposizione si applica ai datori di lavoro pubblici e privati.</p>
<p>[2]&nbsp; Allo scopo&nbsp; di&nbsp; sostenere&nbsp; la&nbsp; continuità,&nbsp; in&nbsp; sicurezza,&nbsp; dei processi produttivi delle imprese, a seguito dell’emergenza sanitaria coronavirus, l’Inail&nbsp; provvede&nbsp; entro&nbsp; il&nbsp; 30&nbsp; aprile&nbsp; 2020&nbsp; a&nbsp;<strong>trasferire ad Invitalia l’importo di 50 milioni di&nbsp; euro</strong>&nbsp; da&nbsp; erogare alle imprese per l’acquisto di&nbsp; dispositivi&nbsp; ed&nbsp; altri&nbsp; strumenti&nbsp; di protezione individuale, a valere sulle risorse già&nbsp; programmate&nbsp; nel bilancio&nbsp; di&nbsp; previsione&nbsp; 2020 dello stesso istituto per il finanziamento dei progetti di cui all’art.11, comma 5, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81.</p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Qui è FLG</category>
                            
                        
                        
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                        <guid isPermaLink="false">news-7</guid>
                        <pubDate>Mon, 11 May 2020 22:51:00 +0000</pubDate>
                        <title>Riallocazione e flessibilità salariale</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/riallocazione-e-flessibilita-salariale</link>
                        <description></description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>Ho appreso da&nbsp;<a href="https://www.repubblica.it/economia/2020/05/08/news/decreto_rilancio_le_proposte_dei_ministeri_-256045006/" target="_blank">Repubblica</a>&nbsp;di due provvedimenti che il Governo si presterebbe a prendere a breve termine. Si tratta dell’estensione a cinque mesi del blocco dei licenziamenti per giustificato motivo oggettivo (che includono gli esuberi causati dalla crisi) e della proroga di 12 settimane del trattamento di Cassa Integrazione Guadagni. Si tratta di misure che, secondo la narrativa dei mass media e del governo stesso, sono orientate alla protezione del lavoro. Sicuramente, conseguono l’obiettivo di trasferire ingenti risorse dai contribuenti futuri ai disoccupati attuali. Se per protezione del lavoro si intende la preservazione delle ore lavorate, il risultato finale della politica economica del governo sara’ in realtà l’opposto. Si tratta infatti di misure che, rendendo la ricerca di nuovo impiego meno appetibile e ostacolando la discesa dei salari, tendono a ridurre la riallocazione dei lavoratori.</p>
<p>La continua riallocazione dei fattori — capitale e lavoro — tra settori e soprattutto tra imprese del medesimo settore, e’ condizione ineludibile per il funzionamento efficiente di un’economia di mercato. Settori ed imprese in espansione attraggono i capitali e i lavoratori in uscita da settori in crisi e da imprese che falliscono.</p>
<p>La riallocazione gioca un ruolo di prim’ordine anche nell’aggiustamento di un’economia a shock avversi di natura temporanea ma comunque persistente, come quello che abbiamo subito di recente a causa del virus COVID-19. Tale ruolo e’ tanto maggiore, quanto piu’ asimmetrici sono gli effetti su imprese e settori.</p>
<p>Il lockdown ha comportato un calo consistente di produzione, ore lavorate e reddito. Il governo si e’ adoperato per rimpiazzare i redditi da lavoro persi con prestazioni di welfare, principalmente attraverso l’allargamento della platea dei beneficiari della CIG. Tali misure non possono che essere limitate temporalmente. In primis, perché comportano un ingente costo pecuniario, soprattutto per uno Stato già fortemente indebitato. In secundis, perché riducono la mobilita’ dei lavoratori. Potendo contare su entrate non molto inferiori rispetto al salario che percepivano — l’ottanta per cento — i percettori di CIG non hanno forti incentivi alla ricerca di un nuovo impiego.</p>
<p>La Cassa Integrazione Guadagni subordina la concessione del trattamento al mantenimento del rapporto di lavoro. In altre parole, si sussidia la coppia impresa-lavoratore per evitare che la loro unione venga dissolta.</p>
<p>La ratio della CIG e’ quella di preservare rapporti di lavoro il cui mantenimento produrrebbe flussi di reddito futuri maggiori dell’alternativa sia per l’impresa che per i lavoratori, ma sono in pericolo a causa di difficoltà ad ottenere finanziamenti. I flussi di cassa dell’impresa non le consentono di pagare gli stipendi, ma se potesse ottenere prestiti a condizioni commisurate al suo effettivo profilo di rischio, sarebbe per essa vantaggioso indebitarsi per evitare i licenziamenti. Il mantenimento del lavoratore in organico nonostante le difficoltà temporanee e’ tanto più vantaggioso quanto maggiori sono i costi di formazione che si dovrebbero sostenere in futuro per far si’ che un rimpiazzo raggiunga il medesimo livello di produttività.</p>
<p>La CIG non e’ lo strumento più efficiente per affrontare il problema delineato qui sopra. Sarebbe preferibile eliminare, o quanto meno ridurre, le imperfezioni dei mercati che impediscono alle imprese di finanziarsi per poter mantenere in essere rapporti di lavoro con un valore atteso positivo. Alla CIG e’ opportuno rifarsi solo nel caso in cui eliminare tali imperfezioni sia impossibile.</p>
<p>Il problema e’ che la CIG e’ stata estesa ad una moltitudine di rapporti di lavoro che non e’ efficiente mantenere in essere. Vi sono infatti molte occupazioni nel cui caso la formazione necessaria per rendere produttivo un neo-assunto e’ molto limitata. Si pensi a posizioni lavorative nel commercio, nella ristorazione, nella ricezione alberghiera, ed in altri servizi turistici. In questi casi, la CIG agisce meramente da freno alla riallocazione della forza lavoro che si e’ resa ridondante. Tanto più che il ridimensionamento di alcuni settori, tra cui il commercio tradizionale, sara’ molto prolungato nel tempo, se non definitivo.</p>
<p>L’utilizzo dell’indennità mensile di disoccupazione (NASPI) e’ da preferirsi perché la sua corresponsione non e’ condizionata al mantenimento in essere del rapporto di lavoro e perché — avendo un ammontare massimo mensile di 1.335 Euro (anche per i piloti Alitalia) — e’ molto meno generosa della CIG per tutti gli interessati ad eccezione di coloro che percepivano redditi bassi. Purtroppo, rispetto al suo predecessore ASPI, la NASPI si protrae troppo a lungo (fino a due anni) e non prevede una diminuzione dei benefici nel tempo. Pertanto gli incentivi alla rioccupazione sono inferiori.</p>
<p>Immagino che, a questo punto, alcuni lettori si chiedano: ma chi li dovrebbe assumere questi disoccupati? La domanda di lavoro da parte delle imprese non e’ fissa. Dipende dalle condizioni di mercato, tra cui il livello dei salari. Vi sono settori che non hanno subito l’effetto diretto della crisi e che soffrono solamente del calo di domanda che ne e’ conseguito. Ve ne sono altri che addirittura se ne sono giovati. La capacita’ di tali segmenti di assorbire una parte consistente dei lavoratori attualmente sotto-occupati dipende in larga misura dalla flessibilità dei salari. Quanto più rigidi i salari, tanto minore sara’ il numero di soggetti che troverà un nuovo impiego.</p>
<p>La rigidità salariale dipende largamente da due fattori. Uno e’ di natura contrattuale. La maggiorparte dei rapporti di lavoro e’ regolata da contratti nazionali, che prevedono retribuzioni minime. Purtroppo la contrattazione decentrata, nonostante sia possibile, e’ ancora assai rara. I minimi contrattuali, e’ opportuno ricordarlo, non sono indicizzati all’andamento dell’economia.</p>
<p>Nonostante la rigidità implicata dalla contrattazione, una certa flessibilità si può recuperare tramite il demansionamento, cioè l’inquadramento del lavoratore in profili occupazionali meno remunerativi. La possibilità che questo accada dipende ovviamente dalla disponibilità dei lavoratori ad accettarlo, a sua volta funzione del loro costo opportunità, cioè le entrate di welfare — principalmente la CIG.</p>
<p>Il demansionamento e’ una pratica illegale, mi si dirà. Si’, proprio questo e’ il punto. La tragicità del quadro occupazionale e’ tale da auspicare un allentamento dell’enforcement di certe disposizioni. Si consideri anche che l’opzione alternativa perseguita dal governo, di mantenere inattiva una larga parte della forza lavoro, comporta anche un maggior numero di soggetti disponibili al lavoro nero.</p>
<p>Recentemente, il Partito Democratico ha&nbsp;<a href="https://www.repubblica.it/economia/2020/05/08/news/proposta_pd_trenta_ore_per_tutti_e_750_mila_nuovi_posti_-256001612/" target="_blank" rel="noopener">proposto</a>&nbsp;di incentivare le imprese alla redistribuzione delle ore lavorate tra i dipendenti, ma a parità di salario orario. Per quanto la proposta abbia una sua logica, mantenere i salari orari invariati nonostante il calo della produttività non incide sul totale ore lavorate, mantenendo la forza lavoro in uno stato di sotto-occupazione.</p>
<p>Ostinarsi a mantenere i salari invariati nonostante l’enorme calo di produttività comprometterà ulteriormente una situazione economica già tragica. Bisogna rassegnarsi alle forti necessita’ di riallocazione e lasciare da parte difficoltà cognitive e distorsioni ideologiche, al fine di facilitare l’assorbimento dello shock. Ci vuole coraggio.</p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Qui è FLG</category>
                            
                        
                        
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                        <pubDate>Thu, 08 Aug 2019 21:40:00 +0000</pubDate>
                        <title>Il perché della scuola: il classico e oltre</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/il-perche-della-scuola-il-classico-e-oltre</link>
                        <description>La ben nota battaglia di Michele Boldrin per &quot;abolire il liceo classico&quot;, oltre che uno slogan ad effetto che però nasconde un&amp;nbsp;ragionamento analitico e una concreta proposta programmatica, è anche una provocazione intellettuale molto riuscita. Nel senso che provoca il pensiero. In questo articolo cerco di ragionare ad alta voce, senza necessariamente arrivare a una conclusione definitiva, non solo sul significato del liceo classico, ma sul significato e le finalità della scuola, come istituzione, nel mondo moderno.</description>
                        <content:encoded><![CDATA[<h2>Premessa</h2>
<p>Una volta sbollito il tema dell'abolizione del classico, il dibattito sulla scuola langue. Nessuno, in realtà, ha le idee chiare su come, e in che direzione, riformare la scuola. Perché non ci si rende conto che la scuola è, non una, ma tante cose insieme. Vorrei proporre un gioco intellettuale: decostruire la scuola, capire quali sono le aspettative che vi riponiamo, e quali sono i risultati ottenuti. Non so quanto questo aiuti il dibattito, ma spero che almeno renda palesi alcune verità meno ovvie e anche un po' scomode.</p>
<p>Di seguito fornisco una griglia in cui elenco le possibili&nbsp;<strong>finalità della scuola</strong>. Ogni finalità è descritta secondo il seguente schema.</p><ol> 	<li> 	<p>Si definisce la finalità.</p> 	</li> 	<li> 	<p>Si forniscono altri sinonimi della stessa, tipicamente usati nel dibattito pubblico.</p> 	</li> 	<li> 	<p>Si passano in rassegna le modalità di raggiungimento di tale finalità.</p> 	</li> 	<li> 	<p>Si immaginano le conseguenze del mancato raggiungimento della medesima, con un annotazione sull'Italia tra parentesi.</p> 	</li> </ol><p>Ricordo che con "scuola" intendo la scuola dell'obbligo all'italiana: pubblica, di massa, gratuita (o quasi). Ma anche: arcaica (risale alla riforma Gentile, se non direttamente al suo modello prussiano), con docenti sottopagati, strutture fatiscenti e i risultati scolastici sotto la media OCSE. &nbsp;</p>
<h2>La scuola: a che serve?</h2><ol> 	<li> 	<p><strong>BABYSITTING</strong></p> 	<ul> 		<li><strong>Sinonimi</strong>: la scuola tiene i ragazzi lontani dalla strada; sarebbe ipocrita negare che questa sia una delle utilità principali della scuola moderna.</li> 		<li><strong>Come</strong>: introdurre l'obbligo scolastico; rendere la scuola più attraente (con materie divertenti e attività pomeridiane attraenti).</li> 		<li><strong>Fallimento</strong>: abbandono scolastico, delinquenza minorile (entrambi i fenomeni non sconosciuti in Italia); in alternativa: impossibilità di lavorare&nbsp;per almeno uno dei genitori.</li> 	</ul> 	</li> 	<li> 	<p><strong>AIUTARE A CRESCERE</strong></p> 	<ul> 		<li><strong>Sinonimi</strong>: Forgiare il carattere, accompagnare nell'età adulta; insegnare a rapportarsi con la società, con l'altro sesso; a difendersi, a superare le prove della vita, a essere competitivi.</li> 		<li><strong>Come</strong>: dall'educazione fisica (<em>mens sana in corpore sano</em>) allo psicologo scolastico (<em>mens sana</em>&nbsp;prima di tutto); dal bullismo, chiamato "spirito di squadra" (perché educa al rispetto del gruppo e a resistere nelle situazioni di stress), alla prevenzione del medesimo (perché produce traumi e infelicità, se non peggio).</li> 		<li><strong>Fallimento</strong>: se si esagera in un senso si ottiene una società violenta, repressa, maschilista, patriarcale, nevrotica (l'Italia ne è un esempio); se si esagera nell'altro, si ottiene una società di&nbsp;<em>snow flakes</em>.&nbsp;</li> 	</ul> 	</li> 	<li> 	<p><strong>SVILUPPARE LE CAPACITÀ DI BASE DEL CERVELLO</strong></p> 	<ul> 		<li><strong>Sinonimi</strong>:&nbsp;<em>problem solving</em>; ragionamento logico; dobbiamo dare a tutti gli strumenti di base e poi imparano le tecniche specifiche al momento del bisogno.</li> 		<li><strong>Come</strong>: insegnamento della matematica, fisica, logica, grammatica; secondo alcuni, il latino insegna la logica (vedi Appendice); coltivare la competitività.</li> 		<li><strong>Fallimento</strong>: società di creduloni e analfabeti di ritorno; bassa produttività del lavoro (l'Italia ne è un esempio).</li> 	</ul> 	</li> 	<li> 	<p><strong>SVILUPPARE LA VOCAZIONE&nbsp;INDIVIDUALE</strong></p> 	<ul> 		<li><strong>Sinonimi</strong>:&nbsp;<em>Beruf&nbsp;</em>(direbbero i calvinisti), talento personale, creatività; siamo tutti diversi.</li> 		<li><strong>Come</strong>: insegnare a ciascuno le materie in cui eccelle (a scapito di altre), nell'età in cui è pronto, nelle quantità che desidera; non incentivare la competitività.</li> 		<li><strong>Fallimento</strong>: egualitarismo violento, frustrazione dei talentuosi, fuga di cervelli (l'Italia ne è un esempio).</li> 	</ul> 	</li> 	<li> 	<p><strong>INSEGNARE LA NOSTRA TRADIZIONE CULTURALE</strong></p> 	<ul> 		<li><strong>Sinonimi</strong>: insegnare l'erudizione, la cultura patria, il buon gusto.</li> 		<li><strong>Come</strong>: lingue antiche, letteratura, storia, storia dell'arte, storia della filosofia, storia della musica.</li> 		<li><strong>Fallimento</strong>: imbarbarimento, abbrutimento, danni al paesaggio, abusivismo edilizio, perdità del senso della storia con conseguenti pericoli politici (l'Italia ne è un esempio: il liceo classico di fatto non funziona; si veda l'Appendice).</li> 	</ul> 	</li> 	<li> 	<p><strong>INSEGNARE TECNOLOGIE MODERNE</strong></p> 	<ul> 		<li><strong>Sinonimi</strong>: invece di fargli perdere tempo con inutili&nbsp;materie astratte, insegnamogli un mestiere.</li> 		<li><strong>Come</strong>: chimica, biologia, informatica, altre scienze applicate e tecniche moderne; lingue straniere.</li> 		<li><strong>Fallimento</strong>: perdiamo il treno della modernità; arretratezza tecnologica (l'Italia è un esempio).</li> 	</ul> 	</li> 	<li> 	<p><strong>GARANTIRE LA CARRIERA FUTURA</strong></p> 	<ul> 		<li><strong>Sinonimi</strong>: se non vai a scuola farai lavori umili e sottopagati.</li> 		<li><strong>Come</strong>: una volta il fatto stesso di andare a scuola garantiva un futuro migliore; oggi, spesso, bisogna andare nella scuola giusta, dove acquisire amicizie utili e stringere rapporti da far fruttare nell'età adulta; nell'ipotesi migliore ci sono dei meccanismi di collegamento tra scuola e il mondo del lavoro.</li> 		<li><strong>Fallimento</strong>: perdità dell'attrattiva della scuola oppure, in alternativa, il proliferare dei comportamenti "mafiosi": copiare e far copiare, tanto è così che va il mondo (l'Italia offre abbondanti esempi di entrambi gli sviluppi).</li> 	</ul> 	</li> 	<li> 	<p><strong>ASCENSORE SOCIALE</strong>&nbsp;</p> 	<ul> 		<li><strong>Sinonimi</strong>: fornire a tutti le stesse condizioni di partenza; abbattere le barriere sociali e di censo.</li> 		<li><strong>Come</strong>: gratuità, abbattimento della selettività, degli esami di ammissione o altri sbarramenti all'ingresso; ma anche: rendere il livello di insegnamento meno oneroso, sì da includere anche i più deboli.</li> 		<li><strong>Fallimento</strong>: scarsa mobilità sociale (qui l'Italia forse si salva abbastanza, alcuni paesi sono messi peggio; però comuhnque c'è la&nbsp;<em>self-selection</em>: i figli dei ricchi vanno nei licei, i figli dei poveri negli istituti tecnici); l'altro estremo: una semplificazione dell'insegnamento a livelli tali da rendere la scuola inutile (vero in alcune zone d'Italia).</li> 	</ul> 	</li> 	<li> 	<p><strong>FORMARE IL CITTADINO MODELLO</strong></p> 	<ul> 		<li><strong>Sinonimi</strong>: formare cittadini ligi ai doveri verso lo stato; far sapere ai ragazzi i loro diritti di cittadini.</li> 		<li><strong>Come</strong>: lezioni di educazione civica o di religione cattolica; esperimenti di autogestione; attivismo politico degli studenti.</li> 		<li><strong>Fallimento</strong>: evasione fiscale, pericoli politici, tendenze autoritarie o estremiste e rivoluzionarie (l'Italia sarebbe un esempio, se non fossero tutti così poco seri).</li> 	</ul> 	</li> </ol><h2>Osservazioni</h2>
<p>Ora dovrebbe diventare più chiaro e trasparente il meccanismo di praticamente qualsiasi dibattito pubblico sulla scuola. Un opinionista seleziona, del tutto arbitrarizmente e verosimilmente in base ai propri successi e/o insuccessi scolastici, la finalità che più lo aggrada, e propone una serie di misure per incentivarla. Un altro opinionista, invece, preferisce un'altra finalità, e propone di incentivare quella. Il dibattito si riduce a una gara tra materie scolastiche, o, più raramente, tra diversi metodi di insegmaento delle stesse.&nbsp;</p>
<p>Vogliamo più latino? oppure più matematica? o più inglese? o computer? o musica? sport? educazione civica? E come le vogliamo insegnare, queste materie: con severità? con creatività? con più o meno competitività? con le tabelline a memoria o con la calcolatrice? la matematica del '700 o la matematica del XXI secolo? grammatica o letteratura? tema libero o poesia a memoria? Storia dell'arte o informatica? E poi: con o senza i voti? i voti in lettere, in numeri o a parole? grembiule o senza? seduti per terra attorno alla maestra o sui banchi ben allineati? Inutile ribadire che simili dibattiti sono del tutto sterili, non esistono vincitori. E soprattutto, non fanno neanche affiorare il problema della scelta tra le molteplici finalità della scuola.</p>
<p>Raramente, infatti, ci si rende conto di un fatto: nessuna scuola potrà mai raggiungere&nbsp;<strong>tutte</strong>&nbsp;le finalità prospettate sopra; un po' perché sono&nbsp;<strong>troppe</strong>; e un po' perché sono&nbsp;<strong>incompatibili</strong>&nbsp;tra loro. Il livellamento generale contraddice l'attenzione alle capacità individuali. Tanta disciplina contraddice la sanità mentale. Poca disciplina contraddice il buon andamento dell'apprendimento. La semplificazione dell'insegmaneto contraddice i buoni risultati. E ancora: vogliamo il cittadino ubbidiente o l'eterno rivoluzionario? vogliamo insegnare i fatti della vita o preservare l'inncenza? vogliamo creare persone furbe o persone intelligenti? persone intelligenti o erudite? vogliamo che guadagnino di più o che abbiano il posto fisso? Vogliamo l'aumento del PIL o la bellezza del paesaggio?</p>
<p>Resta anche la costatazione che la scuola italiana è riuscita a mancare quasi tutte le finalità possibili, con la possibile eccezione della 8, nonché della 1.</p>
<h2>Conclusioni</h2>
<p>Come anticipato, conclusioni vere e proprie non ne ho. D'istinto verrebbe da dire: la libertà di scelta ci salverà. Lasciamo decidere le famiglie, o, da una certa età in su, direttamente i ragazzi. Scelgano autonomamente e la finialità preferita, e i modi per raggiungerla. Ma sono scettico anche su questo. Ad esempio, il problema dell'insegnamento della matematica è che&nbsp;<strong>nessuno</strong>&nbsp;sa veramente quale sia il modo migliore per insegnarla. Anche il recente dibattito sull'insegnamento di filosofia ha messo a nudo il fatto che vi sono modi totalmente differenti di concepirlo. Perché, quindi, lasciare tale scelta a dei genitori ansiosi o ragazzi ignoranti?</p>
<p>Forse bisognerebbe scavare più a fondo. Il problema, non solo in Italia, non è tanto il sistema scolastico in sé, quanto il fatto che la conoscenza ha perso completamente il suo appeal sui giovani. Non è più ovvio, ai ragazzi, perché mai bisognerebbe passare 10-12 anni della propria vita a studiare. Il giorno in cui tornerà di moda&nbsp;la conoscenza, essere intelligenti, sapere e saper fare, sarà la società stessa a incentiverà la scuola a migliorare in modo spontaneo. Con o senza riforme.</p>
<h2>Appendice</h2>
<p>Il liceo classico, come fenomeno storico, ha fallito. Non ha insegnato la cultura classica al popolo, ma, anzi, l'ha banalizzata, profanata e resa solo indigesta ai più. Ha prodotto antiscientismo, fede nelle ideologie estreme, decadimento economico. Per chi non ne è convinto — e visto che siamo in tempо di vacanze — ho preparato due test.</p>
<p>Il primo è per coloro che credono di aver studiato bene le materie classiche. Si risponda, senza googlare, alle seguenti domande.</p><ol> 	<li> 	<p>Quali sono le tre funzioni della desinenza -σαι nella coniugazione del verbo greco?</p> 	</li> 	<li> 	<p>Quali nomi della III declinazione latina terminano in -<em>ium</em>&nbsp;al genitivo plurale, e quali in -<em>um</em>?</p> 	</li> 	<li> 	<p><em>Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l'ira funesta</em>: per cosa era adirato Achille?</p> 	</li> 	<li> 	<p>Tramite quale autore conosciamo la filosofia di Epicuro?</p> 	</li> 	<li> 	<p>Quali due autori hanno scritto ciascuno una propria "Apologia di Socrate"?</p> 	</li> 	<li> 	<p>Quale territorio fu ceduto dai Savoia in cambio dell'acquisizione della Sardegna?</p> 	</li> 	<li> 	<p>Quale opera è considerata la prima natura morta della storia della pittura?</p> 	</li> 	<li> 	<p>Che funzione ha la parola&nbsp;<em>om</em>&nbsp;nella lingua della&nbsp;<em>Commedia</em>&nbsp;di Dante?</p> 	</li> 	<li> 	<p>Quali sono le intuizioni pure a priori, secondo Kant?</p> 	</li> </ol><p>Il secondo test, invece, è dedicato a coloro che credono che studiare il latino insegni la logica. Si risponda alle seguenti domande.</p><ol> 	<li> 	<p>Prendiamo il seguente sillogismo aristotelico: tutti gli uomini sono mortali,&nbsp;quindi qualche uomo è mortale. È un ragionamento corretto?</p> 	</li> 	<li> 	<p>Che cosa vuol dire dimostrare qualcosa "in barbara"?</p> 	</li> 	<li> 	<p>Se piove, fa freddo. Quindi,&nbsp;se non piove, non fa freddo. Giusto?</p> 	</li> </ol>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Ex Kathedra</category>
                            
                        
                        
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                        <pubDate>Thu, 07 Feb 2019 19:55:00 +0000</pubDate>
                        <title>Siamo in recessione. Colpa dei gialloverdi, vero? Si…anzi no</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/siamo-in-recessione-colpa-dei-gialloverdi-vero-sianzi-no</link>
                        <description></description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>Dunque ieri (31 gennaio) L’ISTAT ha certificato i vaticini dell’avvocato del popolo, il pregiatissimo professor primo ministro Conte, dichiarando che l’Italia è in “recessione tecnica”.</p>
<p>Per l’oscuro e sintetico linguaggio istituzionale, recessione tecnica significa che il prodotto interno lordo decresce per 2 trimestri consecutivi. Perché ne bastino due o viceversa non sia sufficiente 1 è questione che lasciamo volentieri ai conti Mascetti della politica e dell’economia; noi preferiamo badare al sodo. Badare al sodo in questo caso significa cercare di capire perché l’economia del Belpaese da almeno 3 decenni riesce a far peggio dei vicini a prescindere da rossobrunati, gialloverdi e affini.</p>
<p>Il grafico pubblicato sulla nota dell’Istat è questo&nbsp;&nbsp;L’analisi, che comincia dal 2010, mette in evidenza come passata la grande crisi del 2011-2012 ci sia effettivamente stata una ripresa per 13 trimestri e un rallentamento (parossisiticamente evidenziato dal segno meno negli ultimi 2) nel 2018. Di fronte a questi dati è logico e umanamente comprensibile che l’opposizione parlamentare faccia il suo mestiere e indichi l’attuale governo come responsabile della catastrofe:&nbsp;<em>“Colpa nostra per il PIL negativo? Cialtroni” (L.Marattin)</em>; “<em>Con noi quattro anni e mezzo di crescita”</em><em>&nbsp;(M.E.Boschi)</em>;&nbsp;<em>“Di Maio ci dà la colpa del calo? Tragedia di un uomo ridicolo” (M. Renzi)</em>;&nbsp;<em>“lo scaricabarile del governo è ridicolo” (P.Casini)</em>;&nbsp;<em>“Italia in recessione risultato umiliante, governo dovrebbe dimettersi” (R. Brunetta)</em>;&nbsp;<em>“recessione frutto del governo” (A.M. Bernini)</em>;&nbsp;<em>“per uscire dalla recessione porre fine a questo governo di incapaci” (S.Berlusconi)</em>. &nbsp; Ora, che la reazione di Di Maio, Salvini e Conte (e mettiamoci dentro pure il resto della corte dei miracoli gialloverde) sia ridicola e a tratti offensiva per l’intelligenza comune è fuor di dubbio.</p>
<p>Attaccare le cialtronate di questi signori è un dovere morale persino divertente. Figuriamoci se noi ci tiriamo indietro e abbiamo voglia di esentare il governo attuale dalle sue responsabilità. Ma ignorare che l’Italia è ferma da tempo e che questo governo è figlio naturale di scelte che hanno origine nella storia politica patria sarebbe intellettualmente disonesto. Se allarghiamo l’osservazione appena di un po’ (2000) possiamo notare che l’andamento del prodotto interno lordo ha sempre sofferto di sterilità. Detto altrimenti siamo sempre cresciuti poco durante i cicli espansivi e decresciuti prima e di più durante le fasi di contrazione.&nbsp;&nbsp;&nbsp; Potremmo verificare lo stesso andamento prendendo un qualunque intervallo di tempo significativo.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>Durante gli anni dei governi Renzi/Gentiloni noi e altri commentatori abbiamo spesso usato l’espressione “rimbalzo del gatto morto”. L’economia italiana, bloccata dai suoi problemi di competitività atavica e strutturale, quando cresce lo fa per effetto trascinamento da fattori esogeni. Per anni si è detto che Renzi stava perdendo l’occasione di non fare riforme serie e approfittava solo del favorevole clima economico generato dalla crescita globale, dall’implementazione degli scambi commerciali, dalla discesa del prezzo delle materie prime, dai bassi tassi sull’indebitamento ecc. E’ bene che chi con noi allora lo diceva, oggi non se lo dimentichi.</p>
<p>Quando questi fattori hanno cominciato a venir meno (eccezion fatta per le commodities, ma quello è altro segnale evidenziato durante le chiacchierate) è crollato giù il palazzo. Sono le fondamenta del palazzo che sono deboli. Da anni. Nei grafici seguenti, elaborati da Thomas, si mette in evidenza il confronto con la Francia (ma otterremmo risultati analoghi in qualunque altra comparazione) sul contributo di valore aggiunto per settori. I grafici sono talmente chiari che non vale neanche la pena spiegarli. Diventa doveroso invece quando scoppia la polemica su dimensioni, capitalizzazione, tecnologia, utilizzo di mezzi propri e ricorso all’indebitamento del tessuto produttivo italiano.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>Le aziende italiane, piaccia o no, sono mediamente meno efficienti di quelle dei nostri partner europei e non solo. Il mito del Paese manifatturiero è fuorviante nella misura in cui lo si esalta (giustamente) per le poche eccellenze e lo si spinge alla protezione garantita dallo Stato per tutte le altre. Quali sono quindi le conclusioni di questa breve analisi? Che la recessione è strutturale e che all’interno di lunghi intervalli di osservazione si assiste ad un rimbalzo illusorio e fuorviante che viene preso a prestito dal politico di turno per non affrontare i problemi profondi del Paese.</p>
<p>Uno sciocco “tiriamo a campare tanto il peggio poi passa”. Salvo lamentarsi quando il peggio diventa licenziamenti e perdita di potere d’acquisto e al peggio bisogna rimediare con manovre correttive “lacrime e sangue”. Pentaleghisti e sciocchezzai al seguito non fanno altro che peggiorare la situazione. Non è poco ma non è neanche tutto. &nbsp;&nbsp;<a href="https://www.linkiesta.it/it/article/2019/02/01/niente-ipocrisie-litalia-e-in-recessione-da-30-anni-di-maio-e-salvini-/40949/?fbclid=IwAR3LpQkt4hbd5jWRdcY0riUGHh-wTiInxAQH-b_z5GiOasNFj_IxFFj0a1w" title="Qui" target="_blank">Qui</a>&nbsp;un editoriale scritto da Michele per Linkiesta sulle ipocrisie dello scaricabarile &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Ex Kathedra</category>
                            
                        
                        
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                        <pubDate>Tue, 20 Nov 2018 19:32:00 +0000</pubDate>
                        <title>La bagarre rossobrunata sugli inceneritori</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/la-bagarre-rossobrunata-sugli-inceneritori</link>
                        <description></description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>L'ultimo fronte di scontro fra i gemelli diversi Salvini e Di Maio è sugli inceneritori. Il Capitano leghista ne vorrebbe uno in ogni provincia; il bisministro del lavoro e dello sviluppo economico neanche uno in Europa. Due posizioni evidentemente inconciliabili tanto sono distanti fra di loro, ma che evidenziano come a) la coalizione che regge in questo momento il Paese sia la più raffazzonata che si possa immaginare b) il pressapochismo ignorante sia il collante dei due partiti c) qualunque cosa si può dire se si parla al proprio elettorato e non all'interesse del Paese.</p>
<p>In questo post cercheremo di capire chi dei due ha ragione, ma anche&nbsp;<strong>se&nbsp;</strong>uno dei 2 ha ragione, perché il clima politico, le dichiarazioni roboanti evidentemente approssimative e, soprattutto, l’evidenza empirica ci dicono che su materie complesse ed ad elevato grado di ideologizzazione, come quella che attiene alla salute, c’è ben poco da fidarsi delle parole dei politici.</p>
<p>I dati che riporto sono ripresi dal&nbsp;<a href="http://www.isprambiente.gov.it/it/archivio/eventi/2017/ottobre/rapporto-rifiuti-urbani-edizione-2017" target="_blank">Rapporto Rifiuti Urbani 2017</a>&nbsp;(integrato nel 2018) e dal&nbsp;<a href="http://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/rapporto-rifiuti-speciali-edizione-2018" target="_blank">Rapporto Rifiuti Speciali 2018</a>&nbsp;elaborati dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA).</p>
<p><strong>La gestione dei rifiuti in Europa</strong></p>
<p>Un’analisi comparata della gestione dei rifiuti è utile per verificare a che punto è il recepimento delle direttive europee in materia ambientale, sia sotto il profilo normativo che sotto quello propriamente effettivo e per individuare quelle che possono essere identificate come&nbsp;<em>best practice</em>&nbsp;da utilizzare come<em>&nbsp;benchmark&nbsp;</em>per una corretta gestione del problema.</p>
<p>L’Unione Europea è intervenuta più volte sul tema emanando direttive circa la raccolta, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti sia urbani che speciali a partire dalla direttiva 99/31/CE, fissando anche gli obiettivi di trattamento e riutilizzo dei materiali; obiettivi monitorati e rifissati con cadenza triennale. Il corretto trattamento e smaltimenti dei rifiuti è inoltre uno dei parametri di valutazione utilizzati dalla Commissione per valutare le istanze di ingresso nella UE dei Nuovi Stati richiedenti.</p>
<p>In UE 28 si producono ogni anno 242,4 milioni di tonnellate di RU. I 5 stati membri più popolosi (Germania, Francia, Italia, Regno Unito e Spagna) ne producono il 68% (165 milioni di tonnellate). La produzione per abitante espressa in kg è 478; in Germania ogni abitante produce 625 kg di rifiuti, in Italia 486.</p>
<p>&nbsp;</p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Ex Kathedra</category>
                            
                        
                        
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                        <pubDate>Mon, 08 Oct 2018 09:13:00 +0000</pubDate>
                        <title>Propaganda pentastellata: come ti asfalto un video sovranista sul debito</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/propaganda-pentastellata-come-ti-asfalto-un-video-sovranista-sul-debito</link>
                        <description></description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>L’analfabetismo economico si combatte, suppongo</strong></em>, anche cercando di leggere ed interpretare le fandonie raccontate dai venditori di bufale. Capire come si faccia a traviare chi di economia ne sa poco è difficile per chi, come noi, interagisce sopratutto con esperti o al massimo studenti della materia. Suppongo che io debba “ringraziare” Michele per avermi segnalato e fattomi&nbsp;<a href="https://www.youtube.com/watch?v=r5fQKEPYD7A" target="_blank" rel="nofollow noopener">perdere 28 minuti per guardare un video</a>&nbsp;tratto da una conferenza sul tema del debito pubblico. Il relatore, tal Guido Grossi, non ci è dato di sapere chi sia né perché sia “esperto” della materia, né da quale “conferenza” il video sia tratto. Indubbiamente Grossi la faccia e il tono da esperto ce li ha. Cravatta, microfono, segnaposto con il nome pure. Il gergo tecnico lo sfodera con scioltezza ma con moderazione:&nbsp;<em>adelante, Pedro, con juicio,</em>&nbsp;che altrimenti le truppe si perdono per strada.</p>
<p>E infatti non si perdono: la cosa che preoccupava Michele, e anche me in effetti, è che il video ha, per ora, quasi 300mila visite su Youtube, che non sono poche (confrontatele con i video di di nFA-views, per esempio). I commenti al video (vedasi Youtube, o Twitter) sono entusiasti "<em>Formidabile. Eccezionale. Indispensabile. Pieno di informazioni che quasi nessuno ha. Il video che tutti devono vedere</em>.<em>&nbsp;Spiegato benissimo. Questo video dovrebbe essere trasmesso e ritrasmesso in una RAI del cambiamento</em>" e persino un "<em>Foa presidente Rai. Che sia la volta buona che questi economisti li vediamo in tv a spiegare in modo semplice dove sta l'inganno e la soluzione? Io voglio crederci. Grazie a tutti voi.</em>" Viene di pensare che dietro a queste cose ci siano i fondi russi, ma non voglio cadere anch'io in teorie del picchio. Resta il fatto che il post si trova su byoblu.com, una "think tank" pentastellata, già entrata in&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/flashes/byoblu-claudio-messora/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">conflitto con google</a>&nbsp;per accuse di fakenews-ismo.</p>
<p>Mi limiterò a sintetizzare e criticare la "logica" delle storielle raccontate da Grossi, nella speranza di (a) convincere due o tre di quei trecentomila della quantità di fregnacce a cui, ignari, hanno creduto (b) aprire una riflessione fra i più esperti sull'origine e le cause di questa follia collettiva.</p>
<p>Passiamo dunque all'argomentazione che, in sintesi, è la seguente:</p>
<p>1) I cittadini italiani sono pieni di risorse, "l'italia è uno dei paesi più ricchi al mondo", per cui "L'Italia non ha alcun bisogno di prestiti esteri".</p>
<p>2) Gli italiani hanno bisogno di strumenti di risparmio, la cui disponibilità è stata progressivamente ridotta a partire dalla fine degli anni '80 con politiche di "internazionalizzazione del debito pubbico"&nbsp;che hanno trasformato il debito da strumento di risparmio (per gli italiani) a strumento di investimento (per speculatori internazionali)</p>
<p>3) Questo ha anche causato un aumento dei tassi sul debito: i tassi che i cittadini accettavano come remunerazione di un deposito in BOT non sono accettati dagli speculatori internazionali, per cui lo stato si trova a pagare di più. Allo stesso tempo, offrendo i titoli all'estero, lo stato si espone alla "minaccia dello spread"</p>
<p>4) La conclusione "logica" è che il governo deve smetterla di favorire gli investitori istituzionali e tornare ad offrire il debito agli italiani, ad un tasso ragionevole (ma più basso) che gli italiani (che vogliono strumenti di risparmio) sono disposti a pagare. Tale debito va collocato offrendolo attraverso banche italiane e sportelli postali, presenti in tutto il territorio.</p>
<p>Non credo di avere parafrasato molto e mi verrebbe da chiedere ai lettori meno esperti di economia quale di questi punti sembri credibile, per potermici soffermare meglio. Provate a farlo, se volete, prima di continuare a leggere, e fateci sapere. Saremo, io o qualcun altro, felici di chiarire meglio, se necessario. Ma passo all'interpretazione.</p>
<p>Executive summary: Guido Grossi non ne azzecca una. Lascio a voi giudicare se sia ignoranza o malafede, poco importa. Il problema qui è come confrontarsi con&nbsp; gente che, con notevole dispendio di risorse, confonde centinaia di migliaia di concittadini. Perché purtroppo nessuno, nessuno di questi punti è corretto. Il racconto di Grossi è una sequenza di errori logici e fattuali anche tralasciando (cosa che ho fatto di proposito nel mio sommario) numerose affermazioni oltre il limite del ridicolo (ma non ho resistito dal riportarne un paio sotto, anche se richiedono un pelino di conoscenze in più).</p>
<p>Mi soffermo dunque inizialmente solo su quelli che credo siano i passaggi più apparentemente "logici" e "credibili". Scusate la pignoleria, ma non sto abusando di virgolette.</p>
<p>Partiamo dal punto zero, che neanche ho menzionato: purtroppo anche la premessa è sbagliata. Grossi ignora che da sempre la maggioranza del debito è detenuto da investitori italiani (privati o istituzionali). La quota di debito detenuto da non residenti (vedi figura sotto) era sì salita fino a superare il 40% nel decennio scorso, ma è poi scesa a poco sopra il 30%, non tanto lontano dai livelli della fine anni '90 (fonte: Banca D'Italia. Occhio che la scala è fuorviante perché la linea non parte da 0, ma da 27% circa, e il massimo non è 100, ma 43% circa, quindi le variazioni sono meno pronunciate di quanto appaia in figura).</p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Ex Kathedra</category>
                            
                        
                        
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                        <pubDate>Tue, 18 Sep 2018 23:48:00 +0000</pubDate>
                        <title>Perché non se ne deve parlare. La parabola di Italo e Germano</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/perche-non-se-ne-deve-parlare-la-parabola-di-italo-e-germano</link>
                        <description></description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>Il 21 settembre ci sarà la&nbsp;<a href="http://www.brunoleoni.it/cosa-succede-se-usciamo-dall-euro-quanto-costera-e-chi-ne-paghera-il-prezzo" target="_blank">presentazione del volume ”Cosa succede se usciamo dall’euro? Quanto costerà e chi ne pagherà il prezzo</a>. È una&nbsp;<a href="http://www.brunoleoni.it/cosa-succede-se-usciamo-dall-euro" target="_blank">raccolta di saggi di diversi autori, curata da Carlo Stagnaro</a>. Sono uno degli autori, ho scritto il pezzo che cerca di spiegare perché è dannoso anche solo parlare di possibile uscita dall’euro. È un saggio leggero e di battaglia, niente di particolarmente profondo e originale, ma mi sono divertito a scriverlo. Ne pubblico qui ampi stralci.</p>
<p>In politica economica non si mandano messaggi che possono minare la fiducia nel debito pubblico o più in generale negli investimenti fatti in un paese, perché la gente può prendere tali messaggi sul serio, creando una crisi finanziaria ed economica. Per capire meglio la faccenda proviamo ad analizzare una scelta molto più terra terra. Immaginate di avere improvvisamente un guasto al bagno di casa vostra, per cui dovete avvalervi dei servizi di un idraulico. Siete persone scrupolose, per cui decidete di chiedere almeno un paio di preventivi.</p>
<p>Il primo idraulico che si presenta alla vostra porta si chiama Italo. Ha un aspetto simpatico e scarmigliato. Guarda un po’ lo stato delle tubature, fa qualche conto e vi dice che è pronto a fare il lavoro per 500 euro. Veste una divertente maglietta con il&nbsp;<a href="https://www.google.com/search?q=Leone+di+San+Marley&amp;client=firefox-b-1&amp;tbm=isch&amp;source=iu&amp;ictx=1&amp;fir=EbVR5AvD_uK0cM%253A%252C85LWpXP-S8ccDM%252C_&amp;usg=__IbrNn37Vu0WXt3WCJPwSwMEFvBQ%3D&amp;sa=X&amp;ved=0ahUKEwjbh-KWrdHbAhXMhKYKHZKGBYkQ9QEILTAB#imgrc=EbVR5AvD_uK0cM:" target="_blank" rel="noopener">leone di San Marley</a>&nbsp;(se siete troppo giovani per sapere cosa è&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Pitura_Freska" target="_blank" rel="noopener">andate su wikipedia e cercate ‘Pitura Freska’</a>) e durante la sua visita vi racconta del suo sogno segreto, che è quello di aprire un&nbsp;<em>chiringuito</em>&nbsp;su una spiaggia caraibica. Tutto molto bello, replicate voi, ma questi discorsi vi fanno sorgere una sottile inquietudine. Decidete quindi di prendere il toro per le corna e gli chiedete a bruciapelo: ma non è che per perseguire il sogno del baracchino sulla&nbsp;<em>linda playa&nbsp;</em>mi lascerai quando il lavoro è a metà? Italo fa un gran sorriso, dice di non preoccuparsi assolutamente, che lui è un professionista serio, che mai ha lasciato un lavoro incompleto e un cliente scontento. Poi aggiunge, enigmaticamente, che i sogni sono fatti di una materia impalpabile e che a volte ti trovi a perseguirli senza nemmeno capire come e perché. Stretta di mano finale, con promessa di risentirsi.</p>
<p>Il giorno dopo si presenta il secondo idraulico, un signore di nome Germano. È vestito in modo ordinario, anche se non potete non notare che porta i sandali con i calzini. L’eloquio è meno divertente di quello di Italo, è un tipo di quelli che si definiscono ‘quadrati’. Alla fine anche lui prepara un preventivo per 500 euro. Germano non fa menzione di sogni. Snocciola referenze, presenta un piano dettagliato con i tempi esatti per i lavori necessari e si offre persino di pagare una penale nel caso i lavori non terminassero entro i tempi stabiliti. Anche in questo caso stretta di mano finale e promessa di risentirsi.</p>
<p>Bene, ora la decisione va presa. I prezzi sono gli stessi. Italo appare effettivamente più simpatico e, incidentalmente, ne condividete i gusti musicali. La sera andate al bar e trovate gente che lo conosce bene. Chiedete che tipo è, e tutti ne dicono bene. Sì, si è fatto qualche canna da giovane, ma poi ha smesso e ora sembra essere un tipo a posto. Chiacchiera molto e spesso a vanvera ma vive sempre con la madre, una signora leggendaria per la qualità delle sue lasagne, e nessuno può pensare che la abbandoni per aprire un baracchino su una spiaggia.</p>
<p>Germano invece lo conoscevate già, era con voi alle superiori anche se in una sezione diversa. È sempre stato un tipo tranquillo e un po’ appartato, abbastanza studioso senza eccedere. Gestisce la sua azienda con molta cura, ha un sito web pieno di informazioni utili e facile da navigare.</p>
<p>Ora provate a rispondere con sincerità: a chi dareste il lavoro? Dal punto di vista del servizio offerto, la qualità appare simile. Il prezzo è lo stesso. Ma nel caso di Italo ci sono tutte quelle mezze frasi sui sogni e su come ti possano cogliere in momenti inaspettati e trascinarti verso nuove avventure. Quindi, alla fine, anche se magari un po’ a malavoglia (i sandali con i calzini, accidenti…) fate la scelta logica e il lavoro lo assegnate a Germano.</p>
<p>Italo ha pagato a caro prezzo le sue chiacchiere. È arrabbiato con Germano, che accusa di avergli rubato il lavoro. Ma è chiaro che dovrebbe solo rimproverare il suo strambo comportamento. Tra l’altro, Germano non è certo l’unico idraulico che fa concorrenza a Italo. C’è anche Franco, e poi Svevo, e poi tanti altri, fino a Polacco, un tempo molto temibile ma ultimamente un po’ immalinconito e incartato su se stesso. Tutta gente che parla poco, offre buoni servizi, prepara preventivi dettagliati, cura il proprio sito web. Soprattutto, gente che non si mette a parlare della possibilità di non finire il lavoro per inseguire i propri sogni.</p>
<p>Italo può a questo punto fare due cose. La prima è quella di rinnovare il guardaroba e smetterla di parlare a vanvera. La seconda, se proprio ci tiene tanto a quella maglietta con il leone di San Marley, è quella di abbassare le proprie tariffe. Tutto ha un prezzo, se Italo vi avesse chiesto 450 euro invece che 500 magari sareste stati anche disposti ad accettare quel minuscolo rischio di avere il lavoro lasciato a metà. Cinquanta euro possono non apparire tanti, ma alla fine sono il 10 per cento del compenso e una percentuale sicuramente maggiore del profitto netto. Questo è il costo delle chiacchiere a vanvera.</p>
<p>Quando importanti esponenti del mondo politico, boiardi di stato sempre pronti a dare l’assalto a una poltrona ministeriale e accademici di seconda fila menzionano la possibilità di uscire dall’euro o di non ripagare interamente il debito pubblico (o ripagarlo in valuta diversa dall’euro, che comunque la si voglia mettere è un modo di non pagare interamente) si comportano più o meno come Italo. Con una sola, enorme, differenza: alla fine Italo paga in prima persona per la propria dabbenaggine. Invece, le chiacchiere a vanvera del politico sovranista, del boiardo e dell’accademico di seconda fila le paghiamo tutti noi, mediante maggiori spese per interessi.</p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Qui è FLG</category>
                            
                        
                        
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                        <pubDate>Sat, 08 Sep 2018 11:41:00 +0000</pubDate>
                        <title>Riflessioni su Conte e Giarrusso</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/riflessioni-su-conte-e-giarrusso</link>
                        <description></description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>L’università italiana è di nuovo sulle prime pagine per i motivi sbagliati. In questo post tento di spiegare perchè la nomina di un garante dei concorsi è comunque inutile, indipendentemente dalla persona scelta (male) e perchè il concorso di Conte non è in sè scandaloso. E’ scandaloso che Conte non abbia avuto la sensibilità di ritirarsi spontaneamente.</p>
<p>Alcune riflessioni (lunghette) sui casi Conte/Giarrusso. Sgombriamo il campo dal problema più semplice: il conflitto di interesse nel caso di Conte è enorme ed avrebbe consigliato un immediato ritiro al momento della nomina a presidente del consiglio. Senza se e senza ma. Casomai, mi domando perchè la procedura sia stata così lenta. Essendo stato il concorso bandito a gennaio, la commissione avrebbe avuto tutto il tempo di finire prima della nomina. Ciò detto, vediamo di capire come funziona il reclutamento dei professori universitari in genere e quali sono i problemi specifici dell’Italia. Spoiler: un commissario non serve a niente ed è probabile che peggiori la situazione. Questo varrebbe anche se il commissario fosse una persona competente ed esperta. Giarrusso è palesemente inadeguato anche se (per fortuna) per ora non ha poteri.</p>
<p>&nbsp;Innanzitutto, premessa &nbsp;fondamentale. Solo gli esperti della materia sono in grado di giudicare la qualità di uno studioso. Esistono degli strumenti bibliometrici alla portata di qualsiasi persona informata (ho qualche dubbio su Giarrusso), tipo l’H-index e il numero di citazioni, ma servono solo come indicatori molto generici per una primissima sgrezzatura fra studiosi degni di attenzione e ciarlatani. Per esempio Borghi Aquilini ha pochissime citazioni sulla principale banca-dati di citazioni (Google Scholar). Il livello successivo, che si basa sulla sede di pubblicazione &nbsp;(riviste vs. libri, quali riviste etc.), richiede una esperienza del settore in genere. Per scegliere fra due studiosi di buon livello è necessario qualcosa di più: bisogna essere specialisti del tema. Tanto per metterla sul personale, io sono allo stadio uno per tutte le materie non economiche, allo stadio due per economia ('esperto') ma mi riterrei specialista solo per alcuni temi di Storia Economica. E’ una illusione italica che un professore ordinario ('esperto' per definizione) possa giudicare la qualità di qualsiasi lavoro scientifico nel suo settore leggendolo. &nbsp;Solo uno specialista sa distinguere un lavoro veramente originale da un’abile copiatura. Per questo i direttori delle riviste internazionali (‘editors’) si affidano ad esperti (‘referees’) per il giudizio sugli articoli presentati (‘submitted’) per la pubblicazione. E nel 99% dei casi, seguono i loro consigli. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>&nbsp; &nbsp;&nbsp;Un non addetto ai lavori a questo punto potrebbe concludere che basterebbe raccogliere i migliori specialisti del tema e affidare loro il compito di scegliere lo studioso migliore. Ma ci sono due problemi. In primo luogo, chi decide chi sono i migliori specialisti? Ci vorrebbe un pool di specialisti di livello superiore che sceglie i membri delle varie commissioni. E chi sceglie gli specialisti di livello superiore? Magari una supercommissione di &nbsp;6-7 persone. E chi sceglie quest’ultima? Il governo? O un commissario, che quindi diventerebbe &nbsp;&nbsp;il padrone dell’università italiana? E così via. In secondo luogo, non sempre lo studioso migliore in assoluto è il più adatto alle esigenze del dipartimento. Magari il dipartimento ha bisogno di un microeconomista ed il migliore fra i concorrenti è un macroeconomista, o, più in dettaglio, il dipartimento ha un affermato laboratorio di economia sperimentale ed il migliore microeconomista è un esperto di teoria dei giochi (un sub-settore puramente teorico). O addirittura il migliore microeconomista sperimentale ha litigato con tutti gli specialisti del dipartimento (succede..) e la sua assunzione provocherebbe un’ondata di dimissioni etc.&nbsp; In sostanza, il dipartimento non può non avere un ruolo essenziale nella scelta. Nei paesi anglosassoni è l’unico decisore. Il dipartimento di Economia di Harvard sceglie chi vuole (e lo paga quanto vuole). Magari fa un errore e sceglie uno studioso mediocre, ma si prende tutte le responsabilità. Il sistema funziona, come dimostrano tutte le classifiche. Perchè in Italia (e in molti paesi europei) invece si fanno i concorsi? &nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>&nbsp;&nbsp;Per capirlo, occorre un passo ulteriore. Il ‘dipartimento’ &nbsp;è ovviamente formato da 'esperti' ma tipicamente ha pochi specialisti della materia. Gli altri membri possono intervenire nelle prime fasi della selezione ma, salvo rare eccezioni, il dipartimento deve affidare agli specialisti interni, magari aiutati da referees esterni, la scelta finale. &nbsp;Come impedire loro di scegliere il loro allievo mediocre o addirittura la propria amante, con un accordo tacito con gli altri specialisti - io faccio vincere il tuo oggi e tu mi promuovi il mio domani? Questo tipo di accordi impliciti è stato fino ad ora la norma in Italia ed è ancora diffusissimo. Si è tentato di impedirli con grida manzoniane e meccanismi complicati (nei miei quarant’anni di carriera ho visto quattro sistemi di concorsi diversi) ma con esiti mediocri a dir poco.&nbsp; E’ possibile far ricorso alla magistratura amministrativa in caso di irregolarità formali &nbsp;ed a quella penale in caso di reati, come accordi collusivi fra 'cupole' di professori. Evitare irregolarità formali è però relativamente facile (la tipologia delle irregolarità è ben nota agli 'esperti'), mentre provare accordi collusivi richiede indagini complesse (intercettazioni etc.) e le pene sono basse e quindi cadono in prescrizione presto. D’altra parte la magistratura non può per evidenti ragioni entrare nel merito della valutazione scientifica: come fa un giudice a decidere se un lavoro è valido o no?</p>
<p>&nbsp;&nbsp; Quindi, come se ne esce? La soluzione è creare meccanismi che incentivino i professori del dipartimento a comportarsi ‘bene’ – cioè a scegliere i migliori. Negli Stati Uniti, i comportamenti virtuosi sono ispirati dal desiderio di mantenere o accrescere la reputazione del proprio dipartimento, istillata sin dalla scuola di PhD e rafforzata da meccanismi istituzionali &nbsp;(in particolare il divieto informale ma rispettato di assumere&nbsp; dottorati nell’università stessa) e dalla necessità di attrarre fondi di ricerca e donazioni dagli ex-alunni. Nel Regno Unito i comportamenti virtuosi, già presenti per il meccanismo reputazionale (pensate a Oxford o Cambridge) sono stati fortemente incentivati dall’istituzione del RAE (ora REF). In pratica i fondi pubblici, che rappresentano una parte consistente del totale delle risorse, sono distribuiti sulla base di una valutazione periodica della qualità della ricerca, con enormi differenze fra le università migliori e le altre. Ci sono voluti parecchi anni, ma ora il sistema funziona. Un sistema analogo è stato adottato in Italia da qualche anno, con la VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca), gestita dall’ANVUR, un’agenzia ministeriale indipendente. Ciascun professore deve presentare due prodotti di ricerca ogni cinque anni e la valutazione complessiva del dipartimento e dell’università influisce sul finanziamento statale. Nelle due tornate precedtenti (lavori 2004-2009 e 2010-14) sono emersi&nbsp; vari difetti tecnici, i requisiti per avere il voto massimo sono troppo facili da raggiungere (almeno nei settori che conosco) e la quota cosidetta premiale è ancora modesta, troppo modesta, ma nel complesso il sistema ha funzionato. Si nota un lento miglioramento, ma mio parere, ci vorranno almeno ancora tre-quattro tornate di VQR (15-20 anni) per modificare permanentemente i comportamenti della maggioranza dei professori.</p>
<p>&nbsp;E quindi, veniamo a Conte e Giarrusso. In primo luogo, bisogna spiegare i meccanismi di reclutamento, partendo dalla distinzione fra tre casi di reclutamento, &nbsp;la scelta di un professore all’inizio della carriera, la promozione di un professore già in servizio nel dipartimento e l’assunzione di un professore esperto da altra università. Senza entrare in dettagli tecnici, il sistema attuale, creato dalla legge Gelmini del 2010, prevede due livelli decisionali, uno nazionale e uno&nbsp; locale. A livello nazionale, gli aspiranti professori sono valutati da commissioni sorteggiate fra i professori ordinari migliori (Abilitazione Scientifica Nazionale o ASN).&nbsp; L’abilitazione è condizione necessaria per entrare nel ruolo permanente come professore di seconda fascia (associato) o di prima (ordinario). A livello locale, i dipartimenti possono aprire concorsi per contratti triennali da ricercatori a tempo determinato (a loro volta distinti fra&nbsp; tipo RTD-A o B) o per posti di professore. I posti di ricercatore tipo A dovrebbero essere aperti ai ‘giovani’ che hanno conseguito il&nbsp; il dottorato, anche se poi in pratica finora gran parte dei posti sono stati vinti da studiosi più anziani che sono rimasti nell'università con borse contratti etc. (collettivamente noti come 'precari').In genere&nbsp; hanno curricula più ricchi dei giovani dottori, anche se in parecchi casi si tratta di studiosi mediocri (quelli veramente bravi essendo già fuggiti all'estero) e/o sfibrati da anni di attesa). La scelta dei ricercatori privilegia i candidati locali, cioè gli allievi dei professori in servizio. Anzi, un tempo molto spesso si partiva dal nome del candidato per &nbsp;creare un posto. Questa pratica è ora lievemente meno frequente perchè il calo delle risorse ha diminuito il numero di assunzioni e quindi ha aumentato il peso delle esigenze didattiche nelle scelte. In teoria i contratti RTD-A dovrebbero essere trasformati in contratti di tipo B dopo tre anni, se il ricercatore ha lavorato bene. Inoltre il dipartimento può bandire direttamente concorsi di tipo B, per studiosi più maturi. Anche i contratti di tipo B durano tre anni, ed alla fine il ricercatore ha diritto alla stabilizzazione da associato se ha conseguito l’abilitazione, anche se il dipartimento può rifiutarla. E’ la versione italiana del sistema americano: i professori sono assunti dopo la fine del PhD, e dopo sei anni hanno il diritto di chiedere la stabilizzazione (tenure). In alternativa, in Italia, un &nbsp;dipartimento può bandire direttamente posti di associato o ordinario, con concorsi riservati agli abilitati interni (articolo 24), aperti a tutti gli abilitati ed ai professori di fascia equivalente italiani ed esteri (articolo 18). In quest’ultimo caso, i concorsi possono escludere gli abilitati interni (‘concorsi per esterni’). Le università sono obbligate ad assumere almeno il 20% dall’esterno. Il dipartimento nomina una commissione, possibilmente con almeno un commissario locale, che riporta le opinioni del dipartimento. Queste ultime possono comprendere una forte preferenza per un nome (‘concorsi chiusi’), una generica indicazione di una preferenza per un tipo di specialista o nessuna preferenza (‘concorsi aperti’).&nbsp; Tale preferenza può essere anche indicata specificando un profilo scientifico nel bando (nel caso di cui sopra un microeconomista specializzato in economia sperimentale), in modo tale da attrarre il tipo di specialista necessario. Sta poi alla commissione scegliere fra i candidati quello che ritiene il migliore o il più adatto. In moltissimi casi, i consorsi ‘chiusi’, surprise surprise, si concludono con la vittoria del candidato locale. La mia impressione è che il numero di concorsi ‘aperti’ stia aumentando. Negli ultimi anni i pensionamenti massicci in un contesto di risorse scarse hanno indebolito il potere baronale ed hanno reso più urgente il reclutamento di nuovi professori.&nbsp; Alla conclusione dei lavori, il dipartimento può approvare l'esito, assumendo il vincitore, ma può anche decidere di non 'chiamarlo'. In tal caso però è penalizzato - non può ribandire il concorso per due anni.</p>
<p>&nbsp;Questa lunga spiegazione per inquadrare il caso Conte. Si trattava di un concorso a prima fascia articolo 18 per esterni. Quindi Conte poteva partecipare in quanto professore ordinario a Firenze, come poteva partecipare qualsiasi altro collega italiano, o straniero, purchè di rango equivalente all’ordinario, o anche qualsiasi studioso abilitato ma non ancora ordinario. Ripeto che Conte doveva assolutamente ritirarsi, anche se avesse avuto il diritto di continuare, per ragioni di opportunità. Pare lo abbia fatto, ed il concorso può continuare con gli altri candidati. Non ho la minima idea se Conte sia bravo o bravissimo o se &nbsp;lo abbiano scelto per le pressioni del suo maestro Alpe, ora andato in pensione, ma la scelta di creare un posto per lui non mi scandalizza particolarmente.&nbsp; E' una decisione del dipartimento, che se ne prende le responsabilità indirettamente (scegliendo una commissione a lui favorevole) e direttamente (eventualmente chiamandolo dopo la vittoria). Se il prescelto si rivela un incapace, ed il sistema di valutazione funziona, nel lungo periodo il dipartimento viene penalizzato. Alla fine impara la lezione.</p>
<p>Credo che a questo punto sia evidente perchè un commissario per i concorsi non serve a niente. Eventuali irregolarità formali o reati sono competenza dei TAR e della magistratura ordinaria. D’altra parte l’eventuale Ombusdman (per citare Fioramonti) non ha, a legislazione attuale, i poteri per intervenire nel merito. Al massimo potrebbe fare un esposto alla magistratura, dato che solo un candidato bocciato può far ricorso al TAR. Ed anche se una nuova legge gli desse ulteriori poteri, non capisco come potrebbe funzionare il sistema. L’ Ombusdman dovrebbe istituire una commissione alternativa, che dovrebbe &nbsp;rivedere tutti i titoli ed esprimersi di nuovo. La già menzionata difficoltà a scegliere i commissari sarenne un problema tutto sommato minore. Pensate infatti a cosa potrebbe succedere: la commissione fa vincere X ed un candidato perdente Y fa ricorso, non sulla base di irregolarità formali ma sostenendo di essere più bravo. Giarrusso (o chi per lui) riceve la segnalazione: come fa a decidere se il ricorso è fondato, senza chiedere ad uno o più esperti? Quindi dovrebbe istitituire una commissione per decidere se istituire una commissione per rifare il concorso. Oppure decide a priori che tutti i ricorsi sono validi e fa rifare sempre il concorso. In ambdue i casi, se il concorse venisse rifatto e vincesse Y, chi potrebbe impedire a X (o a Z) di fare un nuovo ricorso? Se applicato rigidamente, il principio provocherebbe il blocco istantaneo del reclutamento. Prevedo (spero!) che, come molti altri provvedimenti di questo governo, finirà per essere uno spot propagandistico che distrae dai problemi seri. &nbsp;</p>
<p>&nbsp;I processi di reclutamento dell’università italiana sono tradizionalmente opachi e clientelari. Per decenni hanno vinto quasi sempre gli insiders. Il risultato è la prevalenza dei mediocri, con punte di eccellenza (spesso uno bravo alleva e promuove giovani di valore) e abissi di clientelismo (amanti, figli etc.). Gli outsiders sono rimasti fuori o se ne sono andati. La situazione, ripeto, sta lentamente migliorando, ma è un processo lungo e molto fragile. Come possono contribuire i (spero molti) che, all’interno o al di fuori, hanno a cuore le sorti dell’università italiana? Secondo me, vigilando affinchè la valutazione sia corretta, rigorosa e soprattutto abbia conseguenze incisive sul finanziamento. Non è affatto scontato: una parte consistente, forse maggioritaria dei professori è contraria per motivi ideologici (la valutazione produce nel lungo periodo una segmentazione delle università) o pratici (a nessuno piace essere valutato). Purtroppo, ma non inaspettatamente, le valutazioni finora effettuate premiano fortemente le università del Centro-Nord ed in particolare Padova e Bologna (per chi è interessato, Pisa è andata malissimo). Questo crea un problema aggiuntivo grave, perchè introduce un fattore politico a cui temo i Cinque Stelle siano molto sensibili. La prossima valutazione della ricerca è prevista per il 2020, sulle pubblicazioni 2015-2019. Vedremo cosa succede.</p>
<p>Riassumendo</p>
<p>i) le ‘gabole’ per usare un’espressione di un commentatore su FB, sono inevitabili data la natura della ricerca scientifica e della struttura universitaria</p>
<p>ii) bisogna introdurre meccanismi tali da incentivare ‘gabole’ positive, rompendo tradizioni lunghissime</p>
<p>iii) è stato fatto qualcosa ma bisogna continuare e rendere l’azione più incisiva</p>
<p>Nel frattempo, è certo che i proclami mediatici non servono a nulla. &nbsp;</p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Ex Kathedra</category>
                            
                        
                        
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                        <pubDate>Fri, 07 Sep 2018 22:36:00 +0000</pubDate>
                        <title>Il governo rosso-brunato. VI</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/il-governo-rosso-brunato-vi</link>
                        <description></description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>Il terzo pilone ideologico del governo rosso-brunato: il socialismo economico. Non credo vi sia necessità di documentarlo, è sotto gli occhi di tutti. Più rilevante notare che non è nulla di nuovo ma una continuazione delle pratiche (e delle ideologie) di governo dell’economia in uso dall’inizio del secolo scorso ed alle quali si son fatte poche eccezioni. Come gli altri piloni anche questa spiega perché oggi questo sia il vero governo che gli italiani non solo vogliono ma hanno sempre voluto.&nbsp;</p>
<p>Meglio chiarire, anzitutto, la terminologia. Nel primo articolo ho usato “Socialismo Economico” per definire una delle quattro colonne portanti del sistema di pensiero rossobrunato perché nel linguaggio comune cattura l’idea che voglio trasmettere. Ma è stata una scelta intezionalmente impropria. Sarebbe stato più corretto scrivere “Statalismo Centralistico e Parassitico basato sulla credenza che il Principe può tutto, in particolare generare ricchezza attraverso la sua protezione e la statuizione che i redditi devono essere alti ed i prezzi dei beni bassi in violazione delle leggi del senso comune, oltre che della fisica” … ma, credo siate d’accordo, sarebbe stata una definizione immemorizzabile …</p>
<p>Il fatto è che la teoria economica condivisa dai rossobrunati (un gruppo che, lo ricordo una volta ancora, include oltre agli elettori di M5S&amp;Lega anche una buona fetta degli italiani che ancora votano PD-FI-LeU) ha abbastanza poco a che fare con il “Socialismo” (comunque lo si interpreti: nella sua versione leninista alla NEP o in quella social-democratica della SPD di Brandt e paraggi) che era cosa differente. Anche questa differenza non sto qui a spiegarla, credo sia ovvia per chi mi legge: implicava, in diverse forme, politica industriale, pianificazione, investimenti e progresso tecnologico. Non funzionava? Certo che non funzionava e si è visto, ma era cosa ben diversa dalla politica economica di costoro. La questione di cui mi voglio occupare non è questa – una critica di perché il socialismo, in ogni sua versione sperimentata, non funzioni e produca&nbsp;<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Crisis_in_Venezuela" target="_blank" rel="noopener">miseria</a>&nbsp;o, quando va “bene”,&nbsp;<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Era_of_Stagnation" target="_blank" rel="noopener">stagnazione</a>&nbsp;– bensì quella delle origini italiane di quella particolare forma di “statalismo economico” che il regime rossobrunato persegue.&nbsp;</p>
<p>Consideriamo le proposte economiche più importanti avanzate dai partiti oggi al governo e dagli “intellettuali” (scusatemi) che li sostengono. In ordine sparso: pensioni facili in violazione di ogni vincolo di bilancio, riduzione delle imposte (via “scala piatta” e “tregua fiscale”) in presenza di aumenti della spesa pubblica, acquisizione da parte dello stato di aziende italiane decotte, restrizione della concorrenza e dell’entrata di imprese innovative, protezione delle micro e piccole imprese inefficienti a mezzo di autorizzazioni de-facto all’evasione fiscale, finanziamento della spesa pubblica in deficit attraverso l’emissione di strumenti monetari (dai minibot alle richieste alla BCE di “cancellare” il debito italiano), aumento dell’impiego pubblico a fini assistenziali, chiusura al commercio estero attraverso l’imposizione di dazi e tariffe, proposte di riduzione legislativa dell’orario di lavoro per “aumentare l’occupazione”, occupazione politica delle agenzie “indipendenti” di regolazione dei mercati affinché compiano i “desideri del popolo”, teorizzazione della “non esistenza” delle differenze nei tassi d’interesse che sarebbero frutto di complotti esterni e della mancanza di “sovranità monetaria” ….&nbsp;</p>
<p>A fronte di queste “proposte positive” sta – ed è forse più rilevante – una completa assenza d’attenzione a produttività, sistema scolastico e della formazione, ricerca, concorrenza e funzionamento dei mercati, efficienza della PA e riduzione dell’oppressione burocratica sulla vita economica, sviluppo delle infrastrutture in particolare di quelle legate all’uso del digitale ed ai trasporti, accordi a favore del commercio con altri paesi, riduzione della spesa pubblica e relativa riduzione delle imposte … Se provate a leggere quel minimo che, dal mondo rossobrunato, viene prodotto avendo in mente la crescita il messaggio è sempre e solamente uno solo: svalutando e simultaneamente espandendo la spesa pubblica si genera crescita. Non serve altro e qualsiasi dibattito, da qualsiasi tema specifico o prospettiva si sviluppi, alla fine arriva a questa eterna banalità: la “domanda” per i prodotti del lavoro italiano si crea automaticamente inflazionando, ovvero attraverso spesa pubblica monetizzata. Il modello, non ammesso ma chiarissimo, è quello degli anni ’80, ovvero il decennio durante il quale si seminò il declino seguente.&nbsp;</p>
<p>Mentre, dal punto di vista “teorico per modo di dire”, la posizione dei rossobruni è perfettamente comprensibile sulla base del&nbsp;<a href="http://noisefromamerika.org/articolo/perch-si-dicono-tante-sciocchezze-nel-dibattito-economico-italia" target="_blank">modello superfisso che Sandro Brusco</a>&nbsp;introdusse in questo blog ben undici anni fa, dal punto di vista storico e culturale voglio sottolineare che siamo di fronte ad una&nbsp;<em>concezione signorile e medievale dell’attività economica</em>. La quale, essendo infatti fissa e fondamentalmente immutabile sia nella sua composizione che nel suo livello, va gestita dal “signore” del contado in modo tale da favorire questo o quel gruppo d’interesse a lui vicino e per redistribuire proventi dagli uni agli altri garantendosi che una parte dei medesimi si fermi nelle sue tasche. In questa concezione il Signore tutto può perché, non esistendo la crescita né la necessità di innovare (quindi di trasferire capitale e lavoro da un posto all’altro e di progettare oggi di far domani delle cose diverse da ieri) egli, il Signore, può muovere risorse, persone, ricchezza e proprietà dove meglio gli convenga al fine di massimizzare il suo potere politico. Poiché il Signore può liberamente “battere moneta” esercitando il suo potere di signoraggio e viviamo in una contea chiusa al resto del mondo, se l’economia non “gira” è per mancanza di “contante” a cui il Signore supplisce battendo moneta e trasferendola ai gruppi sociali di riferimento. Che questo generi inflazione e danneggi altri gruppi sociali (tipicamente i maggiormente produttivi ed innovatori) i quali vengono tassati/ed espropriati non deve preoccupare. L’economia è chiusa, quindi il totale delle risorse disponibili è fisso, nessuno può uscire ed andare altrove o smettere di produrre: nel peggiore dei casi impoverirà, così impara a non compiacere i desideri del Signore.</p>
<p>La politica economica è, in questo folle mondo, strettamente “machiavellica” nel senso idiota del termine: tesa a controllare l’attività economica al fine di acquisire, costi quel che costi, il sostegno della maggioranza degli elettori. Se in questo modello del mondo ci vedete la storia dell’economia nazionale dai tempi delle signorie in avanti (ovvero, dall’inizio della decandenza storica della penisola, sino a prima l’area economicamente più avanzata del mondo) avete visto giusto. Viene da lì, dai rapporti sociali allora instaurati e cristalizzati nella cultura di massa che le elite signorili si sono preoccupate di trasmettere e consolidare nel tempo.&nbsp;</p>
<p>Che in una società complessa ed avanzata tutto questo sia, letteralmente, impossibile non deve preoccupare perché, e questo lo intendo letteralmente, chi oggi teorizza questa visione del sistema economico non riesce a comprendere come funzioni il sistema in cui invece oggi vive. Chiunque segua il dibattito ufficiale italiano scoprirà che la grande maggioranza delle persone trova incomprensibile che non si possa mandare chiunque lo voglia in pensione a 62 anni, né riesce a comprendere che statalizzare e foraggiare un’impresa inefficiente come Alitalia danneggi il resto del sistema economico. In questo senso, l’ideologia economica del popolo rossobrunato non solo non è “socialista” (nel senso detto prima) ma nemmeno è “fascista” nel senso in cui durante il ventennio alcuni avevano, confusamente, provato a teorizzare un sistema misto mercato-stato che si reggesse sull’accordo fra corporazioni e la supervisione dell’autorità politica. La “supremazia della politica”, nella concezione oggi dominante in Italia, non è né programmazione socialista, né camera della corporazioni fascista: essa è arbitrio del Signore, ovvero del potere esecutivo che agisce per compiacere le domande spontanee della propria base elettorale.&nbsp;</p>
<p>Da dove viene tutto questo? Viene da un melting pot culturale tutto nostro il cui condimento di base è la visione signorile del mondo menzionata sopra al quale sono stati mescolati, negli anni, elementi di socialismo (proprietà statale), fascismo (centralità della corporazioni), cattolicesimo (assistenzialismo indiscriminato) e keynesismo burocratico (domanda pubblica, controllo e regolazione). L’articolo di Sandro è illuminante da questo punto di vista: fu scritto 11 anni fa ma avrebbe potuto esser scritto 20 anni prima, in piena epoca craxiana: quella era, dalla fine degli anni ’70, la visione del sistema economico comune all’intero sistema politico-sindacale italiano. I tre elementi analitici cruciali per costruire la “cultura economica nazionale” sono quindi: l’economia superfissa, la supremazia della politica sia sul piano redistributivo sia come creatrice della domanda, il machiavellismo idiota secondo cui i rapporti economici possono essere manipolati dal Signore al fine di acquisire consenso.&nbsp;</p>
<p>Dalla fine degli anni ’60 questi tre principi son comuni (seppur con gradazioni diverse) a tutto l’arco politico-sindacale italiano e recuperano, in nuove forme, il fascismo sociale ed il social-comunismo dell’anteguerra. Ferma restando la grande varietà nelle politiche locali degli stati preunitari, che ovviamente non posso qui discutere ma che cambiano molto poco il quadro generale,&nbsp;nei circa 400 anni trascorsi dal 1600 io vedo solo due interruzioni sostanziali. Una miope e fallimentare (il liberismo post unificazione, che durò forse trent’anni e venne sepolto da Crispi) ed una di successo ma di troppo breve durata (il quarto di secolo del miracolo economico).</p>
<p>Questa, in brutalissima sintesi di cui forse potrei finire per pentirmi ma che credo sostanzialmente corretta, la storia e la cultura economica di massa degli ultimi 400 anni. Perché sorprendersi, dunque, che i rossobrunati dichiarino quel che dichiarano e tentino di fare quel che stan tentando di fare? È tutto perfettamente in linea con quanto le classi dirigenti di questo paese han fatto e predicato da quattro secoli a questa parte. Il “popolo”, alla fine, ha ben appreso la lezione.</p>]]></content:encoded>
                        
                            
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                        <pubDate>Tue, 04 Sep 2018 22:45:49 +0000</pubDate>
                        <title>Prima gli italiani - Del mio razzismo.</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/prima-italiani-mio-razzismo</link>
                        <description>Sulla questione immigrazione e xenofobia ho pensato molto e scritto pochissimo. Ho polemizzato altrove con chi propone azioni politiche xenofobe ma anche con chi invoca l&#039;accoglienza indiscriminata. Più con i primi che con i secondi perché son sia più pericolosi che numerosi, in questi anni. Ma sulla questione di fondo la mia posizione rimane salomonica, o cinica se volete. Provo a spiegarmi. Vi avviso, questo è lungo.</description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>Mesi orsono Aldo Rustichini e Giulio Zanella pubblicarono qui su nFA <a href="http://noisefromamerika.org/articolo/dialogo-immigrazione-parte-1" target="_blank">tre interessanti articoli sul tema immigrazione</a>. Ero stato tentato di dire la mia ma non me la son sentita. La questione mi tormenta personalmente da tempo ed oggi provo a fare un po' di outing, sperando di riuscire a farmi comprendere, cosa non ovvia viste le contraddizioni anche personali che il tema forza a rivelare.&nbsp;</p>
<p><strong>Tema:</strong>&nbsp;<strong>come comportarsi a fronte dell'immigrazione di persone che appartengono a ETNIE diverse da quella residente nell'area dove l'immigrazione avviene.</strong></p>
<p>Userò il concetto di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Etnia" target="_blank">etnia</a> e non quello di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Razza" target="_blank">razza</a> perché, alla luce della <a href="https://www.amazon.com/gp/product/B073NP8WT3/ref=kinw_myk_ro_title" target="_blank">ricerca più recente in ambito genetico</a>, <a href="https://www.lrb.co.uk/v40/n17/steven-mithen/neanderthals-denisovans-and-modern-humans" target="_blank">qui un riassunto della sostanza</a>.&nbsp;il concetto di razza, se usato per differenziare due esseri umani, risulta oggettivamente indefinibile ed inutile ai fini che qui mi interessano. Il&nbsp;<em>dibattito scientifico</em> sulla possibilità di definire o meno le "razze umane" in modo univoco non mi sembra risolto: forse potremo definirle e forse no (credo di no). Al momento, non c'è alcuna definizione ragionevole di "razza" che si possa applicare per dire che io ed il <a href="https://pages.wustl.edu/glgayle" target="_blank">mio collega George</a> apparteniamo a due "razze" diverse, mentre è piuttosto chiaro che apparteniamo a due etnie diverse.&nbsp;<br> <br> Chiarita la scelta del termine, provo a definire alcuni punti fermi.&nbsp;</p>
<p>1) <strong>I flussi migratori da un territorio all'altro sono sempre esistiti e sono una caratteristica naturale degli umani</strong>, un po' come la cacca per essere chiari. Non a caso, partendo dall'Africa homo sapiens ha colonizzato l'intero pianeta in un periodo di tempo relativamente breve. Gli esseri umani si muovono. Se questo sia un loro "diritto naturale" o meno non lo voglio nemmeno discutere perché non conosco un significato coerente attribuibile alle due parole appena virgolettate. Prendo nota del fatto indiscutibile: gli umani si muovono, ognuno per le proprie ragioni, personali o collettive. Io stesso sono un nomade che abita il pianeta Terra per vivere la sua vita.<br> <br> 2) <strong>Gli esseri umani hanno un innato senso di proprietà per il territorio che essi abitano</strong>. Lo percepiscono come loro e ritengono di avere il diritto di escludere altri umani dall'usarlo. Se altri cercano di usare le risorse di quel territorio (nei tempi andati tali "risorse" includevano le donne, ma transeat ...) essi vengono percepiti come "nemici" e si cerca di respingerli. Di nuovo, non mi interessa discutere se questo sia un "diritto naturale" (tema sul quale si son scritte <a href="https://politicaltheology.com/what-is-the-new-nomos-of-the-earth-reflections-on-the-later-schmitt-carl-raschke/" target="_blank">stronzate infinitamente ilari</a>, guarda caso amate sia dai nazionalisti che dai socialisti che uniti fanno il nazional-socialismo ora di moda) o meno. Noto che così è ed è sempre stato da quando homo sapiens s'aggira per il pianeta. La ricerca in campo antropologico (specialmente quella nota come&nbsp;<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Evolutionary_psychology" target="_blank">evolutionary psychology</a>) sostiene che questi istinti o tratti psicologici degli umani siano delle adaptation evolutive alla situazione ambientale in cui si sono evoluti: se hai il minimo per sopravvivere, e quel minimo viene dalla terra che abiti, l'arrivo di altri umani che intendono sfruttare i prodotti di quella terra mette in pericolo la tua sopravvivenza. Quindi li combatti per sopravvivere ed elabori norme, metodi e giustificazioni "morali" per farlo. Sembra ragionevole ed intellettualmente m'interessa alquanto. Ma, ai fini odierni, è comunque irrilevante discutere se queste siano o meno le ragioni del nostro senso di proprietà verso la terra che abitiamo. Conta il fatto che così è.<br> <br> 3) <strong>I fatti 1) e 2) sono sia incontestabili che in conflitto l'uno con l'altro.</strong> La contraddizione è quindi immanente: da un lato è un fatto (diritto naturale?) che gli umani migrano per il pianeta perseguendo i propri fini e, dall'altro, è un fatto (diritto naturale?) che gli umani considerano nemici coloro i quali cercano di migrare nel territorio da loro già abitato. Il conflitto è, appunto, immanente: <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Plagues_and_Peoples" target="_blank">lo è sempre stato e sempre lo sarà</a>.</p>
<p>4) <strong>Il problema politico (= decisione collettiva)&nbsp;non consiste tanto nell'eliminare il conflitto o nel far finta che non vi sia, ma nel gestirlo.</strong>&nbsp;Gestire il conflitto immanente richiede scegliere un punto intermedio fra "gli umani migrano da un territorio all'altro" e "gli umani possiedono il territorio che abitano". Questa banale implicazione logica di due fatti incontestabili toglie di mezzo sia le troiate "schmittiane" (l'Italia è degli "italiani" perché essi la abitano da N anni) sia quelle "liberal-libertarie" (l'Italia è di "chiunque" la voglia abitare). Se il conflitto è inevitabile la politica deve occuparsi di minimizzarne i danni, ovvero massimizzarne i rendimenti. Questo non toglie che, per raccogliere consenso, alcuni usino o ben l'uno o ben l'altro corno del dilemma a seconda di quale sia, nel momento dato, l'istinto umano (proprietà vs migrazione) dominante. Si può fare ma, come i fatti dimostrano, il conflitto rimane.&nbsp;<br> <br> 5)<strong> Il conflitto è immanente anche a livello personale, non solo collettivo</strong>. Ognuno di noi percepisce (pensa, sente, ritiene, fate vobis) che il territorio dove vive gli appartiene più che a coloro che vengono da fuori di esso. Ovviamente questa sensazione o idea non è {0,1} e la sua intensità dipende sia da quanto tempo uno ha passato in un dato territorio, che dalla sua area, che dal tipo di "foresti" che incontra, eccetera. Ma la percezione, istintiva, esiste. Al tempo stesso ognuno di noi percepisce come ovvio potersi spostare, di tanti kilometri o di pochi, dal luogo dove ora vive per andare a vivere da un'altra parte. Anche in questo caso vi sono gradazioni d'intesità e più lontano uno pensa di spingersi meno ovvio gli sembra di poterci andare a vivere di punto in bianco. Ma anche a livello individuale entrambi i "pensieri" sorgono spontaneamente e vengono razionalizzati come "diritti". Io penso di avere un qualche diritto di proprietà verso il territorio dove sto vivendo ed al contempo penso di avere il "diritto" di spostarmi e di scegliere d'andare a vivere altrove. Siamo tutti nomadi legati alla terra dove oggi viviamo.</p>
<p><strong>Un detour sulle questioni politiche correnti</strong></p>
<p>Parentesi (che si può omettere) sulla questione italiana (europea e dell'intero mondo occidentale infatti). I termini economici della questione sono stati ben illustrati negli articoli di Aldo e Giulio citati in apertura, non li ripeto. Aggiungo solo due collezioni di dati, le cui implicazioni economiche mi sembrano ovvie.<br> <br> Il primo lo trovate in&nbsp;<a href="http://demo.istat.it/pop2018/index.html" target="_blank">questa tabella</a>. Confrontate (anno per anno) i nati degli ultimi dieci con la popolazione d'età compresa fra i 52 ed i 62 (l'età, quest'ultima, a cui i rossobruni ritengono sia buona idea andare in pensione per i 25-30 anni seguenti). Il numero medio di nascite è di circa 500mila con trend decrescente (l'ultimo è 456mila). La media di persone nei dieci ultimi anni di età lavorativa è di 850mila circa. La differenza è pari a circa 350mila: ogni anno in Italia le forze di lavoro potenziali diminuiscono di 350mila persone! Se volete essere più prudenti confrontate i gruppi d'età 16-20 e 58-62: la differenza è "solo" di -210mila! Quest'ultimo deficit si sta realizzando&nbsp;<em>oggi</em>, non fra qualche anno! Il secondo insieme di dati è in <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Projections_of_population_growth" target="_blank">questa pagina</a>: date un'occhiata ai processi demografici in corso in Africa e nel&nbsp;Medio Oriente. L'argomento economico segue da solo. Passo quindi alle questioni politiche e culturali, che sono quelle che mi hanno spinto a scrivere il post.<br> <br> Siccome è ovvio che, sul piano economico, l'Italia e l'Europa beneficiano dall'arrivo di un numero sostanziale di immigrati e siccome è altrettanto ovvio che nessuno teorizza - nemmeno Giulio, anche se una volta Sandro in un momento lirico argomentò che forse la politica migliore era aprire totalmente le frontiere - non si debba gestire il flusso cercando di attrarre quelli che meglio si adattano alla situazione socio-economica del paese, la discussione di politica economica dovrebbe iniziare qui. Ovvero su come gestire flussi, sostanziali, di immigrazione e NON su come bloccarli o su come espellere chi è già arrivato.</p>
<p>Troppo facille? In Italia una vera politica dell'immigrazione non è mai stata fatta, i filtri non si sono mai introdotti, i processi d'inserimento non esistono ed una politica attiva per attirare persone che possano rapidamente integrarsi non si fa.&nbsp;<em>Questo fatto, verissimo, NON dipende dall'essere o meno a favore dell'immigrazione in via di principio ma, bensì, da due specificità italiane</em>.</p>
<p>Con "specificità" non intendo sostenere che l'Italia sia l'unico paese dove questi problemi si presentano, ma che in Italia essi sono particolarmente più gravi che in ogni altro paese limitrofo o simile a noi. Mi riferisco a, nell'ordine, un apparato dello stato ridicolo ed incapace di svolgere la sua funzione ed una cultura xenofoba, o razzista che dir si voglia, diffusa e profonda come in nessun altro paese occidentale avanzato.&nbsp;<br> <br> Le politiche attive dell'immigrazione non risolvono tutti i problemi ma, se devo giudicare dai risultati relativi, funzionano ovunque molto meglio che in Italia. Immagino che questa affermazione verrà immediatamente contestata puntando il dito alle tensioni che, specialmente negli anni recenti, sono emerse in altri paesi europei e al supposto "fallimento dell'integrazione e della società multiculturale". Sono stronzate: che una politica d'inserimento funzioni lo si giudica guardando ai costi sopportati ed ai benefici ricevuti non dall'assenza di problemi e dalla presenza di tensioni. Queste ultime sono, appunto, i costi perché quelli economici sono minuscoli. I benefici vengono dal fatto che milioni di immigrati si sono integrati nel mondo del lavoro e nelle società europee. I non integrati sono minoranze dell'ordine del 5% o meno. Problema serio, anche pericoloso quando funziona da albergo per fenomeni terroristici ma contrallabile e controllato. Questo è successo persino in Italia: gli immigranti sono oggi circa il 10% della popolazione e contribuiscono enormemente alla vita del paese. Nonostante i costi siano stati qui maggiori, i benefici continuano ad essere incommensurabili (<a href="https://www.huffingtonpost.it/2018/07/04/senza-immigrati-il-sistema-pensionistico-salta-relazione-inps-insiste-squilibri-non-sanabili-diversamente_a_23474387/" target="_blank">sì, Tito Boeri ha ragione</a>&nbsp;mentre invece <a href="https://formiche.net/2018/06/boeri-pensioni-salvini-migranti/" target="_blank">questo mediocre boiardo di stato mente</a>). Se le cose si son fatte peggio che altrove il problema è tutto dei nostri governi&nbsp;e della nostra pubblica amministrazione, ossia dei Polillo e di coloro che hanno servito. La gestione dell'immigrazione in Italia funziona peggio che altrove per le stesse ragioni che treni, scuole, sistema giudiziario, eccetera, funzionano peggio che altrove. La prima specificità sta nel settore pubblico italiano, nello stato italiano e nella politica italiana, non negli immigranti che non sono diversi in Italia da quel che sono in altri paesi.&nbsp;</p>
<p><strong>Torniamo al punto cruciale, ovvero il mio razzismo.</strong></p>
<p>Veniamo ora alla seconda specificità, che è quella che m'interessa davvero: <a href="http://www.infodata.ilsole24ore.com/2018/09/11/gli-italiani-davvero-popoli-piu-intolleranti-deuropa/" target="_blank">noi italiani siamo pubblicamente e politicamente molto più razzisti/xenofobi del resto degli europei</a>.&nbsp;L'evidenza empirica oramai è schiacchiante (esempi:&nbsp;<a href="http://www.pewforum.org/2018/05/29/being-christian-in-western-europe/" target="_blank">qui</a>, <a href="http://munafo.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/06/03/gli-italiani-sono-i-piu-razzisti-deuropa-primi-per-odio-contro-i-rom-i-musulmani-e-gli-ebrei/?ref=HRBZ-1" target="_blank">qui</a> e <a href="https://www.facebook.com/davide.o.mancino/posts/1784272091663550?__tn__=C-R" target="_blank">qui</a>).&nbsp; Lo siamo da lungo tempo, il razzismo e la xenofobia degli italiani - che negli ultimi anni sono riusciti a manifestare invidia ed ostilità verso tedeschi, austriaci, francesi, inglesi e financo spagnoli - è cosa vecchia e generalizzata. Le sue origini storiche e culturali le discuto altrove (nella sequenza sul regime rosso-brunato), qui voglio entrare nel personale.&nbsp;<br> <br> E qui vengo alla confessione personale:<strong> io sono privatamente razzista ma non lo sono pubblicamente</strong>.</p>
<p>Lo sono per la ragione discussa anteriormente nella voce 2) e per ragioni "culturali" o "psicologiche" che si possono riassumere in alcune sensazioni, reazioni ed atteggiamenti che non credo essere solo miei ma che so essere miei. Mentre ho centinaia di amici e conoscenti di etnie e culture diverse dall'italiana devo ammettere che i miei veri amici non italiani si contano sulle dita di poche mani. Faccio fatica ad accettare usi e costumi privati di altri, anche se nei 35 anni trascorsi fuori d'Italia ne ho sperimentati ed apprezzati molti e da loro ho appreso. Tendo ad avere un (razionalmente immotivato ma istintivo) senso di alterità e superiorità verso persone con tratti somatici, odori e regole d'interazione diverse da quelle a cui mi son abituato crescendo in Italia. Soprattutto faccio un'obiettiva difficoltà a pensare di vivere in un ambiente culturalmente non "europeo-mediterraneo" e, persino dopo 35 anni di USA, vi sono molti aspetti del loro modo di vivere e comportarsi che tendo a trovare irritanti o incomprensibili. Insomma, credo di essere istintivamente e privatamente un razzista, anche se in una versione "leggera". E credo di essere in compagnia della grande maggioranza non solo in Italia ma ovunque nel mondo. Per le ragioni dette sopra.&nbsp;<br> <br> Al contempo credo, anzi son certo, di non esserlo pubblicamente. Evito di "lodarmi", che sarebbe ridicolo, ma sottolineo il fatto che mi è costato fatica (almeno all'inizio, ora è più facile perché la cosa è diventata sia ovvia che abituale) agire pubblicamente in modo non razzista o anche anti-razzista. La parola chiave qui è "pubblicamente", ovvero nei miei comportamenti e discorsi pubblici, nelle mie scelte politiche e nelle decisioni collettive. La ragione, alla fine, è molto semplice: sono incapace - con qualsiasi criterio, razionale o istintivo che sia - di tracciare una linea fra quelli verso cui riterrei "legittimo" discriminare e quelli che no. E siccome questa linea non la so tracciare in modo coerente, allora non la traccio proprio. La slogan "restiamo umani" si fonda su questa banalità.<br> <br> Certo, potrei invocare i diritti umani e le grandi elaborazioni filosofiche che li fondano. Mi accontento di osservare che - qualsiasi sia lo stato in cui io decida di vivere - vi sarà sempre una percentuale sostanziale di persone insopportabili, puzzolenti, ignoranti, stupide (in senso stretto, ovvero con QI basso), violente e financo con istinti criminali. Questo NON implica che li debba andare a cercare e nemmeno implica che queste percentuali siano uguali ovunque: sono ovviamente più alte in certi ambienti o paesi e più basse in altri. Questo il succo, messo molto brutalmente riassunto, dell'argomento di Aldo, di cui condivido la preoccupazione ed anche l'onestà intellettuale nel provare a discutere ciò che l'osservazione empirica da decenni ci dice e quasi tutti tacciono. Ma una percentuale sostanziale di persone con queste caratteristiche la trovo anche fra gli italiani e gli statunitensi, ovvero fra i cittadini dei paesi di cui ho in tasca il passaporto. Quindi, che faccio? Discrimino costoro? Li deporto? Agisco politicamente per censirli, rinchiuderli, controllarli, discriminarli, esperllerli?<br> <br> Prendiamo la variabile QI di cui oggi in Italia molto si discute (potremmo fare lo stesso con misure d'ignoranza/alfabetizzazione o altro). Tutta l'evidenza a disposizione dice che in ogni paese la frequenza di persone con on QI inferiore alla media sia di circa il 50%. In alcuni paesi la media si aggira attorno a 106-108 (l'Italia è uno di questi), nella grande maggioranza attorno a 100 ed in parecchi altri raggiunge valori attorno a 80-90. Son valori relativamente bassi e siccome in quel 50% sotto la media molti scendono a 90, 80 o 70, non è difficile cogliere il problema. Che facciamo? Togliamo i diritti civili a quelli sotto la media? A quelli mezza standard deviation sotto la media? Una intera? Due? Dove tracciamo la linea fra l'umano ed il non umano?&nbsp;<br> <br> Guardate che la questione è tutta lì e NON è risolvibile in modo istintivo ma solo facendo sì che quella parte del nostro cervello che chiamiamo "razionale" si imponga sul resto. In un conflitto personale continuo, quotidiano. La qual cosa la rende difficile da accettare e personalmente contraddittoria per le ragioni elencate in apertura: perché si fonda su un conflitto immanente fra i nostri istinti - tribali e migranti al contempo - e la nostra comprensione razionale dell'impossibilità di tracciare una linea netta che separi, fra gli umani, gli "aventi diritti" dai "non aventi diritti". Un conflitto che non risolveremo mai in modo definitivo e che accompagnerà ogni società umana per sempre, o per lo meno sino a quando un mitico "stato ergodico globale" non venga raggiunto.&nbsp;<br> <br> La politica dell'immigrazione da qui deve partire e su questo si fonda: sull'accettazione del conflitto continuo e sulla necessità di gestirlo quotidianamente in quanto conflitto. L'armonia fra le "razze" non si dà naturalmente, il meglio che si può fare è costruire artificialmente la tolleranza.</p>
<p>Ah, dimenticavo, se c'è un messaggio che differenzia il Cristianesimo dal resto delle religioni che conosco sta tutto qui: siamo tutti umani, anima o meno.</p>]]></content:encoded>
                        
                            
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                        <pubDate>Mon, 03 Sep 2018 19:08:00 +0000</pubDate>
                        <title>Il governo rosso-brunato. V</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/governo-rosso-brunato-v</link>
                        <description>Da dove spunta il populismo politico attuale, secondo cui &quot;uno vale uno&quot;, &quot;i tecnocrati son la causa della crisi&quot;, &quot;per governare bene basta essere onesti&quot;, e così via? L&#039;hanno davvero inventato Grillo e Salvini? È davvero la grande novità che sembra essere?&amp;nbsp;</description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>Continuo l'<a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/apodissi/" target="_blank">apodissi</a>&nbsp;(grazie ad un anonimo lettore per la correzione) delle quattro colonne ideologiche dell'alleanza rosso-brunata. Dopo il moralismo cattolico veniamo al populismo politico (pp).&nbsp;</p>
<p>L'argomento è stato ampiamente studiato nella scienza politica e le definizioni/teorie son fin troppe. Per parte mia <a href="https://www.google.it/imgres?imgurl=http://t1.gstatic.com/images?q%3Dtbn:ANd9GcTGy9zJjUylEgcj_iHahktook1I4z271gS_nVAfizXiUi9o5_-5&amp;imgrefurl=https://books.google.com/books/about/Liberalism_Against_Populism.html?id%3DUx-IQgAACAAJ%26source%3Dkp_cover&amp;h=646&amp;w=439&amp;tbnid=tWWqy0i6PMpq3M:&amp;q=populism+against+liberalism&amp;tbnh=160&amp;tbnw=108&amp;usg=AFrqEzfO1Ods2uec1lAx2y1CiXfbgs1MVQ&amp;vet=12ahUKEwiE0YzF65rdAhWkzYUKHYDhAyUQ_B0wDHoECAcQFA..i&amp;docid=jDwBtdOIKhp1GM&amp;itg=1&amp;sa=X&amp;ved=2ahUKEwiE0YzF65rdAhWkzYUKHYDhAyUQ_B0wDHoECAcQFA" target="_blank">questo libro</a>, d'un vecchio maestro, m'ha insegnato molto; a chi volesse approfondire il tema suggerisco di leggerlo. Altre indicazioni non aggiungo. Osservo, però, che, in questo caso, Gramsci non è molto utile e che la sua nota teoria - secondo cui il populismo è sempre un "trucco" della destra che, per imbrigliare le masse popolari, prende a prestito la retorica e non la sostanza di temi come lavoro, uguaglianza, tasse, servizi sociali - non sembra reggere all'esame dei fatti storici. Questo populismo è sia rosso che brunato per davvero, ed è una sintesi inevitabile dell'intera storia nazionale, compresa quella dellla sinistra.<br> <br> Due sono gli elementi che accomunano gli elettorati di Lega e M5S nella loro visione politica populista.&nbsp;</p>
<p>(i) La democrazia consiste nell'attuazione della volontà del popolo o, meglio, della sua maggioranza, contro i suoi nemici. Quando la maggioranza del popolo "esprime" una preferenza essa va realizzata e gli oppositori ridotti al silenzio o ignorati. La democrazia compiuta tende alla democrazia diretta, ovvero ad una relazione non mediata fra popolo ed esecutivo. Il potere esecutivo ha un rapporto diretto con il popolo la cui "volontà" esiste e va interpretata/realizzata. Il potere legislativo è secondario e svolge puramente una funzione di ratifica o di camera di risonanza. La volontà del popolo si esprime con il voto che "elegge" un leader, un capo dell'esecutivo. Ma si esprime anche fra un'elezione e l'altra, nelle piazze, nei sondaggi, nei social network, nel consenso espresso dai media verso le azioni dell'esecutivo. I governanti mantengono un rapporto continuo, non mediato da corpi intermedi, con il popolo che essi rappresentano. Se questo vi ricorda l'uso che i vari Di Maio, Erdogan, Grillo, Salvini e Trump fanno delle piazze, delle televizioni e dei social network avete colto il punto. La democrazia, nella versione populista, consiste esattamente in questa relazione "organica" fra il "popolo" ed il suo "capo" (o capitano) che guida il popolo nella continua battaglia contro il nemico. La politica democratica è questa cosa qui. <a href="https://www.press.uchicago.edu/ucp/books/book/chicago/C/bo5458073.html" target="_blank">Schmitt on the web</a>? Più o meno.</p>
<p>(ii) Il cosidetto liberalismo politico (da non confondersi con il titolo di un&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Liberalismo_politico" target="_blank">libro di John Rawls</a>&nbsp;in cui presenta la sua visione della liberal-democrazia) è una cosa piuttosto controversa da descrivere, quindi non ci provo. Ai fini di questo articolo esso consisterà in alcune affermazioni: (a) le costituizioni definiscono gli spazi in cui, e le regole con cui, si esercita il potere politico (esecutivo, legislativo e giudiziario) e sono il fondamento dello stato di diritto; (b) lo stato di diritto (insieme delle leggi in essere) ha precedenza sulla volontà politica della maggioranza a meno che questa non modifichi, secondo le procedure in (a), le leggi in essere; (c) vi sono ambiti in cui la maggioranza (via esecutivo-legislativo-giudiziario) non può agire a proprio piacere e diritti che non può eliminare, essi servono a proteggere le minoranze; (d) il rapporto fra elettori ed eletti ed il processo decisionale che parte dall'elettorato e si conclude con atti legislativi e di governo è mediato da corpi intermedi con funzione rappresentativa e le regole di funzionamento dei quali preservano diritti inalienabili delle minoranze. Il populismo politico nega, totalmente o parzialmente, questi quattro principi (oltre a molti altri che qui non entrano in gioco).&nbsp;</p>
<p>Un aneddoto, che spero renda l'idea. Circa cinque anni fa, in un dibattito pubblico con un esponente politico piuttosto noto (ora caduto in disgrazia) della destra italiana, questi mi disse che se una regola costituzionale non è condivisa dalla maggioranza politica la si DEVE ignorare perché essa costituisce un ostacolo alla realizzazione DEMOCRATICA della volontà del popolo. Il mio tentativo di spiegare che questo metodo poco aveva a che fare con la liberal-democrazia venne accolto più con incredulità che con irritazione. Il signore non riusciva bene a comprendere cosa intendessi e mi rispose che ero "anti-democratico" ed "elitario".&nbsp;</p>
<p>Quanto contenuto in (i) e (ii) sopra costituisce oggi il punto di vista che accomuna quel 60% o più dell'elettorato italiano che appoggia questo governo. Infatti, non credo di esagerare nel dire che tali principi sono condivisi anche da una grande percentuale di quegli elettori che hanno votato il 4 marzo per altri partiti. La mia impressione è che questa sia la visione della democrazia che 3/4 dei cittadini italiani hanno. E questo è, evidentemente, un probema.&nbsp;</p>
<p>Da dove viene? Per una volta la risposta mi sembra abbastanza semplice: questa visione della democrazia accomuna le tre grandi correnti ideologiche che dominano da un secolo e più la politica italiana: quella social-comunista, quella fascista e quella cattolica. Ho detto un secolo e non due o tre per la semplice ragione che, sino agli anni successivi la prima guerra mondiale, la grande maggioranza dei cittadini italiani era rimasta esclusa dai processi politici e quelle tre grandi correnti ideologiche non avevano potuto esprimersi compiutamente. La visione populista della politica era comunque dominante anche prima del 1918: Garibaldi e Mazzini, per menzionare i due più noti "eroi" risorgimentali, erano politcamente dei populisti come si può evincere dai loro (confusi) scritti (che potete trovare in rete).</p>
<p>Non sto dicendo nulla che non sia ampiamente noto a chi si occupa del tema. In questo panorama plurisecolare vale la pena notare come la Costituzione repubblicana rappresenti una discontinuità ed un tentativo (di successo per alcuni decenni ma oggi apparentemente fallito) di introdurre elementi non populisti nel sistema politico italiano. Mi piacerebbe avere il tempo di esaminare quali straordinari meccanismi di selezione avessero prodotto, in quell'unica istanza nei 160 di storia unitaria, una elite politica così diversa dalle precedenti e dalle seguenti; ma non ce l'ho.</p>
<p>L'insegnamento dei fatti storici è, comunque, che questi elementi anti-populisti (esito a definirli propriamente liberal-democratici, anche se quella era la direzione presa) non divennero, nei decenni in cui la prima repubblica funzionò propriamente, patrimonio culturale della maggioranza degli italiani. Anche le ragioni di questo fallimento sono abbastanza ben comprese. Mentre a livello alto o ufficiale il confronto politico avveniva lungo linee fondamentalmente non populiste, nella realtà quotidiana delle città, delle scuole e dei luoghi di lavoro, il personale politico intermedio, gli intellettuali e spesso anche alcuni dei leader nazionali, predicavano il proprio particolare tipo di populismo politico. Per quasi trent'anni questi populismi rimasero "sopiti" nell'azione parlamentare e di governo, il fascista in particolare, ma continuarono ad operare nella propaganda e nel dibattito di massa. Non vennero sostituiti da nulla di diverso perché le elite italiane si riconoscevano nell'una o nell'altra forma di populismo, occultandolo quando conveniente ma diffondendolo quando possibile. Pensate al cinema, alla letteratura, alla stampa (popolare e non) e alle modalità con cui si chiamavano i propri seguaci alla lotta politica. Pensate alla continua descrizione, comune alle tre parti, dell'avversario come il male, l'oppressore (al potere o potenziale), il nemico da sconfiggere, e così via ... durante tutti gli anni che vanno dal 1948 al periodo del Compromesso Storico: c'e' una storia socio-culturale da riscrivere qui, ma non lo so fare.<br> <br> La crisi della prima repubblica, che iniziò con i conflitti post 1969 e durò due decenni, offrì ai populismi "sopiti" l'occasione per uscire allo scoperto e confrontarsi nelle piazze, nei luoghi di lavoro e nelle università. Finalmente, a partire dall'inizio degli anni '90, i temi cari ai tre populismi cominciarono a trovare accoglienza nei media "ufficiali" e nelle televisioni, quelle berlusconiane in particolare. Anche qui sto raccontando l'ovvio ma è un ovvio su cui è bene focalizzarsi. Il linguaggio politico, le nozioni di democrazia, popolo e rappresentatività che informano oggi Lega e M5S (ed infatti anche LeU, buona parte del PD ed ovviamente Fd'I e FI) sono la filiazione diretta, nell'era dei social e della rete, dell'assemblearismo di sinistra e di destra degli anni '70 e delle grandi adunate di Comunione e Liberazione.<br> <br> A questa osservazione molti lettori reagiranno dicendo: aspetta un attimo, dal 1969 sino all'inizio degli anni '80 erano i temi del populismo comunistoide a dominare il dibattito pubblico, gli altri due populismi erano praticamente invisibili. Questo è senz'altro vero ma è un'analisi parziale che fa attenzione solo a ciò di cui i media parlavano e non a ciò che accadeva. Perché, mentre è vero che l'assemblearismo pubblico - con il suo messaggio di democrazia diretta, di egualitarismo tanto di fantasia quanto imposto, di relazione mistica fra popolo e leader, eccetera - era senz'altro dominato dai marxisti, esso in realtà non coinvogeva la maggioranza della popolazione, nonostante le fantasie del mondo intellettuale e giornalistico che veniva in quegli anni totalmente occupato dal populismo marxista. Sotto di esso e nelle sue pieghe continuavano a vivere e prosperare il populismo politico cattolico (di cui CL fu l'esempio più eclatante ma non unico) e quello fascista. Infatti. se dobbiamo giudicare dai risultati elettorali, furono queste due configurazioni ideologiche a definire la visione del mondo della maggioranza silenziosa, che era invisibile ma maggioranza. Il populismo fascista, in particolare, si vide pochissimo in piazza e rimase "sotto radar" ma esso venne trasmesso dai programmi scolastici (dove l'educazione civica, ovvero l'insegnamento di come funziona un sistema costituzionale liberal-democratico, era uno scherzo imbarazzante) e dalla conversazione "popolare" dove la richiesta dell'uomo forte che parla al popolo e risolve i problemi non è mai scomparsa.<br> <br> Sto di nuovo ripetendo cose note ma ufficialmente dimenticate: nel discorso pubblico italiano il modello dominante di democrazia è stato sempre quello populista, in una delle tre accezioni menzionate. Se rileggete le definizioni contenute in (i) e (ii) sopra vi rendete conto che esse sono consistenti con programmi economico-sociali fascisti, comunisti o cattolici. La metodologia politica e la concezione di cosa sia la "democrazia" non cambia, è invariante rispetto al resto del messaggio. Per l'analisi che sto svolgendo è questo che conta e spiega perché questa particolare colonna culturale del rosso-brunaismo abbia una "apodissi storica" relativamente semplice: è il prodotto della storia italiana e delle ideologie che le elite politiche ed intellettuali hanno insegnato alla popolazione da quanto l'Italia esiste come stato unitario. Questo ovviamente apre il capitolo della responsabilità storica di tali elite, ma questo lasciamolo per un altro capitolo.&nbsp;</p>
<p>Il fatto storico è evidente: il pp è il prodotto storico della cultura politica italiana e definisce la concezione della democrazia condivisa dalla stragrande maggioranza dei cittadini. Ad esso hanno contribuito tutte e tre le grandi famiglie ideologiche ed esso costituisce l'ossatura della loro azione politica, la quale continua ad essere metodologicamente populista. Se una di esse, quella fascista, oggi lo rivendica con orgoglio, le altre due (quella di sinistra in particolare) cercano inutilmente di negarne la paternità a mezzo di scandalizzate dichiarazioni dei loro dirigenti politici e del loro ceto intellettuale, quello giornalistico in particolare - pensate alle recenti ed ipocrite grida d'allarme che arrivano da Repubblica, Corriere della Sera, Espresso ed anche Avvenire.</p>
<p>Questa particolare forma di <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/denegazione/" target="_blank">denegazione</a>, che impedisce di affrontare e superare le proprie contraddizioni attraverso una vera catarsi liberatoria (politica e di classe dirigente, in questo caso,&nbsp;non emozionale) è un problema serio assai per chiunque si chieda come possa crearsi un'alternativa credibile e duratura all'ideologia rosso-brunata oggi dominante.&nbsp;</p>]]></content:encoded>
                        
                            
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                        <pubDate>Sat, 01 Sep 2018 10:21:00 +0000</pubDate>
                        <title>Il governo rosso-brunato. IV</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/governo-rosso-brunato-iv</link>
                        <description>Il &quot;Moralismo Cattolico&quot; nel carattere nazionale e nell&#039;ideologia rosso-brunata italiani.&amp;nbsp;Ho avuto ed ho problemi nello scrivere questo articolo perché, pur pensando d&#039;aver chiaro nella mia mente il percorso logico, mi rendo conto della mia incapacità d&#039;articolarlo in parole semplici e senza dilungarmi troppo. Ci provo, pronto a scoprire che magari quanto scrivo è del tutto vacuo.</description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>Nel <a href="http://noisefromamerika.org/articolo/governo-rosso-brunato" target="_blank">primo articolo di questa serie</a> ho affermato, piuttosto apoditticamente, che&nbsp;</p><blockquote><p>&nbsp;</p>
<p>Questo governo nasce sotto il triplice segno del Nazionalismo ideologico ("prima gli italiani", "fermare l'invasione", "basta diktat da Bruxelles" ...), del Socialismo economico ("contro il mercato globale", "contro il neoliberismo", "più stato e più spesa" ...) e del Populismo politico ("uno vale uno", "noi siamo i difensori del popolo", "basta tecnici, decide il popolo" ....). [...] Meno evidente il "Moralismo cattolico", che è invece sia ben presente che essenziale.&nbsp;</p></blockquote><p>In questo e nei tre articoli seguenti vorrei provare a giustificare un po' più dettagliatamente queste affermazioni, cominciando dall'ultima. Cosa intendo con "moralismo cattolico" (<em>mc</em>) ed in che senso esso definisce un tratto culturale che accomuna gli elettorati dei partiti oggi al governo?</p>
<p>Executive summary: la parrocchia, l'oratorio, la compagnia con cui si andava in chiesa (per vedere le ragazze o i ragazzi) ed i riti (non solo, ma soprattutto, religiosi) che scandiscono i tempi dell'identità nazionale. Un'identità che si fonda - vero o falso che sia come fatto storico poco conta, perché oramai questa è la maniera in cui il 90% e più degli italiani si pensa e si vive - sul fatto di essere i depositari d'una cultura e di modi di vivere che sono l'essenza del mondo occidentale. Nel nocciolo di questa visione di noi stessi sta l'idea (abbastanza immaginaria ma fortemente creduta) di un insieme di comunità locali che, raccolte attorno alla chiesa, conservano il meglio di ciò che attorno al Mediterraneo è stato prodotto e che ha come punto d'approdo la cittadina italiana, le sue norme ed ai suoi riti.&nbsp;</p>
<p>Nel parlare di <em>mc</em>, non ho in mente la teologia morale ufficiale della chiesa cattolica, né le sue molte varianti prodotte dai diversi filoni di pensiero "alto" del mondo cattolico italiano da Murri a Sturzo a La Pira a Montini ... sino ad arrivare, ai giorni nostri, al sempre stimolante&nbsp;<a href="https://books.google.it/books/about/Teologia_morale.html?id=5xzGjgEACAAJ&amp;source=kp_cover&amp;redir_esc=y" target="_blank">Renzo Gerardi</a>. Per questa ragione uso il termine "moralismo" invece che "morale": perché mi riferisco a quella cosa pensata e praticata quotidianamente dalla grande maggioranza degli italiani che vanno in chiesa (magari nonregolarmente ma certamente a Pasqua, Natale, matrimoni, battesimi e funerali) e che si vivono come "cattolici".&nbsp;</p>
<p>Meglio ripetere che ho dubbi sostanziali su questa mia lettura, dubbi che preferisco elencare prima ancora di raccontare quel che ho in mente.</p>
<p>Forse il cattolicesimo, nel senso specifico, c'entra nulla e nemmeno il cristianesimo. Forse essi sono solo dei simboli che rappresentano altro, ovvero il desiderio di sentirsi speciali e diversi e, certamente, "migliori". Forse l'idea, diffusa in Italia, del nostro essere "brava gente", buona e generosa, nulla ha a che fare con il cattolicesimo e la sua bimillenaria diffusione nella penisola. Forse non c'è nulla di particolarmente cattolico nella visione "egalitarista popolana" (dettagli più avanti) che credo accomuni M5S e Lega e che è uno dei pilastri del loro governare assieme. Forse la mia idea che il modello di relazioni sociali proprio del moralismo cattolico - il gregge di buone pecorelle, uguali fra loro, guidato da un pastore benevolente e capace - non fonda la fantasia nazional-socialista che i teorici del regime diffondono ... ma, al momento, gli elementi a favore di questa interpretazione mi sembrano maggiori di quelli contro, Quindi ve la propongo ricordandovi che sto riflettendo su uno dei quattro pilastri e che ve ne sono altri tre, oltre al loro collante. Se è tutto un equivoco, fatemelo notare.</p>
<p>Su cosa si fonda questo <em>mc</em>? Sul paese, la parrochia, le tradizioni secolari (dalla festa del patrono al dialetto locale, dai santi "nostri" alla cucina locale alla narrazione delle mille storie del paese) ed una nozione di comunità che consiste in&nbsp;una presuntuosa sopravvalutazione della propria integrità e creatività, personali e collettive, rispetto a quelle di chi viene da fuori. E si fonda anche sull'ntolleranza non tanto verso il male (siamo tutti peccatori, però noi ci confessiamo e loro no) quanto verso un prossimo diverso da sé, estraneo alla comunità (spesso familiare) a cui ci si sente di appartenere da sempre. Il fatto che la chiesa ed il parroco attorno a cui ci si raccoglie siano "cattolici" diventa, in questo processo identitario, un fattore di secondaria importanza. Conta maggiormente l'identità definita tanto territorialmente quanto religiosamente.</p>
<p>Il moralista cattolico italiano è convinto che il "cattolicesimo vero" sia quella cosa che si pratica o a cui si crede nei paesi e nelle cittadine italiane e che ogni altra variante sia, in qualche maniera, inferiore o alterata. Egli crede anche che il popolo, di per se, sia "onesto" (ho tolto l'h) e che tale essenziale onestà si possa dispiegare se e solo se il pastore che guida il popolo è anch'esso "onesto", perché espressione diretta del "popolo". La crisi italiana, in questa lettura, è causata dal fatto che le elite nazionali, sino ad ora, non erano "oneste" né espressioni del popolo. Erano ad esso estranee e disoneste, da cui la necessità di un nuovo gruppo di pastori, espressione diretta del popolo e, quindi, composto di persone semplici ed oneste quanto il popolo stesso. Non è forse questo che i parroci d'Italia hanno predicato ai loro greggi da secoli? Questo io chiamo egualitarismo popolare: esso si regge su una distribuzione bi-modale degli individui. Da un lato il popolo - composto da uguali accomunati dalla religione e dalle credenze e pratiche comuni - e dall'altro i pastori espressione del popolo. I parroci ed i vescovi l'altro ieri, i signori ed i maggiorenti ieri e questa nuova leva di "politici buoni" che sono stati ora inviati al parlamento in sostituzione delle anteriori elite corrotte, che s'erano vendute allo straniero per tornaconto personale. Questo rende possibile un ritorno a quella&nbsp;"età dell'oro" che venne dissolta da elite disoneste. Uno vale uno, siamo onesti, siamo brava gente e ci rappresenta della brava gente.<br> <br> Ho cercato qui e là, in questi giorni, dei testi che potessero esprimere in modo diretto tale punto di vista. Il seguente, scritto dall'autore anche di <a href="https://www.antoniosocci.com/quello-che-non-vi-hanno-detto-sul-caso-della-nave-diciotti/#more-7176" target="_blank">quest'altro testo</a>, mi&nbsp; è sembrato quello più semplicemente rappresentativo.</p><blockquote><p>&nbsp;</p>
<p><br> Siamo di fronte a una prospettiva apocalittica: l'estinzione degli italiani, la loro sparizione dalla storia a causa di un crollo demografico che sta diventando irrimediabile. Intanto i nostri politici fischiettano con noncuranza, assorbiti dalla contesa delle poltrone, mentre lasciano che un fiume di migranti, di diversa cultura e religione, sbarchi e si insedi nella penisola e mentre, da tempo, hanno deliberato una cessione di poteri che fa venir meno l'indipendenza nazionale e la sovranità popolare. Con la sudditanza ai mercati finanziari, con la perdita di sovranità monetaria (per l'euro) e di sovranità politica (per l'Unione europea dopo Maastricht) si è assestato un durissimo colpo allo stato sociale e all'economia italiana e si riduce progressivamente lo stato nazionale a un fantasma. Nel quale infatti gli elettori e i cittadini percepiscono di contare sempre meno. Antonio Socci compie un viaggio nella storia d'Italia mostrando che il tradimento delle élite e la "chiamata dello straniero" hanno "ferito" per molti secoli la nostra storia nazionale. Il popolo italiano ha sempre reagito esprimendo la sua straordinaria genialità, che ha illuminato il mondo in tutti i campi del sapere, della vita e dell'arte (e anche con i suoi santi). Soprattutto la nostra grande letteratura ha tenuto vivi l'identità nazionale e il grido di protesta per i tanti eserciti stranieri che hanno trasformato il "Bel Paese" nel loro campo di battaglia. In particolare ha tenuto desto il senso di appartenenza a una storia millenaria e a un'identità che affonda le sue radici nei popoli italici preromani e nella Roma classica e cristiana. Radici culturali e identità nazionale che oggi una pervasiva ideologia tenta di delegittimare, di offuscare o addirittura di negare. Questo libro è anche un'accorata dichiarazione d'amore all'Italia e un'esortazione a non accettare la sua liquidazione e il tramonto dell'Occidente.</p></blockquote><p>&nbsp;</p>
<p>Forse ci leggo più di quel che effettivamente c'è scritto - collegando questo ignorante sproloquio con mille altri scritti simili, affermazioni, azioni e discorsi accumulati lungo mezzo secolo - ma io trovo qui riassunta l'identita fra "cattolicesimo", "Occidente" ed "Italia" che Salvini icasticamente cattura con il rosario in mano ed i giuramenti pubblici sul Vangelo. La stessa identità - estranea alla teologia morale cattolica: siamo di fronte ad un altro caso eclatante di distanza fra l'elite ed il popolo che essa vorrebbe&nbsp; rappresentare, ma questo è un problema che i vescovi devono porsi e non io - che potete ritrovare in <a href="https://cristianesimocattolico.wordpress.com/2016/10/04/pericolo-islam-cosi-sara-imposta-la-sharia/" target="_blank">quest'altro scritto</a>&nbsp;di un tipo oggi leggermente meno frequente (non c'è più ISIS da utilizzare per concentrarsi sulla minaccia islamica che sovrasta l'Italia e con essa l'occidente cattolico) ma comunque tutt'ora presente nel discorso popolare del perché non possiamo accogliere più migranti. Perché sono musulmani o per lo meno non cattolici e ci sopraffaranno.<br> <br> Questa identità speciale, questo senso di alterità e superiorità,&nbsp;per potersi mantenere in un mondo così complesso come quello attuale, si accompagnano a - oserei dire: hanno bisogno di - una sana dose di controriformistica iprocrisia. Quella del&nbsp;film:&nbsp;<a href="https://www.youtube.com/watch?v=vWdph_SSufs" target="_blank">Signore e Signori</a>, per capirsi, che in questa occasione lascio riassumere ad una semplice&nbsp; vignetta</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutto questo che c'entra con 5S e Lega? Pensate ai funerali delle vittime del crollo di Genova ed a Salvini che, novello pastore delle pecorelle abbandonate, si fa i selfie con le fan sorridenti, davanti alle bare. C'è in questo gesto la medesima ipocrisia del film e della vignetta precedenti. Il mischiarsi, ad uso e consumo personale, di sacro e profano, la doppia morale che permette la celebrazione di una ritrovata identità comunitaria che afferma, al contempo, l'estraneità di chi in questa chiesa non c'è. La rilevanza del selfie con il "capitano" sta tutta qui: siamo "amici", come ama dire appunto Salvini, siamo della stessa "compagnia", ci vediamo nello stesso bar del medesimo quartiere. Ed andiamo alla stessa messa con lo stesso rosario in mano. Siamo "uguali", uno vale uno ed io sono solo il pastore che voi avete scelto per vendicarvi dei torti subiti a causa delle elite corrotte e dalle minacce che i "foresti" vi stanno portando.</p>
<p>Chiudo qui. So di aver scritto un pezzo confuso ma continuo a vedere in queste mie confusioni un'intuizione non irrilevante. Forse altri sapranno far meglio.&nbsp;<br> <br> P.S. Nella prima versione m'ero perso a citare Antoine Compagnon - gli antimoderni - e Franco Cassano - il pensiero meridiano - per poi rendermi conto che le loro suggestioni, nelle quali a volte mi son ritrovato e mi ritrovo, sono sia più alte del, che altre dal, moralismo cattolico che sto cercando di comprendere. Lo stesso è valso per Augusto Del Noce e svariati altri pensatori "reazionari" leggendo i quali, lungo un sentiero che va a ritroso nel tempo, ero arrivato sino a Joseph De Maistre. Ma non c'entrano nulla: il mio tentativo di scoprire le radici intellettuali e filosofiche "profonde" al moralismo cattolico che pervade l'elettorato rosso-brunato si è rivelato un fallimento. Alla fine m'era rimasto Marcello Veneziani - un guitto filosofico visibile solo perché seduto nel piatto deserto culturale della destra italiana - ed ho scelto di lasciar stare perché da Veneziani a Fusaro la distanza è epsilon e si rischia di buttar tutto in burla.&nbsp; &nbsp;</p>]]></content:encoded>
                        
                            
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                        <pubDate>Sat, 11 Aug 2018 21:36:00 +0000</pubDate>
                        <title>Il governo rosso-brunato. III</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/governo-rosso-brunato-iii</link>
                        <description>I due articoli/capitoli inizali hanno ricevuto un certo numero di commenti e di critiche. Prima di continuare con gli ulteriori capitoli che ho in mente (la mia estate italiana è ancora lunga) discuto qui, brevemente, quelle che mi sembrano le osservazioni più rilevanti.&amp;nbsp; Certamente altre ne verranno. Grazie a tutti per i commenti costruttivi, anche se critici.&amp;nbsp;</description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p><strong>- Lo spread che metterà fine a tutto.</strong> Forse sì, ma io credo (e spero) di no. Certamente i segnali non sono incoraggianti; certamente vedere che basta un niente perché i valori schizzino preoccupa; certamente vedere che il tasso reale d'interesse a cui il governo italiano si indebita è oggi sostanzialmente superiore a quelli a cui lo fanno i governi portoghese e spagnolo, preoccupa ancor di più. E, certamente, tutto questo sta già facendo molto danno agli italiani, anche se il minculpop dei nostri media non lo dice e dà spazio a loschi individui che blaterano di spread che non dovrebbero esserci. Ma, come vado ripetendo da più di un decennio, la soluzione finale con esplosione della baracca e troika al comando potrà avvenire solo se verranno fatti enormi errori da più parti o se - rischio più serio alla luce di certi comportamenti - una delle parti perseguirà ad ogni costo il disastro. Poiché la UE&amp;BCE non hanno alcun interesse materiale in questa "soluzione" e, al redde rationem, finiranno per assorbire perdite pur di non far saltare completamente l'Italia, il problema sta ovviamente dall'altro lato, quello del governo rosso-brunato.</p>
<p>Questo fatto (che UE&amp;BCE finirebbero per assorbire parte delle perdite per evitare comunque il peggio) è fonte di pessime tentazioni per la gentaglia irresponsabile che Lega (in modo particolare) ma anche M5S hanno portato al parlamento e nei paraggi del governo. Quelli sono i veri nemici, quelli vanno tenuti sotto controllo molto attentamente. Non credo, e lo ripeto per l'ennesima volta, che la maniera migliore di tenerli sotto controllo ed eventualmente sconfiggerli sia quella di rincorrere ogni affermazione idiota o pericolosa dei vari Borghi, Bagnai o Minenna. Meno ancora suonare ogni giorno il tam-tam dello spread che sale con un tono che oscilla fra la minaccia ed il compiacimento. Non è questo il terreno su cui chi vuole vincere la guerra con i rosso-bruni dovrebbe scegliere di combattere perché, come Argentina, Grecia e Turchia insegnano, il crollo finanziario può tranquillamente essere attribuito ai malefici poteri stranieri (o interni) accentuando l'isteria sovranista e rafforzando il regime. Detto altrimenti: sul terreno delle scelte economico-finanziarie vanno evidenziati gli effetti dannosi delle politiche adottate (quando ci sono) e va ossessivamente spiegato che le stronzate su BCE, spread e monete parallele tali sono, stronzate. Ma guai a cadere nella trappola di seguire ogni provocazione e, soprattutto, d'invocare il tanto peggio tanto meglio perché così arrivano gli elicotteri. Non arriveranno.&nbsp;</p>
<p><strong>- Il ruolo di ignoranza, irrazionalità di massa, credenze varie.</strong> Dedicherò un capitolo a questo tema, perché sono fra coloro che ritengono esso abbia giocato e giochi un ruolo. L'executive summary, in due parti, è relativamente semplice. Il fenomeno è generalizzabile all'intero mondo "Occidentale", anche se con intensità diverse. Quindi dobbiamo chiederci quali fenomeni culturali, comuni all'intero Occidente, portino all'emergere, in forma nuova, di vecchi irrazionalismi. In Italia mi pare che la cosa acquisti una virulenza particolare ed investa aree che altrove sono sino ad ora rimaste immuni. Quindi occorre anche chiedersi cosa vi sia, di particolare, nella cultura e nel sistema educativo italiano che ci distingue dal resto. Ma la semplice "ignoranza" non risolve nulla: c'era anche 50 o 70 anni fa ed era molto peggiore. Quindi non può essere semplicemente una questione di "ignoranza" (almeno in livello assoluto, questa è diminuita ovunque, anche se in Italia più lentamente che altrove) né di crescita del numero di idioti (ogni misura di QI che io conosca è stabile o si è spostata leggermente a destra). La questione, a mio avviso, sta&nbsp;nel rapporto&nbsp;(i) fra complessità del sistema e capacità di comprenderne il funzionamento (fenomeno generalizzato all'intero Occidente) e (ii) fra tipologia delle conoscenze mediamente acquisite e loro adeguatezza alla comprensione dei processi in corso (qui l'Italia è vittima del suo essere tutt'ora preda d'una cultura funzionalmente inutile e distorcente, <a href="http://noisefromamerika.org/articolo/aboliamo-classico" target="_blank">quella che altrove ho chiamato la cultura del classico</a>).&nbsp;<br> <br> <strong>- Il ruolo dei social e della rete in genere. </strong>Credo si tratti di un fattore che ha effettivamente giocato un ruolo importante, se non altro perché la velocità con cui certe opinioni o visioni o finti fatti vengono condivisi crea, o non crea, fenomeni sociali. Se la notizia che potrebbe creare panico ci mette due mesi a diffondersi, il panico non si crea. Se ci mette 6 ore il panico si crea e questo ha conseguenze. Ma, di nuovo, il fenomeno è mondiale e, da questo punto di vista, non vedo niente di particolare in Italia. Quindi ci torniamo riflettendo su democrazia rappresentativa nell'era dell'informazione prodotta in modo diffuso, perché il problema è tanto tedesco quanto italiano o giapponese.</p>
<p><strong>- Nord-Sud e l'Italia da disfare per rifarla federalista.</strong> Uno dei temi a cui intendo dedicare seria attenzione è quello del come son stati fatti gli italiani, ovvero di come venne costruita (a partire da Crispi ma soprattutto con la Prima Guerra Mondiale e poi con il regime fascista) la "nazione italiana". L'Italia unita del 1860-70 venne inventata da (parte delle) elite italiane (e franco-inglesi) del XIX secolo perché conveniva loro politicamente. L'argomento "economicista/marxistoide" della necessità di costruire un mercato nazionale per rendere possibile lo sviluppo economico del nord Italia, mi è sempre sembrato una cazzata anche quando l'economia non la sapevo; ora ancor di più. L'idea di una "nazione italiana" fu un'idea tutta politica e di potere, perseguita da alcuni gruppi sociali del nord e dalla monarchia sabauda. Venne poi fatta propria da tutte le elite locali che imitarono la siciliana e campana le quali, a partire da Crispi, fecero dell'amministrazione centrale dello stato italiano un proprio feudo. Quanto ne è risultato, 150+ anni dopo, è una specie di <em>anomalous&nbsp;state/nation</em> che andrebbe disfatto per ricucirlo altrimenti, su base federale, all'interno di una Europa federale. Anche se questo non è oggi possibile, credo sia meglio aver ben presente questa irrisolvibile tensione di fondo per capire cosa ci sia di fattibile affinché l'entità nazionale così costruita non continui nel suo confuso declino.&nbsp;</p>
<p>- <strong>Carattere nazionale vs istituzioni.</strong>&nbsp;Potrebbe essere che tutto il mio discorrere sul carattere nazionale, sulla cultura ed il sistema d'interessi delle elite italiane sia solo il frutto di una grande, eccessiva, confusione. Ovvero, potrebbe essere che non vi sia alcuna particolarità culturale o socio-economica nazionale che ci differenzia dal resto dell'Europa avanzata e che le particolari dinamiche politiche italiane degli ultimi 40 anni siano il frutto, semplicemente, di un sistema istituzionale (costituzione + sistema elettorale + sistema dei partiti) particolarmente e sfortunatamente distorto. È una tesi diffusa, che io fondamentalmente non condivido. Ho già espresso la mia opinione sul tema in precedenti occasioni (recentemente <a href="http://noisefromamerika.org/articolo/referendum-costituzionale-mie-ragioni-votare-no" target="_blank">qui</a>) ma era comunque mia intenzione farci un'ulteriore riflessione proprio alla luce degli eventi occorsi dal referendum istituzionale del 2016 ad oggi. Altro capitolo.&nbsp;</p>
<p><strong>- Lo spiraglio, ovvero cosa ci avrebbe permesso d'evitare questa fine.</strong> Tante cose, a dire il vero. O nessuna: come sappiamo rifare la storia del mondo a botte di controfattuali dà la stessa soddisfazione che andare al cinema per vedere i film di Hollywood dove i buoni vincono sempre ed in modo assolutamente improbabile. Però è vero che, concretamente, uno spiraglio economico non minuscolo ed un'opportunità politica sostanziale, si crearono dopo la crisi del 1992 e soprattutto con la vittoria dell'Ulivo nel 1996. Ma le classi dirigenti italiane non ebbero alcuna capacità di approfittarne e di indicare al paese, con coraggio, la strada delle riforme per entrare nell'euro da leader, a cominciare dal mondo imprenditoriale che continuò a chiedere sconti e favori invece di chiedere coraggio e grandi, radicali, riforme. Le colpe della sinistra, in questa istanza, son maggiori di quelle della destra per la semplice ragione che al governo c'era la sinistra e, soprattutto, perché quel vanitoso idiota di D'Alema ed i suoi soci non capirono un cazzo e persero anni da un lato a cercare di "circuire" BS (che invece andava ignorato e battuto sul terreno dell'azione politica concreta) e dall'altro a cercare di fare le scarpe a Prodi per acquisire il potere. Il governo D'Alema fu un esercizio in futilità e grandeur da straccioni, mentre quello di Amato lo schifo che solo uno come Amato può produrre. Ovviamente poi ritornò BS, in compagnia di Tremonti, e lo spiraglio si chiuse.&nbsp;</p>
<p><strong>- Quanto grande è stato lo spostamento degli elettori? Reversibile o no?</strong> Non lo so ed ammetto che questi articoli siano il frutto di una scommessa intellettuale. Io vedo questo voto, e le tendenze dell'elettorato che si sono ulteriormente manifestate nei cinque mesi seguenti, come il punto d'arrivo di un processo di <em>regression to the historical mean</em> di un paese per il quale il primo dopoguerra (1946-1970, più o meno) fu un grande shock che lo fece deviare (in meglio) dal sentiero intrapreso un secolo prima. Esaurito quello shock positivo, sono progressivamente emersi i caratteri nazionali di lungo periodo che definiscono il rapporto fra "classi dirigenti" e "popolo" che ho provato a <a href="http://noisefromamerika.org/articolo/governo-rosso-brunato-ii" target="_blank">descrivere qui</a>. Lo shock positivo si esaurì sia perché andò scomparendo quella (eccezionale) classe dirigente politica che aveva guidato il paese dal 1946 alla fine degli anni '60, sia perché il mondo continuava a cambiare e le classi dirigenti italiane erano incapaci, senza "pressioni esterne", di comprenderlo prima ancora che di gestirlo, e probabilmente nemmeno ne vedevano il vantaggio. Questa incapacità di adattamento e di evoluzione ha causato il declino e la generalizzata corruzione che conosciamo; da essi il risentimento verso quelle classi dirigenti ed il (ri)sorgere di una identità nazionale "sopita ed antica" che chiede d'avere un ruolo del mondo rifiutandosi di accettarne le regole. Perché nessuno gliele ha insegnate.&nbsp;</p>
<p>Ed infine:&nbsp;</p>
<p><strong>- Ma è colpa del popolo o è colpa delle elite?</strong> Tema annoso, in un certo senso sciocco - nel cercare di capire cosa guidi la storia di un paese mettersi a dare "colpe" a gruppi composti da milioni di persone, raccolte in collettivi che alla fine hanno confini incerti, tende a far degradare la qualità della discussione - ma nondimeno politicamente cogente perché, a seconda di dove penda l'angolo della bilancia, ne segue che l'attività politica abbia o non abbia un senso se intrapresa in una direzione o in un'altra. Ma questa riflessione vorrei lasciarla davvero per ultima, anche perché non son certo di avere delle cose rilevanti da dire.&nbsp;<br> &nbsp;</p>]]></content:encoded>
                        
                            
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                        <pubDate>Sat, 04 Aug 2018 18:56:00 +0000</pubDate>
                        <title>Il governo rosso-brunato. II</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/governo-rosso-brunato-ii</link>
                        <description>Hanno vinto il 4 marzo e sono al governo per stare assieme quanto più a lungo possibile, ok. Ma: (i) come siamo arrivati a questo risultato, (ii) quali fattori hanno reso politicamente irrilevanti sia PD che FI (per non parlare di LeU), (iii) dov&#039;è oggi l&#039;opposizione al governo rosso-bruno? Vaste programme, lo so. Ci provo e scusatemi se riesco ad essere apodittico nonostante la lunghezza.&amp;nbsp;</description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>Per rispondere alle tre domande occorre ripercorrere almeno gli ultimi 27 anni (dal 1991, vedi sotto) di storia italiana. Pretesa ridicola, quindi ci provo. Prima il modello, poi le osservazioni e a seguito le argomentazioni a supporto della combinazione modello-dati da me scelta. Infine le conclusioni: questo è oggi un governo privo di opposizione politica e chi volesse costruirne una dovrà necessariamente passare sulle ceneri del PD e FI. No, non può essere Matteo Renzi o qualcuno dell'attuale dirigenza PD+FI+LeU.</p>
<p><strong>Il mio modellino - banalissimo&nbsp; - è il seguente.</strong></p><ul> 	<li>Da sempre (per quanto concerne questo articolo, dal 1946 ma, in realtà e come argomenterò in futuro, da quando uno stato chiamato "Italia" venne creato dai Savoia e dai Francesi nel 1860) per la stragrande maggioranza degli italiani lo schema interpretativo con cui si valutano le scelte politico-sociali è quello della contrapposizione fra una elite signorile/esclusiva/invidiata/remota/arbitraria/ladra/corrotta/incapace/elargitrice ed un popolo onesto e lavoratore, ma bisognoso (di elargizioni);</li> 	<li>Il rapporto del "popolo" con tale elite è bimodale. Le si richiedono elargizioni, favori, garanzie e prebende; finché questi arrivano le rimostranze verso l'elite medesima vengono mantenute nell'ambito privato, mentre in quello pubblico si favorisce quel membro dell'elite che massimizza la speranza individuale di prebende per se stessi e la piccola comunità con cui ci si identifica (paese, associazione professionale, parocchia, famiglia). Quando praticamente tutti i membri dell'elite fra cui si era adusi scegliere diventano incapaci di offrire favori, garanzie e prebende, si opera per spodestarli a favore di chiunque prometta favori, garanzie e prebende.</li> 	<li>Con mille dettagli e specificazioni (il PCI crebbe negli anni '70 perché sembrava essere in grado di offrire maggiori prebende che la DC, idem per il PSi di Craxi negli anni '80, eccetera) dal 1946 al 2011 circa (le avvisaglie per alcuni gruppi cominciarono ad arrivare già nel 1990-92) vi fu prima crescita reale (sino a circa i primi anni '80) e poi debito pubblico emissibile a sufficienza da permettere che alcune componenti delle elite promettessero credibilmente favori.&nbsp;</li> 	<li>A partire dal 1992 e, in crescendo, sino al 2011-12 è diventato chiaro a sempre più gruppi sociali o di interesse che non c'era più nulla da elargire, ben via crescita o ben via debito pubblico. A quel punto i medesimi gruppi si son messi alla ricerca di nuove elite di riferimento a cui chiedere prebende. Il M5S e la Lega si sono offerte e sono state credute. Gli altri sono stati abbandonati: non hanno ALCUNA chance di essere recuperati, non è mai successo.&nbsp;</li> </ul><p>Lo so che in questa storia mancano la guerra fredda, le lotte sindacali e studentesche anni 60-70, lo shock petrolifero, la caduta del regime sovietico, le stranezze delle regole costituzionali ed elettorali italiane, la questione meridionale (no, questa non manca, anzi è uno dei fondamenti storici del modellino ...), la globalizzazione, i fenomeni migratori, il cambiamento tecnologico, l'euro ed un paio di altre cose (tipo i social).</p>
<p>Ma queste cose (eccezion fatta per la questione meridionale che, come ho annunciato, nel modellino c'è solo che ne parlo un altro giorno) sono state condivise da più di una dozzina di altri paesi europei, incluse le strane regole costituzionali ed elettorali, e non sono specifiche dell'Italia. Ovviamente hanno contato e contano moltissimo e per questo il modellino è banale. Ma, al momento, mi sto interrogando su ciò che è specifico dell'Italia - piaccia o meno siamo l'unico grande paese occidentale con una solidissima maggioranza degli elettori che appoggia un governo rosso-brunato - e vorrei cercare di spiegarlo con elementi specificatamente italiani. A questo serve il modello. Se l'argomento regge fra qualche settimana, quando proverò a riflettere sul mondo occidentale più in generale, cercherò di mettere in campo anche queste cose, ok? Torniamo al modellino banalissimo, quindi.</p>
<p><strong>I fatti, ovvero perché è ovvio che oggi si identifichino "le elite nemiche del popolo" con il mondo del PD+FI.</strong></p>
<p>1) Da un lato, il PD è andato raccogliendo praticamente tutto il personale politico, sopravissuto a Mani Pulite, che aveva controllato (sino al 1994) il potere politico in Italia. Ci son davvero TUTTI, con l'eccezione di qualche ladro del PSI che, dopo averla scampata, è passato a FI. Dall'altro lato, il PD si è venuto creando (per stadi successivi: c'è una ovvia linea rossa che va dal PDS del 1991 al PD del 2008) durante gli anni in cui la fine della crescita e della capacità di generare altro debito avevano reso impossibile elargire prebende per far dimenticare la contrapposizione elite-popolo.</p>
<p>2) Non a caso, a partire dal fallimento dell'ultimo governo di BS (2008-11) anche costui ed il suo partito sono, di colpo, diventati parte delle elite nemiche del popolo: BS ed accoliti erano quella parte dell'elite "di riserva" che per circa 17 anni è riuscito a promettere (ed in parte elargire) prebende e favori, facendo infatti scempio delle finanze pubbliche. Non è un caso che il crollo del 2011 sia avvenuto proprio su questo nodo: BS, Tremonti e soci han cercato d'ignorare il vincolo del debito, per continuare a comprarsi voti, in una situazione in cui era diventato oggettivamente impossibile farlo. Ed i fatti li hanno travolti sotto forma dell'oramai celebre <em>spread</em>, non a caso il nemico (da allora e particolarmente oggi) di ogni politico che voglia elargire favori in cambio di voti.&nbsp;</p>
<p>3) L'attuale governo gode dell'appoggio di più del 60% dei potenziali elettori. Alle ultime elezioni ha ricevuto circa il 55% dei voti (includo Fd'I, il perché è ovvio). Sino a 5 anni fa questa stessa coalizione raccoglieva circa il 30%. Se facciamo il confronto con le europee del 2014 lo spostamento percentuale è persino maggiore (prossimo fatto). Durante questi anni è diventato palese a milioni di italiani che "qualcosa" che prima era sempre stato dato per garantito non c'era più.</p>
<p>4) Nella ricerca del qualcosa è naturale concentrarsi anzitutto sulla situazione economica: reddito, disoccupazione, crescita e quant'altro. Mi scuserete se non riporto i dati (sono facilmente rintracciabili partendo, per esempio, da <a href="https://it.tradingeconomics.com/italy/gdp-per-capita" target="_blank">qui</a>) ma tutti gli indicatori economici italiani sono andati malissimo dal 2008 in avanti (in realtà da molto prima, ma questo lo sostenevano praticamente solo i redattori di questo blog ...) ed hanno raggiunto un minimo attorno al 2014 (un anno prima per alcuni, un anno dopo per altri, perdonate l'approssimazione). Il 2014 è stato l'anno in cui (alle elezioni europee) PD+FI e satelliti han superato il 60%, mentre la futura coalizione rosso-brunata neache sommava il 30%! Da allora TUTTI gli indicatori economici sono migliorati; di poco ed alcuni di pochissimo, vero, ma il segno è +. Nonostante questo, meno di 4 anni dopo il rapporto di voti si è invertito e tra i 10 ed i 15 milioni di elettori hanno abbandonato le antiche elite per andarsene a trovare di nuove! Epocale.<br> <br> 5) Lo tsunami verificatosi il 4 marzo 2018 era in formazione, ed aveva generato temporali e monsoni, da più di 25 anni. Telegraficamente: crisi del 1992; Mani Pulite; sparizione di DC+PSI&amp;Co; emergenza Lega; vittorie BS basate su promesse mirabolanti; dodici cruciali anni (1996-2008) di opportunità per riformarsi, offerti dalla calma artificiale dell'euro e della great-moderation mondiale, buttati al vento nell'assoluto nulla o peggio; emergenza e crescita M5S; risultato M5S nel 2013. Nel mettere in fila questi eventi io ci vedo tre cose: (a) le elite storiche (Ulivo/PD) incapaci di riformare/rsi ed impantanate nella loro corruzione/privilegio, (b) le elite di riserva (FI/BS) dedite al brigantaggio politico ed al tentativo, fallito, di usare debito per elargire favori, (c) l'emergere, senza un piano ma per pura reazione istintiva, di un'opposizione di sistema: Lega+M5S. Basterebbero questi fatti, banali, a far capire non solo il 4 marzo ma anche il 5 marzo 2018: devono governare assieme perché sono loro oggi la cristalizzazione (per temporanea che sia) del movimento anti-sistema che delle elite incapaci, miserabili e financo brigantesche hanno alimentato dal 1992 in avanti.</p>
<p>6) I temi che da decenni dominano il dibattito pubblico italiano non sono quelli del merito, della crescita, della produttività, della globalizzazione, della scienza, del cambio tecnologico, della mobilità sociale, dell'educazione, eccetera. Per nulla: i temi dominanti sono quelli della corruzione, dello spreco, della casta, del paese tradito, del popolo abbandonato, dello stato che non attende ai cittadini ma è solo fonte di privilegi per i politici e di favori per il potentato economico, dei servizi pubblici che fanno schifo perché ci sono i "tagli alla spesa pubblica". I toni sono quelli della rivendicazione, della protesta, del dileggio e del totale cinismo: tutti ladri. Da decenni il discorso pubblico di massa si articola attorno ad alcune semplici contrapposizioni: (i) popolo vs casta politico-economica, (ii) onesti vs corrotti, (iii) tagli alla spesa pubblica vs privilegi delle elite, (iv) troppe tasse vs poca spesa.&nbsp;<br> <br> Tutto questo non è successo per caso: è successo perché le "elite storiche" che hanno fatto il PD hanno anche scelto di fare quanto elencato brevemente sopra e perché le "elite di riserva" di BS/FI hanno fatto ancora peggio, giocando alla roulette russa sul debito pubblico nel tentativo di comprare i voti necessari a far stare BS fuori dalla galera (obiettivo, questo e solo questo, raggiunto in pieno).&nbsp;<br> <br> <strong>Conclusione</strong></p>
<p>Pur avendo come fondamento "intellettuale" le quattro colonne ed il loro collante menzionati nell'<a href="http://noisefromamerika.org/articolo/governo-rosso-brunato" target="_blank">articolo precedente</a>, questo governo ha le proprie radici storicamente contingenti in un gigantesco atto di rabbia contro e rigetto delle elite esistenti. Il voto del 4 marzo è il punto di arrivo di un processo di cambio di regime (il riferimento è alla terminologia di <a href="https://www.ibs.it/storia-d-italia-crisi-di-libro-massimo-l-salvadori/e/9788815247131" target="_blank">Massimo L. Salvadori</a>, anche se la mia lettura dei meccanismi causali è diversa dalla sua ed io vedo tre e non quattro regimi dal 1860 ad oggi) iniziato nel 1991-93. Questa "insurrezione" si è venuta trasformando - a causa del contesto internazionale, ma su questo torneremo - in un tentativo di negare o bloccare processi in corso da quasi mezzo secolo a livello mondiale per paura di esserne travolti, essendo completamente incapaci di comprenderli prima ancora che di parteciparvi.</p>
<p>Due parole riassumono oggi l'atteggiamento mentale del 60-80% degli italiani:&nbsp;<strong>pessimismo e vendetta</strong>. Pessimismo sul proprio futuro e sulle proprie capacità di gestire positivamente quel che arriva dal resto del mondo; senso di inanità ed impotenza di fronte ad eventi e cambiamenti che appaiono troppo grandi per essere affrontabili. Desiderio di vendetta - motivato o immotivato esso sia, ed io propendo per la prima - diretto verso le elite (ovvero PD+FI) che raccolgono quanto ne rimane di coloro che hanno gestito il paese dagli anni '80 all'altro giorno.&nbsp;</p>
<p>Da questo segue quanto affermato in apertura: se mai dovesse emergere una classe dirigente alternativa a quella del nuovo regime rosso-brunato essa non potrà che emergere dalle ceneri di PD-FI.<br> &nbsp;</p>]]></content:encoded>
                        
                            
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                        <pubDate>Sun, 15 Jul 2018 18:51:23 +0000</pubDate>
                        <title>Il CETA e l&#039;Italia: uno sguardo ai fatti.</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/ceta-italia-sguardo-ai-fatti</link>
                        <description>Il 5 Luglio 2016 approdava in Commissione Europea la ratifica di un trattato commerciale con il Canada, chiamato comunemente CETA. È un accordo di tipo “globale”, ovvero non riguarda solo le merci, ma anche i servizi, come ad esempio quelli finanziari.&amp;nbsp;</description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;">La firma del 2016 era l'approdo di un negoziato terminato il 1° Agosto 2014 e reso pubblico il 26 Settembre del 2014. Esso sostituisce ed integra una serie di trattati già esistenti fra la UE e il Canada ed anche alcuni trattati bilaterali fra singoli stati UE e il Canada stesso: per effetto dell'entrata in vigore del CETA tutti gli accordi precedenti sono cancellati. In questa sede non entreremo nei dettagli dell'accordo, per chi vuole leggerlo <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:52016PC0444" target="_blank">qui</a> c'è il testo, che è davvero interessante, ma illustreremo un aspetto importante: le conseguenze di una eventuale mancata ratifica da parte del Parlamento Italiano, dopo che il governo precedente aveva espresso il proprio parere positivo rendendolo "temporaneamente" (in attesa di rattifica) effettivo.&nbsp;</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Cominciamo da un aspetto non di poco conto: chi ha firmato l'accordo. L'accordo è stato firmato dal Governo Canadese e dal Presidente della Commissione Europea, ovvero l'organo di “governo” dell'Unione Europea, ed è entrato in vigore nel 2017. Nella relazione accompagnatoria c'è un punto interessante relativo alla base giuridica:</p><blockquote><p>&nbsp;</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">“Il CETA persegue obiettivi identici ed ha essenzialmente gli stessi contenuti dell'accordo di libero scambio con Singapore (ALS/UE-S). La competenza dell'Unione è pertanto la stessa in entrambi i casi. Dati i dubbi emersi sulla portata e sulla natura della competenza dell'Unione a concludere l'ALS/UE-S, a luglio 2015, in forza dell'articolo 218, paragrafo 11, del TFUE, la Commissione ha sollecitato il parere della Corte di giustizia (causa A-2/15). In tale causa la Commissione ha sostenuto che l'Unione ha competenza esclusiva a concludere da sola l'ALS/UE-S e, in alternativa, che nei settori in cui la competenza dell'Unione non è esclusiva essa ha almeno competenza concorrente. Molti Stati membri hanno tuttavia espresso un parere diverso. Ciò considerato e per non ritardare la firma dell'accordo, la Commissione ha deciso di proporre la firma dell'accordo quale accordo misto. Ciò lascia tuttavia impregiudicato il parere espresso dalla Commissione nella causa A-2/15. Quando la Corte avrà emesso il proprio parere nella causa A-2/15, sarà necessario trarre le debite conclusioni.”</p>
<p>&nbsp;</p></blockquote><p style="margin-bottom: 0cm;">Ovvero: la Commissione ritiene di avere il potere di decidere autonomamente sui trattati internazionali globali; alcuni stati membri hanno l'opinione opposta e c'è già stata una causa davanti all'Alta Corte di Giustizia Europea, conclusasi nel febbraio del 2017. Nella sentenza finale l'Alta Corte di Giustizia Europea conclude che la Commissione Europea abbia il potere di firma, vincolante per tutti gli stati membri, di accordi globali con paesi non membri della UE.&nbsp;<a href="http://curia.europa.eu/juris/liste.jsf?num=C-2/15#" target="_blank">Qui</a> c'è la storia e le 129 pagine della sentenza (dovete seguire il percorso e scaricarvi il .pdf), ma <a href="http://rivista.eurojus.it/il-parere-215-della-corte-di-giustizia-sullaccordo-di-libero-scambio-ue-singapore-luci-e-ombre/" target="_blank">qui</a> c'è il commento e il sunto giuridico della questione.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Ma allora, se c'è il potere di firma della Commissione Europea e il Trattato è già in vigore, di che stiamo parlando ? Beh, nell'attesa della decisione dell'Alta Corte di Giustizia Europea, la Commissione aveva deciso di far entrare in vigore il CETA come <a href="http://www.consilium.europa.eu/it/policies/trade-policy/trade-agreements/" target="_blank">“accordo misto”</a>. L'accordo misto prevede la ratifica di tutti gli stati nazionali per entrare in vigore, questo perchè nell'accordo rientrano anche norme che sono definite “concorrenti” dal Trattato di Lisbona, l'attuale Costituzione Europea, ed anche l'Alta Corte di Giustizia in alcuni punti molto marginali della causa ALS 2/15 aveva riconosciuto che alcuni punti rimanevano dubbi.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Cosa potrebbe succedere al CETA se l'Italia non lo ratifica ? Che il CETA come accordo misto non avrebbe più valore, ma che la Commissione Europea potrebbe eliminare dall'accordo le norme (molto marginali) che lo rendono non un accordo esclusivo, ovvero "misto", by-passando in questa maniera tutta la trafila dell'approvazione degli stati membri. Alternativamente, si dovrebbe investire di nuovo l'Alta Corte di Giustizia Europea del problema (storicamente la Corte ha sempre dato torto agli stati membri che cercavano di sabotare accordi di libero scambio). Insomma urteremmo contro altri interessi, sia economici che politici, senza averne alcun vantaggio salvo la tutela del formaggio di capra aromatizzato alla mosca bianca di Roccacannuccia, che non avrebbe tutela in Canada con il CETA (e che non ce l'ha nemmeno oggi).</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Ovviamente ci sarebbe l'opzione nucleare: l'Italexit. A questo punto vale la pena avanzare il personale dubbio che la ratifica del CETA sia solo un escamotage per creare un ulteriore casus belli con l'Europa. Ne abbiamo visti a iosa in questi due mesi e la mancata ratifica del CETA si aggiungerebbe alla triste lista.&nbsp;</p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Da Vinci</category>
                            
                        
                        
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                        <pubDate>Fri, 22 Jun 2018 20:32:56 +0000</pubDate>
                        <title>Commenti di scuola alla &quot;geniale proposta&quot; per eliminare lo spread sul debito.</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/commenti-scuola-geniale-proposta-eliminare-lo-spread-sul-debito</link>
                        <description>Roberto Perotti ha pubblicato un riassunto autorizzato della proposta&amp;nbsp;annunciata da Milena Gabanelli a fine maggio. In un secondo articolo, Perotti spiega perché la &quot;proposta&quot; non potrebbe mai essere accettata in sede europea: consiste in un gigantesco trasferimento di ricchezza all&#039;Italia, in cambio di nulla. Avevamo già subdorato questo un mese fa (video1 e video2). Il mio obiettivo è più modesto: argomento che la proposta non esiste sul puro piano tecnico e logico. Si tratta solo di parole al vento, prive di coerenza ma utilissime per il pubblico ed i giornalisti dei talk show dove avrà, vedrete, un successo unico.&amp;nbsp;&amp;nbsp;</description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>Procederò commentando il testo autorizzato della proposta, che copio ed incollo dal primo articolo di Roberto Perotti.</p><blockquote><p>&nbsp;</p>
<p><br><em>La proposta prevede un accordo tra Italia e Germania così articolato:</em></p>
<p><em></em><em>1. Il debito pubblico (sia italiano che tedesco) ha una scadenza di 10 anni e man mano che matura viene rinnovato con la clausola di risk-sharing (“condivisione dei rischi”). Le clausole vietano la ridenominazione del debito in altra valuta e consentono il default dello Stato membro solo in pochi e definiti casi.</em></p>
<p>&nbsp;</p></blockquote><p>(1.1) Quali sono i casi? Non si dice. Ci pensi un attimo e ti rendi conto che questo basta per far capire che la "proposta" non esiste, son parole in libertà. Perché? Perché consiste nel dire che viene offerto un contratto di assicurazione che copre il danno che "certi eventi ben determinati" potrebbero causare. Però non vengono determinati gli eventi! E che diavolo di contratto assicurativo sarebbe? Pensateci, non ha senso alcuno, è un contratto vuoto. Ma andiamo avanti.</p>
<p>(1.2) Il default non è un atto volontario, per lo meno non lo è sempre. L'evidenza mostra che il default è una conseguenza non desiderata di certe situazioni nelle quali non puoi fare altro. Nel caso del debito: nessuno ti rifinanzia e non hai maniera di tassare i tuoi cittadini per ripagarlo. Fai default. Cosa voglia dire "autorizzare il default nei casi X, Y, Z" lo sanno solo gli estensori della proposta. C'è il default, che può o meno avvenire. Si tratta di valutare la probabilità che avvenga, una probabilità che varia nel tempo. Ma gli eventi in cui può avvenire non sono definiti, quindi la probabilità che avvengano è indeterminabile. Di nuovo, il contratto è vuoto.&nbsp;</p>
<p>(1.3) La parola "pochi" non vuol dir nulla: basta un solo evento, se è probabile! Non solo: la probabilità del default non è mai esogena, dipende dalle azioni che prendi tu e che prendono gli altri. E varia nel tempo, proprio perché dipende da azioni di tutti. Quindi, o&nbsp;ben questi casi indefiniti sono davvero puri atti di natura (terremoto di intensita X o maggiore) oppure dipendono da scelte delle parti. In questo caso non hai assicurato nulla perché se gli eventi che determinano il default sono endogeni puoi variarne la probabilità quando vuoi. E chi ti ferma? Ed il premio a che punto nel tempo lo stabilisci? Non si sa. <br><br>Queste mie osservazioni non sono profonde, sono banali e si apprendono al primo anno di ogni corso di economia. Implicano da sole che la cosidetta "proposta" non esiste, non è discutibile perché non definita. Altro non è che un gioco di parole. Ma andiamo avanti ancora.</p>
<p>C'è un dettaglio tecnico piuttosto cruciale: se nel primo anno rifinanzi con copertura assicurativa il 10% dello stock di debito, trasformi il rimanente 90% in debito subordinato. Detto altrimenti, lo declassi, lo rendi defaultable prima del debito di qualità, quello assicurato. Cosa succede, nel mondo reale, quando un debito in essere viene improvvisamente trasformato in debito subordinato? Sale lo spread sul debito declassato perché il rischio pre-esistente - che prima era distribuito su 100 unità di debito, è ora concentrato solo sulle 90 non assicurate. Si sono posti questa domanda gli estensori della proposta? A leggere la descrizione sembra proprio di no. Male, molto male.&nbsp;</p><blockquote><p>&nbsp;</p>
<p><em>2. Se l’Italia fa un default consentito sul debito garantito, l’MSE paga i possessori del debito italiano garantito attingendo al proprio capitale ed emettendo proprio debito ed interagendo se necessario per motivi di mercato con la BCE.</em></p>
<p><em>3. In cambio della garanzia definita dalla clausole di risk-sharing, l’Italia paga all’MSE un premio assicurativo di mercato.</em></p>
<p>&nbsp;</p></blockquote><p>Nella proposta si "assume" che la probabilità degli eventi "autorizzati" sia fissa ed immutabile. Viene stabilita (come e da chi non si dice, questa è cosa non da poco ma transeat ...) all'emissione del debito e rimane fissa per sempre. Essa determina il livello del premio assicurativo che il paese pagherebbe all'MSE. Basta pensarci un attimo per capire che è impossibile questo accada visto che con il passare del tempo sia l'Italia che gli altri paesi qualcosa faranno, qualche decisione di politica economica verrà presa, i soggetti privati qualche iniziativa la prenderanno e le probabilità degli eventi "autorizzati" cambieranno di conseguenza. Questo, per le ragioni articolate sopra, rende il contratto indefinito e la proposta inesistente. <br><br>E' utile pero' aggiungere in questo caso una domanda: se davvero fosse possibile determinare sin dall'inizio una probabilita' di default che niente puo' alterare, rendendo quindi un contratto assicurativo possibile, per quale ragione una cosa del genere l'Italia non la fa già da ora con un qualche consorzio di compagnie assicurative? E perché mai viene menzionata la BCE? Che c'entra?</p><blockquote><p>&nbsp;</p>
<p><em>4. La garanzia decade e l’MSE tiene i premi assicurativi versati dall’Italia sino a quel momento se: (i) l’Italia non rispetta le regole del fiscal compact modificate come descritto al punto 6 (ii) oppure fa un default non consentito dall’accordo.</em></p>
<p>&nbsp;</p></blockquote><p>Riflettiamo su questa step cruciale: chi decide se un default e' consentito o meno? Se era consentito lo vedi arrivare (la descrizione delle circostanze deve essere precisa abbastanza da impedire ogni dubbio o controversia ex-post) e se lo vedi arrivare ti scosti. Il default non arriva di colpo come l'incidente di macchina, si vede arrivare nel tempo e quindi hai tempo per scostarti. Ti scosti perché SE lo vedi arrivare ALLORA la sua probabilità è passata da 10% a 100% ed il meccanismo assicurativo è saltato già. Non è difficile: segue logicamente dall'ipotesi che si possano definire esattamente le circostanze in cui il default è "permesso".&nbsp; Non è per caso che, in teoria economica, ci spacchiamo la testa da decenni per riuscire a definire dei modelli anche solo minimamente trattabili di "rational default". Gli estensori della proposta geniale si sono inventati il "default deterministico predefinito". Viene da piangere.</p>
<p>Ancora: se ti scosti cerchi di disfarti del debito il quale si svaluterà nel mercato secondario. Ed ecco lo spread che ricompare, oltre ai casini inenarrabili sui mercati finanziari, legali e politici. Se questo accade quando (teoricamente e per amor d'argomento) il 90% debito in essere è già stato assicurato forse non succede il disastro (ma vedi paragrafo precedente) ma se succede ad un qualsiasi punto T durante i 10 anni di transizione, quando una percentuale sostanziale dello stock in essere NON è assicurato, cosa succede? Perché, ovviamente, se sta andando in default il debito assicurato lo stesso vale per il non-assicurato e quindi ...</p><blockquote><p>&nbsp;</p>
<p><em>5. Il debito assistito da queste clausole diviene titolo privo di rischio nell’ambito dell’area valutaria dell’euro. Il rifinanziamento del debito attraverso questa procedura si traduce per l’Italia in un notevole risparmio sulla spesa per interessi.</em></p>
<p>&nbsp;</p></blockquote><p>Qui il coniglio entra nel cappello. Le parole chiave sono "per interessi": quel che l'Italia risparmia in interessi lo spenderà, identico in valore presente atteso, nella forma di premio assicurativo. L'abbiamo spiegato cento volte, lo spiega il professore al primo corso di rischio e assicurazioni. E questi insistono come se l'assenza o la presenza di rischio si potesse legiferare, stabilire per decreto e non fosse una caratteristica "emergente" di un titolo di debito! Nessun risparmio, assolutamente nessuno. E nessuna eliminazione dello spread ma, semplicemente, ridenominazione dello spread! Ma non finisce qui.</p><blockquote><p>&nbsp;</p>
<p><em>6. Le regole dell’accordo fiscal compact vengono modificate per consentire un’extra-deficit pari ai premi assicurativi pagati all’MSE.</em></p>
<p><em>7. L’MSE emette obbligazioni sovranazionali per controvalore pari a quello dei premi ricevuti dall’Italia e utilizza i fondi così ottenuti per finanziare investimenti in Italia.</em></p>
<p>&nbsp;</p></blockquote><p>Su questo ha già detto Perotti ma devo sottolineare come sia di nuovo un gioco delle tre carte. Immaginatevi l'impresa che assicura la vostra casa: riceve i vostri premi, si indebita per uguale ammontare ed investe tutto nella vostra casa! L'elemento che mi interessa, qui, è dinamico: i premi assicurativi li finanziamo emettendo debito. Ricordate i vecchi dibattiti sulle traiettorie esplosive del debito quando si finanzia il pagamento degli interessi emettendo debito? I nostri eroi evidentemente non hanno mai letto neanche quelle banalità. Mi spiego: i premi sono endogeni ed alla crescita del debito/rischio cresce il loro ammontare. Notate che l'ammontare dei premi cresce per dure ragioni: perché ogni anno lo stock di debito assicurato cresce e perché cresce il debito in essere totale visto che ci si indebita per pagare i premi assicurativi. È banale scrivere le due equazioni che ti portano su una traiettoria esplosiva sotto condizioni del tutto realistiche: basta che il premio assicurativo sia, in % dello stock di debito, maggiore del tasso di crescita nominale del PIL. L'idea geniale è una macchina perfetta che conduce al default con probabilità uno.</p><blockquote><p>&nbsp;</p>
<p><em>8. La selezione e gestione dei progetti di investimenti saranno compito di un comitato fiscale europeo indipendente. La legge che disciplina gli appalti e il contenzioso è definita a livello europeo.</em></p>
<p><em>9. Nell’anno 10 il debito pubblico italiano e tedesco è assistito integralmente dalle clausole di risk-sharing e man mano che giunge a scadenza viene rifinanziato attraverso un Eurobond emesso direttamente dall’MSE e che prevede debiti condivisi tra Italia e Germania.</em></p>
<p><em>10. Coerentemente durante questo processo di conversione del debito pubblico garantito in Eurobond una parte crescente delle entrate fiscali di Italia e Germania sono trasferite direttamente all’MSE concordando un bilancio federale e la quota di politica di bilancio che si intende mantenere a livello nazionale.</em></p>
<p>&nbsp;</p></blockquote><p>Queste clausole finali raggiungono, scolasticamente parlando, livelli di comicità inattesa. Scordatevi la 8, tipica promessa vuota. Leggete la clausola 9: cosa vuol dire "debiti condivisi"? In che proporzione? In che forma e finanziati con quali risorse? Con quali poteri fiscali? E la 10? In due righe si fa finta di disegnare il trasferimento, surrettizio e&nbsp; tecnocratico, della sovranità fiscale italiana all'MSE. Ma non lo si dice esplicitamente! In altre parole: si tratterebbe di firmare un trattato internazionale che definisce il trasferimento di praticamente la totalità delle risorse fiscali italiane ad un qualche comitato (paritario? I tedeschi son 83 milioni, noi 60 ... se votiamo hanno la maggioranza loro) europeo.</p>
<p>In sostanza, la proposta non esiste e non vi e' nulla, in realta', da discutere. L'endogeneità del rischio e la sua variazione nel tempo rendono il contratto incompleto e completamente indefinito sin dall'inizio. Quindi non firmabile: non si firma cio' che non esiste perche' non e' minimamente definito. Ed il meccanismo di finanziamento dei premi garantisce il default con probabilità uno.</p>
<p>Non esiste alcuna proposta.&nbsp;Non era una cosa seria un mese fa quando venne annunciata da Milena Gabanelli ed ora che - grazie alla pressione delle decine di economisti che hanno denunciato il falso - qualcosa e' stato messo nero su bianco, lo è anche meno. Avrebbero fatto una figura migliore ad ammettere che la proposta non c'era, che erano solo vaghe idee d'origine politica. Invece no, han voluto pretendere d'aver inventato il moto perpetuo. L'ambizione politica acceca. <br><br>Finisco con una nota personale, meglio: professionale. La cosa triste è che gli estensori di questa robaccia vengano trattati, da chi orienta opinione pubblica italiana, come colleghi miei. Sceglietevi i dottor Dulcamara che più vi aggradano, ma almeno riconosceteli come tali.</p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Ex Kathedra</category>
                            
                        
                        
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                        <pubDate>Wed, 23 May 2018 18:03:24 +0000</pubDate>
                        <title>Giornate Fondazione i Cinquecento: Pesaro, 16-17 Giugno 2018</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/giornate-fondazione-cinquecento-pesaro-16-17-giugno-2018</link>
                        <description>La Fondazione i 500, in collaborazione con ViaItalia ha organizzato&amp;nbsp;per il 16-17 Giugno 2018 due giornate di dibattito attorno al tema L&#039;italia vuole e merita di più. Si&amp;nbsp;svolgeranno presso l&#039;Hotel Mercure-Cruiser, viale Trieste 281, Pesaro. Dalle 9:30 alle 17:30 di entrambi i giorni. Si parlera&#039; di: Impresa, Sistema sanitario, Conflitto inter-generazionale, Prospettive per l&#039;Italia
Registrazione gratuita ma obbligatoria qui. Sotto il&amp;nbsp; programma completo. Partecipate numerosi.</description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>(cliccare&nbsp;le&nbsp;immagini&nbsp;per ingrandirle)</p>
<p><a href="http://www.viaitalia.cloud/Immagini_Eventi/03_Determinazione-sito.jpg" target="_blank" rel="lightbox"><img src="http://www.viaitalia.cloud/Immagini_Eventi/03_Determinazione-sito.jpg" width="590"></a></p>
<p><a href="http://www.viaitalia.cloud/Immagini_Eventi/04_Sanit%C3%A0_2-Sito.jpg" target="_blank" rel="lightbox"><img src="http://www.viaitalia.cloud/Immagini_Eventi/04_Sanit%C3%A0_2-Sito.jpg" width="590"></a></p>
<p><a href="http://www.viaitalia.cloud/Immagini_Eventi/05_Conflitto_Sito.jpg" target="_blank" rel="lightbox"><img src="http://www.viaitalia.cloud/Immagini_Eventi/05_Conflitto_Sito.jpg" width="590"></a></p>
<p><a href="http://www.viaitalia.cloud/Immagini_Eventi/06_Prospettive-sito.jpg" target="_blank" rel="lightbox"><img src="http://www.viaitalia.cloud/Immagini_Eventi/06_Prospettive-sito.jpg" width="590"></a></p>]]></content:encoded>
                        
                            
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                                <category>Passaparola</category>
                            
                        
                        
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                        <pubDate>Thu, 17 May 2018 17:25:39 +0000</pubDate>
                        <title>Redemption of Public Debt by Central Banks. Implications</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/redemption-of-public-debt-by-central-banks-implications</link>
                        <description>The draft of a government program circulated&amp;nbsp;</description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p><br><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;theater#" target="_blank" class="_xlt _418x" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;+\u003C&quot;}"><em class="img sp_dLfo6ZLJrqP sx_453bbf"><span style="text-decoration: underline;">Close</span></em></a></p><div class="fbPhotoSnowliftContainer snowliftPayloadRoot uiContextualLayerParent" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;*F&quot;}"><div class="clearfix fbPhotoSnowliftPopup"><div class="stageWrapper lfloat _ohe"><div class="stage" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;E&quot;}"><div id="fbPhotoSnowliftTagBoxes" class="fbPhotosPhotoTagboxes tagContainer"><p>&nbsp;</p></div><div id="fbPhotoSnowliftComputerVisionInfo" class="_5bai"><p>&nbsp;</p></div><div class="_2-sx"><p><img 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href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;theater#" title="Previous" target="_blank" class="snowliftPager prev" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;+>&quot;}"><em></em></a><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;theater#" title="Next" target="_blank" class="snowliftPager next hilightPager" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;+=&quot;}"><em></em></a></p></div><div class="rhc photoUfiContainer pinnedUfi"><div id="fbPhotoSnowliftDetails" class="_3t09"><div class="rhcHeader"><p>&nbsp;</p></div><div class="rhcBody"><div class="uiScrollableArea rhcScroller _467y fade uiScrollableAreaWithShadow contentAfter"><div id="u_z_1" class="uiScrollableAreaWrap"><div class="uiScrollableAreaBody"><div class="uiScrollableAreaContent"><div id="fbPhotoSnowliftSnowliftBackButton"><p>&nbsp;</p></div><p><span></span></p><div class="clearfix fbPhotoSnowliftAuthorInfo _xlu"><div id="fbPhotoSnowliftAuthorPic" class="_xlv _8o _8r lfloat _ohe" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;\u003C&quot;}"><div class="_38vo"><p><img src="https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net/v/t1.0-1/c0.3.50.50/p50x50/320077_2174374911148_1715482272_n.jpg?_nc_cat=0&amp;oh=88afd6b31447bde9ed998c65c5620688&amp;oe=5B4F527D" alt class="_s0 _4ooo _5xib _5sq7 _44ma _rw img"></p></div></div><div class="clearfix _8u _42ef"><div id="fbPhotoSnowliftChevron" class="_5ob5 rfloat _ohf"><p>&nbsp;</p></div><div class="_6a"><div class="_6a _6b"><p>&nbsp;</p></div><div class="_6a _6b"><div id="fbPhotoSnowliftAuthorName" class="fbPhotoContributorName"><p><a href="https://www.facebook.com/gigi.bosco" target="_blank" class="_hli" data-hovercard="/ajax/hovercard/user.php?id=1000058524" data-hovercard-prefer-more-content-show="1">Gigi Bosco</a></p></div><div class="mrs fsm fwn fcg"><p>&nbsp;</p></div><p><span class="mrs fsm fwn fcg"><span class="mrs fsm fwn fcg"><span></span><span></span><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;theater#" target="_blank" id="u_fetchstream_1_3">https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;theater#</a><span></span><span><span><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;permPage=1" target="_blank" class="_39g5"><abbr class="timestamp livetimestamp" title="Thursday, May 17, 2018 at 3:27am" data-utime="1526545666" data-shorten="1"><span class="timestampContent">8 hrs</span></abbr></a>&nbsp;</span><span class="_3myd">·&nbsp;</span></span></span></span></p><div id="fbPhotoSnowliftAudienceSelector"><div class="mbs fbPhotosAudienceContainerNotEditable"><div class="_6a _29ee _3iio _43_1" data-hover="tooltip" data-tooltip-content="Shared with: Public"><p>&nbsp;</p></div><p>&nbsp;</p></div></div><div class="fsm fwn fcg"><p>&nbsp;</p></div><p><span></span><span></span></p></div></div></div></div><div class="_xlr"><p><span class="fbPhotosPhotoContext"></span><span class="fbPhotosPhotoCaption" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="fbPhotosPhotoCaption" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"></span></span></span></p><div id="id_5afdb8ddcd71d1e36612445" class="text_exposed_root"><p>Se un’alchimista finalmente riuscisse a trasformare a buon mercato l’aria in oro, la cosa migliore che potrebbe fare, per se stesso e per gli altri, sarebbe quella di tenere celata la notizia e godersi il vantaggio di poter avere una forma di reddito facile facile. Se rendesse pubblico e accessibile a tutti il procedimento, tornerebbe povero, perché il valore dell’oro diventerebbe vicino al valor<span class="text_exposed_hide">...</span><span class="text_exposed_hide">&nbsp;<span class="text_exposed_link"><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;theater#" target="_blank" class="see_more_link" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;e&quot;}"><span class="see_more_link_inner">See More</span></a></span></span></p></div><div id="fbPhotoSnowliftCTMButton"><p>&nbsp;</p></div><div id="fbPhotoSnowliftProductsTagList" class="pts fbPhotoProductsTagList"><p>&nbsp;</p></div><div id="fbPhotoSnowliftProductTags" class="fbPhotoProductTags"><p>&nbsp;</p></div><div id="fbPhotoSnowliftLegacyTagList" class="pts fbPhotoLegacyTagList"><p>&nbsp;</p></div><div id="fbPhotoSnowliftCallToActionButton" class="fbPhotosPhotoButtons"><p>&nbsp;</p></div><div id="fbPhotoSnowliftOwnerButtons" class="mvm fbPhotosPhotoOwnerButtons stat_elem"><p>&nbsp;</p></div><div id="fbPhotoSnowliftOriginalStory" class="_56lj"><p>&nbsp;</p></div></div><div id="fbPhotoSnowliftFundraiser"><p>&nbsp;</p></div><div id="fbPhotoSnowliftSendTip"><p>&nbsp;</p></div><div id="fbPhotoSnowliftViews" class="_4p3v"><p>&nbsp;</p></div><p>&lt;form id="u_z_2" class="fbPhotosSnowliftFeedbackForm commentable_item collapsible_comments" action="https://www.facebook.com/ajax/ufi/modify.php" method="post" data-ft="{&amp;quot;tn&amp;quot;:&amp;quot;]&amp;quot;}"&gt;</p><div id="fbPhotoSnowliftFeedback" class="fbPhotosSnowliftFeedback"><div class="fbPhotosSnowliftFeedback"><div class="_37uu _s_6 _sa_ _3-8r"><div><div class="_57w"><div class="_3399 _a7s _20h6 _610i _610j _125r clearfix _zw3"><div class="_524d"><div class="_42nr _1mtp"><div class="_khz _4sz1 _4rw5 _3wv2"><p><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;theater#" target="_blank" class="UFILikeLink _4x9- _4x9_ _48-k" data-testid="fb-ufi-likelink">Like</a><span class="accessible_elem" data-accessibilityid="virtual_cursor_trigger">Show more reactions</span></p></div><p><span class="_1mto"><span class="_6a _15-7 _3h-u _4k43"><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;theater#" title="Leave a comment" target="_blank" class="comment_link _5yxe" data-ft="{ &quot;tn&quot;: &quot;S&quot;, &quot;type&quot;: 24 }">Comment</a></span></span><span class="_1mto"><span class="_27de _4noj"><a href="https://www.facebook.com/ajax/sharer/?s=22&amp;appid=25554907596&amp;id=10213977188356035&amp;p[0]=1000058524&amp;p[1]=10213977188796046&amp;sharer_type=all_modes&amp;av=1110754890&amp;feedback_referrer=%2Fgigi.bosco%2Fposts%2F10213977188796046&amp;feedback_source=17" title="Send this to friends or post it on your timeline." target="_blank" class="share_action_link _5f9b" rel="dialog" data-ft="{ 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data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;R&quot;}"><div class="_3b-9"><div><div class="clearfix"><div class="_ohe lfloat"><p><a href="https://www.facebook.com/giorgio.finucci.7?fref=ufi" target="_self" class="UFICommentAuthorWithPresence img _8o _8s UFIImageBlockImage" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;T&quot;}" data-hovercard="/ajax/hovercard/hovercard.php?id=100005161746143&amp;extragetparams=%7B%22on_public_ufi%22%3Afalse%2C%22hc_location%22%3A%22ufi%22%7D"><img src="https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net/v/t1.0-1/p32x32/1376608_193592774156113_662737771_n.jpg?_nc_cat=0&amp;oh=df7a58f56ae851687ebc80e7adad713a&amp;oe=5B7FB90F" alt="Giorgio Finucci" class="img UFIActorImage _54ru img"></a></p></div><div><div class="UFIImageBlockContent _42ef"><div class="UFICommentContentBlock"><div class="UFICommentContent"><div class="_26f8"><div class="_10la _10lg"><p><span class=" UFICommentActorAndBody"><span><a href="https://www.facebook.com/giorgio.finucci.7?fref=ufi" target="_self" class=" UFICommentActorName" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;;&quot;}" data-hovercard="/ajax/hovercard/hovercard.php?id=100005161746143&amp;extragetparams=%7B%22is_public%22%3Afalse%2C%22hc_location%22%3A%22ufi%22%7D">Giorgio Finucci</a></span>&nbsp;<span><span><span data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="UFICommentBody _1n4g"><span><span>Ti seguo solo fino ad un certo punto. I paesi che hanno usato queste tecniche in Sudamerica e nell'est hanno visto inflazione i che hanno bruciato tutto. Certamente hanno bruciato anche il debito, ma non solo quello. Quindi la teoria monetaria ha dimos</span></span><span><span><span>trato la propria fondatezza, almeno in quei posti e cioè, semplificando, stampare per pagare ha dei limiti sulle cose da comprare....il secondo aspetto che non mi convince è che, comunque, come riporta anche 24 ore, la Bice diventerebbe insolvente....ergo il problema si sposterebbe oltre che nei bond italiani, su tutti quelli europei, perché non credo che sia possibile accettare il solo azzeramento del debito italiano...in effetti, come ho scritto sulla mia bacheca, già dal 2016 Borghi aveva avanzato la proposta ti azzerare tutti i debiti pubblici ricomprati da bce. Credo che sia utile sviluppare questo tipo di discussioni, credo che un governo di cambiamento debba obbligatoriamente verificare queste possibilità, ma credo anche che le soluzioni devono essere migliorative, se no non va bene. Concludo dicendo che per chi non ha niente, sarebbe una soluzione ottimale, perché brucia ricchezza solo a chi ce l'ha, ma per chi ha qualcosa, sarebbe un problema enorme. La politica serve a trovare compromessi e soluzioni che accontentino tutti e senza capitali, non c'è futuro per nessuno, poveri compresi. Insomma non vorrei che per odio o astio, ci si incamminasse verso un sentiero di disastro totale.</span></span></span></span></span></span></span></span></p><div class="_10lo _10lp"><div class="_3t53 UFICommentReactionsBling _4ar- _ipn"><p><span class="_3t54"><span class="_3emk _401_"><span class="_9zc _2p7a _4-op _3uet _4e-m"><em class="_3j7l _2p78 _9-- _hly"></em></span></span></span><span class="UFICommentLikeButton UFICommentLikedButton UFISutroLikeCount">1</span></p></div></div></div><p><span class="_36rj"><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;theater#" target="_blank" class="UFICommentCloseButton _1-be _xw0 _xw9 _5upp _42ft" data-testid="ufi_comment_close_button" data-hover="tooltip" data-tooltip-alignh="center" data-tooltip-content="Hide or embed this">Manage</a></span></p></div><p><span></span></p><div><p>&nbsp;</p></div></div><div class="fsm fwn fcg UFICommentActions"><div class="_khz _4sz1 _4rw5 _3wv2"><p><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;theater#" target="_blank" class="UFILikeLink UFIReactionLink UFILinkBright" data-testid="ufi_comment_like_link">Like</a></p></div><p><span>&nbsp;·&nbsp;</span><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;theater#" target="_blank" class="UFIReplyLink _460i">Reply</a><span>&nbsp;·&nbsp;</span><span><a href="https://www.facebook.com/gigi.bosco/posts/10213977188796046?comment_id=10213978221141854&amp;comment_tracking=%7B%22tn%22%3A%22R%22%7D" target="_blank" class="uiLinkSubtle" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;N&quot;}" data-testid="ufi_comment_timestamp"><abbr class="UFISutroCommentTimestamp livetimestamp" title="Thursday, May 17, 2018 at 7:54am" data-utime="1526561690" data-minimize="true" data-shorten="true">4h</abbr></a></span></p></div></div></div></div></div></div></div></div><div class=" UFIReplyList UFILastCommentComponent _2o9m"><div id="comment_js_js" class="UFIRow _48ph _48pi _4204 UFIComment _4oep" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;R&quot;}"><div class="_3b-9"><div><div class="clearfix"><div class="_ohe lfloat"><p><a href="https://www.facebook.com/gigi.bosco?fref=ufi" target="_self" class="UFICommentAuthorWithPresence img _8o _8s UFIImageBlockImage" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;T&quot;}" data-hovercard="/ajax/hovercard/hovercard.php?id=1000058524&amp;extragetparams=%7B%22on_public_ufi%22%3Afalse%2C%22hc_location%22%3A%22ufi%22%7D"><img src="https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net/v/t1.0-1/c0.1.24.24/p24x24/320077_2174374911148_1715482272_n.jpg?_nc_cat=0&amp;oh=c9b4016e68faba454ab39c02b79dc1c9&amp;oe=5B8E86A3" alt="Gigi Bosco" class="img UFIActorImage _54ru img"></a></p></div><div><div class="UFIImageBlockContent _42ef"><div class="UFICommentContentBlock"><div class="UFICommentContent"><div class="_26f8"><div class="_10la _10lg"><p><span class=" UFICommentActorAndBody"><span><a href="https://www.facebook.com/gigi.bosco?fref=ufi" target="_self" class=" UFICommentActorName" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;;&quot;}" data-hovercard="/ajax/hovercard/hovercard.php?id=1000058524&amp;extragetparams=%7B%22is_public%22%3Afalse%2C%22hc_location%22%3A%22ufi%22%7D">Gigi Bosco</a></span>&nbsp;<span><span><span data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="UFICommentBody _1n4g"><span><span>Giorgio non ti seguo granché. Come ho scritto non si risolvono i problemi di un paese semplicemente stampando moneta. Sarebbe troppo bello. Nemmeno io voglio andare in Sud America, almeno non per trovare l'iperinflazione.&nbsp;</span><br><span>Ribadisco due cose, secondo</span></span><span><span><span>&nbsp;me incontrovertibili.</span><br><br><span>a) Non avere autonomia monetaria rende meno sostenibile il debito pubblico; uno Stato che emette debito pubblico in valuta nazionale non può fallire per definizione. Che è cosa diversa dal dire che sia saggio spendere e spandere senza limiti.</span><br><br><span>b) La questione è tutta politica - non c'è niente di naturale o di matematico. Non è meteorologia, è politica.&nbsp;</span><br><br><span>Infatti l'unica obiezione è quella basata sul cd moral hazard. Se i governi si aspettassero che mamma ECB alla fine pagherà sempre i loro debiti, non avrebbero l'incentivo ad esser virtuosi.</span><br><span>Ma penso che la situazione sia così eccezionale che questa obiezione possa essere facilmente superata.</span><br><br><span>Ultima osservazione: le banche centrali non possono fallire.</span></span></span></span></span></span></span></span></p></div><p><span class="_36rj"><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;theater#" target="_blank" class="UFICommentCloseButton _1-be _xw0 _xw9 _5upp _42ft" data-testid="ufi_comment_close_button" data-hover="tooltip" data-tooltip-alignh="center" data-tooltip-content="Hide or embed this">Manage</a></span></p></div><p><span></span></p><div><p>&nbsp;</p></div></div><div class="fsm fwn fcg UFICommentActions"><div class="_khz _4sz1 _4rw5 _3wv2"><p><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;theater#" target="_blank" class="UFILikeLink UFIReactionLink" data-testid="ufi_reply_like_link">Like</a></p></div><p><span>&nbsp;·&nbsp;</span><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;theater#" target="_blank" class="UFIReplyLink _460i">Reply</a><span>&nbsp;·&nbsp;</span><span><a href="https://www.facebook.com/gigi.bosco/posts/10213977188796046?comment_id=10213978221141854&amp;reply_comment_id=10213978565390460&amp;comment_tracking=%7B%22tn%22%3A%22R%22%7D" target="_blank" class="uiLinkSubtle" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;N&quot;}" data-testid="ufi_comment_timestamp"><abbr class="UFISutroCommentTimestamp livetimestamp" title="Thursday, May 17, 2018 at 9:12am" data-utime="1526566378" data-minimize="true" data-shorten="true"><span class="timestampContent">3h</span></abbr></a><span>&nbsp;·&nbsp;</span><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;theater#" title="Show edit history" target="_blank" class="uiLinkSubtle" rel="dialog" data-hover="tooltip" data-tooltip-content="Show edit history">Edited</a></span></p></div></div></div></div></div></div></div></div><div id="comment_js_jt" class="UFIRow UFIComment _4oep UFIPartialBorder" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;R&quot;}"><div class="_3b-9"><div><div class="clearfix"><div class="_ohe lfloat"><p><a href="https://www.facebook.com/giorgio.finucci.7?fref=ufi" target="_self" class="UFICommentAuthorWithPresence img _8o _8s UFIImageBlockImage" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;T&quot;}" data-hovercard="/ajax/hovercard/hovercard.php?id=100005161746143&amp;extragetparams=%7B%22on_public_ufi%22%3Afalse%2C%22hc_location%22%3A%22ufi%22%7D"><img src="https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net/v/t1.0-1/p24x24/1376608_193592774156113_662737771_n.jpg?_nc_cat=0&amp;oh=055dbebdbe4ad77e0a0da3482584fe56&amp;oe=5B8BE1E4" alt="Giorgio Finucci" class="img UFIActorImage _54ru img"></a></p></div><div><div class="UFIImageBlockContent _42ef"><div class="UFICommentContentBlock"><div class="UFICommentContent"><div class="_26f8"><div class="_10la _10lg"><p><span class=" UFICommentActorAndBody"><span><a href="https://www.facebook.com/giorgio.finucci.7?fref=ufi" target="_self" class=" UFICommentActorName" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;;&quot;}" data-hovercard="/ajax/hovercard/hovercard.php?id=100005161746143&amp;extragetparams=%7B%22is_public%22%3Afalse%2C%22hc_location%22%3A%22ufi%22%7D">Giorgio Finucci</a></span>&nbsp;<span><span><span data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="UFICommentBody _1n4g"><span><span>Chiara la tua osservazione sub a), ed è quello che ho detto anch,io. Infatti in Sudamerica è successo questo, non sono fallite le banche centrali, ma la stampa di moneta ha asfaltato tutto e tutti....senza creare gran che è quelle banche centrali, avra</span></span><span class="_5uzb">...</span><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;theater#" target="_blank" class="_5v47 fss">See More</a></span></span></span></span></span></p></div><p><span class="_36rj"><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;theater#" target="_blank" class="UFICommentCloseButton _1-be _xw0 _xw9 _5upp _42ft" data-testid="ufi_comment_close_button" data-hover="tooltip" data-tooltip-alignh="center" data-tooltip-content="Hide or embed this">Manage</a></span></p></div><p><span></span></p><div><p>&nbsp;</p></div></div><div class="fsm fwn fcg UFICommentActions"><div class="_khz _4sz1 _4rw5 _3wv2"><p><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;theater#" target="_blank" class="UFILikeLink UFIReactionLink" data-testid="ufi_reply_like_link">Like</a></p></div><p><span>&nbsp;·&nbsp;</span><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;theater#" target="_blank" class="UFIReplyLink _460i">Reply</a><span>&nbsp;·&nbsp;</span><span><a href="https://www.facebook.com/gigi.bosco/posts/10213977188796046?comment_id=10213978221141854&amp;reply_comment_id=10213978836837246&amp;comment_tracking=%7B%22tn%22%3A%22R%22%7D" target="_blank" class="uiLinkSubtle" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;N&quot;}" data-testid="ufi_comment_timestamp"><abbr class="UFISutroCommentTimestamp livetimestamp" title="Thursday, May 17, 2018 at 10:19am" data-utime="1526570352" data-minimize="true" data-shorten="true">2h</abbr></a></span></p></div></div></div></div></div></div></div></div><div id="comment_js_329" class="UFIRow UFIComment _4oep UFIPartialBorder" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;R&quot;}"><div class="_3b-9"><div><div class="clearfix"><div class="_ohe lfloat"><p><a href="https://www.facebook.com/francescoaldo60?fref=ufi" target="_self" class="UFICommentAuthorWithPresence img _8o _8s UFIImageBlockImage" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;T&quot;}" data-hovercard="/ajax/hovercard/hovercard.php?id=1331814517&amp;extragetparams=%7B%22on_public_ufi%22%3Afalse%2C%22hc_location%22%3A%22ufi%22%7D"><img src="https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net/v/t1.0-1/p24x24/11822386_10208081928309276_6738377806799619343_n.jpg?_nc_cat=0&amp;oh=b45e1ea24b687c871ad1b881b7e962d0&amp;oe=5B78BBB8" alt="Francesco Aldo Tucci" class="img UFIActorImage _54ru img"></a></p></div><div><div class="UFIImageBlockContent _42ef"><div class="UFICommentContentBlock"><div class="UFICommentContent"><div class="_26f8"><div class="_10la _10lg"><p><span class=" UFICommentActorAndBody"><span><a href="https://www.facebook.com/francescoaldo60?fref=ufi" target="_self" class=" UFICommentActorName" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;;&quot;}" data-hovercard="/ajax/hovercard/hovercard.php?id=1331814517&amp;extragetparams=%7B%22is_public%22%3Afalse%2C%22hc_location%22%3A%22ufi%22%7D">Francesco Aldo Tucci</a></span>&nbsp;<span>"le banche centrali non possono fallire", i paesi sì.</span></span></p></div><p><span class="_36rj"><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;theater#" target="_blank" class="UFICommentCloseButton _1-be _xw0 _xw9 _5upp _42ft" data-testid="ufi_comment_close_button" data-hover="tooltip" data-tooltip-alignh="center" data-tooltip-content="Hide or embed this">Manage</a></span></p></div><p><span></span></p><div><p>&nbsp;</p></div></div><div class="fsm fwn fcg UFICommentActions"><div class="_khz _4sz1 _4rw5 _3wv2"><p><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;theater#" target="_blank" class="UFILikeLink UFIReactionLink" data-testid="ufi_reply_like_link">Like</a></p></div><p><span>&nbsp;·&nbsp;</span><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10213977188356035&amp;set=a.1165959901403.2027509.1000058524&amp;type=3&amp;theater#" target="_blank" class="UFIReplyLink _460i">Reply</a><span>&nbsp;·&nbsp;</span><span><a href="https://www.facebook.com/gigi.bosco/posts/10213977188796046?comment_id=10213978221141854&amp;reply_comment_id=10213979189086052&amp;comment_tracking=%7B%22tn%22%3A%22R%22%7D" target="_blank" class="uiLinkSubtle" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;N&quot;}" data-testid="ufi_comment_timestamp"><abbr class="UFISutroCommentTimestamp livetimestamp" title="Thursday, May 17, 2018 at 11:29am" data-utime="1526574592" data-minimize="true" data-shorten="true">55m</abbr></a></span></p></div></div></div></div></div></div></div></div><div id="comment_js_333" class="UFIRow UFILastComment UFIComment _4oep UFIPartialBorder UFIUnseenItem" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;R&quot;}"><div class="_3b-9"><div><div class="clearfix"><div class="_ohe lfloat"><p><a href="https://www.facebook.com/mboldrin?fref=ufi" target="_self" class="UFICommentAuthorWithPresence img _8o _8s UFIImageBlockImage" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;T&quot;}" data-hovercard="/ajax/hovercard/hovercard.php?id=1110754890&amp;extragetparams=%7B%22on_public_ufi%22%3Afalse%2C%22hc_location%22%3A%22ufi%22%7D"><img src="https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net/v/t1.0-1/p24x24/22549892_10213922256906473_5183695215522565578_n.jpg?_nc_cat=0&amp;oh=810599945044c712de0e2a6ffde3fad2&amp;oe=5B7DA1BB" alt="Michele Boldrin" class="img UFIActorImage _54ru img"></a></p></div><div><div class="UFIImageBlockContent _42ef"><div class="UFICommentContentBlock"><div class="UFICommentContent"><div class="_26f8"><div class="_10la _10lg"><p><span class=" UFICommentActorAndBody"><span><a href="https://www.facebook.com/mboldrin?fref=ufi" target="_self" class=" UFICommentActorName" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;;&quot;}" data-hovercard="/ajax/hovercard/hovercard.php?id=1110754890&amp;extragetparams=%7B%22is_public%22%3Afalse%2C%22hc_location%22%3A%22ufi%22%7D">Michele Boldrin</a></span>&nbsp;<span><span>Un altro con questa vuota affermazione secondo cui le banche centrali non possono fallire!</span><br><br><span>E' tanto vera quanto irrilevante.&nbsp;</span><br><br><span>Il fallimento corrisponde all'incapacita' di far fronte ai propri debiti espressi in termini NOMINALI. Poiche' la banca centrale ha il monopolio nella produzione della moneta in cui i contratti nominali, nel paese, sono definiti, la banca centrale non puo' fallire nominalmente SE tutte le sue posizioni debitorie sono denominate nella moneta di cui gode il monopolio.&nbsp;</span><br><br><span>Banalita' giuridica di alcuna rilevanza economica. Per due ragioni.</span><br><br><span>Se la banca centrale si finanzia in valuta estera puo' fallire quando finiscono le riserve in valuta estera. Pound 1992 anyone?</span><br><br><span>Ma, soprattutto, il non fallimento nominale di una banca centrale che abbia tutte le liabilities espresse in valuta del proprio paese puo' tranquillamente corrispondere ad un fallimento economico. Basta che il livello dei prezzi esploda e l'esposizione debitoria NOMINALE cresca senza limiti. La banca, nominalmente, non e' fallita ma, di fatto lo e' perche' quando stampa non vale nulla. E con la BC, fatto molto piu' rilevante, e' fallito il paese. Senza dover andare a Caracas per capirlo, bastano un paio di telefonate, oggigiorno, al mio amico Federico Sturzenegger ... provare per credere.</span></span></span></p></div></div></div></div></div></div></div></div></div></div></div></div></div></div></div></div></div><p>&lt;/form&gt;</p></div></div></div></div></div></div></div></div></div>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Ex Kathedra</category>
                            
                        
                        
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                        <pubDate>Sat, 12 May 2018 16:42:33 +0000</pubDate>
                        <title>Il governo rosso-brunato. I</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/governo-rosso-brunato</link>
                        <description>Riflessioni sui tempi che corrono. Partirò dalla contingenza politica italiana per poi allargare il campo d&#039;indagine anche oltre il presente e oltre l&#039;Italia. Esiste qualcosa che meriti &quot;fare&quot; o, invece, e&#039; più saggio sedersi sul monte a guardare come demografia, tecnologia e religione cambiano di nuovo l&#039;Occidente e il mondo? Questa è la domanda che mi pongo.</description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>Che il risultato elettorale dovesse essere quello che poi si è realizzato il 4 marzo e che la coalizione di governo più probabile fosse quella che poi si è formalizzata l'1 giugno scorso, l'avevo pre-detto ben prima delle elezioni. <a href="http://noisefromamerika.org/articolo/declino-populismo-votare-meno-peggio-danneggia" target="_blank">Qui</a>&nbsp;trovate una versione breve di quel ragionamento e <a href="http://blog.fondazioneicinquecento.org/la-scommessa-sul-tavolo-alle-elezioni-del-4-marzo-o-dellutilita-dello-spariglio-in-politica/" target="_blank">qui una più articolata</a>. La citazione non funge da auto-compiacimento (chi se loda se sbroda, diceva mia madre) ma offre al potenziale nuovo lettore argomenti di riferimento.&nbsp;</p>
<p>Le presenti riflessioni e quelle che, dovessi percepire l'interesse di chi legge, seguiranno vogliono essere una maniera, del tutto personale, per provare a capire lungo quali strade e attraverso quali scelte l'Italia in cui sono cresciuto (quella degli anni '50-'70) sia potuta evolversi nel paese attuale che, ingenuamente, mi sembra così diverso da quello che io "vedevo arrivare" quando divenni maggiorenne (era il 1974, per la cronaca). La conclusione, autobiografica, è che non avevo capito una beata minchia né della storia della nazione chiamata Italia, né di come i fenomeni sociali si evolvano, né, soprattutto, di come "struttura e sovrastruttura" (interessi materiali dei gruppi sociali esistenti e loro valori e modelli di vita) possano essere in equilibrio l'una con l'altra ed avere sia radici profonde che una grande resilienza a shock esterni. Ma questo è mettere il carro davanti ai buoi, quindi torno ai buoi.</p>
<p>Al momento, questo è solo un governo di proclami, annunci, dichiarazioni propagandistiche ed occupazione di poltrone. In due mesi di vita ed a quasi cinque mesi dal voto, di provvedimenti veri non ne abbiamo visti. Si è arrivati al ridicolo dei decreti di chiusura dei porti che, dopo essere stati annunciati, non sono mai stati perfezionati e ad un decreto c.d. "dignità" che viene continuamente alterato mentre questioni urgentissime (ILVA, Alitalia, TAV) rimangono sospese. Nessuna sorpresa: la previsione era, appunto, di un governo d'arraffatori di potere, redditi e prebende per se stessi, amici e familiari: l'operazione è ancora in corso e durerà a lungo. Faranno la "Finanziaria" perché bisogna e la faranno Tria ed i funzionari del Tesoro; dopo di che potrebbero aprirsi le danze, ma non è ovvio che succeda. Come non è ovvio che il tanto atteso "scontro" fra Salvini e Di Maio (scusate, Casaleggio Associati) debba avvenire rapidamente.&nbsp;<br> <br> Questo per due ragioni contingenti ed una terza, più profonda e duratura, che discuto dopo. La prima è che nessuno dei due ha un guadagno ovvio da una sfida elettorale diretta: potrebbero farsi male entrambi. Al momento hanno un appoggio attorno al 30% a testa. Il M5S sa di poter pescare nell'elettorato di sinistra del PD ed in LeU, anche se le sparate razziste qui non li aiutano. Hanno quasi fatto il pieno ed il 35-40% sarebbe possibile solo se convincessero buona parte degli astenuti "sfiduciati" che vale la pena votare M5S, cosa improbabile visto che ogni giorno che passa perdono credibilità come "rinnovatori". Questo implica che, anche se vincessero, non avrebbero una maggioranza forte abbastanza. Idem per Salvini che deve finire l'opera di assorbimento del circo Meloni e di ciò che resta di Forza Italia. Quest'ultimo lavoro richiede tempo perché finché BS ha il cervello semi-funzionante deve avere l'illusione di contare qualcosa. Se non conta politicamente più nulla vi sono due rischi: che dal mondo M5S e Lega partano vendette e che BS, frustrato, scateni i suoi media contro Salvini. Il quale non può correre questo rischio e sa, ben che vada, di avere anche lui un tetto attorno al 40% dei voti: non sufficiente per governare da solo. Rebus sic stantibus devono continuare a stare assieme facendo finta di fare la rivoluzone. Che gli va benissimo, perché acquisiscono supporto a botte di propaganda ed incamerano potere reale.&nbsp;</p>
<p>La seconda ragione per cui non possono correre a breve il rischio di nuove elezioni è che, se andasse bene a uno di loro, questi poi dovrebbe governare da solo. A quel punto la domanda di "azione riformatrice" per il vincitore finale sarebbe ben maggiore che ora. Si dà il caso che, per governare davvero, entrambi i partiti debbano affidarsi alla burocrazia ministeriale: né Lega né M5S sono in grado di esprimere, oggi o nel giro di un anno o due, una classe dirigente capace e competente. Poiché è palese che gli equilibri fra i nuovi arrivati ed il potere romano vero - dal Consiglio di Stato alle direzioni dei ministeri ai vertici di magistratura, esercito e polizia sino alle varie agenzie, per finire con CDP e Banca d'Italia - non è stato ancora raggiunto, occorre che ci lavorino e questo richiede tempo.&nbsp;È importante capire che nella storia d'Italia TUTTI i cambi di regime si sono accompagnati ad una lunga fase di "assestamento" nei rapporti fra il nuovo potere politico e quello burocratico at large. Non voglio entrare nei dettagli (rinvio agli studi sul tema, quelli di Guido Melis e Sabino Cassese in primis) ma la regola mi sembra ferrea e costoro sono di gran lunga i meno attrezzati per provare l'esperimento della "rivoluzione burocratica" tutta da soli. Troppo rischioso. Quindi, niente crisi di governo "endogene" per il momento. Su quelle "esogene" non mi pronuncio ma - questo è un suggerimento per quelli che ogni due giorni paventano crolli del debito - non conterei nemmeno su quello.&nbsp;<br> <br> Il punto, politicamente strategico, da capire è che le carte sono state date ed è uscita questa alleanza di governo; e non è uscita per caso. Certo, Salvini preferirebbe vedere riflesso in parlamento quel 30% di consensi che i sondaggi gli danno ma sa anche che è troppo rischioso provare ad ottenerlo ora e che, come i fatti provano, il 50,01% del potere nella coalizione ce l'ha già. Molti si scordano che i gruppi dirigenti della coalizione rosso-bruna sono giovani e, per loro stessa ammissione, intendono stare dove sono per decenni. Perché rischiare di buttar via tutto per la fretta di fare cash-in ora?</p>
<p>Stabilito questo veniamo al terzo punto, che vorrebbe essere il contributo di questo articolo: entrambe le parti stanno lavorando per una fusione dinamica dei due movimenti/partiti. Il <em>partito della nazione</em>, di cui vaneggiava Matteo Renzi, lo stanno costruendo la Casaleggio Associati e la Lega. Il tempo deciderà chi, negli attuali gruppi dirigenti, perderà di potere a seguito dell'amalgamento-fusione e chi, invece, ne acquisirà di ulteriore. Ma questo, al momento, mi sembra un tema sia secondario che indecidibile. Vediamo invece di capire perché questo governo rosso-bruno ha alte probabilità di diventare un regime rosso-bruno espressione di un nuovo partito della nazione italiana.</p>
<p>Questo governo nasce sotto il triplice segno del Nazionalismo ideologico ("prima gli italiani", "fermare l'invasione", "basta diktat da Bruxelles" ...), del Socialismo economico ("contro il mercato globale", "contro il neoliberismo", "più stato e più spesa" ...) e del Populismo politico ("uno vale uno", "noi siamo i difensori del popolo", "basta tecnici, decide il popolo" ....). Dopo due mesi di martellante propaganda non possono esserci, a questo riguardo, dubbi residuali.</p>
<p>Meno evidente il "Moralismo cattolico", che è invece sia ben presente che essenziale. Qui uso la parola "cattolico" in senso molto ristretto, con riferimento alla corrente dominante del cattolicesimo politico italiano, in particolare alla sua versione "Vaticano-CEI". Mi rendo conto che questo susciterà controversie ma per giustificarlo in dettaglio dovrei scrivere pagine e non ne ho voglia. Quindi mi prendo il lusso di procedere in modo apodittico e di affermare semplicemente che nel cattolicesimo politico italiano, nonostante le chiacchiere, il punto di vista dominante non è mai stato quello di Sturzo, bensì quello di Gedda. In ogni caso, il ruolo del moralismo cattolico lo si trova negli slogan sulla "onestà" personale dei nuovi eletti a fronte della corruzione dei loro predecessori, nei rosari e vangeli di Salvini, nel continuo appello ad una "difesa" dell'Italia cattolica dall'assalto nero o musulmano e, più generalmente, nel continuo apparire di migliaia di "cattolici veri" a teorizzare che le affermazioni di Bergoglio o di Famiglia Cristiana o di chiunque nella chiesa italiana si opponga alla loro ri-definizione di "cattolicesimo" ... costituisce un tradimento del medesimo.&nbsp;</p>
<p>Culturalmente più importanti, nella creazione di un nuovo regime guidato da un partito della nazione, sono due narrative fondamentali del cattolicesimo politico italiano. La prima, che ha le sue radici nella Controriforma, vaneggia il ritorno ad una condizione "rifondativa" in cui un popolo (omogeneo e privo di stratificazioni socio-culturali, mare di anime pure ed uguali) si affida alla guida, direzione e protezione dei suoi leader politici (che all'origine erano i preti ed i vescovi). La seconda narrativa, figlia della cosidetta "dottrina sociale della chiesa" vaneggia anch'essa di formule economiche nazionali specificamente italiane, capaci di rigettare sia il mercato che il collettivismo dei soviet a favore di una terza via in cui lo "stato buono" e le varie associazioni del "terzo settore" programmano e gestiscono il sistema economico nazionale. Da Leone XIII a Fanfani e Dossetti passando per l'IRI prima e CL dopo, questa costellazione di confuse "teorie economiche" costituisce, di fatto, la comune cultura economica sia del "popolo leghista" che di quello "pentastellato". I quali non sono apparsi ieri in Italia: vi risiedono da decenni e, prima, votavano DC , PCI, PSI ed MSI i quali, forse, poco avevano in comune ma la visione di una "economia sociale nazionale", quella ce l'avevano di certo.&nbsp;&nbsp;<br> <br> È l'esistenza di queste profonde e condivise fondamenta culturali (su quelle sociali ci torno un'altra volta) che mi ha prima indotto ad accettare che quanto accaduto tra il 4 marzo e l'1 giugno era oramai inevitabile (vedasi gli articoli menzionati all'inizio) e che mi fa oggi argomentare l'idea del partito nazione. Questo non implica che abbiano vinto e che il partito/regime della nazione sia cosa fatta. Implica che le grida isteriche che vedo in giro, tutte tese ad un "ribaltamento rapido" (le manovre di Mattarella, specialmente attorno al mandato Cottarelli, mi son sembrate pura follia) o alla creazione di un "fronte nazionale" (e ridaje!) a nulla servono se non a dar maggior forza al progetto rosso-bruno. Mi dispiace miei cari esponenti dell'opposizione che non esiste o aspiranti tali: questo è oggi il governo vero del popolo italiano, consapevolmente scelto e visto come tale da 6 o 7 elettori su 10. Fatevene una ragione anche perché non solo viene da lontano - ovvero da processi carsici che erano attivi prima dell'ultima guerra e si son rimessi in moto negli anni '70 - ma esso è anche e soprattutto figlio degenere delle vostre politiche e dei vostri comportamenti degli ultimi 40 anni.<br> <br> Ma questo è il tema della prossima riflessione. Per oggi mi fermo qui e riassumo. Questo governo durerà: tatticamente perché è nell'interesse diretto dei suoi leader e strategicamente perché ha dietro un progetto politico di regime ed una cultura condivisa.</p>
<p>Questa cultura è la "cultura politica degli italiani", quella che si è venuta formando da quando le elite italiane, seguendo l'invito di D'Azeglio, si misero all'opera per inventarsi il popolo italiano, che allora non esisteva proprio. Non è arrivata dal cielo questa visione del mondo condivisa dall'80-90% dei cittadini italiani. Essa è il frutto, certamente, della situazione esistente attorno al 1860-70 ma anche e soprattutto delle scelte politiche, economiche e culturali che le elite italiane, da allora sino all'altro giorno, hanno compiuto.&nbsp;Nazionalismo ideologico + Socialismo economico + Populismo politico + Moralismo cattolico sono le sue quattro colonne portanti, collegate tra loro dal mito che gli italiani siano il&nbsp; "popolo erede", al contempo, del mondo Classico e del Rinascimento.</p>
<p>Chi si chiede se esista un'alternativa al partito della nazione che si va formando, meglio s'interroghi su questi temi e non sullo spread che farà esplodere tutto. Perché anche - e sia mai - dovesse esplodere tutto a causa dello spread, dopo sarà politicamente e culturalmente anche peggio.</p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Qui è FLG</category>
                            
                        
                        
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                        <pubDate>Mon, 26 Mar 2018 07:21:44 +0000</pubDate>
                        <title>Quota 102, Quota 39 e 62</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/quota-102-quota-39-62</link>
                        <description>Abolire la riforma Fornero è il primo punto programmatico per Salvini. Con una sostanziale maggioranza parlamentare (Lega più Cinque Stelle) a favore di ritoccare il sistema pensionistico, la domanda non è cosa sia giusto o sbagliato fare, ma quale sarà l’impatto di un’inevitabile riforma. Forse il tutto non sarà poi così drastico.</description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>Premetto che sono contrario ad un aumento della spesa pensionistica, primo perché il bilancio previdenziale è già in rosso, e secondo perché questo tipo di spesa, per quanto si dica, non favorisce la crescita. D'altro canto, l’ulteriore costo pensionistico di circa 15 miliardi all’anno <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-02-01/pensioni-alt-fornero-costo-15-miliardi-primo-anno-210019.shtml?uuid=AErlH1sD&amp;refresh_ce=1" target="_blank">stimato da Tito Boeri</a>, presidente dell’INPS, mi sembra eccessivo e, in ogni caso, la riforma pensionistica che verrà da Lega e Cinque Stelle, forti del supporto popolare, è inevitabile. Ma forse, con leggere modifiche, non sarà del tutto insostenibile.</p>
<p>Questo articolo si suddivide in tre parti: i) in cosa consiste la riforma Fornero; ii) quale sarebbe l’idea di Salvini; iii) quale potrebbe essere una via di mezzo che soddisfi le promesse elettorali di Salvini e allo stesso tempo riduca l’impatto negativo sui conti pubblici.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">La riforma Fornero</span></strong></p>
<p>La riforma delle pensioni approvata dal governo Monti non era altro che una intensificazione delle riforme Sacconi introdotte dall’ultimo governo Berlusconi. Questo ulteriore tiro di cinghia era necessario per far fronte all’insostenibilità determinata dall’invecchiamento dei baby boomers che continua in parallelo alla mancata crescita del PIL. In estrema sintesi: l’età pensionabile è aumentata e, dal 2019, sarà portata a 67 anni. L’anno prossimo toccherà quindi alla classe del 1952, a meno che non si abbiano 43 anni di contributi, nel qual caso si potrà andare in pensione prima ma comunque a non meno di 63 anni. Si chiama pensione di <strong>vecchiaia</strong> se si va a 67 anni (con almeno 20 anni di contributi) e pensione <strong>anticipata</strong> (o di anzianità) se si va prima grazie ai 43 anni di contributi. La tabella sotto illustra a grandi linee le annate per la pensione anticipata secondo la legge Fornero, a partire dal 2019.</p>
<p>Tabella 1: Pensione anticipata anno 2019 secondo la legge Fornero (Quota 43)</p><table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0" class="contenttable">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>Anno di nascita</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>Età inizio lavoro</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>Anni di contributi</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>Età pensione 2019</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1952</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>24</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>43</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>67</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1953</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>23</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>43</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>66</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1954</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>22</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>43</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>65</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1955</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>21</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>43</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>64</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1956</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>20</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>43</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>63</p>
&nbsp;</td>
</tr>
</tbody>
</table><p><br>Ci sono alcuni arrotondamenti (per esempio ci vogliono 43 anni e 3 mesi) e delle eccezioni, ma grossomodo questo è lo schema delle regole di pensionabilità anticipata attuali. Per il resto, quelli nati nel 1952 potranno prendere la pensione di vecchiaia l’anno prossimo purché abbiano almeno 20 anni di contributi.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">L’intenzione di Salvini</span></strong></p>
<p>Lo slogan elettorale è stato “abolire la legge Fornero,” &nbsp;ma in realtà, entrando nello specifico, Salvini vuole introdurre “<a href="https://www.money.it/riforma-pensioni-quota-41-e-100-Centrodestra" target="_blank">Quota 100, Quota 41 e 61</a>.” Cosa vuol dire? Quota 41 vuol dire che gli anni di contributi necessari per avere la pensione anticipata saranno 41, anziché i 43 previsti dalla legge Fornero a partire dal 2019. 61 vuol dire che comunque bisogna avere come minimo 61 anni per ottenere la pensione anticipata, anziché i 63 anni previsti dalla legge Fornero. Quota 100 invece vuol sostituire i 67 anni per la pensione di vecchiaia con uno schema basato sulla somma dell’età e gli anni di contributi (si può andare in pensione a 66 anni con 34 anni di contributi, a 65 si va in pensione con 35 anni di contributi, eccetera fino a 61 dove ce ne vogliono 39 anni di contributi).</p>
<p>Leggendo questi numeri può sembrare che si vada tutti in pensione due anni prima, e quindi, dato che in quella fascia di età ci sono pressappoco 250 mila lavoratori per annata, ecco i 5-600 mila pensionati in più citati da <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-02-01/pensioni-alt-fornero-costo-15-miliardi-primo-anno-210019.shtml?uuid=AErlH1sD&amp;refresh_ce=1" target="_blank">Boeri nell’intervista al Sole</a>. In realtà ci sono degli accavallamenti e quanto proposto da Salvini non è per niente una abolizione della legge Fornero, ma una più costosa versione. Prendiamo prima l’effetto della Quota 41 per le pensioni anticipate. La seguente tabella illustra come cambierebbe l’entrata in pensione anticipata secondo l’intenzione di Salvini, supponendo che venga già effettuata per il 2019.</p>
<p>Tabella 2: Pensione anticipata anno 2019 secondo Salvini (Quota 41)</p><table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0" class="contenttable">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>Anno di nascita</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>Età inizio lavoro</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>Anni di contributi</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>Età pensione 2019</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1952</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>26</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>41</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>67</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1953</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>25</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>41</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>66</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1954</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>24</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>41</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>65</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1955</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>23</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>41</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>64</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1956</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>22</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>41</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>63</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1957</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>21</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>41</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>62</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1958</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>20</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>41</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>61</p>
&nbsp;</td>
</tr>
</tbody>
</table><p>&nbsp;</p>
<p>Ora, prendendo come esempio un lavoratore classe 1953, secondo la legge Fornero doveva aver iniziato a lavorare a 23 anni (nel 1976) per andare in pensione nel 2019. Secondo l’intenzione di Salvini, anche il suo coetaneo che ha iniziato a lavorare a 25 anni (nel 1978) può prendere la pensione anticipata nel 2019. Quindi, dei pressapoco 250 mila lavoratori classe 1953 tuttora impiegati, solo quelli che hanno iniziato a lavorare a 24 o 25 anni sono i fortunati baciati da Salvini. Stesso discorso per la classe del 1954: la Fornero prevede la pensione anticipata solo per quelli che iniziarono a 22 anni, e Salvini benedice anche quelli che iniziarono un anno o due più tardi.</p>
<p>Tabella 3: Differenza Salvini (Quota 41) da Fornero (Quota 43) sulla pensione anticipata</p><table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0" class="contenttable">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>Anno di nascita</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>Età inizio lavoro</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>Età pensione nel 2019</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1952</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>Nessun cambiamento</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>67</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1953</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>24-25 anni</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>66</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1954</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>23-24 anni</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>65</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1955</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>22-23 anni</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>64</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1956</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>21-22 anni</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>63</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1957</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>16-21 anni</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>62</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1958</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>16-20 anni</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>61</p>
&nbsp;</td>
</tr>
</tbody>
</table><p>&nbsp;</p>
<p>Di quante pensioni anticipate in più stiamo parlando? Purtroppo in assenza di dati dettagliati (sicuramente disponibili all’INPS) è difficile dire di preciso, ma prima di azzardare una stima a spanne è bene aggiungere anche l’impatto della Quota 100 sulle pensioni di vecchiaia. Per dire, la Quota 100 proposta da Salvini è molto maggiore della Quota 96 in vigore con la riforma Sacconi. Per questo Salvini non sta proponendo di tornare a Sacconi con un annullamento della legge Fornero, ma solo un addolcimento dell'attuale sistema. La tabella seguente illustra come questa Quota 100 influisce sulle pensioni di vecchiaia, e cioè l’età pensionabile anche senza i 41 anni di contributi.</p>
<p>Tabella 4: Pensione di vecchiaia anno 2019 secondo Salvini (Quota 100)</p><table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0" class="contenttable">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="106">&nbsp;
<p>Anno di nascita</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="112">&nbsp;
<p>Età inizio lavoro</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="124">&nbsp;
<p>Anni di contributi</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="130">&nbsp;
<p>Età pensione 2019</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="106">&nbsp;
<p>1952</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="112">&nbsp;
<p>34</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="124">&nbsp;
<p>33</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="130">&nbsp;
<p>67</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="106">&nbsp;
<p>1953</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="112">&nbsp;
<p>32</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="124">&nbsp;
<p>34</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="130">&nbsp;
<p>66</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="106">&nbsp;
<p>1954</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="112">&nbsp;
<p>30</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="124">&nbsp;
<p>35</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="130">&nbsp;
<p>65</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="106">&nbsp;
<p>1955</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="112">&nbsp;
<p>28</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="124">&nbsp;
<p>36</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="130">&nbsp;
<p>64</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="106">&nbsp;
<p>1956</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="112">&nbsp;
<p>26</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="124">&nbsp;
<p>37</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="130">&nbsp;
<p>63</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="106">&nbsp;
<p>1957</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="112">&nbsp;
<p>24</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="124">&nbsp;
<p>38</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="130">&nbsp;
<p>62</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="106">&nbsp;
<p>1958</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="112">&nbsp;
<p>22</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="124">&nbsp;
<p>39</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="130">&nbsp;
<p>61</p>
&nbsp;</td>
</tr>
</tbody>
</table><p>&nbsp;</p>
<p>Come si può notare la Quota 100 per la pensione di vecchiaia proposta da Salvini fagocita la Quota 41 per la pensione anticipata proposta da... Salvini. C’è un completo accavallamento tra le due proposte. Per esempio, per la classe 1958, la Quota 41 dice che è possibile avere la pensione anticipata con 41 anni di contributi. Ma per la stessa classe la Quota 100 dice che è possibile avere la pensione di vecchiaia con solo 39 anni di contributi. In sintesi, per vedere quanti pensionati in più produrrebbe Salvini basta basarsi sulla Quota 100 per la pensione di vecchiaia. La seguente tabella illustra le differenze tra Salvini e Fornero per pensione di vecchiaia (con pensione anticipata accavallata dentro).</p>
<p>Tabella 5: Differenza Salvini (Quota 100) da Fornero (minimo 67 anni) sulla pensione di vecchiaia</p><table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0" class="contenttable">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>Anno di nascita</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="144">&nbsp;
<p>Età inizio lavoro</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>Età pensione nel 2019</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1952</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="144">&nbsp;
<p>Nessun cambiamento</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>67</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1953</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="144">&nbsp;
<p>24-32 anni</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>66</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1954</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="144">&nbsp;
<p>23-30 anni</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>65</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1955</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="144">&nbsp;
<p>22-28 anni</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>64</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1956</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="144">&nbsp;
<p>21-26 anni</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>63</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1957</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="144">&nbsp;
<p>16-24 anni</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>62</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1958</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="144">&nbsp;
<p>16-22 anni</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>61</p>
&nbsp;</td>
</tr>
</tbody>
</table><p>&nbsp;</p>
<p>La tabella 5 illustra quanti pensionati in più ci sarebbero nel 2019 per classe di età secondo le intenzioni di Salvini. Esattamente, dei 250 mila lavoratori classe 1953, quanti hanno iniziato a lavorare tra i 24 e 32 anni? La maggior parte? Questi potranno usufruire della pensione anticipata grazie a Salvini. Dei 250 mila lavoratori della classe 1954, quelli che hanno iniziato a lavorare tra 23 e 30 anni potranno beneficiare da un ritocco alle pensioni di Salvini. E così via fino a quelli del 1958. Adesso è molto più ampia la forchetta di lavoratori per ogni classe avvantaggiati da Salvini, e la stima di Boeri di 5-600 mila pensionati in più pare quasi troppo contenuta.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">La proposta di mezzo: Quota 102, Quota 39 e 62</span></strong></p>
<p>Se la promessa elettorale di Salvini comporta 15 miliardi di spesa pensionistica in più all’anno (effettivamente troppo), un piccolo ritocco dimezzerebbe il numero di pensionati in più. Per esempio, anziché Quota 100 basterebbe controbattere con Quota 102 per la pensione di vecchiaia, e, perché no, Quota 39 per la pensione anticipata anziché Quota 41 (tanto si accavalla dentro quell’altra e non cambia niente, ma fa generoso), e come via di mezzo 62 come minimo di età. Le seguenti tabelle illustrano questa nuova proposta come via di mezzo.</p>
<p>Tabella 6: Pensione anticipata anno 2019 “proposta di mezzo” (Quota 39)</p><table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0" class="contenttable">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>Anno di nascita</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>Età inizio lavoro</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>Anni di contributi</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>Età pensione 2019</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1952</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>28</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>39</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>67</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1953</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>27</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>39</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>66</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1954</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>26</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>39</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>65</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1955</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>25</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>39</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>64</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1956</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>24</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>39</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>63</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1957</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>23</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>39</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>62</p>
&nbsp;</td>
</tr>
</tbody>
</table><p>&nbsp;</p>
<p>Tabella 7: Pensione di vecchiaia anno 2019 “proposta di mezzo” (Quota 102)</p><table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0" class="contenttable">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="106">&nbsp;
<p>Anno di nascita</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="112">&nbsp;
<p>Età inizio lavoro</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="124">&nbsp;
<p>Anni di contributi</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="130">&nbsp;
<p>Età pensione 2019</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="106">&nbsp;
<p>1952</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="112">&nbsp;
<p>32</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="124">&nbsp;
<p>35</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="130">&nbsp;
<p>67</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="106">&nbsp;
<p>1953</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="112">&nbsp;
<p>30</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="124">&nbsp;
<p>36</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="130">&nbsp;
<p>66</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="106">&nbsp;
<p>1954</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="112">&nbsp;
<p>28</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="124">&nbsp;
<p>37</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="130">&nbsp;
<p>65</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="106">&nbsp;
<p>1955</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="112">&nbsp;
<p>26</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="124">&nbsp;
<p>38</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="130">&nbsp;
<p>64</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="106">&nbsp;
<p>1956</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="112">&nbsp;
<p>24</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="124">&nbsp;
<p>39</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="130">&nbsp;
<p>63</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="106">&nbsp;
<p>1957</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="112">&nbsp;
<p>22</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="124">&nbsp;
<p>40</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="130">&nbsp;
<p>62</p>
&nbsp;</td>
</tr>
</tbody>
</table><p>&nbsp;</p>
<p>Tabella 8: Differenza “proposta di mezzo” (Quota 102) da Fornero (minimo 67 anni)</p><table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0" class="contenttable">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>Anno di nascita</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="144">&nbsp;
<p>Età inizio lavoro</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>Età pensione nel 2019</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1952</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="144">&nbsp;
<p>Nessun cambiamento</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>67</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1953</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="144">&nbsp;
<p>24-30 anni</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>66</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1954</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="144">&nbsp;
<p>23-28 anni</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>65</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1955</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="144">&nbsp;
<p>22-26 anni</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>64</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1956</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="144">&nbsp;
<p>21-24 anni</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>63</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1957</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="144">&nbsp;
<p>16-23 anni</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>62</p>
&nbsp;</td>
</tr>
</tbody>
</table><p>&nbsp;</p>
<p>Paragonando la tabella 8 con la tabella 5 vediamo che la forchetta per ogni classe di età di lavoratori agevolati rispetto alla legge Fornero è diminuita. Per esempio, per la classe 1953 la legge Fornero prevede la pensione a 66 anni solo per chi ha iniziato a lavorare a 23 anni e ha 43 anni di contributi. Questa via di mezzo concederebbe la pensione a 66 anni anche a chi ha iniziato a lavorare dai 24 ai 30 anni. Ma stiamo parlando comunque di 36 a 42 anni di contributi. Non avendo i dati disaggregati dell’INPS non è possibile calcolare esattamente il costo di questa proposta di mezzo, ma non mi sorprenderei se i pensionati aggiuntivi fossero solo 2-300 mila, rispetto ai 5-600 mila stimati da Boeri su quanto proposto da Salvini. Il costo sui conti pubblici sarebbe quindi molto probabilmente ben al di sotto dei 10 miliardi annui, anziché i 15 miliardi della versione Q100, Q41 e 61 di Salvini. Se pensiamo che in media una pensione costa allo stato 15 mila euro annui, 2-300 mila pensioni in più costerebbero dai 3 ai 5 miliardi in più allo stato. Non è consigliabile, ma data la volontà espressa alle elezioni, questa sarebbe una cifra più trattabile che allo stesso tempo concede un minimo di flessibilità per i più anziani con oltre i 36 anni di contributi.</p>
<p><strong>E gli anni successivi?</strong></p>
<p>Una critica a questo tipo di ritocco alla legge Fornero è che l’impatto sarà permanente anche per gli anni venturi. Ogni pensione anticipata in più sarà a carico dello stato anno dopo anno, con sempre più pensioni aggiuntive negli anni successivi. In realtà ci sarà un boom di pensioni aggiuntive nel 2019 (ipotetico anno di attuazione riforma), ma un ridimensionamento negli anni successivi. Questo perché il primo anno (2019) quelli che non hanno i 43 anni di contributi previsti dalla legge Fornero, ma ne hanno 42, 41, 40 e 39, ora potranno anche loro avere la pensione anticipata. Ma l’anno dopo (2020) non ci saranno ulteriori pensioni anticipate con 42, 41, e 40 anni di contributi, perché questi saranno andati in pensione già nel 2019. Le seguenti tabelle illustrano la situazione delle pensioni anticipate nel 2020 con la legge Fornero, con la riforma proposta e la differenza.</p>
<p>Tabella 9: Pensione anticipata anno 2020 secondo la legge Fornero (Quota 43)</p><table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0" class="contenttable">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>Anno di nascita</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>Età inizio lavoro</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>Anni di contributi</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>Età pensione 2020</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1953</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>24</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>43</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>67</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1954</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>23</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>43</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>66</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1955</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>22</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>43</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>65</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1956</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>21</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>43</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>64</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1957</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>20</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>43</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>63</p>
&nbsp;</td>
</tr>
</tbody>
</table><p>&nbsp;</p>
<p>Tabella 10: Pensione anticipata anno 2020 “proposta di mezzo” (Quota 39)</p><table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0" class="contenttable">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>Anno di nascita</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>Età inizio lavoro</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>Anni di contributi</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>Età pensione 2020</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1953</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>28</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>39</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>67</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1954</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>27</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>39</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>66</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1955</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>26</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>39</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>65</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1956</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>25</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>39</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>64</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1957</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>24</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>39</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>63</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1958</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>23</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="120">&nbsp;
<p>39</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="126">&nbsp;
<p>62</p>
&nbsp;</td>
</tr>
</tbody>
</table><p>&nbsp;</p>
<p>Tabella 11: Pensione di vecchiaia anno 2020 “proposta di mezzo” (Quota 102)</p><table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0" class="contenttable">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="106">&nbsp;
<p>Anno di nascita</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="112">&nbsp;
<p>Età inizio lavoro</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="124">&nbsp;
<p>Anni di contributi</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="130">&nbsp;
<p>Età pensione 2020</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="106">&nbsp;
<p>1953</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="112">&nbsp;
<p>32</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="124">&nbsp;
<p>35</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="130">&nbsp;
<p>67</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="106">&nbsp;
<p>1954</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="112">&nbsp;
<p>30</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="124">&nbsp;
<p>36</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="130">&nbsp;
<p>66</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="106">&nbsp;
<p>1955</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="112">&nbsp;
<p>28</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="124">&nbsp;
<p>37</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="130">&nbsp;
<p>65</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="106">&nbsp;
<p>1956</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="112">&nbsp;
<p>26</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="124">&nbsp;
<p>38</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="130">&nbsp;
<p>64</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="106">&nbsp;
<p>1957</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="112">&nbsp;
<p>24</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="124">&nbsp;
<p>39</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="130">&nbsp;
<p>63</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="106">&nbsp;
<p>1958</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="112">&nbsp;
<p>22</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="124">&nbsp;
<p>40</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="130">&nbsp;
<p>62</p>
&nbsp;</td>
</tr>
</tbody>
</table><p>&nbsp;</p>
<p>Come per il 2019, anche per il 2020 la tabella 11 (pensione vecchiaia) accavalla la tabella 10 (pensione anticipata), ma la differenza sta nel fatto che il numero di pensionati in più nel 2020 sono meno che nel 2019, quando paragonati alla legge Fornero. Questa la differenza con la Fornero nella seguente tabella.</p>
<p>Tabella 12: Differenza “proposta di mezzo” (Quota 102) da Fornero (minimo 67 anni) anno 2020</p><table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0" class="contenttable">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>Anno di nascita</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="144">&nbsp;
<p>Età inizio lavoro</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>Età pensione nel 2020</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1953</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="144">&nbsp;
<p>Nessun cambiamento</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>67</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1954</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="144">&nbsp;
<p>27-30 anni</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>66</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1955</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="144">&nbsp;
<p>26-28 anni</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>65</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1956</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="144">&nbsp;
<p>25-26 anni</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>64</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1957</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="144">&nbsp;
<p>24 anni</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>63</p>
&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="108">&nbsp;
<p>1958</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="144">&nbsp;
<p>16-23 anni</p>
&nbsp;</td>
<td valign="top" width="150">&nbsp;
<p>62</p>
&nbsp;</td>
</tr>
</tbody>
</table><p>&nbsp;</p>
<p>Paragonando la tabella 12 (per il 2020) e la tabella 8 (per il 2019) si nota che la forchetta di pensionati aggiuntivi è diminuita. Per esempio, perché nel 2020 i pensionati a 66 anni (in più rispetto alla Fornero) sono quelli che hanno iniziato a lavorare dai 27 ai 30 anni, mentre nel 2019 i pensionati a 66 anni (in più rispetto alla Fornero) sono quelli che hanno iniziato a lavorare dai 24 a 30 anni? Perché quelli classe 1954 che hanno iniziato a lavorare a 24, 25, 26 anni sono già andati in pensione l’anno prima.</p>
<p>In conclusione, anche se un ritocco alla legge Fornero avrà comunque un impatto permanente, la forchetta di pensionati in più sarà più elevata solo nell’anno di introduzione e meno marcata negli anni successivi.</p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Qui è FLG</category>
                            
                        
                        
                    </item>
                
                    <item>
                        <guid isPermaLink="false">news-2557</guid>
                        <pubDate>Thu, 15 Mar 2018 14:13:05 +0000</pubDate>
                        <title>I sette peccati capitali della scuola italiana. Con accenno a possibili rimedi</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/sette-peccati-capitali-scuola-italiana-accenno-possibili-rimedi</link>
                        <description>Non mi baso su risultati di ricerche, che pure sarebbero utili, ma sulla mia esperienza personale: prima come padre di tre figli che ho seguito, fra elementari e scuola secondaria superiore, in un arco di tre decenni. Ora, da qualche anno, come volontario in un doposcuola per elementari e medie inferiori, frequentato principalmente da piccoli figli di immigrati, quasi tutti nati in Italia. Luogo ora e allora: Bologna. E’ un’esperienza limitata, ma ha il pregio di riguardare sia scolari privilegiati, come i miei figli, sia svantaggiati.
Elenco sette difetti della scuola di cui gli uni e gli altri subiscono ogni giorno le conseguenze, drammatiche per i più svantaggiati, pesanti per tutti. Li chiamo “peccati capitali” perché fanno gravi danni che la scuola potrebbe evitare. Senza far colpa a nessuno: anche gli insegnanti portano il peso di un sistema scolastico disfunzionale.</description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p><strong>1. Una scuola sconnessa dal mondo reale</strong></p>
<p>La scuola dovrebbe aiutare bambini e adolescenti a entrare nel mondo degli adulti, a entrarvi quanto meno sprovveduti possibile rispetto a ciò che li aspetta. Può aiutarli ben poco se il legame fra scuola e mondo esterno è troppo debole. In effetti la scuola italiana, nelle sue pratiche quotidiane, è quasi del tutto autoreferenziale.</p>
<p>Tuttavia gran parte di autorità scolastiche, insegnanti e genitori, danno per scontata questa sconnessione. Per dirne una, i test <a href="http://www.invalsi.it/invalsi/index.php" target="_blank">INVALSI</a> e <a href="http://www.invalsi.it/invalsi/ri/pisa2015.php?page=pisa2015_it_08" target="_blank">PISA</a> misurano basilari competenze linguistiche e logico-matematiche, necessarie per stare efficacemente nel mondo attuale. I risultati italiani sono mediocri ma, invece di chiedersi come rimediare, non pochi contestano validità e utilità dei test. Per dirne un’altra, perfino la recente timida introduzione, nelle superiori, dell’alternanza scuola/lavoro, ha trovato diffuse resistenze.</p>
<p><strong>2. Un diluvio di nozioni superflue</strong></p>
<p>Le assurdità generate da questo isolamento della scuola sono innumerevoli. Qualche esempio a caso. Che utilità può mai avere, per l’uso della matematica nella vita adulta, imparare a 12 anni le formulette di trasformazione dei numeri periodici in frazioni? O, per l’uso competente della lingua italiana, imparare decine e decine di <em><a href="https://snjcbq.db.files.1drv.com/y4mLc2Wfm-oS-99bNiNHrahz4pY5eyJKbvtXfieoXH6jAk7nt-UpDE8Pu1YeOW5Avq0ykPqP01th9RfXl_7DbcFBB_gYjYuOunCfDnDFvNxQEKr_M5u6RYOGpCk8JjiJCO3j1ulmlSR26txLXWjrSX44oayN9OeebXk3YZkd7kyfQLmYACyjzs_FFlNRrE2WakxJFzS0Zi5AJG1Ne8_nDLJnA/complementi.jpg?psid=1" target="_blank">complementi in analisi logica</a> </em>(ne ho contati 43, trattati in 71 lunghe pagine di un testo di 2a media)? O, per capire la società, leggere, a 9 anni, l’elenco delle dinastie egizie con nomi e date di faraoni e consorti?</p>
<p>Un simile diluvio di nozioni distrae dall’obiettivo prioritario che tutti gli scolari acquisiscano bene le competenze davvero basilari. Obiettivo mancato, come mostrano i test <a href="http://www.oecd.org/pisa/data/" target="_blank">PISA</a> e <a href="http://www.invalsi.it/invalsi/doc_eventi/2017/Rapporto_Prove_INVALSI_2017.pdf" target="_blank">INVALSI</a>. Se invece fosse conseguito, niente poi impedirebbe che agli scolari più motivati venisse data l’opportunità di approfondire i loro specifici interessi, fosse anche la lista dei 43 “complementi” in analisi logica -- lo dico con amara ironia.</p>
<p><strong>3. Libri di testo poco utili</strong></p>
<p>Un cardine di queste insensatezze è, a mio giudizio, il libro di testo. Mi limito a qualche aspetto, con qualche dato ed esempio.</p>
<p><em>Mole. </em>Per i testi annuali di Italiano e Matematica, siamo sulle 1500 pagine in tutto. Se si aggiungono le altre discipline, siamo sulle 3000 pagine ogni anno. Quante di esse verranno lette, non dico studiate? Un 20% potrebbe essere una stima ottimistica. Sarei qui favorevole a un’imposizione statale: nelle medie inferiori, non più di 1000 pagine l’anno come totale dei testi di studio obbligatori. A guadagnarne sarebbero le schiene dei pre-adolescenti, e anche le loro menti. Caso estremo, ma istruttivo: in Nuova Zelanda, a 13 anni, niente libri di testo (però un pc per ogni alunno); nelle <a href="https://www.theguardian.com/news/datablog/2010/dec/07/world-education-rankings-maths-science-reading" target="_blank">graduatorie</a> PISA, la Nuova Zelanda supera l’Italia in tutto.</p>
<p><em>Linguaggio. </em>Più spesso nei testi per le medie, ma talvolta perfino in quelli per le elementari, vien usato un italiano troppo astratto e formale, ricalcato sui testi universitari, inadatto all’apprendimento a quell’età. Basti vedere <a href="https://imgur.com/Jt3BUdA.jpg" target="_blank">questo esempio</a> da un testo di matematica di terza media, peraltro eccellente nel panorama italiano. Confrontare con testi e video didattici della <a href="https://it.khanacademy.org/math" target="_blank">Khan Academy</a>, ora tradotti anche nella nostra lingua.</p>
<p><em>Eserciziari. </em>Il primato spetta ad aritmetica e geometria, ma anche l’italiano (grammatica) non scherza. Migliaia di esercizi (centinaia non basterebbero?) che addestrano a cose che saranno di scarsa o nessuna utilità nella vita di gran parte delle alunne e degli alunni, perciò vissuti da loro come una pena insensata. Che dire del calcolo, a 11 anni, di espressioni numeriche come <a href="https://sdjebq.db.files.1drv.com/y4m2OF4MnW9CliR1KUHchY4HgEY1n67qYS-5cDj7HePCl9W7ohIsZFFaKDq-b2-4EouFXz6ZhzVUvOxJwqdXputG-L2vC__FqPH-h__UJ-zpDi7xzOJR0i22WzYFTkytePL-wajJ1lTLKn4jYiAhUAvLzjMoXHViIIbiH9lHwYBspchMQPiT_b2Kd1_j-YKHQ-7cHLaLDfvW2KolJrOwWJSNA/espressioni.jpg?psid=1" target="_blank">queste</a> o, a 12 anni, di problemi geometrici come <a href="https://sdjdbq.db.files.1drv.com/y4m06bD3w8_JDg-XnJ6HdFjiWHcAYKfsmkheY2Ja5ADgKZyRa7LayHhr30id7lJWr9UnIV01dayVPhq6GsA7J4ry_r6wBwNF0-XIZ-h7SXQ19nCGQEcIHKt4T4clTN9ebe-1aIrYYGWIJSPZRJAEMJH87IQpmXJoCwvNBQE67ZDYZCQhb-CmtvDDeyOf2A10ogOO7c6VOgOuU0LafxaObjo6Q/problemi%20geometrici.jpg?psid=1" target="_blank">questi</a>? (Confronta in entrambi i casi con i due esempi di test Invalsi pure presenti nelle due pagine.)</p>
<p>Ci sono pure, va detto, case editrici che si sforzano di innovare: risorse digitali, video didattici, testi semplificati per scolari svantaggiati, guide ai test Invalsi. Purtroppo questi ausili, oltre a mantenere i difetti dei testi principale, aggiungono appendici a corpi già straripanti, quando invece bisognerebbe snellire radicalmente tutto.</p>
<p>Strano a dirsi, qualcosa di prossimo alla soluzione ci sarebbe, prodotta dalle case editrici stesse: i loro libri per le vacanze! Esposizione delle nozioni basilari in un linguaggio più amichevole, pochi e meno astrusi esercizi, molte meno pagine: se fossero adottati questi come libri di testo? O se venissero usati, in alternativa, alcuni degli splendidi libri educativi che i buoni genitori borghesi, o chi può permetterselo, comprano nelle librerie per ragazzi come regalo di compleanno per i figli loro e dei loro amici?</p>
<p>E’ probabile che linguaggio astratto ed eccessi nozionistici dei libri di testo si riproducano nelle lezioni degli insegnanti -- li hanno adottati poi loro. Ci saranno pure bravi insegnanti che riescono a far apprendere ciò che conta, ma il diffuso ricorso a dosi massicce di compiti a casa fa pensare al peggio.</p>
<p><strong>4. Caterve di compiti a casa</strong></p>
<p>Immaginiamo una scuola che funziona davvero, che realizza il suo compito primario (punto 1). Gli scolari capiscono bene ciò che l’insegnante brevemente spiega, e il resto del tempo è impiegato a fare pratica, con l’aiuto e la supervisione dell’insegnante. I testi, in questa fantasia, sono una sorta di pronto soccorso: se uno ha un dubbio, apre il testo, trova facilmente il punto e risolve il dubbio. Se invece, a scuola, buona parte del tempo è occupato dalla lezione dell’insegnante, dove va a finire la parte principale dell’apprendimento, la pratica che porta a saper fare? Va a finire nei compiti a casa. Meno funziona la scuola, più compiti a casa si danno. Come dire: a scuola impari poco, impara a casa da solo!</p>
<p>Il movimento <em><a href="http://www.bastacompiti.it/2017/il-manifesto-bastacompiti/" target="_blank">Basta compiti!</a></em> ha descritto i danni di questa infelice specialità della nostra scuola. Ne richiamo due: sovraccarico di lavoro che toglie spazio alla vita extrascolastica; discriminazione fra chi può essere seguito a casa da genitori più istruiti e chi meno o per niente. Ma il punto principale è quello già detto: un falso alibi che cela la povertà dell’apprendimento a scuola.</p>
<p>Rimedi? Eliminare o ridurre drasticamente i compiti<em> </em>è il più immediato. Più strutturale è la proposta della <a href="https://flipnet.it/" target="_blank">Classe capovolta</a> (<em>Flipped classroom</em>): centrare la vita scolastica sulla pratica, riducendo al minimo le lezioni, anche con l’aiuto di testi di studio più snelli e leggibili.</p>
<p><strong>5. Lacune su lacune: la finzione di <em>Nessuno resti indietro</em></strong></p>
<p>Se questo è il quadro, nessuna meraviglia che larga parte degli scolari apprenda male, o non apprenda affatto, nozioni e procedure basilari. Sto pensando alla matematica, ma vale anche per altre discipline, secondo i test PISA e anche nella mia limitata esperienza. Le lacune si accumulano l’una sull’altra, di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno. Fino al punto in cui un recupero diventa impossibile, l’apprendimento si riduce a zero, e la frequenza scolastica perde ogni senso.</p>
<p>In passato, il rimando a settembre e la bocciatura erano, nella loro grossolanità, meccanismi che potevano consentire almeno un parziale recupero di alcune lacune. L’abolizione di entrambi (formale dell’uno e sostanziale dell’altra), sostituiti da corsi di recupero velleitari e inefficaci, ha aggravato il problema.</p>
<p>Per fare solo un esempio noto a tutti, un’alta percentuale dei ragazzini delle medie inferiori non sa le tabelline. Anche ammesso l’uso delle calcolatrici, risolvere le (inutilmente) complicate espressioni numeriche assegnate in gran copia come compiti a casa, diventa un compito improbo. Per non dire delle comunissime lacune nella comprensione delle frazioni, delle percentuali, perfino dei concetti di moltiplicazione e divisione. Parlo di problemi che affliggono la quasi totalità degli scolari - anche italiani, non solo immigrati - che frequentano il mio doposcuola.</p>
<p>Per dare un’idea dell’abisso che separa la scuola ufficiale (quella dei libri di testo) dalla scuola reale, due tristi aneddoti. Ieri, un ragazzino di 13 anni, 2a media, cui spiegavo, nel mio doposcuola, il concetto di funzione (con l'esempio y=3x), alla mia domanda "Ma scusa 6:2 quanto fa?" ripetutamente risponde "Boh, che ne so". Ragazzina stessa età e classe: "Quanto costa un appartamento di 100 mq se il costo al mq è 1000 euro?", idem. &nbsp;&nbsp;</p>
<p>Esistono soluzioni al problema dell’accumulo di lacune? Certamente, basti guardare a tanti sistemi scolastici migliori del nostro. Ma per prima cosa bisogna rendersi conto della drammaticità del problema. Lo slogan <em>Nessuno resti indietro</em>, tradotto nella pratica di non bocciare nessuno, è un altro falso alibi, una resa all’analfabetismo funzionale; e un inganno, fintamente benevolo, a danno di troppi ragazzini destinati alla marginalità sociale.</p>
<p><strong>6. Ognuno per sé perdutamente</strong></p>
<p>Il calvario degli scolari perdenti è solitario. Una scuola che non provvede a colmare le loro lacune, li abbandona a se stessi. Non solo: l’aiuto reciproco fra più bravi e meno bravi è stigmatizzato -- non copiare! non suggerire! -- invece che incoraggiato. Non si tratta di abolire le verifiche individuali, ma di organizzare il lavoro scolastico come lavoro di gruppo. Così dovrebbe avvenire in una scuola che prepari al mondo attuale, in cui l’attitudine alla collaborazione è basilare. Vedi i <a href="https://d.docs.live.net/b27bdb8e60251ebc/Documenti/DOPOSCUOLA/collaborative.png" target="_blank">risultati PISA</a> per l’Italia anche su questo.</p>
<p><strong>7. <strong>&nbsp;</strong>Indicazioni Nazionali e test INVALSI: buoni rimedi ignoratI</strong></p>
<p>Seguo qualche scolaro in difficoltà nel mio doposcuola e vado a colloquio con gli insegnanti. Segnalo drammatiche lacune da colmare. L’insegnante sospira “Sì, sì, ma io devo portare avanti il programma.” Vado a controllare: le <a href="http://www.indicazioninazionali.it/documenti_Indicazioni_nazionali/Indicazioni_Annali_Definitivo.pdf" target="_blank">Indicazioni Nazionali</a> (…), nella loro parte operativa, in particolare in Matematica (pp. 60-65), richiedono molto di meno di quello che viene insegnato e richiesto in classe e nei compiti a casa. Niente numeri periodici, niente calcoli di complicatissime espressioni numeriche, niente teoremi di Euclide e Talete. Tutto questo, e molto altro, viene in effetti ignorato dai <a href="http://www.invalsi.it/snvpn2013/documenti/strumenti/PN/PN2013_Matematica_F01.pdf" target="_blank">test INVALSI</a>, che invece richiedono capacità di ragionamento. Capacità soffocata dall’addestramento a una quasi cieca applicazione di un mare di formulette. I test INVALSI sarebbero un’ottima guida per capire che cosa serve che gli scolari apprendano, ma&nbsp; vengono invece osteggiati o vissuti come una strana appendice dei programmi tradizionali, che i libri di testo perpetuano e gli insegnanti erroneamente ritengono tuttora obbligatori.</p>
<p><strong>Che fare? </strong></p>
<p>E’ possibile fare tantissimo, in tanti modi, dal basso e dall’alto.</p>
<p>Prima cosa, prendere atto -- insegnanti, genitori, studenti, cittadini -- della situazione, rendersi conto della malattia, della sua gravità, dell’urgenza di correre ai ripari.</p>
<p>Poi riconoscere le molte risorse che sono già in campo per produrre cambiamenti: movimenti come <em>Basta compiti!</em>, <em>La classe capovolta </em>e altri; l’INVALSI, che è già e può diventare sempre di più uno strumento utilissimo; le sensate Indicazioni Nazionali, finora quasi lettera morta; e migliaia di bravi insegnanti, decine di presidi intraprendenti, con tante buone pratiche da riconoscere e diffondere.</p>
<p>Su come cambiare il sistema, meglio ragionarne insieme. Queste modeste note spero contribuiscano a questo. Mi limito a un accenno, tutto da sviluppare: un cambiamento profondo richiede innovazioni ad opera di insegnanti e dirigenti; che a loro volta richiedono più autonomia e responsabilità dei singoli istituti, riguardo anche a programmi e organizzazione didattica; in un contesto di sana competizione fra gli istituti stessi. Come avviare un processo in questa direzione? Su questo bisognerà ragionare.</p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Qui è FLG</category>
                            
                        
                        
                    </item>
                
                    <item>
                        <guid isPermaLink="false">news-2556</guid>
                        <pubDate>Tue, 06 Mar 2018 15:17:04 +0000</pubDate>
                        <title>Maggioritario puro con preferenze</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/maggioritario-puro-preferenze</link>
                        <description>Lega e Cinque Stelle hanno diverse pessime idee in comune, ma condividono un radicamento territoriale che potrebbe dare luce ad una riforma elettorale di gran beneficio per il paese.</description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>Il terremoto elettorale del 2018 è epocale e paragonabile alla caduta del pentapartito nei primi anni novanta. Dopo un’intera generazione si apre un altro spiraglio per cambiare rotta, magari nuovamente in peggio, ma prima che si riassestino gli equilibri politici il potenziale per almeno una riforma positiva c’è.</p>
<p>Al momento ci sono due vincitori in stallo, che per governare necessitano ambedue&nbsp; di un appoggio del vinto PD. Entrambi gli scenari sono subottimali agli occhi dei propri elettori, perché ingoierebbero lo status quo contro cui si sono ribellati. L’alternativa è l’asse Lega e Cinque Stelle con un programma economico comune disastroso che gode dell’appoggio della maggioranza dell’elettorato. In sintesi la loro politica economica sarebbe l’incremento del deficit (meno tasse al Nord ma con più spesa pubblica al Sud) finanziato stampando moneta propria e uscendo dall’euro ovviamente, oltre che dai paesi industrializzati. Questa sarebbe però un’alleanza poco stabile, non tanto per divergenze ideologiche ma perché al volante c’è posto solo per uno. È quindi verosimile che si delinei un ritorno alle urne, con l’unico obiettivo di rafforzare le proprie rispettive posizioni tramite una nuova legge elettorale. E qui ciò che accomuna Lega e Cinque Stelle è ancora più forte del loro desiderio di aumentare ulteriormente il debito pubblico italiano. Essendo due formazioni fortemente radicate in territori diversi, una al Nord e l’altra al Sud, verrebbero entrambe avvantaggiate da un sistema maggioritario puro.</p>
<p>Per maggioritario si intende che solo un candidato può essere eletto in ogni collegio. Quindi nessuna riestrazione dal sistema proporzionale di personaggi impresentabili, bocciati dai propri elettori ma eletti comunque perché strategicamente posizionati in diverse liste dagli impresari di partito. L’elenco di noti ripescati a queste elezioni è purtroppo lungo. In aggiunta al maggioritario anche l’introduzione delle preferenze non sarebbe a svantaggio di Lega e Cinque Stelle. I pentastellati già lo fanno nelle loro parlamentarie, ma anche la Lega è abituata al sistema elettorale regionale, dove le preferenze contano, eccome. Con il solo maggioritario i partiti possono comunque catapultare i propri fedeli in roccaforti, ma quelli poco meritevoli difficilmente vincerebbero con l’introduzione delle preferenze. Per esempio il PD avrebbe comunque vinto Bolzano e Bologna, ma la Boschi e Casini avrebbero rispettivamente perso a preferenze.</p>
<p>I vantaggi del maggioritario per Lega e Cinque Stelle sono evidenti. I pentastellati hanno fatto cappotto al Sud, ma solo un 37% di seggi sono stati assegnati con maggioritario. I rimanenti seggi i Cinque Stelle se li sono divisi al proporzionale con le altre forze politiche. Con un maggioritario puro i Cinque Stelle avrebbero invece ottenuto il 95% dei seggi al Sud. Un discorso simile vale per la Lega al Nord, dove ha dominato gli alleati ovunque ma ha dovuto concedere collegi che avrebbe vinto in presenza di preferenze, e ulteriori seggi ad altri schieramenti per via del sistema proporzionale. Al Centro il risultato sarebbe invece un misto, e forse dove si giocherebbe la maggioranza parlamentare in questo nuovo tipo di bipolarismo.</p>
<p>A parte i chiari vantaggi per le due forze politiche vincitrici, che beneficio può avere per il paese un maggioritario puro con preferenze? In sintesi l’eliminazione della partitocrazia, ossia l’insieme di intermediari autoreferenziali tra cittadino e potere politico che devono la loro posizione a impresari di partito anziché al cittadino che ha dato loro il proprio voto. E un maggioritario totale non diventerebbe una barriera invalicabile per le piccole o emergenti forze politiche, necessarie per un sano ricambio amministrativo. Stiamo parlando di un deputato ogni centomila abitanti e un senatore ogni duecentomila. Se un candidato non ha il carisma e le capacità per vincere nemmeno nel proprio comune, è un bene che non vada in parlamento.</p>
<p>Fine della partitocrazia a parte, un rafforzamento di Lega e Cinque Stelle tramite una riforma elettorale di questo tipo può sembrare nocivo, dato il programma economico che li accomuna. Se implementano una politica scellerata di deficit finanziandola stampando moneta propria, questo sarebbe sicuramente disastroso. È un rischio che però potrebbe andare ad attenuarsi con il nuovo sistema elettorale. Oggi vince il voto di protesta anche dall’area moderata contro la partitocrazia. Domani forse, ristabilito un rapporto diretto tra cittadino e delegato, verranno premiati programmi elettorali più sensati. Forse. Inoltre, in presenza di un bipolarismo territoriale Nord-Sud, potrebbero trovare spazio riforme costituzionali che risolvono i veri problemi strutturali che attanagliano l’economia italiana. Potrebbe per esempio venir facilitata una vera <a href="http://noisefromamerika.org/articolo/riforma-federale-autonomia-tributaria" target="_blank">riforma federale con autonomia tributaria</a>.</p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Qui è FLG</category>
                            
                        
                        
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                        <pubDate>Sun, 04 Mar 2018 21:42:50 +0000</pubDate>
                        <title>Immigrazione, che fare? Alcuni aspetti legali</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/immigrazione-che-fare-alcuni-aspetti-legali</link>
                        <description>Facendo seguito al dialogo sull&#039;immigrazione tra Aldo e da Giulio, fornisco in questo articolo una riflessione su alcuni aspetti normativi dell&#039;immigrazione. La prospettiva e&#039; quella di un magistrato che, su questa materia, ha spesso a che fare con questioni che più interessano il cittadino comune.</description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>Premetto che la materia è molto vasta e richiederebbe un post lunghissimo. Inoltre, pur avendo a che fare con essa, io non sono un esperto e quindi chiedo fin d’ora venia su eventuali imprecisioni ed incompletezze. Prima di pubblcarlo, ho chiesto a un’avvocatessa che dà assistenza a molti migranti di revisionare il mio articolo, quindi le imprecisioni residue dovrebbero essere poche. Ciò premesso, il cittadino comune tende (spesso aiutato dalle sirene populiste) a fare di tutta l’erba un fascio ed a non considerare che i migranti appartengono a diverse categorie, ognuna di esse con il suo preciso status giuridico. E’ ovvio per la platea dei lettori di questo blog che qui si parlerà esclusivamente di migranti provenienti da paesi extra UE.</p>
<p>Su questo vorrei fare una piccola digressione. Dell’UE fa parte anche la Bulgaria che, notoriamente, è il paese più <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_sovereign_states_in_Europe_by_GNI_(nominal)_per_capita" target="_blank">povero dell’intera Unione</a>. L’estrema povertà nella quale vive una gran parte della popolazione di quel paese, in linea teorica, dovrebbe indurre la stessa a migrare in massa verso i paesi più ricchi, potendo farlo senza limitazione alcuna. Sennonché non risultano immigrazioni di proporzioni bibliche dalla Bulgaria. Dico ciò per evidenziare come i fattori che inducono ad emigrare siano molteplici e che, salvo catastrofi come quella siriana, non si spostano intere popolazioni per sole ragioni economiche. Tornerò su questo alla fine dell’articolo.</p>
<p>Venendo alla varie tipologie di immigrati, la prima categoria, come è ovvio, è quella dei migranti regolari. Il numero di persone che possono immigrare regolarmente in Italia viene stabilito anno per anno con il "Decreto flussi". Per l’anno 2018 è consentito l’ingresso ad un numero &nbsp;<a href="http://www.interno.gov.it/it/notizie/decreto-flussi-2018-ingresso-30850-lavoratori-non-comunitari" target="_blank">pari a 30.850 lavoratori</a>. Lo Stato, nel momento in cui dà un permesso di soggiorno per ragioni lavorative, deve concedere una serie di diritti all’immigrato. Il principale è quello dell’iscrizione al <a href="http://www.salute.gov.it/portale/temi/p2_6.jsp?id=1764&amp;area=Assistenza%20sanitaria&amp;menu=stranieri" target="_blank">sistema sanitario nazionale</a>. Nel contempo, lo Stato non ha l’obbligo di fornirgli un’abitazione e/o altre forme di assistenza. Tuttavia, il cittadino extra UE che ottiene un permesso di soggiorno in Italia entra nell’area di Schengen non può trasferirsi immediatamente a vivere e lavorare in un altro paese dell’Unione. Deve aspettare cinque anni, dopodiché può ottenere <a href="http://www.prefettura.it/roma/contenuti/Il_permesso_di_soggiorno_c.e._di_lungo_periodo-4944.htm" target="_blank">un permesso di soggiorno UE</a>.</p>
<p>La seconda categoria di migranti è quella dei richiedenti "protezione internazionale asilanti" o, piu' brevemente, i richiedenti asilo (rifugiati). Essi sono definiti dalla convenzione di <a href="https://www.unhcr.it/wp-content/uploads/2016/01/Convenzione_Ginevra_1951.pdf" target="_blank">Ginevra del 28 luglio 1951</a>. Per i rifugiati non è possibile stabilire un tetto perche' ogni persona che rientra nella definizione di richiedente asilo data dalla convenzione ha diritto di essere accolto in uno dei paesi aderenti all’accordo. La convenzione è stata stipulata negli anni ’50, quando era ancora viva la vergogna che molti stati provavano per avere respinto centinaia di migliaia di ebrei che fuggivano dalle persecuzioni naziste, accompagnandoli, di fatto, nelle camere a gas di Auschwitz. Nel contempo, in un clima di guerra fredda, questo strumento era utile a stigmatizzare i paesi dell’<a href="http://files.studiperlapace.it/spp_zfiles/docs/20060813132316.pdf" target="_blank">Europa comunista</a>. Con l’andare del tempo nella categoria di rifugiato sono state inserite anche le popolazioni costrette a scappare in <a href="http://files.studiperlapace.it/spp_zfiles/docs/20060813132316.pdf" target="_blank">massa da paesi in guerra</a>.&nbsp;Essendo stata la Germania nazista il protagonista della persecuzione degli ebrei, la Repubblica Federale Tedesca aveva adottato una legislazione particolarmente generosa che, a partire dagli anni’80, ha subito sempre <a href="https://www.tagesschau.de/inland/asyl-chronologie-101.html" target="_blank">maggiori restrizioni</a>. A differenza del cittadino extra UE di cui alla prima categoria, il rifugiato ha tutta una serie di diritti ulteriori espressamente previsti da diverse direttive europee. In una <a href="http://www.altrodiritto.unifi.it/rivista/2015/ghizzi/cap1.htm" target="_blank">ricostruzione dettagliata</a> del coacervo normativo&nbsp;si legge che</p><blockquote><p>&nbsp;</p>
<p>venendo agli obblighi in capo ai singoli Stati membri, la direttiva prevede che essi prendano le misure necessarie per la concessione di un titolo di soggiorno temporaneo, consentano agli sfollati di svolgere un'attività lavorativa. Gli Stati devono poi garantire che essi vengano "adeguatamente" alloggiati e ricevano un'assistenza sociale, contributi al sostentamento e cure mediche.</p>
<p>&nbsp;</p></blockquote><p>Come si può vedere, gli oneri a carico dello stato ospitante sono maggiori rispetto a quelli dovuti alla prima categoria.</p>
<p>Nel 1990 l’Unione Europea ha stipulato la <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Convenzione_di_Dublino" target="_blank">convenzione di Dublino</a>&nbsp;con lo scopo di regolare meglio l’ingresso dei profughi, stabilendo che essi debbano presentare la domanda di asilo nello stato dove, per la prima volta, hanno lasciato le impronte digitali e, quindi, in linea di massima nel primo paese dove hanno fatto ingresso. Tale sistema finisce per favorire i paesi dell’UE che non hanno confini esterni oppure, i cui confini esterni sono rivolti a nord (Germania, Austria, Francia, Benelux). I paesi più gravati dalla convenzione, allo stato attuale, sono la Grecia e l’Italia.</p>
<p>Fatte queste prime premesse, proviamo a metterci nei panni di un “migrante economico”. La via dell’immigrazione regolare è relativamente difficile, mentre è facile, perché in linea di principio illimitata, quella dell’asilo politico. Quindi quest'ultima strada diventa molto attraente. Ovviamente, la sua percorribilità dipende dal paese di provenienza: la maggior parte degli stati vengono considerati “sicuri” e quindi chi proviene da essi non può dichiararsi un rifugiato. Per esempio, la Tunisia è considerata uno stato sicuro, la Siria no. Fra l’altro la definizione di stato sicuro non preclude la proposizione della domanda in quanto la Commissione che decide può concedere la cosiddetta "<a href="http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/che_cose.wp?contentId=APP26736" target="_blank">protezione sussidiaria</a>"&nbsp;vincolata a presupposti molto diversi da quelli dei richiedenti asilo. Questo rende più lungo il tempo di esame delle domande e di decisione, un processo che ormai dura intorno ai 2 anni con aggravio di spese enormi visto che in questa fase l’accoglienza è a carico del paese che accoglie. Ritornando al nostro siriano, egli ha “diritto” di entrare in UE mentre il tunisino deve rimanere a casa sua dove, attualmente, non ha prospettive economiche. Dunque per ottenere l’ingresso e la permanenza, il ragazzo tunisino deve fare finta di essere un siriano (oppure chiedere una protezione sussidiaria argomentando sul fatto che in Tunisia rischia la pena di morte o altro). A tal fine potrebbe procurarsi dei documenti falsi, ma questo è relativamente raro poiché prima o poi la loro falsità viene scoperta. Molto più semplicemente egli non porterà con sé alcun documento identificativo. Sbarcato in Italia dichiarerà delle generalità false. A questo punto lo stato di accoglienza dovrà, innanzitutto, fornirgli tutta l’assistenza prevista per i profughi in attesa di verificare se ciò che il migrante riferisce, corrisponda al vero o meno. E la verifica, come ognuno può immaginare, non consiste nell’inviare un’email alle autorità siriane con pronta risposta da parte loro. È complessa, dura anni e, difficilmente dà risultati certi. In sostanza, l’immigrato ha l’immediato vantaggio di poter rimanere in Italia, avere un’assistenza e qualche probabilità di successo che la sua domanda venga accolta.</p>
<p>La terza categoria di migranti è quella degli immigrati irregolari tra i quali abbiamo coloro che hanno fatto ingresso illecitamente senza dichiararsi rifugiati (ormai una minoranza) e coloro che, dopo essersi dichiarati rifugiati, hanno visto respingere la domanda. Tutte queste persone, secondo la legge, andrebbero espulse dallo Stato. Per procedere all’espulsione è tuttavia necessario conoscerne l’esatta identità, altrimenti il paese dal quale il migrante proviene secondo le autorità italiane non lo riammetterà. Pertanto, prima di procedere all’espulsione, è necessario identificare il migrante. A tal fine, sempre secondo la legge, andrebbe condotto in un CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione) e trattenuto là fino alla sua identificazione e successiva espulsione. Ognuno comprende come, a fronte di centinaia di migliaia di immigrati irregolari, la capienza dei CIE sia totalmente insufficiente, sicchè questa via non è percorribile. Di fatto lo Stato si rivela impotente di fronte al fenomeno.</p>
<p>I diversi governi Berlusconi hanno provato a percorrere la via della deterrenza penale. A tale scopo hanno introdotto due distinte fattispecie di reato. Primo, quelle di cui agli articolil 10bis e 14, comma 5ter, DLVO 286/98. L’art. 14 DLVO 286/98 prevede che all’immigrato irregolare trovato sul territorio nazionale il Prefetto notifichi un atto con il quale lo stesso viene invitato a lasciare lo Stato. Qualora egli non dovesse ottemperare all’invito, scatta la sanzione penale. Originariamente la norma prevedeva l’arresto obbligatorio ed il rito direttissimo e quindi si celebravano stanchi processi con immediata liberazione e condanne con pene sospese a soggetti la cui colpa era quella di avere cercato un luogo in cui sfuggire all’indigenza.</p>
<p>La seconda fattispecie di reato punisce il migrante che faccia abusivamente ingresso in Italia o vi si trattenga. Con la sentenza pronunciata il <a href="https://www.penalecontemporaneo.it/upload/Sentenza%20Corte%20di%20giustiza.pdf" target="_blank">28 aprile 2011 nella causa C-61/11 Hassen El Dridi, alias Soufi Karim</a>, la Corte di Giustizia Europea ha stabilito che, condannare i clandestini a pene detentive per il solo fatto di avere fatto ingresso e/o essersi trattenuti abusivamente nell’Unione viola il trattato. Logica voleva che, a quel punto, le norme in questione venissero abolite. Invece, nella versione attuale, si arriva al paradosso per cui la violazione dell’art. 10bis è punito con l'ammenda da 5.000 a 10.000 euro, mentre quella dell’art. 14, comma 5 ter, con la multa da 10.000 a 20.000 euro. Avete letto molto bene, pene pecuniarie contro dei clandestini. Non credo di dover aggiungere altro. Si tratta di misure introdotte con la legge Bossi/Fini e quindi da Berlusconi quando era al potere unitamente agli alleati della Lega e di AN. Aggiungo che, trattandosi di processi penali, questi fantasmi hanno diritto ad un avvocato che gli viene assegnato d’ufficio e che viene pagato dal contribuente italiano con il gratuito patrocinio.</p>
<p>Il migrante che vive nella condizione di clandestinità è una specie di zombie che non può cercarsi un lavoro né un alloggio. Non ha nessuna prospettiva ed è forzato a vivere di espedienti di micro- ed anche macrocriminalità, dal furto al supermercato allo spaccio di sostanza stupefacente, oppure nella migliore delle ipotesi a farsi sfruttare in condizioni di paraschiavitù. Non può (nel senso che non si riesce) essere espulso e continua a vagare per le nostre città trasmettendo un senso di insicurezza al cittadino ed un senso di impotenza alle forze dell’ordine. Accumula precedenti penali che, prima o poi, lo faranno finire in carcere, dal cui circuito, in assenza di un’abitazione ed un lavoro, non può uscire. Un circolo vizioso senza vie d’uscita, che affolla le già insufficienti carceri italiane.</p>
<p>Questo a grandi linee il quadro della situazione. Proviamo ora a tirare alcune conclusioni. Come si è visto, continuando a tenere fermo il dualismo tra migrante economici e rifugiati l’Unione europea finisce con il trovarsi in mezzo al guado perché è lei stessa ad incentivare l’immigrazione clandestina con le regole che ha adottato. Il problema continuerà ad essere drammatico o comunque percepito come tale dal cittadino comune, spingendolo tra le braccia di movimenti fascistoidi che, non a caso, hanno sempre più successo in Europa. Una politica seria dovrebbe uscire dal guado e prendere una decisione in un senso o nell’altro. Le alternative sono due.</p>
<p>La prima è quella di rivedere completamente i trattati sui rifugiati. In altre parole, gli europei dovrebbero avere il coraggio di dire che, da ora in avanti, nessun rifugiato anche se può documentare di essere un perseguitato politico e/o vittima di razzismo e/o di fuggire da un paese devastato dalla guerra, avrà <em>diritto</em> all'accoglienza. Questo non eliminerebbe il fenomeno della clandestinità, ma consentirebbe di ridurlo in maniera significativa. Inoltre, verrebbero eliminati tutti costi derivanti dall’ingresso di persone che si dichiarano rifugiati (a partire dall’assistenza, fino ad arrivare al risparmio conseguente all’eliminazione di tutto l’apparato burocratico chiamato ad istruire le pratiche di asilo). È ovvio che questo significherebbe buttare a mare quasi settant’anni di conquiste civili e, nel caso dei tedeschi, prendere a calci la propria memoria. È una cosa evidentemente impossibile per la coscienza dell’occidentale medio che si ritiene moralmente superiore e molto attaccato ai “valori di umanità”. Meglio, molto meglio, pagare i libici affinchè tengano i rifugiati in campi di concentramento che ricordano tanto le ragioni per cui la convenzione sui rifugiati fu approvata, oppure pagare il sultano turco e farsi provocare da lui un giorno sì e l’altro pure per non irritarlo troppo, non sia mai che un giorno gli venga in mente di lasciare che i profughi presenti in Turchia prendano la via del mare verso la Grecia. Occhio non vede, cuore non duole.</p>
<p>La seconda alternativa è quella di concedere un permesso di soggiorno a chiunque lo chieda. In altre parole il nigeriano, tunisino, albanese, marocchino che desiderasse immigrare dovrebbe solamente presentare una regolare domanda presso le ambasciate italiane presenti nei rispettivi stati di provenienza per poter venire in Italia e lavorare.</p>
<p>Questo avrebbe tutta una serie di vantaggi perché consentirebbe di:</p><ol>
<li>separare immediatamente il grano (rifugiati veri cui dare tutta l’assistenza ed accoglienza di cui necessitano) dal loglio (migranti economici);</li>
<li>ridurre in maniera significativa i costi connessi all’assistenza ed accoglienza dei rifugiati;</li>
<li>verificare la storia personale del richiedente (è un soggetto pregiudicato? È un jhadista? Pensate a quanti potenziali jhadisti possono essere entrati in Italia, dichiarandosi profughi);</li>
<li>espellere chi non trova lavoro e/o commette reati di una certa gravità.</li>
</ol><p>Sul punto espulsione di persone identificate (cioè di persone dal permesso scaduto e/o revocato) va aggiunto che esiste un notevole contenzioso amministrativo, anch’esso, quasi sempre finanziato dal contribuente italiano attraverso il gratuito patrocinio. A tal fine bisognerebbe pretendere da ognuno che vuole immigrare il versamento di una somma di denaro a titolo di cauzione (cioè restituibile a chi lasci spontaneamente il paese o magari consegua la cittadinanza). Consideriamo che questi migranti fanno un (per loro) sostanzioso <a href="http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/02/21/news/cambiamo-rotta-e-ora-che-i-governi-dicano-ai-migranti-la-verita-1.295823" target="_blank">investimento</a> pari a svariate migliaia di euro per attraversare il deserto e pagare i trafficanti. Quel denaro dovrebbe essere incassato dallo Stato per pagare, con esso, l'eventuale espulsione (stando ad alcuni <a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2017/01/18/news/in_74_per_scortare_29_migranti_cosi_funzionano_le_espulsioni-156271202/?refresh_ce" target="_blank">articoli di stampa</a> le espulsioni costano circa 4000 euro per ogni persona) ed anche il contenzioso che il migrante volesse instaurare per non falsi espellere. Nel contempo, costituirebbe una soglia di ingresso (non tutti possono pagare) ed un incentivo al rientro nel proprio paese se il sogno occidentale non si dovesse avverare.</p>
<p>Conosciamo tutti l’obiezione sull’opzione n. 2: “non possiamo farli entrare tutti. Ci sarà un’ingestibile invasione”. Orbene, e qui torno a ciò che ho detto all’inizio sulla Bulgaria, esistono diversi studi che dimostrano come non siano intere popolazioni a spostarsi, ma solo una parte relativamente esigua di esse. Inoltre, chi entra regolarmente e non riesce a trovare un lavoro, spesso rientra nel paese di origine. Altra obiezione: “Verremo islamizzati”. Nemmeno io sono un amante della religione islamica. Se devo dirla tutta, non amo nessuna religione, neanche quella cristiana nelle sue molteplici varianti. In ogni caso, anche questo argomento appare essere piuttosto debole. Paesi come la Francia, la Germania o l’Austria, che hanno una componente migratoria da paesi islamici molto più consistente della nostra non hanno perso la loro identità.</p>
<p>In definitiva, la politica di immigrazione, non solo italiana, ma europea ed, in fondo, occidentale (basti vedere cosa fanno gli Stati Uniti o l’Australia), è fallimentare e, di fatto, molto ipocrita. A forza di andare dietro ai bassi istinti dell’opinione pubblica si sta solamente facendo il gioco dei movimenti politici fascistoidi ed un giorno ci troveremo a brindare con l’olio di ricino.</p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Ex Kathedra</category>
                            
                        
                        
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                        <pubDate>Wed, 28 Feb 2018 16:02:34 +0000</pubDate>
                        <title>Le promesse (disattese) del governo Berlusconi</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/promesse-disattese-governo-berlusconi-0</link>
                        <description>Un esercizio utile per valutare la credibilità delle attuali promesse elettorali è quello di guardare un po’ ai precedenti. Per esempio alle promesse di Berlusconi del 2001 sottoscritte nel Documento di Programmazione Econbomico-Finanziaria (DPEF) per il 2002-2006. Era prevista una crescita del PIL fino al 5% con il mezzogioprno che sarebbe cresciuto più del Nord, il raggiungimento del pareggio di bilancio e il mantenimento di un deficit primario sopra il 5%. In realtà il tasso di crescita del PIL è sempre stato inferiore al 2% escluso il 2006, il deficit è sempre stato superiore al 3% e il deficit primario è stato prosciugato, arrivando ad essere quasi nullo nel 2005. La pressione fiscale e le uscite totali sono rimaste costanti e non sono calate come promesso. Quindi le promesse del governo Berlusconi sono state disattese.</description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>Un esercizio utile per valutare la credibilità delle attuali promesse elettorali è quello di guardare un po’ ai precedenti. Per esempio alle promesse di Berlusconi del 2001 sottoscritte nel <a href="http://www.dt.tesoro.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/analisi_progammazione/documenti_programmatici/Testo-unico-del-DPEF.pdf" target="_blank">DPEF per il 2002-2006</a>.</p>
<p>Al capitolo IV del Documento di programmazione economica e finanziaria per il quinquennio 2002-2006 era prevista “una compressione della spesa corrente che finanzierà una riduzione della pressione fiscale, con effetto incentivante sull’offerta dei fattori produttivi” ed “un tasso di crescita del PIL&nbsp; mediamente superiore al 3% nel quinquennio 2002-2006”. Il grafico di pag. 40 del documento presenta una crescita del PIL sopra il 2% nel 2001 e via via crescente, che arriva quindi al 4% nel 2003 e a quasi il 5% nel 2006. Con la qualificazione che la crescita media del quinquennio sarebbe dovuta essere di più del 4% nel mezzogiorno&nbsp; a fronte di poco più del 3% del Nord Italia.</p>
<p>Nelle pagine da&nbsp; 41 a 44 vi è “una sintesi grafica del nuovo miracolo economico che l’Italia realizzerà nel corso di questa legislatura”. In particolare le uscite totali in rapporto al PIL, dal 47% del 2000 sarebbero scese a quasi il 39% nel 2006 e la pressione fiscale sarebbe arrivata a poco meno del 38%.</p>
<p><strong>Tabella 1: Fonte dati Banca d’Italia</strong></p><table border="0" cellpadding="0" cellspacing="0" style="width:375px" class="contenttable"> 	<tbody> 		<tr> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>&nbsp;</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2001</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2002</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2003</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2004</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2005</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2006</p></td> 		</tr> 		<tr> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>deficit/PIL</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>3.4</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>3.1</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>3.4</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>3.6</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>4.2</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>3.6</p></td> 		</tr> 		<tr> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>saldo primario/PIL</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2.7</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2.4</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>1.6</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>1</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>0.3</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>0.9</p></td> 		</tr> 		<tr> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>tasso di crescita del PIL</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>1.77</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>0.25</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>0.15</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>1.58</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>0.95</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2.01</p></td> 		</tr> 		<tr> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>pressione fiscale</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>40.1</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>39.8</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>40</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>39.3</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>39.1</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>40.2</p></td> 		</tr> 		<tr> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>uscite totali/pil</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>47.5</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>46.8</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>47.2</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>46.8</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>47.1</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>47.6</p></td> 		</tr> 		<tr> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>&nbsp;</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>&nbsp;</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>&nbsp;</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>&nbsp;</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>&nbsp;</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>&nbsp;</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>&nbsp;</p></td> 		</tr> 	</tbody> </table><p>In realtà, la crescita del Pil nel 2002 e 2003 è stata quasi vicino allo 0% per poi riprendersi nel 2004 in cui toccò il +1,58% del Pil; nel 2005 fu poco meno del 1% e nel 2006 toccò il 2.1% del Pil e ciò a fronte di un obiettivo per il 2006 di un +5,0%. Nello stesso tempo il Mezzogiorno (tabella 2) è sempre cresciuto meno del Nord e nel 2002 e 2003 ha registrato tassi di crescita negativi.</p>
<p><strong>Tabella 2: Fonte Istat</strong></p><table border="0" cellpadding="0" cellspacing="0" style="width:354px" class="contenttable"> 	<tbody> 		<tr> 			<td style="vertical-align:bottom">&nbsp;</td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2001</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2002</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2003</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2004</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2005</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2006</p></td> 		</tr> 		<tr> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>Nord</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>1.60</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>0.09</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>0.56</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>1.51</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>1.16</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2.00</p></td> 		</tr> 		<tr> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>Centro</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2.50</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>1.45</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>-0.06</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2.81</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>0.65</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2.21</p></td> 		</tr> 		<tr> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>Mezzogiorno</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>1.60</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>-0.40</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>-0.61</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>0.57</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>0.75</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>1.83</p></td> 		</tr> 	</tbody> </table><p>Nello stesso periodo non si realizzò nessuno degli obiettivi enunciati: &nbsp;la pressione fiscale è sostanzialmente rimasta invariata nel quinquennio di governo Berlusconi, come invariate sono anche rimaste le uscite totali su Pil, con un aumento inziale nel 2001 rispetto al 2000 dal 45,5% del Pil al 47,5 del Pil.</p>
<p><strong>Tabella 3: Quadro programmatico di finanza pubblica formulato sulla base degli impegni europei e sviluppato nel periodo: 2001-2005. Fonte DPEF per gli anni 2002-2006.</strong></p><table border="0" cellpadding="0" cellspacing="0" style="width:387px" class="contenttable"> 	<tbody> 		<tr> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>&nbsp;</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2001</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2002</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2003</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2004</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2005</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>2006</p></td> 		</tr> 		<tr> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>Avanzo Primario/PIL</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>5,4</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>5,5</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>5,9</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>5,8</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>5,6</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>5,4</p></td> 		</tr> 		<tr> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>Indebitamento netto su PIL</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>0,8</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>0,5</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>0,0</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>0,0</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>0,0</p></td> 			<td style="vertical-align:bottom"><p>0,0</p></td> 		</tr> 	</tbody> </table><p>&nbsp;E importante notare che nel DPEF 2002 vi era la previsione di realizzare un deficit dello 0,8% del Pil &nbsp;nel 2001 e l’obiettivo di ridurlo allo 0,5% Pil nel 2002 e di raggiungere il pareggio di bilancio dal 2003, grazie ai previsti avanzi primari (Tabella 3) del 5,5% nel 2002, del 5,9% nel 2003, del 5,8% nel 2004, del 5,6% nel 2005&nbsp; e del 5,4% nel 2006. Gli esiti sono stati del tutto opposti: nei cinque anni di governo, Berlusconi ha ottenuto risultati molto diversi dagli obiettivi annunciati. Il saldo primario infatti invece di arrivare al +5,6% nel 2005 si è consumato anno dopo anno, di fatto azzerandosi nel 2005, riportando le condizioni di finanza pubblica indietro al 1990.</p>
<p>Nel 2001 il saldo primario era pari al 2,7% del Pil&nbsp; per arrivare nel 2005 allo 0,3% del Pil e nel 2006 allo 0,9% del Pil. Anche per quanto riguarda il deficit di bilancio, i propositi furono completamente disattesi. Invece del pareggio di bilancio promesso, il deficit, che era stato pari all’1,3% del Pil nel 2000, aumentò nel 2001 al 3,4% del Pil per arrivare al 4,2% del Pil nel 2005 e scendere poi al 3,6% del Pil nel 2006.</p>
<p>Come noto l’avanzo primario è una grandezza finanziaria molto importante per tenere sotto controllo il debito. E’ una condizione necessaria per contrastarne la crescita. Il prosciugamento dell’avanzo primario ha implicato maggiore emissione di debito per ripagare interessi e debito in scadenza rendendo la crisi successivamente verificatasi nel 2008 molto più difficile da gestire.</p>
<p>Anche in questa campagna elettorale al centro del programma di centro-destra si parla di rilancio della crescita verso valori attorno al 3%, da realizzarsi &nbsp;con la riduzione della pressione fiscale da finanziarsi con la riduzione della spesa. Una proposizione teorica assai dubbia. A parte questo, l’esperienza del passato mostra la scarsissima credibilità delle promesse.</p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Qui è FLG</category>
                            
                        
                        
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                        <pubDate>Mon, 26 Feb 2018 11:04:41 +0000</pubDate>
                        <title>Dialogo sull&#039;immigrazione. Parte 3.</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/dialogo-immigrazione-parte-3</link>
                        <description>Terzo e ultimo articolo della serie. Qui veniamo al dunque rispondendo alla domanda: &quot;Che fare?&quot;. Ovvero: cosa proponiamo concretamente per la politica dell&#039;immigrazione in Italia e in Europa? Le precedenti due puntate si trovano qui e qui.</description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p class="c0">Abbiamo riflettuto a lungo nelle precedenti puntate sulle differenze tra immigrati e nativi e sul perché queste differenze siano rilevanti nel progettare una politica ottimale dell’immigrazione. Quale politica dell'immigrazione adottare, dunque? Un lettore ci ha fatto giustamente notare che è tardi rispetto alla campagna elettorale (le elezioni del 4 marzo sono a meno di una settimana) ed è tardi in generale, avremmo dovuto fare questa discussione e fare proposte concrete 20 anni fa. Meglio tardi che mai, anche perché i problemi di cui stiamo parlando assilleranno le società occidentali per svariati decenni.</p>
<p class="c0"><strong>Aldo.</strong> Prima dobbiamo metterci d’accordo: per chi è questa politica? Come economisti possiamo rispondere a questa domanda decidendo quando peso diamo al benessere di quelli che sono coinvolti, direttamente o indirettamente, da questa politica (tecnicamente: pesi paretiani). Io vedo due soluzioni: la prima, che preferisco, è che ogni paese dia ai propri cittadini peso uguale a uno, e zero a tutti gli altri. Questa soluzione dà il potere di decidere a chi vive in un certo paese con le conseguenze delle decisioni. Se loro vogliono essere, per loro volontà, generosi con gli altri, benissimo (e sono sicuro che gli italiani lo saranno, come lo sono). Ma i patti, e l’assetto della politica, sono chiari. L’altra è quella di dare peso uguale a tutte le persone nel mondo. Lascio al papa difendere questa seconda posizione; se chi la fa è un politico, dovrebbe dirlo chiaramente ai propri elettori, e sentire che dicono. Soluzioni intermedie (per esempio, che noi unilateralmente diamo peso uno ai cittadini e peso 0,5 agli immigrati, e quindi zero a chi sta a casa) sono improponibili, perché ovviamente ingiuste e perché ignorano le conseguenze negative della emigrazione su chi resta &nbsp;(come abbiamo visto per la politica che guida il NHS). Però questa è la soluzione che stiamo adottando di fatto oggi.</p>
<p class="c0"><span class="c7">La prima condizione per avere una politica dell'immigrazione è averne il controllo. La prima cosa da fare è quindi&nbsp;<span class="c2">riprendere il controllo dell'immigrazione.&nbsp;</span></span><span class="c7">La politica sull'immigrazione non la possono decidere le autorità europee o le corti di giustizia. Nè possiamo solo decidere quanti di quelli che vogliono arrivare in Italia possono entrare. Questa decisione non sta ai potenziali migranti, ma ai cittadini italiani. Ci sono trattati internazionali che sono stati sottoscritti in situazione completamente diverse e che ora hanno conseguenze ben diverse da quelle cha avevano quando li abbiamo sottoscritti.&nbsp;</span><span class="c3"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.admin.ch/opc/it/classified-compilation/19510156/index.html&amp;sa=D&amp;ust=1519688122234000&amp;usg=AFQjCNHyZBXp3GLOs50hhfW7pkItHjlUUw" target="_blank" class="c5">La Convenzione sullo statuto dei rifugiati</a></span><span class="c7">&nbsp;è del 1951, un periodo storico completamente diverso. Una convezione che sostanzialmente lascia alla dichiarazione di chi arriva lo stato di rifugiato (</span><span class="c3"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.admin.ch/opc/it/classified-compilation/19510156/index.html%23a31&amp;sa=D&amp;ust=1519688122235000&amp;usg=AFQjCNE8j-HmSeNtIXpxXJS3M-PE7iR1jg" target="_blank" class="c5">articoli 31, 32 e 33</a></span><span class="c7">) e gli </span><span class="c3"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.admin.ch/opc/it/classified-compilation/19510156/index.html%23a31&amp;sa=D&amp;ust=1519688122235000&amp;usg=AFQjCNE8j-HmSeNtIXpxXJS3M-PE7iR1jg" target="_blank" class="c5">garantisce </a></span><span class="c0">nel frattempo tutti i benefici di un welfare state che nel 1951 non esisteva,&nbsp;è da rivedere per garantire i diritti dei veri profughi, e non di quelli finti.</span></p>
<p class="c1 c8"><span class="c0">Questa politica deve aver presente in modo prioritario che le trasformazioni demografiche sono irreversibili, cioé deve essere lungimirante. Quindi anche se diamo poca importanza al futuro, dobbiamo considerare che un errore avrà conseguenze in un orizzonte temporale di secoli. Questa non è una scelta secondaria, come entrare nell’area dell’euro nel 2002 e poi vediamo se vogliamo rimanere. Contrariamente a quanto si dice, la popolazione italiana è per composizione stabile da diversi secoli. La trasformazione avvenute negli anni dal 2000, e in particolare quella fra il 2014 e il 2017, e quelle che ci aspettano se le lasciamo accadere, sono su quella scala centenaria un cambiamento sostanziale. I demografi futuri lo vedranno sui grafici con secoli sull’asse dei tempi.</span></p>
<p class="c1 c8"><span class="c7">Possiamo fare una politica di aiuto ai paesi che ne hanno bisogno: nei diversi fronti, si &nbsp;parla di un piano Marshall per l‘Africa, o di "aiutarli a casa loro". Bene, facciamolo. Ma non ci dobbiamo fare illusioni; possiamo contribuire a rendere la situazione meno drammatica, ma certo non possiamo renderla tale da rendere una emigrazione di massa meno desiderabile, quindi esercitare il controllo sull'emigrazione è irrinunciabile. Le proiezioni ONU danno la popolazione africana a </span><span class="c3"><a href="https://www.google.com/url?q=http://www.un.org/en/development/desa/population/events/other/10/index.shtml&amp;sa=D&amp;ust=1519688122236000&amp;usg=AFQjCNEeNEL2HJMWN7Iq3ahQA9_4BNZGQA" target="_blank" class="c5">quattro miliardi</a></span><span class="c7">&nbsp;o più nel 2100 (1.2 miliardi oggi, 2 miliardi nel 2040; la popolazione europea corrente è circa 750 milioni, e rimarrà tale); e a partire dal 2000 l’Africa è entrata in una crisi alimentare che ha </span><span class="c3"><a href="https://www.google.com/url?q=http://www.fao.org/docrep/015/i2497e/i2497e00.pdf&amp;sa=D&amp;ust=1519688122236000&amp;usg=AFQjCNFVDhhm8dvn90B37CNaGfEvfPAiaA" target="_blank" class="c5">raddoppiato</a></span><span class="c0">&nbsp;la quantità di cibo che importa.&nbsp;</span><span class="c7">Gli aiuti i paesi ricchi li stanno già dando, </span><span class="c3"><a href="https://www.google.com/url?q=http://www2.compareyourcountry.org/aid-statistics?cr%3D625%26cr1%3Doecd%26lg%3Den%26page%3D1&amp;sa=D&amp;ust=1519688122237000&amp;usg=AFQjCNErZ3oTrSYejj7twLbbtSAaOHTGUQ" target="_blank" class="c5">ai paesi</a></span><span class="c7">&nbsp;da cui viene l’emigrazione, per un </span><span class="c3"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.oecd.org/dac/financing-sustainable-development/development-finance-data/ODA-2016-detailed-summary.pdf&amp;sa=D&amp;ust=1519688122237000&amp;usg=AFQjCNHVDc_O33rlrpsRMGvUxmaaV1vrjg" target="_blank" class="c5">totale per anno di 142 miliardi.</a></span><span class="c7">&nbsp;Il </span><span class="c3"><a href="https://www.google.com/url?q=https://en.wikipedia.org/wiki/Marshall_Plan&amp;sa=D&amp;ust=1519688122238000&amp;usg=AFQjCNHoyqADc3iJXggfu5jgPMJm5kqSqw" target="_blank" class="c5">piano Marshall</a></span><span class="c0">&nbsp;è stato un aiutino su cinque anni di 140 miliardi di dollari in valore corrente ai paesi dell’Europa occidentale (tutti quelli che non erano nell’area sovietica, esclusa solo la Spagna; l'Italia ebbe 13 miliardi). Il piano cominciò nel giugno 1948 e finì nel 1952, anno in cui le economie europee erano già sopra il livello del 1938, prima della guerra. &nbsp;C'è qualcuno che pensa che fra quattro anni le economie che vogliamo aiutare avranno una prestazione simile e i loro cittadini vorranno quindi rimanere nel loro paese di origine? &nbsp;O fra quarant'anni?</span></p>
<p class="c1 c8">Le società con profonde differenze culturali non hanno coesione sociale. &nbsp;È anche peggio se le divisioni sono di natura religiosa e etnica. Il multiculturalismo, quindi, non funziona. Un esempio di divisione quasi esclusivamente culturale (linguistica) è il Belgio, dove le radici della divisione in due comunità linguistiche risalgono a 14 secoli fa, non si sono mai sanate, e stanno producendo la disintegrazione del paese. Quando le divisioni sono religiose, la separazione è spesso tragica (come per India e Pakistan). Quando a queste si aggiungono le divisioni etniche, l’esito spesso è la pulizia etnica (come in Jugoslavia, ma anche come in Sudafrica e in Zimbabwe, dove la minoranza etnica bianca sta scomparendo, in un modo o nell’altro). In Italia la natura dell'immigrazione possibile ci porterebbe a una società divisa per motivi culturali, linguistici, etnici e religiosi.&nbsp;</p>
<p class="c1 c8">Lo sviluppo possibile in società non omogenee dipende dalla collocazione geografica delle varie componenti. Quando ci sono regioni omogenee al loro interno, ma diverse fra loro, l’esito è la secessione (Catalogna, Sud Italia, Fiamminghi, Scozia). Quando ci sono sostanziali minoranze, non abbastanza grandi da permettere una secessione, l'esito è la ricollocazione (come quelle a margine della scissione fra India e Pakistan, o la ricollocazione delle minoranze tedesche subito dopo la fine della seconda guerra mondiale). Il caso più tragico è quando le divisioni sono sparse su tutto il territorio, come sta avvenendo in tutti i paesi europei con alta immigrazione. L’esempio chiaro sono gli Stati Uniti, con due minoranze (neri e latini, rispettivamente 13 e 17 per cento circa) che sono sparse nel territorio (con l’eccezione della California, che infatti ora ha spinte secessioniste). Gli USA si stanno progressivamente dividendo secondo linee razziali; poiché secessione o ricollocazione sono impossibili, il risultato è un conflitto permanente, un risentimento inestinguibile, che si manifestano in tutti gli aspetti della vita sociale, da quello economico (la crisi fiscale, l'immigrazione) a quello culturale. Anche in questo caso, l’Italia sembra avviarsi verso la peggiore combinazione possibile.</p>
<p class="c1"><span class="c0">Alla domanda "qual è il numero ottimale di immigrati?", dobbiamo aggiungere "e quali immigrati?’’. L’idea di fondo del modello di selezione Roy-Borjas, di selezionare "i migliori e i più brillanti" mi va benissimo, ma bisogna farla funzionare, se possiamo; se non possiamo, dobbiamo pensare ad altre strade. Bisogna considerare realisticamente quali immigrati siamo capaci di attrarre. Per esempio, in confronto ai bacini di attrazione per UK e Giappone noi abbiamo un bacino più piccolo e più rischioso. Nella competizione fra paesi a bassa fertilità siamo in posizione svantaggiata. Se possiamo attirare solo persone che rendono il benessere di tutti peggiore, allora è meglio non avere immigrati, e concentrarci su politiche di incentivo alla fertilità.&nbsp;</span><span class="c7">La popolazione totale residente in Italia prima o poi si dovrà fermare e ci sarà da affrontare una transizione a un livello stabile. La caduta del tasso di fertilità ci dice che il momento migliore di farlo è oggi. Abbiamo le risorse per farlo, e su questo dovremmo concentrarci. Il Giappone ha scelto una via diversa da quella che i paesi europei hanno preferito negli ultimi anni, che consiste nel metterci una toppa e poi speriamo che vada a finire bene. Vedremo fra cento anni chi ha avuto ragione, quando loro avranno già completato la transizione, e noi dovremo farlo nel mezzo di conflitti religiosi, etnici, sociali permanenti. A differenza del Giappone, dobbiamo essere più creativi nell'incentivare la fertilità. C'è evidenza che oltre un certo livello di </span><span class="c3"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.scribd.com/document/123984858/Advances-in-development-reverses-fertility-declines&amp;sa=D&amp;ust=1519688122239000&amp;usg=AFQjCNFFTAmLpYQjIqrtZHrtnDN8HW6UxQ" target="_blank" class="c5">sviluppo</a></span><span class="c7">&nbsp;o di </span><span class="c3"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.ined.fr/fichier/s_rubrique/19149/pesa481.en.pdf&amp;sa=D&amp;ust=1519688122240000&amp;usg=AFQjCNFmJY2M2r0wNK4jHNVvbe4xEGt5-A" target="_blank" class="c5">PIL</a>&nbsp;l</span><span class="c7">a fertilità torna a salire. L’Italia ha avuto, tra il 1995 e il 2008, una </span><span class="c3"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/publicdata/explore?ds%3Dd5bncppjof8f9_%26met_y%3Dsp_dyn_tfrt_in%26hl%3Den%26dl%3Den%23!ctype%3Dl%26strail%3Dfalse%26bcs%3Dd%26nselm%3Dh%26met_y%3Dsp_dyn_tfrt_in%26scale_y%3Dlin%26ind_y%3Dfalse%26rdim%3Dregion%26idim%3Dcountry:ITA%26ifdim%3Dregion%26tdim%3Dtrue%26hl%3Den_US%26dl%3Den%26ind%3Dfalse&amp;sa=D&amp;ust=1519688122240000&amp;usg=AFQjCNHTTMEpiEhEuIZ6E8xDR36hsSB0gA" target="_blank" class="c5">ripresa della natalità</a></span><span class="c7">&nbsp;da 1.19 a 1.45. La fertilità nei paesi europei non è uniformemente bassa: paesi come la </span><span class="c3"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.google.com/publicdata/explore?ds%3Dd5bncppjof8f9_%26met_y%3Dsp_dyn_tfrt_in%26hl%3Den%26dl%3Den%23!ctype%3Dl%26strail%3Dfalse%26bcs%3Dd%26nselm%3Dh%26met_y%3Dsp_dyn_tfrt_in%26scale_y%3Dlin%26ind_y%3Dfalse%26rdim%3Dregion%26idim%3Dcountry:ITA:FRA:SWE%26ifdim%3Dregion%26tdim%3Dtrue%26hl%3Den_US%26dl%3Den%26ind%3Dfalse&amp;sa=D&amp;ust=1519688122240000&amp;usg=AFQjCNFWDkqSJkUsB13havscx5cB0oY-qQ" target="_blank" class="c5">Francia o i paesi del nord </a></span><span class="c0">che hanno una politica di assistenza per le donne sono intorno a un tasso di fertilità di 2, paesi come la Germania e l’Italia che non la hanno sono intorno al’1.4.</span></p>
<p class="c1"><span class="c7">Poi non perdiamo di vista le nozioni elementari: il benessere di un paese dipende dal PIL pro capite, non quello totale; se aumentiamo il PIL del 10 per cento e la popolazione del 20 per cento, siamo tutti più poveri. Ora, il nesso tra immigrazione di massa e produttività di una economia (e quindi del PIL pro capite) va chiarito, e forse si potrebbe fare se gli accademici volessero farlo. Ma due considerazioni sono d’obbligo. La prima è che non basta osservare che più siamo, più produciamo, e quindi meglio stiamo. Bob Rowthorn, economista della tradizione di sinistra ha</span><span class="c7"><a href="https://www.google.com/url?q=http://www.civitas.org.uk/content/files/largescaleimmigration.pdf&amp;sa=D&amp;ust=1519688122241000&amp;usg=AFQjCNEOZ-YFKGOaGr0aS1uTE8PyrBvkYg" target="_blank" class="c5">&nbsp;</a></span><span class="c3"><a href="https://www.google.com/url?q=http://www.civitas.org.uk/content/files/largescaleimmigration.pdf&amp;sa=D&amp;ust=1519688122241000&amp;usg=AFQjCNEOZ-YFKGOaGr0aS1uTE8PyrBvkYg" target="_blank" class="c5">scritto un libro</a></span><span class="c0">&nbsp;scettico sulla immigrazione di massa ricordando proprio il punto che aumentare il PIL non equivale ad aumentare il welfare. La seconda è che la questione non è accademica, cioè è troppo seria per lasciarla agli accademici; e anche se gli accademici si decidessero a farlo (e io ne dubito) per l'immigrazione bisogna decidere domani. Allora vale una considerazione di prudenza: le modifiche alla popolazioni sono irreversibili, e il costo di un errore, permettendo una larga immigrazione, è ben più grave di quello opposto . </span></p>
<p class="c1 c8">Alla fine, i dettagli della politica li decide la gente, di cui ho fiducia. Basta che guardino la realtà che hanno davanti, pensino con la loro testa&nbsp; e non stiano ad ascoltare i ricatti di una classe di politici che è (specie quella europea) di infimo ordine, quando dicono "Se non pensi come me sei un burino bigotto". Basta questo.</p>
<p class="c0"><strong><span class="c2">Giulio.</span></strong><span class="c4">&nbsp;La prudenza quando le conseguenze degli errori sono costose e irreversibili è certamente un saggio principio. Ma esiste una pressione migratoria verso l'Europa che è molto costoso contenere.&nbsp;</span>Attenzione, non sto dicendo che siccome c'è questa pressione allora non possiamo farci niente. Al contrario, possiamo farci molto, come spiego meglio sotto, ma non dobbiamo illuderci: i flussi si possono in parte controllare ma in parte vanno governati per quello che sono. In questo contesto, la mia risposta alla domanda “Che fare?” si riassume così: primo, distinguere tra rifugiati e immigrazione economica. Secondo,&nbsp;riscrivere ex-novo regole semplici e generose ma molto severe per entrambi i casi (cioé il contrario di quello che vige adesso in Italia). Terzo, integrare attraverso un nucleo di pochi principi “costituzionali” fondamentali che ogni immigrato deve accettare, superando così la duplice, opposta illusione dell’assimilazione e del multiculturalismo.</p>
<p class="c0"><span class="c7">Nel resto di questo mio intervento sviluppo queste proposte e, per dargli un fondamento, è utile anche qui come nel corso della discussione nelle due precedenti puntate di questo dialogo iniziare con un </span><span class="c6">benchmark</span><span class="c7">, un caso estremo, per poi capire come e perché ci si debba discostare da esso. Il </span><span class="c6">benchmark </span><span class="c7">in questo caso è quello delle frontiere aperte (“</span><span class="c6">open borders</span><span class="c7">”), esattamente come facciamo per il commercio internazionale all’interno delle aree di libero scambio e nei mercati finanziari attraverso la libera circolazione dei capitali. All’interno dell’UE, specificamente nell’area “Schengen”, anche le persone si muovono liberamente. </span><span class="c6">Open borders</span><span class="c7">&nbsp;quindi per i beni, i capitali e i lavoratori, cioé per i fattori produttivi mobili e per quello che questi fattori producono e che possa essere trasportato da un posto a un altro. La teoria economica ci dice che se quello che ci interessa è il "benessere dell’umanita’" (misurato come hai spiegato tu all'inizio, cioé con una funzione di "benessere sociale" che dia un certo peso a ciascun individuo)&nbsp;</span><span class="c7">allora la domanda "che fare?" ha una semplice risposta: aprire le frontiere limitando ogni restrizione all’immigrazione, cioé libera circolazione delle persone tra mercati del lavoro in luoghi diversi ("ognuno vada dove vuole andare, ognuno invecchi come gli pare", per dirla alla Guccini), esattamente come dovremmo fare (e per lo stesso motivo) coi mercati internazionali dei beni e dei capitali. </span><span class="c7">Naturalmente la politica dell’immigrazione, come quella del commercio e quella finanziaria, genera vincenti e perdenti, accontenta qualcuno e scontenta qualcun altro. Le decisioni politiche hanno sempre questa caratteristica, ma la società nel suo insieme guadagnerebbe, nel modello che sto descrivendo, da una politica </span><span class="c6">open borders</span><span class="c4">. Nel caso di frontiere aperte all’immigrazione il guadagno maggiore è per gli stessi migranti. Non a caso molti fanno osservare che sarebbe questa la politica più efficace per ridurre la povertà e la disuguaglianza globali (così come la globalizzazione del commercio ha contribuito enormemente a ridurre la povertà e la disuguglianza tra paesi ricchi e paesi poveri).</span></p>
<p class="c0"><span class="c7">Bene, questo è il </span><span class="c6">benchmark</span><span class="c7">. La realtà è diversa essenzialmente per due motivi. Primo, per il motivo che hai detto tu sopra.&nbsp;</span><span class="c7">Generalmente il governo sceglie la politica dell’immigrazione considerando il benessere degli elettori, e siccome gli immigrati non votano (non quelli di prima generazione, almeno) il governo non ha generalmente incentivi a considerare il loro benessere. Peso pari a uno a ciascun cittadino, zero per tutti gli altri.&nbsp;</span><span class="c7">Secondo, i processi migratori generano esternalità negative se gli elettori hanno una preferenza per una certa composizione della popolazione e se gli immigrati, come discusso nelle precedenti puntate, sono diversi dai nativi per cultura, religione, o altre caratteristiche rilevanti. Mettendo insieme questi due motivi, una politica dell’immigrazione </span><span class="c6">open borders</span><span class="c7">&nbsp;non è necessariamente ottimale. In altre parole, in una democrazia la risposta alla domanda "Che fare?" riflette in qualche modo le preferenze degli elettori. Se gli elettori volessero chiudere le frontiere, nessun governo potrebbe lasciarle aperte, così come se gli elettori volessero </span><span class="c6">open borders</span><span class="c4">&nbsp;nessun governo o intellettuale potrebbe persuaderli che vanno invece chiuse se no il paese è finito. Siamo quindi d'accordo su questa premessa.</span></p>
<p class="c0">C’è però un'altra cosa sulla quale non solo io e te ma tutti dovremmo essere d’accordo, e questa è la mia prima risposta pratica alla domanda “Che fare?” in materia di politica dell’immigrazione in Italia e in Europa. Tutti dovremmo essere d’accordo su questo principio di legalità: i processi migratori, come ogni altro fenomeno sociale ed economico, devono essere ordinati e quindi avvenire nel rispetto delle regole che una comunità si dà. La prima cosa da fare è quindi stabilire queste regole in modo chiaro e far rispettare il principio che si può immigrare e risiedere nel paese solo nel rispetto di esse, cioé legalmente. Naturalmente l’immigrazione irregolare esisterà sempre in un paese soggetto a pressioni migratorie e non sarebbe ottimale ridurla a zero a qualsiasi costo, specificamente qualsiasi costo di controllo delle frontiere. Può essere però ridotta al minimo stabilendo bene le regole, che devono essere semplici e poco restrittive ma fatte osservare rigidamente (l’illegalità diffusa riflette spesso regole complicate ed eccessivamente restrittive che rendono troppo costoso il rispettarle e il farle rispettare). In Italia e in Europa si sta facendo il contrario: regole complicate e molto restrittive sulle cui violazioni si chiude poi spesso un occhio anzi due.</p>
<p class="c0">Il principio di legalità in Europa, e in special modo in Italia, oggi non ha alcuna forza e i risultati sono: il caos nei processi migratori; il risentimento della popolazione nativa che alimenta le forze politiche populiste e anti-immigrazione; un danno enorme per gli immigrati stessi per le forme di discriminazione statistica che naturalmente ne derivano. Mi spiego con un esempio. In molte città italiane sono ben visibili specifici gruppi di immigrati specializzati in specifiche attività illegali, come il commercio al dettaglio (per strada) di droghe o l’accattonaggio molesto (e non sto facendo il bigotto: da tempo sostengo che le droghe dovrebbero essere legalizzate in modo da eliminare proprio il sottobosco di criminalità, micro e non, che sempre origina dal proibizionismo). Questi gruppi sono naturalmente esigue minoranze (spesso indotte nell’illegalità da regole troppo stringenti) ma il problema è che sono ben visibili e creano degrado urbano, un senso di insicurezza e fastidio nella popolazione locale. Siccome la maggioranza che invece lavora e conduce una normale vita è poco visibile (essendo appunto del tutto normale) si genera un meccanismo perverso di discriminazione statistica per cui quelli che assomigliano alle minoranze più visibili perché dedite ad attività illegali vengono considerati come dei poco di buono con alta probabilità. Imporre la legalità beneficia quindi innanzitutto gli immigrati stessi. A questo fine, serve riscrivere alcune regole.</p>
<p class="c0">Queste regole vanno riscritte distinguendo tra rifugiati e immigrazione economica. L’accoglienza dei rifugiati è un principio umanitario al quale la società occidentale non può rinunciare. Nessuno di noi chiuderebbe la porta in faccia a chi scappa dalla guerra o dalla persecuzione a causa della propria etnia, della propria religione, del proprio sesso o del proprio orientamento sessuale. Il processo deve però essere il più possibile ordinato. Certamente chi scappa non può attendere e deve approdare rapidamente in un luogo sicuro. Questo luogo sicuro non deve però essere il Mediterraneo (che sicuro non è per niente) ma può essere un hotspot dell’Unione Europea in punti focali per chi fugge, per esempio i paesi del Nord Africa e la Turchia. L’UE ha certamente il potere negoziale di concludere accordi con paesi come il Marocco, la Tunisia, l’Algeria, la Libia, l’Egitto e appunto la Turchia per stabilire in quei paesi centri di accoglienza e identificazione dei rifugiati (magari in collaborazione con questi stessi e altri paesi affinché i rifugiati siano distribuiti tra molti paesi e, possibilmente, continenti diversi). Le domande di asilo si processeranno durante la permanenza in questi centri e coloro ai quali viene riconosciuto lo status di rifugiato vengono trasferiti in Europa (o altrove) in sicurezza con navi e altri mezzi militari. Ai rifugiati deve essere permesso di lavorare e di condurre una normale vita in Europa (o altrove) durante il periodo di accoglienza e finché permane nel paese d’origine lo stato di pericolo che li ha indotti a fuggire (che potrebbe anche essere per sempre). Terminato questo cessa anche il periodo d’accoglienza. Le stesse norme internazionali che regolano i rifugiati vanno riscritte radicalmente, come anche tu suggerisci, perché quelle attuali non solo riflettono l’esperienza di un mondo che fu, sono obsolete, e si prestano ad abusi. Su questo punto tonerà nei prossimi giorni Axel Bisignano con un articolo specificamente dedicato al tema delle norme per i rifugiati.</p>
<p class="c0"><span class="c7">Per i migranti economici la questione è diversa. Qui la società deve scegliere quanti accoglierne. Questo davvero dipende solo da cosa vogliamo come comunità (nel senso che tu hai ben descritto), oltre che dalla capacità "tecnologica" di assorbimento di una maggiore forza lavoro con specifiche caratteristiche e di una maggiore popolazione che domanda come i nativi servizi pubblici. Abbiamo discusso a lungo nelle precedenti puntate di come immigrati e nativi siano diversi e dei benefici e dei costi che derivano dall’immigrazione. Vi sono indubbiamente benefici, come sempre ve ne sono stati storicamente per i paesi più ricchi riceventi immigrazione da quelli più poveri. E vi sono indubbiamente dei costi, come la minore coesione sociale derivante da importanti&nbsp;differenze culturali di cui hai detto sopra. Dobbiamo realisticamente bilanciare questi costi e benefici.&nbsp;</span><span class="c7">Nel far questo non bisogna però illudersi sul processo di integrazione. Esistono due modi di integrare una popolazione immigrata: il multiculturalismo o l’assimilazione. L’alternativa è la non integrazione. Quest’ultima è la peggiore scelta perché significa creare una società con gruppi in perenne conflitto, mentre l’assimilazione è un’utopia perché tutta l’evidenza disponibile ci dice che la cultura degli immigrati è altamente persistente (ed è giusto che sia così, come sa bene chi, come me e te, è stato oppure è un immigrato). D’altronde, dopo gli entusiasmi degli anni 80 e 90 del ventesimo secolo, abbiamo ormai capito, concordo con te, che anche il multiculturalismo è un’utopia perché i processi migratori moderni generano elevata eterogeneità culturale, religiosa e quindi di norme sociali all’interno dei paesi occidentali. Quello che secondo me si deve fare qui è stabilire in Europa una forma di multiculturalismo minimalista, cioé l’integrazione attraverso un set minimo di regole “costituzionali” europee, di pochi principi fondamentali per la convivenza. Così a naso questi dovrebbero essere principi fondamentali delle democrazie occidentali quali il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali (inclusi la libertà religiosa e quella di orientamento sessuale), la separazione tra la sfera civile e quella religiosa, il rispetto delle leggi che una comunità si è data. Una volta stabilite poche regole fondamentali si può stabilire che queste sono le condizioni necessarie alla convivenza in Europa e che chi vuole venire a vivere qui deve accettare. L’adesione pubblica a questi pochi, essenziali principi è fondamentale perché segnala la possibilità della convivenza. Mi si dirà che molti nativi europei non li accettano. Ma certamente si può chiedere a chi vuole vivere in Europa di accettarli. Attenzione che questo è molto diverso da una pretesa di assimilazione o di accettazione della cultura europea. Sto parlando di un insieme minimale di principi senza i quali la convivenza è impossibile.</span></p>
<p class="c0"><span class="c7">Io penso che dovremmo adottare una politica dell’immigrazione generosa ma inflessibile. Cioé una politica che&nbsp;</span><span class="c7">tenga le frontiere il più possibile aperte, in modo da dare al maggior numero possibile l’opportunità di immigrare legalmente alle condizioni sopra descritte, ma che sia inflessibile quando viene violata la legalità. Serve anche qui il potere negoziale dell’UE per fare accordi, laddove possibile, per il rimpatrio degli immigrati economici (non certo dei rifugiati) che violino le regole della convivenza, specialmente durante i primi anni di permanenza nel paese, che dovrebbero costituire una sorta di periodo di prova. I rimpatri posso avvenire con voli di linea, pagati con una somma di denaro che si può chiedere agli immigrati economici (non certo ai rifugiati) di versare all'ingresso nel paese acquistando un <em>bond</em> che frutta interessi e che può essere liquidato o al rientro nel paese di origine o all'acquisizione della cittadinanza.&nbsp;</span>Violazioni rilevanti delle regole della convivenza possono essere misurate con le condanne penali. Una condanna penale dovrebbe essere sufficiente al rimpatrio perché segnala il fallimento dell’integrazione minimale sopra descritta nella società accogliente. Certamente anche gli italiani delinquono ma in questo caso sono già in patria.&nbsp; Se una società può scegliere chi far entrare nel paese certamente non vorrà far entrare chi si dedica poi ad attività socialmente dannose.</p>
<p class="c0">Si notino due fondamentali vantaggi di regole di questo tipo: esse sono in grado di stabilire un processo dell’immigrazione ordinato (scoraggiando forme di moral hazard da parte di potenziali migranti) e di favorire una selezione positiva degli immigrati nel senso del modello Roy-Borjas di cui parlava Aldo sopra. Non solo in termini di abilità utili nel mercato del lavoro ma anche e soprattutto in termini di attitudini civiche che favoriscano l'integrazione minimalista che ho descritto e quindi la coesione sociale sui pochi principi necessari e sufficienti alla convivenza di culture diverse.</p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Ex Kathedra</category>
                            
                        
                        
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                        <pubDate>Mon, 12 Feb 2018 09:34:32 +0000</pubDate>
                        <title>Dialogo sull&#039;immigrazione. Parte 2.</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/dialogo-immigrazione-parte-2</link>
                        <description>Seconda puntata del dialogo sull&#039;immigrazione. La prima puntata era apparsa il 6 febbraio 2018.</description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p class="c4 c7"><strong><span class="c0">Aldo.</span></strong><span class="c2">&nbsp;Abbiamo chiarito che ci possono essere diversità fra immigrati e nativi. Vediamo ora quali sono, e che effetto hanno. Per chiarire la discussione una dichiarazione sul metodo è essenziale. Gli economisti ragionano da economisti, con gli strumenti che hanno imparato, ed è naturale. Per molte questioni, questi strumenti vanno benissimo: per esempio, per finanza siamo a posto. Per altre, l’economia è una scienza che ha bisogno (secondo me) di un aggiornamento profondo, e si comincia a vedere. Ho cercato di spiegarlo </span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=http://users.econ.umn.edu/~rusti001/Research/Neuroeconomics/MoralityPolicyandtheBrain.pdf&amp;sa=D&amp;ust=1518431301359000&amp;usg=AFQjCNEopCowFwyTPpefdzemZEupIP-rdQ" target="_blank" class="c6">altrove</a></span><span class="c2">, lo faccio anche qui guardando a cosa significa per la questione dell’immigrazione. Una descrizione accattivante dell’immigrazione è che gli immigranti vengo in Italia a fare i lavori che gli italiani non vogliono fare. Ci si scorda di dire due cose. La prima, che gli italiani “non vogliono fare quei lavori ai salari di equilibrio raggiunti con l’emigrazione”. C'è una letteratura sconfinata sull’argomento, ma non ci vuole un Ph.D. in economia: qui (a Minneapolis, e il ragionamento vale per l’Italia) io ho avuto dieci anni fa preventivi per un certo lavoro, tutti intorno ai 10 mila dollari. Due mesi fa, per un lavoro analogo, ancora preventivi di 10 mila dollari, con una eccezione di 4 mila, da una compagnia che usa immigrati messicani. Naturalmente il mio carpentiere precedente non vuole fare il carpentiere a quelle condizioni. E ci si scorda anche di dire che se attiriamo persone adatte a quei lavori, questa sarà la popolazione che avremo nel futuro. Idealmente (se potessimo), vorremmo attirare persone che sanno fare lavori che noi non sappiamo fare. A volte può andar bene: per esempio nei primi del novecento il Brasile ha avuto una </span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://en.wikipedia.org/wiki/Japanese_Brazilians&amp;sa=D&amp;ust=1518431301360000&amp;usg=AFQjCNHDN4VJQIgtxr43CKnLZd0AHvKiSg" target="_blank" class="c6">alta immigrazione di giapponesi </a></span><span class="c2">che andavano a raccogliere tè e caffè. &nbsp;Ma venivano da un paese che qualche anno prima </span><span class="c2 c3"><a href="https://www.google.com/url?q=https://en.wikipedia.org/wiki/Battle_of_Tsushima&amp;sa=D&amp;ust=1518431301361000&amp;usg=AFQjCNE1tZNcw06Ayuatn5JwRdWtx-Oetw" target="_blank" class="c6">aveva annientato la flotta russa</a></span><span class="c2">, anche grazie all’uso della </span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://en.wikipedia.org/wiki/Battle_of_Tsushima%23Impact_of_Telegraphy&amp;sa=D&amp;ust=1518431301361000&amp;usg=AFQjCNEpW5dWL6-X1bI8NDzNydZT0KueYA" target="_blank" class="c6">comunicazione radio</a></span><span class="c1">, per la prima volta nella guerra marina.</span></p>
<p class="c4"><strong><span class="c0">Giulio.</span></strong><span class="c2">&nbsp;Beh, per il fenomeno che hai appena discusso (la concorrenza degli immigrati sul mercato del lavoro) gli strumenti degli economisti vanno benissimo, non vedo cosa ci sia da aggiornare. I carpentieri a qualifica medio-bassa, americani o italiani che siano, non sono contenti, nel breve periodo, che arrivino immigrati. L’effetto degli immigrati sul mercato del lavoro è il tema più studiato e, probabilmente, anche il meno interessante ai fini di questo dialogo. Io e Alberto Bisin l’abbiamo riassunto in 17 righe e mezzo (contate) nella </span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://sites.google.com/site/giuliozanella/bisin_zanella.pdf&amp;sa=D&amp;ust=1518431301362000&amp;usg=AFQjCNENrNDqqlscbQ8QhD5nYDKVVeXq8w" target="_blank" class="c6">sezione 2.1 di questo articolo</a></span><span class="c2">. La descrizione “accattivante” che hai riassunto non è affatto ovvia, sono d’accordo, ma non è ovvio nemmeno il contrario. Quale sia il grado di sostituibilità o di complementarità tra lavoratori immigrati e nativi (e quindi quale sia l’impatto dell’immigrazione sulla produttività e i salari di diversi settori delle economie riceventi) è qualcosa su cui ancora non c’è consenso nella letteratura scientifica. Il tuo precedente carpentiere possiede delle abilità (parla perfettamente l’inglese rispetto a quello zoppicante del suo concorrente messicano e quindi capisce meglio tutti i dettagli di quello che gli viene ordinato di fare, per esempio) che non lo rendono un perfetto sostituto del concorrente immigrato. Inoltre, in Italia e in gran parte degli altri paesi europei esistono contratti collettivi che rendono improbabile una pressione al ribasso sui salari dei lavoratori dipendenti. In Italia è quindi più probabile che davvero gli immigrati facciano lavori che gli italiani non vogliono fare a salari contrattuali </span><span class="c2 c8">precedenti</span><span class="c2">&nbsp;l’immigrazione.</span></p>
<p class="c4"><span class="c2">Quanto ad attirare emigranti che sanno fare lavori che noi non sappiamo fare (o che sappiamo fare peggio) questo è quello che in un mercato concorrenziale fanno i salari. Siccome il nostro mercato del lavoro è poco concorrenziale, niente impedisce al governo di concedere permessi di lavoro per svolgere specifici lavori. In ogni caso, questa degli effetti negativi sul mercato del lavoro è davvero una </span><span class="c3 c2 c8"><a href="https://www.google.com/url?q=https://en.wikipedia.org/wiki/Red_herring&amp;sa=D&amp;ust=1518431301362000&amp;usg=AFQjCNElHLYCw8QOQq1qHWkKUf_sIOV-tw" target="_blank" class="c6">red herring</a></span><span class="c2">. Quando Salvini e Berlusconi promettono di chiudere le porte all’immigrazione non stanno cercando il voto dell’operaio a bassa qualifica (e anzi stanno perdendo il voto della donna dirigente che ha bisogno della badante ucraina e della </span><span class="c2 c8">nanny </span><span class="c1">filippina per poter sostenere la propria carriera), ma stanno facendo leva su timori di tipo culturale, che sono palpabili e che vanno presi seriamente. Spiegami quindi meglio cosa intendi quando dici che l’economia ha bisogno di un aggiornamento profondo per analizzare i fenomeni migratori.</span></p>
<p class="c4"><strong><span class="c0">Aldo. </span></strong><span class="c2">Intendo questo. L’economia è stata fondata come scienza moderna da uno scozzese (Adam Smith) che aveva come riferimento una società dove la disomogeneità era quella fra scozzesi, gallesi, inglesi e irlandesi, cioè minima; per di più,</span><span class="c2"><a href="https://www.google.com/url?q=http://www.oxfordhandbooks.com/view/10.1093/oxfordhb/9780199605064.001.0001/oxfordhb-9780199605064-e-25&amp;sa=D&amp;ust=1518431301363000&amp;usg=AFQjCNFNFGGR9cJWozgag3MVKCHGkpBigQ" target="_blank" class="c6">&nbsp;</a></span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=http://www.oxfordhandbooks.com/view/10.1093/oxfordhb/9780199605064.001.0001/oxfordhb-9780199605064-e-25&amp;sa=D&amp;ust=1518431301364000&amp;usg=AFQjCNEPo3wSrHE3Dk9dNI77IaYKwK0E3Q" target="_blank" class="c6">aveva in mente uomini</a></span><span class="c1">&nbsp;(maschi, intendo). Dunque, una società omogenea di individui con caratteristiche precise. Per quella società l’economia ha fatto, con lui, delle assunzioni che spesso non sono nemmeno espressamente dichiarate, sul comportamento e sulla natura umana. Quando si parla di immigrazione, nella scala in cui se ne parla oggi, abbiamo di fronte una società ben più variegata, e queste assunzioni sono dubbie. Gli economisti invece continuiamo a parlare come se quelle assunzioni fossero vere. Io propongo un punto di vista più ricco, articolato come segue.</span></p>
<p class="c4"><span class="c1">Le differenze sostanziali e sistematiche fra popolazioni riguardano una varietà di caratteristiche, numerose, e tutte importanti: quelle che interessano gli psicologi (tratti di personalità, intelligenza), gli economisti (tasso di sconto, avversione al rischio), gli sportivi (rapidità nella corsa, resistenza), i medici (suscettibilità a una certa malattia), e così via. Per alcune di queste caratteristiche un ordine naturale è plausibile (cioè “è meglio avere un punteggio più alto” è una affermazione sensata); per molte, questo ordine non c’è. Per esempio, è opinione comune fra psicologi che non è “meglio” avere un punteggio per estroversione il più alto possibile. Semmai, l’ottimo sta da qualche parte nel mezzo, e decidere dove sta l’ottimo è praticamente impossibile. Lo stesso vale per le caratteristiche che interessano gli economisti: è forse meglio avere un tasso soggettivo di sconto il più alto (o più basso?) possibile? O anche in questo caso la virtù sta nel mezzo? Per l’avversione al rischio, non è ideale aver paura della propria ombra quando si prendono decisioni di investimento, ma anche non tuffarsi in ogni avventura. Quindi dire che una persona è meglio di un’altra perché ha un punteggio più alto su un qualche test è in genere insensato.&nbsp;&nbsp;</span></p>
<p class="c4"><span class="c2">Il razzismo è l’idea pericolosa (e ridicola) che identifica una popolazione con una razza e dice che una razza è superiore in tutte (o quasi tutte) le dimensioni importanti. Un corollario spregevole di questa idea è che questa razza superiore ha il</span><span class="c2"><a href="https://www.google.com/url?q=http://historymatters.gmu.edu/d/5478/&amp;sa=D&amp;ust=1518431301365000&amp;usg=AFQjCNHBaMlgP6q5aIRst6Q8qPPfIFWsOQ" target="_blank" class="c6">&nbsp;</a></span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=http://historymatters.gmu.edu/d/5478/&amp;sa=D&amp;ust=1518431301365000&amp;usg=AFQjCNHBaMlgP6q5aIRst6Q8qPPfIFWsOQ" target="_blank" class="c6">compito,</a></span><span class="c1">&nbsp;assegnato da Dio o assunto da se stessi, di prendersi cura degli altri, idea che ha prodotto il (o meglio, ha fornito l’alibi al) colonialismo. Questa discussione si è chiusa l’8 maggio 1945. C'è ancora una battaglia di retroguardia da fare, così come ce n'è una sulla questione dell’evoluzione o una sulla questione della creazione. Ma è una battaglia di retroguardia, che non ci deve distrarre da quelle più pressanti.</span></p>
<p class="c4"><span class="c2">In alcuni campi, di queste differenze si parla e ne citerò due. Il primo è quello della pratica clinica, perché in questo caso tenerne conto è una questione di vita o di morte. Per esempio l'incidenza del cancro alla prostata è</span><span class="c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.cdc.gov/cancer/prostate/statistics/race.htm&amp;sa=D&amp;ust=1518431301366000&amp;usg=AFQjCNEk7B8WFtD4nTVxq--Wdr5dA-MuAQ" target="_blank" class="c6">&nbsp;</a></span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.cdc.gov/cancer/prostate/statistics/race.htm&amp;sa=D&amp;ust=1518431301366000&amp;usg=AFQjCNEk7B8WFtD4nTVxq--Wdr5dA-MuAQ" target="_blank" class="c6">più alta</a></span><span class="c1">&nbsp;fra i neri. Attenzione, l'incidenza: la mortalità è anche più alta. Questa seconda differenza aggiuntiva è ovviamente dovuta a fattori come la condizione economica (o anche ad altri fattori, come la cura che una persona dà alla propria salute). Ma l’incidenza no. Una politica che sembra naturale in questo caso è di avere controlli più frequenti della proteina PSA (che segnala la presenza di cellule cancerogene) fra i neri. C’è qualcuno che vuole opporsi a questa pratica perché è basata su discriminazione genetica? O che vuole fare questi esami meno severi per non creare ansia in quella comunità?&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</span></p>
<p class="c4"><span class="c2">Un altro esempio è il</span><span class="c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://ghr.nlm.nih.gov/condition/tay-sachs-disease&amp;sa=D&amp;ust=1518431301367000&amp;usg=AFQjCNE9MuxR_Ml9bGQtyKpla3JAAIyP8Q" target="_blank" class="c6">&nbsp;</a></span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://ghr.nlm.nih.gov/condition/tay-sachs-disease&amp;sa=D&amp;ust=1518431301367000&amp;usg=AFQjCNE9MuxR_Ml9bGQtyKpla3JAAIyP8Q" target="_blank" class="c6">Tay-Sachs</a></span><span class="c2">, che è una malattia con incidenza particolarmente alta tra gli ebrei &nbsp;Ashkenazi. Per chi sospetta sempre che ci sia una causa sociale dietro ogni cosa, la malattia è anche presente in altri gruppi (canadesi francesi del Quebec, e Cajuns nella Louisiana del sud: se trovate una causa sociale comune per questi tre gruppi fatemi sapere). &nbsp;Queste sono cose accettate come ovvie nella pratica medica. Ma provatevi a dire che la incidenza del Tay-Sachs è parte di una costellazione di altre</span><span class="c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://en.wikipedia.org/wiki/Medical_genetics_of_Jews&amp;sa=D&amp;ust=1518431301367000&amp;usg=AFQjCNHZw8ksNbBW1lviw8Gv02vcp1N2NA" target="_blank" class="c6">&nbsp;</a></span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://en.wikipedia.org/wiki/Medical_genetics_of_Jews&amp;sa=D&amp;ust=1518431301368000&amp;usg=AFQjCNE1MhgKL7snx4BPvZeL2dTosRvtWw" target="_blank" class="c6">malattie e caratteristiche</a></span><span class="c2">, (malattia di Gaucher, sindrome di Bloom, anemia di Fanconi, e </span><span class="c2 c8">un quoziente di intelligenza </span><span class="c2">più alto del resto della popolazione), magari tutte prodotte dallo stesso processo di trasformazione</span><span class="c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.amazon.com/Chosen-Few-Education-Princeton-Economic/dp/0691144877&amp;sa=D&amp;ust=1518431301368000&amp;usg=AFQjCNHNNqx_CyIc-9R0aa8kZfNEPZG5cg" target="_blank" class="c6">&nbsp;</a></span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.amazon.com/Chosen-Few-Education-Princeton-Economic/dp/0691144877&amp;sa=D&amp;ust=1518431301369000&amp;usg=AFQjCNFN6UVC_0eexU5zgmTM10Or0Qo-3w" target="_blank" class="c6">culturale e economica</a></span><span class="c2">&nbsp; e associata</span><span class="c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16867211&amp;sa=D&amp;ust=1518431301369000&amp;usg=AFQjCNGGcEm1c2bey_T2I3krVhXIYpLkPg" target="_blank" class="c6">&nbsp;</a></span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16867211&amp;sa=D&amp;ust=1518431301369000&amp;usg=AFQjCNGGcEm1c2bey_T2I3krVhXIYpLkPg" target="_blank" class="c6">selezione</a></span><span class="c1">, e qualcuno subito ricomincia con Hitler.</span></p>
<p class="c4"><span class="c2">L’altro campo è quello sportivo. In questo caso, non si tratta di vita e di morte, ma il succo dello sport sta nel vedere chi è il migliore, e se c'è il trucco lo spettacolo non è più divertente. &nbsp;Su questo punto non mi dilungo, ma guardate alla composizione etnica di chi ha tenuto il</span><span class="c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://en.wikipedia.org/wiki/Men%2527s_100_metres_world_record_progression&amp;sa=D&amp;ust=1518431301370000&amp;usg=AFQjCNE2_a3UKkp1NZcJzxVyZoS8xVhtsg" target="_blank" class="c6">&nbsp;</a></span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://en.wikipedia.org/wiki/Men%2527s_100_metres_world_record_progression&amp;sa=D&amp;ust=1518431301370000&amp;usg=AFQjCNE2_a3UKkp1NZcJzxVyZoS8xVhtsg" target="_blank" class="c6">record mondiale nei cento metri</a></span><span class="c1">&nbsp;negli ultimi anni (a partire dal 1977, diciamo), e ditemi quanti atleti trovate che non hanno origine nell’ Africa occidentale, anche se poi cresciuti in tutte le parti del mondo, e quindi con diverse influenze dell’ambiente.</span></p>
<p class="c4"><span class="c2">L’idea che ci siano queste differenze sostanziali e sistematiche però è difficilissima da digerire. In economia, non c’è mai stata (all’origine perché queste differenze erano poco visibili quando non c’era nemmeno il treno per andare a Londra da Edinburgo). Oggi, se c'è un cambiamento è nella direzione opposta, per due ragioni. La prima perché parlarne viola l’undicesimo comandamento dell’intellettuale moderno, “Mai mostrare cattivo gusto”. &nbsp;La seconda è che sembra più affascinante lavorare per &nbsp;“rendere il mondo un luogo migliore”, in particolare “rimediare alla terribile piaga della disuguaglianza”, come se la missione dell’economista fosse scritta nella</span><span class="c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://it.wikipedia.org/wiki/Tesi_su_Feuerbach&amp;sa=D&amp;ust=1518431301371000&amp;usg=AFQjCNGTc7GyHanLWEWf_VQJqxUH1cYfZA" target="_blank" class="c6">&nbsp;</a></span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://it.wikipedia.org/wiki/Tesi_su_Feuerbach&amp;sa=D&amp;ust=1518431301371000&amp;usg=AFQjCNGTc7GyHanLWEWf_VQJqxUH1cYfZA" target="_blank" class="c6">undicesima tesi a Feuerbach</a></span><span class="c1">&nbsp;(“Gli economisti finora hanno solo interpretato diversamente il mondo; ma si tratta di trasformarlo”). Cerchiamo prima di capirlo, il mondo. &nbsp;Di sicuro, chi scrisse quella tesi, di economia ci aveva capito pochino.</span></p>
<p class="c4"><strong><span class="c0">Giulio</span></strong><span class="c2"><strong>.</strong> Va bene, </span><span class="c2 c8">point taken</span><span class="c1">&nbsp;e siamo d'accordo: delle differenze tra nativi e immigrati si può parlare senza per questo doversi sentire accusati di razzismo. Esattamente perché sono queste differenze che determinano una politica ottimale dell’immigrazione. Tuttavia, abbiamo solo accennato al perché queste differenze debbano rilevare. In medicina e nello sport rilevano per le ragioni che hai ben descritto. Ma nel funzionamento dell’economia e della società in generale? Inoltre, ancora non vedo cosa ci sia da rifondare nella scienza economica per far posto a queste differenze. A me pare che in tutti i nostri modelli ci sia spazio per qualunque tipo di eterogeneità. Non vogliamo qui ammorbare il lettore con una discussione accademica, per cui affrettiamoci a preparare l’atterraggio e a discutere sul “che fare” concretamente in termini di politica dell’immigrazione, ma ormai mi hai incuriosito per cui per favore arriva in fondo...</span></p>
<p class="c4"><strong><span class="c0">Aldo.</span></strong><span class="c2">&nbsp;Si, certo, in economia si parte sempre da modelli generali dove un certo parametro ha una certa distribuzione, “per includere il caso della eterogeneità degli agenti”. Ma dura poco. E’ divertente rileggere gli articoli sulla teoria Roy-Borjas della selezione degli immigranti, di cui parlavi nella </span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=http://noisefromamerika.org/articolo/dialogo-immigrazione-parte-1&amp;sa=D&amp;ust=1518431301372000&amp;usg=AFQjCNGraYMd5uOG_5mI9fBvT6PHAy1VlQ" target="_blank" class="c6">prima puntata di questo dialogo</a></span><span class="c1">, per vedere come si parta sempre, a pagina 1, dal caso generale della diversità tra popolazioni dei paesi di origine e di arrivo. A pagina 3 però si trova sempre una assunzione (fatta “per la semplicità della trattazione matematica”) dove le differenze sono rimosse, con la nota (a piè di pagina) che rassicura il lettore che “il caso generale segue con argomenti simili”. Peccato che le conclusioni, quando si guarda il caso generale, siano diverse da quelle raggiunte nel caso particolare (e irreale).</span></p>
<p class="c4"><span class="c1">Le differenze rilevanti di cui stiamo parlando sono più complesse, e hanno in parte un’origine culturale, e in parte una base genetica (stiamo parlando delle differenze fra gruppi: in quelle fra individui, il caso ha una grossa parte). Decidere quanto peso, esattamente, abbiano queste due componenti è controverso, ma la discussione corrente è se sia 60 per cento cultura e 40 genetica, o 60/40. Non se sia 0 e 100.</span></p>
<p class="c4"><span class="c1">Ma in ogni caso, entrambi i fattori hanno un’evoluzione lenta. Le leggi di trasmissione genetiche sono ben comprese, e naturalmente indicano che queste differenze sono di lungo periodo. La trasmissione culturale ha caratteristiche molto diverse da quella genetica. Prima e più importante differenza fra le due è, come ci ha insegnato Gramsci, che essa è compito di una categoria specializzata di elaboratori e mediatori di ideologie (gli intellettuali, categoria vasta che include attori di Hollywood e imam). Come conseguenza, &nbsp;le trasformazioni culturali possono essere molto rapide in certi momenti critici, e avere effetti duraturi, se le condizioni sono favorevoli. Per esempio: il moderno Iran era nel 632 parte dell’impero Sasanide, &nbsp;con religione Zoroastriana. Nel 651, meno di venti anni dopo, era &nbsp;parte del Califfato musulmano. Il cambiamento fu prodotto da un accidente storico (una momentanea debolezza dei Sasanidi dovuta alla guerra con Bisanzio). Da allora, per i seguenti 1367 anni fino a oggi, l’Iran è stato ed è un paese islamico, al momento una teocrazia, dove il leader supremo è eletto da un’assemblea di esperti, cioè studiosi islamici competenti nella interpretazione della Sharia. Zoroastro c’è solo nei libri di storia. In conclusione, che sia natura o cultura, queste differenze sono di lungo, anzi lunghissimo periodo.</span></p>
<p class="c4"><strong><span class="c0">Giulio.</span></strong><span class="c1">&nbsp;Beh, se è per questo anche l’Europa ha sperimentato un rapido cambiamento culturale, forse un po’ meno rapido ma altrettanto profondo. Nel 180 c’era Marco Aurelio ed era romana con Giove e tutti gli altri, e poco più di un secolo dopo c’era Costantino ed era diventata cristiana. Qualunque sia l’origine e la dinamica di queste differenze complesse, perché (chiedo retoricamente…) dovrebbero essere importanti?&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;</span></p>
<p class="c4"><strong><span class="c0">Aldo.</span></strong><span class="c1">&nbsp;Queste differenze diventano importanti quando si fanno convivere popolazioni con caratteristiche diverse, perché c'è un disaccordo naturale fra quello che gruppi diversi preferiscono. Se c'è una differenza sostanziale e sistematica per esempio nel tasso di sconto o nelle preferenze al rischio o nel costo dello sforzo, le politiche ottimali per gruppi diversi sono diverse. Siccome adottare politiche diverse è discriminatorio, ne segue un conflitto spesso latente, ma a volte aperto, sul cosa fare. Questo è quello che sta succedendo oggi negli Stati Uniti, un paese che si sta dividendo su queste linee. In Italia questa differenza ancora non c’è. Stiamo discutendo, qui, se sia una buona idea averla.</span></p>
<p class="c4"><strong><span class="c0">Giulio.</span></strong><span class="c2">&nbsp;Oh, finalmente. Questo è un punto importante che ci riporta a uno dei punti a cui ho accennato alla fine della </span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=http://noisefromamerika.org/articolo/dialogo-immigrazione-parte-1&amp;sa=D&amp;ust=1518431301374000&amp;usg=AFQjCNFI9Xh7U0ATW9X_Qhc-wdqH_itggQ" target="_blank" class="c6">prima puntata di questo dialogo</a></span><span class="c2">, cioè l’importanza dell’omogeneità di una popolazione per il buon funzionamento della società e anche dell’economia. Nei commenti alla prima puntata diversi lettori si sono chiesti cosa questo significhi. Io li ho rimandati all’ottima survey di Alesina e La Ferrara, ma questo tuo esempio riassume bene il punto: in una società troppo eterogenea nelle preferenze (un mix di componente genetica e culturale, per usare le due fonti di differenze tra gruppi di cui parlavi sopra) o nel “capitale civico” di diversi gruppi (dove definisco capitale civico come </span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://ideas.repec.org/p/eie/wpaper/1005.html&amp;sa=D&amp;ust=1518431301375000&amp;usg=AFQjCNHVuU2coSX_KIK2rGnhiLCzYp72Vg" target="_blank" class="c6">Guiso, Sapienza e Zingales</a></span><span class="c2">, “</span><span class="c2 c8">persistent and shared beliefs and values that help a group overcome the free rider problem in the pursuit of socially valuable activities</span><span class="c1">”) la cooperazione è più difficile e c’è un conflitto latente. Certamente nativi e immigrati sono eterogenei in questo senso. Ma lo sono anche i nativi tra di loro, e le differenze tra nord e sud Italia sono lí a testimoniarlo. Ciò non toglie che nell’elaborazione di una politica ottimale dell’immigrazione si dovrebbe certamente tenere conto delle conseguenze di una popolazione frazionalizzata.</span></p>
<p class="c4"><span class="c1">Questo però è solo uno dei criteri, l’eterogeneità ha dei costi ma anche dei benefici per qualcuno, come per esempio nel caso delle complementarità tra abilità diverse nel mercato del lavoro di cui abbiamo discusso sopra (ben venga la signora algerina poco istruita cosí diversa da me signora italiana laureata, che cosí io posso affidare a lei la cura della casa e dei bambini quando non possono andare all’asilo e vado a lavorare facendo le cose in cui sono produttiva guadagnando abbastanza per remunerare lei e me) oppure nel caso in cui gli immigrati siano simili a certi gruppi della popolazione (quelli nella parte bassa della distribuzione di reddito e ricchezza, ad esempio) e quindi aumentino il “potere” politico di questi gruppi. A parità di altre cose vuoi certamente più immigrati se questo aumenta il potere del tuo gruppo e quindi rende più probabile l’adozione delle politiche che preferisci. Ma le altre cose non sono “a parità”, naturalmente, perché magari a questi gruppi interessa anche l’identità religiosa. Quindi concordiamo che le differenze sono molteplici ed è per questo che è cosí difficile avere una teoria della selezione degli immigrati e usarla per determinare il tasso ottimale di immigrazione o di diversità di una società. Ti chiedi se vogliamo per l’Italia o l’Europa la stessa frammentazione etnica che osserviamo negli Stati Uniti. Io francamente non saprei dirlo finché non valutiamo per bene i costi (tu dici che gli Stati Uniti stanno collassando socialmente sotto il peso di questa frammentazione) e i benefici (io dico che gli Stati Uniti non se la passano per niente male economicamente anche grazie a questa frammentazione) di questa disomogeneità per l’Italia o l’Europa. E questo dipende molto da come gli immigrati si auto-selezionano o vengono selezionati dal governo.</span></p>
<p class="c4"><strong><span class="c0">Aldo.</span></strong><span class="c2">&nbsp;Bene, torniamo allora al modello di selezione degli immigranti, che ci permette di illustrare quasi tutte queste considerazioni di metodo. Dico quasi perché (non per colpa mia, ma per la semplicità brutale del modello) le differenza sono ridotte a una differenza di abilità. Io l’ho già detto, non credo che il mondo sia così semplice, ma mi adeguo per il momento a questa grossolanità. Il modello</span><span class="c2"><a href="https://www.google.com/url?q=http://web.stanford.edu/group/scspi/_media/pdf/Classic_Media/Borjas_1987_Immigration.pdf&amp;sa=D&amp;ust=1518431301376000&amp;usg=AFQjCNHKA-aLi9MkR0eR3-c7zi6TTgEpSA" target="_blank" class="c6">&nbsp;</a></span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=http://web.stanford.edu/group/scspi/_media/pdf/Classic_Media/Borjas_1987_Immigration.pdf&amp;sa=D&amp;ust=1518431301376000&amp;usg=AFQjCNHKA-aLi9MkR0eR3-c7zi6TTgEpSA" target="_blank" class="c6">Roy-Borjas</a></span><span class="c2">&nbsp; considera immigranti di diversi tipi in un paese di origine che devono decidere se emigrare o meno. Ogni candidato immigrante ha una informazione privata su una sua caratteristica di abilità individuale, che influenza il salario nel paese di origine e in quello di arrivo. Siccome c’è un costo di emigrazione, solo i migranti con una caratteristica individuale più alta decidono di migrare (si auto-selezionano, appunto). &nbsp;Il modello si applica a una situazione in cui il salario è l’unica fonte di reddito, e ci sono solo due paesi. La prima assunzione è falsa nel nostro caso, e vale la</span><span class="c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.freedomofmigration.com/wp-content/uploads/2012/02/Friedman-20061016.pdf&amp;sa=D&amp;ust=1518431301377000&amp;usg=AFQjCNHVLRTeKEr4E5PrAkOSQ1qxwsaS1A" target="_blank" class="c6">&nbsp;</a></span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.freedomofmigration.com/wp-content/uploads/2012/02/Friedman-20061016.pdf&amp;sa=D&amp;ust=1518431301377000&amp;usg=AFQjCNHVLRTeKEr4E5PrAkOSQ1qxwsaS1A" target="_blank" class="c6">nota osservazione di Friedman</a></span><span class="c2">: “con un welfare state, &nbsp;la offerta di immigranti diventerà infinita”, cioè </span><span class="c2 c8">tutti</span><span class="c1">&nbsp;vogliono migrare. Quindi la assunzione che facevo, che la popolazione di immigrati è una scelta casuale dalla distribuzione del paese di origine è giustificata.</span></p>
<p class="c4"><strong><span class="c0">Giulio.</span></strong><span class="c1">&nbsp;Continuo a pensare che non sia giustificata, non c’è modo in cui nel mondo reale gli immigrati possano essere un campione rappresentativo delle popolazioni nei paesi di origine. Per esempio i vecchi, quelli in cattiva salute e i poveracci non possono, di fatto, emigrare. Questo naturalmente non implica selezione positiva, cioè non implica che emigrino i giovani istruiti, produttivi, e che mai si dedicherebbero ad attivita’ criminali.</span></p>
<p class="c4"><strong><span class="c0">Aldo.</span></strong><span class="c2">&nbsp;Beh, di sicuro è falsa almeno la seconda assunzione, e questo ci ricorda un problema. L’Italia è solo una delle destinazioni possibili per gli immigranti. Gallup ha </span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=http://news.gallup.com/poll/161435/100-million-worldwide-dream-life.aspx&amp;sa=D&amp;ust=1518431301378000&amp;usg=AFQjCNHOB5kA5qEtjWBFJBGhXnW4NCIQrg" target="_blank" class="c6">una indagine </a></span><span class="c1">che identifica quanti, chi sono, e dove vorrebbero andare. L’Italia non è nemmeno vicina alla cima nella lista dei preferiti; quindi nella competizione per la qualità degli immigranti non prenderemo i migliori. L’indagine chiarisce anche che nella stragrande maggioranza che vuole emigrare lo fa per ragioni di opportunità economica, non per fuggire alla guerra. Ma ammettiamo pure che il modello si applichi, e vediamo cosa comporta in una situazione in cui ci sono differenze sostanziali e sistematiche fra popolazioni. Vedrai che anche se la emigrazione seleziona i migliori migranti, le differenze fra nativi e non posso essere sostanziali, e creano una società divisa.</span></p>
<p class="c4"><span class="c2">Prendiamo per esempio di nuovo l’ altezza. Supponiamo che ci sia una emigrazione di italiani in Olanda. Gli italiani hanno (mi ripeto) una altezza media 175, gli olandesi 185. Mettiamo che per via della selezione fra immigrati arrivi in Olanda un sottogruppo di italiani con altezza media 180 (è una selezione enorme, ma prendiamola come caso estremo). Che effetto ha questo sulla distribuzione futura dell’ altezza in Olanda? Una nota equazione (</span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://en.wikipedia.org/wiki/Heritability&amp;sa=D&amp;ust=1518431301379000&amp;usg=AFQjCNG7l2IcPpHy2TfzY8nptWwVila6zQ" target="_blank" class="c6">breeder’s equation</a></span><span class="c1">) ci dice che la sottopopolazione di italiani emigrati in Olanda avrà una altezza di 175 (media della popolazione) più 5 (il differenziale selettivo, 180-175) moltiplicato diciamo 0.5 (ereditabilità in senso stretto) uguale 177.5. Quindi è come se l’Olanda avesse un afflusso di una popolazione con una distribuzione a campana (normale) con media 177.5, molto vicina a quella della popolazione italiana di origine. Ne seguono due conseguenze.</span></p>
<p class="c4"><span class="c1">La prima che entro una generazione la altezza media dell’Olanda decresce, &nbsp;per sempre. Considera cosa succede se invece di altezza stiamo parlando di abilità. &nbsp;La seconda che in Olanda ci saranno ora due picchi nella distribuzione di altezza (che è una combinazione delle due distribuzioni, con pesi uguali alle frazioni delle due sottopopolazioni): uno piccolo a 177.5 e uno più alto a 185. Se il reddito dipendesse dall’altezza, per la sottopopolazione italiana in Olanda ci sarebbe il problema che portarsi al di sopra del valore mediano sarebbe molto difficile, perché questo valore mediano è poco sotto 185. Il che ci porta a una interessante osservazione sulle implicazioni politiche di una popolazione eterogenea.</span></p>
<p class="c4"><span class="c2">Werner Sombart</span><span class="c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.ibs.it/perche-negli-stati-uniti-non-libro-werner-sombart/e/9788842492894&amp;sa=D&amp;ust=1518431301380000&amp;usg=AFQjCNHVLm1kz4GHkZVBuL3ALef8z7pfig" target="_blank" class="c6">&nbsp;</a></span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.ibs.it/perche-negli-stati-uniti-non-libro-werner-sombart/e/9788842492894&amp;sa=D&amp;ust=1518431301380000&amp;usg=AFQjCNHVLm1kz4GHkZVBuL3ALef8z7pfig" target="_blank" class="c6">sostenne</a></span><span class="c2">, come si sa, che negli Stati Uniti (lui scriveva nel 1906) non c’era socialismo perché il padre non vuole una politica punitiva dei ricchi perché il figlio potrebbe diventare ricco. Anche qui, abbiamo una assunzione non esplicita: questo è vero </span><span class="c2 c8">in una società omogenea</span><span class="c2">, perché la distanza da superare per arrivare nella parte alta della distribuzione è piccola. Il nostro piccolo esempio illustra una conseguenza dell’</span><span class="c2 c8">antitesi</span><span class="c2">&nbsp;del teorema di Sombart: in una società </span><span class="c2 c8">disomogenea</span><span class="c2">&nbsp;(cioè con sostanziale disuguaglianza nella distribuzione dei talenti) i padri poveri avranno un incentivo aggiuntivo per votare politiche punitive perché il figlio sarà nella stessa condizione. Sombart si sbagliava sulle cause (lui credeva che tutto fosse dovuto alla disponibilità di terra libera) e quindi sbagliava la predizione che il socialismo sarebbe arrivato negli Stati Uniti di &nbsp;lì a qualche giorno, con la fine di questa disponibilità. Invece, il socialismo negli USA è diventato possibile solo a partire dal</span><span class="c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://en.wikipedia.org/wiki/Immigration_and_Nationality_Act_of_1965&amp;sa=D&amp;ust=1518431301381000&amp;usg=AFQjCNEzdJ3dhn0OABe9byaLaA980dUX8A" target="_blank" class="c6">&nbsp;</a></span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://en.wikipedia.org/wiki/Immigration_and_Nationality_Act_of_1965&amp;sa=D&amp;ust=1518431301381000&amp;usg=AFQjCNEzdJ3dhn0OABe9byaLaA980dUX8A" target="_blank" class="c6">1965</a></span><span class="c2">. La politica della sinistra (la nuova sinistra, che non ha nulla a che fare con la mia idea di sinistra) negli</span><span class="c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://cdn.americanprogressaction.org/content/uploads/2018/01/07111144/MemoOnDreamers.pdf&amp;sa=D&amp;ust=1518431301382000&amp;usg=AFQjCNGA9KGuLkW75Q_Jlp-w_MC30ViP1A" target="_blank" class="c6">&nbsp;</a></span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://cdn.americanprogressaction.org/content/uploads/2018/01/07111144/MemoOnDreamers.pdf&amp;sa=D&amp;ust=1518431301382000&amp;usg=AFQjCNGA9KGuLkW75Q_Jlp-w_MC30ViP1A" target="_blank" class="c6">Stati</a></span><span class="c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.amazon.com/Emerging-Democratic-Majority-John-Judis-ebook/dp/B0036QVPEU/ref%3Dasap_bc?ie%3DUTF8&amp;sa=D&amp;ust=1518431301383000&amp;usg=AFQjCNElFbEiLI-s3V0me_55VDRlLB0HqQ" target="_blank" class="c6">&nbsp;</a></span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.amazon.com/Emerging-Democratic-Majority-John-Judis-ebook/dp/B0036QVPEU/ref%3Dasap_bc?ie%3DUTF8&amp;sa=D&amp;ust=1518431301383000&amp;usg=AFQjCNElFbEiLI-s3V0me_55VDRlLB0HqQ" target="_blank" class="c6">Uniti</a></span><span class="c2">&nbsp;e in</span><span class="c2"><a href="https://www.google.com/url?q=http://webarchive.nationalarchives.gov.uk/20110218143301/http:/rds.homeoffice.gov.uk/rds/pdfs/occ67-migration.pdf&amp;sa=D&amp;ust=1518431301383000&amp;usg=AFQjCNG_wHfkfeRptnv3F6hG5dRAiWB9tQ" target="_blank" class="c6">&nbsp;</a></span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=http://webarchive.nationalarchives.gov.uk/20110218143301/http:/rds.homeoffice.gov.uk/rds/pdfs/occ67-migration.pdf&amp;sa=D&amp;ust=1518431301384000&amp;usg=AFQjCNEQxY3Lgf0Q0FerD7rNWwXQ4zL2Tg" target="_blank" class="c6">UK</a></span><span class="c2">&nbsp;è basata su questa intuizione. L’idea è che se si crea una sottoclasse che, per le ragioni che abbiamo appena visto, non hanno mobilità verso l’alto, loro voteranno politiche redistributive per sempre. L’esempio degli Stati Uniti indica che basta una percentuale intorno al 30 per cento per trasformare le elezioni in una pura formalità. In</span><span class="c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.washingtonpost.com/national/think-california-politics-is-on-the-far-left-fringe-just-wait-for-the-next-elections/2018/02/04/80e679c2-05e5-11e8-8777-2a059f168dd2_story.html?utm_term%3D.c8004b34b2c9&amp;sa=D&amp;ust=1518431301384000&amp;usg=AFQjCNEyI0XTp-pQaliKFHosZhT5aUW36Q" target="_blank" class="c6">&nbsp;</a></span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.washingtonpost.com/national/think-california-politics-is-on-the-far-left-fringe-just-wait-for-the-next-elections/2018/02/04/80e679c2-05e5-11e8-8777-2a059f168dd2_story.html?utm_term%3D.c8004b34b2c9&amp;sa=D&amp;ust=1518431301385000&amp;usg=AFQjCNFO4cZKtR67x9K3GDQUNVqvRgswHg" target="_blank" class="c6">California</a></span><span class="c2">&nbsp;ci sono già arrivati. &nbsp;Naturalmente c’è anche la</span><span class="c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.theguardian.com/news/2015/mar/24/how-immigration-came-to-haunt-labour-inside-story&amp;sa=D&amp;ust=1518431301385000&amp;usg=AFQjCNENBi-0LVUryegzENFCtyrL_GNosA" target="_blank" class="c6">&nbsp;</a></span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.theguardian.com/news/2015/mar/24/how-immigration-came-to-haunt-labour-inside-story&amp;sa=D&amp;ust=1518431301386000&amp;usg=AFQjCNEMAX_pyZx3LzYFdGsU28_AxicoeA" target="_blank" class="c6">interpretazione</a></span><span class="c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.standard.co.uk/news/dont-listen-to-the-whingers-london-needs-immigrants-6786170.html&amp;sa=D&amp;ust=1518431301386000&amp;usg=AFQjCNEQLj1JyBewkkZ0Yx5aeeZFnzUjeQ" target="_blank" class="c6">&nbsp;</a></span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://www.standard.co.uk/news/dont-listen-to-the-whingers-london-needs-immigrants-6786170.html&amp;sa=D&amp;ust=1518431301387000&amp;usg=AFQjCNHh6JYf9ZUcPobpWQ7kodvH7UEiKg" target="_blank" class="c6">benevola</a></span><span class="c2">&nbsp;(dal Guardian, che si colloca nello spazio ideale fra La Repubblica e dove sarebbe l'Unità) che “Ma noo, non c’è un piano diabolico, sono solo una manica di</span><span class="c2"><a href="https://www.google.com/url?q=http://www.migrationmuseum.org/trustees/barbara-roche/&amp;sa=D&amp;ust=1518431301387000&amp;usg=AFQjCNFez1zofD94jooyc1FIUY_saQaesg" target="_blank" class="c6">&nbsp;</a></span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=http://www.migrationmuseum.org/trustees/barbara-roche/&amp;sa=D&amp;ust=1518431301388000&amp;usg=AFQjCNEpt_Hz0L2TyLzav43qCGf7UIOzoA" target="_blank" class="c6">sognatori incompetenti</a></span><span class="c1">&nbsp;che non hanno la minima idea di quello che stanno facendo”. Io non so quale sia peggio.</span></p>
<p class="c4"><strong><span class="c0">Giulio</span></strong><span class="c2"><strong>.</strong> E’ inevitabile che le migrazioni cambino per sempre le caratteristiche della popolazione. L’arrivo dei romani cambiò per sempre l’Etruria e la Magna Grecia. L’arrivo dei longobardi cambiò per sempre l’Italia del nord, l’arrivo degli arabi prima e dei normanni poi cambiò per sempre la Sicilia. Eccetera. Il tuo punto è che questo non è oggi inevitabile. La mia domanda (non retorica) è perchè vogliamo evitarlo. Concordo che è compito della politica dell’immigrazione, che in una democrazia scegliamo collettivamente, stabilire quanto le frontiere devono essere aperte e quindi quanto rapido debba essere questo cambiamento, che apporta benefici e che ha costi. Ma finche' non chiariamo questi non abbiamo l'altro. Prendiamo il tuo esempio dell'altezza in Olanda dopo l'immigrazione degli italiani. E' bene o male avere un'altezza media piu' bassa, bimodale, eccetera? Per l'altezza e', ovviamente, essenzialemente irrilevante. Per l'estroversione? Ne hai parlato tu prima, non ovvio. Per l'intelligenza? Anche qui, dipende da cosa ci serve l'intelligenza misurata dal QI. Certamente ci serve per fare i professori di economia, gli ingegneri, i funzionari pubblici e anche i meccanici. Per tante altre professioni e' meno importante. Einstein non sarebbe mai andato a fare il badante di una pur simpatica signora 93enne, ne' sarebbe andato a fare le pulizie nei condomini. Entrambe queste cose non lo avrebbero attratto e sarebbero state una pessima allocazione del suo talento. Quindi il punto e' stabilire il grado di complementarita' tra caratteristiche diverse (incluso piu' alto o piu' basso punteggio nel test di QI). Se questo fosse sufficientemente alto, il QI medio della popolazione sarebbe irrilevante, e vorremmo esattamente la distribuzione bimodale del tuo esempio con la statura di olandesi e italiani. Non sto dicendo che e' cosi', solo che e' una possibilita' che non possiamo scartare a priori. In questo caso mescolare QI alto con uno basso puo' apportare un beneficio. Se invece quello che conta fosse solo la media perche' ogni cervello e' indipendente e maggiore QI medio e' meglio, allora chiaramente avremmo un costo.</span></p>
<p class="c4"><span class="c2">Costi e benefici, dunque. Sono questi costi e benefici che dobbiamo attentamente valutare, ed è il loro bilanciamento (che dipende dalle preferenze individuali per cose diverse come reddito e identità culturale, dalla tecnologia produttiva, dal peso che il governo da’ in questa valutazione ai diversi gruppi e ai migranti stessi, e da molte altre cose) che determina il tasso di immigrazione ottimale e la composizione ottimale dei flussi migratori che vogliamo. La soluzione a questo problema può essere “basta immigrazione” solo in circostanze estreme. Prendiamo ad esempio </span><span class="c3 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://en.wikipedia.org/wiki/Douglas_Murray_(author)&amp;sa=D&amp;ust=1518431301388000&amp;usg=AFQjCNFrDkcRNFi_WAvVrzzHU0AZcI3v1w" target="_blank" class="c6">Douglas Murray</a></span><span class="c2">, l’autore di “</span><span class="c2 c8">The strange death of Europe: Immigration, identity, Islam</span><span class="c2">”, il libro che mi avevi consigliato di leggere. Lo sto leggendo e ormai l’ho quasi finito, è une lettura molto interessante che valeva la pena di fare, anche se come sai (ne abbiamo già parlato) in diversi punti non concordo con l’autore (ma in tanti altri punti ci sono riflessioni e racconti che valgono la lettura). La preoccupazione centrale di Murray è essenzialmente una, cito testualmente da p. 112: “</span><span class="c2 c8">it might be the case that in the future these people will come to dominate -- that, for instance, a strong religious culture when placed into a weak and relativistic culture may keep itself to itself at first but finally make itself felt in more definite ways.</span><span class="c2">” In altre parole, la cultura islamica dominerà quella europea agli attuali tassi di immigrazione e fertilità degli immigrati dai paesi musulmani. Non voglio qui discutere le difficoltà nel fare predizioni di questo tipo, solo far notare che se Murray fosse il dittatore benevolente dei nostri modelli economici allora la </span><span class="c2 c8">social welfare function</span><span class="c2">&nbsp;per stabilire il tasso ottimale di immigrazione dipenderebbe solo dalla differenza tra l’attuale identità culturale europea (misurata in qualche modo) e l’identità della popolazione che vivrà in europa tra 50 anni. Ne segue banalmente che la politica ottimale e’ chiudere immediatamente le frontiere europee all’immigrazione da paesi non occidentali e, in particolare, da quelli a cultura islamica. La </span><span class="c2 c8">social welfare function</span><span class="c2">&nbsp;che dobbiamo immaginare non dico per risolvere il problema (quanti immigrati dobbiamo far entrare ogni anno e con quali caratteristiche?) analiticamente ma almeno per ragionare in modo razionale sulla questione è molto più complicata. Certo include l’identità culturale (perchè indubbiamente per i nativi ha un valore) ma include molte altre cose altrettanto importanti per benessere collettivo e che non possono restare fuori dal calcolo perchè “se la nostra cultura non sarà più quella dominante siamo perduti e tutto il resto non conta.”</span></p>
<p class="c4"><span class="c2">Ma io direi di fermarci qui con queste nostre pur importanti speculazioni accademiche (ma non troppo). La discussione è ormai matura per il capitolo finale, l’epilogo: che fare?</span></p>]]></content:encoded>
                        
                            
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                        <pubDate>Mon, 05 Feb 2018 21:27:53 +0000</pubDate>
                        <title>Dialogo sull&#039;immigrazione. Parte 1.</title>
                        <link>https://www.noisefromamerika.org/articolo/dialogo-immigrazione-parte-1</link>
                        <description>Questo&amp;nbsp;è il primo di una serie di articoli per&amp;nbsp;avviare una&amp;nbsp;discussione che mantenga l’importante tema dell’immigrazione sui binari di una discussione razionale, non demagogica e, quindi, utile a fornire spunti concreti per la politica dell’immigrazione in Italia e, più&amp;nbsp;in generale, in Europa.</description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>La campagna elettorale per le elezioni politiche del 4 marzo 2018&nbsp;è&nbsp;alle fasi conclusive e l’immigrazione&nbsp;è&nbsp;uno dei temi più&nbsp;caldi e più&nbsp;soggetti a mistificazione sia da parte dei partiti populisti (quelli del “prima gli italiani”, “chiudiamo le frontiere”, “deportiamo mezzo milione di immigrati irregolari”) sia dai parte di quelli non populisti (quelli del “tutto sommato, in fondo in fondo va più&nbsp;o meno bene così”). Entrambe le posizioni sono superficiali perchè&nbsp;non entrano nel profondo di un problema reale e complesso.</p>
<p class="c4"><span class="c1">Lo scopo primario di questa serie di articoli è quello di avviare una discussione seria sul tema immigrazione: noi non siamo a caccia di voti e vorremmo aiutare gli elettori a non farsi prede dei troppi stupidi che da una parte e dall'altra dicono scemenze su questo tema. È importante rompere il monopolio di una discussione strumentale e superficiale sull’immigrazione.</span></p>
<p class="c4"><span class="c1">C’è poi un secondo scopo, non meno importante del primo e ad esso legato, che consiste nel rompere una specie di “silenzio degli accademici” (e degli intellettuali in generale) su alcuni aspetti spinosi della questione immigrazione. C’è un'importante legge del comportamento sociale che si può riassumere così: “delle cose importanti qualcuno, prima o poi, parlerà”. Un corollario di questa legge è che se le persone ragionevoli hanno il coraggio di farlo, allora la discussione sarà civile e ordinata. Se non lo fanno, allora ne parleranno le persone meno ragionevoli e la discussione sarà incivile e disordinata. A noi pare che troppe persone ragionevoli si siano imposte di non andare a fondo su certi argomenti, quindi il corollario è già diventato operativo (da circa quindici anni) e lo vediamo bene anche in questa campagna elettorale.</span></p>
<p class="c4"><span class="c1">L’articolo è strutturato a mo'&nbsp;di dialogo, come ci è capitato di fare in diverse occasioni senza necessariamente convergere a una visione comune. Noi speriamo che le diverse angolature che emergeranno dallo scambio aiutino il lettore a farsi una propria idea o, per lo meno, ad apprezzare un metodo che secondo noi dovrebbe ispirare la discussione politica in un paese che guardi al proprio futuro.</span></p>
<p class="c4"><strong><span class="c7">Giulio Zanella</span></strong><span class="c2">&nbsp;Allora, Aldo, eccoci finalmente a scrivere di immigrazione come da mesi ci ripromettiamo di fare. Speriamo sia la volta buona. Ne abbiamo parlato spesso e vorrei iniziare riassumendo la questione come te l’ho spessa posta. Poi espanderemo sui vari punti, cercando di arrivare a proposte concrete per la politica dell’immigrazione. Inizio descrivendo un caso </span><em><span class="c2 c6">benchmark</span></em><span class="c1">, un punto di riferimento che secondo me dovrebbe essere il punto di partenza di qualunque discussione seria sull’immigrazione.</span></p>
<p class="c4"><span class="c1">Immaginiamo di essere in Italia nel 1980, un paese con 55 milioni di abitanti quasi tutti nati lì (non c’era alcuna immigrazione rilevante in Italia allora). Chiamiamo questi 55 milioni “nativi” e assumiamo che essi siano tutti occupati. Immaginiamo ora di clonare in modo casuale il 10% di questa popolazione nativa, 5,5 milioni di persone (questo è all’incirca il numero di stranieri residenti oggi in Italia) e di immetterlo nell’economia e nella società italiana, lasciando ciascuno libero di stabilirsi dove vuole e di ricercare l’occupazione che preferisce. Chiamiamo questi 5,5 milioni di nuove persone “immigrati”. Naturalmente hai già capito dove voglio andare a finire con questo esempio, ma fammelo spiegare al lettore e fammi poi spiegare a te perchè questo è un punto di partenza utile per la discussione. Quello che succederà dopo che abbiamo così clonato il 10% della popolazione italiana è che la popolazione totale aumenta a 60,5 milioni di persone (questa è all’incirca la popolazione residente in Italia oggi) e la popolazione di immigrati sarà distribuita sul territorio e sul mercato del lavoro (eccetto nello status occupazionale, che inizialmente sarà di disoccupato per tutti gli immigrati) nello stesso modo dei nativi.</span></p>
<p class="c4"><span class="c1">A questo punto gli immigrati iniziano a esercitare pressione su alcune risorse che inizialmente sono fisse, come per esempio gli alloggi, lo spazio nelle scuole e negli ospedali, i fondi pubblici per l’assistenza a varie categorie svantaggiate, eccetera. Allo stesso tempo gli immigrati iniziano a esercitare pressione sul mercato del lavoro: gli operai immigrati disoccupati competono con gli operai nativi per i posti di lavoro nelle fabbriche e per gli altri input utilizzati nel processo produttivo (che per brevità possiamo chiamare “capitale”), e la stessa cosa fanno gli impiegati e professionisti immigrati rispetto ai loro omologhi nativi. I servizi pubblici e il welfare sono quindi congestionati, i prezzi delle case e gli affitti aumentano e, inoltre, i salari iniziano a diminuire per assorbire la maggiore offerta di lavoro. I nativi non sono contenti di questi eventi, tranne quelli che possiedono le case e le fabbriche.</span></p>
<p class="c4"><span class="c1">In un sistema politico ed economico competitivo questa congestione e queste variazioni salariali generano incentivi: l’abbondanza di manodopera e il corrispondente basso costo del lavoro attraggono capitale (il che fa aumentare la produttività del lavoro e quindi i salari), il maggior prezzo delle case induce i costruttori a costruirne di nuove (esercitando così una pressione verso il basso sui prezzi), e il malcontento sociale per i servizi congestionati induce i politici ad adeguare le strutture: si costruiranno più scuole, si amplieranno gli ospedali, si aumenteranno i fondi per l’assistenza sociale, naturalmente finanziando tutto questo con le tasse sul reddito degli immigrati. Questo processo va avanti finchè l’economia è di nuovo in equilibrio e nessuno ha più incentivi a investire di più in capitale o a costruire nuove case, scuole, ospedali, eccetera. Alla fine, a seguito dell’influsso di immigrati pari al 10% della popolazione nativa, tutta la popolazione è di nuovo occupata, il capitale è aumentato del 10%, i salari sono gli stessi di prima, lo stock di abitazioni è aumentato del 10%, le scuole e gli ospedali sono del 10% più grandi, il PIL è aumentato del 10%. Insomma, la popolazione e tutto quanto nell’economia sono più grandi del 10%, cosicchè in termini pro-capite è tutto esattamente come prima: l’immigrazione è neutrale nel lungo periodo e solo nel breve periodo ci sono vincenti e perdenti tra i nativi. Se consideriamo anche il benessere degl immigrati, nel lungo periodo restano solo vincenti, loro, e nessun perdente.</span>Quanto è lungo questo lungo periodo dipende naturalmente da quanto tempo ci vuole ad allargare scuole e ospedali, a costruire nuove case e nuovi impianti produttivi eccetera, ma alla fine quello è il risultato. Questo è il mondo che gli economisti chiamano “rendimenti costanti di scala”, ed eccomi arrivato a dove sapevi che sarei arrivato quando ho detto “cloniamo in modo casuale il 10% della popolazione nativa e immettiamolo nell’economia e nella società italiana”.</p>
<p class="c0">Questo&nbsp;<span class="c2">esempio, da manuale di “Principi di Economia”, è banale eppure secondo me estremamente utile perchè ci forza subito a mettere al centro della discussione le differenze tra questo esempio e i processi reali di immigrazione. Abbiamo stabilito un </span><em><span class="c2 c6">benchmark</span></em><span class="c1">: se l’immigrazione fosse costituita da persone come i nativi e se non ci fossero fattori produttivi non riproducibili allora l’immigrazione porrebbe solo un problema di adeguamento dell’infrastruttura del paese, cioè un problema transitorio. Nel lungo periodo a nessuno importerebbe niente di quanti immigrati ci sono nel paese.</span></p>
<p class="c0"><span class="c1">Quali sono dunque le differenze rilevanti tra l’esempio e la realtà? Essenzialmente una: gli immigrati non sono cloni dei nativi. Certamente la prima generazione (cioè quella nata nei paesi d’origine) è diversa in termini di istruzione, abilità, lingua, cultura (e quindi, tra le altre cose, norme sociali), religione, fertilità, eccetera. Se questo è vero anche per le generazioni dalla seconda in poi (cioè quelle nate in Italia) dipende dalla velocità di assimilazione economica e culturale degli immigrati (e l’evidenza disponibile ci dice che questa velocità non è infinita ma non è neppure zero). Le conseguenze di questa fondamentale differenza sono molteplici, ed è di queste che dobbiamo discutere.</span></p>
<p class="c0"><strong><span class="c7">Aldo Rustichini</span></strong><span class="c1">. Giusto, giustissimo, 5,5 milioni di nativi clonati non sono come 5,5 milioni di immigrati e questa è una delle due questioni centrali nella questione della immigrazione oggi. Noto subito anche l’altra questione, da tenere in mente nella discussione successiva. Aggiungendo 5,5 milioni ai precedenti, e poi altri 5,5, e così via, porta a un processo che a un certo punto si deve fermare. L’Italia ha una densità di popolazione di 192 abitanti per chilometro quadrato. UK e Germania l’hanno più alta, ma la Spagna e la Francia, che sono più simili a noi, 92 e 119 rispettivamente. A un certo punto ci sarà la necessità di fermare il processo di crescita della popolazione e convergere a uno stato stazionario. Potremmo fare una bella discussione sulla densità ottimale, ma è inutile perchè l’evoluzione demografica ha deciso che il momento di farlo è oggi, con il tasso di fecondità totale di gran lunga già sotto il livello di sostituzione. Possiamo farlo oggi, con una paese relativamente omogeneo, o i nostri discendenti dovranno farlo nel futuro, in condizioni peggiori. Le due questioni sono collegate, quindi cominciamo dalla prima, che gli immigrati non sono cloni dei nativi, ovvero se e quali differenze ci siano fra chi si aggiunge alla popolazione.</span></p>
<p class="c4"><span class="c1">A volte sento l’affermazione, anche da economisti che rispetto, "abbiamo bisogno di trecentomila immigrati ogni anno". Questa affermazione è insensata. Per illustrare, anche l'affermazione "abbiamo bisogno di trecento tonnellate di prodotti chimici"&nbsp;è insensata. Acido solforico o essenza di rose? Dipende naturalmente da cosa si vuol fare. Per fare fertilizzanti, va bene l’acido solforico; per fare profumi va bene l’essenza di rose. A meno che si pensi, naturalmente, che gli umani siano identici. Attenzione, non uguali di fronte alla legge, o più in generale con uguali diritti; questo naturalmente è sacrosanto. Dico uguali nel senso stretto, perfettamente intercambiabili. Qui entriamo in una questione spinosa, quindi è bene procedere con cautela, e affidarsi ai professionisti in materia. Per rendere operativo il concetto delle differenza fra individui c’è un intero campo di ricerca in psicologia che si chiama appunto teoria delle differenze individuali, o teoria delle personalità. Questo campo ha determinato alcune caratteristiche (poche, e per questo la teoria è utile: per esempio, intelligenza, coscienziosità, e così via), che producono variazioni sistematiche nel comportamento umano. Queste caratteristiche sono misurabili, e &nbsp;ci dicono con qualche precisione come un individuo si comporterà in certe situazioni, sia individuali (riuscirà a svolgere un lavoro di una certa complessità, o risparmierà per la vecchiaia) che sociali (rispetterà le leggi, voterà alle elezioni). La ricerca sul tema ha determinato diversi risultati interessanti. Primo, c’è una grande variabilità. Per esempio, il quoziente di intelligenza varia (per il 95,5% delle persone) fra 70 e 130 e a questi due valori le prestazioni sono completamente differenti (a 70 si è quasi incapaci, a 130 si possono fare invenzioni importanti). Nessuna sorpresa: vediamo con i nostro occhi le differenze in altezza, è naturale aspettarsi che la stessa cosa valga per intelligenza o coscienziosità. Ora, l’altezza media in Olanda è 1.85, in Italia 1.75: cioè ci sono differenze fra popolazioni per l’altezza. Perchè dovrebbe essere diverso per intelligenza e coscienziosità?</span></p>
<p class="c4"><span class="c1">Qui bisogna stare attenti ed evitare i pregiudizi, ma senza dimenticarsi della statistica. Un pregiudizio è dire che se prendo un italiano a caso e un olandese a caso, l’olandese è dieci centimetri più alto dell’italiano. Statistica invece è dire che se prendo mille olandesi e mille italiani, scelti a caso, e guardo alle frequenze di altezza in questi due campioni, queste frequenze saranno molto vicine a due distribuzioni di probabilità a forma di campana, in particolare con due medie diverse, una (quella olandese) esattamente dieci centimetri più alta della media degli italiani. Questo non è il pregiudizio di un bigotto: è un teorema (Glivenko-Cantelli, per la precisione). Fin qui, tutto pacifico. Ora, il punto è che per i numeri che sono rilevanti quando si parla di questioni di immigrazione (che sono migliaia o centinaia di migliaia) quello che conta è la statistica. Quindi importare diecimila persone dal Marocco o dieci mila persone dalla Polonia significa importare pezzi di Marocco o di Polonia, e nei due casi significa cosa ben diversa che clonare diecimila "nativi"’. Queste differenza si possono misurare, e sono anche sostanziali. Io non conosco nessun professionista serio nel campo che negherebbe queste affermazioni. Queste affermazioni sono di importanza cruciale per la questione del che fare per la immigrazione. E, infatti, nessuno ne parla. </span></p>
<p class="c0"><span class="c7"><strong>Giulio Zanella</strong>. </span><span class="c2">Queste tue prime riflessioni toccano due punti importanti che sono interconnessi ma che è utile per il momento tenere separati. Il primo punto è quale sia il numero ottimale di immigrati (e questo ha a che fare con i tassi di immigrazione e con la fertilità degli immigrati). Il secondo punto è quali sono le dimensioni rilevanti lungo le quali gli immigrati sono diversi dai nativi (e questo ha a che fare col perchè il </span><span class="c2 c6">bechnmark </span><span class="c1">degli immigrati come cloni dei nativi si discosta dalla realtà). Andiamo per ordine, i due punti separatamente e poi messi insieme. Cercherò di essere sintetico che stiamo già andando per le lunghe.</span></p>
<p class="c0">Qual è il numero ottimale di immigrati? Chiedilo a Salvini, a Renzi, a Di Maio, a Berlusconi e a tutti gli altri che straparlano, pur da prospettive diverse, di immigrazione in Italia e in Europa. Non ne hanno idea. Eppure la domanda cruciale è questa perchè al centro della politica dell’immigrazione, ci piaccia o no, c’è un numero: quanti immigrati dobbiamo accogliere ogni anno (non aggiungo “e con quali caratteristiche” perchè questo è il secondo punto e voglio tenerlo distinto per il momento). Nel mondo in cui gli immigrati sono cloni dei nativi la risposta è facile: il tasso di immigrazione deve essere tale da mantenere la popolazione ogni anno al livello desiderato, qualunque esso sia. Per esempio se un paese come l’Italia dove la fertilità non è sufficiente a mantenere costante la popolazione volesse impedire la descrescita demografica dovrebbe ammettere ogni anno tanti cloni dei nativi quanta è la differenza tra decessi e nascite. Anzi un pò di più: nel mondo di rendimenti costanti descritto nel mio esempio <em>benchmark</em>, il tasso di immigrazione può superare il tasso che mantiene costante la popolazione di una misura pari al tasso al quale le risorse del paese si possono adeguare a una maggiore popolazione.</p>
<p class="c0"><span class="c2">Ma abbiamo stabilito che gli immigrati non sono cloni dei nativi e quindi bisogna venire al secondo punto: in cosa gli immigrati sono diversi dai nativi e perchè queste differenze contano. Io ho fatto un lungo elenco (istruzione, abilità, lingua, cultura e quindi, tra le altre cose, norme sociali, religione, fertilità, eccetera), tu ti concentri su un sottoinsieme: intelligenza e tratti rilevanti di personalità. Bene, concentriamoci per ora su questi (ma dobbiamo poi arrivare agli altri). Il tuo esempio sull’importazione di pezzi di Marocco o di Polonia ci porta, di per sè, a un </span><em><span class="c2 c6">non sequitur</span></em><span class="c2">. Per due motivi. Primo, l’immigrazione non è casuale, cioè i migranti non sono un campione rappresentativo della popolazione d’origine. Non sono necessariamente la parte migliore, potrebbero essere la peggiore e questo dipende dalle caratteristiche dei paesi d’origine e di potenziale destinazione. C’è una letteratura sterminata su questo </span><em><span class="c2 c6"><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Roy_model" target="_blank">Roy-Borjas model of immigration</a>:&nbsp;</span></em><span class="c2">a priori non possiamo dire se i migranti sono meglio o peggio dei nativi. Anche se gli abitanti della </span><span class="c8 c2"><a href="https://www.google.com/url?q=https://it.wikipedia.org/wiki/The_Terminal&amp;sa=D&amp;ust=1517868861877000&amp;usg=AFQjCNEF_H0f2zxQF6bUoRxytzgwSUkWSg" target="_blank" class="c5">Cracozia</a></span><span class="c1">&nbsp;avessero mediamente un Quoziente Intellettivo più basso degli italiani, gli immigrati dalla Cracozia all’Italia potrebbero benissimo essere comparabili agli italiani in termini di intelligenza, persino migliori. Secondo, e forse più importante, l’intelligenza è, come nel tuo precedente esempio, il risultato di un composto chimico-biologico la cui rilevanza, quando si parla di immigrazione, dipende appunto da se dobbiamo produrre acido solforico o essenza di rose. Se devi costruire un ponte vuoi certamente un ingegnere intelligente. Se devi accompagnare una novantatreenne a fare una passeggiata va bene anche un QI di 89. Quindi se tu mi dici che il teorema Glivenko-Cantelli ci dice che importando a caso 5,5 milioni di persone dal Marocco anzichè clonare 5,5 milioni di italiani significa cambiare la composizione di intelligenza e coscenziosità della popolazione residente in Italia io ti rispondo: <em>and so what?</em> (cioè: e allora?).</span></p>
<p class="c0">Ora mettiamo i due punti insieme: qual è il numero ottimale di immigrati in un mondo in cui gli immigrati sono diversi dai nativi? È un numero che si può calcolare usando un modello appropriato in cui si specificano la “funzione di produzione” (il modo in cui diversi input si combinano nella produzione di un output) e le cose che interessano alle persone (la loro funzione obiettivo, o di utilità, come la chiamiamo noi economisti).&nbsp;<span class="c2">Un modello del genere è estremamente complicato da scrivere perchè le dimensioni rilevanti sono molteplici, non sono solo l’intelligenza e la personalità (cioè delle generiche, sebbene importantissime, abilità). Qui torno alla mia lista per spingere la discussione un livello più in su: istruzione, abilità, lingua, cultura e quindi, tra le altre cose, norme sociali, religione, fertilità, eccetera. Il numero ottimale di immigrati in questo modello più generale è difficile da calcolare perchè deriva dal bilanciamento al margine tra i benefici e i costi dell’immigrazione in termini di produttività, salari, finanze pubbliche, funzionamento dei servizi pubblici e della società in generale, identità culturale, eccetera, in un mondo dinamico dove gli effetti di breve periodo sono diversi da quelli di lungo periodo e dove gli immigrati si integrano economicamente e culturalmente a una certa velocità (che potrebbe anche essere zero) nella società in cui si stabiliscono.</span></p>
<p class="c0"><span class="c2">Nel corso delle nostre discussioni su questo tema mi hai fatto riflettere su una cosa importante che l'evidenza storica sottolinea, cioè l’importanza dell’omogeneità di una popolazione per il buon funzionamento della società e anche dell’economia. Questo è un tema che mette in discussione la visione ottimistica sulle possibilità di successo di una società multiculturale. E si connette a un punto che Michele Boldrin fa ogni volta che parto col </span><em><span class="c2 c6">benchmark</span></em><span class="c2">&nbsp;dei rendimenti costanti, cioè che non ci sono solo infrastrutture fisiche che si possono adattare e riprodurre facilmente ma anche infrastrutture sociali che non sono replicabili su scala più ampia. Se il “capitale sociale” di una comunità si è consolidato nel corso di secoli, persino millenni, questo è un input essenzialmente fisso che per definizione impedisce rendimenti costanti e che implica quindi un basso tasso ottimale di immigrazione quando i migranti si portano dietro culture troppo diverse e caratterizzate da un basso tasso di integrazione. La questione si fa quindi complicata ma, di nuovo, non può essere risolta se non identifichiamo i tratti rilevanti dei potenziali immigrati (Abilità e istruzione? Cultura e lingua? Norme sociali e religione? Fertilità? Tutte queste cose messe insieme?) e perchè sono rilevanti (la tecnologia e la funzione obiettivo dei nativi).</span></p>
<p class="c0"><strong><span class="c2">Continua...</span></strong></p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Ex Kathedra</category>
                            
                        
                        
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