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    <title>noiseFromAmerika</title>
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    <title>Opposizione all’autonomia differenziata, quando arrivano i veri argomenti? Stiamo sempre aspettando</title>
    <link>http://noisefromamerika.org/articolo/opposizione-autonomia-differenziata-quando-arrivano-veri-argomenti-stiamo-sempre-aspettando</link>
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      &lt;div class=&quot;field-label&quot;&gt;Sommario:&amp;nbsp;&lt;/div&gt;
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            &lt;div class=&quot;field-item odd&quot;&gt;
                    &lt;p&gt;Il recente intervento di Emanuele Felice su L&#039;Espresso del 28 luglio 2019 (L&#039;autonomia contro il sud unisce destra e sinistra) è di grande interesse sia perché proviene da uno studioso che si è a lungo interessato, in una prospettiva storica, delle ragioni del divario nord-sud, sia perché esso riassume in modo chiaro i tratti di un dibattito particolarmente violento, confuso ed approssimativo.&lt;/p&gt;
        &lt;/div&gt;
        &lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;La domanda è sempre la stessa: l&#039;ottenimento di &amp;lt;&amp;lt;&lt;em&gt;ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia&lt;/em&gt;&amp;gt;&amp;gt; (art. 116, co. 3, Cost.) da parte di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna può far bene al paese perché innescherà un processo virtuoso di efficienza nell&#039;utilizzo di risorse pubbliche o si tradurrà in più risorse per le regioni del nord, già più ricche, a scapito di quelle del sud?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Felice rileva che la storia del paese consente di rispondere agevolmente e, per far questo, ricorre a tre esempi, tutti relativi alla pessima prova di sé che le autonomie del sud hanno dato nel corso dei decenni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il primo è quello dell&#039;istruzione post unificazione: i territori del sud all&#039;indomani dell&#039;Unità presentavano elevatissimi tassi di analfabetismo&amp;nbsp; (87 per cento contro il 55 per cento del centro nord), tanto che il Regno d&#039;Italia cercò di rimediare estendendo a tutto il paese l&#039;istruzione elementare obbligatoria, il cui finanziamento fu però lasciato ai comuni. Una scelta sbagliata, perché le classi dirigenti del sud non erano disposte ad investire in istruzione, cosicché la situazione migliorò solo quando intervenne lo Stato, avocando a sé ogni competenza, con una legge del 1911.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il secondo è quello della prima fase della Cassa del Mezzogiorno, un esperimento, secondo Felice, riuscito, fino a quanto l&#039;ente rimase autonomo dalla politica, nazionale (del 1964, la creazione del Ministero per il Mezzogiorno) e locale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il terzo ha a che fare con l&#039;istituzione delle regioni, che hanno dato pessima prova di sé al sud, sia operando malamente nella gestione degli interventi straordinari, anche a favore delle imprese, sia generando una nuova &amp;lt;&amp;lt;classe dirigente assistenziale&amp;gt;&amp;gt;, che non è stata in grado di gestire in modo accettabile i territori: lo stato della sanità e dei servizi universitari, dalle mense, alle residenze e alle borse di studio, è lì a dimostrarlo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Insomma, occorre fare i conti &amp;lt;&amp;lt;con la realtà degli assetti di potere interni al Mezzogiorno e con le regole con cui operano e spendono le Regioni italiane&amp;gt;&amp;gt;, dato che, altrimenti, i soldi, nell&#039;inefficienza della spesa, saranno sempre pochi: &amp;lt;&amp;lt;si può morire perché gli aiuti finiscono abbandonati a se stessi, in preda ad assetti e a classi dirigenti estrattive che, semmai, si riveleranno ancora più rapaci nell&#039;accaparrarsi le poche risorse rimaste&amp;gt;&amp;gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Di qui la conclusione, che a noi pare di poter condividere, anche perché lontana mille miglia dal vittimismo meridionale: &amp;lt;&amp;lt;tutta la storia del Mezzogiorno insegna che il primo problema non è la quantità dei finanziamenti, ma come vengono gestiti&amp;gt;&amp;gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Molto meno convincente la restante parte del ragionamento, quella concernente i tentativi delle tre regioni di ottenere il trasferimento di ulteriori funzioni e competenze oggi gestite dallo Stato: cosa fa, si chiede Felice, l&#039;autonomia differenziata per risolvere il descritto stato delle cose? Nulla, perché &amp;lt;&amp;lt;le Regioni del nord rinunciano a qualsiasi ipotesi di riforma dell&#039;assetto costituzionale&amp;gt;&amp;gt;, limitandosi a chiedere, &amp;lt;&amp;lt;per loro e solo per loro, più poteri in base all&#039;articolo 116. Per tutti gli altri le cose rimangono come sono. Senza cambiare di una virgola le storture. Ma solo con meno soldi&amp;gt;&amp;gt;. É tutto da discutere poi che le regioni del nord ci guadagnino, perché il percorso intrapreso rende più potenti e meno controllabili queste ultime, anche perché &amp;lt;&amp;lt;a livello locale, stampa e opinione pubblica non sono altrettanto vigili&amp;gt;&amp;gt;, il che risulterebbe dimostrato dal caso Formigoni, ancora ai domiciliari (sinceramente, il discorso è qui molto opinabile, posto che una maggiore vicinanza tra amministratori e amministrati e un più diretto impatto delle scelte politiche, legislative ed amministrative su servizi pubblici erogati localmente inducono la cittadinanza a un maggior controllo sull’operato degli enti di governo intermedi).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&#039;autonomia differenziata, conclude Felice, è il segno del declino, che si basa sull&#039;affermarsi dell&#039;idea leghista secondo la quale si dovrebbe consentire all&#039;egoismo del più forte di prevalere. Di qui la sconsolata conclusione: &amp;lt;&amp;lt;l&#039;Italia, così spogliata di qualsiasi visione, si avvia ad indossare il vestito di Arlecchino, una maschera lombardo-veneta. Che per giunta è già un vestito a brandelli&amp;gt;&amp;gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sulla descritta ricostruzione, veramente paradigmatica di un diffuso modo di porsi nei confronti dei tentativi di federalizzazione del paese, ci sembra importante osservare quanto segue.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Innanzitutto, la prima critica. Le regioni del nord, a fronte dello sfascio di quelle del sud, che dipende in primo luogo, lo afferma Felice, dalle classi dirigenti locali, dovrebbero cercare di modificare le situazione di tutto il paese, non pensare solo a se stesse. Peccato che la Costituzione non dia ai governatori di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna questa possibilità: l&#039;unico modo che questi ultimi hanno, sulla base della Carta vigente (art. 116, co. 3, Cost.), di modificare lo stato delle cose tanto impietosamente descritto da Felice, è quello di far partire &amp;lt;&amp;lt;trattative&amp;gt;&amp;gt; bilaterali con il Governo allo scopo di ottenere le citate &amp;lt;&amp;lt;forme e condizioni particolari di autonomia&amp;gt;&amp;gt;. Singolare, quindi, che si addossi a chi cerca di dare attuazione alla Costituzione delle responsabilità per non aver fatto quel che la Costituzione vigente non consente (il ridisegno dell&#039;intero sistema è di esclusiva competenza statale).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ora, non sappiamo se Felice intenda far riferimento all’art. 121 comma 1 Cost., che consente a ogni Consiglio regionale di presentare proposte di legge alle Camere. Ma per modificare, come auspica Felice, l’art. 117 Cost., cioè il riparto di competenze tra Stato e Regioni, occorrerebbe un disegno di legge di riforma costituzionale. Come l’esperienza degli ultimi anni insegna, modificare la Costituzione è un’impresa assai ardua; su proposta di una singola regione, sfiorerebbe il velleitarismo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E poi, ancora, è difficile pensare di risolvere l’attuale stato di cose con una riforma omogenea e simmetrica, cioè con una nuova in ipotesi più razionale distribuzione di competenze tra diversi enti di governo: una riforma del genere metterebbe comunque tutte le regioni su un piano di parità, con la conseguenza che, anche adottando un assetto diverso da quello attuale, vi sarebbe il rischio di assegnare ad alcune regioni (del sud) troppi compiti rispetto a quelli effettivamente sostenibili, e ad altre (del nord) poche competenze rispetto a quelle rispondenti a un assetto efficiente e ispirato a responsabilità e autogoverno.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il vero è che le obiezioni di Felice sembrano intrise di generiche considerazioni di carattere etico, atteso che le iniziative messe in campo dalle tre regioni del nord sono ritenute come il segno dell&#039;affermarsi dell&#039;egoismo del più forte, che, disinteressandosi delle ragioni della solidarietà, lascerebbe a se stessi i concittadini del sud, peraltro vessati da classi dirigenti estrattive, che potrebbero anche disporre di più risorse, ma tanto non cambierebbe nulla. Non si comprende peraltro, se anche così fosse, perché contrastare le richieste di autonomia differenziata provenienti dalle regioni del nord: nella più infausta delle ipotesi, seguendo il ragionamento di Felice, per il sud appunto non cambierebbe nulla, e gli auspicati vantaggi in termini di efficienza ed efficacia dell’azione pubblica di regioni diventate maggiormente autonome non andrebbero comunque a scapito del mezzogiorno. Ci potrebbe essere un aumento dei divari territoriali, ma ciò sarebbe dovuto a un miglioramento al nord, non a un deterioramento delle condizioni al sud, la cui situazione alla peggio resterebbe inalterata rispetto ad oggi. La più elevata attrattività del nord (per servizi sanitari, scolastici, possibilità di impiego, e via discorrendo), con il conseguente fenomeno di emigrazione da alcune regioni del mezzogiorno, è già un dato di fatto: il problema che si dovrebbe porre chi ha a cuore la prospettiva meridionalista non è che il nord riesca a diventare più attrattivo (lo è già), ma come fare ad invertire tutti quei fattori locali (dalla malasanità alla desertificazione produttiva, dalla criminalità organizzata alla corruzione delle classi dirigenti meridionali) che sono la principale causa del sottosviluppo nel mezzogiorno. L’autonomia differenziata soddisferebbe dunque i vincoli dell’ottimo paretiano: occorre invece constatare che i critici meridionali dell’autonomia preferiscono il livellamento verso il basso, in un disperato appello al “muoia Sansone con tutti i filistei”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In secondo luogo, non può non darsi risalto al carattere intimamente contraddittorio del ragionamento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Se il problema del sud va individuato nel livello, pessimo, delle classi dirigenti locali, tanto che lo Stato, per quanto male possa fare, farà senz&#039;altro meglio, non si capisce per quale ragione andrebbero considerati negativamente i tentativi di ottenere maggiore autonomia da parte di quei territori che, invece, il dato non può essere messo in discussione, dispongono di istituzioni che hanno dato miglior prova di sé. La conclusione logica delle osservazioni di Felice non conduce al ripristino dell&#039;uniformità, ma proprio alla tanto osteggiata differenziazione: la parte del paese in cui l&#039;autogoverno funziona ha il diritto di chiedere, in linea con la Costituzione, ulteriori funzioni e competenze, la parte in cui invece l&#039;autonomia non funziona, dovrà evidentemente sperare in un più intenso intervento statale, che limiti gli spazi concessi a regioni, province e comuni. La richiesta di maggiore autonomia per le regioni del nord, in altri termini, non è minimamente contraddittoria rispetto ai dati ricordati da Felice, che riguardano – sarà un caso? - tutte esperienze di malgoverno delle classi dirigenti del mezzogiorno. Se dunque dall’argomentazione di Felice non emerge alcun ostacolo di carattere storico o di tipo logico alle richieste di autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, lo stesso conferma invece che l’autonomia, per avere un senso nella situazione di forti squilibri territoriali e di capacità delle classi dirigenti locali che connota l’Italia, non può che essere «differenziata», cioè propugnata da quelle sole regioni che hanno fin qui dimostrato di erogare servizi con un accettabile grado di efficienza ed efficacia e che hanno saputo rispettare i vincoli di finanza pubblica. Che senso avrebbe, ad esempio, la richiesta di maggiori margini di azione, in settori quali sanità, istruzione, tutela dell’ambiente, etc., da parte di quelle regioni che non sono riuscite a gestire decentemente nemmeno le attuali competenze? Con ciò, cade anche ogni motivo per ritenere, come ad esempio opina Cottarelli, che l’autonomia dovrebbe essere “simmetrica”, uguale per tutte le regioni, e non invece “differenziata”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In terzo luogo, si prescinde totalmente dai contenuti dei percorsi dell&#039;autonomia differenziata, dando per scontato che la realizzazione dei progetti toglierà risorse al sud. Ora, a parte il fatto che è lo stesso Felice ad affermare che, in questa situazione, anche se arriveranno più risorse nulla cambierà perché al sud vengono sprecate (v. &lt;em&gt;supra&lt;/em&gt;), è appena il caso di ribadire che le risorse riconosciute a fronte del trasferimento di funzioni e competenze vanno determinate sulla base di quanto lo Stato spende già oggi nel territorio. E&#039; vero, negli anni successivi le risorse riconosciute alle regioni potrebbero aumentare perché la Costituzione permette alle regioni di finanziarsi solo grazie alle compartecipazioni al gettito dei tributi erariali, che quindi consentiranno di usufruire di maggiori entrate qualora il gettito dei tributi erariali riferibile al territorio aumenti. E&#039; vero anche però che se il gettito diminuisce le regioni avranno meno risorse con cui finanziare le spese che si sono addossate e, soprattutto, è vero che, se aumenta il Pil ed il gettito, anche lo Stato “comparteciperà” ad esso e potrebbe così disporre di maggiori entrate, eventualmente utilizzabili per effettuare “redistribuzioni” a beneficio del mezzogiorno, grazie ai benefici effetti sul Pil regionale del riconoscimento di funzioni e poteri che consentano alle regioni di influire concretamente sui percorsi di crescita dei territori.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le conclusioni ci sembrano quindi chiare.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nemmeno la presa d&#039;atto dell&#039;attuale disastro e il disincanto sulle possibilità di autoriforma del sistema inducono i detrattori delle proposte delle tre regioni ad un atteggiamento men che ostile nei confronti dell&#039;autonomia differenziata. Si tratta di tesi che ci sembrano il frutto della retorica della solidarietà, che conduce al disconoscimento radicale del principio di responsabilità: se il sud non ce la fa, è comunque da escludersi che il nord possa cercare di ricorrere all&#039;autonomia e all&#039;autogoverno, migliorando le proprie performances nei confronti dei propri cittadini e garantendo quella crescita economica che, comunque, data la necessità della perequazione, serve anche all&#039;altra parte del paese. Un&#039;infinita corsa al ribasso: meglio stare male tutti insieme, piuttosto che sperare che la crescita di un territorio finisca per influire sulla crescita dell&#039;intero paese.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Eppure, in un suo bel libro (&lt;em&gt;Perché il sud è rimasto indietro&lt;/em&gt;, Bologna, 2013), proprio Felice ammoniva che non ci si può attendere alcuna spinta modernizzatrice dallo Stato, compromesso con le istituzioni estrattive del mezzogiorno tanto da non riuscire a debellare nemmeno la criminalità organizzata. Proprio per questi motivi (la compenetrazione con le istituzioni locali), &amp;lt;&amp;lt;lo stato italiano si è talmente indebolito che alla fine è diventato incapace di qualunque spinta modernizzatrice. È la storia dell&#039;Italia degli ultimi decenni, il declino sempre più evidente del paese, non solo economico, ma anche istituzionale, civile. E anche le istituzioni politiche ed economiche del Nord hanno preso ad assomigliare sempre più a quelle del Mezzogiorno. Continuando così, nei prossimi decenni il divario si potrebbe forse colmare, ma al ribasso, con il Nord che si avvicina al Mezzogiorno. Per allora si sarà creato un altro divario, ancora più profondo, tra l&#039;Italia e i paesi avanzati&amp;gt;&amp;gt; (p. 225).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In definitiva, dallo Stato non ci si può aspettare nulla di buono, dalle istituzioni del sud men che meno, il rischio è quello che il nord diventi come il sud, ma l&#039;autonomia differenziata è comunque un male da combattere. A noi questo sembra contraddittorio e insensato. Continuare ad agitare lo spauracchio della “secessione dei ricchi” servirà forse a bloccare le richieste autonomistiche, ma incendierà gli animi e potrebbe dare fiato, paradossalmente, a tentazioni &amp;nbsp;secessionistiche, anche perché la “spaccatura” del paese, sia sul piano istituzionale che su quello economico-sociale, sembra nei fatti ormai consumata.&lt;/p&gt;
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                    &lt;a href=&quot;/utente/andrea-giovanardi&quot; title=&quot;Visualizza profilo utente.&quot;&gt;Andrea Giovanardi&lt;/a&gt;        &lt;/div&gt;
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                    &lt;span class=&quot;date-display-single&quot;&gt;Venerdì, 9 agosto, 2019 - 10:37&lt;/span&gt;        &lt;/div&gt;
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 <pubDate>Thu, 08 Aug 2019 08:31:33 +0000</pubDate>
 <dc:creator>MicheleBoldrin</dc:creator>
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    <title>Il perché della scuola: il classico e oltre</title>
    <link>http://noisefromamerika.org/articolo/perche-scuola-classico-oltre</link>
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                    &lt;p&gt;La ben nota battaglia di Michele Boldrin per &quot;abolire il liceo classico&quot;, oltre che uno slogan ad effetto che però nasconde un &lt;a href=&quot;http://noisefromamerika.org/articolo/aboliamo-classico&quot;&gt;ragionamento analitico e una concreta proposta programmatica&lt;/a&gt;, è anche una provocazione intellettuale molto riuscita. Nel senso che provoca il pensiero. In questo articolo cerco di ragionare ad alta voce, senza necessariamente arrivare a una conclusione definitiva, non solo sul significato del liceo classico, ma sul significato e le finalità della scuola, come istituzione, nel mondo moderno.&lt;/p&gt;
        &lt;/div&gt;
        &lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;h2&gt;Premessa&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Una volta sbollito il tema dell&#039;abolizione del classico, il dibattito sulla scuola langue. Nessuno, in realtà, ha le idee chiare su come, e in che direzione, riformare la scuola. Perché non ci si rende conto che la scuola è, non una, ma tante cose insieme. Vorrei proporre un gioco intellettuale: decostruire la scuola, capire quali sono le aspettative che vi riponiamo, e quali sono i risultati ottenuti. Non so quanto questo aiuti il dibattito, ma spero che almeno renda palesi alcune verità meno ovvie e anche un po&#039; scomode.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Di seguito fornisco una griglia in cui elenco le possibili &lt;strong&gt;finalità della scuola&lt;/strong&gt;. Ogni finalità è descritta secondo il seguente schema.&lt;/p&gt;
&lt;ol&gt;
&lt;li&gt;Si definisce la finalità.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;Si forniscono altri sinonimi della stessa, tipicamente usati nel dibattito pubblico.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;Si passano in rassegna le modalità di raggiungimento di tale finalità.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;Si immaginano le conseguenze del mancato raggiungimento della medesima, con un annotazione sull&#039;Italia tra parentesi.&lt;/li&gt;
&lt;/ol&gt;
&lt;p&gt;Ricordo che con &quot;scuola&quot; intendo la scuola dell&#039;obbligo all&#039;italiana: pubblica, di massa, gratuita (o quasi). Ma anche: arcaica (risale alla riforma Gentile, se non direttamente al suo modello prussiano), con docenti sottopagati, strutture fatiscenti e i risultati scolastici sotto la media OCSE. &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;La scuola: a che serve?&lt;/h2&gt;
&lt;ol&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;BABYSITTING&lt;/strong&gt;
&lt;ul&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Sinonimi&lt;/strong&gt;: la scuola tiene i ragazzi lontani dalla strada; sarebbe ipocrita negare che questa sia una delle utilità principali della scuola moderna.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Come&lt;/strong&gt;: introdurre l&#039;obbligo scolastico; rendere la scuola più attraente (con materie divertenti e attività pomeridiane attraenti).&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Fallimento&lt;/strong&gt;: abbandono scolastico, delinquenza minorile (entrambi i fenomeni non sconosciuti in Italia); in alternativa: impossibilità di lavorare&amp;nbsp;per almeno uno dei genitori.&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;AIUTARE A CRESCERE&lt;/strong&gt;
&lt;ul&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Sinonimi&lt;/strong&gt;: Forgiare il carattere, accompagnare nell&#039;età adulta; insegnare a rapportarsi con la società, con l&#039;altro sesso; a difendersi, a superare le prove della vita, a essere competitivi.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Come&lt;/strong&gt;: dall&#039;educazione fisica (&lt;em&gt;mens sana in corpore sano&lt;/em&gt;) allo psicologo scolastico (&lt;em&gt;mens sana&lt;/em&gt; prima di tutto); dal bullismo, chiamato &quot;spirito di squadra&quot; (perché educa al rispetto del gruppo e a resistere nelle situazioni di stress), alla prevenzione del medesimo (perché produce traumi e infelicità, se non peggio).&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Fallimento&lt;/strong&gt;: se si esagera in un senso si ottiene una società violenta, repressa, maschilista, patriarcale, nevrotica (l&#039;Italia ne è un esempio); se si esagera nell&#039;altro, si ottiene una società di &lt;em&gt;snow flakes&lt;/em&gt;.&amp;nbsp;&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;SVILUPPARE LE CAPACITÀ DI BASE DEL CERVELLO&lt;/strong&gt;
&lt;ul&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Sinonimi&lt;/strong&gt;: &lt;em&gt;problem solving&lt;/em&gt;; ragionamento logico; dobbiamo dare a tutti gli strumenti di base e poi imparano le tecniche specifiche al momento del bisogno.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Come&lt;/strong&gt;: insegnamento della matematica, fisica, logica, grammatica; secondo alcuni, il latino insegna la logica (vedi Appendice); coltivare la competitività.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Fallimento&lt;/strong&gt;: società di creduloni e analfabeti di ritorno; bassa produttività del lavoro (l&#039;Italia ne è un esempio).&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;SVILUPPARE LA VOCAZIONE&amp;nbsp;INDIVIDUALE&lt;/strong&gt;
&lt;ul&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Sinonimi&lt;/strong&gt;: &lt;em&gt;Beruf &lt;/em&gt;(direbbero i calvinisti), talento personale, creatività; siamo tutti diversi.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Come&lt;/strong&gt;: insegnare a ciascuno le materie in cui eccelle (a scapito di altre), nell&#039;età in cui è pronto, nelle quantità che desidera; non incentivare la competitività.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Fallimento&lt;/strong&gt;: egualitarismo violento, frustrazione dei talentuosi, fuga di cervelli (l&#039;Italia ne è un esempio).&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;INSEGNARE LA NOSTRA TRADIZIONE CULTURALE&lt;/strong&gt;
&lt;ul&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Sinonimi&lt;/strong&gt;: insegnare l&#039;erudizione, la cultura patria, il buon gusto.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Come&lt;/strong&gt;: lingue antiche, letteratura, storia, storia dell&#039;arte, storia della filosofia, storia della musica.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Fallimento&lt;/strong&gt;: imbarbarimento, abbrutimento, danni al paesaggio, abusivismo edilizio, perdità del senso della storia con conseguenti pericoli politici (l&#039;Italia ne è un esempio: il liceo classico di fatto non funziona; si veda l&#039;Appendice).&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;INSEGNARE TECNOLOGIE MODERNE&lt;/strong&gt;
&lt;ul&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Sinonimi&lt;/strong&gt;: invece di fargli perdere tempo con inutili&amp;nbsp;materie astratte, insegnamogli un mestiere.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Come&lt;/strong&gt;: chimica, biologia, informatica, altre scienze applicate e tecniche moderne; lingue straniere.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Fallimento&lt;/strong&gt;: perdiamo il treno della modernità; arretratezza tecnologica (l&#039;Italia è un esempio).&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;GARANTIRE LA CARRIERA FUTURA&lt;/strong&gt;
&lt;ul&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Sinonimi&lt;/strong&gt;: se non vai a scuola farai lavori umili e sottopagati.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Come&lt;/strong&gt;: una volta il fatto stesso di andare a scuola garantiva un futuro migliore; oggi, spesso, bisogna andare nella scuola giusta, dove acquisire amicizie utili e stringere rapporti da far fruttare nell&#039;età adulta; nell&#039;ipotesi migliore ci sono dei meccanismi di collegamento tra scuola e il mondo del lavoro.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Fallimento&lt;/strong&gt;: perdità dell&#039;attrattiva della scuola oppure, in alternativa, il proliferare dei comportamenti &quot;mafiosi&quot;: copiare e far copiare, tanto è così che va il mondo (l&#039;Italia offre abbondanti esempi di entrambi gli sviluppi).&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;ASCENSORE SOCIALE&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;
&lt;ul&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Sinonimi&lt;/strong&gt;: fornire a tutti le stesse condizioni di partenza; abbattere le barriere sociali e di censo.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Come&lt;/strong&gt;: gratuità, abbattimento della selettività, degli esami di ammissione o altri sbarramenti all&#039;ingresso; ma anche: rendere il livello di insegnamento meno oneroso, sì da includere anche i più deboli.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Fallimento&lt;/strong&gt;: scarsa mobilità sociale (qui l&#039;Italia forse si salva abbastanza, alcuni paesi sono messi peggio; però comuhnque c&#039;è la &lt;em&gt;self-selection&lt;/em&gt;: i figli dei ricchi vanno nei licei, i figli dei poveri negli istituti tecnici); l&#039;altro estremo: una semplificazione dell&#039;insegnamento a livelli tali da rendere la scuola inutile (vero in alcune zone d&#039;Italia).&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;FORMARE IL CITTADINO MODELLO&lt;/strong&gt;
&lt;ul&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Sinonimi&lt;/strong&gt;: formare cittadini ligi ai doveri verso lo stato; far sapere ai ragazzi i loro diritti di cittadini.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Come&lt;/strong&gt;: lezioni di educazione civica o di religione cattolica; esperimenti di autogestione; attivismo politico degli studenti.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Fallimento&lt;/strong&gt;: evasione fiscale, pericoli politici, tendenze autoritarie o estremiste e rivoluzionarie (l&#039;Italia sarebbe un esempio, se non fossero tutti così poco seri).&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
&lt;/li&gt;
&lt;/ol&gt;
&lt;h2&gt;Osservazioni&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Ora dovrebbe diventare più chiaro e trasparente il meccanismo di praticamente qualsiasi dibattito pubblico sulla scuola. Un opinionista seleziona, del tutto arbitrarizmente e verosimilmente in base ai propri successi e/o insuccessi scolastici, la finalità che più lo aggrada, e propone una serie di misure per incentivarla. Un altro opinionista, invece, preferisce un&#039;altra finalità, e propone di incentivare quella. Il dibattito si riduce a una gara tra materie scolastiche, o, più raramente, tra diversi metodi di insegmaento delle stesse.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Vogliamo più latino? oppure più matematica? o più inglese? o computer? o musica? sport? educazione civica? E come le vogliamo insegnare, queste materie: con severità? con creatività? con più o meno competitività? con le tabelline a memoria o con la calcolatrice? la matematica del &#039;700 o la matematica del XXI secolo? grammatica o letteratura? tema libero o poesia a memoria? Storia dell&#039;arte o informatica? E poi: con o senza i voti? i voti in lettere, in numeri o a parole? grembiule o senza? seduti per terra attorno alla maestra o sui banchi ben allineati? Inutile ribadire che simili dibattiti sono del tutto sterili, non esistono vincitori. E soprattutto, non fanno neanche affiorare il problema della scelta tra le molteplici finalità della scuola.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Raramente, infatti, ci si rende conto di un fatto: nessuna scuola potrà mai raggiungere &lt;strong&gt;tutte&lt;/strong&gt; le finalità prospettate sopra; un po&#039; perché sono &lt;strong&gt;troppe&lt;/strong&gt;; e un po&#039; perché sono&amp;nbsp;&lt;strong&gt;incompatibili&lt;/strong&gt; tra loro. Il livellamento generale contraddice l&#039;attenzione alle capacità individuali. Tanta disciplina contraddice la sanità mentale. Poca disciplina contraddice il buon andamento dell&#039;apprendimento. La semplificazione dell&#039;insegmaneto contraddice i buoni risultati. E ancora: vogliamo il cittadino ubbidiente o l&#039;eterno rivoluzionario? vogliamo insegnare i fatti della vita o preservare l&#039;inncenza? vogliamo creare persone furbe o persone intelligenti? persone intelligenti o erudite? vogliamo che guadagnino di più o che abbiano il posto fisso? Vogliamo l&#039;aumento del PIL o la bellezza del paesaggio?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Resta anche la costatazione che la scuola italiana è riuscita a mancare quasi tutte le finalità possibili, con la possibile eccezione della 8, nonché della 1.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Conclusioni&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Come anticipato, conclusioni vere e proprie non ne ho. D&#039;istinto verrebbe da dire: la libertà di scelta ci salverà. Lasciamo decidere le famiglie, o, da una certa età in su, direttamente i ragazzi. Scelgano autonomamente e la finialità preferita, e i modi per raggiungerla. Ma sono scettico anche su questo. Ad esempio, il problema dell&#039;insegnamento della matematica è che &lt;strong&gt;nessuno&lt;/strong&gt; sa veramente quale sia il modo migliore per insegnarla. Anche il recente dibattito sull&#039;insegnamento di filosofia ha messo a nudo il fatto che vi sono modi totalmente differenti di concepirlo. Perché, quindi, lasciare tale scelta a dei genitori ansiosi o ragazzi ignoranti?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Forse bisognerebbe scavare più a fondo. Il problema, non solo in Italia, non è tanto il sistema scolastico in sé, quanto il fatto che la conoscenza ha perso completamente il suo appeal sui giovani. Non è più ovvio, ai ragazzi, perché mai bisognerebbe passare 10-12 anni della propria vita a studiare. Il giorno in cui tornerà di moda&amp;nbsp;la conoscenza, essere intelligenti, sapere e saper fare, sarà la società stessa a incentiverà la scuola a migliorare in modo spontaneo. Con o senza riforme.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Appendice&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Il liceo classico, come fenomeno storico, ha fallito. Non ha insegnato la cultura classica al popolo, ma, anzi, l&#039;ha banalizzata, profanata e resa solo indigesta ai più. Ha prodotto antiscientismo, fede nelle ideologie estreme, decadimento economico. Per chi non ne è convinto — e visto che siamo in tempо di vacanze — ho preparato due test.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il primo è per coloro che credono di aver studiato bene le materie classiche. Si risponda, senza googlare, alle seguenti domande.&lt;/p&gt;
&lt;ol&gt;
&lt;li&gt;Quali sono le tre funzioni della desinenza -σαι nella coniugazione del verbo greco?&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;Quali nomi della III declinazione latina terminano in -&lt;em&gt;ium&lt;/em&gt; al genitivo plurale, e quali in -&lt;em&gt;um&lt;/em&gt;?&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;em&gt;Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l&#039;ira funesta&lt;/em&gt;: per cosa era adirato Achille?&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;Tramite quale autore conosciamo la filosofia di Epicuro?&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;Quali due autori hanno scritto ciascuno una propria &quot;Apologia di Socrate&quot;?&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;Quale territorio fu ceduto dai Savoia in cambio dell&#039;acquisizione della Sardegna?&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;Quale opera è considerata la prima natura morta della storia della pittura?&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;Che funzione ha la parola &lt;em&gt;om&lt;/em&gt;&amp;nbsp;nella lingua della &lt;em&gt;Commedia&lt;/em&gt; di Dante?&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;Quali sono le intuizioni pure a priori, secondo Kant?&lt;/li&gt;
&lt;/ol&gt;
&lt;p&gt;Il secondo test, invece, è dedicato a coloro che credono che studiare il latino insegni la logica. Si risponda alle seguenti domande.&lt;/p&gt;
&lt;ol&gt;
&lt;li&gt;Prendiamo il seguente sillogismo aristotelico: tutti gli uomini sono mortali,&amp;nbsp;quindi qualche uomo è mortale. È un ragionamento corretto?&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;Che cosa vuol dire dimostrare qualcosa &quot;in barbara&quot;?&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;Se piove, fa freddo. Quindi,&amp;nbsp;se non piove, non fa freddo. Giusto?&lt;/li&gt;
&lt;/ol&gt;
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 <pubDate>Sun, 12 May 2019 21:26:28 +0000</pubDate>
 <dc:creator>Keidan</dc:creator>
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    <title>Appunti per un fisco più favorevole alla crescita</title>
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    <description>&lt;div class=&quot;field field-type-text field-field-sommario&quot;&gt;
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                    &lt;p&gt;Nell&#039;incontro &lt;a href=&quot;https://www.youtube.com/watch?v=bH6V0lYXY5M&quot;&gt;Liberi oltre le illusioni&lt;/a&gt; che si terrà a Sesto San Giovanni (MI) il prossimo 22 e 23 giugno parleremo di tante cose. Una sessione verrà dedicata alla riforma fiscale e al suo impatto sulla crescita economica. Questo post è dedicato ad alcune riflessioni sui criteri che dovrebbero guidare gli interventi in campo fiscale e su quali misure è ragionevolmente possibile introdurre in modo coerente e sostenibile nel breve-medio periodo.&lt;/p&gt;
        &lt;/div&gt;
        &lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;La storia recente degli interventi in campo fiscali, dagli &#039;&#039;80 euro&#039;&#039; di Renzi alla &#039;&#039;flat tax ma solo se sei autonomo e non hai guadagnato troppo l&#039;anno prima&#039;&#039; del governo Neanderthal è, uniformemente, una storia di peggioramento del sistema fiscale sotto tutte le dimensioni. I provvedimenti citati hanno reso il sistema più frammentato e parcellizzato e hanno esarcebato i disincentivi alla crescita. In breve, sono riusciti a rendere il sistema al tempo stesso più iniquo e più inefficiente.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;Le decisioni di politica economica, in particolare quelle relative alla tassazione, sono tipicamente più il frutto di una ricerca del consenso a breve termine che il risultato di una riflessione sui benefici generati nel medio-lungo periodo. Ma anche accettando questo dato di fatto comune a tutte le democrazie, resta il fatto che l&#039;Italia sembra aver fatto particolarmente peggio dei paesi vicini. Unico tra i paesi dell&#039;Unione Europea, l&#039;Italia non ha avuto alcuna crescito del PIL pro capite negli ultimi venti anni. La stagnazione ha varie cause, ma la presenza di un fisco non solo ad elevata pressione ma anche strutturato in modo particolarmente nemico dello sviluppo è senz&#039;altro una di queste.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;In questo articolo cercherò di riflettere su quali caratteristiche dovrebbe avere un taglio delle tasse per essere veramente utile all’economia del paese. La possibilità che queste riflessioni abbiano una qualche incisività nell’attuale clima politico è nulla. Ritengo comunque utile mantenere attiva l’analisi, se non altro per avere una pietra di paragone che ci consenta di comprendere quanto danno si sta facendo al paese con le politiche attuali. Data la vastità del tema, in questo articolo mi concentrerò unicamente sulla tassazione dei redditi da lavoro.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;Non ho da proporre grandiosi progetti di riforma. Tali progetti richiederebbero ingenti risorse, nell’ordine di vari punti di PIL, per essere attuati. Non è una riforma che si possa fare in deficit: una riduzione permanente e consistente della pressione fiscale, che è quello di cui ci sarebbe bisogno, richiede una corrispondente riduzione della spesa pubblica. Questo, al momento, non è politicamente possibile. Mi limiterò quindi a dare una serie di indicazioni limitate ma che costituiscono comunque un miglioramento rispetto alla situazione attuale e che sono fattibili senza grossi sforzi di bilancio.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;Una questione che raramente viene posta è: quale dovrebbe essere l’obiettivo principale, nell’Italia del 2019, di una riforma fiscale? La mia opinione è che, almeno per ciò che riguarda la tassazione dei redditi da lavoro, l’obiettivo principale dovrebbe essere la promozione di una maggiore occupazione. L’Italia resta un paese con un tasso di occupazione più basso rispetto ai principali paesi europei. I &lt;a href=&quot;https://www.istat.it/it/archivio/231178&quot;&gt;dati Istat relativi al I trimestre 2019&lt;/a&gt; mostrano un tasso di occupazione complessivo (percentuale di occupati nella popolazione tra 15 e 64 anni) pari al 58,7%. Qualunque proposta di riforma dovrebbe quindi rispondere prima di tutto a questa domanda: è questo il modo più efficace di aumentare l’occupazione?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per avere una idea di come si colloca l’Italia nella comparazione internazionale, può essere utile guardare a &lt;a href=&quot;https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Employment_statistics/it&quot;&gt;questa figura di fonte Eurostat&lt;/a&gt; che compara i dati di occupazione per la popolazione tra i 20 e i 64 anni in vari paesi europei nel 2016. Il dato italiano è del 61,6%, molto inferiore al 70,4% della Francia e al 78,7% della Germania, e fin qui nessuna sorpresa. È però inferiore al dato della Romania, che è il 66,3%, e del Portogallo, con il 70,6%. La media per i 28 paesi dell’Unione Europea è pari al 71,1%. Questa è ovviamente una situazione anomala.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/images/1/1e/Employment_rate%2C_age_group_20_%E2%80%93_64%2C_2016_%28%25%29_YB17.png&quot; width=&quot;550&quot; height=&quot;433&quot; alt=&quot;image&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;Le cose però stanno ancora peggio, perché il dato nazionale maschera una enorme eterogeneità. Il tasso di occupazione femminile è pari al 60,2% al Nord e al 32,6% al Sud. In generale inoltre il tasso di occupazione è tanto più basso quanto più è basso il livello di istruzione. A livello nazionale, solo il 42,9% di coloro che hanno conseguito al più la licenza media inferiore sono occupati. La percentuale sale al 64,5% per i diplomati e al 78,7% per i laureati. Per la popolazione femminile, solo il 29,5% delle donne con licenza di terza media sono occupate, mentre la percentuale sale al 55,4% tra le diplomate e al 76,0% per le laureate. Credo ciò faccia giustizia sommaria delle idiozie profferite di tanto in tanto sul fatto che studiare non serve.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;Questi numeri, in particolare quelli sull’occupazione femminile, sono la fotografia di un disastro sociale, prima ancora che economico. Credo sia chiaro che non possiamo semplicemente attendere che il problema venga risolto mediante il lento aumento del livello di istruzione. Favorire l’aumento della partecipazione alla forza lavoro della popolazione, in particolare di quella con basso livello di istruzione, dovrebbe essere l’obiettivo prioritario dell’abbassamento della pressione fiscale. &amp;nbsp;A favore di porre l’aumento dell’occupazione al centro della riforma fiscale stanno inoltre due ulteriori considerazioni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;La prima è che l’aumento dell’occupazione è l’unico modo veramente efficace per ridurre la povertà. La maggior parte delle famiglie povere sono quelle in cui lavora un solo coniuge. Una espansione della partecipazione alla forza lavoro e dell’occupazione favorirebbe, oltre alla crescita del reddito, la riduzione della povertà. I &lt;a href=&quot;http://www.comune.bologna.it/iperbole/piancont/archivionov/tabelle_grafici/istat_poverta_italia/Report-Reddito-e-Condizioni-di-vita-Anno-2016.pdf&quot;&gt;risultati dell’indagine EU-Silc pubblicati dall’Istat nel dicembre 2017&lt;/a&gt; mostrano che il 20,6% delle persone residenti in Italia risulta a rischio di povertà, cioè in famiglie con un reddito disponibile equivalente inferiore alla soglia di rischio di povertà (fissata al 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito equivalente disponibile). La percentuale però varia drammaticamente tra le famiglie a un percettore di reddito, per cui è pari al 37,1%, e le famiglie con due percettori di reddito, per cui è pari al 13,3%. In altre parole, aumentare l’occupazione femminile avrebbe un fortissimo effetto di riduzione della povertà.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La seconda osservazione è che, per fissato ammontare di euro di riduzione delle imposte, è molto più facile stimolare la partecipazione alla forza lavoro delle persone con bassa potenzialità di reddito e scarso attaccamento alla forza lavoro. Tra queste categorie rientrano in particolare giovani e donne a bassa istruzione e qualifica. Secondo uno &lt;a href=&quot;https://link.springer.com/article/10.1186/s40173-015-0030-0&quot;&gt;studio pubblicato nel 2015 dagli economisti Fabrizio Colonna e Stefania Marcassa su &lt;em&gt;IZA Journal of Labor Policy&lt;/em&gt;&lt;/a&gt; un aumento del 20% del salario netto per le donne appartenenti al 10% più povero provoca un aumento dell’offerta di lavoro tra il 12% e il 16%. Vedremo a breve cosa questo significa riguardo all’abolizione della detrazione per coniuge a carico.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;Se si è d’accordo con questo obiettivo, la prescrizione che ne segue è abbastanza semplice: gli sforzi di riduzione delle tasse vanno concentrati su quelle categorie e su quelle fasce di reddito che rispondono maggiormente a una riduzione dell’imposizione. In concreto, le riduzioni delle tasse dovrebbero essere rivolte a stimolare la partecipazione alla forza lavoro delle persone appartenenti alle famiglie più povere. Durante l&#039;ultimo anno il governo Neanderthal ha fatto esattamente l&#039;opposto. Il &#039;&#039;redito di cittadinanza&#039;&#039; è congegnato in modo da sfavorire la partecipazione alla forza lavoro. La &#039;&#039;flat tax per gli autonomi sotto la soglia&#039;&#039; fornisce incentivi a restare sotto la soglia e distorce la scelta dell&#039;organizzazione societaria, peggiorando lo storico problema italiano di bassa produttività e ridotta dimensione delle imprese. Per non parlare dei regali pensionistici di &#039;&#039;quota 100&#039;&#039;, spesa pubblica esplicitamente indirizzata alla riduzione del tasso di occupazione.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;Se si vuole massimizzare gli effetti di espansione della forza lavoro è opportuno evitare riduzioni generalizzate delle aliquote. Tali riduzioni sono molto costose e favoriscono anche categorie con offerta di lavoro non elastica. Inoltre favoriscono i redditi da pensione. Riduzioni delle imposte sulle pensioni sono equivalenti a un aumento delle pensioni: si tratta di un puro trasferimento senza alcun effetto di sviluppo e senza alcun impatto sull’aumento dell’occupazione. Ecco quindi una serie di provvedimenti che possono essere intrapresi in alternativa.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Abolire la detrazione per coniuge a carico, sostituirla con un aumento della detrazione per lavoro dipendente o autonomo.&lt;/strong&gt; La detrazione per coniuge a carico ha una struttura abbastanza complicata e va dai 690 agli 800 euro per i redditi inferiori a 40.000 euro per poi scalare in modo lineare e annullarsi a 80.000 euro. La parte che più risulta sfavorevole alla partecipazione alla forza lavoro è quella sul massimo reddito che può guadagnare il coniuge per essere considerato a carico: 2.840,51 euro. Questo significa, per esempio, che accettare un lavoro part-time che paga 300 euro al mese per 13 mensilità significa perdere la detrazione. Si tratta di una penalizzazione molto pesante per chi ha un reddito basso. Perdere 700 euro di detrazione per un lavoro che ne genera 3.900 è equivalente a una imposta di circa il 18%. In altri termini, è come perdere più di 2 mesi di salario. Lo studio di Colonna e Marcassa sopra citato mostra che in Italia, a differenza degli altri paesi, la partecipazione alla forza lavoro delle donne sposate è crescente con il reddito del marito, ossia le donne coniugate con mariti che guadagnano poco tendono a restare fuori dalla forza lavoro più delle donne con mariti che guadagnano di più. La struttura delle detrazioni per coniuge a carico, che diventano meno importanti quando il marito guadagna di più e si azzerano completamente oltre gli 80.000 euro, sono probabilmente una delle ragione di questa anomalia.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;Eliminare la detrazione per coniuge a carico aumenterebbe quindi la partecipazione alla forza lavoro. L’effetto sarebbe particolarmente pronunciato per le famiglie più povere. Secondo le stime di Colonna e Marcassa sopra citate, l’abolizione della detrazione può portare a un aumento tra il 12% e il 16% della partecipazione alla forza lavoro per le donne sposate appartenenti al 10% più povero della popolazione.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;L’obiezione ovvia a una simile misura è che in molti casi l’abolizione della detrazione non porterà il coniuge a trovare impiego e quindi si può tradurre in un aumento di imposta proprio per le famiglie più povere. Per evitare questo sarebbe opportuno trasformare la detrazione per coniuge a carico in una detrazione aggiuntiva per le famiglie non condizionata alla presenza di un coniuge incapiente. In tal modo, le famiglie che percepiscono ora la detrazione per coniuge a carico continuerebbe comunque a percepirla. Le famiglie con due redditi otterrebbero un beneficio netto, che rappresenterebbe un costo addizionale per lo Stato. Questa dovrebbe essere la misura principale su cui concentrare gli sforzi di riduzione delle tasse.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Abolire la detrazione ‘80 euro’, sostituirla con un aumento della detrazione per lavoro dipendente.&lt;/strong&gt; Il ‘bonus 80 euro’ mensili, ossia 960 euro annuali, viene erogato per intero a chi ha una imposta positiva e un reddito lordo inferiore a 24.600 euro. Tra 24.600 e i 26.600 euro viene scalato in modo lineare fino ad azzerarsi. Ciò è equivalente a una aggiunta all’aliquota marginale pari a 960/2000, ossia il 48%. In quella fascia di reddito l’aliquota marginale Irpef è il 27%. Inoltre, la struttura delle detrazioni per lavoro dipendente fa sì che vi sia un 4,51% addizionale dovuto alla riduzione di tale detrazione. Questo significa che un operaio o impiegato con un reddito lordo di 25.000 euro annui che fa straordinari per 100 euro lordi ne intasca circa 20 netti: un’aliquota marginale effettiva pari all’80%! Non credo di dover ulteriormente spiegare quanto questo schema sia delirante e quanto contribuisca a ridurre l’offerta di lavoro. Qua l’intervento è semplice. Eliminare completamente il &#039;&#039;bonus 80 euro&#039;&#039; e sostituirlo con un aumento della detrazione per lavoro dipendente. La misura sarebbe senza costo per l’erario e anche senza grosse conseguenze redistributive (l’aumentata detrazione per lavoro dipendente andrebbe in gran parte agli attuali beneficiari del bonus) ma eliminerebbe un potente disincentivo all’offerta di lavoro.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Consentire di usare le detrazioni per reddito dipendente non godute negli anni passati.&lt;/strong&gt; Se un lavoratore resta disoccupato o decide di restare fuori dalla forza lavoro per un anno non paga imposte e perde quindi la detrazione per lavoro dipendente. La proposta è di permettere di usare le detrazione &#039;&#039;perse&#039;&#039; nel passato quando si rientra nella forza lavoro. In tal modo si fornirebbero potenti incentivi a rientrare nella forza lavoro, incentivi che dal punto di vista empirico sarebbero particolarmente efficaci per le donne che per qualche ragione (tipicamente la cura dei figli) si sono allontanate dalla forza lavoro per alcuni anni. Anche questa misura può essere modulata in modo da essere quasi senza costo per l’erario; per esempio, l’agevolazione può essere accordata solo a chi ha più di 35 anni e non ha percepito redditi per almeno 2 anni. Il costo sarebbe dato dalle maggiori detrazioni concesse a chi comunque si sarebbe rimesso a lavorare. In compenso, ci sarebbero le entrate aggiuntive derivanti da chi non sarebbe altrimenti rientrato nella forza lavoro.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;L’insieme delle tre misure precedenti sarebbe senz’altro meno costoso delle attuali proposte di reddito di cittadinanza (in realtà un sussidio di disoccupazione condizionato) e &lt;em&gt;flat tax&lt;/em&gt; (in realtà per niente &lt;em&gt;flat&lt;/em&gt;) e nettamente più efficace nel ridurre la povertà e nel promuovere l’occupazione e il reddito. A ogni buon conto, se si decide di tagliare le spese e quindi promuovere ulteriormente la riduzione del carico fiscale senza creare ulteriore debito ecco due semplici misure su cui concentrare gli sforzi:&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Ridurre i contributi sociali.&lt;/strong&gt; La riduzione dei contributi sociali riduce il costo del lavoro e concentra lo sforzo fiscale su misure in grado di favorire l’occupazione. Nel medio-lungo periodo è irrilevante che la riduzione avvenga per i contributi pagati dal lavoratore o per quelli pagati dall’azienda. Nel breve periodo ragioni di opportunità politica consigliano di concentrare gli sforzi sulla parte di contributi a carico del lavoratore, in modo che i lavoratori vedano immediatamente i benefici. &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Ridurre tutte le deduzioni e detrazioni diverse da quella per lavoro e trasformarle in detrazioni per lavoro dipendente e autonomo.&lt;/strong&gt; Esistono molte deduzioni e detrazioni che complicano inutilmente il codice fiscale, per esempio quelle per spese sportive o per gli interessi pagati sui mutui. Alcune hanno un impatto quasi irrilevante, altre sono più sostanziali. È un pessimo modo di aiutare le famiglie. Esse distorcono le scelte di consumo e investimento e beneficiano in modo maggiore le famiglie più benestanti, dato che le famiglie con reddito basso in genere non pagano imposte sufficienti per goderne. Sarebbe bene abolirle il più possibile rimpiazzandole con una maggiore detrazione per lavoro dipendente e lavoro autonomo, in modo da incoraggiare maggiormente l’offerta di lavoro. In principio questa potrebbe essere una operazione neutrale dal punto di vista del gettito ma ragioni di opportunità politica suggeriscono di aumentare la riduzione della detrazione da lavoro dipendente e autonomo più di quanto si risparmia abolendo le altre detrazioni, semplicemente per assicurarsi che non ci siano conseguenze redistributive troppo pesanti.&lt;/p&gt;
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      &lt;div class=&quot;field-label&quot;&gt;Coautori:&amp;nbsp;&lt;/div&gt;
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&lt;/div&gt;
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                    &lt;span class=&quot;date-display-single&quot;&gt;Lunedì, 17 giugno, 2019 - 08:47&lt;/span&gt;        &lt;/div&gt;
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     <comments>http://noisefromamerika.org/articolo/appunti-fisco-piu-favorevole-crescita#comments</comments>
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 <pubDate>Sat, 15 Jun 2019 02:04:43 +0000</pubDate>
 <dc:creator>bruscosandro</dc:creator>
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    <title>minibot, Maxi confusione</title>
    <link>http://noisefromamerika.org/articolo/minibot-maxi-confusione</link>
    <description>&lt;div class=&quot;field field-type-text field-field-sommario&quot;&gt;
      &lt;div class=&quot;field-label&quot;&gt;Sommario:&amp;nbsp;&lt;/div&gt;
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            &lt;div class=&quot;field-item odd&quot;&gt;
                    &lt;p dir=&quot;ltr&quot;&gt;Tutti stanno parlando dei minibot. Ne ho parlato anch&#039;io in&amp;nbsp;uno scambio con il mio ex professore di Economia Internazionale.&lt;/p&gt;
        &lt;/div&gt;
        &lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p dir=&quot;ltr&quot;&gt;Perché mai un fornitore di beni o servizi alla Pubblica Amministrazione (PA) dovrebbe accettare in pagamento dei minibot? Questa la domanda del professore. Io ho replicato sicurissimo che l’unico caso in cui questi titoli potrebbero essere attraenti è il caso in cui fornissero un credito fiscale a un prezzo minore del loro valore nominale. Per esempio, in cambio di beni e servizi forniti alla PA per un valore di 90€ ricevo un minibot del valore di 100€ che potro&#039; utilizzare a compensazione dei miei debiti fiscali. Cioe&#039; acquisisco un credito fiscale con lo sconto del 10%.&lt;/p&gt;
&lt;p dir=&quot;ltr&quot;&gt;Ho anche argomentato di come, a causa dell&#039;arbitraggio tra titoli negoziabili, il prezzo di un minibot dovrebbe allinearsi a quello dei titoli di stato tradizionali (per esempio a un anno visto che userei il minibot alla prima scadenza fiscale utile). Trasformando debiti commerciali in debito pubblico (con un fattore maggiore di 1 a causa dello sconto; nell&#039;esempio sopra un debito commerciale di&amp;nbsp;90€ diventa debito pubblico per 100€) i minibot, ho continuato, porteranno a un aumento del debito pubblico, il che esercitera&#039; pressione sul valore dei titoli sottostanti e un amento dei tassi di interesse su questi titoli. Quindi anche pressione al ribasso&amp;nbsp;sul valore reale dei minibot, ovvero un fattore di conversione più oneroso del debito commerciale delle PA in debito pubblico, eccetera. Ed ecco che abbiamo creato un bellissimo circolo vizioso.&lt;/p&gt;
&lt;p dir=&quot;ltr&quot;&gt;Quindi, osserva il professore, avremo un mercato nero di questi minibot?&lt;/p&gt;
&lt;p dir=&quot;ltr&quot;&gt;No, faccio io, avremo un mercato secondario!&lt;/p&gt;
&lt;p dir=&quot;ltr&quot;&gt;Dal momento che la conversazione è avvenuta via internet non ho visto il sopracciglio alzarsi, ma sono sicuro che lo abbia fatto quando mi ha chiesto se conoscevo qualche istituzione finanziaria disposta a sporcarsi le mani con questa storia.&lt;/p&gt;
&lt;p dir=&quot;ltr&quot;&gt;Ma no, ho replicato io, nelle intenzioni di Borghi e soci questi titoli sono liberamente scambiabili fra privati, basterà una qualunque SRL!&amp;nbsp;È stato allora che ho realizzato... emettere minibot significa mettere titoli di Stato al portatore in mano a chicchessia. Dare il permesso a privati e società di ogni tipo di gestire asset finanziari.&lt;/p&gt;
&lt;p dir=&quot;ltr&quot;&gt;Come verranno messi a bilancio?&amp;nbsp;Come verranno tassate le transazioni (auspicate dai promotori di questo sistema) che avverranno in minibot?&lt;/p&gt;
&lt;p dir=&quot;ltr&quot;&gt;Le possibilita&#039; sono due: o fa fede il valore nominale o ci si riferisce al valore di mercato.&amp;nbsp;Il problema è che nel primo caso il gioco non funziona. Se un minibot da 100€ vale 90€ reali perché mai dovrei accettarlo in pagamento al posto di una banconota da 100€? Fatturo 100€ e vengo pagato con una banconota da 100€, 24€ li pago in tasse e mi rimangono 76€. &amp;nbsp;Ma se vengo pagato con un minibot da 100€ e pago i soliti 24€ in tasse, gli € reali che mi rimangono in tasca sono 66. &amp;nbsp;Certo, posso riallineare i prezzi, accettare solo una quota di minibot pari alle imposte che devo pagare… ma nel caso migliore vado in pari (e ci ho speso tempo e fatica per fare i conti su come riallineare il tutto). &amp;nbsp;Non mi conviene, non accetto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Se invece fa fede il valore di mercato, chi definirà questo valore di mercato, dal momento che non esisterà un mercato regolato?&lt;/p&gt;
&lt;p dir=&quot;ltr&quot;&gt;Certo, fatturare 100€ e farmi pagare con 80€ in contanti e con 20€ in minibot per un valore nominale di 24€ mi porta, nell’esempio usato prima, a un guadagno netto di 4€, quindi sarò invogliato a farlo; ma accidenti, gli scenari di utilizzo alternativo di questo strumento (che è pur sempre un pezzo di carta che lo Stato si impegna a ritirare in cambio di uno sconto fiscale pari al numerino scritto sopra) sono infiniti.&lt;/p&gt;
&lt;p dir=&quot;ltr&quot;&gt;Al di là di questioni su possibilità di riciclaggio, cosa mi impedisce di fare dei giochi perversi con delle minusvalenze fittizie?&amp;nbsp;È chiaro che non può funzionare e prima o poi arriverà lo Stato che dirà “io quel pezzo di carta te lo ritiro al valore di 100€, quindi tu lo metti in bilancio a 100€”.&lt;/p&gt;
&lt;p dir=&quot;ltr&quot;&gt;Stessa cosa nell’utilizzo nelle transazioni: chi stabilisce quanto è equo quel baratto (perché baratto è) di minibot in cambio di beni e servizi? &amp;nbsp;Ti do un minibot da 100€ in cambio di questi servizi che mi stai fatturando 80€ (e che in realtà valgono 90€). Notare che qualcuno con meno scrupoli potrebbe fare la stessa cosa fatturando 50€, o addirittura 1€.&lt;/p&gt;
&lt;p dir=&quot;ltr&quot;&gt;Anche qui, lo Stato dirà: “signori, una transazione in cui vengono scambiati minibot è tassata secondo il valore nominale dei minibot scambiati”. &amp;nbsp;Al che bisognerà proibire la vendita (e come fai?) dei minibot a un prezzo diverso dal loro valore nominale per evitare giochetti fiscali fra aziende (io vendo un minibot da 100€ per 90€ e ho trasferito circa 2,4€ di imposte da una società all’altra).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tutto questo per tornare comunque al primo scenario, in cui accettare minibot semplicemente non conviene. Quindi non li accetterò a meno che non sia costretto, ma se sono costretto non è più un minibot ma una tassa.... minibot, Maxiconfusione.&lt;/p&gt;
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        &lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
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                    &lt;span class=&quot;date-display-single&quot;&gt;Domenica, 9 giugno, 2019 - 13:58&lt;/span&gt;        &lt;/div&gt;
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 <pubDate>Mon, 03 Jun 2019 07:50:07 +0000</pubDate>
 <dc:creator>Zak</dc:creator>
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    <title>Una semplice analisi econometrica del voto a Più Europa del 2019</title>
    <link>http://noisefromamerika.org/articolo/semplice-analisi-econometrica-voto-piu-europa-2019</link>
    <description>&lt;div class=&quot;field field-type-text field-field-sommario&quot;&gt;
      &lt;div class=&quot;field-label&quot;&gt;Sommario:&amp;nbsp;&lt;/div&gt;
    &lt;div class=&quot;field-items&quot;&gt;
            &lt;div class=&quot;field-item odd&quot;&gt;
                    &lt;p&gt;Analizziamo le possibili determinanti del limitato aumento del voto a Più Europa avvenuto tra il 2018 e il 2019 per stabilire quanta parte è attribuibile alla politica delle alleanze e quanta parte a un aumento di consenso. L&#039;incremento dei consensi non sembra essere dovuto a una minor propensione all&#039;astensionismo degli elettori di Più Europa nelle elezioni europee rispetto alle politiche. Il principale risultato che otteniamo è che l&#039;alleanza con Italia in Comune sembra aver aiutato mentre quella con il Partito Socialista no.&lt;/p&gt;
        &lt;/div&gt;
        &lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;h2&gt;Introduzione&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;In questo post analizziamo la variazione del voto a Più Europa (in breve, +E) tra le elezioni politiche del 2018 e le elezioni europee del 2019. Alle elezioni politiche del 2018 tale formazione ha ricevuto 841.468 voti, pari al 2,56% dei voti validi. Alle elezioni europee del 2019 i voti sono stati 822.764, ossia quasi gli stessi, ma data la minore affluenza che contraddistingue le elezioni europee tali voti si sono tradotti nel 3,09% dei voti validi. Anche se questo non è certo stato l&#039;evento più significativo delle elezioni europee, vale lo stesso la pena provare a capire meglio le fonti di tale incremento. Si possono formulare tre ipotesi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;1. L&#039;elettorato di Più Europa ha uno scarto minore di partecipazione tra elezioni, ossia l&#039;elettore medio di +E tende ad astenersi meno della media nelle elezioni a partecipazione relativamente bassa, come le Europee. In particolare, il risultato è compatibile con l&#039;ipotesi che tutti coloro che hanno votato +E alle politiche si sono recati alle urne, senza cambiare il voto, anche alle Europee. Questa ipotesi renderebbe pessimisti sulle future sorti elettorali del partito. Implica che non c&#039;è stata alcuna espansione del consenso e che, qualora tale stato di cose durasse, la percentuale di +E è destinata a scendere in elezioni con più alta partecipazione, come probabilmente saranno le prossime elezioni politiche.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;2. L&#039;elettorato di +E ha una propensione al voto pari a quella media, per cui l&#039;aumento (pur contenuto, poco più di mezzo punto) della percentuale di voto è il risultato di un genuino aumento del consenso. Si dovrebbe quindi traslare in un aumento simile alle prossime elezioni politiche. In particolare, con tutte le dovute cautele del caso e assumendo una legge elettorale invariata, permetterebbe di superare la soglia del 3% per l&#039;accesso alla ripartizione seggi nella parte proporzionale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;3. L&#039;elettorato di Più Europa ha una propensione al voto pari a quella media, però l&#039;aumento non è dovuto a una espansione del consenso ma all&#039;alleanza elettorale con alcune forze che alle politiche erano separate. In particolare, in queste elezioni Più Europa ha stretto alleanze formali con il Partito Socialista e con Italia in Comune, la formazione politica guidata dal sindaco di Parma Pizzarotti. Questo è un caso intermedio tra quello pessimista del primo punto e quello ottimista del secondo punto. Permetterebbe, sempre se le circostanze non cambiano, a +E di mantenere il progresso fatto nel 2019, nel caso fosse in grado di confermare l&#039;alleanza con socialisti e Pizzarotti. Non sarebbe comunque una posizione comoda, dato che la soglia del 3% è superata solo per lo 0,09%. Questo significa che socialisti e Pizzarotti avrebbero notevole potere di negoziazione al momento della scelta dei candidati da mettere nei seggi&amp;nbsp; `sicuri&#039;.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Dati e metodologia&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Per cercare di gettare una qualche luce su quale sia la spiegazione più probabile, abbiamo costruito un database con i voti per ciascuna provincia italiana, un totale di 106, alle elezioni politiche del 2018 e alle elezioni europee del 2019. Il database contiene anzitutto i voti a Più Europa per provincia, da cui possiamo calcolare la variazione per ciascuna provincia del voto a +E. Contiene inoltre i dati sulla partecipazione al voto in ogni provincia, sia nel 2018 sia nel 2019, da cui si può calcolare la variazione in ogni provincia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per catturare il possibile apporto dell&#039;alleanza con il Partito Socialista osserviamo che nelle elezioni del 2018 tale partito si presentò in una &lt;a href=&quot;https://it.wikipedia.org/wiki/Italia_Europa_Insieme&quot;&gt;lista di coalizione chiamata Italia Europa Insieme&lt;/a&gt; (in breve, Insieme), con i Verdi e il movimento Area Civica. La lista non si è presentata nel 2019: i Verdi hanno presentato una loro lista separata mentre i socialisti hanno appoggiato +E, che ha accolto alcuni loro candidati (non sappiamo cosa sia successo ad Area Civica, un movimento descritto come &quot;prodiano&quot;). Useremo il peso elettorale di Insieme nel 2018 come misura dell&#039;apporto che i socialisti hanno dato all&#039;aumento del voto di +E. L&#039;ipotesi è che nelle province in cui Insieme risultò relativamente più forte nel 2018, il voto a +E dovrebbe aumentare di più.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il movimento Italia in Comune non ha precedententemente partecipato ad alcuna competizione nazionale, per cui è difficile trovare una misura quantitativa della sua influenza. Abbiamo optato per usare una variabile dummy che prende valore 1 per la provincia di Parma e zero altrimenti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per valutare le varie ipotesi effettueremo tipicamente 2 tipi di regressioni. Una in cui ogni provincia ha lo stesso peso (metodo dei &lt;a href=&quot;https://it.wikipedia.org/wiki/Metodo_dei_minimi_quadrati&quot;&gt;minimi quadrati ordinari&lt;/a&gt;, o OLS) e una in cui le province vengono pesate in base alla popolazione, in modo che province con più elettori abbiano maggiore peso (che chiameremo OLS pesato).&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Risultati&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Abbiamo in primo luogo provato a verificare se l&#039;aumento percentuale del voto a +E possa essere in qualche modo spiegato dalla minore partecipazione al voto. Se questo è il caso allora l&#039;incremento della percentuale di +E dovrebbe essere più elevato nelle province in cui il calo della partecipazione è stato più forte. La regressione prende quindi la forma:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;y&lt;sub&gt;i&lt;/sub&gt; = a + bx&lt;sub&gt;i&lt;/sub&gt; + u&lt;sub&gt;i&lt;/sub&gt;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;dove&amp;nbsp;&lt;em&gt;y&lt;sub&gt;i&lt;/sub&gt;&lt;/em&gt; è la differenza tra la percentuale ottenuta da +E alle Europee del 2019 e la percentuale ottenuta alle politiche del 2018 nella provincia &lt;em&gt;i&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;x&lt;sub&gt;i&lt;/sub&gt;&lt;/em&gt; è la differenza tra la percentuale di votanti nella provincia &lt;em&gt;i&lt;/em&gt; alle Europee del 2019 e la percentuale di votanti alle politiche del 2018. Se è vero che gli elettori di Più Europa hanno una maggiore tendenza a partecipare al voto europeo della media allora il coefficiente &lt;em&gt;b&lt;/em&gt; dovrebbe risultare negativo: tanto più è alta la partecipazione al voto alle europee rispetto alle politiche, tanto minore dovrebbe essere l&#039;aumento percentuale di Più Europa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I risultati sono abbastanza chiari: l&#039;ipotesi non sta in piedi.&amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;table border=&quot;0&quot;&gt;
&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;
&lt;td&gt;&amp;nbsp;&lt;/td&gt;
&lt;td&gt;a&lt;/td&gt;
&lt;td&gt;b&lt;/td&gt;
&lt;td&gt;R quadro&lt;/td&gt;
&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;
&lt;td&gt;OLS&lt;/td&gt;
&lt;td&gt;
&lt;p&gt;0.517&lt;/p&gt;
&lt;/td&gt;
&lt;td&gt;-0.006&lt;/td&gt;
&lt;td&gt;0.001&lt;/td&gt;
&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;
&lt;td&gt;OLS pesato&lt;/td&gt;
&lt;td&gt;0.294&lt;/td&gt;
&lt;td&gt;.-0.019&lt;/td&gt;
&lt;td&gt;0.008&lt;/td&gt;
&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;
&lt;/table&gt;
&lt;p&gt;In entrambe le regressioni il coefficiente b ha il segno corretto, ossia negativo, ma il valore non risulta essere significativo. Sia la regressione OLS standard sia quella con differenti pesi hanno valori di R quadro bassissimi, indicando che la regressione spiega meno dell&#039;1% della variabilità del voto. Appare quindi improbabile che l&#039;aumento dei consensi sia dovuto principalmente a una differenza di propensione all&#039;astensione, se non in minima parte. Anche se limitato, l&#039;aumento di consenso sembra essere effettivo e non il risultato di astensione differenziale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il prossimo passo è cercare di capire il ruolo giocato dalle alleanze nell&#039;incremento del consenso. In altre parole, vorremmo capire se il mezzo punto percentuale di crescita è dovuto all&#039;apporto di Italia in Comune e del PSI, e in che misura. In questo caso la regressione prende la forma&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;y&lt;sub&gt;i&lt;/sub&gt; = α + βz&lt;sub&gt;i&lt;/sub&gt; + λd&lt;sub&gt;i&lt;/sub&gt; + ε&lt;sub&gt;i&lt;/sub&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;dove y&lt;sub&gt;i&lt;/sub&gt; è la differenza tra i voti a +E alle europee del 2019 nella provincia &lt;em&gt;i&lt;/em&gt; e i voti nella stessa provincia nel 2018, z&lt;sub&gt;i&lt;/sub&gt; sono i voti ottenuti dalla lista Insieme nella provincia &lt;em&gt;i&lt;/em&gt; nel 2018&lt;em&gt; e &lt;/em&gt;d&lt;sub&gt;i&lt;/sub&gt; è una variabile dummy che assume valore 1 se la provincia è Parma e zero altrimenti. &lt;br /&gt;Se le alleanze sono risultate irrilevanti per l&#039;aumento dei consensi allora β=λ=0. Se invece il cambiamento di consenso è dovuto alla alleanza con il PSI allora β&amp;gt;0, ossia l&#039;incremento dei voti a +E è stato maggiore nelle province in cui il risultato della lista Insieme è stato migliore. Analogamente, λ&amp;gt;0 significa che il voto è più alto a Parma, presumibilmente per l&#039;alleanza con Italia in Comune. Casi misti sono ovviamente possibili (la crescita del consenso è in parte dovuto alle alleanze e in parte è autonoma), così come è in principio possibile che le alleanze abbiano sottratto voti. I risultati sono i seguenti&lt;/p&gt;
&lt;table border=&quot;0&quot;&gt;
&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;
&lt;td&gt;&amp;nbsp;&lt;/td&gt;
&lt;td&gt;α&lt;/td&gt;
&lt;td&gt;β&lt;/td&gt;
&lt;td&gt;λ&lt;/td&gt;
&lt;td&gt;R quadro&lt;/td&gt;
&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;
&lt;td&gt;OLS&lt;/td&gt;
&lt;td&gt;0.572&lt;sup&gt;***&lt;/sup&gt;&lt;/td&gt;
&lt;td&gt;0.048&lt;/td&gt;
&lt;td&gt;1.588***&lt;/td&gt;
&lt;td&gt;0.013&lt;/td&gt;
&lt;/tr&gt;
&lt;tr&gt;
&lt;td&gt;OLS pesato&lt;/td&gt;
&lt;td&gt;0.444*&lt;/td&gt;
&lt;td&gt;0.272&lt;/td&gt;
&lt;td&gt;1.551***&lt;/td&gt;
&lt;td&gt;0.011&lt;/td&gt;
&lt;/tr&gt;
&lt;/tbody&gt;
&lt;/table&gt;
&lt;p&gt;Il coefficiente relativo a Parma risulta fortemente significativo. È un risultato ovvio e immediatamente visibile anche solo confrontando le percentuali ricevute da Più Europa in provincia di Parma. La lista prese il &lt;a href=&quot;https://elezionistorico.interno.gov.it/index.php?tpel=C&amp;amp;dtel=04/03/2018&amp;amp;tpa=I&amp;amp;tpe=L&amp;amp;lev0=0&amp;amp;levsut0=0&amp;amp;lev1=11&amp;amp;levsut1=1&amp;amp;lev2=4&amp;amp;levsut2=2&amp;amp;lev3=2&amp;amp;levsut3=3&amp;amp;ne1=11&amp;amp;ne2=114&amp;amp;ne3=1142&amp;amp;es0=S&amp;amp;es1=S&amp;amp;es2=S&amp;amp;es3=S&amp;amp;ms=S&quot;&gt;4,68% nel 2018&lt;/a&gt; e il &lt;a href=&quot;https://elezioni.interno.gov.it/europee/scrutini/20190526/scrutiniEI2080560000&quot;&gt;5,80% nel 2019&lt;/a&gt;, ossia l&#039;incremento è stato doppio di quello nazionale. Il coefficiente relativo alla lista Insieme ha l&#039;atteso segno positivo ma risulta non significativo, ossia l&#039;effetto è molto debole. In altre parole l&#039;alleanza con il PSI sembra aver beneficiato solo limitatamente Più Europa. In ogni caso è doveroso osservare che anche queste regressioni mostrano valori molto bassi del coefficiente R quadro. Questo conferma che la politica delle alleanze ha inciso poco sul miglioramento del risultato elettorale di Più Europa.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Discussione&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Quanto sono credibili questi risultati e come vanno interpretati? Probabilmente il risultato più chiaro è che l&#039;aumento del consenso a +E non è dovuto a un minor astensionismo dei suoi elettori, che si comportano invece come la media della popolazione. Non ci sono in effetti ragioni a priori per pensare il contrario. Anche se fosse vero che gli elettori di +E appartengono a gruppi demografici con una maggior propensione al voto questo NON implica che ci sia anche un minor differenziale di astensione tra elezioni di tipo diverso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Siamo meno certi dei risultati sugli effetti delle alleanze. Purtroppo le variabili da noi usate non sono una misura molto fedele delle grandezze che vogliamo misurare, ossia la forze degli alleati. Non c&#039;è alcuna buona misura a livello nazionale dell&#039;apporto di Italia in Comune. I voti della lista Insieme sono solo in parte ascrivibili ai socialisti e quindi si tratta di una misura molto indiretta e con molto errore di misurazione dell&#039;effetto che ci interessa stimare. Abbiamo quindi provato a fare alcuni controlli di robustezza.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;a) Il Partito Socialista è relativamente più forte in alcune zone del meridione. Abbiamo provato a inserire i voti di Insieme solo per le regioni Basilicata e Calabria. I coeeficienti continuano a essere non significativi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;b) Lo stesso succede se mettiiamo una variabile dummy che assume valore 1 per le province della Basilicata e della Calabria. Anche in tal caso il coefficiente non è significativo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;c) Abbiamo infine considerato una regressione in cui, oltre alla dummy Parma e all&#039;interazione di Insieme con basilicata e Calabria, abbiamo aggiunto il differenziale di partecipazione al voto. L&#039;unica variabile significativa continua a essere quella di Parma.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Riteniamo quindi di poter concludere che la politica delle alleanze non ha avuto un grosso peso nel limitato aumento del consenso a +E, che invece appare dovuto a una piccola espansione del consenso. Ovviamente non abbiamo alcuno strumento per dire se tale espansione verrà confermata nelle elezioni future, data in particolare l&#039;estrema mobilità manifestata recentemente dall&#039;elettorato italiano&lt;/p&gt;
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                    &lt;span class=&quot;date-display-single&quot;&gt;Giovedì, 30 maggio, 2019 - 12:40&lt;/span&gt;        &lt;/div&gt;
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 <pubDate>Tue, 28 May 2019 20:20:10 +0000</pubDate>
 <dc:creator>bruscosandro</dc:creator>
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    <title>Le scuole di eccellenza e l&#039;avvenire dell&#039;università italiana</title>
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      &lt;div class=&quot;field-label&quot;&gt;Sommario:&amp;nbsp;&lt;/div&gt;
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            &lt;div class=&quot;field-item odd&quot;&gt;
                    &lt;p&gt;Le dimissioni del direttore della Scuola Normale sono state ampiamente discusse (male) sui giornali e persino nei telegiornali. Qualche informazione su cosa sono e qualche riflessione critica sul modello italo/francese delle scuole di eccellenza&lt;/p&gt;
        &lt;/div&gt;
        &lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;Negli ultimi tempi la Scuola Normale Superiore (SNS) è stata al centro dell’attenzione mediatica per le dimissioni del direttore, collegate al progetto, poi rientrato, di creazione di una Scuola di eccellenza a Napoli sul modello della Normale stessa.&amp;nbsp; Non entrerò nel merito della vicenda, su cui ho informazioni parziali. Rilevo solo che le polemiche a mezzo stampa semplificano problemi complessi, e tendono ad attribuire troppo facilmente motivazioni politiche, che i giornalisti ed i lettori capiscono, a comportamenti accademici che sfuggono alla loro compresione. Vorrei invece riflettere sul tema più generale delle scuole di eccellenza e del loro ruolo nel sistema universitario&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;A tal fine, è necessaria una breve introduzione storica. L’idea di fondare istituzioni speciali per studenti meritevoli nacque in Francia nel 18esimo secolo.&amp;nbsp; La prima delle grandes écoles moderne, Ecole Polytechnique, fu fondata nel 1794. L’Ecole Normale Superieure, per lettere&amp;nbsp; e scienze, fu (ri-)fondata nel 1808 e la sua omologa pisana, la SNS, nel 1810. Fu abolita al ritorno dei Lorena, e poi ripristinata dal Granduca nel 1846. All’inizio la Normale era limitata a Lettere e Scienze ed era amministrativamente una emanazione dell’università di Pisa. Acquisì autonomia nel 1932. Negli stessi anni vennero fondati collegi paralleli per gli studenti di altre facolta, confluiti poi nel 1967 in una Scuola Superiore di Studi Universitari e di Perfezonamento (o SSSUP o anche Sant’Anna), divenuta anch’essa ammnistrativamente autonoma nel 1987. Più recentemente sono state fondate tre altre scuole: la&lt;strong&gt; &lt;/strong&gt;Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste nel 1978, l’Istituto Universitario di Studi Superiori (IUSS) di Pavia nel 1997, Institutions, markets, technologies (IMT) a Lucca nel 2005 ed infine l’Istituto di Scienze Umane (SUM) di Firenze nel 2009. Quest’ultimo ha cessato di essere scuola autonoma ed è divenuto Classe di Scienze Sociali della SNS nel 2013.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tutte le scuole di eccellenza sono equiparate ad università. Hanno quindi personale docente proprio e sono finanziate su un fondo distinto dall’FFO (Fondo di finanziamento ordinario) delle altre università. Nel 2018 le scuole di eccellenza hanno ricevuto 105 milioni &amp;nbsp;(39 la SNS, 31 il S.Anna, 22 la SISSA, 7 l’IMT e 6 lo IUSS), contro un totale di 6886 delle altre università. Insieme le scuole di eccellenza sono la ventiseiesima università italiana per finanziamento totale &amp;nbsp;(la prima è Roma la Sapienza, con 483 milioni; Pisa ha ricevuto 196 milioni). E’ da ricordare che alcune università hanno istituito collegi per studenti meritevoli su fondi propri e sul modello originale della SNS. Queste istituzioni però, a differenza delle scuole di eccellenza, non sono autonome amministrativamente, non ricevono fondi ministeriali e quindi non hanno corpo docente proprio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dal punto di vista didattico, bisogna distinguere due modelli diversi. SISSA e IMT conferiscono solo diplomi di dottorato di ricerca, mentre IUSS, Normale ed il Sant’Anna conferiscono sia dottorati (detti perfezionamenti) che diplomi di corso ordinario. Questi ultimi sono aggiuntivi rispetto alle lauree (triennale e specialistica) dell’Università di Pavia&amp;nbsp; e Pisa. Gli studenti devono superare in corso gli esami universitari (con la media del 27 e nessun voto sotto il 24) e superare anche esami aggiuntivi, tenuti da professori della Scuola. L’istituenda ‘Scuola Normale del Sud’ fu, a quanto mi risulta, proposta come scuola di dottorato e solo in seguito è stato aggiunto un corso ordinario sul modello Scuola Normale, appoggiato all’università di Napoli. La Normale di Pisa avrebbe dovuto in qualche forma collaborare alla fondazione e alla gestione, anche amministrativa, per i primi anni e poi la nuova scuola sarebbe diventata autonoma.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questa, in breve, la storia e la situazione attuale. Prima di presentare le mie opinioni, due premesse. Io ho un ricordo eccellente della SNS, dove ho passato undici anni della mia vita, come studente del corso ordinario e del corso di perfezionamento e dove ho anche iniziato la mia carriera accademica come ricercatore. Soprattuto ritengo che l’eccellenza sia uno dei più gravi problemi dell’università italiana da parecchi decenni. Nonostante tutto, il sistema fornisce ancora ai laureati una preparazione media comparabile a quella degli altri paesi avanzati, anche se al prezzo (pesantissimo) di una percentuale di abbandoni molto elevata. Mancano invece università di alto livello, che offrano una preparazione adeguata agli studenti migliori e producano ricerca a livello mondiale. Nell’ultima classifica ARWU, la meno arbitraria fra le parecchie classifiche sorte come funghi negli ultimi anni, la prima università italiana, Milano è&amp;nbsp; nel gruppo 150-200 (la Svizzera ha cinque università fra le prime cento, Singapore due). In Italia ci sono molti studiosi eccellenti ma sparsi in tutt’Italia e quindi incapaci di fare massa critica per produrre ricerca di altissimo livello, la quale richiede continuità nel tempo e grandi finanziamenti. Se riuniti in due-tre università ed adeguatamente finanziati, potrebbero sicuramente piazzarsi nel top 100, e magari anche nel top 50. Le scuole di eccellenza sono talora intese come risposta a &amp;nbsp;questo problema. &amp;nbsp;Non lo sono nella loro condizione attuale e secondo me sarebbero comunque una risposta sbagliata alla necessità di sviluppare università eccellenti.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nelle versione italiana, non possono essere una risposta al problema dell’eccellenza perchè sono troppo piccole e sono un ibrido. Per quanto siano molto cresciute in dimensione rispetto ai miei tempi, almeno in termini di personale docente e tecnico-amministrativo, nessuna scuola &amp;nbsp;ha un corpo docente sufficientemente ampio e diversificato &amp;nbsp;per organizzare corsi di laurea in proprio, dati i requisiti minimi stabiliti dalla legislazione vigente. Al massimo, possono organizzare corsi congiunti con l’università adiacente, invece che far frequentare ai propri studenti i corsi dell’ateneo. Io, per esempio, insegno anche in un corso di laurea specialistica in Economics congiunto Università/ SSSUP. Per renderle indipendenti, vere università paragonabili alle grandi università anglosassoni, sarebbe necessario aumentare il numero di professori, e soprattutto di studenti. Sarebbe anche necessario aumentare il numero delle scuole, per avere un numero di laureati tale da avere impatto significativo in Italia. La rete francese delle grandes écoles è composto da decine di istituti (il numero varia a seconda della definizione, fino a 250 in una definizione ampia), con migliaia di studenti. Per creare una rete comparabile, sarebbe necessario un investimento ingente. La finanziaria ha stanziato 50 milioni in tre anni per l’istituenda &amp;nbsp;scuola napoletana limitata ai dottorati. Per fondare 20 scuole sul modello Normale, col corso ordinario appoggiato alle università locali, sarebbe necessari 500-600 milioni l’anno. Se si volessero rendere didatticamente autonome, e non ibride, ci vorrebbe molto di più. Sono somme non reperibili nelle condizioni attuali del bilancio statale&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;Avrei qualche dubbio sulla saggezza di investire somme così ingenti nelle scuole di eccellenza anche se i fondi fossero disponibili. Un normalista, nella situazione attuale, costa circa dieci-undici volte uno studente ‘normale’ (ai miei tempi molto meno, ma sempre parecchio di più). Sicuramente ha una preparazione migliore, ma dieci volte migliore? E anche se fosse dieci volte migliore, siamo sicuri che sia saggio tanto investire nell’istruzione supplementare di un numero ristretto di studenti? &amp;nbsp;Ricordo che nel sistema francese, i normaliens hanno un diritto/dovere di lavorare per un certo numero di anni dopo la laurea nell’amministrazione pubblica per compensare l’investimento. Questa regola non esiste in Italia. Inoltre, il sistema crea un un dualismo permanente che mi sembra dannoso sia alle scuole stesse che al resto delle università. Ora il problema è limitato dal piccolo numero di professori delle scuole speciali, ma una eventuale espansione della rete lo metterebbe in evidenza. I professori delle scuole di eccellenza avrebbbero garantita una situazione privilegiata (pochi studenti, finanziamenti alla ricerca superiori alla media etc) senza ulteriori incentivi. I professori nel resto del sistema avrebbero pochi incentivi a lavorare per migliorare la propria istituzione. I più ambiziosi si darebbero da fare per essere chiamati nelle scuole di eccellenza, gli altri potrebbero adagiarsi in una routine mediocre.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Una soluzione alternativa è&amp;nbsp; il modello anglosassone, che prevede una gerarchia a più livelli e, soprattutto, potenzialmente mutevole nel tempo. Negli Stati Uniti esistono molti tipi di istituti di istruzione superiore, da Harvard al community college, e le gerarchie possono cambiare, entro certi limiti. Due università ai vertici mondiali come Stanford ed il California Institute of Technology, sono di fondazione relativamente recente (rispettivamente 1885 e 1891). Anche ora, una università di medio livello può migliorare la propria reputazione &amp;nbsp;concentrando risorse in pochi settori. La chiave è la libera competizione fra università sulla base della qualità della ricerca e della didattica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il modello americano non è imitabile nel contesto italiano (ed europeo) caratterizzato dalla prevalenza del finanziamento pubblico. I recenti sviluppi istituzionali in Italia si muovono però nella direzione di introdurre elementi di competizione almeno nella ricerca, incontrando l’opposizione di molti docenti e dei sindacati. La principale innovazione è l’introduzione di una valutazione periodica della qualità della ricerca (VQR) in tutte le università. Manca per ora, ed è un grave limite, una valutazione della didattica (ma nessuno sa come farla). I risultati della VQR sono utilizzati per distribuire una (piccola) parte del finanziamento ordinario alle università ed anche per distribuire fondi ai dipartimenti migliori (‘dipartimenti di eccellenza’) di ciascuna area scientifica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sono passi importanti, che si spera vengano mantenuti grazie al disinteresse dell’esecutivo per i temi universitari. In teoria, tutte le università sono messe sullo stesso piano ed anche università piccole o di recente istituzione possono affermarsi concentrando le proprie risorse in alcuni settori. Sono passi però insufficienti. Le somme distribuite su base premiale sono relativamente modeste, anche per la presenza di meccanismi di riequilibrio territoriale ed erogate solo per periodi brevi. Quindi sono utilizzati sopratutto per assunzione nuovi docenti, piuttosto che per grandi investimenti mentre sembra difficile che università non finanziate da privati possano avviare processi ambiziosi. Se ci fossero fondi, si potrebbe innestare un’idea tedesca. Le università sono finanziata dai lander, ma lo stato federale sta investendo in finanziamenti su grandi progetti strutturali (nuovi edifici, nuovi centri di ricerca), distribuiti su base competitiva, da commissioni esperti con forte partecipazione straniera etc. Lo stesso sta avvenendo su scala maggiore in Cina, anche se a quanto pare con un modello dirigista, che seleziona a priori le università da finanziare. La selezione ministeriale si presta ad abusi ed a rivendicazioni localistiche. E’ noto che almeno due scuole di eccellenza italiane furono fondate per iniziativa di personalità accademiche con solidi agganci ministeriali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In quest’ottica, il passo successivo ma essenziale sarebbe dare alle università una certa libertà nella definizione degli stipendi dei docenti. Gli stipendi delle università pubbliche sono tradizionalmente fissati per legge a seconda del grado accademico e dell’anzianità e solo recentemente la legge Gelmini ha introdotto la possibilità di concedere o meno gli aumenti per anzianità sulla base del merito. Rispetto agli standard internazionali, gli stipendi italiani sono molto bassi &amp;nbsp;per i giovani e diventano buoni solo per i professori ordinari con lunga anzianità. Ciò rende molto difficile attrarre dall’estero giovani brillanti o studiosi maturi (farsi riconoscere l’anzianità maturata all’estero è, mi dicono, un incubo burocratico).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quale futuro per le scuole già esistenti in questo scenario ‘virtuoso’? &amp;nbsp;Ci sono varie possibilità. Potrebbero essere trasformate in scuole di dottorato autonome come la SISSA e IMT. Ovviamente, questa soluzione si scontra con la tradizione e pone due problemi. In primo luogo, richiede comunque investimenti per adeguare l’offerta didattica. Un programma di dottorato dovrebbe prevedere un certo numero di corsi avanzati e &amp;nbsp;quindi un congruo numero di professori in ciascuna area. Inoltre la&amp;nbsp; concorrenza delle grandi istituzione estere per gli studenti migliori è molto forte. Anche nella migliore delle ipotesi,&amp;nbsp; le scuole italiane avrebbero bisogno di tempo e grandi investimenti prima di raggiungere uno status ed una reputazione simile a quella delle grandi unievrsità americane e inglesi. In alternativa, si potrebbe puntare sulla ricerca pura, creando programmi di dottorato comuni con le università di riferimento e distribuendo generosi finanziamenti per borse post-dottorato (il vero collo di bottiglia del sistema universitario a livello mondiale). Infine, si potrebbe pensare ad un ritorno al passato, cioè alla funzione iniziale di &amp;nbsp;collegi residenziali per gli studenti migliori delle università di riferimento con un piccolo (e quindi economicamente sostenibile) numero di professori interni per pochi corsi aggiuntivi. In questa visione, il numero di scuole potrebbe aumentare organicamente, recuperando i collegi speciali delle altre università.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sarebbe opportuno che questi temi venissero affrontati in un dibattito pubblico fra esperti e soggetti interessati e che si giunga ad una riforma che massimizzi l’utilità sociale delle somme spese per le scuole speciali (e di eventuali investimenti aggiuntivi). Probabilità, con questo governo e con il clima politico prevalente, zero.&lt;/p&gt;
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 <pubDate>Sun, 10 Feb 2019 05:13:01 +0000</pubDate>
 <dc:creator>GiovanniFederico</dc:creator>
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    <title>Siamo in recessione. Colpa dei gialloverdi, vero? Si…anzi no</title>
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                    &lt;p&gt;Dunque ieri (31 gennaio) L’ISTAT ha certificato i vaticini dell’avvocato del popolo, il pregiatissimo professor primo ministro Conte, dichiarando che l’Italia è in “recessione tecnica”.&lt;/p&gt;
        &lt;/div&gt;
        &lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
Per l’oscuro e sintetico linguaggio istituzionale, recessione tecnica significa che il prodotto interno lordo decresce per 2 trimestri consecutivi. Perché ne bastino due o viceversa non sia sufficiente 1 è questione che lasciamo volentieri ai conti Mascetti della politica e dell’economia; noi preferiamo badare al sodo.
Badare al sodo in questo caso significa cercare di capire perché l’economia del Belpaese da almeno 3 decenni riesce a far peggio dei vicini a prescindere da rossobrunati, gialloverdi e affini.
Il grafico pubblicato sulla nota dell’Istat è questo
&lt;img src=&quot;/sites/noisefromamerika.org/files/u8262/pil%20q4.jpg&quot; width=&quot;580&quot; height=&quot;245&quot; alt=&quot;image&quot; /&gt;

L’analisi, che comincia dal 2010, mette in evidenza come passata la grande crisi del 2011-2012 ci sia effettivamente stata una ripresa per 13 trimestri e un rallentamento (parossisiticamente evidenziato dal segno meno negli ultimi 2) nel 2018.
Di fronte a questi dati è logico e umanamente comprensibile che l’opposizione parlamentare faccia il suo mestiere e indichi l’attuale governo come responsabile della catastrofe: &lt;em&gt;“Colpa nostra per il PIL negativo? Cialtroni” (L.Marattin)&lt;/em&gt;; “&lt;em&gt;Con noi quattro anni e mezzo di crescita”&lt;/em&gt;&lt;em&gt; (M.E.Boschi)&lt;/em&gt;; &lt;em&gt;“Di Maio ci dà la colpa del calo? Tragedia di un uomo ridicolo” (M. Renzi)&lt;/em&gt;; &lt;em&gt;“lo scaricabarile del governo è ridicolo” (P.Casini)&lt;/em&gt;; &lt;em&gt;“Italia in recessione risultato umiliante, governo dovrebbe dimettersi” (R. Brunetta)&lt;/em&gt;; &lt;em&gt;“recessione frutto del governo” (A.M. Bernini)&lt;/em&gt;; &lt;em&gt;“per uscire dalla recessione porre fine a questo governo di incapaci” (S.Berlusconi)&lt;/em&gt;.
&amp;nbsp;
Ora, che la reazione di Di Maio, Salvini e Conte (e mettiamoci dentro pure il resto della corte dei miracoli gialloverde) sia ridicola e a tratti offensiva per l’intelligenza comune è fuor di dubbio. Attaccare le cialtronate di questi signori è un dovere morale persino divertente. Figuriamoci se noi ci tiriamo indietro e abbiamo voglia di esentare il governo attuale dalle sue responsabilità.

Ma ignorare che l’Italia è ferma da tempo e che questo governo è figlio naturale di scelte che hanno origine nella storia politica patria sarebbe intellettualmente disonesto.
Se allarghiamo l’osservazione appena di un po’ (2000) possiamo notare che l’andamento del prodotto interno lordo ha sempre sofferto di sterilità. Detto altrimenti siamo sempre cresciuti poco durante i cicli espansivi e decresciuti prima e di più durante le fasi di contrazione.

&lt;img src=&quot;/sites/noisefromamerika.org/files/u8262/congiuntura.jpg&quot; width=&quot;580&quot; height=&quot;305&quot; alt=&quot;image&quot; /&gt;

&amp;nbsp;
Potremmo verificare lo stesso andamento prendendo un qualunque intervallo di tempo significativo. 
&lt;img src=&quot;/sites/noisefromamerika.org/files/u8262/oecd.jpg&quot; width=&quot;580&quot; height=&quot;361&quot; alt=&quot;image&quot; /&gt;
&amp;nbsp;

Durante gli anni dei governi Renzi/Gentiloni noi e altri commentatori abbiamo spesso usato l’espressione “rimbalzo del gatto morto”. L’economia italiana, bloccata dai suoi problemi di competitività atavica e strutturale, quando cresce lo fa per effetto trascinamento da fattori esogeni. Per anni si è detto che Renzi stava perdendo l’occasione di non fare riforme serie e approfittava solo del favorevole clima economico generato dalla crescita globale, dall’implementazione degli scambi commerciali, dalla discesa del prezzo delle materie prime, dai bassi tassi sull’indebitamento ecc. E’ bene che chi con noi allora lo diceva, oggi non se lo dimentichi. Quando questi fattori hanno cominciato a venir meno (eccezion fatta per le commodities, ma quello è altro segnale evidenziato durante le chiacchierate) è crollato giù il palazzo.
Sono le fondamenta del palazzo che sono deboli. Da anni.

Nei grafici seguenti, elaborati da Thomas, si mette in evidenza il confronto con la Francia (ma otterremmo risultati analoghi in qualunque altra comparazione) sul contributo di valore aggiunto per settori. I grafici sono talmente chiari che non vale neanche la pena spiegarli. Diventa doveroso invece quando scoppia la polemica su dimensioni, capitalizzazione, tecnologia, utilizzo di mezzi propri e ricorso all’indebitamento del tessuto produttivo italiano.
&lt;img src=&quot;/sites/noisefromamerika.org/files/u8262/value%20added.jpg&quot; alt=&quot;590&quot; width=&quot;590&quot; height=&quot;600&quot; /&gt;
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Le aziende italiane, piaccia o no, sono mediamente meno efficienti di quelle dei nostri partner europei e non solo. Il mito del Paese manifatturiero è fuorviante nella misura in cui lo si esalta (giustamente) per le poche eccellenze e lo si spinge alla protezione garantita dallo Stato per tutte le altre.
Quali sono quindi le conclusioni di questa breve analisi?
Che la recessione è strutturale e che all’interno di lunghi intervalli di osservazione si assiste ad un rimbalzo illusorio e fuorviante che viene preso a prestito dal politico di turno per non affrontare i problemi profondi del Paese. Uno sciocco “tiriamo a campare tanto il peggio poi passa”. Salvo lamentarsi quando il peggio diventa licenziamenti e perdita di potere d’acquisto e al peggio bisogna rimediare con manovre correttive “lacrime e sangue”.
Pentaleghisti e sciocchezzai al seguito non fanno altro che peggiorare la situazione. Non è poco ma non è neanche tutto.
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&lt;a href=&quot;https://www.linkiesta.it/it/article/2019/02/01/niente-ipocrisie-litalia-e-in-recessione-da-30-anni-di-maio-e-salvini-/40949/?fbclid=IwAR3LpQkt4hbd5jWRdcY0riUGHh-wTiInxAQH-b_z5GiOasNFj_IxFFj0a1w&quot; title=&quot;Qui&quot;&gt;Qui&lt;/a&gt;&amp;nbsp;un editoriale scritto da Michele per Linkiesta sulle ipocrisie dello scaricabarile

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 <pubDate>Thu, 07 Feb 2019 07:02:11 +0000</pubDate>
 <dc:creator>Costantino De Blasi</dc:creator>
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    <title>Le panzane non sono un&#039;esclusiva pentastellata</title>
    <link>http://noisefromamerika.org/articolo/panzane-non-sono-esclusiva-pentastellata</link>
    <description>&lt;div class=&quot;field field-type-text field-field-sommario&quot;&gt;
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                    &lt;p&gt;Smontare le panzane di almeno uno visto ch&#039;è impossibile farlo con mille. Perché questo? Per caso, perché stasera ho un&#039;ora da dedicarci.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
        &lt;/div&gt;
        &lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;L&#039;informazione italiana, oramai, è una specie di circo in cui viene pubblicato &quot;quasi di tutto&quot; con un comun denominatore: il rigetto, la negazione, infatti il disprezzo, per quello che comunemente chiamiamo &quot;cultura&quot; o &quot;scienza&quot; o &quot;ricerca accademica&quot;. Questo arrogante rigetto/disprezzo porta al potere mediocrità ed avventurismo, che distruggono il paese. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questo fenomeno è particolarmente accentuato nel campo dell&#039;economia dove il mio &quot;quasi tutto&quot; va inteso come: tutte le follie possibili ma quasi mai qualcosa di sensato. Da circa un decennio (era iniziato prima: questo blog nacque come reazione all&#039;andazzo che osservavamo già nel 2005) il tema dominante è diventato: i &quot;professori&quot; sono una banda di inutili che non hanno capito niente dei sistemi economici, vi spieghiamo noi come funzionano. L&#039;abbiamo appreso alla celebre &quot;università della vita&quot;. Il caso più frequente è, come sappiamo, quello del sovranista o grillino o leghista che ci spiega ogni due secondi che il &quot;dogma neoliberale&quot; propagandato dai &quot;professori&quot; è una menzogna mentre la verità è quella cosa che lui/lei ha appreso sulla base dell&#039;esperienza personale. L&#039;università della vita, insomma, la stessa frequentata dalle Castelli, dai Toninelli, dai Rinaldi, i Siri e così via.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma c&#039;è anche la versione &quot;imprenditoriale&quot;, tipicamente rappresentata da persone che, avendo avuto un qualche successo nella propria attività aziendale, ritengono di aver anche capito come funzionano le opzioni asiatiche, lo sviluppo economico o la creazione della moneta dal nulla, e ce lo spiegano. O dal dirigente bancario che ha cooperato al fallimento della sua banca, è stato licenziato per questo ed ora è &lt;a href=&quot;http://noisefromamerika.org/articolo/propaganda-pentastellata-come-asfalto-video-sovranista-sul-debito&quot;&gt;diventato una celebrità popolare spiegando che il debito pubblico è un furto&lt;/a&gt; organizzato da menti criminali, ovviamente guidate da qualche &quot;professore&quot;. Impossibile fermare questa enorme tsunami di cazzate, assolutamente impossibile. Ragione per cui articoli come questo non si scrivono di certo nella speranza di ristabilire un po&#039; di fatti e logica ma per puro divertissement, perché &lt;a href=&quot;https://media.mimesi.com/cacheServer/servlet/CropServer?date=20181207&amp;amp;idArticle=411798763&amp;amp;idFolder=0&amp;amp;authCookie=-1214034299&quot;&gt;uno dei mille &quot;articoli&quot; prodotti dal laureato in vitalità&lt;/a&gt; è riuscito ad essere così offensivo da giustificare la perdita di un&#039;ora o due di lavoro per provare che è solo una sequenza di arroganti stronzate.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;1) &lt;strong&gt;Gli investimenti non dipendono dal costo del capitale investito.&lt;/strong&gt; Motivazione? Lui ha visto aziende che mantengono i propri programmi d&#039;investimento a fronte di aumenti dei tassi d&#039;interesse passivi. Il nostro non riesce a capire la differenza fra imprese marginali ed inframarginali (&lt;a href=&quot;https://youtu.be/eeJjWFM8Ois&quot;&gt;qui un breve video didattico&lt;/a&gt;&amp;nbsp;che spiega il concetto): secondo lui gli &quot;economisti&quot; teorizzerebbero che TUTTE le imprese riducono gli investimenti quando aumenta il costo del finanziamento. Ovviamente non ha capito nulla: SE tutte le aziende tagliassero gli investimenti quando aumentano i tassi &quot;di qualche punto&quot; (quanti punti? 2,3,5?) non ci sarebbero recessioni dove il PIL diminuisce del 2% o del 4% ma catastrofi continue! Sono le imprese marginali (graziaddio una minoranza) che soffrono dell&#039;aumento dei tassi mentre le inframarginali ne soffrono meno, progressivamente meno più &quot;infra&quot; sono. Non è difficile arrivarci ma ... Questo per quanto riguarda la &quot;teoria economica&quot; e la logica.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Poi vengono i fatti e qui non saprei dove cominciare. Che vi sia una insurrezione d&#039;imprenditori ogni volta che i tassi reali salgono è, apparentemente, un&#039;invenzione degli economisti. La recessione del 1982 - un caso da libro di testo dell&#039;effetto che aumenti repentini dei tassi hanno sull&#039;attività d&#039;investimento - è evidentemente una bufala propagandata da professori di NYU. Che le imprese italiane nel 2011-12 si siano trovate di fronte ad un aumento dei tassi reali che ha generato la peggiore recessione del dopoguerra è un&#039;invenzione dei redattori di noiseFromAmerika. Come vedete non sto citando letteratura tecnica, complicati papers econometrici che stimano questo o quello - tipicamente: che (i) l&#039;impatto dei tassi che crescono è molto molto maggiore di quello dei tassi che calano, il quale probabilmente non esiste ... ma all&#039;università della vita son sempre lì a chiederne ulteriori riduzioni per &quot;stimolare&quot; l&#039;economia e che, (ii), l&#039;impatto negativo di una crescita dei tassi è visibile, appunto, sulle imprese marginali con scarse risorse proprie - ma banali dati storici noti a tutti. E potrei ovviamente continuare per ore: cosa è successo in Argentina quando i tassi sono schizzati? Cosa successe alla domanda di credito negli USA tra il 2008 ed il 2009 quando, a causa della crisi finanziaria i tassi praticati dal sistema finanziario ai debitori schizzarono di vari punti? Eccetera.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;2) &lt;strong&gt;Migliorare la fiscalità non indurrebbe un maggior numero d&#039;imprese ad investire in Italia&lt;/strong&gt;. Perché? Perché secondo questo signore le imprese localizzano gli &quot;investimenti in funzione della prossimità ai clienti e fornitori, costo e flessibilità del lavoro e dimensione aziendale.&quot; Ha scritto proprio così. La logica elementare anzitutto. &quot;Migliorare la fiscalita&#039;&quot; è termine ambiguo ma suppongo intenda dire ridurre il costo complessivo della fiscalità (adempimenti ed imposte/tasse varie) sull&#039;attività d&#039;impresa. Apparentemente una &quot;roba&quot; che (in Italia) costituisce tra il 40% ed il 70% del costo finale del prodotto non influenza le decisioni aziendali! Se quel costo si riducesse del 50%, secondo questo signore, non succederebbe niente. Eh sì, perché l&#039;ardita frase non ha né quantificatori né numeri, è &quot;generale&quot; e costui non si rende conto che nella &quot;fiscalità &quot; per un&#039;impresa non ci sono solo IRES, IRAP ed altri balzelli direttamente caricati all&#039;impresa ma c&#039;è, soprattutto, la fiscalità che ricade sul costo del lavoro sia nella forma di IRPEF che nella forma di contributi per pensioni e sistema sanitario. La qual cosa ci porta a notare che il nostro si dà torto da solo nel giro di poche parole visto che ritiene il costo del lavoro sia importante! Ed il costo del lavoro è forse indipendente dal carico fiscale? Cosa poi voglia dire &quot;dimensione aziendale&quot; lo sa iddio ma provo ad indovinare. Vuol dire che se sei medio-grande (un numero a caso: più di 500 occupati) allora ALCUNI dei tuoi investimenti li fai ANCHE tenendo conto dei costi di trasporto da e per. Certo, anche (ci torno nel prossimo paragrafo). Ma si dà il caso che di imprese con meno di 500 occupati ve ne siano &quot;molte&quot; e che &quot;molte di più&quot; potrebbero esserci se, appunto, la fiscalità non le avesse fatte fuggire. Ma lui non l&#039;ha notato ...&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ed infine la collocazione da e per. Dev&#039;essere per quello che Amazon ha la sede principale a Seattle ed ha cercato le migliori condizioni fiscali, burocratiche ed ambientali per il suo secondo headquarter. E dev&#039;essere per quello che dozzine di aziende &quot;digitali&quot; hanno la loro base europea in Irlanda, perché l&#039;Irlanda è vicina a clienti e fornitori. E, di nuovo, dev&#039;essere per quello che la FCA ha lasciato Torino: per essere vicina a clienti e fornitori. E l&#039;industria degli occhiali ha chiuso dozzine di fabbriche nel bellunese perché, dopo decenni, era diventato troppo &quot;lontano&quot; da clienti e fornitori ... la geografia evolve. Tutti questi paesi, europei e non, che cercano di attirare investimenti riducendo imposte e burocrazia (vedi sotto) sono governati da pazzi che perdono il loro tempo: dovrebbero dedicarsi a spostare l&#039;intero paese &quot;vicino a clienti e fornitori&quot; per attirare imprese ... ditelo agli svizzeri, agli austriaci, ai taiwanesi, ai coreani, ai ... La parte più comica, qui, è che a un certo punto elenca una serie di imprese italiane che hanno spostato le loro sedi altrove e considera tale scelta &quot;logica&quot; ma, secondo lui, la logica non è né di costi, né di fiscalità, né di burocrazia. No, è di immagine!&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;3) &lt;strong&gt;Poi c&#039;è la storiella del Sud Italia e qui non si capisce cosa voglia dire.&lt;/strong&gt; Riesce a contraddirsi da solo così tante volte che, seguendolo, m&#039;è venuto il capogiro. Al Sud non si investe perché c&#039;è l&#039;illegalità diffusa, il costo del lavoro è troppo alto (appunto: fiscalità, fra le altre cose), personale inamovibile, giustizia &quot;politicizzata&quot; (al Nord invece no :)): ma queste cosa sono se non le forme visibili e concrete attraverso cui si manifesta la follia burocratica italiana ed il dissesto della PA, particolarmente pronunciato al Sud? E se il Sud d&#039;Italia è &quot;periferico&quot; come il Nord della Svezia (ha scritto davvero questo, giuro: periferico rispetto a cosa?) che dire dell&#039;Islanda? Di Taiwan PRIMA che la Cina iniziasse a crescere, della Nuova Zelanda dell&#039;Almeria o ... dei paesi Baltici? Il mio amico e collega Carlo Amenta, siculo doc e pure professore d&#039;economia in Palermo, mi ha pregato di far sapere che: &quot;Comunque in caso lo ringrazi da parte mia perché sta cosa che il sud dell’Italia è come il nord della Svezia stamattina mi ha fatto svegliare più sicuro di me perché mi vedo biondo&quot;. E questo chiude la discussione su questo punto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;4) &lt;strong&gt;Irrilevanza dell&#039;educazione economico-finanziaria&lt;/strong&gt;. Non è ben chiaro perché mai si soffermi su questo particolare punto, oggettivamente secondario in the great scheme of things, ma anche in questo caso riesce a scrivere assurdità contraddittorie. Sua teoria: meglio non far acquisire agli Italiani un&#039;educazione economico-finanziaria adeguata perché, in quel caso, finirebbero per investire meno in debito pubblico e più in azioni ... Ahem, ma non è esattamente questo il problema? Finché la grande maggioranza degli italiani continua a pensare che fare debito pubblico a go-go sia salutare continueranno sia a finanziarlo (non sembra sia il caso ultimamente, ma transeat) che ad accettare che le banche, dove mettono i loro risparmi, ne abbiano i portafogli pieni, sia, SOPRATTUTTO, a VOTARE per partiti guidati da avventurieri che predicano spesa pubblica (= tasse + debito) come strumento per la crescita! Visto che, giusto poco sopra (questa cosa dell&#039;educazione finanziaria viene verso la fine dell&#039;articolo) l&#039;autore ha argomentato che la dimensione del settore pubblico è uno dei due grandi ostacoli alla crescita (l&#039;altro essendo che la Sicilia assomiglia alla parte artica della Svezia ...) siamo al perfetto corto circuito logico. E, come ho prima ricordato, Pseudo-Scotus ci insegnò che&amp;nbsp;&lt;em&gt;ex contradictione (sequitur) quodlibet&lt;/em&gt;&amp;nbsp;... libet, appunto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Veniamo poi alla chiave di tutto.&lt;/strong&gt; Scrive il nostro che &quot;l&#039;impossibilità che il Pil dell&#039;Italia cresca&quot; deriva dal fatto che esiste &quot;impossibilità pratica d&#039;investire al Sud e dal peso abnorme del settore pubblico&quot;. A quel punto mi sono dato due sberle per svegliarmi. Ma il peso del settore pubblico non è misurato, forse, da due cose: tasse e deficit? La somma dei due dà, per definizione, la spesa pubblica e se questa è alta devono essere alte anche le prime due, no? Ma allora come la mettiamo con la fiscalità che non c&#039;entra? E con la burocrazia che, come ci spiega verso la fine, è un &quot;non problema&quot; per le imprese che se la gestiscono (a costo zero?) convivendoci? E se è vero, come è vero, che l&#039;attività produttiva privata è diventata una quota sempre minore del Pil nazionale a causa della crescita del pubblico e di altre attività inefficienti che il pubblico protegge o controlla, non ritorniamo forse alla questione fisco/spesa e burocrazia, ovvero servizi pubblici di cacca? Questo signore riesce a capire che da &quot;A&amp;amp;-A&quot; possiamo argomentare quel diavolo che vogliamo ed anche l&#039;opposto o no?&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Certo che il Pil non cresce se il settore produttivo privato si riduce continuamente MA questo avviene perché ... vedi sopra! Ed il debito pubblico conta, signor mio: SE, come dice, questo assorbe una gran fetta delle risorse del sistema bancario ne segue logicamente che quest&#039;ultimo ne ha meno per le imprese produttive. Le quali - ci mancherebbe! - ovviamente non investono in debito pubblico ma, se devono cercare all&#039;estero la fonte di finanziamento ... ci spostano anche l&#039;attività. Non è proprio molto difficile da capire, no? In questo caso sembra di sì.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Basta, mi son annoiato, l&#039;ora e mezza è passata e credo il punto sia chiaro. Se non lo fosse lo ripeto: certe cose non andrebbero né scritte né tantomeno pubblicate, men che meno sul principale giornale economico del paese. Bisogna evitare di ragliare in pubblico con tanta arroganza - sì arroganza: quando sproloqui con sicumera di cose che non hai capito, contraddicendoti ogni poche righe, fai un esercizio di arroganza - perché fa danno. Mai scordarsi del capitolo 7 del Trattato ...&lt;/p&gt;
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                    &lt;span class=&quot;date-display-single&quot;&gt;Sabato, 8 dicembre, 2018 - 09:29&lt;/span&gt;        &lt;/div&gt;
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 <pubDate>Sat, 08 Dec 2018 05:28:24 +0000</pubDate>
 <dc:creator>MicheleBoldrin</dc:creator>
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    <title>La bagarre rossobrunata sugli inceneritori</title>
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                    &lt;p&gt;L&#039;ultimo fronte di scontro fra i gemelli diversi Salvini e Di Maio è sugli inceneritori. Il Capitano leghista ne vorrebbe uno in ogni provincia; il bisministro del lavoro e dello sviluppo economico neanche uno in Europa. Due posizioni evidentemente inconciliabili tanto sono distanti fra di loro, ma che evidenziano come a) la coalizione che regge in questo momento il Paese sia la più raffazzonata che si possa immaginare b) il pressapochismo ignorante sia il collante dei due partiti c) qualunque cosa si può dire se si parla al proprio elettorato e non all&#039;interesse del Paese.&lt;/p&gt;
        &lt;/div&gt;
        &lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;In questo post cercheremo di capire chi dei due ha ragione, ma anche &lt;strong&gt;se &lt;/strong&gt;uno dei 2 ha ragione, perché il clima politico, le dichiarazioni roboanti evidentemente approssimative e, soprattutto, l’evidenza empirica ci dicono che su materie complesse ed ad elevato grado di ideologizzazione, come quella che attiene alla salute, c’è ben poco da fidarsi delle parole dei politici.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I dati che riporto sono ripresi dal &lt;a href=&quot;http://www.isprambiente.gov.it/it/archivio/eventi/2017/ottobre/rapporto-rifiuti-urbani-edizione-2017&quot;&gt;Rapporto Rifiuti Urbani 2017&lt;/a&gt; (integrato nel 2018) e dal &lt;a href=&quot;http://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/rapporto-rifiuti-speciali-edizione-2018&quot;&gt;Rapporto Rifiuti Speciali 2018&lt;/a&gt; elaborati dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La gestione dei rifiuti in Europa&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un’analisi comparata della gestione dei rifiuti è utile per verificare a che punto è il recepimento delle direttive europee in materia ambientale, sia sotto il profilo normativo che sotto quello propriamente effettivo e per individuare quelle che possono essere identificate come &lt;em&gt;best practice&lt;/em&gt; da utilizzare come&lt;em&gt; benchmark &lt;/em&gt;per una corretta gestione del problema.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’Unione Europea è intervenuta più volte sul tema emanando direttive circa la raccolta, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti sia urbani che speciali a partire dalla direttiva 99/31/CE, fissando anche gli obiettivi di trattamento e riutilizzo dei materiali; obiettivi monitorati e rifissati con cadenza triennale. Il corretto trattamento e smaltimenti dei rifiuti è inoltre uno dei parametri di valutazione utilizzati dalla Commissione per valutare le istanze di ingresso nella UE dei Nuovi Stati richiedenti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In UE 28 si producono ogni anno 242,4 milioni di tonnellate di RU. I 5 stati membri più popolosi (Germania, Francia, Italia, Regno Unito e Spagna) ne producono il 68% (165 milioni di tonnellate). La produzione per abitante espressa in kg è 478; in Germania ogni abitante produce 625 kg di rifiuti, in Italia 486.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;/sites/noisefromamerika.org/files/u8262/Graph%201%20prod%20RU.PNG&quot; width=&quot;581&quot; height=&quot;346&quot; alt=&quot;image&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I Paesi del nord Europa sono quelli in cui c’è un minore utilizzo delle discariche, con la Germania che le ha praticamente eliminate. Nel 2015 la quantità di rifiuti destinati a discarica in Germania era di sole 106 tonnellate, poco più di un kg pro capite&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;/sites/noisefromamerika.org/files/u8262/Graph%202%20discarica.PNG&quot; width=&quot;594&quot; height=&quot;351&quot; alt=&quot;image&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;/sites/noisefromamerika.org/files/u8262/graph%203%20discarica%20pro%20capite.PNG&quot; width=&quot;592&quot; height=&quot;355&quot; alt=&quot;image&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I dati di Italia, Francia, Spagna e Regno Unito sono grosso modo allineati, eccezion fatta per il dato pro capite dove l’Italia nel triennio 2013-2015 mostra un trend di riduzione più marcato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Specularmente ad un minor utilizzo delle discariche, i paesi del nord privilegiano la destinazione in inceneritori e termovalizzatori. In particolare spicca il dato della Danimarca, dove ben 415 dei 789 kg per abitante prodotti (il 53%) viene incenerito in impianti e solo 9 kg finiscono in discarica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;/sites/noisefromamerika.org/files/u8262/graph%206%20incenerimento%20in%20ue_0.PNG&quot; width=&quot;600&quot; height=&quot;425&quot; alt=&quot;image&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Uso intenso degli impianti di incenerimento si fa anche in Germania, Regno Unito e Francia, mentre più staccati sono i dati di Italia e Spagna&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;/sites/noisefromamerika.org/files/u8262/graph%204%20incenerimento.PNG&quot; width=&quot;604&quot; height=&quot;360&quot; alt=&quot;image&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;/sites/noisefromamerika.org/files/u8262/graph%205%20incenerimento%20pro%20capite.PNG&quot; width=&quot;596&quot; height=&quot;360&quot; alt=&quot;image&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Più in generale si può dire che ci sia una relazione inversa fra utilizzo delle discariche e altre forme di smaltimento del rifiuto (recupero/riciclaggio, compostaggio, incenerimento). I Paesi del Nord Europa, che sono “incidentalmente” anche quelli più ricchi, fanno maggior raccolta differenziata, maggior recupero di energia attraverso i termovalorizzatori e minori conferimenti in discarica. Si consideri che Malta, Grecia, Romania e Croazia hanno&amp;nbsp; percentuali di conferimento in discarica che vanno dal 92% all’80%, mentre la percentuale di rifiuti avviati a recupero termico oscilla per tutti questi paesi intorno allo 0%.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;/sites/noisefromamerika.org/files/u8262/graph%207%20trattamenti.PNG&quot; width=&quot;757&quot; height=&quot;407&quot; alt=&quot;image&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L’Italia&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Comincio ora ad entrare nel merito della questione sollevata dai due vicepremier.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In Italia si producono ogni anno circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani; 14 milioni nelle regioni del nord, 6,5 milioni nelle regioni del centro e poco meno di 9,5 milioni nel sud e nelle isole. Come per molti altri dati, anche sui rifiuti il paese sembra spaccato in 2 o 3 realtà completamente diverse; fatti salvi comportamenti virtuosi di alcune isolate province.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In generale la produzione di rifiuti è maggiore al Nord e al Centro e inferiore al Sud. L’Ispra, in accordo con l’Istat, ha messo in correlazione la produzione pro capite con gli indicatori economici e la propensione alla spesa delle famiglie individuando una correlazione R2 pari a 0,84 per la propensione alla spesa e 0,70 per il PIL.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;/sites/noisefromamerika.org/files/u8262/graph%208%20correlazioni_2_0.PNG&quot; width=&quot;596&quot; height=&quot;429&quot; alt=&quot;image&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Apro a questo punto una piccola parentesi relativa alla normativa. La legge italiana (Dlgs 33/2003), nonché quella europea, prevede che ogni tipologia di rifiuto urbano, prima di essere conferita a destino, sia esso discarica o inceneritore, deve essere trattata meccanicamente. Il trattamento meccanico è funzionale alla messa in sicurezza da agenti pericolosi, alla separazione della frazione secca da quella umida e così via. Nonostante ciò l’Istituto calcola che nel 2016 ben 856.000 tonnellate di rifiuto non trattato siano finite in discarica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dei 326 impianti di trattamento ben 231 sono nel nord Italia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In ordine al conferimento finale dei rifiuti, la situazione italiana segue a grandi linee le tendenze rilevate in UE, con un nord in cui è più efficace la raccolta differenziata e meno frequente il ricorso alla discarica. Lombardia e Friuli Venezia Giulia conferiscono in discarica appena il 4% dei rifiuti, la Sicilia l’80%. Le percentuali di raccolta differenziata variano intorno al 70% per le regioni del Nord; la Sicilia è fanalino di coda con appena il 15,4%. Naturalmente esistono eccezioni, penso a Benevento con percentuale sopra il 70%, ad alcune province della Sardegna (&amp;gt;60%), ma il dato generale evidenzia una spaccatura profonda nel Paese.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dei 46 impianti di incenerimento si è scritto ampiamente in questi giorni sui quotidiani. La gran parte sono ubicati al Nord (di cui 13 in Lombardia e 8 in Emilia Romagna ) e solo 7 al Sud (in Sicilia nessuno). Il 69% dei rifiuti destinati ad inceneritore (Frazione secca e Combustibile Solido Secondario sul quale torno verso la fine di questo post) sono trattati al Nord, il 12% al Centro e il 19% al Sud. In totale in Italia vengono destinati ad incenerimento 5,4 milioni di tonnellate; il 18% del totale rifiuti prodotti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il recupero energetico dovuto all’incenerimento è stato nel 2016 pari a 4,6 milioni MWh di energia elettrica e 2,2 milioni MWh di energia termica con un rapporto medio Kw/Kg &amp;nbsp;bruciato pari a 0,68. Lascio agli ingegneri la valutazione sulla bontà di questo rapporto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Si comincia comunque ad intuire perché paesi più ricchi ed industrializzati abbiano fatto la scelta dell’inceneritore e del cogeneratore.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Trasporto transfrontaliero&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Abbiamo visto che delle 30 milioni di tonnellate anno prodotte in Italia quasi 7,5 vengono conferite in discarica, 6 incenerite, circa 5 utilizzate in trattamenti di compostaggio e 7,6 (soprattutto cartone) riciclate. C’è però una parte non trascurabile che viene esportata. Circa 433.000 tonnellate di rifiuti, la stragrande maggioranza non pericolosi, varcano ogni anno la frontiera andando ad alimentare per lo più impianti di incenerimento in Austria e Ungheria (il 57%). Questi due paesi ricevono da noi in particolare CSS (Combustibile Solido Secondario, codice CER 19.12.10).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La Campania, prima regione esportatrice, “trada” 103.000 tonnellate di rifiuti di cui 74.000 di rifiuti prodotti dal trattamento meccanico (Codice CER 19.12.12) per la maggior parte in Austria.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La quasi totalità dei rifiuti che esportiamo è oggetto di recupero di materia o energetico e solo lo 0,1% viene smaltito.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;/sites/noisefromamerika.org/files/u8262/graph%209%20rifiuti%20esportati_0_0.PNG&quot; width=&quot;596&quot; height=&quot;372&quot; alt=&quot;image&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Insomma, non siamo allo spreco di ricchezza ma quasi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Paradossalmente siamo anche importatori di rifiuti, principalmente dalla Svizzera, per circa 208.000 tonnellate annue. La Campania, che non esporta nessun rifiuto pericoloso, importa 36.000 tonnellate (principalmente scarti di abbigliamento) e 101 tonnellate di rifiuti pericolosi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Costi&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un’analisi molto interessante è quella relativa ai costi pro capite relativi a tutta la filiera del rifiuto, dalla raccolta allo smaltimento. Il cittadino del nord paga in media 179,64 euro, quello del centro 240,20, quello del sud 229,11. Dai dati disaggregati emerge che il costo pro capite è sempre tanto inferiore quanto è maggiore la percentuale di raccolta differenziata.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;I nostri eroi&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Torniamo ora dunque ai nostri eroi, che mentre scrivo sono a Caserta a firmare fra squilli di fanfara e fiumi di demagogia un protocollo per la gestione della Terra dei Fuochi. Ebbene le vicende accadute nel casertano e nel napoletano nulla hanno a che fare con gli inceneritori. Quelle terre sono state chiamate dei fuochi per i roghi che, a cielo aperto, venivano accesi per bruciare i rifiuti lasciati nei campi. L’associazione di idee sottintesa nelle parole di Di Maio, e dei suoi compari di governo pentastellati, con gli impianti di incenerimento costruiti secondo le norme, dotati di sistemi di abbattimento fumi, che ricevono rifiuti trattati prima di essere conferiti, frutto della raccolta differenziata, con i roghi della camorra non c’entrano niente.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La camorra guadagnava, e forse ancora guadagna, dalla gestione dei rifiuti ma guadagna con poca spesa. Un impianto integrato (ovvero capace di fare trattamento preliminare, incenerimento e separazione-abbattimento dei fumi) di piccole dimensioni, capace di stoccare e trattare 600 metri cubi/h costa a mercato non meno di 40/50 milioni di euro. Molto più proficuo interrare in discarica, magari abusiva, la “monnezza” che bruciarla. Nulla vieta a chicchessia, anche alla criminalità organizzata, di fare investimenti pesanti, ma se questo fosse il problema allora perché costruire strade, ponti e infrastrutture in genere?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il problema principale dei rifiuti è che non si possono azzerare del tutto, nonostante quello che raccontano i 5 Stelle. Per quanto il recupero di materia sia spinto, immaginare un mondo senza rifiuti è illusione; assomiglia a quella battuta comparsa su Lercio che diceva a proposito dell’emergenza topi a Roma “li convinceremo ad usare i preservativi”. Persino dopo che i rifiuti sono stati bruciati negli impianti più moderni la loro combustione genera altri rifiuti. Quindi prima o poi bisogna averci a che fare. Non tutto può essere riciclato. Una buccia di mela non può essere riciclata o trasformata tal quale in Materia Prima Seconda. Per farlo serve che passi per un impianto di compostaggio a cui i 5 Stelle sono contrari.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nella provincia di Treviso, la più virtuosa in Italia con una percentuale di differenziata del 90%, circa 40kg di rifiuti pro capite annui non possono essere recuperati e quindi devono essere smaltiti in qualche modo. Il Movimento 5 Stelle, contrario ad ogni forma di smaltimento, anche green, pensa alle discariche? Lo dica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La posizione opposta è quella del leader leghista Salvini secondo il quale ci vorrebbe un inceneritore in ogni provincia. Neanche questa posizione convince del tutto perché per generare efficienza è necessario trattare grandi quantità di rifiuti e perché senza impianti di pretrattamento integrati con l’inceneritore, che come detto ha costi specifici molto elevati, il rientro dall’investimento è molto lento. A meno che gli impianti siano pochi e quindi facciano mercato chiedendo costi di conferimento molto elevati. Condizione questa che esclude l’idea di un impianto per provinciam dunque. E&#039; il caso ad esempio dei rifiuti di Roma Capitale, il cui smaltimento è costato circa il 40% in più dei prezzi medi praticati prima che venisse bloccata la discarica di Malagrotta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Una strada alternativa, o meglio complementare, è quella di utilizzare i cementifici in forza di una direttiva CE recepita in Italia nel 2013 conferendo CSS. Si può fare, anche perché il Combustibile Solido Secondario ha buone caratteristiche calorifiche (circa il 70% rispetto al carbone) e basse emissioni di CO2 (all&#039;incirca 1/3), ma anche in questo caso i costi di revamping per adattare caldaie e turbine al nuovo combustibile sono affatto trascurabili; specie per gli impianti progettati qualche decina di anni fa. Gli esempi di conversione di vecchi cementifici senza pesanti interventi tecnici raccontano di improvviso innalzamento delle emissioni inquinanti, soprattutto metalli. Tanto vale a quel punto costruire termovalorizzatori ad alta capacità energetica con tecnologie moderne di trattamento dei fumi e degli scarti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In conclusione ritengo che tutta questa bagarre produrrà nulla e sia funzionale solo agli interessi elettorali dei 2 partiti che formano la maggioranza.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Probabilmente gli esempi virtuosi a cui guardare sono nel Nord Europa. Oppure a quelle eccellenze nostrane che esportano tecnologia per i termovalorizzati extra territorio. Ma l&#039;Europa a cui guardano i rossobrunati è solo quella da attaccare perché non fa fare deficit.&lt;/p&gt;
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                    &lt;a href=&quot;/utente/costantino-de-blasi&quot; title=&quot;Visualizza profilo utente.&quot;&gt;Costantino De Blasi&lt;/a&gt;        &lt;/div&gt;
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                    &lt;span class=&quot;date-display-single&quot;&gt;Martedì, 20 novembre, 2018 (Tutto il giorno)&lt;/span&gt;        &lt;/div&gt;
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 <pubDate>Mon, 19 Nov 2018 18:01:00 +0000</pubDate>
 <dc:creator>Costantino De Blasi</dc:creator>
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    <title>Propaganda pentastellata: come ti asfalto un video sovranista sul debito</title>
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                    &lt;p&gt;L&#039;analfabetismo economico si combatte, suppongo, anche cercando di leggere ed interpretare le fandonie raccontate dai venditori di bufale. Capire come si faccia a traviare chi di economia ne sa poco è difficile per chi, come noi, interagisce sopratutto con esperti o al massimo studenti della materia. Suppongo che io debba &quot;ringraziare&quot; Michele per avermi segnalato e fattomi &lt;a href=&quot;https://www.youtube.com/watch?v=r5fQKEPYD7A&quot; target=&quot;_blank&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;perdere 28 minuti per guardare un video&lt;/a&gt; tratto da una conferenza sul tema del debito pubblico. Il relatore, tal Guido Grossi, non ci è dato di sapere chi sia né perché sia &quot;esperto&quot; della materia, né da quale &quot;conferenza&quot; il video sia tratto.&amp;nbsp; Indubbiamente Grossi la faccia e il tono da esperto ce li ha. Cravatta, microfono, segnaposto con il nome pure. Il gergo tecnico lo sfodera con scioltezza ma con moderazione: &lt;em&gt;adelante, Pedro, con juicio,&lt;/em&gt; che altrimenti le truppe si perdono per strada.&lt;/p&gt;
        &lt;/div&gt;
        &lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;E infatti non si perdono: la cosa che preoccupava Michele, e anche me in effetti, è che il video ha, per ora, quasi 300mila visite su Youtube, che non sono poche (confrontatele con i video di di nFA-views, per esempio). I commenti al video (vedasi Youtube, o Twitter) sono entusiasti &quot;&lt;em&gt;Formidabile. Eccezionale. Indispensabile. Pieno di informazioni che quasi nessuno ha. Il video che tutti devono vedere&lt;/em&gt;.&lt;em&gt; Spiegato benissimo. Questo video dovrebbe essere trasmesso e ritrasmesso in una RAI del cambiamento&lt;/em&gt;&quot; e persino un &quot;&lt;em&gt;Foa presidente Rai. Che sia la volta buona che questi economisti li vediamo in tv a spiegare in modo semplice dove sta l&#039;inganno e la soluzione? Io voglio crederci. Grazie a tutti voi.&lt;/em&gt;&quot; Viene di pensare che dietro a queste cose ci siano i fondi russi, ma non voglio cadere anch&#039;io in teorie del picchio. Resta il fatto che il post si trova su byoblu.com, una &quot;think tank&quot; pentastellata, già entrata in &lt;a href=&quot;https://www.ilpost.it/flashes/byoblu-claudio-messora/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;conflitto con google&lt;/a&gt; per accuse di fakenews-ismo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Mi limiterò a sintetizzare e criticare la &quot;logica&quot; delle storielle raccontate da Grossi, nella speranza di (a) convincere due o tre di quei trecentomila della quantità di fregnacce a cui, ignari, hanno creduto (b) aprire una riflessione fra i più esperti sull&#039;origine e le cause di questa follia collettiva.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Passiamo dunque all&#039;argomentazione che, in sintesi, è la seguente:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;1) I cittadini italiani sono pieni di risorse, &quot;l&#039;italia è uno dei paesi più ricchi al mondo&quot;, per cui &quot;L&#039;Italia non ha alcun bisogno di prestiti esteri&quot;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;2) Gli italiani hanno bisogno di strumenti di risparmio, la cui disponibilità è stata progressivamente ridotta a partire dalla fine degli anni &#039;80 con politiche di &quot;internazionalizzazione del debito pubbico&quot;&amp;nbsp; che hanno trasformato il debito da strumento di risparmio (per gli italiani) a strumento di investimento (per speculatori internazionali)&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;3) Questo ha anche causato un aumento dei tassi sul debito: i tassi che i cittadini accettavano come remunerazione di un deposito in BOT non sono accettati dagli speculatori internazionali, per cui lo stato si trova a pagare di più. Allo stesso tempo, offrendo i titoli all&#039;estero, lo stato si espone alla &quot;minaccia dello spread&quot;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;4) La conclusione &quot;logica&quot; è che il governo deve smetterla di favorire gli investitori istituzionali e tornare ad offrire il debito agli italiani, ad un tasso ragionevole (ma più basso) che gli italiani (che vogliono strumenti di risparmio) sono disposti a pagare. Tale debito va collocato offrendolo attraverso banche italiane e sportelli postali, presenti in tutto il territorio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non credo di avere parafrasato molto e mi verrebbe da chiedere ai lettori meno esperti di economia quale di questi punti sembri credibile, per potermici soffermare meglio. Provate a farlo, se volete, prima di continuare a leggere, e fateci sapere. Saremo, io o qualcun altro, felici di chiarire meglio, se necessario. Ma passo all&#039;interpretazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Executive summary: Guido Grossi non ne azzecca una. Lascio a voi giudicare se sia ignoranza o malafede, poco importa. Il problema qui è come confrontarsi con&amp;nbsp; gente che, con notevole dispendio di risorse, confonde centinaia di migliaia di concittadini. Perché purtroppo nessuno, nessuno di questi punti è corretto. Il racconto di Grossi è una sequenza di errori logici e fattuali anche tralasciando (cosa che ho fatto di proposito nel mio sommario) numerose affermazioni oltre il limite del ridicolo (ma non ho resistito dal riportarne un paio sotto, anche se richiedono un pelino di conoscenze in più). Mi soffermo dunque inizialmente solo su quelli che credo siano i passaggi più apparentemente &quot;logici&quot; e &quot;credibili&quot;. Scusate la pignoleria, ma non sto abusando di virgolette.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Partiamo dal punto zero, che neanche ho menzionato: purtroppo anche la premessa è sbagliata. Grossi ignora che da sempre la maggioranza del debito è detenuto da investitori italiani (privati o istituzionali). La quota di debito detenuto da non residenti (vedi figura sotto) era sì salita fino a superare il 40% nel decennio scorso, ma è poi scesa a poco sopra il 30%, non tanto lontano dai livelli della fine anni &#039;90 (fonte: Banca D&#039;Italia. Occhio che la scala è fuorviante perché la linea non parte da 0, ma da 27% circa, e il massimo non è 100, ma 43% circa, quindi le variazioni sono meno pronunciate di quanto appaia in figura).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;/sites/noisefromamerika.org/files/u2/italian_debt_held_by_non_residents.png&quot; width=&quot;580&quot; height=&quot;383&quot; alt=&quot;image&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Basterebbe questo fatto, che effettivamente è probabilmente sconosciuto ai più, per chiamare a casa la mamma e dirle di buttar giù la pasta. Ma supponiamo anche di credere alla catastrofe dei titoli detenuti all&#039;estero, e di ingoiare l&#039;idea che anche il 30% sia troppo. Come e perchè si è verificata questa tragedia, ma soprattutto, perché di tragedia si tratta?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Secondo il punto 1, gli Italiani le risorse per comprarsi il debito ce le avrebbero. Tecnicamente è probabilmento vero, ma se è vero, perché non lo fanno? Chiunque può andare in banca e chiedere di acquistare BOT e BTP. Se un numero sufficientemente di persone non lo fa significa (secondo me) che non vuole, non si fida, i rendimenti non sono abbastanza alti, o preferisce investimenti alternativi... insomma, mille motivi perfettamente validi e giustificati. Dire che &quot;ci sono le risorse&quot; non significa che gli italiani vogliano spenderle &quot;a qualsiasi prezzo&quot; per comprare titoli del debito pubblico italiano. Se alzi i tassi a sufficienza, troverai qualcuno che prende la ricchezza oggi investita altrove, la liquida e compra titoli dello stato italiano ... ma questo costa, perchè devi alzare i tassi, e forse è questo il motivo per cui si è deciso di aprire l&#039;offerta ai mercati internazionali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;/sites/noisefromamerika.org/files/u2/grossi1.png&quot; width=&quot;400&quot; height=&quot;225&quot; alt=&quot;image&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma questo è il tema del punto 2, secondo il quale per motivi inspiegati si è scelto di internazionalizzare il debito, il che ha avuto conseguenze nefaste per il risparmiatore italiano che non trova più rifugio sicuro per i suoi risparmi. Grossi si sofferma sulla differenza fra &quot;risparmio&quot; e &quot;investimento&quot; che secondo lui è la seguente: il risparmiatore vuole tenere risorse da parte per eventi imprevisti, o per spese future, non per &quot;vivere di rendita&quot;. L&#039;investitore invece vuole avere&amp;nbsp;dal proprio investimento una rendita il più alta possibile. Per Grossi, il titolo di stato a breve termine (BOT) o a lunga ma a tasso variabile (CCT, e cioè ad un tasso che varia con l&#039;inflazione) risponde alle esigenze del risparmiatore, mentre il BTP (titolo di stato a lungo termine) risponde alle esigenze dell&#039;investitore. Ora, non voglio spendere gigabytes a fare l&#039;esegesi di ogni frase del relatore. Però merita sottolineare quanto fittizia sia questa la distinzione fra risparmio e investimento. Non esiste. Ogni euro risparmiato è investito. Anche quello messo sotto il materasso. È investito male, e ha un rendimento negativo (inflazione, umidità e roditori vari ...) ma è investito anche quello. Il piccolo risparmiatore può non volere (o meglio, non potere) vivere di rendita, ma non è necessariamente scemo. Può essere avverso al rischio e preferire il materasso, o, in casi meno estremi, titoli di stato, all&#039;investire in oscuri derivati emessi da Goldman Sachs, ma anche il più tonto, se informato, preferisce a parità di rischio tassi di interesse più alti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nella mente di Grossi c&#039;è invece l&#039;idea che il risparmiatore sia un bonaccione semi-ignorante al quale basta non perdere soldi. Il BTP è per Grossi uno strumento troppo rischioso, perche il risparmiatore non vuole assumersi rischi di lungo periodo. In uno dei passaggi più incredibili (ma ce ne sono tanti), Grossi afferma che un tempo, e cito testuale, &quot;&lt;em&gt;quanto il Tesoro emetteva BOT e CCT, era il tesoro che stabiliva il rendimento: &#039;Caro Italiano, se ti piace lo compri se non ti piace non lo compri, - e gli italiani [...] se lo compravano&quot;, &lt;/em&gt;mentre ora&lt;em&gt; &quot;per attrarre capitali esteri, io gli devo offrire qualcosa, e allora che ha detto il Tesoro? &#039;Sai che c&#039;è? Decidilo tu il prezzo a cui sei disposto a comprare i miei titolì - [] quindi abbiamo regalato al sistema finanziario un potere enorme&lt;/em&gt;&quot;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Insomma l&#039;investitore italiano è scemo, perché accetta qualsiasi rendimento gli imponga il governo. Allo stesso tempo il governo è pure scemo (o corrotto dal potere finanziario) perchè rinuncia a collocare il debito presso gli italiani (scemi). Perché (e qui veniamo al punto 3) non si capisce in base a quale strategia il governo dovrebbe preferire di pagare tassi più alti agli stranieri (cattivi) quando potrebbe collocare il debito vendendolo a tassi più bassi agli italiani (scemi).&amp;nbsp; La fallacia qui è che Grossi sembra pensare ad una teoria della domanda all&#039;incontrario: espandendo il mercato ad altri investitori aumenta la domanda ma, secondo il GG-ino, diminuiscono i prezzi a cui domanda e offerta si incrociano! Basta senso comune per capire che, se aumenti il numero di persone che possono prestarti i soldi dovresti trovare qualcuno disposto a farlo a tassi più bassi, non più alti! Se non si trova, pazienza, il governo ha sempre a disposizione la strategia degli anni &#039;80 di vendere debito solo agli italiani, no? Perché gli italiani sono ricchi (punto 1), o no?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma c&#039;è un&#039;altra assurdità. Se aprire le vendite ad investitori esteri fa alzare i tassi (&quot;&lt;em&gt;decidilo tu [speculatore straniero] il prezzo&quot;)&lt;/em&gt;, perché i risparmiatori italiani sono così stupidi da non trarne vantaggio prestando anche loro al governo italiano a quei tassi, ora maggiori? Basta andare in banca e chiedere di comprare il titolo, come si faceva negli anni 80, no? Grossi vuole farci pensare che gli Italiani negli anni &#039;80 compravano i titoli in edicola, come col gratta e vinci. Non proprio, erano sempre le banche a fare da intermediarie. E comunque, anche il gratta e vinci è soggetto a domanda e offerta: se vendesse cartelle anche all&#039;estero, qualcosa l&#039;erario ci guadagnerebbe.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Grossi parla come se la decisione di emettere BOT piuttosto che BTP, o vendere agli italiani piuttosto che agli stranieri sia una &quot;scelta&quot; piuttosto che un esito risultante dalle condizioni stesse del mercato. Secondo Grossi, lo stato può semplicemente offrire i propri titoli, che gli italiani automaticamente compreranno a tassi più bassi di quelli che ora sono ottenibili sul mercato globale. Suggerisce di collocarli tramite gli uffici postali, che si trovano in ogni comune . Non si immagina nemmeno che collocarli (ANCHE) all&#039;estero serva allo stato per poter vendere ai tassi più bassi possibili, cosa che avvantaggia (NON PENALIZZA) i cittadini, soprattutto quelli che NON hanno risparmi ma pagano le tasse che servono a pagare gli interessi sul debito! &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il problema è che l&#039;esigenza di collocare titoli anche all&#039;estrero nasce (ma Grossi si guarda bene dal dirlo) anche dalla crescita del debito: gli italiani NON erano (né sono) disposti ad acquistare TUTTO il debito in essere ai tassi BASSI che il governo può permettersi di pagare quando offre i titoli anche agli stranieri. Infatti basta guardare cosa è successo negli ultimi anni: i risparmiatori italiani hanno cercato di abbandonare il debito italiano (che scemi: offriva questi tassi così convenienti secongo GG-ino) che è stato assorbito soprattutto da Banca d&#039;Italia e dalle banche italiane!&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&#039;idea del GG-ino è quella di un debito &quot;variabile indipendente&quot; che lo stato emette non perché ha speso troppo, ma per fare un servizio al risparmiatore che non sa dove mettere i soldi. Putroppo, un governo che spende troppo non riesce a raccogliere abbastanza dai propri cittadini, e può (per risparmiare, ma qualche volta deve perché non ha alternative) rivolgersi all&#039;estero. Ah, di perché sia suicida emmettere tutto il debito a corto (BOT) e niente a lungo (BTP) lo lascio concludere al lettore sulla base di tre numeri: il debito italiano totale, in questo momento, si avvicina ai 2400 miliardi e la sua maturità media si avvicina ai 7 anni. Questo implica che lo stato italiano, in media, deve collocare ogni anno circa 330 miliardi di debito, oltre a quello nuovo creato dal deficit. Ora, provate a pensare se tutto quel debito avesse maturità di un anno o persino di sei mesi!&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Veniamo dunque all&#039;aspetto &quot;sociologico&quot; di tutta la faccenda: come può risultare credibile a decine di migliaia di ascoltatori una logica del genere? Temo sia credibile perché infarcita da descrizioni semi-tecniche che hanno una parvenza di autorevolezza ma che sono altrettanto fallaci. Il resto del post potete saltarlo, perché mi rivolgo a chi di queste cose ne conosce un po&#039; (ma neanche tanto) visto che a spiegarle non ho voglia di spendere più di tanto tempo. Casomai chiedete.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I primi due minuti per esempio, li spende a parlare dell&#039;eccesso di liquidità, e cioé del fatto che ci sono un sacco di risorse (liquide) messe a disposizione dalla banca centrale che non vengono prestate alle aziende. Sembra quasi voler dire: &lt;em&gt;-tanto vale che l&#039;usiamo per comprare il debito, questa liquidità-,&lt;/em&gt; e meno male che non lo dice, visto che è stata creata proprio in questo modo. Quella liquidità è arrivata alle banche perché la BCE (via banche centrali dei paesi membri) ha comprato titoli di debito in cambio di nuova liquidità emessa! Ma questo niente c&#039;entra con il tema del debito venduto all&#039;estero, e infatti cambia subito discorso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Secondo esempio. A supporto dell&#039;affermazione idiota dell&#039;esistenza di una differenza fra risparmio e investimento, GG-ino arriva ad assurdità colossali, affermando che BOT e CCT sono creati per i risparmiatori, mentre i BTP sono per gli investitori. Per dimostrarlo, ci mostra in due slides che la quota di BOT/CCT nel 1982 era ben superiore a quella di BTP, mentre è vero il contrario nei dati odierni. Quasi che il governo sia diventato cattivo verso i risparmiatori. Ad un certo punto quasi si frega da solo ricordando che i rendimenti negli anni andati erano inferiori all&#039;inflazione, che raggiunse il 20%, la qual cosa spiega perfettamente perché il governo allora facesse fatica a collocare titoli a interesse fisso, i BTP, e fosse costretto al continuo e follemente rischioso rifinanziamento a breve di montagne di debito. Ma cambia subito discorso. L&#039;ossessione contro i BTP di Grossi arriva ad affermazioni completamente ridicole, come &quot;&lt;em&gt;Mi dovete spiegare perché uno stato deve favorire uno speculatore. Il BTP serve a chi deve fare soldi con i soldi. Il BOT e CCT serve al risparmiatore, cioé NOI, per garantire il nostro risparmio e allo stato per fare spesa pubblica&lt;/em&gt;&quot;. Davvero incredibile.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Terzo esempio: ad un certo punto cerca di spiegare un aspetto tecnico di come vengono collocati i titoli. A ulteriore prova della scelleratezza dei governi che ci hanno portato alla situazione attuale, il debito viene collocato con il meccanismo dell&#039;&lt;a href=&quot;https://en.wikipedia.org/wiki/Multiunit_auction&quot;&gt;asta marginale&lt;/a&gt;. Ad ogni emissione potenziali compratori annunciano il prezzo che sono disposti a pagare e le relative quantità che sono disposti a comprare a quel prezzo. Poi, scoperto il prezzo necessario a collocare tutto il debito che lo stato vuole vendere, tutti pagano lo stesso prezzo (il&amp;nbsp; più alto necessario a garantire il collocamento di tutta l&#039;emissione, dove prezzo alto = tasso d&#039;interesse più basso possibile per lo stato). Questo, dice Grossi, è un regalo verso chi era disposto a pagare un prezzo più alto (tasso più basso) - nemmeno in Germania collocano il debito in questo modo (per i curiosi, &lt;a href=&quot;https://ftalphaville.ft.com/2011/01/17/459761/a-guide-to-eurozone-bond-auction-styles/&quot;&gt;ecco la verità che è diversa&lt;/a&gt;). La spiegazione è chiara ed accattivante (migliore della mia) e la conclusione è quella (apparentemente) logica.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&#039;ascoltatore prova soddisfazione a capire, e se almeno due minuti sembrano comprensibili, anche gli altri 26, pur se oscuri, diventano credibili. Ma Grossi ha torto anche in questo caso. Qui ovviamente entriamo in aspetti tecnici di come si devono svolgere le aste, e non voglio pretendere di convincervi, ma potete immaginare che il meccanismo usato serva a &quot;convincere&quot; gli operatori ad annunciare prezzi più alti (tassi più bassi) rispetto a quelli che avrebbero annunciato se fossero costretti a pagare il prezzo rivelato (invece che un prezzo più basso, ovvero tasso più alto). Il meccanismo, secondo la teoria, serve proprio al venditore per estrarre il prezzo migliore. Trattasi di aspetti abbastanza complicati di cui nemmeno io sono esperto, ma non è ovvio che il meccanismo d&#039;asta migliore debba essere necessariamente lo stesso per i debiti italiano e tedesco (due oggetti completamente diversi, vogliamo crederlo?). Nel dubbio, preferisco pensare che persone più competenti che al Tesoro vendono debito da una vita ci abbiano pensato bene. La pura teoria su questo argomento è complessa e non porta a conclusioni univoche (ho chiesto a Sandro che è un esperto) ma tutta l&#039;evidenza empirica dice che il metodo italiano (che è anche quello usato in Francia, USA e altrove) permette al governo di massimizzare il ricavo, ovvero pagare un interesse totale minore! In ogni caso, anche se avessero torto i tecnici dei paesi che usano questo metodo, trattasi di un aspetto davvero marginale, perchè, mi sembra, la rilevanza dell&#039;aneddoto serve piu a dare all&#039;ascoltatore l&#039;illusione di competenza del relatore che a stressare il punto in se stesso. Perchè il punto non dice che non si deve vendere all&#039;estero, suggerisce solo di farlo con meccanismi d&#039;asta suggeriti da Grossi. Un grande esperto di aste ...&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Concludo con un punto che forse è fuori tema, ma è la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho sentito, all&#039;inizio del video, l&#039;affermazione che gli italiani sono pieni di risorse. Grossi pensava a risorse finanziarie per coprire il debito pubblico, ma subito ho pensato alle risorse naturali, che l&#039;Italia non ha. L&#039;Italia ha cominciato ad arricchirsi negli anni &#039;50 quando le prime comunità europee hanno permesso agli italiani di commerciare con il resto dell&#039;Europa.&amp;nbsp; Il primo accordo si chiamava CECA, comunità europea per il carbone e l&#039;acciaio: ci permetteva importare carbone, ferro, trasformarli ed esportare acciaio. Un paese senza risorse naturali questo può fare: importare, trasformare, e rivendere. Aprendoti ai mercati internazionali lo fai in modo più vantaggioso per tutti, ma questo vale anche per il debito e i prodotti finanziari: importi risparmio che non hai e paghi meno interessi per il finanziamento del tuo, purtroppo enorme e crescente, debito.&lt;/p&gt;
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 <pubDate>Mon, 08 Oct 2018 23:41:47 +0000</pubDate>
 <dc:creator>elmoro</dc:creator>
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    <title>Prima gli italiani - Del mio razzismo.</title>
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                    &lt;p&gt;Sulla questione immigrazione e xenofobia ho pensato molto e scritto pochissimo. Ho polemizzato altrove con chi propone azioni politiche xenofobe ma anche con chi invoca l&#039;accoglienza indiscriminata. Più con i primi che con i secondi perché son sia più pericolosi che numerosi, in questi anni. Ma sulla questione di fondo la mia posizione rimane salomonica, o cinica se volete. Provo a spiegarmi. Vi avviso, questo è lungo.&lt;/p&gt;
        &lt;/div&gt;
        &lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;Mesi orsono Aldo Rustichini e Giulio Zanella pubblicarono qui su nFA &lt;a href=&quot;http://noisefromamerika.org/articolo/dialogo-immigrazione-parte-1&quot;&gt;tre interessanti articoli sul tema immigrazione&lt;/a&gt;. Ero stato tentato di dire la mia ma non me la son sentita. La questione mi tormenta personalmente da tempo ed oggi provo a fare un po&#039; di outing, sperando di riuscire a farmi comprendere, cosa non ovvia viste le contraddizioni anche personali che il tema forza a rivelare.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Tema:&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;&lt;strong&gt;come comportarsi a fronte dell&#039;immigrazione di persone che appartengono a ETNIE diverse da quella residente nell&#039;area dove l&#039;immigrazione avviene.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Userò il concetto di &lt;a href=&quot;https://it.wikipedia.org/wiki/Etnia&quot;&gt;etnia&lt;/a&gt; e non quello di &lt;a href=&quot;https://it.wikipedia.org/wiki/Razza&quot;&gt;razza&lt;/a&gt; perché, alla luce della &lt;a href=&quot;https://www.amazon.com/gp/product/B073NP8WT3/ref=kinw_myk_ro_title&quot;&gt;ricerca più recente in ambito genetico&lt;/a&gt;, &lt;a href=&quot;https://www.lrb.co.uk/v40/n17/steven-mithen/neanderthals-denisovans-and-modern-humans&quot;&gt;qui un riassunto della sostanza&lt;/a&gt;.&amp;nbsp;il concetto di razza, se usato per differenziare due esseri umani, risulta oggettivamente indefinibile ed inutile ai fini che qui mi interessano. Il&amp;nbsp;&lt;em&gt;dibattito scientifico&lt;/em&gt; sulla possibilità di definire o meno le &quot;razze umane&quot; in modo univoco non mi sembra risolto: forse potremo definirle e forse no (credo di no). Al momento, non c&#039;è alcuna definizione ragionevole di &quot;razza&quot; che si possa applicare per dire che io ed il &lt;a href=&quot;https://pages.wustl.edu/glgayle&quot;&gt;mio collega George&lt;/a&gt; apparteniamo a due &quot;razze&quot; diverse, mentre è piuttosto chiaro che apparteniamo a due etnie diverse.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Chiarita la scelta del termine, provo a definire alcuni punti fermi.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;1) &lt;strong&gt;I flussi migratori da un territorio all&#039;altro sono sempre esistiti e sono una caratteristica naturale degli umani&lt;/strong&gt;, un po&#039; come la cacca per essere chiari. Non a caso, partendo dall&#039;Africa homo sapiens ha colonizzato l&#039;intero pianeta in un periodo di tempo relativamente breve. Gli esseri umani si muovono. Se questo sia un loro &quot;diritto naturale&quot; o meno non lo voglio nemmeno discutere perché non conosco un significato coerente attribuibile alle due parole appena virgolettate. Prendo nota del fatto indiscutibile: gli umani si muovono, ognuno per le proprie ragioni, personali o collettive. Io stesso sono un nomade che abita il pianeta Terra per vivere la sua vita.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;2) &lt;strong&gt;Gli esseri umani hanno un innato senso di proprietà per il territorio che essi abitano&lt;/strong&gt;. Lo percepiscono come loro e ritengono di avere il diritto di escludere altri umani dall&#039;usarlo. Se altri cercano di usare le risorse di quel territorio (nei tempi andati tali &quot;risorse&quot; includevano le donne, ma transeat ...) essi vengono percepiti come &quot;nemici&quot; e si cerca di respingerli. Di nuovo, non mi interessa discutere se questo sia un &quot;diritto naturale&quot; (tema sul quale si son scritte &lt;a href=&quot;https://politicaltheology.com/what-is-the-new-nomos-of-the-earth-reflections-on-the-later-schmitt-carl-raschke/&quot;&gt;stronzate infinitamente ilari&lt;/a&gt;, guarda caso amate sia dai nazionalisti che dai socialisti che uniti fanno il nazional-socialismo ora di moda) o meno. Noto che così è ed è sempre stato da quando homo sapiens s&#039;aggira per il pianeta. La ricerca in campo antropologico (specialmente quella nota come&amp;nbsp;&lt;a href=&quot;https://en.wikipedia.org/wiki/Evolutionary_psychology&quot;&gt;evolutionary psychology&lt;/a&gt;) sostiene che questi istinti o tratti psicologici degli umani siano delle adaptation evolutive alla situazione ambientale in cui si sono evoluti: se hai il minimo per sopravvivere, e quel minimo viene dalla terra che abiti, l&#039;arrivo di altri umani che intendono sfruttare i prodotti di quella terra mette in pericolo la tua sopravvivenza. Quindi li combatti per sopravvivere ed elabori norme, metodi e giustificazioni &quot;morali&quot; per farlo. Sembra ragionevole ed intellettualmente m&#039;interessa alquanto. Ma, ai fini odierni, è comunque irrilevante discutere se queste siano o meno le ragioni del nostro senso di proprietà verso la terra che abitiamo. Conta il fatto che così è.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;3) &lt;strong&gt;I fatti 1) e 2) sono sia incontestabili che in conflitto l&#039;uno con l&#039;altro.&lt;/strong&gt; La contraddizione è quindi immanente: da un lato è un fatto (diritto naturale?) che gli umani migrano per il pianeta perseguendo i propri fini e, dall&#039;altro, è un fatto (diritto naturale?) che gli umani considerano nemici coloro i quali cercano di migrare nel territorio da loro già abitato. Il conflitto è, appunto, immanente: &lt;a href=&quot;https://en.wikipedia.org/wiki/Plagues_and_Peoples&quot;&gt;lo è sempre stato e sempre lo sarà&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;4) &lt;strong&gt;Il problema politico (= decisione collettiva)&amp;nbsp;non consiste tanto nell&#039;eliminare il conflitto o nel far finta che non vi sia, ma nel gestirlo.&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;Gestire il conflitto immanente richiede scegliere un punto intermedio fra &quot;gli umani migrano da un territorio all&#039;altro&quot; e &quot;gli umani possiedono il territorio che abitano&quot;. Questa banale implicazione logica di due fatti incontestabili toglie di mezzo sia le troiate &quot;schmittiane&quot; (l&#039;Italia è degli &quot;italiani&quot; perché essi la abitano da N anni) sia quelle &quot;liberal-libertarie&quot; (l&#039;Italia è di &quot;chiunque&quot; la voglia abitare). Se il conflitto è inevitabile la politica deve occuparsi di minimizzarne i danni, ovvero massimizzarne i rendimenti. Questo non toglie che, per raccogliere consenso, alcuni usino o ben l&#039;uno o ben l&#039;altro corno del dilemma a seconda di quale sia, nel momento dato, l&#039;istinto umano (proprietà vs migrazione) dominante. Si può fare ma, come i fatti dimostrano, il conflitto rimane.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;5)&lt;strong&gt; Il conflitto è immanente anche a livello personale, non solo collettivo&lt;/strong&gt;. Ognuno di noi percepisce (pensa, sente, ritiene, fate vobis) che il territorio dove vive gli appartiene più che a coloro che vengono da fuori di esso. Ovviamente questa sensazione o idea non è {0,1} e la sua intensità dipende sia da quanto tempo uno ha passato in un dato territorio, che dalla sua area, che dal tipo di &quot;foresti&quot; che incontra, eccetera. Ma la percezione, istintiva, esiste. Al tempo stesso ognuno di noi percepisce come ovvio potersi spostare, di tanti kilometri o di pochi, dal luogo dove ora vive per andare a vivere da un&#039;altra parte. Anche in questo caso vi sono gradazioni d&#039;intesità e più lontano uno pensa di spingersi meno ovvio gli sembra di poterci andare a vivere di punto in bianco. Ma anche a livello individuale entrambi i &quot;pensieri&quot; sorgono spontaneamente e vengono razionalizzati come &quot;diritti&quot;. Io penso di avere un qualche diritto di proprietà verso il territorio dove sto vivendo ed al contempo penso di avere il &quot;diritto&quot; di spostarmi e di scegliere d&#039;andare a vivere altrove. Siamo tutti nomadi legati alla terra dove oggi viviamo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Un detour sulle questioni politiche correnti&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Parentesi (che si può omettere) sulla questione italiana (europea e dell&#039;intero mondo occidentale infatti). I termini economici della questione sono stati ben illustrati negli articoli di Aldo e Giulio citati in apertura, non li ripeto. Aggiungo solo due collezioni di dati, le cui implicazioni economiche mi sembrano ovvie.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il primo lo trovate in&amp;nbsp;&lt;a href=&quot;http://demo.istat.it/pop2018/index.html&quot;&gt;questa tabella&lt;/a&gt;. Confrontate (anno per anno) i nati degli ultimi dieci con la popolazione d&#039;età compresa fra i 52 ed i 62 (l&#039;età, quest&#039;ultima, a cui i rossobruni ritengono sia buona idea andare in pensione per i 25-30 anni seguenti). Il numero medio di nascite è di circa 500mila con trend decrescente (l&#039;ultimo è 456mila). La media di persone nei dieci ultimi anni di età lavorativa è di 850mila circa. La differenza è pari a circa 350mila: ogni anno in Italia le forze di lavoro potenziali diminuiscono di 350mila persone! Se volete essere più prudenti confrontate i gruppi d&#039;età 16-20 e 58-62: la differenza è &quot;solo&quot; di -210mila! Quest&#039;ultimo deficit si sta realizzando&amp;nbsp;&lt;em&gt;oggi&lt;/em&gt;, non fra qualche anno! Il secondo insieme di dati è in &lt;a href=&quot;https://en.wikipedia.org/wiki/Projections_of_population_growth&quot;&gt;questa pagina&lt;/a&gt;: date un&#039;occhiata ai processi demografici in corso in Africa e nel&amp;nbsp;Medio Oriente. L&#039;argomento economico segue da solo. Passo quindi alle questioni politiche e culturali, che sono quelle che mi hanno spinto a scrivere il post.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Siccome è ovvio che, sul piano economico, l&#039;Italia e l&#039;Europa beneficiano dall&#039;arrivo di un numero sostanziale di immigrati e siccome è altrettanto ovvio che nessuno teorizza - nemmeno Giulio, anche se una volta Sandro in un momento lirico argomentò che forse la politica migliore era aprire totalmente le frontiere - non si debba gestire il flusso cercando di attrarre quelli che meglio si adattano alla situazione socio-economica del paese, la discussione di politica economica dovrebbe iniziare qui. Ovvero su come gestire flussi, sostanziali, di immigrazione e NON su come bloccarli o su come espellere chi è già arrivato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Troppo facille? In Italia una vera politica dell&#039;immigrazione non è mai stata fatta, i filtri non si sono mai introdotti, i processi d&#039;inserimento non esistono ed una politica attiva per attirare persone che possano rapidamente integrarsi non si fa.&amp;nbsp;&lt;em&gt;Questo fatto, verissimo, NON dipende dall&#039;essere o meno a favore dell&#039;immigrazione in via di principio ma, bensì, da due specificità italiane&lt;/em&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Con &quot;specificità&quot; non intendo sostenere che l&#039;Italia sia l&#039;unico paese dove questi problemi si presentano, ma che in Italia essi sono particolarmente più gravi che in ogni altro paese limitrofo o simile a noi. Mi riferisco a, nell&#039;ordine, un apparato dello stato ridicolo ed incapace di svolgere la sua funzione ed una cultura xenofoba, o razzista che dir si voglia, diffusa e profonda come in nessun altro paese occidentale avanzato.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le politiche attive dell&#039;immigrazione non risolvono tutti i problemi ma, se devo giudicare dai risultati relativi, funzionano ovunque molto meglio che in Italia. Immagino che questa affermazione verrà immediatamente contestata puntando il dito alle tensioni che, specialmente negli anni recenti, sono emerse in altri paesi europei e al supposto &quot;fallimento dell&#039;integrazione e della società multiculturale&quot;. Sono stronzate: che una politica d&#039;inserimento funzioni lo si giudica guardando ai costi sopportati ed ai benefici ricevuti non dall&#039;assenza di problemi e dalla presenza di tensioni. Queste ultime sono, appunto, i costi perché quelli economici sono minuscoli. I benefici vengono dal fatto che milioni di immigrati si sono integrati nel mondo del lavoro e nelle società europee. I non integrati sono minoranze dell&#039;ordine del 5% o meno. Problema serio, anche pericoloso quando funziona da albergo per fenomeni terroristici ma contrallabile e controllato. Questo è successo persino in Italia: gli immigranti sono oggi circa il 10% della popolazione e contribuiscono enormemente alla vita del paese. Nonostante i costi siano stati qui maggiori, i benefici continuano ad essere incommensurabili (&lt;a href=&quot;https://www.huffingtonpost.it/2018/07/04/senza-immigrati-il-sistema-pensionistico-salta-relazione-inps-insiste-squilibri-non-sanabili-diversamente_a_23474387/&quot;&gt;sì, Tito Boeri ha ragione&lt;/a&gt;&amp;nbsp;mentre invece &lt;a href=&quot;https://formiche.net/2018/06/boeri-pensioni-salvini-migranti/&quot;&gt;questo mediocre boiardo di stato mente&lt;/a&gt;). Se le cose si son fatte peggio che altrove il problema è tutto dei nostri governi&amp;nbsp;e della nostra pubblica amministrazione, ossia dei Polillo e di coloro che hanno servito. La gestione dell&#039;immigrazione in Italia funziona peggio che altrove per le stesse ragioni che treni, scuole, sistema giudiziario, eccetera, funzionano peggio che altrove. La prima specificità sta nel settore pubblico italiano, nello stato italiano e nella politica italiana, non negli immigranti che non sono diversi in Italia da quel che sono in altri paesi.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Torniamo al punto cruciale, ovvero il mio razzismo.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Veniamo ora alla seconda specificità, che è quella che m&#039;interessa davvero: &lt;a href=&quot;http://www.infodata.ilsole24ore.com/2018/09/11/gli-italiani-davvero-popoli-piu-intolleranti-deuropa/&quot;&gt;noi italiani siamo pubblicamente e politicamente molto più razzisti/xenofobi del resto degli europei&lt;/a&gt;.&amp;nbsp;L&#039;evidenza empirica oramai è schiacchiante (esempi:&amp;nbsp;&lt;a href=&quot;http://www.pewforum.org/2018/05/29/being-christian-in-western-europe/&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;, &lt;a href=&quot;http://munafo.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/06/03/gli-italiani-sono-i-piu-razzisti-deuropa-primi-per-odio-contro-i-rom-i-musulmani-e-gli-ebrei/?ref=HRBZ-1&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; e &lt;a href=&quot;https://www.facebook.com/davide.o.mancino/posts/1784272091663550?__tn__=C-R&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;).&amp;nbsp; Lo siamo da lungo tempo, il razzismo e la xenofobia degli italiani - che negli ultimi anni sono riusciti a manifestare invidia ed ostilità verso tedeschi, austriaci, francesi, inglesi e financo spagnoli - è cosa vecchia e generalizzata. Le sue origini storiche e culturali le discuto altrove (nella sequenza sul regime rosso-brunato), qui voglio entrare nel personale.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E qui vengo alla confessione personale:&lt;strong&gt; io sono privatamente razzista ma non lo sono pubblicamente&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo sono per la ragione discussa anteriormente nella voce 2) e per ragioni &quot;culturali&quot; o &quot;psicologiche&quot; che si possono riassumere in alcune sensazioni, reazioni ed atteggiamenti che non credo essere solo miei ma che so essere miei. Mentre ho centinaia di amici e conoscenti di etnie e culture diverse dall&#039;italiana devo ammettere che i miei veri amici non italiani si contano sulle dita di poche mani. Faccio fatica ad accettare usi e costumi privati di altri, anche se nei 35 anni trascorsi fuori d&#039;Italia ne ho sperimentati ed apprezzati molti e da loro ho appreso. Tendo ad avere un (razionalmente immotivato ma istintivo) senso di alterità e superiorità verso persone con tratti somatici, odori e regole d&#039;interazione diverse da quelle a cui mi son abituato crescendo in Italia. Soprattutto faccio un&#039;obiettiva difficoltà a pensare di vivere in un ambiente culturalmente non &quot;europeo-mediterraneo&quot; e, persino dopo 35 anni di USA, vi sono molti aspetti del loro modo di vivere e comportarsi che tendo a trovare irritanti o incomprensibili. Insomma, credo di essere istintivamente e privatamente un razzista, anche se in una versione &quot;leggera&quot;. E credo di essere in compagnia della grande maggioranza non solo in Italia ma ovunque nel mondo. Per le ragioni dette sopra.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Al contempo credo, anzi son certo, di non esserlo pubblicamente. Evito di &quot;lodarmi&quot;, che sarebbe ridicolo, ma sottolineo il fatto che mi è costato fatica (almeno all&#039;inizio, ora è più facile perché la cosa è diventata sia ovvia che abituale) agire pubblicamente in modo non razzista o anche anti-razzista. La parola chiave qui è &quot;pubblicamente&quot;, ovvero nei miei comportamenti e discorsi pubblici, nelle mie scelte politiche e nelle decisioni collettive. La ragione, alla fine, è molto semplice: sono incapace - con qualsiasi criterio, razionale o istintivo che sia - di tracciare una linea fra quelli verso cui riterrei &quot;legittimo&quot; discriminare e quelli che no. E siccome questa linea non la so tracciare in modo coerente, allora non la traccio proprio. La slogan &quot;restiamo umani&quot; si fonda su questa banalità.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Certo, potrei invocare i diritti umani e le grandi elaborazioni filosofiche che li fondano. Mi accontento di osservare che - qualsiasi sia lo stato in cui io decida di vivere - vi sarà sempre una percentuale sostanziale di persone insopportabili, puzzolenti, ignoranti, stupide (in senso stretto, ovvero con QI basso), violente e financo con istinti criminali. Questo NON implica che li debba andare a cercare e nemmeno implica che queste percentuali siano uguali ovunque: sono ovviamente più alte in certi ambienti o paesi e più basse in altri. Questo il succo, messo molto brutalmente riassunto, dell&#039;argomento di Aldo, di cui condivido la preoccupazione ed anche l&#039;onestà intellettuale nel provare a discutere ciò che l&#039;osservazione empirica da decenni ci dice e quasi tutti tacciono. Ma una percentuale sostanziale di persone con queste caratteristiche la trovo anche fra gli italiani e gli statunitensi, ovvero fra i cittadini dei paesi di cui ho in tasca il passaporto. Quindi, che faccio? Discrimino costoro? Li deporto? Agisco politicamente per censirli, rinchiuderli, controllarli, discriminarli, esperllerli? &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Prendiamo la variabile QI di cui oggi in Italia molto si discute (potremmo fare lo stesso con misure d&#039;ignoranza/alfabetizzazione o altro). Tutta l&#039;evidenza a disposizione dice che in ogni paese la frequenza di persone con on QI inferiore alla media sia di circa il 50%. In alcuni paesi la media si aggira attorno a 106-108 (l&#039;Italia è uno di questi), nella grande maggioranza attorno a 100 ed in parecchi altri raggiunge valori attorno a 80-90. Son valori relativamente bassi e siccome in quel 50% sotto la media molti scendono a 90, 80 o 70, non è difficile cogliere il problema. Che facciamo? Togliamo i diritti civili a quelli sotto la media? A quelli mezza standard deviation sotto la media? Una intera? Due? Dove tracciamo la linea fra l&#039;umano ed il non umano?&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Guardate che la questione è tutta lì e NON è risolvibile in modo istintivo ma solo facendo sì che quella parte del nostro cervello che chiamiamo &quot;razionale&quot; si imponga sul resto. In un conflitto personale continuo, quotidiano. La qual cosa la rende difficile da accettare e personalmente contraddittoria per le ragioni elencate in apertura: perché si fonda su un conflitto immanente fra i nostri istinti - tribali e migranti al contempo - e la nostra comprensione razionale dell&#039;impossibilità di tracciare una linea netta che separi, fra gli umani, gli &quot;aventi diritti&quot; dai &quot;non aventi diritti&quot;. Un conflitto che non risolveremo mai in modo definitivo e che accompagnerà ogni società umana per sempre, o per lo meno sino a quando un mitico &quot;stato ergodico globale&quot; non venga raggiunto.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La politica dell&#039;immigrazione da qui deve partire e su questo si fonda: sull&#039;accettazione del conflitto continuo e sulla necessità di gestirlo quotidianamente in quanto conflitto. L&#039;armonia fra le &quot;razze&quot; non si dà naturalmente, il meglio che si può fare è costruire artificialmente la tolleranza.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ah, dimenticavo, se c&#039;è un messaggio che differenzia il Cristianesimo dal resto delle religioni che conosco sta tutto qui: siamo tutti umani, anima o meno.&lt;/p&gt;
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                    &lt;span class=&quot;date-display-single&quot;&gt;Martedì, 25 settembre, 2018 - 07:42&lt;/span&gt;        &lt;/div&gt;
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 <pubDate>Tue, 04 Sep 2018 22:45:49 +0000</pubDate>
 <dc:creator>MicheleBoldrin</dc:creator>
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    <title>Perché non se ne deve parlare. La parabola di Italo e Germano</title>
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                    &lt;p&gt;Il 21 settembre ci sarà la &lt;a href=&quot;http://www.brunoleoni.it/cosa-succede-se-usciamo-dall-euro-quanto-costera-e-chi-ne-paghera-il-prezzo&quot;&gt;presentazione del volume &#039;&#039;Cosa succede se usciamo dall&#039;euro? Quanto costerà e chi ne pagherà il prezzo&lt;/a&gt;. È una &lt;a href=&quot;http://www.brunoleoni.it/cosa-succede-se-usciamo-dall-euro&quot;&gt;raccolta di saggi di diversi autori, curata da Carlo Stagnaro&lt;/a&gt;. Sono uno degli autori, ho scritto il pezzo che cerca di spiegare perché è dannoso anche solo parlare di possibile uscita dall&#039;euro. È un saggio leggero e di battaglia, niente di particolarmente profondo e originale, ma mi sono divertito a scriverlo. Ne pubblico qui ampi stralci.&lt;/p&gt;
        &lt;/div&gt;
        &lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;In politica economica non si mandano messaggi che possono minare la fiducia nel debito pubblico o più in generale negli investimenti fatti in un paese, perché la gente può prendere tali messaggi sul serio, creando una crisi finanziaria ed economica. Per capire meglio la faccenda proviamo ad analizzare una scelta molto più terra terra. Immaginate di avere improvvisamente un guasto al bagno di casa vostra, per cui dovete avvalervi dei servizi di un idraulico. Siete persone scrupolose, per cui decidete di chiedere almeno un paio di preventivi.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;Il primo idraulico che si presenta alla vostra porta si chiama Italo. Ha un aspetto simpatico e scarmigliato. Guarda un po’ lo stato delle tubature, fa qualche conto e vi dice che è pronto a fare il lavoro per 500 euro. Veste una divertente maglietta con il &lt;a href=&quot;https://www.google.com/search?q=Leone+di+San+Marley&amp;amp;client=firefox-b-1&amp;amp;tbm=isch&amp;amp;source=iu&amp;amp;ictx=1&amp;amp;fir=EbVR5AvD_uK0cM%253A%252C85LWpXP-S8ccDM%252C_&amp;amp;usg=__IbrNn37Vu0WXt3WCJPwSwMEFvBQ%3D&amp;amp;sa=X&amp;amp;ved=0ahUKEwjbh-KWrdHbAhXMhKYKHZKGBYkQ9QEILTAB#imgrc=EbVR5AvD_uK0cM:&quot;&gt;leone di San Marley&lt;/a&gt; (se siete troppo giovani per sapere cosa è &lt;a href=&quot;https://it.wikipedia.org/wiki/Pitura_Freska&quot;&gt;andate su wikipedia e cercate ‘Pitura Freska’&lt;/a&gt;) e durante la sua visita vi racconta del suo sogno segreto, che è quello di aprire un &lt;em&gt;chiringuito&lt;/em&gt; su una spiaggia caraibica. Tutto molto bello, replicate voi, ma questi discorsi vi fanno sorgere una sottile inquietudine. Decidete quindi di prendere il toro per le corna e gli chiedete a bruciapelo: ma non è che per perseguire il sogno del baracchino sulla &lt;em&gt;linda playa &lt;/em&gt;mi lascerai quando il lavoro è a metà? Italo fa un gran sorriso, dice di non preoccuparsi assolutamente, che lui è un professionista serio, che mai ha lasciato un lavoro incompleto e un cliente scontento. Poi aggiunge, enigmaticamente, che i sogni sono fatti di una materia impalpabile e che a volte ti trovi a perseguirli senza nemmeno capire come e perché. Stretta di mano finale, con promessa di risentirsi.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;Il giorno dopo si presenta il secondo idraulico, un signore di nome Germano. È vestito in modo ordinario, anche se non potete non notare che porta i sandali con i calzini. L’eloquio è meno divertente di quello di Italo, è un tipo di quelli che si definiscono ‘quadrati’. Alla fine anche lui prepara un preventivo per 500 euro. Germano non fa menzione di sogni. Snocciola referenze, presenta un piano dettagliato con i tempi esatti per i lavori necessari e si offre persino di pagare una penale nel caso i lavori non terminassero entro i tempi stabiliti. Anche in questo caso stretta di mano finale e promessa di risentirsi.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;Bene, ora la decisione va presa. I prezzi sono gli stessi. Italo appare effettivamente più simpatico e, incidentalmente, ne condividete i gusti musicali. La sera andate al bar e trovate gente che lo conosce bene. Chiedete che tipo è, e tutti ne dicono bene. Sì, si è fatto qualche canna da giovane, ma poi ha smesso e ora sembra essere un tipo a posto. Chiacchiera molto e spesso a vanvera ma vive sempre con la madre, una signora leggendaria per la qualità delle sue lasagne, e nessuno può pensare che la abbandoni per aprire un baracchino su una spiaggia.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;Germano invece lo conoscevate già, era con voi alle superiori anche se in una sezione diversa. È sempre stato un tipo tranquillo e un po’ appartato, abbastanza studioso senza eccedere. Gestisce la sua azienda con molta cura, ha un sito web pieno di informazioni utili e facile da navigare.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;Ora provate a rispondere con sincerità: a chi dareste il lavoro? Dal punto di vista del servizio offerto, la qualità appare simile. Il prezzo è lo stesso. Ma nel caso di Italo ci sono tutte quelle mezze frasi sui sogni e su come ti possano cogliere in momenti inaspettati e trascinarti verso nuove avventure. Quindi, alla fine, anche se magari un po’ a malavoglia (i sandali con i calzini, accidenti…) fate la scelta logica e il lavoro lo assegnate a Germano.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;Italo ha pagato a caro prezzo le sue chiacchiere. È arrabbiato con Germano, che accusa di avergli rubato il lavoro. Ma è chiaro che dovrebbe solo rimproverare il suo strambo comportamento. Tra l’altro, Germano non è certo l’unico idraulico che fa concorrenza a Italo. C’è anche Franco, e poi Svevo, e poi tanti altri, fino a Polacco, un tempo molto temibile ma ultimamente un po’ immalinconito e incartato su se stesso. Tutta gente che parla poco, offre buoni servizi, prepara preventivi dettagliati, cura il proprio sito web. Soprattutto, gente che non si mette a parlare della possibilità di non finire il lavoro per inseguire i propri sogni.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;Italo può a questo punto fare due cose. La prima è quella di rinnovare il guardaroba e smetterla di parlare a vanvera. La seconda, se proprio ci tiene tanto a quella maglietta con il leone di San Marley, è quella di abbassare le proprie tariffe. Tutto ha un prezzo, se Italo vi avesse chiesto 450 euro invece che 500 magari sareste stati anche disposti ad accettare quel minuscolo rischio di avere il lavoro lasciato a metà. Cinquanta euro possono non apparire tanti, ma alla fine sono il 10 per cento del compenso e una percentuale sicuramente maggiore del profitto netto. Questo è il costo delle chiacchiere a vanvera.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;Quando importanti esponenti del mondo politico, boiardi di stato sempre pronti a dare l’assalto a una poltrona ministeriale e accademici di seconda fila menzionano la possibilità di uscire dall’euro o di non ripagare interamente il debito pubblico (o ripagarlo in valuta diversa dall’euro, che comunque la si voglia mettere è un modo di non pagare interamente) si comportano più o meno come Italo. Con una sola, enorme, differenza: alla fine Italo paga in prima persona per la propria dabbenaggine. Invece, le chiacchiere a vanvera del politico sovranista, del boiardo e dell’accademico di seconda fila le paghiamo tutti noi, mediante maggiori spese per interessi.&lt;/p&gt;
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                    &lt;span class=&quot;date-display-single&quot;&gt;Martedì, 18 settembre, 2018 - 23:24&lt;/span&gt;        &lt;/div&gt;
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 <pubDate>Tue, 18 Sep 2018 20:54:17 +0000</pubDate>
 <dc:creator>bruscosandro</dc:creator>
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    <title>Il governo rosso-brunato. VI</title>
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                    &lt;p&gt;Il terzo pilone ideologico del governo rosso-brunato: il socialismo economico. Non credo vi sia necessità di documentarlo, è sotto gli occhi di tutti. Più rilevante notare che non è nulla di nuovo ma una continuazione delle pratiche (e delle ideologie) di governo dell&#039;economia in uso dall&#039;inizio del secolo scorso ed alle quali si son fatte poche eccezioni. Come gli altri piloni anche questa spiega perché oggi questo sia il vero governo che gli italiani non solo vogliono ma hanno sempre voluto.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
        &lt;/div&gt;
        &lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;Meglio chiarire, anzitutto, la terminologia. Nel primo articolo ho usato &quot;Socialismo Economico&quot; per definire una delle quattro colonne portanti del sistema di pensiero rossobrunato perché nel linguaggio comune cattura l&#039;idea che voglio trasmettere. Ma è stata una scelta intezionalmente impropria. Sarebbe stato più corretto scrivere &quot;Statalismo Centralistico e Parassitico basato sulla credenza che il Principe può tutto, in particolare generare ricchezza attraverso la sua protezione e la statuizione che i redditi devono essere alti ed i prezzi dei beni bassi in violazione delle leggi del senso comune, oltre che della fisica&quot; ... ma, credo siate d&#039;accordo, sarebbe stata una definizione immemorizzabile ...&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il fatto è che la teoria economica condivisa dai rossobrunati (un gruppo che, lo ricordo una volta ancora, include oltre agli elettori di M5S&amp;amp;Lega anche una buona fetta degli italiani che ancora votano PD-FI-LeU) ha abbastanza poco a che fare con il &quot;Socialismo&quot; (comunque lo si interpreti: nella sua versione leninista alla NEP o in quella social-democratica della SPD di Brandt e paraggi) che era cosa differente. Anche questa differenza non sto qui a spiegarla, credo sia ovvia per chi mi legge: implicava, in diverse forme, politica industriale, pianificazione, investimenti e progresso tecnologico. Non funzionava? Certo che non funzionava e si è visto, ma era cosa ben diversa dalla politica economica di costoro. La questione di cui mi voglio occupare non è questa - una critica di perché il socialismo, in ogni sua versione sperimentata, non funzioni e produca &lt;a href=&quot;https://en.wikipedia.org/wiki/Crisis_in_Venezuela&quot;&gt;miseria&lt;/a&gt; o, quando va &quot;bene&quot;, &lt;a href=&quot;https://en.wikipedia.org/wiki/Era_of_Stagnation&quot;&gt;stagnazione&lt;/a&gt; - bensì quella delle origini italiane di quella particolare forma di &quot;statalismo economico&quot; che il regime rossobrunato persegue.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Consideriamo le proposte economiche più importanti avanzate dai partiti oggi al governo e dagli &quot;intellettuali&quot; (scusatemi) che li sostengono. In ordine sparso: pensioni facili in violazione di ogni vincolo di bilancio, riduzione delle imposte (via &quot;scala piatta&quot; e &quot;tregua fiscale&quot;) in presenza di aumenti della spesa pubblica, acquisizione da parte dello stato di aziende italiane decotte, restrizione della concorrenza e dell&#039;entrata di imprese innovative, protezione delle micro e piccole imprese inefficienti a mezzo di autorizzazioni de-facto all&#039;evasione fiscale, finanziamento della spesa pubblica in deficit attraverso l&#039;emissione di strumenti monetari (dai minibot alle richieste alla BCE di &quot;cancellare&quot; il debito italiano), aumento dell&#039;impiego pubblico a fini assistenziali, chiusura al commercio estero attraverso l&#039;imposizione di dazi e tariffe, proposte di riduzione legislativa dell&#039;orario di lavoro per &quot;aumentare l&#039;occupazione&quot;, occupazione politica delle agenzie &quot;indipendenti&quot; di regolazione dei mercati affinché compiano i &quot;desideri del popolo&quot;, teorizzazione della &quot;non esistenza&quot; delle differenze nei tassi d&#039;interesse che sarebbero frutto di complotti esterni e della mancanza di &quot;sovranità monetaria&quot; ....&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A fronte di queste &quot;proposte positive&quot; sta - ed è forse più rilevante - una completa assenza d&#039;attenzione a produttività, sistema scolastico e della formazione, ricerca, concorrenza e funzionamento dei mercati, efficienza della PA e riduzione dell&#039;oppressione burocratica sulla vita economica, sviluppo delle infrastrutture in particolare di quelle legate all&#039;uso del digitale ed ai trasporti, accordi a favore del commercio con altri paesi, riduzione della spesa pubblica e relativa riduzione delle imposte ... Se provate a leggere quel minimo che, dal mondo rossobrunato, viene prodotto avendo in mente la crescita il messaggio è sempre e solamente uno solo: svalutando e simultaneamente espandendo la spesa pubblica si genera crescita. Non serve altro e qualsiasi dibattito, da qualsiasi tema specifico o prospettiva si sviluppi, alla fine arriva a questa eterna banalità: la &quot;domanda&quot; per i prodotti del lavoro italiano si crea automaticamente inflazionando, ovvero attraverso spesa pubblica monetizzata. Il modello, non ammesso ma chiarissimo, è quello degli anni &#039;80, ovvero il decennio durante il quale si seminò il declino seguente.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Mentre, dal punto di vista &quot;teorico per modo di dire&quot;, la posizione dei rossobruni è perfettamente comprensibile sulla base del &lt;a href=&quot;http://noisefromamerika.org/articolo/perch-si-dicono-tante-sciocchezze-nel-dibattito-economico-italia&quot;&gt;modello superfisso che Sandro Brusco&lt;/a&gt; introdusse in questo blog ben undici anni fa, dal punto di vista storico e culturale voglio sottolineare che siamo di fronte ad una &lt;em&gt;concezione signorile e medievale dell&#039;attività economica&lt;/em&gt;. La quale, essendo infatti fissa e fondamentalmente immutabile sia nella sua composizione che nel suo livello, va gestita dal &quot;signore&quot; del contado in modo tale da favorire questo o quel gruppo d&#039;interesse a lui vicino e per redistribuire proventi dagli uni agli altri garantendosi che una parte dei medesimi si fermi nelle sue tasche. In questa concezione il Signore tutto può perché, non esistendo la crescita né la necessità di innovare (quindi di trasferire capitale e lavoro da un posto all&#039;altro e di progettare oggi di far domani delle cose diverse da ieri) egli, il Signore, può muovere risorse, persone, ricchezza e proprietà dove meglio gli convenga al fine di massimizzare il suo potere politico. Poiché il Signore può liberamente &quot;battere moneta&quot; esercitando il suo potere di signoraggio e viviamo in una contea chiusa al resto del mondo, se l&#039;economia non &quot;gira&quot; è per mancanza di &quot;contante&quot; a cui il Signore supplisce battendo moneta e trasferendola ai gruppi sociali di riferimento. Che questo generi inflazione e danneggi altri gruppi sociali (tipicamente i maggiormente produttivi ed innovatori) i quali vengono tassati/ed espropriati non deve preoccupare. L&#039;economia è chiusa, quindi il totale delle risorse disponibili è fisso, nessuno può uscire ed andare altrove o smettere di produrre: nel peggiore dei casi impoverirà, così impara a non compiacere i desideri del Signore. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La politica economica è, in questo folle mondo, strettamente &quot;machiavellica&quot; nel senso idiota del termine: tesa a controllare l&#039;attività economica al fine di acquisire, costi quel che costi, il sostegno della maggioranza degli elettori. Se in questo modello del mondo ci vedete la storia dell&#039;economia nazionale dai tempi delle signorie in avanti (ovvero, dall&#039;inizio della decandenza storica della penisola, sino a prima l&#039;area economicamente più avanzata del mondo) avete visto giusto. Viene da lì, dai rapporti sociali allora instaurati e cristalizzati nella cultura di massa che le elite signorili si sono preoccupate di trasmettere e consolidare nel tempo.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Che in una società complessa ed avanzata tutto questo sia, letteralmente, impossibile non deve preoccupare perché, e questo lo intendo letteralmente, chi oggi teorizza questa visione del sistema economico non riesce a comprendere come funzioni il sistema in cui invece oggi vive. Chiunque segua il dibattito ufficiale italiano scoprirà che la grande maggioranza delle persone trova incomprensibile che non si possa mandare chiunque lo voglia in pensione a 62 anni, né riesce a comprendere che statalizzare e foraggiare un&#039;impresa inefficiente come Alitalia danneggi il resto del sistema economico. In questo senso, l&#039;ideologia economica del popolo rossobrunato non solo non è &quot;socialista&quot; (nel senso detto prima) ma nemmeno è &quot;fascista&quot; nel senso in cui durante il ventennio alcuni avevano, confusamente, provato a teorizzare un sistema misto mercato-stato che si reggesse sull&#039;accordo fra corporazioni e la supervisione dell&#039;autorità politica. La &quot;supremazia della politica&quot;, nella concezione oggi dominante in Italia, non è né programmazione socialista, né camera della corporazioni fascista: essa è arbitrio del Signore, ovvero del potere esecutivo che agisce per compiacere le domande spontanee della propria base elettorale.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da dove viene tutto questo? Viene da un melting pot culturale tutto nostro il cui condimento di base è la visione signorile del mondo menzionata sopra al quale sono stati mescolati, negli anni, elementi di socialismo (proprietà statale), fascismo (centralità della corporazioni), cattolicesimo (assistenzialismo indiscriminato) e keynesismo burocratico (domanda pubblica, controllo e regolazione). L&#039;articolo di Sandro è illuminante da questo punto di vista: fu scritto 11 anni fa ma avrebbe potuto esser scritto 20 anni prima, in piena epoca craxiana: quella era, dalla fine degli anni &#039;70, la visione del sistema economico comune all&#039;intero sistema politico-sindacale italiano. I tre elementi analitici cruciali per costruire la &quot;cultura economica nazionale&quot; sono quindi: l&#039;economia superfissa, la supremazia della politica sia sul piano redistributivo sia come creatrice della domanda, il machiavellismo idiota secondo cui i rapporti economici possono essere manipolati dal Signore al fine di acquisire consenso.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dalla fine degli anni &#039;60 questi tre principi son comuni (seppur con gradazioni diverse) a tutto l&#039;arco politico-sindacale italiano e recuperano, in nuove forme, il fascismo sociale ed il social-comunismo dell&#039;anteguerra. Ferma restando la grande varietà nelle politiche locali degli stati preunitari, che ovviamente non posso qui discutere ma che cambiano molto poco il quadro generale,&amp;nbsp;nei circa 400 anni trascorsi dal 1600 io vedo solo due interruzioni sostanziali. Una miope e fallimentare (il liberismo post unificazione, che durò forse trent&#039;anni e venne sepolto da Crispi) ed una di successo ma di troppo breve durata (il quarto di secolo del miracolo economico).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questa, in brutalissima sintesi di cui forse potrei finire per pentirmi ma che credo sostanzialmente corretta, la storia e la cultura economica di massa degli ultimi 400 anni. Perché sorprendersi, dunque, che i rossobrunati dichiarino quel che dichiarano e tentino di fare quel che stan tentando di fare? È tutto perfettamente in linea con quanto le classi dirigenti di questo paese han fatto e predicato da quattro secoli a questa parte. Il &quot;popolo&quot;, alla fine, ha ben appreso la lezione.&lt;/p&gt;
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                    &lt;span class=&quot;date-display-single&quot;&gt;Martedì, 18 settembre, 2018 - 07:19&lt;/span&gt;        &lt;/div&gt;
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 <pubDate>Fri, 07 Sep 2018 23:44:31 +0000</pubDate>
 <dc:creator>MicheleBoldrin</dc:creator>
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    <title>Riflessioni su Conte e Giarrusso</title>
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                    &lt;p&gt;L&#039;università italiana è di nuovo sulle prime pagine per i motivi sbagliati. In questo post tento di spiegare perchè la nomina di un garante dei concorsi è comunque inutile, indipendentemente dalla persona scelta (male) e perchè il concorso di Conte non è in sè scandaloso. E&#039; scandaloso che Conte non abbia avuto la sensibilità di ritirarsi spontaneamente.&lt;/p&gt;
        &lt;/div&gt;
        &lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;Alcune riflessioni (lunghette) sui casi Conte/Giarrusso. Sgombriamo il campo dal problema più semplice: il conflitto di interesse nel caso di Conte è enorme ed avrebbe consigliato un immediato ritiro al momento della nomina a presidente del consiglio. Senza se e senza ma. Casomai, mi domando perchè la procedura sia stata così lenta. Essendo stato il concorso bandito a gennaio, la commissione avrebbe avuto tutto il tempo di finire prima della nomina. Ciò detto, vediamo di capire come funziona il reclutamento dei professori universitari in genere e quali sono i problemi specifici dell’Italia. Spoiler: un commissario non serve a niente ed è probabile che peggiori la situazione. Questo varrebbe anche se il commissario fosse una persona competente ed esperta. Giarrusso è palesemente inadeguato anche se (per fortuna) per ora non ha poteri.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;Innanzitutto, premessa &amp;nbsp;fondamentale. Solo gli esperti della materia sono in grado di giudicare la qualità di uno studioso. Esistono degli strumenti bibliometrici alla portata di qualsiasi persona informata (ho qualche dubbio su Giarrusso), tipo l’H-index e il numero di citazioni, ma servono solo come indicatori molto generici per una primissima sgrezzatura fra studiosi degni di attenzione e ciarlatani. Per esempio Borghi Aquilini ha pochissime citazioni sulla principale banca-dati di citazioni (Google Scholar). Il livello successivo, che si basa sulla sede di pubblicazione &amp;nbsp;(riviste vs. libri, quali riviste etc.), richiede una esperienza del settore in genere. Per scegliere fra due studiosi di buon livello è necessario qualcosa di più: bisogna essere specialisti del tema. Tanto per metterla sul personale, io sono allo stadio uno per tutte le materie non economiche, allo stadio due per economia (&#039;esperto&#039;) ma mi riterrei specialista solo per alcuni temi di Storia Economica. E’ una illusione italica che un professore ordinario (&#039;esperto&#039; per definizione) possa giudicare la qualità di qualsiasi lavoro scientifico nel suo settore leggendolo. &amp;nbsp;Solo uno specialista sa distinguere un lavoro veramente originale da un’abile copiatura. Per questo i direttori delle riviste internazionali (‘editors’) si affidano ad esperti (‘referees’) per il giudizio sugli articoli presentati (‘submitted’) per la pubblicazione. E nel 99% dei casi, seguono i loro consigli. &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;Un non addetto ai lavori a questo punto potrebbe concludere che basterebbe raccogliere i migliori specialisti del tema e affidare loro il compito di scegliere lo studioso migliore. Ma ci sono due problemi. In primo luogo, chi decide chi sono i migliori specialisti? Ci vorrebbe un pool di specialisti di livello superiore che sceglie i membri delle varie commissioni. E chi sceglie gli specialisti di livello superiore? Magari una supercommissione di &amp;nbsp;6-7 persone. E chi sceglie quest’ultima? Il governo? O un commissario, che quindi diventerebbe &amp;nbsp;&amp;nbsp;il padrone dell’università italiana? E così via. In secondo luogo, non sempre lo studioso migliore in assoluto è il più adatto alle esigenze del dipartimento. Magari il dipartimento ha bisogno di un microeconomista ed il migliore fra i concorrenti è un macroeconomista, o, più in dettaglio, il dipartimento ha un affermato laboratorio di economia sperimentale ed il migliore microeconomista è un esperto di teoria dei giochi (un sub-settore puramente teorico). O addirittura il migliore microeconomista sperimentale ha litigato con tutti gli specialisti del dipartimento (succede..) e la sua assunzione provocherebbe un’ondata di dimissioni etc.&amp;nbsp; In sostanza, il dipartimento non può non avere un ruolo essenziale nella scelta. Nei paesi anglosassoni è l’unico decisore. Il dipartimento di Economia di Harvard sceglie chi vuole (e lo paga quanto vuole). Magari fa un errore e sceglie uno studioso mediocre, ma si prende tutte le responsabilità. Il sistema funziona, come dimostrano tutte le classifiche. Perchè in Italia (e in molti paesi europei) invece si fanno i concorsi? &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;Per capirlo, occorre un passo ulteriore. Il ‘dipartimento’ &amp;nbsp;è ovviamente formato da &#039;esperti&#039; ma tipicamente ha pochi specialisti della materia. Gli altri membri possono intervenire nelle prime fasi della selezione ma, salvo rare eccezioni, il dipartimento deve affidare agli specialisti interni, magari aiutati da referees esterni, la scelta finale. &amp;nbsp;Come impedire loro di scegliere il loro allievo mediocre o addirittura la propria amante, con un accordo tacito con gli altri specialisti - io faccio vincere il tuo oggi e tu mi promuovi il mio domani? Questo tipo di accordi impliciti è stato fino ad ora la norma in Italia ed è ancora diffusissimo. Si è tentato di impedirli con grida manzoniane e meccanismi complicati (nei miei quarant’anni di carriera ho visto quattro sistemi di concorsi diversi) ma con esiti mediocri a dir poco.&amp;nbsp; E’ possibile far ricorso alla magistratura amministrativa in caso di irregolarità formali &amp;nbsp;ed a quella penale in caso di reati, come accordi collusivi fra &#039;cupole&#039; di professori. Evitare irregolarità formali è però relativamente facile (la tipologia delle irregolarità è ben nota agli &#039;esperti&#039;), mentre provare accordi collusivi richiede indagini complesse (intercettazioni etc.) e le pene sono basse e quindi cadono in prescrizione presto. D’altra parte la magistratura non può per evidenti ragioni entrare nel merito della valutazione scientifica: come fa un giudice a decidere se un lavoro è valido o no?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Quindi, come se ne esce? La soluzione è creare meccanismi che incentivino i professori del dipartimento a comportarsi ‘bene’ – cioè a scegliere i migliori. Negli Stati Uniti, i comportamenti virtuosi sono ispirati dal desiderio di mantenere o accrescere la reputazione del proprio dipartimento, istillata sin dalla scuola di PhD e rafforzata da meccanismi istituzionali &amp;nbsp;(in particolare il divieto informale ma rispettato di assumere&amp;nbsp; dottorati nell’università stessa) e dalla necessità di attrarre fondi di ricerca e donazioni dagli ex-alunni. Nel Regno Unito i comportamenti virtuosi, già presenti per il meccanismo reputazionale (pensate a Oxford o Cambridge) sono stati fortemente incentivati dall’istituzione del RAE (ora REF). In pratica i fondi pubblici, che rappresentano una parte consistente del totale delle risorse, sono distribuiti sulla base di una valutazione periodica della qualità della ricerca, con enormi differenze fra le università migliori e le altre. Ci sono voluti parecchi anni, ma ora il sistema funziona. Un sistema analogo è stato adottato in Italia da qualche anno, con la VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca), gestita dall’ANVUR, un’agenzia ministeriale indipendente. Ciascun professore deve presentare due prodotti di ricerca ogni cinque anni e la valutazione complessiva del dipartimento e dell’università influisce sul finanziamento statale. Nelle due tornate precedtenti (lavori 2004-2009 e 2010-14) sono emersi&amp;nbsp; vari difetti tecnici, i requisiti per avere il voto massimo sono troppo facili da raggiungere (almeno nei settori che conosco) e la quota cosidetta premiale è ancora modesta, troppo modesta, ma nel complesso il sistema ha funzionato. Si nota un lento miglioramento, ma mio parere, ci vorranno almeno ancora tre-quattro tornate di VQR (15-20 anni) per modificare permanentemente i comportamenti della maggioranza dei professori.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;E quindi, veniamo a Conte e Giarrusso. In primo luogo, bisogna spiegare i meccanismi di reclutamento, partendo dalla distinzione fra tre casi di reclutamento, &amp;nbsp;la scelta di un professore all’inizio della carriera, la promozione di un professore già in servizio nel dipartimento e l’assunzione di un professore esperto da altra università. Senza entrare in dettagli tecnici, il sistema attuale, creato dalla legge Gelmini del 2010, prevede due livelli decisionali, uno nazionale e uno&amp;nbsp; locale. A livello nazionale, gli aspiranti professori sono valutati da commissioni sorteggiate fra i professori ordinari migliori (Abilitazione Scientifica Nazionale o ASN).&amp;nbsp; L’abilitazione è condizione necessaria per entrare nel ruolo permanente come professore di seconda fascia (associato) o di prima (ordinario). A livello locale, i dipartimenti possono aprire concorsi per contratti triennali da ricercatori a tempo determinato (a loro volta distinti fra&amp;nbsp; tipo RTD-A o B) o per posti di professore. I posti di ricercatore tipo A dovrebbero essere aperti ai ‘giovani’ che hanno conseguito il&amp;nbsp; il dottorato, anche se poi in pratica finora gran parte dei posti sono stati vinti da studiosi più anziani che sono rimasti nell&#039;università con borse contratti etc. (collettivamente noti come &#039;precari&#039;).In genere&amp;nbsp; hanno curricula più ricchi dei giovani dottori, anche se in parecchi casi si tratta di studiosi mediocri (quelli veramente bravi essendo già fuggiti all&#039;estero) e/o sfibrati da anni di attesa). La scelta dei ricercatori privilegia i candidati locali, cioè gli allievi dei professori in servizio. Anzi, un tempo molto spesso si partiva dal nome del candidato per &amp;nbsp;creare un posto. Questa pratica è ora lievemente meno frequente perchè il calo delle risorse ha diminuito il numero di assunzioni e quindi ha aumentato il peso delle esigenze didattiche nelle scelte. In teoria i contratti RTD-A dovrebbero essere trasformati in contratti di tipo B dopo tre anni, se il ricercatore ha lavorato bene. Inoltre il dipartimento può bandire direttamente concorsi di tipo B, per studiosi più maturi. Anche i contratti di tipo B durano tre anni, ed alla fine il ricercatore ha diritto alla stabilizzazione da associato se ha conseguito l’abilitazione, anche se il dipartimento può rifiutarla. E’ la versione italiana del sistema americano: i professori sono assunti dopo la fine del PhD, e dopo sei anni hanno il diritto di chiedere la stabilizzazione (tenure). In alternativa, in Italia, un &amp;nbsp;dipartimento può bandire direttamente posti di associato o ordinario, con concorsi riservati agli abilitati interni (articolo 24), aperti a tutti gli abilitati ed ai professori di fascia equivalente italiani ed esteri (articolo 18). In quest’ultimo caso, i concorsi possono escludere gli abilitati interni (‘concorsi per esterni’). Le università sono obbligate ad assumere almeno il 20% dall’esterno. Il dipartimento nomina una commissione, possibilmente con almeno un commissario locale, che riporta le opinioni del dipartimento. Queste ultime possono comprendere una forte preferenza per un nome (‘concorsi chiusi’), una generica indicazione di una preferenza per un tipo di specialista o nessuna preferenza (‘concorsi aperti’).&amp;nbsp; Tale preferenza può essere anche indicata specificando un profilo scientifico nel bando (nel caso di cui sopra un microeconomista specializzato in economia sperimentale), in modo tale da attrarre il tipo di specialista necessario. Sta poi alla commissione scegliere fra i candidati quello che ritiene il migliore o il più adatto. In moltissimi casi, i consorsi ‘chiusi’, surprise surprise, si concludono con la vittoria del candidato locale. La mia impressione è che il numero di concorsi ‘aperti’ stia aumentando. Negli ultimi anni i pensionamenti massicci in un contesto di risorse scarse hanno indebolito il potere baronale ed hanno reso più urgente il reclutamento di nuovi professori.&amp;nbsp; Alla conclusione dei lavori, il dipartimento può approvare l&#039;esito, assumendo il vincitore, ma può anche decidere di non &#039;chiamarlo&#039;. In tal caso però è penalizzato - non può ribandire il concorso per due anni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;Questa lunga spiegazione per inquadrare il caso Conte. Si trattava di un concorso a prima fascia articolo 18 per esterni. Quindi Conte poteva partecipare in quanto professore ordinario a Firenze, come poteva partecipare qualsiasi altro collega italiano, o straniero, purchè di rango equivalente all’ordinario, o anche qualsiasi studioso abilitato ma non ancora ordinario. Ripeto che Conte doveva assolutamente ritirarsi, anche se avesse avuto il diritto di continuare, per ragioni di opportunità. Pare lo abbia fatto, ed il concorso può continuare con gli altri candidati. Non ho la minima idea se Conte sia bravo o bravissimo o se &amp;nbsp;lo abbiano scelto per le pressioni del suo maestro Alpe, ora andato in pensione, ma la scelta di creare un posto per lui non mi scandalizza particolarmente.&amp;nbsp; E&#039; una decisione del dipartimento, che se ne prende le responsabilità indirettamente (scegliendo una commissione a lui favorevole) e direttamente (eventualmente chiamandolo dopo la vittoria). Se il prescelto si rivela un incapace, ed il sistema di valutazione funziona, nel lungo periodo il dipartimento viene penalizzato. Alla fine impara la lezione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Credo che a questo punto sia evidente perchè un commissario per i concorsi non serve a niente. Eventuali irregolarità formali o reati sono competenza dei TAR e della magistratura ordinaria. D’altra parte l’eventuale Ombusdman (per citare Fioramonti) non ha, a legislazione attuale, i poteri per intervenire nel merito. Al massimo potrebbe fare un esposto alla magistratura, dato che solo un candidato bocciato può far ricorso al TAR. Ed anche se una nuova legge gli desse ulteriori poteri, non capisco come potrebbe funzionare il sistema. L’ Ombusdman dovrebbe istituire una commissione alternativa, che dovrebbe &amp;nbsp;rivedere tutti i titoli ed esprimersi di nuovo. La già menzionata difficoltà a scegliere i commissari sarenne un problema tutto sommato minore. Pensate infatti a cosa potrebbe succedere: la commissione fa vincere X ed un candidato perdente Y fa ricorso, non sulla base di irregolarità formali ma sostenendo di essere più bravo. Giarrusso (o chi per lui) riceve la segnalazione: come fa a decidere se il ricorso è fondato, senza chiedere ad uno o più esperti? Quindi dovrebbe istitituire una commissione per decidere se istituire una commissione per rifare il concorso. Oppure decide a priori che tutti i ricorsi sono validi e fa rifare sempre il concorso. In ambdue i casi, se il concorse venisse rifatto e vincesse Y, chi potrebbe impedire a X (o a Z) di fare un nuovo ricorso? Se applicato rigidamente, il principio provocherebbe il blocco istantaneo del reclutamento. Prevedo (spero!) che, come molti altri provvedimenti di questo governo, finirà per essere uno spot propagandistico che distrae dai problemi seri. &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;I processi di reclutamento dell’università italiana sono tradizionalmente opachi e clientelari. Per decenni hanno vinto quasi sempre gli insiders. Il risultato è la prevalenza dei mediocri, con punte di eccellenza (spesso uno bravo alleva e promuove giovani di valore) e abissi di clientelismo (amanti, figli etc.). Gli outsiders sono rimasti fuori o se ne sono andati. La situazione, ripeto, sta lentamente migliorando, ma è un processo lungo e molto fragile. Come possono contribuire i (spero molti) che, all’interno o al di fuori, hanno a cuore le sorti dell’università italiana? Secondo me, vigilando affinchè la valutazione sia corretta, rigorosa e soprattutto abbia conseguenze incisive sul finanziamento. Non è affatto scontato: una parte consistente, forse maggioritaria dei professori è contraria per motivi ideologici (la valutazione produce nel lungo periodo una segmentazione delle università) o pratici (a nessuno piace essere valutato). Purtroppo, ma non inaspettatamente, le valutazioni finora effettuate premiano fortemente le università del Centro-Nord ed in particolare Padova e Bologna (per chi è interessato, Pisa è andata malissimo). Questo crea un problema aggiuntivo grave, perchè introduce un fattore politico a cui temo i Cinque Stelle siano molto sensibili. La prossima valutazione della ricerca è prevista per il 2020, sulle pubblicazioni 2015-2019. Vedremo cosa succede.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Riassumendo&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;i) le ‘gabole’ per usare un’espressione di un commentatore su FB, sono inevitabili data la natura della ricerca scientifica e della struttura universitaria&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;ii) bisogna introdurre meccanismi tali da incentivare ‘gabole’ positive, rompendo tradizioni lunghissime&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;iii) è stato fatto qualcosa ma bisogna continuare e rendere l’azione più incisiva&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel frattempo, è certo che i proclami mediatici non servono a nulla. &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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 <pubDate>Sat, 08 Sep 2018 11:48:22 +0000</pubDate>
 <dc:creator>GiovanniFederico</dc:creator>
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    <title>Il governo rosso-brunato. V</title>
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      &lt;div class=&quot;field-label&quot;&gt;Sommario:&amp;nbsp;&lt;/div&gt;
    &lt;div class=&quot;field-items&quot;&gt;
            &lt;div class=&quot;field-item odd&quot;&gt;
                    &lt;p&gt;Da dove spunta il populismo politico attuale, secondo cui &quot;uno vale uno&quot;, &quot;i tecnocrati son la causa della crisi&quot;, &quot;per governare bene basta essere onesti&quot;, e così via? L&#039;hanno davvero inventato Grillo e Salvini? È davvero la grande novità che sembra essere?&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
        &lt;/div&gt;
        &lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;Continuo l&#039;&lt;a href=&quot;http://www.treccani.it/enciclopedia/apodissi/&quot;&gt;apodissi&lt;/a&gt;&amp;nbsp;(grazie ad un anonimo lettore per la correzione) delle quattro colonne ideologiche dell&#039;alleanza rosso-brunata. Dopo il moralismo cattolico veniamo al populismo politico (pp).&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&#039;argomento è stato ampiamente studiato nella scienza politica e le definizioni/teorie son fin troppe. Per parte mia &lt;a href=&quot;https://www.google.it/imgres?imgurl=http://t1.gstatic.com/images?q%3Dtbn:ANd9GcTGy9zJjUylEgcj_iHahktook1I4z271gS_nVAfizXiUi9o5_-5&amp;amp;imgrefurl=https://books.google.com/books/about/Liberalism_Against_Populism.html?id%3DUx-IQgAACAAJ%26source%3Dkp_cover&amp;amp;h=646&amp;amp;w=439&amp;amp;tbnid=tWWqy0i6PMpq3M:&amp;amp;q=populism+against+liberalism&amp;amp;tbnh=160&amp;amp;tbnw=108&amp;amp;usg=AFrqEzfO1Ods2uec1lAx2y1CiXfbgs1MVQ&amp;amp;vet=12ahUKEwiE0YzF65rdAhWkzYUKHYDhAyUQ_B0wDHoECAcQFA..i&amp;amp;docid=jDwBtdOIKhp1GM&amp;amp;itg=1&amp;amp;sa=X&amp;amp;ved=2ahUKEwiE0YzF65rdAhWkzYUKHYDhAyUQ_B0wDHoECAcQFA&quot;&gt;questo libro&lt;/a&gt;, d&#039;un vecchio maestro, m&#039;ha insegnato molto; a chi volesse approfondire il tema suggerisco di leggerlo. Altre indicazioni non aggiungo. Osservo, però, che, in questo caso, Gramsci non è molto utile e che la sua nota teoria - secondo cui il populismo è sempre un &quot;trucco&quot; della destra che, per imbrigliare le masse popolari, prende a prestito la retorica e non la sostanza di temi come lavoro, uguaglianza, tasse, servizi sociali - non sembra reggere all&#039;esame dei fatti storici. Questo populismo è sia rosso che brunato per davvero, ed è una sintesi inevitabile dell&#039;intera storia nazionale, compresa quella dellla sinistra.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Due sono gli elementi che accomunano gli elettorati di Lega e M5S nella loro visione politica populista.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;(i) La democrazia consiste nell&#039;attuazione della volontà del popolo o, meglio, della sua maggioranza, contro i suoi nemici. Quando la maggioranza del popolo &quot;esprime&quot; una preferenza essa va realizzata e gli oppositori ridotti al silenzio o ignorati. La democrazia compiuta tende alla democrazia diretta, ovvero ad una relazione non mediata fra popolo ed esecutivo. Il potere esecutivo ha un rapporto diretto con il popolo la cui &quot;volontà&quot; esiste e va interpretata/realizzata. Il potere legislativo è secondario e svolge puramente una funzione di ratifica o di camera di risonanza. La volontà del popolo si esprime con il voto che &quot;elegge&quot; un leader, un capo dell&#039;esecutivo. Ma si esprime anche fra un&#039;elezione e l&#039;altra, nelle piazze, nei sondaggi, nei social network, nel consenso espresso dai media verso le azioni dell&#039;esecutivo. I governanti mantengono un rapporto continuo, non mediato da corpi intermedi, con il popolo che essi rappresentano. Se questo vi ricorda l&#039;uso che i vari Di Maio, Erdogan, Grillo, Salvini e Trump fanno delle piazze, delle televizioni e dei social network avete colto il punto. La democrazia, nella versione populista, consiste esattamente in questa relazione &quot;organica&quot; fra il &quot;popolo&quot; ed il suo &quot;capo&quot; (o capitano) che guida il popolo nella continua battaglia contro il nemico. La politica democratica è questa cosa qui. &lt;a href=&quot;https://www.press.uchicago.edu/ucp/books/book/chicago/C/bo5458073.html&quot;&gt;Schmitt on the web&lt;/a&gt;? Più o meno.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;(ii) Il cosidetto liberalismo politico (da non confondersi con il titolo di un&amp;nbsp;&lt;a href=&quot;https://it.wikipedia.org/wiki/Liberalismo_politico&quot;&gt;libro di John Rawls&lt;/a&gt;&amp;nbsp;in cui presenta la sua visione della liberal-democrazia) è una cosa piuttosto controversa da descrivere, quindi non ci provo. Ai fini di questo articolo esso consisterà in alcune affermazioni: (a) le costituizioni definiscono gli spazi in cui, e le regole con cui, si esercita il potere politico (esecutivo, legislativo e giudiziario) e sono il fondamento dello stato di diritto; (b) lo stato di diritto (insieme delle leggi in essere) ha precedenza sulla volontà politica della maggioranza a meno che questa non modifichi, secondo le procedure in (a), le leggi in essere; (c) vi sono ambiti in cui la maggioranza (via esecutivo-legislativo-giudiziario) non può agire a proprio piacere e diritti che non può eliminare, essi servono a proteggere le minoranze; (d) il rapporto fra elettori ed eletti ed il processo decisionale che parte dall&#039;elettorato e si conclude con atti legislativi e di governo è mediato da corpi intermedi con funzione rappresentativa e le regole di funzionamento dei quali preservano diritti inalienabili delle minoranze. Il populismo politico nega, totalmente o parzialmente, questi quattro principi (oltre a molti altri che qui non entrano in gioco).&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un aneddoto, che spero renda l&#039;idea. Circa cinque anni fa, in un dibattito pubblico con un esponente politico piuttosto noto (ora caduto in disgrazia) della destra italiana, questi mi disse che se una regola costituzionale non è condivisa dalla maggioranza politica la si DEVE ignorare perché essa costituisce un ostacolo alla realizzazione DEMOCRATICA della volontà del popolo. Il mio tentativo di spiegare che questo metodo poco aveva a che fare con la liberal-democrazia venne accolto più con incredulità che con irritazione. Il signore non riusciva bene a comprendere cosa intendessi e mi rispose che ero &quot;anti-democratico&quot; ed &quot;elitario&quot;.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quanto contenuto in (i) e (ii) sopra costituisce oggi il punto di vista che accomuna quel 60% o più dell&#039;elettorato italiano che appoggia questo governo. Infatti, non credo di esagerare nel dire che tali principi sono condivisi anche da una grande percentuale di quegli elettori che hanno votato il 4 marzo per altri partiti. La mia impressione è che questa sia la visione della democrazia che 3/4 dei cittadini italiani hanno. E questo è, evidentemente, un probema.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da dove viene? Per una volta la risposta mi sembra abbastanza semplice: questa visione della democrazia accomuna le tre grandi correnti ideologiche che dominano da un secolo e più la politica italiana: quella social-comunista, quella fascista e quella cattolica. Ho detto un secolo e non due o tre per la semplice ragione che, sino agli anni successivi la prima guerra mondiale, la grande maggioranza dei cittadini italiani era rimasta esclusa dai processi politici e quelle tre grandi correnti ideologiche non avevano potuto esprimersi compiutamente. La visione populista della politica era comunque dominante anche prima del 1918: Garibaldi e Mazzini, per menzionare i due più noti &quot;eroi&quot; risorgimentali, erano politcamente dei populisti come si può evincere dai loro (confusi) scritti (che potete trovare in rete).&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non sto dicendo nulla che non sia ampiamente noto a chi si occupa del tema. In questo panorama plurisecolare vale la pena notare come la Costituzione repubblicana rappresenti una discontinuità ed un tentativo (di successo per alcuni decenni ma oggi apparentemente fallito) di introdurre elementi non populisti nel sistema politico italiano. Mi piacerebbe avere il tempo di esaminare quali straordinari meccanismi di selezione avessero prodotto, in quell&#039;unica istanza nei 160 di storia unitaria, una elite politica così diversa dalle precedenti e dalle seguenti; ma non ce l&#039;ho.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&#039;insegnamento dei fatti storici è, comunque, che questi elementi anti-populisti (esito a definirli propriamente liberal-democratici, anche se quella era la direzione presa) non divennero, nei decenni in cui la prima repubblica funzionò propriamente, patrimonio culturale della maggioranza degli italiani. Anche le ragioni di questo fallimento sono abbastanza ben comprese. Mentre a livello alto o ufficiale il confronto politico avveniva lungo linee fondamentalmente non populiste, nella realtà quotidiana delle città, delle scuole e dei luoghi di lavoro, il personale politico intermedio, gli intellettuali e spesso anche alcuni dei leader nazionali, predicavano il proprio particolare tipo di populismo politico. Per quasi trent&#039;anni questi populismi rimasero &quot;sopiti&quot; nell&#039;azione parlamentare e di governo, il fascista in particolare, ma continuarono ad operare nella propaganda e nel dibattito di massa. Non vennero sostituiti da nulla di diverso perché le elite italiane si riconoscevano nell&#039;una o nell&#039;altra forma di populismo, occultandolo quando conveniente ma diffondendolo quando possibile. Pensate al cinema, alla letteratura, alla stampa (popolare e non) e alle modalità con cui si chiamavano i propri seguaci alla lotta politica. Pensate alla continua descrizione, comune alle tre parti, dell&#039;avversario come il male, l&#039;oppressore (al potere o potenziale), il nemico da sconfiggere, e così via ... durante tutti gli anni che vanno dal 1948 al periodo del Compromesso Storico: c&#039;e&#039; una storia socio-culturale da riscrivere qui, ma non lo so fare.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La crisi della prima repubblica, che iniziò con i conflitti post 1969 e durò due decenni, offrì ai populismi &quot;sopiti&quot; l&#039;occasione per uscire allo scoperto e confrontarsi nelle piazze, nei luoghi di lavoro e nelle università. Finalmente, a partire dall&#039;inizio degli anni &#039;90, i temi cari ai tre populismi cominciarono a trovare accoglienza nei media &quot;ufficiali&quot; e nelle televisioni, quelle berlusconiane in particolare. Anche qui sto raccontando l&#039;ovvio ma è un ovvio su cui è bene focalizzarsi. Il linguaggio politico, le nozioni di democrazia, popolo e rappresentatività che informano oggi Lega e M5S (ed infatti anche LeU, buona parte del PD ed ovviamente Fd&#039;I e FI) sono la filiazione diretta, nell&#039;era dei social e della rete, dell&#039;assemblearismo di sinistra e di destra degli anni &#039;70 e delle grandi adunate di Comunione e Liberazione. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A questa osservazione molti lettori reagiranno dicendo: aspetta un attimo, dal 1969 sino all&#039;inizio degli anni &#039;80 erano i temi del populismo comunistoide a dominare il dibattito pubblico, gli altri due populismi erano praticamente invisibili. Questo è senz&#039;altro vero ma è un&#039;analisi parziale che fa attenzione solo a ciò di cui i media parlavano e non a ciò che accadeva. Perché, mentre è vero che l&#039;assemblearismo pubblico - con il suo messaggio di democrazia diretta, di egualitarismo tanto di fantasia quanto imposto, di relazione mistica fra popolo e leader, eccetera - era senz&#039;altro dominato dai marxisti, esso in realtà non coinvogeva la maggioranza della popolazione, nonostante le fantasie del mondo intellettuale e giornalistico che veniva in quegli anni totalmente occupato dal populismo marxista. Sotto di esso e nelle sue pieghe continuavano a vivere e prosperare il populismo politico cattolico (di cui CL fu l&#039;esempio più eclatante ma non unico) e quello fascista. Infatti. se dobbiamo giudicare dai risultati elettorali, furono queste due configurazioni ideologiche a definire la visione del mondo della maggioranza silenziosa, che era invisibile ma maggioranza. Il populismo fascista, in particolare, si vide pochissimo in piazza e rimase &quot;sotto radar&quot; ma esso venne trasmesso dai programmi scolastici (dove l&#039;educazione civica, ovvero l&#039;insegnamento di come funziona un sistema costituzionale liberal-democratico, era uno scherzo imbarazzante) e dalla conversazione &quot;popolare&quot; dove la richiesta dell&#039;uomo forte che parla al popolo e risolve i problemi non è mai scomparsa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sto di nuovo ripetendo cose note ma ufficialmente dimenticate: nel discorso pubblico italiano il modello dominante di democrazia è stato sempre quello populista, in una delle tre accezioni menzionate. Se rileggete le definizioni contenute in (i) e (ii) sopra vi rendete conto che esse sono consistenti con programmi economico-sociali fascisti, comunisti o cattolici. La metodologia politica e la concezione di cosa sia la &quot;democrazia&quot; non cambia, è invariante rispetto al resto del messaggio. Per l&#039;analisi che sto svolgendo è questo che conta e spiega perché questa particolare colonna culturale del rosso-brunaismo abbia una &quot;apodissi storica&quot; relativamente semplice: è il prodotto della storia italiana e delle ideologie che le elite politiche ed intellettuali hanno insegnato alla popolazione da quanto l&#039;Italia esiste come stato unitario. Questo ovviamente apre il capitolo della responsabilità storica di tali elite, ma questo lasciamolo per un altro capitolo.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il fatto storico è evidente: il pp è il prodotto storico della cultura politica italiana e definisce la concezione della democrazia condivisa dalla stragrande maggioranza dei cittadini. Ad esso hanno contribuito tutte e tre le grandi famiglie ideologiche ed esso costituisce l&#039;ossatura della loro azione politica, la quale continua ad essere metodologicamente populista. Se una di esse, quella fascista, oggi lo rivendica con orgoglio, le altre due (quella di sinistra in particolare) cercano inutilmente di negarne la paternità a mezzo di scandalizzate dichiarazioni dei loro dirigenti politici e del loro ceto intellettuale, quello giornalistico in particolare - pensate alle recenti ed ipocrite grida d&#039;allarme che arrivano da Repubblica, Corriere della Sera, Espresso ed anche Avvenire.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questa particolare forma di &lt;a href=&quot;http://www.treccani.it/enciclopedia/denegazione/&quot;&gt;denegazione&lt;/a&gt;, che impedisce di affrontare e superare le proprie contraddizioni attraverso una vera catarsi liberatoria (politica e di classe dirigente, in questo caso,&amp;nbsp;non emozionale) è un problema serio assai per chiunque si chieda come possa crearsi un&#039;alternativa credibile e duratura all&#039;ideologia rosso-brunata oggi dominante.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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 <pubDate>Tue, 04 Sep 2018 19:08:12 +0000</pubDate>
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