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	<description>Una casa a Wisteria Lane, tre hobbit, un lavoro e un marito part time</description>
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		<title>L&#8217;ultima sera</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Oct 2026 17:56:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Quanto tempo si può stare seduti dentro un caffè parigino prima che qualcuno venga a chiederti se hai una casa dove tornare? Un’ora? Due? Un giorno intero? Pensavo che avrei avuto bisogno dell’altrui prossimità per stare a galla, in questa settimana solitaria. E invece no. Mi sono accomodata dentro e fuori casa. Ho occupato spazi&#8230; <a href="https://nonsolomamma.com/2026/10/02/lultima-sera/" class="more-link">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">L&#8217;ultima sera</span></a>]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Quanto tempo si può stare seduti dentro un caffè parigino prima che qualcuno venga a chiederti se hai una casa dove tornare? Un’ora? Due? Un giorno intero? Pensavo che avrei avuto bisogno dell’altrui prossimità per stare a galla, in questa settimana solitaria. E invece no. Mi sono accomodata dentro e fuori casa. Ho occupato spazi facendoli miei. Mi sono espansa in più direzioni.<br>Mi sono avvicinata a un pezzo di famiglia di cui avevo soggezione. Non credo particolarmente nei legami di sangue eppure in queste serate parigine mi sono ritrovata sdraiata su un tappeto a giocare a biglie con una bambina che ha la stessa faccia di mia nonna nelle fotografie degli anni &#8217;20 del 1900. Sono affondata in un divano senza scarpe, ho apparecchiato una tavola aprendo cassetti estranei, ho parlato di libri belli, di sogni e di scuola, di cose sceme e di cose meno sceme. Mi sono arrampicata su un albero genealogico che conosco pochissimo e ho aggiunto nomi e luoghi ai rami. Non ho avuto desiderio né necessità di dimostrare nulla. Mi sono limitata a essere ed era abbastanza. Forse, mentre la mia mamma si perde, essere qui è un altro modo per tenerla stretta, per riconoscerla altrove.<br>I parigini dicono «Pardon» o «Excusez-moi» con una frequenza cortese e solerte, spesso quando non serve. Ti passo davanti, «Pardon!», ti incrocio «Pardon!», ti guardo «Pardon!». A me diverte, mi sembra una forma di cura per l’altro, un modo garbato per dire: «Mi sono accorto che esisti e che hai intorno uno spazio vitale teoricamente invalicabile ma io me ne frego e tu perdonami.»<br>Stamattina sono stata all’Orangerie, a vedere Monet e le sue ninfee, e al Museo di Rodin per scoprire che il suo segretario è stato il poeta Rainer Maria Rilke. Attraversare l’arte da soli è un’esperienza commovente, ai confini del misticismo.<br>Mentre camminavo lungo la Senna ho realizzato che avevo già smesso di stupirmi. Dopo una manciata di giorni il cuore aveva smesso di battere forte per tutta quella bellezza. L’incanto è un ingrediente altamente deperibile, più del latte e delle uova. La capacità di adattamento è il nostro super potere ma corrompe lo sguardo.<br>Ho promesso a me stessa di contrastare la forza dell’abitudine. Mi sono impegnata a dire «wow» ogni giorno, almeno una volta, sempre. Anche a Milano, dove i fuochi sono più piccoli.<br>Questa è la mia ultima sera a Parigi.<br>Sono felice di essere riuscita a stare bene, di non essermi accartocciata in un angolo, di essermi stata simpatica senza il circo che mi accompagna.<br>Niente è risolto di quello che ho lasciato a Milano. Alcune cose purtroppo sono irrisolvibili. Su altre ci stiamo lavorando: nuovi assetti, nuovi equilibri, nuove prossimità e distanze. La terza fase della vita, individuale e di coppia, richiede parecchie risorse e una certa dose di creatività.<br>La distanza non scioglie i nodi ma può curare un po’. La distanza fa respirare meglio.<br>Da sola sono diventata più alta. Oggi ho meno paura di sabato scorso.<br>C’è solo un problema: viaggiare da sola crea dipendenza. Affronterò anche questo. Una cosa per volta.</p>
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		<title>Il suo regalo</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 13:34:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non c’è la lavatrice, pensavo stamattina mentre stipavo con troppi, inutili vestiti una valigia che non li avrebbe mai contenuti tutti. Non c’è la lavatrice e devo portare sette di tutto: sette paia di mutande, sette paia di calze, sette magliette, pantaloni, pigiami, camicie, scarpe e soprattutto pantofole. Perché non è casa senza pantofole. E&#8230; <a href="https://nonsolomamma.com/2026/10/01/il-suo-regalo/" class="more-link">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">Il suo regalo</span></a>]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Non c’è la lavatrice, pensavo stamattina mentre stipavo con troppi, inutili vestiti una valigia che non li avrebbe mai contenuti tutti. Non c’è la lavatrice e devo portare sette di tutto: sette paia di mutande, sette paia di calze, sette magliette, pantaloni, pigiami, camicie, scarpe e soprattutto pantofole. Perché non è casa senza pantofole. E se fa freddo? Una felpa e un maglione basteranno? E poi computer, libri, tablet per fare la rassegna stampa, fogli per prendere appunti, agenda, tre penne, un quaderno, guide, documenti.<br>Qualcuno mi ha scritto: «Questo è un regalo della tua mamma».<br>Un monolocale in multiproprietà a Parigi, la settimana a cavallo tra settembre e ottobre. Da quando ce l’ha? Vent’anni? Trenta? Non so. So solo che non ne ha mai mancato uno. Spesso portava con sé un’amica, una cugina. E io? Perché non sono mai andata con lei? Non mi invitava? Più probabilmente non potevo: i bambini piccoli, il lavoro alla radio, la mancanza di consuetudine con lei. Lei, che adesso non lo sa neppure che mi sta facendo questo regalo.<br>E stamane, mentre mi concentravo sul numero sette e sull’assenza della lavatrice, ho pensato che forse io questo regalo non lo volevo. Non quest’anno, non così. Perché quest’anno molte cose sono difficili per me. Una mamma che si perde è solo una di questa, a pari merito con altre. Io quest’anno non ho spalle abbastanza larghe per questo regalo. Ho troppi interrogativi aperti, ho troppe tristezze, ho anche una infiammazione allo psoas, che è chiamato anche muscolo dell’anima. E mica sarà un caso che a me, in quest’anno tanto arduo, mi faccia così male il muscolo dell’anima, no?<br>«Non sto facendo una gigantesca idiozia?» ho domandato a Mister I, lo stomaco chiuso, un progressivo rimpicciolimento in atto. «Puoi sempre tornare indietro prima se non ci stai bene», ha detto lui che, soffrendo di razionalità esasperata, spesso non distingue le risposte giuste da quelle sbagliate. Perché questa settimana solitaria per me è una presa di distanza, la prova che mi posso bastare.<br>Alla fine sono riuscita a chiudere la valigia, ad andare in aeroporto, a imbarcarmi sull’aereo senza scompormi e, una volta atterrata, a raggiungere la mia destinazione con il treno, senza fare nessun errore.<br>La mia mamma non è mai stata una sprovveduta. Il monolocale al quarto piano è nel Quartiere Latino, tra la Sorbona e Notre-Dame, in una strada pedonale dove di giorno giocano i bambini e di notte c’è silenzio. È piccolo e anonimo: un letto matrimoniale e un letto singolo che occupano buona parte della superficie calpestabile, una minuscola cucina a vista, un tavolo con tre sedie, un bagno. Quando sono entrata mi è venuta la malinconia.<br>Non sto sola da una vita. Non sono più capace. Mi manca tutto: i miei figli, la mia mamma e il suo stupore, mio marito e i suoi garbugli, i miei pieni, la lavatrice. In questo vuoto non saprò abitare. In questa solitudine annegherò entro sera.<br>Poi sono uscita. E mi sono lasciata portare da me stessa, girando l’angolo ogni volta che mi pareva ne valesse la pena. Il libero arbitrio può dare le vertigini. La Senna, Notre-Dame, una fila di camionette della polizia tutte per il Papa in visita, librerie, una panchina in una piazza, una galette sincretica con guacamole e feta, un giro al supermercato, un’ultima passeggiata tra i ristoranti, la paura di trovarmi di nuovo sola a casa.<br>Al quarto piano c’è una luce calda e due finestre sul palazzo di fronte. Ho sistemato le mie cose nell’armadio. Casa è dove hai svuotato la valigia.</p>
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		<title>Salvarsi o annegare</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Sep 2026 17:55:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Provo a fare la simpatica. A fingermi sana. A volte riesco, altre meno. Ho avuto giorni cupi, mattinate derelitte, serate interrogative, notti infestate dagli alieni. Cammino su un terreno accidentato e insidioso. A volte incontro una buca, ci casco dentro e mi faccio male. Su più fronti vacillo. Ho un&#8217;anca dolorante e devo capire perché.&#8230; <a href="https://nonsolomamma.com/2026/09/23/salvarsi-o-annegare/" class="more-link">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">Salvarsi o annegare</span></a>]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Provo a fare la simpatica. A fingermi sana. A volte riesco, altre meno. Ho avuto giorni cupi, mattinate derelitte, serate interrogative, notti infestate dagli alieni. Cammino su un terreno accidentato e insidioso. A volte incontro una buca, ci casco dentro e mi faccio male. Su più fronti vacillo. Ho un&#8217;anca dolorante e devo capire perché. Abito in una storia di cui non sono autrice. Dentro ci trovo dialoghi surreali, nevrosi, spaesamento, confusione, interrogativi, un desiderio di fuga non mio. <br>Una volta, tanto tempo fa, un&#8217;amica, travolta da una serie di vicende sfortunate, disse: «Il mio problema è che non sono capace di essere infelice». Mi colpì. Adesso la capisco. Si può essere derelitte con grazia? <br>Quello che mi salva è l&#8217;imperativo &#8220;hop hop!&#8221; con cui mi ha cresciuta mia madre, la stessa che oggi non so bene dove sia finita.<br>Quello che mi salva è un istinto resistente, un desiderio ottuso di felicità, un semino tenace che attecchisce ovunque si posi.<br>Ho chiamato a raccolta le amiche, mi sono quasi iscritta a un corso di salsa con il grande, ho fatto l&#8217;abbonamento a teatro con il medio, rido con Sneddu. E poi, poi c&#8217;è un monolocale al quarto piano in un palazzo dietro la Sorbona a Parigi. Non l&#8217;ho mai visto. Per una settimana all&#8217;anno è di mia madre, da moltissimi anni. È la prima volta che lei mancherà all&#8217;appuntamento. Ho chiesto ai maschi della famiglia, uno a uno: «Andiamo?». Ma tutti hanno cose da fare. L&#8217;idea di lasciare vuoto un monolocale nel Quartiere Latino mi è insopportabile. Così ci andrò da sola. Partirò sabato. Un po&#8217; lavorerò, sperimentando il nomadismo digitale, un po&#8217; mi perderò. Forse affonderò nella Senna, forse capirò delle cose che adesso non so. Forse starò bene. Del resto stare male a Parigi credo sia illegale. Di certo mangerò tanti pain au chocolat. </p>
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		<title>se non piove</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Sep 2026 16:10:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Domenica è il giorno della prima colazione in uno dei nostri posti del cuore. Ne abbiamo tre o quattro. A volte sperimentiamo locali nuovi ma siamo molto esigenti e un po&#8217; conservatrici. Così, alla fine, non cambiamo mai. Fino a qualche mese fa era lei a decidere dove andare e cosa prendere («Voglio la tarte&#8230; <a href="https://nonsolomamma.com/2026/09/06/se-non-piove/" class="more-link">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">se non piove</span></a>]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Domenica è il giorno della prima colazione in uno dei nostri posti del cuore. Ne abbiamo tre o quattro. A volte sperimentiamo locali nuovi ma siamo molto esigenti e un po&#8217; conservatrici. Così, alla fine, non cambiamo mai. Fino a qualche mese fa era lei a decidere dove andare e cosa prendere («Voglio la tarte tatin» «Oggi provo il cinnamon roll» «E se scegliessi pane, burro e marmellata?»). Poi scegliere è diventato faticoso. Il libero arbitrio può dare le vertigini. «Fai tu», dice. E io faccio.<br>Oggi la tarte tatin non c&#8217;era. L&#8217;ho sostituita con una torta di mele al rosmarino. Ha sempre amato gli accostamenti arditi (fragole e aceto), i cibi poco ortodossi (litchi, alchechengi, cavoletti di Bruxelles). «Uh! È troppo calda!» «Non è calda, mamma. È appena tiepida» «No, scotta!». Il mio ruolo, mi hanno spiegato, è riportarla alla realtà. Ma devo scegliere con cura le mie battaglie.<br>Non è sempre facile fare conversazione. Non lo è mai stato del resto. Mia madre, in famiglia, non ha mai trovato interlocutori particolarmente interessanti. La sorpresa e l&#8217;incanto arrivano sempre da fuori. L&#8217;ignoto, nella sua visione del mondo, riserva sorprese migliori della prossimità. <br>«Andiamo a fare due passi?» «Volentieri». <br>L&#8217;ho portata dove ci piaceva camminare. «Uh, non ce la faccio» «Ce la fai» «C&#8217;è troppo sole» «Allora cerchiamo una panchina all&#8217;ombra».<br>Abbiamo trovato la panchina e, lì accanto, una quindicina di persone in cerchio. C&#8217;erano, tra gli altri, una donna con un neonato nel marsupio («Ha due settimane»), due sorelle dell&#8217;Ecuador, un signore elegante, un ragazzo vestito da ciclista, un&#8217;anziana che guardava in continuazione l&#8217;orologio («Devo andare: mi inizia la messa»), una ragazza muscolosa in calzoncini, un uomo dall&#8217;aria stropicciata come chi non ha un tetto sulla testa. Facevano ginnastica, chi più chi meno. «Vuoi provare anche tu, mamma?» «Certo!». Ho chiesto se potevamo unirci. L&#8217;istruttore era un tipo segaligno, in tuta verde e maglietta bianca. «Certamente! Accomodatevi.»<br>Lei ha partecipato dalla panchina con un entusiasmo che non le vedevo da mesi.<br>Ho scoperto poi che l&#8217;istruttore è lì ogni mattina, dal lunedì alla domenica, con il freddo e con il caldo. Fa lezioni di ginnastica gratuite, aperte a tutti quelli che vogliono partecipare, in prima linea o in panchina. «Se non piove ci sono». Ha 91 anni.<br></p>
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		<title>Ping’an</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 08:11:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[“Presto! Venite. È uno dei posti più belli che io abbia mai visto”. Siamo a Ping’an, un antico villaggio nella contea di Longsheng, aggrappato alle colline, tra risaie terrazzate che sembrano scaglie di drago. Qui tutto è morbido e il silenzio è rotto solo dal gracidare delle rane, dall’acqua che scorre e dalle cicale giganti&#8230; <a href="https://nonsolomamma.com/2026/08/12/pingan/" class="more-link">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">Ping’an</span></a>]]></description>
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<p class="p1 wp-block-paragraph">“Presto! Venite. È uno dei posti più belli che io abbia mai visto”.</p>



<p class="p1 wp-block-paragraph">Siamo a Ping’an, un antico villaggio nella contea di Longsheng, aggrappato alle colline, tra risaie terrazzate che sembrano scaglie di drago. Qui tutto è morbido e il silenzio è rotto solo dal gracidare delle rane, dall’acqua che scorre e dalle cicale giganti che fanno il verso dei vecchi modem. Il verde è straordinariamente verde. L’azzurro è abbagliante. La popolazione non è han, come la gran parte dei cinesi, ma zhuang e altre minoranze etniche.&nbsp;</p>



<p class="p1 wp-block-paragraph">I maschi mi hanno presa in giro per l’iperbole (“Esagerata!” “Anche la Liguria è terrazzata” “Dici così perché finalmente non ci sono folle oceaniche”). Ma i maschi non sono bravi a esercitare la meraviglia. Peggio per loro.&nbsp;</p>



<p class="p1 wp-block-paragraph">Arrivati alle pendici del villaggio, che è raggiungibile solo inerpicandosi per strade strette e ripide o scale, un uomo anziano e una signora in ciabatte, con grandi cesti in spalla, si sono offerti di portarci su le valigie per qualche yuan.</p>



<p class="p1 wp-block-paragraph">C’è stato un dibattito in famiglia. “Non esiste! Ce le portiamo da soli! Non possiamo sfruttare il lavoro di un anziano” “Ma l’anziano campa con questi soldi che gli diamo”. Alla fine abbiamo raggiunto un compromesso lasciando a loro le borse leggere.</p>



<p class="p1 wp-block-paragraph">Ping’an sono case di legno, il gallo che canta, un sistema di irrigazione&nbsp; vecchio di 700 anni per portare l’acqua al riso, ristoranti affacciati sulla bellezza che servono rane, riso con bambù, larve e pollo al vapore. Sono donne che camminano tra i campi, in equlibrio tra le scaglie di drago e spruzzano cose, forse diserbante. Sono lanterne rosse nella notte, il silenzio di una camminata da sola tra i vicoli all’alba. Sono 190 famiglie, circa 800 abitanti, che di cognome fanno tutti Liao.&nbsp;</p>



<p class="p1 wp-block-paragraph">È la vetta più alta del villaggio, la pace, il sole ancora basso all’orizzonte, io, il vuoto e un signore cinese che arriva, mi si siede accanto&nbsp; e, nel telefonino, guarda reel a volume altissimo, come se fosse normale. Ma normale non esiste. Ed è la cosa più bella di un viaggio.&nbsp;</p>
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		<title>Il re della neve e la fragranza di fiori</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Aug 2026 00:40:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Guardandolo pensi: questo deve essere un Tony. E infatti quello è il suo nome inglese, perché i cinesi che hanno a che fare con gli stranieri si scelgono un nome alternativo, un ponte con l&#8217;altro, da attraversare con agio. In verità Tony si chiama Xuě Wáng, re della neve, insolito per i maschi cinesi, a&#8230; <a href="https://nonsolomamma.com/2026/08/09/il-re-della-neve-e-la-fragranza-di-fiori/" class="more-link">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">Il re della neve e la fragranza di&#160;fiori</span></a>]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Guardandolo pensi: questo deve essere un Tony. E infatti quello è il suo nome inglese, perché i cinesi che hanno a che fare con gli stranieri si scelgono un nome alternativo, un ponte con l&#8217;altro, da attraversare con agio. In verità Tony si chiama Xuě Wáng, re della neve, insolito per i maschi cinesi, a quanto pare. Ma il giorno della sua nascita ci fu una grande nevicata e, dal poco che ho capito di loro, ai cinesi questo genere di connessione piace parecchio. <br>Tony ha 45 anni e ne dimostra 30, ha la prestanza degli sportivi o dei patrimoni genetici fortunati. Fuma molto. È stato la nostra guida nel Sichuan. Ci ha raccontato i panda e gli yak. Ci ha spiegato i colori dei monasteri e gli abiti dei monaci, il buddhismo e il taoismo cinesi, il funzionamento delle scuole. Ha risposto con il sorriso alle nostre centomila domande. Ci ha accompagnati in ospedale quando Sneddu ha avuto lo streptococco. Ci ha fatto da traduttore non solo linguistico, da mentore, da amico. Ha sempre mangiato con noi, accompagnandoci nelle meraviglie e nelle insidie della cucina sichuanese. Ci ha regalato chiavi di lettura preziosissime del mondo. Ci ha fatto fotografie, video, ci ha messo in posa a forza perché «Now, you need a photo». Ci ha raccontato molte barzellette. Suo malgrado ha ceduto anche lui allo sfinimento dei 4.000 metri ma ha faticato ad ammetterlo.<br>Tony ha un bambino e una bambina ma a noi ha parlato sempre e solo del maschio. Ha una moglie di cui non ha fatto parola. Ma poi ha tirato fuori il concetto di MBA, married but available &#8211; sposato ma disponibile e abbiamo intuito cose (È MBA anche tua moglie, Tony?). <br>Ha deciso che doveva far fidanzare il medio, al momento l&#8217;unico single dei tre. E per questo, nella nostra galleria fotografica, abbiamo decine di immagini di un medio imbarazzatissimo accanto a sconosciute, altrettanto a disagio. «Quella ragazza carina con il cappello ha chiesto il tuo contatto WeChat, medio. Ovviamente gliel&#8217;ho dato. Adesso vedi di accettarlo!». <br>I quattro giorni con Tony sono stati un giro di giostra, una finestra preziosa, il privilegio e lo straniamento della prossimità.<br><br>Guardandola pensi: questa deve essere uscita da un fumetto. Il suo nome cinese è Fēifēi che significa fragranza dei fiori e del foliage (boh), quello inglese è Freesia. È la nostra guida a Zhangjiajie, almeno dovrebbe esserlo. In realtà si limita ad accompagnarci in giro, vestita di bianco, un ombrello in mano e un grande cappello in testa, l&#8217;aria stralunata e stramba di una creatura silvestre. Non dà spiegazioni. Alle domande risponde evasiva, come chi è lì per caso. In compenso fa molte domande bizzarre. «Di cosa è fatto il pane tedesco?» «Quanto costa la villa dove è stato girato Chiamami col tuo nome?» «Che tipo di personalità sei?» «Com&#8217;è stato partorire?». Sostiene che le scimmie siano mostri o tigri, che gli italiani abbiano corpi magnifici, che i cinesi parlino Chinglish, che non è una lingua ma un&#8217;aberrazione. A volte si avvicina all&#8217;orecchio e sussurra: «Je suis votre guide chinoise» in un francese tutto suo che vorrebbe imparare. Si perde nella folla, spesso canta da sola, a volte chiude gli occhi, dice che fare la guida è la sua vocazione. Ieri, in coda, mi ha fatto un divino massaggio al collo. Ha momenti di euforia immotivata, in cui esclama cose a caso: «Good job! Wonderful day! Yuppie». È un personaggio interessante («Il mio sogno è visitare la Svizzera»). Peccato che dovrebbe spiegarci cose e invece ci chiede come è fatto il pane tedesco.<br><br>In un paese complesso e diverso come la Cina, avere una guida è una gran cosa. A volte più a volte meno.</p>
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		<title>In quota</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 23:15:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Da quattro giorni ho le orecchie ovattate, la testa pesante e leggera insieme, un senso di straniamento, il fiato corto, i pensieri sconnessi. Da quattro giorni siamo tra i 3.500 e i 4.100 metri, nella zona tibetana del Sichuan, in Cina. Dopo la prima notte ci sia abitua, ci avevano detto. Non è stato proprio&#8230; <a href="https://nonsolomamma.com/2026/08/06/in-quota/" class="more-link">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">In quota</span></a>]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Da quattro giorni ho le orecchie ovattate, la testa pesante e leggera insieme, un senso di straniamento, il fiato corto, i pensieri sconnessi. Da quattro giorni siamo tra i 3.500 e i 4.100 metri, nella zona tibetana del Sichuan, in Cina. Dopo la prima notte ci sia abitua, ci avevano detto. Non è stato proprio così. Ognuno si è adattato a modo suo. Mister I è in modalità risparmio energetico: parla il minimo, mangia quanto basta per il sostentamento e ha l&#8217;aria stralunata di chi assume roba pesante. Il grande si aggira con la bomboletta di ossigeno spray di cui qui tutti sono dotati; ogni tanto inala con una certa teatralità. Il medio, ammantato dell&#8217;aura della follia, si sforza di resistere all&#8217;intorpidimento dei sensi, spesso invano. Sneddu è ko. Il mal di gola lo ha divorato: streptococco, ha sentenziato una dottoressa ventenne, senza camice e con pantofole di pelo a forma di cane, al piccolo ospedale di Tagong. Io abito la mia bolla, un mal di testa continuo, l&#8217;imperativo hop hop! di mia madre che rimbomba tra una inspirazione e una espirazione.<br />Abbiamo visitato villaggi tibetani con le loro torri di avvistamento, dormito affacciati sul paradiso, ascoltato tamburi e canti invisibili in un antico monastero buddhista, scavalcato le barriere di comunicazione scambiandoci complimenti, foto e cortesie con signore esuberanti e ragazzette timide. Abbiamo incontrato gli yak e una famiglia di allevatori nomadi. Siamo entrati nella loro tenda, assaggiato il latte e la panna, giocato con un bambino selvatico. Stavamo per stramazzare seguendo la mandria alla ricerca di erba fresca per loro e di immangiabili piante a metà tra rabarbaro e limone che dicono squisite. E mentre noi esalavamo respiri estremi, la nonna della famiglia zompettava chilometri avanti a noi.<br />Attraversare tanta meraviglia senza essere padroni della nostra testa, delle nostre orecchie e dei nostri corpi è stato un esercizio di resistenza e umiltà. <br />Ieri sera il grande, il medio e io ci siamo trascinati fuori alla ricerca di cibo per tutti. Una coppia su un motorino viaggiava dalla parte opposta della strada. Hanno fatto inversione a U e si sono avvicinati. Hanno posato il palmo della mano sulla guancia, chinando la testa di lato, come noi mimiamo il sonno. Significava siete belli. Ci hanno regalato un fiore blu a testa e sono andati via. <br />Questi quattro giorni in quota sono stati un&#8217;allucinazione, un sonno agitato, un volo ubriaco senza le ali.</p>
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		<title>Serendipity cinese &#8211; parte 2</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 13:40:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Eravamo a Xi&#8217;an, nel pomeriggio. Avevamo programmi bellicosi per una serata nel quartiere musulmano.Volevamo tornare in albergo per rilassarci un po&#8217; e trovare l&#8217;aria condizionata. Ci siamo divisi. Sneddu e io abbiamo deciso di tornare a piedi, gli altri in metropolitana. Noi due volevamo lasciarci sorprendere nell&#8217;ora di cammino che ci aspettava. Lo stupore, nella&#8230; <a href="https://nonsolomamma.com/2026/08/03/serendipity-cinese-parte-2/" class="more-link">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">Serendipity cinese &#8211; parte&#160;2</span></a>]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Eravamo a Xi&#8217;an, nel pomeriggio. Avevamo programmi bellicosi per una serata nel quartiere musulmano.Volevamo tornare in albergo per rilassarci un po&#8217; e trovare l&#8217;aria condizionata. Ci siamo divisi. Sneddu e io abbiamo deciso di tornare a piedi, gli altri in metropolitana. Noi due volevamo lasciarci sorprendere nell&#8217;ora di cammino che ci aspettava. Lo stupore, nella vita, va coltivato ma in Cina non serve impegnarsi granché.<br>A un tratto, in un animato vicolo brulicante di umanità e negozi, dei pesciolini dentro delle vasche dietro una vetrina ci hanno chiamato. L&#8217;insegna mostrava un pediluvio/pedicure nell&#8217;acquario e l&#8217;invito a entrare per un massaggio al collo, alla schiena, ai piedi, all&#8217;anima. «Sneddu!» ho esclamato. Ci sono figli che ti seguono nelle occasioni mondane, figli che ti seguono negli abissi e figli che ti seguono nella follia. Sneddu appartiene a quest&#8217;ultima specie. «Cla, non mi pare il caso» ha risposto lui, come fa sempre. «Senza i pesci» ho concesso io. «E va bene» ha ceduto lui.<br>Abbiamo chiesto tutto tranne l&#8217;ittioterapia, siamo stati fatti accomodare su poltrone accessoriate, i piedi a mollo nell&#8217;acqua bollente e molti selfie per umiliare i congiunti meno intraprendenti. Due signore, forse una madre e una figlia, si sono messe al lavoro, massacrandoci. Provavamo a convincerci che, dopo, saremmo stati splendidamente. Loro ridevano del nostro composto e scomposto soffrire.<br>Poi ha cominciato a piovere. «Possiamo restare qui fino a quando smette?» ho digitato sul traduttore. «Potete rimanere quanto volete» mi hanno risposto in cinese.<br>Ci siamo rimessi comodi sulle nostre poltrone. Fuori una pioggia battente, un rovescio, una bomba d&#8217;acqua, il diluvio. La strada è diventata un ruscello, un torrente, un fiume, lo Yangtze Kiang studiato alle medie. «Succede spesso?» «Mai».<br>Motorini elettrici guadavano a stento la via, carretti si bloccavano nel mezzo, la gente, abbarbicata sui marciapiedi, le scarpe a mollo, guardava incredula, una bambina ci sorrideva e diceva «Ni hao» salutandoci con la mano.<br>Qualche eroe individuava sott&#8217;acqua un tombino, immergeva le mani e le braccia nude, lo apriva e lo liberava dalle sterpaglie. L&#8217;acqua che ne defluiva era comunque poca cosa rispetto all&#8217;inondazione. Macchine bloccate nel guado, passanti fradici ma quieti, un sentore apocalittico. Ci siamo messi in marcia verso l&#8217;albergo, dopo un paio d&#8217;ore di vana attesa. L&#8217;anziana proprietaria di un ferramenta ha avuto una geniale intuizione e ci ha offerto due ombrelli per l&#8217;equivalente di due euro. Motorini, monopattini, biciclette, tre ruote, sui marciapiedi, passaggi bloccati ai pedoni, pediluvio ubano, ingorghi umani e automobilistici, l&#8217;armonia della fine del mondo, un&#8217;anarchia quieta. «Perché non si arrabbiano, non urlano, non dicono nulla? Qui è il caos!» Sneddu, solitamente nel chill, le scarpe preferite devastate dall&#8217;acqua, ha perso la sua compostezza.<br>Siamo arrivati arrancando. Abbiamo annullato gli effetti del massaggio violento. Il resto della famiglia ci ha bullizzato.<br></p>
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		<title>Seredipity cinese, nel bene e nel male &#8211; parte 1</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Aug 2026 09:57:51 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
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					<description><![CDATA[Xi&#8217;an vuol dire pace nell&#8217;Ovest. Ha una storia di oltre 3.000 anni, 13 milioni di abitanti e 50 università. È stata capitale imperiale per 13 dinastie, tra cui la dinastia Qin, nel 200 a.C., che, con il primo imperatore Qin Shi Huang unificò i sette regni della Cina, facendone uno solo, unito da allora. Qin&#8230; <a href="https://nonsolomamma.com/2026/08/02/seredipity-cinese-nel-bene-e-nel-male-parte-1/" class="more-link">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">Seredipity cinese, nel bene e nel male &#8211; parte&#160;1</span></a>]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Xi&#8217;an vuol dire pace nell&#8217;Ovest. Ha una storia di oltre 3.000 anni, 13 milioni di abitanti e 50 università. È stata capitale imperiale per 13 dinastie, tra cui la dinastia Qin, nel 200 a.C., che, con il primo imperatore Qin Shi Huang unificò i sette regni della Cina, facendone uno solo, unito da allora. Qin Shi Huang aveva qualche mania di grandezza e volle migliaia e migliaia di soldati a proteggere per sempre la sua tomba. <br>Il secondo giorno a Xian abbiamo affittato le biciclette e abbiamo fatto un giro sui 14 km delle mura che, dal 1400, circondano la città. Per un po&#8217; ci siamo sentiti padroni del mondo, poi la temperatura era troppo elevata per mantenere il sussiego. Siamo saliti sull&#8217;autobus 22 per andare alla Pagoda dell&#8217;Oca Selvatica. Mister I ha voluto mangiare in un posto molto kitch che si chiamava Italian Bread Museum perché, sul cibo, ovunque sia, continua a rimpiangere la pizza di carne di nonna Memé, nata a Canosa di Puglia e residente a Bari.<br>Il grande si è comprato un paio di pantaloni. Era dal 2019 che non entrava in un negozio di abbigliamento: è un tipo spartano ed essenziale. Aveva dimenticato la potenza del consumismo e si aggirava tra gli scaffali con l&#8217;euforia molesta e stupita di chi scopre pepite d&#8217;oro nel bagno di casa. Un ragazzo cinese con i capelli tinti di giallo voleva fare conversazione. Il grande, solitamente propenso al grugno, ha deciso che i Cinesi sono un popolo amabile e questo gli (e ci) ha cambiato l&#8217;umore.</p>
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		<title>In superficie cinese</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 15:35:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La prossimità è un punto di vista. Lo spazio vitale, una convenzione. In Cina sono tanti. Tantissimi. La loro normalità è la nostra ammucchiata. La loro folla è un&#8217;entità terrificante, per noi inconcepibile. Durante la visita all&#8217;esercito di terracotta di Xi&#8217;an la guida ha detto: «Siete fortunati: è mercoledì. Durante il weekend è molto peggio».&#8230; <a href="https://nonsolomamma.com/2026/07/30/in-superficie-cinese/" class="more-link">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">In superficie cinese</span></a>]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">La prossimità è un punto di vista. Lo spazio vitale, una convenzione. In Cina sono tanti. Tantissimi. La loro normalità è la nostra ammucchiata. La loro folla è un&#8217;entità terrificante, per noi inconcepibile. Durante la visita all&#8217;esercito di terracotta di Xi&#8217;an la guida ha detto: «Siete fortunati: è mercoledì. Durante il weekend è molto peggio». Intorno alla balaustra per vedere i guerrieri c&#8217;erano quattro file compatte di esseri umani, una testuggine impenetrabile di visitatori, al 95% cinesi e per questo ben più abili di noi a destreggiarsi nel mare umano. Era mercoledì, però, ed eravamo fortunati. La meraviglia compensa lo shock. L&#8217;overtourism è un problema anche qui. <br>Fa molto caldo. E mentre, in fila per entrare nella Città Proibita io mi denudo, grondo e mi disunisco, le mie omologhe cinesi si coprono le braccia, il viso, le gambe e le mani e sono perfettamente composte e integre. Vanno molto delle palandrane intere, tipo cappottini, dalla testa ai piedi, color panna. Hanno una loro eleganza e preservano la pelle di porcellana. Chissà come fanno con la vitamina D ma di certo ci avranno pensato.<br>Perché i cinesi vivono nel futuro, anche se non sempre forse se ne rendono conto. Guidano macchine, motorini, biciclette e monopattini tutti elettrici in un traffico che non fa rumore. Abitano in citta avveniristiche, pagano con i QR code dentro le app, hanno dei robot che portano i pasti in camera, treni velocissimi e puntuali, un sistema di messaggistica che contiene il mondo intero. Possiedono al contempo un legittimo orgoglio etnico, che sembra talvolta virare in razzismo, una buffa ammirazione per i nostri occhi tondi, i nostri nasoni («Siete molto belli, possiamo fare una foto?»), una tolleranza benevolente per la nostra miopia.<br>Hanno una storia millenaria e una cucina sterminata. Chissà se sono felici, preoccupati, apocalittici, ottimisti. Chissà cosa vedono quando, dall&#8217;Impero di Mezzo, si girano verso Ovest e trovano noi.<br>L&#8217;inglese no, non lo parlano quasi mai. Non ne hanno bisogno.<br></p>
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