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	<title>Notte dei Ricercatori | Everyday Science</title>
	
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	<description>Italy plays Science</description>
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		<title>Ricercatori 2.0, finanziarsi in rete</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 14:17:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[2012]]></category>
		<category><![CDATA[finanziamenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Piattaforme che offrono ai ricercatori finanziamenti grazie il crowdfunding. Ma ci sarà sempre bisogno di finanziamenti pubblici. L’analisi di Wired.it]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Piattaforme che offrono ai ricercatori finanziamenti grazie il crowdfunding. Ma ci sarà sempre bisogno di finanziamenti pubblici. L’analisi di Wired.it</em></strong></p>
<p>
Quando c’è da batter cassa, il primo settore su cui cade la mannaia è quasi sempre la ricerca scientifica. Puntuale, come l’aumento delle accise sulla benzina. Negli ultimi due anni gli enti pubblici di ricerca hanno subito tagli per un totale del 15% dei fondi, pari a oltre 300 milioni di euro. La tendenza è una curva in picchiata che si allunga da almeno 20 anni e che ogni anno costringe fior di talenti a cercare stipendio decente e tranquillità fuori dai nostri confini. Per esempio negli Usa, dove il presidente Barack Obama ha appena deciso di aumentare i fondi per la ricerca del 5 per cento nel 2013.
</p>
<p>
Ma la storia della <strong>fuga dei cervelli</strong>, più o meno, la conosciamo tutti. In pochi invece sono al corrente dell’esistenza di strade alternative per il finanziamento alla ricerca che sono equidistanti dai finanziamenti pubblici come da quelli privati: stiamo parlando del <strong>crowdfunding</strong>.
</p>
<p>
Il concetto è questo: <em>è più facile convincere un nutrito numero di persone comuni ad aprire il portafogli e donare volontariamente piccole somme alla ricerca, che convincere un governo ad allentare i cordoni di una borsa sempre più piccola</em>. Un numero enorme (potenzialmente sconfinato) di microfinanziatori (che possono versare cifre anche inferiori ai 50 o ai 10 euro) che fanno convergere i propri spiccioli in una causa comune può arrivare a raccogliere in poco tempo somme sufficientemente grandi da finanziare qualsiasi cosa, che sia un film d’azione o un’operazione sofisticata a un bambino indigente. Ecco, lo stesso approccio che ha fatto la fortuna di piattaforme come <a href="http://www.kickstarter.com/" target="_blank">Kickstarter</a>, negli ultimi anni è stato applicato anche al finanziamento di progetti di ricerca scientifica. Carol A. Matthews è professoressa di Psichiatria alla University of California di San Francisco, ha un progetto in mente, scoprire quali regioni cerebrali sono coinvolte in un tipo di nevrosi diffusa e fortemente debilitante come la Disposofobia (conosciuta anche come Accaparramento Compulsivo), la tendenza ad accumulare in casa montagne di oggetti inutili. Per farlo ha bisogno di reclutare decine di volontari e di sottoporli a sessioni di risonanza magnetica, un procedimento lungo e costoso per il quale Matthews non è riuscita ad ottenere supporto dagli enti tradizionali. Chris Volpe, professore della University of California di Berkeley invece vuole studiare un sistema di analisi tossicologica che sfrutti singole cellule invece di coinvolgere, come accade, animali viventi. Il progetto potrebbe avere una vasta applicazione e sicuramente incontrerebbe il favore delle associazioni animaliste, ma Volpe non è riuscito a convincere alcun ente a dotarlo delle strutture necessarie.
</p>
<p>
Grazie a <strong>SciFlies, uno dei primi portali per il microfinanziamento</strong> di progetti di ricerca, sia Matthews che Volpe hanno la possibilità di presentare il proprio progetto al pubblico e, se la loro presentazione sortirà l’effetto voluto, raccogliere i 100.000 dollari necessari ad avviare il progetto. Il portale britannico cancerresearchuk.org.</p>
<p>
<strong>MyProjects</strong> invece si concentra sulla lotta al cancro. Il potenziale finanziatore accede al sito e decide su quale tipo di ricerca vorrebbe indirizzare il proprio investimento. A differenza di <strong>SciFlies</strong>, che nonostante la fama ospita molti progetti finanziati solo all’ 1%, i progetti MyProjects ricevono molta attenzione dai microfinanziatori. Il progetto del professor Mark Middleton, orientato alla ricerca di nuovi modi per diagnosticare e prevenire il <strong>cancro alla pelle</strong>, ha già raccolto <strong>46mila sterline (55mila euro)</strong>. La particolarità di SciFlies e MyProjects è quella di poter contare su un pool di esperti che si dedicano a studiare e controllare i progetti di ricerca per valutarne l’effettiva plausibilità scientifica. Questo filtro può avere l’effetto di rassicurare i <strong>potenziali investitori</strong> i quali, anche nel caso in cui non abbiano una minima infarinatura scientifica, possono esser sicuri di non stare investendo su una chimera senza sbocchi. Esistono poi portali più specializzati. I ricercatori che si occupano di <strong>hi-tech</strong>, ad esempio, possono trovare una buona risorsa in <a href="http://www.fundageek.com/" target="_blank">FundaGeek</a>, un portale di crowdfunding che offre due modalità di presentazione del progetto diverse a seconda che si tratti di una ricerca finalizzata a un prodotto <strong>commerciale</strong> o <strong>ricerca di base</strong>. Ma esistono anche scienziati che decidono di affidarsi a piattaforme generaliste come RocketHub e la stessa <strong>KickStarte</strong>r. RocketHub, in particolare, ogni anno organizza la #Scifund Challenge, un concorso volto a incoraggiare i ricercatori a proporre progetti in Rete e i navinganti a investire in essi. Nella scorsa edizione, #Scifund ha raccolto più di <strong>76mila dollari da 1440 donatori</strong>, che sono serviti a finanziare i più svariati progetti di ricerca, tra cui uno studio sperimentale sulla capacità dei parassiti di modificare il comportamento di alcuni pesci incidendo direttamente sulla fisiologia del cervello. </p>
<p>Sul versante italiano invece c’è il portale <a href="https://sites.google.com/site/opengenio/" target="_blank">OpenGenius</a>:
</p>
<p>
Se sei un ricercatore con un progetto potenzialmente esplosivo nel cassetto e non sai più a che porta bussare, prima di lanciarti nel mondo del crowdfunding preparati a dovere. Prima cosa: il tuo progetto di ricerca prevede applicazioni concrete facilmente comunicabili? Bene, assicurati di esporre in modo fluente e chiaro come la ricerca potrà rivelarsi utile. Prendi spunto dai progetti di ricerca già lanciati, visita i portali citati e guarda chi è riuscito a rastrellare più microfinanziamenti. Non ha sbocchi facilmente comunicabili? Niente paura: dopo aver espresso in modo chiaro (e possibilmente avvincente) l’utilità teorica e i possibili sbocchi futuri del tuo progetto, spremiti le meningi per tirar fuori dal cappello ricompense invitanti. Come per Kickstarter, infatti, molti siti di crowdfunding scientifico prevedono ricompense simboliche per gli investitori. </p>
<p>Guarda il video di presentazione diu Open Genius<br />
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<p>Fonte: <a href="http://daily.wired.it/news/scienza/2012/02/20/finanziamenti-ricerca-scientifica-crowdfunding-18539.html?page=1#content" target="_blank">wired.it</a></p>

	<br />Tags: <a href="http://www.nottericercatori.it/temi/finanziamenti/" title="finanziamenti" rel="tag">finanziamenti</a><br /><br/>
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		<title>In orbita razzo che parla italiano</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 13:01:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[2012]]></category>
		<category><![CDATA[aerospazio]]></category>
		<category><![CDATA[astrofisica]]></category>
		<category><![CDATA[spazio]]></category>

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		<description><![CDATA[Il nuovo veicolo di lancio dell'Esa, realizzato in Italia, è partito dalla base di Kourou (Guyana Francese) portando in orbita 2 satelliti e 7 mini-satelliti. Di questi, uno (Alma Sat) è stato progettato dall'Università di Bologna.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il <strong>lanciatore Vega</strong> è partito per il suo primo volo. L&#8217;Italia è il membro leader del progetto Vega, cui contribuisce per il 65% dei costi.</em></p>
<p>
E&#8217; stato effettuata con successo la messa in orbita di Vega dalla  base spaziale europea di Kourou nella Guyana Francese.  La partenza del lanciatore  apre una nuova era nel mercato dei satelliti di piccole dimensioni che &#8211; secondo le stime del presidente dell&#8217;Asi, Enrico Saggese- in Italia vale tra i 70 e 150 milioni l&#8217;anno. </p>
<p>Il programma dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) per lo sviluppo del lanciatore Vega vede l’Italia protagonista con un ruolo di primo piano sia come principale “azionista” del programma, con una contribuzione pari al 63% del costo complessivo, sia come attore industriale che ha progettato e realizzato il veicolo spaziale e la sua infrastruttura di lancio. I punti di forza commerciali di Vega sono la flessibilità nelle missioni e i costi contenuti che rendono meno dispendioso l’accesso allo spazio per importanti segmenti.</p>
<p>‘Il lancio di Vega rappresenta &#8211; commenta Saggese &#8211; una sfida tecnologica dell’Europa con l’Italia fondamentale protagonista. Vega è un  ambizioso programma di elevato valore industriale che pone  il nostro Paese all’attenzione mondiale confermando quel ruolo di eccellenza nel settore spaziale. Vega è un lanciatore agile e versatile capace di far concorrenza sui mercati mondiali nel settore strategico della messa in orbita dei satelliti di piccole dimensioni, ponendosi come un incredibile obiettivo economico che permetterà un ottimo ritorno degli investimenti effettuati. Questo primo lancio è, quindi, un grande motivo di orgoglio per l’Agenzia Spaziale Italiana  per il fondamentale contribuito che l’Italia ha fornito alla realizzazione di  Vega’.</p>
<p>L’Agenzia Spaziale Italiana svolge un duplice ruolo, da un lato finanzia il programma dell’Esa, e dall’altro attraverso la società Elv consente la realizzazione industriale del sistema. La società, partecipata al 70% da Avio ed al 30% da Asi, è infatti il Primo Contraente industriale dell’Esa per lo sviluppo ed il volo di qualifica del Vega. Al progetto hanno partecipato numerose aziende italiane: dal principale partner industriale Avio, al contributo di Vitrociset e con la collaborazione di Cira, Cgs, Selex Galileo e Telespazio. Presso il Centro di Kourou hanno lavorato le società Peirano, Europropulsion e Regulus.</p>
<p>Il lanciatore Vega, alto 30 metri con 3 metri di diametro massimo e 137 tonnellate di peso al decollo, permetterà alla famiglia dei lanciatori spaziali dell’Esa di completare la propria gamma garantendo l’accesso allo spazio dei payload di medio-piccola dimensione (c.a. 1500 Kg) in orbita bassa (dai 700 ai 1000 Km di altezza), quali i satelliti scientifici o di osservazione della terra. In questo modo Vega aprirà all’Europa nuove opportunità offrendo servizi di lancio a costi contenuti per gli studi scientifici e il monitoraggio ambientale e di sicurezza del nostro pianeta.</p>
<p>A bordo di Vega anche un satellite scientifico dell’Asi, Lares (LAser Relativity Satellite), che permetterà di raggiungere importanti obiettivi scientifici nel campo della fisica fondamentale e della scienza della Terra. Completano il carico il satellite <strong>AlmaSat-1, dell&#8217;Università di Bologna</strong>, e sette nano satelliti forniti dalle università europee: e-St@r (Italia), Golia (Romania), MaSat-1 (Ungheria), PW-Sat (Polonia), Robusta (Francia), UniCubeSat GG (Italia) e Xatcobeo (Spagna).
</p>
<p>
<em>Fonte: <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/sat-economy/13800_vega-in-orbita-il-razzo-che-parla-italiano.htm" target="blank">Corriere delle Comunicazioni</a></em>
</p></p>

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		<title>Un mondo perduto da 20 mln di anni</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 13:02:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[2012]]></category>
		<category><![CDATA[antartide]]></category>
		<category><![CDATA[esploratori]]></category>
		<category><![CDATA[ricercatori]]></category>

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		<description><![CDATA[In Antartide un team russo rompe l'ultima barriera di ghiaccio e raggiunge un bacino di acqua temperata sepolto da 20 milioni di anni. Il lago Vostok, un mondo fino ad ora "emarginato" rispetto alla Terra]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>In Antartide un team russo rompe l&#8217;ultima barriera di ghiaccio e raggiunge un bacino di acqua temperata sepolto da 20 milioni di anni. Il lago Vostok, un mondo fino ad ora &#8220;emarginato&#8221; rispetto alla Terra.</em></p>
<p>
Il lago Vostok è un lago subglaciale, lungo quasi 250 chilometri e largo 50, la profondità media è di circa 344 metri ma in alcuni punti può arrivare a sfiorare gli 800 metri, il più grande dei 70 bacini sotto il Polo sud, è stato raggionto ieri dalle trivelle russe che dopo più di vent&#8217;anni di lavori hanno perforato i quattro km di ghiaccio che sovrasta il lago
</p>
<p>
La zona di Vostok è ammantata di mistero oltre che di ghiaccio, da sempre. Non ultima la sparizione del team di scienziati impegnati nei lavori in questi giorni, <strong>riapparsi improvvisamente dopo una settimana di comunicazioni interrotte</strong>.
</p>
<p>
Un silenzio inspiegabile che col passare del tempo ha alimentando le fantasie e le ansie della comunità scientifica internazionale, preoccupata per l&#8217;appriossimarsi dell&#8217;inverno antartico &#8211; quando le temperature scendono bruscamente dagli attuali – 25, ai circa – 85 gradi centigradi tipici di quella zona
</p>
<p>
Gli studiosi ritengono che nelle acque del lago Vostok, rimasto “emarginato” dalla biosfera terrestre per 20 milioni di anni, possano esistere <strong>forme di vita sconosciute</strong> evolutesi in modo differente dal resto del globo. Se ciò venisse confermato si aprirebbero scenari da fantascienza, poiché ambienti simili a questo sono presenti  <strong>sulla luna di Giove, Europa e di Saturno, Enceladus</strong>, sui quali potremmo iniziare a ipotizzare l&#8217;esistenza di organismi in grado di sopravvivere a condizioni estreme.
</p>
<p>
La storia del Vostok inizia nel 1989 quando una spedizione di scienziati sovietici, francesi e americani, diede inizio alle operazioni di carotaggio dei ghiacci antartici, per studiare l&#8217;andamento del paleoclima terrestre e chiarire i misteri delle glaciazioni. A partire da una profondità di <strong>3539 metri raggiunti nel 1996</strong>, gli esperti si accorsero che la composizione del ghiaccio e la sua struttura cristallografica cambiavano; contrariamente a quanto si possa pensare, infatti, il ghiaccio non è tutto uguale. Variando temperatura e pressione, possono esistere diversi tipi di “acqua allo stato solido”, che differiscono per la loro struttura cristallina, ordinamento e densità.
</p>
<p>
L&#8217;equipe di ricercatori decise così di approfondire le ricerche con l&#8217;ausilio di moderne apparecchiature. L&#8217;analisi dei dati raccolti dal gruppo di studio non lasciò dubbi: sotto i ghiacci antartici, a circa 4000 metri di profondità, si celava il bacino lacustre più intatto e antico del pianeta. Poiché lo stesso si trovava in prossimità della stazione russa venne appunto denominato lago Vostok. Il lago ricorda molto da vicino il lago nordamericano Ontario a confine tra Stati Uniti e Canada, ma con un volume ben quattro volte maggiore (6343 chilometri cubi). Viste le sue dimensioni, rappresenta senza alcun dubbio il più grande lago sub-glaciale presente sotto la superficie del continente più freddo della Terra tra i 140 censiti fino a oggi.</p>
<p>
La temperatura dell&#8217;acqua è molto più alta rispetto a quella misurata sopra i ghiacci, ma sempre inferiore al valore di congelamento e si aggira intorno ai -3 gradi centigradi. <br />
Il motivo per cui questa non solidifica in tali condizioni è da ricercare nelle forti pressioni di 300-400 atmosfere esercitate dall&#8217;enorme spessore di ghiaccio presente sopra il bacino lacustre e nel calore geotermale che riscalda il fondo. </p>
<p>Ma quali tesori potrebbe nascondere questo luogo inesplorato? </p>
<p>Di sicuro c&#8217;è che l&#8217;acqua che contiene è purissima, incontaminata dall&#8217;ambiente terrestre. L&#8217;ecosistema è quindi quello di 20 milioni di anni fa, con tutto ciò che può comportare per forme di vita vegetali, animali, microbiali. Ma c&#8217;è molto di più. Il lago è <strong>sovrastato da una cava di ghiaccio, che contiene ossigeno e esercita pressione</strong>. A questo si aggiunge la temperatura dell&#8217;acqua, che verso la superficie è più fredda, ma che in alcune zone arriva intorno ai <strong>30 gradi</strong>. <strong>Un posto piacevole per nuotare, se non fosse tremila metri sotto l&#8217;Antartide</strong>. Il fenomeno viene spiegato con un&#8217;ipotesi suggestiva: il bacino che ospita il lago sarebbe in una zona in cui la crosta terrestre è più sottile, da qui l&#8217;acqua temperata. E a questo punto si aprono gli scenari più incredibili. <em>Quali forme di vita contiene il lago, che tipo di ambiente è?</em> E comunque la si metta, si tratta di forme di vita da noi oggi considerabili c<strong>ompletamente aliene</strong>, al mondo di oggi e al nostro ambiente. Viene da chiedersi che cosa potrebbe accadere se eventuali virus e batteri sconosciuti contenuti nell&#8217;acqua venissero a contatto con il mondo esterno e in particolare con l&#8217;uomo; questi microrganismi potrebbero decimare in breve tempo l&#8217;intera popolazione mondiale per l&#8217;assenza di specifiche terapie farmacologiche.
</p>
<p>
<strong>Attività magnetica inspiegabile</strong>. Ma i misteri di Vostok non sono finiti. Ce n&#8217;è un altro, ugualmente importante ma dai contorni ancora meno definibili. Nella zona sud-occidentale del lago, i team di ricerca hanno individuato e verificato per anni la presenza di una <strong>fortissima anomalia magnetica</strong>, ritenuta di <strong>origine inspiegabile</strong>, che si estende 105km per 75. Alcuni ricercatori pensano che anche questo fenomeno sia da attribuirsi all&#8217;assottigliamento della crosta terrestre in quel punto. Ma alcuni rilievi effettuati da rilevatori sismici hanno individuato la presenza di un elemento metallico di forma circolare o forse cilindrica che appare  dal diametro molto esteso, alla base del lago. L&#8217;ipotesi è che possa essere questa non specificata struttura a generare l&#8217;alterazione di 1000 nanotesla nel campo magnetico di una zona così estesa. Un elemento che ha aperto scenari da X-Files, che vedono già i sostenitori della presenza di un gigantesco Ufo seppellito di ghiacci, contro chi parla di un elemento meteorico.<br />
Di certo c&#8217;è che la forma dell&#8217;oggetto misterioso appare particolarmente regolare, e che l&#8217;agenzia nazionale per la sicurezza degli Usa (NSA) ha perimetrato la zona, secretato le comunicazioni sull&#8217;area e decretato il divieto di accesso per chiunque, per &#8220;evitare contaminazioni&#8221;.
</p>
<p>E  la vera avventura comincia adesso, perché fare luce sui misteri del lago, l&#8217;ambiente che lo circonda e le sue anomalie potrebbero rappresentare per la scienza un episodio non distante per importanza dalla conquista della Luna negli anni 60.
</p>
<p>
<strong>Tratto da</strong>: <em>Repubblica e 2 Righe.com</em></p>

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		<title>Vaccino salva memoria</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 10:35:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[2012]]></category>
		<category><![CDATA[neuroscienze]]></category>

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		<description><![CDATA[Il <strong>vaccino Anti-Alzheimer</strong>, nasce da una ricerca del <strong>CNR di Napoli</strong> e promette di rivoluzionare la cura della malattia neurologica più diffusa al mondo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il <strong>vaccino Anti-Alzheimer</strong>, nasce da una ricerca del <strong>CNR di Napoli</strong> e promette di rivoluzionare la cura della malattia neurologica più diffusa al mondo. “Ma &#8211; osserva <strong>Antonella Prisco</strong> (Igb-Cnr) – è ancora troppo presto per parlare di una terapia”</em></p>
<p>Se ne parla e ci si lavora da tempo, ma finora tutti gli sforzi sono stati inutili.<br /> <br />
Il vaccino anti-Alzheimer è da tempo al centro degli studi di molti ricercatori nel mondo. Purtroppo causa dell’eccessiva reattività immunitaria innescata dalle molecole sperimentate fino ad ora i risultati sono stati scarsi. <br />
Il primo vaccino sperimantale testato su alcuni pazienti dall’irlandese <strong>Elan Corporation</strong>, venne bloccato nel 2002 dopo la morte di quattro persone colpite da encefalite a seguito della terapia.<br />
Ora una speranza arriva da un gruppo di ricercatori partenopei. I gruppi di ricerca che partecipano al lavoro sul vaccino (1-11) E2 sono due, quello guidato dalla dott.ssa <strong>Antonella Prisco</strong> giovane ricercatrice e coordinatrice della ricerca presso l&#8217;Igb l&#8217;Istituto di genetica e biofisica e quello capitanato da <strong>Piergiuseppe De Berardinis</strong> dell&#8217;Istituto di biochimica delle proteine &#8211; Ibp, entrambi i gruppi afferiscono al Consiglio Nazionale delle ricerche di Napoli. </p>
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&#8220;<em>Sono ormai 10 anni che ricercatori di tutto il mondo stanno esplorando la possibilità di prevenire l’Alzheimer con un vaccino </em>- spiega Antonella Prisco &#8211; <em>Le prime sperimentazioni sull’uomo hanno acceso molte speranze ma hanno anche evidenziato possibili effetti collaterali gravi, che ne impediscono l’utilizzo. Usando il bagaglio di esperienze accumulato, abbiamo messo a punto una molecola, cercando di minimizzarne i rischi per l’organismo e di ottimizzarne l’efficacia terapeutica. È un vaccino di nuova generazione — continua la dottoressa Prisco — capace di innescare una risposta immunitaria contro il beta-amiloide, che si accumula nel cervello dei malati di Alzheimer, causando danni alla memoria e alle capacità cognitive</em>”</p>
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Lo studio è stato appena brevettato e pubblicato sulla rivista specializzata internazionale «Immunology and Cell Biology&#8221;, tra gli autori dello studio, ci sono anche <strong>Francesca Mantile</strong>, <strong>Carla Basile</strong> e <strong>Valeria Cicatiello</strong>, tutte <strong>studentesse</strong> che stanno elaborando la propria tesi all&#8217;Igb.</p>
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in provetta, la sostanza ha dimostrato di essere in grado di auto-assemblarsi, formando una struttura simile a un virus sia per per forma che dimensioni.
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La sperimentazione è ora arrivata alla fase pre-clinica, che prevede la somministrazione del vaccino a topi normali. Il passo successivo consiste nel testare l&#8217;efficacia terapeutica e i possibili effetti collaterali in <strong>topi transgenici</strong> che sviluppano una <strong>patologia simile all&#8217;Alzheimer</strong>. «<em>Noi stessi, nel 2008, abbiamo prodotto un altro prototipo di vaccino, basato su una strategia diversa. Ma (1-11) E2 funziona molto meglio del precedente e per le sue caratteristiche immunologiche rappresenta un progresso significativo rispetto ad altri tentativi, per questo abbiamo deciso di brevettarlo</em>», dice Antonella Prisco. Nonostante l&#8217;ottimismo, però, la ricercatrice non si spinge fino a prevedere quando la vaccinazione per l&#8217;Alzheimer potrà essere effettivamente applicata all&#8217;uomo. «<em>Impossibile dirlo adesso. Stiamo attivamente cercando i finanziamenti necessari per proseguire nelle ricerche</em>».
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Secondo il <strong>Rapporto Mondiale Alzheimer 2011</strong> il numero di persone con demenza sono circa <strong>36 milioni</strong>, destinate a <strong>raddoppiare ogni 20 anni</strong>. I costi sociali ed economici della demenza sono stimati in <strong>604 miliardi di dollari</strong>, cifra che rappresenta circa l’<strong>1 per cento del prodotto interno lordo mondiale</strong>. “<em>Si tratta di un’emergenza sanitaria mondiale, ed è per questo che le Big Pharma sono molto attente alle ricerche tese a sviluppare dei farmaci per contrastare questa forma di demenza</em>”. Le grandi multinazionali sono sì pronte a investire, ma intanto la crisi si fa sentire anche per queste linee di ricerca. Il ministero taglia i fondi e quello che rimane tende ad essere attratto soprattutto dai ricercatori più affermati. &#8220;<em>Quando si è giovani è difficile ottenere fondi. Io ho la fortuna di aver fatto parte del team di un maestro come John Guardiola e, ovviamente, quando sei in un team capeggiato da uno scienziato di quel livello è molto più facile convincere qualcuno a finanziarti un progetto di ricerca</em>&#8220;. Con queste premesse c&#8217;è dunque da sperare che questi nostri bravi ricercatori possano ricevere tutto il supporto economicvo necessario per poter proseguire con successo nella messa a punto di questo vaccino </p>

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		<title>Il batterio mangiarifiuti</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 11:50:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Gestione rifiuti]]></category>
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		<description><![CDATA[La scoperta fatta dai ricercatori del <strong>CNR di Pozzuoli</strong> nel territorio vulcanico Flegreo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Abbiamo parlato in un precedente articolo (<a href="http://www.nottericercatori.it/2011/il-batterio-che-si-nutre-di-inquinamento/">leggi qui</a>) della scoperta fatta nel Parco Nazionale dello Stelvio, da parte di due ricercatori dell’<strong>Università Cattolica di Piacenza</strong>, di un batterio che si nutre di inquinamento.<br />
Rimbalza in queste ore la notizia di un&#8217;altra scoperta italiana, un nuovo tipo di batterio che potrebbe risolvere un problema con cui diverse realtà italiane devono fare i conti quotidianamente, stiamo parlando del <strong>Thermotoga neapolitana</strong>, meglio conosciuto come batterio mangiarifiuti.</p>
<p>La scoperta, fatta dai ricercatori del <strong>CNR di Pozzuoli</strong>, al lavoro già da alcuni anni per sperimentare fonti alternative energetiche, ha subito alcune battute di arresto causate dalla mancanza di fondi. Di recente però ha ottenuto un finanziamento europeo che gli ha permesso di allargare l’entourage e migliorare il programma di ricerca.</p>
<p>Il “Thermotoga Neapolitana” è stato scoperto in una pozza calda del <strong>territorio vulcanico Flegreo</strong>, un territorio molto particolare e particolarmente ricco di microrganismi, da un equipe guidata dalla dottoressa <strong>Agata Gambacorta</strong>. Questo microrganismo <strong>termofilo</strong> che è in grado di trasformare il glucosio presente nei rifiuti in idrogeno e questo attraverso un impianto biomasse diventa energia.<br />
Dunque il Thermotoga, sarebbe in grado, se posto in una centrale elettrica a biomassa invece che essere bruciato in un termovalorizzatore, di produrre quantità costanti ed elevate di elettricità e calore e dunque di risolvere 2 problemi, quello dell’<strong>energia</strong> e quello<strong> ambientale</strong> che flagella Napoli e provincia ormai da troppo tempo. </p>
<p>Ma dal CNR precisano: ” <strong><em>I rifiuti devono essere rigorosamente differenziati</em></strong>” infatti solo il famoso “<strong><em>umido</em></strong>” potrebbe essere dato in pasto al batterio per far si che questo produca idrogeno. Il microrganismo fermenta finendo nel cilindro dell’impianto, dove si trova una cella con una ventola che trasforma l’idrogeno prodotto in energia. Da qui ne derivano combustibili per auto ed energia per utenze di dimensioni domestiche o superfici come uffici o supermercati. Anche in campo farmaceutico procede la sperimentazione: la biomassa di scarto infatti ha dato risultati soddisfacenti nella produzione di elementi medici. </p>
<p>Un prototipo di accumulatore ad idrogeno è stato già costruito, ma è capace di alimentare solo batterie per cellulari, lampade a led ed altri piccoli oggetti di uso quotidiano, ma in cantiere c’è qualcosa di più grande. Su quest’ultimo punto gli scienziati mantengono il riserbo e annunciano che parleranno a brevetto avvenuto. Bisogna comunque sottolineare che senza i fondi europei non si sarebbero ottenuti questi risultati, come spiega anche la dottoressa Gambacorta :”<em>Senza ricerca non c’è innovazione, non costringete i ricercatori ad andare all’estero. È un momento buio ed è un peccato in una terra che ha così tanto da offrire per ricerche all’avanguardia</em>.”</p>

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