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	<title>Play.it USA Story » I Campioni del passato</title>
	
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	<description>L'Archivio di Play.it USA dal 2002 al 2010</description>
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		<title>9° – Jerry Alan West</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Nov 2008 22:43:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Goat</dc:creator>
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		<category><![CDATA[I Campioni del passato]]></category>

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		<description><![CDATA[Jerry West in palleggio. Dal 1970 il logo della NBA Un canestro appeso al muro di un capannone, in uno squallido cortile in cemento. Un ragazzino pallido, emaciato, quasi scheletrico, vi si staglia di fronte con la palla in mano. &#8230; <a href="http://archivio.playitusa.com/?p=6440">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
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<p><img src="wp-content/uploads/foto_post/JerryWest_271108.jpg" width=150 class="img_post"/></p>
<p>Jerry West in palleggio. Dal 1970 il logo della NBA</p>
</div>
<p>Un canestro appeso al muro di un capannone, in uno squallido cortile in cemento. <br />
Un ragazzino pallido, emaciato, quasi scheletrico, vi si staglia di fronte con la palla in mano. <br />
Solo, come tutti i grandi uomini nel momento in cui si trovano ad affrontare il loro destino. <br />
Lo sguardo su quel ferro arrugginito, la mente che viaggia libera. Immagina il silenzio di un palazzetto strapieno, tutti gli occhi puntati su di lui. <br />
Ha la palla in mano, quella dell&#39;ultimo possesso. Un palleggio, una finta per spiazzare il diretto avversario, quel mezzo passo di vantaggio, non tantissimo ma quanto basta per caricare il tiro. Dolcemente la sfera abbandona le sue sapienti mani e va ad accarezzare la retina. Il profumo del cotone. <br />
Ed il silenzio che si trasforma in boato, il boato di un pubblico immaginario, in visibilio per l&#39;ennesimo canestro decisivo di <b>Jerry Alan West</b>. <br />
Il canestro che porta la squadra, la sua squadra, alla vittoria.</p>
<p>Il piccolo Jerry, nato a Ceylon nel West Virginia il 28 maggio del 1938, era un bambino strano. Aveva un solo grande amico, suo fratello David, di 12 anni pi&ugrave; grande. Poi David part&igrave; per la Corea, in guerra. Non torn&ograve; pi&ugrave; a casa. In quel lontano paese dell&#39;est, aveva trovato la morte.  <br />
Jerry rimase ancora pi&ugrave; solo, si chiuse ancor pi&ugrave; in s&eacute; stesso. Lui, il suo canestro ed i suoi sogni di gloria. </p>
<p>Era piccolo di statura, magro, timido. Passava tutto il giorno a tirare in quel cesto. Continuamente, da ogni angolazione. Sotto il sole cocente o sferzato dal vento gelido, al freddo invernale o sotto la pioggia scrosciante, persino sotto la neve che per terra diveniva fango ghiacciato.<br />
La sua vita era tutta in quei pochi metri quadrati, su quel campo improvvisato, dove annegare la sua disperazione, la rabbia per la sua solitudine, il dolore per la morte del fratello.<br />
Spesso non rientrava in casa neanche per la cena e crebbe cos&igrave; malnutrito che i suoi genitori dovettero sottoporlo a cure vitaniminiche.</p>
<p>Ma a Jerry non importava.  Lui tirava e sognava. <br />
Sognava una vita diversa, lontana dalla solitudine di Ceylon, dalla povert&agrave;  di un paesino della Virginia. Una vita magari fatta di partite infuocate, di sfide reali contro avversari in carne e ossa, di canestri impossibili che lui inevitabilmente realizzava. All&#39;ultimo secondo.</p>
<p><i>&#8220;Quante volte durante quelle interminabili partite immaginarie, la mia squadra era sotto di uno, la sirena stava per suonare, ed io avevo fra le mani la palla, quella che avrebbe sancito la vittoria o la sconfitta&#8221;</i> racconter&agrave;  nel 1990 un ricco e distinto signore, General Manager di successo, a <i>Sport Illustrated</i>.</p>
<p>Quel ricco e distinto signore era il Jerry West di quarant&#39;anni dopo. Una medaglia d&#39;oro olimpica, nove finali NBA, un titolo NBA, un MVP delle finali, dieci primi quintetti di lega, 14 All Star Game, quattro primi quintetti difensivi, svariati record stabiliti su e gi&ugrave; per i parquet di mezza America, ed un titolo di GM dell&#39;anno, dopo.</p>
<p>Per Jerry West i sogni da bambino sarebbero divenuti realt&agrave; . <br />
Come per magia, un giorno quel ragazzino smunto sarebbe diventato un giocatore sublime, una guardia tecnicamente perfetta, la cui grazia, il cui stile, l&#39;inconfondibile palleggio e la cui sagoma sarebbero addirittura finite per essere raffigurate nel logo sportivo pi&ugrave; famoso al mondo, quello della National Basketball Association. </p>
<p>La svolta era arrivata fra i tredici e i quattordici anni, quando Jerry era cresciuto in altezza e, per quanto magro, non era pi&ugrave; il ragazzino pelle ed ossa di pochissimo tempo prima. <br />
Prov&ograve; ad entrare nella squadra di basket della sua scuola, la <b>East Bank High School</b>.<br />
Pass&ograve; larga parte del suo primo anno in panca ad apprendere i fondamentali del gioco di squadra. Ma era un tipo sveglio e l&#39;anno dopo era pronto per esordire fra i titolari. All&#39;inizio circondato dallo scetticismo generale, poi pian piano le sue prestazioni e la sua pallacanestro assolutamente perfetta seppero conquistare e coinvolgere tutti.</p>
<p>Nel 1956 divenne il primo giocatore dello stato a mettere a segno almeno 900 punti in stagione e 32.2 punti di media. Condusse la sua scuola ad una splendida corsa verso il titolo dello stato. West gioc&ograve; cos&igrave; bene e risult&ograve; cos&igrave; importante per la vittoria finale che per un&#39;intera settimana la scuola cambi&ograve; nome, divenendo <b>West</b> Bank High School. <br />
Ancora oggi, ogni anno, il 24 marzo, giorno in cui ricorre l&#39;anniversario della conquista del titolo, la scuola cambia il proprio nome in onore del suo pi&ugrave; grande player.</p>
<p>La scelta del college non presentava dubbi. Nonostante oltre 60 universit&agrave;  si dichiararono interessati al giocatore, la vicina West Virginia era l&igrave; ad attendere questa nuova promessa del basket americano. </p>
<p>Jerry arriv&ograve; al college quando Rodney Clark Hundley, al secolo Hot Rod, stava per terminare la sua avventura in maglia <i>Mountaineers</i>. <br />
Hot Rod era uno showman, un giocatore di talento che faceva impazzire il pubblico. La sua pallacanestro era fatta di passaggi dietro la schiena e fra le gambe, di bombe tirate da sette metri in ginocchio, di sceneggiate col pubblico, avversari e arbitri, ma nel contempo di notevoli exploit realizzativi. <br />
Nella NBA, in maglia Lakers, continu&ograve; su quella strada, attaccante nato e difensore scandaloso.<br />
Un giorno il suo coach piuttosto arrabbiato per la sua difesa  gli url&ograve;: <br />
<i>&#8220;Non ti avevo detto di marcare Cousy?&#8221;</i> <br />
<i>&#8220;Cousy? Forte, vero?&#8221;</i> fu l&#39;allucinante risposta. </p>
<p>West era l&#39;esatto opposto. Lui era un tipo concreto e di spettacolare non faceva nulla. Non se intendiamo schiacciate, passaggi dietro la schiena o sopra la testa. Il suo gioco era essenziale. Segnava difendeva passava. Le sue braccia molto lunghe lo aiutavano ad avere uno stile di tiro impeccabile ma anche a difendere bene anticipando e deviando molti passaggi. </p>
<p>La sua pallacanestro era semplice, anche se in costante evoluzione. Alla continua ed ossessiva ricerca della perfezione. Raramente Jerry West era soddisfatto delle sue prestazioni.<br />
Si narra che al termine di una partita in maglia Lakers, in cui aveva tirato con 16 su 17 dal campo, messo 12 liberi su 12, catturato 12 rimbalzi e distribuito 12 assist, dichiar&ograve; ai microfoni: <i>&#8220;Non posso dire di essere soddisfatto, difensivamente non ho giocato molto bene&#8221;</i>. <br />
La ricerca della perfezione &egrave; stata una costante nella vita di West e lo ha contraddistinto non solo da giocatore, ma anche come allenatore e soprattutto come General Manager, consacrandolo anche in questo ruolo fra i migliori al mondo.</p>
<p>Durante i suoi anni a West Virginia, Jerry realizz&ograve; 24.8 punti di media, fu due volte All American, fece incetta di premi individuali e nel 1959 trascin&ograve; il suo college alla finale NCAA contro la University of California. <br />
In finale Jerry segn&ograve; 28 punti e cattur&ograve; 11 rimbalzi ma i Mountaneers persero partita e titolo per 71 a 70. West venne nominato comunque Most Outstanding Player delle Final Four.</p>
<p>L&#39;anno successivo, l&#39;ultimo di college, mise a referto 29.3 punti per gara, smazz&ograve; un totale di 134 assist in stagione e tir&ograve; dal campo col 50,4%. Nella sentitissima partita contro Virginia mise 40 punti e cattur&ograve; 16 rimbalzi. In 15 occasioni segn&ograve; pi&ugrave; di 30 punti, trenta volte fece registrare una doppia doppia. <br />
Tuttora Jerry detiene 28 record del suo college. </p>
<p>Al termine della sua brillante avventura universitaria, nell&#39;estate del 1960, venne scelto dai Lakers con la seconda chiamata assoluta. Alla prima il suo rivale di sempre, Oscar Robertson. <br />
Con Robertson fu co-capitano della selezione statunitense alle Olimpiadi di Roma. La squadra, una sorta di Dream Team degli anni &#39;60, stravinse il torneo illuminando la scena e incantando tutto il mondo. <br />
Proprio a Roma, leggendo un numero della rivista <i>Stars &#038; Stripes</i>, West apprese che il proprietario dei Lakers aveva spostato la franchigia da Minneapolis a Los Angeles e che il nuovo coach sarebbe stato Fred Shaus, lo stesso che lo aveva allenato al college.</p>
<p>I Lakers ruotavano attorno al terzo anno Elgin Baylor. Erano una discreta squadra che aveva in ala Rudy LaRusso e Tom Hawkins, in guardia Rod Hundley, Frank Selvy e Bob Leonard, ma un grosso buco sotto canestro. Una lacuna, in un&#39;epoca in cui imperversavano due signori di nome Bill Russell e Wilt Chamberlain, che non era da poco. </p>
<p>In attacco West divenne subito il secondo terminale offensivo dietro Baylor, ma in difesa si laure&ograve; ben presto leader della squadra, prendendo regolarmente in consegna l&#39;avversario pi&ugrave; pericoloso.</p>
<p>Fin dalle prime partite fu evidente che Baylor (soprannominato dai giornali californiani Mr. Inside) e West (Mr. Outside) stavano andando a creare una delle coppie pi&ugrave; forti nella storia del gioco. Il Dynamic Duo, come in seguito  verr&agrave;  ribattezzato. <br />
Un duo per&ograve; che non ha avuto i riconoscimenti e raggiunto le vittorie che avrebbe meritato, finendo spesso per essere purtroppo oscurato da giocatori come Russell, Chamberlain e Robertson che in quegli anni stavano monopolizzando l&#39;attenzione e facendo incetta di trofei individuali e di squadra.</p>
<p>Fra il 1962 e il 1970 infatti, i Lakers avrebbero raggiunto la finale 7 volte. Sei volte sarebbero stati battuti dai Celtics, una volta dai Knicks. Quattro di queste finali sarebbero andate a gara 7, tre sarebbero state perse per un singolo canestro. Una si sarebbe decisa al supplementare. <br />
In due occasioni, nel 1962 e nel 1969 i gialloviola si sarebbero ritrovati a condurre per 3 a 2 nella serie e poi avrebbero finito col perdere il titolo. </p>
<p>
Nella prima stagione dei Lakers nella citt&agrave;  degli Angeli, Baylor viaggi&ograve; a quasi 35 punti di media, mentre il rookie West si assest&ograve; sui 17.6 punti a partita. Jerry fece la sua comparsa al primo di 14 All Star Game consecutivi, uno per ogni stagione da professionista.<br />
I Lakers terminarono al secondo posto nella Western Divsion. Superarono i Detroit Pistons al primo turno di playoffs, ma si arresero di fronte ai St. Louis Hawks di Bob Pettit in una drammatica gara 7 della finale di Division, persa per 105 a 103.</p>
<p>L&#39;anno successivo West viaggi&ograve; a 30.8 punti di media. Era la prima di quattro stagioni in cui avrebbe superato la soglia dei 30 punti. I Lakers vinsero 54 partite e si imposero come squadra da battere ad ovest. <br />
Nei playoffs port&ograve; la sua media punti a 31.5 per gara. Ed arriv&ograve; la prima finale della sua carriera, la prima in assoluto fra Los Angeles e Boston. </p>
<p>Fu la magnifica serie della monumentale prestazione di West in gara 3 quando, a pochissimi secondi dalla fine, con un jump impatt&ograve; il risultato sul 115 pari, poi vol&ograve; ad intercettare la rimessa celtica ed in contropiede and&ograve; a depositare il canestro della vittoria. <br />
Ma fu anche la serie degli indimenticabili 61 punti di Baylor con cui, in gara 5, i Lakers violarono il Garden, dell&#39;incredibile match ball casalingo sprecato da Los Angeles in gara 6, ed infine fu la serie dei 30 punti e dei 40 rimbalzi di Russell in un&#39;epica gara 7, decisa solo al supplementare: il tiro della vittoria scagliato dal gialloviola Selvy, la palla che ball&ograve; sul ferro, il volo a rimbalzo di Baylor, ma la sfera che gli veniva strappata dalle mani da Russell e la partita che andava all&#39;OT. <br />
Al supplementare si imposero i Celtics per 110 a 107.</p>
<p>Nonostante la sconfitta finale, durante quella stagione e quelle cruente battaglie nei Playoffs, Jerry inizi&ograve; a distinguersi per le sue ineguagliate doti negli incandescenti finali di partita. E fu proprio in quel periodo che il commentatore dei Lakers, Chick Hearn, cominci&ograve; a chiamarlo <b>Mr. Clutch</b>, soprannome che ben presto sarebbe passato alla storia, e che identificava colui che nei finali di partita trovava la sua massima esaltazione. <br />
In quei topici frangenti in cui i polsi tremano e la lucidit&agrave;  abbandona la maggior parte dei giocatori, Jerry trovava il proprio ambiente naturale, prendeva il controllo delle operazioni, pretendeva la sfera fra le mani, non esitava mai e sapeva sempre cosa fare. <br />
<i>Sport Illustrated</i>a questo proposito qualche tempo fa scrisse: <i>&#8220;If you remember West at the end of the game, you remember a man who demanded the ball&#8221;</i>.</p>
<p>Non &egrave; un caso infatti che le migliori prestazione della sua carriera, West le abbia sempre sfornate in Post-Season, nelle partite pi&ugrave; calde, nei momenti pi&ugrave; difficili, quelli in cui ogni singola palla pesava come un macigno. A suprema dimostrazione di un&#39;innata capacit&agrave;  di saper elevare il proprio gioco proporzionalmente all&#39;importanza della posta in palio. </p>
<p>Nella stagione 1962-63 il terzo anno West gioc&ograve; solo 55 partite, saltando gli ultimi due mesi di Regular Season per un infortunio ad una gamba. Torn&ograve; in tempo per i playoffs, stringendo i denti, ma non pot&eacute; giocare al meglio delle sue possibilit&agrave;  e arriv&ograve; la seconda inevitabile sconfitta ad opera di Boston in finale. </p>
<p>Iniziava ad imporsi all&#39;attenzione di tutti un&#39;altra delle pi&ugrave; ammirate caratteristiche di West: la sua sopportazione al dolore. <br />
Jerry non era stato dotato da Madre Natura di un gran fisico. Pagava in termini di atleticit&agrave;  nei confronti di molti dei suoi avversari cui rendeva chili e centimetri, ma ha supplito a queste carenze con una forza mentale fuori dal comune, andando oltre quelli che erano i suoi limiti fisici, con una resistenza al dolore e alle sofferenze che andavano ben oltre l&#39;umana comprensione. </p>
<p>Durante la sua carriera si &egrave; rotto il naso almeno nove volte, in pi&ugrave; di un&#39;occasione ha dovuto essere aiutato dai medici anche solo per entrare in campo, prima che poi fornisse prestazioni da antologia del basket. Come nella storica gara 7 di finale del 1969, consegnata direttamente ai libri di storia dalle sue giocate, dalle sue lacrime, dalle parole di Havlicek e dal silenzio rispettoso di Russell.</p>
<p>
Dall&#39;anno successivo (1963-&#39;64), complici i primi infortuni di Baylor, West prender&agrave;  completamente in mano le redini dei Lakers, divenendo il primo terminale offensivo della squadra. E coloro che pensavano che con Baylor al top, i tifosi di Los Angeles avessero visto il massimo, si sarebbero presto dovuti ricredere. <br />
Gli show personali cui Jerry West avrebbe dato vita, avrebbero toccato vette difficilmente eguagliabili nella storia della pallacanestro americana.</p>
<p>Nei playoffs del 1965 durante gara 1 di finale di Conference contro i Baltimore Bullets, Baylor si frantum&ograve; un ginocchio e i suoi playoffs finirono quel giorno. Sarebbero finiti anche quelli dei Lakers se Jerry non avesse preso per la mano la squadra e non si fosse semplicemente rifiutato di perdere. <br />
Sigl&ograve; 49 punti in gara 1, trascinando i suoi alla vittoria. In gara 2 ne mise 52. In gara 3 e 4 scrisse rispettivamente 44 e 48 punti. Nella decisiva gara 6 il suo boxscore riportava 42 punti e i Lakers volarono nuovamente alla finale NBA.<br />
Jerry chiuse la serie con la media di 46.3 punti a partita. Ancora oggi record NBA per una serie playoffs. </p>
<p>Senza Baylor, i Celtics ebbero vita facile nella serie. Pur non riuscendo a limitare West (45 punti in gara 2 e 43 in gara 3) annullarono gli altri Lakers imponendosi facilmente per 4 a 1. West aveva chiuso le 14 partite di Playoffs alla media di 40.6 punti per partita.</p>
<p>La stagione successiva, Baylor, cui i medici avevano pronosticato la fine della carriera dopo l&#39;infortunio contro Baltimore, prov&ograve; a tornare in campo, ma il suo apporto alla causa Lakers fu inizialmente molto limitato. Jerry segn&ograve; 31.3 punti in stagione, finendo secondo nella classifica dei realizzatori dietro il solo Chamberlain. Fin&igrave; quarto nel ranking degli assist (6.1) e nella percentuale ai tiri liberi. </p>
<p>In Post Season  segn&ograve; 34.2 punti in 14 gare. Arriv&ograve; un&#39;altra finale, ancora contro i Celtics.<br />
In gara 1, i ragazzi in maglia gialloviola riuscirono a violare il Boston Garden dopo un&#39;autentica, appassionante battaglia ed un tempo supplementare, imponendosi per 133 a 129. Baylor aveva messo a referto 36 punti, West 41. Insieme avevano siglato pi&ugrave; della met&agrave;  dei punti dei Lakers.</p>
<p>Al termine della gara, Auerbach per distogliere l&#39;attenzione dalla sconfitta casalinga dei suoi ragazzi, comunic&ograve; la decisione di ritirarsi da coach dei Celtics al termine della stagione, per passare al ruolo di GM. Il suo posto sarebbe stato preso da Bill Russell nelle vesti di allenatore-giocatore. Russell sarebbe diventato il primo coach di colore nella storia della lega. <br />
La notizia fece il giro degli Stati Uniti e della superba vittoria dei Lakers e della sconfitta dei Celtics, non parl&ograve; pi&ugrave; nessuno.</p>
<p>Boston vinse le successive 3 gare, ma in gara 5 Baylor realizz&ograve; 41 punti ed in gara 6 fu West a condurre i suoi alla vittoria. La finale sarebbe stata decisa ancora una volta in gara 7. Al Boston Garden.<br />
E i Celtics, dopo una partita tiratissima, condita da molti errori e da molto nervosismo, in cui le difese avevano prevalso sugli attacchi, vinsero ancora una volta. Per un solo canestro di differenza: 95-93. Era la quarta finale che West aveva raggiunto in 6 anni di NBA. La quarta sconfitta. </p>
<p>Per un giocatore con il suo carattere era una situazione letteralmente insopportabile. West viveva quelle brucianti sconfitte di squadra come debacle personali. <br />
Durante un&#39;intervista confid&ograve; al Los Angeles Times Magazine di provare <i>&#8220;unbelievable frustration&#8221;</i> per la mancanza di un titolo.<br />
Lo stesso Chick Hearn ricorder&agrave;  al <i>National Sports Daily</i> come West prendesse le sconfitte <i>&#8220;peggio di qualsiasi altro giocatore abbia mai conosciuto&#8221;</i>.</p>
<p>Eppure la sconfitta peggiore, quella che pi&ugrave; di tutte avrebbe bruciato nel suo animo ed avrebbe turbato le sue notti per parecchi degli anni a venire, doveva ancora arrivare. E arriv&ograve; quando nessuno se l&#39;aspettava. Quando tutti pensavano che la dinastia celtica era giunta al capolinea e che finalmente il titolo potesse approdare nella citt&agrave;  degli Angeli.</p>
<p>Arriv&ograve; nell&#39;epica finale del 1969. La pi&ugrave; bella, la pi&ugrave; grande, quella dei palloncini al Forum, dello strano infortunio di Chamberlain, della grande rimonta mancata, delle lacrime di Jerry West, del primo trofeo di MVP assegnato e della grande disfatta gialloviola, quando tutto il mondo credeva che finalmente avrebbero distrutto l&#39;eterna rivale, conquistato il tanto agognato anello.</p>
<p>Dir&agrave;  in seguito lo stesso West: <i>&#8220;La maggior parte degli anni precedenti loro erano pi&ugrave; forti di noi, ma nel &#39;69 non erano assolutamente migliori. Period. Noi eravamo migliori. Period. E Non abbiamo vinto. E quella fu la sconfitta pi&ugrave; frustrante&#8221;</i>.</p>
<p>Los Angeles, del neo-acquisto Chamberlain, chiuse la stagione con 55 vittorie, sette in pi&ugrave; degli anziani Celtics, appagati da 10 titoli in 12 anni. <br />
I Lakers avevano il fattore campo dalla propria, sembravano pi&ugrave; motivati, pi&ugrave; forti. Per la prima volta nella storia avevano un centro sotto canestro da opporre allo strapotere di Russell, un Russell ormai trentacinquenne, in parabola discendente, ma dal cuore e dal carisma inalterati.</p>
<p>Jerry West sal&igrave; subito in cattedra e port&ograve; i Lakers sul 2-0 segnando 53 punti in gara 1 e 41 in gara 2. <br />
Boston riusc&igrave; ad impattare la serie nelle due successive partite casalinghe, ma per gara 5 si tornava al Forum. I Lakers comandarono fin dalla palla a due, Jerry sigl&ograve; 39 punti e Los Angeles si impose per 117 a 104.<br />
Sarebbe stata la vittoria perfetta, quella che forse avrebbe definitivamente stroncato la resistenza dei verdi di Boston, se West a pochi minuti dalla fine, non avesse rimediato uno strappo alla coscia.</p>
<p>Contro il parere dei medici volle comunque scendere in campo per gara 6. Si present&ograve; imbottito di novocaina. Aveva bisogno dell&#39;aiuto dei suoi compagni per violare lo storico Boston Garden, ma quell&#39;aiuto non arriv&ograve;. <br />
Lui mise comunque a referto 27 punti, ma i Celtics si imposero per 99 a 90.</p>
<p>Tutto era rimandato alla decisiva gara 7, al Forum di L.A., nella storica partita dei palloncini colorati appesi al soffitto. <br />
Prima della palla a due, Jerry faceva persino fatica a camminare. Eppure non voleva mancare all&#39;appuntamento decisivo. <br />
Al Forum i Lakers si erano dimostrati pressoch&eacute; imbattibili e i Celtics nella serie vi avevano perso 3 volte su 3. Boston era parsa pi&ugrave; volte stanca, a corto di fiato. Per Jerry si presentava la tanto sospirata possibilit&agrave;  di vincere un anello. Il dolore era insopportabile ma scese lo stesso in campo. </p>
<p>I Celtics partirono fortissimo. Misero i primi 8 tiri su 10 per un parziale iniziale di 24-12. <br />
Jerry fu il protagonista di una parziale rimonta gialloviola. Alla fine del secondo quarto il risultato diceva 59 per Boston e 56 per Los Angeles. <br />
Nel terzo quarto i Celtics sembrarono allungare. Nel quarto periodo, complice l&#39;uscita per infortunio di Chamberlain, Boston riusc&igrave; a portarsi avanti persino di 17 punti. <br />
Sembrava finita per Los Angeles, ma a quel punto sal&igrave; in cattedra Jerry West. Trascinandosi praticamente una gamba per il parquet, da solo, ridusse lo svantaggio a 12 punti. <br />
In rapida successione Havlicek commise il quinto fallo, Jones il sesto. Ancora West ridusse lo scarto per i gialloviola e con sei minuti da giocare il risultato era di 103-94 per Boston.</p>
<p>Jerry, in completa trance agonistica, sembrava non essere letteralmente in grado di sbagliare. Continu&ograve; la sua personale battaglia contro tutto e tutti. Con due tiri liberi port&ograve; lo svantaggio a meno sette. Successivamente con due jump dalla media, port&ograve; il risultato sul 103-100. La rimonta sembrava completata. Sembrava.<br />
I Lakers ebbero pi&ugrave; volte nell&#39;ultimo minuto la possibilit&agrave;  di sorpassare i Celtics ma sbagliarono diversi tiri liberi e alla fine furono puniti. Don Nelson mise a segno il jump che voleva dire 108-106, Celtics. E Russell a pochi secondi dalla fine della partita stopp&ograve; Mel Counts che volava a canestro per il pareggio. </p>
<p>Jerry West chiuse con 42 punti, 13 rimbalzi e 12 assist, ma fu Boston a vincere partita e titolo. <br />
Usc&igrave; dal campo zoppicando, sostenuto dai propri compagni che lo portarono in spogliatoio. L&igrave; Jerry cominci&ograve; a piangere a dirotto. E non solo per il dolore.<br />
Havlicek abbandon&ograve; i festeggiamenti per entrare nello spogliatoio dei Lakers e andare da West. Lo abbraccio e gli disse: <i>&#8220;Jerry, ti voglio bene!&#8221;</i><br />
Anche Russell entr&ograve; nello spogliatoio dei Lakers. Salut&ograve; Chamberlain, poi si mise di fronte a West, gli strinse forte la mano, lo fiss&ograve; intensamente per qualche secondo e se ne and&ograve; senza proferire parola, ma negli occhi un&#39;intensa ammirazione per il rivale sconfitto. </p>
<p>Quell&#39;anno venne istituito il premio per il miglior giocatore della finale. Lo vinse proprio West, e tuttora rimane l&#39;unico giocatore nella storia ad esserselo aggiudicato pur avendo perso il titolo.</p>
<p>La frustrazione di Jerry per quell&#39;ennesima sconfitta trov&ograve; parziale consolazione nella consapevolezza che con il ritiro di Bill Russell e la fine della dinastia celtica, i Lakers erano la maggiore candidata al titolo per la stagione successiva. </p>
<p>Ma anche questa volta non and&ograve; meglio. L&#39;infortunio di Chamberlain in Regular Season, i problemi fisici di Baylor, la necessit&agrave;  di inseguire i Knicks durante tutta la stagione, la finale contro New York con il fattore campo avverso, la consapevolezza di dover violare il Madison Square Garden in gara 7, l&#39;eroica impresa di Willis Reed, la superba prestazione di Walt Frazier. Arriv&ograve; una nuova sconfitta, ancora una volta in gara 7. </p>
<p>E se da un lato la grandezza di Jerry West emerse ancora una volta lampante e la sua leggenda si nutr&igrave; di nuovi epici episodi, dall&#39;altro la sua frustrazione crebbe a dismisura. <br />
Ed a nulla valse la consapevolezza di aver scritto nuove leggendarie pagine nella storia della National Basketball Association. <br />
Come quando in gara 3 di finale realizz&ograve; il pi&ugrave; famoso buzzer-beater nella storia della lega. E Walt Frazier esclam&ograve;: <i>&#8220;The man&#39;s crazy. He looks determined. He thinks it&#39;s really going in!&#8221;</i>.</p>
<p>I Knicks avevano vinto gara 1 per 124 a 122, nonostante i 33 punti di Jerry. Los Angeles aveva impattato la serie in gara 2 per 105 a 103, trascinata dai 34 punti della sua guardia bianca con il numero 44. <br />
Il 29 Aprile al Forum di Los Angeles era in programma gara 3. Il primo tempo si era chiuso con 14 punti di vantaggio per i gialloviola (56-42). Ma i ragazzi di New York avevano dato il via ad una furiosa rimonta. <br />
A due minuti dalla fine la situazione era di parit&agrave; . Willis Reed segn&ograve; un tiro libero, Jerry West rispose con un jump dalla media ed i Lakers andarono sul pi&ugrave; uno. </p>
<p>Dick Barnett segn&ograve; da due per NY. Mancavano 18 secondi al suono della sirena. Chamberlain ricevette palla in area, sub&igrave; fallo, and&ograve; in lunetta. Uno su due dalla linea della carit&agrave;  e risultato ancora fermo sulla parit&agrave; : 100 Lakers, 100 Knicks. <br />
Mancavano 13 secondi alla fine. New York aveva l&#39;ultimo possesso.  <br />
Dave DeBusschere ricevette palle: finta, tiro, canestro. Mancavano 3 secondi e i Knicks erano avanti di 2. I Lakers avevano esaurito i time out a loro disposizione. Il Forum era ammutolito. <br />
A quel punto, convinto che la partita fosse finita, Chamberlain pass&ograve; la palla a West senza curarsi di quello che sarebbe avvenuto dopo. Volt&ograve; le spalle all&#39;azione ed inizi&ograve; ad incamminarsi verso gli spogliatoi. <br />
Il boato del pubblico lo blocc&ograve;. <br />
Si volt&ograve; e vide Jerry West esultare con le braccia alzate. Quasi non credeva ai propri occhi. <br />
Dalla propria aerea West aveva dribblato per tre volte Reed che cercava di chiudergli la strada e aveva fatto partire il classico tiro della disperazione. <br />
Circa sessanta piedi di distanza. Solo rete. Jerry West aveva compiuto il miracolo, ci&ograve; che aveva sempre sognato da bambino. </p>
<p>Ci fosse stato il tiro da tre punti come nell&#39;ABA, i Lakers avrebbero portato a casa partita e forse serie. Quel canestro invece rappresentava solo il pareggio e i Knicks si imposero comunque al supplementare. Ma quel leggendario tiro ha fatto epoca e per molti anni la posizione da cui era stato scagliato &egrave; rimasto segnato con una croce.</p>
<p>La sconfitta in gara 7 al Madison fece precipitare West in una sorta di disperazione. <br />
Jerry era affranto. Pochi mesi prima del titolo del 1972, dichiar&ograve; <i>&#8220;Forse sarebbe stato meglio non raggiungere sempre i playoffs, piuttosto che farli ogni anno ma non vincere mai&#8221;</i>. </p>
<p>Aveva persino preso in considerazione il ritiro, nonostante trentadue anni portati splendidamente, un fisico ancora integro e l&#39;ammirazione ed il rispetto che l&#39;intero mondo sportivo americano provava nei suoi confronti. <br />
Ammirazione che aveva portato la lega, in occasione del venticinquesimo anno di vita della NBA, a dedicargli il nuovo logo della National Basketball Association. Quello stesso logo che ancora oggi rappresenta la lega sportiva pi&ugrave; famosa e popolare al mondo.<br />
Un riconoscimento di eccezionale importanza per un giocatore ancora in attivit&agrave;  e che fino a quel momento non aveva ancora vinto nulla.</p>
<p>Forse fu proprio questo a spingere Jerry a continuare la sua rincorsa all&#39;anello. La voglia di provarci ancora una volta, la consapevolezza di essere sempre e nonostante tutto il Mr. Clutch per antonomasia, lo convinsero ad andare avanti. <br />
E mai scelta fu pi&ugrave; azzeccata.</p>
<p>Dopo un anno di transizione in cui ad aggiudicarsi l&#39;anello furono i Bucks dell&#39;anziano rivale Robertson e del giovane Alcindor, la stagione 1971-72 fu trionfale per i colori gialloviola. </p>
<p>Dopo un inizio stentato (6 vittorie e 3 sconfitte) e dopo il triste ritiro di Elgin Baylor, i Lakers vinsero 33 partite consecutive, tuttora record NBA. A met&agrave;  stagione avevano 39 vittorie e 3 sconfitte. <br />
A fine anno il bilancio di squadra parlava di 69 vinte e 13 perse. Nuovo record della lega, record che ha resistito agli assalti delle varie squadre per 24 anni, fino al 1996, anno in cui Bulls di Michael Jordan finiranno la Season con 72 vittorie e 10 sconfitte.</p>
<p>Il trentaquattrenne West chiuse la stagione regolare con 25.8 punti a partita e per la prima volta in carriera guid&ograve; la NBA in assist con 9.7 per partita. <br />
I Lakers si presentarono ai Playoffs come la squadra da battere. Al primo turno spazzarono via Chicago con un sonante 4-0. <br />
In finale di Conference si trovarono di fronte i Milwaukee Bucks, campioni in carica. Jerry ingaggi&ograve; un bellissimo duello con il suo rivale di sempre, Oscar Robertson. <br />
Chamberlain abus&ograve; di Jabbar e i Lakers si imposero in 6 gare. </p>
<p>C&#39;era ora una nuova finale per Los Angeles e per Jerry West. L&#39;ottava. La pi&ugrave; dolce. <br />
Gli avversari erano nuovamente i Knicks per la rivincita di due anni prima.<br />
L.A. perse gara 1 e antichi spettri tornarono a turbare i sogni di West. <br />
Vecchie cicatrici, tristi ricordi. Ricordi di finali gi&agrave;  vinte in partenza, ma perse agli ultimi secondi di gara sette. <br />
Come quella volta dei palloncini al Forum contro i Celtics. O quella volta al Madison, quando Reed sbuc&ograve; dal tunnel, per folgorare il pubblico ed i giocatori in campo. Antichi fantasmi che sembravano essere definitivamente allontanati, almeno per una stagione, ora tornavano a galla. </p>
<p>Ma stavolta la storia della serie era gi&agrave;  scritta. Con inchiostro gialloviola. <br />
Jerry West non brill&ograve;, non scrisse nessuna pagina immortale nel grande libro della pallacanestro americana, ma i Lakers vinsero le successive 4 partite (includendo i Playoffs, chiusero con 81 vittorie e 16 sconfitte) ed il tanto agognato anello and&ograve; finalmente ad ornare l&#39;anulare del ragazzo bianco da Ceylon. </p>
<p>Al termine di gara 5, Jerry corse ad abbracciare Chamberlain, nominato MVP della finale, quindi si rifugi&ograve; in spogliatoio. E pianse. Stavolta solo di gioia. </p>
<p>Fu uno strano scherzo del destino per West, quella finale. <br />
Aveva portato i Lakers a sette finali, giocando un basket fantastico per dodici anni nella lega. Aveva lottato quasi da solo nelle finali del &#39;65 e del &#39;69 contro i Celtics. Aveva tenuto in piedi i suoi Lakers nella finale del &#39;70 contro i Knicks, aveva strabiliato il mondo, aveva conquistato la stima di avversari e tifosi ed aveva sempre perso. Aveva sofferto e pianto per questo, come mai nessun&#39;altro. <br />
Ora che aveva appena giocato in quella serie finale il peggior basket della sua gloriosa carriera, aveva vinto un titolo. Il primo ed unico titolo.</p>
<p><i>&#8220;Ho giocato un basket terribile in queste finali e abbiamo vinto. In tutto questo sembra non esserci giustizia per me. Io ho contribuito cos&igrave; tanto negli anni scorsi per far vincere questa squadra, ma perdevamo sempre. Ora abbiamo vinto. Proprio quando ero solo una pezzo del macchinario. E&#39; particolarmente frustrante per me. Ho giocato in maniera cos&igrave; misera che la squadra avrebbe potuto benissimo far a meno di me e vincere comunque&#8221;</i> le parole, sicuramente fin troppo dure, con cui il perfezionista West commenter&agrave;  a caldo la sua vittoria.</p>
<p>Comunque rivitalizzato dal successo, Jerry decise di continuare la sua avventura nel mondo del basket giocato. Nel 1972-73 i Lakers arrivarono nuovamente in finale ancora contro i Knicks. Stavolta saranno i ragazzi della Grande Mela a prevalere. Quella serie finale rappresenter&agrave;  l&#39;ultimo atto della carriera di Wilt Chamberlain. </p>
<p>West invece decise di continuare ancora per un altro anno. Un anno per&ograve; sfortunato. Gioc&ograve; solo 31 partite a causa di un infortunio e al termine della stagione 1973-&#39;74, all&#39;et&agrave;  di 36 anni, disse definitivamente basta. <br />
<i>&#8220;I&#39;m not willing to sacrifice my standards&#8221;</i> le poche e semplici parole con cui dir&agrave;  addio. </p>
<p>Jerry lascer&agrave;  il basket giocato come terzo realizzatore di sempre dopo Chamberlain e Robertson nella storia della lega, con 25.192 punti in 932 gare. Una media di 27.03 punti a partita. Tuttora la quarta di ogni tempo. <br />
I suoi 31.2 punti della stagione 1969-70 rimangono ancora oggi la media pi&ugrave; alta nella storia della lega per un giocatore over 30. <br />
Nei playoffs, solo Jordan ha una media punti migliore e solo Jabbar ha realizzato pi&ugrave; punti totali.</p>
<p>Con il suo ritiro si chiuder&agrave;  definitivamente una delle pi&ugrave; belle epoche che la NBA ricordi. <br />
Quei favolosi anni &#39;60, in cui alcuni fra i pi&ugrave; grandi giocatori di tutti i tempi (Cousy, Russel, Robertson, Baylor, West, Chamberlain, Pettit, ecc.), concentrati in pochissime irripetibili squadre, facevano sognare tutta l&#39;America in sfide dal sapore irripetibile.</p>
<p>Dopo due anni fuori dal Basket, Jerry divenne head coach dei Lakers nella stagione 1976-77. Allen&ograve; la squadra per tre stagioni, chiudendo sempre con un record positivo e portandola sempre ai PO. <br />
Quindi divenne scout per i gialloviola e alla fine nel 1982 General Manager della squadra. </p>
<p>Il suo apporto &egrave; stato fondamentale nella creazione della dinastia dei Lakers degli anni &#39;80.<br />
Come GM condusse in maniera altrettanto impeccabile a met&agrave;  anni &#39;90 le operazioni che portarono Shaq e Kobe nella citt&agrave;  californiana, risultando quindi l&#39;artefice della conquista dei 3 titoli gialloviola di inizio nuovo millennio.</p>
<p>Sempre e comunque protagonista, pi&ugrave; di ogni altro essere umano, dei primi 60 anni di vita della NBA. <br />
Lui, Mr. Cltuch, che la maggior parte di questi 60 anni li ha vissuti interamente in prima persona, contribuendo in maniera fondamentale a scrivere indelebili pagine di storia sul grande libro della pallacanestro americana.<br />
E forse anche per questo, nonostante Jordan, il logo della NBA continua a raffigurare la sagoma di <b>Jerry Alan West</b>.</p>
<p></p>
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		<title>10° – Julius ‘Doctor J’ Erving</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Jul 2008 23:06:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Gara 4 di finale NBA del 1980. Il canestro pi&#249; bello della storia. Ad opera del Dottor Julius Erving C&#39;&#232; una data. Un giorno, un mese ed un anno. Forse persino un orario che non &#232; dato sapere. C&#39;&#232; un &#8230; <a href="http://archivio.playitusa.com/?p=6339">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
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<p><img src="wp-content/uploads/foto_post/erving.jpg" width=150 class="img_post"/></p>
<p>Gara 4 di finale NBA del 1980. Il canestro pi&ugrave; bello della storia. Ad opera del Dottor Julius Erving</p>
</div>
<p>C&#39;&egrave; una data. <br />
Un giorno, un mese ed un anno. Forse persino un orario che non &egrave; dato sapere. <br />
C&#39;&egrave; un momento preciso in cui pare tutto abbia avuto inizio. In cui la pallacanestro ha compiuto la sua ultima grande rivoluzione. Sarebbe cambiata per sempre e nulla sarebbe stato pi&ugrave; come prima.</p>
<p>In precedenza c&#39;era stato un occhialuto lacustre, sponda Minneapolis, col 99 sulle spalle. Il suo nome era George Mikan. Il suo ruolo era centro. Cambi&ograve; il modo di intendere il basket. Introdusse il concetto di giocatore dominante. Dopo di lui e per molti degli anni a venire qualsiasi squadra avesse avuto velleit&agrave;  di vittoria non avrebbe potuto prescindere da un big man sotto canestro. </p>
<p>Poi arriv&ograve; tale William Felton Russell, per gli amici Bill. Con lui il mondo del basket scopriva che le partite potevano essere vinte con la difesa. Che forse era pi&ugrave; importante subire un canestro in meno piuttosto che realizzarne uno in pi&ugrave;. Russell cambier&agrave;  radicalmente il modo di intendere il gioco, i suoi concetti, le sue tattiche, la sua psicologia.</p>
<p>Infine venne un ragazzo dallo stato di New York. Roosvelt per essere precisi. Era alto due metri, giocava da ala piccola. Spieg&ograve; al mondo intero come il basket potesse abbandonare per sempre il livello del parquet per elevarsi a quello del ferro. </p>
<p>C&#39;&egrave; una data, dicevamo. E&#39; quella del 27 ottobre 1971.<br />
C&#39;&egrave; un luogo: Louisiville nel Kentucky. <br />
Ed ovviamente c&#39;&egrave; una partita. Una delle prime partite di stagione regolare dell&#39;ABA, l&#39;American Basketball Association, la lega che da qualche anno stava facendo una feroce concorrenza alla pi&ugrave; celebre NBA. <br />
I Virginia Squires erano impegnati contro gli idoli locali, i Kentucky Colonels, una delle formazioni pi&ugrave; quotate del circuito. </p>
<p>Sono passati pochi minuti dalla palla a due quando una <i>small forward</i> ventunenne ruba  palla a met&agrave;  campo e vola verso il canestro avversario. <br />
Stacca poco oltre la linea del tiro libero per la poderosa schiacciata, ma sulla sua strada si stagliano le imponenti figure di due colossi della pallacanestro americana: Artis Gilmore e Dan Issel.</p>
<p><i>&#8220;Ero gi&agrave;  in volo quando li ho visti di fronte a me ad oscurare il canestro. Ho aspettato un secondo sperando scendessero gi&ugrave;. Poi mi son spinto in mezzo a loro e ho affondato la palla nel cesto pi&ugrave; forte che potessi. Cos&igrave; forte che sono caduto indietro sulla schiena. Quella schiacciata &egrave; stata come una scintilla. Mi ha fatto capire che se lo avevo fatto contro di loro, l&#39;avrei potuto fare contro chiunque, in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo. Without any fear&#8221;</i>. <br />
Senza nessuna paura. </p>
<p>Quel giorno il basket cambier&agrave;  per sempre. <br />
L&#39;ultimo profeta avrebbe avuto il nome di Julius Winfield Erving II. <br />
Per tutti semplicemente Doctor J. <br />
Il basket moderno nascer&agrave;  con lui. Da lui.</p>
<p>Sar&agrave;  lo stesso Michael Jordan a volercelo ricordare nel momento del suo ritiro nel 1998, quando fra i tanti giocatori con cui si &egrave; dovuto confrontare e misurare, ha voluto rendere omaggio soltanto ad uno, l&#39;unico al quale il divino Michael si &egrave; sempre inspirato. Le sue parole poche e semplici, ma significative:<br />
<i>&#8220;Se non ci fosse stato il Doc, non ci sarebbe stato neanche MJ&#8221;</i>.</p>
<p>Il Doc, il primo vero grande uomo volante. <br />
Colui che si librava in aria, decollava, veleggiava, volava. Non come Jordan. Forse anche di pi&ugrave;. <br />
Che affondava la palla nel cesto con potenza, ma anche con eleganza e classe. Le cui schiacciate, le celeberrime <i>House Call</i>, le chiamate a casa, avevano un effetto assolutamente devastante sugli esiti di una partita. Gasavano i compagni, annichilivano gli avversari, entusiasmavano il pubblico cui, amico o nemico, non rimaneva altro che alzarsi in piedi ed applaudire, molto spesso basito.</p>
<p>Il Doc possedeva doti atletiche nettamente superiori alla media, aveva due mani enormi che, complice una falange in pi&ugrave;, gli permettevano di trattare la palla come fosse una piccola arancia.<br />
Come ci viene ricordato da Marty Bell, l&#39;autore della biografia <i>The Legend of Dr. J</i>: <i>&#8220;He handles a basketball the way the average person handles a tennis ball&#8221;</i>.</p>
<p>Ma ci&ograve; che pi&ugrave; di ogni altra cosa spiccava nel suo gioco era l&#39;assoluta perfezione stilistica della sua pallacanestro. Qualsiasi cosa facesse. <br />
Poteva inchiodare una tremenda schiacciata oppure volteggiare sospeso fra gli avversari, poteva mettere palla a terra e partire battendo il suo avversario in un uno contro uno tecnicamente devastante. Il comune denominatore rimaneva sempre  un controllo del corpo perfetto, un&#39;eleganza innata, una pulizia del movimento, una compostezza tale da renderlo per la maggior parte degli addetti ai lavori, il giocatore pi&ugrave; bello da vedere nella storia di questo sport. </p>
<p>Stile, eleganza, compostezza. Parole che non trovavano riscontro solo nel suo modo di giocare a basket, ma rispecchiavano anche il suo animo, la sua personalit&agrave; .<br />
Tutti hanno voluto bene al celebre Dottore, tutti lo hanno ammirato. E&#39; stato uno dei pochi fra i grandissimi di questo sport a non conoscere la parola &#8220;hater&#8221;, esperti, giornalisti, allenatori, compagni o avversari che ne sminuissero il valore, che ne criticassero anche solo saltuariamente il comportamento. </p>
<p>E&#39; stato idolatrato da tutti i tifosi, senza alcuna distinzione di squadra, &egrave; stato amato dagli allenatori, cos&igrave; come dalla stampa con la quale ha sempre avuto un rapporto speciale. Dopo qualsiasi partita, vinta o persa, in cui avesse giocato bene o male, aveva sempre una fila interminabile di giornalisti davanti al suo armadietto. Lui rispondeva ad ogni singola domanda con la disponibilit&agrave;  e la gentilezza che da sempre ha contraddistinto la sua figura.</p>
<p>Durante tutta la sua lunghissima carriera, solo una volta Julius &egrave; stato coinvolto in un alterco. Contro il rivale di sempre, Larry Bird. Entrambi si misero le mani al collo, guardandosi con astio, in una posa immortalata da centinaia di flash che &egrave; passata alla storia di questo sport.<br />
Entrambi i giocatori furono squalificati per una partita. Ma il giorno dopo, la squalifica di Erving fu annullata in virt&ugrave; di una carriera e di uno stato di servizio assolutamente impeccabili.</p>
<p>Per tutte queste sue qualit&agrave;  al momento del ritiro Stern lo nomin&ograve; ambasciatore NBA nel mondo.<br />
Billy Cunningham dir&agrave;  a tal proposito: <i>&#8220;Julius &egrave; stato il primo giocatore a prendere in mano la fiaccola e diventare il portavoce della NBA nel mondo. Un ruolo che sembrava perfettamente costruito attorno a lui. E&#39; stato anche il primo giocatore la cui figura avrebbe varcato i confini della semplice pallacanestro. Bastava il semplice soprannome per identificarlo in tutto il mondo: Doctor J.&#8221;</i></p>
<p>Le origini del nick, forse il pi&ugrave; famoso nella storia del basket, sono nebulose. <br />
Durante i suoi anni nell&#39;ABA, in molti ritenevano fosse dovuto al fatto che Julius in campo &#8220;operava&#8221; gli avversari.<br />
Ma l&#39;ipotesi pi&ugrave; accreditata, avvalorata in seguito dallo stesso Erving, fa risalire il nick ai tempi del college. <br />
Julius era solito chiamare scherzosamente il suo compagno di stanza &#8220;Professor&#8221;. Un giorno costui gli rispose con un <i>&#8220;Tell me Doctor!&#8221;</i>.<br />
Il termine piacque al giovane Erving che lo fece suo.</p>
<p>Il nick assurse poi agli onori della cronaca durante una partita in un playground di New York, quando un improvvisato commentatore a bordo campo non sapeva pi&ugrave; a quali aggettivi ricorrere per descrivere le incredibili gesta di Julius. Esauriti i vari <i>&#8220;mirabolous, wonderful, fantastic, spectacular&#8221;</i>, lo speaker sembr&ograve; arenarsi alla ricerca di nuovi soprannomi ed epiteti da affibbiare a quello straordinario giocatore, finch&eacute; ad un certo punto lo stesso Erving gli si avvicin&ograve; e gli disse: <i>&#8220;Call me Doctor!&#8221;</i>. <br />
E Doctor fu. Secula seculorum.</p>
<p>
I primi contatti di Julius Erving con la pallacanestro, come per ogni buon Newyorkese, sono in un playground. Campbell Park fu il luogo che vide un ragazzino di circa otto anni cimentarsi con una sfera arancione e sfidare avversari notevolmente pi&ugrave; grandi di lui.<br />
A undici anni era altro circa 1.75 e quello che colpiva di lui erano le mani enormi, le braccia lunghissime ed una straordinaria elevazione.</p>
<p>And&ograve; alla Roosvlet High School dove un insegnante, Earl Mosley, lo prese sotto la sua protezione e gli insegn&ograve; i primi fondamenti del mestiere, facendolo lavorare duramente, sia in palestra che a scuola. <br />
A 15 anni era 1.85, giocava sia vicino che lontano da canestro e per i suoi coetanei era semplicemente inarrestabile. </p>
<p>Per college scelse Massachussets. <br />
Coach Jack Leaman lo faceva giocare sotto canestro ed il ragazzo infranse tutti i record di punti e rimbalzi della scuola. Chiuse con le medie 26.3 punti e 20.2 rimbalzi. </p>
<p>Nonostante ci&ograve; era ancora semisconosciuto al grande pubblico americano quando, dopo tre anni di college, Julius firm&ograve; un contratto di quattro anni per 500.000 dollari a stagione con i Virginia Squires dell&#39;ABA, il cui leader era un altro newyorkese, Charlie Scott.</p>
<p>Erving balz&ograve; subito agli onori della cronaca dopo la gara contro i Colonels, quindi fu un crescendo continuo. Chiuse la stagione con 27.3 punti per gara, fin&igrave; nel secondo quintetto di lega e fu secondo dietro Artis Gilmore nella corsa al titolo di rookie dell&#39;anno.<br />
Nei PO Julius alz&ograve; la media punti fino ad arrivare a 33.3 punti per gara. Al primo turno gli Squires eliminarono i Floridian, ma persero la finale della Estern Conference contro i Nets della stella Barry.</p>
<p>Era stata una prima stagione nel basket professionistico che non era passata inosservata neanche dall&#39;altra parte del firmamento cestistico americano. Iniziarono a piovere le offerte dalla NBA.<br />
I Bucks ex campioni in carica tentarono di invogliarlo per completare una squadra che gi&agrave;  aveva in play l&#39;anziano Robertson e in centro il giovanissimo Jabbar.<br />
Gli Hawks lo invitarono al Training Camp. Sembrava fatto il matrimonio fra Julius e Atlanta, ma gli Squires si opposero e Erving torn&ograve; in Virginia, dove disput&ograve; un&#39;altra stagione magistrale, conquistando il primo titolo di miglior realizzatore della lega con 31.9 punti a partita.</p>
<p>La Virginia per&ograve; iniziava a stargli stretta, la squadra era poco competitiva e Julius  forz&ograve; uno scambio. Sbarc&ograve; a New York alla corte dei Nets di coach Carnesecca.</p>
<p>Nell&#39;ottobre del 1973 esord&igrave; nella Grande Mela con la maglia numero 32 ed una capigliatura afro destinata a passare alla storia. Fu presentato dallo speaker dei Nets alla sua prima partita ufficiale con una frase che anch&#39;essa passer&agrave;  alla storia <i>&#8220;Ladies and gentleman, the great and woundrous Doctoooor J&#8221;</i>.</p>
<p>Tutto ci&ograve; che faceva o riguardava Erving in quegli anni era destinato a passare alla storia. In quel periodo incarnava il basket in ogni singolo aspetto del gioco. Julius era <b>IL</b> basket come forse solo Jordan qualche anno dopo sapr&agrave;  essere.</p>
<p>Furono stagioni esaltanti le tre ai Nets in cui Doctor J. si impose come il miglior giocatore della sua epoca, NBA inclusa. <br />
Era un periodo in cui l&#39;ABA era molto ricca di talento e poteva contare su numerosi giocatori di livello assoluto, ma Erving incarnava dentro di s&eacute; l&#39;essenza stessa della lega. Dire ABA e dire Julius Erving era la stessa identica cosa. Dominava un&#39;intera lega dal ruolo di ala piccola, risultando forse il primo giocatore di sempre ad avere un totale ed indiscusso dominio sulla partita non giocando sotto canestro. </p>
<p>In suo onore all&#39;All Star Game del 1976 si disput&ograve; il primo Slam-Dunk Championship della storia. <br />
E Julius non deluse le attese. Impression&ograve; tutti con una travolgente schiacciata ad una mano staccando dalla linea del tiro libero. Una roba mai vista prima. <br />
I suoi avversari, Artis Gilmore, Larry Kenon, George Gervin e David Thompson dovettero inchinarsi alla legge del pi&ugrave; forte. </p>
<p>Nei tre anni a New York, Erving vinse tre volte il titolo di MVP di Regular Season e due titoli ABA, nel 1974 e nel 1976. La prestazione che disput&ograve; nella finale del 1976 contro i Denver Nuggets viene ritenuta da molti la pi&ugrave; grande prestazione individuale di un giocatore in una serie Playoffs nella storia del basket americano.</p>
<p>In gara 1 chiuse con 45 punti, 12 rimbalzi e 4 assist, segnando 18 degli ultimi 22 punti della squadra oltre ovviamente al canestro decisivo con cui trascin&ograve; di peso i suoi alla vittoria per 120 a 118.<br />
In gara 2 sigl&ograve; 45 punti, con 14 rimbalzi, 8 assist, 3 recuperi e 25 punti nel solo ultimo quarto. <br />
In gara 3 mise a referto 31 punti, 10 rimbalzi, 4 assist, 4 stoppate e 2 recuperi. <br />
In gara 4 di punti ne mise 34, cui accompagn&ograve; 15 rimbalzi e 6 assist. <br />
In gara 5, 37 punti, 15 rimbalzi, 9 assist, 5 recuperi e 2 stoppate.<br />
Infine nella gara del titolo, la sesta, mise 31 punti, 19 rimbalzi, 5 assist, 5 recuperi e 4 stoppate.</p>
<p>Era la sua personalissima apoteosi. Il suo ineguagliabile show chiudeva per sempre le stagioni dell&#39;ABA nella storia del basket professionistico americano.<br />
Meglio di cos&igrave; difficilmente si sarebbe potuto scrivere la parola fine.<br />
In cinque anni in ABA Julius aveva vinto tre volte il titolo di miglior realizzatore, tre titoli di MVP di Regular Season, due anelli.</p>
<p>Qualche mese dopo le quattro maggiori franchigie della disciolta lega (New York Nets, Indiana Pacers, San Antonio Spurs e Denver Nuggests) approdavano nella NBA. I restanti giocatori furono assorbiti dalla NBA in uno storico dispersal draft. <br />
Erving aveva 27 anni e stava per iniziare la sua avventura nella National Basketball Association. Ma con una nuova maglia.</p>
<p>Lasci&ograve; infatti i Nets (che nel frattempo si erano trasferiti nel New Jersey) dopo un lungo contenzioso che si concluse solo la notte prima dell&#39;inizio della Regular Season per approdare alla corte dei Sixers per l&#39;allora stratosferica cifra di 3 milioni di dollari. Trovava come compagni di squadra Collins, Lloyd Free e Joe Bryant in guardia, McGinnis in ala e Mix e Dawkins sotto canestro. <br />
Con Erving, Philly divenne subito una contender. </p>
<p>Julius cerc&ograve; di cambiare il suo modo di giocare a Philadelphia, mettendosi pi&ugrave; al servizio della squadra, cercando di essere meno accentratore e provando pi&ugrave; a coinvolgere i compagni. Ma appena ne ebbe la possibilit&agrave; , al suo primo All Star Game nella NBA, le sue grandi doti realizzative, il suo essere autentica fonte di spettacolo allo stato puro, esplosero nuovamente. <br />
Vinse l&#39;MVP della partita delle stelle con 30 punti, 12 rimbalzi, 4 recuperi ed una serie di giocate al limite dell&#39;impossibile, di quelle che lo avevano reso l&#39;autentica icona dell&#39;ormai sepolta ABA e che ora lo rendevano il punto di riferimento anche della NBA.</p>
<p>Erving ebbe il merito di ridestare l&#39;interesse sopito dei tifosi nei confronti di una lega che da tempo stava attraversando un lungo periodo buio dopo i fasti degli anni &#39;60. <br />
Interesse che ben presto sfoci&ograve; in un vero e proprio massiccio ed appassionato seguito. <br />
Le trasferte dei Sixers si trasformarono in un appuntamento imperdibile. Regolarmente facevano registrare il tutto esaurito, con lunghe file ai botteghini che si andavano formando sin da parecchie ore prima che la partita avesse inizio. Le stesse tribune dei palazzetti si popolavano con largo anticipo perch&eacute; nessuno voleva perdere il celebre riscaldamento del Dottore e dei suoi compagni di squadra, di cui tutt&#39;oggi si favoleggia.</p>
<p>Il nuovo ed improvviso seguito dei tifosi serv&igrave; anche a ridestare l&#39;interesse dei media e dei mercati pubblicitari nei confronti del basket, gettando le basi per quella che sarebbe stata l&#39;opulenza degli anni a venire.<br />
Erving sarebbe stato il primo giocatore della storia ad avere in commercio una scarpa con il suo nome. </p>
<p>
I nuovi Sixers del dottore vinsero 50 partite. Nei playoffs superarono i campioni in carica di Boston e i Rockets di Moses Malone. <br />
In finale trovarono la Portland di Walton. Per tutti era una finale gi&agrave;  segnata in partenza, troppa differenza di talento pendeva dalla parte di Philly.<br />
Ma era l&#39;anno della Balzermania e i pronostici furono letteralmente sovvertiti.<br />
Erving gioc&ograve; maestosamente ma non ebbe compagni all&#39;altezza. Portland si impose in 6 gare.<br />
Al ritorno della squadra dall&#39;Oregon, i tifosi di Philly gli fecero trovare un cartello: <i>&#8220;Julius we owe you one&#8221;</i>. <br />
Julius te ne dobbiamo uno. Di titoli ovviamente. E ringraziamento migliore non ci poteva davvero essere.</p>
<p>Philly torn&ograve; in finale nel 1980. <br />
Quell&#39;anno Julius fu uno dei due players ancora in attivit&agrave;  (l&#39;altro fu Jabbar) ad essere inserito fra i 10 giocatori migliori di sempre in occasione del 35&#176; anniversario di vita della lega. </p>
<p>Dopo una Regular Season terminata con un record di 59 vittorie ed una splendida finale di Conference vinta contro i Boston Celtics del rookie Larry Bird in 5 gare, arriv&ograve; la finale contro i Los Angeles Lakers di Kareem Abdul Jabbar e di Earvin Magic Johnson. </p>
<p>Le prime quattro gare furono di perfetto equilibrio con Erving da un  lato e Jabbar dall&#39;altro ad oscurare gli altri giocatori in campo. <br />
In gara 4 Julius mise a segno il canestro che pochi anni fa &egrave; stato eletto come il pi&ugrave; bello nella storia di questo sport, il celebre <b>Baseline Move</b>.</p>
<p>Un movimento plastico, elegante e stupefacente. <br />
Julius che batte uno contro uno Mark Landsberger sulla destra, va per la schiacciata, c&#39;&egrave; il recupero del difensore che prova la stoppata, c&#39;&egrave; Jabbar che si alza ad oscurargli il canestro. E c&#39;&egrave; Erving che tiene la palla in mano come un&#39;arancia. La porta verso il basso mentre continua a fluttuare, apparentemente per sempre. La palla scompare dietro il tabellone, poi riappare nel canestro.</p>
<p><i>&#8220;Ero l&igrave; per vincere un titolo ed ero concentrato solo su quello, ma quando Julius fece quel canestro il pensiero dell&#39;anello vol&ograve; via. Rimasi semplicemente a bocca aperta. Dopo che la palla scosse la retina ricordo che pensai: cosa dobbiamo fare ora? Rimettere la palla in gioco o chiedergli di farlo di nuovo?&#8221;</i><br />
Parole di Magic Johnson. </p>
<p>Con la serie sul 2 a 2, sembrava una finale segnata quando Jabbar si infortun&ograve; in gara 5. Ma poi arriv&ograve; la magia di un rookie destinato a scrivere pagine leggendarie nella storia di questo sport. <br />
La gara 6 di Magic con Jabbar infortunato passer&agrave;  alla storia e ancora una volta per Erving l&#39;appuntamento con l&#39;anello di campione NBA sarebbe stato rimandato.</p>
<p>La stagione successiva Erving vinse il suo primo titolo di MVP della Regular Season in NBA. Ma la corsa dei Sixers si arrest&ograve; in una nuova magnifica finale di Conference contro i Celtics (<a href=" http://www.playitusa.com/NBA/2263/ " target="_blank">La Maledizione dello Spectrum</a>). <br />
Philly si era portata avanti sul 3 a 1. Ma poi diede vita ad un autentico suicidio collettivo. Perse al Garden la decisiva gara 7, dopo aver condotto per larghi tratti di partita.<br />
In Larry Bird, Julius gi&agrave;  dall&#39;anno prima aveva trovato il suo pi&ugrave; acerrimo e terribile rivale.</p>
<p>L&#39;anno successivo, nel 1982, per Philadelphia ci fu la terza finale NBA in sei anni. La terza sconfitta. Ancora contro i Lakers. <br />
I Sixers venivano da una nuova terrificante ed incandescente battaglia nella finale della Eastern Conference contro i Celtics, piegati solo in altre sette tiratissime gare. </p>
<p>In finale, nessun canestro miracoloso, nessuna prova mostruosa. <br />
Semplicemente la consapevolezza che Los Angeles era pi&ugrave; forte e fresca. I Lakers, complici una Western Conference decisamente pi&ugrave; livellata, avevano impiegato otto partite per arrivare alla finale (due sweep). Philadelphia ne aveva impiegate quindici. </p>
<p>Erving era un giocatore deluso. Era idolatrato a Philadelphia come in tutti gli States, icona di quella NBA che riacquistava potere economico, diritti televisivi, pubblico, importanti fette di mercato, anche grazie a lui. Ma non aveva ancora vinto un titolo in NBA e questo gli pesava. <br />
Aveva 32 primavere sulle spalle, gli anni migliori stavano per volare via e gli mancava il sigillo pi&ugrave; importante ad una carriera che era stata un&#39;autentica fantastica avventura. </p>
<p>Ci&ograve; che mancava veramente ai Sixers ed al Doc per arrivare all&#39;agognato anello era un centro di livello assoluto. Qualcuno che potesse lottare sotto canestro contro i vari Kareem, McHale, Parish.</p>
<p>Harold Katz, owner dei Sixers, quell&#39;estate mosse le pedine giuste. In uno scambio a tre, sped&igrave; Darryl Dawkins nel New Jersey e Caldwell Jones a Houston, riuscendo cos&igrave; a metter le mani sul miglior centro della lega, colui che era soprannominato &#8220;The scoring-rebounding machine&#8221;, Moses Malone, fresco MVP stagionale con la maglia dei Rockets.</p>
<p>Moses cambi&ograve; gli equilibri di Philadelphia e della lega intera. Philly si ritrov&ograve; una squadra terribilmente forte, con Andrew Toney, Maurice Cheeks, Bobby Jones, Julius Erving e lo stesso Malone. <br />
I Sixers vinsero 65 partite in stagione e si presentarono ai playoffs come la grande favorita. <br />
Erving segn&ograve; 21.4 punti a partita, Malone (ancora MVP della regular) ne segn&ograve; 24.5 e cattur&ograve; 15.6 rimbalzi.</p>
<p>Al termine della season Moses, ad una domanda di un giornalista su come sarebbero andati i playoffs, proruppe nella spavalda e storica affermazione: <i>&#8220;Fo Fo and Fo&#8221;</i>. Il che equivaleva a dire, sweeppare le tre squadre che avrebbero incontrato durante la loro corsa al titolo.</p>
<p>Ci andarono maledettamente vicini.<br />
4-0 ai Knicks. 4-1 a Milwaukee in finale di Conference. Al termine di questa partita, Malone sorrise e corresse in <i>&#8220;Fo, Fi and Fo&#34;</i>.<br />
Non avrebbe pi&ugrave; sbagliato.<br />
In finale i Sixers trovarono ancora i Lakers. Ancora Magic. Ancora Jabbar.</p>
<p>Philly vinse gara 1 per 113 a 107 e gara 2 per 103 a 93.<br />
Tutte le speranze dei Lakers erano riposte nelle successive due partite casalinghe.<br />
Gara 3 vinta fu vinta ancora dai Sixers per 111 a 94, con il Forum precipitato in un silenzio surreale e Nixon che abbandon&ograve; la partita nel terzo quarto per infortunio e fu costretto a saltare anche la successiva.<br />
Gara 4 fu la partita pi&ugrave; combattuta della serie. I Lakers volevano comunque salvare l&#39;onore. Misero alle corde i Sixers.<br />
A due minuti dalla fine conducevano per 106 a 104. </p>
<p>Philadelphia chiam&ograve; l&#39;ultimo time out a disposizione. Quando le due squadre tornarono in campo cominci&ograve; lo spettacolo targato Julius Erving.<br />
<i>&#8220;I&#39;m taking over&#8221;</i> furono le sue parole all&#39;ingresso sul terreno di gioco.</p>
<p>Il Doc rub&ograve; palla a Jabbar e and&ograve; a schiacciare per il 106 pari. <br />
Sull&#39;azione successiva Magic mise un tiro libero, quindi possesso nuovamente ai Sixers. Maurice Cheeks serv&igrave; Erving che and&ograve; in entrata, segn&ograve;, sub&igrave; fallo, mise il libero e port&ograve; Philly sul pi&ugrave; due. 109 a 107.<br />
I Lakers andarono a cercare Jabbar sotto canestro per ristabilire la parit&agrave; . Kareem sub&igrave; fallo. Fece uno su due dalla linea. 109-108.</p>
<p>La partita sembrava ancora in bilico, ma Erving era ormai entrato in trance agonistica. Ricevette palla poco dietro l&#39;arco dei tre punti e fece partire una tripla. <br />
Solo rete. Era il 112 a 108 Sixers, che chiudeva di fatto partita e serie. <br />
<i>&#8220;Non ho trovato io il canestro, &egrave; stato il canestro che ha trovato me&#8221;</i> dir&agrave;  ai microfoni Julius a fine gara mentre fiumi di champagne gli venivano versati sul capo. </p>
<p>Quello rimase l&#39;unico anello del dottore in NBA. Alcuni infortuni, l&#39;et&agrave;  non pi&ugrave; verde dei principali interpreti, limitarono la squadra nei due anni successivi. Poi arriv&ograve; Charles Barkley, ma Erving ormai aveva passato gli anni pi&ugrave; belli della sua carriera. </p>
<p>All&#39;nizio della stagione 1986-87 Julius annunci&ograve; che quello sarebbe stato il suo ultimo anno da professionista. <br />
Dalla prima fino all&#39;ultima partita di Regular Season, dovunque i suoi Sixers andassero a giocare, per Erving erano solo lunghi ed interminabili applausi, appassionati tributi, manifestazioni di affetto e profonda riconoscenza per quanto aveva dato in quegli anni al basket americano.</p>
<p>Ricevette un dono in ogni citt&agrave; . Un paio di sci a Salt Lake City, una sedia a dondolo a Los Angeles, le chiavi della citt&agrave;  ad Indianapolis, un pezzo del parquet incrociato del Garden a Boston. <br />
Era la prima volta che uno sport intero rendeva omaggio ad uno dei suoi massimi interpreti. Non era successo per Chamberlain, per Robertson, neanche per Russell. Succedeva per Doctor J. Il protagonista dell&#39;ultima, grande rivoluzione del gioco. </p>
<p>Il 17 aprile del 1987 Erving gioc&ograve; l&#39;ultima partita di Regular Season allo Spectrum. Guid&ograve; i suoi Sixers alla vittoria contro i Pacers. Quella sera, tanto per gradire, mise 38 punti. <br />
Aveva disputato 11 stagioni in NBA. Aveva vinto un titolo, un trofeo di MVP, 5 volte primo quintetto di lega, era stato convocato in ogni singolo anno all&#39;All Star Game. <br />
Considerando anche l&#39;ABA aveva realizzato 30.026 punti in carriera. <br />
Tuttora solo Jabbar, Karl Malone, Chamberlain e Jordan hanno segnato pi&ugrave; di lui.</p>
<p>Il 20 Aprile quarantamila persone accorsero alla parata in suo onore per le strade di Philadelphia. </p>
<p>L&#39;ultima partita in assoluto fu il 3 maggio, primo turno di Playoffs. Gara 5.<br />
I Sixers venivano eliminati dai Milwaukee Bucks. <br />
Al suono della sirena il pubblico di Milwaukee si alz&ograve; tutto in piedi per un lungo, spontaneo, interminabile applauso. Idealmente tutto il mondo del basket si accod&ograve; a quell&#39;applauso. Per rendere omaggio al <i>Great and woundrous Doctor J.</i>, il giocatore senza il quale oggi la pallacanestro probabilmente sarebbe stata diversa. E persino Michael Jordan non sarebbe stato tale. </p>
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		<title>11° – Elgin Gay Baylor</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Feb 2008 22:08:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Goat</dc:creator>
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		<category><![CDATA[I Campioni del passato]]></category>

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		<description><![CDATA[Elgin Baylor: quasi come Jordan, venticinque anni prima Michael Jordan. Si pu&#242; dire tutto ed il contrario di tutto su Elgin Baylor. Ed esser sicuri di non sbagliare. Si pu&#242; definirlo il miglior giocatore di sempre a non aver mai &#8230; <a href="http://archivio.playitusa.com/?p=6064">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="figure">
<p><img src="wp-content/uploads/foto_post/ElginBaylor_100208.jpg" width=150 class="img_post"/></p>
<p>Elgin Baylor: quasi come Jordan, venticinque anni prima Michael Jordan.</p>
</div>
<p>Si pu&ograve; dire tutto ed il contrario di tutto su Elgin Baylor. Ed esser sicuri di non sbagliare.<br />
Si pu&ograve; definirlo il miglior giocatore di sempre a non aver mai vinto un titolo, ma allo stesso modo il pi&ugrave; grande fra i <i>&#8220;perdenti&#8221;</i> nella storia della NBA. </p>
<p>Possiamo affermare che &egrave; stato una delle pi&ugrave; devastanti macchine da canestro a calcare un parquet di basket, ma nel contempo che non ha mai un vinto un titolo di miglior realizzatore della lega.</p>
<p>Ha risollevato i Lakers dal baratro del fallimento, ma non &egrave; mai stato capace di portarli sul tetto del mondo.<br />
E&#39; stato il primo giocatore ad elevare il livello del gioco al di sopra del ferro, ma quando si parla di questa rivoluzione i nomi ricorrenti cui si fa riferimento sono sempre quelli di Connie Hawkins, Julius Erving e ovviamente Michael Jordan. </p>
<p>Il tutto ed il nulla per colui il cui gioco, durante i suoi migliori anni nella lega, veniva spesso associato ad un unico, inequivocabile aggettivo: <i>unstoppable</i>, inarrestabile. E mai termine &egrave; stato pi&ugrave; appropriato. <br />
Il tutto ed il nulla. Ma del resto, un giocatore che deve il suo nome di battesimo alla marca dell&#39;orologio da taschino del padre, non poteva non rimanerne segnato a vita.</p>
<p>Sembrer&agrave;  una battuta appena passabile, ma in realt&agrave;  lo &egrave; fino ad un certo punto. <br />
E&#39; finanche banale infatti riassumere la mirabolante carriera del 22 in maglia Lakers con una semplice ed inequivocabile constatazione: nel firmamento della National Basketball Association, Elgin Baylor rappresenta una delle stelle pi&ugrave; luminose, ma contemporaneamente quella con il debito pi&ugrave; grande nei confronti della sorte.<br />
Un debito che i numerosi e continui riconoscimenti che il giocatore ha ricevuto nel corso dei sessant&#39;anni di vita della lega, solo in minima parte hanno potuto colmare.</p>
<p>Nel 1992, Jerry West, uno che la maggior parte di questi sessant&#39;anni li ha vissuti interamente in prima persona, ha avuto modo di dire: <i>&#8220;Sento spesso la gente parlare delle grandi ali di oggi. Ottimi giocatori, ma io non ho ancora visto nessuno che possa essere minimamente paragonato ad Elgin&#8221;</i>.</p>
<p>Bill Sharman suo rivale quando militava ai Celtics e successivamente suo allenatore ai Lakers un giorno disse: <i>&#8220;Posso affermare senza esitazioni che Elgin &egrave; stato il miglior &#8220;cornerman&#8221; mai visto su un campo di basket&#8221;</i>.<br />
Tommy Hawkins dichiar&ograve; al San Francisco Examiner:  <i>&#8220;Libbra per libbra, nessuno &egrave; stato cos&igrave; grande come Elgin. Nessuno!&#8221;</i>.</p>
<p>Otto finali NBA, dieci primi quintetti di lega, undici All Star Game, il titolo di matricola dell&#39;anno, terzo realizzatore di sempre per media punti nella storia dopo Jordan e Chamberlain, nono per media rimbalzi, una serie di record realizzativi, alcuni dei quali tuttora inviolati, Baylor era una guardia-ala completa ed elegante, capace di far male da ogni posizione ed in ogni occasione.</p>
<p>Uno contro uno era incontenibile. Quando metteva palla a terra non c&#39;era nessuno che riuscisse a fermarlo. Era veloce, sgusciante e forte allo stesso tempo. Dotato di un ball-handing perfetto, le sue finte ed i suoi movimenti rendevano la vita improba per qualsiasi difensore. </p>
<p>Leggendario il suo tiro dalla distanza, scagliato con mano sicura da ogni mattonella del Forum. Efficace e preciso il suo jump shot, da qualsiasi posizione. Solidi e diversificati i movimenti spalle a canestro, movimenti che non avevano nulla da invidiare ai migliori centri della lega.<br />
Baylor era inoltre, nonostante la statura, un eccellente rimbalzista, aiutato in questo da un incredibile tempismo e da doti atletiche eccezionali.</p>
<p>Proprio le strepitose capacit&agrave;  atletiche, pi&ugrave; di ogni altra cosa, spiccavano nel suo gioco. Le evoluzioni e le acrobazie con cui volava a canestro erano un&#39;autentica novit&agrave;  all&#39;interno del panorama NBA di fine anni &#39;50. </p>
<p>Baylor era capace di rimanere in aria pi&ugrave; di compagni ed avversari, ed inventare i canestri pi&ugrave; impossibili. Aveva l&#39;innata capacit&agrave;  di eseguire mirabolanti movimenti aerei cambiando la posizione del corpo e della sfera, veleggiando, quasi fluttuando fra gli avversari. <br />
Proprio come Erving o Jordan anni ed anni dopo. </p>
<p>Tommy Hawkins dir&agrave;  in merito: <i>&#8220;Ovviamente non saltava cos&igrave; in alto come Julius e Michael, ma sicuramente aveva una maggiore variet&agrave;  di tiro di Erving e probabilmente anche dello stesso Jordan. Era incredibile, tirava e segnava da qualsiasi angolazione. Inoltre era forte, veloce e atletico. Un mix incontenibile. Poteva giocare in post come Russell, passare come Magic, dribblare come le migliori guardie nella lega. Non bastano le parole per descriverlo&#8221;</i>.</p>
<p>
<b>Elgin Gay Baylor</b> nacque il 16 settembre del 1934 a Washington, D.C.<br />
La leggenda narra che suo padre nel momento in cui il piccolo vedeva la luce, istintivamente port&ograve; gli occhi all&#39;orologio da tasca per immortalare l&#39;ora dell&#39;evento. Quale fosse la marca dell&#39;orologio &egrave;, a questo punto, inutile sottolinearlo.</p>
<p>Elgin inizi&ograve; a giocare a basket molto tardi, all&#39;et&agrave;  di 14 anni circa. Ma impar&ograve; in fretta. <br />
Da senor all&#39;High School fu il primo player di colore della storia ad essere nominato miglior giocatore della capitale. </p>
<p>Problemi di voti accademici complicarono la sua evoluzione cestistica. Baylor fu costretto a lasciare il piccolo college dell&#39;Idaho dove aveva trascorso un anno alle medie di 31.3 punti e 18.9 rimbalzi a partita, per trasferirsi alla Seattle University. </p>
<p>Le regole che vincolavano i trasferimenti di un giocatore da un college all&#39;altro lo obbligarono a rimaner fermo per tutto il suo primo anno a Seattle. Nei due successivi viaggi&ograve; ad oltre 31 punti e 19 rimbalzi di media. </p>
<p>Durante il suo ultimo anno al college (1957-58) fu un All American e condusse Seattle, diciottesima nel ranking collegiale, ad una splenida cavalcata vincente che si concluse con la finale NCAA a Louisville. Fu in questo periodo che Baylor venne definito da Emmett Watson, popolare penna di Sport Magazine <i>&#8220;il miglior giocatore di basket del pianeta, professionisti inclusi&#8221;</i>.</p>
<p>Nella finale NCAA arriv&ograve; per&ograve; la sconfitta contro la pi&ugrave; quotata Kentucky del mitico Adolph Rupp, per 84 a 72. Baylor aveva giocato comunque un&#39;eccellente partita, realizzando 25 punti, tirando gi&ugrave; 19 rimbalzi e meritando, nonostante la sconfitta, il premio di Most Outstanding Player delle Final Four.</p>
<p>Alla fine della stagione collegiale si fecero pi&ugrave; insistenti le pressioni dei New York Knickerbockers che tentarono di convincere il giovane player a rimanere un ulteriore anno al college, nell&#39;ovvio tentativo di accaparrarsene i servizi. Baylor tuttavia decise di dichiararsi eleggibile al draft NBA del 1958. Nessun dubbio che sarebbe stato la prima scelta assoluta. </p>
<p>C&#39;era molta curiosit&agrave;  fra gli addetti ai lavori attorno a questo favoloso player di cui gli scout raccontavano meraviglie. <br />
Dicevano fosse buffo vederlo giocare perch&eacute; aveva un tic nervoso che lo costringeva a strani movimenti verso il basso con il mento. Ma ribadivano che era buffo solo per gli spettatori. Gli avversari non ci trovavano nulla di divertente. Non appena Elgin metteva palla a terra, si ritrovavano regolarmente ridicolizzati. </p>
<p>Si sparse la voce prima del suo esordio fra i pro che il segreto fosse mandarlo in palleggio sul lato sinistro, quello pi&ugrave; debole, ma questa diceria venne subito smentita sin dalle sue primissime partite da rookie con la maglia dei Minneapolis Lakers.</p>
<p>Correva l&#39;anno 1958-59. I Lakers erano una squadra alla sbando, sull&#39;orlo della bancarotta. I fasti dell&#39;epoca Mikan erano ormai tramontati e la squadra del Minnesota aveva appena concluso la stagione adagiandosi tristemente sul fondo della Western Dvision con un poco glorioso record di 19 vittorie e 53 sconfitte.</p>
<p>Il pubblico latitava, le entrate erano scarse. Bob Short, proprietario della squadra, era pronto a dichiarare fallimento, ma quando riusc&igrave; a convincere Baylor a saltare l&#39;ultimo anno di college per approdare nella NBA, realizz&ograve; che forse non tutto era ancora perduto.</p>
<p>Elgin poteva essere l&#39;ultima speranza di sopravvivenza della franchigia. Fu additato come colui che avrebbe potuto risollevarla dal baratro, come il <i>salvatore</i> del team. Ed effettivamente lo fu.<br />
Per molti versi, se oggi esistono i Lakers, se sono diventati la seconda franchigia pi&ugrave; gloriosa nella storia della NBA, lo devono a lui. </p>
<p>La cifra che il giocatore chiese per  firmare fece molto scalpore. Una cifra che per l&#39;epoca era elevatissima: ventimila sonanti bigliettoni. Ma Bob Short accett&ograve;. Del resto l&#39;alternativa era la morte della franchigia. Fu come un sei al superenalotto. </p>
<p>Il pubblico raddoppi&ograve; improvvisamente. Gli abitanti di Minneapolis, ammaliati dai movimenti e dalle giocate spettacolari di quel rookie, improvvisamente si riscoprirono innamorati della squadra. Le gare dei gialloviola iniziarono a diventare un evento imperdibile e anche in trasferta facevano registrare sempre il tutto esaurito. Le mirabolanti acrobazie della nuova stella dei Lakers conquistarono l&#39;intero mondo del basket a stelle e strisce.</p>
<p>Al primo anno in NBA, Elgin fece registrare 24.9 punti (quarto nella lega) e 15 rimbalzi a partita (terzo). <br />
Il 23 gennaio fu convocato per la partita delle stelle. Realizz&ograve; 24 punti, cattut&ograve; 11 rimbalzi. Fu eletto MVP dell&#39;incontro ex aequo con Bob Pettit. <br />
Il 25 febbraio del 1959 contro i Cincinnati Royals realizz&ograve; 55 punti, prestazione che all&#39;epoca era la migliore di sempre per un rookie (tuttora &egrave; record di franchigia per i Lakers) e la terza migliore nella storia dopo i 63 di Fulks e i 61 di Mikan. <br />
Lo stesso Baylor, qualche mese dopo canceller&agrave;  il record di Fulks mettendo a referto 64 punti contro i Boston Celtics.</p>
<p>Minneapolis vinse 14 partite in pi&ugrave; rispetto alla precedente stagione. I gialloviola finirono secondi nella Western Division. Baylor fu rookie dell&#39;anno e trascin&ograve; di peso la squadra ad una splendida corsa nei playoffs.<br />
Fra la sorpresa generale i Lakers sconfissero nella finale della Western Division i St. Louis Hawks, campioni in carica e guidati dall&#39;MVP di stagione Bob Pettit. In un solo anno erano passati da essere il fanalino di coda dell&#39;intera lega a giocare per l&#39;anello. </p>
<p>La finalissima contro i Celtics di Russell fu impietosa. Un sonoro sweep assicur&ograve; a Boston il secondo titolo, il primo di una lunghissima, interminabile sequenza. <br />
I Celtics erano una squadra costruita in maniera perfetta da Red Auerbach, Minneapolis poteva invece contare solo sull&#39;apporto di un fantastico Baylor, ma poco altro. La squadra aveva soprattutto una evidente lacuna sotto canestro. Lacuna che verr&agrave;  colmata solamente diversi anni dopo e che coster&agrave;  ai Lakers molte delle finali che andranno a disputare nel corso delle stagioni a venire. </p>
<p>Ma la sconfitta, la seconda consecutiva per Elgin in una finale, dopo quella dell&#39;anno prima al college, sembrava essere solo una lieve increspatura in quella che si avviava ad essere una delle carriere pi&ugrave; luminose nella storia NBA. <br />
Baylor aveva letteralmente abbagliato tutti, giocatori, allenatori, addetti ai lavori e pubblico. </p>
<p><i>&#8220;Ebbe lo stesso impatto che avrebbe avuto vent&#39;anni dopo Larry Bird&#8221;</i> dichiarer&agrave;  in seguito Hot Rod Hundley, suo compagno di squadra a L.A. <br />
Un impatto che non era solo misurabile nel numero dei punti realizzati o dei rimbalzi catturati. Il gioco di Baylor andava oltre i meri numeri. Sin dal suo primo anno si rivel&ograve; il leader della squadra, capace di coinvolgere i compagni, di migliorarli, ma anche di trasmettere emozioni al pubblico e renderli partecipi alle vicissitudini della squadra. </p>
<p>Ma il meglio doveva ovviamente ancora arrivare. Il meglio Elgin l&#39;aveva riservato per un pubblico d&#39;eccezione. Quello di L.A. </p>
<p>Al termine della stagione successiva infatti, i Lakers lasciavano le fredde montagne del Minnesota per la calda costa californiana. Los Angeles ne era la nuova patria. <br />
Contemporaneamente dal draft arriv&ograve; Jerry West e subito venne a crearsi una delle coppie pi&ugrave; forti nella storia del gioco. <br />
Era l&#39;estate del 1960: si schiudeva una delle pi&ugrave; gloriose epoche del basket made in USA.</p>
<p>Il terzo anno Baylor era il leader carismatico dei nuovi Lakers, in campo e fuori. Colui che sul parquet dettava i tempi ed i ritmi del gioco, oltre a ricoprire ovviamente il ruolo di primo terminale offensivo. Colui che fuori dal parquet disciplinava i rookie, li aiutava, li migliorava. <br />
Lo stesso West ammetter&agrave;  l&#39;importanza per lui durante i suoi primi anni in NBA di un compagno come Baylor, da cui apprendere molto e a cui declinare volentieri le principali responsabilit&agrave;  offensive. </p>
<p>La citt&agrave;  californiana impazz&igrave; letteralmente per le movenze della guardia-ala in maglia gialloviola. Baylor li ripag&ograve; giocando un basket stellare. <br />
Ingaggi&ograve; sin dall&#39;inizio della Regular Season uno spettacolare duello a distanza con Chamberlain a suon di punti. </p>
<p>Il 15 novembre del 1960, in una gelida serata newyorkese, Elgin fu il primo giocatore della storia a valicare la famosa soglia dei 70 punti. Per la precisione ne mise <b>71</b> contro i Knicks. Una cifra che per un esterno che non poteva contare neanche sull&#39;ausilio del tiro da 3 punti, sembrava letteralmente impensabile. Era nuovo record NBA. Migliorava i 64 punti che lui stesso aveva messo a referto l&#39;anno prima. <br />
Tuttora solo tre giocatori (Chamberlain, Thompson e Bryant) hanno superato i 71 punti nella storia della lega. </p>
<p>Johnny Greer, ala dei Knicks, ricorda con queste parole l&#39;impresa di Baylor: <br />
<i>&#8220;E&#39; difficile da credersi, ma Elgin quella sera non fece nulla di speciale. Non forz&ograve; mai una conclusione, gioc&ograve; normalmente come se non gli importasse nulla dei punti che metteva. La squadra non gioc&ograve; per lui, per fargli fare un record. Solo che a Elgin veniva tutto naturale. Non sbagliava mai. Prendeva il rimbalzo in difesa attaccava il canestro avversario e segnava. Prendeva un tiro da qualsiasi posizione e lo metteva. Senza forzature, senza conclusioni avventate. Faceva cose che all&#39;apparenza potevano sembrare non straordinarie. Ma la verit&agrave;  &egrave; che era lui ad essere straordinario&#8221;</i>.</p>
<p>La risposta di Chamberlain non si fece attendere. Venti giorni dopo Wilt piazzava 78 punti proprio contro i Lakers in un match protattosi per 3 supplementari. <br />
A fine anno Elgin realizz&ograve; 34.8 punti per gara. Wilt ne mise 38.4. Per Baylor solo il secondo posto nella classifica dei realizzatori.<br />
Nel ranking dei migliori rimbalzisti di lega il suo nome invece figurava in quarta posizione, dietro autentici mostri sacri quali Chamberlain stesso, Russell e Pettit, tutti giocatori che, a differenza sua, evoluivano sotto i tabelloni. </p>
<p>Nella finale della Western Division i Lakers si ritrovarono davanti i soliti St. Louis Hawks di Pettit. Si portarono avanti per 3 a 2 nella serie. Ma persero una drammatica e sfortunata gara 6 all&#39;overtime per 114-113 ed una serratissima gara 7 per 105-103. Per Elgin una media di 38.1 punti nelle 12 partite di post season. <br />
Agli Hawks l&#39;onore di deporre le armi contro i Celtics in finale. </p>
<p>L&#39;anno successivo fu probabilmente il migliore della carriera di Elgin Baylor. Ma anche il pi&ugrave; strano.<br />
Il giovane dovette prestare servizio militare nella base dell&#39;esercito di Fort Lewis, nello stato di Washington. Ci&ograve; gli imped&igrave; di scendere in campo durante gli incontri che si giocavano in settimana. Era disponibile solo dal venerd&igrave; alla domenica. </p>
<p>Elgin gioc&ograve; solo 48 partite, ma furono tutte indimenticabili. Segn&ograve; la stratosferica cifra di 38.3 punti a partita. Terza media di sempre nella storia delle lega, l&agrave;  dove la seconda era quella di Chamberlain dell&#39;anno prima, migliore di appena un decimo di punto a gara.<br />
Peccato che quello stesso anno si verific&ograve; anche la prima media realizzativa  nella storia della lega. I 50.4 di Wilt. E ancora una votla il titolo di miglior realizzatore incredibilmente gli sfugg&igrave;. </p>
<p>Nelle 13 gare di Playoffs la media di Baylor sal&igrave; ulteriormente a 38.6 punti a partita. Fu l&#39;autentico trascinatore dei Lakers. I gialloviola approdarono alla seconda finale della loro storia. </p>
<p>Era la prima volta che Los Angeles e Boston si affrontavano nella sfida che avrebbe assegnato il titolo (<a href="http://www.playitusa.com/articolo.php?id=2757" target="_blank">The Start of it All</a>). Ed Elgin scrisse un altro capitolo della sua leggenda.<br />
Con la serie ferma sul 2 a 2, consegn&ograve; gara 5 direttamente ai libri di storia, segnando 61 punti, tuttora record per una partita di finale e, fino al 1986 con Jordan, record per una partita di Playoffs. Inoltre cattur&ograve; 22 rimablzi. </p>
<p>Il suo marcatore Satch Sanders lo defin&igrave; <i>&#8220;una macchina&#8221;</i> e Cousy rimarc&ograve;: <br />
<i>&#8220;Nessuno ci creder&agrave; , ma Satch lo marc&ograve; bene. Lo fece sudare. A fine partita gli feci persino i complimenti per come aveva difeso. Baylor si sud&ograve; ogni singolo punto&#8221;</i>.<br />
Lo stesso giovanissimo Jerry West rammenter&agrave; : <i>&#8220;Era una di quelle sere in cui quando Elgin aveva la palla dovevi solo prendere una sedia e fermarti a guardarlo ammirato&#8221;</i>.</p>
<p>Alla fine a vincere il titolo furono i soliti Celtics in una memorabile gara 7 finita all&#39;overtime. Una partita in cui Elgin quarantelleggi&ograve; e caric&ograve; di falli la difesa di Boston. Una partita in cui Frank Selvy, guardia di L.A., ebbe la palla della vittoria. La sbagli&ograve;, la sfera ball&ograve; sul ferro, Baylor vol&ograve; a rimbalzo, ma Russell gli strapp&ograve; la sfera dalle mani, mandando la partita al supplementare. <br />
Anni dopo Baylor dichiarer&agrave;  di non essersi mai dato pace per quella vittoria sfumata all&#39;ultimo secondo. Per quel rimbalzo strappatogli, secondo lui, in maniera fallosa dal rivale Bill.</p>
<p>L&#39;anno seguente Elgin divenne il primo giocatore della storia a concludere la stagione fra i primi cinque in quattro categorie diverse: punti, rimbalzi, assist e percentuali ai liberi.<br />
Mise a referto 34 punti a partita, ma ancora una volta fu soltanto secondo realizzatore della lega. Inutile chiedersi chi lo avesse preceduto. </p>
<p>Riport&ograve; i Lakers in finale, ma ancora una volta, complice il grosso buco non ancora colmato che la squadra aveva sotto canestro, arriv&ograve; una sconfitta. Inutile chiedersi ad opera di chi. <br />
La sorte iniziava a farsi beffe dello straordinario talento del ragazzo con la maglia numero 22. </p>
<p>In quegli anni a Los Angeles, Baylor aveva segnato dai 34 ai 38 punti a partita, cifre che gli avrebbero consegnato in qualsiasi altra occasione lo scettro di miglior realizzatore della lega, ma quei bottini erano coincisi con i grandissimi exploit realizzati di Chamberlain. <br />
In quegli e negli anni a venire Baylor raggiunger&agrave;  per otto volte la finale NBA. Ma quegli anni coincisero con la pi&ugrave; grande dinastia che lo sport americano abbia mai conosciuto. La dinastia celtica. <br />
In quegli anni Elgin aveva portato il gioco del basket ad un livello superiore, non pi&ugrave; il livello del parquet, ma quello del ferro. Ma in quegli anni lo sport ed il basket erano lontani dall&#39;aver l&#39;esposizione mediatica che avrebbero avuto nel futuro e le immagini ed i video che hanno catturato le sue evoluzioni sono stati rari.<br />
E le stagioni migliori della sua carriera frattanto sembravano scivolare via.</p>
<p>Dalla stagione 1963-64 Elgin inizi&ograve; ad accusare i primi problemi fisici. In molti ritengono che da allora non fu pi&ugrave; il solito giocatore. Aveva iniziato a perdere parte di quell&#39;esplosivit&agrave;  che aveva contraddistinto i suoi primi anni nella lega. Tuttavia partiva da un livello cos&igrave; alto che riusc&igrave; a nascondere le prime avvisaglie di un fisico non pi&ugrave; integro. </p>
<p>Il primo serio infortunio arriv&ograve; il 3 aprile del 1965. Era gara 1 delle finali di Conference. Avversari i Baltimore Bullets. Elgin si ruppe il ginocchio sinistro e i suoi playoffs finirono quel giorno. <br />
Se per i Lakers privi di Baylor fu possibile battere Baltimore grazie a West, l&#39;impresa di sconfiggere i Celtics in finale si rivel&ograve; ben presto disperata. Boston si impose in 5 gare. </p>
<p>In molti pensarono che la carriera di Baylor, trentuno primavere sul groppone, si era conclusa quel 3 aprile. Ma Elgin torn&ograve; l&#39;anno dopo. Gioc&ograve; solo 65 gare a minutaggio ridotto e realizz&ograve; appena 16.6 punti. Per la prima volta dal suo esordio nella lega, il suo nome non figur&ograve; fra quelli del primo quintetto NBA. <br />
Vederlo giocare fu traumatico per la maggior parte dei tifosi dei Lakers. <i>&#8220;Era come guardare Citation</i> (celebre cavallo da corsa statunitense, N.d.A.) <i>correre su zampe deformi&#8221;</i> ricorder&agrave;  il commentatore dei Lakers, Chic Hearn.</p>
<p>Jerry West nel frattempo era cresciuto come giocatore, divenendo il leader della squadra e supplendo all&#39;assenza del suo perfetto compagno. Baylor disput&ograve; un finale di stagione in crescendo e i Lakers approdarono nuovamente alla finale NBA. Ancora contro i Celtics. Ancora contro Bill Russell, il supremo monarca.<br />
Sul risultato di 3 a 1 per Boston, Elgin esplose in gara 5 realizzando 41 punti ed in gara 6 il suo contributo fu importante per portare i Lakers ad impattare la seria  sul 3 pari. <br />
Ma in gara 7 trionfarono nuovamente i Celics di due: 95 a 93 il punteggio finale. <br />
Per Baylor una nuova cocente sconfitta. La quinta. </p>
<p>Seguiranno altre tre finali, nel 1968 e nel 1969 (<a href="http://www.playitusa.com/articolo.php?id=2192" target="_blank">Quei Palloncini al Forum di L.A.</a>) contro i Celtics e nel 1970 contro i Knicks. <br />
Arriveranno altri tre primi quintetti NBA nelle tre stagioni successive (1967, 1968 e 1969), in cui Elgin, pur senza essere pi&ugrave; lo straordinario atleta che tutti avevano imparato ad amare, grazie alla classe cristallina ed al talento che Madre Natura gli aveva donato, riusc&igrave; a segnare rispettivamente 26.6, 26 e 24.8 punti a partita.</p>
<p>Il resto &egrave; storia. <br />
Nel 1968 approd&ograve; a Los Angeles Chamberlain. Arriv&ograve; finalmente quel centro che colmava la grande lacuna dei Lakers. Elgin si ritrov&ograve; ad essere una delle tre punte di diamante di una squadra che aveva in West il principale terminale offensivo e appunto in Chamberlain quello difensivo. Ma ormai gli anni migliori della sua carriera erano inesorabilmente alle spalle. </p>
<p>Che con Wilt sotto le plance il sospirato titolo per i Lakers sarebbe stato solo una questione di tempo era pressocch&eacute; certo, che a Elgin questo tempo sarebbe stato concesso, solo il Destino poteva saperlo. <br />
Ed il Destino non manc&ograve; di giocargli l&#39;ultimo clamoroso scherzo.</p>
<p>Gi&agrave;  nella stagione 1969-70 Baylor gioc&ograve; solo 54 partite di Regular Season, tormentato dagli infortuni. Mise comunque a referto 24 punti e 10.4 rimbalzi di media. Nei playoffs fece la sua parte. In finale ingaggi&ograve; un bellissimo duello su entrambi i lati del campo con Dave Debusschere e fu fondamentale in gara 4, quando con 30 punti riusc&igrave; a portare i suoi Lakers ad impattare la serie contro i Knicks sul 2 a 2. </p>
<p>La clamorosa sconfitta in gara 7 (<a href="http://www.playitusa.com/articolo.php?id=2181" target="_blank">Quando Reed rispose presente</a>), una sconfitta maturata in un clima particolare contro ogni sorta di pronostico, spinse l&#39;ormai trentasettenne giocatore a continuare ancora la sua eterna rincorsa al titolo. </p>
<p>Quel che nessuno poteva per&ograve; sapere &egrave; che quella gara 7 di finale, passata alla storia per la grande impresa di Willis Reed, quella cocente sconfitta, sarebbe stata l&#39;ultima partita di playoffs di Elgin Baylor.</p>
<p>Dopo appena due gare della Regular Season successiva (1970-71) un nuovo infortunio al ginocchio parve infatti stroncare definitivamente la sua carriera.<br />
Elgin rimase fermo per tutta la stagione, una stagione che per Los Angeles si sarebbe conclusa in finale di conference contro i Bucks di Alcindor e Robertson. Fu pi&ugrave; volte sul punto di abbandonare durante quei lunghi e terribili mesi di riabilitazione, ma la sete di vittoria lo spinse a riprovarci. </p>
<p>Si ripresent&ograve; l&#39;anno successivo, nonostante un&#39;et&agrave;  non pi&ugrave; verde, nonostante gli infortuni che ne avevano limitato fortemente il rendimento, nonostante le ginocchia che continuavano a tormentarlo. <br />
Ma dopo nove soffertisisme partite della nuova stagione cap&igrave; che non ce l&#39;avrebbe fatta. Stavolta era giunto davvero il momento di dire basta. </p>
<p>Era il 31 ottobre del 1971. Una sconfitta per 109 a 103 contro i Warriors sanc&igrave; l&#39;ultima partita di Elgin Baylor in NBA, dopo 14 lunghissimi anni ad inseguire non solo una sfera color arancio, ma anche vanamente un meritatissimo titolo.<br />
Era l&#39;ultimo, ennesimo, brutto scherzo che il destino avverso gli riservava. </p>
<p>Dal match successivo i Lakers daranno il via a quella famosa striscia di 33 vittorie consecutive, striscia che &egrave; ancora oggi record per la lega, e che nel giro di qualche mese porter&agrave;  la squadra gialloviola sul tetto del mondo. I Lakers avrebbero conquistato l&#39;anello. Il primo da quando si erano trasferiti a Los Angeles, dodici anni prima.</p>
<p>Ed il grande e sfortunato Elgin Gay Baylor sarebbe stato ricordato per sempre come il pi&ugrave; grande giocatore di sempre&#8230; a non aver mai vinto un titolo NBA.<br />
Perch&egrave; la vita a volte sa essere davvero ingiusta.</p>
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		<title>12° – John ‘Hondo’ Havlicek</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jan 2008 23:48:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Goat</dc:creator>
				<category><![CDATA[NBA]]></category>
		<category><![CDATA[I Campioni del passato]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#39;inconfondibile numero 17 di John Havlicek, il pi&#249; grande sesto uomo nella storia della NBA &#8220;Hondo: Celtic Man in Motion&#8221; &#232; il titolo della biografia autorizzata, scritta da Bob Ryan e pubblicata nel 1977, sulla vita di una delle pi&#249; &#8230; <a href="http://archivio.playitusa.com/?p=6027">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="figure">
<p><img src="wp-content/uploads/foto_post/havlicek1601.jpg" width=150 class="img_post"/></p>
<p>L&#39;inconfondibile numero 17 di John Havlicek, il pi&ugrave; grande sesto uomo nella storia della NBA</p>
</div>
<p>&#8220;Hondo: Celtic Man in Motion&#8221; &egrave; il titolo della biografia autorizzata, scritta da Bob Ryan e pubblicata nel 1977, sulla vita di una delle pi&ugrave; grandi leggende che abbiano mai attraversato il mondo della pallcanestro a stelle e striscie. </p>
<p>Ogni singola parola del titolo ha una sua logica spiegazione. <br />
<i>&#8220;Hondo&#8221;</i> come l&#39;aveva soprannominato, ispirandosi all&#39;omonimo film di John Wayne, un suo compagno di squadra ai tempi dell&#39;high school.<br />
<i>&#8220;Celtic&#8221;</i> perch&eacute; se c&#39;&egrave; stato qualcuno che ha incarnato pienamente dentro di s&eacute; lo spirito della pi&ugrave; gloriosa franchigia della storia della NBA, &egrave; stato <b>lui</b>. A dispetto di un Russell o di un Bird.<br />
<i>&#8220;Man in Motion&#8221;</i> perch&eacute; in campo <b>lui</b> non si fermava mai. Una perfetta macchina dal moto perpetuo o, per dirla alla Red Holzman, <i>&#8220;la miglior dinamo umana che abbia mai calcato un parquet&#8221;</i>.</p>
<p><b>Lui &egrave; John Havlicek.</b> <br />
Sedici stagioni in NBA, tutte con l&#39;indimenticabile maglia numero 17 di Boston. Se c&#39;&egrave; stato un <i>Mister Celtic</i> non si pu&ograve; ovviamente prescindere dalla sua figura. </p>
<p>Otto titoli NBA lo rendono, dopo Bill Russell, il giocatore pi&ugrave; vincente nella storia della pallacanestro americana. Oltre ventiseimila punti in carriera lo collocano sul gradino pi&ugrave; alto fra gli scorer di ogni tempo in maglia celtica. Cui vanno aggiunti pi&ugrave; di ottomila rimbalzi e di seimila assist, tredici All Star Game consecutivi, undici quintetti di lega, otto quintetti difensivi. <br />
<i>Sport Illustrated</i> l&#39;ha definito un giorno il miglior All Around Player nella storia della NBA, con tanti saluti ad Oscar Robertson e Magic Johnson, due che della tripla doppia hanno fatto un vero e proprio credo. </p>
<p>Protagonista leggendario di due ere dei Boston Celtics, sopraffino realizzatore, eccellente difensore, uomo dell&#39;ultimo tiro nei momenti chiave, esterno dalla grande versatilit&agrave; , instancabile corridore, Havlicek, giocando indifferentemente in tre ruoli, &egrave; stato l&#39;unico giocatore della grande dinastia celtica degli anni &#39;60 che &egrave; riuscito a vincere un titolo senza l&#39;immenso Russell. Ed in due occasioni: nel 1974 e nel 1976, quando da veterano e leader assoluto, ha condotto alla gloria una squadra giovane che in molti reputavano dovesse vivere anni di intera, mediocre ricostruzione, dopo i fasti dell&#39;epoca precedente.</p>
<p>Con Havlicek e su Havlicek pongono le proprie radici alcune delle pi&ugrave; grandi tradizioni dei Celtics. Auerbach ha inventato a Boston la fiugura del sesto uomo e John &egrave; universalmente considerato il miglior sesto uomo di sempre. I Celtics hanno vinto tre cruciali serie di playoffs rubando palla nei momenti decisivi e la prima volta che accadde fu grazie a John. Un recupero consegnato direttamente ai libri di storia dall&#39;urlo rauco di Johnny Most, nella pi&ugrave; famosa radiocronaca sportiva della storia del basket:</p>
<p><i>&#8220;Greer is putting the ball into play. He gets it out deep&#8230;&#8221;</i> poi la voce che si alza, le successive parole urlate al microfono <i><b>&#8220;Havlicek steals it. Over to Sam Jones&#8230; Havlicek stole the ball! It&#39;s all over! Johnny Havlicek stole the ball! It&#39;s all over! It&#39;s all over!&#8221;</b></i>. </p>
<p>Correva l&#39;anno 1965. Era la finale di Conference. Gara sette. Da un lato i Boston Celtics, dall&#39;altro i Philadelphia Sixers. La solita superba sfida fra Russell e Chamberlain.<br />
I Celtics costruirono un vantaggio di sette punti nell&#39;ultimo minuto di gioco. Come suo costume, Auerbach accese il sigaro della vittoria, ma Chamberlain reag&igrave; portando i suoi sul meno uno. Mancavano 5 secondi alla sirena ed il risultato era fermo sul 110 a 109.<br />
I Sixers avevano l&#39;ultimo possesso. Hal Greer alla rimessa. Russell si piazz&ograve; su Wilt per ostacolarne la ricezione. K.C. Jones si posizion&ograve; davanti a Greer ed inizi&ograve; a sbracciarsi ossessivamente per ostacolarne la visuale.</p>
<p>Greer colse con la coda dell&#39;occhio Chet Walker che si era liberato del suo marcatore e gli pass&ograve; la sfera. Havlicek scatt&ograve; in quel preciso momento, le sue lunghe braccia distese intercettarono il passaggio. Aveva realizzato la pi&ugrave; grande palla rubata nella storia della pallacanestro americana, pi&ugrave; di quella di Henderson su Magic nelle finali del 1984. Pi&ugrave; di quella di Bird su Thomas nelle finali di conference del 1987. </p>
<blockquote><p>Pensavamo che avrebbero cercato di servire Chamberlain e dovevamo impedire che ci&ograve; avvenisse. Avevamo un quintetto molto basso con me, Sam Jones, K.C. Jones, Satch Sanders e Russell. Con Bill su Wilt, qualcuno doveva prensersi l&#39;altro lungo, Johnny Kerr. Volevo farlo io, ma Satch disse che poteva prenderlo lui, cos&igrave; io finii a marcare Walker. Quando Greer perse i primi due secondi senza dar via la palla, capii che era nei guai e istintivamente realizzai come e quando avrebbe effettuato la rimessa. Era un lob per Walker. Rimasi sorpreso per un attimo perch&eacute; non potevo credere che non avrebbe dato la palla a Chamberlain. Decisi di rischiare, scattai e anticipai Walker, misi il corpo davanti al suo e con la punta delle dita deviai la palla verso Sam Jones&#8230;&#8221;</p></blockquote>
<p>E Most url&ograve;. Quel giorno prese corpo la leggende di John J. Havlicek. Per tutti semplicemente Hondo.</p>
<p>
Figlio di immigrati dell&#39;est europero (padre cecoslovacco, madre jugoslava), John nacque in un paesino dell&#39;Ohio. Per lui eccellere nello sport si rivel&ograve; ben presto essere la norma. All&#39;high school primeggiava nel basket, nel baseball e soprattutto nel football giocando da quaterback, fino a figurare fra i migliori giocatori dello stato in tutti e tre gli sport. </p>
<p>Scelse come college Ohio State, dove per&ograve; decise di non praticare il football. Nel suo anno da freshman gioc&ograve; a baseball, per poi dedicarsi a tempo pieno al basket in una squadra imperniata sulla stella Jerry Lucas. Nel 1960 arriv&ograve; il titolo NCAA. Dopo i tre anni di Havlicek ad Ohio State il record di squadra parlava di 78 vittorie e 6 sconfitte.</p>
<p>Al termine della stagione da senor, nel 1962, John fu scelto al draft da due squadre differenti. Ovviamente di due sport differenti. <br />
I Cleveland Browns della NFL, impressionati dalle sue qualit&agrave;  atletiche, lo scelsero al settimo giro. Mentre i Cletics della NBA fecero il suo nome all&#39;ultima chiamata del primo round.</p>
<p>Havlicek che non praticava il fottoball dai tempi dell&#39;high school, gioc&ograve; alcune partite di esibizione con i Browns quell&#39;estate, ma fu tagliato l&#39;ultimo giorno disponibile dopo un poco fortunato incontro con Pittsburgh. In seguito i Browns inviteranno altre cinque volte il giocatore a ritentare l&#39;avventura in NFL, ma ormai John aveva fatto la sua scelta. Il suo futuro era proiettato verso Boston. Verso l&#39;Arca della Gloria. </p>
<p>Correva la stagione 1962-63. Una stagione speciale per i Celtics che avevano appena conquistato quattro titoli consecutivi, cinque negli ultimi sei anni. Era l&#39;ultima di Cousy nella NBA e gi&agrave;  nell&#39;ambiente si parlava di ricambio generazionale ormai inevitabile per i pluricampioni in maglia verde. </p>
<p>Sport Illustrated dopo l&#39;epico titolo dell&#39;anno prima, conquistato in sette gare contro i Los Angeles Lakers di Baylor e West, aveva aperto la nuova stagione con la storica omelia funebre:<br />
<i>&#8220;I Boston Celtics sono una squadra vecchia, nelle cui vene varicose scorre ormai solo sangue stanco&#8221;</i>.</p>
<p>L&#39;arrivo di Havlicek fu una vera e propria scarica di adrenalina per i biancoverdi, non tanto per l&#39;apporto numerico del giocatore che almeno inizialmente fu abbastanza modesto, quanto per la consapevolezza che la squadra in maglia verde poteva progressivamente ringiovanire un roster vecchio nell&#39;ossatura (oltre a Cousy, anche Bill Sharman, Frank Ramsey e Jim Loscutoff stavano spendendo le ultime cartucce di una gloriosa carriera) con uomini che a lungo termine avrebbero potuto garantire un livello di gioco se non superiore almeno simile. </p>
<p>Alla sua prima stagone in maglia celtica, partendo dalla panchina, John mise a segno 14.3 punti a partita. Fin&igrave; nel quintetto rookie, si distinse per una difesa tenace ma a parte questo il suo primo anno non fu memorabile. Cousy lo defin&igrave; <i>&#8220;un non tiratore, che probabilmente presto si sarebbe bruciato&#8221;</i>.</p>
<p>Ma probabilmente Cousy non aveva fatto i conti con la voglia di imporsi del ragazzo da Ohio State. John pass&ograve; l&#39;intera estate a migliorare il tiro ed il suo ball-handing. Lavor&ograve; tanto e lavor&ograve; duro. Come sua abitudine, del resto. Per lui un grande successo non sarebbe stato tale se non fosse inevitabilmente passato attraverso il lavoro, il sudore ed il sacrificio.</p>
<p>La stagione successiva John guid&ograve; la squadra per punti con 19.9 a gara, guadagnandosi la fiducia dei compagni e di Red Auerbach che lo promosse a sesto uomo al posto dell&#39;anziano Frank Ramsey, colui che aveva inaugurato il ruolo nella storia della lega, colui che anni dopo, nelle vesti di coach, porter&agrave;  i Trail-Blazers di Bill Walton a vincere l&#39;unico anello della loro storia.<br />
Senza pi&ugrave; Cousy, ma con un Havlicek al secondo anno, i Celtics vinsero 59 partite e poi nuovamente il titolo. John fin&igrave; nel secondo quintetto della lega.</p>
<p>Poi arriv&ograve; la stagione 1964-65. Hondo rub&ograve; quella palla che per Boston volle dire nuovamente anello, il settimo consecutivo per i Celtics. E la sua carriera cambi&ograve;. <br />
John part&igrave; dalla panchina anche nelle successive quattro stagioni, quelle che chiusero per sempre la magica epopea di Russell in maglia celtica. Ma l&#39;essere un sesto uomo non gli imped&igrave; di risultare in ogni singola stagione il giocatore, dopo Bill, con il minutaggio pi&ugrave; alto della squadra.</p>
<p>Il suo ingresso in campo era un&#39;arma devastante per Boston. Cambiava i valori sul parquet. Havlicek entrava e i Celtics magicamente allungavano. Lo stesso giocatore in seguito commenter&agrave; : <br />
<i>&#8220;Non mi ha mai infastidito non partire nello starting five. Il ruolo che ricoprivo era fondamentale. Una volta Auerbach mi disse che non era importante chi iniziava la gara, ma chi la finiva. Ed io una volta entrato non uscivo pi&ugrave;&#8221;</i>.</p>
<p>Il non tiratore era frattanto diventato un ottimo realizzatore anche dalla distanza, capace in ogni singolo anno in cui part&igrave; da sesto uomo di segnare fra i 18 e i 21 punti a partita.<br />
Le notevoli capacit&agrave;  realizzative di Havlicek erano agevolate dai suoi notevoli mezzi fisici. Pi&ugrave; veloce della ali, pi&ugrave; grosso delle guardie, oscillava fra due ruoli, rendendo difficile la marcatura degli avversari.</p>
<p><i>&#8220;Havlicek &egrave; uno di quei rari giocatori che obbliga i marcatori a modificare i loro normali metodi difensivi, pur di contenerlo. E&#39; un 6-5 per 205 libbre, &egrave; incredibilmente veloce per uno della sua taglia, ha una forza spaventosa ed un&#39;agilit&agrave;  da piccolo. E&#39; arduo riuscire a contenerlo&#8221;</i> scrisse di lui Sport Illustrated nel 1966.</p>
<p>Ma ci&ograve; che pi&ugrave; di ogni altra cosa contraddistingueva il gioco del 17 biancoverde era la capacit&agrave;  di non fermarsi mai in partita, il suo moto perpetuo. Attacco, difesa, nuovamente attacco e poi di nuovo di corsa in difesa, solitamente sull&#39;avversario pi&ugrave; difficile: &egrave; stato stimato che percorreva dalle 3 alle 5 miglia in ogni singola partita.</p>
<p>Col tempo John divenne anche il giocatore dall&#39;affidabilissimo ultimo tiro. Colui cui aggrapparsi in attacco quando la partita diventava calda. Il famoso <i>Havlicek Time</i> come era stato ribattezzato da Red Auerbach. </p>
<p>In gara 7 delle finali di Conference del 1968 contro i Sixers campioni in carica, John realizz&ograve; una delle sue migliori prestazioni segnando 40 punti e consegnando la finale a Boston. <br />
L&#39;anno dopo furono introdotti per la prima volta nella lega i quintetti difensivi. Havlicek non ne sarebbe mai uscito per i successivi otto anni. In quella stagione fu il vero trascinatore dei Celtics. K.C. Jones si era appena ritirato. Sam Jones aveva 36 anni. Bill Russell 35. Satch Sanders 30. Boston era una squadra vecchia e appagata da 10 titoli in 12 anni.</p>
<p>I Celtics finirono quarti in Regular Season, ma raggiunsero comunque la finale. Gli avversari erano i terribili Lakers di Chamberlain, West e Baylor (<a href="http://www.playitusa.com/articolo.php?id=2192" target="_blank">Quei palloncini al Forum di L.A.</a>)</p>
<p>In gara 1 John sigl&ograve; 39 punti, rispondendo ai 53 di West. In gara 2 ne mise 43. In gara 7 si caric&ograve; per larghi tratti di partita sulle sue spalle l&#39;intero attacco di una Boston provata dalle fatiche di una stagione interminabile. Con John a sostenere il peso offensivo della squadra e Russell quello difensivo, Boston riusc&igrave; a vincere l&#39;undicesimo anello in tredici anni. </p>
<p>La dinastia celtica finiva quel giorno. Russell e Jones si ritiravano. L&#39;ex Tom Heinson divenne il nuovo coach della squadra. Havlicek fece il suo esordio in quintetto. Era il nuovo faro, il leader indiscusso dei nuovi e giovanissimi Celtics. In stagione segn&ograve; 24.2 punti, prese 7.8 rimbalzi, smazz&ograve; 6.8 assist, primo in tutte e tre le categorie per i celtici. Ottavo nella lega per punti, settimo per assist.<br />
Ma per la prima volta dopo 20 anni, la squadra manc&ograve; l&#39;accesso ai PO. </p>
<p>L&#39;anno seguente fu numericamente il migliore della sua carriera: 28.9 punti, 9 rimbalzi, 7.5 assist a partita. E nonostante avesse passato le 30 primavere continuava a guidare la lega per minuti giocati. <br />
Fu durante questi anni che la grandezza di Havlicek, fino ad allora talvolta sottovalutata o comunque ridimensionata dall&#39;ingombrante presenza di un personaggio come Bill Russell, emerse in modo netto, inequivocabile, assoluto. </p>
<p>Nella stagione 1972-73, da leader di una squadra che comprendeva giovani come Dave Cowens, Don Cheaney, Jo Jo White, e veterani come Paul Silas e Don Nelson, condusse i Celtics ad uno strabiliante record di 68 vittorie e 14 sconfitte. Gioc&ograve; superbamente per tutta la Regular Season, ovviamente su entrambi i lati del campo (per lui ormai quello con il primo quintetto difensivo della lega era diventato un appuntamento fisso) e nei playoffs sembr&ograve; addirittura migliorare. In gara 1 della semifinale della Eastern Conference contro gli Hawks segn&ograve; 54 punti, realizzando 24 canestri, cifra quest&#39;ultima che tuttora &egrave; record NBA per una partita di playoffs. </p>
<p>La fortuna per&ograve; gli volt&ograve; le spalle al turno successivo. Durante gara 3 della finale di conference contro i Knciks si infortun&ograve; alla spalla. Salt&ograve; gara 4 in cui i tifosi di New York lo omaggiarono con un lunghissimo e rispettoso applauso. Torn&ograve; per gara 5 con i Celtics sotto per 3-1, nonostante il parere contrario dei medici. Realizz&ograve; 18 punti e port&ograve; i suoi alla vittoria. Ma lo sforzo di quella prestazione si fece sentire nelle due partite successive. I Knicks si imposero in sette gare e andarono a vincere il titolo.</p>
<p>Bill Bradley dopo quella serie ebbe modo di dire <i>&#8220;Difendere su John Havlicek &egrave; stata l&#39;esperienza pi&ugrave; dura che abbia mai fatto durante la mia carriera. Ogni suo movimento ha uno scopo e un&#39;utilit&agrave; , non &egrave; mai fine a s&eacute; stesso&#8221;</i>.</p>
<p>Ma l&#39;appuntamento con un nuovo, ennesimo anello era rimandato di ua sola stagione.<br />
Nel 1974, cinque anni dopo l&#39;addio di Bill il grande, i Celtics ritornavano sul tetto del mondo grazie a John. La finale, la prima di sempre di Boston senza Russell sotto i tabelloni, fu contro i Milwaukee Bucks di Kareem Abdul-Jabbar e Oscar Robertson. </p>
<p>Avanti per 3-2 nella serie i Celtics giocarono una gara 6 casalinga che passer&agrave;  alla storia. Una partita epocale che si prolung&ograve; per due overtime. Nel secondo supplementare con Dave Cowens fuori per falli, Havlicek prese in mano squadra e partita. Realizz&ograve; 9 degli 11 punti complessivi dei Celtics, score che &egrave; ancora oggi record per una partita di finale. Il suo ultimo canestro, sopra il braccio disteso di Jabbar, 25 cm pi&ugrave; alto, port&ograve; i Celtics avanti per 101 a 100.</p>
<p>Ma lo stesso Jabbar nel possesso successivo con un gancio dall&#39;angolo sped&igrave; la serie a gara 7, a Milwaukee. </p>
<p>Nella decisiva settima partita John sigl&ograve; solo 16 punti ma si dedic&ograve; anima e corpo alla difesa. Fu anche grazie al suo aiuto che Robertson chiuse quella gara con 2 su 13 al tiro e i Celtics vinsero facilmente gara, serie e titolo. </p>
<p>Havlicek fu l&#39;MVP della serie. Visibilmente emozionato al momento della premiazione esclam&ograve; <i>&#8220;This is the greatest one&#8221;</i>. Era il suo settimo titolo.</p>
<p>La stagione successiva John continu&ograve; a correre senza mai fermarsi. Aveva ormai 35 anni e non concepiva di risparmiarsi neanche in Regular Season. <br />
Il New York Times riporta la storica esclamazione di Bill Russell dopo averlo visto in una partita di stagione regolare contro i Knicks, correre, attaccare, difendere, inseguire le palle vaganti, tuffarsi, lottare in ogni zona del campo su tutti i palloni, come se da ogni singolo possesso potesse dipendere la vittoria o la sconfitta di una vita: <i>&#8220;Quell&#39;uomo &egrave; matto. Un giorno si alzer&agrave;  e scoprir&agrave;  di non poter pi&ugrave; fare queste cose&#8221;</i>.</p>
<p>Ma Havlicek aveva un fisico di acciaio. Nel 1976 port&ograve; i Celtics nuovamente sul tetto del mondo. Fu la stagione della <i>Greatest Game Ever</i>. La storica gara 5 di finale contro i Phoenix Suns, in cui il trentaseienne John che aveva problemi ad un piede doveva restare in campo solo una ventina di minuti e fin&igrave; per giocarne 58. Ovviamente port&ograve; i suoi a vincere quella gara (<a href="http://www.playitusa.com/articolo.php?id=2300" target="_blank">La Maratona di Boston</a>):<br />
<i>&#8220;Arrivai alla partita in anticipo. L&#39;infortunio al piede non mi permetteva di allenarmi ed ero quasi completamente fuori forma. Andai al Garden molto presto per lavorare sul tiro. Almeno quello volevo recuperarlo. Pensavo di giocare una ventina di minuti. Finii per restare in campo per 58&#8243;</i>.</p>
<p>I Celtics si imposero sui Suns in sei gare. Era l&#39;ottavo anello della sua impareggiabile carriera. L&#39;ultimo. </p>
<p>Nella stagione 1977-78 Havlicek disput&ograve; tutte le 82 partite di Regular Season. Aveva 38 anni e gioc&ograve; oltre 34 minuti per gara. Realizz&ograve; 16.1 punti, cattur&ograve; 4 rimablzi e smazz&ograve; altrettanti assist a partita. Si apprestava a dire addio al basket giocato dopo 16 anni ininterrotti ad inseguire una sfera arancione senza mai fermarsi. Dovunque i Celtics andassero a giocare, per John erano sempre e solo grandi tributi ed interminabili applausi. </p>
<p>Jerry West dir&agrave;  di lui: <i>&#8220;John &egrave; l&#39;ambasciatore del nostro sport nel mondo. Ha dato sempre il massimo in ogni singola gara, ogni singola sera. In campo non si &egrave; mai risparmiato. Fuori dal campo ha avuto sempre tempo per tutti, la squadra, i tifosi, i media&#8221;</i>.</p>
<p>Dave Cowens aggiunger&agrave; : <i>&#8220;Tutte le squadre NBA dovrebbero ritirare il suo numero. Prendere il 17 e lasciarlo appeso, in alto, fra le luci&#8221;</i>.</p>
<p>Ma il pi&ugrave; grande complimento arriv&ograve; durante l&#39;intervallo della sua ultima partita nella lega, nella quale, inutile dirlo, mise a referto 29 punti: <i>&#8220;Lui incarna il bene. Se avessi un figlio com John, sarei l&#39;uomo pi&ugrave; felice del mondo&#8221;</i>. <br />
Parole di Arnold Jacob &#8220;Red&#8221; Auerbach.</p>
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		<title>13° –  Hakeem Olajuwon</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Dec 2007 00:03:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Goat</dc:creator>
				<category><![CDATA[NBA]]></category>
		<category><![CDATA[I Campioni del passato]]></category>

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		<description><![CDATA[Hakeem Olajuwon al tiro durante le finali del 1994 contro i Knicks La leggenda narra di un&#39;automobile solitaria che costeggia un campo di calcio polveroso, alla periferia di Lagos, Nigeria. Due squadre si fronteggiano sotto il sole cocente. Richard Mills, &#8230; <a href="http://archivio.playitusa.com/?p=5956">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="figure">
<p><img src="wp-content/uploads/foto_post/olajuwon_1107.jpg" width=150 class="img_post"/></p>
<p>Hakeem Olajuwon al tiro durante le finali del 1994 contro i Knicks</p>
</div>
<p>La leggenda narra di un&#39;automobile solitaria che costeggia un campo di calcio polveroso, alla periferia di Lagos, Nigeria.</p>
<p>Due squadre si fronteggiano sotto il sole cocente. <br />
Richard Mills, un americano che aveva insegnato basket per diversi anni in Africa, &egrave; alla guida della macchina. Con la coda dell&#39;occhio scorge il portiere di una delle due squadre, un ragazzino di circa quindici anni, magro, molto agile e soprattutto molto alto.</p>
<p>Mills parcheggia e scende dalla vettura. Inizia a seguire le fasi della partita, ma il suo occhio corre sempre pi&ugrave; spesso verso quel portierone dall&#39;aria dinoccolata.<br />
Paziente, aspetta la fine dell&#39;incontro, poi avvicina il ragazzo e lo invita a pranzo.</p>
<p>Scopre cos&igrave; di trovarsi di fronte Akeem Olajuwon, terzogenito di una famiglia benestante appartenente alla trib&ugrave; Yoruba, quotato portiere di calcio, abile giocatore di pallamano, attratto irrimediabilmente dal sogno di andare negli Stati Uniti e realizzare qualcosa di grande. </p>
<p>Mills vede lontano. <br />
Forse non avrebbe mai immaginato che da quell&#39;incontro sarebbe nato uno dei pi&ugrave; forti giocatori di basket di tutti i tempi. <br />
Forse non avrebbe mai immaginato che quel ragazzo quindicenne seduto di fronte a lui, un giorno sarebbe diventato <i>The Dream</i>, il centro dai movimenti poliedrici, dalle finte impossibili e dalla tecnica sopraffina.<br />
Forse non sapeva neanche che la parola <i>Olajuwon</i> nel dialetto Yoruba significasse <i>Essere sempre al top</i>.<br />
Era per&ograve; certo di avere per le mani qualcosa di pi&ugrave; di un prospetto molto interessante. </p>
<p>L&#39;uomo non impiega molto a convincere il ragazzo a lasciare il calcio e la pallamano per dedicarsi al basket. E&#39; soprattutto la prospettiva di un futuro negli States che invoglia il giovane Olajuwon verso quella scelta che cambier&agrave;  radicalmente la sua vita.</p>
<p>Incoraggiato da Mills, durante l&#39;ultimo anno alla Muslim Teachers di Lagos, Akeem entra nella squadra di pallacanestro. E&#39; amore a prima vista.</p>
<p><i>&#8220;Da subito mi resi conto che giocare a basket era qualcosa di unico. Presi la palla in mano e cap&igrave; che quello sarebbe stato il mio sport. Istantaneamente calcio e pallamano passarono in secondo piano&#8221;</i> dichiarer&agrave;  tempo dopo il giocatore.   </p>
<p>Nell&#39;estate del 1980, Akeem partecipa con la nazionale nigeriana agli All-African Games. Le sue prestazioni colpiscono l&#39;attenzione di Chris Pond, membro del dipartimento di stato, che allenava in Africa.<br />
Pond segnala il nome del ragazzo ad alcune universit&agrave;  americane, ottenendo riscontri positivi soprattutto da Guy Lewis, coach della Houston University e dalla St. John&#39;s a New York.</p>
<p>Pond completa il lavoro iniziato da Mills. <br />
Suggerisce ad Olajuwon che il suo gioco, il suo futuro nel mondo del basket, avrebbero tratto notevole giovamento da un trasferimento negli States. Gli fornisce i nomi di alcuni college, invitandolo a mettere in cima alla sua lista la Houston University. <br />
Ad Akeem non sembra vero. Il suo sogno sta diventando realt&agrave; .</p>
<p>Qualche mese dopo, nell&#39;ottobre del 1980, Olajuwon sbarca per la prima volta in America. <br />
Atterra al John Fitzgerald Kennedy di New York. E&#39; attratto dalla Grande Mela, la citt&agrave;  dove il sogno americano &egrave; pi&ugrave; facile che si realizzi. <br />
In cima ai suoi pensieri c&#39;&egrave; la St. John&#39;s University.</p>
<p>Durer&agrave;  davvero poco. <br />
A New York il giovane nigeriano non rimane che pochissime ore. Il clima &egrave; invernale. Il vento gelido che soffia dall&#39;oceano lo stordisce. <br />
Akeem, abituato al sole e al caldo nigeriano, non aveva mai provato tanto freddo in vita sua. <br />
Si rifiuta persino di uscire dall&#39;aeroporto. Anticipa di due giorni il volo che aveva prenotato per Houston e si rimette subito in aereo. Destinazione Texas, verso climi pi&ugrave; miti.</p>
<p>All&#39;aeroporto di Houston non c&#39;&egrave; ovviamente nessuno ad accoglierlo. Olajuwon chiama un taxi per recarsi all&#39;universit&agrave; .<br />
Diverse leggende ruotano attorno a questo famigerato viaggio in taxi.<br />
C&#39;&egrave; chi dice che Akeem abbia incontrato un tassista nigeriano e la sensazione di sentirsi quasi a casa, lo spinse a scegliere Houston come citt&agrave;  per studiare e giocare a basket.<br />
C&#39;&egrave; chi invece afferma che il tassista non solo non fosse nigeriano, ma anzi, capendo male la richiesta del ragazzo, lo port&ograve; alla University of Texas at Austin, per poi essere costretto a riportarlo indietro. <br />
E solo il clima molto simile a quello cui era abituato, invogliarono Olajuwon a rimanere a Houston.</p>
<p>Leggende a parte, la cosa certa &egrave; che Akeem non si prese neanche la briga di visitare altre universit&agrave; . Aveva ormai scelto la sua citt&agrave; , il suo college.</p>
<p>Non appena lo vide, Guy Lewis inizialmente pens&ograve; ad uno scherzo. <br />
Pond gli aveva segnalato un prospetto molto interessante, ma il ragazzo che si trovava di fronte sembrava tutto tranne che un giocatore di basket.<br />
Akeem non andava solo svezzato, andava completamente forgiato come giocatore.</p>
<p>Un&#39;impresa impegnativa, ma non impossibile. Non se si poteva contare sull&#39;aiuto di <i>un certo</i> Moses Malone, all&#39;epoca centro degli Houston Rockets ed all&#39;apice della carriera.<br />
Il lavoro di Moses fu certosino. Insegn&ograve; al giovane nigeriano tutti i trucchi del ruolo, l&#39;uso del corpo, dei gomiti, il tempismo a rimbalzo, i primi movimenti sotto canestro.<br />
Il fisico, l&#39;agilit&agrave; , la reattivit&agrave;  di piedi e l&#39;intelligenza di Akeem fecero il resto. </p>
<p>I due ingaggiarono ben presto una serie di duelli di altissimo livello. Il centro dei Rockets brutalizzava regolarmente il giovane avversario, ma giorno dopo giorno il divario abissale fra i due, and&ograve; sempre pi&ugrave; affievolendosi. </p>
<p>Ben presto Akeem e Mo divennero grandi amici e anche negli anni a seguire, si ritrovarono sempre pi&ugrave; spesso a duellare in accese sfide sempre pi&ugrave; equilibrate ed avvincenti. <br />
Tempo dopo Olajuwon si ritrover&agrave;  ad affermare: <i>&#8220;Quando giochi ogni giorno contro uno come Moses Malone, non puoi non migliorare in maniera costante&#8221;</i>.</p>
<p>
Al suo primo anno di college, Akeem non scese mai in campo con i Coguars. Ma dalla seconda stagione divenne il centro titolare della squadra e i risultati non tardarono ad arrivare.<br />
Durante i suoi tre anni alla Houston University i Coguars ebbero un record di 88 vittorie a fronte di 16 sconfitte, raggiungendo in ogni singola stagione le Final Four. </p>
<p>Nel 1982 la corsa di Houston, guidata da Akeem e Clyde Drexler, si arrest&ograve; solo in semifinale contro la North Carolina di James Worthy e Michael Jordan che si impose per 68 a 63.</p>
<p>Nel 1983 arriv&ograve; la prima finale, contro la cenerentola North Carolina State, guidata da Jim Valvano. Sovvertendo tutti i pronostici, la partita si rivel&ograve; equilibratissima. Alla fine la spunt&ograve; incredibilmente North Carolina State, con un canestro all&#39;ultimo secondo, per 54 a 52.</p>
<p>L&#39;anno dopo, Akeem segn&ograve; 16.8 punti a partita, guid&ograve; la NCAA alla voce rimbalzi (13.5) e stoppate (5.6). </p>
<p>I Coguars, privi di Drexler approdato nella NBA, arrivarono nuovamente in finale. Questa volta l&#39;avversario era la temibilissima Georgetown di Coach Thompson, guidata dal grande rivale di Akeem, Patrick Ewing. <br />
Georgetown vinse per 84 a 75 e per Olajuwon l&#39;esperienza al college si concluse senza il taglio della retina. </p>
<p>Il ventunenne Akeem avrebbe in realt&agrave;  potuto disputare ancora un anno all&#39;universit&agrave;  ma decise di dichiararsi eleggibile per il draft, spinto da due certezze: il suo nome sarebbe stato il primo ad essere chiamato e la prima scelta assoluta sarebbe stata una questione fra Houston e Portland, entrambe mete molto gradite al nigeriano.<br />
O rimaneva a casa, oppure andava a trovare l&#39;inseparabile amico Glyde. </p>
<p>Fu Houston ad aggiudicarsi il primo pick nel famoso Draft del 1984. E Akeem rimase nel Texas.<br />
Portland si sarebbe fatta sbeffeggiare <i>secula seculorum</i> scegliendo Sam Bowie e Chicago col terzo pick and&ograve; su Michael Jordan. </p>
<p>E&#39; doveroso affermare che se negli anni a venire fu ovviamente rinfacciato a Portland la scelta di Bowie, a nessuno &egrave; mai venuto in mente che Houston abbia preso un abbaglio chiamando Olajuwon anzich&eacute; Jordan.</p>
<p>L&#39;anno prima i Rockets avevano pescato col pick numero uno Ralph Sampson, prodotto di Virginia, un centrone di 2.25 dalle spiccate doti tecniche, in grado di giocare ottimamente sotto canestro ma anche di allontanarsi senza problemi dall&#39;aria pitturata. </p>
<p>Sampson, dominatore negli anni di college e autore di un&#39;eccellente stagione da rookie nella NBA, da molti visto come futura stella di prima grandezza, fu spostato nel ruolo di ala grande, mentre Akeem and&ograve; ad occupare lo spot di centro.<br />
Insieme i due formarono la prima edizione delle Twin Towers. Una coppia di lunghi, tecnicamente validissimi, agili e veloci. </p>
<p>Al suo primo anno da professionista Olajuwon segn&ograve; 20.6 punti, cattur&ograve; 11.9 rimbalzi e tir&ograve; col 53.8% dal campo. Fin&igrave; secondo nelle votazioni per il Rookie of the Year dietro Jordan. <br />
Houston che l&#39;anno prima aveva chiuso con un record di 29 vinte e 53 perse, con Akeem sotto canestro arriv&ograve; a toccare quota 48 vittorie, garantendosi l&#39;accesso ai Playoffs.</p>
<p>Il 34 nigeriano fu convocato all&#39;All Star Game, fin&igrave; nel secondo quintetto difensivo e nel primo quintetto rookie. Lui e Sampson furono la prima coppia dai tempi di Chamberlain e Baylor a chiudere entrambi con oltre 20 punti e 10 rimbalzi di media.</p>
<p>L&#39;anno dopo Akeem e Ralph trascinarono i Rockets alla seconda finale NBA della loro storia.<br />
In finale di Conference eliminarono, fra lo stupore generale, i Lakers campioni in carica. Un secco 4-1 che ammetteva poche repliche. <br />
Il tiro della vittoria messo a segno sul filo della sirena da Sampson in gara 5 e la successiva esultanza, &egrave; ancora oggi uno degli spot della NBA nel mondo. <br />
La favola dei Rockets delle Twin Towers era per&ograve; destinata ad esaurirsi ben presto. </p>
<p>Superato lo scoglio Lakers, gli avversari in finale erano ancora pi&ugrave; temibili. I Boston Celtics al loro massimo splendore con l&#39;impareggiabile front line Bird, McHale, Parish e Bill Walton nel ruolo di sesto uomo.</p>
<p>Poco prima delle finali Olajuwon commise una piccola, involontaria gaffe quando ad una domanda di un giornalista rispose candidamente di non sapere assolutamente nulla della storia dei Celtics, n&eacute; del loro orgoglio.<br />
Bird rispose dall&#39;altro lato dell&#39;oceano che il nigeriano avrebbe subito un corso accelerato di storia del basket durante quelle finali.</p>
<p>Akeem fu il migliore dei suoi e l&#39;ultimo ad arrendersi in una serie che non ebbe mai storia. Segn&ograve; nelle prime tre gare rispettivamente 40, 35 e 30 punti, ma le forze in gioco erano impari. <br />
I Celtics si imposero in sei gare. </p>
<p>Dalla stagione successiva Sampson inizi&ograve; ad essere vittima dei numerosi infortuni che ben presto ne avrebbero affossato la carriera, e successivamente fu spedito ai Golden State Warriors. <br />
I numeri di Akeem subirono un&#39;impennata. Ma nel contempo da un punto di vista di risultati quelli furono gli anni pi&ugrave; bui di una luminosa carriera.</p>
<p>Fu primo quintetto NBA nel 1987, 1988 e 1989. Primo quintetto difensivo nel 1987, 1988 e 1990. Centro titolare inamovibile all&#39;All Star Game per la costa occidentale. Miglior rimbalzista della lega nel 1989 e nel 1990.</p>
<p>Sempre nel 1990 divenne il primo giocatore della storia a chiudere fra i primi dieci alle voci punti, rimbalzi, recuperi e stoppate per due stagioni consecutive.<br />
Quello stesso anno in una partita di Regular Season contro i Bucks realizz&ograve; 18 punti, 16 rimbalzi, 11 stoppate e 10 assist, diventando il terzo giocatore (ufficiale) di sempre a realizzare un quadrupla doppia.</p>
<p>Olajuwon stava ormai diventando un giocatore totale. Completo in ogni aspetto del gioco. Egualmente efficace su entrambi i lati del campo. <br />
In difesa, aiutato da un tempismo e da un&#39;agilit&agrave;  eccezionale, era uno stoppatore prodigioso, un ottimo rimbalzista, ma soprattutto era dotato di un notevole intuito nell&#39;intercettare passaggi, peculiarit&agrave;  che per quattro anni lo ha portato fra i primi dieci nella classifica dei recuperi, risultando il primo fra i centri.</p>
<p>In attacco stava sviluppando un ottimo tiro dalla media, ma il meglio lo evidenziava sotto canestro con il tiro dalle tacche girandosi e buttandosi all&#39;indietro, il semigancio, le scivolate a canestro e soprattutto con i suoi movimenti e le sue finte, entrate di diritto nei libri di storia della National Basketball Association, sotto il nome di <i>Dream Shake</i>. </p>
<p>Finte effettuate in qualsiasi modo e maniera e con qualsiasi parte del corpo. Di piedi, di spalle, di testa, semplicemente con lo sguardo. Completamente immarcabili. <br />
Finte che erano veri e propri ricami cestistici, frutto di una formidabile tecnica individuale, ma soprattutto di una grande reattivit&agrave;  di piedi che gli permetteva di eseguire movimenti rapidissimi in pochissimo spazio.</p>
<p>Per i pariruolo, pi&ugrave; lenti e macchinosi di lui, era pressoch&eacute; impossibile fermarlo, tanto da rendere il suo <i>Dream Shake</i> uno dei movimenti pi&ugrave; difficili da marcare nella storia del gioco, quasi al pari dello Sky Hook di Jabbar.<br />
Pete Newell lo definir&agrave;  <b>&#8220;The best footwork I&#39;ve ever seen from a big man&#8221;</b>.</p>
<p>
Nonostante lo straripante numero 34, i Rockets vissero un lungo periodo di mediocrit&agrave;  dopo l&#39;exploit della finale del 1986 e la successiva cessione di Sampson.<br />
Fra l&#39;88 e il 92 i Rockets pur raggiungendo sempre i PO, non vinsero mai una serie. <br />
Akeem arriv&ograve; addirittura a meditare il trasferimento dall&#39;adorata Houston, in parte influenzato anche dai giornali che scrivevano come un giocatore del suo calibro fosse sprecato in una citt&agrave;  senza ambizioni e velleit&agrave;  di vittoria quale quella dei Razzi.</p>
<p>Eppure soddisfazioni e vittorie erano inaspettatamente non molto lontane.<br />
Il primo grande cambiamento nella vita del nigeriano arriv&ograve; il 9 marzo del 1991 quando si convert&igrave; all&#39;islamismo. Modific&ograve; leggermente il suo nome: Akeem Olajuwon divenne Hakeem Abdul Olajuwon.</p>
<p>Se il cambio del nome poteva lasciare il tempo che trovava, l&#39;uomo Olajuwon trov&ograve; un nuovo spirito ed una nuova serenit&agrave;  nella conversione.<br />
<i>&#8220;La religione mi ha aiutato ad essere una persona pi&ugrave; equilibrata, pi&ugrave; serena, una persona migliore e pi&ugrave; matura&#8221;</i> dichiarer&agrave;  tempo dopo lo stesso giocatore. </p>
<p>Il secondo cambiamento avvenne al termine di quella stessa stagione. <br />
Hakeem accus&ograve; un presunto stiramento ad una coscia e si rifiut&ograve; di scendere in campo nelle ultime partite di Regular Season. </p>
<p>La dirigenza di Houston lo accus&ograve; di fingere l&#39;infortunio per essere ceduto o quantomeno per rinegoziare il contratto in scadenza. Hakeem and&ograve; su tutte le furie. Non gioc&ograve; e fu sospeso dal club. Sembrava rottura definitiva. Ma era solo la rinascita.</p>
<p>L&#39;owner dei Rockets, Charlie Thomas, tenne duro. Valut&ograve; le numerose offerte che pervenivano, ma il suo obbiettivo era trattenere a Houston il nigeriano. Parl&ograve; a lungo col giocatore e pochi giorni prima dell&#39;inizio della stagione 1992-93 le due parti raggiunsero un accordo. Hakeem firm&ograve; un prolungamento fino al 1999, invogliato anche dalla nomina a capo allenatore di Rudy Tomjanovic, da sempre uno dei suoi amici pi&ugrave; cari. </p>
<p>La storia dei Rockets cambi&ograve;.<br />
Quell&#39;anno Olajuwon realizz&ograve; 26.1 punti a partita, tir&ograve; gi&ugrave; 13 rimbalzi, rifil&ograve; 4.17 stoppate a partita, che gli valsero il terzo titolo di miglior stoppatore della lega nelle ultime quattro stagioni. Fin&igrave; nuovamente nel primo quintetto NBA e nel primo quintetto difensivo. Fu eletto Difensore dell&#39;anno. <br />
Ma cosa pi&ugrave; importante Houston pass&ograve; dal 42-40 della stagione precedente al 55-27 con cui arriv&ograve; a dominare la Midwest Division. </p>
<p>Nei Playoffs i Rockets furono fermati in semifinale di Conference dai Seattle Supersonics (103-100) dopo sette tiratissime gare. <br />
Ma ora era ufficiale: Hakeem e la sua Houston giocavano per il titolo.</p>
<p>L&#39;anno successivo fu quello della consacrazione. <i>The Dream</i> realizz&ograve; 27.1 punti a partita, fu per la seconda stagione consecutiva Difensore dell&#39;Anno, vinse il trofeo di miglior giocatore della Regular Season.<br />
Houston chiuse con un record di 58 vinte e 24 perse. I Playoffs furono un&#39;autentica, splendida avventura. </p>
<p>In semifinale di Conference, nelle prime due partite casalinghe i Razzi andarono sotto 2 a 0 contro i Suns, vicecampioni in carica. Riuscirono ad impattare la serie a Phoenix. Vinsero gara 5, persero gara 6. <br />
Fu un confronto memorabile, conclusosi solo alla settima partita. Houston si impose per 4 a 3, vol&ograve; in finale di Conference dove ebbe facile ragione dei Jazz.</p>
<p>Ma un&#39;altra autentica battaglia aspettava Olajuwon e compagni. L&#39;ultimo ostacolo prima di giungere all&#39;agognato anello. Forse la sfida pi&ugrave; difficile, contro il rivale di sempre.<br />
Erano passati esattamente dieci anni da quella finale NCAA in cui Georgetown e Houston si erano affrontati per il titolo collegiale. Olajuwon contro Ewing. Il nigeriano contro il jamaicano.<br />
All&#39;epoca l&#39;aveva spuntata Pat.<br />
Adesso si ritrovavano l&#39;un contro l&#39;altro armati a contendersi il titolo NBA, l&#39;anello. Ma stavolta Hakeem era il pi&ugrave; forte. </p>
<p>Fu una serie durissima, combattuta, in cui le difese presero il sopravvento, in cui ogni singola gara venne giocata sul filo del rasoio, in cui ogni palla vagante poteva fare la differenza fra la vittoria e la sconfitta (<a href="http://www.playitusa.com/articolo.php?id=2442" target="_blank">The Dream and The Nightmare</a>).</p>
<p>I Rockets ebbero bisogno di sette tiratissime gare per piegare la resistenza dei Knicks, dopo che, ancora una volta, erano stati sul punto di essere sconfitti. <br />
Sconfitta che solo l&#39;impareggiabile Hakeem aveva impedito, sbucando dal nulla negli ultimissimi secondi di gara 6 e andando a deviare il tiro di John Starks che avrebbe significato anello per i Knicks. Quella stoppata provvidenziale ancora oggi nella NBA &egrave; ricordata da tutti come <b>The Block</b>.</p>
<p>Hakeem fu eletto MVP delle finali. Le sue medie nei PO parlavano di 29.1 punti, 9.1 rimbalzi e 3.86 stoppate per partita. <br />
Aveva appena coronato il sogno di una vita. Giocare nella NBA e vincere.</p>
<p>Eppure il meglio doveva ancora venire. <br />
Nella stagione 1994-95, Olajuwon realizz&ograve; 27.8 punti a partita, miglior bottino in carriera, accompagnati da 10.8 rimbalzi. Non vinse il secondo titolo di MVP di stagione solo perch&eacute; Robinson aveva portato gli Spurs al miglior record della lega. <br />
La rivincita per il <i>Sogno Nigeriano</i> sarebbe stata eclatante.</p>
<p>In febbraio Tomjanovic orchestr&ograve; uno scambio con Portland mandando ai Trail-Blazers Otis Thorpe in cambio di Clyde Drexler, grande amico di Hakeem. <br />
Questo scambio fu visto come deleterio per la compagine texana, perch&eacute; Drexler andava a minare i sottili equilibri della squadra. </p>
<p>Inizialmente sembr&ograve; che potesse andare veramente cos&igrave;. I Rockets dopo la trade persero smalto, si qualificarono ai Playoffs solamente con il sesto record ad ovest, il decimo nella lega.</p>
<p>Nessuno sano di mente avrebbe mai scommesso un misero penny sulla nuova vittoria finale di Houston. L&#39;impresa di vincere il titolo sovvertendo il fattore campo in ogni singola serie dei playoffs non era mai riuscita a nessuna squadra nella storia della lega. <br />
Ben presto tutti si sarebbero dovuti ricredere.</p>
<p>In quei Playoffs Drexler gioc&ograve; a livelli altissimi e Olajuwon fu niente di meno che devastante. Le sue medie furono stratosferiche: 33 punti, 10.3 rimbalzi, 4.5 assist, 1.2 recuperi, 2.81 stoppate, il 53% dal campo.</p>
<p>Al primo turno, sotto 2 a 1 contro Utah, i Rockets vinsero la quarta gara in casa e la quinta e decisiva a Salt Lake City. </p>
<p>In semifinale di Conference gli avversari erano ancora una volta i Suns di Barkley. Houston and&ograve; dapprima sotto per 2-0 (22 punti di scarto in gara 1, 24 in gara 2), poi per 3-1. <br />
Stavolta sembrava davvero finita. Sembrava.</p>
<p>Olajuwon e compagni vinsero gara 5 e gara 6, impattando la serie sul 3 pari. Il capolavoro si complet&ograve; quando andarono a vincere a Phoenix la decisiva gara 7 in un&#39;epica partita conclusasi sul 115 a 114 per i texani.</p>
<p>Ma ancora una volta il meglio doveva ancora venire. <br />
In finale di Conference c&#39;erano gli Spurs dell&#39;MVP di stagione David Robinson.</p>
<p>Non ci fu partita. Hakeem ridicolizz&ograve; Robinson (35.3 punti di media contro i 25 dell&#39;avversario), una superiorit&agrave;  quasi imbarazzante. Tre vittorie esterne per Houston e serie chiusa sul 4 a 2.<br />
Splendida consacrazione di quella serie, il gioco di gambe e braccia con cui un immenso Olajuwon, con sapiente uso del piede perno ed una serie di finte di altissimo livello, mandava per aria uno spaesato Robinson, in una sequenza di immagini che ha fatto il giro del mondo. Un canestro che passer&agrave;  alla storia, probabilmente la massima espressione del <i>Dream Shake</i>. </p>
<p><i>&#8220;Fermare Hakeem? No. Non puoi fermare Hakeem!&#8221;</i> dichiare&agrave;  uno sconsolato Robinson a fine serie.<br />
A cui faranno eco le parole di Shaquille O&#39;Neal, al termine della finale:<br />
<i>&#8220;He&#39;s got about five moves, then four countermoves. That gives him 20 moves.&#8221;</i></p>
<p>In finale (<a href="http://www.playitusa.com/articolo.php?id=2224" target="_blank">Another Brick in the&#8230; soul</a>), il giovane Shaq resse meglio l&#39;urto contro Hakeem rispetto all&#39;ammiraglio, ma anche lui fu rispedito a casa in maniera quasi impietosa. Un secco 4 a 0 e per Houston arrivava l&#39;insperato back to back.<br />
Per Olajuwon il secondo titolo di MVP delle finali.</p>
<p>Nel giro di due anni, Hakeem aveva annientato tutti i rivali nel ruolo di centro in rapida successione, dimostrando una superiorit&agrave;  quasi imbarazzante verso avversari di altissimo rango e ritagliandosi un posto importante nell&#39;Olimpo della NBA. </p>
<p>Quelle finali non furono il canto del cigno per il <i>Sogno Nigeriano</i>, perch&eacute; continu&ograve; a giocare a livelli decisamente elevati per altre due stagioni.<br />
Jordan frattanto era tornato a giocare a basket e ad imporre nuovamente la sua dittatura. Da pi&ugrave; parti si premeva per uno scontro in finale fra i due padroni degli anni &#39;90. <br />
Sua Maest&agrave;  MJ contro il Sogno Nigeriano Hakeem Olajuwon. <br />
Quello scontro non arriver&agrave;  mai, perch&eacute; i Rockets non raggiunsero pi&ugrave; la finale.</p>
<p>Neanche l&#39;arrivo di Barkley a Houston a partire dalla stagione 1996-97 serv&igrave; allo scopo. Al primo anno dei Big Three (Hakeem, Charles e Clyde) i Rockets condussero un&#39;ottima Regular Season, vincendo 57 partite. Olajuwon fin&igrave; ancora una volta nel primo quntetto della lega. Sembravano la squadra pi&ugrave; accreditata per contendere ai Bulls il titolo. Il magnifico e fatidico scontro finale erano nell&#39;aria. Da un lato Jordan, Pippen e Rodman, dall&#39;altro Olajuwon, Barkley e Drexler. </p>
<p>Ma nella finale della Western Conference, un magistrale canestro da tre di Stockton spegneva le ultime speranze di Houston. I Jazz volavano verso la finale e per i Rockets si stava chiudendo un ciclo.<br />
Dalla stagione successiva, Hakeem inizi&ograve; a soffrire per vari infortuni che ne limitarono il rendimento, andando ad inficiare sia sui suoi numeri, sia sui risultati di squadra.</p>
<p>
Il resto &egrave; storia recente. <br />
Hakeem chiuse la carriera a Toronto, una parentesi che nulla aggiunge e nulla toglie alla straordinaria carriera di uno dei pi&ugrave; grandi centri che la storia della NBA ricordi.<br />
Forse il pi&ugrave; completo, sicuramente quello dai migliori, pi&ugrave; variegati e ricchi movimenti offensivi, sia per quantit&agrave; , sia anche e soprattutto per qualit&agrave; .  </p>
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		<title>15° – Bob Cousy</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Aug 2007 22:16:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Goat</dc:creator>
				<category><![CDATA[NBA]]></category>
		<category><![CDATA[I Campioni del passato]]></category>

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		<description><![CDATA[Bob Cousy saluta il pubblico di Boston. Uno dei momenti pi&#249; indimenticabili nella storia dei Celtics Un giorno di tanto tempo fa qualcuno scrisse: &#8220;Nel basket ci sono solo due certezze. La prima &#232; che il dottor Naismith ha inventato &#8230; <a href="http://archivio.playitusa.com/?p=5854">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="figure">
<p><img src="wp-content/uploads/foto_post/bobcousy280807.jpg" width=150 class="img_post"/></p>
<p>Bob Cousy saluta il pubblico di Boston. Uno dei momenti pi&ugrave; indimenticabili nella storia dei Celtics</p>
</div>
<p>Un giorno di tanto tempo fa qualcuno scrisse:<br />
<i>&#8220;Nel basket ci sono solo due certezze. La prima &egrave; che il dottor Naismith ha inventato il gioco. La seconda &egrave; che Bob Cousy l&#39;ha reso una forma di arte&#8221;</i>.</p>
<p>Parole che sono uno splendido tributo ad uno dei pi&ugrave; grandi passatori nella storia della pallacanestro, il primo grande playmaker ad aver calcato un parquet di basket, il primo piccolo capace di imporsi in un&#39;epoca in cui il dominio incontrastato apparteneva ai lunghi. </p>
<p><b>Robert Joseph Cousy</b>, per tutti pi&ugrave; semplicemente Bob,  era il motore dei meravigliosi Boston Celtics che a cavallo fra gli anni &#39;50 e &#39;60 hanno instaurato la pi&ugrave; lunga e vincente dinastia nella storia dello sport professionistico americano.</p>
<p>A lui, dopo la rumorosa pausa dedicata ai <a href="http://www.playitusa.com/articolo.php?id=6393" target="_blank">Grandi Esclusi</a> dalla nostra classifica, spetta il compito di inaugurare la top 15 di questa rubrica.</p>
<p>A vederlo oggi, distinto signore di 79 anni, i capelli bianchi e radi, il viso gentile come si conviene ad un nonno dolce ed affettuoso, quasi si farebbe fatica a credere che ai suoi tempi Cousy sia stato uno dei giocatori pi&ugrave; rivoluzionari nella storia della National Basketball Association.<br />
Colui che per primo port&ograve; su un campo da basket quello spettacolo, pura adrenalina per i tifosi, che nel corso degli anni a venire avrebbe contraddistinto l&#39;immagine nel mondo della lega.</p>
<p>Bob Cousy, un metro e ottantacinque per settantanove chilogrammi, possedeva in carniere armi che per compagni, avversari, pubblico ed allenatori erano rivoluzionarie e innovative. <br />
Era veloce in un&#39;epoca in cui il basket era lento. Era un play dai folgoranti contropiedi in un&#39;epoca in cui il gioco ristagnava nella met&agrave;  campo. </p>
<p>La sua perfetta visione di gioco, i suoi passaggi dietro la schiena o sopra la testa, i palleggi fra le gambe, i repentini cambi di direzione, gli assist no look o quelli schiacciati, erano tutte cose sconosciute per la pallacanestro prima che il mitico numero 14 di Bob varcasse le soglie del professionismo. </p>
<p>Il suo gioco entusiasmava le folle, solleticava la fantasia del pubblico, conquistava, faceva proseliti. <br />
L&#39;opinionista sportivo Jimmy Cannon lo ribattezz&ograve; <i>&#8220;A thrilling dwarf among the frustrated giants&#8221;</i>. <i>&#8220;Un eccitante nano fra giganti frustrati&#8221;</i>.</p>
<p>Per lui gli appellativi si sprecavano. <br />
E&#39; stato chiamato <i>The Human Hightlights Flm</i> prima di Dominique Wilkins. E&#39; stato definito magico quando ancora Magic era una gioiosa idea nella mente del Padreterno.<br />
Ma il pi&ugrave; delle volte a lui ci si riferiva come <i>The Houdini of the Hardwood</i> oppure <i>Mr. Basketball</i> o pi&ugrave; semplicemente <i>The Cooz</i>.  </p>
<p>Nei suoi tredici anni di NBA ha vinto sei titoli di cui cinque consecutivi, ha guidato la lega negli assist per otto stagioni consecutive. Per dieci volte di seguito &egrave; stato primo quintetto NBA (impresa riuscita solamente ad un altro giocatore, Bob Pettit). Ha partecipato in ogni singola stagione all&#39;All Star Game e ne &egrave; stato l&#39;MVP per due volte. </p>
<p>Nel 1960 &egrave; stato insignito del platonico titolo di pi&ugrave; grande giocatore di sempre.<br />
Ha segnato una generazione di playmaker. Ha cambiato il modo di intendere il ruolo. E&#39; stato il precursore di quello che sarebbe stato il basket nei decenni a seguire. </p>
<p>Bob nacque nell&#39;East Side di Manhattan in una piccola casa senza acqua corrente da genitori francesi. Fino all&#39;et&agrave;  cinque anni il piccolo Bob non conosceva l&#39;inglese, parlava esclusivamente la lingua d&#39;oltralpe. </p>
<p>Con il trasferimento nel Queens arriv&ograve; una vita leggermente pi&ugrave; agiata, ma soprattutto l&#39;incontro con la sfera arancione. In pochi anni Bob divenne uno dei prospetti pi&ugrave; interessanti della Grande Mela.</p>
<p>Nel 1946 scelse per college Holy Cross a Wochester nel Massachussets, vicino Boston. Una scelta importante perch&eacute; i Crusaders giocavano le partite interne al Boston Garden. Ed  il pubblico biancoverde non ci mise molto ad innamorarsi perdutamente di quel piccolo ed elettrizzante play.<br />
Il feeling pressoch&eacute; istantaneo fra il pubblico di Boston e Cousy giocher&agrave;  un ruolo importante nell&#39;immediato futuro del giocatore.</p>
<p>Bob infatti aveva forti difficolt&agrave;  a trovare spazio e minuti in un basket ancorato a vecchie concezioni e tradizioni. <br />
Erano quelli gli anni di Gorge Mikan, e sia a livello collegiale che a livello professionistico non c&#39;era un coach disposto a pensare che una squadra che avesse velleit&agrave;  di vittoria potesse dar troppo spazio ad un esterno, per di pi&ugrave; piccolo, minuto e veloce come una pallina da flipper.</p>
<p>Cousy pass&ograve; gran parte del suo anno da freshman in panca. <br />
Holy Cross si apprestava a vincere il titolo NCAA e Bob non riusciva ad imporsi in una squadra rodata e con un coach che non vedeva di buon occhio il suo stile di gioco.  </p>
<p>Le cose iniziarono a cambiare il secondo anno, quando durante una fatidica sfida contro Loyola al Boston Garden, i Crusaders si ritrovarono ben sotto nel punteggio a cinque minuti dalla fine. <br />
Il pubblico del Garden inizi&ograve; ad invocare a gran voce la presenza di Cousy in campo.</p>
<p>A furor di popolo il coach Alvin Julian lanci&ograve; Bob nella mischia. E la partita cambi&ograve;. Il piccolo numero 14 sigl&ograve; undici punti consecutivi e realizz&ograve; il tiro che consegn&ograve; la vittoria alla sua squadra. <br />
Dopo di allora, le difficolt&agrave;  a livello collegiale sarebbero scomparse.<br />
Cousy fu eletto per tre volte consecutive All American. Nel suo anno da senor port&ograve; la sua squadra ad una striscia di 26 vittorie consecutive.<br />
Chiuse la carriera al college con 99 vittorie a fronte di 29 sconfitte.</p>
<p>Nel 1950 Bob era pronto per l&#39;esordio fra i professionisti. <br />
Boston aveva chiuso l&#39;ennesima stagione con un record perdente, poteva prendere Cousy. <br />
Il pubblico premeva perch&eacute; l&#39;idolo del Boston Garden vestisse la maglia biancoverde. <br />
Ma Red Auerbach era contrario. Anche lui mal tollerava quel playmaker atipico e sfrontato. Soffriva letteralmente i suoi giochi di prestigio, i suoi dribbling, i contropiedi veloci, i passaggi rischiosi e telepatici.  </p>
<p>Red scelse con la prima chiamata assoluta un lungo, il 2.10 Charlie Share. <br />
E si fece premura di dichiarare al deluso pubblico di Boston che la squadra aveva bisogno assoluto di un big man e che tre compagni di Cousy a Holy Cross avevano miseramente fallito in NBA.</p>
<p>Cousy fu cos&igrave; scelto dai Tri-Cities Blackhawks. <br />
Deluso dalla scarsa stima che i Celtics avevano dimostrato nei suoi confronti, Bob si ritrov&ograve; ad essere poco attratto dal mondo del basket professionistico. Rifiut&ograve; i 7.500 dollari di ingaggio che Tri-Cities gli offriva e, incoraggiato dalla popolarit&agrave;  che aveva acquisito dopo i suoi fantastici anni al college, apr&igrave; una distributore di benzina nel New England. </p>
<p>I Blackhawks cedettero quindi i diritti sul giocatore ai Chicago Stags. Ma pochi giorni dopo quel trasferimento gli Stags fallirono. </p>
<p>Chicago lasciava in eredit&agrave;  alla lega tre giocatori interessanti.<br />
Max Zaslofsky era il pi&ugrave; famoso. Poi c&#39;erano Andy Philip e appunto Bob Cousy. New York, Philadelphia e Boston erano le franchigie che avrebbero dovuto spartirsi questi tre players.<br />
Il commisioner Maurice Podoloff cerc&ograve; di mediare affinch&egrave; le tre squadre si mettessero d&#39;accordo ed evitassero una inutile minilotteria.</p>
<p>Ma tutti volevano Zaslofsky, miglior realizzatore della lega nell&#39;anno precedente e la mediazione salt&ograve; sin da subito. Fu lotteria. <br />
La vinsero i Knicks che si aggiudicarono i servigi di Max. <br />
I Philadelphia Warriors scelsero Andy Phillip con la seconda scelta e a Boston non rimase che prendere Bob Cousy.</p>
<p>Auerbach era furioso. Il proprietario dei Celtics Walter Brown invece gongolava. La presenza di Cousy avrebbe garantito un&#39;affluenza di pubblico al Boston Garden senza precedenti.</p>
<p>L&#39;impatto coi Celtics per Bob non fu semplice. <br />
Auerbach sin dal primo giorno di training camp lo tratt&ograve; duramente. <br />
Non gli imped&igrave; di giocare come aveva sempre fatto, tanto valeva non farlo giocare per nulla, ma non faceva mistero di non tollerare il basket di Cousy, andando letteralmente in escandescenza ogni volta che un suo passaggio avventato si trasformava in una palla persa.</p>
<p>Da grande conoscitore del basket quale tuttavia era, l&#39;irlandese col sigaro non ci mise molto per&ograve; a capire che con Cousy aveva preso una colossale cantonata. <br />
In seguito infatti il mitico Red si assumer&agrave;  in pieno le responsabilit&agrave;  per quel clamoroso errore di valutazione. Per la serie anche i migliori a volte possono sbagliare.</p>
<p><i>&#8220;Raggiungemmo ben presto un accordo&#8221;</i> ricorder&agrave;  in seguito il coach. <br />
<i>&#8220;Io non mi sarei preoccupato del modo con cui passava la palla. Dietro le spalle, sopra la testa, in mezzo alle gambe, ma qualcuno avrebbe dovuto ricevere quel passaggio. Altrimenti ne avrebbe risposto lui in prima persona&#8221;</i>.</p>
<p>Eppure con Cousy in cabina di regia i Celtics raggiunsero la prima stagione positiva della loro storia. Bob segn&ograve; 15.6 punti a partita e vinse il trofeo di rookie dell&#39;anno.</p>
<p>Gorge Mikan e i suoi Minneapolis Lakers continuavano il loro incontrastato dominio. E quei Celtics erano ancora troppo deboli per fare strada nei playoffs, ma Cousy fu comunque la prima pietra dello squadrone che avrebbe dominato il mondo di l&igrave; a poco.<br />
L&#39;anno dopo arriv&ograve; Bill Sharmann, suo compagno di reparto e di stanza. Cousy sal&igrave; a 21.7 punti a partita e 6.7 assist. </p>
<p>La leggenda di Bob inizi&ograve; per&ograve; a prendere pienamente corpo dalla stagione successiva.<br />
Correva la Regular Season 1952-53. La terza di Cousy fra i professionisti.<br />
Bob smazz&ograve; 7.7 assist a partita vincendo per la prima volta la relativa classifica. Una cifra esorbitante in un&#39;epoca antecedente all&#39;introduzione dei 24 secondi. </p>
<p>Nei playoffs Boston sweepp&ograve; i Syracuse Nationals. In gara due il giovane play fece registrare una prestazione dall&#39;impatto mediatico impressionante. Quasi paragonabile a quella dei 100 punti di Chamberlain, nove anni dopo.</p>
<p>Bob realizz&ograve; 25 punti nei tempi regolamentari compreso il tiro libero all&#39;ultimo secondo che impatt&ograve; la partita sul 77 pari. <br />
Al primo overtime realizz&ograve; 6 dei 9 punti della sua squadra, compreso il canestro del nuovo pareggio all&#39;ultimo secondo. <br />
Nel secondo OT sigl&ograve; tutti e 4 i punti dei Celtics. Nel terzo ne realizz&ograve; 8, compreso il tiro del nuovo, ennesimo pareggio scagliato da 25 piedi di distanza.<br />
Nel quarto overtime i Celtics andarono nuovamente sotto per 104-99.<br />
Cousy riprese in mano le redini del gioco realizzando 5 punti consecutivi e poi gli ultimi 4 del match, per un totale di 9 sui 12 complessivi dei Celtics.</p>
<p>Alla fine, dopo 3 ore e undici minuti, Boston vinse la partita per 111 a 105.<br />
Per Cousy 52 punti, una cifra stratosferica se inserita in un contesto che non prevedeva limiti di tempo per il tiro. Tanto pi&ugrave; se realizzata da un playmaker, da un esterno, da un giocatore piccolo e minuto. </p>
<p>Due anni dopo, al termine della stagione 1954-55, George Mikan, il dominatore assoluto di quegli anni diede l&#39;addio al basket giocato. Quasi nello stesso periodo fu introdotta una regola destinata a cambiare il futuro della pallacanestro: i 24 secondi per il tiro.</p>
<p>I punteggi salirono da una media di 79 a partita ad oltre 93 ed il gioco veloce e scoppiettante di Cousy ne guadagn&ograve; in maniera esponenziale. <br />
Il ventiseienne Bob si apprestava a vivere gli anni migliori della sua carriera ora che il suo basket poteva pienamente esprimersi in un contesto pi&ugrave; moderno e veloce.</p>
<p>Quello stesso anno venne istituito il trofeo di MVP di stagione ed il primo ad aggiudicarselo fu l&#39;ala dei St. Louis Hawks, Bob Pettit.<br />
Per Cousy il riconoscimento di miglior giocatore di stagione era per&ograve; solo rimandato di un anno. <br />
Nel 1956 approd&ograve; infatti a Boston un giovane centro di cui si diceva gran bene. La sua peculiarit&agrave;  era la difesa. Il suo nome era Bill Russell. <br />
E tutto cambi&ograve;.</p>
<p>Per Cousy l&#39;arrivo di Russell fu manna dal cielo. La sua presenza esaltava le doti di contropiedista e splendido passatore quale Bob era. <br />
L&#39;intesa fra i due fu pressoch&eacute; perfetta fin da subito. <br />
I Celtics potevano schierare un asse play-centro a dir poco devastante. Fra i migliori che la storia della lega ricordi. </p>
<p>Boston incentr&ograve; gran parte del suo gioco su fulminei e letali contropiedi quasi sempre innestati in difesa da una delle classiche stoppate di Russell che recuperava il pallone, serviva il suo play che partiva con un razzo verso il canestro avversario per concludere in solitaria oppure per servire qualche compagno per un canestro facile facile.</p>
<p>Bob chiuse la stagione con 20.6 punti a partita, 7.5 assist, 4.8 rimbalzi. Vinse il trofeo di MVP di Regular Season. <br />
I Celtics andarono a vincere il primo titolo della loro storia alla settima gara di una tiratissima finale contro gli Hawks di Pettit.</p>
<p>St. Louis si prese la rivincita l&#39;anno dopo (Russell per&ograve; era infortunato durante quella finale).<br />
Poi per Boston arrivarono 8 titoli consecutivi. Cinque di questi con l&#39;immenso Cousy in cabina di regia.</p>
<p>Nel 1959 il titolo di Boston celebr&ograve; il primo sweep in una serie finale nella storia della NBA. Contro Minneapolis del rookie Elgin Baylor.</p>
<p>Nel 1962 i Celtici batterono dopo 7 tiratissime gare in finale di Conference i Philadelphia Warriors di un Chamberlain da 50.4 punti a partita. <br />
In finale per la prima volta affrontarono Los Angeles, dove tre anni prima si erano trasferiti i Lakers. </p>
<p>Fu una seria memorabile (<a href="http://www.playitusa.com/articolo.php?id=2757" target="_blank">The Start of it All</a>). La serie dei 61 punti Baylor in gara 5. Dei 40 rimbalzi di Russell in gara 7. <br />
Fu la serie di Cousy che all&#39;ultimo secondo di gara 7 devi&ograve; il tiro della vittoria di Frank Selvy con il risultato inchiodato sul 100 pari. <br />
All&#39;overtime si impose Boston e per Cousy e per i Celtics fu il quarto anello consecutivo. Il quinto assoluto. </p>
<p>All&#39;inizio della stagione successiva Bob annunci&ograve; che quello sarebbe stato il suo ultimo anno in NBA, gettando nello sconforto pi&ugrave; assoluto l&#39;intero popolo biancoverde. <br />
Il 17 Marzo del 1963 i Celtics ospitarono al Boston Garden per l&#39;ultima partita di Regular Season i Syracuse Nationals. <br />
Quella gara passer&agrave;  alla storia sotto il nome di <b>&#8220;The Boston Tear Party&#8221;</b>.</p>
<p>Si narra che gi&agrave;  quando Bob prese fra le mani il microfono per salutare il suo amato pubblico, gran parte degli spettatori non avesse gli occhi propriamente asciutti. <br />
Alle prime parole di commiato di Cousy tutto il pubblico si alz&ograve; in piedi e cominci&ograve; ad applaudire. Un minuto, due minuti, tre minuti e gli applausi non cessavano.</p>
<p>Bob rimase commosso al centro della scena, in silenzio ad ascoltare gli applausi che scrosciavano e che si protrassero ininterrottamente per venti lunghissimi minuti. Una scena da brividi con un favoloso epilogo. <br />
Un urlo che si lev&ograve; dagli spalti, quasi a sovrastare gli applausi. La voce di un tifoso speciale dei Celtics, Joe Dillon, che a squarciagola grid&ograve;: <b>&#8220;We love ya, Cooz&#8221;</b>.<br />
A quel punto gli occhi di tutti i presenti erano molto pi&ugrave; che lucidi. <br />
Quel momento, quell&#39;urlo, quella voce, appartengono di diritto tuttora alla storia dei Boston Celtics. </p>
<p>Cousy riusc&igrave; a chiudere la carriera con il sesto titolo, trionfando in sette partite in finale di Conference contro i Cincinnati Roylas del grande rivale Oscar Robertson e poi battendo nuovamente i Lakers in finale. </p>
<p>I Celtics vinsero le prime tre gare, poi ne persero due. Andarono a Los Angeles per gara 6, sembrarono poter allungare facilmente, poi Bob si infortun&ograve; alla caviglia e abbandon&ograve; il terreno di gioco. </p>
<p>I Lakers iniziarono una furiosa rimonta. A meno di 3 minuti dal termine Auerbach chiese uno sforzo al suo play. <br />
Cousy, zoppicante, rientr&ograve; in campo. Boston era ancora sul pi&ugrave; uno, ma l&#39;inerzia del match era tutto dalla parte di L.A.</p>
<p>Bob prese in mano la partita e la condusse sui binari da lui voluti fino alla fine. I Celtics si imposero per 112 a 109.<br />
La gara si chiuse con la celebre immagine di Cousy che palleggia inarrestabile inseguito da mezza squadra dei Lakers, mentre il suono della sirena sanciva il trionfo dei Celtics.</p>
<p>Era la conclusione pi&ugrave; degna per la fantastica carriera di uno dei giocatori pi&ugrave; amati e apprezzati di sempre. Di uno dei giocatori che maggiormente ha cambiato il modo di intendere la pallacanestro.</p>
<p>Il suo addio al basket giocato lasciava un grosso vuoto nella mente e nel cuore di tutti gli appassionati. Un vuoto difficilmente colmabile. </p>
<p>Per rivedere su un qualunque parquet d&#39;America un playmaker che avesse la stessa visione di gioco, la stessa abilit&agrave;  nel passaggio, la stessa magia nel condurre il contropiede, di <b>Robert Joseph Cousy</b>, l&#39;intero popolo del basket avrebbe dovuto infatti aspettare quasi vent&#39;anni.<br />
Avrebbe dovuto aspettare Earvin Magic Johnson.</p>
<p></p>
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		<title>16° – Moses Eugene Malone</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jun 2007 22:29:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Goat</dc:creator>
				<category><![CDATA[NBA]]></category>
		<category><![CDATA[I Campioni del passato]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#39;inconfondibile stile di Moses Malone Quando il 12 Gennaio del 1995 fu messo in Injured List dai San Antonio Spurs per non fare mai pi&#249; ritorno sul terreno di gioco, Moses Eugene Malone era unanimamente considerato il quarto miglior centro &#8230; <a href="http://archivio.playitusa.com/?p=5808">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="figure">
<p><img src="wp-content/uploads/foto_post/mm286.jpg" width=150 class="img_post"/></p>
<p>L&#39;inconfondibile stile di Moses Malone</p>
</div>
<p>Quando il 12 Gennaio del 1995 fu messo in Injured List dai San Antonio Spurs per non fare mai pi&ugrave; ritorno sul terreno di gioco, <b>Moses Eugene Malone</b> era unanimamente considerato il quarto miglior centro di tutti i tempi dopo l&#39;ineguagliato trio delle meraviglie, Russell, Chamberlain, Jabbar. </p>
<p>Al suo attivo aveva una ventennale carriera fra i professionisti. Un titolo NBA, un MVP delle finali, tre MVP di Regular Season, quattro primi quintetti, altrettanti secondi quintetti, dodici presenze alla partite delle stelle e svariati record.</p>
<p>Ancora oggi, dodici anni dopo, a guardare i numeri di Moses Malone ci sarebbe da togliersi il cappello. <br />
E&#39; tuttora fra i primi dieci di sempre in ben sei categorie: secondo nei tiri liberi realizzati, terzo in quelli tentati, quinto per punti messi a segno e per rimbalzi catturati, ottavo nel numero di partite, decimo per minuti giocati.</p>
<p>Sono solo numeri, vero. Ma per quanto freddi e riduttivi possano apparire, risultano ampiamente indicativi del solco profondo che Moses Malone ha scavato nella storia della NBA. </p>
<p>Un solco difficilmente colmabile, tracciato da un giocatore magari non bello da vedere, non dalla tecnica sopraffina, ma in possesso di una forza fisica spaventosa, di una notevole tenacia caratteriale e di un velocit&agrave;  di piedi sorprendente. </p>
<p>Piedi da ballerino sotto un fisico da lottatore, si diceva di lui. Piedi che rendevano Moses dotato di un&#39;agilit&agrave;  ed una velocit&agrave;  insospettabili.</p>
<p>Vederlo correre con la testa china, incastonata fra le spalle larghe e spesso curve, il collo taurino proteso in avanti, portava alla mente la nitida immagine di un bisonte lanciato alla carica. <br />
Stessa forza, stessa velocit&agrave; , stessa grazia. </p>
<p>Le sue mani erano piccolissime ma la sua ferocia a rimbalzo leggendaria. <br />
Con i suoi due metri e zero otto pagava in termini di centimetri rispetto ai rivali dell&#39;epoca, ma suppliva a questa carenza con un senso della posizione ed un tempismo perfetti che lo portavano ad avere una naturale propensione al rimbalzo, soprattutto offensivo, consacrandolo fra i migliori di sempre nella categoria. <br />
Se consideriamo anche i due anni nell&#39;ABA infatti, solo Chamberlain e Russell hanno preso pi&ugrave; rimbalzi di lui nella storia della pallacanestro americana. </p>
<p>L&#39;eccellente uso del piede perno poi, la maestria nel post basso, gli ottimi movimenti sotto canestro, lo rendevano difficilmente marcabile e quindi realizzatore di livello assoluto.</p>
<p>Da qui i sei titoli di miglior raccattapalloni della lega e le sedici stagioni consecutive in doppia cifra a rimbalzo. Da qui le undici stagione consecutive sopra i 20 punti di media.<br />
E tutto questo in un&#39;epoca in cui i suoi avversari si chiamavano Artis Gilmore e Kareem Abdul Jabbar, Bill Walton e Bob Lanier, Robert Parish e Bill Laimbeer e per finire Hakeem Olajuwon e Patrick Ewing.</p>
<p>
Moses Malone, per tutti semplicemente <b>Big Mo</b>, nacque a Petersburg, in Virginia, il 23 marzo del 1955.<br />
Un&#39;infanzia difficile, contrassegnata dall&#39;estrema povert&agrave;  e dalla totale assenza di una figura paterna, non aiut&ograve; il carattere del ragazzo, molto chiuso, lontano da qualsiasi forma di apertura verso l&#39;esterno, verso chi non facesse parte della sua ristretta cerchia. </p>
<p>Moses conobbe la pallacanestro fra i playground della sua citt&agrave; , dove ben presto si fece un nome. <br />
Il problema &egrave; che aveva serie difficolt&agrave;  a trovare avversari al suo livello o comunque ragazzi disposti a rivaleggiare con lui. Pur di poter partecipare alle agguerrite sfide di strada arriv&ograve; ad accettare una regola che gli venne imposta da compagni ed avversari. Avrebbe potuto giocare solo se durante le partite non avesse mai superato la linea del tiro libero.</p>
<p>Poi arriv&ograve; l&#39;et&agrave;  per iscriversi alla High School. E il nome di Moses Malone varc&ograve; i modesti confini di Petersburg.</p>
<p>Il suo impatto con la scuola locale fu devastante. <br />
Condusse la sua squadra ad una serie di 50 vittorie consecutive e due titoli dello stato. La sua media in quei due anni parla di quasi 38 punti a partita.</p>
<p>Il dominio sui coetanei risult&ograve; cos&igrave; evidente che Moses fu il primo giocatore della storia a prendere in considerazione la possibilit&agrave;  di saltare il college.</p>
<p>Fu una scelta valutata attentamente dal giocatore. Sembr&ograve; sul punto di rinunciare quando firm&ograve; una lettera di intenti con Maryland, ma la situazione economica della famiglia continuava ad essere tragica. Ai limiti della sopravvivenza. <br />
Cos&igrave; il ragazzo fece la scelta pi&ugrave; ovvia. Una scelta clamorosa per l&#39;epoca. </p>
<p>Il 17 aprile, uno storico 17 aprile per tutto il basket a stelle e strisce, gli Utah Stars dell&#39;ABA lo chiamarono al terzo giro del draft del 1974. </p>
<p>Pochi giorni dopo Malone firm&ograve; con la sua nuova squadra un contratto da tre milioni di dollari. Era diventato improvvisamente ricco. Lui e la sua famiglia.</p>
<p>Moses aveva 19 anni e nessuno sapeva ancora quanto un giocatore cos&igrave; giovane, che non aveva giocato un singolo minuto al college, potesse dare alla causa del basket professionistico. </p>
<p>La risposta &egrave; nei numeri di quel primo anno. <br />
Ottantatre partite, 18.8 punti e 14.6 rimbalzi di media. Convocazione all&#39;All Star Game e infine primo quintetto Rookie.</p>
<p>Numeri maturati tra l&#39;altro in un contesto difficile. <br />
Moses, ragazzo nero cresciuto fra la miseria e la disperazione di Petersburg, non si ambient&ograve; mai a Salt Lake City, citt&agrave;  bianca e mormone. E del resto la stessa Salt Lake non accett&ograve; mai pienamente il giovane centro dalle grandi potenzialit&agrave; .</p>
<p>Un Disk Jockey locale lo soprannomin&ograve; <i>&#8220;Mumble&#8221;</i> per via del suo carattere chiuso, ombroso, per le difficolt&agrave;  a relazionarsi con la stampa, con i tifosi. Per le sue risposte a qualsiasi intervista che spesso erano pi&ugrave; che altro mugugni o borbottii incomprensibili. </p>
<p>L&#39;anno successivo Moses fu ceduto a St. Louis. Gioc&ograve; appena venti partite con gli Spirits, poi un infortunio tronc&ograve; bruscamente la sua stagione.<br />
Era l&#39;ultimo anno di vita dell&#39;ABA. </p>
<p>Alla fine di quella stagione, la NBA assorb&igrave; le quattro pi&ugrave; importanti franchigie della ormai disciolta lega (Nets, Spurs, Pacers e Nuggets) e i restanti giocatori, tramite un dispersal draft che avrebbe potuto rivoluzionare lo scenario della lega.</p>
<p>Il 5 agosto del 1976 al Madison Square Garden di New York, Moses Malone veniva scelto con la quinta chiamata assoluta dai Portland Trail-Blazers. </p>
<p>Meno di dieci anni dopo, tutte le grandi stelle provenienti dall&#39;ABA e approdate in NBA avrebbero gi&agrave;  appeso le loro scarpe al chiodo. </p>
<p>Malone invece avrebbe continuato la sua carriera, riuscendo ad attraversare da vincente i gloriosi anni &#39;80 e persino a scollinare negli anni &#39;90, rimanendo durante il dominio di Jordan ed i primissimi anni nella lega di Shaquille O&#39;Neal, l&#39;ultimo grande veterano proveniente dall&#39;ormai storica, leggendaria American Basketball Association.</p>
<p>Frattanto i Trail-Blazers che quell&#39;anno si apprestavano a vincere il primo (ed unico) titolo della loro storia, erano ottimamente coperti sotto canestro dal terzo anno Bill Walton, colui che si pensava avrebbe letteralmente riscritto il ruolo di centro.</p>
<p>Cos&igrave; Malone fu spedito a Buffalo in cambio di una prima scelta futura. La storia narra di un Walton stupito ed arrabbiato con la propria dirigenza per quella trade.<br />
Moses disput&ograve; appena due partite con i Braves, poi fu nuovamente ceduto. A Houston. <br />
E fu in Texas che inizi&ograve; a prendere corpo la straordinaria carriera di Malone. </p>
<p>Al suo primo anno in NBA fu terzo nella classifica dei rimbalzisti dopo Jabbar e Walton, ma stabil&igrave; il nuovo record nella lega per rimbalzi offensivi, record che lui stesso migliorer&agrave;  tre anni dopo.<br />
Malone condusse i Rockets alla finale di Conference contro i Sixers guidati dal pi&ugrave; grande dei suoi ex colleghi in ABA, quel Julius Erving all&#39;apice della carriera.</p>
<p>Houston perse in sei gare, ma il bottino personale di Moses parlava di 19 punti e quasi 17 rimbalzi in 12 partite di post season.<br />
In gara due della semifinale della Eastern Conference contro i Bullets, Malone prese 15 rimbalzi offensivi. Era record per una partita di Playoffs.</p>
<p>Due stagioni dopo (1978-79), mentre i suoi pariet&agrave;  esordivano nella lega e si contendevano il titolo di matricola dell&#39;anno, il quinto anno Malone disput&ograve; una delle migliori annate della sua carriera. <br />
In 82 partite realizz&ograve; 24.8 punti e raccolse la stratosferica cifra di 17.6 rimbalzi. </p>
<p>Cifra che acquista ancor pi&ugrave; valore se paragonata a quelle degli altri grandi specialisti nel settore, quali Jabbar (12.8 rimbalzi), Hayes (12.1), Unseld (10.8).<br />
Moses stabil&igrave; un nuovo record NBA (tuttora ineguagliato) per rimbalzi offensivi, tir&ograve; dal campo col 54% ed in una partita contro New Orleans cattur&ograve; la bellezza di 37 rimbalzi.<br />
Fin&igrave; nel primo quintetto NBA e vinse il titolo di MVP di Regular Season.</p>
<p>L&#39;anno successivo i numeri furono ancora una volta di livello eccelso. Ma i playoffs rimanevano un muro invalicabile.<br />
La concorrenza ad est era spietata. La Boston del rookie Larry Bird e la Philadelphia del Dottore erano squadre che non lasciavano spazio alla concorrenza.</p>
<p>Il destino di Moses si stava rivelando quello di combattere con i pugni e con i denti per portare Houston oltre il primo turno, salvo poi venir schiantati in semifinale di Conference da una delle due contendenti al titolo. <br />
Difatti in quei playoffs Malone mise insieme 37 punti e 20 rimbalzi nella decisiva gara 3 contro i San Antonio Spurs al primo turno. Quindi ci fu il poco sorprendete sweep subito dai Celtics.</p>
<p>Quando al termine di quella stagione, conclusasi con la superba prova del rookie Magic Johnson in gara 6 di finale, ci fu un rimescolamento fra le due Conference che port&ograve; Houston ad ovest (dove, Lakers a parte, la concorrenza era pi&ugrave; blanda), qualcosa sembr&ograve; poter cambiare per l&#39;ancor giovane centro in maglia Rockets.</p>
<p>Correva la Regular Season 1980-81 e Moses fu di nuovo miglior rebounder della lega, mentre la sua media realizzativa aument&ograve; ulteriormente fino a sfiorare i 28 punti a partita. Ma fu in Post Season che cominciarono i veri fuochi d&#39;artificio.</p>
<p>Al primo turno i Rockets eliminarono fra lo stupore generale i Lakers, campioni in carica. <br />
Fecero a loro modo storia in quella serie gli air ball di un giovanissimo Magic nella decisiva gara 3. <br />
Il famoso <i>Tragic Johnson</i>, come titolarono alcuni giornali il giorno dopo.</p>
<p>Al turno successivo Houston super&ograve; dopo sette combattutissime partite gli Spurs di un Gervin da oltre 27 punti di media. <br />
Nell&#39;ultimo atto della Western Conference arriv&ograve; una facile vittoria in cinque gare contro i Kings di Kansas City. </p>
<p>E fu finale. Avversari, i terribili Boston Celtics.</p>
<p>Una serie di cui abbiamo gi&agrave;  avuto modo di parlare in NBA Legendary Games (<a href="http://www.playitusa.com/articolo.php?id=2281" target="_blank">I nipotini di Bill Russell</a>), che da un lato coron&ograve; il sogno di anello di Bird e dei Celtics, dall&#39;alto consacr&ograve; definitivamente l&#39;immenso strapotere sotto canestro di Moses Malone, che quasi da solo affront&ograve; l&#39;intera, temibile, invincibile front line di Boston, da molti considerata la pi&ugrave; forte di sempre. </p>
<p>La lotta fra le due squadre sembrava impari. L&#39;intera serie sembrava dall&#39;esito scontato. Eppure ci fu un momento in cui il pronostico sembr&ograve; doversi capovolgere e il clamoroso, incredibile upset dietro l&#39;angolo.</p>
<p>I Celtics venivano infatti da una durissima battaglia fisica e psicologica conclusa solo alla settima gara contro i Sixers nella finale della Eastern Conference. Una battaglia in cui pi&ugrave; volte si erano ritrovati sull&#39;orlo del collasso, salvo poi puntualmente riprendersi, riuscendo infine a raggiungere l&#39;insperata ed agognata vittoria nella serie (si veda <a href="http://www.playitusa.com/articolo.php?id=2263" target="_blank">La maledizione dello Spectrum</a>).</p>
<p>Boston per&ograve; si present&ograve; all&#39;atto finale con il fiato corto e le gambe molli.<br />
Il resto lo fece Malone. E la sfida si mantenne estremamente equilibrata fino a gara 4, partita in cui il Moses trascin&ograve; i suoi alla vittoria e ad impattare la serie sul 2 a 2.</p>
<p>I Celtics sembravano fisicamente ed emotivamente a terra. I Rokcets al contrario avevano via via acquistato sempre pi&ugrave; fiducia nei propri mezzi. Tanto che un gasatissimo Malone si ritrov&ograve; a pronunciare la storica frase:<br />
<i>&#8220;Potrei prendere 4 ragazzi dalle strade di Petersburg e battere comunque i Celtics&#8221;</i>.</p>
<p>Come and&ograve; a finire lo sappiamo tutti. Houston non vinse pi&ugrave; e Boston si impose in gara sei.<br />
Ma a dispetto della sconfitta furono gloria ed onori per il centro in maglia Rockets che quasi da solo aveva retto il confronto contro una squadra decisamente di un altro livello.<br />
Ed il meglio doveva ancora arrivare.</p>
<p>La stagione successiva (1981-82) fu, numericamente parlando, la migliore della sua carriera.<br />
Il ventisettenne Moses non poteva ancora saperlo ma si stava apprestando a disputare il suo ultimo anno in maglia Rockets. </p>
<p>Mise a segno 31.1 punti a partita (secondo in NBA), cui aggiunse 14.7 rimbalzi (primo). <br />
Il due febbraio realizz&ograve; 53 punti contro i Clippers. Nove giorni dopo, l&#39;11 febbraio, chiuse una partita contro i SuperSonics con 21 rimbalzi offensivi. <br />
Vinse il secondo titolo di MVP.</p>
<p>Al termine di quella devastante stagione, Malone divenne Restricted Free Agent.<br />
Harold Katz, proprietario dei Sixers, una squadra stellare con una grossa lacuna sotto canestro (lacuna che spesso era costata la vittoria nei momenti cruciali contro i Celtics e contro i Lakers), decise che era giunto il momento di portare colui che ormai era ritenuto il miglior centro della NBA a Philadelphia. </p>
<p>Decise che era giunto il momento per lui, per i Sixers, per Julius Erving e per lo stesso Moses di vincere un titolo NBA.</p>
<p>L&#39;offerta che Katz fece a Malone fu faraonica, ma Houston ovviamente la pareggi&ograve;, per poi decidere comunque di imbastire una trade che portasse il centro a Philadelphia. <br />
Moses arriv&ograve; nella citt&agrave;  dell&#39;amore fraterno in cambio di Caldweel Jones e della prima scelta al draft dell&#39;anno successivo. </p>
<p>C&#39;era molta curiosit&agrave;  attorno alla nuova accoppiata Erving/Malone.<br />
Due giocatori per certi versi opposti. Julius &egrave; stato forse il miglior comunicatore fra tutti i giocatori che abbiano mai calcato un parquet americano. La sua disponibilit&agrave;  nei confronti della stampa era leggendaria, la fila dei giornalisti davanti al suo armadietto chilometrica.</p>
<p>Moses era l&#39;esatto opposto. Musone, se mai c&#39;&egrave; stato un giocatore che abbia meritato questo appellativo.</p>
<p>Eppure Malone nella conferenza stampa di presentazione fu bravo a guadagnarsi subito il rispetto e la simpatia di compagni, giornalisti e tifosi, quando con estrema umilt&agrave;  tenne a precisare che Philadelphia era e rimaneva la squadra del Doc. Lui era l&igrave; solo per aiutare. <br />
E l&#39;aiuto ovviamente arriv&ograve;. </p>
<p>L&#39;impatto di Malone coi Sixers fu devastante.<br />
Philly vinse 65 partite, nove in pi&ugrave; dei Celtics, sette pi&ugrave; dei Lakers.<br />
Malone mise assieme 24.5 punti e 15.3 rimbalzi. Per il secondo anno consecutivo vinse il trofeo di MVP della lega.<br />
In post season tavolse qualsiasi cosa si potesse frapporre fra lui e l&#39;anello.</p>
<p>Prima dei playoffs pronostic&ograve; un azzardato quanto memorabile <i>&#8220;Fo, Fo, Fo&#8221;</i>, il che equivaleva a dire tre sweep per arrivare al titolo.<br />
Sbagli&ograve; davvero di poco. </p>
<p>I Sixers rifilarono un secco 4 a 0 ai Knicks al primo turno. <br />
Malone abus&ograve; letteralmente della coppia Webster-Cartwright di New York, segnando 125 punti contro 60 e prendendo 62 rimbalzi contro i 36 dei rivali.</p>
<p>In finale di Conference i Sixers vinsero 4-1 contro i Bucks. Bob Lanier, centro di Milwaukee, fu letteralmente spazzato via.<br />
Al termine di questa serie Malone, sorridendo, corresse in <i>&#8220;Fo, Fi, Fo&#8221;</i> il percorso della squadra prima del titolo.</p>
<p>In finale a contendere l&#39;anello a Philly c&#39;erano i soliti Lakers dello showtime. <br />
Non ci fu confronto.<br />
Moses fu assolutamente devastante.<br />
Una dimostrazione di forza in cui distrusse completamente ed impietosamente il suo diretto rivale, Kareem Abdul Jabbar.</p>
<p>Durante le 4 partite il numero 2 in maglia Sixers segn&ograve; 103 punti e cattur&ograve; 72 rimbalzi (18 a partita) contro i 94 punti e gli appena 30 rimbalzi del centro in maglia gialloviola.<br />
L&#39;NBA che avrebbe gradito premiare l&#39;icona Julius Erving al suo primo, meritatissimo anello nella lega, non pot&eacute; far altro che assegnare il sacrosanto titolo di MVP a Malone. </p>
<p>Quelle finali rappresentarono il culmine della sua carriera. <br />
Dopo di allora inizi&ograve; ad essere vittima di infortuni pi&ugrave; o meno gravi che ne minarono in parte il rendimento.</p>
<p>L&#39;anno successivo infatti una caviglia malconcia limit&ograve; il player nella parte finale di stagione. Arriv&ograve; comunque ancora un primo posto nella classifica dei rimbalzi. </p>
<p>Con i 13.1 rimbalzi della stagione 1984-85, il trentenne Moses divenne il primo giocatore a vincere per cinque volte consecutive il trofeo di miglior rimbalzista di stagione. <br />
Chamberlain c&#39;era riuscito in due occasioni per 4 volte di seguito.</p>
<p>La stagione 1985-86 fu l&#39;ultima di Malone coi Sixers. Non fu una stagione fortunata.<br />
Un nuovo infortunio lo obblig&ograve; a guardare l&#39;intera parte finale della Regular Season e i playoffs dalla panchina.</p>
<p>Bill Laimbeer dei Pistons gli tolse lo scettro di miglior raccattappalloni. <br />
Anche un suo compagno di squadra, il giovane Charles Barkley, prese pi&ugrave; rimbalzi di lui. </p>
<p>Philadelphia decise di ricostruire attorno al ventitreenne sir Charles, cos&igrave; ne approfitt&ograve; per cedere Malone ai Washington Bullets, dove il centro gioc&ograve; due stagioni numericamente di ottimo livello.<br />
Poi ci fu un nuovo trasferimento. Agli Hawks di Dominique Wilkins.</p>
<p>Anche il primo anno ad Atlanta (20.2 punti e 11.8 rimbalzi a partita) fu decisamente molto positivo.<br />
Seguirono ancora due stagioni con la maglia dei <i>Falchi</i>. Stagioni in cui Malone dapprima scese dopo 11 anni sotto i 20 punti di media, in seguito scese dopo 16 lunghissimi anni sotto la doppia cifra alla voce rimbalzi. </p>
<p>Nell&#39;estate del 1991 Moses era Free Agent. Firm&ograve; per i Bucks.<br />
Aveva 36 anni e mise assieme 15.6 punti e 9.1 rimbalzi. Cifre che a quell&#39;et&agrave;  erano assolutamente incredibili, in un&#39;epoca in cui nel ruolo di centro evolvevano giocatori del calibro di Olajuwon, Ewing, Robinson, nel pieno della loro maturit&agrave; </p>
<p>L&#39;anno successivo gli infortuni tornarono per&ograve; ancora una volta a bussare a casa Malone.<br />
Moses disput&ograve; appena 11 gare con Milwaukee, poi fu Injured List fino alla fine della stagione. <br />
Sembrava che il ritiro dovesse essere ormai prossimo, ma i Sixers lo convinsero a giocare un altro anno per fare da chioccia al giovane Shawn Bradley.</p>
<p>Terminato l&#39;anno a Philadelphia, Moses era di nuovo pronto ad annunciare il ritiro.<br />
Michael Jordan era a giocare a baseball. Houston aveva appena vinto il suo primo titolo ed Olajuwon era il suo grande profeta. </p>
<p>Gli Spurs cercavano un centro che desse supporto sotto canestro a David Robinson nelle dure battaglie di Post Season contro i Rockets e contro Hakeem.</p>
<p>Big Mo vide cos&igrave; arrivare sulla scrivania del suo agente una nuova offerta.<br />
La accett&ograve;. Ma dopo 17 partite si infortun&ograve; nuovamente. <br />
Il 12 gennaio gli Spurs misero il giocatore ormai quarantenne in Injured List. La carriera di Moses Malone stavolta era definitivamente giunta al suo capolinea. </p>
<p>In punta di piedi, senza troppe parole, al massimo con qualche mugugno e qualche borbottio, Big Mo, lo schivo e scorbutico ragazzo di Petersburg, diede addio al basket giocato. </p>
<p>Sei anni dopo il suo nome, forse ingiustamente troppo spesso dimenticato quando si parla dei pi&ugrave; grandi di sempre, varcher&agrave;  la soglia della Hall of Fame di Springfield, splendido e naturale omaggio ad uno dei maggiori interpreti nella storia del gioco.</p>
<p></p>
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		<title>17° – Stockton to Malone</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Feb 2007 13:58:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Goat</dc:creator>
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		<category><![CDATA[I Campioni del passato]]></category>

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		<description><![CDATA[John Stockton e Karl Malone. Una delle combo pi&#249; devastanti della storia Ok, lo ammetto. Ho barato. Dovevano essere venticinque ed invece ne sono ventisei. Imperdonabile. Ma ho due valide giustificazioni a mia discolpa. Almeno credo. La prima &#232; che &#8230; <a href="http://archivio.playitusa.com/?p=5551">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
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<p><img src="wp-content/uploads/foto_post/Stockton_to_Malone.jpg" width=150 class="img_post"/></p>
<p>John Stockton e Karl Malone. Una delle combo pi&ugrave; devastanti della storia</p>
</div>
<p>Ok, lo ammetto. Ho barato.<br />
Dovevano essere venticinque ed invece ne sono ventisei. <br />
Imperdonabile. </p>
<p>Ma ho due valide giustificazioni a mia discolpa. <br />
Almeno credo.<br />
La prima &egrave; che avrei dovuto escludere una delle precedenti superstar per far posto al duo di Utah e non sapevo proprio chi togliere. Certo non Bob Pettit che ha avuto l&#39;ingrato compito di inaugurare questa nostra classifica.</p>
<p>La seconda &egrave; che ho provato a giudicare separatamente le carriere dei due immortali da Salt Lake City. Lo giuro.<br />
Ma mi sono trovato di fronte ad uno spesso muro di cemento armato. Senza che avessi la minima possibilit&agrave;  di abbatterlo o di aggirarlo. </p>
<p>Come avrei potuto, io misero mortale, sperare di valutare singolarmente le carriere di <b>John Stockton</b> e <b>Karl Malone</b>? <br />
Come pensare di essere in grado di capire l&agrave;  dove finivano i meriti di uno e iniziavano quelli dell&#39;altro e quindi classificarli in maniera corretta, se fior di esperti si sono arresi di fronte a questo improbo compito?</p>
<p>Stockton &egrave; stato John Stockton, ha smazzato pi&ugrave; assist di tutti nella storia del gioco grazie a Malone che tramutava ogni suo passaggio in un canestro, oppure Malone &egrave; stato Karl Malone, ha segnato quasi trentasettemila punti in carriera (secondo realizzatore di sempre) grazie a Stockton, i cui passaggi erano manna dal cielo per chiunque?</p>
<p>Probabile che la verit&agrave;  stia nel mezzo ma, alla fine della fiera, quanto ha influito l&#39;uno sulla carriera dell&#39;altro? <br />
E come sarebbero evolute le storie cestistiche di John e Karl se i loro destini non si fossero incrociati nell&#39;estate del 1985? <br />
Ci sono domande cui passano i mesi e gli anni e la vita <b>non</b> risponde.</p>
<p>Lo stesso Malone, che pure immaginiamo qualcosa in pi&ugrave; di noi ne sappia sull&#39;argomento, si &egrave; limitato ad affermare:<br />
<i>&#8220;Non puoi avere l&#39;uovo senza la gallina. E non puoi avere la gallina senza uovo. Bene io non so. John &egrave; l&#39;uovo o la gallina? E io chi sarei? Nessuno lo pu&ograve; dire ed &egrave; per questo che non si pu&ograve; valutare appieno quanto uno di noi valga per l&#39;altro!&#8221;</i></p>
<p>Con i suoi passaggi perfetti Stockton ha dato al collega molte opportunit&agrave; . D&#39;altro canto senza i blocchi durissimi di Malone e il suo costante pericolo in area, John non avrebbe potuto sviluppare appieno la sua pericolosit&agrave;  nel tiro dalla lunga. N&eacute; battere tutti i record della lega alla voce assistenze.</p>
<p>Immagini nitide riaffiorano alla mente. Di un passato neanche troppo lontano.<br />
Malone che blocca per Stockton. Poi scivola via. E, a seconda del comportamento del difensore, la palla che arriva dal play all&#39;ala per il tiro immediato o rimane fra le mani esperte di John, liberato dal blocco del collega, per la tripla. Spesso decisiva. </p>
<p>E&#39; il celeberrimo pick and roll. Uno schema semplice ma cui nessuno ha mai saputo porre rimedio. Un&#39;arma devastante che con il duo di Utah ha raggiunto la perfezione assoluta. </p>
<p><b>Stockton to Malone</b>, quindi. Inscindibili, nei secoli dei secoli. Anche in questa classifica. <br />
Una delle combo pi&ugrave; forti nella storia di questo sport. Un&#39;unica entit&agrave; . <br />
Uno splendido, sontuoso, devastante animale a due teste, ma&#8230; con i suoi lati oscuri. I suoi punti deboli. <br />
Inutile negarlo. </p>
<p>
Karl Malone alla fine degli anni &#39;90 era considerato la migliore Power Forward di sempre.<br />
John Stockton &egrave; tuttora considerato il miglior playmaker puro di sempre. <br />
Nessuno fra gli immortali del ruolo, n&eacute; Magic o Robertson, n&eacute; Thomas o Frazier, giocatori probabilmente nel complesso superiori al numero 12 da Gonzaga, &egrave; stato tanto bravo a far girare la propria squadra quanto lo &egrave; stato John.</p>
<p>Eppure il miglior play e la migliore ala, messi per quasi venti anni nella stessa squadra, non sono mai riusciti a vincere un titolo. Mai. <br />
Sonore sconfitte nei Playoffs. Tre in finale di Conference, due in finale NBA. <br />
Perch&eacute;?</p>
<p>Sarebbe troppo banale, oltre che ingiusto, imputare tutto ad una squadra non sempre all&#39;altezza. Certo, potrebbe essere una spiegazione, almeno all&#39;inizio. Ma non &egrave; tutto qui. <br />
Perch&eacute;, Jordan insegna, arriva il momento in cui il grandissimo leader non ha l&#39;appoggio della squadra. E allora deve caricarsela sulle spalle e condurla per mano alla vittoria. </p>
<p>D&#39;altro canto sarebbe anche un errore spiegare il tutto con la presenza di Jordan. Certo, Michael ha falsato un po&#39; i valori, ha relegato al ruolo di perdenti giocatori che invece avrebbero meritato ben altra fortuna. <br />
Ma Jordan &egrave; stato due anni a giocare a baseball, si &egrave; ritirato nel &#39;98. Eppure i due di Utah hanno trovato altri avversari di fronte a loro, che ne hanno comunque ostacolato il cammino verso la gloria imperitura.</p>
<p>Il maggior imputato &egrave; ovviamente Karl Malone. Il bersaglio pi&ugrave; grosso.<br />
Il postino nel corso della sua carriera si &egrave; reso protagonista di alcune giocate cruciali che hanno significato sconfitta per i suoi Jazz. <br />
In alcuni momenti decisivi il suo apporto &egrave; stato insoddisfacente, facendo storcere la bocca a tutti i suoi detrattori, coloro che spesso lo hanno definito un <b>magnifico</b> perdente. <br />
Uno capace di fare il duro quando si trattava di mandare al tappeto il piccolo Isiah Thomas con una gomitata che gli procurava 35 punti di sutura o spedire a terra il morbido David Robinson, ma poi incapace di sovrastare l&#39;esuberante Rodman, che pure gli rende diversi centimetri ma soprattutto parecchi chili.</p>
<p>Nella carriera del numero 32 pesano come macigni i due tiri liberi sbagliati nella decisiva gara 7 di finale di Conference contro Seattle nel 1996. Errori che hanno spalancato ai Sonics le porte della finale.</p>
<p>Pesano le due finali non giocate alla sua altezza. I due errori decisivi dalla lunetta in gara 1 nel &#39;97. Errori che hanno consegnato la vittoria a Chicago.<br />
Poi la palla rubata da Jordan in gara 6 nella finale del &#39;98. La faccia di Malone che consegna le armi. <br />
Sconfitto ancora una volta.</p>
<p>Dubbi sulla reale tenuta psicologica di Karl, quando la partita diventava incandescente, sono stati pi&ugrave; volte avanzati.<br />
Dubbi per&ograve; che non possono farci dimenticare la reale grandezza dell&#39;intramontabile combo. Per la loro carriera, i loro numeri. Per quanto hanno dato alle lega. <br />
Perch&egrave; senza lo <i>Stockton to Malone</i> la NBA sarebbe stata un bel po&#39; pi&ugrave; povera.</p>
<p>
La prima volta che <b>John Houston Stockton</b> e  <b>Karl Malone</b> hanno incrociato i loro destini &egrave; stato nell&#39;estate del 1985, allorch&eacute; <i>il postino</i> veniva scelto con la tredicesima chiamata assoluta dagli Utah Jazz. </p>
<p>Karl era reduce da tre anni di parziale anonimato a Lousiana Tech, dove aveva viaggiato ad un dignitosa media di 18.7 punti e 9.3 rimbalzi a partita. Di lui al college si ricordavano fondamentalmente due tabelloni frantumati ed un bel servizio di Sport Illustated che ne aveva accresciuto la notoriet&agrave; .</p>
<p>Al momento della scelta, un emozionantissimo Malone cre&ograve; ilarit&agrave;  fra i giornalisti ritrovandosi a dichiarare: <i>&#8220;Non vedo l&#39;ora di giocare nella citt&agrave;  di Utah&#8221;</i>.</p>
<p>A Salt Lake City Karl incontr&ograve; il secondo anno Stockton. <br />
John, prodotto di Gonzaga, era stato scelto al draft dell&#39;anno prima. Il famoso draft dell&#39;84, quello di Olajuwon, Jordan, Barkley.<br />
Era approdato nella NBA in punta di piedi, sconosciuto agli occhi dei pi&ugrave;. Fisico normale, da impiegato. Un metro e ottantacinque centimetri, bianco, atteggiamento modesto, ragazzo schivo. </p>
<p>Aveva partecipato al precamp della selezione statunitense che si apprestava a vincere le Olimpiadi del 1984, sotto la guida di Bobby Knight. <br />
Fu tagliato per&ograve; dalla rosa finale insieme a Barkley e a Porter. </p>
<p>Si narra che al Madison, la notte del draft, lo storico radiocronista dei Jazz, Rod Hundley, fosse in collegamento telefonico col Salt Lake Palace, dove erano assiepati alcune centinaia di tifosi per seguire in diretta televisiva l&#39;evento.<br />
Alla chiamata del nome di Stockton, Hundley rifer&igrave; al giocatore di sentir provenire un serie di <i>&#8220;Booooh&#8221;</i> che ne indicavano il poco gradimento. <br />
Salvo poi immediatamente dopo correggersi: <i>No, no! Dicono &#8220;Whooo?&#8221;</i><br />
Stockton? Chiiii?</p>
<p>John al suo primo anno in NBA fu la riserva di  Rickey Green. <br />
18.2 minuti e 5.6 punti per gara, che gli valsero comunque il primo quintetto rookie.<br />
Una stagione dignitosa per Utah che approd&ograve; ai Playoffs (in ognuna delle singole stagione di Stockton, i Jazz disputeranno la postseason). <br />
Con non poca sorpresa Utah super&ograve; al primo turno Houston della prima scelta Hakeem Olajuwon. Perse la semifinale di Conference contro Denver.</p>
<p>La stagione successiva, la prima di Karl, un leggero passo indietro.<br />
Stockton aument&ograve; il minutaggio, passando a poco pi&ugrave; di 20 minuti a partita (7.7 punti e 7.4 assist), Malone realizz&ograve; 14.9 punti e 8.9 rimbalzi (terzo nelle votazioni per il rookie of the year, premiazione dominata da Ewing). Malone si consol&ograve; col primo quintetto delle matricole. <br />
Ma Utah si ferm&ograve; al primo turno di PO contro i Mavericks.</p>
<p>I primi passi verso l&#39;immortalit&agrave; , l&#39;inizio della leggenda, arrivarono dalla stagione 1986-87. <br />
La seconda di Karl, la terza di John.<br />
Stockton part&igrave; titolare, pur spartendosi il ruolo con Greer. <br />
La dirigenza sped&igrave; il top scorer Adrian Dantley a Detroit e Malone assunse il ruolo di principale terminale offensivo della squadra, salendo a 21.7 punti a partita. <br />
Da quella stagione Malone non sarebbe pi&ugrave; sceso sotto i 25 punti a partita per 11 anni consecutivi.</p>
<p>L&#39;anno dopo, gli Charlotte Hornets fecero il loro ingresso nella lega. <br />
All&#39;expansion draft Layden decise di non proteggere Greer, convinto com&#39;era che Stockton potesse diventare il leader della squadra. <br />
Greer fin&igrave; a Charlotte. John ebbe tutto per lui il ruolo di playmaker dei Jazz. <br />
E fu subito record.</p>
<p>Correva la Regular Season 1987-88. La magica stagione di Jordan, quella della doppietta dei Lakers e di Magic. E il numero 12 in maglia Jazz fu superbo.<br />
Smazz&ograve; 13.8 assist a partita per un totale di 1128 in stagione, 5 in pi&ugrave; dei 1123 di Isiah Thomas, registrati nel 1985 e, fino ad allora, record della lega.</p>
<p>Malone ne approfitt&ograve; per segnare 27.7 punti a partita (quarto nella lega). Accompagnando il tutto con 12 rimbalzi (quinto). <br />
Realizz&ograve; almeno trenta punti in ognuna delle ultime 8 partite di Regular, compreso un 41 contro Seattle. <br />
Kar fece la sua comparsa al primo di 14 All Star Game consecutivi. Utah vinse 47 gare, all&#39;epoca record di franchigia. <br />
Stockton e Malone furono inclusi nel secondo quintetto NBA.</p>
<p>L&#39;intera America sportiva cominciava ad accorgersi della straripante presenza di questi due giocatori. Cos&igrave; diversi fisicamente, cos&igrave; simili caratterialmente. </p>
<p>John era cresciuto rispetto agli esordi, ma la sua vera forza era data da qualcosa che difficilmente si poteva imparare con l&#39;allenamento o con l&#39;impegno continuo.<br />
Il senso del passaggio, della posizione, del gioco. La consapevolezza del momento migliore in cui dare la palla. All&#39;uomo giusto. Nel posto giusto.<br />
La sua era una dote naturale. La dote di una mente geniale. </p>
<p><i>&#8220;Quando penso a Stockton mi viene in mente la parola intelligenza!&#8221;</i> dichiar&ograve; Cotton Fitzsimmons, all&#39;epoca coach dei Suns.</p>
<p>Ma l&#39;omaggio pi&ugrave; bello arrivava dal pi&ugrave; grande di tutti nel suo ruolo.<br />
Magic dir&agrave; : <br />
<i>&#8220;Nessuno sa distribuire la palla ed essere leader come lui. La sua preoccupazione principale in campo &egrave; mettersi al servizio dei compagni&#8221;</i>.</p>
<p>Dal canto suo Karl faceva della straordinaria potenza fisica e del suo atletismo dirompente, il principale punto di forza.</p>
<p><i>&#8220;Nel ruolo di Power Forward, difficile trovare uno pi&ugrave; veloce di lui. Lo vedi correre dietro ad un avversario ed un attimo dopo lo vedi d&#39;avanti. E quando esce in contropiede, per Stckton &egrave; elementare trovarlo con un passaggio telepatico&#8221;</i> era solito sottolineare coach Sloan.</p>
<p>Ma limitare Malone alla sola potenza o velocit&agrave; , non sarebbe giusto. <br />
Il suo merito &egrave; stato migliorare giorno dopo giorno. Ha imparato progressivamente ad allontanarsi da canestro e salire in sospensione da tre, quattro metri, non permettendo pi&ugrave; ai difensori di lasciargli troppo spazio, cosa che prima avveniva puntualmente, per evitare che mettesse palla a terra e andasse ad attaccare il canestro, con risultati prevedibili visti la sua stazza e la sua velocit&agrave; .</p>
<p>Malone negli anni &egrave; diventato un giocatore completo, quasi perfetto. Il prototipo dell&#39;ala forte moderna. <br />
Ha migliorato la sue percentuale ai liberi, cosa fondamentale considerando che per cinque anni consecutivi, dall&#39;88 al &#39;93, &egrave; andato in lunetta pi&ugrave; di tutti. Jordan compreso. Fino a diventare nella storia della NBA colui che ha tirato e realizzato pi&ugrave; liberi.</p>
<p>
Al primo turno dei Playoffs del 1988 i Jazz eliminarono i Trail-Blazers, poi il faccia a faccia contro i campioni in carica di Los Angeles. <br />
Una serie che pareva scontata e invece si concluse solo alla settima partita.</p>
<p>In gara 5 John smazz&ograve; 24 assist sotto la sguardo attonito di Magic Johnson. Era record NBA per numero di assist in una partita di PO, record che precedentemente apparteneva proprio al 32 dei Lakers.<br />
Nella settima gara fu Karl a salire in cattedra. Tenne a galla i suoi segnando 31 punti e tirando gi&ugrave; 15 rimbalzi.</p>
<p>L&#39;esperienza dei Lakers alla fine prevalse. Ma Stockton e Malone furono superbi.<br />
Los Angeles vol&ograve; verso la vittoria dell&#39;anello, ma nelle undici partite di Post Season, Malone chiuse con 29.7 punti e 11.1 rimbalzi di media. Stockton con 19.5 punti e 14.8 assist. <br />
Stockton to Malone. Il verbo era ufficialmente nato.</p>
<p>Nella stagione successiva (1988-89), la prima di Sloan in panca, Utah miglior&ograve; ancora il suo record di franchigia arrivando a vincere 51 partite.  <br />
Malone fu MVP all&#39;All Star Game (28 punti, 12 su 17 dal campo). Stockton si classific&ograve; secondo nella votazioni dopo una prestazione da 11 punti e 17 assist.</p>
<p>Durante la premiazione Malone tent&ograve; di rifarsi dalla gaffe di otto anni prima in sede di draft, e dichiar&ograve; entusiasta ai microfoni:<br />
<i>&#8220;Grazie a me adesso la gente sa dov&#39;&egrave; lo Utah. E&#39; a Salt Lake City&#8221;</i>. <br />
Gli and&ograve; male anche stavolta. Poi non ci prov&ograve; pi&ugrave;. Per fortuna.</p>
<p>Karl  segn&ograve; 29.1 punti a partita in stagione. Solo la presenza di Jordan gli priv&ograve; del titolo di miglior realizzatore. Fin&igrave; terzo nelle votazioni per l&#39;MVP della lega e fu per la prima di undici volte consecutive primo quintetto NBA. <br />
Stockton fu secondo quintetto NBA e secondo quintetto difensivo. Serv&igrave; 13.6 assist a partita, accompagnati da 3.21 recuperi (leader NBA in entrambe le categorie).</p>
<p>I Jazz si ritrovarono per la prima volta ad affrontare una serie di Playoffs da superfavoriti. <br />
E ci fu la prima sgradita sorpresa.<br />
I Warriors eliminarono in tre gare Utah, nonostante Stockton (27 punti e 14 assist nella serie) e Malone (30.7 punti e 16.3 rimbalzi). <br />
Il problema fondamentale era che i due di Utah si ritrovavano spesso a predicare basket nel deserto. </p>
<p>Nella stagone 1989-90, Stockton strabili&ograve; il mondo smazzando 1134 assist, nuovo record della lega. Una media di 14.5 a partita. Malone ancora una volta fu secondo miglior realizzatore dietro Jordan con 31 punti a gara. <br />
Ma ai Playoffs una nuova delusione. Di nuovo fuori al primo turno. Questa volta contro i Suns.</p>
<p>Fu allora che la dirigenza si rese conto che servivano mosse di mercato per non sprecare la splendida carriera del duo nel vano tentativo di un anello.<br />
Quell&#39;estate arriv&ograve; a Salt Lake City Jeff Malone, secondo terminale offensivo  della squadra. Pian piano iniziarono una serie di mosse di mercato tese a migliorare il supporting cast dei Jazz e che nel giro di qualche anno porteranno nello Utah Jeff Hornacek, la terza punta di una luminosa stella. </p>
<p>Due anni dopo, nel 1992, arriv&ograve; la prima finale di Conference della storia per la squadra dello stato mormone.<br />
Fu sconfitta contro i Trail Blazers ma la squadra e la dirigenza realizzarono che l&#39;anello era davvero ad un passo. </p>
<p>L&#39;All star game del 1993 si gioc&ograve; a Salt Lake City. Malone segn&ograve; 28 punti e 10 rimbalzi. Stockton 9 punti e 15 assist.<br />
Per la prima volta nella storia della partite delle stelle, l&#39;MVP veniva vinto da due giocatori ex aequo. Ovviamente Stockton e Malone. </p>
<p>La stagione successiva, John divenne il terzo giocatore dopo Robertson e Magic a superare i 9000 assist (in seguito ci riusciranno anche Thomas e Jackson).<br />
Per la prima volta entrava nel primo quintetto NBA.<br />
Fu nuovamente finale di Conference. Ma fu una nuova sconfitta contro i Rockets che si apprestavano a vincere il primo titolo della loro storia.</p>
<p>Nel 1995 i Jazz chiusero addirittura con 60 vittorie. <br />
Ma al primo turno di playoffs incontrarono nuovamente i Rockets che, qualificatisi ottavi ai playoffs, si apprestavano a riscrivere la storia della lega, andando a rivincere il titolo capovolgendo in ogni singola serie il fattore campo.</p>
<p>Una nuova delusione.<br />
Ne seguir&agrave;  un&#39;altra l&#39;anno dopo, quando in finale di Conference ci furono stavolta i Sonics.<br />
Malone sbagli&ograve; i due liberi decisivi di gara 7. Stockton guard&ograve; l&#39;amico fraterno sconsolato. Uno sguardo che valeva pi&ugrave; di mille parole.</p>
<p>Dopo 12 anni in Nba, Stockton, ormai trentquattrenne, stava infrangendo qualsiasi record per quanto riguardava assist e recuperi. <br />
Maolne di anni ne aveva trentatr&egrave; e stava collezionando una serie di secondi posti come miglior realizzatore della lega. Segnava catturava rimbalzi, lottava. <br />
Entrambi avevano saltato fino ad allora solo 4 partite in carriera, donando tutto alla causa dei Jazz.<br />
Ma mai un anello. Mai una finale. Mai una vittoria nel momento decisivo.</p>
<p>C&#39;erano state tre finali di Conference. Tre sconfitte. Contro tre avversari diversi. Portand, Houston, Seattle.</p>
<p>Poi i due anni migliori. Le due finali. <br />
Nel 1996-97, nuovo record di franchigia per i Jazz: 64 vittorie che valsero ai ragazzi della citt&agrave;  sul Lago Salato per la prima volta il miglior record ad ovest.<br />
Malone divenne il quinto giocatore nella storia a segnare oltre 25.000 punti e catturare 10.000 rimbalzi. <br />
Port&ograve; a termine una stagione numericamente devastante. <br />
Fu per la prima volta in carriera MVP della lega. <br />
Un premio che in quel di Chicago digerirono poco, promettendo vendetta nell&#39;ipotetica finale. <br />
Stockton invece dopo 9 titoli di migliori assistman della Nba (anche qui record della lega), cedette il suo scettro a Marck Jackson. </p>
<p>Ma ormai contava poco. Utah non giocava pi&ugrave; per i numeri. Ma solo ed esclusivamente per il titolo.<br />
Nella strepitosa finale della Western Conferece che vedeva contrapposti ai Jazz i favolosi Rockets di Olajuwon, Barkley e Drexler, fu fondamentale Stockton. Decise la serie in gara 6 con una tripla oltre le braccia distese di Barkley.<br />
Quando la sfera infuoc&ograve; la retina fu finale.<br />
Fu festa in tutto lo Utah.</p>
<p>Delle due finali consecutive disputate dai Jazz si &egrave; scritto e detto di tutto.<br />
Un avversario troppo forte da battere. Un singolo giocatore che non conosceva la parola sconfitta. Un Jordan incommensurabile. <br />
E per Utah furono due sconfitte, entrambe in sei gare.</p>
<p>Un Malone che gioc&ograve; da Malone solo a tratti, limitato bene da Rodman. <br />
Uno Stockton che gioc&ograve; una splendida gara 4 nel &#39;97, autore di uno dei pi&ugrave; bei passaggi che si ricordino. Da canestro a canestro dopo rimbalzo difensivo, per le braccia tese di Karl che andava a depositare a canestro.</p>
<p>Ma questi sprazzi di gran classe non bastarono. N&eacute; quell&#39;anno, n&eacute; il successivo.</p>
<p>Eppure nel &#39;98 sembrava la volta buona. <br />
Chicago sembrava stanca. Divorata dalle diatribe interne. Krause che aveva promesso di smantellare la squadra per la ricostruzione. Jordan che premeva perch&eacute; si andasse avanti ancora per un anno. Ancora con Jackson in panca, con Pippen e Rodman come suoi scudieri. </p>
<p>I Jazz avevano chiuso la stagione col miglior record della lega. Avevano demolito ogni sorta di concorrenza ad ovest. Avevano distrutto i Lakers di O&#39;Neal e Bryant nella finale della Western con un sonoro 4 a 0.<br />
Avevano il fattore campo a favore nella finale ed erano partiti con una bella vittoria in gara 1 guidati da un eccellente Stockton. <br />
Poi la fine del sogno. </p>
<p>La decisiva gara 6 fu giocata al Delta Center, l&#39;arena pi&ugrave; chiassosa d&#39;America, con Pippen rotto e Harper febbricitante. <br />
Ma Malone perse quella maledetta palla. La decisiva.<br />
E Jordan and&ograve; a depositare il canestro della vittoria.</p>
<p>I Jazz non tornarono pi&ugrave; in finale. <br />
L&#39;anno successivo, senza Jordan a calcare i parquet, erano considerati i super favoriti. Malone vinse il secondo titolo di MVP di stagione. Era la stagione del Lock Out.</p>
<p>Fallirono per&ograve; la postseason, sconfitti al secondo turno di playoffs dai Trail Blazers.<br />
Ed il nuovo profeta nel ruolo di Power Forward, Tim Duncan, and&ograve; a vincere il suo primo titolo imponendosi in finale contro i sorprendenti Knicks.</p>
<p>Stockton e Malone giocarono altri 4 anni a Salt Lake City. <br />
Incrementarono i loro record, ma non giocarono mai pi&ugrave; per il titolo.<br />
Stckton arriv&ograve; a 15.806 assist in carriera. Malone super&ograve; Jordan e Chamberlain come miglior realizzatore di sempre, ponendosi alle spalle di Jabbar. </p>
<p>Poi l&#39;ultimo anno assieme.<br />
La sera del 30 aprile 2003, gara 5 del primo turno di Playoffs contro i Sacramento Kings, vide l&#39;ultima partita in carriera di Stockton. Una sonora sconfitta per 101 a 78. <br />
La leggenda era giunta al suo epilogo.<br />
Stockton abbandon&ograve; il fastoso mondo della NBA cos&igrave; come vi era entrato. In punta di piedi.</p>
<p>Di lui vogliamo ricordare le parole che disse il santone di UCLA, il mitico John Wooden che un giorno si ritrov&ograve; ad affermare:<br />
<i>&#8220;L&#39;unico giocatore che amo vedere su un campo di gioco &egrave; John Stockton. L&#39;unico per cui pagherei il biglietto&#8221;</i></p>
<p>Un&#39;altra leggenda del basket a stelle strisce, Jack Ramsay, l&#39;ha definito <i>The ultimate team player</i>.</p>
<p>
Mentre John appendeva le scarpe al chiodo, Malone abbandonava le montagne dello Utah per il mare della California.<br />
Era divorato dalla voglia di vincere un anello. E Los Angeles (sponda Lakers ovviamente) era il posto migliore per ingioiellarsi le dita. <br />
And&ograve; a fare il terzo violino in un Dream Team che comprendeva O&#39;Neal, Bryant e Payton. </p>
<p>Ma non fu una stagione facile. Dapprima gli infortuni lo tennero lontano dai campi di gioco per 40 partite.</p>
<p>Ai playoffs duell&ograve; alla pari con Tim Duncan. I Lakers approdarono da super favoriti alla finale contro i Detroit Pistons. <br />
Fu una tremenda batosta. I gialloviola persero in cinque gare, senza mai dare l&#39;impressione di poter contrastare la supremazia degli avversari.</p>
<p>Gara 5 fu l&#39;ultima partita in carriera di Malone. <br />
Al termine di quella serie disse basta. <br />
E l&#39;anello rimase per sempre una chimera.</p>
<p></p>
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		<title>18° – Isiah ‘Zeke’ Thomas</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Jan 2007 23:13:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Goat</dc:creator>
				<category><![CDATA[NBA]]></category>
		<category><![CDATA[I Campioni del passato]]></category>

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		<description><![CDATA[Isiah Thomas, il piccolo grande uomo dei Bad Boys Bene. Va tutto bene. Non ho nessun problema a parlare di lui. Profondo respiro e partiamo. Del resto questa &#232; una classifica &#8220;seria&#8221;. Bisogna mettere da parte antipatie personali legate al &#8230; <a href="http://archivio.playitusa.com/?p=5520">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="figure">
<p><img src="wp-content/uploads/foto_post/thomas_2901072.jpg" width=150 class="img_post"/></p>
<p>Isiah Thomas, il piccolo grande uomo dei Bad Boys</p>
</div>
<p>Bene. Va tutto bene. Non ho nessun problema a parlare di <i>lui</i>.<br />
Profondo respiro e partiamo. </p>
<p>Del resto questa &egrave; una classifica &#8220;seria&#8221;. Bisogna mettere da parte antipatie personali legate al tifo o altre becere faccenduole tipiche di noi comuni mortali.</p>
<p>Quindi mettiamo un attimo da parte il Thomas <b>GM</b> dei Knicks.<br />
E mettiamo anche da parte il Thomas <b>coach</b> dei Knicks.<br />
Poi, con uno sforzo, dimentichiamoci del Thomas cospiratore all&#39;All Star Game del 1985, il Thomas che fece indignare gli sportivi nella finale di Conference dl 1991 o ancora quello filo-razzista dei playoffs del 1987. </p>
<p>Beh, sembrer&agrave;  strano, ma ci&ograve; che rimane &egrave; comunque tanto e nulla toglie alla splendida carriera del pi&ugrave; grande piccolo di ogni tempo. </p>
<p>
<b>Isiah Lord Thomas III</b> nacque a Chicago il 30 aprile del 1961, nel difficile quartiere del West Side, uno dei pi&ugrave; poveri e pericolosi della citt&agrave; , tempestato dalle scorribande di bande giovanili. <br />
Era l&#39;ultimo di nove figli. </p>
<p>Il padre abbandon&ograve; casa e famiglia quando era ancora un neonato. Crebbe nella miseria e nella disperazione tipiche di certe zone degli States.</p>
<p>Un giorno i reclutatori di una delle tante gang che affollavano il West Side, bussarono alla porta di casa Thomas per fare proseliti. <br />
Mamma Mary imbracci&ograve; il fucile a canne mozza e minacci&ograve; di far fuoco. Isiah aveva solo cinque anni ed assistette impietrito alla scena.</p>
<p>Ma era difficile opporsi alla violenza di chi era abituato a comandare.<br />
Isiah vide i suoi fratelli maggiori finire nel baratro della droga, risucchiati dalle bande, perdersi fra la polvere del West Side. <br />
Lui era il pi&ugrave; piccolo. Era protetto da tutti. Forse fu questo a salvarlo.</p>
<p>
Quella di Zeke, come sar&agrave;  ribattezzato in seguito, &egrave; la classica storia del ragazzo che vede nel basket l&#39;unica speranza di venir fuori da una vita che non promette nulla di buono.<br />
A 3 anni palleggiava cos&igrave; bene che si esibiva nell&#39;intervallo delle partite della lega cattolica. <br />
A 13 anni scelse l&#39;High School che potesse dargli i migliori fondamentali di basket, incurante della distanza da casa.</p>
<p>And&ograve; alla St. Joseph&#39;s di Weichester. <br />
Ogni mattina si alzava alle 5.30 per essere l&igrave; in tempo per le lezioni. <br />
Vinse il titolo dello stato nel 1978. Nel 1979 fu incluso fra i migliori High Schooler d&#39;America.<br />
Port&ograve; a termine gli studi fra mille difficolt&agrave; , spronato da quel basket che iniziava a diventare la sua vita, il suo futuro. </p>
<p>Come college aveva decine di richieste, ma scelse Indiana impressionato dalla grinta dell&#39;immenso Bobby Knight.<br />
Il rapporto fra i due, come normale fosse, non &egrave; stato sempre idilliaco. Ma fu ad Indiana che inizi&ograve; a prendere corpo la favola di questo fantastico playmaker nero dal sorriso radioso, alto poco pi&ugrave; di 1.80.</p>
<p>Al primo anno ad Indiana, Isiah segn&ograve; 14.6 punti e smazz&ograve; 5.5 assist a partita. <br />
L&#39;anno successivo fu selezionato per partecipare alle Olimpiadi di Mosca. Ma il boicottaggio da parte degli USA lo privarono dell&#39;esperienza.</p>
<p>Nel 1981 il diciannovenne Thomas port&ograve; gli Hoosiers alla vittoria del titolo NCAA. <br />
Nella finale contro North Carolina segn&ograve; 23 punti e rub&ograve; i due palloni decisivi che portarono Indiana sul pi&ugrave; cinque. <br />
Fu nominato MVP del torneo.</p>
<p>L&#39;anno successivo pass&ograve; professionista, nonostante l&#39;opposizione di Knight.<br />
Isiah per&ograve; aveva bisogno di soldi per aiutare la famiglia. Per toglierli dal sobborgo di Chicago in cui avevano conosciuto la fame, la disperazione, la miseria. <br />
Promise tuttavia a mamma Mary che un giorno sarebbe tornato al college per terminare gli studi.</p>
<p>Thomas fu scelto dai Detroit Pistons con la seconda chiamata assoluta al draft del 1981, preceduto solamente dal suo compagno d&#39;infanzia (nonch&eacute; futuro compagno di squadra) Mark Aguirre, chiamato da Dallas.</p>
<p>Sei anni dopo, il giorno della festa della mamma, torner&agrave;  ad Indiana per prendersi la laurea e mantenere la promessa.</p>
<p>Il primo anno in NBA Zeke segn&ograve; 17 punti e smazz&ograve; quasi 8 assist a partita, finendo nel primo quintetto rookie. Fu convocato al primo dei suoi 13 consecutivi All Star Game.</p>
<p>L&#39;anno successivo assunse definitivamente il ruolo di leader della squadra. Segn&ograve; 22.9 punti a partita, la media pi&ugrave; alta della sua carriera.<br />
L&#39;intera lega iniziava ad accorgersi di questo piccolo grande uomo dal sorriso ammaliante che sembrava addirittura voler contendere a Magic Johnson l&#39;indiscusso primato di miglior playmaker della lega.</p>
<p>Nel 1983 arriv&ograve; sulla panchina dei Pistons Chuck Daly e i rossoblu di MoTown divennero da subito una squadra da Playoffs. <br />
Thomas rimpingu&ograve; notevolmente il numero dei suoi assist.</p>
<p>Nella stagione 1984-85, la quarta di Thomas, il numero 11 dei Pistons smazz&ograve; 13.9 assist a partita, la media pi&ugrave; alta fino ad allora mai registrata nella lega, superata in seguito solo dai 14.1 assist dati via da Stockton nel 1989-90.</p>
<p>Fu per la seconda volta consecutiva primo quintetto della lega. Lo sar&agrave;  anche l&#39;anno successivo per un totale di 3 primi quintetti NBA, in un&#39;epoca in cui nel ruolo di play imperversava un certo Magic Johnson. <br />
Fu MVP dell&#39;All Star Game nel 1984 e nel 1986.</p>
<p>Thomas cresceva. I Pistons pure. <br />
Erano una squadra giovane e combattiva, la cui principale arma era la difesa.<br />
Attorno alla splendida regia di Thomas ruotavano giocatori che univano un mix di tecnica, forza fisica, ottime capacit&agrave;  difensive e notevole cattiveria agonistica.</p>
<p>Dietro spiccava un backourt solido e capace.<br />
Joe Dumars, una guardia dalle spiccate doti difensive, ma dotata di un brillante gioco in attacco. Vinnie &#8220;The Microwave&#8221; Johnson. Soprannome datogli dal bostoniano Danny Ainge, per la rapidit&agrave;  con cui Vinnie, provenendo dalla panchina, sapeva dare il suo contributo alla partita, scaldandosi velocemente.</p>
<p>Ad un backourt di primissimo livello si aggiungevano il top scorer Adrian Dantley, veterano e stella affermata nel panorama NBA, i rimbalzisti Bill Limbeer, centrone bianco, duro ed intimidatore, e Rick Mahorn. Infine due ali difensive aggressive quali Dennis Rodman e John Salley. <br />
Ben presto quella squadra sarebbe divenuta famosa in tutto il mondo con il nome di <b>Bad Boys</b>.</p>
<p>Si &egrave; detto e scritto tanto su quei Pistons.<br />
La loro cattiveria, la loro difesa, la loro aggressivit&agrave; , le loro personalissime regole, la prima delle quali recitava pi&ugrave; o meno: <i>&#8220;Se un avversario cade a terra mai aiutarlo a rialzarsi&#8221;</i>.</p>
<p>Thomas con la sua faccia d&#39;angelo e il sorriso a 32 denti sembrava l&#39;anima candida della squadra, ma in realt&agrave;  ne era l&#39;ispiratore. Nel bene e nel male. <br />
La sua feroce determinazione, la sua voglia di vincere, anche la sua cattiveria, erano il motore dei Bad Boys.</p>
<p>The baby-faced assassin, lo chiamavano.<br />
Perch&eacute; prima ti sorrideva, poi ti uccideva.</p>
<p>Il sorriso pi&ugrave; falso della NBA, si diceva di lui. Ma Thomas non se ne curava. <br />
Soffriva come tanti altri prima e dopo di lui, la mancanza di un titolo. E questo acuiva la sua determinazione, la sua cattiveria in campo, le sue doti di leader. </p>
<p>Nel suo gioco si fondevano le migliori doti dei pi&ugrave; grandi playmaker del passato e del presente, in un mix pressoch&eacute; perfetto. <br />
Sapeva passare la palla come pochi, ma era anche un realizzatore sopraffino, capace di notevoli exploit. Non aveva il minimo problema a cercare l&#39;uomo libero, ma anche la minima esitazione quando doveva prendere in mano la partita, caricarsi la squadra sulle spalle, prendersi responsabilit&agrave;  e tiri decisivi. </p>
<p>
Nel 1987 i Pistons arrivarono ad un soffio dalla finale NBA. <br />
Vinsero 52 partite in stagione regolare, superarono al primo turno di playoffs i Washington Bullets per 3-0, rifilarono un secco 4-1 agli Hawks di Dominique Wilkins, quindi si ritrovarono ad affrontare in finale di Conference i terribili Boston Celtics di Larry Bird, campioni in carica.</p>
<p>La verve e la voglia dei Pistons contro il talento e l&#39;esperienza dei Cetlics. <br />
In pochi potevano immaginarlo, ma ne sarebbe nata una serie storica. Tirata, combattuta, sofferta, fatta di scontri davvero duri e di sonore scazzottate .</p>
<p>Come da copione, Boston vinse le prime due gare al Garden, trascinata da Bird. Ma a Detroit successe l&#39;incredibile. <br />
122 a 104 il risultato di gara 3. Addirittura 145 a 119, quello di gara 4. <br />
I Pistons avevano letteralmente asfaltato i Celtics.</p>
<p>I ragazzi del Michigan realizzarono che ce la potevano fare. <br />
Giocarono una gara 5, al Boston Garden, intensa ed agguerrita fin dal primo minuto. </p>
<p>Ad una sparuta manciata di secondi dalla fine, Boston era addirittura sotto di uno e Detroit aveva l&#39;ultimo possesso. Poteva essere la fine di ogni speranza per la gloriosa squadra in maglia verde. Perdere quella gara 5 avrebbe significato andare a giocare la decisiva gara 6 a Detroit, dove i Celtics erano gi&agrave;  stati massacrati nelle due precedenti partite.</p>
<p>Ma Bird ancora una volta si rifiut&ograve; semplicemente di perdere. <br />
Isiah Thomas effettu&ograve; la rimessa in gioco per Bill Laimbeer, ma un secondo prima che la palla arrivasse fra le mani del centro dei Pistons, Bird scatt&ograve; e rub&ograve; la sfera. </p>
<p>Sembr&ograve; quasi che lo slancio per il recupero potesse trascinare il biondino in maglia 33 fuori dal campo, ma Bird, in una maniera incomprensibile ai comuni mortali, riusc&igrave; a mantenere un precario equilibrio sul filo della linea e a servire Dennis Johnson lanciato in transizione per il canestro della vittoria. 108-107, Celtics. <br />
Serie sul 3 a 2. </p>
<p>Thomas che fino a quel momento era stato pressoch&eacute; perfetto ed aveva disputato una serie magnifica, aveva commesso l&#39;errore fatale che era costato la gara e forse la serie ai suoi Pistons. </p>
<p>Il giorno dopo era teso, frustrato. Ma ci&ograve; non spiega completamente quello che avvenne. <br />
Il giovane rookie Dennis Rodman, dichiar&ograve; infatti alla stampa che <i>&#8220;Bird sarebbe stato soltanto un buon giocatore come tanti, se fosse stato nero&#8221;</i>.</p>
<p>Alla frase del giovane Rodman nessuno prest&ograve; troppa attenzione. Sembr&ograve; a tutti la sparata idiota e razzista del classico ragazzo dal passato difficile. <br />
Ma quando a dire che la pensava alla stessa maniera fu proprio la stella della squadra, quell&#39;Isiah Thomas, icona e simbolo della NBA nel mondo, quasi al pari degli stessi Magic e Bird, scoppi&ograve; la polemica. </p>
<p>Addirittura la NBA arriv&ograve; in seguito a costringere Thomas a volare fino a Los Angeles, dove Bird stava giocando le finali, per chiedere scusa all&#39;avversario.</p>
<p>Scuse accettate, ma la pace fra i due non fu mai siglata. <br />
Quando Bird, parecchi anni dopo, assunse il ruolo di presidente ad Indiana, la prima cosa che fece fu licenziare il coach Thomas.</p>
<p>
In piena bufera, i Celtics persero gara 6 a Detroit. La serie and&ograve; sul 3 a 3. Tutto era rimandato alla decisiva gara 7.</p>
<p>Al Garden, Bird si prese la sua personalissima rivincita. Segn&ograve; 37 punti, cattur&ograve; 9 rimbalzi, smazz&ograve; 9 assist e recuper&ograve; 5 palloni, per il successo finale e sofferto per 117 a 114 dei suoi Celtics. Un successo difficile, maturato dopo una nuova clamorosa e terribile battaglia.</p>
<p>Se come uomo non ne usc&igrave; benissimo, da un punto di vista prettamente cestistico per&ograve;, Thomas usc&igrave; da quelle serie rinvigorito. </p>
<p>I Pistons finalmente venivano visti come una squadra da titolo e Isiah come il loro, ineguagliabile, carismatico leader.</p>
<p>A conferma di ci&ograve;, l&#39;anno dopo (1987-88) Detroit arriv&ograve; a disputare la finale NBA.</p>
<p>Nei Playoffs eliminarono in cinque gare i Chicago Bulls dell&#39;astro nascente Jordan, fresco MVP di stagione e difensore dell&#39;anno.</p>
<p>Nella finale della Eastern, la giovane Detroit aggred&igrave; letteralmente sul piano fisico Boston, prendendosi la rivincita dell&#39;anno prima. I Pistons si imposero due volte al Garden, rovesciando il fattore campo e chiusero la serie in 6 gare. </p>
<p>Coloro che ormai erano noti in tutto il mondo come i Bad Boys erano pronti a giocare per l&#39;anello.<br />
Avversari i Los Angeles Lakers campioni in carica e pronti alla storica doppietta.</p>
<p>Anche quella fu una serie memorabile. Serie di cui abbiamo gi&agrave;  avuto modo di parlare in <b>Nba Legendary Games</b>.</p>
<p>Prima di gara 1 Thomas e l&#39;amico fraterno Magic si baciarono a centrocampo. Il primo bacio fra due avversari in una finale nella storia della lega. <br />
Bacio che a suo modo fece scalpore, soprattutto fra le comunit&agrave;  nere.</p>
<p>Un gi&agrave;  allucinato Rodman comment&ograve; a tal proposito: <i>&#8220;Un bacio a Magic? No, se non sono almeno ufficialmente fidanzato con lui</i>.</p>
<p>Poi fu palla a due. Poi fu guerra</p>
<p>Gara 1 si gioc&ograve; al Forum. Era il 7 giugno 1988. <br />
Due filosofie agli antipodi. Come nella migliore tradizione americana. <br />
Da un lato lo showtime delle stelle losangeline, dall&#39;altro la rabbia e la grinta dei cattivi ragazzi di Detroit.</p>
<p>Nella prima partita, arriv&ograve; subito la sorpresa. <br />
Adrian Dantley mise 14 tiri su 16 tentativi e guid&ograve; la sua squadra ad imporsi per 105 a 93 al Forum, rovesciando il fattore campo.</p>
<p>Los Angeles apparve, come Chicago e Boston, incapace di sfuggire all&#39;asfissiante, ineguagliabile ed ineguagliata pressione della difesa di Detroit.</p>
<p>La serie si mantenne comunque equilibrata. <br />
Gara 5, sul risultato di 2-2, si gioc&ograve; al Pontiac Silverdome di Detroit davanti ad oltre 41.000 spettatori. </p>
<p>I Lakers scesero in campo pronti a tutto. <br />
Partirono con un eloquente 12 a 0 ed un gioco fisico ed aggressivo. Ma metterla sul piano fisico contro quei Pistons equivaleva ad un suicidio collettivo.</p>
<p>Parole di Adrian Dantley: </p>
<blockquote><p>Sembravano volessero provare a dimostrarci che sapevano giocare anche loro in maniera aggressiva. Sembrava volessero dirci &#8220;Hey, siamo capaci anche noi di giocare cos&igrave;!&#8221;. <br />
Ma quello non era il loro gioco. Era il nostro. Volevano batterci sul nostro terreno. Dopo poco, i loro uomini migliori erano tutti in panca con problemi di falli!&#8221;</p></blockquote>
<p>Fu un massacro. <br />
Dantley segno 25 punti, 19 dei quali nel primo tempo. Vinnie Johnons segn&ograve; 12 dei suoi 16 punti complessivi nel primo tempo. Dumars realizz&ograve; 19 punti tirando col 70% dal campo. Thomas fece il resto, guidando i suoi alla vittoria come un magnifico direttore d&#39;orchestra.</p>
<p>Gli ultimi minuti di gara furono giocati con tutto il pubblico di Detroit in piedi ad applaudire. </p>
<p>Sul 3 a 2 per Detroit la serie torn&ograve; a Los Angles per le due gare decisive. <br />
La storia era dietro l&#39;angolo.</p>
<p>Ad inizio terzo quarto di gara 6, i Pistons erano sotto di 8 punti (56-48).<br />
Ma Isiah Thomas diede via al suo personalissimo show. Realizz&ograve; 14 punti consecutivi, in completa trance agonistica.<br />
Mise dapprima due liberi. Poi realizz&ograve; un canestro dopo un rimbalzo offensivo. Quindi complet&ograve; il tutto con 4 jump consecutivi dalla media, un tiro da sotto ed un lay up. </p>
<p>Ma non era finita l&igrave;. <br />
A poco meno di quattro minuti dalla fine del terzo periodo Thomas si scontr&ograve; con Michael Copper, cadendo rovinosamente al suolo. <br />
L&#39;infortunio che rimedi&ograve; alla caviglia destra parve subito molto serio ed il numero 11 rossobl&ugrave; si accomod&ograve; in panchina dolorante. </p>
<p>Esattamente 35 secondi dopo, Isiah era gi&agrave;  in campo. Zoppicando, riprese la sua difficile battaglia solitaria contro i Lakers. </p>
<p>Mise altri 11 punti con una caviglia in condizioni rovinose, portando i suoi sul pi&ugrave; due (81 a 79) e firmando una delle pi&ugrave; grandi prestazioni di sempre.<br />
In quel terzo periodo Thomas realizz&ograve; 25 punti con 11 su 13 al tiro. Questo score rappresenta tuttora un record nella storia delle finali NBA per il maggior numero di punti siglati in un quarto. </p>
<p><i>&#8220;Quello che ha fatto Isiah nel terzo quarto &egrave; stato incredibile. Non ho mai visto una cosa del genere&#8221;</i> sar&agrave;  il commento dello stesso Riley nella conferenza stampa post-partita.</p>
<p>La superba prova del play dei Pistons (complessivamente 43 punti, 8 assist, 6 recuperi e l&#39;attonito rispetto degli avversari e di tutto il mondo sportivo) non bast&ograve; per&ograve; alla vittoria dei Pistons. <br />
I Lakers vinsero gara 6 e gara 7 trascinati da uno stupefacente James Worthy (36 punti, 16 rimbalzi e 10 assist nella decisiva settima partita), coronando il sogno dell&#39;agognata doppietta e mantenendo fede alla promessa di Riley. </p>
<p>
Ma la rivincita sarebbe ben presto arrivata.<br />
L&#39;anno successivo (1988-89) i Pistons chiusero la stagione con un record di 63 vittorie e 19 sconfitte, dopo aver portato a Detroit Marck Aguirre in cambio di Dantley.</p>
<p>Sette giocatori della squadra chiusero la Regular con pi&ugrave; di 13.5 punti a partita, splendido tributo alle doti di playmaker di Thomas.</p>
<p>Ai Playoffs i Pistons sweepparono facilmente i Celtics in 3 gare e i Bucks in 4.<br />
In finale di Conference c&#39;erano i Bulls di Jordan.<br />
Fu in questa serie che il capolavoro difensivo di Detroit tocc&ograve; il culmine.<br />
Nacquero le famose e famigerate <b>Jordan Rules</b>, tese a fermare il giovane e straripante 23 dei Bulls.<br />
Jordan si trov&ograve; isolato a lottare contro tutti. Gli altri Bulls e soprattutto Pippen furono annichiliti dai Bad Boys. I Pistons vinsero in 6 gare. Gara 6 fu disastrosa per Scottie Pippen che a fine partita si giustific&ograve; adducendo una forte emicrania.</p>
<p>Detroit vol&ograve; in finale. La seconda finale consecutiva. La prima vittoria.<br />
I Lakers furono sweepati. Un 4 a 0 che non ammetteva repliche e che vendicava ampiamente la sconfitta dell&#39;anno prima in gara 7. <br />
Era titolo. Il primo per Thomas. Il primo nella storia dei Pistons.</p>
<p>Gara 4 era stata l&#39;ultima partita in carriera del 42enne Jabbar.<br />
Si ritirava dopo una ventennale carriera uno dei primi 3 centri di tutti i tempi, il miglior realizzatore di sempre della lega.</p>
<p>L&#39;anno dopo i Pistons bissarono il successo. Il terzo back to back nella storia della lega, dopo i Celtics degli anni &#39;60 e i Lakers di due anni prima.<br />
A met&agrave;  stagione Detroit piazz&ograve; un parziale di 25 vittorie e 1 sconfitta, sbaragliando ogni sorta di concorrenza.</p>
<p>Nei playoffs un&#39;altra cavalcata vincente. Un&#39;altra vittoria in finale di Conference contro i Bulls e contro Jordan. Un&#39;altra prova disastrosa di Pippen, al minimo storico come giocatore NBA.</p>
<p>Poi la finale contro i Trail Blazers. <br />
In difesa Thomas annull&ograve; il suo diretto avversario Porter. <br />
Isiah andava molto orgoglioso delle sue doti difensive, sebbene spesso erano messe in secondo piano dai suoi grandi exploit offensivi.<br />
In attacco infatti fu semplicemente devastante.</p>
<p>In gara 1 segn&ograve; 16 dei suoi 33 punti nell&#39;ultimo quarto, portando i suoi alla vittoria in rimonta.<br />
In gara 4 ebbe 22 punti solo nel terzo quarto.<br />
In gara 5 fin&igrave; con 20 punti solo nel primo tempo spianando il successo ai suoi, per poi smistare l&#39;assist della vittoria a Vinnie <i>The Microwave</i> Johnson. <br />
Fu l&#39;Mvp della finale. Era l&#39;apice della sua carriera.</p>
<p><i>&#8220;Potete dire quello che volete su di me, ma non potete dire che non so come si vince&#8221;</i> il commento di Zeke a fine serie.</p>
<p>L&#39;anno successivo, Thomas torn&ograve; ad essere l&#39;antipatico e odiato giocatore di sempre. In una gara di RS contro Utah sub&igrave; una gomitata da Malone che gli fracass&ograve; il cranio ed ebbe bisogno di 35 punti di sutura. Rimase fuori dai campi di gioco per buona parte di stagione. </p>
<p>In finale di Conference contro i Bulls la musica cambi&ograve;.<br />
Jordan gioc&ograve; da squalo. Era il 1991 e si apprestava a vincere il primo titolo della sua carriera.<br />
I Bulls sweeparono i Pistons, campioni in carica, e Isiah guid&ograve; i suoi negli spogliatoi senza attendere la fine della partita, per non rendere omaggio agli avversari.</p>
<p><i>&#8220;Il momento pi&ugrave; nero, quello di cui mi rincresce di pi&ugrave;&#8221;</i> commenter&agrave;  in futuro Thomas. <i>&#8220;Una palese mancanza di sporitivit&agrave; . Se potessi rivivere quel momento mi comporterei in maniera diversa. In uno stato emotivo come quello in cui mi trovavo &egrave; stata una scelta sbagliata, ed un atteggiamento cos&igrave; &egrave; completamente contrario al mio carattere.&#8221;</i></p>
<p>Fatto sta che quell&#39;atteggiamento cost&ograve; a Zeke l&#39;esclusione dal Dream Team di Barcellona.<br />
Jordan che gi&agrave;  mal sopportava Isiah per via di una congiura che questi aveva ordito nei suoi confronti all&#39;All Star Game del 1985 quando, invidioso per il clamore che quel rookie di Chicago suscitava, aveva obbligato i compagni ad estrometterlo dal gioco, non lo volle nel gruppo che si apprestava a conquistare il mondo in quel di Barcellona.</p>
<p>Gli anni pi&ugrave; belli di Thomas erano ormai alle spalle. <br />
Isiah gioc&ograve; altre tre stagioni nella NBA, travagliate da infortuni vari. Durante l&#39;ultima Regular Season, la 1993-94, disput&ograve; appena 58 partite. <br />
Al termine di quell&#39;anno si ritir&ograve;.</p>
<p>Chiuse la sua carriera NBA con 18.822 punti e 9.061 assist in 979 partite di Regular Season. <br />
19.2 punti e 9.3 assist a partita.<br />
Quarto di sempre per media assist alle spalle di Magic, Stockton e Robertson. <br />
E&#39; il leader all time dei Pistons in punti, assist, recuperi e partite giocate.</p>
<p>Finiva cos&igrave; la carriera del pi&ugrave; grande piccolo di sempre. <br />
Una definizione che Thomas stesso odiava. <br />
Ebbe infatti modo di dire:</p>
<blockquote><p>La gente dice sono il pi&ugrave; grande nanerottolo di sempre. Poi si chiede se il pi&ugrave; grande in assoluto sia stato Jordan o Magic o Bird. Ebbene, datemi i loro centimetri e abbassate loro alla mia statura, poi ne riparliamo circa il migliore di sempre!&#8221;</p></blockquote>
<p>Period.</p>
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		<title>19° – Walt ‘Clyde’ Frazier</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Dec 2006 23:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Goat</dc:creator>
				<category><![CDATA[NBA]]></category>
		<category><![CDATA[I Campioni del passato]]></category>

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		<description><![CDATA[Walt Frazier alle prese con il suo sarto. Perch&#232; cool si nasce. Non si diventa&#8230; &#8220;Faster than a lizard&#39;s tongue&#8221;. Pi&#249; veloci della lingua di una lucertola. Cos&#236; furono ribattezzate le mani di Walt Clyde Frazier. Il numero 10 dei &#8230; <a href="http://archivio.playitusa.com/?p=5408">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="figure">
<p><img src="wp-content/uploads/foto_post/waltfrazier_61206.jpg" width=150 class="img_post"/></p>
<p>Walt Frazier alle prese con il suo sarto. Perch&egrave; cool si nasce. Non si diventa&#8230;</p>
</div>
<p><i>&#8220;Faster than a lizard&#39;s tongue&#8221;</i>.<br />
Pi&ugrave; veloci della lingua di una lucertola.<br />
Cos&igrave; furono ribattezzate le mani di <b>Walt <i>Clyde</i> Frazier</b>.</p>
<p>Il numero 10 dei Knicks. Il fuoriclasse.<br />
Uno dei migliori rubapalloni di sempre. Uno dei migliori difensori di sempre. Ma soprattutto il pi&ugrave; grande giocatore della storia dei New York Knickerbockers. <br />
E scusate se &egrave; poco.</p>
<p>Ma <b>Walt Frazier</b> &egrave; stato molto pi&ugrave; di questo. <br />
Non il semplice play di una squadra due volte vincitrice dell&#39;anello (le uniche nella storia dei Knicks), non un semplice impareggiabile difensore che ha combattuto duelli siderali con Jerry West, Oscar Robertson e soprattutto Earl Monroe, non un magnifico realizzatore capace di segnare 36 punti e smazzare 19 assist in una gara 7 di finale, non solo un sette volte primo quintetto difensivo o un 4 volte primo quintetto NBA.</p>
<p>Frazier &egrave; stato l&#39;emblema di una squadra, di una citt&agrave; . <br />
Frazier &egrave; stato New York. E New York &egrave; stata per lui la ribalta che l&#39;ha spedito direttamente fra le icone immortali di questo sport. Per quello che ha fatto in campo, ma anche per quello che Walt ha rappresentato fuori dal terreno di gioco.</p>
<p>Eh s&igrave;. Perch&egrave; stiamo parlando di colui che sar&agrave;  sempre ricordato come <i>The godfather of style</i>. La definizione stessa dello stile, l&#39;essenza stessa del cool. <br />
Colui che, quando in un&#39;intervista gli hanno chiesto cosa significasse essere cool, ha risposto: <i>&#34;Essere semplicemente me stesso!&#34;</i>.</p>
<p>Personaggio pittoresco, carismatico, decisamente suggestivo. <br />
Frazier illuminava le serate al Madison, cos&igrave; come le nottate nei locali pi&ugrave; alla moda della Grande Mela. Dove si presentava nel suo classico abbigliamento gangster. Lunghi impermeabili decorati, completi gessati, scarpe bianche, enormi cappelli, basette folte. <br />
Amava la bella vita, farsi fotografare con le pi&ugrave; belle ragazze, frequentava ristoranti alla moda, sbarcava al Madison in Limousine o in Roll Royce.  </p>
<p>A New York era per tutti Clyde. Il gangster.<br />
Ma nessuno osava rinfacciargli la vita che conduceva. Perch&eacute; in campo era semplicemente il leader di quei Knicks che contavano fra le proprie fila giocatori del calibro di Willis Reed, DeBusschere, Bill Bradley. </p>
<p>La sua filosofia di gioco era semplice. Difesa aggressiva prima di ogni altra cosa, propensione naturale per il passaggio, ma se necessario realizzatore sopraffino. <br />
Frazier, 194 centimetri di velocit&agrave; , era un giocatore 30 anni avanti ai suoi tempi. <br />
Il Fred Aistare del parquet come lo amavano spesso definire. Elegante, sinuoso, carismatico, mai sopra le righe, con un&#39;aura di imperturbabilit&agrave;  che lo rendeva diverso da tutti gli altri. Cool, appunto.</p>
<p>
Eppure le sue origini sono state in completa antitesi con quella che sarebbe stata la sua vita. Nacque ad Atlanta, Georgia, profondo sud, il 29 marzo del 1945. <br />
Frequent&ograve; la Howard High School, poi and&ograve; nel piccolo college di Southern Illinois, dove specialmente a quei tempi la visibilit&agrave;  era molto scarsa.</p>
<p>Nel 1965-66 un infortunio lo tenne lontano dai campi di gioco, ma nel 1967 trascin&ograve; Southern Illinos alle Final Four del NIT, torneo che all&#39;epoca aveva una grande importanza.<br />
Le finali si disputarono al Madison Square Garden di New York.<br />
E nel palazzetto che vide la nascita della sua leggenda, Frazier trascin&ograve; i suoi alla vittoria. Souther Illinois divenne il primo piccolo college ad aggiudicarsi il NIT.</p>
<p>Walt fu MVP delle finali. <br />
Per Red Holzman, a quei tempi scout dei Knicks, fu amore a prima vista. <br />
NY aveva la quinta chiamata al draft. Walt sopravvisse alle prime quattro, cos&igrave; il suo destino fu bl&ugrave;-arancio.</p>
<p>Frazier, all&#39;epoca non poteva saperlo, ma lui rappresent&ograve; la tessera finale per la squadra che di l&igrave; a tre anni si sarebbe ritrovata sul tetto del mondo.<br />
Il suo arrivo permise infatti alla dirigenza di spedire l&#39;anno successivo l&#39;allora playmaker Komives a Detroit in cambio DeBusschere.</p>
<p>L&#39;impatto di Clyde nella NBA non fu memorabile.<br />
Era la riserva di Komives, aveva pochi minuti, prendeva pochi tiri. Chi non lo conosceva bene, avrebbe potuto definirlo timido.<br />
Poi a met&agrave;  stagione Holzman prese in mano le redini della squadra, sostituendo il coach Dick McGuire. E tutto cambi&ograve;. Il minutaggio di Walt aument&ograve;, cos&igrave; come la sua sicurezza e la confidenza che prendeva con il basket pro.</p>
<p>I Knicks, che con McGuire avevano un record di 15 vittorie e 22 sconfitte, chiusero la Regular Season con 43W e 39L. Primo record positivo della squadra dal 1959.<br />
Frazier termin&ograve; la stagione con 9 punti per gara e il primo quintetto rookie, assieme ad un altro Knicks. Quel Phil Jackson di cui forse un po&#39; tutti abbiamo sentito parlare.</p>
<p>Nonostante il primo anno non entusiasmante da un punto di vista numerico, l&#39;intera NBA si era accorta delle enormi potenzialit&agrave;  del giocatore. Della sua velocit&agrave; , della sua difesa, della sua maturit&agrave; .</p>
<p><i>&#8220;La cosa pi&ugrave; strabiliante di Walt sono le sue mani. Veloci come nessun giocatore abbia mai avuto. I suoi anticipi, le sue palle rubate sono da manuale del basket&#8221;</i> dir&agrave;  a fine stagione Holzman.<br />
A cui faranno eco le parole di Bradley: <br />
<i>&#8220;L&#39;unico giocatore che potrei definire un artista, con un approccio artistico alla partita!&#8221;</i>.</p>
<p>E sull&#39;approccio di Frazier alla partita si potrebbero scrivere manuali.<br />
La sua era una difesa cerebrale. Studiava l&#39;avversario sin dalla palla a due. Ne valutava i movimenti, la velocit&agrave; , i gesti, il passo. Poi quando era il momento, gli portava via la palla. Non una qualsiasi. Quella risolutiva.</p>
<p>Tutto grazie alle sue mani. Veloci come la lingua di una lucertola.<br />
Si narra che una notte appoggiato al bancone di un bar di New York, spost&ograve; inavvertitamente col gomito un bicchiere. Un bicchiere destinato a frantumarsi al suolo. Se non fosse stato per le sue mani. <br />
Lo afferr&ograve; al volo, senza far cadere una goccia d&#39;acqua.<br />
<i>&#8220;Mi spaventai nel realizzare quanto le mie mani fossero rapide&#8230;&#8221;</i> dir&agrave;  lui stesso.</p>
<p>Al suo secondo anno Walt part&igrave; titolare. <br />
Segn&ograve; 17.5 punti per gara. A fine stagione venne per la prima volta incluso nel primo quintetto difensivo della lega. Un onore che gli toccher&agrave;  per altre sei volte. Consecutive.</p>
<p>I Knicks vinsero 54 gare, terzi nella Eastern alle spalle di Bulletts e Sixers.<br />
Nei playoffs sweepparono con irrisoria facilit&agrave;  Baltimore. In finale di Conference si ritrovarono di fronte gli invincibili Celtics di Russell, al loro canto del cigno. <br />
Battere Russell era un&#39;impresa improba per chiunque.<br />
Ma NY usc&igrave; a testa alta dal confronto, perdendo in 6 gare.</p>
<p>La stagione della consacrazione fu la 1969-70. La prima senza Bill Russell. Con lo scettro del Re vacante. <br />
I Knicks vinsero le prime 5 partite, poi si portarono sul 23-1, nuovo record di franchigia. <br />
Chiusero l&#39;anno col miglior record della lega, 60 vittorie a fronte di 22 sconfitte, frutto comunque di un rilassamento generale nel finale di una Regular Season ampiamente dominata (cinque sconfitte nelle ultime ininfluenti cinque partite). </p>
<p>Holzman aveva messo in piedi una squadra che, nonostante le grandi individualit&agrave; , faceva del collettivo la propria forza. <br />
Difendevano in cinque, attaccavano in cinque. <br />
Fu in questo periodo che Phil Jackson, centro di riserva, poneva le basi della sua filosofia cestistica, fatta di difesa dura e incentrata sul famoso (o famigerato) &#8220;Attacco Democratico&#8221; con cui anni dopo prover&agrave;  a sfondare nella CBA.</p>
<p>Il migliore realizzatore della squadra era Reed, appena quindicesimo nel ranking della categoria.<br />
La difesa concedeva 105.9 punti agli avversari. Almeno sei in meno rispetto a tutte le altre squadre della lega.  </p>
<p>Fu durante quella stagione che nacque il rinomato grido che oggi ascoltiamo in tutte le arene d&#39;America. <br />
Il celeberrimo <b>Dee-Fense, Dee-Fense</b>. <br />
Lo introdussero i tifosi dei Knicks, quando nel quarto periodo New York alzava il muro. E segnare era un&#39;impresa per chiunque.</p>
<p>Walt realizz&ograve; 20.9 punti a partita e smazz&ograve; 8.2 assist. <br />
Oltre che primo quintetto difensivo fu anche primo quintetto NBA. Fece il suo esordio all&#39;All Star Game.</p>
<p>Al primo turno dei playoffs duell&ograve; con l&#39;eterno rivale Earl Monroe.<br />
I Knicks vinsero in 7 tiratissime gare.<br />
In finale di conference l&#39;avversario si chiamava Oscar Robertson, anziano playmaker dei Milwaukee Bucks. Ma in quella serie l&#39;ago della bilancia fu Reed che abus&ograve; letteralmente dell&#39;inesperto Jabbar.</p>
<p>Ma il vero banco di prova per Frazier, la sfida pi&ugrave; dura, era in finale.<br />
Ad attendere i Knicks c&#39;erano i Lakers. Ad attendere Walt c&#39;era nientemeno che Jerry West, il limite massimo e (all&#39;epoca) insuperabile nel ruolo di guardia, il metro di paragone con cui confrontarsi per entrare fra le leggende di questo sport.</p>
<p>La serie sembrava segnata in partenza. Frazier pagava un gap di esperienza nei confronti di West. Reed pagava un gap di chili e centimetri nei confronti di Chamberlain.<br />
Eppure quella serie fu il capolavoro dei Knicks. Il capolavoro di Holzman. Di Reed. E ovviamente di Walt Frazier. </p>
<p>Prima di gara uno, Holzman chiese a Frazier esclusivamente una solida marcatura su West. Nient&#39;altro. Non poteva pretendere nulla di pi&ugrave; dal suo giovane play.<br />
Avr&agrave;  molto pi&ugrave; di quello. </p>
<p>In gara 1, il venticinquenne numero 10 prese solo cinque tiri. Impegnato com&#39;era a contenere l&#39;incontenibile Jerry che lo caric&ograve; di falli.<br />
Poi a cinque minuti dalla fine con i Lakers sotto di uno ed in piena rimonta, la sua mano saett&ograve;. Veloce. <br />
La palla scomparve dalle mani di West e apparve fra quelle di Frazier che vol&ograve; a canestro. Era il pi&ugrave; 3 Knicks che rintuzzava la rimonta di L.A. </p>
<p>Frazier aveva chiuso la partita con soli 6 punti e 6 assist in 30 minuti di gioco, limitato dai falli. Ma era stato il protagonista della giocata pi&ugrave; importante della partita.</p>
<p>In gara due, and&ograve; di tripla doppia. 11 punti, 11 assist, 12 rimbalzi. Ma ancora una volta West l&#39;aveva caricato di falli. Frazier pass&ograve; gli ultimi nove minuti in panca. I Lakers vinsero e ribaltarono il fattore campo.</p>
<p>Dopo le prime due gare Walt per la prima volta dichiar&ograve; la sua difficolt&agrave;  nel contenere un diretto avversario: <br />
<i>&#8220;Non posso cercare di portargli via la palla. Mi sbilancio e lui &egrave; velocissimo a raccogliere e tirare. Devo cercare nuove soluzioni!&#8221;</i></p>
<p>E le nuove soluzioni arrivarono. <br />
In gara 3 i Knicks vinsero all&#39;Over Time. West che aveva segnato il tiro del pareggio allo scadere da canestro a canestro fu  per la prima volta nella sua carriera reso innocuo da un avversario per un lungo frangente di gioco. Sbagli&ograve; infatti 10 tiri consecutivi al supplementare.</p>
<p>I Lakers si rifecero in gara 4, sempre all&#39;OT.<br />
Gara cinque fu la storica partita dell&#39;infortunio di Reed. La zona di Holzman. I 21 punti, 12 assist e 7 rimbalzi di Frazier. New York vinse la partita pi&ugrave; difficile. <br />
Perse gara 6.</p>
<p>Poi la storica, indimenticabile settima partita. Il rientro di Reed, di cui abbiamo gi&agrave;  avuto modo di parlare in diverse occasioni, l&#39;impatto psicologico su compagni, pubblico, avversari.</p>
<p>Ma i Knicks non avrebbero mai vinto quell&#39;anello, senza la pi&ugrave; grande prestazione di un singolo giocatore in una gara 7 di finale.</p>
<p>Frazier realizz&ograve; 36 punti, 12 su 17 dal campo, 12 su 12 ai liberi, 7 rimbalzi, 19 assist, 5 recuperi. E la giocata che spezz&ograve; definitivamente il morale dei Lakers e di West. <br />
Un uno contro uno su Jerry. Una finta, l&#39;avversario sbilanciato, il volo a canestro e poi anzich&eacute; la schiacciata, la palla appoggiata al tabellone, a segnare e subire il fallo per il gioco da tre punti.</p>
<p><i>&#8220;In quel preciso istante West aveva perso il controllo. Sapevo che non gli era mai successo di essere battuto cos&igrave;. Sapevo che era un evento. Avevo battuto il loro leader. I Lakers erano nostri&#8221;</i>.<br />
E per i Knicks fu l&#39;anello. Il primo.</p>
<p><i>&#8220;I always tried to hit the open man when I played, but that night I was the open man.</i> dichiarer&agrave;  lo stesso Walt anni dopo quella partita.</p>
<p>Walt non vinse il trofeo di MVP delle finali, oscurato dall&#39;eroica prestazione di Willis Reed. <br />
Si narra che il play, al termine della serie, ebbe quasi una crisi di rigetto nei confronti della lega e della squadra per non aver ottenuto in quella finale il credito che avrebbe meritato.</p>
<p>Ma gi&agrave;  dalla stagione successiva fu tutto dimenticato.<br />
Frazier realizz&ograve; 21.7 punti per partita. <br />
I Knicks raggiunsero le finali di Conference ma persero in 7 gare contro i Bullets di Monroe, dopo essere stati avanti nella serie dapprima per 2 a 0 e poi per 3 a 2.<br />
Baltimore approd&ograve; a giocare le finali contro i Bucks di Robertson e Jabbar. <br />
Milwaukee vinse la serie e Earl salut&ograve; la squadra.<br />
Destinazione New York. </p>
<p>Fra lo sbigottimento generale, Earl the Pearl Monroe, al secolo Black Jesus, approd&ograve; nella Grande Mela. <br />
C&#39;era molta curiosit&agrave; , ma soprattutto scetticismo per la convivenza dei due acerrimi rivali, Frazier e Monroe, nella stessa squadra.</p>
<p>Negli ambienti si scommetteva su quanto tempo i due sarebbero durati insieme. <br />
Invece stava venendosi a formare il miglior backcourt di sempre. Una coppia di esterni semplicemente irresistibile. <br />
<b>The Roll Royce Backcourt</b>. </p>
<p>Monroe part&igrave; dalla panca per tutta la sua prima stagione al Madison (1971-72). I Knicks arrivarono in finale. Ancora contro i Lakers che venivano da un&#39;annata stratosferica (69-13 il record).<br />
Los Angeles si impose per 4 gare ad 1.</p>
<p>Ma New York si prese la rivincita l&#39;anno dopo.<br />
Holzman lanci&ograve; Monroe in prima squadra. E al Madison fu ancora una volta spettacolo.<br />
<i>&#8220;He&#39;s fire. I&#39;m ice&#8221;</i> le parole con cui Frazier presentava s&eacute; stesso ed il suo compagno di reparto.</p>
<p>Con un Willis Reed che aveva visto notevolmente ridurre il suo apporto in termini numerici, Frazier fu il leader della squadra in punti (21.1 a partita), assist (5.9) e terzo alla voce rimbalzi (ben 7.3).</p>
<p>I Knicks piegarono i Celtics di Havlicek e Cowens in finale di Conference. <br />
In gara 7 andarono ad espugnare l&#39;inespugnabile Boston Garden grazie a 25 punti dello stesso numero 10. <br />
In finale New York ritrov&ograve; per la terza volta Los Angeles.</p>
<p>I Lakers vinsero gara 1, quella che Frazier defin&igrave; la peggior partita di Playoffs della sua vita. Poi furono 4 vittorie consecutive per i bl&ugrave;-arancio.<br />
E fu il secondo anello.</p>
<p>Frazier gioc&ograve; altri 4 anni nella Grande Mela, con buoni numeri, ma senza pi&ugrave; fare grande strada nei playoffs. <br />
Disput&ograve; altri 3 All Star Game. Nel 1975 vinse il trofeo di MVP realizzando 30 punti.</p>
<p>Nell&#39;ottobre del 1977 venne ceduto ai Cavs, in cambio di Jim Clemmons. L&#39;allenatore dei Knicks era diventato il suo ex compagno di squadra Willis Reed.<br />
Si mormora che la trade fu orchestrata dallo stesso Reed perch&eacute; sentiva che non avrebbe potuto avere leadership sui giovani con una leggenda vivente come Clyde in spogliatoio.</p>
<p>Frazier abbandon&ograve; NY come miglior realizzatore e miglior assistman nella storia della franchigia. In quel momento probabilmente era la miglior guardia difensiva nella storia della lega. Forse il miglior difensore di sempre dopo Bill Russell.</p>
<p>A Cleveland gioc&ograve; due stagioni, falcidiato dagli infortuni. All&#39;inizio della terza, dopo appena tre gare decise di ritirarsi. Aveva 34 anni.</p>
<p>Lo stesso anno la sua maglia numero 10 pendeva dal soffitto del Garden.<br />
Clyde, il personaggio pi&ugrave; cool che abbia mai attraversato un parquet NBA, era diventato leggenda.</p>
<p></p>
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		<title>20° – George Lawrence Mikan</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Oct 2006 22:21:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Goat</dc:creator>
				<category><![CDATA[NBA]]></category>
		<category><![CDATA[I Campioni del passato]]></category>

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		<description><![CDATA[George Mikan ed il suo inconfondibile numero 99 in maglia Lakers. In principio era Mikan. George Lawrence di nome. Mr Basketball per soprannome. Occhialuto viso pallido di 6&#39;10&#39;&#39; per 240 libbre. Classe 1924. College De Paul. Sette stagioni in NBA, &#8230; <a href="http://archivio.playitusa.com/?p=5291">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="figure">
<p><img src="wp-content/uploads/foto_post/mikan04102006.jpg" width=150 class="img_post"/></p>
<p>George Mikan ed il suo inconfondibile numero 99 in maglia Lakers.</p>
</div>
<p><i>In principio era <b>Mikan</b>. <br />
George Lawrence di nome. Mr Basketball per soprannome. Occhialuto viso pallido di 6&#39;10&#39;&#39; per 240 libbre. Classe 1924. College De Paul.<br />
Sette stagioni in NBA, ai Minneapolis Lakers. Cinque titoli. <br />
In carriera 23.1 punti e 9.5 rimbalzi a partita. Inarrestabile per i suoi tempi. Con lui nacque il concetto di giocatore dominante.</i></p>
<p>Cos&igrave; iniziava <a href="http://www.playitusa.com/articolo.php?id=2757" target="_blank">un mio vecchio pezzo</a> di NBA Legendary Games. Un omaggio alla prima grande superstar del basket a stelle e strisce. Quella che ha avuto l&#39;impatto maggiore, difficilmente misurabile. Oseremmo dire, incalcolabile. Superiore a quello di Jordan, paragonabile forse solo a quello di Bill Russell.</p>
<p>Fa effetto a dirsi, ma prima di George il basket era considerato uno sport pi&ugrave; adatto ai piccoli, agili e veloci che non ai giganti, lenti e dalla scarsa coordinazione. <br />
Poi arriv&ograve; Mikan e tutto cambi&ograve;.</p>
<p>Cambi&ograve; talmente tanto che l&#39;ufficio competizioni della lega dovette modificare alcune regole per limitarne lo strapotere. Dapprima nel 1951 raddoppi&ograve; l&#39;area dei tre secondi, cosicch&eacute; George per non incorrere nell&#39;infrazione era costretto a stare pi&ugrave; lontano da canestro, avendo meno possibilit&agrave;  di dominare sotto i tabelloni.</p>
<p>In seguito adott&ograve; l&#39;abolizione della stoppata in parabola discendente. <br />
Infine il cambiamento pi&ugrave; importante. Quello che ha stravolto il gioco del basket, rendendolo quello sport meraviglioso che tutti noi amiamo. L&#39;introduzione nel 1954 del limite dei 24 secondi per il tiro. Provvedimento reso necessario perch&eacute; le squadre che affrontavano i Lakers si ritrovavano a tenere la palla pi&ugrave; a lungo possibile per evitare che finisse nella mani nei gialloviola e quindi di Mikan per due punti sicuri. </p>
<p>Eppure gli inizi per il ragazzo nato a Joliet nell&#39;Illinois non furono dei migliori.<br />
George fu scartato al provino per la squadra di basket del suo liceo, perch&eacute; portava gli occhiali ed i suoi piedi non erano sufficientemente veloci per questo sport.<br />
Finite le superiori, tenne un provino presso il college di Notre Dame, ma anche l&igrave; gli and&ograve; male. </p>
<p>A questo punto George sembr&ograve; accantonare definitivamente l&#39;idea del basket, nonostante i suoi due metri ed otto centimetri che per l&#39;epoca erano un&#39;altezza notevole. Si iscrisse alla migliore universit&agrave;  di Chicago per diventare avvocato. De Paul.<br />
Il coach della squadra di basket era Ray Meyer (colui che ne abbandon&ograve; la guida solo nel 1984, quarantadue anni dopo la nomina).</p>
<p>Meyer convinse il giovanissimo George a provare a giocare per loro. Fu lui a costruire passo dopo passo lo splendido giocatore che in seguito sarebbe stato il 99 dei Lakers.<br />
Lo sottopose ad una serie di allenamenti al limite dell&#39;impossibile. La corsa, la danza, il salto della corda, il pugilato. Ne voleva fare innanzitutto un atleta. Voleva rendere coordinato quel ragazzone enorme, goffo e miope.</p>
<p>Sul campo da basket gli tirava contro palloni di varie dimensioni (da quello da basket alle palline da tennis) a velocit&agrave;  elevatissime per svilupparne la reattivit&agrave; . Lo faceva andare in uno contro uno con il play della squadra alto poco pi&ugrave; di un metro e mezzo, lo costrinse a migliorare il trattamento di palla, gli insegn&ograve; l&#39;uso del gancio sinistro e destro.</p>
<p><i>&#8220;Fu come vedere sbocciare un fiore&#8221;</i> il commento di Meyer. <br />
Ricambiato da un Mikan che pi&ugrave; volte si &egrave; ritrovato ad affermare: <i>&#8220;Nella mia vita di cestista nessuno &egrave; stato prezioso per me come Ray Meyer&#8221;</i>.</p>
<p>Mikan sbocci&ograve; e fu migliore marcatore della NCAA nelle sue ultime due stagioni (1944-45 e 1945-46). Nel torno NIT del &#39;45 surclass&ograve; la concorrenza, segnando 40 punti di media nelle 3 partite che portarono De Paul a vincere il titolo.</p>
<p>Cos&igrave;, colui che nel 1946 si apprestava a varcare le soglie del professionismo era ormai un giocatore completo, veloce, tecnicamente valido, dai movimenti inarrestabili, agonisticamente cattivo e dotato di una notevole competitivit&agrave;  e tenacia.</p>
<p>Il 16 marzo George firm&ograve; un contratto quinquennale con i Chicago American Gears, squadra della NBL, la National Basketball League. Sessantacinquemila dollari complessivi, una cifra astronomica per l&#39;epoca. <br />
Arriv&ograve; subito il titolo a coronamento di una stagione in cui il rookie realizz&ograve; 16.5 punti a partita in un contesto dai punteggi bassissimi.</p>
<p>Subito dopo la vittoria dell&#39;anello, Maurice White, proprietario dei Gears decise di fondare una lega tutta sua, composta da 24 franchigie, di cui lui stesso era unico proprietario. <br />
Nacque cos&igrave; la Professional Basketball League of America. I Gears e Mikan dovevano esserne la principale attrattiva. </p>
<p>Ma il sogno di White dur&ograve; esattamente un mese. La lega si sciolse ed i giocatori liberi vennero divisi fra le varie franchigie della NBL. <br />
Mikan fin&igrave; ai Minneapolis Lakers, per un connubio vincente che dominer&agrave;  il basket professioinistico americano per parecchi degli anni a venire. </p>
<p>Nella prima stagione a Minneapolis (1947-48) arriv&ograve; l&#39;anello. Il secondo consecutivo per il ventiquattrenne centro da De Paul. Per lui 21.3 punti in Regular Season. 27.5 in finale.</p>
<p>Subito prima dell&#39;inizio della stagione successiva, cinque squadre tra cui i Minneapolis Lakers abbandonarono la NBL per approdare nella lega concorrente, la BAA (Basketball Association of America), dove gi&agrave;  militavano franchigie di citt&agrave;  importanti, quali New York, Chicago, Philadelphia, Boston. </p>
<p>Ma il cambio di lega non apport&ograve; variazioni di sorta al leit-motiv del basket americano di quegli anni. Mikan dominava. Mikan vinceva. Un altro titolo, il terzo consecutivo in tre stagioni. Il primo riportato sugli almanacchi ufficiali della NBA.</p>
<p>I Lakers disputarono e vinsero la serie finale contro i Washington Capitols. A guidare la squadra capitolina era un&#39;irlandese, futura conoscenza del basket a stelle e strisce. Tale Red Auerbach. </p>
<p>In dieci gare complessive di post-season disputate fino ad allora, Mikan aveva realizzato la bellezza di 30.3 punti a partita.<br />
E nella stagione appena conclusa aveva fatto registrare lo strabiliante bottino di 28.3 punti a partita, cifra resa ancora pi&ugrave; impressionanta dal fatto che solo altri due giocatori della BAA superarono i 20 punti a partita quell&#39;anno. Il leggendario Joe Fulks di Philadelphia e Max Zaslofsky di Chicago.</p>
<p>George non aveva letteralmente rivali di sorta.  Altezza, fisico, spalle larghe, gomiti appuntiti, determinazione, tenacia, tecnica, velocit&agrave; , ne facevano un&#39;arma impropria. </p>
<p>Era la superstar assoluta di un&#39;epoca, colui che attirava le folle nei vari palazzetti d&#39;America, colui che il 13 dicembre del 1948 a New York ebbe l&#39;onore di leggere sul celebre tabellone del Madison Square Garden l&#39;altrettanto celebre e storica dicitura: <b>&#8220;Tonight George Mikan Vs. Knicks&#8221;</b>.</p>
<p>Quando quella stessa sera Mikan entr&ograve; negli spogliatoi del Garden trov&ograve; i suoi compagni di squadra ancora in abiti borghesi. Uno di loro lo accolse con la gelida frase: <br />
<i>&#8220;Ci hanno avvisato che stasera giocherai contro i Knicks. Corri ad affrontarli. Noi ti aspetteremo qui!&#8221;</i>.</p>
<p>Alla fine di quella stagione, il grande evento.<br />
NBL e BAA si fusero per dare vita alla National Basketball Assosiacion. La NBA. <br />
Diciassette squadre divise in tre division. </p>
<p>Minneapolis fin&igrave; nella Central, quella con la concorrenza pi&ugrave; spietata. <br />
Mikan guid&ograve; la lega in punti con 27.4. Ancora una volta numero che fa sensazione paragonato con gli score dei suoi compagni ed avversari.</p>
<p>Minnie fin&igrave; la sua prima stagione (ufficiale) in NBA con un record di 51 vittorie e 17 sconfitte. Arriv&ograve; il quarto anello consecutivo per George, coronato da oltre 31 punti a partita nei playoffs.</p>
<p>L&#39;annata successiva (1950-51) fu la prima in cui il 99 in maglia Lakers fall&igrave; l&#39;appuntamento con il titolo. Fu anche la prima in cui la NBA inizi&ograve; a tenere il conto dei rimbalzi. George ne cattur&ograve; 14.1 a partita, secondo solo all&#39;indimenticato Dolph Schayes. Ma Mikan si rifece alla voce punti dove non poteva avere rivali (28.4 a partita).</p>
<p>Durante qui playoffs George sub&igrave; una frattura alla tibia. Ma era un&#39;epoca eroica. Nella decisiva gara 4 contro i Rochester Royals in finale di Division, Mikan scese in campo comunque. Gioc&ograve; quasi da fermo ma realizz&ograve; ugualmente 20 punti. Minnie perse la gara e la serie, ma la leggenda del gigante miope ne usc&igrave; ancora pi&ugrave; marcata.</p>
<p>Dal 1951 al 1954, George disput&ograve; i primi 4 All Star Game nella storia delle lega, divenendo MVP dell&#39;incontro nel &#39;53. <br />
Vinse altri tre anelli consecutivi e i Minneapolis Lakers furono la prima squadra a centrare l&#39;impresa della tripletta. <br />
Fino alla fine del ventesimo secolo, solo altre due franchigie avrebbero ripetuto l&#39;impresa. I Celtics di Russell e i Bulls di Jordan. </p>
<p>Al termine del 1954, Mikan annunci&ograve; al mondo il suo ritiro. Aveva trenta anni. Voleva passare un po&#39; di tempo con la sua famiglia. Voleva cimentarsi con la vita normale, quella di tutti i giorni, lontana dalla gloria che la pallacanestro gli aveva portato.</p>
<p>Rimase fuori dai campi di gioco poco pi&ugrave; di un anno. <br />
A met&agrave;  della stagione 1995-56 rivest&igrave; la maglia dei Minneapolis Lakers. Gioc&ograve; appena 37 partite, ma era appesantito, fuori forma. Segn&ograve; poco pi&ugrave; di dieci punti a partita. Poi disse basta definitivamente. </p>
<p>Divenne allenatore dei gialloviola l&#39;anno successivo, ma abbandon&ograve; la panchina dopo un record negativo di 9 vittorie e 30 sconfitte. </p>
<p>Nel 1959, nell&#39;anno di fondazione della Hall of Fame di Sopringfield, entr&ograve; a far parte del club dei grandissimi. <br />
Nel 1971, in occasione dei 25 anni della NBA fu eletto fra i primi 10 giocatori della storia. <br />
Stesso onore lo ebbe nel 1981.<br />
Nel 1996 &egrave; stato incluso fra i primi 50 giocatori di sempre, nella famosa premiazione di Cleveland, in occasione del cinquantennale della lega. <br />
Faceva uno strano effetto vedere quell&#39;uomo anziano, dai capelli bianchi e dall&#39;aria distinta, salire (aiutato da Bill Russell) il piccolo banchetto della gloria.<br />
Faceva effetto pensare che tutti gli altri 46 presenti (mancavano all&#39;appello West, Maravich e Shaq) erano l&igrave; anche grazie a lui. Ed a lui dovevano davvero parecchio.</p>
<p>Il primo giugno del 2005 il grande vecchio George, all&#39;et&agrave;  di 81 anni, lasciava il mondo terreno per entrare definitivamente fra le leggende contemporanee. <br />
Onore e gloria per lui. Il primo grande centro della storia della pallacanestro. Colui che ne ha stravolto il gioco, i concetti, le basi. Colui senza il quale probabilmente la pallacanestro non sarebbe stata la stessa.</p>
<p>E&#39; ovvio come George Mikan sia stato, al pari del solo Jordan, il padrone indiscusso della sua epoca. <br />
Chamberlain aveva Russell. West aveva Robertson. Jabbar ha avuto in serie Chamberlain, Reed, Cowens, Walton, Moses Malone e Parish. Magic aveva Bird e Thomas. Bird aveva Magic e Erving. <br />
Mikan e Jordan no. Non avevano rivali alla loro altezza. Erano nettamente sopra la concorrenza.</p>
<p>Se per&ograve; questo per Jordan &egrave; stato un punto di forza, considerando l&#39;epoca in cui ha giocato e i rivali che ha affrontato, per Mikan si trasforma senza ombra di dubbio in un punto debole. </p>
<p>Quando George evoluiva sui parquet di mezza America, l&#39;accesso ai giocatori di colore nel mondo del basket professionistico non era ancora consentito e questo ne ha indubbiamente accresciuto il dominio.</p>
<p>Se ci basiamo sui freddi numeri un ruolino di marcia come quello di George non lo farebbe uscire da una top ten. Se analizziamo nel complesso la sua carriera ed il contesto, George retrocede di diverse posizioni, anche a vantaggio di giocatori che non hanno avuto n&eacute; il suo palmares, n&eacute; tanto meno la sua importanza per il basket, ma che si sono trovati ad interagire in un&#39;epoca ed in un contesto differente. </p>
<p>C&#39;est la vie&#8230;</p>
<p></p>
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		<title>21° – Rick Barry</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jun 2006 00:39:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Goat</dc:creator>
				<category><![CDATA[NBA]]></category>
		<category><![CDATA[I Campioni del passato]]></category>

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		<description><![CDATA[Rick Barry in lunetta. Il suo particolare, inconfondibile stile al tiro libero. Esiste un solo giocatore nella storia della pallacanestro ad essere stato top scorer NCAA, NBA e ABA. Questo giocatore &#232; Richard Dennis Francis Barry III. Per tutti semplicemente &#8230; <a href="http://archivio.playitusa.com/?p=5229">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="figure">
<p><img src="wp-content/uploads/foto_post/Barry260606.jpg" width=150 class="img_post"/></p>
<p>Rick Barry in lunetta. Il suo particolare, inconfondibile stile al tiro libero.</p>
</div>
<p>Esiste un solo giocatore nella storia della pallacanestro ad essere stato top scorer NCAA, NBA e ABA. <br />
Questo giocatore &egrave; Richard Dennis Francis Barry III. <br />
Per tutti semplicemente Rick.</p>
<p>Se facciamo una lista dei pi&ugrave; grandi potenziali offensivi che abbiano mai calcato i campi di basket, accanto ai nomi dei vari Baylor, Chamberlain, Jordan, figura senza ombra di dubbio anche quello di Barry. Talento sconfinato e tempestoso.</p>
<p>Ha segnato oltre 25.000 punti in carriera, in quattro stagioni ha realizzato oltre 30 punti a partita, deteneva e ha detenuto per anni il record per la media punti pi&ugrave; alta realizzata in una serie finale. Ha giocato 12 All Star Game. Per cinque volte &egrave; stato primo quintetto NBA, per quattro volte primo quintetto ABA.</p>
<p>Numeri. Ma <b>Rick Barry</b> &egrave; stato molto pi&ugrave; di questo. <br />
Un potenziale offensivo inimmaginabile, un talento di livello assoluto, un eccellente rubapalloni, il miglior tiratore di liberi della storia, un passatore sopraffino, ma nel contempo un carattere difficile, un&#39;arroganza ed una presunzione eccessiva, scelte professionali discutibili, un modo di comportarsi talvolta ambiguo, talvolta cinico, che lo portarono ad essere inviso a molti suoi colleghi, alla stampa, alla NBA stessa. </p>
<p>Una carriera strana, ricchissima di eventi, di successi (considerando anche l&#39;ABA), di riconoscimenti, ma anche di contraddizioni, di querelle legali, di scontri, di addii.</p>
<p>Situazioni che lo hanno portato ad avere riconoscimenti minori di quanto il suo immenso talento avrebbe meritato.<br />
Situazioni che dopo il ritiro hanno fatto cadere Rick nel dimenticatoio. Lontano dal fastoso mondo della pallacanestro a stelle e strisce. </p>
<p>Situazioni infine che portarono lo stesso Barry ad ammettere:<br />
<i>&#8220;Non sono mai stato una persona facile con cui trattare. Non ho mai avuto molto tatto e diplomazia!&#8221;</i></p>
<p>Rick Barry nacque a Elisabeth, New Jersey, nel 1944, figlio dell&#39;allenatore della squadra locale. <br />
Scelse per college la University of Miami sotto la guida di Bruce Hale, dove nel suo anno da senor, realizz&ograve; 37.4 punti per gara, miglior realizzatore NCAA.</p>
<p>Fu scelto al primo giro del draft del 1965 con la quarta chiamata assoluta dai San Francisco Warriors e si impose subito all&#39;attenzione di tutta la NBA.<br />
Nel suo anno da rookie segn&ograve; 25.7 punti per gara (quarto nella lega, preceduto solo dalle icone Chamberlain, West, Robertson), tir&ograve; gi&ugrave; 10.2 rimbalzi, fu convocato all&#39;All Star Game, vinse il titolo di matricola dell&#39;anno e fin&igrave; nel primo quintetto della lega.</p>
<p>Dopo lo sfavillante primo anno, Barry era considerato l&#39;astro nascente della lega, uno dei talenti pi&ugrave; limpidi e cristallini dell&#39;Olimpo cestistico.</p>
<p>Il secondo anno fu quello della consacrazione assoluta.<br />
Segn&ograve; 35.6 punti a partita togliendo dopo 7 stagioni consecutive la palma di miglior realizzatore della lega niente meno che a Wilt Chamberlain. </p>
<p>Nella storia della NBA solo 3 giocatori hanno avuto una media realizzativa pi&ugrave; alta in stagione. Chamberlain e Baylor prima di lui e Jordan quasi un quarto di secolo pi&ugrave; tardi. </p>
<p>Il 6 dicembre del &#39;67 contro i Knicks realizz&ograve; il record per pi&ugrave; tiri liberi messi in un quarto di gioco. Quattordici. Fu convocato al secondo All Star Game. Realizz&ograve; 38 punti, oscurando tutte le altre stelle nella partita. Fu nominato MVP della gara.</p>
<p>Nei playoffs il secondo anno Barry trascin&ograve; i suoi Warriors di peso alla finale. Contro i terribili Sixers di Chamberlain, la squadra che &egrave; stata votata da un equipe di esperti come la pi&ugrave; forte di sempre.</p>
<p>Barry non si present&ograve; alla finale in perfette condizioni fisiche, ma in gara uno realizz&ograve; 37 punti. A pochi secondi dalla fine smazz&ograve; a Thurmond il facile pallone della vittoria. Ma provvidenziale arriv&ograve; lo stoppone di Chamberlain che mand&ograve; il match all&#39;overtime in cui i Sixers riuscirono ad imporsi.</p>
<p>Philly replic&ograve; la vittoria in gara due, ma la serie non era affatto chiusa.<br />
Nella terza partita Barry realizz&ograve; 55 punti che schiantarono i Sixers. <br />
La quarta gara fu ad appannaggio di Philly che and&ograve; ad espugnare la Bay Arena, ma nella quinta Barry riprese il suo show personale. Ventisei punti nel primo tempo e partita archiviata. Quarantasei complessivi per lui a fine gara.</p>
<p>Nella decisiva gara 6 a San Francisco Barry realizz&ograve; altri 44 punti. I Warriors persero di tre (125-122) la partita e la serie, ma Rick aveva appena stabilito un record che sarebbe stato battuto solo ventisei anni dopo da Michael Jordan. La media punti pi&ugrave; alta in una serie finale. <br />
40.8 a partita.</p>
<p>Era appena al suo secondo anno nella lega e il suo impatto era stato da brividi.<br />
Si favoleggiava su quello che potesse essere il futuro del ragazzo, un futuro in cui niente era precluso, n&eacute; vittorie, n&eacute; record, affermazioni personali o di squadra.<br />
Il suo limite era il cielo. Tanto pi&ugrave; che Rick, nonostante le caterve di punti, era un giocatore completo, aveva un&#39;ottima visione di gioco ed un istinto per il passaggio come poche volte si era visto in un&#39;ala.</p>
<p>Tempo dopo Bill Sharman suo allenatore a San Francisco dir&agrave;  di lui:<br />
<i>&#8220;Rick &egrave; alto 2.01, estremamente veloce e ha il cervello che corre fortissimo. E&#39; stato una delle pi&ugrave; grandi ali passatrici della storia.&#8221;</i></p>
<p>La migliore, dopo Larry Bird.</p>
<p>Tutto molto bello. <br />
Troppo per essere vero. <br />
Ma a breve il mondo si sarebbe accorto che la carriera per il nuovo profeta della lega non sarebbe stata tutta rosa e fiori.<br />
E Rick il grandissimo sarebbe presto diventato Rick l&#39;arrogante, Rick il viziato.</p>
<p>Quell&#39;estate infatti nacque l&#39;American Basketball Association, meglio conosciuta come ABA. <br />
Una franchigia fu fondata ad Oakland, dall&#39;altro lato della baia dove viveva e giocava il giovane Rick. </p>
<p>Pat Boone, il proprietario della franchigia, prov&ograve; a convincere Barry a lasciare i Warriors e la NBA per gli Oaks e l&#39;ABA. Sarebbe stato un colpo tremendo per la neonata lega.</p>
<p>Il contratto di Barry era in scadenza, ma all&#39;epoca esisteva la <i>&#8220;Reverse Clause&#8221;</i>, una clausola che vincolava un giocatore alla propria squadra ancora per un anno dopo la scadenza del contratto.<br />
Boone era convinto che un tribunale ordinario avrebbe sicuramente invalidato la clausola cos&igrave; gli Oaks offrirono a Barry 75.000 dollari pi&ugrave; il 15% della franchigia.</p>
<p>Se questo non fosse bastato, Boone complet&ograve; l&#39;opera assumendo come allenatore degli Oaks quel Bruce Hale che era stato coach di Rick al college e di cui il giocatore aveva sposato la figlia.</p>
<p>Per Barry, Hale era un secondo padre e non seppe resistere al richiamo di giocare per lui.<br />
Accett&ograve;. <br />
San Francisco prov&ograve; a pareggiare l&#39;offerta, ma Barry ormai aveva preso la sua decisione.</p>
<p>I Warriors e la NBA non la presero affatto bene. Trascinarono il giocatore in tribunale e, contrariamente alle previsioni di Boone, il tribunale ordinario obblig&ograve; Barry a rispettare la &#8220;Riverse Clause&#8221;.</p>
<p>Una mazzata tremenda per il giocatore, i cui rapporti con la sua ex squadra e col suo coach Sharman erano ormai irrimediabilmente compromessi. <br />
In pi&ugrave; Barry si ritrovava ad essere comproprietario degli Oaks.</p>
<p>Alla fine la sua scelta fu stupefacente. Rimase un anno fermo piuttosto che tornare nella NBA.<br />
Dopo una stagione da 35.6 punti a partita, dopo aver illuminato con la sua classe i parquet di mezza America, Barry all&#39;et&agrave;  di 23 anni decise di sua spontanea volont&agrave;  di rimanere un anno senza giocare.<br />
L&#39;opinione pubblica americana insorse.</p>
<p>Libero da clausole, Rick torn&ograve; a giocare nel 1968-69. Nell&#39;ABA. <br />
Realizz&ograve; 34 punti e cattur&ograve; 9 rimbalzi a partita. Port&ograve; gli Oaks a vincere il titolo.<br />
Sembrava aver ripreso in mano le redini della propria sfavillante carriera. Sembrava. </p>
<p>Poche settimane dopo il titolo, la squadra fu venduta e spostata a Washington. Barry non ci stava a lasciare la baia californiana. <br />
In una celebre intervista al Los Angeles Time dichiar&ograve;:<br />
<i>&#8220;Se avessi voluto andare a Washington mi sarei candidato per la presidenza degli Stati Uniti!&#8221;</i></p>
<p>Cos&igrave; Rick decise di riprovare a tornare nella NBA, ai suoi ex Warriors. Firm&ograve; un contratto di cinque anni per un milione di dollari complessivi.</p>
<p>Ma ancora una volta fin&igrave; in tribunale. Stavolta fu l&#39;ABA a portarlo.<br />
Ancora una volta il tribunale diede torto al giocatore e lo obblig&ograve; ad andare a giocare a Washington fino alla scadenza del contratto, vale a dire per i successivi tre anni.<br />
Solo alla scadenza dei tre anni, il contratto coi Warriors avrebbe avuto valore.</p>
<p>A Washington uno scontento Barry realizz&ograve; 27 punti a partita, ma i Capitols furono eliminati nei PO.<br />
Poi ancora una svolta. La squadra fu trasferita in Virginia. Sarebbero divenuti gli Squires (quella che sarebbe stata anche la prima squadra di  Julius Ervig).<br />
Rick era furibondo. Rilasci&ograve; un&#39;intervista in cui attacc&ograve; senza motivo tutto lo stato della Virginia, solo perch&eacute; la squadra lo rilasciasse e potesse tornare nella sua San Francisco.</p>
<p>Ma per l&#39;ABA Barry era una gallina dalle uova d&#39;oro.<br />
La dirigenza della Lega tent&ograve; di trovare un compromesso fra il giocatore e la dirigenza degli Squires.<br />
Dopo alcuni concitatissimi giorni, Barry fu trasferito a New York. Ai Nets.</p>
<p>Rick trascorse i successivi due anni nella Grande Mela, realizzando rispettivamente 29.4 e 31.5 punti a partita e aumentando notevolmente la sua media assist.<br />
Vinse un altro titolo ABA, fu miglior realizzatore della lega e costantemente convocato all&#39;All Star Game, oltre che primo quintetto in ogni sua stagione.</p>
<p>Al termine della stagione 1971-72, col contratto in scadenza, Barry scopr&igrave; di essersi profondamente innamorato di New York.<br />
Gli giungeva improvvisamente difficile lasciare la metropoli.<br />
I Nets lo capirono e tentarono di rinnovargli il contratto, pur consapevoli che Rick ne aveva gi&agrave;  un altro coi Warriors, divenuto valido nel momento in cui gli era scaduto quello coi Nets.</p>
<p>Barry vacill&ograve;. Ma la prospettiva di essere nuovamente portato in tribunale, gli fece propendere per il lasciar perdere New York e l&#39;ABA e tornare nella NBA. Ai suoi Warriors, che nel frattempo erano diventati Golden State. <br />
Vi rimase per i successivi sei anni.</p>
<p>Al suo ritorno nella NBA, Barry aveva alle spalle 7 anni da professionista. Sei giocati, uno fermo. Due leghe, tre squadre e quattro citt&agrave;  differenti.</p>
<p>Era tuttavia un giocatore diverso quello che esord&igrave; nei Golden State Warriors in quella che pu&ograve; essere definita la seconda parte della sua carriera. <br />
Pi&ugrave; forte fisicamente, pi&ugrave; muscoloso, pi&ugrave; attento alle esigenze delle squadre, meno accentratore.</p>
<p>Nella stagione 1972-73 realizz&ograve; 22.3 punti a partita. L&#39;anno successivo ne mise 25.1.<br />
Il 26 marzo 1974 contro Portland realizz&ograve; 64 punti, suo record personale. Fino ad allora solo due giocatori avevano valicato la soglia dei 63 punti. Chamberlain 15 volte e Baylor due.</p>
<p>L&#39;anno dopo Rick disput&ograve; la migliore stagione della sua carriera.<br />
Segn&ograve; 30,6 punti, raccolse 5,7 rimbalzi e smazz&ograve; 6.2 assist a partita. Guid&ograve; la lega nei recuperi (2.33) e nella percentuale ai tiri liberi, cosa che per lui era comunque la norma.</p>
<p>Avrebbe strameritato il titolo di MVP di stagione, ma aveva un passato troppo compromesso dai suoi trascorsi e la NBA prefer&igrave; premiare Bob McAdoo. <br />
<i>&#8220;That&#39;s all politic&#8221;</i>, il commento di Barry che era finito addirittura terzo nelle votazioni.</p>
<p>Rick si prese la rivincita nei playoffs. <br />
I Warriors nella off-season precedente avevano ceduto la bandiera Thurmond in cambio di Clifford Ray, un centro dal talento limitato ma dalla grande applicazione difensiva. </p>
<p>Ray fu fondamentale per gli equilibri dei Warriors. Il resto lo fece Barry.<br />
Trascin&ograve; la squadra in finale ad affrontare i Balimore Bullets. </p>
<p>I Bullets erano ampiamente favoriti. Avevano Elvin Hayes al suo massimo splendore e Wes Unseld sotto canestro, mentre Golden State, a parte Barry e il rookie Jamal Wilkes, aveva una squadra di onesti mestieranti, tutto sudore e sacrificio. </p>
<p>Barry segn&ograve; 36 e 38 punti in gara 3 e gara 4. I Warriors sweeparono i Bullets e vinsero una serie in cui erano nettamente sfavoriti con una facilit&agrave;  irrisoria.<br />
Trascinati dal favoloso, odiato, inviso Rick Barry.<br />
Stavolta per&ograve; nessuno pot&egrave; negargli il trofeo di miglior giocatore delle finali.<br />
<i>The greatest upset in the history of NBA finals</i> fu ribattezzata quella serie.</p>
<p>Barry non ebbe la possibilit&agrave;  di difendere il titolo, perch&eacute; l&#39;anno dopo Golden State, nonostante le 59 vittorie in stagione regolare, non raggiunse la finale.</p>
<p>Rick gioc&ograve; altri due anni in California, poi chiuse la carriera a Houston, dove disput&ograve; due stagioni in una squadra tutta incentrata su Moses Malone.<br />
Al suo primo anno in Texas su 169 liberi tirati, sempre col suo inconfondibile stile vecchia maniera a due mani dal basso verso l&#39;alto, ne sbagli&ograve; solo 9.</p>
<p>Si ritir&ograve; alla fine della stagione 1979/80. <br />
Pochi riconoscimenti per lui nel momento dell&#39;addio.<br />
L&#39;etichetta che si era costruito e si portava dietro dai suoi primi anni di carriera non l&#39;aveva ancora abbandonato.</p>
<p>Indipendentemente dai suoi trascorsi, dal carattere difficile, dalla sua famigerata arroganza, Barry va considerato comunque di diritto uno dei pi&ugrave; grandi giocatori della storia.<br />
A met&agrave;  anni &#39;70 era considerato insieme al predecessore Baylor, ad Havlicek e al giovane Julius Erving la migliore ala di sempre.</p>
<p>Il ventunesimo posto in classifica &egrave; suo di diritto, con il rimpianto che con una gestione pi&ugrave; oculata della carriera, Barry sarebbe tranquillamente rientrato fra i primi venti giocatori della storia.</p>
<p></p>
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		<title>22° – Willis Reed</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Jun 2006 21:29:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Goat</dc:creator>
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		<category><![CDATA[I Campioni del passato]]></category>

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		<description><![CDATA[Willis Reed appoggia a canestro Quindici minuti prima era un ottimo giocatore. Uno che aveva appena vinto il trofeo di MVP di stagione regolare con 21.7 punti e 13.9 rimbalzi a partita. Quindici minuti dopo il suo nome era Leggenda. &#8230; <a href="http://archivio.playitusa.com/?p=5203">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="figure">
<p><img src="wp-content/uploads/foto_post/willisreed0905.jpg" width=150 class="img_post"/></p>
<p>Willis Reed appoggia a canestro</p>
</div>
<p>Quindici minuti prima era un ottimo giocatore. <br />
Uno che aveva appena vinto il trofeo di MVP di stagione regolare con 21.7 punti e 13.9 rimbalzi a partita.</p>
<p>Quindici minuti dopo il suo nome era Leggenda. <br />
La sua impresa, imperitura e immortale, sarebbe stata narrata di generazione in generazione, fino a divenire il simbolo del cuore di un&#39;intera squadra. I Knicks.<br />
Di un&#39;intera citt&agrave; . New York.</p>
<p>Nel mezzo, il pi&ugrave; intenso quarto d&#39;ora di prepartita mai visto su un campo di basket. <br />
Nel mezzo, la Storia di questo sport.</p>
<p>Quello che ha fatto <b>Willis Reed</b> nella storica gara 7 di finale del 1970 &egrave; qualcosa che &egrave; rimasto indelebile nella mente e nel cuore di tutti gli sportivi.</p>
<p>Alle 7.30 post meridiane, orario della costa atlantica, di venerd&igrave; 8 maggio, il centro dei Knicks si trascinava la gamba martoriata per gli spogliatoi del Madison Square Garden. </p>
<p>Bill Bradley tempo dopo dir&agrave; :<br />
<blockquote> Abbiamo lasciato gli spogliatoi per il riscaldamento non sapendo ancora se Willis avrebbe giocato o meno.</p></blockquote>
<p>I Lakers invece avevano lasciato gli spogliatoi convinti che Reed non sarebbe sceso in campo. Conciato com&#39;era, non poteva.  Il titolo sembrava davvero vicino per loro.</p>
<p>Quattro minuti dopo, alle 7.34, una figura in tuta bianca sbucava dal tunnel degli spogliatoi. Zoppicava. Il Madison Square Garden veniva scosso da un fremito.</p>
<p>Alle 7.36 Willis Reed, palla in mano, si avviava verso un canestro e faceva partire un tiro di riscaldamento. </p>
<p>Nel momento in cui la palla scuoteva la retina, il vociare del Garden si trasformava in un boato che scuoteva il palazzetto fin dentro le fondamenta ed i giocatori in maglia gialloviola, fermi ad assistere impietriti alla scena, fin dentro le ossa. <br />
La loro sicurezza iniziava lentamente a svanire.</p>
<p><i>&#8220;Quello &egrave; stato un momento che non scorder&ograve; mai!&#8221;</i> dir&agrave;  Frazier in seguito. <br />
<i>&#8220;Quando ho visto i Lakers cos&igrave; confusi di fronte a quella scena, ho capito che l&#39;impresa sarebbe stata possibile!&#8221;.</i></p>
<p>Alle 7.45 Reed siglava il primo canestro della partita.<br />
I Knicks si apprestavano a vincere il primo titolo della loro storia. <br />
Il 19 in maglia bluarancio scriveva il suo nome fra le Leggende di questo sport. <br />
In maniera indelebile.</p>
<p>Wiilis Reed nacque nella Lousiana il 25 giugno del 1942.<br />
Frequent&ograve; il piccolo college di Grambling, chiudendo i suoi quattro anni universitari con buoni numeri (26.6 punti e 21.3 rimbalzi nella stagione da senior) ed un titolo NAIA.</p>
<p>Ma il college era piccolo, la visibilit&agrave;  scarsa ed il livello abbastanza basso.<br />
Cos&igrave; Willis fu scelto solo al secondo giro del draft del 1964 dai New York Knickerbockers, reduci da cinque stagioni assolutamente negative.</p>
<p>L&#39;impatto del ragazzone alto 6-10 per 240 libbre nella Grande Mela fu immediato. <br />
Nel marzo del 1965 sigl&ograve; 46 punti contro i Lakers, il secondo bottino pi&ugrave; alto per un rookie in maglia Knicks. </p>
<p>Fu convocato all&#39;All Star Game e chiuse la stagione con oltre 19 punti per gara e quasi 15 rimbalzi a partita. Prestazione che gli valse il premio di rookie of the year. <br />
Primo newyorkese nella storia ad aggiudicarsi il trofeo. </p>
<p>La stagione dei Knicks per&ograve; non fu esaltante. Vinsero nove partite in pi&ugrave; rispetto alla precedente,  ma si adagiarono comunque sul fondo della Eastern Conference.</p>
<p>Non and&ograve; meglio l&#39;anno successivo in cui la squadra port&ograve; a casa appena 30 vittorie a fronte di 50 sconfitte.</p>
<p>Era un roster giovane, ancora grezzo e privo di talento quello dei Knicks. <br />
Reed evolveva nel ruolo di ala grande. Era forte come un toro, ma giudicato troppo basso per combattere contro i mostri sacri, Russell e Chamberlain su tutti, che evolvevano sotto canestro. </p>
<p>Eppure in quegli anni avari di successi la dirigenza newyorkese stava tessendo un&#39;abile tela per porre le basi della squadra che di l&igrave; a qualche tempo si sarebbe ritrovata sul tetto del mondo. </p>
<p>New York cresceva lentamente ed il giovane Reed con lei. <br />
Oltre alla forza fisica, stava mettendo insieme una serie di movimenti utili sotto canestro ed un morbido jump dalla media che iniziava sempre pi&ugrave; spesso a far male.  </p>
<p>Nel 1996-67, il terzo anno Reed realizz&ograve; 20.9 di punti a partita accompagnati da 14.6 rimbalzi e New York torn&ograve; a disputare i Playoffs. </p>
<p>In post-season le sue statistiche subirono un&#39;impennata ed il suo livello di gioco miglior&ograve; in maniera stupefacente. </p>
<p>Nella serie contro gli allora imbattibili Celtics e contro il mito vivente Bill Russell, Willis fece registrare 27.5 punti a partita.<br />
New York perse ovviamente in quattro partite, ma la squadra dava segnali di forte crescita.</p>
<p>Il passo decisivo per il definitivo lancio avvenne la stagione successiva (1967-68) quando Red Holzman prese in mano le redini della squadra e Walt Frazier fece il suo esordio nella NBA.</p>
<p>Frazier ha un ricordo vivido di un episodio particolare nella sua prima stagione a New York. Un episodio che vide protagonista proprio Reed.</p>
<p>Una rissa. Tre giocatori che si avventano contro Willis, lo mettono al tappeto e lo sommergono col peso dei loro corpi. </p>
<p>Passano pochissimi attimi di stupore complessivo in cui tutti rimangono immobili ad osservare la scena, quando un urlo proviene dal nugolo di corpi riversi sul parquet. <br />
I tre giocatori vengono scaraventati lontano. Spazzati via come fogli di giornale sospinti da vento di tempesta. Un attimo dopo Reed &egrave; in piedi. Guarda gli avversari negli occhi. Uno ad uno. E li invita a farsi sotto. Non si avvicin&ograve; nessuno.</p>
<p>Quell&#39;anno i Knicks vinsero 43 partite e portarono a termine la prima stagione positiva dal 1959.<br />
La corsa di New York si arrest&ograve; ancora una volta al primo turno di playoffs. Stavolta contro i Sixers campioni in carica, orfani di Chamberlain, emigrato a Los Angeles.</p>
<p>La stagione 1968-69 fu quella della svolta definitiva. <br />
In dicembre la dirigenza si decise ad affidare a Reed il ruolo di centro della squadra. Sped&igrave; il pivot Walt Bellamy a Detroit in cambio dell&#39;ala DeBusschere. <br />
Il giorno dopo lo scambio Knicks e Pistons si incontrarono in RS. Fu un massacro. Detroit fu sommersa sotto 48 punti di scarto. Il maggior margine di vittoria nella storia dei Knicks. </p>
<p><i>&#8220;Center is my position!&#8221;</i> dichiar&ograve; Willis dopo la gara.<br />
La squadra dei titoli era praticamente fatta.</p>
<p>Quell&#39;anno NY segn&ograve; 105.2 punti per partita, ma la cosa che balzava subito agli occhi era la grandissima difesa che Holzman aveva impostato. Una squadra che faceva del collettivo la sua principale forza e dell&#39;asfissiante difesa l&#39;arma in pi&ugrave;, con Reed e Frazier sugli scudi.</p>
<p>I Knicks finalmente riuscirono a superare il primo turno di PO dopo uno sweep ai Baltimore Bullets. </p>
<p>In finale di Conference la terribile sfida contro i Celtics. <br />
Bill Russell si apprestava a giocare le sue ultime partite in NBA. Era vecchio e logoro, ma era anche letteralmente incapace di perdere.</p>
<p>La sua aurea, il suo carisma, il suo mito di invincibile ebbe il sopravvento sui giovani Knicks che subirono comunque una sconfitta onorevole in sei gare.<br />
Bill Russell volava in finale a vincere il suo undicesimo titolo in carriera. Contro i Lakers e contro Chamberlain. Alla fine di quell&#39;anno appender&agrave;  le scarpe al chiodo.</p>
<p>La stagione 1969-70 prendeva dunque il via in uno strano clima per la NBA.<br />
Per tredici lunghissimi anni ogni stagione aveva avuto inizio con la quasi incrollabile certezza che l&#39;anello sarebbe stato di Russell. <br />
Per tredici lunghissimi anni ogni stagione (tranne due) era finita con Boston sul tetto del Mondo e Russell suo immenso profeta.</p>
<p>Adesso Bill l&#39;invincibile non c&#39;era pi&ugrave;.<br />
Lo scettro del Re era vacante.</p>
<p>I Knicks potevano raccoglierne l&#39;eredit&agrave; , ma non era affatto facile.<br />
Dall&#39;altra parte del grande fiume c&#39;erano i Lakers del magico trio Chamberlain-West-Baylor. Tutti e tre abbondantemente sopra la trentina, ma egualmente un terzetto da sogno.</p>
<p>I Knicks partirono in RS con il record di 14-1. <br />
Vinsero 60 gara, miglior record della NBA. Dall&#39;altro lato i Lakers chiusero con appena 46 vittorie, complice un infortunio a Cahmberlain che costrinse il numero 13 gialloviola a passare la maggior parte della stagione in panchina. </p>
<p>Reed fu MVP della season e MVP dell&#39;All Star Game (21 punti, 11 rimbalzi, il 50% dal campo nella partita delle stelle).</p>
<p>I Playoffs per New York furono entusiasmanti.  <br />
Al primo turno l&#39;acerrima sfida contro i Bullets di Unseld e Monroe. <br />
Earl contro Walt. <br />
Wes contro Willis.</p>
<p>La spuntarono i Knicks dopo una tiratissima gara 7 al Madison Square Garden terminata 127-114.</p>
<p>La finale di Conference, mise di fronte ai ragazzi della Grande Mela un&#39;altra durissima contendente. I Bucks del vecchio Robertson e del giovane Alcindor.<br />
Oscar contro Walt.<br />
Lew contro Willis.</p>
<p>L&#39;esperto Reed abus&ograve; letteralmente del giovanissimo Jabbar. <br />
I Knicks si imposero 4-1 e volarono verso la finale dei sogni. Contro i Lakers.<br />
Jerry contro Walt.<br />
Wilt contro Willis.<br />
Una delle finali pi&ugrave; belle di sempre con il fantastico epilogo nella settima e decisiva partita.</p>
<p>In molti avevano dubbi sulla reale tenuta fisica di Reed contro un colosso come Chamberlain, trentaquattrenne, ma pur sempre dominante sotto i tabelloni. <br />
Troppa differenza di altezza, troppa differenza di esperienza.</p>
<p>Dubbi che furono spazzati via dopo gara 1. <br />
Willis realizz&ograve; 37 punti, tir&ograve; gi&ugrave; 16 rimbalzi e smazz&ograve; 5 assist.<br />
New York si impose per 124 a 112.</p>
<p>I Lakers si rifecero in gara 2, vincendo di misura con Chamberlain che stopp&ograve; il tiro del pareggio proprio a Reed.</p>
<p>La terza e la quarta partita finirono entrambe ai supplementari. <br />
In gara 3 il famoso tiro di West dalla propria area che pareggi&ograve; l&#39;incontro. Ci fosse stato allora il tiro da tre punti, i Lakers avrebbero portato a casa la partita, invece quel favoloso tiro era valso solo il pareggio all&#39;ultimo secondo. <br />
Ai supplementari si imposero i Knicks per 111 a 108, con 38 punti del suo incredibile centro.</p>
<p>In gara 4 trenta punti di Baylor piegarono New York.</p>
<p>Poi la storica gara 5. <br />
L&#39;infortunio di Reed e la zona di Holzman che mand&ograve; nel pallone i Lakers. <br />
Privi del loro centro i Knicks giocarono trascinati dalla forza della disperazione. Iniziarono un&#39;insperata rimonta.</p>
<p>L&#39;ultimo quarto si gioc&ograve; in una bolgia infernale. <br />
Per tutti i dodici minuti di gioco, i 19.500 spettatori del Madison cantarono a squarciagola <b>&#8220;Let&#39;s go Knicks! Let&#39;s go Knicks!&#8221;.</b></p>
<p>I Lakers (30 palle perse complessive per loro), persero completamente la bussola e New York riusc&igrave; ad imporsi in uno storica vittoria. 107-100.<br />
Negli ultimi due quarti, Chamberlain aveva realizzato solo 4 punti. <br />
Bill Bradley definir&agrave;  quella partita <i>&#8220;One of the greatest game ever played&#8221;</i></p>
<p>Gara 6 a Los Angeles fu ovviamente tutt&#39;altra storia.<br />
Chamberlain mise a referto 45 punti, conditi da 27 rimbalzi e i Lakers passeggiarono sui resti dei Knicks ancora privi di Reed per 135 a 113, impattando la serie sul 3 pari.</p>
<p>Tutto era rimandato alla decisiva gara 7. Il giorno in cui la storia dei Knickerbockers stava per essere riscritta.</p>
<p>Willis Reed si era fatto imbottire di antidolorifici negli spogliatoi. <br />
Il medico dei Knicks, seppur contrario, gli aveva fatto diverse infiltrazioni alla coscia.</p>
<p>Dir&agrave;  in seguito il giocatore:</p>
<blockquote><p>Volevo giocare. Era gara 7 di finale, il pi&ugrave; grande momento per ogni giocatore di basket, quello che avevo inseguito fin da quando ero arrivato nella NBA. Non avrei voluto un giorno di venti anni dopo guardarmi allo specchio e dirmi che avrei voluto ma non potevo!</p></blockquote>
<p>Reed si ritrov&ograve; davanti Chamberlain per la palla a due. <br />
Non prov&ograve; neanche a saltare. Rimase immobile. <br />
Eppure i suoi primi due possessi si tramutarono quasi per magia in due canestri.</p>
<p>Quindi si dedic&ograve; esclusivamente a limitare il colosso in maglia gialloviola. <br />
Diciassette volte i Lakers servirono a centro aerea Chamberlain. Ma Reed era sempre l&igrave;. Lo infastidiva, lo marcava, lo spingeva. E con lui addosso Wilt tir&ograve; con un misero 2 su 9 dal campo.</p>
<p>Reed chiuse la sua gara con 4 punti, un 2 su 5 al tiro, 3 rimbalzi e 4 falli.<br />
Ma tanto bast&ograve; per spostare l&#39;inerzia della partita dalla parte dei Knicks. Per rendere elettrica l&#39;atmosfera in campo e fuori. Per spezzare la fiducia dei Lakers e far s&igrave; che la paura si insinuasse subdolamente dentro di loro e facesse breccia nella loro sicurezza. </p>
<p>Un impatto emotivo nella gara senza precedenti. <br />
Chamberlain, visibilmente scosso, tir&ograve; con 1 su 11 dalla lunetta.</p>
<p>New York vinceva cos&igrave; il primo titolo della sua storia. Willis Reed vinceva il trofeo di miglior giocatore delle finali, diventando il primo player della storia ad aggiudicarsi l&#39;MVP di stagione, dell&#39;All Star Game e delle finali nello stesso anno.<br />
In seguito ci riuscir&agrave;  soltanto Michael Jordan per due volte.</p>
<p>La stagione successiva Reed cattur&ograve; 33 rimbalzi contro i Cincinnati Royals e chiuse con 20.9 punti e 13.7 rimbalzi a partita. </p>
<p>I Knicks vinsero 52 gare, primeggiando nuovamente nella Eastern.<br />
In finale di Conference si ritrovarono nuovamente contro i Baltimore Bullets. <br />
Stavolta ne usc&igrave; vincitrice l&#39;accoppiata Monroe-Unseld che in finale verr&agrave;  sweeppata dai Bucks.</p>
<p>La stagione 1971-72 fu travagliata per il centrone bluarancio.<br />
Gioc&ograve; solo 11 gare per un problema ai tendini. Riusc&igrave; a recuperare per i playoffs, ma era completamente fuori forma. </p>
<p>New York raggiunse la finale, ma si dovette inchinare alla disperata voglia di titolo dei Lakers, campioni per la prima volta da quando erano approdati a L.A.</p>
<p>I Knicks si presero la rivincita nella stagione successiva. Sempre in finale contro Los Angeles. <br />
Una stagione in cui Reed aveva visto notevolmente diminuire le sue statistiche personali (11 punti e 8.6 rimbalzi), ma il grande apporto difensivo, la presenza, l&#39;aggressivit&agrave; , il cuore, non erano mutati di una virgola.</p>
<p>Willis fu proclamato nuovamente MVP delle finali. L&#39;ultimo grande trofeo prima del prematuro ritiro.</p>
<p>L&#39;anno successivo gioc&ograve; infatti appena 19 gare. Poi disse basta. <br />
Aveva sole 32 primavere sulle spalle. <br />
Dopo 10 anni in maglia Knicks era fra i primi tre giocatori nella storia della franchigia in punti, rimbalzi, percentuale dal campo, minuti giocati.</p>
<p>Nel 1976 divenne il primo Knicks ad avere il proprio numero che pendeva dal soffitto del Garden. Adesso era ufficialmente una Leggenda.</p>
<p>Inutile, persino banale, affermare che l&#39;intera carriera di Reed sia stata condizionata dal celebre episodio di gara 7 del 1970.</p>
<p>Senza, sarebbe stato comunque considerato uno dei grandi di questo sport, ma quell&#39;episodio l&#39;ha elevato a livello di leggenda del parquet. <br />
Al pari dei Russell, dei Chamberlain, dei Jabbar.</p>
<p>Quella gara ha cambiato la sua esistenza e la sua carriera. <br />
Dopo di allora, nulla fu pi&ugrave; come prima. Il rapporto con i suoi compagni, con gli altri giocatori, con la stampa, con la citt&agrave;  di New York, con i tifosi.</p>
<p>Come dice lui stesso: <i>&#8220;Non c&#39;&egrave; stato un giorno della mia vita in cui qualcuno non mi abbia chiesto di quella gara.&#8221;</i></p>
<p>Personalmente ho cercato di escludere quella singola prestazione (dovuta pi&ugrave; ad un&#39;impressionante impatto psicologico su compagni, pubblico ed avversari che ad un apporto tecnico vero e proprio che fu ovviamente abbastanza modesto) nella valutazione complessiva del giocatore. </p>
<p>Ho cercato di non rimanere vittima dell&#39;incredibile fascino di quella impresa, per non sfalsare il reale valore del giocatore.</p>
<p>Ma a parte la difficolt&agrave;  oggettiva di valutare appieno la carriera di Willis Reed eludendo da quanto avvenuto quella sera di maggio al Madison Square Garden, ci&ograve; che comunque rimane non cambia di una virgola la realt&agrave;  e l&#39;eccellente giudizio sul giocatore.</p>
<p>E poi in fin dei conti stiamo parlando di sport. <br />
E lo sport &egrave; fatto di gesti epici, di eroismi, di episodi straordinari. E non sarebbe giusto metterli da parte. </p>
<p>Inoltre stiamo parlando di Reed. <br />
La cui grandezza &egrave; stata, prima di ogni altra cosa, il grandissimo, enorme, superbo cuore. L&#39;orgoglio, la tenacia. La voglia di vincere.<br />
Cose non di secondaria importanza se pensiamo che, tanto per dirne una, se Shaq avesse avuto un decimo del cuore di Reed, adesso ci vorrebbe il pallottoliere per contare le sue vittorie, le sue statistiche, i suoi numeri.</p>
<p>E poi quella magica serata ha un altro, non meno importante, merito. Quello di posizionare Willis Reed nella nostra fondamentale classifica proprio l&igrave;. </p>
<p>Appena un passo sopra Bill Walton. <br />
Appena un passo indietro a&#8230;</p>
<p></p>
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		<title>23° – Bill Walton</title>
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		<pubDate>Mon, 08 May 2006 21:55:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Goat</dc:creator>
				<category><![CDATA[NBA]]></category>
		<category><![CDATA[I Campioni del passato]]></category>

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		<description><![CDATA[Bill Walton ai tempi di UCLA. Forse mai nessun giocatore di college &#232; stato dominante quanto lui. Forse qualcuno potrebbe storcere il naso di fronte a questa posizione. Forse qualcuno potrebbe chiedersi come mai un giocatore che ha disputato appena &#8230; <a href="http://archivio.playitusa.com/?p=5124">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="figure">
<p><img src="wp-content/uploads/foto_post/walton0805.jpg" width=150 class="img_post"/></p>
<p>Bill Walton ai tempi di UCLA. Forse mai nessun giocatore di college &egrave; stato dominante quanto lui.</p>
</div>
<p>Forse qualcuno potrebbe storcere il naso di fronte a questa posizione.</p>
<p>Forse qualcuno potrebbe chiedersi come mai un giocatore che ha disputato appena 10 stagioni in NBA (di cui nessuna completa), la cui carriera &egrave; stata letteralmente falcidiata dagli infortuni,  un giocatore che negli anni in cui la maggior parte dei suo colleghi raggiunge la completa maturazione cestistica (i 28), &egrave;  invece rimasto letteralmente al palo passando le sue giornate fra i letti di ospedali e i centri di riabilitazione fisica, rientra addirittura al ventitreesimo posto di questa classifica.</p>
<p>La risposta &egrave; semplice. <br />
Questo qualcuno &egrave; <b>William Theodore Walton III</b>. Per tutti Bill.</p>
<p>Studiare la carriera di Walton, trovargli una posizione adeguata, confrontarlo con altri giocatori (anche dello stesso ruolo) tecnicamente molto inferiori ma fisicamente integri, &egrave; stata forse una delle imprese pi&ugrave; difficili che questa rubrica mi ha richiesto.</p>
<p>Da un lato, Walton &egrave; stato un giocatore eccezionale. Tecnicamente parlando, forse il miglior centro di sempre.<br />
Dall&#39;altro ha giocato appena 468 partite in NBA, meno della met&agrave;  di Russell, quasi un terzo di quelle di Chamberlain, addirittura oltre mille in meno di Jabbar.<br />
Una media di 36 partite a stagione, durante i suoi 13 anni da giocatore professionista.<br />
E&#39; rimasto 3 anni fermo proprio nel momento in cui in teoria avrebbe potuto dare il meglio di s&eacute;. E quando, all&#39;et&agrave;  di 30 anni, &egrave; tornato a calcare i campi di gioco, non &egrave; stato ovviamente pi&ugrave; lo stesso.</p>
<p>
Ma andiamo con ordine.<br />
La carriera di Bill Walton comincia con un aneddoto curioso. </p>
<p>E&#39; il suo ultimo anno di High School a Helix in La Mesa, San Diego. California.<br />
Il santone di UCLA, il mitico John Wooden, colui che sta dominando il college basket grazie al suo gioco ed al suo centro, il magnifico Kareem Abdul Jabbar al momento miglior giocatore di college della storia ma pronto al grande salto fra i Pro, spedisce il suo assistente Denny Crum a visionare Walton. </p>
<p>E&#39; solo una questione di scrupolo professionale. <br />
Wooden non crede in quel ragazzo dai capelli lunghi e rossi, spilungone e lentigginoso. Fisicamente, l&#39;antitesi del giocatore di basket.</p>
<p>Le parole di Crum al suo ritorno da San Diego sono per&ograve; lapidarie: <br />
<i>&#8220;The best high schooler I&#39;ve ever seen!&#8221;</i>. </p>
<p>Wooden non crede alle sue orecchie. <br />
Fa sedere Denny nel suo ufficio, chiude bene la porta, guarda negli occhi il suo scout:</p>
<p><i>&#8220;Denny, non far mai pi&ugrave; un commento cos&igrave; stupido. Ti fa sembrare un idiota ed un incompetente. Addirittura dire che qualcuno coi capelli rossi e con quella faccia lentigginosa da ragazzino, che per giunta viene da San Diego, &egrave; il miglior high schooler che tu abbia mai visto. <br />
Innanzitutto non c&#39;&egrave; mai &#8211; e dico mai &#8211; stato un giocatore decente proveniente da San Diego&#8221;</i>.</p>
<p>Il resto &egrave; storia.<br />
Walton fin&igrave; ad UCLA con l&#39;ingrato compito di sostituire Kareem Abdul Jabbar. I numeri della sua esperienza triennale in maglia Bruins (all&#39;epoca i freshman non potevano giocare in prima squadra) parlano da soli.</p>
<p>Due titoli NCAA, tre volte player of the year, All American, All Conference. Ottantotto partite vinte consecutivamente, migliorando il record stabilito dall&#39;University of San Francisco di Bill Russell di 66 vittorie. </p>
<p>UCLA non perse nessuna partita durante i primi due anni di Walton in maglia Bruins. Entrambe le stagioni furono chiuse trionfalmente col record di 30-0. Alla sua prima finale NCAA, Bill segn&ograve; 20 punti e cattur&ograve; 24 rimbalzi. </p>
<p>L&#39;anno dopo, sempre in finale, contro Memphis State disput&ograve; quella che secondo molti rimane la miglior prestazione di sempre di un singolo giocatore in una partita di Final Four. <br />
Trascin&ograve; i suoi alla vittoria realizzando 44 punti e tirando 21 su 22 dal campo. </p>
<p>Punti, rimbalzi, stoppate, tutto molto bello. Ma ci&ograve; che pi&ugrave; di ogni altra cosa era emerso lampante e, per certi versi sorprendente, erano le sue incredibili doti di passatore.<br />
In quegli anni si diceva che Bill ad UCLA non giocava a basket. Lui era il basket. L&#39;anima del gioco. </p>
<p>Walton &egrave; tuttora ricordato come il miglior giocatore di college di ogni epoca.</p>
<p>Nel suo terzo e ultimo anno a UCLA arriv&ograve; la prima sconfitta per Bill doppo 88 partite vinte consecutivamente. Era il 19 gennaio del 1974. I Bruins persero di uno contro Notre Dame. <br />
Considerando anche l&#39;high schoool, Walton veniva da 129 vittorie consecutive. </p>
<p>Ma gli anni al college per il particolarissimo &#8220;rosso&#8221; non furono solo anni di vittorie. Furono anni di contestazioni, cortei, manifestazioni, proteste, rivolte.<br />
Walton era un figlio dei fiori. Incarnava dentro di s&eacute; tutta la filosofia hippie.  <br />
Predicava l&#39;amore libero, fumava marjuana, ascoltava i Greatfull Dead, era un vegetariano convinto.</p>
<p>Critic&ograve; ripetutamente e pubblicamente Nixon. Fu persino arrestato per una manifestazione contro la guerra in Vietnam.</p>
<p>Al momento dell&#39;arresto Walton lesse una dichiarazione scritta da lui stesso: <br />
<i>&#8220;Your generation has screwed up the world. My generation is trying to straighten it out. Money doesn&#39;t mean anything to me. It can&#39;t buy happiness, and I just want to be happy.&#8221;</i></p>
<p>Fu uno sconsolato Wooden ad andare a prenderlo quando usc&igrave; di prigione, per riportarlo ad UCLA.</p>
<p>La carriera NCAA di Walton, per assurdo, si chiuse per&ograve; con una sconfitta. <br />
Nelle final four del 1974, dopo un doppio overtime, la North Carolina di David Thompson vinse 80-77 su UCLA.<br />
Walton manc&ograve; di un soffio il terzo titolo consecutivo e i Bruins l&#39;ottavo di seguito.</p>
<p>Al draft del 1974 Bill fu scelto dai Trail Blazers, ovviamente con la prima chiamata assoluta. <br />
Nelle prime 7 gare in NBA Bill realizz&ograve; 16 punti a partita, cattur&ograve; 19 rimbalzi, smazz&ograve; 4,4 assist e rifil&ograve; 4 stoppate a partita.</p>
<p>Che era forte lo si sapeva gi&agrave; . Che fosse cos&igrave; dominante anche a livello NBA in ogni aspetto del gioco in un&#39;epoca in cui nel ruolo di centro evolvevano Jabbar e Reed, Cowens e Unseld, fu per molti versi l&#39;assoluta consacrazione. </p>
<p><i>&#8220;Io ero nei Celtics quando Russell arriv&ograve; nella NBA. Mi sembra di stare rivivendo quei giorni grazie a Walton. E&#39; lo stesso tipo di giocatore. Estremamente intelligente, ma soprattutto ha un tremendo istinto cestistico!&#8221;</i> dichiar&ograve; Bill Sharmann dopo quelle 7 gare. </p>
<p>Sembrava una stagione avviata verso il trionfo personale del numero 32 in maglia Blazers. La consacrazione assoluta. <br />
Sembrava potesse avviarsi a diventare il numero uno assoluto nel ruolo di centro. <br />
Sembrava. Poi arrivarono i primi infortuni. </p>
<p>Dopo quelle 7 gare, Walton rimase fuori a lungo e quando torn&ograve; a giocare era chiaro non stesse bene. <br />
Disput&ograve; appena 35 gare quel primo anno fra i professionisti e Portland vinse appena 11 partite in pi&ugrave; rispetto all&#39;anno precedente. <br />
La sensazione comune era che la squadra ed il centro non avessero minimamente espresso tutto il loro potenziale.</p>
<p>L&#39;anno successivo Walton gioc&ograve; qualche partita in pi&ugrave; ma si ferm&ograve; a quota 51. <br />
Realizz&ograve; oltre 16 punti a partita e cattur&ograve; oltre 13 rimbalzi. Incant&ograve; la lega con la sua tecnica, la sua intelligenza cestistica e le sue straordinari doti di passatore. </p>
<p>Tutte queste cose per&ograve; non cancellavano i problemi del giocatore e della squadra che si era nuovamente adagiata sul fondo della Pacific Division. <br />
Dopo due stagioni in maglia Trail Blazers, Walton aveva saltato 78 partite, si era rotto una caviglia, si era rotto due volte il polso sinistro, si era slogato due dita della mano e due dita dei piedi. <br />
Per finire si era rotto una gamba in un incidente con la sua jeep.<br />
Immenso e fragile.</p>
<p>Poi finalmente arriv&ograve; la stagione 1976-77. La terza di Bill in NBA.<br />
Arriv&ograve; la Blazermania. Arriv&ograve; l&#39;anello. E Walton fu niente di meno che devastante.<br />
Segn&ograve; 18.6 punti, cattur&ograve; 14.4 rimbalzi e rifil&ograve; 3.25 stoppate a partita. In queste ultime due categorie fu leader della lega.<br />
I Trail-Blazers vinsero 49 partite e si piazzarono alle spalle dei Lakers al comando della Western Conference. <br />
Quarantaquattro di queste vittorie arrivarono con Bill in campo. Delle 17 che il centro salt&ograve;, Portland ne perse ben 12.</p>
<p>Jabbar vinse quell&#39;anno il suo quinto MVP in carriera, Walton cos&igrave; fin&igrave; nel secondo quintetto della lega, ma nel primo quintetto difensivo.<br />
La rivincita se la prese nella finale della Western Conference. </p>
<p>Quando Lakers e Trail-Blazers si sfidarono in finale di Conference, in un fascinoso scontro che metteva l&#39;un di fronte all&#39;altro armati, Bill Walton e Kareem Abdul Jabbar, i due centri che avevano portato UCLA sul tetto del mondo, tutta l&#39;America sportiva sembr&ograve; precipitare ai magici, indimenticabili momenti degli scontri fra Russell e Chamberlain.</p>
<p>In realt&agrave;  la serie non ebbe storia. Jabbar prov&ograve; a reggere bene o male l&#39;urto contro Walton, ma i Lakers non furono capaci di fare altrettanto coi Trail Blazers e Los Angeles schiant&ograve; al suolo. </p>
<p>Porland si impose per 4-0 e aspett&ograve; l&#39;arrivo in finale dei talentuosissimi Sixers guidati dall&#39;incredibile Julius Erving, al secolo Doctor J, al suo primo anno NBA dopo la fantastica esperienza in ABA. </p>
<p>Lo scontro in finale fra i  Sixers ed i Trail-Blazers, sebbene apparentemente dall&#39;esito scontato, suscitava non poche curiosit&agrave;  fra gli addetti ai lavori.</p>
<p>Da un lato, il talento puro, la forza dei singoli individui, su cui troneggiava irraggiungibile la classe cristallina e l&#39;atletismo di Julius Erving.<br />
Dall&#39;altro la forza di un collettivo, guidato dalle magiche mani di Walton. </p>
<p>Gli esperti pronosticarono uno sweep per i Sixers che vinsero le prime due partite casalinghe portandosi sul 2-0. <br />
Da gara 3 per&ograve; Walton prese in mano le redini del gioco e port&ograve; Portland a vincere le ultime 4 partite della serie e quindi il titolo.</p>
<p>Nella decisiva gara 6, il centro dai capelli rossi mise assieme 20 punti, 23 rimbalzi, 8 stoppate e 7 assist. Un dominio imbarazzante.<br />
Per lui l&#39;inevitabile titolo di MVP delle finali.</p>
<p>Walton gioc&ograve; ancora meglio nella stagione 1977-78.<br />
Dopo 60 gare i Blazers avevano un record di 50 vittorie e 10 sconfitte. I Blazers guidati dalla straordinaria regia del loro centro si apprestavano a rivincere il titolo, ma la loro stagione fin&igrave; a met&agrave;  febbraio dopo una sonante vittoria sempre contro i Sixers. </p>
<p>Durante quella partita Walton si ruppe il piede sinistro. La sua Regular Season termin&ograve; l&igrave;, dopo 58 gare giocate. </p>
<p>Fin&igrave; in quel momento anche la stagione di Portland  che nelle rimanenti 22 partite senza il suo centro ne vinse appena 8 e ne perse 14.<br />
Nonostante l&#39;infortunio, Walton fu MVP di RS per la prima ed unica volta in carriera.</p>
<p>Bill riusc&igrave; a recuperare in tempo per affrontare i Seattle Supersonics al secondo turno di PO. Aveva un titolo da difendere. <br />
Ma in gara 2 ebbe di nuovo problemi al piede e le lastre evidenziarono la rottura del navicolare del piede sinistro (lo stesso ossicino che si ruppe Jordan nel 1985 e che lo costrinse a saltare gran parte della stagione).</p>
<p>I Trail-Blazers persero la serie in 6 gare ed il loro centro per sempre.</p>
<p>Walton pass&ograve; tutta la stagione successiva in Injured List. Non gioc&ograve; neanche una singola gara. Al termine della stessa i Trail Blazers lo cedettero ai San Diego Clippers, convinti che la sua carriera fosse gi&agrave;  terminata all&#39;et&agrave;  di 27 anni. </p>
<p>La prima stagione a San Diego fu un&#39;altra stagione sfortunata. Dopo un intero anno fermo, Walton gioc&ograve; le prime 14 partite, poi si ruppe nuovamente il navicolare. <br />
Il parere dei medici fu che non avrebbe mai potuto giocare in vita sua.<br />
La sua carriera sembrava stavolta essere davvero finita.</p>
<p>Bill rimase fermo altri due anni. Ma non si arrese. Vedeva gli anni migliori della sua carriera di giocatore scorrergli via, ma continu&ograve; a lottare. Si sottopose ad una miriade di operazioni, mesi e mesi di riabilitazione. Tutto ci&ograve; per poter tornare nuovamente a calcare i campi di gioco. Anche con un ruolo marginale. <br />
I suoi sforzi furono premiati.</p>
<p>Dopo due stagioni fermo e dopo aver giocato appena 14 partite negli ultimi 4 anni, Walton all&#39;et&agrave;  di 30 anni torn&ograve; a vestire la maglia dei Clippers. Correva l&#39;anno 1982-83.<br />
Secondo l&#39;imposizione dei medici, poteva giocare al massimo una partita a settimana.</p>
<p>Alla fine disput&ograve; 33 gare durante le quali realizz&ograve; 14,1 punti a partita e tir&ograve; col 53% dal campo.<br />
I Clippers nelle partite in cui lui era sul parquet sembravano davvero un&#39;altra squadra. Le sventure, gli infortuni ne avevano debilitato il fisico, ma non la tecnica sopraffina, le mani fatate, l&#39;intelligenza, la capacit&agrave;  di incarnare il basket in ogni suo aspetto.</p>
<p>Walton disput&ograve; le successive due stagioni in maglia Clippers, prendendo man mano sempre pi&ugrave; confidenza col parquet e aumentando i ritmi e i tempi di gioco. <br />
Cinquantacinque partite disputate l&#39;anno successivo. Sessantasette nella Regular Season 1984-85 (primo anno dei Clippers a Los Angeles). </p>
<p>Bill Walton al termine di quella stagione aveva 33 anni. <br />
Era tornato a giocare quando tutti lo davano per finito. <br />
Ora voleva ritornare a vincere. </p>
<p>Per farlo c&#39;erano due squadre verso le quali poteva dirigersi. Lakers e Celtics. <br />
Fin&igrave; a Boston. Torn&ograve; subito a conquistare un anello.</p>
<p>Al suo primo anno in maglia verde, stagione 1985-86, la migliore stagione di Boston dell&#39;epoca Bird, Walton gioc&ograve; addirittura 80 partite. Circa 20 minuti per gare.  <br />
Al suo esordio al Garden ricevette un&#39;ovazione di diversi minuti dal pubblico di casa. Lo sfortunato Bill torn&ograve; ad essere finalmente una persona felice.</p>
<p>Il suo apporto alla causa Celtics fu notevole per quella che rimane un&#39;annata straordinaria anche per una franchigia che di stagioni eccezionali ne ha vissute tante.</p>
<p>I Celtics vinsero 67 partite e volarono al terzo titolo dell&#39;epoca Bird. L&#39;ultimo.<br />
La front line Bird-MacHale-Parish con Walton sesto uomo di lusso viene considerata la pi&ugrave; forte front line di sempre.</p>
<p>Anche durante quella stagione Bill ebbe un infortunio. Tanto per cambiare.<br />
Si ruppe il naso in uno scontro di gioco e salt&ograve; due gare, ma torn&ograve; a giocare con l&#39;entusiasmo di un ragazzino.</p>
<p>Il momento pi&ugrave; alto si ebbe quando in un&#39;occasione, in soli 26 minuti di impiego, realizz&ograve; 20 punti e tir&ograve; gi&ugrave; 12 rimbalzi. </p>
<p>A fine anno vinse il titolo di sesto uomo dell&#39;anno. <br />
E McHale dichiar&ograve;: </p>
<p><i>&#8220;You watch an old, old guy like that, with the most hammered body in sports, acting like a high school kid. It&#39;s both funny and inspiring at the same time. Every game was a challenge, and he didn&#39;t let any of us forget that.&#8221;</i></p>
<p>
L&#39;anno dopo Walton gioc&ograve; solo 10 gare. L&#39;ennesimo infortunio lo obblig&ograve; al ritiro definitivo.<br />
Dopo appena 465 partite giocate in 13 anni da professionista, Bill Walton era costretto a dire basta.</p>
<p>E&#39; stata una carriera strana quella di Bill il Rosso. <br />
Distrutta dagli infortuni, spezzata, frammentata. Eppure a nessuno &egrave; mai venuto in mente di non considerarlo uno dei migliori centri di sempre.<br />
Pi&ugrave; forte della sfortuna potremmo dire. O della sua fragilit&agrave; .</p>
<p>Ovviamente rimane una valutazione difficile quella su di lui.<br />
Un giocatore che da sano, sarebbe stato fra i primi 10 players di sempre. Fra i primi tre o quattro centri della storia, forse anche oltre, chiss&agrave; . <br />
Ma che da rotto risulta comunque difficile escludere da una top 25. </p>
<p>Ha giocato poco. Ma quando l&#39;ha fatto lo ha fatto meravigliosamente. Qualunque fosse il suo ruolo. <br />
Sia quello di trascinatore e leader in una squadra dal talento non spiccato, ma dal grande collettivo.<br />
Sia quello di faro in una franchigia da lotteria quali i Clippers.<br />
Sia da sesto uomo di lusso in un roster meraviglioso quale quello dei Celtics dell&#39;86.</p>
<p>Alla fine di tutto rimane la sensazione ed il rimpianto di quello che non &egrave; stato ma che avrebbe potuto essere. </p>
<p>Sensazione rimarcata dalle parole di uno che Walton lo conosceva bene:</p>
<p><i>&#8220;Bill Russell &egrave; stato un immenso difensore. Wilt Chamberlain un realizzatore ineguagliabile. Bill Walton entrambe le cose.&#8221;</i><br />
Parole di Jack Ramsay, coach del giocatore ai tempi del titolo a Portland. </p>
<p>Parole che quindi potrebbero sembrare parziali, ma nella NBA ci sono fior di giornalisti ed esperti disposti a giurare che l&#39;unico anno e mezzo in cui Walton ha potuto calcare i parquet completamente libero da infortuni, abbia giocato ad un livello che forse nessun altro centro (Chamberlain e Russell compresi) abbia mai avvicinato. </p>
<p>E scusate se &egrave; poco.</p>
<p></p>
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		<title>24° – Sir Charles Barkley</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Mar 2006 23:16:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Goat</dc:creator>
				<category><![CDATA[NBA]]></category>
		<category><![CDATA[I Campioni del passato]]></category>

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		<description><![CDATA[Sir Charles vola a canestro. Rispetto a Bob Pettit ha chiaramente numeri inferiori. Un solo titolo di MVP contro i due del suo predecessore in questa classifica. Statistiche inferiori alla voce punti e rimbalzi, che pure erano il suo punto &#8230; <a href="http://archivio.playitusa.com/?p=5003">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="figure">
<p><img src="wp-content/uploads/foto_post/barkley.jpg" width=150 class="img_post"/></p>
<p>Sir Charles vola a canestro.</p>
</div>
<p>Rispetto a Bob Pettit ha chiaramente numeri inferiori.<br />
Un solo titolo di MVP contro i due del suo predecessore in questa classifica.<br />
Statistiche inferiori alla voce punti e rimbalzi, che pure erano il suo punto forte.</p>
<p>Ma soprattutto nessun anello. <br />
Una maledetta lacuna che <b>sir Charles Barkley</b>, per gli amici Chuck, ha provato a colmare in tutti i modi. Passando da Philadelphia a Phoenix e quindi a Houston, prima che gli infortuni, che gi&agrave;  da alcune stagioni non gli davano tregua, lo obbligassero al doloroso ritiro. </p>
<p>Un ritiro in sordina, senza clamori, forse molto diverso da come il grande Charles lo aveva immaginato. </p>
<p>Sicuramente diversissimo da quella che &egrave; stata la sua intera carriera, evolutasi fra giocate spettacolari, cocenti sconfitte, atteggiamenti goliardici, a volte persino eccessivi, ma compensati da una straripante, contagiosa simpatia. Da un&#39;ironia ed un sarcasmo pungente, da una lingua che non sapeva tacere. <br />
Per fortuna.</p>
<p>Alcune sue battute sono entrate di diritto nell&#39;Olimpo della NBA, al pari delle sue giocate. <br />
Come quando chiese al cattolicissimo compagno A.C. Green <i>&#8220;Ma se il tuo Dio &egrave; cos&igrave; buono, perch&eacute; non ti ha donato un tiro in sospensione degno di questo nome?&#8221;</i><br />
O quando, riferendosi al non troppo esile Oliver Miller, esclam&ograve; <i>&#8220;L&#39;unica possibilit&agrave;  di vederlo scacciare &egrave; mettergli un Big Mac nel canestro!&#8221;</i></p>
<p>Questo era Charles Barkely. <br />
Un personaggio particolare, persino all&#39;interno del variegato mondo NBA.<br />
Particolare per il suo modo di essere. Ed ovviamente per il suo modo di giocare. <br />
A lungo &egrave; stato considerato una delle pi&ugrave; grandi anomalie nella storia della lega. </p>
<p>Alto ufficialmente 6-6, ma alla realt&agrave;  dei fatti sicuramente qualcosa in meno, dotato di un fisco rotondeggiante (giusto per usare un eufemismo), &egrave; stata una Power Forward di eccezionale livello, un rimbalzista devastante, non solo in proporzione alla sua altezza, ma addirittura in senso assoluto. </p>
<p>Ribattezzato <b>&#8220;The Round Mound of Rebound&#8221;</b> per la sua carica esplosiva a rimbalzo che lo ha portato ad essere nulla di meno che dominate sotto i tabelloni. </p>
<p>Ma Charles non era solo rimbalzi. Era energia pura su parquet. Era intelligenza cestistica, era difesa, uomo assist, palleggio, esplosivit&agrave;  allo stato puro ma mai fine a s&eacute; stessa.</p>
<p>Ad inizio carriera la sua azione simbolo prevedeva un rimbalzo difensivo ed una partenza bruciante in palleggio che si concludeva con una roboante schiacciata. </p>
<p>Offensivamente giocava indifferentemente sul perimetro o sotto canestro. Difensivamente era sempre reattivo e pronto, sia sulle linee di passaggio che sotto canestro per rumorose stoppate ad avversari notevolmente pi&ugrave; alti di lui.</p>
<p><i>&#8220;Come Magic e Larry. Non ha mai avuto un ruolo predefinito. Sapeva fare tutto e faceva di tutto&#8221;</i> ha detto di lui un altro grandissimo della lega, Bill Walton.</p>
<p>Per poi aggiungere:<br />
<i>&#8220;He plays everything. He plays basketball. There is nobody who does what Barkley does. He&#39;s a dominant rebounder, a dominant defensive player, a three-point shooter, a dribbler, a playmaker.&#8221;</i><br />
Potrebbe bastare, no?</p>
<p>Arrivato nella NBA nel 1984 e scelto al draft dai Philadelphia Sixers, che due stagioni prima avevano vinto l&#39;anello, Barkley si ritrov&ograve; in una squadra ricca di campionissimi al tramonto, quali Julius Erving, Moses Malone e Maurice Cheeks. </p>
<p>Chuck trascorse otto stagioni a Philadelphia, stagioni povere di successi a livello di squadra e personali. </p>
<p>Al primo anno fu inserito nel primo quintetto dei rookie (insieme a Jordan e Olajuwon) dopo aver viaggiato sui 14 punti e 8.6 rimbalzi a partita. Esattamente le stesse cifre con cui aveva lasciato il college di Auburn, dopo tre anni abbastanza anonimi.</p>
<p>I Sixers chiusero con 58 vittorie e 24 sconfitte, ma la loro corsa si arrest&ograve; nella finale della Eastern Conference dopo 5 gare, contro i soliti Celtics di Larry Bird.</p>
<p>Quella fu l&#39;unica stagione in cui Charles gioc&ograve; tutte le 82 partite di regular season e tutte quelle di playoffs, arrivando a disputare 95 gare complessive.</p>
<p>L&#39;anno dopo, la giovane ala riusc&igrave; a soffiare a Moses Malone (sei titoli di miglior rimbalzista della lega alle spalle) lo scettro di rebounder della squadra, catturandone quasi 13 a partita e piazzandosi al secondo posto della specialit&agrave;  nell&#39;intera lega, preceduto solo dal centro dei Pistons Bill Laimbeer.</p>
<p>Nelle 12 partite di playoffs segn&ograve; 25 punti a partita con il 58% dal campo e cattur&ograve; 15.8 rimbalzi, ma Philly fu eliminata alla settima tiratissima gara (112-113) dai Bucks in semifinale di Conference.</p>
<p>Quell&#39;estate Moses Malone fu spedito a Washington, mentre Erving si apprestava a vivere la sua ultima stagione nella lega. </p>
<p>Il terzo anno Barkley prese letteralmente in mano le sorti della franchigia. Vinse il suo primo titolo di rimbalzista della lega, catturando 14.6 palloni a partita. Il pi&ugrave; basso giocatore della storia a raggiungere quel primato. Fu convocato al suo primo All Star Game.</p>
<p>Le prime vere grandi delusioni arrivarono per&ograve; nella stagione 1987-88. <br />
Numericamente Charles fu devastante. Segn&ograve; oltre 28 punti a partita e cattur&ograve; quasi 12 rimbalzi, ma i Sixers non raggiunsero la post-season.</p>
<p>Barkley era uno splendido, meraviglioso giocatore in un contesto inadeguato. <br />
In una squadra la cui dirigenza non era riuscita a costruirgli attorno una contesto soddisfacente, figlio di una degna rcostruzione, dopo i fasti della prima met&agrave;  degli anni &#39;80.</p>
<p>Nel 1990 Barkley realizz&ograve; 25.2 punti a partita, cattur&ograve; 11.5 rimabzli e tir&ograve; col 60% dal campo per tutta la stagione. Condusse i Sixers a vincere 53 partite e sfior&ograve; il titolo di MVP della Regular Season, preceduto nelle votazioni dal solo Magic Johnson. <br />
Ma nei Playoffs l&#39;ennesima delusione. Stavolta contro i Bulls.</p>
<p>L&#39;anno dopo Chuck si aggiudic&ograve; il titolo di MVP dell&#39;All Star Game, realizzando 17 punti e catturando 22 rimbalzi. Mai nessuno ne aveva catturati tanti in una partita delle stelle, da tempi ovviamente di Wilt Chamberlian. Alla fine della stagione per lui c&#39;era il primo quintetto NBA per il quarto anno consecutivo.</p>
<p>La stagione 1991-92 fu abbastanza travagliata per l&#39;ala in maglia Sixers.<br />
La squadra stentava e Charles diventava giorno dopo giorno sempre pi&ugrave; insofferente.</p>
<p>Oramai era diventato uno degli uomini simbolo della lega. Una lega che aveva superato con successo il profondo ricambio generazionale avvenuto tra la fine degli anni &#39;80 e gli inizi dei &#39;90, anche grazie a lui.</p>
<p>Le carismatiche figure del decennio precedente, le autentiche icone che avevano reso grande e popolare la NBA, erano tutte sul viale del tramonto e molte avevano gi&agrave;  appeso le scarpe al chiodo (Jabbar, Erving, Malone). </p>
<p>Ma i volti nuovi, i vari Jordan, Pippen, Hakeem, Drexler, Ewing, Stockton, Malone, lo stesso Barkley, erano ormai stelle affermate che gi&agrave;  da tempo ne avevano raccolto il testimone. <br />
E fra questi Chuck era sicuramente una delle stelle pi&ugrave; splendenti. La migliore, dopo il solo Michael Jordan.</p>
<p>Ma la situazione perdente dei Sixers non lo aiutava e non aiutava il suo carattere particolare, spesso bizzoso, a volte iroso ed irascibile. </p>
<p>La situazione si rese insostenibile allorch&eacute; il giocatore si rese protagonista di alcuni incidenti.<br />
Il pi&ugrave; clamoroso avvenne Alla Meadowlands Arena, quando durante una partita con i Nets, Barkley sput&ograve; addosso ad un tifoso che, a suo dire, l&#39;aveva pesantemente insultato.</p>
<p>Gi&agrave;  questo di per s&eacute; sarebbe grave, ma a rendere l&#39;episodio assolutamente intollerabile, fu il fatto che Charles manc&ograve; clamorosamente il bersaglio e centr&ograve; in pieno viso una ragazzina.</p>
<p>In seguito il giocatore si fece perdonare per quell&#39;episodio stringendo un sincero rapporto di amicizia con la malcapitata e con i suoi genitori, in accordo con la sua paradossale natura, il suo modo di essere guascone ma nello stesso tempo genuino.</p>
<p>A fine stagione, dopo che i Sixers mancarono l&#39;accesso alla postseason, il ventinovenne Barkley (nato tre giorni dopo tale Michael Jordan) chiese alla dirigenza di essere ceduto. <br />
Le sue medie dell&#39;ultima Regular Season parlavano di 23.1 punti a partita (calato di quasi 4 punti rispetto all&#39;anno prima) e 11.1 rimbalzi.</p>
<p>Quell&#39;estate, la stessa delle storiche Olimpiadi di Barcellona in cui Barkley fu miglior realizzatore e miglior giocatore della selezione statuinitense, il giocatore fu ceduto ai Suns in cambio di Jeff Hornacek, Tim Perry e Andrei Lang.</p>
<p>Era il 17 giugno. <br />
Phoenix in quel preciso momento divenne una squadra da titolo. <br />
Quello che al tempo era univocamente considerato il secondo miglior giocatore della NBA, aveva letteralmente stravolto i valori della lega.<br />
I bicampioni in carica dei Bulls erano avvisati.</p>
<p>Barkley ai Suns sembr&ograve; ringiovanito di diversi anni. <br />
Port&ograve; a termine una stagione spettacolare segnando 25.6 punti a partita e catturando 12.2 rimbalzi, ma soprattutto trascinando i Suns al primo posto nella lega con 62 vittorie e 20 sconfitte.</p>
<p>Charles vinse il suo primo e unico titolo di MVP della lega, di misura su Michael Jordan.<br />
Era il terzo giocatore della storia a vincere l&#39;MVP, subito dopo essere stato tradato.</p>
<p>Il 34 con la nuova maglia dei Suns fu devastante nei Playoffs, mettendo a tacere coloro che avevano storto il naso perch&eacute; MJ era stato privato del titolo di MVP di stagione.</p>
<p>In gara 7 di finale di Conference contro Seattle, si caric&ograve; letteralmente la squadra sulle spalle, realizzando 44 punti e tirando gi&ugrave; 24 rimbalzi. Medie Chamberliane!</p>
<p>Trascin&ograve; di peso i Suns in finale. A sfidare i Bulls. A sfidare Michael Jordan, suo grande amico ed avversario.</p>
<p>Fu una serie memorabile. <br />
Barkley gioc&ograve; alla grande, ma dall&#39;altro lato c&#39;era una squadra ed in particolare un giocatore che non conoscevano il significato della parola sconfitta. <br />
I Bulls vinsero in sei gare. </p>
<p>Per Charles l&#39;appuntamento con l&#39;anello sembrava essere solo rimandato. <br />
In molti pensavano fosse ormai solo questione di tempo. Alla sue prima finale Barkley aveva giocato splendidamente. Avrebbe sicuramente avuto altre occasioni.</p>
<p>Opinione resa ancora pi&ugrave; credibile dal fatto che, di l&igrave; a qualche settimana, Jordan annunci&ograve; al mondo intero, basito e costernato, il suo ritiro dall&#39;attivit&agrave;  agonistica. </p>
<p>I Suns si ritrovarono a vivere da favoriti assoluti la stagione 1993-94.<br />
Ma Barkley proprio a partire da quella Regular Season fece conoscenza con un vecchio e temuto nemico. Gli infortuni. Che non lo molleranno pi&ugrave; fino all&#39;inevitabile ritiro.</p>
<p>In post season, la corsa dei Suns si arrest&ograve; in semifinale di Conference contro i futuri campioni di Houston.</p>
<p>Stessa identica sorte l&#39;anno dopo. <br />
Ancora gli infortuni resero un calvario la stagione del numero 34. <br />
Charles salt&ograve; le prime  14 patite di season, ma quando torn&ograve;, trascin&ograve; Phoenix  al comando della Pacific Division. </p>
<p>Al primo turno di PO demol&igrave; i Trail Blazers con 34 punti e oltre 14 rimbalzi a partita. <br />
In semifinale di Conference i Suns si portarono sul 3-1 contro i Rockets, campioni in carica. <br />
Houston, trascinata da un&#39;incredibile Olajuwon e da un ringiovanito Drexler, rimont&ograve; fino al 3 pari. La decisiva gara 7 si disputava a Phoenix. Ma Barkley la gioc&ograve; mezzo infortunato. <br />
Ed i Rockets volarono verso il secondo anello consecutivo.</p>
<p>L&#39;anno dopo fu l&#39;ultimo di Barkley in Arizona. <br />
Chiuse la sua avventura in maglia Suns con 23.2 punti e 11.6 rimbalzi a partita.</p>
<p><i>&#8220;Se non puoi batterli, fatteli amici!&#8221;</i> <br />
Con queste parole Charles annunci&ograve; il suo trasferimento in Texas, ad Houston. <br />
And&ograve; a raggiungere Hakeem Olajuwon e Clyde Drexler in quello che a tutti gli effetti era un vero e proprio Dream Team.</p>
<p>L&#39;anello, anche per lui, come per tanti altri giocatori del passato e del presente, stava diventando un incubo. Una fissazione. Un obbiettivo da raggiungere a tutti i costi.</p>
<p>Ma Michael Jordan era gi&agrave;  da un anno tornato ai suoi Bulls. Per vincere ancora. E ancora. <br />
E per Barkley il titolo rimarr&agrave;  per sempre una chimera.</p>
<p>Alla sua prima stagione in maglia Rockets gioc&ograve; solo 53 partite, segn&ograve; poco pi&ugrave; di 19 punti a partita e cattur&ograve; oltre 13 rimbalzi. <br />
La corsa di Houston si arrest&ograve; nella finale della Western Conference contro Utah.</p>
<p>L&#39;anno successivo, l&#39;ultimo di Drexler, i Rockets erano una squadra vecchia e martoriata dagli infortuni. Al primo turno di Playoffs, sempre contro Utah, la squadra usc&igrave; definitivamente di scena.</p>
<p>Durante quei playoffs si consluse vittoriosamente l&#39;epopea dei Bulls e subito dopo a Houston approd&ograve; Pippen, fresco campione NBA. </p>
<p>Via Drexler, dentro Scottie. <br />
I Rockets continuavano ad essere un Dream Team. Ma solo nei nomi.</p>
<p>Gli anni migliori delle tre stelle erano ormai alle spalle.<br />
Per Charles gli infortuni ormai erano le regola. <br />
Nel 1999 gioc&ograve; appena 42 partite. <br />
L&#39;anno dopo solo 20. </p>
<p>L&#39;8 dicembre 1999 contro la sua prima squadra, i Sixers, si ruppe i tendini del quadricipite della gamba sinistra. <br />
Fu la sua ultima partita NBA. Alla fine di quell&#39;anno annunci&ograve; il ritiro. </p>
<p>Mai pi&ugrave; rimbalzi per lui, mai pi&agrave;  sonore schiacciate, mai pi&ugrave; canestri all&#39;ultimo secondo, mai pi&ugrave; infiammati finali di partita, mai pi&ugrave; terribili sconfitte.<br />
Ma ancora pungenti battute, dolcissima ironia, tagliente sarcasmo. Ancora quella lingua che, neanche da spettatore, voleva e vuole mai tacere. <br />
Per fortuna.</p>
<p>Ad oggi Sir Charles &egrave; uno dei quattro giocatori nella storia delle lega (gli altri sono Jabbar, Chamberlain e Karl Malone) ad aver accumulato almeno 20.000 punti, 10.000 rimbalzi e 4.000 assist.</p>
<p>
Parlavamo, ad inizio pezzo, del rapporto col suo predecessore in questa classifica. Bob Pettit.<br />
Dicevamo come Barkley abbia vinto di meno a livello personale e di squadra.</p>
<p>Ma Charles, unanimemente considerato il primo giocatore nella storia a scalzare proprio Pettit dal primato di migliore Power Forward di sempre, merita una posizione pi&ugrave; alta perch&eacute; &egrave; evidente come abbia trascorso <b>da assoluto protagonista</b> i suoi 16 anni in NBA a cavallo fra le due epoche pi&ugrave; ricche di talento nella storia della lega. </p>
<p>E come l&#39;assenza di un anello, per lui come per altri grandi campioni dell&#39;epoca, sia dipeso principalmente da questo.</p>
<p>Chi vi scrive &egrave; sempre stato convinto che sir Charles abbia avuto picchi di rendimento superiori a quelli del suo eterno rivale Karl Malone.<br />
Che, dovendo scegliere fra il miglior Malone ed il miglior Barkley, quest&#39;ultimo sia stato giocatore pi&ugrave; completo, per alcuni versi migliore.</p>
<p>Cosa non da poco, considerando che i due sono stati a lungo in lotta per l&#39;ambito titolo di migliore ala forte di sempre.</p>
<p>Ma chi vi scrive &egrave; altres&igrave; convinto che dovendo stilare una classifica di questo tipo e dovendo mantener fede alle premesse introduttive di questa rubrica, fatte un paio di settimane fa, bisognava tener conto non solo dei picchi di rendimento nel breve periodo, ma anche della costanza nell&#39;arco dell&#39;intera carriera.</p>
<p>Da questo punto di vista la carriera di Barkley &egrave; stata, dal &#39;94 in poi, minata da infortuni, tant&#39;&egrave; che Charles dall&#39;et&agrave;  di 30 anni ha dovuto ridurre notevolmente l&#39;apporto alla causa delle sue squadre, Phoenix e specialmente Houston. <br />
Mentre contemporaneamente il gi&agrave;  dominante Malone iniziava a vivere quelle che sono state le migliori stagioni della sua carriera, segnando carrettate di punti, vincendo MVP, arrivando due volte in finale e scavando un solco fra lui ed il suo rivale.</p>
<p>A maggior conferma di ci&ograve; (pi&ugrave; che altro conferma personale), posso sempre fare riferimento alle mie premesse e attingere a mie testuali parole&#8230;<br />
<i>&#8220;&#8230;anche gli infortuni possono essere considerati come una discriminante per la classifica. E di conseguenza, la capacit&agrave;  (o la fortuna) di resistere agli stessi come una nota di merito.&#8221;</i></p>
<p>Da queste considerazioni nasce il ventiquattresimo posto per il grande vecchio Charles. Lui che, a differenza di Pettit, non potr&agrave;  mai essere dimenticato.</p>
<p>Perch&egrave; se solo ci azzardassimo, una sua battuta&#8230; inevitabilmente ci seppellir&agrave; . </p>
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		<title>25° – Bob ‘Big Blue’ Pettit</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2006 00:28:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Goat</dc:creator>
				<category><![CDATA[NBA]]></category>
		<category><![CDATA[I Campioni del passato]]></category>

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		<description><![CDATA[Bob Pettit e i suoi straordinari movimenti sotto canestro&#8230; Indossava sempre lo stesso vecchio e consunto cappotto blu notte. Di qui il suo soprannome. The Big Blue. Altri tempi. I cosiddetti tempi eroici. Quando giocare a basket poteva portare fama &#8230; <a href="http://archivio.playitusa.com/?p=4986">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="figure">
<p><img src="wp-content/uploads/foto_post/pte232.jpg" width=150 class="img_post"/></p>
<p>Bob Pettit e i suoi straordinari movimenti sotto canestro&#8230;</p>
</div>
<p>Indossava sempre lo stesso vecchio e consunto cappotto blu notte.<br />
Di qui il suo soprannome. <b>The Big Blue</b>.</p>
<p>Altri tempi. I cosiddetti tempi eroici. Quando giocare a basket poteva portare fama ma non ricchezza.</p>
<p><b>Robert Lee Pettit Jr</b>, per tutti Bob, era un figlio della Louisiana. Vi nacque nel lontanissimo dicembre del 1932 e l&igrave; frequent&ograve; l&#39;hight school di Baton Rouge portandola per la prima volta al titolo statale. </p>
<p>Per college scelse ovviamente Louisiana State, dove trascorse tre anni (all&#39;epoca i freshman erano esclusi dalla prima squadra) ricchi di successi personali (tre volte All-Sec, due volte All-America), riuscendo a condurre LSU alle Final Four del 1953.</p>
<p>All&#39;et&agrave;  di 22 anni, nel 1954, Pettit lasci&ograve; il college dopo averne ritoccato tutti i record. <br />
Ma in pochi pensavano potesse avere un futuro nella giovanissima National Basketball Assosiacion. Troppo esile per gli standard del piano di sopra, era l&#39;opinione comune degli addetti ai lavori.</p>
<p>Uno dei tanti, clamorosi errori di valutazione. Forse il primo.</p>
<p>Pettit trascorse 11 stagioni nella NBA. E non solo in quegli anni fu senza ombra di dubbio la migliore ala forte della lega, ma  fino a met&agrave;  anni &#39;80, quando il ruolo sub&igrave; un&#39;importante evoluzione, &egrave; stato considerato la migliore Power Forward di sempre. </p>
<p>Pettit fu il primo giocatore della storia a superare i 20.000 punti ed i 10.000 rimbalzi in carriera. <br />
All Star in ognuna delle sue undici stagioni da professionista, per 3 volte MVP della gara. <br />
Dieci volte primo quintetto NBA. Un secondo quintetto, al suo ultimo anno in carriera. <br />
Due trofei di MVP di stagione regolare, il primo MVP della storia. <br />
Mai sceso oltre il settimo posto nella classifica marcatori in ogni singola stagione.<br />
Ma soprattutto, un titolo importantissimo e difficile. L&#39;unico a sconfiggere gli incredibili Celtics di Cousy e Russell in una serie finale. </p>
<p>Ad oggi &egrave; il settimo realizzatore di sempre per media punti (26,4) ed &egrave; il terzo per media rimbalzi, dopo gli irraggiungibili Chamberlain e Russell (16,2). </p>
<p>Nel 1971 in occasione dei 25 anni della NBA &egrave; stato incluso fra i primi 10 giocatori della storia. <br />
Nel 1981 la NBA stilava una nuova classifica e Pettit rientrava fra i primi 11 giocatori di sempre.<br />
Nel 1996, in occasione del cinquantennale della lega &egrave; stato ovviamente incluso fra i 50 giocatori pi&ugrave; forti di ogni tempo.</p>
<p>
Ma la sua grandezza va oltre i semplici numeri. <br />
La sua &egrave; la grandezza di un uomo che ha dovuto combattere con i denti e con le unghie per raggiungere ogni singolo traguardo. <br />
Un uomo che ha sempre anteposto a qualsiasi cosa il lavoro duro, il sacrificio, il sudore della fronte. </p>
<p>Uno che in campo dava sempre tutto, indipendentemente dall&#39;importanza della partita, dal risultato e dai record. E che, a detta di Red Auerbach, <i>&#8220;Would play all out, whether he was 50 points ahead or 50 behind. It didn&#39;t matter. That&#39;s the only way he knew how to play&#8230; all out!&#8221;</i>.</p>
<p>Tuttora nella NBA &egrave; famosa e viene presa a modello la straordinaria etica lavorativa e l&#39;incredibile spirito competitivo di Bob Pettit.</p>
<p>
Scelto al primo giro del draft del 1954 dai Milwaukee Hawks fra lo scetticismo generale, in una NBA dominata dall&#39;allora stella George Mikan alla sua penultima stagione, Pettit si impose subito all&#39;attenzione generale, vincendo il trofeo di Rookie of the Year dopo un anno chiuso con 20.4 punti e 13.8 rimbalzi a partita. </p>
<p>I Milwaukee Hawks finirono comunque sul fondo della Western Division con un record di 26 vittorie e 46 sconfitte. (E&#39; bene precisare che all&#39;epoca le squadre della lega erano 8, divise in due Division, la Eastern e la Western. E che le partite di Regular Season erano 72).</p>
<p>Quella stessa estate la franchigia si spost&ograve; da Milaukee a St. Louis per una lenta ma costante ripresa che di l&igrave; a qualche tempo avrebbe portato la squadra sul tetto del mondo.</p>
<p>Prima dell&#39;inizio della Regular Season 1955-56, la NBA istitu&igrave; il premio di MVP di stagione.<br />
Ed il secondo anno Pettit fu il primo a vincere l&#39;ambito trofeo, realizzando 25.7 punti e catturando 16.2 rimbalzi. </p>
<p>Bob fu anche MVP dell&#39;All Star Game, strabiliando tutta l&#39;America sportiva con una prestazione da 20 punti, 24 rimbalzi e 7 assist. </p>
<p>Adesso era ufficiale. Era nata una stella. </p>
<p>Nel 1956-57 gli Hawks, guidati da loro giovane profeta, raggiunsero la prima finale della loro storia. Contro i Celtics del fenomenale rookie Bill Russell. <br />
Boston aveva il miglior record della season, ma St. Lousi inaspettatamente vinse gara 1.</p>
<p>Dopo 4 gare la serie era ferma sul 2 pari. <br />
I biancoverdi si imposero largamente in gara 5 ma due giorni dopo, fra lo stupore generale, gli Hawks impattarono la serie sul 3 pari, forzando un&#39;inaspettata gara 7. </p>
<p>Quella settima sfida &egrave; tuttora ricordata come una dei pi&ugrave; eccitanti match della storia. Fu vinta dai Celtics dopo due overtime per 125 a 123. Era il primo titolo della loro storia, il primo di una lunga serie di successi targati Bill Russell e di una dinastia senza eguali.</p>
<p>Nonostante la sconfitta, per Pettit furono solo gloria ed onori. Aveva chiuso gli interi playoffs con le strabilianti cifre di 29.8 punti e 16.8 rimbalzi a partita.<br />
Ma il meglio doveva ancora arrivare per il numero 9 in maglia Hawks. <br />
La rivincita sui Celtics era davvero vicina. </p>
<p>Pettit disput&ograve; la stagione successiva giocando ancora meglio e trascin&ograve; nuovamente la sua squadra alla finalissima contro Boston.</p>
<p>Stavolta nessuno fu cos&igrave; folle da dare per spacciata St. Louis.<br />
L&#39;evento fondamentale della finale si verific&ograve; in gara 3 (dopo una vittoria per parte) quando Russell si infortun&ograve; ad una gamba e fu costretto ad abbandonare partita e serie. </p>
<p>Gli Hawks vinsero gara 3 e persero gara 4, ma riuscrono ad espugnare il Boston Garden in gara 5, portandosi in vantaggio per 3-2. </p>
<p>I Falchi tornarono a St. Louis ben decisi a chiudere la serie. <br />
Russell prov&ograve; a giocare la partita decisiva, ma ben presto dovette abdicare definitivamente non riuscendo pi&ugrave; neanche a poggiare il piede per terra.</p>
<p>Pettit sal&igrave; in cattedra. Realizz&ograve; 31 punti nei primi tre quarti. <br />
Ma fu nel quarto periodo che diede il meglio di s&eacute; realizzando 19 punti dei 21 complessivi della sua squadra. Chiuse il match a quota 50, sfornando quella che all&#39;epoca rappresentava la migliore prestazione realizzativa mai registrata in una partita di finale. </p>
<p>Trascinata dalla sua ala, gli Hawks vinsero gara 6 e si ritrovarono campioni del mondo. <br />
Secondo molti addetti ai lavori, senza l&#39;infortunio di Russell, i Celtics non avrebbero mai perso quel titolo, ma Auerbach rifiut&ograve; di appellarsi all&#39;infortunio del suo centro per spiegare quella sconfitta e fu il primo a rendere omaggio all&#39;eccezionale prestazione di Pettit.</p>
<p>L&#39;anno successivo, nel 1958-59, Pettit fu nuovamente MVP della Regular Season dopo aver realizzato oltre 29 punti per gara (primo nella Nba) e preso 16 rimbalzi (secondo dietro Russell). Mantenne queste medie anche nei tre anni successivi, in cui St. Louis fin&igrave; sempre in cima alla Western conference. </p>
<p>Ma il titolo non arriv&ograve; pi&ugrave;. <br />
Dapprima i Lakers di Elgin Baylor li eliminarono in finale di Conference, quindi i soliti Celtics si rivelarono praticamente imbattibili per due anni di seguito in finale. </p>
<p>Eppure numericamente parlando, la stagione 1961-62 (l&#39;ultima del grande Cousy) fu la stagione migliore per l&#39;ormai trentenne Pettit. <br />
Realizz&ograve; 31.2 punti a partita e cattur&ograve; 18.7 rimbalzi. Non vinse il terzo titolo di MVP di stagione solo perch&egrave; Russell in quegli anni stava letteralmente riscrivendo non solo il ruolo del centro, ma anche la storia della lega.</p>
<p>Durante quegli stessi playoffs, Pettit divenne allenatore-giocatore della squadra.</p>
<p>Nel 1964 Bob si infortun&ograve; gravemente. Il primo infortunio serio in carriera. <br />
Alla fine di quella stagione decise di ritirarsi e i St. Louis Hawks non furono pi&ugrave; gli stessi. </p>
<p>Secondo l&#39;autorevole parere di Auerbach, l&#39;indimenticato ed indimenticabile <i>Big Blue</i> era stato in quegli anni, sotto molto punti di vista, un&#39;ala persino migliore del giovanissimo Elgin Baylor.</p>
<p>Potremmo fermarci a questa dichiarazione per spiegare la meritatissima presenza di Pettit in questa classifica. </p>
<p>Ovvio che se ci basassimo sui suoi numeri, avrebbe sicuramente meritato qualche posizione in pi&ugrave;, rientrando a buon diritto fra i primi 20 giocatori della storia. </p>
<p>Se cos&igrave; non &egrave; stato fatto, lo si deve esclusivamente ad una semplice questione &#8220;temporale&#8221;.</p>
<p>Risulta impossibile non considerare come Pettit abbia esordito in una lega in cui era ancora vietato l&#39;ingresso ai giocatori di colore e come abbia speso la maggior parte della sua carriera in un contesto ancora piuttosto lontano dagli standard elevatissimi che avrebbero contraddistinto la NBA dagli anni &#39;60 in poi. </p>
<p>Ci&ograve; non toglie che anche con l&#39;arrivo dei &#39;60 e dei campionissimi Russell, Baylor, Chamberlain, Robertson e West, Bob Pettit abbia continuato ad esprimersi per le restanti stagioni su livelli di eccellenza assoluta.</p>
<p>Certo, ha vinto un solo titolo. Ma tanti, troppi grandi campioni dell&#39;epoca hanno dovuto rinunciare alle loro velleit&agrave;  di vittoria per colpa di quei terribili Celtics. <br />
Ed il paragone con Baylor (nessun titolo), West (un solo anello) e Chamberlain (due titoli) sorge naturale e spontaneo.</p>
<p>Alla fine di tutto, indipendentemente dalle calssifiche, rimane l&#39;omaggio ad un grande campione troppo spesso dimenticato, al primo MVP della storia, all&#39;unico immenso giocatore capace di battere in una serie finale Bill Russell ed i suoi Celtics.</p>
<p></p>
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