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	<description>plurale - pluralismo e comunicazione nella modernità liquida</description>
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		<title>AAA conferme cercansi</title>
		<link>https://www.plurale.net/alla-ricerca-di-conferme/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Apr 2019 18:21:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[google]]></category>
		<category><![CDATA[poste]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è chi ha bisogno di conferme. Sempre. Whatsapp, per questo, è una benedizione. Una benedizione maledetta. Invii. Spunta singola. Doppia spunta. Doppia spunta azzurra. Messaggio arrivato. Potrebbe bastare. Eppure l’assillo non si spegne. «Avrà capito?» «Perché non risponde?»«Non sia mai che abbia equivocato». E così il dito corre a comporre un nuovo messaggio. Per chiedere conferma.Non è però questa una sindrome da smartphone, vittima sacrificale di ogni nevrosi. Il telefonino è il monsieur Malaussène digitale: si accolla tutte le colpe. La ricerca spasmodica di conferme non è un male tecnologico o della modernità. Ne è afflitta pure la burocrazia. Cosa c&#8217;è di più vecchio? Il postino suona sempre due volte Il postino, una volta, mi recapitò una multa. L’infrazione non era la mia, ma non importa. La raccomandata fu ritirata da mia suocera. E fin qui tutto normale.Il giorno dopo, però, ecco di nuovo il portalettere. Altra busta verde. Altra multa? Nulla di tutto ciò: era la notifica che mi avvertiva esser stata ritirata la prima raccomandata da mia suocera. C’era, in più, un piccolo particolare: anche la seconda raccomandata, quella relativa alla raccomandata ritirata da mia suocera, è stata ritirata ancora una volta da mia suocera. Mi sarei aspettato, il giorno dopo, un’altra busta verde. Che avrebbe ritirato mia suocera. Il postino, però, non si è visto: avrà consegnato la terza raccomandata a qualcun altro. Che ora sarà sommerso di buste verdi. O avrà incaricato la suocera. Il medico conferma Intanto, per una volta, non mi sono sentito annoverato tra coloro che hanno continuo bisogno di conferme. Chi ha bisogno di conferme non sempre ne è consapevole. È che quando lo psicologo glielo rivela, c’è da scommettere che lo richiamerà. Per aver conferma della diagnosi. Bugiardi &#38; bugiardini A proposito di malattie, l’ipocondriaco è un soggetto che sembrerebbe non aver bisogno di conferme. E invece no: è convinto di esser affetto da tutti i malanni possibili, per poi cercarne conferma. Una conferma che, se non gli arriva, è colpa di chi non sa darla. Non sta male solo per i sintomi che immagina, ma pure perché è incompreso. La sua crisi si acuisce quando prende le medicine. Anziché guarire, peggiora. Colpa del foglietto terroristico dentro le scatolette: il bugiardino.Apritene uno. E dopo averne distese le numerose piegature, leggetelo attentamente. Effetti collaterali. Interazioni. Altre malattie. Non che ce ne sia uno senza una qualche terribile sciagura. &#160;Ora, mettetelo in mano a un ipocondriaco e sceglierà l&#8217;effetto collaterale più catastrofico. Hai voglia a chiamarlo bugiardino. Bugiardo sarà allora chi non conferma la nuova terribile, e possibilmente mortale, malattia che il foglietto gli avrà diagnosticato. Della quale chiederà conferma a qualcun altro. Chiedere conferma a zio Google Con la nascita di Google l’umanità incerta ha trovato finalmente un portentoso oracolo al quale chiedere conferme. Malati immaginari e malati reali, insicuri. E pure chi ha sulla punta della lingua quella parola lì, ma non gli viene. Googla ed ecco la conferma che era quella giusta.È provato che gli si confidino i più indicibili segreti. Se i maschietti d&#8217;Oltreoceano &#8211; ha raccontato Seth Stephens-Davidowitz in Everybody lies &#8211; cercano conferme sulle loro dimensioni (sì, quelle che non vorrebbero essere di un accendino) e femminucce americane si preoccupano degli odori intimi. Non come i social, nei quali ognuno costruisce più o meno consapevolmente una propria versione di sé. O quella si immagina debba esser vista dagli altri. Con i motori di ricerca nessuno ti vede quando chiedi conferma. È intimità digitale. Abbiamo tutti bisogno di conferme. Chi manda ancora, dopo tutti questi anni, email con la ricevuta (alla quale puntualmente non rispondo). Chi cerca uno sguardo di approvazione, perché ci piace piacere, anche se non lo vogliamo ammettere neanche con noi stessi. L’unica cosa della quale, forse, non piace ricevere conferma è che stiamo cercando conferme.</p>
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		<title>Gli ascoltatori occulti</title>
		<link>https://www.plurale.net/il-telefono-ci-spia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Oct 2018 17:09:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[telefono]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dai persuasori occulti agli ascoltatori occulti. La pubblicità cambia. O, quanto meno, sembra essere cambiata così. A fine anni &#8217;50 Vance Packard aveva denunciato i meccanismi nascosti dell’advertsing. Oggi, salvo esser presi per complottisti, ci si convince che magari è una banale coincidenza. Ma la pubblicità ci ascolta? Anzi, il telefono ci spia? La pubblicità ti sente Durante una cena con un amico parlavamo di slogan e idee. Materiale che magari avrebbe fatto gola a qualche copywriter a corto di creatività o, semplicemente, senza scrupoli. «Certe frasi andrebbero depositate. Ne andrebbe difesa la proprietà intellettuale per evitare che siano derubate e sfruttate da altri» si diceva. «Ci vorrebbe un esperto che consigli come depositare marchi e slogan». La conversazione a tavola, alla quale erano presenti solo i nostri cellulari, si era chiusa così. Al mattino dopo la mia preghiera quotidiana: giornali online e social (vedi Censis 2018). Facebook, senza neanche troppi pudori, mi offre la pubblicità di una società di servizi. Titolo: &#8220;Registra e proteggi il tuo marchio in sole 24 ore&#8221;. A parte la mossa furbetta di usare un titolo che ai motori di ricerca avrebbe potuto suonare equivocabile con quello di un noto giornale economico finanziario, la pubblicità centrava un bisogno espresso durante una conversazione. Non ci volevo credere. Ma era così. Nulla e nessuno aveva potuto suggerire al sistema di inserzioni della società di Zuckerberg un mio potenziale interesse. Neanche i cookies di Google o di qualche altro motore di ricerca: non avevo mai cercato nulla su marchi e depositi. Era come se &#8211; anzi neanche se &#8211; il cellulare avesse ascoltato le nostre conversazioni. Facebook ha già giurato e spergiurato che non è vero che il telefono ci spia. Vai in Comune Ho sempre detestato i complottisti. Pure quelli che si agitano per presunti Grandi Fratelli o Grandi Vecchi. Ma stavolta mi ha preso male.&#160; Avevo appena fissato un appuntamento per un apertitivo con un amico. Io con l&#8217; iPhone, lui con un Android. «Ci vediamo tra un quarto d&#8217;ora». «Parcheggio un attimo, sistemo un paio di cose e ti raggiungo». Questo lo scambio al telefono, che era stato preceduto &#8211; come capita &#8211; da una chat via Whatsapp. Senza fissare il luogo. Risalgo in auto e mi metto in marcia. Le mappe di Apple solerti come al solito mi notificano &#8211; senza che io lo abbia chiesto loro &#8211; il percorso, il tempo e il traffico. Capita con le mete abituali:&#160; al mattino verso il lavoro o, la sera, verso casa. Quello che però vedo stavolta come destinazione sul display del mio smartphone mi lascia basito: &#8220;Comune di&#8221; seguito dal nome della città. Cosa c&#8217;era di sconvolgente? Che il percorso portava al municipio di quella cittadina di cui il mio amico è stato per anni amministratore. Un database poco aggiornato, et voilà il suggerimento smart rivela che davvero il telefono ci spia? Siamo sotto un Panopticon e chi ci guarda sono i colossi dell&#8217;informatica? Il telefono ci spia, gettarlo? Un esperto di sicurezza mi ha rivelato, oltre un anno fa, che i dipendenti di un&#8217;organizzazione governativa straniera della quale fa parte non possono introdurre cellulari sul luogo di lavoro. Neanche i vecchi Tacs, gli antenati degli smartphone. Che una periferica sia tracciabile anche solo per il fatto di entrare in una &#8220;cella&#8221; wireless della rete telefonica è risaputo. Ma non &#8220;ascoltarci&#8221;. Secondo Wikileaks, però, è esattamente quel vorrebbe fare la Cia. E che &#8211; secondo gli americani &#8211; quanto già farebbero i cinesi con i loro cellulari economici e diffusi: il telefono ci spia (solo se è cinese?). Lo scandalo Lenovo sembrerebbe confermarlo. Ma non è neppure una grossa novità che quei pc cinesi non siano il massimo dell&#8217;affidabilità. Che però i nostri telefonini ci spiino è diventato anche oggetto di una ricerca della Northeastern University. E la risposta è che non ci spiano quando parliamo. In compenso &#8211; dopo aver controllato 17 mila app Android &#8211; è risultato che alcune di esse salvano screenshot e video di ciò che accade sul display. E lo inviano ad altri. In compenso, anche di recente, pare che siano le smart tv in condizione di guardarci e ascoltarci. La disconnessione infelice Paranoia &#8211; più o meno fondata &#8211; da Grande Fratello a parte, siamo tutti vittime di un sistema di servizi che, nella tensione di soddisfare i nostri bisogni, non solo ci profila ma cerca di farlo appena si manifestano. Anzi, prima. E questo tentativo&#160; di prevedere i nostri comportamenti sulla base di indizi e abitudini &#8211; le mappe di Google o di Apple ne sono mirabili esempi &#8211; ci fa divenire tutti sorvegliati. Il motto di Google &#8220;Don&#8217;t be evil&#8221; assume, in questa situazione, una valenza di etica aziendale. Morale più o meno rispettata, anche se gli scandali e gli hackeraggi che hanno coinvolto Facebook rivelano quali sono i rischi che si corrono. Disconnettersi felicemente si può? La risposta non c&#8217;è. Per gusto del paradosso, verrebbe da dire di cercarla su Google. È che probabilmente senza il nostro smartphone ci sentiremmo e, per molti versi, saremmo sul serio &#8220;tagliati fuori&#8221; da conversazioni, lavoro e relazioni familiari. Forse dovremmo solo abituarci a vivere con l&#8217;idea che il telefono ci spia? Per la verità non è solo quella periferica a poterlo fare. Emblematico è il caso Alexa, l&#8217;assistente virtuale di Amazon. Una donna americana avrebbe avuta registrata una conversazione privata da uno speaker, Amazon Echo, presente in casa sua. Il bello è che l&#8217;assistente &#8220;ha deciso&#8221; per proprio conto di spedire l&#8217;audio a un altro contatto. Solo perché ha intepretato le parole della conversazione come un ordine. Ecco, forse tutto quel che mi è accaduto è frutto di un malinteso. Letteralmente.</p>
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		<title>La storia cambia, addio tema storico</title>
		<link>https://www.plurale.net/la-storia-cambia-addio-tema-storico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Oct 2018 08:59:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Barabba vince ancora. E gli storici protestano. Il tema storico è stato cancellato dalle prove scritte di maturità. In dieci anni l’aveva scelto solo il 3% dei candidati. “Perché tenerlo se così pochi la scelgono?”. Il criterio è ’democratico’, si potrebbe pensare. Un domani, chissà, non ce ne ricorderemo nemmeno. D’altronde la storia potrebbe purtroppo fare la fine della geografia, divenuta ormai una materia di seconda o terza fila. Il peso della storia La storia, a onor di cronaca, resiste alla Maturità nell’ambito storico sociale. All&#8217;esame di stato conterà di più quanto hai studiato nel quinquennio e si spera che lì almeno la storia resista. L’addio, insomma, è “solo” al vecchio tema storico. Nessuna catastrofe forse, ma una piccola perdita sì. Non si può negare che il peso e l’importanza della storia come materia siano diminuiti un po’. Di chi è la “colpa”? Dei professori, dei ragazzi, del telefonino (non c’entra niente, ma viene sempre tirato in mezzo)? Nessuna di queste probabilmente. La forma tema &#8211; diciamocelo &#8211; è un “genere” che non affascina molto. Il tema storico risulta da sempre &#8220;impegnativo&#8221;. Ma pure quel che viene proposto ai ragazzi conta: la peggiore performance tra i temi sono state le foibe (0,6% delle scelte), la migliore il diritto di voto riconosciuto alle donne nel 1946 (7,1%). Il nostro presente continuo Viviamo in un presente continuo, per cui proiettiamo anche sulla storia il nostro vivere qui e adesso. Logico che l’interesse o la comprensione delle trace siano stimolati da una lettura con gli occhi di oggi. È un guaio, forse. Ma è così. Gli eventi, d’altronde, non si percepiscono come “storici” nel preciso momento in cui li viviamo. Ma a posteriori. Questo &#8211; a dire il vero &#8211; vale da sempre, in ragione della lettura che si fa dei fatti. Si potrebbe dire che “è storia ciò che gli storici rendono tale”, parafrasando un motto riferito al rapporto notizie-giornalisti. Il che convaliderebbe, ad esempio, espressioni come “la storia è scritta dai vincitori”. O lo slogan del Partito del Grande Fratello di Orwell: «Chi controlla il passato controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato». La moltiplicazione delle fonti A ben vedere entriamo ogni giorno in contatto con la storia, intesa come racconto, non solo a scuola. Anche questo è un effetto dell’onnipresente presente. Innanzitutto produciamo molte più “fonti” storiche che non i nostri antenati. Per poter scrivere storia ci si serve di documenti o reperti. Paradossalmente la digitalizzazione li ha moltiplicati e, nel contempo, resi precari. Evaporabili. Una volta, ad esempio, c’erano le lettere che adesso ritroviamo negli archivi. Oggi ci sono le email, i post, i tweet. Non entrano in fascicoli, ma se conservati sono teoricamente indicizzabili. Come le foto. Ne scattiamo un’infinità “documentando” l’ovunque e il continuo avvenire. Ma si possono cancellare, pure per una banale disattenzione. Per non dire del cambio delle tecnologie di memorizzazione, che rischia di rendere inaccessibili terabyte di fonti. La storia delle serie tv Infine il racconto della storia non è più prerogativa dei libri o delle lezioni scolastiche. Serie come i “Tudors”, i “Borgia”, “Versailles”, “Roma” collocano su uno scenario “storico” &#8211; che viene percepito come storico anche se non sempre lo è &#8211; ricostruzioni che fanno leva su violenza, erotismo e proiezioni del nostro sentire contemporaneo. E quella, essendo racconto come la storia, è sentita pure essa quale storia. Sul piano della fiction potrebbe essere “storia” pure “Games of Thrones”, avvicinando la narrazione di ispirazione storica e quella di matrice fantasy. Se perdiamo il senso della storia, un domani potremmo non distinguerle. La storia, poi, torna negli anniversari o nelle cerimonie (ad esempio quelle dei Giochi di Pechino), che in tal modo &#8211; come nelle serie le esigenze funzionali all’intreccio piegano su se stesse la storia &#8211; diventano interpretazioni con funzioni politiche utili ad agire sul presente. Sarebbero servite ad esempio conoscenze adeguate sulla storia cinese per poterle interpretare ed evitarne una lettura strumentale. Quanti in occidente le avevano? Quale storia nel mondo globalizzato “Abbiamo bisogno ancora della storia?” si è chiesto Serge Gruzinski, che ha evidenziato come globalizzazione e industria culturale abbiano impattato sul concetto. La storia non è scomparsa dal discorso collettivo. Ma è cambiata o è destinata a cambiare, perdendo la natura che le abbiamo riconosciuto finora. Lo storiografo francese si interroga se abbia ancora senso &#8211; in un mondo multiculturale e interconnesso, globalizzato appunto &#8211; utilizzare la storia che fu alla base della costruzione delle nazioni o incentrata sull’Europa. È una storia adeguata per i giovani che vivono in un mondo globalizzato? Andrebbe ripensata oltre che sul piano “spaziale” e diacronico, anche su quello che le è più connaturato: il tempo. La verità, infatti, è che probabilmente lo stato di accelerazione permanente in cui viviamo, combinato con un sovraccarico di informazioni che subiamo, ci ha fatto perdere il senso della storia. Come pure quello del futuro. Gli avvenimenti erano storici dopo migliaia o centinaia di anni. Poi lo sono divenuti a distanza di decenni. Oggi basta un lustro. E passato pure quello ci saremo dimenticati magari che una volta, alla Maturità, c’era il tema storico.</p>
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		<title>Teatro Ghione, War Game: se il gioco diventa realtà</title>
		<link>https://www.plurale.net/war-game-a-teatro-gioco-e-realta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Apr 2018 15:01:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sche(r)mi]]></category>
		<category><![CDATA[mondi virtuali]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È un bosco quello che ti accoglie a teatro, non appena entri in platea. C’è nebbia, semioscurità nella sala. Luci notturne si proiettano sulla scena aperta del palco. Senti appena il canto soffice degli uccelli che punteggia il trascorrere del tempo.  Diresti di essere in un bosco incantato. Quasi come in un “Sogno di una notte di mezza estate”. O in una fiaba. E, come in ogni fiaba, gli eroi &#8211; sei ragazzini &#8211; ne usciranno trasformati. Per sempre. Guerra virtuale, guerra reale Tutto questo perché all&#8217;improvviso la bella scenografia di Lisa De Benedittis &#8211; lo spettacolo è “War Game” di Veruska Rossi, Guido Governale e Riccardo Scarafoni in scena al Teatro “Ghione” di Roma fino al 22 aprile 2018 &#8211; rivela una cameretta. Al suo interno cinque (e poi sei) bambini, tutti straordinari attori in erba della compagnia Omnes Artes. Parlano veloci, si passano i visori di realtà virtuale. Il gioco è proibito per via della loro età. Ma per questo è ancor più irresistibile entrarci. Giocheranno alla prima guerra virtuale. Un’esperienza immersiva, che li proietterà in quel bosco magico e tragico, nei panni di sei avatar-soldato incarnati da altri bravissimi giovani interpreti. Un gioco di guerra che però rivelerà ai ragazzini una terribile realtà. Alle soglie del disumano “War Game” è davvero un bel lavoro per il teatro. Per allestimento, messa in scena, regia, testo e interpretazione. Non c’è solo la sottotraccia del grande cinema (dallo sconvolgente eXistenZ di David Cronenberg all’Avatar di James Cameron). C’è pure un mix strepitoso tra noi e la nostra capacità di proiettarci nell&#8217;altro, che non è solo esigenza di attori o comunicatori, ma istanza di vita sociale. Per non dire di quanto suggerisca &#8211; questo “War Game” in scena al “Ghione” (teatro accessibile ai non vedenti) &#8211; l’orrore della guerra. Tra i numerosissimi piani di lettura, restituisce pure quello della trasformazione che subisce l&#8217;animo di chi si trova a comandare per compiere una missione, quale che essa sia, e finisce per vedere solo quella. Perdendo di vista l’umanità. È stata evitata elegantemente ogni condanna &#8211; e pretestuosa &#8211; dei videogame e del virtuale. Anzi, la lettura che ne offre “War Game” è quella di un  osmotico contatto tra le due dimensioni: quella del cosiddetto reale e quella del virtuale. Bambini in cameretta, soldati vivi «L’idea di “War Game” è nata lo scorso anno quando, come scuola di recitazione Omnes Artes, abbiamo realizzato “Oltre i verdi campi&#8221;, uno spettacolo-saggio di fine anno che parlava di guerra» rivela Guido Governale. «Abbiamo deciso di continuare su quella strada con la compagnia. È stato Riccardo Scarafoni ad avere l’idea del soggetto: bambini in una cameretta, che giocano a un videogioco, mentre i soldati prendono vita». «C’era poi, quest’anno &#8211; conclude Guido Governale &#8211; la ricorrenza del centenario della fine della prima guerra mondiale». Una ricorrenza che dal punto di vista storico gli autori hanno ricostruito in teatro in maniera sorprendente. Specie per chi ha sempre immaginato la Grande Guerra come un conflitto tutto sommato primordiale, fatto di stasi, trincee, baionette. Fa scoprire infatti come &#8211; grazie all’avventura dei primi parà della storia militare i tenenti Alessandro Tandura, Pier Arrigo Barnaba e Ferruccio Nicolosio &#8211; la Grande Guerra non fu non solo trincea e fango, ma anche tecnologia.</p>
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		<title>Lavoro e scuola? Meglio studiare (cosa fa per noi)</title>
		<link>https://www.plurale.net/lavoro-scuola-strumenti-per-capire/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Jan 2018 21:25:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lavoro o scuola. Anzi, meglio: lavoro e scuola. Un dilemma classico. Specie in tempo di iscrizioni alle Superiori. Il presidente di Confindustria Cuneo, Mauro Gola, ha scritto giorni fa una lettera ai genitori cuneesi alle prese con questa scelta. «Servono operai specializzati &#8211; ha mandato a dire Gola &#8211; tecnici esperti nei servizi alle aziende, addetti agli impianti e ai macchinari. Il nostro dovere è quello di evidenziarvi questa realtà. Queste sono le persone che troveranno subito lavoro una volta terminato il periodo di studi». Ed è iniziato il putiferio. A lavorare si deve imparare. A scuola Post, tweet, articoli. Tutti contro. Pure uno sferzante Gramellini. Giù ad accusare Mauro Gola di aver consigliato a giovani e famiglie di lasciar perdere con le iscrizioni a scuola. “Non ho mai detto che per lavorare non si deve studiare”, si è difeso. E in effetti non ha sostenuto questo. “Ha fatto clamore &#8211; ha aggiunto &#8211; la parola operai: quasi come fosse un titolo spregiativo, connotato da mancanza di ambizione. Il ruolo dell&#8217;operaio oggi è molto cambiato». Studi flessibili, per un lavoro che cambia A proposito, però, di scuola e lavoro Gola &#8211; presidente della Kelyan spa di Cuneo e Ad della A&#38;C Servizi &#8211; ha fatto appello a «un atteggiamento che potrete definire squisitamente razionale, ma che denota responsabilità nei confronti dei nostri figli». Purtroppo, è discutibile basarsi &#8211; come ha consigliato alle famiglie &#8211; sulla ricerca di professionalità delle aziende cuneesi nel 2017 per fondare un percorso di formazione professionale che terminerà tra tre o cinque anni. Il mondo cambia in fretta e se non sei attrezzato a cambiare con esso il rischio di restar senza lavoro, scuola professionale o non scuola, è ancor più alto. Un liceo e poi magari un corso di un Its, istituto tecnico superiore (e sui quali il Miur ha messo altri 50 milioni) bisognerebbe almeno farli. O andare alll’università, perché non è poi così vero che chi si laurea non trova occupazione (Almalaurea). Uno strumento per scegliere il &#8220;mestiere&#8221; Razionale, invece, prima delle iscrizioni a scuola, sarebbe stato magari consigliare giovani e famiglie di andare a leggere i fabbisogni professionali che ha analizzato Isfol e che guidano nelle scelte con un servizio online a dir poco “pragmatico”. Si chiama “Isfol. Professioni, occupazione, fabbisogni” (http://professionioccupazione.isfol.it/). Hai una conoscenza in un settore, sia pure esso l’arte? Hai un’abilità o una propensione particolare, come &#8211; che ne so &#8211; dal senso critico al più prosaico “sorvegliare le macchine”? Il sistema, creato da Isfol, ti guida nella scelta. E soprattutto ti fa vedere se il settore che ti interessa è in crescita o meno. Scuola, lavoro e personalità Lavoro e scuola, iscrizioni alle superiori, scelta di un percorso professionale. Sapere a priori cosa ti interesserà nella vita a 13/14 anni è davvero dura. Tutto può divenire forse più chiaro provando a utilizzare una serie di strumenti online di Isfol. Ad esempio si può partire dalle caratteristiche &#8211; combinabili &#8211; della personalità: realistica, investigativa, artistica, sociale, intraprendente o convenzionale. Profilatori per chi non sa orientarsi C’è poi l’Occupazional Profiler, un sistema di autovalutazione &#8211; chissà perché con il nome in inglese &#8211; che può aiutare nell&#8217;orientamento al lavoro e alla formazione. Oppure Genius Job, ancora una volta una denominazione anglofona per un servizio italianissimo: un sistema di ricerca semantico che promette di individuare un insieme di professioni sulla base delle domande che fa all&#8217;utente. È in fase di test, e può portare a consigli surreali, ma magari può esser utile per capire come funziona il mondo. Roba da grandi forse, ma comunque utili a farsi un’idea.</p>
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]]></description>
		
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Smartphone in classe e addio tema: non temete una rivoluzione</title>
		<link>https://www.plurale.net/smartphone-in-classe-addio-tema/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jan 2018 22:26:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[smartphone]]></category>
		<category><![CDATA[telefonino]]></category>
		<category><![CDATA[televisione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.plurale.net/?p=3250</guid>

					<description><![CDATA[<p>Lo smartphone in classe è stato sdoganato dal ministero dell&#8217;istruzione (Miur). E, nello stesso tempo, la scuola italiana si accinge ad abbandonare il tema letterario. Quanto meno all&#8217;esame di terza media. Un sottile filo sembra legare le due novità, entrambe annunciate dal Miur (qui la circolare sul tema e qui il decalogo sul cellulare in classe presentato a &#8220;Futura&#8221; di Bologna il 18 gennaio 2018 &#8211;  foto di Elisabetta Nanni). Il nesso? Anzi, la strategia comune che sembrano sottindere? Sta nella lotta all’analfabetismo funzionale. Non quello semplice, quello che ti impedisce di capire un testo nella vita. Bensì quello che non ti fa muovere adeguatamente in un mondo tanto più piccolo quanto più è connesso.  Non usiamo però l&#8217;espressione &#8220;mondo digitale&#8221;. Significherebbe ridurre la complessità della nostra (davvero complessa) esistenza a una sola dimensione: quella del digitale appunto. Non è solo scuola digitale, è cambiamento Tutto il mondo non sta chiuso dentro uno smartphone. Né il contrario. Non è questione neppure di usare il cellulare per fare le ricerche – che si facevano pure prima “tagliando e incollando”, solo che era su cartelloni e quaderni &#8211; o di usare una Lim, bensì di cambiare il punto di vista sulla scuola digitale. Pensare non agli strumenti in sé – Lim, pc o tablet – bensì a come innovare l’istruzione per far dialogare sempre di più scuola e “mondo”. Un cambiamento che, in questo caso, il Miur affida ai docenti. Un atto di fiducia, per certi versi coraggioso. Come se gli animatori digitali fossero stati un lievito in un ambiente nel quale, purtroppo, ci sono ancora resistenze addirittura nei confronti del registro elettronico. Non sarà un caso, quindi, che il Miur ha annunciato &#8211; in coincidenza con l&#8217;evento di Bologna (18-20 gennaio 2018) &#8211; lo stanziamento di 25 milioni di euro per la formazione degli insegnanti sulla cultura, i temi, le metodologie digitali e dell’innovazione tecnologica. Dispositivi e prove scritte: decide sempre il prof Al “settimo suggerimento” del decalogo si legge poi: «L’uso dei dispositivi in aula, siano essi analogici o digitali, è promosso dai docenti, nei modi e nei tempi che ritengono più opportuni». E saranno sempre i prof &#8211; sulla base dell&#8217;altro documento, quello sulle prove d&#8217;esame alle Medie &#8211; a scegliere in che modo dare concretezza alle alternative al tema letterario. Alternative che sono tre. O una sintesi ragionata degli elementi essenziali di un testo o una narrazione a partire da elementi scelti dal prof oppure l’argomentazione di una o più tesi. Tutto sommato qualcosa del genere c&#8217;è già alla Maturità. Lo smartphone in classe? Resta vietato Non siamo dunque alle porte di chissà quali “terribili rivoluzioni”, come &#8211; leggendo certi editoriali o certe lettere ai giornali &#8211; sembrano paventare i fan della vecchia scuola. Quella con le lavagne con il gesso, i banchi di legno, il tema su Manzoni. E con il professore dietro la cattedra che ti sequestra il cellulare. Lo dimostra pure il fatto che il via libera allo smartphone in classe non è totale e incondizionato. Né riguarda solo i cellulari. «Voglio ribadire in ogni caso – ha detto il ministro Valeria Fedeli – che resta proibito, come stabilito dalla circolare del 2007 dell’allora Ministro Fioroni, l’uso personale di ogni tipo di dispositivo in classe, durante le lezioni, se non condiviso con i docenti a fini didattici». E quando accadrà sarà l’opportunità per insegnare ai ragazzi ad usare e non ad essere usati dalle tecnologie. La coscienza ai tempi del telefonino «Si tratta quindi – per Giovanni Boccia Artieri – non solo di sviluppare abilità tecniche ma di sostenere l’acquisizione di capacità critiche e creative. Il tutto nel pieno rispetto dell’autonomia didattica e della scelta dei docenti: sono loro a introdurli e guidare l’uso (e il non uso) in classe». Per i testi destinati a sostituire il tema letterario valgono analoghe considerazioni. «Da noi &#8211; ha scritto Andrea Gavosto su lastampa.it &#8211; prevale l’idea di didattica trasmissiva, per cui quello che sostiene il docente è una verità ricevuta: non ci si allena ad analizzare criticamente tutto quello che viene insegnato». E ancora: «Ben vengano dunque le nuove prove di italiano, in un’epoca in cui siamo circondati da fake news e false retoriche: se i docenti sapranno seguire le indicazioni, avremo compiuto un passo avanti nello sviluppare la coscienza critica dei ragazzi». Tv e cellulare, dal mezzo all&#8217;ambiente Alzi la mano, tra i genitori di oggi, chi non è nato che la tv già esisteva. Pochi, pochissimi, quasi nessuno. La televisione è stata dipinta in passato come &#8220;cattiva maestra&#8221;. Solo il ricordo delle polemiche su Goldrake e i modelli diseducativi dei cartoni potrebbe bastare. Oggi tutta quella paura sembra scemata, parlare di media education non è bestemmiare. È una paura che però è stata rimpiazzata da quella per il cellulare. Sorte diversa non è toccata al libro a stampa. Basterebbe sfogliare &#8220;Stampa Meretrix&#8220;, gli scritti quattrocenteschi contro la stampa, per rendersene conto. &#8220;A che serve lo smartphone in classe?&#8221; ci si chiede. «Quasi tutte le classi &#8211; è la risposta &#8211; hanno in dotazione un computer, ogni scuola ha un&#8217;aula di informatica e il collegamento a internet&#8220;, osserva Angelo Petrosino, maestro e scrittore, sulle colonne di Popotus del 23 gennaio 2018. Però smarphone non è solo un mezzo di comunicazione &#8211; a differenza di tv, radio o stampa &#8211; lo smartphone è soprattutto una porta di accesso a un ambiente. Un ambiente che non resta confinato in se stesso, ma è in osmosi con la vita di tutti i giorni. Proprio come dovrebbe essere la scuola. Ma che bel Byod (non solo con lo smartphone) Sono talmente tanti i vantaggi di portare a scuola i propri dispositivi mobili, godendo della connessione scolastica (il cosiddetto Byod, Bring your own device), che è difficile perfino farne un elenco esaustivo. Prova a dirlo in un battuta &#8211; presa a bruciapelo &#8211; Elisabetta Nanni, formatrice sul Piano nazionale scuola digitale e membro del gruppo di lavoro Byod. Perché un docente dovrebbe dunque scegliere di ricorrere al Byod in classe? «Perché prima di tutto &#8211; risponde Nanni in chat su Facebook &#8211; lo studente utilizza uno strumento familiare: puoi usare a casa tutte le risorse che hai già utilizzato a scuola. E di conseguenza il Byod è inclusivo. E poi perché così sviluppi le competenze di cittadinanza digitale». Ma c&#8217;è una cosa importante da dire. E che magari smonta la polemica di questi giorni. A poter essere portati in classe non sono solo gli smartphone. Benvenuto è ogni tipo di dispositivo mobile che si connetta in rete. Ma forse  &#8211; agli occhi di chi vorrebbe ancora una scuola solo analogica &#8211; questo è ancor più spaventoso.</p>
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		<title>Black Mirror non è solo un’antologia</title>
		<link>https://www.plurale.net/black-mirror-non-e-solo-antologia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jan 2018 10:17:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sche(r)mi]]></category>
		<category><![CDATA[televisione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.plurale.net/?p=3217</guid>

					<description><![CDATA[<p>Black Mirror è una serie, con un suo mondo, un suo tempo e un suo luogo. Oppure è un’antologia di episodi tra loro scollegati, accomunati soltanto dai paradossali incubi tecnologici che caratterizzano ciascuna storia? La domanda sta agitando i fan, soprattutto dopo la messa on line su Netflix della quarta stagione. Nelle puntate sono disseminati degli indizi, come un banale lecca lecca, che sembrano voler collegare tra loro gli episodi. “Please Don’t Let ‘Black Mirror’ Be a Shared Universe”, titola Wired.com, invitando a non far scivolare i singoli episodi di Black Mirror all’interno di un universo condiviso. Black Mirror: perché la consideriamo serie? In realtà l’interrogativo sembra slittare su un altro: perché, nonostante sia un&#8217;antologia,  consideriamo Black Mirror una serie? Pensiamoci bene, se ne parliamo ci riferiamo a essa come una serie. Forse è proprio il fatto di essere su Netflix, piattaforma votata alla visione compulsiva di un episodio dietro l’altro (binge-watching), a costringere oggi la produzione a disseminare in Black Mirror, pur se antologica, qualche indizio di serialità per rendere più esplicita tale natura? A ben vedere si tratta di uno sforzo inutile. Non serve introdurre negli episodi delle easter eggs, “oggetti” che &#8211; quando individuati &#8211; si traducono per gli spettatori più fedeli in piccole citazioni di altre puntate. Citazioni destinate a dare un legame, a creare appunto un universo condiviso dalle varie storie? La serialità è probabilmente percepita da noi pubblico per altre vie. E da stimoli che riceviamo quotidianamente, uno dei classici fattori di successo per i prodotti che &#8220;ti restano in mente&#8221;. Se i protagonisti siamo noi Il tempo e il luogo che ci propone Black Mirror è un futuro talmente così prossimo da essere, talora, indistinguibile dal presente. Un’operazione simile, come ambientazione e racconto, è già riuscita &#8211; ad esempio &#8211; nel 2004 a Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se ti ami ti cancello) di Michel Gondry con Jim Carrey. Le atmosfere sono plausibili, quel che accade solo un poco più in là del presente. Ci riconosciamo in quei personaggi. Quegli episodi siamo noi a viverli, perché ci ritroviamo in quel racconto, che ci appare verosimile, seppur  inquietante e paradossale. E, per questo, affascinante sebbene fantastico, tanto da indurci a un consumo ripetitivo degli episodi della serie. Amiamo i protagonisti, perché sono nostri simili. Non è difficile immedesimarsi o vedervi qualcuno che incontriamo o potremmo incontrare nella vita di tutti i giorni. Avviare la riproduzione di un episodio, ripete e declina un&#8217;azione, la nostra, che potremmo ritrovare sullo schermo. La serialità non è nel supposto universo condiviso. La serialità è nei personaggi &#8211; pur diversi di volta in volta &#8211; sui quali c&#8217;è qualche aspetto di noi che si proietta. Black Future Social Club a Milano A confermare come plausibile questa lettura è stato pure un evento promozionale di Netflix, organizzato al BASE di Milano il 13 e 14 gennaio 2018. Al Black Future Social Club l’ingresso era gratis per chi avesse avuto più di mille follower su Instagram. L’idea era quella &#8211; come ha scritto Vivimilano &#8211; «di immergersi nell&#8217;atmosfera della seguitissima serie, fra un bar del futuro in cui si paga &#8220;con i followers&#8221; e una forte attenzione al mondo dei social network, come accade in vari episodi». «Un piccolo assaggio di Black Mirror nella realtà &#8211; ha testimoniato su Facebook Anna Sidoti, una delle partecipanti &#8211; anche se in verità devo dire che la cosa più inquietante è stato il vedere/sentire che non molto cambiava da un ristorante normale, con il #foodporn, le angolazioni, le foto prima del pasto e la conta dei likes». Non molto cambiava, perché l&#8217;universo condiviso sullo schermo confina con l&#8217;universo condiviso della nostra esistenza &#8220;reale&#8221;. Quella in cui i protagonisti &#8211; seriali &#8211; siamo noi. https://www.youtube.com/watch?v=tia_7hPNeG8 Le serie antologiche degli anni 50 Gli antenati televisivi di Black Mirror &#8211; sul piano formale &#8211; possono essere individuati in Alfred Hitchcock presenta e Ai confini della realtà (Twilight Zone). Ma quelli erano telefilm per la tv nati tra metà e fine anni 50, in un&#8217;epoca nella quale gli episodi erano autoconclusivi anche per ragioni pubblicitarie. A renderli unitari e ripetitivi era la cornice data dal genere: noir quello presentato da Hitchcock e straniante e paranormale quello di Twilight. I protagonisti variavano, le storie pure. Prodotti antologici, questi due, creati per un flusso continuo analogico, nel quale lo spettatore non si costruiva il palinsesto e i tempi di consumo (era tutta un&#8217;altra televisione). Con Netflix, nella maggior parte dei casi non è così: è lo spettatore al centro, è lui a gestire la visione, a spostare il cursore o a scegliere i tempi di visione. Fino, però, a divenirne dipendente, se magari la storia è avvincente, il mistero o il fascino del racconto e dei personaggi lo rapiscono e magari i cliffhanger sono piazzati opportunamente. Black Mirror non sembra nata per questo. Ma nella piattaforma di distribuzione su cui si trova l&#8217;opportunità di un consumo bulimico e ripetitivo è implicita nel mezzo stesso. Un universo c’è. Ma non serve saperlo «In tempi di binge-watching sfrenato &#8211; ha scritto Violetta Bellocchio su Link &#8211; le serie antologiche ci obbligano a riscoprire il piacere della visione un episodio alla volta. Da Room 104 a Black Mirror, a volte ritornano». E gli oggetti evocativi che fanno da link tra storie, personaggi, situazioni? «Restano strizzate d’occhio, dettagli minuscoli nascosti per compiacere pochissimi», osserva Bellocchio, nella certezza che non è necessario sforzarsi di capire se tutti i Black Mirror sono ambientati nello stesso universo. Non serve. E ha ragione, perché quell&#8217;universo in fondo &#8211; aggiungo io &#8211; lo conosciamo già. Il filo conduttore delle serie Nelle altre serie su Netflix (ma pure su Prime Video e simili), spesso, la formula ripetitiva prevalente è quella della “prosecuzione”. Storie che si chiudono a fine episodio, ma che evolvono &#8211; magari lentamente &#8211; verso un fine, un obiettivo, una scoperta, con personaggi definiti, che crescono e si perfezionano (un po’ come i replicanti di Blade Runner, tanto per citare un vecchio saggio di Omar Calabrese). Insomma, accade nelle serie contemporanee quello che avveniva in un filone di classici della tv pre internet come Alla conquista del West o Spazio 1999 (qui gli episodi Rai). Addirittura, in virtù dell’appartenenza alla scuderia Marvel, alcune serie di Netflix hanno universi condivisi tra loro (Jessica Jones, Daredevil, Luke Cage). In Black Mirror, al di là dello schermo, ciò non accade. Black Mirror: il futuro è quasi già adesso In Black Mirror il modello temporale è quello dell’accumulazione degli episodi, riconducibili però a una realtà: la nostra. I protagonisti della serie che si ripetono, nella variazione, possono essere benissimo persone comuni, della nostra realtà quotidiana. I personaggi sullo schermo non sembrano evolvere verso una fine della storia, verso una maturazione della loro personalità che ritroveremo nella puntata successiva. Finiscono con l&#8217;episodio. Chi evolve, nella visione progressiva e ripetuta delle distopie di Black Mirror, sono coloro che stanno al di qua dello schermo. Spinti &#8211; in un&#8217;epoca nella quale prevale l&#8217;approccio predittivo (anche Google vuol indovinare cosa stiamo per chiedergli) &#8211; spostati anzi solo un po’ più in avanti nel tempo, in un futuro prossimo venturo, in uno stato di accelerazione permanente. Che è quasi già adesso. https://youtu.be/LjNhW2mR1lM</p>
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		<title>Dieci anni fa nasceva il primo giornale italiano in Second Life: 2L Italia World</title>
		<link>https://www.plurale.net/dieci-anni-fa-il-primo-giornale-in-second-life/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 May 2017 06:50:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Sche(r)mi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.plurale.net/?p=3066</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dieci anni fa, il 15 maggio 2007, nasceva su Second Life &#8220;2L Italia World&#8221;. «Second Life ha il suo primo giornale italiano», annunciava la Stampa.it (“Nasce il primo giornale italiano in Second Life”). Stesso proclama venne da AdnKronos, Rai.it (“Second Life ha il suo primo giornale italiano”), il Riformista e Repubblica.it. Lo “stampato” &#8211; 30 pagine a colori &#8211; era un’app, anzi uno script, che si sfogliava dentro il mondo virtuale &#8211; in distribuzione gratuita in 63 luoghi &#8211; o, più semplicemente via web, in pdf (l’indirizzo era www.2litaliaworld.it). «Questo giornale del metaverso &#8211; annotava all’esordio Vittorio Zambardino sul suo blog su Repubblica.it &#8211; è una buona idea. Che sia un buon prodotto dipenderà da chi lo farà e da chi saprà aiutarlo, ma è un vero e proprio solletico professionale per chi lavora nei giornali di questo universo reale. Una provocazione insomma. Una buona prima mossa, fatta di volontà e niente soldi». Il primo numero fu scaricato 35 mila volte. Nel 2007 il boom &#8211; quanto meno mediatico &#8211; di Second Life era qualcosa al di fuori dal normale. Ma quella cifra era comunque da lasciar storditi i tre fondatori. «Dalla metà del mese di maggio ad oggi abbiamo registrato 34.980 download tra versione integrale (da sola 24.115) e quella di anteprima (10.865). Su SL circa 1500 hud scaricati nel primo numero» (dall’intervista a ICTBlog) leggi la storia su Facebook</p>
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			</item>
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		<title>Marte, il futuro dal passato nel romanzo inedito dell’ex SS padre di V2 e Apollo 11</title>
		<link>https://www.plurale.net/marte-futuro-dal-passato-nel-romanzo-ss-padrev2-e-apollo-11/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Dec 2016 16:51:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#futuroesistito]]></category>
		<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[futuroesistito]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.plurale.net/?p=3009</guid>

					<description><![CDATA[<p>Viaggio per Marte, un futuro che viene dal passato. Una storia che sa di corsa allo spazio, ex nazisti e pure &#8211; immancabilmente quando si parla di avvenire e fantasia &#8211; di Walt Disney. L’occasione per rispolverare questa idea di Wernher von Braun &#8211; padre tanto delle V2 che bombardarono Londra quanto del razzo Saturno che ha portato l’uomo sulla luna &#8211; è “Progetto Marte”, un romanzo dell’ex SS tedesco passato alla fine della Seconda guerra mondiale sotto le insegne americane, insieme ai collaboratori del laboratorio di Peenemünde, nel nord della Germania. A pubblicarlo, con la cura di Giovanni Bignami (che oggi lo ha presentato assieme a Piero Angela a “Più libri più liberi” a Roma), le edizioni Dedalo di Bari. Dalla scienza alla fantascienza «Senza niente da fare &#8211; racconta l’astrofisico Giovanni Bignami &#8211; in un campo militare in Texas, von Braun chiese carta, matita e un regolo calcolatore e, nel 1946–1948, scrisse di getto un trattato di astronautica, Das Marsproject, pubblicato in Germania su “Welt und Raumfahrt”, la gloriosa rivista di missilistica e spazio». Quando l’ex nazista &#8211; offertosi prigioniero degli americani &#8211; fu presto riabilitato, nel 1946, per dar corpo ai suoi progetti spaziali si rese conto di aver bisogno di fondi. E fondi del governo degli Stati Uniti sarebbero potuti arrivare solo se la politica, sensibile al consenso popolare, avesse voluto. «Per questo &#8211; prosegue Bignami &#8211; e forse per una sua innata vena di sognatore, riprese in mano Das Marspoject e lo trasformò in un romanzo di “fantascienza tecnica” (nacque il sottotitolo A Technical Tale)». Questa idea di von Braun arrivò anche in Italia. Il 9 maggio 1954 al viaggio interplanetario fu dedicata una delle strepitose copertine della Domenica del Corriere (n. 19) a firma di Walter Molino. «Così arriveremo su Marte. &#8211; informava la didascalia &#8211; Lo scienziato tedesco Werner Von Braun, che progettò i celebri razzi V1 e V2 nell&#8217;ultima guerra, ha ideato un sistema per raggiungere il pianeta per mezzo di gigantesche astronavi a propulsione razzo. Questo favoloso viaggio non sarebbe però realizzabile prima del 2000». A pagina 7 del settimanale il servizio sulla fantascientifica promessa. Quella di Marte fu una meta più volte ripresa dai giornali italiani, come ad esempio accadde con la Stampa del 21 novembre 1957. Da von Braun a Kubrick Il volume pubblicato oggi da Dedalo è pieno di dettagli per il viaggio verso il pianeta rosso: 10 navi spaziali da 3720 tonnellate ciascuna, più altri veicoli leggeri, 70 astronauti, un calcolo di orbita poi effettivamente usato negli anni ’70. Anche l’idea di stazione spaziale orbitante a doppio anello &#8211; poi ripresa da Kubrick nella sua Odissea del 1968 e chiamata “Lunetta” (in italiano) &#8211; era in quelle pagine: sarebbe servita per costruire e dare energia al “Progetto Marte”, che è anche il titolo del romanzo finora rimasto inedito in Italia. Una storia scientificamente credibile, narrativamente assonante alla prima fase dalla fantascienza: i marziani esistono, vivono in una rete di città nel sottosuolo e hanno un sistema educativo che ricorre all’ipnopedia, con atmosfere che in Aldous Huxley erano distopiche e in un ex nazista (magari) rappresentano una società ideale. Marte senza fondi (nonostante Disney) L’azione promozionale di von Braun ebbe modo di essere rafforzata dalla sua collaborazione con Walt Disney, che diede vita a film, una trasmissione tv (Man in space) e consulenze per i parchi a tema dedicati al futuro. Ma quando nell’agosto 1969 si presentò al Congresso americano &#8211; proprio mentre era in corso la guerra in Vietnam e il gap missilistico con i sovietici colmato dall’uomo sulla Luna con l&#8217;Apollo 11 (che segnò l’inizio della fine della Space Age) &#8211; quando, si diceva, von Bruan prospettò alla Commissione del Congresso una missione umana su Marte per il 1981–1982 ottenne un voto contrario. Andremo su Marte, comunque Eppure alla domanda “Ce la farete ad andare su Marte?”, posta in quegli anni anche da Piero Angela, von Braun aveva risposto che “la parola impossibile non esiste”. D’altronde quando lo stesso Kennedy aveva annunciato dieci anni prima che gli Stati Uniti sarebbero arrivati sulla Luna alla Nasa sembrava tutto difficilissimo. Ma sotto la spinta di queste visioni &#8211; o se si preferisce pre-visioni futuribili &#8211; storicamente l’uomo ha iniziato a perseguire quelli che sembravano sogni e fantascienza. Realizzandoli. Modello stazione spaziale Potrebbe essere la stessa sorte che spetta alla missione su Marte, pianeta mille volte più lontano della Luna. Infatti la spinta a questa sfida “impossibile” per l’Umanità (che in teoria, come ha osservato Angela, potrebbe essere affidata ai robot) porterà a inventare di tutto. E sarebbe la ricaduta tecnologica &#8211; al pari di quella seguita alla corsa allo spazio &#8211; la motivazione che porterebbe a finanziare questa esplorazione degna di rinnovare &#8211; fatte le dovute proporzioni storiche &#8211; l’avventura di Magellano. Ma chi la finanzierà? Von Braun, in una fase critica della storia statunitense non trovò fondi e il suo progetto rimase un romanzo. Oggi &#8211; quando Marte torna in auge nella fiction scientifica (sia cinematografica, con “Sopravvissuto &#8211; The Martian”, che con la serie di National Geographic) secondo Bignami potrebbe essere frutto di un accordo tra le stesse nazioni, e forse qualcuna di più, che hanno dato vita alla stazione spaziale. In fondo la guerra fredda non c’è più, i russi con gli americani condividono la stazione orbitante. Luogo di incontro tra potenze, già prefigurato da Kubrick nel “solito” Odissea, potrebbe essere davvero il trampolino di lancio verso Marte. https://youtu.be/PlPMxgHQKg8 Salva</p>
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		<title>Storia ipotetica della Madonna delle Grazie, simbolo del Giubileo di Francesco</title>
		<link>https://www.plurale.net/storia-ipotetica-simbolo-giubileo-misericordia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Nov 2016 15:48:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 20 novembre 2016 è stato chiuso da papa Francesco il Giubileo della Misericordia. In piazza San Pietro, come immagine simbolo, è stata portata la Madonna delle Grazie di Magliano Sabina.Una classica Madonna della Misericordia, si direbbe,  che però è circondata da un alone di leggenda, anche perché attorno alla ricostruzione delle sue origini si intrecciano una serie di affascinanti ipotesi che hanno spaziato dagli iconoclasti, alla Repubblica di Venezia, alla battaglia di Lepanto fino a coinvolgere, forse incredibilmente, Federico da Montefeltro e la scuola di Piero della Francesca. La Madonna delle Grazie, poi, in occasione di alluvioni e cataclismi, nei secoli scorsi era portata in processione per le vie della città, affinché mettesse al riparo i maglianesi dalle calamità. Nel 1989 mi divertii a raccogliere le storie e le leggende per una mostra fotografica dell&#8217;Archeoclub d&#8217;Italia. Ne ripubblico un estratto, con l&#8217;avvertenza che alcune di quelle considerazioni sono state ormai superate &#8211; giustamente &#8211; dalla ricerca e dai recenti restauri. Federico Zeri infatti attribuì la Madonna delle Grazie alla Bottega di Lorenzo da Viterbo, Sandro Santolini, nel 2001, a Pancrazio Iacovetti da Calvi. La pala è stata datata tra l&#8217;ottavo e il nono decennio del XV secolo. STORIA E LEGGENDA (1989) La Madonna delle Grazie di Magliano Sabina è uno di quei dipinti che affascinano gli studiosi. E non solo per il suo valore estetico, ma soprattutto per l&#8217;alone di mistero che lo circonda. Da dove viene? Chi ne è l&#8217;autore? A che epoca risale? Sono domande che non hanno trovato finora risposte, bensì solo ipotesi. Quattro teorie, per la precisione, in un certo qual modo tutte più o meno verisimili e tutte fitte di interrogativi. Vediamole. Mariano torna dalla battaglia La datazione della Madonna delle Grazie si regge tutta sul Santissimo Salvatore. Nel &#8216;400 Mariano Falconi, generale della Repubblica di Venezia, al ritorno dalle guerre contro i Turchi portò in dono a Magliano, la sua città, una tavola dipinta. Vi era raffigurato un Salvatore benedicente, con disegnato ai piedi un falcone, stemma della famiglia di Mariano. Insieme al Cristo, vuole la leggenda, Mariano donò anche il quadro della Madonna, strappata ai Turchi o donata dai cristiani orientali e, non si sa come, scampata prima ancora agli iconoclasti, quegli imperatori cristiani cioè che dal 726 distrussero tutte le immagini sacre d&#8217;Oriente. Questa versione attribuisce il quadro a un pittore orientale precedente all&#8217;anno Mille. E che la pala sia stata trasportata a Magliano nel &#8216;400 lo dimostrerebbe il fatto che nello stesso periodo fu donato il Santissimo Salvatore. È la tesi di Antonio Maria Bernasconi [Bernasconi, Antonio Maria, “Storia dei Santuari della Beata Vergine in Sabina”, Siena, 1905, ristampa Castelmadama, 1987]. Ma, vien da chiedersi, cosa ci faceva un maglianese a Venezia? E soprattutto perché era impegnato in quelle che non erano più crociate ma conflitti fra due potenze? Mariano era davvero di Magliano o era veneto? Sia come sia, la nobiltà dei Falconi venne ereditata dalla famiglia Paluzzi, insieme a questa leggenda. Un dubbio. Le pale, sia del Salvatore che della Madonna, sono davvero quadri paleocristiani? A rispondere sì sono due autori, il già citato Bernasconi, canonico penitenziere della Cattedrale di Sabina, e il Moroni, autore del famosissimo ed enciclopedico &#8220;Dizionario di erudizione storico ecclesiastica&#8221;. Ma qui sconfiniamo con la seconda versione. Prima però vediamo cosa ha da precisare sui Falconi Sperandio. La nobil stirpe de&#8217; Falconi Quando è vissuto Mariano? La genealogia dei Falconi è conservata in un inventario nell&#8217;archivio del Monastero di Santa Croce, fondato, secondo lo Sperandio, da questa nobile casata. Ma Santa Croce risale al 1265, epoca assai remota rispetto al primo Falconi di cui si ha memoria, tal Rainiero, in vita nel 1480, figlio di Paoluzio Falconi marito di Maddalena Troili degli Orsini [Mortin, M. “Monastero di S. Croce di Magliano Sabina” Cenni Storici, Estratto dal “Bollettino Diocesano” per la Diocesi Suburbicaria di Sabina e Poggio Mirteto, anno 1966, numero 1 e Sperandio, Francesco Paolo “Sabina Sagra e Profana Antica e Moderna”, Roma, 1790, ristampa Bologna, 1967]. Lo stesso manoscritto indica poi che Pietro, nipote di Angelo Falconi, fu marito di Francesca, figlia di Andrea di Alviano; che Giuliano, figlio di Angelo Falconi, ebbe per moglie Giacoma nata da Bertoldo Orsini, principe di Monterotondo. I due ebbero questi figli: Gabriele, Guerriero, Silvio, arciprete e vicedomino di Sabina, Enea, giurista, autore di due trattati di cui uno datato 1543 e, infine, il nostro Mariano Falconi. Quindi il generale Falconi, largitore del quadro, sarebbe vissuto alla metà del &#8216;500. Tutto a confermare che fu la sua una partecipazione a una lega cristiana contro i Turchi (battaglia di Lepanto?) e non una semplice militanza nella flotta veneziana, cosa che invece si dovrebbe ammettere accettando la tesi del Bernasconi. Eredi dei Falconi si dichiararono i Paluzzi. Famiglie Falconi, secondo lo Spreti, furono a Fermo, a Bari, a Taranto e a Lecce. Quelli marchigiani, provenienti da Parma nel 1391, non si mossero mai da Fermo; i baresi nel 1328 si trasferirono a Firenze, poi a Bologna, Lucca, Milano, Piacenza: lo stemma dei Falconi di Bari è simile a quello dei maglianesi. I leccesi, infine, ebbero un Giovanni Antonio che difese Otranto dai Turchi nel 1480. Dopo questa precisazione &#8220;cronologica&#8221; torniamo alla seconda teoria. Quel cedro sa d&#8217;antico San Luca dipingeva. E dipingeva anche su legno di cedro. L&#8217;Evangelista aveva seguaci pure fra i pittori, i quali diedero vita alla scuola che porta il suo nome. Alla fine del 1800 il Moroni attribuisce la Madonna maglianese proprio alla scuola di San Luca. Ipotesi che sembra avventata anche al Bernasconi. Il quale proprio per l&#8217;essere l&#8217;opera su legno di cedro dice che sia da ritenere paleocristiana, ma un po&#8217; più recente della scuola dell&#8217;Evangelista. &#8220;E questo appunto – scrive – viene attestato da persone d&#8217;autorità superiore a qualunque eccezione, questo si deduce dai suffragi dei periti d&#8217;arte&#8221;. Il più antico &#8220;ritratto&#8221; della Madonna ad opera dei primi cristiani è collocato da molti a Montevergine, vicino Avellino, mentre una copia si trova a Santa Francesca Romana, presso il Palatino: sono attribuiti entrambi alla scuola di San Luca. E anche per loro si parla di Turchi e di cristiani. Ma quelle due madonne, anche all&#8217;occhio dell&#8217; inesperto, sono troppo diverse dalla Madonna delle Grazie. Possibile che qualcuno l&#8217;abbia ritoccata nei secoli successivi? Alle madonne di Montevergine e di Santa Francesca Romana è capitato. Se ne sono accorti due grandi dell&#8217;arte e dell&#8217;archeologia italiana: Margherita Guarducci, smascheratrice della falsa fibula prenestina e individuatrice della tomba di San Pietro, e Pico Cellini, scopritore e restauratore del Caravaggio. È proprio da quest&#8217;ultimo, omonimo del benvenuto orafo, cesellatore e scultore del &#8216;500, che gli studiosi locali hanno preso spunto per formulare la terza ipotesi. Teoria, è bene precisarlo, che non è affatto a firma del noto restauratore, ma è stata ipotizzata sulla base di alcune circostanze storiche. Eccovela. L&#8217;inverno di Federico Mentre era a passeggio per Magliano, qualche anno fa il brillante professor Pico Cellini venne accompagnato davanti alla pala della Vergine. “Sembrerebbe il pennello di un allievo di Piero della Francesca” esclamò. Di sicuro il quadro risaliva al 400 e non era paleocristiano. Stesso discorso per il Santissimo Salvatore, trecentesco, rievocante i pennelli degli allievi di Simone Martini, ma visto dall&#8217;illustre esperto solo in fotografia. Fra i personaggi sotto il manto di Maria sembra spiccare un caratteristico berretto rosso: quello di Federico da Montefeltro, duca d&#8217;Urbino e protettore di Piero della Francesca. Narra Guerriero da Gubbio, cronista delle gesta dell’Urbinate, che il duca insieme al suo esercito trascorse a Magliano l’intero inverno fra il 1460 e il 1461. Federico era impegnato a bloccare i Savelli nelle loro scorrerie per lo Stato pontificio, ma il gelo aveva fatto sospendere la missione. Anche la moglie Battista Varana, fra il marzo e il maggio del 1461, lo raggiunse in Sabina. I Montefeltro amarono e furono amati dai maglianesi. La Varana prese a ben volere le donne maglianesi. Federico lasciò persino un diploma di gratitudine al popolo di Magliano. Non sarebbe da escludere che il duca abbia lasciato anche un quadro, se non di Piero, di un suo seguace? Ma è proprio il duca quell&#8217;uomo sotto la Vergine? Il copricapo rosso era diffuso all’epoca e Federico, perdipiù, si sarebbe fatto ritrarre proprio da quel lato dove aveva un occhio leso? [nota del 2016: se si osservano le varie Madonne della Misericordia si nota invece che esiste una convenzione pittorica: schierare gli uomini a sinistra della Vergine e le donne a destra e quindi la posizione sarebbe plausibile]. E se quel personaggio fosse invece il buon Mariano Falconi? Tutto è possibile, ma mancano le prove. Dentro la macchina un dipinto Nel 1872 il Guardabassi vide il nostro quadro dentro alla macchina processionale e gli parve di scuola toscana. Era già stato interamente ridipinto e, nelle parti più guaste, ricoperto da una lamina argentata, aggiunta fra il 1672 e il 1790 [furono i Padri della Mercede ad applicarla, come informa Sperandio]. Luisa Mortari, invece, è convinta che la Madonna sia di scuola umbro laziale, con affinità con l&#8217;ambiente di Lorenzo da Viterbo, il quale dipinge folle e ampi spazi sull&#8217;esempio di Piero della Francesca, nonché somiglianze col pittore degli affreschi del palazzo ducale di Tagliacozzo. La data, buttata là guardando allo stile, è 1480 circa. In effetti prima del 1484 la chiesa era già stata dedicata alla Madonna delle Grazie. E punti di contatto con la tesi precedente e l&#8217;ipotesi formulata da Racioppa ce ne sono: Lorenzo da Viterbo era pierfrancescano [nota del 2016: l’opera è stata attribuita a Lorenzo da Viterbo da Federico Zeri, che ha visionato il quadro, mentre il riferimento a Ettore Racioppa è alla prima parte del catalogo, di cui è autore e dal quale è tratto questo stesso estratto a mia firma, che ne costituiva la seconda parte] . In una parola la pala sarebbe stata commissionata a qualche pittore della zona, forse da un Falconi. Il quale l&#8217;avrebbe poi spacciata come bottino di guerra? Il manto della vergine sarebbe perduto, coperto com&#8217;è da una spessa pittura molto recente, e stessa sorte è toccata al fondo. Da esso riemergono, grazie ad un restauro precedente al 1957, parte della figura di Dio e alcune teste di figurine in basso. Ma anche nel 1858 già si vedeva quel che vediamo oggi. E allora, quelle sul Falconi che da Venezia porta questo dipinto alla sua città sono davvero fandonie? E il Salvatore, della metà del 1400 secondo la Mortari e restaurato nel 1957, affine per l&#8217;illustre studiosa ai modi da Francesco da Viterbo, fu donato davvero insieme alla Madonna? Cosa si nasconde sotto le vernici dei &#8220;restauri“ compiuti? Venezia, scuola della Misericordia La verità è forse nascosta fra i porteghi, i campi e le calli di Venezia. Nella Serenissima dal Mille fino alla dominazione napoleonica i veneziani si sono riuniti in una sorta di confraternite: le scuole. Una di esse era la scuola della Madonna della Misericordia e la Madonna della Misericordia di Magliano, detta Madonna delle Grazie per i miracoli compiuti, potrebbe appartenere a un ciclo pittorico commissionato nel &#8216;400 o nel &#8216;500 dalla scuola veneziana. La leggenda del dono di Mariano Falconi, generale veneto, e la datazione della pennellata tardo quattrocentesca e non paleocristiana potrebbero così coincidere [nota del 2016: datazione smentita dalle recenti ricerche]. I Falconi inoltre, mentre sono del tutto scomparsi a Magliano, hanno ancora omonimi nella laguna veneziana. (omissis) [tratto da Edoardo Poeta, &#8220;Storia e Leggenda&#8221;, parte II, &#8220;La pala della Madonna delle Grazie&#8221;, Archeoclub d&#8217;Italia, catalogo della mostra “Studio per un recupero – Mostra fotografica di una tavola del XV secolo”, 2 settembre 1989, Madonna delle Grazie, Magliano Sabina]</p>
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		<title>Nel 1935 immaginavano che la televisione avrebbe portato la posta</title>
		<link>https://www.plurale.net/nel-1935-immaginavano-che-la-televisione-avrebbe-consegnato-la-posta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Apr 2016 20:11:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#futuroesistito]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[futuroesistito]]></category>
		<category><![CDATA[televisione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;La televisione porterà le mail&#8221;. L&#8217;annuncio è del marzo 1935. E pare di vederlo lo schermo &#8211; in questa previsione naif, come gran parte del futuro immaginato allora &#8211; che mostra la nonna della posta elettronica. Solo che quella era, secondo quella previsione, una sorta di &#8220;radioposta&#8221;. A firmare l&#8217;articolo su un avvenire prossimo venturo per Modern Mechanix and inventions, rivista di scienza popolare americana, fu David Sarnoff. L&#8217;ebreo russo che prediceva il futuro della tv Originario di Minsk, ebreo, grande radioamatore, tra quelli che ricevettero lo Sos del Titanic e, come si sarebbe detto qualche anno dopo, &#8220;futurologo&#8221;, Sarnoff era presidente della Radio corporation of America. La RCA, per intenderci. Un laboratorio all&#8217;avanguardia nella nascita di quella che sarebbe divenuta la televisione. La prima emissione tv andata in onda, sotto il marchio NBC, fu introdotta nel 1939 dallo stesso Sarnoff. Oggetto della trasmissione? Il padiglione della RCA alla fiera mondiale di New York di quello stesso anno. Insomma, i soliti ingredienti che ho ritrovato, tra fine anni &#8217;50 e primi &#8217;60, nello scrivere &#8220;Il futuro è sempre esistito&#8221; (qui il sito): esposizioni internazionali, reti di comunicazione planetarie e idee per un domani che, in parte, si è realizzato. Con modalità ben diverse, però. Radio, televisione e mail insieme verso il domani Cosa sostiene Sarnoff su Modern Mechanix annata 1935, che colloca pure in copertina il richiamo all&#8217;articolo sul futuro delle comunicazioni, ritenute  pietre miliari della civiltà? Che sarebbe stato vicino il giorno in cui sarebbe valsa la pena tanto di dettare allo stenografo una lettera, ricontrollarne la stesura e affrancarla, quanto spendere cinquanta centesimi o un dollaro per una rapida consegna e un&#8217;immediata risposta. E il mezzo per farlo sarebbe stato il fax, via onde corte. Un sistema che &#8211; la cosa non sorprenda &#8211; sfruttando la stessa filosofia dell&#8217;alfabeto Morse già permetteva la teletrasmissione di immagini. Si sarebbe pure tentato di distribuire giornali via radio fax, con esiti pressoché disastrosi in termini commerciali. E i passi in avanti della ricerca per il facsimile avrebbero portato anche ad accelerare, secondo Sarnoff, la nascita della televisione. Insomma, radio, tv e mail avrebbero condiviso il loro percorso verso il futuro. Le email consegnate sulla stampante Quel che si immaginava era una consegna a stampa, più che a schermo, delle lettere. Fatto sta che &#8211; se corriamo avanti nel tempo e arriviamo al 1971 &#8211; quando Dick Watson della SRI International, uno dei fornitori del DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency), l&#8217;agenzia di ricerca della difesa statunitense, scrisse un memo intitolato “Mail Box Protocol” &#8211; in pratica uno dei documenti che precedettero l'&#8221;invenzione&#8221; dell&#8217;email &#8211; nel quale dava per scontato che tutte le email dovessero essere stampate appena consegnate. Erano 72 battute per riga su massimo 66 righe. Una stampa che invece Ray Tomlinson della Bolt Beranek and Newman (BBN), società anch&#8217;essa impegnata con DARPA in Arpanet (l&#8217;antenato di internet), aveva reputato del tutto inutile. L&#8217;email &#8211; come facciamo oggi &#8211; si sarebbe potuta leggere a schermo (non sulla tv, apparecchi che riescono a confondere soltanto per il canone Rai). Tomlinson è un&#8217;altra persona cui dovremmo rivolgere un ricordo ogni volta che scriviamo un indirizzo email (è scomparso ai primi di marzo). Infatti Tomlinson è l&#8217;inventore della chiocciola, quella che i più raffinati pronunciano come &#8220;at&#8221;, i quale pensò potesse servire a distinguere nelle email scambiate in Arpanet l&#8217;utente dall&#8217;host dove si appoggiava l&#8217;account di posta elettronica. Troppa la posta elettronica per la difesa statunitense Curiosa la vicenda, raccolta sempre dal grande esperto di retrofuturi Matt Novak dai ricordi dell&#8217;ex direttore Arpa Steve Lukasik, del fatto che la difesa americana fosse preoccupata per l&#8217;eccesso di traffico provocato dalle email all&#8217;interno della rete. Una delle ragioni per cui il dipartimento decise di separare il network in due: da una parte quello militare, il MILNET, e dall&#8217;altra quello della ricerca che si sarebbe continuato a chiamare Arpanet. E dalla cui esperienza sarebbe nata Internet. Una rete nella quale &#8211; dopo Facebook, WhatsApp, Snapchat eccetera &#8211; anche l&#8217;email sul televisore, pardon, sullo schermo appare qualcosa vagamente vintage.</p>
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		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Mar 2016 21:37:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#futuroesistito]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[futuroesistito]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le Smart infilate le une sopra le altre in una torre vetrata, quasi fossero modellini nelle scatole sul banco di un giocattolaio? Il fantascientifico parcheggio robotizzato dell&#8217;Urban Mediaspace di Aarhus in Danimarca? O il bizzarro distributore automatico di auto di Nashville? Sono tutte idee che affondano le radici nel 1933. Il futuro dell&#8217;auto visto dagli anni &#8217;30 Alla fiera mondiale di Chicago, una delle prime grandi esposizioni dedicate al domani dopo la crisi del &#8217;29, fu mostrato il Nash Motors automobile elevator display, un sistema ad ascensore realizzato dalla Whiting Corporation che permetteva di esporre le vetture in verticale, proprio come i primi posteggi multilivello automatici. Anzi, il progetto &#8211; da un brevetto del 1925 dell&#8217;ingegnere James E. Morton &#8211; era stato concepito per un parcheggio che, grazie a una movimentazione a catene, permetteva al proprietario di recuperare la sua auto presentando un ticket al guardiano, il quale a sua volta con un bottone attivava il recupero automatico della vettura (il documento della Whiting). Stesso concept del parcheggio aperto nel 2014 ad Aarhus o della vending machine di autovetture a Nashville (2015), la quale funziona con un gettone acquistato online a qualche migliaio di dollari, anziché con il più economico biglietto del parking. La concessionaria avveniristica di Nash Motors Nel domani del 1933, nel quale le città si immaginavano come sviluppate in altezza e intasate dal traffico, in quegli anni &#8217;30 che sarebbero stati contraddistinti dai prototipi di inventori indipendenti e del cambio di aspetto annuale dei modelli della General Motors di Alfred E. Sloan, proprio come anteprima infinita dell&#8217;avvenire, in quell&#8217;epoca insomma, lo showroom a vetri della Nash Motors era un&#8217;idea plausibile per un futuro prossimo venturo. Non solo. Era anche il modo per distinguersi &#8211; con quelle auto in continua rotazione nell&#8217;espositore illuminato nella notte di Chicago &#8211; rispetto ai suntuosi edifici che avevano le altre case automobilistiche. Ed era anche un metodo per vendere ai clienti due modelli di auto, a partire da 695 dollari per la Big Six. Un&#8217;innovazione costruttiva, quell&#8217;edificio a vetri, degna di essere immortalata negli scatti degli specialisti della foto architettonica Ken Hedrich e Henry Blessing e consegnata alla memoria del Chicago History Musem. La prima aria condizionata della storia dell&#8217;auto La Nash Motors, casa automobilistica americana scomparsa negli anni &#8217;50, sarebbe stata avvezza ad abbinare il proprio nome all&#8217;innovazione, in altre parole &#8220;al futuro&#8221;. Sempre negli anni &#8217;30 avrebbe infatti lanciato il Weather Eye (video), il primo sistema di conditioned air (non di air conditioning) per automobili. Non mancarono agli ingegneri della casa idee bizzarre, come quella del doppio letto posteriore come optional nelle vetture. Vedere alla fiera del futuro di Chicago del 1933 quella teoria infinita di auto, muoversi di continuo, dall&#8217;alto in basso e viceversa, giorno e notte, all&#8217;interno di una torretta a vetri, era coerente con le visioni di un meraviglioso domani, il domani del riscatto dalla Grande Depressione, considerato a portata di mano. Germania, la patria delle macchine nelle torri Un&#8217;idea &#8211; quella mostrata alla Century of Progress International Exposition di Chicago &#8211; che suona ancor oggi futuristica, se si guarda il garage silos della Volkswagen Autostadt, la città dell&#8217;auto del gigante di Wolfsburg, che ha ispirato una scena di Mission Impossible &#8211; Protocollo fantasma del 2011. All&#8217;Audi Ingolstadt museum c&#8217;è un sistema di elevatori, con le auto che vengono fatte ruotare. E sempre in Germania non è difficile trovare sul web produttori di espositori a vetri verticali per autovetture. Uno di questi è la Otto Wöhr GmbH , che già nel 1962 a Monaco aveva installato un sistema elettromeccanico per raddoppiare la capienza del parcheggio di Zittelstrasse. E un anno prima del fatidico 2000, quella data che appariva come il futuro remoto inseguito dalle visioni di tante fiere mondiali e tanta letteratura, Wöhr avrebbe presentato una Car Display Tower alta 28 metri. Compri la vettura online e te la consegna un robot Sempre tedesca &#8211; della Nussbaum, con sede non lontano da Strasburgo &#8211;  è la tecnologia del primo distributore automatico di automobili degli Stati Uniti, realizzato a Nashville da Carvana. Inserisci un maxi gettone e la vettura, che hai acquistato online, ti viene consegnata da un robot-piattaforma. Un po&#8217; come prendere le caramelle dalle macchinette. Al pari delle Smart esposte come se fossero in un negozio di giocattoli, l&#8217;acquisto di un&#8217;automobile evoca anche in questo caso l&#8217;infanzia. Comprarsi un&#8217;auto &#8211; nel futuro &#8211; è un gioco da ragazzi, verrebbe da dire. Ragazzi che erano stati immaginati nel 1933. Il parcheggio dell&#8217;Urban Mediaspace ad Aarhus I posteggi &#8220;automatizzati&#8221; anni &#8217;30 Il distributore automatico di automobili di Nashville</p>
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		<title>Benvenuti a Roma: il senso inverso dell’autobus</title>
		<link>https://www.plurale.net/benvenuti-a-roma-il-senso-inverso-dellautobus/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Feb 2016 10:32:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[Italia paese straordinario]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[pubblica amministrazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.plurale.net/?p=2869</guid>

					<description><![CDATA[<p>Meglio il bus. O il tram e il treno. Al car sharing non mi avvicino per codardia. È risaputo che non amo perdermi. Pure se ho il navigatore. Poi se so la strada a memoria &#8211; o ho la mappa in testa, come mi accade per i luoghi che amo &#8211; posso orientarmi quasi senza cartina. È capitato con Parigi e Venezia. Non così per Roma. Un giorno, ad esempio, capirò da che parte sta Ponte Milvio rispetto all&#8217;uscita dal ponte di corso Francia. E sempre un giorno &#8211; ma ne dubito &#8211; capirò come funzionano i trasporti pubblici capitolini. Non le reti e i percorsi, neanche gli orari e i biglietti, che ho sempre timbrato. E per un lungo periodo l&#8217;ho fatto tra gli sguardi sorpresi degli altri passeggeri. Tutto chiaro. Quel che mi sfugge è chi fa muovere i mezzi pubblici. Stamattina avevo un impegno che iniziava alle 8,30. Contando sulla mentalità di quest&#8217;area geografica, ho aggiunto un quarto d&#8217;ora di flessibilità. Zero traffico. Di sabato, se è presto, a Roma può capitare. Sono sotto la palina intorno alle 7 e tre quarti. Eccolo il bus. Salgo. Accendo la app che mi conta le fermate avvertendomi quando devo scendere. Lo so, è il solito problema, tra vie e viuzze e pure un po&#8217; di distrazione talvolta salto la discesa giusta. Poi recupero alla successiva. Stavolta i tempi sono stretti. Moovit però non parte, anzi va al contrario rispetto alla destinazione che gli avevo impostato. &#8220;Ti pareva&#8221;. Mentre il bus imbocca il lungotevere una giovane filippina si avvicina all&#8217;autista. Lei ci parla, pure se non si potrebbe. Ma d&#8217;altra parte quell&#8217;uomo sta conversando con i pochi altri passeggeri che si affollano attorno al posto di guida. «Mi scusi, ma non va in direzione Tiburtina?». Il conducente sobbalza. «No, veramente&#8230;». La donna, cortese e timida, esclama: «Allora ho sbagliato direzione». Mi allerto pure io. Nella mia solita distrazione devo esser salito sul bus che va nel senso inverso a quello che porta al mio appuntamento. Ed esclamo: «Pure io allora devo aver preso la linea in senso inverso!». L&#8217;autista, un po&#8217; imbarazzato, rallenta e si ferma a metà di un ponte sul Tevere, dove non ci sono fermate: «No, ho sbagliato direzione io. Scusatemi». Un conducente di autobus che si sbaglia sulle vie di Roma? Deve essere la mia nemesi da smarrimento: ora mi insegue pure sui mezzi pubblici. Quelli che non dovrebbero sbagliare mai. Le scuse stavolta, però, non mi viene spontaneo accettarle. Scendo per andare verso la fermata che il distratto dell&#8217;Atac mi indica per prendere la stessa linea nella direzione inversa (e giusta). Solo che l&#8217;altro bus passa, senza che io riesca ad attraversare per tempo il larghissimo tratto di lungotevere. Visto l&#8217;orario di passaggio del successivo mezzo e la durata stimata del percorso non mi resta che tornare, a piedi, all&#8217;auto ferma nel parcheggio di scambio. Provo ad affrontare le vie di un pezzetto di città. Contribuisco con un po&#8217; di polveri sottili alla dose quotidiana che i romani assorbono. E una volta a destinazione &#8211; &#8220;Tanto ci sono le strisce blu, nessuno spenderà un capitale per stare ore&#8221;, mi dico &#8211; scopro che tutti, ma proprio tutti, i parcheggi a pagamento nel raggio di un chilometro sono occupati. Ecco, come funzioni per i residenti non so, ma qualcosa mi dice che siano le loro auto in sosta lì, mentre dormono a casa beati. Il mio appuntamento sta saltando. Giro e rigiro per mezz&#8217;ora. Neppure con il car sharing ce l&#8217;avrei fatta a trovare un posto. Il gas di scarico appesta il quartiere. Spero abbiano le finestre chiuse. Vagli a spiegare che stamattina un autista dell&#8217;Atac si era distratto e che io sono tornato a casa senza aver concluso nulla.</p>
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		<title>Laudato si’, ecco le differenze tra la bozza e la versione finale dell’enciclica</title>
		<link>https://www.plurale.net/laudato-si-ecco-le-differenze-tra-la-bozza-e-la-versione-finale-dellenciclica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2015 17:56:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[papa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.plurale.net/?p=2817</guid>

					<description><![CDATA[<p>View image &#124; gettyimages.com Le 192 pagine dell&#8217;enciclica papale &#8220;Laudato si'&#8221; anticipate dal sito dell&#8217;Espresso differiscono dalla versione ufficiale presentata ieri per il due per cento. Sono 15 le pagine nelle quali un software per il confronto dei testi (DiffPDF) individua delle variazioni, che in un solo caso arrivano al sei per cento. In due pagine si ferma al due per cento, in altre due al tre e il resto è sotto all&#8217;un per cento di diversità. Differenze formali, si dirà. E infatti il programma intercetta le modifiche di impaginazione: un &#8220;a capo&#8221;, ad esempio, può far registrare una differenza, così come un refuso corretto. Anche il nome del documento memorizzato sul server del sito vatican.va può essere interessante: &#8220;papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si_it.pdf&#8221;. Spesso la cifra &#8220;20150524 sta a indicare la data della versione e questa potrebbe esser tradotta in 24-05-2015. Dal confronto dei testi pdf si può leggere cosa c&#8217;è, nelle espressioni e nella sostanza, di differente tra la bozza e la stesura finale, quella da destinare alle stampe dopo esser stata esaminata da uno o più correttori. Eccole. Scarica confronto su pdf L’anticipazione dell&#8217;enciclica sull&#8217;ambiente di Bergoglio è stata attribuita agli ambienti conservatori per attaccare Francesco e indebolirne il messaggio. Si sarebbe trattato di un vatileaks, insomma. «È stato pubblicato &#8211; aveva precisato lo stesso 15 giugno il portavoce vaticano padre Federico Lombardi &#8211; il testo italiano di una bozza dell&#8217;Enciclica del Papa Laudato si&#8217;». Insomma, non la versione finale. Ma quest&#8217;ultima si discosta poco dalla stesura definitiva. La precisazione del direttore della sala stampa che si trattava di una bozza era accompagnata dal richiamo alla regola dell&#8217;embargo . “Sotto embargo” è un&#8217;espressione con cui qualunque cronista accreditatosi almeno una volta alla sala stampa vaticana ha avuto a che fare. Il divieto di pubblicare comunicati o documenti prima di una data convenuta è annoverato dal Vaticano tra le norme etiche della professione giornalistica. Violarlo può costare la sospensione, se si lavora a Radio Vaticana. Per tutti gli altri la violazione dell&#8217;embargo la revoca dell’accreditamento. E Sandro Magister, vaticanista de l’Espresso, proprio per questi scoop è stato “sospeso a tempo indeterminato” dalla sala stampa del Vaticano. Non è stato il primo: nel 1995 ad esempio Miguel Castelvi, del quotidiano spagnolo ABC, lo fu per sei mesi per aver anticipato di un giorno l&#8217;enciclica &#8220;Evangelium vitae&#8221; di Giovanni Paolo II. Stavolta, però, non si trattava del documento ufficiale. E come ha osservato il Messaggero.it non sono mancate le polemiche in quanto «il Vaticano, infatti, non ha mai consegnato ai giornalisti la bozza dell&#8217;enciclica, sulla quale, quindi, non poteva pesare alcun embargo». Solo che una differenza del 2 per cento con la versione finale la rendeva forse qualcosa di più che un draft.</p>
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		<item>
		<title>Le parole che non ti ho detto</title>
		<link>https://www.plurale.net/le-parole-che-non-ti-ho-detto-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2015 10:21:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#futuroesistito]]></category>
		<category><![CDATA[Galassia Mc]]></category>
		<category><![CDATA[fantascienza]]></category>
		<category><![CDATA[skype]]></category>
		<category><![CDATA[telefono]]></category>
		<category><![CDATA[traduzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In “Guida galattica per autostoppisti” Babel Fish è un pesce da infilare nell’orecchio per ascoltare, tradotte nella propria lingua, le parole pronunciate in un’altra. Era il 1979 quando Douglas Adams pubblicava quel romanzo. Diciotto anni dopo Systran e Altavista, uno dei primi motori di ricerca, lanciarono il primo traduttore automatico online. Babelfish, appunto. Oggi usare Google translator è prassi quotidiana, pur se con qualche esilarante risultato. Ma forse proprio queste imperfezioni lo rendono (ancora per un po’) umano. Studiare le lingue, un optional Il Tardis, la macchina del tempo dall’aspetto di una cabina telefonica blu del “Doctor Who” (serie anni ’60 di BBC), aveva tra le proprie funzioni quella di traduttore automatico. Da qualche settimana Skype offre in Italia, in anteprima, un servizio telefonico che promette un analogo risultato. Ma solo nelle conversazioni tra inglese, spagnolo, cinese e — un po’ a sorpresa — italiano. Non servirà più conoscere le lingue per conversare con individui di ogni angolo del mondo. Anche dal cellulare. Il telefono tradurrà con una voce sintetica quel che ci stiamo dicendo. Il sogno dell’Universal translator di “Star Trek” sembra destinato a realizzarsi. L’utopia della comprensione universale Come ogni nuova tecnologia di comunicazione —la stessa sorte toccò alla radio — si potrebbe arrivare a immaginare l’inizio di una nuova era. Un’epoca fatta di universalismo e, solo per questo, di “pace mondiale attraverso la comprensione” (lo slogan di The New York World’s Fair del 1964–65, che dei ‘telefoni del futuro’ fu il tripudio). Eppure questa presunta e intrinseca vocazione, tanto per dirne una, si scontra con l’utilizzo dei traduttori automatici in scenari di guerra. La Defense Advance Research Projects Agency (DARPA), agenzia americana per la difesa, ad esempio ha sperimentato il TRANSACT per permettere ai soldati in Iraq di comprendere l’arabo. D’altra parte la radio fu preziosissima nel coordinare le truppe durante la seconda guerra mondiale. Lingue, occhi per guardare la realtà “Technology is neither good nor bad; nor is it neutral”. «La tecnologia non è né buona né cattiva. Ma non è neppure neutrale», diceva Melvin Kranzberg. Il discorso vale, ovviamente, pure per Skype traduttore. Mettiamo per ora in secondo piano il fatto che la voce sintetica che fa da interprete non riesce a trasmettere tono, emozioni o tic rivelatori. Non è escluso lo possa fare in futuro: la Microsoft, proprietaria di Skype, ha già annunciato occhiali che leggono le emozioni. Con la voce sarà forse più facile. Il punto cruciale è che conoscere e, soprattutto, parlare un’altra lingua ci fa guardare la realtà con occhi diversi a seconda di quella che usiamo. Non è una convinzione di qualche idealista cultore degli idiomi o dei dialetti, bensì il risultato di una ricerca pubblicata da Panos Athanasopoulos (Lancaster University) su “Psychological Science” e che ha messo a confronto madrelingua tedeschi, inglesi e bilingui. Individualismo prossimo venturo «Chi apprende una lingua — ricorda Marika Cenerini di Eurologos Milano citando il quadro comune europeo di riferimento per le lingue — diventa plurilingue e sviluppa interculturalità. Le competenze linguistiche e culturali di ciascuna lingua vengono modificate dalla conoscenza dell’altra e contribuiscono alla consapevolezza interculturale. […]. Aiutano l’individuo a sviluppare una personalità più ricca e complessa, potenziano la sua capacità di apprendere altre lingue e promuovono la sua apertura verso nuove esperienze culturali». Se resteremo chiusi in un solo idioma con l’assuefazione a Skype traduttore sarà difficile “comprendere” il modo di vedere altrui. E anziché unire, questa tecnologia, potrebbe accentuare il nostro individualismo, se non l’isolamento. Il paradosso del dialogo È possibile dunque il verificarsi del paradosso che tanto più sarà facile dialogare, tanto meno saremo abituati ad assumere il punto di vista altrui? In altri termini, a comunicare? Come ogni esasperazione, non appare credibile un fenomeno così catastrofico. Sarebbe perfetto per un’opera di science fiction, ma la realtà probabilmente sarà diversa. Anche per la banale ragione che un nuovo mezzo di comunicazione — e la traduzione simultanea può esser considerata tale — non scaccia mai gli altri. Semmai li trasforma. Skype traduttore potrebbe dunque disabituarci a osservare con profondità e consapevolezza lo straniero, a cogliere la complessità di un mondo, però, che si sta sempre più restringendo sul piano fisico e ci mette sempre più a contatto. Questo sì con esiti imprevedibili. (pubblicato su Medium: https://medium.com/@plurale/le-parole-che-non-ti-ho-detto-a24ea92fac7b)</p>
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		<title>Il maestro torna in classe dopo 20 anni. Ecco cosa ha trovato</title>
		<link>https://www.plurale.net/il-maestro-torna-in-classe-dopo-20-anni-ecco-cosa-ha-trovato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2015 11:30:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.plurale.net/?p=2728</guid>

					<description><![CDATA[<p>View image &#124; gettyimages.com Prendi un maestro in pensione. E fallo tornare in classe. Vent’anni dopo. Le aule, per certi versi, sono come quelle di allora. Con ancora la cattedra e la lavagna. In qualche scuola più “fortunata” magari c’è una Lim alla parete, altrove resiste il gesso e magari pure una carta geografica al muro, benché di geografia &#8211; quella tradizionale: politica e fisica &#8211; non se ne parla più come una volta. Il compito dell’insegnante di ritorno è quello di far scoprire il territorio e la sua storia, in senso profondo e autentico, ai ragazzini di oggi. Un&#8217;impresa impossibile o altamente complicata? Cos&#8217;è la vivacità 2.0 Chi si aspettasse un resoconto del maestro “di una volta” pieno di sconfortate constatazioni sulla (de)generazione del virtuale può smettere di leggere. L’insegnante è letteralmente entusiasta della differenza tra gli alunni della sua ultima quinta, ed erano tutti molto “dotati” (fu una casuale e straordinaria coincidenza), e gli attuali. «Per non dire di quelli di terza: oggi sono ancora più vivaci. Non come si intendeva “vivace” un alunno vent’anni fa, che era sinonimo di irrequieto. Qui c’è prontezza e capacità di cogliere il senso delle cose». Il territorio si è esteso Cosa è accaduto? Prendiamo proprio la geografia. Se gli alunni di una volta erano esperti conoscitori dei vicoli e delle piazzette del paese, territori esplorati per giochi ormai dimenticati, il loro rapporto con la rappresentazione di quegli stessi spazi non era così “facile”. Nel ventunesimo secolo la prospettiva è rovesciata: i ragazzi hanno un’incredibile dimestichezza con la rappresentazione della realtà. Una mappa è qualcosa di cui si impadroniscono rapidissimamente, una dimensione “virtuale” nella quale si muovono con dimestichezza e, qui sta la sorpresa del maestro di vent’anni fa, dalla quale passano alla scoperta del reale. Senza esitazioni e con una curiosità incredibile. D&#8217;altronde non ci sono confini. È la stessa realtà, solo con un territorio in più: il presunto e preteso virtuale, che fa tutt&#8217;uno con il mondo fisico di cui è parte. Non prima e dopo, ma: &#8220;Che nesso c&#8217;è?&#8221; La generazione cresciuta a pane, videogame e internet è – nel confronto che ne fa l’insegnante di allora &#8211; nettamente più sveglia, ha un approccio problematico alla realtà, usa il pensiero associativo più che quello sequenziale. La forma mentis è della rete e dello schermo, orizzontale e non gerarchica, più che quella del libro, lineare e verticale. E non si può nemmeno dire che quelli di “una volta” avessero, per passare a un’altra materia, uno spiccato senso della storia. «In ogni mia classe &#8211; racconta il maestro &#8211; usavo un cartellone affisso in fondo all’aula. Lo chiamavo la striscia del tempo ed era un aiuto prezioso per far loro percepire questa dimensione». Oggi, nella stagione del “presente continuo”, i nostri piccoli contemporanei non badano troppo alla data di eventi, al verificare se sono connessi temporalmente o hanno nessi causa ed effetto. Eppure associano i fatti simili, a prescindere dall’epoca. Trovano parallelismi e legami. Agganci causali che non ricorrono al prima e a un dopo, ma al connettere ciò che ha un punto di potenziale contatto. «È un modo di pensare diverso. E per certi versi molto più “rapido” ed efficace».</p>
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		<title>Post di servizio: sto cambiando i permalink</title>
		<link>https://www.plurale.net/post-di-servizio-sto-cambiando-i-permalink/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Dec 2014 18:45:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.plurale.net/?p=2499</guid>

					<description><![CDATA[<p>Questo post non ha alcun contenuto &#8220;sostanziale&#8221; (e magari anche sostanzioso). È destinato semplicemente a tentar di far funzionare la nuova struttura di permalink senza perdere il conteggio delle condivisioni finora accumulatesi su ciascun post di questo vecchio blog. Per cui i contenuti sono nulli e la ragione è semplicemente quella di generare un nuovo permalink sul quale testare plugin, hack e altre diavolerie di WordPress.</p>
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		<title>Il presepe a Natale? Una manifestazione della laicità</title>
		<link>https://www.plurale.net/il-presepe-a-natale-una-manifestazione-della-laicita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Dec 2014 11:52:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[*-crazia]]></category>
		<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[pluralismo]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il no al presepe è una forma di intolleranza vestita da laicità. Laico è semmai permetterlo, consentendo anche ad altri di esprimere il loro credo o non credo.</p>
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		<title>L’ipertesto si è insinuato nella Maturità. Ma su carta</title>
		<link>https://www.plurale.net/lipertesto-si-e-insinuato-nella-maturita-ma-su-carta/</link>
					<comments>https://www.plurale.net/lipertesto-si-e-insinuato-nella-maturita-ma-su-carta/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Jun 2014 10:06:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.plurale.net/?p=2469</guid>

					<description><![CDATA[<p>#177926394 / gettyimages.com C&#8217;erano pure due link tra i documenti forniti agli studenti nella prova di italiano della maturità. Un collegamento ipertestuale al discorso di Martin Luther King conosciuto universalmente come &#8220;I Have a Dream&#8221; e uno &#8211; incompleto &#8211; all&#8217;intervento sul dono al festival della filosofia di Carpi del 2012 di Enzo Bianchi. Stampati su carta non erano, paradossolamente, cliccabili. Ma costituivano il tentativo di far riferimento alla fonte, al pari delle altre indicazioni bibliografiche, per qualcosa che non necessariamente trovi sugli scaffali di una biblioteca o in un&#8217;emeroteca. Il link alla pagina inesistente La loro presenza è stata emblematica, più delle stesse tracce dedicate al &#8220;futuro prossimo&#8221; (come hanno scritto alcuni), di come la scuola non possa far a meno &#8211; di fronte al mondo che cambia &#8211; di esserne coinvolta. L&#8217;ipertesto si è insinuato nel testo, nonostante nelle aule il primo sia talora visto &#8211; da una cultura ancorata al libro &#8211; come un&#8217;insidia. Fatta la tara di quanto ne scrive Dianora Bardi, proprio in uno dei brani offerti agli studenti alla maturità, circa la normalità del digitale tra i banchi di scuola. Tanto poco normale che uno dei link &#8211; evidentemente trascritto male dal Miur (http://www.vita.it/non) &#8211; porta ad una pagina inesistente. Storia senza fine e senza senso La traccia più scelta, stando a quanto riferiscono i giornali, è stata quella sulla tecnologia pervasiva. I testi offerti dal Miur per consentire ai ragazzi di svolgere la prova di scrittura documentata sono stati in questo caso per lo più articoli di giornale, più una frase del filosofo Umberto Galimberti. La constatazione del pensatore è quella di una decadenza dei fini, di una tecnica che o genera un progresso senza meta o avanzamento, ma non senso della storia. Una lettura che per certi versi parte da una constatazione reale &#8211; quella della contrazione del tempo, tanto da farci sembrare storia il passato recente e non vedere il futuro come qualcosa di lontano &#8211; che, però, affonda le radici nel nostro passato. La tecnologia, la sua accelerazione, i suoi effetti antropologici e sociali, non sono l&#8217;improvviso manifestarsi, un magica epifania che ne giustifichi perfino l&#8217;adorazione religiosa, ma un processo &#8220;storico&#8221;. Non la ricerca di una genesi del nostro presente in un momento preciso, nel quale erano scritte già le radici del futuro, non &#8211; come metteva in guardia Marc Bloch &#8211; «un inizio che spiega». Quando scrivo che il futuro è sempre esistito &#8211; al netto della semplificazione e delle curiosità storiche implicite in questa narrazione &#8211; intendo anche questo: che il nostro domani è soltanto un processo storico, sebbene fatichiamo a rendercene conto per una sorta di cortocircuito culturale provocato dalla stessa accelerazione del cambiamento. Le radici del futuro Giovanni Belardelli sul Corriere della Sera  scrive che se si provasse a leggere le pagine del ministero come se fossero un tema, dovremmo concluderne che quel tema non ci parla quasi per nulla dell&#8217;Italia. La risposta perché accada &#8211; brillante qual è &#8211; se la dà da solo: immersi da vent&#8217;anni in un mondo globalizzato, è inevitabile che questa sia una scelta naturale, coerente, magari ottima. Ma Belardelli ritiene &#8220;discutibile&#8221; che ciò avvenga «prescindendo, come sembrano fare le tracce ministeriali, dalla specifica realtà del Paese in cui quei giovani vivono. Dovrebbe anzi essere la scuola, perché nessun altro può farlo, a esplorare i legami, le relazioni spesso nascoste, tra la realtà in cui viviamo immersi e la cultura da cui proveniamo». Al pari delle considerazioni di Galimberti &#8211; che potrebbero essere l&#8217;abbrivio per qualche docente per leggere in chiave apocalittica il nuovo e di conseguenza valutare in questa luce le prove d&#8217;italiano degli studenti &#8211; anche queste si prestano ad un&#8217;interpretazione &#8220;conservatrice&#8221;, a dir poco nefasta. Quando, invece, prese per il loro corretto senso, dovrebbero divenire la base per un cambiamento epocale nei programmi scolastici. C&#8217;è da superare l&#8217;approccio crocio-gramsciano: la scienza, per Benedetto Croce, era solo “un libro di ricette di cucina”, e ancor meno valeva la tecnica. Senza barriere Si sente spesso propugnare, sul versante opposto, che la scuola dovrebbe privilegiare &#8211; in un mondo come questo &#8211; la formazione scientifica e tecnica. Nulla di più miope dividersi in fazioni che esultano o si disperano per il progressivo abbandono del liceo classico. Semmai è da riscoprire &#8211; ed ecco qui che le nostre radici, ad esempio, rinascimentali riaffiorano &#8211; che non si possono tenere separati saperi umanistici e scientifici. Citare Leonardo da Vinci può sembrare pleonastico e banale, ma magari rende l&#8217;idea. Lo stesso ipertesto, quello che si è insinuato nelle tracce, ha radici storiche e culturali profonde. E pure italiane. Insomma tecnologia e scienza tra i saperi classici e cultura umanistica tra quelli di un liceo scientifico o degli istituti tecnici permetterebbero di adeguare in maniera equilibrata istruzione e mutazione epocale. «Cultura &#8211; citava infatti Albert Einstein &#8211; è ciò che rimane dopo che si è dimenticato quanto si è imparato a scuola». È qualcosa che va al di là delle nozioni (e non so perché mi viene in mente un bello scritto di Stefano Moriggi &#8220;Connessi. Beati a quelli che sapranno pensare con le macchine&#8220;). È un approccio culturale nel quale l&#8217;esperienza sul campo, fatta di sperimentazioni e verifiche, si coniuga facilmente con il pensiero astratto e la riflessione di radice umanistica dei nostri classici. Ma forse sono un utopista.</p>
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		<title>Quando la Nasa cercava di parlare con gli alieni attraverso i delfini</title>
		<link>https://www.plurale.net/quando-la-nasa-cercava-di-parlare-con-gli-alieni-attraverso-i-delfini/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Jun 2014 10:55:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#futuroesistito]]></category>
		<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[futuroesistito]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>The Girl Who talked to Dolphins &#8211; trailer from Christopher Riley on Vimeo. Allo Sheffield International Documentary Festival nel Regno Unito domani, 11 giugno, sarà presentato &#8220;The Girl Who Talked to Dolphins&#8221;, La donna che parlava con i delfini, documentario di Christopher Riley. È la storia di Margaret Lovatt, una giovane che tra il 1963 e il 1964 fu coinvolta in un singolare esperimento sulla sua isola di St. Thomas, ai Caraibi: insegnare l&#8217;inglese a un delfino. Una storia &#8220;d&#8217;amore&#8221; che finì, tragicamente, con il suicidio del mammifero. Ma quel che potrebbe lasciare sorpresi è che questa ricerca fu finanziata dalla NASA per non trovarsi impreparata quando sarebbe stato il momento di comunicare con gli extraterrestri. Gli extraterrestri prossimi venturi Può sembrare una di quelle notizie degne di apparire in qualche sito di misteri o in qualche rassegna di complottisti sull’esistenza degli Ufo “tra noi”. Ma si tratta di qualcosa di cui &#8211; ai tempi &#8211; la stessa Oriana Fallaci aveva riportato ampiamente, con una punta di disincanto, nel suo libro reportage “Se il sole muore”. Una ricerca “bizzarra”, che però era perfettamente coerente con un’epoca &#8211; quella della corsa allo spazio &#8211; nella quale quel che poteva sembrare immaginario era considerato tutt’altro che fuori portata. Basti dire quante volte le riviste di scienze popolari, vera e propria miniera dell’eccentrico tecnologico (ai nostri occhi e probabilmente anche a quelli di molti benpensanti dell’epoca), abbiano riportato che si stessero sperimentando in casa americana dei dischi volanti come mezzo di propulsione ad uso umano. E ancor oggi quel genere di notizia ha la sua forza: lo scorso anno negli Stati Uniti è stato brevettato un disco volante, che Nasa e U.s. Air Force progettano di usare per voli terrestri e spaziali. Ecologia della mente e LSD Ma torniamo ai delfini e alla comunicazione con gli alieni. A ingaggiare la ventenne furono due personaggi fuori dall&#8217;ordinario: Gregory Bateson e John C. Lilly. Chi guidò la ricerca fu Bateson, antropologo, etologo, cibernetico, teorico della comunicazione e dei sistemi, nonché di alcune intuizioni che furono alla base della Scuola di Palo Alto. L’autore de “Verso un’ecologia della mente”, grosso fumatore dall’aspetto arruffato, era tutt’altro che uno scienziato pazzo uscito da qualche pellicola hollywoodiana. E alcune sue intuizioni sono ancor oggi considerate seriamente dalla ricerca sociale e scientifica. Il &#8220;personaggio&#8221; più particolare fu però senza dubbio Lilly, che è stato anche uno dei pionieri dello studio dello LSD per conto del governo americano, nell&#8217;ottica che questo ampliamento della mente potesse avere anche qualche utile applicazione. Ed era questo neurofisiologo a soprintendere alle sperimentazioni con i delfini (ai quali arrivò in una sorta di cortocircuito della ricerca ad iniettare LSD), nel corso delle quali la giovane Margaret visse assieme al cetaceo Peter, fino a farlo &#8220;innamorare&#8221; (e negli anni successivi provocare perfino per questo una &#8220;piccante&#8221; illustrazione). Ora la vicenda, dopo il festival, sarà in onda sulla BBC il 17 giugno, alle 9 di sera. L&#8217;ironia di Oriana Fallaci I delfini &#8211; aveva raccontato Lilly a Oriana Fallaci &#8211; sono gli animali più intelligenti del nostro pianeta. Escluso l&#8217;uomo. «Se riusciamo a decifrarne la lingua, con lo stesso meccanismo possiamo decifrare la lingua di creature che vivono in altri pianeti». La convinzione del neurofisiologo era stata espressa in un libro del 1961, &#8220;Man and Dolphin&#8221;, ed aveva a sua volta affascinato Frank Drake, l&#8217;astronomo autore nel 1961 dell&#8216;equazione che ipotizza la presenza di civiltà extraterrestri in grado di comunicare con la nostra galassia. Il parallelismo tra tentativi di entrare in comunicazione con specie diverse fu facilissima e da qui ad ottenere il sostegno della Nasa e di altre agenzie governative il passo era stato breve. Lilly alla Fallaci era parso fin troppo ottimista, tanto da provocare l&#8217;ironia della scrittrice fiorentina: «Supponiamo ad esempio che un astronauta laureato all&#8217;acquario atterri su Marte, incontri un marziano, e gli parli col meccanismo che usava per parlare ai delfini. Come minimo il marziano lo pesca, lo infarina e lo frigge». Talmente sarebbero diversi la fisiologia e il percorso evolutivo dell&#8217;uomo e dell&#8217;alieno che &#8211; un po&#8217; come nella celebre (e celebrata) &#8220;La sentinella&#8221; di Fredric Brown (1954) &#8211; sarebbe inutile provarci e sarebbe equivalente a comunicare con l&#8217;inglese, il russo o l&#8217;etiopico. «O telepaticamente: progetto, questo &#8211; riferiva nel 1965 la Fallaci &#8211; di cui perfino il nome è segreto e che i russi, sembra, studiano seriamente da tempo». Intanto, oggi, almeno i telefoni (snodo della nostra modernità, come avevano previsto in qualche modo già negli anni &#8217;60) si sta provando a farli funzionare &#8211; se non telepaticamente &#8211; quanto meno con le onde cerebrali . E non ci viene neppure (un granché) da sorridere. Dialoghi fuori dal mondo Nei decenni successivi alla fine dell&#8217;esperimento a St. Thomas (Peter e gli altri due delfini furono trasferiti a Miami) l&#8217;eccentrico Lilly &#8211; che aveva avuto un legame di amicizia pure con il produttore del film &#8220;Il mio amico delfino (Flipper)&#8221; (1963) a conferma del labile confine tra reale e immaginario &#8211; tentò ancora di lavorare con questi mammiferi, studiando la comunicazione tra esseri umani ed animali. E non si limitò ad usare i toni musicali, ma &#8211; quasi avesse ascoltato le critiche della Fallaci &#8211; addirittura la telepatia. E l&#8217;idea di comunicare con gli alieni attraverso i delfin che sorte ha avuto? Non è stata affatto abbandonata. Quanto meno dall&#8217;organizzazione più seria e stabile nella ricerca di forme di vita extraterrestri:il Seti (Search for Extraterrestrial Intelligence). Tanto che nel 2011 Wired poteva ancora titolare: &#8220;To Talk With Aliens, Learn to Speak With Dolphins&#8221;&#8230;</p>
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		<title>Siamo sicuri che il diritto all’oblio non sia invece una stupidaggine?</title>
		<link>https://www.plurale.net/siamo-sicuri-che-il-diritto-alloblio-non-sia-invece-una-stupidaggine/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 May 2014 18:02:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[*-crazia]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[privacy]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Solo questo è negato anche a Dio: cancellare il passato». Agatone, tragediografo greco del V secolo avanti Cristo citato da Aristotele nell&#8217;Etica Nicomachea, c&#8217;era arrivato. La Corte di giustizia europea no. La pronuncia sul diritto all&#8217;oblio, appena emessa, è già notizia vecchia, ma ogni minuto che passa ne fa emergere la sostanziale superficialità. Il diritto alla privacy, si dirà, è sacrosanto. E magari a concordare con questa visione sono gli stessi che disinvoltamente appendono i loro panni in pubblico su Facebook o non reagiscono all&#8217;essere inseriti in qualche banca dati di buoni e cattivi pagatori. La questione però non è questa, sta invece tutta nei criteri che rendono accoglibile la richiesta di cancellazione dai motori di ricerca le informazioni sgradite. Riassunta in soldoni, la sentenza della Corte Ue numero 131/12 prevede che chiunque si senta leso da un contenuto che lo riguarda potrà chiedere non sia indicizzato da Google, Bing, Yahoo e compagnia. E questo a prescindere dal fatto che quelle informazioni sgradite siano state o meno eliminate dal sito nel quale compaiono. Si vuol castrare, pardon impedire, la ricerca. Non la pubblicazione dei contenuti. Si percepisce qualcosa di sottilmente perverso e paradossale in tutto ciò, al netto delle (pur dotte) argomentazioni giuridiche. Cancellate tutto. Pure gli avvisi legali? Le ragioni sarebbero sacrosante. Basti pensare, per capirlo, al cittadino spagnolo Mario Costeja González, che ha &#8220;provocato&#8221; con il suo caso la decisione della Corte Ue. Se si googla il suo nome escono pagine de La Vanguardia nella quale però &#8211; attenzione &#8211; non si dà notizia di costui in un articolo di giornale, in un testo frutto di selezione giornalistica, ma se ne legge in un pdf che riproduce un&#8217;inserzione del Ministero del Tesoro di un&#8217;asta di immobili. Insomma, pubblicità legale di un pignoramento che riguardava nel 1998  questo signore. Ebbene, l&#8217;informazione memorizzata da Google, tutt&#8217;altro che afferente alla sfera privata (era pubblica) oggi è considerata lesiva del diritto all&#8217;oblio del signor González. E il motore di ricerca di Mountain View dovrà rimuoverla dai risultati delle ricerche e pure dalla cache. Ovviamente, se questa è la regola, presto i gestori dei motori di ricerca &#8211; come è stato acutamente previsto &#8211; saranno sommersi da richieste e, per non sbagliare rischiando di volta in volta, daranno un bel colpo di spugna al passato (nella versione digitale) dei cittadini europei che lo vorranno. &#8220;Un popolo di santi&#8221;, non c&#8217;è che dire. Per chiunque in Europa andrà a far ricerche sui propri concittadini. Anime immacolate Perché ho scritto &#8220;per non sbagliare&#8221;? Perché &#8211; &#8220;saggiamente&#8221; &#8211; la Corte di giustizia si è ricordata che esiste il diritto all&#8217;informazione. Ma, in analogia a quanto accade nelle sentenze in materia di giornalismo, quel che conta è l&#8217;interesse pubblico. La questione dei &#8220;criteri&#8221; di cui accennavo sopra. Se il personaggio che chiede l&#8217;oblio è un soggetto &#8220;pubblico&#8221;, la cui figura è rilevante per ragioni di cronaca, notorietà o potere, non potrà ottenere il diritto alla cancellazione dei link che lo disturbano. Insomma, un Silvio Berlusconi &#8211; tra verità, mezze verità e pure qualche calunnia che lo riguardano &#8211; non avrebbe speranze di dare una ripulita ai risultati di Google (o di Bing) sul suo conto. Un qualsiasi signor González, invece sì. Ma cosa accadrebbe se un qualsiasi cittadino che &#8211; nella sua esistenza &#8211; ne abbia combinate di cotte e di crude, un domani assurgesse a notorietà? Se avrà ben candeggiato il proprio ieri chiedendo ai motori di ricerca la cassazione di ogni elemento sgradito, ben poco si potrà ricostruire del suo passato. E questo sarebbe conforme alla tutela dell&#8217;interesse all&#8217;informazione? Il diritto all&#8217;oblio, poi, varrà dappertutto oppure i risultati sgraditi continueranno ad apparire nella versione americana o, che ne so,  ovunque fuori dalla Ue?  La nemesi del signor González Un paradosso finale riguarda questo post. Dato che cita il signor González raccontando sommariamente la sua storia &#8211; ma meglio e con maggior dettaglio hanno fatto altri &#8211; il risultato pratico che avrà ottenuto è quello della smentita: una notizia data due volte. Chi non sapeva del suo pignoramento ora lo sa. Ma c&#8217;è dell&#8217;altro: siccome questo ipertesto linka le pagine in pdf, quindi la riproduzione di un archivio cartaceo (al pari di quelli online, ad esempio, de La Stampa o de l&#8217;Unità in Italia), nelle quali si legge dell&#8217;avviso pubblico di un ministero spagnolo (sic) probabilmente ne potrà essere chiesta la rimozione dai risultati di Google. Se non addirittura esso stesso esser purgato dai riferimenti sgraditi. Ma c&#8217;è una nemesi a perseguitare questo signore che si era semplicemente rivolto al proprio garante della privacy il quale ha pensato bene di coinvolgere la Corte europea: adesso il suo caso è diventato di interesse pubblico in tutta Europa. E i link sgraditi non possono essere più cancellati&#8230;</p>
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		<title>La tesina per l’esame di terza media? Si prepara sfruttando Facebook</title>
		<link>https://www.plurale.net/la-tesina-per-lesame-di-terza-media-si-prepara-sfruttando-facebook/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Apr 2014 14:22:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[facebook]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prendi l&#8217;esame di terza media, quello con l&#8217;Invalsi. E l&#8217;immancabile tesina. Prendi pure una tredicenne che, invece di andarsene a copiare e incollare qua e là, magari limitandosi a Wikipedia o poco altro, decide di usare Facebook. Sì, un social network. Ed ecco che scopri, pure, che il suo lavoro vorrebbe passare dai satelliti artificiali alla vita nello spazio (per scienze), dai social media alla wifi (per tecnologia). &#8220;Materie scientifiche, è naturale&#8221;, direbbe forse qualcuno (immemore di tal Leonardo da Vinci). Ma la ragazzina &#8211; che di suo tiene un blog sui viaggi della mamma &#8211; annuncia di voler iniziare la propria esposizione dall&#8217;italiano. Anzi, per la precisione, da &#8220;I Promessi Sposi&#8221; di Alessandro Manzoni. «Ad esempio &#8211; dice &#8211; pensavo ai famosi flashback riletti come fossero &#8216;link interni al blog&#8217;, oppure ad analizzare una stessa parola ripetuta come se fosse una parola chiave». Social learning manzoniano E così, per raccoglier idee, chiede aiuto a quelli che considera tutti &#8220;afferratissimi&#8221; in materia: i membri di un gruppo di 12.479 esperti attivissimo su Facebook, &#8220;Indigeni digitali&#8221;, creato da Fabio Lalli (fondatore di Iquii e cofondatore di followgra). Il risultato è stupefacente &#8211; per gli scettici, si intende. La ragazzina dice di aver trovato curiosità interessanti in rete, dal romanzo scritto su Twitter ad app dedicate che vuol citare. E aggiunge: «Quello che mi piacerebbe fare è un&#8217;analisi di un capitolo, che arrivi a dimostrare che Manzoni scriveva in ottica SEO. (So che sto esagerando, però mi sembra un aspetto simpatico e interessante)». Una cassetta per gli attrezzi digitale Il post è stato commentato decine e decine di volte, facendo emergere una quantità di idee, consigli, link, proposte a dir poco impressionante: programmi per l&#8217;analisi lessicale dei testi, eventuali legami tra la scrittura manzoniana e quella del web o chiedersi come avrebbe scritto i Promessi Sposi se avesse avuto un blog. Oppure l&#8217;esperienza del &#8220;libro scomposto&#8221; nel quale il romanzo &#8211; secondo gli ideatori &#8211; può essere esplorato in modalità interattiva &#8220;partendo dalle sequenze narrative, i luoghi del romanzo, i profili dei personaggi, i grafi dei social network narrativi, e l&#8217;analisi testuale e lessicale (concordanze)&#8221;. Alcune risposte sono state talmente complesse che è dovuta intervenire anche la madre (blogger molto attiva in Rete) per aiutarla. La quale ha ringraziato tutti coloro che hanno partecipato alla discussione: «Se la scuola fosse in grado di sfruttare queste perle anziché combattere come uomo nero tutto quello che ha a che fare col web!!!». Quando la tecnologia accorcia le distanze Ma questa non è stata la prima iniziativa della tredicenne (la quale frequenta, in Piemonte, una terza media che ha le Lim in classe, ma non sempre collegate al web&#8230;). Infatti la ragazzina è intraprendente. Per cui ha pensato bene &#8211; più di un mese fa &#8211; (sempre per la sua tesina di fine anno) di sfruttare un&#8217;altra delle potenzialità della Rete. E così, per la parte della ricerca relativa alla vita nello spazio, cosa meglio c&#8217;era se non chiedere ad un astronauta? Le distanze si accorciano, i contatti diventano sempre più facili e disintermediati e Luca Parmitano le risponde (pubblicamente). La domanda, per la cronaca, era su quanto la tecnologia potesse essergli stata di aiuto nel superare momenti di sconforto e solitudine lontano da casa e dalle figlie. «L&#8217;ultima tua frase mi spiazza un po&#8217;: non esiste tecnologia che possa rimpiazzare il contatto fisico tra persone che si amano &#8211; e nessuna tecnologia sarà mai abbastanza per trasmettere l&#8217;amore di un genitore per i suoi figli».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.plurale.net/la-tesina-per-lesame-di-terza-media-si-prepara-sfruttando-facebook/">La tesina per l&#8217;esame di terza media? Si prepara sfruttando Facebook</a> proviene da <a href="https://www.plurale.net">plurale</a>.</p>
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		<title>Da Superman a Spider-Man: due supereroi e il futuro degli anni ’60</title>
		<link>https://www.plurale.net/da-superman-a-spider-man-due-supereroi-e-il-futuro-degli-anni-60/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Apr 2014 10:40:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#futuroesistito]]></category>
		<category><![CDATA[fumetti]]></category>
		<category><![CDATA[futuroesistito]]></category>
		<category><![CDATA[spiderman]]></category>
		<category><![CDATA[world fair]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se la New York World&#8217;s Fair del 1939, la grande expo mondiale americana dedicata al futuro, ha avuto un supereroe a fumetti questi non poteva che essere Superman. L&#8217;uomo d&#8217;acciaio non solo incarnava i panni di una sorta di deus ex machina &#8211; e dopo la crisi del 1929 ce n&#8217;era bisogno &#8211; ma apparteneva a città, dominate da grattacieli scintillanti in vetro, senza bassifondi, abitate da bianchi ben vestiti. Una dimensione che si accordava perfettamente con quella di un futuro alla cui rappresentazione erano stati chiamati architetti e designer. Era l&#8217;aerodinamica, la linea, il segno esteriore che un oggetto ad &#8220;alta tecnologia&#8221; appartenesse al futuro. I nuovi supereroi sono astronauti Venticinque anni dopo il costruttore Robert Moses, patron della New York World&#8217;s Fair 1964 (il cui 50° ricorre proprio oggi), avrebbe voluto riproporre quel grande evento a Queens. Ma nonostante General Motors avesse proposto una Futurama 2, vale a dire la seconda edizione di una visione ottimistica del futuro prossimo venturo, e gli uffici di pubbliche relazioni delle grandi aziende dipingessero un domani in un mondo algido, armonico e perfetto i supereroi non potevano più essere gli stessi. Non solo perché i nuovi eroi erano astronauti, e astronauti furono i Fantastici 4, apparsi l&#8217;8 agosto 1961 vale a dire qualche mese dopo il primo americano nello spazio, Alan Shepard (5 maggio 1961). Non più un&#8217;America per soli bianchi Era un&#8217;America che stava cambiando. E non solo perché i supereroi non tenevano più segreta la loro identità: a differenza di Superman dei Fantastic Four si conosceva pure la residenza: dal 30 al 35° piano del Baxter Building, tra la 42esima Strada e Madison Avenue a Manhattan. Nessuna città abitata da soli bianchi era più plausibile, neanche a fumetti. I neri d&#8217;America rivendicarono &#8211; con una clamorosa protesta all&#8217;inaugurazione proprio della New York Fair 1964 &#8211; i diritti civili, che proprio quello stesso anno entreranno nel sistema giuridico statunitense grazie a un disegno di legge presentato da John Fritzgerald Kennedy l&#8217;11 giugno 1963, prima di essere assassinato a Dallas il 22 novembre. L&#8217;eroe adolescente (e scienziato) E se erano disneyani i personaggi di fantasia della fiera a Flushing Meadows, una sorta di Disneyland dedicata alla pace attraverso la comprensione e alle magnifiche promesse del progresso, a ovest dal parco, a Forest Hill, sempre a Queens abitava già &#8211; quanto meno sulle strisce a fumetti della Marvel &#8211; dall&#8217;agosto 1962 un altro vero nuovo eroe: Peter Parker, ovvero Spider-Man (il cui nuovo capitolo cinematografico, &#8220;The Amazing Spider-Man 2: il potere di Electro&#8221; esce domani, 23 aprile). I suoi poteri erano sì frutto di un evento accidentale, frutto di una sperimentazione, ma egli era soprattutto un scienziato, come scienziati erano i Fantastic Four. Vistasi superare con lo Sputnik e Gagarin, l&#8217;America aveva iniziato una spasmodica corsa allo spazio e alla tecnologia &#8211; per recuperare il gap missilistico, letale in epoca di Guerra Fredda &#8211; per la quale si era scoperta bisognosa di matematici, fisici, chimici, ingegneri. E i giovani erano l&#8217;investimento sul futuro che doveva operare, come al suo essere giovane doveva parte del successo lo stesso Kennedy. Il (super)uomo nuovo diventava naturalmente un adolescente, complicato come tutti i teen-ager, che forse ebbe pure per questo fortuna. La sua identità restava segreta, come i più antichi supereroi (Superman era del 1938), ma il suo mondo era medio borghese: zia Mary e zio Ben. Molto più autentico e vicino alla gente, quella stessa che comunque magari andava a sognare ad occhi aperti alla mastodontica fiera a Queens.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.plurale.net/da-superman-a-spider-man-due-supereroi-e-il-futuro-degli-anni-60/">Da Superman a Spider-Man: due supereroi e il futuro degli anni &#8217;60</a> proviene da <a href="https://www.plurale.net">plurale</a>.</p>
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		<title>Granieri: “Più che presente o futuro, impariamo a vivere l’accelerazione”</title>
		<link>https://www.plurale.net/granieri-piu-che-presente-o-futuro-impariamo-a-vivere-laccelerazione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Apr 2014 10:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#futuroesistito]]></category>
		<category><![CDATA[Galassia Mc]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[interviste]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mai, come in questa fase storica, siamo costretti a metterci in discussione. E&#8217; l&#8217;effetto dello stato di cambiamento permanente in cui viviamo. Ad ogni livello: tecnico, sociale, culturale, economico. E&#8217; di scarso rilievo, in questa situazione, parlare di &#8220;presente&#8221; o di &#8220;futuro&#8221;, semmai bisogna occuparsi dell&#8217;accelerazione. Una condizione in grado di lasciare indietro chi non sa (ri)mettersi in gioco. Di continuo. E chi non si sforza di sperimentare, anche sbagliando spesso, rischia di sbagliare una volta per tutte. Questo, in sintesi, il pensiero di Giuseppe Granieri in questa intervista &#8220;sul futuro&#8221;. Saggista, editorialista/collaboratore de La Stampa e l&#8217;Espresso, oltre che  docente universitario a Urbino, Giuseppe Granieri  nel 2008 si era giurato che non avrebbe più scritto un libro, a meno di non farlo in self publishing. «Ma poi ho capito che senza contratto non lo avrei mai scritto» dice. Il titolo provvisorio è &#8220;Il futuro è ieri&#8221;, l&#8217;editore Baldini &#38; Castoldi, e ne tiene una traccia del making of nel suo blog. Saper leggere i segnali deboli Sei un praticante del &#8220;predictive thinking&#8221;. Chi del domani ha fatto una professione &#8211; come David Pescovitz, direttore di ricerca all’Institute for the Future &#8211; è arrivato ad affermare che parlare del futuro «ha a che fare più con la provocazione che con la predizione». Provocare non significa solo &#8220;sfida&#8221;, o invito a riflettere, ma è pure &#8220;causare&#8221; dei cambiamenti. Riflettere sul futuro è dunque anche indirizzarne o, quanto meno, condizionarne lo sviluppo? Oppure è solo cercare di scorgerlo? «Io non credo sia una questione di predizione, né di provocazione. I fatti sono semplici. Il presente oggi è molto veloce e se vuoi lavorare &#8211; o continuare a lavorare &#8211; devi tenere conto del fatto che le decisioni che prende oggi una qualsiasi organizzazione (dall&#8217;industria culturale alla manifattura) hanno bisogno di tempo per essere applicate. E in questo tempo lo scenario può essere cambiato. Il &#8220;pensiero predittivo&#8221;, come lo intendo io, è semplicemente tener conto di questa realtà. E non ha nulla di mistico o di visionario. È semplice prassi: imparare a leggere i segnali deboli, abituarsi a capire che gli scenari semplici, sui problemi complessi, sono sempre sbagliati. Eccetera. Mestiere, insomma. Non genio o fantasia. Solo mestiere». Le vecchie regole? Importanti, ma spesso superate Il futuro ha una storia, magari nascosta in qualche laboratorio o nelle opere visionarie di pensatori, narratori o registi. Eppure oggi, sempre più spesso, ci meravigliamo di fronte al fatto che il nostro presente potesse essere già stato &#8220;pensato&#8221; (o provocato) tempo addietro. Parimenti, dalla rivoluzione industriale in poi fino all&#8217;odierna accelerazione geometrica dell&#8217;innovazione, il domani si è progressivamente rivelato (e considerato) sempre più vicino, fino all&#8217;attuale mutare sotto i nostri occhi in uno stato di squilibrio permanente. Pensare al futuro, nel 2014, non rischia di tramutarsi ormai &#8211; per i più avveduti &#8211; in una riflessione sul presente? «Il problema non è terminologico. Non è questione di presente o futuro. È questione di accelerazione. Rispetto al XX Secolo la nostra cultura sta cambiando continuamente, e molto in fretta. Bruce Sterling diceva qualche tempo fa che 5 anni del XXI secolo sono come 25 nel XX. Io credo, banalmente, che dobbiamo prendere atto di questa velocità. Soprattutto se non stiamo per andare in pensione e abbiamo ancora 30 o 40 anni di carriera davanti. Dobbiamo abituarci a confrontare le nostre abitudini con il diverso, abituarci a immaginare che le cose cambiano, che le vecchie regole sono culturalmente importanti ma &#8211; spesso &#8211; praticamente superate. E non possiamo più smettere di imparare e praticare cose nuove. Ogni giorno che non lo facciamo, qualche collega o qualche competitor ci sorpassa a destra». Accettare il (rapido) cambiamento antropologico Pensare al futuro è, per alcuni, un bisogno di fiducia in un imminente domani. Venute meno le grandi ideologie, crollate le rigidità sociali &#8211; ma non le differenze socioeconomiche &#8211; collassato il mondo, tanto come spazio che come tempo, e imboccata infine una crisi destinata a far epoca sembra restare, di nuovo come in alcune fasi del &#8216;900, solo la speranza nell&#8217;evoluzione tecnologica. Non riprendo l&#8217;eterna diatriba tra chi prospetta un futuro disumanizzato e chi nutre una fede religiosa nelle sue capacità salvifiche, ma quale atteggiamento è corretto verso la tecnologia? «Se cominciamo ad accettare che stiamo vivendo un cambiamento antropologico (il più rapido della Storia, tra l&#8217;altro) è già un primo passo. Oggi buona parte della nostra vita (relazioni, lavoro, cultura, competenze) avviene in uno spazio immateriale. Ma se noi continuiamo a pensarci con le vecchie categorie, applicheremo sempre le vecchie soluzioni a problemi che invece sono nuovi. Io credo che in questo secolo siamo destinati a metterci in discussione ogni giorno, a sperimentare continuamente, a sbagliare spesso. E sbagliare spesso, per poi imparare, è molto meglio che sbagliare una volta sola, restando quelli che eravamo ieri».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.plurale.net/granieri-piu-che-presente-o-futuro-impariamo-a-vivere-laccelerazione/">Granieri: &#8220;Più che presente o futuro, impariamo a vivere l&#8217;accelerazione&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.plurale.net">plurale</a>.</p>
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		<title>50 anni fa la New York World’s Fair, l’esposizione che prevedeva il futuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Poeta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Apr 2014 17:05:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#futuroesistito]]></category>
		<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[futuroesistito]]></category>
		<category><![CDATA[world fair]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cinquant&#8217;anni fa, il 22 aprile 1964, si apriva sotto la pioggia a New York quella che sarà ricordata come una delle più grandiose &#8211; e dispendiose (erano attesi 70 milioni di visitatori e ne arrivarono &#8220;solo&#8221; 51) &#8211; tra le fiere mondiali mai tenutesi negli Stati Uniti. La manifestazione, ideata dal costruttore Robert Moses, non fu inserita nel calendario ufficiale del Bureau International des Expositions e venne disertata da parecchi paesi europei, Italia inclusa. Ma non dalla Città del Vaticano, che spostò da San Pietro &#8220;La Pietà&#8221; per farla approdare, tra mille preoccupazioni italiche sulla sicurezza dell&#8217;imballaggio nell&#8217;innovativo polistirolo, a Flushing Meadows, in un luna park disneyano tra uomini jet, monorotaie, videotelefoni, cucine ad alta tecnologia e alberghi sottomarini. Era la &#8220;New York World&#8217;s Fair&#8220;, evento che segnò tra il 1964 e il 1965 agli occhi di 51 milioni di visitatori l&#8217;unione in un sol luogo &#8211; in oltre 260 ettari a Queens, fra Brooklyn e Long Island &#8211; di high tech dell&#8217;era spaziale, science fiction, entertainment e campagne promozionali delle grandi aziende. Per celebrarne il cinquantenario sono stati programmati eventi (tra cui la riapertura per tre ore dell&#8217;oggi fatiscente padiglione dello stato di New York),  The New York Times si è messo a caccia di storie e foto tra i lettori (servizio e video commemorativo del NYT), gli appassionati di sci-fi hanno riesumato le previsioni di Isaac Asimov sul 2014 (e l&#8217;analisi delle predizioni di Wired) e continua a vivere online (e non) una robusta comunità di appassionati di storia, vintage e retrofuturi che ne coltiva e colleziona memorabilia (tra di essi la The World&#8217;s Fair Community o siti a tema come nywf64, più l&#8217;immancabile e nutrita voce su Wikipedia). L&#8217;innovazione inesprimibile Dedicata formalmente alla &#8220;pace attraverso la comprensione&#8221; e al futuro tecnologico dell&#8217;umanità, &#8220;The New York World&#8217;s Fair 1964-65&#8221; fu una kermesse talmente eccessiva da far impallidire, agli occhi degli stessi americani, quella già spericolatamente &#8211; e pure aerodinamicamente, visto l&#8217;enorme peso dato al design &#8211; sul domani tecnologico del 1939. «Ma allora – scrisse nel 1964 Alberto Ronchey su La Stampa – era possibile racchiudere ancora in una fiera le cose del mondo, con impegno analitico. Non esistevano missili, radars, reattori atomici, computers, vaccini antipolio, né i nuovi mondi dei polimeri e dell’ingegneria molecolare o cibernetica. In venticinque anni la realtà è divenuta inesprimibile, e allora ci si rifugia in qualche campione colossale o nella iperbole dei giochi». La fiera di Moses segnò una tale overdose di innovazioni che è quasi impossibile ancor oggi renderne conto in breve. La prima dimostrazione pubblica di una fusione nucleare alla General Electric, l&#8217;ascolto del &#8220;frusciare delle stelle&#8221; con un radiotelescopio della Ford o l&#8217;anticipazione di quanto si immaginava avremmo fatto nello spazio o con il telefono convivevano con un Lincoln parlante in plastica, la riproduzione di dinosauri a grandezza naturale, giochi vari e un miniparco divertimenti realizzato da Walt Disney. It&#8217;s a small world Un po&#8217; dappertutto echeggiava quest&#8217;atmosfera da luna park tanto che Oriana Fallaci, in visita alla fiera, individuò una sorta di tunnel dell’amore nel percorso con poltroncine su un tapis roulant della seconda edizione di “Futurama” (sponsorizzata, come nel 1939, da General Motors). «Il percorso incominciava in un cosmo luccicante di stelle – raccontava la scrittrice in “Se il sole muore” – mentre una voce fuori campo gorgogliava commossa: “Benvenuti al viaggio nel futuro, un viaggio per tutti nell’ovunque di domani. Esploriamo insieme il futuro, un futuro di libertà e non di sogni: poiché ciò che vedremo è niente in confronto al domani del domani. Ecco, è già domani”». Al padiglione Unicef, sponsorizzato da Pepsi, risuonava &#8220;It&#8217;s a small world&#8221;, motivetto cantilenante composto dai fratelli Robert e Richard Sherman, premi Oscar per la colonna sonora di quel “Mary Poppins” (1964) cui è dedicato il recentissimo &#8220;Saving Mr. Banks&#8221; con Tom Hanks nel quale compaiono, in una sequenza, proprio le locandine della New York World&#8217;s Fair. La canzoncina accompagnava i visitatori in un giro del mondo in miniatura che simboleggiava una Terra di pace e fratellanza. Lo stesso meraviglioso pianeta, quasi come la Disneyland in cui fu traslocata l’attrazione nel 1966, che si immaginava sarebbe stato generato da reti di comunicazione sempre più interconnesse in un futuro dominato dalla tecnologia. La predizione del mondo connesso Una novità affascinante &#8211;  per poi come sarebbe andato il mondo e perché sognata da tempo &#8211; era nel padiglione del Bell Telephone System, il gruppo che riuniva &#8211; da monopolista &#8211; le aziende di telefonia americane. Tra essi i Bell Labs, quelli da cui erano già usciti il primo satellite per telecomunicazioni o i primi esperimenti di musica elettronica e sintesi vocale. Nel grande padiglione &#8211; tra esperimenti e sistemi elettronici (oltre alle meraviglie dei cervelli elettronici in quelli di IBM e NCR) &#8211; c&#8217;era la grande scommessa sulla quale l&#8217;azienda puntò cinquecento milioni di dollari (poi perdendoli): il &#8220;picturephone&#8221;, che in Italia venne tradotto come telefono televisore, videofono o videotelefono. Il tutto accompagnato da una visione di un mondo tutto interconnesso dalle linee telefoniche. Oggi lo chiameremmo Skype, Hangout o Facetime. A decantare le prospettive dell’innovativo apparecchio era sceso in campo addirittura Hugo Gernsback, uno dei padri della fantascienza. «Non più strade inadeguate, negozi sovraffollati, traffico impossibile» aveva sentenziato. Una (pre)visione che echeggiava da tempo e che non fu senza conseguenze, come ho scritto nel mio &#8220;Il futuro è sempre esistito&#8221; (qui il sito del libro). Niente Italia alla fiera dell&#8217;Ovest A Flushing Meadows l’Italia non fu presente. A tenere le relazioni con Roma fu Charles Poletti, primo italoamericano a esser governatore di New York e tra i protagonisti dell&#8217;occupazione alleata 1943/1945 . Poletti da fine anni &#8217;50 fu responsabile della divisione internazionale della fiera, un ente appositamente costituito nel 1958 con il patrocinio e in collaborazione con le Amministrazioni del Porto e dello Stato di New York, che la propaganda americana presentava come l&#8217;Olimpiade del progresso. Incaricato di organizzare il padiglione tricolore era stato invece Giustino Arpesani, già commissario di “Expo Italia 61”. Il politico e diplomatico italiano tra l’agosto 1961 e il marzo 1963 si impegnò in una fitta rete di relazioni, corrispondenze, riunioni e preventivi. Ma non se ne fece nulla: l&#8217;Italia non figurò tra le 62 fra nazioni e territori, tutti non comunisti, che esposero nei cinque settori fieristici, frutto del lavoro di 200 progettisti. L&#8217;inviato Giuseppe Tosca, nel 1964, scriveva sul Corriere della Sera che la storia di questa mancata partecipazione era ingarbugliata e che il mancato inserimento nel calendario internazionale ufficiale non fosse convincente: «Non si è riusciti a dissipare il sospetto di ritardi, pastoie burocratiche, contrasti di interesse, divergenze finanziarie, ripicche e dispetti che assai più seriamente possono aver impedito o sconsigliato l’adesione alla rassegna». La politica e i diritti civili fanno irruzione Ma il &#8220;mondo incantato&#8221; che Moses e una certa visione disneyana avevano preparato a New York non dovette solo far i conti con questo genere di questioni politiche. Le prime notizie che echeggiarono per il mondo dal parco di Flushing Meadows furono quelle di tumulti registratisi durante la cerimonia di inaugurazione della &#8220;New York World&#8217;s Fair&#8221; con il presidente Johnson (video nel quale però non si fa cenno dei tumulti). I movimenti per i diritti civili avevano infatti inscenato delle manifestazioni &#8211; erano i giorni in cui al Senato si discuteva il “Civil Rights Act” &#8211; che provocarono blocchi della circolazione di metro e auto, arresti e scontri. Erano, in fondo i segnali di una complessità che iniziava ad emergere accanto al sogno di un mondo che la tecnologia &#8211; che aveva subito un&#8217;accelerazione proprio per Guerra Fredda e corsa allo Spazio &#8211; si auspicava potesse trasformare portare verso un avvenire di pace. Papa Paolo VI in visita all&#8217;esposizione Il 4 ottobre 1965 Paolo VI, primo papa a metter piede sul suolo americano e ad aver parlato lo stesso giorno alle Nazioni Unite, fece visita al padiglione nel quale erano esposta la Pietà e riprodotti gli scavi della tomba di san Pietro. Nel suo discorso alla fiera di New York il Pontefice ricordò le convinzioni religiose che spinsero Michelangelo a qulle vette artistiche, aggiungendo: «We feel that these same religious convictions can move men in a similar way to seek peace and harmony among the peoples of this world». Quel che restò del futuro Pace ed armonia che non potevano arrivare subito, in un&#8217;America nella quale ancora c&#8217;erano, ad esempio, discriminazioni razziali e stava iniziando quella trasformazione cui il giornalista statunitense Joseph Tirella ha dedicato il suo &#8220;Tomorrow-Land: The 1964-65 World&#8217;s Fair and the Transformation of America&#8221; (Lyons Press) [qui su Amazon.it]. In compenso in occasione della fiera furono lanciate alcune tecnologie o prodotti che hanno fatto storia. Dall&#8217;idea del telefono come mezzo per videochiamare (e molto di più), a quella della tv a colori, alla Mustang &#8211; grandissimo successo della Ford &#8211; alle animazioni robotiche di Disney (animatronic), fino alla presentazione al grande pubblico dei modelli del World Trade Center, già svelate a inizio 1965: le torri gemelle di Minoru Yamasaki. Emblema poi di come &#8211; nonostante la tecnologia abbia fatto passi da gigante &#8211; purtroppo la pace attraverso la comprensione non abbia seguito lo stesso percorso. Qualche link La fiera di New York sul National Geographic 1965 (via Modern Mechanix) Cosa resta della fiera mondiale di New York del 1964/1965? What Is To Be Done With The New York State Pavilion? Video Video della visita di Papa Paolo VI a New York (via Youtube) &#8220;It&#8217;s a small world&#8221; turns 50: the creation of a classic (via Youtube) Feed social New York World&#8217;s Fair 1964-1965 su Twitter New York World&#8217;s Fair 1965-1965 su Pinterest (ultimo aggiornamento 22 aprile 2014, ore 00:53)</p>
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