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	<title>podkasbaht</title>
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	<description>ora dall\'india</description>
	<pubDate>Sun, 22 Mar 2009 08:17:29 +0000</pubDate>
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		<title>episodio 22. straniero</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Mar 2009 06:07:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paolo</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[   un presepe nel garage, e i tuffi in pancia.
questo è l&#8217;ultimo episodio di podkasbaht. non è neanche per il ritardo clamoroso con il quale ormai faccio gli episodi. le cose da dire non mancano e il tempo in realtà neppure. è proprio che è venuto il momento di cambiare. continuerò con un altro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="/podkasbaht/dati/20090321/s14122008239.jpg" /> <img src="/podkasbaht/dati/20090321/s14122008240.jpg" /> <img src="/podkasbaht/dati/20090321/s27112008234.jpg" /> <strong>un presepe nel garage, e i tuffi in pancia.</strong></p>
<p><em>questo è l&#8217;ultimo episodio di podkasbaht. non è neanche per il ritardo clamoroso con il quale ormai faccio gli episodi. le cose da dire non mancano e il tempo in realtà neppure. è proprio che è venuto il momento di cambiare. continuerò con un altro progetto, per adesso c&#8217;è solo qualche idea, vedremo cosa ne verrà fuori. e poi sto lasciando l&#8217;india, e con lei un pezzo importante di vita. </em></p>
<p><em>è vero che sono stato silente per vari mesi, ma non mi andava di chiudere podkasbaht senza un ultimo episodio e così, questo è venuto fuori come l&#8217;</em><em>ultimo, come  quello dove volevo condensare tutte le cose non dette. sono un paio di episodi che sono successi negli ultimi mesi. non ero riuscito a parlarne prima, li ho lasciati lì a sedimentare, aspettando di riuscire a farne qualcosa. ecco cosa ne è venuto fuori. i due racconti stanno un po&#8217; appicciati con lo sputo, si riferiscono a fatti realmente accaduti (come sempre) e nella fattispecie sono fatti dei quali non vado molto fiero e che mi creano qualche problemuccio. forse è per questo che non sono riuscito a parlarne prima. in ogni caso, se avete tempo da buttare, ascoltateli. alcuni commenti:</em></p>
<ol>
<li><em>per la prima volta ho usato per metà musica da <a href="http://jamendo.com">jamendo</a>. la cosa non vi dirà nulla, ma per me è stato già un bel risultato. conto di migliorare in futuro con l&#8217;utilizzo di musica da piattaforme di questo genere.</em></li>
<li><em>il riferimento a &#8220;birra e pannolini&#8221; al supermercato è un piccolo riconoscimento del mio passato: c&#8217;era un tempo nel quale studiavo algoritmi per trovare patter frequenti, regole associative e altra roba esoterica nascosta in grandi database. a chi chiedeva a cosa servisse tutto ciò, veniva detto che questi algoritmi permettevano di scoprire informazioni come: &#8220;il venerdi sera chi compra al supermercato pannolini comprerà anche birra&#8221;. ovviamente le applicazioni erano anche e soprattutto ben altre, ma questo era un esempio che per qualche strano motivo ricorreva spesso. almeno fino a quando non è venuto fuori che la storiella <a href="http://web.onetel.net.uk/~hibou/Beer%20and%20Nappies.html">non era vera&#8230;</a></em></li>
<li><em>l&#8217;ultima frase (accidenti a me) doveva essere una citazione da una lettera di san paolo (ai corinzi? o ai romani? mah!) ma non me la ricordavo abbastanza da metterla davvero. e poi alla fine non è che fosse &#8217;sta gran citazione. quindi niente, resta un po&#8217; li appesa al nulla.</em></li>
</ol>
<p><em>ecco, direi che questo è tutto. grazie a tutti quelli che mi hanno ascoltato.  </em></p>
<p><a id="more-29"></a>vivo in una crepa del tempo sul bordo del mare. sono l&#8217;unico abitante, o comunque il più vivo. mi dedico all&#8217;attesa professionista di un mondo migliore. per il resto, sto accovacciato sulla spiaggia a guardare l&#8217;orizzonte, l&#8217;immenso azzurro niente che ho davanti. mi ripeto che un giorno saprò farene qualcosa, per ora lo tengo per me, che non è poi neanche poco.</p>
<p>ci sono nuvoloni carichi di pioggia all&#8217;orizzonte e sento una sensazione strana addosso. un giramento di testa continuo, come di sottofondo. tecnicamente dicono che sia una depressione tropicale. non tanto nel senso della condizione psicologica ma in quello della condizione climatica. sta per arrivare un ciclone. ha pure un nome, nisha, tanto per mettere in chiaro che non sarà roba da poco. inizia a piovere quasi distrattamente uno o due giorni. con un po&#8217; di vento. la gente che ha una casa ci si chiude dentro, chi non ce l&#8217;ha resta fuori, cercando riparo sotto una tenda improvvisata con sacchi della spazzatura. chi ha una casa ma non ha fatto scorte di “birra e pannolini”, come il sottoscritto, esce all&#8217;aperto, per una missione rapida al supermercato, prima che arrivi nisha.</p>
<p>in strada trovo i soliti bambini delle famiglie che abitano intorno a noi. sarebbero i nostri vicini, se si possono definire “vicini” persone che vivono nella fogna accanto a casa tua. comunque diciamo che incontro i figli dei vicini che sbraitando allegramente mi intercettano chiedendomi qualche spicciolo per un loro progetto che non riesco a capire. mi fanno dei segni strani, come per dire che io dovrei sapere per cosa mi chiedono i soldi, ma io non capisco, per fortuna davvero, e tiro dritto con un sorriso sincero solo a metà. piove sempre più forte.</p>
<p>al solito angolo di strada dove si trova sempre qualcuno accovacciato, vedo un mucchietto di stracci più disordinato del solito. c&#8217;è qualcuno sotto, è chiaro. si muove vagamente, quindi è ancora vivo. passo distrattamente oltre, il mio cinismo scalzo ha fatto un duro callo a furia di camminare per queste strade dissestate. vado diretto dove devo, compio la mia missione e torno indietro, carico del mio bottino di scorte per l&#8217;emergenza che si preannuncia. ripasso dal solito angolo di strada, con disinvolta abitudinarietà, resa ancora più frettolosa dalla pioggia e dal carico. passo veloce, sperando di non trovare più nulla che sia li a farsi guardare inerme. il mucchietto di stracci si è mosso un poco, si è girato su un fianco, scoprendo un pezzo del corpo. si intravede il busto, la pelle grinzosa. è una donna, anziana. muove una mano, stancamente. non ho mani libere e non mi fermo, vado diretto a casa, scacciando rapidamente dalla testa l&#8217;immagine della miseria bagnata di una povera vecchia che durante il ciclone cerca inutilmente di ripararsi sdraiata sotto un ombrello.</p>
<p>quando arrivo sotto casa, trovo ad aspettarmi i due ragazzini di prima. stavolta non vogliono soldi ma vogliono mostrarmi il loro progetto, realizzato non so come visto che non credo nessuno gli abbia dato dei soldi nel tempo che ci ho messo ad andare e tornare dal supermercato. capisco improvvisamente perchè pensavano che avrei dovuto immedesimarmi: è un delizioso presepe natalizio fatto con legnetti raccattati da terra, un po&#8217; di foglie e delle vere statuine, probabilmente “prese in prestito” dalla vicina bancarella. mi chiedevano i soldi giusto appunto per evitare di andare in prestito. in ogni caso adesso mi mostrano fieri il loro capolavoro, che effettivamente merita.</p>
<p>la pioggia nel frattempo aumenta. piove da ore a scroscio, senza interruzione. mi domando come faranno i canali di scolo a smaltire tutta questa acqua e infatti, ben presto, i canali di riempiono e l&#8217;acqua non defluisce più. inizia l&#8217;allagamento. prima l&#8217;acqua sale, quasi compostamente. poi senza rendersene conto tutta la strada è sommersa per quasi mezzo metro. il canaletto della fogna è stato il primo a saltare, allagando la tenda dei nostri vicini. per la precisione, il loro riparo se l&#8217;è proprio portato via. hanno appena fatto in tempo a raccogliere qualcosa dentro un sacchetto di plastica e sono dovuti venire via per non finire sommersi loro stessi. si stanno riparando sotto un cornicione davanti a casa mia. il cornicione ovviamente non fa nulla, c&#8217;è acqua ovunque. li invito quindi ad entrare nel nostro garage che è ancora all&#8217;asciutto. una donna ha in braccio un bimbo di meno di un anno avvolto in un panno fradicio. le dico che possono passare la notte qui nel garage.</p>
<p>la notte passa agitata. delle tante cose che turbano i miei sonni delicati, il vento è una delle più violente e stanotte è veramente forte. acqua e aria a scroscio scompigliano i miei pensieri. sogno un gattino minuscolo che salta sugli scogli in riva al mare, evitando accuratamente l&#8217;acqua. poi improvvisamente vedo il gattino tuffarsi e sparire tra due rocce. per un istante ho un impulso di rassegnazione e sto per andarmene. poi però all&#8217;improvviso mi lancio per andare a ripescarlo, lo vedo sott&#8217;aqua, immobile. butto una mano e lo ripesco, appena in tempo per sentirlo tossire fuori un po&#8217; dell&#8217;acqua che ha bevuto. è ancora vivo, ha rischiato la vita ma andando subito a ripescarlo il gatto si è salvato. vorrei tenerlo con me, ma la vita che non ho lasciato si perdesse sott&#8217;acqua non è mia. appoggio il gatto sugli scogli, si scuote intensamente, tossisce un&#8217;ultima volta e se ne va. se non farà attenzione, rischerà di cadere un&#8217;altra volta.</p>
<p>i corvi mi svegliano come al solito con il loro gracchiare sguaiato. non mi piacciono questi uccellacci. mi alzo e mi avvicino alla finestra, sperando di riuscire a mandarli via. per fortuna se ne vanno da soli prima che arrivi e quando sono davanti alla zanzariera vedo sull&#8217;albero di fronte due martin pescatori di un blu azzurro quasi accecante. sono meravigliosi, e volano via appena mi sentono spalancare gli occhi, lasciandomi solo con una sensazione di vaga gratitudine per essersi lasciati guardare, anche solo per poco. mio figlio mi chiama, vuole fare i “tuffi in pancia” come dice lui, che sarebbe un gioco molto poco adatto per chi ha il risveglio lento come me. in pratica io sto sdraiato sul letto e lui si butta, si tuffa, su di me, sulla mia pancia, i tuffi in pancia, appunto. benedico il cielo ogni secondo per questi momenti di gioia pura.</p>
<p>scendo in strada per controllare la situazione. l&#8217;acqua è andata via, i vicini che ho ospitato nel garage sono silenziosamente tornate fuori, senza che gli abbia detto niente nessuno, leggeri come sono arrivati, con indosso solo due stracci e un immenso sorriso. fuori si raccolgono i resti del ciclone. alberi caduti, case crollate, ma tutto sommato non è andata malissimo. poi lo vedo. poco lontano dalla nostra casa vedo un poliziotto che parla con una persona accovacciata accanto ad un lenzuolo bianco, disteso con precisione su un corpo, morto. il lenzuolo è nel punto dove il giorno prima ho visto la vecchia, quella che sembrava stesse morendo e che si riparava dalla pioggia accovacciata sotto un ombrello rotto, senza forze. i suoi ultimi respiri non li ha ascoltati nessuno. quando stava morendo non c&#8217;era nessuno a guardarla. non dico a salvarla, ma anche solo a starle seduto vicino. il suo corpo da viva non meritava neppure un vestito e la carne nella quale ancora scorreva il sangue si afflosciava nuda sul fango della strada. la morte le ha portato un vestito bianco, un amico che la veglia, un poliziotto che si occupa di lei e un passante incuriosito. come è successo che riusciamo a tirare fuori tutta questa attenzione per la morte quando per la vita abbiamo solo indifferenza? come è successo che la morte debba essere più degna della vita?</p>
<p>***</p>
<p>c&#8217;è una cordicella tesa che attraversa tutta la spiaggia, dalle palme fino al mare. è una sottile linea gialla che separa noi da loro. noi non possiamo andare di là e loro non possono venire di qua. è una  corda fragile retta da due bastoncini. basterebbe un soffio di vento per buttarla giù, oppure un piccolo salto per scavalcarla. ma nessuno lo fa, nessuno passa dall&#8217;altra parte per la semplice ragione che le linea sapara noi che stiamo di qua da loro che stanno di la. o quasi. in realtà ogni tanto qualcuno di loro prova a passare, facendo l&#8217;indifferente arriva fino qui da noi, come se fosse uno di noi. ma poi appena arriva qui lo si vede subito che è diverso e che qui da noi non ci sa stare. quindi viene rispedito da dove è venuto, oltre la linea gialla. anche a me una volta è successo di attraversarla per andare di la. ero infuriato con uno di loro che era venuto di qua e si era comportato male, come è ovvio. l&#8217;ho rincorso, volevo dargli una lezione, fargli capire che non si scherza con noi. accecato dalla rabbia ho scavalcato la linea gialla senza pensarci e gli sono andato dietro, fin dentro il villaggio. ho trovato solo donne e bambini. non capivano cosa ci facessi li. neanche un uomo, neanche un ragazzo. mi arrabbio ancora di più perchè tutti fanno finta di non capire. poi nel silenzio della giungla, lontano dal rumore delle onde del mare, arriva una moto con due uomini sopra. mi guardano, li guardo. la mia vita è appesa ad un filo, ad una sottile linea gialla. capisco che potrebbe essere la fine. mi vengono in mente tutte le storie che mi hanno raccontato di qualcuno di noi che era finito li da loro e che non è più tornato. mi ricordo improvvisamente un libro di terzani dove il giornalista racconta di essersi salvato la vita davanti al mitra di un soldato con l&#8217;unica arma che aveva in tasca: un sorriso. sorrido, come posso. viene fuori un&#8217;espressione idiota, che forse è proprio ciò che mi salva. gli uomini sulla moto ripartono. mi giro e torno indietro incredulo che la mia vita possa essere stata sospesa ad un filo, ad una sottile linea gialla.</p>
<p>***</p>
<p>i grandi uccelli oggi sono passati in alto, volavano verso nord. è un segno che il tempo sta cambiando. i tempi stanno cambiando, e io comincio ad invecchiare. parlandone con il mio corpo proprio l&#8217;altro giorno, mi ha fatto chiaramente capire che non era più questione di spingere ancora, che lui ha smesso già da un po&#8217; di spingere. dice che continuerà a restare cosi&#8217; ancora per un po&#8217;, poi inizierà a mollare. su questo è irremovibile, dovrò farmene una ragione. l&#8217;ho ascoltato con pazienza, il mio corpo, in fondo ci conosciamo da una vita. glielo devo. prima ancora che me lo chiedesse, gli ho detto: “e&#8217; giunto il tempo anche per noi, seguiremo il volo di quegli uccelli, verso nord”. è già tutto pronto, domani lasceremo questa spiaggia. un mare da osservare lo troverò anche a nord. sarà forse più freddo, ma a me basta che sia un mare. un giorno, a dio piacendo, tornerò da voi.
</p>
<br/><a href="http://www.palmerini.org/podkasbaht/dati/20090321/20090321.mp3">Download episodio 22. straniero</a><br/>]]></content:encoded>
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questo è l'ultimo episodio di podkasbaht. non è neanche per il ritardo clamoroso con il quale ormai faccio gli episodi. le cose da dire non mancano e il tempo in realtà neppure. è proprio che è venuto il momento di cambiare. continuerò con un altro progetto, per adesso c'è solo qualche idea, vedremo cosa ne verrà fuori. e poi sto lasciando l'india, e con lei un pezzo importante di vita. 

è vero che sono stato silente per vari mesi, ma non mi andava di chiudere podkasbaht senza un ultimo episodio e così, questo è venuto fuori come l'ultimo, come  quello dove volevo condensare tutte le cose non dette. sono un paio di episodi che sono successi negli ultimi mesi. non ero riuscito a parlarne prima, li ho lasciati lì a sedimentare, aspettando di riuscire a farne qualcosa. ecco cosa ne è venuto fuori. i due racconti stanno un po' appicciati con lo sputo, si riferiscono a fatti realmente accaduti (come sempre) e nella fattispecie sono fatti dei quali non vado molto fiero e che mi creano qualche problemuccio. forse è per questo che non sono riuscito a parlarne prima. in ogni caso, se avete tempo da buttare, ascoltateli. alcuni commenti:

	per la prima volta ho usato per metà musica da jamendo. la cosa non vi dirà nulla, ma per me è stato già un bel risultato. conto di migliorare in futuro con l'utilizzo di musica da piattaforme di questo genere.
	il riferimento a "birra e pannolini" al supermercato è un piccolo riconoscimento del mio passato: c'era un tempo nel quale studiavo algoritmi per trovare patter frequenti, regole associative e altra roba esoterica nascosta in grandi database. a chi chiedeva a cosa servisse tutto ciò, veniva detto che questi algoritmi permettevano di scoprire informazioni come: "il venerdi sera chi compra al supermercato pannolini comprerà anche birra". ovviamente le applicazioni erano anche e soprattutto ben altre, ma questo era un esempio che per qualche strano motivo ricorreva spesso. almeno fino a quando non è venuto fuori che la storiella non era vera...
	l'ultima frase (accidenti a me) doveva essere una citazione da una lettera di san paolo (ai corinzi? o ai romani? mah!) ma non me la ricordavo abbastanza da metterla davvero. e poi alla fine non è che fosse 'sta gran citazione. quindi niente, resta un po' li appesa al nulla.

ecco, direi che questo è tutto. grazie a tutti quelli che mi hanno ascoltato.  

vivo in una crepa del tempo sul bordo del mare. sono l'unico abitante, o comunque il più vivo. mi dedico all'attesa professionista di un mondo migliore. per il resto, sto accovacciato sulla spiaggia a guardare l'orizzonte, l'immenso azzurro niente che ho davanti. mi ripeto che un giorno saprò farene qualcosa, per ora lo tengo per me, che non è poi neanche poco.

ci sono nuvoloni carichi di pioggia all'orizzonte e sento una sensazione strana addosso. un giramento di testa continuo, come di sottofondo. tecnicamente dicono che sia una depressione tropicale. non tanto nel senso della condizione psicologica ma in quello della condizione climatica. sta per arrivare un ciclone. ha pure un nome, nisha, tanto per mettere in chiaro che non sarà roba da poco. inizia a piovere quasi distrattamente uno o due giorni. con un po' di vento. la gente che ha una casa ci si chiude dentro, chi non ce l'ha resta fuori, cercando riparo sotto una tenda improvvisata con sacchi della spazzatura. chi ha una casa ma non ha fatto scorte di “birra e pannolini”, come il sottoscritto, esce all'aperto, per una missione rapida al supermercato, prima che arrivi nisha.

in strada trovo i soliti bambini delle famiglie che abitano intorno a noi. sarebbero i nostri vicini, se si possono definire “vicini” persone che vivono nella fogna accanto a casa tua. comunque diciamo che incontro i figli dei vicini che sbraitando allegramente mi intercettano chiedendomi qualche spicciolo per un loro progetto che non riesco a capire. mi fanno dei segni s</itunes:summary>
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		<title>podcast day 2008</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Oct 2008 06:19:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paolo</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[è capitato a tutti, a scuola, che la professoressa ti beccasse mentre guardavi fuori dalla finestra, assorto in pensieri che poco avevano a che vedere con l&#8217;argomento della lezione. era imbarazzante accorgersi improvvisamente della sua presenza, guardarla, sentire la sua domanda arrivare con effetto doppler progressivamente vicina all&#8217;altrove dove ti trovavi e improvvisamente ricevere la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>è capitato a tutti, a scuola, che la professoressa ti beccasse mentre guardavi fuori dalla finestra, assorto in pensieri che poco avevano a che vedere con l&#8217;argomento della lezione. era imbarazzante accorgersi improvvisamente della sua presenza, guardarla, sentire la sua domanda arrivare con effetto doppler progressivamente vicina all&#8217;altrove dove ti trovavi e improvvisamente ricevere la parola, che arrivava come una secchiata d&#8217;acqua in faccia.l&#8217;attimo di silenzio che seguiva la fine della domanda e doveva annunciare la risposta si prolungava inesorabile, rivelando impietosamente l&#8217;unica cosa che ti stava davvero passando per la testa: “ma di che diavolo sta parlando?”.<br />
pochi istanti dopo lo capivi benissimo di che parlava. parlava del fatto che ti avrebbe interrogato e che tu, come al solito, non avevi studiato gran chè. per mille motivi legittimi e serissimi. motivi del cazzo.</p>
<p>ho realizzato che oggi sarebbe stato il <a href="http://podcastdayitalia.wordpress.com/">podcastday</a> con molto ritardo. non ho fatto in tempo a pubblicizzare l&#8217;evento con il banner. allora ho chiamato al telefono direttamente i miei 4 lettori e gliel&#8217;ho detto di persona <img src='http://www.palmerini.org/podkasbaht/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' />  tra l&#8217;altro quest&#8217;anno le regole sono più dure: bisogna recensire ben 5 podcast tra quelli di <a href="http://www.gunp.it">gunp.it</a>. urka, 5. bene, visto che non riuscirò a scrivere un vero episodio e soprattutto a registrarlo, mi lancio in una recensione più standard.</p>
<p>come al solito la scelta è difficile, perchè uno vorrebbe metterceli tutti, per un motivo o per l&#8217;altro e doverne selezionare solo alcuni sembra sempre sia uno sgarbo per gli altri. ma queste son le regole del gioco e, quindi, giochiamo. premetto solo una cosa dicendo che recensisco podcast dei quali non ho mai parlato, per aggiungerne di nuovi ai miei preferiti, senza intaccare I preferiti di sempre.</p>
<ul>
<li><a href="http://www.fuoriaula.com/fuori-aula-network/podcast/romeo-in-love">romeo in love</a>. la sorpresa più gaia dell&#8217;autunno! un podcast dedicato al movimento gay lesbians bi e trans gestito dagli studenti universitari di verona. bello, interessante, piacevole e ben fatto. ancora una volta dai media indipendenti viene una bella ventata d&#8217;aria fresca in mezzo all&#8217;aria fritta che si respira normalmente. una decina di episodi interrotti per la pausa estiva, ma con promessa di ripresa autunnale. siamo in attesa!</li>
<li><a href="http://www.historycast.org/">historycast</a>. un colosso del podcast italiano, tutti ne parlano, tutti lo linkano. uno dei pochi credo ad essere anche stato recensito su media tradizionali. lo ascolto da sempre, forse è l&#8217;unico podcast del quale non ho perso una singola puntata. enrica salvadori mi fa appassionare ad una materia che a scuola, ahimè, ho sempre maltrattato, a dispetto delle brave persone che hanno cercato di ficcarmela nella testa.</li>
<li><a href="http://rouge73.wordpress.com/">rougecast</a>. simpatico e schietto. mi piace tantissimo perchè è uno dei pochissimi podcast che non si prende troppo sul serio. Gli episodi sono semplici e onesti, non c&#8217;è nessuna ostentazione, nessun esibizionismo, hanno il passo tranquillo e sicuro del maratoneta. niente scatti, il ritmo a volte può sembrare un po&#8217; lento, ma è perchè deve tenere fiato e gambe fino alla fine. rougecast ha uno stile suo particolare. Speriamo lo mantenga a lungo.</li>
<li><a href="http://podcastdeipapa.blogspot.com/">il podcast dei papà</a>  se gli altri podcast accompagnano le mie varie ore di vuoto e di forzata inoperosità (nella mia vita ci sono sempre troppe ore di macchina, non so perchè), su questo invece prendo proprio appunti, tipo scolaretto. Luke Darkside (ma si chiamerà anche solo “luca” &#8217;sto cristiano?) racconta la sua vita di papà, ai papà. ho sentito un paio di puntate, e ho constatato con desolazione che nella mia carriere di padre, in soli due anni sono riuscito a totalizzare un record di “cose-da-non-fare” degne di un guinness. ma il podcast è leggero e ricco di informazioni.</li>
<li><a href="http://www.mevio.com/shows/?show=funnypodcast">the funny show</a>. funny è per me ancora un mistero. La prima volta che l&#8217;ho sentita ho pensato “ma questa è una vera che fa finta di essere finta” non so se mi spiego. no, appunto. insomma, bella voce, un pozzo di scienza sull&#8217;R&#038;B! mi domando se io sono mai stato cosi&#8217; esperto in vita mia su un qualunque argomento. quando ero giovane sapevo tutto su pink floyd e jimi hendrix. Anzi, leggevo tutto, che è diverso. Ma funny sembra sapere ogni cosa e avere una incredibile capacità di presentare la musica che ama. confesso che capisco solo il 70% di quello che dice, con tutte quelle sigle e riferimenti a generi musicali per me sconosciuti: sottoderivazioni dell&#8217;R&#038;B ottenute mescolando generi diversi. per uno come me che era rimasto al rock, blues e jazz, che non si rassegna al chill-out e ripara nel post-rock, la vita la&#8217; fuori è dura. ma per tutti quelli come me, per fortuna, c&#8217;è funny, che con pazienza, ci guida nei meandri dell&#8217;anima.</li>
</ul>
<p>è tutto. quel poco che posso dire prima che il giorno passi e sia già domani, tardi anche per scusarsi del ritardo. perchè il podcastday, si sa, torna tutti gli anni, ma dura un giorno solo. happy podcast day!
</p>
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		<itunes:summary>è capitato a tutti, a scuola, che la professoressa ti beccasse mentre guardavi fuori dalla finestra, assorto in pensieri che poco avevano a che vedere con l'argomento della lezione. era imbarazzante accorgersi improvvisamente della sua presenza, guardarla, sentire la sua domanda arrivare con effetto doppler progressivamente vicina all'altrove dove ti trovavi e improvvisamente ricevere la parola, che arrivava come una secchiata d'acqua in faccia.l'attimo di silenzio che seguiva la fine della domanda e doveva annunciare la risposta si prolungava inesorabile, rivelando impietosamente l'unica cosa che ti stava davvero passando per la testa: “ma di che diavolo sta parlando?”.
pochi istanti dopo lo capivi benissimo di che parlava. parlava del fatto che ti avrebbe interrogato e che tu, come al solito, non avevi studiato gran chè. per mille motivi legittimi e serissimi. motivi del cazzo.

ho realizzato che oggi sarebbe stato il podcastday con molto ritardo. non ho fatto in tempo a pubblicizzare l'evento con il banner. allora ho chiamato al telefono direttamente i miei 4 lettori e gliel'ho detto di persona ;-) tra l'altro quest'anno le regole sono più dure: bisogna recensire ben 5 podcast tra quelli di gunp.it. urka, 5. bene, visto che non riuscirò a scrivere un vero episodio e soprattutto a registrarlo, mi lancio in una recensione più standard.

come al solito la scelta è difficile, perchè uno vorrebbe metterceli tutti, per un motivo o per l'altro e doverne selezionare solo alcuni sembra sempre sia uno sgarbo per gli altri. ma queste son le regole del gioco e, quindi, giochiamo. premetto solo una cosa dicendo che recensisco podcast dei quali non ho mai parlato, per aggiungerne di nuovi ai miei preferiti, senza intaccare I preferiti di sempre.

	romeo in love. la sorpresa più gaia dell'autunno! un podcast dedicato al movimento gay lesbians bi e trans gestito dagli studenti universitari di verona. bello, interessante, piacevole e ben fatto. ancora una volta dai media indipendenti viene una bella ventata d'aria fresca in mezzo all'aria fritta che si respira normalmente. una decina di episodi interrotti per la pausa estiva, ma con promessa di ripresa autunnale. siamo in attesa!
	historycast. un colosso del podcast italiano, tutti ne parlano, tutti lo linkano. uno dei pochi credo ad essere anche stato recensito su media tradizionali. lo ascolto da sempre, forse è l'unico podcast del quale non ho perso una singola puntata. enrica salvadori mi fa appassionare ad una materia che a scuola, ahimè, ho sempre maltrattato, a dispetto delle brave persone che hanno cercato di ficcarmela nella testa.
	rougecast. simpatico e schietto. mi piace tantissimo perchè è uno dei pochissimi podcast che non si prende troppo sul serio. Gli episodi sono semplici e onesti, non c'è nessuna ostentazione, nessun esibizionismo, hanno il passo tranquillo e sicuro del maratoneta. niente scatti, il ritmo a volte può sembrare un po' lento, ma è perchè deve tenere fiato e gambe fino alla fine. rougecast ha uno stile suo particolare. Speriamo lo mantenga a lungo.
	il podcast dei papà  se gli altri podcast accompagnano le mie varie ore di vuoto e di forzata inoperosità (nella mia vita ci sono sempre troppe ore di macchina, non so perchè), su questo invece prendo proprio appunti, tipo scolaretto. Luke Darkside (ma si chiamerà anche solo “luca” 'sto cristiano?) racconta la sua vita di papà, ai papà. ho sentito un paio di puntate, e ho constatato con desolazione che nella mia carriere di padre, in soli due anni sono riuscito a totalizzare un record di “cose-da-non-fare” degne di un guinness. ma il podcast è leggero e ricco di informazioni.
	the funny show. funny è per me ancora un mistero. La prima volta che l'ho sentita ho pensato “ma questa è una vera che fa finta di essere finta” non so se mi spiego. no, appunto. insomma, bella voce, un pozzo di scienza sull'RB! mi domando se io sono mai stato cosi' esperto in vita mia su</itunes:summary>
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		<itunes:author>paolo palmerini</itunes:author>
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		<title>per un pelo</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Oct 2008 18:53:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paolo</dc:creator>
		
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mi devo essere appisolato. tipo qualche mese.è che sono stato via, poi sono tornato, poi si è ammalato il bimbo, poi il monsone. insomma, ieri sera per caso, riprendendo contatto con internet, sono andato a fare un giretto a casa del nissardo e scopro (primo scoop) che si è riprodotto (auguri!! sono felicissimo per voi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://podcastdayitalia.wordpress.com"><img border="0" alt="”Podcast" src="http://www.everydayshow.eu/GRAFICA/Podcastday261008.jpg" /></a></p>
<p>mi devo essere appisolato. tipo qualche mese.è che sono stato via, poi sono tornato, poi si è ammalato il bimbo, poi il monsone. insomma, ieri sera per caso, riprendendo contatto con internet, sono andato a fare un giretto a casa del <a href="http://www.ilnissardo.com/ilnissardo-podcast/episodio-56-unbelievable/">nissardo</a> e scopro (primo scoop) che si è riprodotto (auguri!! sono felicissimo per voi e orgoglioso che ci sia un&#8217;altro piccolo toscano in terra francese) e che (secondo scoop) domani è il <a href="http://podcastdayitalia.wordpress.com/">podcastday</a>!! ma guarda te, quasi me lo perdevo. e ora come faccio? quest&#8217;anno poi è difficilissimo, si devono recensire 5 podcast!! non ce la farò mai a registrare una puntata. ora mi metto sotto, e vedo almeno di scrivere qualcosa per domani. intanto sentitevi l&#8217;audio promo.
</p>
<br/><a href="http://www.everydayshow.eu/PODCASTDAY/PDayPromo.mp3">Download promo pday</a><br/>]]></content:encoded>
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		<itunes:summary>mi devo essere appisolato. tipo qualche mese.è che sono stato via, poi sono tornato, poi si è ammalato il bimbo, poi il monsone. insomma, ieri sera per caso, riprendendo contatto con internet, sono andato a fare un giretto a casa del nissardo e scopro (primo scoop) che si è riprodotto (auguri!! sono felicissimo per voi e orgoglioso che ci sia un'altro piccolo toscano in terra francese) e che (secondo scoop) domani è il podcastday!! ma guarda te, quasi me lo perdevo. e ora come faccio? quest'anno poi è difficilissimo, si devono recensire 5 podcast!! non ce la farò mai a registrare una puntata. ora mi metto sotto, e vedo almeno di scrivere qualcosa per domani. intanto sentitevi l'audio promo.Download promo pday</itunes:summary>
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		<itunes:author>paolo palmerini</itunes:author>
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		<title>episodio 21. oggetti</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Aug 2008 19:39:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paolo</dc:creator>
		
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img alt="tuktuk a pondy" id="image25" src="http://www.palmerini.org/podkasbaht/wp-content/uploads/2008/08/20080818.jpg" /> <em>episodio sofferto. volevo restare sul leggero - ma sono heavy inside - parlando di oggetti. sarebbe stato carino se avessi messo qualche foto degli oggetti di cui parlo. adesso ho troppo sonno, magari domani lo faccio. nel frattempo giusto un&#8217;osservazione. dopo aver scritto l&#8217;episodio sono capitato per caso sulle pagine di <a href="http://www.suketumehta.com/">maximu city</a> di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Suketu_Mehta">suketu mehta</a> (libro meraviglioso, tra l&#8217;altro. un &#8220;gomorra&#8221; per bombay) dove racconta la sua difficoltà come indiano che vive a new york, di abituarsi all&#8217;india. mi ha fatto sorridere che anche lui abbia sintetizzato questa difficoltà nel non sapere dove trovare un cavatappi o delle lenzuola a bombay. per il resto, niente da aggiungere: buon ascolto. </em></p>
<p><a id="more-26"></a></p>
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<p>oggetti</p>
<p>tornare in india. potrebbe essere il titolo di un romanzo neo epico sulle gesta di un viaggiatore eroico e avventuroso che, partito dal subcontinente alla ricerca della verità, dopo lungo peregrinare e dopo aver incontrato genti di ogni razza e credo, decide di tornare al suo paese, avendo capito che la verità non è mai nel punto dove vuoi arrivare, ma in quello da cui sei partito. per trovarla, bisogna guardarsi indietro, con onestà.</p>
<p>invece niente romanzo neo epico, niente eroico viaggiatore, ma un bischero qualunque, come si direbbe dalle mie parti, che per mille motivi prende la sua via della seta, con scalo a francoforte ed arrivo a madras in piena notte. l&#8217;impatto con l&#8217;india è comunque una bella botta.</p>
<p>tornando dopo le vacanze, con più distacco della prima volta quando ero letteralmente sopraffatto dalla novità totale e dall&#8217;immensità del nuovo mondo, ho potuto visualizzare meglio tutte quelle piccole e stupide cose che rendono questo mondo così diverso, così indiano ai miei occhi. non parlo della spiritualità, dei templi o dei misteri dell&#8217;india. parlo di oggetti e piccole cose che possono passare inosservate ma che alla fine fanno di un mondo un mondo.</p>
<p>un posto comune come un cesso non dovrebbe riservare sorprese, e invece è proprio qui che la grande india mi regala la prima scoperta. fuori dai bagni di tutta l&#8217;india  - no, non li ho visitati proprio tutti di persona ma sembra ragionevole pensare che la mia limitata esperienza diretta possa essere estesa al resto del continente – ci sono i mitici tappetini. banali, non si notano quasi, ma dopo pochi mesi ne sono diventato un fanatico e se davanti al mio bagno non c&#8217;è il tappetino divento una iena! sono normali tappetini, di solito non particolarmente pregiati perchè non sono un elemento decorativo ma svolgono l&#8217;importante funzione di permettere di asciugarsi i piedi appena usciti dal bagno. in bagno infatti c&#8217;è spesso acqua in terra. Solo nelle case più moderne la doccia ha il piatto o una tenda e poi in india, nelle case e in quasi tutti i luoghi chiusi, si sta scalzi dato che le scarpe, per chi le ha, subiscono la sventura di toccare le strade dove mucche, cani e umani depositano i loro resti biologici con millenaria scioltezza. Al momento di entrare, ovunque sia, ma soprattutto in casa, quelle scarpe è bene quindi lasciarle fuori. un po&#8217; per via del fatto che si è sempre a piedi nudi, un po&#8217; perchè c&#8217;è spesso dell&#8217;acqua in terra, i tappetini permettono di evitare che una casa si trasformi in un pantano nel giro di poche ore. nella sua semplicità, il tappetino adesso è un oggetto al quale non saprei più rinunciare.</p>
<p>sempre restando in casa, un altro oggetto del quale ignoravo l&#8217;esistenza e del quale ora sono un fanatico sostenitore è l&#8217;accendigas. Nelle case italiane ma anche in altri paesi capita di vedere gli attrezzi più diversi per accendere i fornelli: accendini, fiammiferi, accendigas a fiamma, accendigas a scintilla, ciascuno con la sua forma e i suoi colori. In india sembra esistere solo un modello di accendigas, un cilindrotto di metallo leggermente conico, di una decina di centimetri con due alette su una delle estremità che lo fanno impugnare come si farebbe con una siringa: indice e medio sulle alette e il pollici a spingere un pistoncino a molla che fa scattare una scintilla sulla punta. La punta si mette a contatto con il fornello (se non tocca non funziona), si apre il gas e si preme il pistoncino facendo scattare la scintilla. Beh si è un accendigas. Ma tanto per cominciare in ogni cucina indiana, o almeno quelle che hanno il lusso di possedere un fornello a gas, è presente esattamente lo stesso oggetto e poi, l&#8217;oggetto è semplicemente perfetto: è il massimo della sicurezza (impossibile che generi ritorni di fiamma o che si incendi o altre cose spiacevoli) e non sbaglia un solo colpo. Me ne rendo conto, difficile spiegare come si possa diventare fanatici di una cosa cosi&#8217; stupida, ma adesso non riesco più a pensare ad una cucina senza quell&#8217;accendigas.</p>
<p>Uscendo dalle tranquille mura domestiche ci si trova spesso in strade affollate e trafficate. Anche la più piccola delle cittadine di provincia in questo paese nasconde almeno un punto affollato, almeno un groviglio di moto, almeno un autista di taxi impazzito. E, ovviamente, i famosi rickshaw, i taxi a pedali. Un tempo i rickhsaw erano una delle icone dell&#8217;india. Il modello tradizionale, trainato dall&#8217;autista, fu introdotto in india alla fine dell&#8217;800 dalla cina e si diffuse nelle principali città dove rimase in uso fino agli anni &#8216;70. poi, data l&#8217;estrema pericolosità del mezzo i rickshaw tradizionai furono più o meno messi al bando e sostituiti dai loro equivelanti a pedali, più sicuri e leggermente meno faticosi da condurre per gli autisti. In anni recenti, l&#8217;ulteriore e definitiva evoluzione porta a quelli che oggi sono ormai i diffusissimi  auto-rickshaw, anche chiamati tuktuk. In india sono spesso basati su un telaio simile all&#8217;ape piaggio, con un posto per il guidatore che imbraccia un manubrio da vespa e posti per 2-3 viaggiatori (ma gli indiani sanno riempirlo anche in 6 o 7). il tutto decorato del tipico colore giallo, che li rende visibili a miglia di distanza. Agili nel traffico, consumano pochissimo (35 Km con un litro di carburante), gli auto rickshaw si muovono in sciami per le vie delle città. Hanno clackson a trombetta, ma spesso montano all&#8217;interno subwoofer da rave party che riservano per i clienti speciali. Rispettano la legge esibendo il tassametro anche se, purtroppo,  il legislatore si è scordato di dire che il tassametro deve anche funzionare, per cui prima di ogni tragitto ci si deve imbarcare in lunghe e penose trattative. All&#8217;inizio mi rifiutavo, ora non muovo un passo senza essere portato da un autorickshaw. E, confesso, sarebbe una delle cose che mi porterei in europa più volentieri.</p>
<p>La verisone &#8220;grande&#8221; del tuk-tuk è però più affascinante da vedere. Sono le mitiche ambassador, macchine dal design inglese anni 50, prodotte dalla indianissima hindustan motors e ormai diventate un&#8217;altra icona del paese. Agli occhi di un povero europeo neanche troppo fanatico di macchine come me, risultano semplicemente meravigliose. La maggior parte dei veicoli in circolazione sono impiegati come taxi, ma qualche fortunato le ha anche come macchina privata. Sedili morbidoni di quelli divanetto tutto d&#8217;un pezzo, spesso senza aria condizionata, sono le principali responsabili di quel look vagamente retrò che si vede un po&#8217; ovunque. In effetti in india spesso se si eliminassero i cellulari, non si avrebbe necessariamente una chiara percezione del tempo presente: potremmo essere altrettanto facilmente in un qualunque decennio dell&#8217;immediato passato, a giudicare dai vestiti delle persone, i tagli di capelli, le case, i manifesti e, ovviamente, dalle macchine in circolazione.</p>
<p>La mia condizione di papà fornirebbe infiniti spunti riguardo agli oggetti e alle cose più o meno inutili ma tipicamente indiane che si trovano qui. Ne colgo solo alcuni, per non esagerare. Scarpe: tutti i bambini sotto i tre anni hanno scarpe che ad ogni passo suonano e fanno le lucine. Mai viste in italia, qui le hanno tutti. Intendo tutti quelli che hanno le scarpe che comunque sono pochi. Altro accessorio tipico dell&#8217;abbigliamento infantile in stagione invernale, ovvero in dicembre, dopo il monsone, quando la temperatura scende dai 35 ai 25 gradi centigradi è, udite udite, il passamontagna. Si, ai tropici, per difendersi dal clima particolarmente ostile (tutto è relativo) i bambini si coprono con il passamontagna. Si vedono quindi queste famiglie in moto con padre alla guida, dietro una figlia, dietro ancora la mamma che cavalca all&#8217;amazzone con in braccio un neonato e davanti un figlio con i passamontagna. Niente casco che porta sfortuna, e il raffreddore non se lo prende di sicuro.</p>
<p>I bambini, quando non hanno il passamontagna, si ritrovano tutti ai giardini, come ovunque. Qui però i giardini sono un po&#8217; particolari e gli attrezzi che si trovano per far giocare i bambini sembrano più progettati con scopi di controllo demografico che per procurare divertimento. Tutti i gli attrezzi sono costruiti in metallo e cemento. Scivoli ripidissimi e molto alti, brandelli di plastica tagliente agganciati a piccoli bilanceri sgangherati in ferro, pezzi di legno appesi a pesanti catene di acciaio. Bisogna conoscere bene la meccanica e la fisica per riuscire a prevedere quali saranno le oscillazioni di un copertone appeso ad un cavo di acciaio con un cilindro di metallo pieno che abbassa il baricentro. È un pendolo composto che da origine ad un sistema dinamico con attrattore caotico e quando meno te l&#8217;aspetti, se non hai integrato correttamente le equazioni del moto, il cilindro ti arriva in piena fronte. Chi riuscisse comunque a passare l&#8217;esame di fisica 1 sopravvivendo ai pendoli e ai bilanceri deve vedersela con l&#8217;elettromagnetismo per riuscire a gestire i cavi scoperti che vengono nascosti nelle aiuole. Il bimbo che toccasse uno di quei cavi potrebbe sperimentare un paio di leggi di coulomb e anche quella di ampere su se stesso. Però poi alla fine avrebbe interiorizzato completamente le equazioni del campo elettromagnetico. Forse a pensarci bene è per questo che gli indiani sono cosi&#8217; forti nelle scienze, è perchè da piccoli sono confrontati direttamente con le leggi della fisica applicate alla sopravvivenza ai giaridni.</p>
<p>In casa i pericoli da folgorazione non sono da meno. La qualità dell&#8217;energia elettrica fornita purtroppo è talmente scarsa che ogni elettrodomestico un po&#8217; delicato (frigorifero, aria condizionata e computer) è attaccato ad uno scatolotto che ammrtizza un po&#8217; gli sbalzi di tensione dovuti alla fornitura scostante di energia. Nelle case e negli uffici quindi questi attrezzi non sono attaccati direttamente alla spina al muro ma ad uno scatolotto esterno. Questi scatolotti sono un&#8217;altra presenza alla quale uno si abitua lentamente e dopo un po&#8217; gli sembra la cosa più naturale del mondo. Dovendo cercare casa, può capitare di non chiedere al proprietario durante la visita ad un appartamento cose tipo: &#8220;è un quartiere rumoroso?&#8221; oppure &#8220;si pratica la raccolta differenziata dei rifiuti nel condominio?&#8221; ma piuttosto: &#8220;dov&#8217;è l&#8217;inverter?&#8221;. L&#8217;inverter è praticamente una mega batteria o una serie di batterie che forniscono energia in caso di interruzione del servizio (cosa che capita, in media, anche una volta al giorno). Ci sono interi condomini di 3-4 appartamenti attaccati ad una batteria.</p>
<p>Altri oggetti dei quali prima ignoravo l&#8217;esistenza, da ormai quasi un anno sono entrati a far parte della mia quotidianeità. I ventilatori appesi al soffitto di tutte le stanze di tutte le case, i lucchetti con i quali si chiudono tutti i cancelli, gli scopini di saggina senza bastone ma con un manico molto allungato che sostituiscono le tradizionali scope. Quante cose adesso sono entrate nella mia normalità e quante altre ne sono uscite: a pondicherry saprei benissimo dove comprare una trappola per topi ma non un cavatappi. Saprei subito dove comprare un tappetino da bagno ma non dove trovare uno stendipanni, so dove trovare un tecnico per installare un inverter, ma non dove trovare due lenzuola.</p>
<p>Negli oggetti non c&#8217;è forse nascosta nessuna grande verità, ma sono comunque pezzetti della nostra vita che ci accompagnano da un posto all&#8217;altro contribuendo ad orientarci, a dirci dove siamo. Familiarizzare con questi oggetti vuol dire familiarizzare con un mondo. È un modo per sentirsi un po&#8217; meno estranei. E poi a me gli oggetti piacciono soprattutto gli oggetti di casa. Lo so già adesso che il giorno in cui lascerò l&#8217;india, ovunque devrò andare, nella mia valigia non riuscirò ad impedirmi di portarmente qualcuno dietro.</p>
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<br/><a href="http://www.palmerini.org/podkasbaht/dati/20080818/20080818.mp3">Download episodio 21. oggetti</a><br/>]]></content:encoded>
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		<itunes:summary>episodio sofferto. volevo restare sul leggero - ma sono heavy inside - parlando di oggetti. sarebbe stato carino se avessi messo qualche foto degli oggetti di cui parlo. adesso ho troppo sonno, magari domani lo faccio. nel frattempo giusto un'osservazione. dopo aver scritto l'episodio sono capitato per caso sulle pagine di maximu city di suketu mehta (libro meraviglioso, tra l'altro. un "gomorra" per bombay) dove racconta la sua difficoltà come indiano che vive a new york, di abituarsi all'india. mi ha fatto sorridere che anche lui abbia sintetizzato questa difficoltà nel non sapere dove trovare un cavatappi o delle lenzuola a bombay. per il resto, niente da aggiungere: buon ascolto. 



 	 	 	 	

oggetti

tornare in india. potrebbe essere il titolo di un romanzo neo epico sulle gesta di un viaggiatore eroico e avventuroso che, partito dal subcontinente alla ricerca della verità, dopo lungo peregrinare e dopo aver incontrato genti di ogni razza e credo, decide di tornare al suo paese, avendo capito che la verità non è mai nel punto dove vuoi arrivare, ma in quello da cui sei partito. per trovarla, bisogna guardarsi indietro, con onestà.

invece niente romanzo neo epico, niente eroico viaggiatore, ma un bischero qualunque, come si direbbe dalle mie parti, che per mille motivi prende la sua via della seta, con scalo a francoforte ed arrivo a madras in piena notte. l'impatto con l'india è comunque una bella botta.

tornando dopo le vacanze, con più distacco della prima volta quando ero letteralmente sopraffatto dalla novità totale e dall'immensità del nuovo mondo, ho potuto visualizzare meglio tutte quelle piccole e stupide cose che rendono questo mondo così diverso, così indiano ai miei occhi. non parlo della spiritualità, dei templi o dei misteri dell'india. parlo di oggetti e piccole cose che possono passare inosservate ma che alla fine fanno di un mondo un mondo.

un posto comune come un cesso non dovrebbe riservare sorprese, e invece è proprio qui che la grande india mi regala la prima scoperta. fuori dai bagni di tutta l'india  - no, non li ho visitati proprio tutti di persona ma sembra ragionevole pensare che la mia limitata esperienza diretta possa essere estesa al resto del continente – ci sono i mitici tappetini. banali, non si notano quasi, ma dopo pochi mesi ne sono diventato un fanatico e se davanti al mio bagno non c'è il tappetino divento una iena! sono normali tappetini, di solito non particolarmente pregiati perchè non sono un elemento decorativo ma svolgono l'importante funzione di permettere di asciugarsi i piedi appena usciti dal bagno. in bagno infatti c'è spesso acqua in terra. Solo nelle case più moderne la doccia ha il piatto o una tenda e poi in india, nelle case e in quasi tutti i luoghi chiusi, si sta scalzi dato che le scarpe, per chi le ha, subiscono la sventura di toccare le strade dove mucche, cani e umani depositano i loro resti biologici con millenaria scioltezza. Al momento di entrare, ovunque sia, ma soprattutto in casa, quelle scarpe è bene quindi lasciarle fuori. un po' per via del fatto che si è sempre a piedi nudi, un po' perchè c'è spesso dell'acqua in terra, i tappetini permettono di evitare che una casa si trasformi in un pantano nel giro di poche ore. nella sua semplicità, il tappetino adesso è un oggetto al quale non saprei più rinunciare.

sempre restando in casa, un altro oggetto del quale ignoravo l'esistenza e del quale ora sono un fanatico sostenitore è l'accendigas. Nelle case italiane ma anche in altri paesi capita di vedere gli attrezzi più diversi per accendere i fornelli: accendini, fiammiferi, accendigas a fiamma, accendigas a scintilla, ciascuno con la sua forma e i suoi colori. In india sembra esistere solo un modello di accendigas, un cilindrotto di metallo leggermente conico, di una decina di centimetri con due alette su una delle estremità che lo fanno impugnare come si farebbe con una siringa: indice e medio sulle alette e </itunes:summary>
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		<itunes:author>paolo palmerini</itunes:author>
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		<title>episodio 20. no country for me</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jun 2008 19:28:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paolo</dc:creator>
		
		<category>Uncategorized</category>

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		<description><![CDATA[
del pluripremiato film dei fratelli cohen, mi sono piaciuti solo la pettinatura di bardem (geniale) e il titolo.  per il taglio di capelli ne parlerò con il mio barbiere (ma parla solo tamil e non so se ci capiremo), mentre per il titolo faccio da solo e me ne approrio qui. sarà grave?
sul resto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="i giardini dell'orticultura a firenze" alt="i giardini dell'orticultura a firenze" src="http://www.palmerini.org/podkasbaht/dati/20080608/20080608.jpg" /></p>
<p><em>del pluripremiato <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/No_Country_for_Old_Men_(film)">film</a> dei fratelli cohen, mi sono piaciuti solo la pettinatura di bardem (geniale) e il titolo.  per il taglio di capelli ne parlerò con il mio barbiere (ma parla solo tamil e non so se ci capiremo), mentre per il titolo faccio da solo e me ne approrio qui. sarà grave?</em></p>
<p><em>sul resto del podcast non ho molto da dire. ci sono vari errori come al solito e alla fine resto sempre con il dubbio di non essere riuscito a dire veramente quello che volevo. le cose cambiano mentre le scrivi, faccio fatica a tenerle ferme. ma poi perchè?</em></p>
<p><a id="more-24"></a></p>
<p>no country for me.</p>
<p>quando viaggio la notte in macchina spesso mi perdo nel buio dei miei pensieri. concentrato sulla strada, attraverso lunghi tratti percorsi senza quasi incontrare una luce, lentamente perdo il senso di dove sia. la strada, nel buio, diventa un luogo talmente anonimo e senza vita che senza rendermene conto inizio a riempirla di riferimenti noti e familiari. il buio della costa tropicale tra pondicherry e karaikal diventa quindi la versilia, con tanto di apuane e cave di marmo che scorrono al mio lato; l&#8217;oscurità arida della campagna marocchina tra khouribga e casablanca diventano i colli senesi decorati da file di rigorisi cipressi; il silenzio delle valli tagliate dalla strada tra durazzo e tirana in albania diventa l&#8217;autostrada dell&#8217;appennino tosco-emiliano con le sue continue gallerie che ad ogni passaggio fanno cambiare il tempo tra il sole e le nuvole. i luoghi che conosco entrano nelle mie immagini senza che riesca a controllarli. basta un po&#8217; di buio per farli emergere dal nulla, come se fossero sempre stati li, come se di giorno uno potesse non sentirsi ridicolo a dire: “pondicherry sembra viareggio”.  che poi non è credibile nemmeno di notte, ad essere onesti.</p>
<p>quando l&#8217;aereo atterra provo sempre un brivido particolare. guardo dal finestrino per cercare segni del posto in cui sono arrivato. mi chiedo: “se non sapessi dove sono, quando riuscirei a rendermene conto solo guardando fuori?”. cerco con ansia un segno, ma ancora prima di trovarlo lo sento. sono a casa.</p>
<p>tornare in italia ogni tanto è bello. la mia casa e la maggior parte dei miei affetti sono a firenze. è li che mi piace tornare, quando posso. di solito appena arrivo faccio due passi in strada per ritrovarmi nelle strade di sempre, come se fossi stato li l&#8217;ultima volta il giorno prima, come se in testa non avessi ancora i suoni e i colori di un posto che da qui dista migliaia di miliardi di milioni di&#8230;. anni. luce. giusto 5 minuti, un giretto breve, tanto per far vedere a mio figlio le strade e i posti che mi appartengono. ci fermiamo in un giardinetto innoquo. poche panchine, un po&#8217; di ghaia e qualche gioco per bambini. andiamo dritti allo scivolo, che a pietro piace da morire. ci sale e scende dal verso giusto e al contrario, camminando, striciando, scivolando di faccia, di gambe insomma, un rapporto intenso. pietro non si rendo conto che sullo scivolo dove giochiamo cosi&#8217; intensamente, c&#8217;è bella evidente una scritta inquietante, che non posso fare a meno di leggere e rileggere ogni volta che lui sale, scende e risale. con un pennarello che di solito (?) lascia tracce tipo “TVB” o “Ti amo” o “simo IV B sei un super fico”, sullo scivolo a caratteri cubitali qualcuno a scritto: “bruciamo gli zingari i negri e gli ebrei, firenze dai dai dai”, decorando il tutto con un paio di cuoricini e due note, come ad indicare che si tratta del testo di una canzoncina. ora, non è certo la prima volta che vedo una scritta razzista su un muro, ma vedere questa scritta che sembra proprio fatta da dei ragazzini in un posto dove sto giocando con mio figlio, mi fa impressione. mi domando se devo fare qualcosa. tipo togliere il pannolino a pietro e aspettare che ci faccia sopra i suoi bisogni. ma non posso usare mio figlio per le mie piccole battaglie. allora potrei abbassarmi i pantaloni io e provvedere direttamente. oltretutto sono sicuro che ho una mira migliore. ma qualcosa mi dice che non sia una buona idea. non vorrei mai che poi mio figlio non comprendesse il mio gesto nella sua completezza e prendesse da grande il vizio di orinare su tutti gli scivoli che incontra. alla fine non facciamo niente. dopo qualche minuto ce ne andiamo a fare quattro chiacchiere con un bambino filippino che gioca con il suo papà, pure lui filippino. desideroso di fare conoscenza, il signore mi saluta gentilmente e mi chiede se abitiamo nel quartiere, che lavoro faccio nella vita e se la mamma è a casa o al lavoro. in realtà non mi chiede tutto questo, più che altro me lo dice come se avesse già deciso che le risposte erano quelle da lui suggerite o come se non potesse essere altrimenti. nel suo sguardo c&#8217;è una richiesta di normalità, siamo due padri che si incontrano ai giardini e fanno conversazione, come due normalissimi vicini di casa. traccheggio un po&#8217; poi provo a dirgli che non viviamo a firenze ma in india, dove lavoriamo nella cooperazione e che la mamma è appunto in india che ci aspetta. il signore mi guarda senza smettere di sorridere. non sono sicuro che abbia capito, ripete “india” come se chiedesse: “è prima o dopo prato?”. mentre sto per dirgli: “no, india, quella delle tradizioni millenarie, quella del miliardo di persone, quella della crescita all&#8217;8%, quella dove 10 anni fa si moriva di fame e che che tra 10 anni, secondo la CIA, sarà la più grande potenza economica mondiale”. non faccio neanche in tempo a finire il mio pensiero che lui mi saluta dicendo: “allora arrivederci, ci vedremo ai giardini”. rispondo: “con piacere”. non aveva capito.</p>
<p>sono tornato a casa mia da poche ore e già mi sono reso conto di non riuscire a riconoscere i giovani della mia città e non aver molto da dire con i suoi nuovi abitanti. si, d&#8217;accordo, magari sono questi giardini che non vanno bene. in realtà la mia italia è sempre la stessa, è sempre una terra accogliente, una terra che ha conosciuto l&#8217;amaerezza dello sradicamento nella migrazione e che quindi oggi sarà capace di trovare una forma pacifica e tollerante di convivenza tra gente proveniente da mondi diversi. vero? ma certo, deve essere cosi&#8217;. si, d&#8217;accordo, alle ultime elezioni si è parlato tanto di sicurezza, i politici dicono che c&#8217;è un senso diffuso di insicurezza. ma in fondo le cose vanno bene, non è vero? gli italiano in fondo sono brava gente, non è vero?</p>
<p>i giorni passano in italia, nel mio paese, a casa e giornali e tv non smettono di parlare della difficile convivenza con gli stranieri. non si sanno comportare, creano problemi, hanno abitudini strane. in poche parole: sono diversi. e hai un bel dire che si deve essere aperti. questi rubano i bambini. proprio cosi&#8217;. tutti i giornali ne parlano quindi deve essere vero. sono quelli la, i rom, quelli che una volta si chiamavano zingari, che poi per un periodo si chiamavano nomadi e poi qualcuno ha sparso la voce che avessero un nome anche loro e adesso li chiamano tutti rom. comqune, quella gente li, rubano i bambini. ne hanno visti diversi nei supermercati andare in giro con fare sospetto e provare a rubare dei bambini. per fortuna li hanno scoperti in tempo, prima che davvero li rapissero, ma è chiaro che lo stavano facendo, io non li ho visti e non conosco nessuno che li habbia visti, ma mi hanno detto che qualcuno ne ha le prove. o comunque un forte sospetto.</p>
<p>chiudo il giornale e mi domando cosa sia successo. non riconosco più neanche i giornali del mio paese. tanti anni fa, quando a firenze ci abitavo e non ci tornavo in vacanza, i rom erano la mia seconda famiglia.  dopo il mio ufficio, il campo “poderaccio” era forse il posto dove passavo più tempo. la storia è lunga e meriterebbe un racconto a parte, ma per farla breve, diciamo che allora con alcuni amici, avevamo fatto un&#8217;associazione con degli adolescenti rom. giravamo per l&#8217;italia documentando le condizioni di vita nei campi, per poi poterle raccontare nelle scuole e a chiunque volesse ascoltarci. non era una denuncia, era un modo per fare avvicinare dei mondi lontani. eravamo un bel gruppo di italiani e rom ed è stata un&#8217;attività intensa che ci ha impegnato per oltre tre anni.</p>
<p>neanche allora godevano di un&#8217;ottima reputazione, anzi, il senso del nostro lavoro era far conoscere la vita dei rom nei loro aspetti normali e quotidiani, raccontata dagli stessi ragazzi del poderaccio, senza nascondere i problemi, ma raccontando anche le cose belle e cercando soprattutto di sfatare i miti più frequenti, fonti di clamoriso equivoci. l&#8217;equivoco più clamoroso era ed è tutt&#8217;ora quello che i rom siano “nomadi”.  a firenze il campo poderaccio veniva chiamato “campo nomadi”. mi immagino quando l&#8217;hanno costruito la faccia delle persone che ci dovevano entrare. ogni tanto penso a come deve essere andata, immaginando il funzionario di turno che li incontra e gli dice: “ecco, questo è il posto dove starete per un po&#8217;, è il campo nomadi”. e i rom: “e dove sono i nomadi?”. e il funzionario: “ma come, siete voi, no?”.  “no, veramente noi veniamo dalla ex-jugoslavia dalla quale siamo scappati a causa della guerra. li avevamo le nostre case, dove abitavamo da generazioni e dove saremmo rimarsti se non ci fosse stata la guerra.”.</p>
<p>a parte il mito del nomadismo, non ci eravamo però mai dovuti occupare di quello “gli_zingari_rubano_i_bambini”. quello era veramente una roba ormai superata, era una specie di credenza medioevale tipo credere alle streghe. e invece ultimamente sembra tornata in voga, ammiccata tra i discorsi della gente in strada, sbraitata scompostamente da una scritta a pennarello su uno scivolo per bambini, o normalizzata da giornalisti ignoranti. se non fosse tragica, questa cosa di credere che i rom rapiscano i bambini mi farebbe ridere perchè mi viene in mente una delle prime volte che sono stato al campo poderaccio. erano freddi pomeriggi di inverno che passavamo nei container sistemati vicini al campo e attrezzati come auletta dove con alcuni volontari, facevamo doposcuola ai bambini del campo. uno dei miei primi giorni, forse proprio il primo, a metà pomeriggio salta la luce. succedeva spesso che la luce andasse via al campo e nelle corte giornate di inverno, il container si immergeva immediatamente in un buio profondo. ricordo i bambini che cominciano ad urlare isterici finchè non ritorna la luce. colpiti dalla reazione che sembrava un po&#8217; esagerata (eravamo comunque in un luogo conosciuto con le porte aperte e in un contesto abbastanza rilassato) chiediamo perchè si fossero spaventati tanto e il tenero “rambo” (un bimbo che allora aveva 5 anni) candidamente, ci risponde: “ho paura che venga la polizia a rapirci”. ecco fatto. i bambini rom temono che i poliziotti li rapiscano. ovviamente gli abbiamo spiegato che non dovevano aver paura della polizia che i poliziotti sono buoni e stanno li per proteggerci tutti quanti e che questi dei poliziotti cattivi che rapiscono i bambini sono sciocchi pregiudizi che non corrispondono al vero e basta andare a parlarci con un poliziotto per rendersi conto che sono persone normali, con i loro pregi e i loro difetti, come tutti noi. ma i pregiudizi, si sa, sono duri a passare e non so quanto il nostro corso accelerato di educazione civica sia stato efficace.</p>
<p>da questo incontro con gli amici rom, per tutto il tempo che è durato, e per tutte le forme che ha assunto, ho imparato molto. ho imprato qualche cosa sui rom e molto su me stesso. di questo gli sarò per sempre grato.</p>
<p>il mio tempo in italia trascorre sereno, assorbito dal ritrovare famiglia e amici. ma mi rendo conto di parlare poco di me e chiedere ancora meno agli altri. io e il mio mondo ci ritroviamo e non ci facciamo domande, quasi con il timore di scoprirci cambiati, di scoprirci non più fatti l&#8217;uno per l&#8217;altro. guido silenzioso per i colli senesi contemplando senza fiato la morbida presenza dell&#8217;uomo accanto alla bellezza pacata dei cipressi, salgo lungo l&#8217;autostrada della versilia, cercando dalla costa le vette conquistate anni fa nel profilo bianco delle apuane, poi seguo l&#8217;appennino il valico, i viadotti i fiumi. gli angoli di montagna dove di accumula sempre un po&#8217; di neve in inverno. queste strade sono proprio come le vedo nel buio della notte tropicale. o balcanica, o del deserto. è strano, quando ero la&#8217; sentivo una nostalgia profonda dell&#8217;italia, tanto da immaginarmi di essere su queste strade. adesso che ci sono mi domando se le riconosco ancora, o se questo paese non sia cambiato troppo.</p>
<p>mentre la macchina corre, mi vedo nella storiella dell&#8217;uomo che guidando in autostrada sente la radio che irrompe con un messaggio: “urgente, c&#8217;è un pazzo che guida contromano in autostrada, fate attenzione”. e l&#8217;omino al volante pensa: “uno? saranno duemila!!”.
</p>
<br/><a href="http://www.palmerini.org/podkasbaht/dati/20080608/20080608.mp3">Download episodio 20. no country for me</a><br/>]]></content:encoded>
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		<itunes:summary>del pluripremiato film dei fratelli cohen, mi sono piaciuti solo la pettinatura di bardem (geniale) e il titolo.  per il taglio di capelli ne parlerò con il mio barbiere (ma parla solo tamil e non so se ci capiremo), mentre per il titolo faccio da solo e me ne approrio qui. sarà grave?

sul resto del podcast non ho molto da dire. ci sono vari errori come al solito e alla fine resto sempre con il dubbio di non essere riuscito a dire veramente quello che volevo. le cose cambiano mentre le scrivi, faccio fatica a tenerle ferme. ma poi perchè?



no country for me.

quando viaggio la notte in macchina spesso mi perdo nel buio dei miei pensieri. concentrato sulla strada, attraverso lunghi tratti percorsi senza quasi incontrare una luce, lentamente perdo il senso di dove sia. la strada, nel buio, diventa un luogo talmente anonimo e senza vita che senza rendermene conto inizio a riempirla di riferimenti noti e familiari. il buio della costa tropicale tra pondicherry e karaikal diventa quindi la versilia, con tanto di apuane e cave di marmo che scorrono al mio lato; l'oscurità arida della campagna marocchina tra khouribga e casablanca diventano i colli senesi decorati da file di rigorisi cipressi; il silenzio delle valli tagliate dalla strada tra durazzo e tirana in albania diventa l'autostrada dell'appennino tosco-emiliano con le sue continue gallerie che ad ogni passaggio fanno cambiare il tempo tra il sole e le nuvole. i luoghi che conosco entrano nelle mie immagini senza che riesca a controllarli. basta un po' di buio per farli emergere dal nulla, come se fossero sempre stati li, come se di giorno uno potesse non sentirsi ridicolo a dire: “pondicherry sembra viareggio”.  che poi non è credibile nemmeno di notte, ad essere onesti.

quando l'aereo atterra provo sempre un brivido particolare. guardo dal finestrino per cercare segni del posto in cui sono arrivato. mi chiedo: “se non sapessi dove sono, quando riuscirei a rendermene conto solo guardando fuori?”. cerco con ansia un segno, ma ancora prima di trovarlo lo sento. sono a casa.

tornare in italia ogni tanto è bello. la mia casa e la maggior parte dei miei affetti sono a firenze. è li che mi piace tornare, quando posso. di solito appena arrivo faccio due passi in strada per ritrovarmi nelle strade di sempre, come se fossi stato li l'ultima volta il giorno prima, come se in testa non avessi ancora i suoni e i colori di un posto che da qui dista migliaia di miliardi di milioni di.... anni. luce. giusto 5 minuti, un giretto breve, tanto per far vedere a mio figlio le strade e i posti che mi appartengono. ci fermiamo in un giardinetto innoquo. poche panchine, un po' di ghaia e qualche gioco per bambini. andiamo dritti allo scivolo, che a pietro piace da morire. ci sale e scende dal verso giusto e al contrario, camminando, striciando, scivolando di faccia, di gambe insomma, un rapporto intenso. pietro non si rendo conto che sullo scivolo dove giochiamo cosi' intensamente, c'è bella evidente una scritta inquietante, che non posso fare a meno di leggere e rileggere ogni volta che lui sale, scende e risale. con un pennarello che di solito (?) lascia tracce tipo “TVB” o “Ti amo” o “simo IV B sei un super fico”, sullo scivolo a caratteri cubitali qualcuno a scritto: “bruciamo gli zingari i negri e gli ebrei, firenze dai dai dai”, decorando il tutto con un paio di cuoricini e due note, come ad indicare che si tratta del testo di una canzoncina. ora, non è certo la prima volta che vedo una scritta razzista su un muro, ma vedere questa scritta che sembra proprio fatta da dei ragazzini in un posto dove sto giocando con mio figlio, mi fa impressione. mi domando se devo fare qualcosa. tipo togliere il pannolino a pietro e aspettare che ci faccia sopra i suoi bisogni. ma non posso usare mio figlio per le mie piccole battaglie. allora potrei abbassarmi i pantaloni io e provvedere direttamente. oltretutto sono sicuro che ho una mira migliore. ma qualco</itunes:summary>
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		<title>episodio 19. hijras</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Apr 2008 20:27:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paolo</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[ ecco il nuovo episodio, nemmeno troppo in ritardo, peraltro. grazie ai preziosi consigli di andrea, la qualità dell&#8217;audio è migliorata incredibilmente. per i contenuti invece purtroppo faccio ancora sempre da solo, quindi sono pieni delle mie solite ipersemplificazioni ed sfondoni di ogni genere. e poi i soliti errori, che ormai lascio per disperazione: ho [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="/podkasbaht/dati/20080430/koovagam2.jpg" /> <span style="font-style: italic">ecco il nuovo episodio, nemmeno troppo in ritardo, peraltro. grazie ai preziosi consigli di </span><a style="font-style: italic" href="http://www.aurovilleradio.org">andrea,</a><span style="font-style: italic"> la qualità dell&#8217;audio è migliorata incredibilmente. per i contenuti invece purtroppo faccio ancora sempre da solo, quindi sono pieni delle mie solite ipersemplificazioni ed sfondoni di ogni genere. e poi i soliti errori, che ormai lascio per disperazione: ho detto ad un certo punto che &#8220;il bene va </span><span style="font-weight: bold; font-style: italic">perquisito&#8221;</span><span style="font-style: italic"> che ovviamente è una fesseria (!) dovuta al fatto che ho sbagliato a dire </span><span style="font-weight: bold; font-style: italic">&#8220;perseguito&#8221;.</span> per il resto, posso solo dire che stavolta mi sono pure impegnato. quindi se vi fa schifo, è proprio che molto meglio di cosi&#8217; non sono capace di fare. siate clementi.</p>
<p><a id="more-23"></a></p>
<p>persa nei versi del mahabharata, uno dei testi fondamentali dell&#8217;induismo, è la storia del principe aravan, figlio di arjuna, uno dei 5 fratelli pandavas. è il tempo della guerra contro i cugini kauravas, l&#8217;alba della terribile finale battaglia di kurukshetra, e la crudele dea della guerra Kali è assetata di sangue. chiede il sacrificio di una vita umana per permettere ai pandavas la vittoria sul campo di battaglia. dopo una decisione sofferta, il giovane aravan, ancora vergine, viene scelto come vittima. il principe accetta il proprio destino, ma chiede di poter consumare una notte coniugale prima di morire. nessuna donna accetta di sposare un uomo che la renderà vedova dopo poche ore e cosi&#8217;, lo stesso dio Krishna assume le sembianze di una donna bellissima, concede una notte d&#8217;amore al giovane aravan e piange, come vedova, la sua morte il mattino seguente.</p>
<p>la storia di aravan vive ancora oggi nel festival di koovagam, un villaggio del tamil nadu perso nei campi di canna da zucchero, dove ogni anno, nella notte di luna piena del mese di aprile, migliaia di persone si riuniscono per celebrare il rito del matrimonio di una notte sola. sono gli hijras, che gli inglesi chiamavano eunuchi. rispetto alle nostre categorie occidentali, sarebbero classificati come “transgender”, ma loro ci tengono a dire che sono un terzo sesso, ne&#8217; uomini ne&#8217; donne. all&#8217;aspetto sono chiaramente uomini, vestiti con sari e gioielli femminili e truccati da donna.</p>
<p>gli hijras, biologicamente uomini, che effettivamente spesso, ma non sempre, sono stati castrati, trovano un loro spazio nella società indù fin dall&#8217;antichità. la loro dea è bahuchara, donna bellissima che in varie storie costringe gli uomini a vestirsi da donna e ad adorarla, per evitare l&#8217;impotenza o la castrazione. il suo tempio principale è nel gujarat ed è luogo di culto per gli hijras indiani. sono organizzati in famiglie comandate da un guru al quale sono totalmente devoti. dopo un periodo di prova dall&#8217;ingresso nella famiglia, una cerimonia di iniziazione, il cui culmine è a volte l&#8217;evirazione, ne sancisce l&#8217;appartenenza definitiva.</p>
<p>da sempre vivono ai margini della società, emarginati e rifiutati, vivono di spettacoli alle cerimonie private, di elemosina e prostituzione.</p>
<p>gli hijras del sud dell&#8217;india accorrono a migliaia per il festival di koovagam, vestiti da sposa celebrano il martirio del giovane aravan sacrificato agli dei dopo una notte d&#8217;amore. dopo giorni di feste varie, con concorsi di bellezza e altri intrattenimenti, il centro della festa è la notte di plenilunio nella quale si celebra un matrimonio di massa dei presenti al dio krishna. la notte poi passa  tra i campi di canna da zucchero e al mattino seguente il legame viene sciolto, le vedove piangono la morte del loro amato e poi si immergono in un bagno purificatore, promettendo solennemente di ripetere il rito l&#8217;anno successivo.</p>
<p>è una notte di eccessi quella del festival. non solo sesso sfrenato, ma la celebrazione del rito del sacrificio diventa a volte tragiamente reale e al mattino pare che non siano pochi i corpi dei partecipanti ritrovati senza vita. gli hijras sono spesso accusati anche di magia nera.</p>
<p>recentemente il festival è diventato però anche il luogo di ritrovo della comunità gay e transgender indiana, comunità non legata alle tradizioni indù e del tutto simile a quelle presenti nel mondo occidentale, impegnate nella pacifica rivendicazione del diritto alla libertà di espressione sessuale. ovviamente i due gruppi non fraternizzano molto e i conflitti a volte sono aperti e violenti. per quanto possa sembrare strano, hijra e transgender non hanno nulla, o molto poco, a che vedere l&#8217;un con l&#8217;altro.</p>
<p>gli hijra, pur essendo discriminati e violati, sono dentro la società indù. c&#8217;è pochissimo di trasgressivo nel loro essere diversi. gli hijra appartengono alla tradizione, hanno Dei protettori le cui gesta sono cantate dall&#8217;alba dei tempi e riportate fino a noi nei 90.000 versi del maharabhata, il più lungo poema epico di tutta l&#8217;umanità. nella mitologia hijra, il dio krishna prende le sembianze di una donna per soddisfare l&#8217;unico desiderio vitale di una giovane vittima destinata la sacrificio. per noi occidentali questa immagine è di una potenza dirompente. il cattolico che provasse, anche solo per esercizio accademico, ad immaginare una trasposizione della vicenda di aravan nella propria religione, sentirebbe le fiamme dell&#8217;inferno bruciargli sotto le terga ancora prima di aver solo formulato dentro di se il pensiero blasfemo. e non voglio neanche immaginare cosa potrebbe succedere poi ad un mussulmano che si baloccasse con lo stesso esercizio.</p>
<p>le geometrie dell&#8217;induismo definiscono un perimetro all&#8217;interno del quale tutto trova uno spazio naturale. tutto è contemplato e sistemato da qualche parte. persino gli opposti, essitenza e non-esistenza, bene e male.</p>
<p>per i cattolici è il bene e il male sono divisi e si escludono a vicenda. il male esiste proprio in contrapposizione con il bene e ne è nettamente separato. dio è solo infinita bontà e non è anche il male che, anzi, è una deviazione del bene. lucifero è l&#8217;angelo che rifiuta dio e cosi&#8217; facendo precipita dal paradiso all&#8217;inferno. la simmetria primordiale delle cose si rompe  con la creazione, per sua propria volontà, del male. ed è una rottura irreparabile. il male è altro, distinto e va rifiutato con tutti i mezzi possibili. l&#8217;uomo, da parte sua, deve scegliere.</p>
<p>nell&#8217;induismo invece i contrapposti sono due aspetti complementari del tutto. il bene, che pure deve essere perseguito ed è ovviamente distinto dal male, ne completa in qualche modo l&#8217;essenza. la figura del tao rappresenta con la sua rotonda semplicità questa idea di un complementarità nel dualismo: bianco e nero si confondono quasi in un abbraccio e la figura non sarebbe completa se mancasse una delle due parti, identiche in forma e dimensione, diverse nel colore. l&#8217;uomo, da parte sua, deve comprendere.</p>
<p>nell&#8217;universo indù i poveri, gli esclusi, i diversi, hanno tutti un loro ruolo dentro la società. di più, hanno un ruolo nelle esistenze dell&#8217;universo, essendo ciascuno una fase intermedia del ciclo esistenziale di un essere che vivendo purifica il proprio io dalle colpe commesse nella vita precedente. gli hijra, che pure sono emarginati, non sono fuori dal sistema sociale indù.</p>
<p>volendo, questa è peraltro la discriminazione più violenta che devono subire: essere previsti, collocati. per sempre e senza appello. è difficile da capire, da accettare e ancora una volta queste idee ronzano stonate nella mia testa senza che davvero riesca ad arrivare fino in fondo. o anche solo a percorrerne la superficie.</p>
<p>nei giorni prima del festival, qualcuno ci parla di questo inusuale festival che si tiene a un&#8217;oretta di strada da pondicherry. con qualche amico decidiamo di andare in esplorazione, a cercare di vedere da vicino un evento sul quale nessuno ci sa dare informazioni precise.</p>
<p>riempiamo una macchina e ci mettiamo in strada, ammazzando il breve tempo del tragitto con improbabili previsioni dei rischi cui andiamo incontro. l&#8217;unico rischio reale è in realtà quello di perdere la strada. koovagam è un villaggio minuscolo e non è segnato su nessuna cartina. ci ritroviamo in mezzo a campi di canna da zucchero, davanti alla fabbrica che lavora le canne. una fila infinita di camion è in attesa davanti all&#8217;ingresso. è già tardi, probabilmente i contadini dovranno passare la notte qui, per vendere il loro carico portare a casa un po&#8217; di soldi. a giudicare da come ci guardano non devono essere passati molti europei qui ultimamente. però le indicazioni riusciamo ad averle e dopo un po&#8217; arriviamo al tempio degli hijras.</p>
<p>il villaggio è quasi inesistente: una sola strada che porta al tempio e ai lati una decina di capanne in tutto. intorno, campi, a perdita d&#8217;occhio. il tempio è illuminato e una musica assordante riempie l&#8217;aria pesante della calura tropicale. c&#8217;è un grande spazio davanti al tempio nel quale potrebbero stare migliaia di persone. chiediamo di poter entrare nel tempio e dopo un po&#8217; di contrattazione il permesso è accordato. l&#8217;interno è piccolo e afoso, i muri sono sporchi di fuliggine e dalle pareti pendono ragnatele antichissime.</p>
<p>c&#8217;è un&#8217;atmosfera strana nel villaggio e nel tempio. non ci vuole molto a capire cosa sia: il villaggio è deserto. delle migliaia di partecipanti che erano attesi non c&#8217;è ancora nessuno. sembra di essere più nei preparativi di una festa che nel mezzo della festa stessa. non capiamo. ci avevano detto che sarebbe cominciato alle 8. sono le 7, sembra strano che in un&#8217;ora si possano materializzare qui migliaia di persone e un festival transgender.</p>
<p>nel villaggio ci sono altri 2 occidentali. fanno parte di una troupe della national geographic e sono venuti anche loro per il festival. sono loro a spiegarci l&#8217;arcano: il festival è tra due giorni. banale. siamo fuori tempo, per l&#8217;ennesima volta e non riusciremo a trovare quello che stiamo cercando, non potremo capire quello che vogliamo conoscere.</p>
<p>facciamo un giro di devozione alle divinità locali, rievochiamo la storia di aravan e ci scambiamo qualche saluto con l&#8217;unico hijras presente, anche lui (lei) in anticipo. mi domando se nell&#8217;induismo, che un posto trova per tutte le cose, ci sia un posto anche per noi, occidentali stupiti e disorientati. saliamo in macchina e ci guardiamo in fronte. abbiamo tutti il segno bianco della benedizione del santone del tempio. ma non basta.
</p>
<br/><a href="http://www.palmerini.org/podkasbaht/dati/20080430/20080430.mp3">Download episodio 19. hijras</a><br/>]]></content:encoded>
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		<itunes:subtitle>ecco il nuovo episodio, nemmeno troppo in ritardo, peraltro. grazie ai preziosi consigli di andrea, la qualità dell'audio è migliorata incredibilmente. per i contenuti ...</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>ecco il nuovo episodio, nemmeno troppo in ritardo, peraltro. grazie ai preziosi consigli di andrea, la qualità dell'audio è migliorata incredibilmente. per i contenuti invece purtroppo faccio ancora sempre da solo, quindi sono pieni delle mie solite ipersemplificazioni ed sfondoni di ogni genere. e poi i soliti errori, che ormai lascio per disperazione: ho detto ad un certo punto che "il bene va perquisito" che ovviamente è una fesseria (!) dovuta al fatto che ho sbagliato a dire "perseguito". per il resto, posso solo dire che stavolta mi sono pure impegnato. quindi se vi fa schifo, è proprio che molto meglio di cosi' non sono capace di fare. siate clementi.



persa nei versi del mahabharata, uno dei testi fondamentali dell'induismo, è la storia del principe aravan, figlio di arjuna, uno dei 5 fratelli pandavas. è il tempo della guerra contro i cugini kauravas, l'alba della terribile finale battaglia di kurukshetra, e la crudele dea della guerra Kali è assetata di sangue. chiede il sacrificio di una vita umana per permettere ai pandavas la vittoria sul campo di battaglia. dopo una decisione sofferta, il giovane aravan, ancora vergine, viene scelto come vittima. il principe accetta il proprio destino, ma chiede di poter consumare una notte coniugale prima di morire. nessuna donna accetta di sposare un uomo che la renderà vedova dopo poche ore e cosi', lo stesso dio Krishna assume le sembianze di una donna bellissima, concede una notte d'amore al giovane aravan e piange, come vedova, la sua morte il mattino seguente.

la storia di aravan vive ancora oggi nel festival di koovagam, un villaggio del tamil nadu perso nei campi di canna da zucchero, dove ogni anno, nella notte di luna piena del mese di aprile, migliaia di persone si riuniscono per celebrare il rito del matrimonio di una notte sola. sono gli hijras, che gli inglesi chiamavano eunuchi. rispetto alle nostre categorie occidentali, sarebbero classificati come “transgender”, ma loro ci tengono a dire che sono un terzo sesso, ne' uomini ne' donne. all'aspetto sono chiaramente uomini, vestiti con sari e gioielli femminili e truccati da donna.

gli hijras, biologicamente uomini, che effettivamente spesso, ma non sempre, sono stati castrati, trovano un loro spazio nella società indù fin dall'antichità. la loro dea è bahuchara, donna bellissima che in varie storie costringe gli uomini a vestirsi da donna e ad adorarla, per evitare l'impotenza o la castrazione. il suo tempio principale è nel gujarat ed è luogo di culto per gli hijras indiani. sono organizzati in famiglie comandate da un guru al quale sono totalmente devoti. dopo un periodo di prova dall'ingresso nella famiglia, una cerimonia di iniziazione, il cui culmine è a volte l'evirazione, ne sancisce l'appartenenza definitiva.

da sempre vivono ai margini della società, emarginati e rifiutati, vivono di spettacoli alle cerimonie private, di elemosina e prostituzione.

gli hijras del sud dell'india accorrono a migliaia per il festival di koovagam, vestiti da sposa celebrano il martirio del giovane aravan sacrificato agli dei dopo una notte d'amore. dopo giorni di feste varie, con concorsi di bellezza e altri intrattenimenti, il centro della festa è la notte di plenilunio nella quale si celebra un matrimonio di massa dei presenti al dio krishna. la notte poi passa  tra i campi di canna da zucchero e al mattino seguente il legame viene sciolto, le vedove piangono la morte del loro amato e poi si immergono in un bagno purificatore, promettendo solennemente di ripetere il rito l'anno successivo.

è una notte di eccessi quella del festival. non solo sesso sfrenato, ma la celebrazione del rito del sacrificio diventa a volte tragiamente reale e al mattino pare che non siano pochi i corpi dei partecipanti ritrovati senza vita. gli hijras sono spesso accusati anche di magia nera.

recentemente il festival è diventato però anche il luogo di ritrovo della comunità gay e transgender indiana, c</itunes:summary>
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		<itunes:author>paolo palmerini</itunes:author>
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		<title>episodio 18. i miei esperimenti con l’india</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Apr 2008 12:42:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paolo</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[con il nuovo episodio alcuni cambiamenti in podkasbaht: 

tanto per cominciare il microfono! una recente sorpresa ha dotato podkasbaht di un bellissimo samson c01u. una vera figata che ovviamente non riesco ancora a controllare bene, ma imparerò presto. se qualcuno ne ha esperienza e ha voglia di condividerla, ne sarei molto felice;
da questo episodio inizio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>con il nuovo episodio alcuni cambiamenti in podkasbaht: </em></p>
<ol>
<li><em>tanto per cominciare il microfono! una recente sorpresa ha dotato podkasbaht di un bellissimo samson c01u. una vera figata che ovviamente non riesco ancora a controllare bene, ma imparerò presto. se qualcuno ne ha esperienza e ha voglia di condividerla, ne sarei molto felice;</em></li>
<li><em>da questo episodio inizio a numerarli. bello sforzo, lo so, ma non lo avevo mai fatto prima;</em></li>
<li><em>ho introdotto una sigletta finale che d&#8217;ora in poi chiuderà sempre gli episodi.</em></li>
</ol>
<p><em>oltre a questo, un paio di precisazioni sull&#8217;episodio. mi sono reso conto solo dopo aver finito che il gioco di parole &#8220;i miei esperimenti con l&#8217;india&#8221;, che richiama il titolo <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Story_of_My_Experiments_with_Truth">dell&#8217;opera autobiografica di ghandi</a>, era già stata usata (almeno) da <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Manganelli">giorgio manganelli</a>, scrittore italiano.</em></p>
<p><em>poi, ho detto che <a href="http://www.tata.com/">la tata</a> si è comprata la jaguar <strong>e</strong> la ford, mentre invece ha <a href="http://www.tata.com/tata_motors/releases/20080326.htm">comprato</a> jaguar land rover <strong>da</strong> ford. nel testo qui sotto ho corretto, nel podcast è rimasto l&#8217;errore. ma tanto, per i due o tre che mi ascoltano, che cambierà mai? buon podcast. </em><br />
<a id="more-22"></a>la storia dei miei esperimenti con l&#8217;india.</p>
<p>siamo in mare ormai da quasi sei mesi e ancora non vediamo terra. ogni tanto, nei giorni chiari e non troppo afosi, magari dopo una pioggia rinfrescante, all&#8217;orizzonte si intravede il contorno delle montagne. devono essere i gati occidentali che sono visibili anche a kilometri di distanza. a volte per la verità sembra di essere vicini e di riuscire a vedere anche la costa. in quei momenti ci illudiamo di essere vicini alla meta, ma poi la costa sparisce all&#8217;orizzonte e davanti a noi c&#8217;è di nuovo solo il mare. l&#8217;immenso subcontinente ci sfugge, non riusciamo a raggiungerlo. dopo 6 mesi di navigazione, da quando abbiamo lasciato il porto di tangeri, siamo ancora molto lontani. l&#8217;equipaggio è affaticato e ha bisogno di riposo. l&#8217;entusiasmo iniziale della partenza sta cominciando a lasciar spazio allo sconforto. conosco i miei uomini e so vedere nei loro sguardi fedeli i segni della stanchezza. questi uomini mi hanno seguito ovunque, attraverso mari burrascosi e profondi abbiamo viaggiato per i 5 continenti. mai un viaggio è stato tanto lungo, mai i miei uomini hanno conosciuto la stanchezza prima d&#8217;ora. non mi abbandonerebbero mai, nemmeno se stessimo per affondare, ma sento che sono stanchi e che leggo nei loro occhi una richiesta di rassicurazione: “dicci, capitano, quando arriveremo”. oh miei uomini fedeli e coraggiosi, questa volta il vostro capitano non ha risposte da darvi. ho solo il mio smarrimento davanti a questo mare immenso che ancora ci separa da una terra sconosciuta. in questo mare non c&#8217;è bussola o stella che possa aiutarci. siamo soli con noi stessi.</p>
<p>rinfrescati, si fa per dire, da un eccezionale e inaspettato monsoncino che si era perso per strada e che ha portato qualche giorno di pioggia torrenziale, ci avvicianiamo a grandi passi all&#8217;estate indiana. le scuole chiuderanno il 15 aprile, gli studenti sono in fermento per gli esami, e si respira una tenera aria di vacanza. per la verità, l&#8217;aria è sempre la stessa, per lo più irrespirabile, solo che il caldo sta diventando soffocante e tutti dicono che nei prossimi due mesi sarà ancora peggio. i miei esperimenti con l&#8217;india continuano.</p>
<p>l&#8217;india è un osso duro da masticare, un intero sub-continente da digerire. leggo sui giornali che l&#8217;india è un colosso in crescita spaventosa: per il 2008 si prevede l&#8217;8% [1] contro lo 0,3% dell&#8217;italia [2]. mentre la nostra povera italia si sgretola sotto la mediocrità storica propria e della sua classe dirigente, e per esempio dell&#8217;alitalia non ci resta che vendere i debiti la tata, multinazionale indiana, compra jaguard land rover da ford, cosi&#8217;. nel frattempo annuncia anche il lancio di una macchina low-cost per il mercato indiano a meno di 2000 euro. una roba da far paura. e infatti un po&#8217; paura la fa. forse non è un caso che l&#8217;unico atleta che abbia annunciato che boicotterà il trasporto della fiamma olimpica per protesta contro la repressione cinese in tibet, sia indiano. forse dovrebbe spaventare sapere che l&#8217;india si stia attrezzando per diventare un super-potenza nucleare. poi esco in strada e mi guardo intorno.  Macchine costosissime sfrecciano sclacsonando accanto a pulciosi risciò a pedali. Il misterioso subcontinente ha molte velocità.</p>
<p>Uno dei casi più citati quando si parla della crescita indiana è quello dell&#8217;outsourcing. Ditte e società non indiane esternalizzano alcuni settori di attività, tipicamente servizi, ad aziende indiane, delocalizzando il servizio di solito in modo “invisibile” per i clienti della società non indiana. È un po&#8217; lo stesso concetto di trasportare le fabbriche in paesi dove la manodopera costa poco. Nel settore dei servizi questo si chiama outsourcing. Sono famosi ad esempio i call-center marocchini dove un esercito di precari sottopagati risponde alle domande di clienti francesi facendo finta di essere veramente in francia (i marocchini devono cambiarsi nome e sullo schermo del PC hanno le previsioni del tempo di parigi per poter rispondere a eventuali domande “imbarazzanti”, ma in ogni caso non devono far sapere ai clienti francesi che le risposte alle loro domande francesi provengono dall&#8217;africano marocco). In india la cosa funziona da tempo con il settore ICT. Si legge un po&#8217; ovunque di questi eserciti di programmatori che lavorano notte e giorno per multinazionali occidentali. Ma non è tutto qui, l&#8217;outsourcing indiano non corre solo sulla fibra ottica, ma anche sulla vecchia ferraglia degli autobus. Uno dei campi di applicazione dell&#8217;outsourcing infatti è quello del data entry, l&#8217;inserimento dei dati: milioni di schede cartacee devono essere trattate e i dati inseriti in un database. si tratta si schede provenienti da vari settori, soprattutto quello medico, come le cartelle cliniche dei pazienti, vengono compilate a mano negli ospedali degli stati uniti, scannerizzate, inviate via internet in india in pochi secondi, poi scaricate in india, masterizzate su CD, CD che vengono a loro volta caricati su un autobus e inviati in vari villaggi dove giovani locali aspettano i CD con le scansioni delle schede cartacee, leggono sullo schermo i dati sotto forma di immagine e li inseriscono in un database strutturato, ad esempio access o anche solo in un foglio excel. A questo punto rimasterizzano il file excel, mettono il CD sull&#8217;autobus che dal villaggio torna al punto di partenza dove qualcuno lo aspetta, e lo trasmette via internet all&#8217;ospedale negli stati uniti. geniale.</p>
<p>anche in quella che è forse la capitale dello sviluppo indiano, bangalore, la cosidetta silicon valley indiana, le velocità sono molteplici. se prendi un moto-risciò o un&#8217;auto, un bus, per fare anche pochi kilometri ci possono volere delle ore. la città è completamente bloccata dal traffico. ricercatori tedeschi hanno messo a punto un sistema sperimentale di riconoscimento automatico delle immagini che, piazzando un numero opportuno di webcam in giro per la città, dovrebbe essere in grado di avere in tempo reale la situazione del traffico ovunque. beh, anche senza webcam ci si può arrivare ugualmente: il traffico è un unico ingorgo grande come tutta la città. in ogni caso, questo problema evidentemente crea non poche difficoltà al settore portante della regione: i grandi manager dell&#8217;information technology mondiale che arrivano dagli usa e dal giappone non hanno tempo per infilarsi nel traffico. la città di bangalore ha quindi risolto il problema. come? riducendo il traffico ad esempio aumentando i trasporti pubblici? no. prima di tutto ha costruito degli hotel dentro all&#8217;aeroporto. dentro vuol dire “dentro”. vuol dire che per qualche centinaio di dollari puoi fare il check-in nella stanza dell&#8217;albergo. volendo, in ciabatte. se poi le camere finissero, o comunque uno volesse dire: “io a bangalore ci sono stato, e che cazzo, sono uscito anche dall&#8217;aeroporto”, niente problema. all&#8217;aeroporto ci sarà un servizio di elicottero che porterà i manager direttamente alle loro riunioni in centro città, sui tetti dei grattacieli di bangalore. i manager non dovranno scendere tra il fango delle strade dove ogni tanto, va detto, qualche topolino girella ancora allegro. i manager resteranno sui tetti dei grattacieli, trasportati con elicotteri mentre sotto, i gialli risciò, aspettano da ore fermi ad un semaforo che non diventerà mai verde.</p>
<p>ci si potrebbe domandare dove portino queste velocità. Verrebbe il dubbio di chiedersi: si sta seguendo il modello occidentale, prima o poi anche l&#8217;india si occidentalizzerà? Naipaul, scrittore indiano premio nobel per la letteratura nel 2001, sostiene di no. nel suo bellissimo: “Una civiltà ferita”, scritto trenta anni fa e ancora molto attuale, racconta nele prime pagine di un tempio indiano millenario dove, durante la guerra, alcuni soldati inglesi avevano ucciso un coccodrillo, profanando cosi&#8217; il luogo sacro, probabilmente senza saperlo. trenta anni dopo, per riconsacrare il tempio profanato, (leggo da naipaul): “deve essere compiuto uno sforzo speciale e il metodo che si adotta è uno dei più arcaici, ci riporta agli esordi della religione e dell&#8217;umano stupore. E&#8217; il metodo della parola: in principio era il verbo. un mantra di dodici lettere verrà salmodiato e scritto cinquanta milioni di volte [&#8230;] da cinquemila volontari. [&#8230;] Un tempio di mille anni tornerà in vita: l&#8217;india, l&#8217;india hindù è eterna; conquiste e profanazioni non sono che attimi nel tempo.”</p>
<p>l&#8217;india sembra lontana da tutto. o meglio, il mondo sembra finire qui. nel sud l&#8217;occidente e l&#8217;europa sono universi quasi sconosciuti. neanche i media riescono ad insinuarsi con riferimenti culturali alternativi. qui c&#8217;è bollywood, una delle più grandi e promettenti industrie cinematografiche del mondo. canali televisivi trasmettono senza sosta i film più famosi, molti musical ma anche tanti film d&#8217;azione. gli attori più famosi riempiono i giornai e i muri delle città, le suonerie dei cellulari impazziscono ai ritmi delle musiche dei film. la BBC ha addirittura creato un canale speciale del suo podcast al gossip sulle star di bollywood. e sono queste star a dettare modelli di costume, sono loro che fanno avanzare, o no, la mentalità comune.  l&#8217;america è solo un fatto di cronaca, l&#8217;europa un bel museo.</p>
<p>ma i legami con l&#8217;occidente ovviamente ci sono e ben saldi. non scherziamo. è che sono sottili e non si vedono ad occhio nudo. ogni tanto però, capita di vedere qualcosa e ci si fanno delle domande. Il distretto di karaikal si trova sulla costa orientale dell&#8217;india. Lo tsunami ha scaricato una bella briscola da queste parti tre anni fa e la gente, che già non se la passava bene, ancora oggi stenta a campare decentemente. Per frenare la povertà estrema il governo ha appena lanciato un programma con il quale assicura uno stipendio di poco meno di due euro al giorno per al massimo 100 giorni di lavoro. Al mercato di karaikal, in questo posto cosi&#8217; povero, tra la frutta e la verdura, ho trovato e assaggiato delle mele importate da washington. Si, quella della casa bianca. Delle buonissime meline rosse coltivate ad un tiro di schioppo dalla stanza ovale di bush, sono vendute al mercato di karaikal. Ora mi domando: come è possibile che i data entry operator facciano le notti in bianco per riempire le schede degli ospedali americani e nei mercati dei posti più poveri dell&#8217;india ci siano mele importate da washington?</p>
<p>Le molteplici velocità dell&#8217;india. La crescita vertiginosa. Outsourcing, ICT, energia nucleare, bollywood e le mele di washington. Sono confuso, non capisco più niente. Sento un suono&#8230;. driiiiin.<br />
Ah&#8230;. è la mia sveglia. Stavo solo sognando. Sono sempre sulla mia barca, siamo ancora in mare. All&#8217;orizzonte vediamo la terra. Oggi sembra più vicina e il vento soffia nella buona direzione. Se riusciamo a mantenere l&#8217;andatura in poche settimane potremmo arrivare. Anche i miei uomini sono più sereni. Uno mi guarda e sorride. Mi offre quello che sta mangiando. Una deliziosa mela rossa.</p>
<p>[1] <a href="http://www.thehindubusinessline.com/2008/04/03/stories/2008040352401000.htm">http://www.thehindubusinessline.com/2008/04/03/stories/2008040352401000.htm<br />
</a>[2] <a href="http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/economia/conti-pubblici-68/fmi-crescita/fmi-crescita.html">http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/economia/conti-pubblici-68/fmi-crescita/fmi-crescita.html  </a>
</p>
<br/><a href="http://www.palmerini.org/podkasbaht/dati/20080406/20080406.mp3">Download episodio 18. i miei esperimenti con l&amp;#039;india</a><br/>]]></content:encoded>
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	tanto per cominciare il microfono! una recente sorpresa ha dotato podkasbaht di un bellissimo samson c01u. una vera figata che ovviamente non riesco ancora a controllare bene, ma imparerò presto. se qualcuno ne ha esperienza e ha voglia di condividerla, ne sarei molto felice;
	da questo episodio inizio a numerarli. bello sforzo, lo so, ma non lo avevo mai fatto prima;
	ho introdotto una sigletta finale che d'ora in poi chiuderà sempre gli episodi.

oltre a questo, un paio di precisazioni sull'episodio. mi sono reso conto solo dopo aver finito che il gioco di parole "i miei esperimenti con l'india", che richiama il titolo dell'opera autobiografica di ghandi, era già stata usata (almeno) da giorgio manganelli, scrittore italiano.

poi, ho detto che la tata si è comprata la jaguar e la ford, mentre invece ha comprato jaguar land rover da ford. nel testo qui sotto ho corretto, nel podcast è rimasto l'errore. ma tanto, per i due o tre che mi ascoltano, che cambierà mai? buon podcast. 
la storia dei miei esperimenti con l'india.

siamo in mare ormai da quasi sei mesi e ancora non vediamo terra. ogni tanto, nei giorni chiari e non troppo afosi, magari dopo una pioggia rinfrescante, all'orizzonte si intravede il contorno delle montagne. devono essere i gati occidentali che sono visibili anche a kilometri di distanza. a volte per la verità sembra di essere vicini e di riuscire a vedere anche la costa. in quei momenti ci illudiamo di essere vicini alla meta, ma poi la costa sparisce all'orizzonte e davanti a noi c'è di nuovo solo il mare. l'immenso subcontinente ci sfugge, non riusciamo a raggiungerlo. dopo 6 mesi di navigazione, da quando abbiamo lasciato il porto di tangeri, siamo ancora molto lontani. l'equipaggio è affaticato e ha bisogno di riposo. l'entusiasmo iniziale della partenza sta cominciando a lasciar spazio allo sconforto. conosco i miei uomini e so vedere nei loro sguardi fedeli i segni della stanchezza. questi uomini mi hanno seguito ovunque, attraverso mari burrascosi e profondi abbiamo viaggiato per i 5 continenti. mai un viaggio è stato tanto lungo, mai i miei uomini hanno conosciuto la stanchezza prima d'ora. non mi abbandonerebbero mai, nemmeno se stessimo per affondare, ma sento che sono stanchi e che leggo nei loro occhi una richiesta di rassicurazione: “dicci, capitano, quando arriveremo”. oh miei uomini fedeli e coraggiosi, questa volta il vostro capitano non ha risposte da darvi. ho solo il mio smarrimento davanti a questo mare immenso che ancora ci separa da una terra sconosciuta. in questo mare non c'è bussola o stella che possa aiutarci. siamo soli con noi stessi.

rinfrescati, si fa per dire, da un eccezionale e inaspettato monsoncino che si era perso per strada e che ha portato qualche giorno di pioggia torrenziale, ci avvicianiamo a grandi passi all'estate indiana. le scuole chiuderanno il 15 aprile, gli studenti sono in fermento per gli esami, e si respira una tenera aria di vacanza. per la verità, l'aria è sempre la stessa, per lo più irrespirabile, solo che il caldo sta diventando soffocante e tutti dicono che nei prossimi due mesi sarà ancora peggio. i miei esperimenti con l'india continuano.

l'india è un osso duro da masticare, un intero sub-continente da digerire. leggo sui giornali che l'india è un colosso in crescita spaventosa: per il 2008 si prevede l'8% [1] contro lo 0,3% dell'italia [2]. mentre la nostra povera italia si sgretola sotto la mediocrità storica propria e della sua classe dirigente, e per esempio dell'alitalia non ci resta che vendere i debiti la tata, multinazionale indiana, compra jaguard land rover da ford, cosi'. nel frattempo annuncia anche il lancio di una macchina low-cost per il mercato indiano a meno di 2000 euro. una roba da far paura. e infatti un po' paura la fa. forse non è un caso che l'unico atleta che abbia annunciato che boicotterà il trasporto della fiamma olimpica </itunes:summary>
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		<itunes:author>paolo palmerini</itunes:author>
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		<title>i poveri li avete sempre con voi</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Feb 2008 18:32:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paolo</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[in ritardo pazzesco, ri-editato mille volte, tanto che è un venuto un disastro, senza foto. a &#8217;sto giro ho veramente arrancato. insomma, &#8217;sta volta è andata cosi. migliorerò&#8230;

“Mentre Gesù si trovava a Betània, in casa di Simone il lebbroso, 7 gli si avvicinò una donna con un vaso di alabastro di olio profumato molto prezioso, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>in ritardo pazzesco, ri-editato mille volte, tanto che è un venuto un disastro, senza foto. a &#8217;sto giro ho veramente arrancato. insomma, &#8217;sta volta è andata cosi. migliorerò&#8230;</em></p>
<p><a id="more-21"></a><br />
“Mentre Gesù si trovava a Betània, in casa di Simone il lebbroso, 7 gli si avvicinò una donna con un vaso di alabastro di olio profumato molto prezioso, e glielo versò sul capo mentre stava a mensa. 8 I discepoli vedendo ciò si sdegnarono e dissero: &#8220;Perché questo spreco? 9 Lo si poteva vendere a caro prezzo per darlo ai poveri!&#8221;. 10 Ma Gesù, accortosene, disse loro: &#8220;Perché infastidite questa donna? Essa ha compiuto un`azione buona verso di me. 11 I poveri infatti li avete sempre con voi, me, invece, non sempre mi avete. 12 Versando questo olio sul mio corpo, lo ha fatto in vista della mia sepoltura. 13 In verità vi dico: dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei” [Matteo 26:6-13]</p>
<p>il segreto è guardare nel nulla davanti a me. è facile perchè non c&#8217;è niente da guardare. ho 10 anni e la mia vita è già finita. qui. ogni giorno della mia esistenza, da quando ne abbia memoria, è sempre stato cosi&#8217; e immagino quindi che cosi&#8217; sarà sempre, finchè non morirò. guardare avanti significa guardare il vuoto, il niente. mi serve per non cadere giù quando cammino sulla corda a tre metri di altezza da terra.</p>
<p>E&#8217; una bella giornata, il monsone è passato e c&#8217;è un bel sole caldo. Esco di casa per portare il piccolo erede a fare un giretto. Appena apro la porta di casa trovo un uomo in mezzo alla strada. È immobile, per terra, in una pozza di sangue. Accanto a lui la sua bicicletta. Intorno a lui, la gente passa oltre, senza fargli troppo caso. Mi avvicino un po&#8217; spaventato. È vivo, respira. Lo tocco. Ha un taglio sotto l&#8217;occhio. Deve essere caduto e aver battuto la faccia. Puzza di alcool. Cerco di scuoterlo un po&#8217; e farlo svegliare. Lo trascino verso il bordo della strada per evitare le macchine. Cerco di fare la stessa cosa con la sua bicicletta. Una donna si affaccia alla finestra. Penso: “finalmente, qualcuno mi aiuterà, questo qui manco parlerà inglese, di sicuro”. Ma la donna alla finestra si lmita a dire: “non ti mettere davanti al mio garage che ci deve passare la macchina”. Qualcuno si ferma e mi dice: “non vedi che è ubriaco? Sicuramente si è bevuto tutti i soldi con cui avrebbe dovuto nutrire la sua famiglia”. Dopo un po&#8217; qualcuno mi aiuta. Diamo dell&#8217;acqua al tipo che nel frattempo si è un po&#8217; svegliato. Ha perso sangue ma sta bene. Il taglio non è enorme e sembra non ci siano altre conseguenze. Mi convinco che basti cosi&#8217; e scappo.</p>
<p>quando cammino sul filo tutti si fermano a guardare. soprattutto gli stranieri che non sono abituati a vedere una bambina di 10 anni che cammina sospesa in aria. allora mia mamma va in giro a raccogliere qualche spicciolo mentre mio padre suona il tamburo ad un ritmo forsennato. al&#8217;inizio ero curiosa di sapere quanti soldi avevamo raccolto ogni giorno. adesso non mi interessa più. quando c&#8217;è tanta gente o quando ce n&#8217;è poca, alla fine della giornata abbiamo sempre e solo una tazza di riso. non muoriamo di fame. quella tazza non ci è mai mancata e non ci mancherà mai. non mi interessa quanti soldi sta raccogliendo mia mamma, davanti a me c&#8217;è il meraviglioso immenso nulla.</p>
<p>Con pietro sulle spalle sto camminando in strada. Canal street, una delle strade principali di Pondicherry che taglia la piccola città lungo un putrido canale di ratti e liquami. Puzza. E&#8217; una delle arterie (tutto è relativo) di scorrimento del traffico. Gli autobus e le macchine sfrecciano veloci. Mentre faccio attenzione a non essere investito, vedo una mucchio di stracci in mezzo alla strada. E&#8217; strano, mi avvicino, e vedo una donna sdraiata a pancia in giù che dal mezzo della carreggiata urla e piange verso il vuoto. Non capisco qual che dice e probabilmente non dice nulla di sensato n nessun lingua, ma è in mezzo alla strada e sta rischiando la vita. Nessuno se ne cura. E&#8217; cosi&#8217;, se sta in mezzo alla strada una ragione ci sarà e se ci sta comunque doveva essere che stesse li, quindi perchè preoccuparsi? Non so, non mi preoccupo neanche io. Vado solo in mezzo alla strada e la tolgo dalla traiettoria degli autobus. Già diversi l&#8217;hanno scansata, probabilmente nessuno l&#8217;avrebbe uccisa, ma a me da fastidio vederla li e pensare che rischia le penne ogni secondo. Mentre urla la sua rabbia viola verso un interlocutore misteriosamente assente. la trascino di peso verso il marciapiede. mi guarda e si getta ai miei piedi con una scena teatrale. decido che non posso fare altro, e scappo.</p>
<p>non ricordo se c&#8217;è stato un momento in cui non sapevo ancora camminare sulla corda. forse i miei primi passi li ho mossi proprio qui, a tre metri da terra. adesso posso fare quello che voglio con la corda, davvero non mi costa nulla. è come per voi fare due passi uno dietro l&#8217;altro. li fate mille volte nella giornata e non ci fate più caso. io sulla corda cammino avanti, indietro, con il bastone tra le mani, con il bastone retto su una gamba. bendata so anche ballare e, alla fine dello spettacolo, mi inginocchio su un vassoio d&#8217;argento che faccio scivolare sulla corda. si, lo so, non ci credete, ma vi assicuro che è tutto vero. se proprio non vi fidate, venite il sabato pomeriggio sul lungmare. sono sempre li.</p>
<p>cerco di non essere fuori casa all&#8217;imbrunire perchè l&#8217;aria si riempie di zanzare. Stasera è andata cosi&#8217; e siamo ancora fuori quando il sole è già andato giù e sta facendo buio. Passiamo da una stradina secondaria per fare prima a rientrare a casa, dove ci aspetta una doccia rinfrescane e una birra ghiacciata come aperitivo. Girato l&#8217;angolo, vediamo il solito mucchio di stracci e mentre ancora sembra solo ciarpame, so già che sotto c&#8217;è un essere umano. E&#8217; stradiato per terra nel canaletto di scolo di una fognatura. L&#8217;acqua putrida gli scorre in faccia, coperto dalle zanzare in questo poco tempo che resta prima che arrivino I topi. Ha una gamba deforme e non da segni di vita, a parte un respiro pesante. Ci fermiamo contro ogni ragionevolezza e lo tiriamo fuori dal canaletto, seduto contro un muro. Per il tipo non cambia niente, solo la posizione. Se aveva fame prima ce l&#8217;ha anche adesso, se era disperato lo sarà anche ora. Non lo so, non si sveglia. Mentre gli siamo accanto si ferma un taxi. Accosta, scende, lo guarda, vede la deformità e sentenzia: “mental”, è ritardato, e se ne va. E&#8217; perfetto. Trovata la spiegazione ci mettiamo il cuore in pace. “mental”. Tutto li. Basta una parola per definire il tipo e tutta la sua esistenza. Come se fosse sempre vissuto li, in quella canaletta fetida. Come se quello fosse il suo posto. il suo posto non è neanche il muro contro cui l&#8217;ho sistemato. ma per qualche strana ragione penso che seduto sia una posizione più dignitosa che con la faccia dentro i peggiori liquami della città e, non volendo fare altro, mi convinco che un po&#8217; di dignità sia meglio di nulla. e scappo.</p>
<p>non pensate che sia triste. per me la vita è sempre stata cosi&#8217; e non è poi male stare a tre metri di altezza metre tutti quanti ti stanno a guardare. ho solo i vestiti che indosso e stasera mangerò una tazza di riso. ma quando salgo sulla corda la gente deve alzare la testa per guardarmi. io non ci faccio caso, sento solo il mare e penso a quanto è grande. chissà se sarei capace di camminare anche sull&#8217;acqua. un giorno ci proverò, camminerò fino in fondo al molo, mi lascerò cadere dagli scogli e inizierò a camminare sulla cresta delle onde, sospesa dalla schiuma del mare che mi sosterrà come mi sostiene questa piccola corda tesa. sarà lo spettacolo più bello che abbia mai fatto, e sarà solo per me e per il mare.</p>
<p>c&#8217;è una famiglia di saltimbanchi il sabato pomeriggio sul lungomare affollato. Babbo, mamma e 1 figlia. Si portano in spalla i loro poveri attrezzi per imbastire uno spettacolino che attiri un po&#8217; l&#8217;attenzione. L&#8217;attrazione è la  bimba, meno di 10 anni, che cammina su una fune a tre metri di altezza senza protezione. Cammina davvero sulla corda, in senso molto stretto. Anzi, non solo cammina ma va in ginocchioni, con una gamba sola, con un bastone per l&#8217;equilibrio tenuto tra le mani, con lo stesso bastone tenuto tra i piedi. Ha un viso antico mentre cammina concentrata. Non guarda la fune, non guarda sotto. Forse ha solo gli occhi aperti ma non guarda nulla. Il padre suona la musica mentre la madre raccoglie un po&#8217; di denaro. li guardo un attimo, la donna si avvicina per chiedere una moneta. non so quanto dargli, decido che 5 rupie possono bastare, e scappo.</p>
<p>i poveri li abbiamo sempre con noi, maledizione. Sono li fuori. Neanche ci aspettano. Semplicemente stanno li. Stanno li, sdraiati sul marciapiede, in mezzo alla strada, sotto la pioggia, privi di sensi in una pozza di sangue. Ma stanno anche li e basta, senza fare nulla di speciale. Anzi, la maggior parte del tempo stanno solo li a guardare. Mi guardano, non smettono di guardarmi mentre cammino sulla mia corda fragile. Io tengo lo sguardo avanti, per non perdere l&#8217;equilibrio e cadere. Poi decido che per oggi lo spettacolo può bastare, e scappo.
</p>
<br/><a href="http://www.palmerini.org/podkasbaht/dati/20080211/20080211.mp3">Download i poveri li avete sempre</a><br/>]]></content:encoded>
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		<itunes:summary>in ritardo pazzesco, ri-editato mille volte, tanto che è un venuto un disastro, senza foto. a 'sto giro ho veramente arrancato. insomma, 'sta volta è andata cosi. migliorerò...


“Mentre Gesù si trovava a Betània, in casa di Simone il lebbroso, 7 gli si avvicinò una donna con un vaso di alabastro di olio profumato molto prezioso, e glielo versò sul capo mentre stava a mensa. 8 I discepoli vedendo ciò si sdegnarono e dissero: "Perché questo spreco? 9 Lo si poteva vendere a caro prezzo per darlo ai poveri!". 10 Ma Gesù, accortosene, disse loro: "Perché infastidite questa donna? Essa ha compiuto un`azione buona verso di me. 11 I poveri infatti li avete sempre con voi, me, invece, non sempre mi avete. 12 Versando questo olio sul mio corpo, lo ha fatto in vista della mia sepoltura. 13 In verità vi dico: dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei” [Matteo 26:6-13]

il segreto è guardare nel nulla davanti a me. è facile perchè non c'è niente da guardare. ho 10 anni e la mia vita è già finita. qui. ogni giorno della mia esistenza, da quando ne abbia memoria, è sempre stato cosi' e immagino quindi che cosi' sarà sempre, finchè non morirò. guardare avanti significa guardare il vuoto, il niente. mi serve per non cadere giù quando cammino sulla corda a tre metri di altezza da terra.

E' una bella giornata, il monsone è passato e c'è un bel sole caldo. Esco di casa per portare il piccolo erede a fare un giretto. Appena apro la porta di casa trovo un uomo in mezzo alla strada. È immobile, per terra, in una pozza di sangue. Accanto a lui la sua bicicletta. Intorno a lui, la gente passa oltre, senza fargli troppo caso. Mi avvicino un po' spaventato. È vivo, respira. Lo tocco. Ha un taglio sotto l'occhio. Deve essere caduto e aver battuto la faccia. Puzza di alcool. Cerco di scuoterlo un po' e farlo svegliare. Lo trascino verso il bordo della strada per evitare le macchine. Cerco di fare la stessa cosa con la sua bicicletta. Una donna si affaccia alla finestra. Penso: “finalmente, qualcuno mi aiuterà, questo qui manco parlerà inglese, di sicuro”. Ma la donna alla finestra si lmita a dire: “non ti mettere davanti al mio garage che ci deve passare la macchina”. Qualcuno si ferma e mi dice: “non vedi che è ubriaco? Sicuramente si è bevuto tutti i soldi con cui avrebbe dovuto nutrire la sua famiglia”. Dopo un po' qualcuno mi aiuta. Diamo dell'acqua al tipo che nel frattempo si è un po' svegliato. Ha perso sangue ma sta bene. Il taglio non è enorme e sembra non ci siano altre conseguenze. Mi convinco che basti cosi' e scappo.

quando cammino sul filo tutti si fermano a guardare. soprattutto gli stranieri che non sono abituati a vedere una bambina di 10 anni che cammina sospesa in aria. allora mia mamma va in giro a raccogliere qualche spicciolo mentre mio padre suona il tamburo ad un ritmo forsennato. al'inizio ero curiosa di sapere quanti soldi avevamo raccolto ogni giorno. adesso non mi interessa più. quando c'è tanta gente o quando ce n'è poca, alla fine della giornata abbiamo sempre e solo una tazza di riso. non muoriamo di fame. quella tazza non ci è mai mancata e non ci mancherà mai. non mi interessa quanti soldi sta raccogliendo mia mamma, davanti a me c'è il meraviglioso immenso nulla.

Con pietro sulle spalle sto camminando in strada. Canal street, una delle strade principali di Pondicherry che taglia la piccola città lungo un putrido canale di ratti e liquami. Puzza. E' una delle arterie (tutto è relativo) di scorrimento del traffico. Gli autobus e le macchine sfrecciano veloci. Mentre faccio attenzione a non essere investito, vedo una mucchio di stracci in mezzo alla strada. E' strano, mi avvicino, e vedo una donna sdraiata a pancia in giù che dal mezzo della carreggiata urla e piange verso il vuoto. Non capisco qual che dice e probabilmente non dice nulla di sensato n nessun lingua, ma è in me</itunes:summary>
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		<pubDate>Fri, 28 Dec 2007 06:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paolo</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[grazie alla segnalazione di alcuni amici (andrea e fedora) mi sono accorto che il post precedente aveva un errore per cui microzzoz internéts ecsplorers non visualizzava correttamente la pagina, lasciando fuori il player. immagino le schiere di ascoltatori in lacrime per non aver potuto ascoltare l&#8217;episodio&#8230; tranquilli! adesso è tutto risolto. in effetti avevo fatto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>grazie alla segnalazione di alcuni amici (andrea e fedora) mi sono accorto che il post precedente aveva un errore per cui microzzoz internéts ecsplorers non visualizzava correttamente la pagina, lasciando fuori il player. immagino le schiere di ascoltatori in lacrime per non aver potuto ascoltare l&#8217;episodio&#8230; tranquilli! adesso è tutto risolto. in effetti avevo fatto un errore io, causato da un pigro copia e incolla con il quale mi ero portato dietro un po&#8217; di tag html fuori luogo che il buon ecsplorer si rifiuta (per una volta, giustamente) di visualizzare. confesso che non ci avevo fatto caso, dato che con firefox la pagina si visualizzava correttamente. continuo ad essere convinto che ecsplorer sia una schifezza di browser, ma  credo anche che le minoranze  vadano tutelate e quindi, in nome di quei 4 utenti che ancora usano la schifezza (scherzo, non ve la prendete&#8230;;-) ) ho rimediato all&#8217;errore, che in fondo, avevo fatto io. <strike>che ce ne siano altri in giro? </strike>(si, quasi tutti i post erano pieni di errori&#8230;shame on me!!)
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		<itunes:summary>grazie alla segnalazione di alcuni amici (andrea e fedora) mi sono accorto che il post precedente aveva un errore per cui microzzoz internéts ecsplorers non visualizzava correttamente la pagina, lasciando fuori il player. immagino le schiere di ascoltatori in lacrime per non aver potuto ascoltare l'episodio... tranquilli! adesso è tutto risolto. in effetti avevo fatto un errore io, causato da un pigro copia e incolla con il quale mi ero portato dietro un po' di tag html fuori luogo che il buon ecsplorer si rifiuta (per una volta, giustamente) di visualizzare. confesso che non ci avevo fatto caso, dato che con firefox la pagina si visualizzava correttamente. continuo ad essere convinto che ecsplorer sia una schifezza di browser, ma  credo anche che le minoranze  vadano tutelate e quindi, in nome di quei 4 utenti che ancora usano la schifezza (scherzo, non ve la prendete...;-) ) ho rimediato all'errore, che in fondo, avevo fatto io. che ce ne siano altri in giro? (si, quasi tutti i post erano pieni di errori...shame on me!!)</itunes:summary>
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		<title>nuovo mondo</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Dec 2007 08:06:35 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.palmerini.org/podkasbaht/dati/20071130/20071130.jpg" /> con grande e ingiustificato ritardo, nonostante mi fossi ripromesso di seguire le indicazioni del <a href="http://ilnissardo.free.fr/">nissardo</a> di realizzare episodi più frequenti, riesco solo adesso a districarmi dalle difficoltà legate all&#8217;installazione nel nuovo paese. pubblico adesso il post di novembre (shame on me). mi rendo conto che secondo blogbabel con questi ritmi non sarei neanche un blog, ma pazienza. del resto su blogbabel manco ci sto, quindi perchè preoccuparsi?</p>
<p>alcune note sulla puntata. avrei voluto cambiare la veste di podkasbaht visto che ho lasciato il marocco, ma per adesso resta tutto cosi&#8217;. forse un giorno la ingloberò definitivamente nel mio sito <a href="http://www.palmerini.org">principale,</a> tanto per non tenere come due blog diversi (insomma, ma a voi che vi frega di tutto questo?) . riguardo alla puntata invece, segnalo per chi volesse approfondire il sito di <a href="http://www.auroville.org">auroville</a> della quale parlerò più approfonditamente in un&#8217;altra puntata.<br />
buon ascolto e fatemi sapere i vostri commenti!!</p>
<p><a id="more-19"></a></p>
<p>da tre settimane sono arrivato in india.</p>
<p>come un bambino che ha appena compiuto un anno, muovo timidamente i miei primi passi in questo nuovo immenso mondo. non riesco ancora a stare in piedi da solo e principalmente vado avanti a gattoni e appoggiandomi dappertutto. ma presto imparerò a camminare senza cascare sul sedere ad ogni passo. non ho ancora imparato a parlare, quindi principalmente cerco di ascoltare. ogni tanto emetto dei suoni gutturali e versi di ogni genere: « gu », « ghe », « ma », « ba », « ta ». insomma, ancora devo imparare a muovermi in questo mondo, però lo osservo con molto interesse.</p>
<p>come dicevo, questo posto, l&#8217;india, è grande, quindi per essere un po&#8217; più precisi, devo spiegare meglio dove mi trovo. pondicherry, sud-est, regione del tamil nadu. non vi dice niente? vicino ad auroville! ah, ecco. adesso avete capito. questo piccolo angolo di mondo, sconosciuto ai più, è noto principalmente per la presenza di auroville, una specie di piccola città o grande comunità, a seconda dei punti di vista, situata a 10 K da pondicherry dove persone diverse per origini e cultura vivono insieme in pace ed unità. un progetto iniziato negli anni 60 da Mirra Alfassa, nota qui a tutti come « the mother ». la madre, nata in francia da madre egiziana e padre turco, è la presenza iconografica più notevole a pondicherry: ci sono sue immagini ovunque. dentro i negozi, nelle strade, nelle case. venendo da un paese arabo, non amo particolarmente i ritratti ripetuti ossessivamente, ma mi rendo conto che « la madre » non è certo il re mohammed VI e nemmeno il terribile padre hassan II. dicevo di auroville. auroville è nata con l&#8217;ambizione di essere un modello di convivenza pacifica tra popoli diversi. le persone che ci vivono oggi, circa 2.000, vengono da tutto il mondo. non la conosco ancora molto bene, quasi per nulla per la verità, e ho sentito persone parlarne in modo molto diverso. mi riprometto di cercare di capire meglio di cosa si tratta. aurville merita attenzione, e io sono piccolo, appena arrivato in questo mondo. appena imparerò a parlare cercherò sicuramente di raccontare quello che avrò conosciuto.</p>
<p>per adesso mi sono limitato a camminare, o meglio a gattonare, per la città « normale », quella dove non si deve essere un aurovilliano per abitare ma basta essere un essere umano. per abitare a pondicherry, sembra che non importi in realtà neanche avere una casa, a giudicare dalla quantità di persone che vivono in strada. intere famiglie sui marciapiedi, senza grandi baracche, giusto qualche straccio per sdraiarsi e riposare ogni tanto. è gente di passaggio, mi dicono, e comunque in india tutto questo è purtroppo molto ordinario. io non so, sono piccolo, ma i grandi mi dicono che non devo farci caso. vicino a casa nostra c&#8217;è l&#8217;ospedale e tutto intorno ci sono persone che dormono in strada. sono poveri, si, ma magari una casa ce l&#8217;hanno. è che abitano lontano e per curarsi devono venire in città. non hanno i soldi per un albergo, per cui se qualche familiare deve venire ad assisterli, la famiglia si sistema ad un angolo di strada che sia un po&#8217; tranquillo. per questo a volte i marciapiedi sono in pendenza e ricoperti di punte. altrimenti la gente ci si mette sopra. in ogni caso, noto che esiste un sistema sanitario nazionale, a differenza di altri paesi in via di sviluppo come il marocco o gli stati uniti. qui la gente ha comunque diritto ad una assistenza medica gratuita. la più popolata democrazia del mondo, con tutti i suoi limiti, ha già guadagnato un punto nel mio personalissimo indice di gradimento.</p>
<p>pondicherry, pondy per gli amici, è una città interessante innanzitutto per la sua storia. colonizzata dai francesi fin dalla fine del XVII secolo, pondicherry è stata sempre contesa anche da olandesi e inglesi. pur passando varie volte da una dominazione all&#8217;altra, pondy è rimasta sostanzialmente sempre in mano ai francesi fino al 1954 e formalmente è territorio indiano solo dal 1963! In altre parole, ben 7 anni dopo l&#8217;indipendenza dell&#8217;india dall&#8217;inghilterra, avvenuta nel 1947, la grande francia, manteneva ancora il controllo di pondicherry e di altre zone che costituivano la cosiddetta « india francese ».  ghandi è morto senza aver visto pondicherry liberata dai francesi!! del resto, la francia mantiene ancora oggi i cosiddetti « territori d&#8217;oltremare », gestiti da un apposito ministero. questo spiega in parte perchè i francesi si sentano ancora oggi cosi&#8217; a casa loro qui. c&#8217;è l&#8217;istituto culturale francese, un liceo francese, un quartiere francese e molte persone parlano correttamente la lingua di voltaire. e di napoleone. pondy è, anche, un luogo dove ritirarsi in pensione per i francesi, un po&#8217; come la florida per gli americani. molta gente che va in pensione oggi, è cresciuta imparando a scuola che pondycherry è casa sua.</p>
<p>oggi pondy è una piccola cittadina indiana, decorata con un misto di architettura coloniale, coloratissimi templi e chiese cristiane.</p>
<p>il primo impatto con pondy tuttavia è di tipo assai poco spirituale. sono arrivato pensando che mi sarei forse confuso per le strade dove si guida sulla sinistra, all&#8217;inglese. che ingenuo, qui si guida ovunque! cerco di spiegarmi meglio, portando il traffico terreno alle altezze dello spirito, con un&#8217;analogia. quando i giovani studenti di fisica affrontano la fisica quantistica, una delle cose difficili da digerire è la cosiddetta dualità onda-particella. in parole povere, tutti gli oggetti piccoli piccoli, più piccoli di un atomo, si comportano allo stesso stempo come se fosserò un&#8217;onda e come se fossero una particella. si, è una cosa strana e difficile da capire per chiunque, perchè nella nostra vita quotidiana non esiste nulla che sia « contemporaneamente » un&#8217;onda e una particella. pensiamo alle onde del mare, alle onde sonore e ad una palla. oggetti profondamente diversi. una palla urta, sta ferma. davanti ad un ostacolo rimbalza. l&#8217;onda invece si muove su un « fronte » e davanti agli ostacoli genera interferenze. difficile immaginare qualcosa che allo stesso tempo sia onda e particella. cosi&#8217; pensavo fino a che non sono venuto in india. il traffico di pondicherry è la rappresentazione più esatta che mi viene in mente della dualità tra natura ondulatoria e corpuscolare delle particelle sub-atomiche. i motorini e le macchine di pondy sono allo stesso tempo onde e particelle. le puoi contare una ad una come delle particelle e se le urti, è chiaro, sono delle particelle, ma davanti agli ostacoli (pedoni, polizia o blocchi di cemento armato) non si fermano : piuttosto generano interferenze. non solo, ma proprio come per gli elettroni, neutroni, protoni e compagnia bella, non puoi dire « il motorino in questo momento si trova esattamente qui ». piuttosto la posizione del motorino è definita da una distribuzione di probabilità, per cui si potrà soltanto dire qual è la probabilità di trovare un motorino in una posizione in un certo istante. e non è finita: se definiamo con assoluta esattezza la posizione del motorino in un certo momento, lo possiamo fare solo al prezzo di ammettere che la sua velocità è infinita, e quindi il motorino all&#8217;istante successivo potrà trovarsi in un qualunque punto dello spazio. ogni motorino è in realtà una nuvola di probabilità che genera interferenze, urti e quant&#8217;altro. difficilissimo schivarli, impossibile capirli. a differenza delle particelle subatomiche però, i motorini di pondicherry vivono in uno spazio a 5 dimensioni, dato dalle 3 dimensioni euclidee più il tempo e una nuova dimensione che li distingue chiaramente da elettroni e protoni: il suono. i motorini di pondicherry occupano anche uno spazio sonoro dato dai clacson che vengono suonati in continuazione per qualunque motivo. il clacson è un annuncio, un avviso di pericolo, ma anche un saluto, un&#8217;affermazione di stupore (« come, sei qui in mezzo alla strada? »), ma anche una ricerca di verità (« chi passerà per primo io o tu? ») o un semplice intercalare, proprio come il noto « cioé » degli adolescenti italiani. e poi, nel dubbio, un colpo di clacson ci sta comunque sicuramente bene.</p>
<p>troppo facile parlare dei motorini o dei francesi di pondy, ci manca solo che vi racconti dei cani randagi o delle mucche che pascolano in strada. si, le mucche ci sono davvero e nessuno sembra fare niente, mentre per i branchi di cani randagi sembra che il governo locale abbia messo in atto dei provvedimenti per sterilizzarli in massa e istituire dei canili. pare che entro la prossima primavere non si vedrà più un cane in giro e, confesso, non sarebbe proprio una cattiva notivà.</p>
<p>ma a parte questi aspetti di folklore, l&#8217;india è un colosso impressionante e non è facile avvicinarsi e capire qualcosa. dire che ci sono contrarsti sarebbe usare un eufemismo. cinquant&#8217;anni dopo l&#8217;indipendenza, l&#8217;india è ancora il paese con il maggiore numero di persone che vivono sotto la soglia della povertà. Il 40% degli indiani vive con meno di 1$ al giorno, il che, su un paese di oltre un miliardo di persone, fa circa 400.000.000 di esseri umani. al tempo stesso però, l&#8217;india sta diventando una potenza economica. a londra, i paesi che generano i flussi di investimenti diretti più importanti sono gli stati uniti e l&#8217;india. Gli uomini d&#8217;affari indiani investono all&#8217;estero circa 2,6 miliardi di dollari l&#8217;anno e gli analisti prevedono che questa cifra raddoppi nei prossimi tre anni. 5 miliardi di dollari l&#8217;anno, cash, che usciranno dall&#8217;india nel 2010. Non sono scherzi, e a Londra la cosa viene presa molto sul serio. Ken Livingston, sindaco di Londra, viene qui a fare la corte agli indiani e invitarli mentre a casa sua una società inglese promette di prendersi in carico tutte le beghe logistico-amministrative per investitori indiani interessati a Londra. Pensano loro a tutto, li vanno a prendere all&#8217;aeroporto, si prendono cura di tutte le menate di visti, licenze, permessi, gli trovano anche il personale e gli procurano un ufficio gratis per tre mesi nel cuore della city! Eh&#8230; facile la vita a londra se sei un investitore indiano&#8230;</p>
<p>difficile invece è capire questo paese. Oggi ho dovuto fare una copia delle chiavi di casa e, nel paese che sostiene una buona parte dell&#8217;economia londinese, questo ha voluto dire una giornata di intense ricerche. Chiedendo in giro dove potessi fare una copia di una chiave (normalissima, per la cronaca) tutti mi indicavano all&#8217;unisono un solo posto: il fabbro del mercato centrale davanti alla prigione. Sarebbe interessante investigare ulteriormente sul fatto che l&#8217;unico fabbro in città che fa copie di chiavi stia proprio davanti alla prigione, ma lasciando la facile ironia per tornare alla cronaca, una volta trovato, il simpatico ometto seduto per terra nella sua bottega di un metro quadrato, con pazienza ha scolpito e limato un pezzo di ferro guardando in controluce il profilo della chiave originale fino a che la chiave e la copia non sono state perfettamente identiche. ci è voluto un po&#8217;, è chiaro. del resto, se avessi preso in mano io il martello e l&#8217;incudine mi sarei solo frantumato una mano.</p>
<p>Ora sono stanco e devo andare a letto. Queste giornate sono lunghe e intense e io gattono impacciato senza neanche riuscire a parlare. Il buio scende presto a pondicherry e la gente si ritira nelle proprie case. Quelli che una casa ce l&#8217;hanno, è chiaro. Gli altri si rannicchiano sotto una coperta. Papà, mamma e figli. Tantissimi. Penso a loro, ai francesi, all&#8217;utopia spirituale di autoville, alle mucche e ai motorini. Agli investitori indiani. Chissà se a Londra ci sono le macchine per fare le copie delle chiavi.
</p>
<br/><a href="http://www.palmerini.org/podkasbaht/dati/20071130/20071130.mp3">Download nuovo mondo</a><br/>]]></content:encoded>
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		<itunes:summary>con grande e ingiustificato ritardo, nonostante mi fossi ripromesso di seguire le indicazioni del nissardo di realizzare episodi più frequenti, riesco solo adesso a districarmi dalle difficoltà legate all'installazione nel nuovo paese. pubblico adesso il post di novembre (shame on me). mi rendo conto che secondo blogbabel con questi ritmi non sarei neanche un blog, ma pazienza. del resto su blogbabel manco ci sto, quindi perchè preoccuparsi?

alcune note sulla puntata. avrei voluto cambiare la veste di podkasbaht visto che ho lasciato il marocco, ma per adesso resta tutto cosi'. forse un giorno la ingloberò definitivamente nel mio sito principale, tanto per non tenere come due blog diversi (insomma, ma a voi che vi frega di tutto questo?) . riguardo alla puntata invece, segnalo per chi volesse approfondire il sito di auroville della quale parlerò più approfonditamente in un'altra puntata.
buon ascolto e fatemi sapere i vostri commenti!!



da tre settimane sono arrivato in india.

come un bambino che ha appena compiuto un anno, muovo timidamente i miei primi passi in questo nuovo immenso mondo. non riesco ancora a stare in piedi da solo e principalmente vado avanti a gattoni e appoggiandomi dappertutto. ma presto imparerò a camminare senza cascare sul sedere ad ogni passo. non ho ancora imparato a parlare, quindi principalmente cerco di ascoltare. ogni tanto emetto dei suoni gutturali e versi di ogni genere: « gu », « ghe », « ma », « ba », « ta ». insomma, ancora devo imparare a muovermi in questo mondo, però lo osservo con molto interesse.

come dicevo, questo posto, l'india, è grande, quindi per essere un po' più precisi, devo spiegare meglio dove mi trovo. pondicherry, sud-est, regione del tamil nadu. non vi dice niente? vicino ad auroville! ah, ecco. adesso avete capito. questo piccolo angolo di mondo, sconosciuto ai più, è noto principalmente per la presenza di auroville, una specie di piccola città o grande comunità, a seconda dei punti di vista, situata a 10 K da pondicherry dove persone diverse per origini e cultura vivono insieme in pace ed unità. un progetto iniziato negli anni 60 da Mirra Alfassa, nota qui a tutti come « the mother ». la madre, nata in francia da madre egiziana e padre turco, è la presenza iconografica più notevole a pondicherry: ci sono sue immagini ovunque. dentro i negozi, nelle strade, nelle case. venendo da un paese arabo, non amo particolarmente i ritratti ripetuti ossessivamente, ma mi rendo conto che « la madre » non è certo il re mohammed VI e nemmeno il terribile padre hassan II. dicevo di auroville. auroville è nata con l'ambizione di essere un modello di convivenza pacifica tra popoli diversi. le persone che ci vivono oggi, circa 2.000, vengono da tutto il mondo. non la conosco ancora molto bene, quasi per nulla per la verità, e ho sentito persone parlarne in modo molto diverso. mi riprometto di cercare di capire meglio di cosa si tratta. aurville merita attenzione, e io sono piccolo, appena arrivato in questo mondo. appena imparerò a parlare cercherò sicuramente di raccontare quello che avrò conosciuto.

per adesso mi sono limitato a camminare, o meglio a gattonare, per la città « normale », quella dove non si deve essere un aurovilliano per abitare ma basta essere un essere umano. per abitare a pondicherry, sembra che non importi in realtà neanche avere una casa, a giudicare dalla quantità di persone che vivono in strada. intere famiglie sui marciapiedi, senza grandi baracche, giusto qualche straccio per sdraiarsi e riposare ogni tanto. è gente di passaggio, mi dicono, e comunque in india tutto questo è purtroppo molto ordinario. io non so, sono piccolo, ma i grandi mi dicono che non devo farci caso. vicino a casa nostra c'è l'ospedale e tutto intorno ci sono persone che dormono in strada. sono poveri, si, ma magari una casa ce l'hanno. è che abitano lontano e per curarsi devono venire in città. non hanno i soldi per un alber</itunes:summary>
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