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	<title type="text">Opinioni psichedeliche, sentenze ineducate e altri stoltiloqui</title>
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	<updated>2022-02-20T12:50:29Z</updated>

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		<author>
			<name>Luigi Ruffolo</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Further Adventures of Hannibal the Cat (Gamate)]]></title>
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		<updated>2022-02-20T11:06:22Z</updated>
		<published>2022-02-20T10:26:35Z</published>
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		<summary type="html"><![CDATA[<p>M&#8217;immagino le riunioni alla Bit Corp.: «Abbiamo copiato qualsiasi sottogenere presente sul mercato affibbiando di solito ai nostri giochi risibili nomi generici e goffi, a livello quasi della SIPE dei tempi d&#8217;oro (che so, Pang, in uno slancio di fantasia,... <a class="more-link" href="https://luigiruffolo.it/videogiochi/further-adventures-of-hannibal-the-cat-gamate/">Continua a leggere &#8594;</a></p>
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					<content type="html" xml:base="https://luigiruffolo.it/videogiochi/further-adventures-of-hannibal-the-cat-gamate/"><![CDATA[
<p>M&#8217;immagino le riunioni alla Bit Corp.: «Abbiamo copiato qualsiasi sottogenere presente sul mercato affibbiando di solito ai nostri giochi risibili nomi generici e goffi, a livello quasi della SIPE dei tempi d&#8217;oro (che so, <em>Pang</em>, in uno slancio di fantasia, l&#8217;abbiamo chiamato <em>Boom</em>, <em>Breakout</em>/<em>Arkanoid</em> è <em>Enchanted Bricks</em>). Ma va benone così perché questa è la nostra linea, potete essere fieri del vostro lavoro. Tenete, portate questo pacco di leccornie alle vostre famiglie. Dentro c&#8217;è tra l&#8217;altro uno speciale panettone che speriamo gradiret…» «Ma capo, un momento. Innanzitutto qua siamo in Asia e ho i miei dubbi su quanto possa tirare il panettone (e il pandoro è molto meglio, a essere sinceri). Inoltre il sottosottogenere carinoso e pacioccone alla <em>Parodius</em> risulta ancora clamorosamente scoperto. Se vogliamo dircela tutta, per sfondare in Occidente è necessario puntare di più sul gatto, un animale molto amato da quelle parti. Sì, pure in Giappone, ma qua siamo a Taiwan e… meglio non approfondire e non dare retta a certi beceri luoghi comuni. Sul mercato italiano, quello dove in assoluto andiamo meglio, il gatto tira molto, specie nella zona di Vicenza, mi è parso di capir…». «Non dica una parola di più. Che clone cartoonoso di Parodius con protagonista un gatto bello paffuto e pelosotto sia (ovviamente il felino deve avere un nome altisonante che contrasti con la sua soffice rappresentazione, allo scopo di creare un effetto spiazzante… Ahr, ahr, che sagaci che siamo)».</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Further Adventures of Hannibal the Cat (Gamate). Score: 9 750." width="676" height="380" src="https://www.youtube.com/embed/mmAd-ZaFnEg?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div><figcaption>La partita meno tragica comincia a 1:12.</figcaption></figure>



<p><em>Hannibal</em> è sorprendentemente buono in quanto a realizzazione artistica. Anche la musichetta all&#8217;insegna del disimpegno più miciosamente giocherellone è da promuovere (sempre considerando che dal Gamate non penso possa uscire la Nona Sinfonia, a meno che Tim Follin non abbia del tempo libero per dedicarcisi). La fiducia riposta nel titolo si nota anche dalla quantità di opzioni messa a disposizione: numero di cuoricini di partenza (livello di energia), possibilità di inserire password, ecc. Nulla di sconvolgente in assoluto, sia chiaro, ma mediamente i giochi del Gamate sono più spartani sotto questo aspetto. Certo, dal lato tecnico bisogna chiudere gli occhi sull&#8217;allucinante scorrimento dai contorni quasi tellurici e sui rallentamenti eccessivi quando c&#8217;è troppa roba sullo schermo. Cioè direi molto spesso. Resta comunque chiaro come si tratti di un titolo piuttosto ambizioso per le capacità e il target della console, cosa che si nota anche dai nomi degli autori ai quali è dato insolitamente rilievo in apertura. Purtroppo è il classico gioco che non decolla a causa di banali, evidenti caratteristiche che vanno a inficiare il gameplay. Il nostro gatto che improbabilmente e isidorianamente svolazza qua e là con tutta la sua trippa batuffolosa sarà anche decente da vedere, ma è semplicemente troppo grande per la ristretta area di gioco che il Gamate può mettergli a disposizione. Inoltre, fin da subito lo schermo è abbastanza zeppo di elementi, e perdere una vita toglie anche i power-up (selezionabili dalla tradizionale barra in basso, presa di peso appunto da chi immaginate). Mettiamoci anche che dal punto di vista cromatico e della &#8220;leggibilità&#8221; risulta complicato individuare al volo tutti i potenziali pericoli, come, ça va sans dire, sarebbe strettamente necessario in questo genere di titoli («Quello sbuffo di fumo ci danneggerà? E quanto? Oops!»). Nelle partite del video sono schiattato tutte le volte prematuramente presso una coppia di vulcani che proiettano incessantemente robaccia sullo schermo. Sospetto proprio che sia necessario affrontare questa fase belli corazzati con qualcuno dei power-up (l&#8217;ombrellino? forse, ma non pare così efficiente… la bolla, allora?). Come detto, però, rimanerne sprovvisti pare troppo semplice, e anche riuscire a selezionare il potenziamento giusto mi è sembrato nel concreto più facile a dirsi che a farsi. Ma magari mi è sfuggito qualcosa. In ogni caso, tenere d&#8217;occhio le frenetiche vicende della barra sottostante, col gatto panzone che rischia di urtare elementi poco visibili qua e là, forse è chiedere un po&#8217; troppo. Poi, certo, nella vita e nei videogiochi ci si abitua a tutto, ma diciamo che non fa venire proprio la voglia di farlo. Chiaramente ci saranno probabili rimandi a qualche situazione presente in qualche gioco simile (o, dato il titolo, questo potrebbe essere il secondo episodio di qualche saga conosciutissima in tutta Taipei e palazzine limitrofe). In definitiva, un gioco da provare – specie se ammirate i cute &#8216;em up e considerando il livello medio del parco titoli del Gamate – vista la buona realizzazione teorica. Magari nel vostro caso scatta quella scintilla che nel mio, pur da ultrà gattaro sparacchiatore, no.</p>
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		<author>
			<name>Luigi Ruffolo</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Smallville (prima e seconda stagione)]]></title>
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		<published>2022-02-19T13:29:27Z</published>
		<category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Cinema e serie TV" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="2001" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Action-adventure" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Alfred Gough" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Allison Mack" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Annette O&#039;Toole" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Drama" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="John Glover" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="John Schneider" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Kristin Kreuk" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Michael Rosenbaum" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Miles Millar" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Smallville" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Superhero" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Superman" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="The WB" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Tom Welling" />
		<summary type="html"><![CDATA[<p>Altro post scritto secoli fa e lasciato nelle bozze a stagionare. Si tratta di una sorta di atroce esperimento sulla memoria e sui meandri del cervello umano che ho deciso di infliggere a me stesso. Smallville fu forse la prima... <a class="more-link" href="https://luigiruffolo.it/cinema-serie-tv/smallville-prima-e-seconda-stagione/">Continua a leggere &#8594;</a></p>
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					<content type="html" xml:base="https://luigiruffolo.it/cinema-serie-tv/smallville-prima-e-seconda-stagione/"><![CDATA[
<p>Altro post scritto secoli fa e lasciato nelle bozze a stagionare. Si tratta di una sorta di atroce esperimento sulla memoria e sui meandri del cervello umano che ho deciso di infliggere a me stesso. <em>Smallville</em> fu forse la prima serie TV &#8220;di quelle nuove, nel senso di diverse da <em>Happy Days</em> e cose così, insomma avete capito&#8221; che presi a guardare consapevolmente, per questo ho deciso d&#8217;un tratto di riesumarla. Ovviamente iniziando daccapo perché mi affascinava comprendere se davvero rimembrassi così poco (a parte una vaga infarinatura generale), o se pian piano qualche ricordo sarebbe riaffiorato. Masochismo, più che nostalgismo, insomma. Devo ammettere che mi aspettavo (il) peggio. Chiaramente non è che sia chissà quale serie di raffinata qualità, e la struttura – iniziale, almeno – alla monster o villain of the week com&#8217;è ovvio non aiuta molto, così come la mancanza quasi totale della più basilare (auto)ironia. Il pilot sarà già almeno la terza volta che lo vedo, quindi nell&#8217;ottica del &#8220;gioco&#8221; del quale parlavo sopra non vale. Nella mia mente era un mezzo capolavoro se paragonato al resto (se non altro perché sono riusciti a cacciarci dentro, senza farlo pesare, un sacco di cose, di situazioni e di dialoghi importanti tra personaggi, e ci scappa perfino lo squilibrato of the week). Come sapete (?) sono molto scettico nei confronti delle serie così smaccatamente &#8220;standardizzate&#8221;, nelle quali a un tal punto sai che ci sarà una certa musichetta per enfatizzare un certo momento o passaggio della trama, musichetta che più o meno suonerà proprio in quell&#8217;inevitabile e un po&#8217; farlocco modo lì, i personaggi risponderanno obbligatoriamente a determinati stereotipi rassicuranti (pur nel loro essere magari in teoria malvagissimi) e che non richiedono allo spettatore grossi sforzi cerebrali per venire inquadrati, ecc. Insomma, produzioni molto perfettine (a partire dal sorriso Durban&#8217;s accecante del plasticoso protagonista) e chiaramente troppo &#8220;sui binari&#8221;. Più che Superman il punto di riferimento pare, com&#8217;è noto, <em>Dawson&#8217;s Creek</em>, ma guardiamo quello che c&#8217;è di positivo. La storia, di base, non è potenzialmente priva di spunti, con i genitori costantemente impegnati a salvaguardare l&#8217;alieno (che non può vedere nemmeno il nonno), ecc. Interessante l&#8217;ambiguo Lex, sempre intento a gigioneggiare e a trafficare misteriosamente in giro, così come il malvagio e carismatico padre (senza John Glover la serie sprofonderebbe miseramente). Cercare di capire dove voglia andare a parare la storia verticale, questo stimola, almeno per un po&#8217;. Mentre risultano varie volte piuttosto agghiaccianti gli effetti speciali che all&#8217;epoca potevano costituire un motivo di interesse (vengono spesso elogiati nei commenti dell&#8217;epoca), ma chiaramente l&#8217;invecchiamento precoce per queste cose è un problema. La vita quotidiana tra studentelli potrebbe pure andare, ma i personaggi significativi coinvolti e che interagiscono tra loro sono troppo pochi perché risulti interessante (quello interpretato da Sam Jones III poi non ha gran personalità, sembra svolgere un ruolo quasi da dama di compagnia del tutto trascurabile). Gli altri vengono tirati in ballo come vaghe comparse o mostri, e dimenticati troppo velocemente, ancora abbozzati o indefiniti.</p>



<p>Del pilot restano soprattutto queste inquadrature di campi verdi con la cosa un po&#8217; trash del Superman crocifisso. Il primo (anzi, secondo) mostro è un nerd psicopatico fissato con gli insetti. Il soggetto è promettente, ma, causa forse gli sbandierati problemi di budget, non si va molto oltre qualche non eccezionale battuta a sfondo biologico o naturalistico, avvolta dai soliti pacchiani effetti speciali. <em>Hothead</em> serve subito a tavola il tema abusato che negli USA se a scuola sei forte in uno sport ti prendono a calci in culo per farti andare avanti anche se per il resto a stento sei classificabile come homo sapiens. Il capo allenatore da subito si mette ad accendere roghi impressionanti con la sola e bonipertiana forza del vincere è l&#8217;unica cosa che conti. Ora, capisco che tutto Smallville sia altamente inverosimile quindi uno deve spegnere tutto ciò che sia in grado di pensare e crederci e basta, come fanno i fan di Giorgia Meloni. Insomma, siamo in una minuscola cittadina nella quale è quasi più facile che chi ti sta accanto sia un fenomeno paranormale piuttosto che una persona qualunque. Va bene l&#8217;asteroide e tutto, ma forse. Insomma, i villain almeno spendeteci qualche minuto di preparazione per farli divenire tali, costruite un po&#8217; la psicologia del personaggio, mostrateci come le motivazioni, un po&#8217; alla volta, nascono, si interiorizzano e si sviluppano. Invece no, questo è un allenatore e subito si mette a incendiare cose in lontananza solo perché è un po&#8217; incazzato e ci aveva le rocce nella sauna. Mah. Nel quarto episodio succedono cose. Clark acquista la visione a raggi (momento clou l&#8217;inquadratura del suo faccione da bravo ragazzo non proprio dispiaciuto dal poter scorgere Lana nuda sotto la doccia; insomma, l&#8217;integerrimo Clark quasi come i maniaci delle pubblicità degli occhiali farlocchi sui giornaletti che giravano quand&#8217;eravamo ragazzini). Un cattivo (in questo caso una ragazza, grande amica di Lana) in grado di assumere la forma di chi vuole ovviamente potrebbe essere uno spunto per un bel pezzo di trama verticale, pur non essendo originalissimo, ma la carta viene sprecata per la solita puntata «of the week» col pilota automatico. Intanto, nell&#8217;ottica, appunto, dello sviluppo verticale della storia, si continua a far gironzolare insistentemente Lex (che nella mia mente rimane il cantante degli <em>Smashing Pumpkins</em>, nessuno sarà in grado di farmi cambiare idea su questo, e che intanto ha avuto un primo scazzo introduttivo col famigerato padre) intorno alla famiglia di Clark. I mostri cominciano a presentare inquietanti somiglianze tra di loro già alla prima stagione (quello caduto nel lago ghiacciato che vampirizza spasimanti per arraffare il calore, la tizia una volta sovrappeso che fa più o meno la stessa cosa quando avverte un languorino e la passata di verdure non le basta più). All&#8217;ottavo episodio finalmente si fa centro (sì, ok, c&#8217;è il retrogusto complottista da cielonascondono ma non si può avere tutto). Il bravo Tony Todd (l&#8217;attore che impersona l&#8217;operaio protagonista) ha violentissimi attacchi epilettici e visioni e si fissa con un fantomatico «livello tre» dell&#8217;impianto LuthorCorp locale che dovrebbe contenere, appunto, la malvagità. Pertanto prende in ostaggio un po&#8217; di pargoli che passavano là, ma Lex (inizialmente caduto dal pero, poi ammette l&#8217;esistenza del livello segreto, chiaramente il conflitto col padre è alle stelle, ma si vede che i soldi gli servono e quindi). Ma Lex. Insomma, la faccenda degli ostaggi non è proprio innovativa, tuttavia in questo episodio confluiscono, ben amalgamati, i motivi principali, fin qui della serie, e poi chiaramente quando interviene il padre di Lex il livello si alza (battuta memorabile: la madre di Clark protesta con lui perché suo figlio è rimasto chiuso, lui le ricorda che dentro c&#8217;è pure il suo, di figlio). Il cattivo non è un vero cattivo ma è mosso da profonda disperazione, un po&#8217; tutti i personaggi, Lex, suo padre, Clark si vedono al top, un episodio che mostra chiaramente quanto il padre sia stronzo e manipolatorio. Poi, boh, avevo preso appunti su ogni singolo episodio fino alla fine della seconda stagione, ma è passato troppo tempo e non riesco più a decifrare quello che avevo dolorosamente vergato su Notepad++. Non che sia una gran perdita, comunque. La seconda stagione mi pare diventi a tratti un po&#8217; più interessante (anche perché il contrario era difficile), ma &#8216;nzomma. </p>
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		<title type="html"><![CDATA[Witty Apee (Gamate)]]></title>
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		<updated>2022-02-20T12:31:18Z</updated>
		<published>2022-02-18T09:17:29Z</published>
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		<summary type="html"><![CDATA[<p>Cominciamo pure a esplorare il parco titoli del Gamate con questo Witty Apee. Cosa sarebbe ora il Gamate, ma stiamo scherzando. Trattasi di imitazione economica del Game Boy creata dalla Bit Corp. di Taiwan. Vide la luce nel 1990 e... <a class="more-link" href="https://luigiruffolo.it/videogiochi/witty-apee-gamate/">Continua a leggere &#8594;</a></p>
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					<content type="html" xml:base="https://luigiruffolo.it/videogiochi/witty-apee-gamate/"><![CDATA[
<p>Cominciamo pure a esplorare il parco titoli del Gamate con questo <em>Witty Apee</em>. Cosa sarebbe ora il Gamate, ma stiamo scherzando. Trattasi di imitazione economica del Game Boy creata dalla Bit Corp. di Taiwan. Vide la luce nel 1990 e pare che l&#8217;Italia sia stato il Paese nel quale ebbe maggior diffusione – probabilmente perché la GiG ci puntò sopra, investendo in pubblicità e cercando credo di dare ai giochi una limitata parvenza di &#8220;localizzazione&#8221;, notare le virgolette, per il nostro mercato – anche se all&#8217;epoca ammetto che non me ne accorsi tantissimo. Il gioco qui in esame sembra condividere lo stesso personaggio con <em>Bomb Blast</em>, un clone di <em>Bomberman</em> inflitto a questa stessa console portatile. Witty Apee, pur anch&#8217;esso dall&#8217;apparenza sciatta e dimessa, incontra maggiormente i miei favori rispetto all&#8217;altro titolo. Si tratta di un semplice platform a scorrimento ambientato in scenari dalla grandezza limitata (i livelli si svolgono più che altro in verticale). Una volta raccattati tutti i frutti o gli oggetti o gli sgorbi che vanno trovati, appare in un punto prefissato che varia di stage in stage un ulteriore, indecifrabile sgorbio, una specie di rombo grigio, impattando il quale si viene promossi al livello successivo. Un aspetto negativo è la lenta panoramica dell&#8217;intero ambiente che tocca sorbirsi a inizio livello (non mi pare si possa saltare). Un altro sono i controlli: come in titoli quali <em>Space Panic</em> o <em>Lode Runner</em>, è possibile creare magicamente delle buche in certe sezioni di pavimento, e farci cadere i nemici (che non paiono particolarmente intelligenti, anzi; spicca, per folklore, la presenza di numerosi e impediti cani). Oppure possiamo utilizzarle noi stessi per accedere più velocemente alle sezioni sottostanti. Un aspetto rinfrancante è che le cadute, anche da altezze considerevoli, vengono assorbite con nonchalance dal nostro ometto, che però non ama rimanere intrappolato nelle summenzionate buche, accadimento che gli risulta letale. Ah, sì, il sonoro. Si può scegliere all&#8217;inizio tra due musiche, ugualmente assordanti.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Witty Apee (Bit Corp. Gamate). Score: 5 850." width="676" height="380" src="https://www.youtube.com/embed/U3fRQDe9g2U?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div><figcaption>Zompate pure a 15:58 per la partita meno peggio.</figcaption></figure>



<p>Witty Apee dà l&#8217;idea di essere abbastanza interessante in quanto nei livelli successivi dovrebbe sempre più fare la sua comparsa una certa componente puzzle, per cui il gameplay dovrebbe diventare qualcosa di più del semplice «prendi le robe che trovi e passa il livello», ma si renderebbe necessario un certo ragionamento. Per esempio capire in che ordine raccattare i frutti per poter arrivare incolumi alla fine del livello. Purtroppo le suddette difficoltà di controllo – in pratica fare le buche dove si vorrebbe è un&#8217;operazione che non sempre riesce a modino – mi hanno impedito di superare un particolare passaggio (perché credo si debbano creare rapidamente delle buche in successione, evitando che si richiudano e ci intrappolino, ma tra il dire e il fare…). E quindi di capire quanto in realtà questa componente puzzle sia effettivamente presente e sviluppata andando avanti nel gioco, o se si tratti più che altro di una mia suggestione dovuta alla naturale simpatia che provo per questo oscuro titolo e alla mia insana voglia di salvarne in qualche modo la reputazione postuma. Non escluderei del tutto nemmeno l&#8217;ipotesi che il punto che non sono riuscito a passare sia davvero insormontabile (questo perché tanti giochi all&#8217;epoca uscivano bacati e con passaggi insuperabili: figuriamoci se non è possibile una cosa del genere su una piattaforma come il Gamate, caratterizzata dagli sfacciati cloni spesso confezionati senza andare troppo per il sottile, avendo in mente soprattutto l&#8217;idea di fare mucchio per dare alla macchina un parco titoli numericamente decente che coprisse un po&#8217; quello che andava coperto). Oh, poi magari è facilissimo e si fa in un altro modo che non mi era venuto in mente, non è che ci abbia giocato chissà quanto. In conclusione, è un giochino che ho preso vagamente a cuore, ma che non mi sento di consigliare in quanto evidentemente raffazzonato (basti pensare alla AI; peraltro il sistema di punteggio ha quel classico difetto per cui conviene ripetere i primi, facili livelli fin quasi alla fine e morire lì, facendo incetta di punti, piuttosto che rendersi protagonisti di un cammino senza macchie verso le fasi più avanzate).</p>
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			<name>Luigi Ruffolo</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Braccio Mese numero 61 (aka La compiaciutamente retriva e grossolana Italia del fumetto Bianconi)]]></title>
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		<updated>2022-02-18T09:48:13Z</updated>
		<published>2022-02-16T07:14:13Z</published>
		<category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Fumetti e cartoni" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Bianconi" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Braccio di Ferro" />
		<summary type="html"><![CDATA[<p>Braccio Mese doveva essere una raccolta di storie pescate a casaccio qua e là tra il materiale già pubblicato per spremere altri soldi. Non andando in edicola a procacciarmeli (questi fumetti li leggevo perlopiù da piccolo da una signora che... <a class="more-link" href="https://luigiruffolo.it/fumetti-e-cartoni/braccio-mese-n-61-aka-la-retriva-e-grossolana-italia-del-fumetto-bianconi/">Continua a leggere &#8594;</a></p>
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					<content type="html" xml:base="https://luigiruffolo.it/fumetti-e-cartoni/braccio-mese-n-61-aka-la-retriva-e-grossolana-italia-del-fumetto-bianconi/"><![CDATA[
<p><em>Braccio Mese</em> doveva essere una raccolta di storie pescate a casaccio qua e là tra il materiale già pubblicato per spremere altri soldi. Non andando in edicola a procacciarmeli (questi fumetti li leggevo perlopiù da piccolo da una signora che mi ha allevato e che &#8220;me li faceva trovare&#8221;, a casa mia erano invece banditi perché considerati troppo inurbani, violenti e ignoranti, quindi benché effettivamente rozzi avevano dalla loro il fascino del proibito) la differenza tra le varie collane non mi era chiarissima. Ma immagino che a un certo punto, a furia di inondare il mercato di pubblicazioni per fare concorrenza a se stesso, fosse diventata oscura pure allo stesso Bianconi. Questo numero è datato marzo 1990. Chiaramente la lettura non è il massimo della vita (&#8216;sto post è nelle bozze da prima che iniziasse la pandemia), e il <em>Thimble Theatre</em> di Segar si trova qualitativamente su altre galassie. Ma, essendo stato il fumetto un mezzo assai popolare in Italia per un po&#8217; – non c&#8217;erano smartphone e altri tipi di intrattenimento e alle genti toccava arrangiarsi  – questi reperti restituiscono inevitabilmente abbondanti e maleodoranti spaccati di Paese reale, e cose del genere. Per via di questo &#8220;lato culturale&#8221;, mi interessano (molto moderatamente e a piccole dosi, eh).</p>



<p><em>Olivia al luna park</em>. Braccio di Ferro e Timoteo si contendono Olivia per passare con lei un ameno pomeriggio al luna park (non so&#8217; grandicelli per &#8216;ste cose? vabbè). Quello che mi ha sempre colpito di questo tipo di storie è la passività senza senso (certe volte) di Olivia: se c&#8217;è Braccio di Ferro è senz&#8217;altro meglio, ma alla fine, per buona creanza, l&#8217;uscita galante per passare il tempo in maniera un po&#8217; diversa dal solito non si nega a nessuno. Fosse pure Pietro Pacciani, se bussa alla porta con un mazzo di fiori e un minimo di capacità di intortare l&#8217;interlocutrice. L&#8217;ottovolante si presta bene alle consuete, convulse scene di menare. Alla fine lo scimmione sconfitto viene umiliato, irriso e bersagliato quale pupazzo nell&#8217;apposito baraccone, tra l&#8217;esultanza giuliva e un po&#8217; svampita della stessa Olivia.</p>



<p><em>Il bimbo prodigio</em>. Pisellino, vedendo in TV il famoso Nicolino Paganetti (avrebbero potuto sforzarsi di più), decide di diventare musicista. Ovviamente Braccio di Ferro e Olivia assecondano questa improvvisa fissazione che porta il ragazzino, nella sua mania di grandezza, a comperare strumenti sempre più enormi, costosi e molesti, mentre i suoi genitori devono affrontare vicini di casa sempre più incazzati e maneschi. Fino all&#8217;inevitabile crollo dell&#8217;appartamento e di ogni certezza, che porta ovviamente a mettere il giovane responsabile sul mercato nella vignetta conclusiva (momento decisamente «oggi non si potrebbe fare»).</p>



<p><em>La finta bronchite</em>. Trinchetto cerca di fare fessa Olivia fingendosi prima malato e poi dottore. L&#8217;analfabetismo del vecchio gli gioca però un brutto scherzo. Lui sceglie di sfogarsi con un tizio poco significativo apparso nella prima vignetta.</p>



<p><em>Una moglie per il re</em>. A Mark Zuckerberg non piacerebbe questa storia. In realtà non è poi così razzist&#8230; &#8220;politicamente scorretta&#8221; come si teme all&#8217;inizio, ma un po&#8217; sì (l&#8217;avrò letta cinquecento volte e altrettante volte dimenticata). Gli africani al servizio di re Sbombalassa I, ossessionato dalla «fidanzata di Braccio di Ferro», come viene definita, vengono ovviamente gonfiati in lungo e in largo, così come il sovrano stesso (più volte, pure da un&#8217;Olivia qui particolarmente su di giri). Ma alla fine i pestaggi avvengono sempre per motivi abbastanza validi, contestualizzandoli al quantitativo di collericità generale del mondo che li ospita. Certo, le usanze attribuite al popolo del Buganda Bundi non sono proprio all&#8217;avanguardia, diciamo, ma, quintalata di ovvi stereotipi a parte (era un fumetto nazionalpopolano per le masse, raga, non la <em>Critica della ragion pura</em>), nel complesso niente di troppo inaccettabile. Forse. Beh, dai, almeno li fanno parlare normalmente, per come si era messa a una certa lo «Zì, badrone» pareva dietro l&#8217;angolo pronto atleticamente a spuntare. Ammesso che non fosse davvero presente nell&#8217;edizione originale non &#8220;ripulita&#8221; (ogni tanto avveniva). Nel dubbio, Zuck bannerebbe a vita comunque. Anche l&#8217;inseguimento finale sessista del re alla caccia della prima tizia che passa, come un maniaco a piede libero qualunque, con tanto di Popeye e Olivia divertitissimi, difficilmente sarebbe accettabile oggidì. Così come il modo in cui sono disegnati gli africani e in particolare, momento raccapricciante, le «fuste» (sic.) offerte scompostamente come merce di scambio al marinaio per corromperlo. L&#8217;Africa, quella subsahariana ma in un certo modo pure la restante parte del continente, all&#8217;epoca (parlo della prima pubblicazione, probabilmente risalente agli anni Settanta) gli italiani la vedevano quasi solo in TV nei documentari o in qualche enciclopedia. Era un mondo sideralmente lontano, col quale la gran parte dei nostri conterranei non immaginava sarebbe mai entrata seriamente in contatto nel corso della propria vita (fenomeni quali l&#8217;attuale globalizzazione o l&#8217;immigrazione come la concepiamo oggi non erano, naturalmente, messi in preventivo), così come non si interagisce abitualmente con quelli che stanno su Kepler-442 b. Questa storia racconta un po&#8217; questo fatto, questa Italia (sì, anche gretta, provincialotta e un po&#8217; imbarazzante) qui.</p>



<p><em>Bolle di sapone</em> ha purtroppo come protagonista l&#8217;insipido Grissino, mai sopportato con la sua melensa e troppo ostentata ingenuità. Sì, il repertorio di cose che le macchiette del mondo Bianconi possono fare non è esattamente illimitato. Il problema è che quelle di Grissino generalmente fanno venire il latte alle ginocchia. Comunque. Ma quante cacchio di storie avevo letto ai tempi? Finora non ce n&#8217;è una che non conoscessi. (Aggiornamento finale: credo di averle lette tutte all&#8217;epoca). O magari il riciclo tra le varie testate era perfino superiore a quanto credessi e alla fine il numero complessivo di storie in circolazione era assai più basso di quanto ipotizzabile. Grissino raccatta elementi del paesaggio a caso per fare le bolle di sapone, gli agenti lo sgridano, gli viene dato un succedaneo per sfogarsi, conclusione random con un canetto buffo che gli si appizzica ar culo.</p>



<p><em>Lo strano appetito</em>. Finalmente protagonista Poldo, ed è pure una buona storia, con un taglio vagamente surreale irresistibile. Il nostro eroe infatti in quest&#8217;occasione è affamato non di panini, bensì, chissà perché, di carta stampata. Giunge al punto da allestire maniacalmente un bel banchetto con la raccolta di libri di Olivia (&#8216;na roba da fare invidia a Umberto Eco, a momenti, cerrrrrto), immediatamente disposta a prestarglieli tutti in blocco. Tanto per l&#8217;uso che, diciamo la verità, potevano farne lei e Braccio di Ferro&#8230; Nel chiamare i soccorsi Olivia cerca l&#8217;elenco telefonico (l&#8217;elenco telefonico!, è esistito, chi ci pensava più… noncelafacciotroppiricordi.jpg), ma niente, s&#8217;è magnato pure quello. Vi spoilero che alla fine, di riffa o di raffa, la megascorpacciata luculliana vera arriverà.</p>



<p><em>Bombo l&#8217;elefantino</em>. Pisellino s&#8217;innamora del proboscidato in questione, i Ming lo sottraggono impunemente e s&#8217;infilano in un Dumbo finto utilizzato a mo di cavallo di Troia per crivellare di colpi Braccio di Ferro, che ovviamente vince e costringe i [Dinklage, dimmi tu che termine devo adoperare per descrivere costoro] a consegnargli l&#8217;indistinguibile (da loro) capo – se non avete capito cosa abbia scritto qui, vi rassicuro: manco io, ma come detto il pezzo l&#8217;avrò concepito un paio d&#8217;anni fa e non ricordo bene cosa intendessi, probabilmente che i Ming sono tutti uguali. Il marinaio vorrebbe addirittura «rompergli le ossa» (ci rendiamo conto di che espressioni brutali si usavano e bla bla) ma si trattiene.</p>



<p><em>Bottiglie di sogno</em>. Olivia trolla Trinchetto promettendogli bottiglie di vino, che si rivelano tutte creativamente &#8220;problematiche&#8221;, ma era solo un sogno, e il risveglio per l&#8217;arzillo vecchietto è ancora più amaro visto quello che accade. Non importa quante volte si sia già letta questa storiellina in passato: ogni volta è un tuffo al cuore per quel barbera sprecato.</p>



<p><em>Storia minima</em>. Gara di torte. Olivia contro ogni (suo) pronostico perde e costringe il parentado, non troppo entusiasta – Pisellino, chissà perché, a parte – a ingozzarsi con le dozzine di esemplari sfornati. Non mi pare proprio roba di italiani. Secondo me è Sagendorf, ma magari mi sbaglio clamorosamente e invece è di Bela Zaboly, o boh.</p>



<p><em>Cercasi postino</em>. La vita di mare è evidentemente ormai incerta e non consente più a Braccio di Ferro di procacciarsi da vivere, dato che lo vediamo lanciato di punto in bianco all&#8217;entusiastica ricerca di un lavoro alle Poste («e telegrafo», per un miglior effetto vintage). L&#8217;attrattiva del posto fisso, ecc. Viene preso senza fiatare (come si fa del resto a rifiutare un lavoro di fatica a uno con quegli avambracci?) e gli viene anche conferito un incarico a dir poco enigmatico, tanto per creare un po&#8217; di hype a buon mercato. Alla fine si tratta solo di molestare un «misantropo» (ebbene sì, Braccio di Ferro sfodera il parolone per impressionare le folle come un Topolino borghesotto e semicolto qualunque) e il suo fido orso domestico. E di pestare inurbanamente en passant il capo dell&#8217;ufficio postale, reo del reato di hype importuno (tsk, con Popeye non si scherza. Mai).</p>
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		<title type="html"><![CDATA[In morte di un utente storico]]></title>
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<p>È successo. Ciao Pasta. Povero Pasta. Pastina, anche detto. Non ci siamo mai cacati granché in questa vita, per la verità, forse per questo non ci siamo neanche mai flammati, almeno che io ricordi, almeno non con questi account. Non conosco la tua poetica, se non tardivamente e per sentito dire (saga delle trollate, ossessioni, invettive contro i laureati e altri raggruppamenti umani a te ostili o incomprensibili, boh). Ma dopotutto sei sempre stato un personaggio presente nella mia esistenza, un po&#8217; come un vecchio arazzo di famiglia la cui presenza sui muri davo per scontata e del quale ora avverto, sia pur flebilmente, la mancanza. La vita però è stata particolarmente dura con te, senza un giustificabile motivo, dato che alla fine il tuo maggior peccato era spammare, impunemente, mentre le cose intorno non cessavano di trafiggerci. Magari ci incontreremo un giorno, nei pascoli più verdi, più audaci, indisponibili. E allora per la prima volta, ad alta voce, leggerò – commosso – un tuo post, e finalmente (forse) capirò dove volevi andare a parare con certo tuo apparente gran sbatterti in alcune fasi. (L&#8217;immagine prescelta immaginatela più a uso meme spicciolo o tradotta in avatar simpatico quantitativo tipico da forum, mo non ci ho voglia di stare mezz&#8217;ora a cercare quella esatta).</p>
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		<title type="html"><![CDATA[Stringer (C64)]]></title>
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		<summary type="html"><![CDATA[<p>Appena rimessolo su il pensiero dominante è: «Ma perché non gioco a Hill Climb Racing 2 su Android come tutti i nerd normali, invece di perdere quarti d&#8217;ora cruciali appresso a &#8216;sta roba che ormai ha fatto decisamente il suo... <a class="more-link" href="https://luigiruffolo.it/videogiochi/stringer-mr-angry-c64/">Continua a leggere &#8594;</a></p>
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					<content type="html" xml:base="https://luigiruffolo.it/videogiochi/stringer-mr-angry-c64/"><![CDATA[
<p>Appena rimessolo su il pensiero dominante è: «Ma perché non gioco a <em>Hill Climb Racing</em> <em>2</em> su Android come tutti i nerd normali, invece di perdere quarti d&#8217;ora cruciali appresso a &#8216;sta roba che ormai ha fatto decisamente il suo tempo?». O, in alternativa: «Anche stavolta <em>Zzap!64</em> aveva ragione». Rifatto dolorosamente il callo ai limiti e alle caratteristiche più allucinanti e meno alla moda del titolo, e dopo essermi obbligato a separarmene (l&#8217;obiettivo era realizzare prima una prestazione decente), la sensazione invece è stata: «Una malsana voglia di giocarci ancora immoralmente mi pervade». <em>Stringer</em> è un gioco estremamente &#8220;povero&#8221;, punito dai tribunali giudicanti ufficiali popolari e non in quanto nato antico (dal punto di vista tecnico e soprattutto concettuale, sarebbe stato più adeguato se lanciato sul mercato quei due, tre anni prima) e dalla natura estremamente ripetitiva. La giocabilità è afflitta da alcuni difetti intollerabili (io amo i platform pixel-perfect, ma pure tra quelli saranno in tre ad arrivare a simili livelli di insensata pedanteria: non si può morire cascando dal PRIMO gradino di quella scala ridicola lì, su, mi chiedo cosa passasse per la testa a Steve Wiggins quando ha ritenuto che potesse essere ritenuta accettabile una scelta del genere, evidentemente scandalosa in termini di gameplay, oltre che troppo stupida anche solo a livello di impatto visivo. Inoltre pare che il salto scala-pianerottolo, soluzione comunque da esperire con grande perizia solo in caso di necessità quasi estrema, sia ammesso dalle imperscrutabili leggi che regolano l&#8217;universo wigginsiano, mentre quello opposto, del tutto misteriosamente, risulti mortale, e in certe situazioni servirebbe invece come il pane. Ulteriori accertamenti sono invece in corso da parte dei nostri esperti per capire se zompare dal pianerottolo all&#8217;ascensore – anche qui il contrario va bene – sia accettato o no. Altra piaga immensa, quasi decisiva, data la natura del gioco, è la sostanziale impossibilità di sfuggire alle grinfie degli inseguitori andando loro incontro e oltrepassandoli con un salto preciso e ben calibrato quando si è finiti in un &#8220;vicolo cieco&#8221;, cosa che peraltro a volte non accade per colpa propria: quasi sempre quelli decidono di voltarsi e di stringersi inevitabilmente al nostro ingobbito ometto in un abbraccio mortale, e questo rende quasi claustrofobico un platform già per sua natura fin troppo caratterizzato dal doversi destreggiare in spazi eccessivamente angusti). (Ah, partendo dal quinto di livello di difficoltà, il gioco inizia con tutto il personale dell&#8217;albergo al gran completo alle calcagna del povero paparazzo: qualcosa di totalmente ingiocabile, in tutta probabilità, ma la scena è gustosa a vedersi). <br><br>Come si sa, però, i giochi tendono a &#8220;vivere&#8221; e a essere giocati nonostante il parere ufficiale di critica &amp; C. (pur basato su considerazioni oggettive e condivisibili). Stringer – o <em>Mr Angry</em>, mi chiedo perché nella riedizione Codemasters non abbiano corretto almeno il dannato difetto del gradino, limitandosi ad abbreviare i pur assurdi tempi di caricamento da Paleozoico – viene spesso ricordato con affetto perché ha un&#8217;ambientazione insolita e divertente, è popolato di personaggi buffi dalle scelte di vita particolarmente umorali e indecifrabili («Uhm, lasciami pensare&#8230; Il tipaccio che sto inseguendo ce l&#8217;ho ormai proprio davanti: lo vado subito a prendere o è meglio che prima faccia marcia indietro e salga e scenda una mezza dozzina di volte furiosamente quella lunga rampa di scale? Ma sì, la seconda, dai, è ovvio»). E perché è dotato di dinamiche particolari e distintive, sue, che lo rendono meritevole di essere giocato. Per un po&#8217;. (No, non ritengo che sia uguale a <em>BurgerTime</em>, e men che meno a <em>Gumshoe</em>, come leggo, si differenzia abbastanza nelle sfumature). E poi già solo l&#8217;amenità che per muoversi normalmente tocchi zompare perché così si va più veloci è di per sé quasi irresistibile. Le caratteristiche di ogni schermo, coi pochi elementi di arricchimento che vengono aggiunti andando avanti (altro difetto: la lentezza esasperante degli ascensori e delle matte, matte code che si formano nei paraggi degli stessi), vanno un minimo studiate, per evitare di cacciarsi in situazioni potenzialmente pericolosissime e senza uscita – che diventano tali se per esempio da una porta che apriamo esce fuori il tizio in pigiama, e magari l&#8217;altro non è abbastanza distante. Il succo del gioco è un po&#8217; fatto da questi ingredienti (semplici) qui. Il signore random in pigiama, cioè Mr Angry in persona, l&#8217;accigliato guaio nel quale tu stesso sei spinto forsennatamente a cacciarti dalla voglia di paparazzare la diva dell&#8217;ultimo piano – che il dio creatore Wiggins nella sua ineffabile saggezza (?) ha deciso che potesse fare soltanto due cose nella sua breve vita, cambiare il frame destinato all&#8217;accavallamento delle gambe e lasciarsi ripetutamente immortalare dal flash dei tabloid –, quale altro gioco può vantare un elemento portante di gameplay del genere? <br><br>La mia idea è che Stringer abbia raccattato spiccioli di attenzione, nonostante gli anatemi di quelli che non devi giocarci perché è vecchio, è sempre uguale, è difficile, ecc., anche e soprattutto per via del fatto che – aspetto che rendeva intrigante per esempio <em>Mikie</em> – indossare di tanto in tanto i panni di quello che la fa fuori dal vaso, che crea scompiglio sovvertendo per quello che può, con le sue azioni impacciate, becere ed eticamente discutibili, l&#8217;ordine costituito (regolato e protetto dall&#8217;esercito di inappuntabili supereroi in calzamaglia solidi protagonisti dei nostri tempi) ha un fascino e un sapore del tutto particolari.</p>
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			<name>Luigi Ruffolo</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Muscarine or Erica&#8217;s Trip (Amiga)]]></title>
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		<summary type="html"><![CDATA[<p>Questo illusorio titolo nasce col malcelato intento di entrare nel Guinness dei primati nella categoria «avventure punta e clicca più fuori di capoccia di sempre». Sarà riuscito il prode Rainer Appel, che ne è il sostanziale creatore, il cantore oserei... <a class="more-link" href="https://luigiruffolo.it/videogiochi/muscarine-or-ericas-trip/">Continua a leggere &#8594;</a></p>
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					<content type="html" xml:base="https://luigiruffolo.it/videogiochi/muscarine-or-ericas-trip/"><![CDATA[
<p>Questo illusorio titolo nasce col malcelato intento di entrare nel Guinness dei primati nella categoria «avventure punta e clicca più fuori di capoccia di sempre». Sarà riuscito il prode Rainer Appel, che ne è il sostanziale creatore, il cantore oserei dire, nel suo intento? Scopriamolo insieme (probabilmente sì, nonostante l&#8217;agguerrita concorrenza). Il fatto stesso che <em>Muscarine</em> sia un gioco incompiuto (almeno a quanto diceva lo stesso autore nel 2017, quando su Reddit si mise alla ricerca di manovali per realizzarne la seconda parte, venendo poco cacato) è indicativo. L&#8217;incompiutezza dà come quel tocco di magia finale che non vi dico: pensate al grido di dolore proveniente dalle &#8220;locazioni&#8221; mancanti rimpiazzate da continue e un pelo ricattatorie scritte «Aiutatemi, o non riuscirò a completare lo sviluppo del gioco» (non le ho viste, ma Predseda su Lemon Amiga giura fossero presenti in qualche antica release che ha giocato). Come sapete, l&#8217;Amiga non stava proprio in formissima quando questa perla del surrealismo videoludico mondiale cominciò a venire distribuita gratuitamente (lo è ancora oggi, guglate). Una rivista polacca, <em>Amiga Computer Studio</em>, le concesse uno spazio sorprendentemente generoso, del resto riempire le pubblicazioni specializzate ai tempi spesso non era così semplice.</p>



<p>Una schermata subito ci accoglie per mettere le cose in chiaro: se siamo fascisti, sessisti, razzisti, ecc. a Erica&#8217;s Trip non ci possiamo giocare, la Appelpolizia entra in azione nelle nostre case, s&#8217;insinua nei nostri computer e ce lo impedisce. Niente funghi inevitabilmente psichedelici coi quali banchettare, niente accesso ai posti variopinti frutto di una fervida (e probabilmente impropriamente aiutata in qualche modo) fantasia. L&#8217;universo (a un certo punto c&#8217;è la schermata di selezione dei pianeti) concepito dall&#8217;autore comincia a palesarsi agli eletti sotto forma di disegnini infantili riempiti con colori saturi. Creazioni suggestive sì, ma forse non quanto sarebbe stato lecito sperare. Non ho idea di quali siano i limiti del GRAAL, l&#8217;engine per questo genere di giochi messo a punto da Per Thulin (ma se Muscarine viene considerato il prodotto di spicco finora realizzato tramite il suo ausilio qualcosa mi dice che). Mi pare evidente però che – restando sempre nell&#8217;ambito di quello stile, da me peraltro assai frequentato e stimato – qualche animazione e rifinitura in più la si potesse infilare tranquillamente, senza infliggere sofferenze troppo atroci ai chip dei modelli di Amiga più umili e sguarniti. Chiaramente si parla solo di un&#8217;avventura gratuita realizzata a metà (l&#8217;autore, sempre in quel famoso post, dice che da un giochino per cellulare appena realizzato si aspettava di ottenere le risorse per poter dedicarsi al completamento di questa sua ben più artistica creazione). Certo, ma visto l&#8217;impegno profuso (se fai una cosa buttata lì e irrilevante non ti proponi di completarla a quasi vent&#8217;anni di distanza) io Muscarine voglio prenderlo abbastanza sul serio. A non deludere invece è il sonoro, in pratica ciò che rende a mio avviso il titolo meritevole di essere sperimentato. È semplicemente uno dei migliori mai provati in un qualsiasi videogioco, tant&#8217;è che gli ho concesso l&#8217;onore delle cuffie in modo da permettergli di torturarmi con più precisione le orecchie nei momenti più pulsantemente cacofonici e funkerecci. La classica melodia introduttiva (Mozart, sonata per pianoforte n. 16 in Do maggiore KV 545) pian piano si deforma in qualcosa di molto meno definito e rassicurante, finendo per sfociare in un incontrollato delirio &#8220;ambient&#8221; – nell&#8217;accezione più vasta possibile del termine – capace come un virus di mutare e di adattarsi ai vari, assurdi personaggioni e luoghi che visitiamo.</p>



<p>La parte audio purtroppo è un picco di eccellenza che serve a mascherare la sostanziale mediocrità di fondo di Muscarine come gioco e come storia. È un titolo che vive come sospeso tra la sua ambizione (per quanto dichiaratamente ingenua) di volere stravolgere tutta la diffusa convenzionalità che contraddistingue, popola e affligge il medium videogioco, e l&#8217;effettiva impossibilità di farlo davvero, e non solo per carenze di budget. Restando ancorato al classico paravento dell&#8217;umorismo demenziale (un po&#8217; fine a se stesso dato che non porta a chissà quali sviluppi interessanti, a parte una manciata di situazioni stravaganti, che è il minimo sindacale che uno possa attendersi da un titolo del genere). E al tipico trascinarsi per le schermate a disposizione – qui meno sfiancante del solito ma solo perché di posti ce ne vengono saggiamente messi a disposizione pochi – raccattando ciarpame di ogni foggia, presupponendo che probabilmente verrà utilizzato («Qua ci sono una cassettiera rococò e due chili e mezzo di pinguino, che faccio, signora, lascio? Ma no, siamo in un&#8217;avventura punta e clicca, intanto si prende, ovviamente, cari miei, si prende, figuriamoci se tra un paio di ambientazioni &#8216;ste robe non andranno usate in qualche pseudoingegnoso, trascurabile modo»). Per fare un esempio di quanto detto prima, nell&#8217;albergo, in due stanze vicine, incontriamo, fermi lì a mo di statue, Hitler e Gates, il che in pratica suona come una reductio ad nazium di quest&#8217;ultimo. La complessità del reale, la conflittualità latente vengono risolte semplicemente rimuovendoli tramite l&#8217;apposito comando e sostituendo il secondo con una poltiglia di sangue. Non che mi interessi difendere Hitler (e tantomeno Gates, effettivamente hanno entrambi le loro colpe) ma questi &#8220;incontri&#8221; non costituiscono chissà quale irresistibile spunto umoristico, non sono utili alla costruzione di una storia delirante ma strutturata. Sono solo un «Bisogna riempire il gioco, ideona, mettiamo un paio di personaggi buffi a caso anche se non sappiamo bene che fargli fare e dire», con il classico sfogo da &#8220;nerd alpha&#8221; (W l&#8217;Amiga, M Micro$oft) come retrogusto. La prima e forse ultima parte dell&#8217;avventura si conclude con un&#8217;invettiva contro il sistema capitalistico, che a detta di Appel lo costringe a lavorare per vivere (certo, perché invece sotto il comunismo Stachanov era famoso in quanto passava le giornate a grattarsi il pacco)(ah, no, aspe&#8217;, lasciatemi indovinare: la stampante).</p>
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			<name>Luigi Ruffolo</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Francis Scott Fitzgerald – Il grande Gatsby]]></title>
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		<updated>2020-04-21T11:55:44Z</updated>
		<published>2020-04-21T11:08:59Z</published>
		<category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Letture" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="1925" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="romanzo" />
		<summary type="html"><![CDATA[<p>Se ci pensate, la vita di uno scrittore (di quelli veri, che poi finiscono per essere studiati, diciamo, non l&#8217;amico vostro che ha scritto un libro e si bulla perché è duecentoquarantanovesimo in classifica su Amazon nella speciale categoria «romanzi... <a class="more-link" href="https://luigiruffolo.it/libri/francis-scott-fitzgerald-il-grande-gatsby/">Continua a leggere &#8594;</a></p>
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					<content type="html" xml:base="https://luigiruffolo.it/libri/francis-scott-fitzgerald-il-grande-gatsby/"><![CDATA[
<p>Se ci pensate, la vita di uno scrittore (di quelli veri, che poi finiscono per essere studiati, diciamo, non l&#8217;amico vostro che ha scritto un libro e si bulla perché è duecentoquarantanovesimo in classifica su Amazon nella speciale categoria «romanzi di fantascienza ambientati nella Basilicata del XXVII secolo con protagonista un caciocavallo podolico scritti da mio cuggino»). È grama, insomma. Questa vita. Da piccolo deve farsi un mazzo tanto per primeggiare in erudizione sugli altri (privazioni varie per riuscirci). Quindi deve sbattersi per veder riconosciute le sue qualità dai potenti editori privi di scrupoli (o da chi ne fa le veci). Arrivare a poter scrivere cose che gli altri non possono, descrizioni di un certo livello, riferimenti dotti, ragionamenti magari anche fuffosi ma che fanno scena, termini che la gente qualsiasi smadonna perché deve andarli a cercare sul dizionario, ecc. Una volta che si è armato di tanta cultura, arriva il problemone: mo che scrivo? Ma ovviamente scrivo di quello che conosco direttamente in quel po&#8217; di vita sociale che ho avuto (generalmente non molta, a parte qualcuno col carattere più sbruffone, o che per qualche caso della vita è stato meno sui libri ma è venuto su bravo scrittore lo stesso). E cosa conosce? Chi frequenta costui? Ovviamente i salotti della borghesia, nobili più o meno decaduti, circoli tenuti su da altri mitomani, gente importante e megalomaneggiante, riccume vero o immaginario vario. Sì, lo so, che non è sempre così. Come parlerà il nostro scrittore di tutte queste persone? Ovviamente male, descriverà minuziosamente tutti i loro difetti, e dirà che il sistema socioeconomico da loro incarnato e teleguidato è costretto presto ad autodistruggersi come in un terrificante incidente stradale. Chiaramente la sto tagliando con l&#8217;accetta, è indubbio che la letteratura mondiale di tutte le ere ci abbia presentato anche tanti altri approcci e temi di immenso e gustoso spessore, però un fondo di verità, in questo mio discorso dai toni svaccati e confidenziali, secondo me.</p>



<p>Poi Francis Scott Fitzgerald, nella sfiga di essere morto giovane senza godere di gran parte del successo che si era meritato, ha avuto il culo di veder subito avverata la sua profezia, con l&#8217;American Dream che si è andato fisicamente e clamorosamente a schiantare (per un po&#8217;, non cantate vittoria) a fine anni Venti. Chiaro che se la Storia ti cosa e puoi pure alzare (in maniera figurata) il ditino dicendo che avevi previsto tutto come manco Cacciari&#8230; (Francis, ma &#8216;sti numeri del SuperEnalotto?). Insomma, a uno così non gli puoi certo dire che stia usurpando il posto che occupa. Però, iniziando finalmente a commentare a caso il romanzo, confesso che il simbolismo sparso qua e là mi lascia perplesso. Cioè, Gatsby allunga il braccio verso questa famosa luce verde che immagino quasi abbacinante e ciò sta a significare che sta sforzandosi per raggiungere quel sogno che però la dura realtà non può che beffardamente negargli perché ha umili origini. Quindi il nome cambiato e tutto l&#8217;impero di farloccate che ha messo su sono penosamente inutili. Il cartellone con gli occhi impressionanti del dottor Sguardoglacialedaoculistachenondevechiederemai sta a significare che potete sbattervi quanto volete a simulare, a fingere di essere ciò che non siete sperando che il vostro avanzamento di status sia accettato dall&#8217;apposito ufficio, ma al Destino non gliela si fa. La Verità (o forse addirittura, rullo di tamburi, Iddio, quell&#8217;Iddio smarrito da una società divenuta improvvisamente superficiale, priva di valori e tesa solo all&#8217;apparenza e all&#8217;inseguimento del benessere) vi guarda. E, soprattutto, vi giudica. Poi che c&#8217;era ancora? Il giallo e i vestiti o i pezzi dell&#8217;arredamento color oro che simboleggiano i soldi e il materialismo, &#8216;na cosa del genere. Mah, per me saranno anche elementi evocativi, ma i simboli in un&#8217;opera d&#8217;arte forse devono essere infilati in maniera più discreta, ci dev&#8217;essere un maggior margine di ambiguità, molteplici chiavi di lettura e di interpretazioni possibili, ecc. Qua invece vedi una luce e subito GUARDA, E LUI, L&#8217;AMERICAN DRIM KE TANTO PROMETTE È ILLUDE MA KE POI DISTRUGGIE I NOSTRI VALORIH, EKKOLO!1!1</p>



<p>Un&#8217;altra cosa che mi ha turbato – si fa per dire – è Nick, il narratore paraculo che ha il pass per frequentare legittimamente entrambi gli ambienti e gli schieramenti, senza venire bullizzato o guardato strano, quindi sia i vecchi sia i nuovi ricchi (o Midwest e West, come la volete mettere). Insomma, è una figura (volutamente) molto incolore che già dal cognome non sembra curarsi particolarmente di ciò che gli accade intorno. Ciononostante si prende la briga di raccontarci tutta &#8216;sta roba (mah), con tanto di elenco telefonico, snocciolato a un certo punto, della gente che partecipava ai festini tra perfetti sconosciuti. Inizialmente è tutto un Gatsby qua Gatsby là, al punto che sulla sua eterosessualità non ci sarebbe proprio da scommetterci la casa. Poi anche Gatsby lo delude, credo, boh, è tutto uno schifo, signora mia, un&#8217;indifferenza, uno sgusciare via nella nebbia e un troncare telefonate. L&#8217;eredità più memorabile che mi lascia è la frase all&#8217;inizio con la quale stronca in partenza il &#8220;burino&#8221; Tom, cioè uno che aveva raggiunto il top a ventuno anni eccellendo (ma neanche poi tanto) in una roba da grezzoni come il football americano, o almeno a me pare di leggere un certo malcelato disprezzo, e da lì in poi è stato solo un inesorabile declino psicofisico e soprattutto umano. Myrtle, agitando il cane e imitando le pose dei ricchi, cerca di darsi un tono ma Tom brutalmente la abbatte rimettendola al posto suo e ricordandole che è solo una poveraccia destinata a rimanere sempre tale per quanto si sforzi. Una crudeltà espressa così, selvaggiamente, senza filtri fisici e psicologici, non la ricordo manco nella giungla dell&#8217;asilo o alle elementari. Il rant razzista sempre nella parte iniziale fa viaggiare la mente portandola a quegli inebrianti cenoni o a quei momenti di vita pubblica obbligatoria nei quali si è costretti a sorbirsi sproloqui da parte delle innumerevoli catene di WhatsApp viventi autorizzate a circolare.</p>



<p>Insomma, per l&#8217;autore, l&#8217;America (e quindi noi) stava, sta decisamente esagerando e bisognava, bisogna ritornare ai vecchi valori di una volta, quando si era più poveri e con meno grilli per la testa, ma i rapporti umani erano più umani. Tutti gli danno ragione, bravo Francis Scott Coso, bel discorso, mi sei piaciuto. E un secondo dopo riprendono a commerciare come dei pazzi e a inseguire l&#8217;American Dream, eventualmente rivisto e attualizzato (qualcosa tutto ciò forse vorrà dire). Un punto di forza del romanzo è che comunque ha goduto di un successo nazionalpopolare senza la scorciatoia di basarsi su personaggi per i quali lo spettatore possa ragionevolmente tifare o provare empatia. È tutta gente malfatta, sfuggente, inutile, indifferente, superficiale (Daisy non è magari il personaggio più malvagio, ma nel complesso, sarà per lo svampito opportunismo e per l&#8217;impalpabilità, tocca vette di squallore e di impercettibilità umana memorabili). Soprattutto, credo vadano decifrate le microdifferenze esistenti tra uno stronzo e l&#8217;altro, e quindi suppongo sia necessario farsi un po&#8217; sommelier della merda per amare fino in fondo questo romanzo. (Ah, aperta parentesi, mi pare che ci sia una scuola di pensiero tendente a magnificare Gatsby, contrabbandiere sì, ma illuminato, dato che snobba i festini da lui stesso organizzati e si dimostra superiore nelle scelte e nelle pose alla miseria umana invece costantemente sprigionata dai vecchi ricchi; Gatsby ultimo grande eroe romantico che muore per un sogno, per un ideale, cioè l&#8217;amore per Daisy; un uomo talmente solitario che quando muore, a circo concluso, le genti manco vanno ai funerali, che peraltro si svolgono sotto la regolamentare pioggia messa per amplificare il senso di afflizione e smarrimento generato dal consumismo galoppante; ma credo sia ovvio, almeno ai malfidenti come me, che Daisy se la voglia prendere come prova di forza per dimostrare inequivocabilmente di aver completato l&#8217;arrampicata sociale, raggiungendo quell&#8217;agognato gradino più alto che sembrava non acquistabile e conquistabile grazie alla mera forza bruta assicurata dai soldi; in altre parole, &#8216;na grandezza, &#8216;sto Gatsby, proprio, non ti dico). Romanzo, dicevo, che io invece mi sono limitato ad apprezzare in primo luogo a livello di crepuscolarità delle atmosfere e delle descrizioni (con la voce bella pastosa e carismatica del grande e ahimè scomparso Frank Muller che legge, poi, si raggiungono sublimi vette di momentaneo benessere).<br><br>Immagine da <a href="https://www.invisiblethemepark.com/2018/10/may-they-forever-be-old-f-scott-fitzgeralds-death-at-age-44/">Invisible Themepark</a>.</p>
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			<name>Luigi Ruffolo</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Aliceversa – Ore disturbate]]></title>
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		<summary type="html"><![CDATA[<p>È il disco col quale mi sono sollazzato un&#8217;estate intera di tanti anni fa, nella pineta. Fa parte di quegli &#8220;underdog&#8221; sui quali, per qualche strano motivo, mi accanisco con fare irragionevole, mentre gli altri ascoltano per tempo le uscite... <a class="more-link" href="https://luigiruffolo.it/musica/aliceversa-ore-disturbate/">Continua a leggere &#8594;</a></p>
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					<content type="html" xml:base="https://luigiruffolo.it/musica/aliceversa-ore-disturbate/"><![CDATA[
<p>È il disco col quale mi sono sollazzato un&#8217;estate intera di tanti anni fa, nella pineta. Fa parte di quegli &#8220;underdog&#8221; sui quali, per qualche strano motivo, mi accanisco con fare irragionevole, mentre gli altri ascoltano per tempo le uscite chiacchierate che si devono ascoltare, e confabulano in maniera animata di quelle in un tripudio insensato di «sophomore» e acronimi. Prima si chiamavano <em>Alice in Sexland</em> (magari non è vero, non vi fidate, lo metto solo perché ogni volta che ne parlo – stile nonno che racconta gli aneddoti del &#8217;15-&#8217;18, questo sono – salta fuori &#8216;sta cosa, ma in realtà li ignoro totalmente in questa veste, dovrò recuperare). Dopo lustri di silenzio, nei quali forse era proprio impossibile reperirli in rete e se n&#8217;era perduta ogni traccia (e io forse ho buttato scelleratamente in un trasloco la mia cassettina? mannaggia a me), qualcuno anni fa ha messo il disco su YouTube. Addirittura vedo che è spuntata di recente una timida recensioncina su Debaser. Ogni volta che li rimetto a distanza di anni vengo ricompensato, quasi travolto da appaganti e profumate sensazioni, bravo me stesso di molti anni fa che ci avevi visto giusto. I testi non si capisce bene di che parlino e probabilmente sono la componente più psichedelica del disco. Ma stranamente appaiono vagamente affascinanti, è come se si trattasse di un linguaggio interiore bello elaborato e arcaicheggiante tutto loro. Quindi in qualche modo, nel complesso, quello che il tizio un po&#8217; suonato declama con aria convincente pare filare alla perfezione. È tipo quando ascoltate una conversazione, qualcosa in una lingua straniera che conoscete poco, e ogni tanto esce fuori il termine o il concetto che riuscite a individuare, a isolare con precisione. Allora, turbati, vi alzate in piedi, allungate il braccio non impegnato a reggere sigaretta e lattina e, con sguardo intenso e un po&#8217; devastato dalla vita, fieri lo indicate (?). È lui. Quasi come il Di Caprio del meme (che in realtà non so se sia famoso al di là dei gruppi sulle lingue che frequento io nei quali lo ripostano ogni cinque minuti).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="280" height="279" src="https://luigiruffolo.it/wp-content/uploads/2020/04/R-5431251-1393182486-8711.jpeg.jpg" alt="" class="wp-image-26702"/><figcaption>Quasi tutto quello che abbiamo.</figcaption></figure></div>



<p>In vari brani la buttano chiaramente, oltre che in caciara, sul fiabesco, e la musica cerca di seguire, e di sedurre – tra il giocoso, l&#8217;inquietante, il sinuoso e il boh – il delirio indubitabilmente espresso dai testi. Questa comunque era gente che sapeva suonare e che aveva cultura musicale, non improvvisati. Di base è un metal dal sound abbastanza compatto e molto alternativeggiante (come dicono su Debaser mi sa che «indie», quale assopigliatutto, l&#8217;hanno cacciato fuori dal cilindro dopo, o, se il termine già girava con sufficiente insistenza, non aveva i connotati pervasivi e molesti di adesso). Non sono pezzi dallo sviluppo lineare, anzi, si allontanano generalmente e istrionicamente dalla forma canzone, senza però sconfinare nel prog di maniera. Ma, nonostante i continui cambi di stile e di atmosfere, sgorga sempre tutto naturalmente. Non sembrano quelle cose forzate, di quelli che pare debbano per forza farci vedere in continuazione quanto sono strani, estrosi, irrequieti, imprevedibili e musicalmente colti. È proprio un sottostile personale ben metabolizzato loro che non si trova precisamente da altre parti, almeno credo (sì, Marlene Kuntz e gruppi del genere li conosco, ma questi sono parecchio meno casinisti, molto più &#8220;rotondi&#8221; e melodici).</p>



<p>Oh, ma sapete, lo sto sentendo con le cuffie e &#8216;sto disco è ancora meglio di come me lo ricordassi. Il cantante in particolare è un mezzo genio per l&#8217;inventiva che distribuisce nel corso di questa assurda trasferta mentale musicale, riuscendo a rendere diverso e interessante ogni passaggio. Una prestazione che oso definire esemplare non perché piazzi chissà quali acuti o virtuosismi, ma proprio perché l&#8217;interpretazione è assai variegata e curata nei minimi particolari, sempre mantenendo un controllo totale sullo strumento vocale nella sua lucida allucinazione. Lo invidio. Ci sarà pure qualche momento dal retrogusto vagamente ingenuotto, sapete quelle atmosfere un po&#8217; imbarazzanti, stile gruppi prog italiani degli anni Settanta che ogni tanto piazzavano quei siparietti sul silenzioso pensoso, sparandosi risibili pose intellettualeggianti. Ma l&#8217;impostazione complessiva sul metallaro andante non rende mai pesante l&#8217;ascolto, e nel complesso questo disco ha tutto: creatività, freschezza, perizia, droghe, energia. Non menziono singole tracce perché è di quegli album che ti entrano in circolo nel loro complesso e che ovviamente ogni volta devi obbligatoriamente ascoltare per intero. Grandissima band – per me senz&#8217;altro ai vertici qualitativi del rock italiano di sempre – che purtroppo è andata, da quanto ne so, irrimediabilmente distrutta, com&#8217;era del resto ampiamente prevedibile, lasciandoci solo questo stralunato e irripetibile omaggio. Ce lo rigiriamo tra le mani, come se si trattasse di una qualche oscura prova o di un sottoprodotto dell&#8217;ingegno alieno, fissandolo attoniti.</p>
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			<name>Luigi Ruffolo</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Blast Zone! Tournament (PC)]]></title>
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		<published>2020-04-18T08:33:50Z</published>
		<category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Videogiochi" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="2018" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="2019" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="arcade" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Nintendo Switch" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="PC Windows" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="PlayStation 4" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Victory Lap Games" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Xbox One" />
		<summary type="html"><![CDATA[<p>Blast Zone! Tournament sarebbe il seguito di chissà quale altro clone di Bomberman precedente, o comunque parte di una serie. Un tizio su YouTube è riuscito, non so come, a farci un video di quasi un&#8217;ora e mezza. Durante la... <a class="more-link" href="https://luigiruffolo.it/videogiochi/blast-zone-tournament/">Continua a leggere &#8594;</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://luigiruffolo.it/videogiochi/blast-zone-tournament/">Blast Zone! Tournament (PC)</a> sembra essere il primo su <a href="https://luigiruffolo.it">Opinioni psichedeliche, sentenze ineducate e altri stoltiloqui</a>.</p>
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					<content type="html" xml:base="https://luigiruffolo.it/videogiochi/blast-zone-tournament/"><![CDATA[
<p><em>Blast Zone! Tournament</em> sarebbe il seguito di chissà quale altro clone di <em>Bomberman</em> precedente, o comunque parte di una serie. Un tizio su YouTube è riuscito, non so come, a farci un video di quasi un&#8217;ora e mezza. Durante la quale credo effettui decine di migliaia di uccisioni bofonchiando altrettante volte la parola «bonkato», apparentemente una delle poche a sua disposizione. Ormai chiunque giochi &#8220;sul serio&#8221;, pare obbligatorio, ha un canale video situato nel cuore della sua stanzetta dal quale bofonchia cose, e male che vada è seguito (si fa per dire) per inerzia da almeno cinquemiladuecento distratti follower, come &#8216;sto tipo. Questo gioco ha addirittura una modalità single player. Non è scontato al giorno d&#8217;oggi. L&#8217;avevo cominciata mesi fa, ma ora devo essermi dimenticato qualcosa di importante, perché non riesco a superare (non voglio davvero farlo?) il livello dal quale sto ripartendo. Le mie tattiche di solito sono elusive, sornione e all&#8217;insegna dell&#8217;opportunismo più becero e codardo, un po&#8217; come la mia vita, e la carriera di Pipp&#8217;Inzaghi. Intanto scannatevi tra di voi, poi si vede. Se trovo un affare per zompare dall&#8217;altra parte dello schermo lo sfrutto a ripetizione, anche se non ho le idee troppo chiare sul da farsi. (Che palle questa cosa che bisogna avere sempre un piano dettagliato, perfino in Bomberman, aka puro casino, ci rendiamo conto). Le ambientazioni sembrano varie, ma sono tutte un po&#8217; ingessate – sono quei videogiochi che non paiono proprio veri, nel senso di finiti, sapete, uno non ci crede davvero –, come del resto la storia. E il mio io ha i soliti capelli da <em>Final Fantasy</em> che a una certa età un po&#8217; turbano. Le musiche sembrano generalmente la solita dance elettronica, non male, disinvolte, tamarre ma non troppo. Purtroppo orecchiabilità e sound wannabe fico per qualche motivo non bastano a far sì che non scorrano via inascoltate.</p>



<p>Sentiamo il video (molto più breve) di un altro tizio – italiano pure questo qui, ma com&#8217;è piccino YouTube, e dotato di una forte inflessione dialettale – magari mi sfugge qualcosa. Lo stile è completamente diverso, molto più formale, cerimonioso, antico, e costui sembra star leggendo un qualche testo preparato prima. Parla come un libro stampato, stile scolaretto primo della classe alle elementari (la sensazione è che debba essersi sentito anche parecchio orgoglioso del risultato finale). Pone l&#8217;attenzione soprattutto sulle morti ingiuste. Le morti ingiuste effettivamente sono da sempre il principale cruccio di ogni videogiocatore. Bomberman è un concept che sicuramente merita più amore di quanto io sia riuscito a erogargliene nel corso della storia. Forse sarà perché lo associo al casinismo fine a se stesso, divertente ma anche boh. Sono fallibile, non penso di aver capito tutto, magari mi ci vuole solo più perseveranza perché mi entri pienamente e finalmente in circolo. Però, non so, mi pare di non aver il pieno controllo (la potenza è nulla ecc., come si sa). Sei come coinvolto per qualche motivo in un esilarante e insensato party a base di torte in faccia (?) privo di vie di fuga, e il meccanismo della torta in faccia dovrebbe far ridere. Fa indubbiamente molto ridere, ma mi pare anche il suo limite. Alla centoduesima torta in faccia che ti arriva sei lì a chiederti se per caso non ti sfugga qualcosa. Qua (Bomberman) è riproposto papale papale, dicono, non so, un delirio di esplosioni condito da una giungla di opzioni, possibilità e capi d&#8217;abbigliamento. A naso, le partite con tutti quei giocatori daranno anche l&#8217;idea di sballo, ma non hanno molto senso, per evidenti motivi. Nel multiplayer (o presunto tale) mi ritrovo sempre in pulsanti piste da ballo, come collocate in una sorta di affascinante dimensione normalmente inaccessibile. E ciò mi consente di abbandonare per sempre questo gioco, che peraltro anch&#8217;io non trovo malvagio, con la vaga e truffaldina sensazione di aver vissuto comunque, sia pur fugacemente, una qualche piccola e meritevole esperienza.</p>
<p>L'articolo <a href="https://luigiruffolo.it/videogiochi/blast-zone-tournament/">Blast Zone! Tournament (PC)</a> sembra essere il primo su <a href="https://luigiruffolo.it">Opinioni psichedeliche, sentenze ineducate e altri stoltiloqui</a>.</p>
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		<author>
			<name>Luigi Ruffolo</name>
							<uri>https://luigiruffolo.it</uri>
						</author>

		<title type="html"><![CDATA[Lazy Jones (C64, ZX Spectrum, MSX, Tatung Einstein)(Kernkraft 400 e contese legali incluse)]]></title>
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		<updated>2022-01-16T15:34:41Z</updated>
		<published>2020-04-16T15:42:34Z</published>
		<category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Videogiochi" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="1984" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="arcade" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="c64" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="David Whittaker" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Kernkraft 400" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="minigame" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="MSX" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Simon Cobb" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Star Dust" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Tatung Einstein" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Terminal Software" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="Zombie Nation" /><category scheme="https://luigiruffolo.it/" term="ZX Spectum" />
		<summary type="html"><![CDATA[<p>Lazy Jones arrivo a capirlo, a coglierlo in alcuni, decisivi aspetti solo oggi. No, non è tanto il fatto del &#8220;metavideogame&#8221; (Bill Scolding di Sinclair User era preoccupato che la Terminal Software, spinta dall&#8217;eventuale successo del titolo, potesse lanciare un... <a class="more-link" href="https://luigiruffolo.it/videogiochi/lazy-jones-kernkraft-400/">Continua a leggere &#8594;</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://luigiruffolo.it/videogiochi/lazy-jones-kernkraft-400/">Lazy Jones (C64, ZX Spectrum, MSX, Tatung Einstein)(Kernkraft 400 e contese legali incluse)</a> sembra essere il primo su <a href="https://luigiruffolo.it">Opinioni psichedeliche, sentenze ineducate e altri stoltiloqui</a>.</p>
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					<content type="html" xml:base="https://luigiruffolo.it/videogiochi/lazy-jones-kernkraft-400/"><![CDATA[
<p><em>Lazy Jones</em> arrivo a capirlo, a coglierlo in alcuni, decisivi aspetti solo oggi. No, non è tanto il fatto del &#8220;metavideogame&#8221; (Bill Scolding di <em>Sinclair User</em> era preoccupato che la Terminal Software, spinta dall&#8217;eventuale successo del titolo, potesse lanciare un seguito nel quale fosse contenuto l&#8217;intero primo capitolo, a mo di megasottogioco). O la dinamicità della colonna sonora – che peraltro varia a seconda delle scelte del giocatore, senza interruzioni – incredibile per design se relazionata alla sua epoca, una delle prime grandi colonne sonore sfornate dal SID. O il suo essere stato tra i primi e meglio concepiti esponenti del sottogenere coi minigiochetti dentro, aspetto che vedo spesso citato in giro quando se ne parla per mettere al corrente di ciò fanboy Nintendo, ubisoftari e consolari moderni vari, a quanto pare saldamente convinti che &#8216;ste cose siano nate l&#8217;altro giorno.</p>



<p>Ludicamente, bisogna ammetterlo, Lazy Jones non è mai stato fortissimo, e certo i sottogiochi non sono migliorati con la stagionatura. Oggettivamente sono versioni semplificate (talvolta ipersemplicistiche) di vetusti classici che presentavano già di per se stessi all&#8217;origine dinamiche ridotte all&#8217;osso. Sono valutazioni che del resto la critica specializzata faceva già all&#8217;epoca, vedi <em>Crash</em> o <em>Sinclair Programs</em>, che addirittura lo stronca molto, molto duramente (sì, chiaramente la versione ZX Spectrum non aveva l&#8217;appoggio della grande colonna sonora, ma in questo discorso c&#8217;entra poco). In un&#8217;intervista a C64.com – ma credo fosse noto anche prima, su <em>Commodore Horizons</em> apparve il listato di un sottogioco non incluso – Whittaker peraltro dice («believe it or not») di aver scritto prima tutti i sottogiochi in BASIC per provare e vedere se funzionassero bene, rifacendoli poi riga per riga. Questo per dire il livello oggettivo, sostanziale, del materiale giocabile in esame, e la quantità ovviamente non fa qualità.</p>



<p>Chiaramente con Lazy Jones mi ci trastullavo come tutti: sarà, chessò, nella top 100 dei giochi che ho caricato di più, anche solo per la classica partitella svaccata da cinque minuti. Ma già all&#8217;epoca percepivo che gli mancava qualcosa, e non capivo tutto l&#8217;entusiasmo delle genti. Il pensiero dilagante, esplicitato di recente da uno in una conversazione social, era che «con un gioco ne avevi tanti». Una considerazione quindi di carattere meramente quantitativo e di un&#8217;ingenuità disarmante, che faceva sorridere allora come oggi (con compilation da edicola contenenti trenta giochi per lo stesso sistema a un prezzo più basso di un singolo originale davvero c&#8217;era chi non aveva abbastanza da giocare?). Lazy Jones – come a un altro titolo che viveva di sottogiochi selezionabili a piacimento qual era quella meraviglia di <em>Donald Duck&#8217;s Playground</em> – a parte quel filo di complessità e di rifinitura nella realizzazione dei sottogiochi mancava un po&#8217; uno scopo preciso. Sì, ok, bello bighellonare per l&#8217;albergo, molto ridere (la prima volta, la seconda, la terza) la scenetta di lui che va a sbronzarsi, boato generale per quando va a pisciare – pisciare in un videogioco! pazzesco! cosa ci sarà consentito fare, un giorno? condurre trattori? simulare appuntamenti amorosi, o addirittura intere vite? creare mondi personalizzati? –, ma poi? Se i risultati conseguiti nei sottogiochi avessero contribuito a sbloccare obiettivi, a portare avanti una storia, sarebbe cambiato parecchio a livello di motivazioni. Il semplice miglioramento del punteggio già allora lo avvertivo come parecchio limitante. Si potrà dire che erano gusti miei, e che ancora il resto dell&#8217;umanità era in fissa col punteggio (il miccoliano, amletico e fondamentale «seccare quest&#8217;astronave darà venti o ventuno punti?»). A me pare che già alcuni capolavori Cosmi, per esempio, avessero segnato parecchio l&#8217;immaginario e fatto evolvere di botto il medium, per cui da un titolo &#8220;multievento&#8221; ci si doveva aspettare abbastanza necessariamente che srotolasse una storia, per quanto anche molto semplice. Non sto dicendo che il banale spunto di partenza non andasse bene, è che ci doveva essere un poi, uno sviluppo, per quanto semplice anch&#8217;esso e &#8220;raccontato&#8221; tramite l&#8217;azione, e non con verbose schermate o chissà quali sequenze video. Sviluppo che però in Lazy Jones, ahimè, non arriva mai.</p>



<p>Perché allora, se ludicamente è mediocre e fallisce anche nel raccontare in qualche modo una storia, Lazy Jones è tutt&#8217;ora così amato, spammato e celebrato? Chiaramente se per voi un videogioco «è solo un gioco!1» – manco fosse la stretta evoluzione della scopa giocata coi nonni al bar, o quella giusto un po&#8217; abbellita di un vecchio gioco elettromeccanico, e non un medium tutto nuovo, coi suoi lati da esplorare e analizzare, denso di possibilità, anche espressive, e intime peculiarità, qualcosa in grado di toccare corde che il tiro al pupazzo del Luna Park non poteva toccare – e non c&#8217;è, non ci può essere nient&#8217;altro oltre alla parte meramente e stettamente ludica, quindi più disimpegnata, il resto sono masturbazioni mentali, questo non riuscite a capirlo. Se c&#8217;è «solo il gioco», allora questo gioco è noioso, limitato, legnoso, sostanzialmente ultraripetitivo nonostante la varietà di facciata, calibrato male (si passa dal livello di difficoltà inesistente dell&#8217;hub all&#8217;assurda rognosità di alcuni minigame), narrativamente poco interessante, dozzinale in quanto a tecnica realizzativa. C&#8217;è poco da fare, la realtà è questa e non era tanto differente nemmeno a inizio &#8217;85, quando le riviste specializzate presero a recensirlo, dicendo, in vari casi, proprio queste cose qui, che mi paiono ovvie (ma naturalmente la critica videoludica aveva tutto il diritto di non cogliere certi aspetti in quanto si trovava a uno stadio oggettivamente poco evoluto; si vedeva solo il lato strettamente giocoso, pertanto un titolo così veniva spesso ritenuto buono al massimo come veloce surrogato di quello che era stato fatto negli anni precedenti, a uso e consumo esclusivamente di chi se li fosse persi, videoludicamente, quegli anni).</p>



<p>Lazy Jones piace e piaceva perché con le sue peculiarità e qualità andava a toccare pesantemente l&#8217;immaginario collettivo. Lazy Jones rappresenta un sogno, del bambino vero e di quello cresciuto, lasciato finalmente libero di scorrazzare senza freni nel negozio di dolciumi, come il Gian Burrasca del mio principale avatar, e di agguantare poco igienicamente a mani nude tutto quello che desidera. Cioè cose insalubri, appariscenti e stucchevolmente zuccherose, generalmente: l&#8217;effimerità della soddisfazione legata a questo modus agendi chiaramente è solo un trascurabile dettaglio. Sotto sotto sospetto che Whittaker avesse colto questo immenso potenziale della sua creazione (o c&#8217;era arrivato chi lo ha consigliato in questo senso), visto che il titolo del gioco risulta permanentemente impresso da qualche parte sullo schermo, qualsiasi cosa si faccia: quando si entra negli stanzini bui per esempio lo vediamo sulla destra. Probabilmente c&#8217;entra anche il fatto che fosse una compilation di giochini diversi presentata in maniera inconsueta («Urca! Non avevo mai visto questo <em>Breakout</em>… Ehi, ma, un momento, ora è <em>Space Invaders</em>, no, è <em>Chuckie Egg</em>, no, è <em>Defender</em>! Ah, ecco, deve chiamarsi Lazy Jones, c&#8217;è scritto lì. Ora so cosa farmi copiare la prossima volta da mio cuggino che ci ha il duplicatore!»).</p>



<p>Quello che colpisce, che sembra bello, oggi come allora, in altre parole, è lo stile, l&#8217;idea nel suo complesso, e direi pure la rudimentale ma avveniristica e ardita visionarietà con la quale è stata realizzata, tecnica grossolana inclusa. A sorprendere sono in particolare le scelte di design (probabilmente prese in cinque minuti, Whittaker racconta che a quei tempi era costretto a fare praticamente tutto al volo, addirittura realizzò tutta la parte audio di un gioco che gli fu assegnato in un paio d&#8217;ore, ma raramente poteva permettersi di sprecare più di un pomeriggio a titolo) che stanno dietro alla colonna sonora, di una modernità concettuale, nel suo brutale minimalismo, quasi sconvolgente. Il mio punto di vista è che Lazy Jones funzioni molto più come &#8220;opera audiovisiva&#8221; o di concetto che come gioco in sé. (La parte grafica, certo, è rozza, ma se ci pensate lo è, volutamente, anche quella audio, tant&#8217;è che si sfruttano sempre solo due dei tre canali del SID, e soltanto quella stessa forma d&#8217;onda basilare, quella a dente di sega, per creare quell&#8217;inconfondibile sound). A me oggi Lazy Jones, messa diversamente, appare quasi come una specie di strano film videoludico, o di incubo creativo, con le sue irripetibili musichette martellanti (che poi gli spunti non siano in gran parte farina del sacco di Whittaker in questo conta poco); coi suoi sottogiochi spesso improponibili e abitati da sprite sgraziati e un po&#8217; deformi, sottogiochi dei quali in certi casi si fatica terribilmente a venire a capo; e quei suoi assurdi polli arrosto giganteschi oniricamente infilzati da forchette volanti; e ancora i suoi i giochi spaziali dalla ripetitività sfiancante e allucinata; le sue dinamiche di precisione per legge stipate, contenute inappropriatamente in un&#8217;angusta finestrella; e poi l&#8217;eccessiva e malsana ossessività di certi nemici, che tornano a molestare la navicella o il personaggio guidato dal protagonista con insensata frequenza; lo stralunato, inutile gironzolare coreografico nelle stanze dell&#8217;albergo (ma quant&#8217;è bella e azzeccata, nel suo essere didascalica, la copertina?).</p>



<p>Lazy Jones esisteva anche per Tatung Einstein, un computer troppo costoso per sfondare commercialmente che piaceva solamente agli sviluppatori. E questa è la versione migliore, dopo quella C64, essendo penalizzata solo da una resa sonora che smarrisce per strada la brillante e rumorosa personalità conferita dal SID. Tutte le versioni sono comunque piuttosto simili tra di loro, con quella ZX Spectrum che ovviamente arranca per via del sonoro. E quella MSX che credo presenti qualche differenza con quella C64 a livello di sottogiochi (peraltro mi pare che nel livello di <em>Star Dust</em> non risuoni il celeberrimo pezzo sul quale tra un po&#8217; mi dilungherò, ma un altro, boh).</p>



<p>Veniamo a un altro aspetto &#8220;postumo&#8221; che ha finito per segnare indelebilmente questa produzione. Non capita infatti tutti i giorni che una musica proveniente da un oscuro (a conti fatti) giochino assurga improvvisamente a popolarità planetaria. Oltre ad aver scalato in vari tempi un po&#8217; di classifiche di vendita, dal &#8217;99 in avanti, il pezzo <em>Kernkraft 400</em> del progetto di musica techno ed elettronica Zombie Nation (aka Florian Senfter, produttore e DJ) ha spopolato anche negli stadi di tutto il mondo nelle vesti di coretto dato in pasto ai tifosi e da questi beceramente intonato. Ma direi soprattutto stonato. <em>Vice</em> ha dedicato un paio di anni fa <a href="https://youtu.be/3g5SILITjWg">un servizio</a> alla ricostruzione della storia e delle tappe del successo di questo brano, mostrando dopo già un paio di minuti interlocutori Senfter che narra disinvoltamente di come gli venne in mente di ciulare il riff. Quando giocava a Lazy Jones si recava sempre in una certa stanza appositamente per udire quel brano che tanto lo ossessionava e che probabilmente ora gli permette di sopravvivere e di mantenere senza lavorare gli ignari pargoli che a un certo punto si vedono rotolarsi nei prati. Si torna poi a parlarne verso la fine del servizio («Pensa che &#8216;sto Whittaker un sacco di tempo dopo che gli ho allungato quattro spicci per cavarmelo di dosso è tornato alla carica per chiedere soldi veri e un po&#8217; di controllo sull&#8217;opera, ma ci rendiamo conto? E ci sono pure questi altri che si sono arricchiti alle mie spalle con bootleg e remix vari, che hanno avuto molto più successo della mia assaipiùbbella versione. &#8216;Sti infami, pensate, nemmeno si sono fatti rintracciare, così, per un saluto, per dire ciao come stai, o hanno voluto cagare parte dei soldi! Come si permettono questi a pensare di poter arraffare il pezzo a uno che l&#8217;ha apertamente e dichiaratamente fregato a un altro? Ma vi rendete conto in che tempi viviamo?» (No, non ha detto proprio così, testualmente, ma insomma. E certamente il maggior cruccio di Senfter e del socio riguardo alle &#8220;versioni alternative&#8221; di maggior successo sta nel fatto che queste non erano artisticamente valide come la loro, e non rispettavano le dure regole del sottosottogenere musicale da intenditori del quale si facevano alfieri, eh, signora mia, questo music business. Cerrrrrrto). Una parentesi forse la meriterebbe il videoclip di Kernkraft 400, una sorta di riedizione economica, molto economica, e fatta in casa, molto fatta in casa, di <em>It&#8217;s No Good</em> (<em>Ultra</em> è di due anni prima), con lui conciato come il Dave Gahan un po&#8217; pappone del video e le immancabili donnine nude intorno, ma stendiamo un velo.</p>



<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=iFH5vS1EqNs">Questo video</a> riporta brandelli di un&#8217;intervista risalente al 2001, con baccano di fondo allucinante, nel quale Whittaker accenna alla vicenda, ancora agli inizi. Erano ancora vivi Daglish e Joseph. </p>



<p>Sul forum di Remix64 ci sono poi un paio di interessantissimi thread (il primo, soprattutto, l&#8217;altro riguarda l&#8217;esito dell&#8217;appello, la funzione cerca vi è amica) relativi agli strascichi giudiziari della vicenda, periodo 2010-2012. Riassumo quello che per me è il succo della questione – comunque legalmente parecchio più complicata di come viene rappresentata in giro –, amalgamando il tutto con qualche mia riflessione. (Il riassunto ci sta anche per il fatto che, come i navigatori più attenti avranno notato, forum e siti internet oggi ci sono, domani forse potrebbero esserci un po&#8217; meno). Premetto che adoro particolarmente David, che piazzo tra le leggende assolute, e reputo anche Chris Abbott un gran bel personaggione della scena, per tutto lo sbattimento che si dà sul versante musicale della nostra comune passione (ah, già che ci siamo, RKO è il mio sito preferito in assoluto di tutti i tempi per distacco, fiondatevici con furore). Questo per dire che il mio parere sulla questione (informato fino a un certo punto, dato che si basa su resoconti e non sulla lettura meditata delle sentenze in tedesco – che non saprei nemmeno dove andare a pescare, e naturalmente bisognerebbe conoscere bene il diritto di quelle lande su questi temi –, vado a buonsenso cercando di mettere insieme diversi elementi e di essere obiettivo) potrebbe non coincidere del tutto con il loro. Naturalmente fosse toccato a me decidere avrebbero comunque vinto in carrozza David &amp; C., ma. Purtroppo qui ho deciso di scrivere solo quello che penso veramente e precisamente, e ciò rappresenta la mia croce e la mia delizia.<br><br>Domanda di un utente: «I thought this case was done and dusted about 10 years ago with Zombie Nation paying Whittaker a substantial sum for the use of the riff?». Chris Abbott: «(a) Not a substantial sum, but that&#8217;s besides the point. (b) David agreed they could pay him for use of the riff, which was originally used illegally. What he didn&#8217;t agree to do was for them to use that gracious permission to claim to own the piece, deny authorship or royalty rights, and claim sole right to grant covers based on the tune (and threaten legal action if David granted rights on his own tune). Basically, it&#8217;s like renting someone a room, and then coming back from holiday and finding they&#8217;ve claimed the house, and will sue you if you come anywhere near it. Also they got the licence under false pretences».</p>



<p>Il punto di vista di Chris (coinvolto in quanto titolare di un&#8217;etichetta retromusicale, ma le spese legali – si parla di un avvocato specialista del ramo e piuttosto rinomato in Germania, mentre Senfter non avrebbe schierato chissà quale squadrone della morte – sarebbero a carico di un &#8220;pesce più grosso&#8221;, suppongo interessato a far soldi facili con la supermelodia di David). Il punto di vista di Chris è che la sentenza avversa («il Male ha vinto»), a parte rappresentare il decadimento morale e la barbarie del diritto, dei costumi, della società, ecc., sarebbe dovuta a un certo bias nei confronti dei compositori di musica per i giuochini elettronici, e a una marcata tendenza della legge e di chi è chiamato ad applicarla a voler mantenere ostinatamente e irragionevolmente lo status quo, privilegiando troppo le ragioni di chi si difende (magari soltanto mettendo su un catenaccione pazzesco o buttando la sfera sistematicamente in tribuna) rispetto a quelle dell&#8217;asso del pallone che poverino si fa un mazzo così ad attaccare ma non viene tutelato come la sua fulgente classe meriterebbe. Oltre a queste considerazioni ci sarebbe ovviamente la palese inettitudine della Corte. A me la decisione del tribunale tedesco appare meno insensata e irragionevole di come la fanno: parliamoci chiaro, che Lazy Jones abbondi, a stare bassi, di cover – a quanto mi risulta all&#8217;epoca non dichiarate – è semplicemente vero ed è una considerazione che non minimizzerei. Si trattava di un costume evidentemente molto diffuso all&#8217;epoca in quel contesto, giustificato e tollerato anche per via delle dimensioni piuttosto di nicchia di quel mercato, che era un po&#8217; qualcosa di fatto da appassionati per appassionati [1]. (Poi, certo, per me Hubbard, Whittaker &amp; C. erano grandiosi anche quando copiav&#8230; coverizzavano, spesso perché lo facevano a modo loro, mettendoci quel qualcosa di speciale in più). Il bias probabilmente c&#8217;è, ed è diffuso, ma potrebbe non essere così rilevante. Ricordiamoci che noi che coltiviamo queste passioni un tempo socialmente malviste (vedi anche i fumetti, ecc.) tendiamo a crogiolarci in un certo vittimismo.</p>



<p>Nella musica pop, come si sa, i brani sono a dir poco elementari, le note sono solo dodici, si seguono certi schemi per mantenere l&#8217;immediatezza e non rischiare di inimicarsi l&#8217;attenzione (poca ed evanescente) dell&#8217;ascoltatore, ecc. Quindi che ci sia un&#8217;approccio conservativo, per il quale il mio brano di successo <em>DoReMiFaSol</em> non possa diventare facilmente e automaticamente di un altro che ha usato la stessa combinazione di note in passato e mi fa causa, mi pare anche comprensibile. In altre parole, DoReMiFaSol non è forse questa grande e inaudita invenzione che noi (autori) pensiamo che sia, da qui la necessità di dimostrare irrefutabilmente che quel precedente DoReMiFaSol era proprio il primo DoReMiFaSol della storia, o quantomeno che era stato fatto da noi in persona personalmente. Ora, c&#8217;è un po&#8217; di gente là fuori convinta che Star Dust sia a sua volta una &#8220;cover&#8221; di <em>It Happened Then</em> degli Electronic Ensemble, brano del 1980. Non so se il tribunale tedesco abbia effettivamente ascoltato questa canzone o fatto una considerazione del genere, e se effettivamente David si sia basato su di essa, ma capite bene che. Io, per una serie di motivi, la certezza che quella melodia sia tutta farina del sacco del mio supereroe sinceramente non ce l&#8217;ho, e come me tanti altri, anzi, fossi obbligato a scommetterci sopra punterei decisamente sul contrario: perché invece il tribunale dovrebbe averla? In altre parole, questa sorta di &#8220;inversione dell&#8217;onere della prova&#8221; della quale si lagna Abbott non è poi così irragionevole. E questo non (solo) perché i giochini siano bistrattati dall&#8217;opinione pubblica e dai tribunali, ma perché quel mondo dorato che oggi ci appare nostalgicamente così stupendo era oggettivamente un mezzo &#8220;far west&#8221; da certi punti di vista.</p>



<p>Il punto apparentemente più forte a favore dell&#8217;autore di Lazy Jones sta nel precedente accordo tra le parti. Ora, devo ammettere di non conoscerlo nel dettaglio. Ma può essere (ed è quello che sospetto) che quell&#8217;accordo sia da interpretare come un «ok, è vero che ho messo quella musica – che non so nemmeno per certo se sia tua o se sia un&#8217;altra di quelle cover – nel mio pezzo perché ho sentito il tuo gioco, per questo ti dò questa somma una tantum, però non scocciarmi in futuro avanzando pretese, grazie», o qualcosa del genere. Che è diverso dal riconoscere (ammesso che a Senfter spettasse farlo, e che avesse i mezzi per ricostruire la genesi di un pezzo nato nel summenzionato particolare contesto, credo di no) che Whittaker abbia effettivamente inventato lui quella melodia. Credo che per la legge, per definire questo tipo di questioni e per dirimere tali controversie, queste cose non siano lana caprina ma aspetti (giustamente) rilevanti.</p>



<p>Solo parzialmente legata a quella legale c&#8217;è anche una questione &#8220;filosofica&#8221;: a chi appartiene veramente un brano, qual è il merito da attribuire ai vari personaggi che contribuiscono a diverso titolo, in diverse ere, in maniere anche parecchio differenti al successo di un pezzo, ecc. A quel famoso riff, per com&#8217;è presentato nel brano degli Electronic Ensemble, manca probabilmente qualcosa a livello di &#8220;carattere&#8221;, di riconoscibilità, di immediata fruibilità che poi è ciò che lo ha reso così popolare, amato e stonato. E quel qualcosa glielo ha dato Whittaker. Peraltro, dettaglio non trascurabile, a essere presa &#8220;di peso&#8221; e trasferita in un singolo dance è la versione di Whittaker, non quella, meno accattivante, precedente. Il ruolo di Senfter mi appare meno decisivo, almeno a livello musicale. Lui sostiene che il fatto stesso di andare a ripescare dall&#8217;oblio un semisconosciuto videogioco passato di moda avendo le competenze e l&#8217;abilità per isolare e identificare una caratteristica vincente presente in esso, valorizzandola, presentandola in un altro contesto, costituisce la parte fondamentale del lavoro. Un po&#8217; esagerato e di parte, ma è anche vero che senza il suo &#8220;sbattimento&#8221;, senza la sua &#8220;opera di ricerca&#8221; (per quanto agli appassionati di retrogaming e retrocomputing possa apparire banale, quasi risibile) semplicemente il mondo non conoscerebbe e non intonerebbe quella melodia. Poi si potrebbero citare i casi di cover che hanno riscosso un successone mentre l&#8217;originale non se l&#8217;è filata nessuno (<em>Torn</em> di Natalie Imbruglia, per dire). O di ignoti riff che hanno goduto di fortuna commerciale soprattutto decontestualizzati e schiaffati come sample magari in qualche brano hip hop particolarmente tamarro. Quindi collocati quasi situazionisticamente e beffardamente in ambientazioni radicalmente diverse anche per orientamento culturale da quelle originalmente concepite per essi.<br><br>[1] Il mercato dei videogiochi per home computer all&#8217;epoca (piagato peraltro dalla pirateria) non era certo paragonabile a quello attuale: i numeri non erano proprio quelli di <em>GTA</em> o <em>Red Dead Redemption 2</em> e, tranne un po&#8217; di tie-in e conversioni di grande richiamo che facevano testo a sé, riuscire a piazzare qualche migliaio di copie di un titolo qualunque, di una IP nuova e in partenza priva di qualunque appeal, come Lazy Jones, appunto, era già considerato un successone. Chiaramente il passaggio da una fissazione di nicchia alla vetrina del Super Bowl (l&#8217;evento sportivo più seguito e ricco del pianeta) non è proprio una cosetta da niente, si parla di ordini di grandezza differenti. Con tutto ciò che ne può conseguire da molteplici punti di vista, non solo economici, ma anche, oserei dire, umani.</p>
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