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	<title>questione meridionale</title>
	
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	<description>Il blog di Biagio Simonetta - Emigrazione - Calabria - 'ndrangheta</description>
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		<title>Via Santa Tecla non è più solo una strada</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 22:21:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Via Santa Tecla è dietro al Duomo. Le vetrine di Montenapoleone e le luci della Galleria la nascondono un po&#8217;. Gli infiniti obiettivi dei giapponesi la ignorano. Eppure cinquant&#8217;anni fa via Santa Tecla era il posto del &#8220;Club&#8221;. Cabarettisti e aspiranti cantanti divertivano Milano con serate memorabili. Al &#8220;Club&#8221; debuttarono Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Via Santa Tecla è dietro al Duomo. Le vetrine di Montenapoleone e le luci della Galleria la nascondono un po&#8217;. Gli infiniti obiettivi dei giapponesi la ignorano.<br />
Eppure cinquant&#8217;anni fa via Santa Tecla era il posto del &#8220;Club&#8221;. Cabarettisti e aspiranti cantanti divertivano Milano con serate memorabili. Al &#8220;Club&#8221; debuttarono Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci. Fecero storia e fortuna.</p>
<p>Oggi il &#8220;Club&#8221; non c&#8217;è più, il moderno ha travolto i ricordi. Via Santa Tecla è solo un posto, a Milano centro. La legge del tempo, in una città senza più identità, ha cancellato gli eventi.</p>
<p>Sulla strada del &#8220;Club&#8221; un pezzo di &#8216;ndrangheta organizzava le strategie dello spaccio. Gli appartenenti al clan si riunivano nei localini degli aperitivi chic per parlare di business: all&#8217;ombra del Duomo, con la Calabria in culo al mondo.<br />
L&#8217;operazione scattata nelle scorse ore l&#8217;hanno chiamata proprio &#8220;Santa Tecla&#8221;, che sa un po&#8217; di rivincita e un po&#8217; di sconfitta.<br />
Il clan che aveva egemonizzato la zona è quello di Corigliano, paesone che si affaccia sullo Jonio e si stende nei meandri della Piana di Sibari. Qui la &#8216;ndrangheta ha fatto morti ammazzati, ha terrorizzato gente, ha importato fiumi di eroina dall&#8217;est, ha concesso i marciapiedi agli albanesi in cambio di kalashnikov e marijuana.<br />
Il primo &#8220;locale&#8221; lo fondò don Peppino Cirillo. Il compare di Raffaele Cutolo scelse la ricca e anonima Sibaritide per far crescere i suoi affari. Erano gli anni &#8217;70. Lasciò la Campania, forse costretto da uno sgarro imperdonabile. Si seppe rifare in Calabria.<br />
All&#8217;ombra di Cirillo imparò il mestiere Santino Carelli, boss indiscusso degli anni &#8217;90. La sua discoteca sul lungomare di Schiavonea sparava i fari nel cielo dello Jonio, in quegli anni. Illuminavano tutto il golfo, erano visibili da Rossano ad Amendolara.<br />
Ci andai a ballare, ancora 15enne. Per l&#8217;estate i miei prendevano in affitto sempre la stessa casa, a qualche chilometro da Corigliano.<br />
Gli amici del posto mi spiegarono alcune regole, prima di entrare. Era il covo del clan, ne ero cosciente. Passai il tempo ad osservare i movimenti impacciati e gli sguardi timorosi. In quel periodo bastava un niente, e poteva essere l&#8217;ultima birra.<br />
Negli anni le operazioni &#8220;Lauro&#8221;, &#8220;Galassia&#8221; e &#8220;Omnia&#8221; hanno inflitto duri colpi al potere militare del locale coriglianese. Lo hanno decimato numericamente, indebolito. Ma l&#8217;operazione &#8220;Santa Tecla&#8221; ha dimostrato che la Santa non muore mai. Che mentre i vecchi boss stanno in carcere, nuovi scagnozzi portano avanti business importanti nella ricca Lombardia.</p>
<p>I lanci di agenzia sull&#8217;operazione Santa Tecla mi hanno reso nervoso. Per la prima volta da quando sono via provo rabbia e non rassegnazione.</p>
<p>Lo scorso gennaio, ancora in Calabria, andai a Corigliano. Erano le 4 del mattino. Ricordo il ghiaccio sul parabrezza dell&#8217;auto e una sigaretta che riscaldava il fiato. Scrutai la Sibaritide all&#8217;alba per un&#8217;inchiesta sulla &#8216;ndrangheta e lo sfruttamento dei clandestini. Erano i giorni della guerriglia nera a Rosarno. Toccai con mano la difficoltà dei nordafricani, i loro accampamenti da schiavi. Mi fermai in una piazza dove i furgoni dei caporali caricavano anime in pena. Venti euro per 18 ore di lavoro. I bulgari, coi loro sacchetti del discount, si vendevano per poco. E la &#8216;ndrangheta osservava tronfia: edificava nuovi villaggi, imponeva la coca nella piazze e la guardiania ai commercianti. Routine, in Calabria.<br />
Il racconto di quel giorno non fu pubblicato. La direzione del giornale per il quale lavoravo lo ritenne privo di valenza giornalistica. Lo cestinai senza salvarne copia. Quel giorno lasciai la Calabria, nel cuore e nella mente.<br />
Oggi che &#8220;Santa Tecla&#8221; non è più solo il nome di una strada ripenso a quel reportage censurato e alle serate sul lungomare di Schiavonea.<br />
E se ci fosse ancora Gaber, chissà cosa direbbe.</p>
<p>BIAGIO SIMONETTA</p>
<p>questo articolo lo trovi anche su <a href="http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4841" target="_blank">La Voce di Fiore</a> e <a href="http://www.gliitaliani.it/2010/07/via-santa-tecla-corigliano-e-quellinchiesta-censurata-in-calabria/" target="_blank">Gli Italiani</a></p>
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		<title>Milano che ne sa</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jul 2010 21:53:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ci sono città che si svegliano prima. O forse non dormono mai. Le catene industriali non si fermano, i locali notturni chiudono quando aprono i caffè delle colazioni ipercaloriche. I giornalisti vanno a letto tardi, gli impiegati si svegliano presto, i panettieri dormono di giorno, le puttane lavorano di notte. Milano non dorme mai. Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono città che si svegliano prima. O forse non dormono mai. Le catene industriali non si fermano, i locali notturni chiudono quando aprono i caffè delle colazioni ipercaloriche. I giornalisti vanno a letto tardi, gli impiegati si svegliano presto, i panettieri dormono di giorno, le puttane lavorano di notte.</p>
<p>Milano non dorme mai. Il gelataio di Cadorna fa affari d&#8217;oro, in questi giorni di inferno. Il paninaro di Porta Genova brucia hamburger, nel suo furgone anni &#8217;70. La pellicola di Scarface l&#8217;ha consumata. Conosce ogni frase a memoria. Ogni attimo, ogni mossa. Pacino in versione Montana fa moda. E&#8217; ganzo. Ha le palle. E del resto è solo un film. Finzione e azione, prestigio e trucchi.<span id="more-31"></span><br />
La mafia (o la &#8216;ndrangheta) non esiste, qui, nell&#8217;ombelico finanziario dell&#8217;Italia europea. Che ne sanno della &#8216;ndrangheta lungo i viali di Sempione, che ne sanno su Corso Buenos Aires, che ne sanno all&#8217;ombra imponente del Duomo, o fra i palazzi infiniti di Bonola. Che ne sanno nei prati di San Siro, o nelle palestre chic di via Torino.<br />
Niente sangue, niente riti, niente kalashnikov. San Luca, Gioia Tauro, Locri potrebbero essere benissimo i nomi dei nuovi argentini che vuole comprare l&#8217;Inter.<br />
Ma mentre il pachiderma lombardo muove i suoi passi, le organizzazioni criminali calabresi hanno cominciato a sventrarlo. Da anni la &#8216;ndrangheta gestisce, incontrastata, il business del cemento a Milano e nel suo hinterland. Affari da miliardi di euro. Imprese edili appartenenti ai clan calabresi edificano i palazzi della Milano bene, le strutture pubbliche, le strade. Grazie al traffico della cocaina, core business dell&#8217;organizzazione criminale calabrese, giocare un&#8217;asta al ribasso diventa persino divertente. La polvere colombiana che arriva a Gioia e finisce nelle narici di mezz&#8217;Europa è profitto senza eguali per la Santa.<br />
E non finisce qui: i calabresi giocano ai tavoli che contano. Hanno buone entrature in politica, sanno muovere gli scacchi giusti. Il tutto a 1200 chilometri da quel posto chiamato Calabria, dove il mare brilla anche d&#8217;inverno e il profumo dell&#8217;Africa ti pare quasi di sentirlo.<br />
L&#8217;operazione &#8220;Crimine&#8221; che con 300 arresti ha scosso Milano dal torpore e dal tepore alle 5 del mattino, è solo la punta di un iceberg macroscopico. E&#8217; un colpo ai clan, ma non la loro sconfitta. La &#8216;ndrangheta a Milano è già adulta da poter sopravvivere anche a questi arresti. La struttura dei clan calabresi è mutata. Al Nord riescono ad autogestirsi. La dipendenza è &#8220;limitata&#8221; alle decisioni importanti. I calabresi hanno importato il crimine, come si importa il seme di una pianta da un continente all&#8217;altro. Sono qui da trent&#8217;anni. E adesso eleggono i loro boss dentro istituti intitolati a Falcone e Borsellino. Ma Milano che ne sa della &#8216;ndrangheta.<br />
Il super pentito Saverio Morabito ne racconta spigoli e segreti in &#8220;Manager Calibro 9&#8243; (libro scritto da Luca Fazzo e Piero Colaprico, Garzanti editore). Dalle prime rapine agli omicidi eccellenti. Dal pizzo allo spaccio. Particolari che conoscono in pochi. Pochissimi.<br />
Eppure stasera Milano è diversa. C&#8217;è una parte di questa città che vuole e deve prendere coscienza. Nel caldo afoso delle corse in metropolitana i freepress vanno a ruba. Un&#8217;operazione anti-crimine di questo livello l&#8217;hanno vista solo in televisione, da queste parti.<br />
E poi c&#8217;è chi se ne frega. Chi ha lavorato 13 ore e odia il capo, chi sogna le vacanze per cacciarsi la cravatta, chi corre da un negozio all&#8217;altro in preda ai saldi, chi non ha ancora digerito il panino del Mc, chi ha finito le sigarette e impreca, chi sogna la collega.<br />
Nei Kebab di via Padova, finiti i mondiali, è tornata la musica turca. Basta entrarci mezzo minuto e l&#8217;odore di quel posto ti rimane addosso. La carne non rosola costantemente, ma il sapore non tradisce. Mi hanno sconsigliato di frequentare questi posti, specie di sera. Ma ho un difetto cronico: sono eccessivamente testardo. E poi stasera, solo stasera, via Padova non è il posto del crimine, qui a Milano.</p>
<p>BIAGIO SIMONETTA</p>
<p>questo articolo lo trovi anche qui: <a href="http://scriviapenelope.wordpress.com/2010/07/14/milano-che-ne-sa/" target="_blank">http://scriviapenelope.wordpress.com/2010/07/14/milano-che-ne-sa/</a></p>
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		<title>Vincere per raccontarla</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 20:30:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sono via da due mesi. Via dalla mia terra, dalla mia finestra, dalla mia sedia scucita lungo lo schienale. Via dalla mia scrivania con l&#8217;adesivo del &#8220;Che&#8221;, dal campetto di calcio che osservavo ogni sera, fumando una sigaretta in balcone. Estati e inverni, il fisiologico corso degli anni. Ho lasciato la Calabria a trent&#8217;anni. Un&#8217;età [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="padding: 5px; margin: 0px; background: #D3D3D3;">
<p><span style="color: #000000;"> Sono via da due mesi. Via dalla mia terra, dalla mia finestra, dalla mia sedia scucita lungo lo schienale. Via dalla mia scrivania con l&#8217;adesivo del &#8220;Che&#8221;, dal campetto di calcio che osservavo ogni sera, fumando una sigaretta in balcone. Estati e inverni, il fisiologico corso degli anni.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ho lasciato la Calabria a trent&#8217;anni. Un&#8217;età un po&#8217; strana per emigrare. Solitamente dopo i venticinque o sei già fuori o rimani lì. Per sempre.<br />
Dalla Calabria sono andati via in tanti.<br />
Da ragazzo, nel bar dove passavo le estati, sentivo spesso frasi che mi son rimaste in mente come chiodi conficcati nel cemento: &#8220;quello s&#8217;è fatto 20 anni di Svizzera&#8221;. Farsi la Svizzera, come farsi la galera. Emigrazione uguale sofferenza. Ad agosto il mio paese si riempiva dei suoi emigrati. Le macchine con targhe Zurigo quasi eguagliavano quelle targate Cosenza. In ogni frigo comparivano le tavolette del cioccolato d&#8217;oltralpe.<span id="more-27"></span><br />
E adesso che se giro lo sguardo il confine con la Svizzera riesco quasi a toccarlo, ripenso a quelle parole. A quelle frasi che ascoltavo in silenzio e che nascondevano grandi realtà.<br />
Ho fatto due passi a Porta Genova, prima di rincasare. Stasera Milano ha un odore strano. Il Naviglio non è solo zanzare e movida. E&#8217; anche scorrere lento del tempo, in una città che non si ferma. Che scappa.<br />
Riesce a regalarmi momenti di quiete, il fiume che nasce dal Ticino. Ho pensato proprio alla Svizzera e agli emigrati che al mio paese tornano sempre meno spesso. Ho pensato ai loro viaggi interminabili, che culminano nella Salerno-Reggio della &#8216;ndrangheta. Ai lunghi inverni passati in terra straniera. Alle fabbriche e ai week-end di sudore davanti al forno di una pizzeria.<br />
Scappati per forza. Schizzati fuori da realtà ristrette. Da una terra per pochi. Da un posto dove rimanere vuol dire adattarsi. Rinunciare.<br />
La mia Calabria la conosco bene. Ne ho assaggiato i sapori e annusato gli odori. Ho visto ragazzini crescere e andar via prima di diventare uomini. Amici finire nel giro sbagliato, compagni venire al partito solo per fumare gli spinelli.<br />
Ho visto pezzenti arricchirsi con la coca, imprenditori dritti costretti alla fuga e nuovi manager aprire bottega. Ho perso amici d&#8217;infanzia. Qualcuno per sempre.<br />
Ho visto ipermercati deserti, costruiti per riciclare denaro. Tre, anche quattro nel giro di qualche chilometro. Ho conosciuto avvocati pagati dai clan mensilmente, come i dipendenti di un&#8217;azienda.<br />
Ho seguito quasi con ossessione i fatti di Duisburg, i sequestri al Porto di Gioia Tauro, gli agguati agli operai dell&#8217;autostrada. Ho conosciuto la Calabria dei rifiuti tossici e dei bimbi di Crotone, coi loro capelli al cadmio. Quella dei politici a tempo indeterminato. Dei picciotti nelle Golf, la domenica pomeriggio. Quella dei neri di Rosarno e dei rumeni della Sibaritide. Ho lavorato al fianco di giornalisti coraggiosi e di pennivendoli legati alle lobby. Ho conosciuto la censura e ho capito che era il momento di andare. Di lasciare.<br />
Qualche ora fa ho ricevuto una mail da un vecchio cronista di provincia: &#8220;Quanti altri giovani come te deve perdere la nostra terra?&#8221;. Ha due figli della mia età, emigrati entrambi. Professionisti al Nord. Non torneranno. In Calabria ha costruito, coi sudori di una vita, una casa che adesso abita insieme alla moglie. Nei due appartamenti sopra al suo l&#8217;eco del silenzio rimbalza fra le tapparelle abbassate. Mattone dopo mattone, sognava che quella diventasse la casa della sua famiglia. In quel giardino avrebbe costruito un&#8217;altalena per i nipoti. Ora la ruggine ha già consumato le ringhiere.<br />
Ho riletto la sua mail un paio di volte. Volevo cancellarla e risparmiare la stretta al mio stomaco. Poi ho risposto. &#8220;Chi vince? Chi perde?&#8221;.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">BIAGIO SIMONETTA</span></p>
</div>
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		<title>Crotone, viaggio nelle periferie scaricate</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Mar 2010 10:56:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[CROTONE &#8211; Un berretto della Juventus gli nasconde i danni della chemio. Il carrello s’è incastrato. Non ne vuole sapere di entrare nelle guide. Luigino ci mette tutta la forza che ha dentro. Guarda, poi sorride. Ha otto anni. Un sabato senza scuola, per seguire mamma. Il centro commerciale, la spesa. Le caramelle aperte in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>CROTONE &#8211; Un berretto della Juventus gli  nasconde i danni della chemio. Il carrello s’è incastrato. Non ne vuole  sapere di entrare nelle guide. Luigino ci mette tutta la forza che ha  dentro. Guarda, poi sorride. Ha otto anni.</p>
<p>Un sabato senza scuola, per seguire mamma. Il centro  commerciale, la spesa. Le caramelle aperte in fretta che sbucano dalla  tasca della tuta.</p>
<p>Papà è al lavoro.  In mare. Stava a “Pertusola Sud” prima del fallimento. Prima dello  scandalo.</p>
<p>«Si è ammalato tre anni  fa. Carcinoma polmonare. Siamo in cura a Bologna, al Sant’Orsola. Ce la  farà?». E’ quasi un lamento quello della madre del piccolo. Occhi neri,  sulla quarantina. Ha i colori di questa terra.</p>
<p>Lei pulisce scale durante la settimana.  Uffici, abitazioni. «Quello che capita».</p>
<p>Per curare Luigino i soldi non bastano mai, ci si arrangia.  L’Emilia è lontana. L’Emilia è la terra della Bonatti, impresa di  costruzioni che il pm Bruni ha nel mirino per la storia dei rifiuti  tossici.</p>
<p>Il bambino, nonostante il  male, mostra volontà. Reagisce. Fissa gli anelli. Cerca di sfilarne uno.  E’ bello poterglielo regalare.</p>
<p>E’  felice. Se lo infila al pollice destro, stringendo il pugno per non  farlo cadere. Poi alza il braccio quasi scheletrico, come ad esultare.  Sorride, Luigino. «Forza Juve». E va via.<span id="more-15"></span></p>
<p>Il cielo su Crotone regala nubi a sprazzi. Pioggia pigra.  Passovecchio te lo trovi all’ingresso della città, se vieni da Nord. Da  una parte il centro commerciale, dall’altra quel che resta della zona  industriale. Pertusola, rifiuti, Montedison, un banco della frutta coi  cartelli inzuppati. Il mare nascosto da zone morte. Cemento inutile.  Radioattività.</p>
<p>Mentre le fabbriche  chiudevano, i signori degli ipermercati inauguravano nuove strutture,  qui. I crotonesi ci passano pomeriggi interi, calpestando suolo  sospetto, affascinati da tecnologia a basso costo. La disoccupazione non  si riflette granché sulle file alle casse. Le finanziarie avanzano come  mostri. Puoi permetterti tutto, a rate.</p>
<p>Crotone, la città del Cic. Il famigerato Conglomerato  idraulico catalizzato. Materiale duro, che riempie. Diciotto siti, da  queste parti, sono stati sequestrati nell’ambito dell’inchiesta Black  Mountains, coordinata dal pm Pierpaolo Bruni, perché costruiti con  materiale pericoloso. Rifiuti tossici sin dalle fondamenta.  Trecentocinquantamila tonnellate di orrore. Materiali come il Cic,  appunto. Scuole, uffici, case. La questura.</p>
<p>Luigino, fino a qualche anno fa, correva nel grigio pallido  della periferia. Periferia, come Lampanaro, quartiere che si affida alla  volontà di Dio ogni volta che piove.</p>
<p>Ci si arriva uscendo a Crotonte Sud. Sì, perché a Sud si sta  sempre peggio. Anche a Crotone.</p>
<p>Più  in là c’è un aeroporto non operativo da mesi. Poi Isola Capo Rizzuto, la  terra degli Arena. Dei bazooka.</p>
<p>A  Lampanaro un camion dell’Arpacal regala speranze. Il quartiere è  costruito in modo preciso. Le strutture sembrano un invito  all’autoghettizzazione. Le geometrie ricordano un po’ Scampia, le vele.</p>
<p>Edilizia popolare, piastrelle  consumate. Carceri. Parabole puntate a est. Una per ogni balcone.  Centocinquanta antenne. Sotto quelle case ci sarebbero gli scarti di  Pertusola. Il male. La gente è preoccupata. Ma non è scesa in piazza.  C’è rassegnazione fra queste mura. Come se la vita fosse grazia ricevuta  e basta. Niente indignazione, niente sogni. Fra i residenti, però, si  respira aria di solidarietà. Valori antichi. Bene.</p>
<p>Nel bel centro del quartiere c’è un campo  d’erba sintetica. Quella vera trova fatica a crescere, da queste parti.  E’ chiuso. Sigillato. C’erano le carte del sequestro attaccate alle  reti. I bambini le hanno strappate, come per cancellare una realtà che  ferisce, indebolisce. Annienta.</p>
<p>Fino  a qualche anno fa tiravano calci al pallone, sognavano di diventare  come il “cobra”, Andrea Deflorio, il bomber del Crotone più glorioso.  Gli anni della B. Gli anni di Vrenna.</p>
<p>Tre ragazzi portano delle pedane scassate sopra una cariola  malconcia. Occhi vispi. Maliziosi quanto basta. «Per caso ci hai fatto  una fotografia? No, pecchì u’ sa cchi vrigogna. U’ vì cu’ simu ridutti  male». Quella legna la stanno raccogliendo per il falò di Santa Lucia, e  sembrano increduli quando si accorgono che la loro tradizione non è  universale. Santa Lucia, la santa della vista, in un posto dove tutto è  invisibile. O è troppo evidente.</p>
<p>Alla  domanda se i rifiuti ci sono, la risposta è secca. Poche esitazioni. «E  allora no?».</p>
<p>A Lampanaro i casi di  cancro sono tanti. Metastasi e dolori. Chemioterapia diffusa. Bambini,  giovani, anziani. Casi disperati. Sogni infranti.</p>
<p>Pantaleone Clausi è a capo di un comitato  che si occupa dei guai del quartiere. La signora del chiosco lo avvisa,  lui scende. Vuole raccontare.</p>
<p>Parliamo  in mezzo alla piazza, mentre finestre sempre più curiose ci circondano.  Più in là un gruppo di ragazzi urla, scherzoso. Preparano il weekend,  magari a Isola, in discoteca.</p>
<p>«Ogni  volta che piove qua è un casino», racconta Pantaleone. «Adesso stanno  anche costruendo altre strutture. C’è di mezzo la Provincia. E qui le  cose sono peggiorate, l’acqua arriva dappertutto. Guarda! Guarda ’sto  tombino: ti sembra l’altezza giusta per un tubo questa?».</p>
<p>Lampanaro è un posto a sé. La città è  distante. Dall’altra parte c’è Fondo Gesù, altro quartiere scaricato  della città di Pitagora. Pantaleone lo indica col dito, chiudendo un  cerchio che pare voler racchiudere l’inferno.</p>
<p>E i rifiuti? «Dicono che ci sono. Ci devono spiegare bene cosa  c’è sotto ai nostri piedi. L’incidenza di tumori, qui, è alta. I miei  genitori sono deceduti entrambi per cancro. Ma qua ci sono bambini  malati, ragazzi. Spesso gli adolescenti si ritrovano delle macchie sul  petto, pruriti, asma. Non vogliamo creare allarmismo, ma è giusto che ci  dicano dove abitiamo. Qui si sta male. E nessuno fa niente».</p>
<p>Comincia a spirare un brutto vento. E’ ora  d’andare. Su Crotone è in arrivo un temporale. A Lampanaro incrociano le  dita.</p>
<p>Abbandonando la città sulla  sinistra riappare il centro commerciale di qualche ora prima. Quello del  carrello, di Luigino. Ce la farà?</p>
<p>Il  suo pugno teso con l’anello da grandi è un flash incancellabile. «Forza  Juve». Lampanaro è già lontano.</p>
<p>BIAGIO SIMONETTA</p>
<p>già pubblicato sul <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.ilquotidianodellacalabria.it');" href="http://www.ilquotidianodellacalabria.it/" target="_blank">Quotidiano  della Calabria</a> del 16 novembre</p>
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		<title>Sud, la vittoria di un sogno</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 14:52:21 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Scritti]]></category>
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		<description><![CDATA[Non l’ho mai visto con le mani nitide. A sedici anni suonavo il piano. Mio padre mi voleva musicista. Attilio, invece, lavorava in officina. Un piccolo genio del motore. Quando la sera ci trovavamo da Chen, in sala giochi per giocare al biliardo, gli fissavo le mani e poi guardavo le mie. Di uguale avevamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 16px;">Non l’ho mai visto con le mani nitide. A sedici anni suonavo il piano. Mio padre mi voleva musicista. Attilio, invece, lavorava in officina. Un piccolo genio del motore. Quando la sera ci trovavamo da Chen, in sala giochi per giocare al biliardo, gli fissavo le mani e poi guardavo le mie. Di uguale avevamo soltanto gli anelli.</span></p>
<p><big> Il grasso dei motori gli si infilava nelle unghie e gli macchiava le cuticole. Palmo e dorso erano ruvidi allo stesso modo. Se sistemi motori le tue dita cambiano aspetto. Diventano più grosse, meno sensibili. Quasi degli attrezzi da lavoro. Per duecentomila lire al mese si chiudeva in officina tutti i pomeriggi. Niente contratto, nessuna assicurazione. Se una batteria ti esplode in faccia devi raccontare chissà quale bugia. Nei garage umidi il lavoro è qualcosa che sparisce. Si perde. I diritti non esistono. Esiste soltanto il tuo sudore. La tua rabbia.<span id="more-4"></span> Al Sud bisogna accontentarsi. Attilio lo sapeva bene. La sera si lamentava, parlandomene davanti a un Civas e a una Pall Mall. Dentro gli leggevo la rabbia di un leone in gabbia. Sapevo che prima o poi sarebbe andato via da questo posto di sconfitti. In Calabria non c’è spazio per quelli come lui. Con una laurea può andarti bene e trovi posto da impiegato, passando il tempo a chiederti che senso abbia avuto studiare. Da operaio, invece, devi accontentarti di poco. Se non ti va bene, passi. C’è un altro. Attilio adesso aspetta un bambino. L’ho chiamato due sere fa. Nella sua voce ho percepito la stanchezza di un turno in fabbrica troppo dilatato e l’emozione di chi ha vinto.</big> <big>Attilio ha vinto, dentro una sconfitta. Ha lasciato la Calabria tre anni fa. Le sue spalle larghe gli hanno garantito un posto a Milano. Prepara supporti per macchinari industriali. Saldatura e sistemazione. Robetta, per lui. Lì dentro è già il migliore. Vive alle porte della città, in affitto. Ma presto comprerà casa. Può farlo, adesso. La sua donna lo ha seguito con un anno di ritardo. Lavorava in un supermercato a duecentocinquanta euro al mese per otto ore al giorno dietro a una cassa. Ora fatica al “Niguarda”. Operatrice socio sanitaria, come migliaia di ragazzi della mia terra. Dodici mesi di corso ti garantiscono un contratto in qualche ospedale del Nord. Si sono sposati due estati fa, in un giorno d’agosto col sole che brillava sui fiori. E fra qualche mese il loro amore darà il suo frutto. Crescerà nelle pianure lombarde, ai confini con la Svizzera dei calabresi mai tornati. Andrà a scuola e magari imparerà la chitarra. Della Calabria gli parleranno come qualcosa che appartiene al passato. Andato. Ci trascorrerà le estati e qualche Natale della sua infanzia. Forse qualcuno un giorno gli spiegherà che in quella terra lui non sarebbe mai nato. Perché uno schiavo d’officina e una cassiera non possono sognare. Perché partire, al Sud, è l’unico rimedio a una realtà che ti soffoca. Perché le mani di Attilio sono ancora ruvide, ma non ha più rabbia davanti a una Pall Mall.</big></p>
<p>BIAGIO SIMONETTA</p>
<p>questo articolo lo trobi anche qui:</p>
<p><a href="http://www.gliitaliani.it/?p=2397">http://www.gliitaliani.it/?p=2397</a></p>
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