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	<title>Retrovisore | un sito di Luca Pollini</title>
	
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		<title>Deejay, in 30 anni dalla musica alle parole</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 14:21:56 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2012/01/logo-deejay.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1435" title="logo-deejay" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2012/01/logo-deejay-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Dopo essere passato dai microfoni di Radio Milano International e Studio 105, nel 1982 Claudio Cecchetto decide di fondare una radio tutta sua («l’unico modo che avevo per fare una radio come volevo io – dice – era esserne proprietario»): acquista Radio Music 100 da Enrico Rovelli che ribattezza Radio Deejay e chiama al suo fianco gli amici Gerry Scotti, Jovanotti, Amadeus, Nicola Savino, Fiorello, Marco Baldini. Il primo febbraio cominciano le trasmissioni e il primo conduttore ad andare in onda è Gerry Scotti. Due anni più tardi arriva anche Linus. Rispetto alle altre grandi radio Deejay parte con sette anni di ritardo, ma il gap è subito colmato grazie alla ricerca di un pubblico selezionato (intorno ai 24 anni) e a una rigida linea editoriale dettata da Cecchetto, quella che prevede interventi parlati di pochi secondi ogni quattro brani trasmessi, lo slogan è «in poche parole, tanta musica». Un anno dopo avviene il primo soprasso a scapito di Radio 105, l’emittente privata più ascoltata, il successo è dovuto anche a operazioni d’immagine e promozionali efficaci, a un’intensa attività di promozione discografica, alla creazione di personaggi, e all’organizzazione di eventi. Alla fine degli anni Ottanta Radio Deejay trasmette su tutto il territorio nazionale tanto che, da allora, il claim che accompagna la radio è “one station one nation”. <span id="more-1434"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2012/01/happy_birthday_radio_deejay.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1436" title="happy_birthday_radio_deejay" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2012/01/happy_birthday_radio_deejay-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Decisivo, per ottenere il primato, il lancio nel 1984 di Deejay Television, programma di videoclip in onda tutti i giorni su Italia 1 grazie al quale la radio riesce a diffondere su tutto il territorio nazionale il suo marchio e a far conoscere i suoi conduttori. Nel 1994 Cecchetto se ne va e Linus diventa il direttore e nel 1997 l’emittente viene acquistata dal Gruppo L’Espresso. Da allora Radio Deejay modifica a più riprese il proprio format musicale ma soprattutto cambia progressivamente strategia fino a trasformare radicalmente l’identità dell’emittente, con un intrattenimento parlato, gestito da personaggi di grande richiamo, spesso lanciati dalla radio stessa e sostenuti da una buona visibilità televisiva. E Deejay oggi è sempre più “talk radio”, radio di parole, controcorrente rispetto al mercato che vede la maggior parte delle radio trasformarsi in una semplice colonna sonora della giornata. Martedì 31 gennaio, dalle 21 al Forum di Assago (Milano) Radio Deejay festeggia il suo trentesimo compleanno con una serata-evento, alla quale sono invitati tutti i suoi ascoltatori, animata da tanti personaggi che hanno costruito la sua celebrità.</p>
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		<title>La cabina degli innamorati</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 14:40:32 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2012/01/03_352-288.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1423" title="03_352-288" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2012/01/03_352-288-300x245.jpg" alt="" width="300" height="245" /></a>Un parallelepipedo di acciaio e vetri (molto sporchi), da un lato due porte tipo saloon regolate da una molla sempre troppo dura, per terra un tappeto di mozziconi di sigarette, l’aria stantia. In questo ambiente più di una generazione di innamorati – con le tasche gonfie di gettoni o monete &#8211; ha passato ore a parlare e sognare con i rispettivi fidanzati. La descrizione è della cabina del telefono, oggetto ormai desueto e quasi letterario, ideato dalla società Stipel sessant’anni fa per rendere più comodo l’uso dei telefoni pubblici che sino ad allora erano piazzati nei bar, nelle edicole e nei luoghi chiusi appositamente attrezzati. La prima cabina è installata il 10 febbraio 1952 a Milano, nella centralissima piazza San Babila, pochi mesi dopo spuntano in tutte le grandi città ed entrano, di diritto, a far parte del paesaggio urbano. Oggi, che il telefonino è diventato un bene di tutti, la Telecom vorrebbe smantellarle tutte (sul territorio sono poco meno di centomila) perché, cifre alla mano, dice che oltre il settanta per cento delle cabine viene utilizzato per fare al massimo due telefonate al giorno e che per mantenerle funzionanti – spesso sono oggetto di atti di vandalismi – costa parecchio, anche se già sul finire degli anni Ottanta cominciano a lasciare il posto a quella sorta di chiostri aperti che sono in funzione ancora oggi. <span id="more-1422"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2012/01/gettone.gif"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1424" title="gettone" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2012/01/gettone-150x150.gif" alt="" width="150" height="150" /></a>Le cabine sono però tutelate come il panda per il Wwf dal garante per le telecomunicazioni che obbliga l’azienda a mantenerle efficienti negli ospedali, scuole, Asl, caserme e rifugi in montagna. Il momento di gloria la cabina l’ha avuto negli anni Settanta, nel 1971 in Italia se ne contano 2.500, alla fine del decennio 33 mila. Vengono installate sulle strade e nelle piazze di maggiore traffico, negli angoli delle vie, a ridosso di un lampione. E la gente faceva la coda, con le tasche strapiene di gettoni, un disco di bronzo di 24 millimetri di diametro ideato sempre dalla Stipel che sino al 1979 vale 50 lire, 100 all’alba del 1984 e 200 lire sino al pensionamento forzato con l’arrivo delle tessere prepagate e delle carte magnetiche e all’addio definitivo nel dicembre del 2001, perché l’euro non lo prende neppure in considerazione. Anche per le cabine telefoniche il sipario non tarderà a calare: entro il 2015, salvo casi eccezionali, è prevista la totale rimozione. E resteranno solo un ricordo per gli innamorati del secolo scorso.</p>
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		<title>Pirelli, mito da appendere e collezionare</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 15:23:44 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/Pirelli2012.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1420" title="Pirelli2012" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/Pirelli2012-300x208.jpg" alt="" width="300" height="208" /></a>Può un semplice calendario rappresentare un fenomeno culturale e di costume che segna la vita del Paese? Sì, se il calendario in questione è quello della Pirelli, “The Cal”, come viene chiamato in tutto il mondo. Dal 1964, anno in cui è stato pubblicato per la prima volta, il calendario si è lentamente trasformato in un oggetto di culto, dovuto anche al fatto che è stampato in edizione limitata (poco più di ventimila copie) e non viene venduto, ma  ma regalato, direttamente dall’azienda, a un pubblico selezionato di clienti e Vip. Quello del 2012 è il primo realizzato da un fotografo italiano, Mario Sorrenti. Protagoniste della trentanovesima edizione dodici top model, tra queste Kate Moss, Milla Jovovich e la nostra Margareth Madè. Da oltre quarant’anni <em>The Cal</em> è una testimonianza storica dell’evoluzione del gusto, della moda e del costume della società contemporanea perché, sin dalla prima edizione, non è mai stato un calendario qualsiasi, ma un prodotto particolare, caratterizzato da immagini di fascino, nudi artistici, simboli estetici e icone femminili entrate a far parte dell’immaginario collettivo. Inoltre, lavorare per il calendario Pirelli, sia per le modelle sia per i fotografi, diventa un segno di distinzione. Sfogliando i mesi delle trentotto edizioni sin qui realizzate, ci s’imbatte in splendide immagini e altrettante splendide donne, gli unici ingredienti che hanno reso The Cal esclusivo e inimitabile, trasformandolo da semplice iniziativa pubblicitaria a status symbol, a icona della bellezza, uno specchio dei tempi che ha avuto sempre la capacità di intuire – con un anno d’anticipo – la tendenza dell’anno successivo. <span id="more-1413"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/1969-0061.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1415" title="1969-0061" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/1969-0061-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><strong>ANNI SESSANTA/L’esordio </strong>Il primo calendario, quello del 1963, è affidato a Terence Donovan, fotografo londinese, l’idea è semplicemente quella di pubblicizzare i prodotti Pirelli. Donovan sceglie dodici donne, una per ciascun Paese dove vengono esportati i prodotti. L’anno dopo tocca a Robert Freeman, fotoreporter inglese che non ha mai fotografato posati, che decide di immortalare sulle spiagge di Maiorca due ragazze semplici, magre, poco truccate, in netto contrasto con lo stereotipo femminile dell’epoca, la maggiorata. Per l’edizione 1965, epoca in cui si comincia a respirare una certa libertà di costume, le foto si scattano nel Principato di Monaco e questa volta il paesaggio passa in secondo piano. L’obiettivo di Brian Duffy, infatti, si sofferma soprattutto su uno short di jeans sbottonato sull’ombelico o su un primo piano di un sedere. Da autentico testimone del tempo il calendario del  1969 è ambientato in California, terra quanto mai di moda in questo periodo. Harry Peccinotti, il fotografo incaricato, non vuole modelle perché è convinto che le spiagge californiane siano piene di belle ragazze, bionde e abbronzate che inquadra soprattutto nei particolari, seni, sederi, labbra su una bottiglietta di Coca Cola, lingua che lecca un ghiacciolo.</p>
<p><strong><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/1970-012.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1416" title="1970-012" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/1970-012-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>ANNI SETTANTA/Il primo nudo, poi la crisi </strong>La nudità è ormai inflazionata, sulle spiagge cominciano a vedersi i primi monokini e tutti si aspettano, nei calendari che aprono il decennio, un trionfo di seni nudi. Ma François Giacobetti, fotografo per il 1970 e il 1971, va in controtendenza: per lui la nudità e l’emancipazione femminile sono temi inflazionati, e sulle spiagge esotiche delle Bahamas e della Jamaica le modelle indossano costumi da bagno e i rari nudi sono soffusi da luci al tramonto e studiati controluce. Nel 1972 il calendario è a un bivio: alla Pirelli si accorgono che devono cambiare qualcosa altrimenti c’è il rischio che il calendario, con le sue foto di nudo artistico, venga trattato alla stregua di una pubblicazione pornografia, genere che sta invadendo la carta stampata. Per allontanare qualsiasi dubbio si chiama la fotografa Sarah Moon, che ritrae una donna sicura, femminile e niente affatto provocatrice. Nonostante questo, è lei &#8211; una donna &#8211; che infrange la direttiva aziendale, ormai troppo anacronistica negli anni Settanta, del divieto del nudo: il mese di maggio, infatti, è rappresentato da un primo piano di un seno completamente nudo. La crisi petrolifera è alle porte, la Pirelli naviga in cattive acque e non ha intenzione di investire troppo per sostenere la realizzazione del calendario. E il prodotto rispecchia fedelmente l’atmosfera del momento. 1973: Realizzato a Londra, per contenere i costi, le modelle non sono più ritratte in pose morbide e abbandonate, ma sono rigide, tese, in pose innaturali, vestite con tute di latex. La stampa lo boccia e lo definisce perverso. Così, l’anno successivo, si ritorna in spiaggia, alle Seychelles. Il risultato sono scatti con sorrisi, pelli abbronzate, nudi, pose morbide e ammiccanti: immagini fuori luogo per il momento che il mondo sta attraversando. La guerra del Kippur e l’irrisolta crisi mediorentale scatenano la crisi petrolifera e l’Europa si impone l’austerity: si riduce l’illuminazione stradale, si chiudono anticipatamente cinema e locali notturni, si vendono meno automobili e, di conseguenza, meno pneumatici. Per la Pirelli è crisi e, tra i costi che taglia, c’è la produzione del calendario. Una chiusura che non passa inosservata, tanto che il <em>Sun</em> titola: “Hanno licenziato le pin-up”.</p>
<p><strong><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/calendar1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1417" title="calendar1" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/calendar1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>ANNI OTTANTA/La rinascita </strong>«Anni bui, i Settanta, anche perché orfani del Calendario Pirelli» ha detto recentemente un sociologo. Il buio è durato fino al 1984 quando la Pirelli, nonostante stia ancora leccandosi le ferite della crisi petrolifera e del burrascoso divorzio con l’inglese Dunlop, vuole di rilanciare la sua immagine e decide di farlo attraverso il calendario. Gli anni Ottanta sono ricchi e suggeriscono una nuova immagine. Così si torna alle Bahamas e il leit motiv dei dodici mesi, assieme alle top model, ai luoghi esotici e alle suggestioni erotiche, è l’impronta del battistrada che viene riprodotta sulla sabbia, sui corpi, sugli oggetti. L’idea si è rivelata vincente, tanto che si decide di replicarla anche gli anni successivi: dodici mesi di nudi totali intrecciati ai pneumatici. Da segnalare quello del 1987, dove l’elemento caratterizzante del calendario è, oltre l’impronta del pneumatico, l’abbinamento di gioielli d’oro con la pelle scura delle modelle e che vede l’esordio di una giovanissima Naomi Campbell; e quello del 1988, dove si rompe la tradizione del “solo donne” con un corpo maschile, mimetizzato da una tuta aderente che stilizza il disegno del battistrada. E proprio quest’ultimo si segnala come uno dei calendari più casti.</p>
<p><strong><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/L’arte-di-denuncia-in-formato-“The-Cal”.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1418" title="LA LOREN INCANTA PLATEA A PRESENTAZIONE CALENDARIO PIRELLI" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/12/L’arte-di-denuncia-in-formato-“The-Cal”-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>ANNI NOVANTA/Nel segno delle top model </strong>La donna è cambiata ancora e quella del nuovo decennio è sempre più forte e sicura del suo nuovo ruolo nel mondo del lavoro. Sono gli anni del boom delle palestre, della cura del proprio corpo, delle donne manager e The Cal ritrae una donna sportiva (1990); eroica e intelligente (1991); volutamente provocatrice e sensuale (1993). L’edizione del 1994, che celebra il trentesimo anniversario, è intitolata <em>In Praise Of Woman</em> e curata dal fotografo Herb Ritts, che ha appena firmato i video di Madonna e Michael Jackson. Il suo intento è quello di rappresentare una donna fresca, intima, poco incline a seguire le mode del momento: e lo fa alle Bahamas immortalando Cindy Crawford, Helena Christensen, Karen Alexander e Kate Moss. Il calendario ottiene un successo clamoroso. Un successo che si cerca di bissare l’anno successivo chiamando a scattare uno dei grandi nomi della fotografia, Richard Avedon. Il tema sono “Le stagioni” e Avedon, all’età di 71 anni, lascia momentaneamente l’astratto e ritorna alle immagini più realistiche. Da segnalare il ritorno di Naomi Campbell, molto cambiata rispetto all’esordio del 1972. Top model anche per quello del 1996, quando Peter Lindbergh, per l’edizione intitolata <em>Timeless Views</em> e prodotta in bianco e nero (prima volta in assoluto nella storia del calendario) vuole davanti all’obiettivo Nastassia Kinski, Eva Herzigova, Carrè Otis ritratte non come modelle ma come donne comuni con la loro bellezza spontanea e personale. Nel 1998 si celebrano i 125 di attività della Pirelli e il calendario, che compie 25 anni, si presenta con una novità rivoluzionaria: per la prima volta vengono presentate anche immagini di uomini, ritratti di personaggi famosi (sportivi, attori, cantanti) affiancati da top model.</p>
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		<title>Sessant’anni di storia nei clic dell’Ansa</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 11:30:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ “Il lavoro più duro non è stato l&#8217;allestimento, ma la scelta delle immagini. Erano tantissime” confessa un collega che ha partecipato all&#8217;organizzazione della mostra. E non si può che dargli ragione: dal 1945, anno in cui Giuseppe Liverani, Primo Parrini e Amerigo Terenzi fondano l&#8217;agenzia Ansa (sulle ceneri dell&#8217;Agenzia Stefani, ormai marchiata dal fascismo) le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/11/041.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1402" title="L'ATTRICE ITALIANA SOPHIA LOREN AL TERZO RALLY DEL CINEMA" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/11/041-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a> “Il lavoro più duro non è stato l&#8217;allestimento, ma la scelta delle immagini. Erano tantissime” confessa un collega che ha partecipato all&#8217;organizzazione della mostra. E non si può che dargli ragione: dal 1945, anno in cui Giuseppe Liverani, Primo Parrini e Amerigo Terenzi fondano l&#8217;agenzia Ansa (sulle ceneri dell&#8217;Agenzia Stefani, ormai marchiata dal fascismo) le foto in archivio sono oltre 4 milioni e mezzo. Un archivio che ogni giorno cresce di circa 200 nuove immagini, tante sono le foto che l&#8217;Ansa lancia in rete quotidianamente. E&#8217; facile perciò immaginare che lavoro immane dev&#8217;essere stato estrarre gli scatti per la mostra “Fotografiamoci: 60 anni di vita italiana nelle immagini dell&#8217;Ansa”, allestita al Vittoriano a Roma. La mostra, una sorta di libro di storia illustrato, racconta la vita italiana dal Dopoguerra ad oggi, grazie alle immagini che la più grande agenzia del Paese ha trasmesso alle redazioni, documentando il vorticoso cambiamento dell&#8217;Italia tra cronaca, politica, costume, spettacolo, sport.<span id="more-1397"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/11/062.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1404" title="PIAZZA LOGGIA: TUTTI ASSOLTI I CINQUE IMPUTATI" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/11/062-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>E la maggior parte delle fotografie, siano essi personaggi o singoli volti, manifestazioni di massa, tragedie o avvenimenti sportivi, rinnovano emozioni dimenticate, perché sono legate ad eventi che hanno segnato la storia del Paese, incisi nella memoria collettiva. E così tornano a riaffiorare i ricordi delle grandi tragedie (Vajont, Belice, Friuli), dei misteri irrisolti (Ustica, piazza Fontana), dei successi nazionali (i premi Nobel a Eugenio Montale e Dario Fo, e gli Oscar a De Sica e Benigni, le vittorie ai Mondiali di calcio di Bearzot e Lippi e quelle della Ferrari). E poi i periodi gioiosi della Dolce vita, del boom economico, delle prime sfilate d&#8217;alta moda e quelli più cupi del Sessantotto, degli Anni di piombo con il rapimento di Aldo Moro, e della mafia con gli assassini del generale Dalla Chiesa e dei giudici Falcone e Borsellino. Ci sono poi i ritratti dei personaggi che hanno segnato la storia, Alcide De Gasperi, i grandi Papi, l&#8217;avvocato Agnelli, Indro Montanelli. Le immagini vengono esposte in sette sezioni, una per ogni decennio, ciascuno introdotto da un&#8217;immagine femminile, simbolo di quegli anni, e da un testo a firma di un testimone dell&#8217;epoca. Gli anni &#8217;40 sono rappresentati da Anna Magnani e Giulio Andreotti; alla signora della tv Nicoletta Orsomando e Alberto Arbasino sono affidati i &#8217;50; Mina e Gianni Morandi è la coppia dei “favolosi” anni &#8217;60, la sezione dei &#8217;70 vede il volto di Nilde Jotti e l&#8217;introduzione di Ettore Scola; Rita Levi Montalcini e Giorgio Armani sono testimonial degli anni &#8217;80, gli anni &#8217;90 si aprono con la foto di Rosaria Costa, vedova ventiduenne di Vito Schifani, agente di scorta del giudice Borsellino, e uno scritto del giurista Gustavo Zagrebelsky. Si arriva così al nuovo millennio con la campionessa di nuoto Federica Pellegrini e l&#8217;ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. A<span style="font-family: Book Antiqua, serif;">nche il 2011, con la sua realtà in divenire, giorno per giorno, è dedicata un’apposita sezione aggiornata in tempo reale per tutta la durata dell’esposizione. </span>Come per il notiziario scritto, anche le fotografie rispecchiano lo “stile” Ansa: gli scatti, infatti, mostrano esclusivamente la realtà senza forzature e senza eccessi di spettacolarizzazione.</p>
<p>&#8216;Fotografandoci&#8217;, in programma al Vittoriano di Roma, rimarrà aperta fino all&#8217;11 dicembre. L&#8217;ingresso è gratuito.</p>
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		<title>De Gregori, il calcio e il ’68</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 13:17:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/Francesco+De+Gregori+degregorima21.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1393" title="Francesco+De+Gregori+degregorima21" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/Francesco+De+Gregori+degregorima21-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Forse Francesco De Gregori l’aveva capito che gli anni Ottanta, il decennio che ha spazzato via tutte le ideologie sessantottine sostituendole con l’evasione a tutti i costi e il disimpegno, sarebbero stati “l’inizio della fine”. Non è un caso, quindi, che il suo primo disco pubblicato negli anni della Milano da bere lo intitola <em>Titanic</em>, come il gigantesco transatlantico affondato nel 1912 durante il suo viaggio inaugurale, una metafora sul prossimo naufragio del Paese.  L’album, uscito nel 1982, è uno dei più belli del cantautore romano (e non solo) grazie a 5-6 brani indimenticabili. Tra questi <em>La leva calcistica della classe ’68</em>, dove il calcio è visto come metafora della vita e della politica. Il brano trova la sua forza proprio nel farsi metafora dell’utopia di una generosa generazione che purtroppo non ha «vinto mai» e che si è vista costretta a «appendere le scarpe a qualche tipo di muro». Non è un caso che Nino, il ragazzo «dalle spalle strette», sia nato nel 1968, anno di contestazioni, illusioni, utopie, violenze, pochi successi e tante sconfitte. <span id="more-1392"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/0000305649_350-1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1394" title="0000305649_350-1" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/0000305649_350-1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>È la mesta conclusione di un tragitto ricco di passione, di una generazione che tutti pensano (e qui si torna alla metafora del titolo dell’intero album) sia naufragata e che lui, invece, salva. Perché, come recita il testo, si può anche sbagliare un calcio di rigore ma «non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore». De Gregori, infatti, ricorda che «un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia», tre ingredienti fondamentali di quegli anni “formidabili” (Mario Capanna dixit), la canzone sembra voglia trasmettere un’esortazione a non mollare, ad avere fiducia nella forza del sogno, nella convinzione, che è giusto «non aver paura di sbagliare un calcio di rigore». Nel 1989 il brano ha conosciuto una sorta di seconda giovinezza grazie a Gabriele Salvatores che l’ha inserita nella colonna sonora di <em>Marrakech Express</em> su sollecitazione, come ha dichiarato lo stesso regista,  di Diego Abatantuono: «A Diego piaceva molto, e ha caldeggiato l’inserimento nella colonna sonora: in effetti parla quasi della storia del film e calza a pennello». <em>Titanic</em> è una sorta di concept album dove si affrontano i problemi del disastro (morale, culturale, politico, economico) che incombe sull’Italia. Ed è proprio il transatlantico diventa una metafora dell&#8217;umanità che, divisa in classi, si dirige verso il disastro.</p>
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		<title>Guerre, lotte e disimpegno tra canzoni e canzonette (3a parte)</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 15:37:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/tiamo.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1386" title="tiamo" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/tiamo-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il fenomeno dei cantautori continuò a diffondersi coinvolgendo nuove generazioni di musicisti  negli anni Settanta, un decennio di contraddizioni per la canzone italiana. In piena rivoluzione femminista hanno un successo incredibile <em>Ti amo</em> di Umberto Tozzi (che canta «fammi abbracciare una donna che stira cantando») e <em>Tanta voglia di lei</em> dei Pooh, storia di un tradimento dove protagonista, pentitosi della scappatella, decide di tornare dalla sua amata « &#8230; mi dispiace di svegliarti, forse un uomo non sarò, ma a un tratto so che devo lasciarti, fra un minuto me ne andrò &#8230; », anche se, in parte, le donne furono “vendicate” da Claudia Mori che, in <em>Buonasera dottore</em>, fa la parte dell’amante in una telefonata al suo uomo che cerca di non destare sospetti in un&#8217;epoca senza cellulari e sms. Erano gli anni di Piombo, dove Eugenio Finardi inneggiò alla <em>Musica ribelle</em> «che ti entra nelle ossa, che ti entra nella pelle»; gli Area  avvertivano che «il mio mitra è un contrabbasso che ti spara sulla faccia» (Gioia e rivoluzione); Fabrizio De Andrè ricordava che si poteva «morire per delle idee, ma di morte lenta»; per Gianfranco Manfredi la gioia era « nel prendersi la mano, nel tirare i sampietrini, nell’incendio di Milano, nelle spranghe sui fascisti nelle pietre sui gipponi» (Ma chi ha detto che non c’è) e, allo stesso tempo Claudio Baglioni stava «accoccolato ad ascoltare il mare» (E tu); Angelo Branduardi raccontava che «alla fiera dell’est un topolino mio padre comprò» e Riccardo Cocciante chiedeva a una donna «e adesso spogliati come sai fare tu» (Bella senz&#8217;anima). E, per la buona pace delle femministe, nel 1978 Viola Valentino dichiarò «Comprami, io sono in vendita, e non mi credere irraggiungibile».<span id="more-1385"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/righeira2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1387" title="righeira2" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/10/righeira2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Dopo un decennio grigio, buio e violento, l’Italia canora compì una brusca inversione di rotta. Basta con testi politici e sociali; largo al non sense e al disimpegno: è lo specchio degli anni Ottanta, gli anni della Milano da Bere. I cantautori segnarono il passo a favore di brani ballabili, tormentoni che ebbero facile presa sul pubblico. Franco Battiato abbandonò la ricerca musicale e conquistò le hit parade con «Cuccuruccuccù Paloma»; Alberto Camerini, passò dalle canzoni politiche del Parco Lambro al <em>Rock’n’roll Robot</em> del Festivalbar travestito da Arlecchino; poi i Righeira di «Vamos alla playa oh oh-oh-oh-oh»; <em>Un’estate al mare</em> di Giuni Russo dove si vedevano da lontano «gli ombrelloni-oni-oni» e in discoteca, invece di Donna Summer, si ballava il <em>Gioca-Jouer</em> di Claudio Cecchetto e la demenziale <em>C’è da spostare una macchina</em> di Francesco Salvi. Insomma, il trionfo del non-sense e della leggerezza. Negli anni Novanta la canzone italiana tornò d’autore grazie Ligabue, Vasco Rossi, Zucchero, ma la novità fu rappresentata dagli 883, gruppo prodotto da Claudio Cecchetto, la cui forza è l&#8217;orecchiabilità e l&#8217;immediatezza. I brani raccontano di storie di provincia, semplici e genuine, un esempio su tutti è <em>Gli anni</em>: «Stessa storia, stesso posto, stesso bar, stessa gente che vien dentro consuma, poi va… … gli anni delle immense compagnie, gli anni in motorino sempre in due». Poi scoppiò il fenomeno Jovanotti che, dopo un inizio di carriera sull’onda del non sense, riuscì a recuperare diventando portavoce di disagi giovanili e non solo.</p>
<p>Oggi le tecnologie hanno cambiato radicalmente il modo di scrivere e di ascoltare musica, la nostra canzone si è impoverita delle sue qualità poetiche ed è sempre più omogenea con l’offerta internazionale, con il rischio di perdere per sempre i punti fermi della nostra tradizione canora. (<em>3 &#8211; fine</em>)</p>
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		<title>Guerre, lotte e disimpegno tra canzoni e canzonette (2a parte)</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Sep 2011 14:02:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Alla fine della seconda guerra mondiale si diffusero rapidamente tutte le mode musicali di origine straniera ostacolate negli anni precedenti dal regime. Per contrastare questa tendenza, e favorire il ritorno alla canzone melodica all’italiana, nel 1951 nasce il Festival di Sanremo, annunciato come “una nuova iniziativa volta a valorizzare la canzone italiana”. I venti brani [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/nilla_pizzi.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-1379" title="nilla_pizzi" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/nilla_pizzi-300x266.gif" alt="" width="300" height="266" /></a>Alla fine della seconda guerra mondiale si diffusero rapidamente tutte le mode musicali di origine straniera ostacolate negli anni precedenti dal regime. Per contrastare questa tendenza, e favorire il ritorno alla canzone melodica all’italiana, nel 1951 nasce il Festival di Sanremo, annunciato come “una nuova iniziativa volta a valorizzare la canzone italiana”. I venti brani in gara raccontano un’Italia del tutto ripiegata nel privato: dodici trattano storie o temi d’amore e magnificano bellezze paesaggistiche; tre sono incentrati sulla nostalgia del passato o sulla critica dei tempi moderni; due raccontano favole per bambini. Nulla di nuovo, dunque, tanto che dopo il Festival il <em>Radiocorriere</em> titolerà: «Il mondo cambia, le canzoni no». <span id="more-1378"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/Domenico_Modugno_al_Festival_di_Sanremo-31534.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1380" title="Domenico_Modugno_al_Festival_di_Sanremo-31534" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/Domenico_Modugno_al_Festival_di_Sanremo-31534-276x300.jpg" alt="" width="276" height="300" /></a>Qualcosa cambiò nel 1958, quando Domenico Modugno sul palcoscenico di Sanremo, spalancò le braccia e fece cantare milioni di italiani in un coro liberatorio. La canzone, <em>Nel blu dipinto di blu</em>, che vinse il Festival e vendette 32 milioni di copie, parla di un uomo che sogna di volare nel cielo infinito. Un sogno di libertà, sottolineato da Modugno quando, anziché portarsi la mano al cuore come di consuetudine, le aprì al grido di «Volareeee, oh oh…». L’anno dopo, sempre a Sanremo, si registrò il primo caso di censura: la vittima è <em>Tua</em>, cantata da Julia De Palma. Sotto accuse sono i versi «Tua, sulla bocca tua, per sognare in due per morir così, finalmente tua, così». La sera dopo, invece di “sulla bocca tua”, la De Palma cantò “ogni istante tua”. Per la cronaca si piazzò al 4° posto e il disco, pur trasmesso pochissimo, vendette migliaia di copie, segno che per gli italiani il sesso cominciava a non rappresentare un tabù.</p>
<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/fabriziodeandre_2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1381" title="fabriziodeandre_2" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/fabriziodeandre_2-227x300.jpg" alt="" width="227" height="300" /></a>Negli anni Sessanta la canzone italiana comincia a dividersi in più filoni. Quello “cantautorale” che cominciò a scrivere testi incentrati sui temi sociali (Fabrizio De Andrè, Luigi Tenco, Enzo Jannacci tra i primi); quello “balneare” nato sul boom delle prime vacanze al mare (con canzoni come <em>Abbronzatissima</em>; <em>Con le pinne il fucile e gli occhiali</em>; <em>Stessa spiaggia stesso mare</em>); quello “politico” nato sulla scia del Sessantotto e che ha in <em>Contessa</em> di Paolo Pietrangeli il suo esempio più significativo («compagni, dai campi e dalle officine/prendete la falce, portate il martello/scendete giù in piazza, picchiate con quello/scendete giù in piazza, affossate il sistema») e quello beat che, oltre a imitare lo stile dei gruppi stranieri e a tradurre i testi delle loro hit, sviluppò uno stile originale con un certo impegno sociale, come nel caso di <em>Proposta</em> dei Giganti, inno pacifista grazie al refrain «Mettete dei fiori nei vostri cannoni», o ancora <em>È la pioggia che va scritta</em> da Mogol per i Rokes nel 1967, che annuncia « Il mondo ormai sta cambiando e cambierà di più… … Ma noi che stiamo correndo avanzeremo di più».</p>
<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/GianniMorandi-Ceraunragazzo.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1382" title="GianniMorandi-Ceraunragazzo" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/GianniMorandi-Ceraunragazzo-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>La musica leggera, visto la grande popolarità, diventò sempre di più una cosa seria la politica tornò ad occuparsene. Ci fu un’interrogazione parlamentare su <em>C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones</em>, che Gianni Morandi avrebbe dovuto cantare in tv, per via del verso «mi han detto vai nel Vietnam e spara ai Vietcong» accusato di criticare “la politica estera di un paese amico come gli Stati Uniti”. Migliacci, autore del testo, si rifiutò di storpiare il pezzo e suggerì a Morandi di cantare, proprio per marcare l’avvenuta censura «mi han detto vai nel tatatà e spara ai tatatà», cosa che il cantante fece. (<em>2- continua</em>)</p>
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		<title>Guerre, lotte e disimpegno tra canzoni e canzonette (1a parte)</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 14:05:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[«…tenteremo, assistiti dal Verbo che ci ispira dal cielo, di giovare alla lingua della gente illetterata…» queste parole sono tratte dalla prima canzone italiana. Risale al Trecento, s’intitola De vulgari eloquentia e l’ha scritta Dante Alighieri. A chiamarla “canzone”, infatti, è lo stesso Dante, che definisce il suo scritto «Un’opera compiuta di chi propone parole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/lescano.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1366" title="lescano" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/lescano-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>«…<em>tenteremo, assistiti dal Verbo che ci ispira dal cielo, di giovare alla lingua della gente illetterata…»</em> queste parole sono tratte dalla prima canzone italiana. Risale al Trecento, s’intitola <em>De vulgari eloquentia</em> e l’ha scritta <strong>Dante Alighieri</strong>. A chiamarla “canzone”, infatti, è lo stesso Dante, che definisce il suo scritto «Un’opera compiuta di chi propone parole in armonia tra loro in vista di una modulazione musicale». Da allora la canzone diventa il genere musicale più caratteristico del nostro Paese attraverso il quale è possibile ripercorrere tutta la storia degli ultimi centocinquanta anni: le guerre e la dittatura, la ricostruzione e il boom economico, le lotte politiche e quelle giovanili, gli anni di Piombo e quelli dell’evasione. Una sorta di specchio che riflette i cambiamenti del costume e della nostra società.<span id="more-1365"></span>A partire dal Cinquecento, quando in Italia il termine canzone appare in opposizione al sonetto, i testi narravano situazioni rustiche e burlesche. Nel Seicento queste caratteristiche si sono evolute: le composizioni, più brevi, per far più presa sul popolo venivano cantate in dialetto e in poche decine di strofe si narravano, anche con passaggi satirici, battaglie cruente e amori, trovati o perduti. Così fino ai primi dell’Ottocento quando, accanto al repertorio romantico, cominciarono a scriversi i primi canti patriottici e politici che accompagnarono il periodo del Risorgimento; canzoni che, sul piano culturale e politico, contribuiranno alla crescita di una coscienza nazionale. Ad esempio Il <em>Canto degli italiani</em>, meglio noto come <em>Fratelli d’Italia</em>, composto da <strong>Goffredo Mameli</strong> e <strong>Michele No</strong>varo nel 1847 dove si manifesta l’entusiasmo per le imprese patriottiche dei primi dell’Ottocento; o <em>La bandiera tricolore</em>, scritto da <strong>Luigi Mercantini</strong> dopo la decisione del re Carlo Alberto di assumere come bandiera del regno il tricolore delle Cinque giornate di Milano. Alla seconda guerra d’indipendenza è invece legata <em>La bella Gigogin</em>, pubblicata nel 1858 da <strong>Paolo Giorza</strong>, che musicò un mosaico di strofe di vecchi canti e canzoni popolari di varie parti d’Italia, dove tra le strofe si sprona il re Vittorio Emanuele II a «Daghela avanti un passo (fare un passo avanti)» nell’unificazione italiana. Ma la patria non è l’unico tema: in questo periodo Filippo Turati scrisse l’<em>Inno dei lavoratori </em>dove, in maniera diretta, si parla si sfruttamento «La risaia e la miniera/ci han fiaccati ad ogni stento/ come i bruti d’un armento/ siam sfruttati dai signor». Intanto nelle si tenevano piccoli concerti, cosiddetti da “salotto”, dove i cantanti interpretavano arie da opere e romanze. Le liriche di quest’ultime erano affidate a poeti e, in contrasto con le canzoni patriottiche o di protesta, erano tutte poesie d’amore con donne, belle e perfette, protagoniste, ma dove l’idea di bellezza era legata all’interiorità dell’animo più che al corpo, quest’ultimo rappresentato solo dalla compitezza dei gesti e delle movenze.</p>
<p>La prima guerra mondiale scatenò grande suggestione sulla fantasia degli autori, basti pensare alla <em>Leggenda del Piave</em>, scritta da <strong>Ermete Giovanni Gaeta</strong> con lo pseudonimo di E. A. Mario, che contribuì non poco a ridare morale alle truppe italiane, al punto che il generale Armando Diaz inviò un telegramma all’autore nel quale sosteneva che aveva giovato alla riscossa nazionale più di quanto avesse potuto fare lui stesso: «La vostra canzone al fronte è più di un generale». Nel Dopoguerra questo brano aiutò a dimenticare le atrocità del conflitto, le sofferenze e i lutti. Al contrario di canzoni come <em>O Gorizia tu sei maledetta</em>, tra i più famosi canti di protesta contro la guerra, scritta l’indomani della Battaglia di Gorizia (9 agosto 1916) che costò la vita a oltre cinquantamila soldati italiani. Dicono che, durante la guerra, chi la cantava poteva essere accusato di disfattismo e condannato: sotto accusa era la strofa «traditori signori ufficiali/che la guerra l’avete voluta/scannatori di carne venduta/e rovina della gioventù».</p>
<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/grammofono1vp2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1370" title="grammofono1vp2" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/grammofono1vp2-206x300.jpg" alt="" width="206" height="300" /></a>Negli anni Venti, grazie alla diffusione della radio e del grammofono, si cominciò ad ascoltare canzoni straniere e lo stesso cinema sonoro contribuì a favorire la conoscenza di nuovi stili musicali. Questo fino all’avvento del fascismo quando il duce, che condusse una politica di tipo nazionalistico anche in campo musicale, ostacolò il più possibile la diffusione delle canzoni straniere. Negli anni Trenta, con la crescita della cultura fascista, le canzoni dovevano trasmettere l’idea di un’Italia senza problemi, dove si viveva senza preoccupazioni, paure e incertezze per il futuro. I temi prevalenti, oltre all’amore, sono la campagna, la città di Roma e la guerra coloniale. Le canzoni coloniali irridevano sempre il popolo sottomesso e il suo sovrano, enfatizzavano la bellezza delle zone conquistate, inneggiavano al nazionalismo («Faccetta nera, sarai romana/la tua bandiera sarà sol quella italiana! ») e mostravano l’esercito italiano non come invasore ma come benemeriti soccorritori di «chi giammai conobbe libertà». Queste canzoni fecero subito presa sui giovani dei quartieri periferici delle grandi città o dei piccoli centri agricoli, perché in tutte le canzoni dell’epoca fascista è sempre presente un’esplicita contrapposizione tra la campagna e la città: la prima equivale all’alba, alla salute fisica, mentale e morale; la città alla lussuria, alla delusione, alla perdizione, alle insidie della notte. A incoraggiare gli autori verso tali argomenti è lo stesso il ministero della Cultura Popolare. Era noto, infatti, il sentimento di favore che Mussolini provava nei confronti del mondo agricolo, cui fa da contraltare l’avversione per la città, fonte di corruzione morale e di crescita culturale, potenzialmente pericolosa per il regime: «Se vuoi goder la vita, torna al tuo paesello/che è assai più bello della città» (<em>Se vuoi goder la vita</em>, 1940).</p>
<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/Gorni_Kramer_nel_1959.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1371" title="Gorni_Kramer_nel_1959" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/Gorni_Kramer_nel_1959-300x240.jpg" alt="" width="300" height="240" /></a>Due canzoni molto popolari, e apparentemente innocue, ebbero qualche problema con la censura fascista entrando nell&#8217;elenco di “canzoni della fronda”: <em>Crapa pelada</em>, scritta da <strong>Gorni Kramer</strong> (nella foto), e <em>Maramao perché sei morto</em>. Nella prima, a parte la ritmica in odore di jazz, genere messo all’indice dal regime perché «negroide e americaneggiante», la calvizie dello sbeffeggiato protagonista pareva proprio alludere alla “crapa pelata” di Benito Mussolini e la vicenda di spartizioni di tortelli e frittata era letta come una metafora della spartizione di territori coloniali da parte delle potenze europee, lasciando le briciole all’Italia. Il caso di <em>Maramao perché sei morto</em>, pubblicata poche settimane dopo la morte di <strong>Costanzo Ciano</strong>, livornese, presidente della Camera dei Fasci e padre del ministro degli esteri e genero di Mussolini Gian Galeazzo, scoppiò quando a Livorno si trovarono scritti i versi della canzone sulla base della lapide a lui dedicata. (<em>1-continua</em>)</p>
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		<title>I vent’anni della casa del glamour</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Sep 2011 09:46:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Corso Como e strada popolare nella prima periferia milanese dove si affacciano, oltre ai negozi di alimentari, un ferramenta, un corniciaio e, nel cortile interno del civico 10 di un’anonima casa di ringhiera, un’autofficina. Sono passati vent’anni e oggi Corso Como è un’altra cosa, irriconoscibile perché è diventata una via glamour e il quartiere intorno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> <a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/milan_10corsocomo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1356" title="milan_10corsocomo" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/09/milan_10corsocomo-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Corso Como e strada popolare nella prima periferia milanese dove si affacciano, oltre ai negozi di alimentari, un ferramenta, un corniciaio e, nel cortile interno del civico 10 di un’anonima casa di ringhiera, un’autofficina. Sono passati vent’anni e oggi Corso Como è un’altra cosa, irriconoscibile perché è diventata una via glamour e il quartiere intorno è uno dei più chic della città.  Buona parte del merito di questa trasformazione è di Carla Sozzani, ex direttrice di riviste di moda. O meglio, del suo negozio, <em>10 Corso Como,</em> un nuovo concetto nel mondo della cultura e del retail dove arte, moda e design s’incontrano in una location eco-minimalista e danno vita a una nuova filosofia di marketing e dello shopping. <span id="more-1355"></span>È il 1990 quando, con una mostra monografica su Louise DahlWolfe (fotografa di moda americana degli anni Trenta) Carla Sozzani decide di aprire una galleria di fotografia, arte e design. I locali sono quelli che l’officina del cortile del numero 10 usava per lavare le auto. Passa solo un anno e la Sozzani opera la prima svolta, la Galleria “cresce”. Nell’edificio si liberano altri locali (magazzini, ripostigli, rimesse) e il 9 settembre 1991 s’inaugura il primo concept store italiano: un posto accogliente, dove osservare, imparare, sbirciare tendenze artistiche e, naturalmente, anche comprare. Il nome è semplice, <em>10 Corso Como</em>, scritto all’inglese, col numero civico prima del nome, perché l’idea è quello di farlo diventare il locale più cosmopolita e internazionale della città. Oggi, infatti, 10 Corso Como è un marchio conosciuto in tutto il mondo, che contribuisce alla ricerca di stili di vita, rivolta più alla personalizzazione del gusto anziché alle mode. Nei suoi locali si può acquistare di tutto, dalla musica al design, dai mobili agli accessori, dall&#8217;abbigliamento ai profumi, ai libri. La convivenza con l’officina è durata cinque anni, poi s’è spostata lasciando liberi altri spazi e piano piano, pezzo dopo pezzo, la Sozzani riesce a occupare l’intero edificio industriale. Lo dipinge tutto di un bianco candido abbagliante, lo ristruttura mantenendo intatto lo scheletro, i tubi esterni, i cavi elettrici e il montacarichi dell’epoca. Con gli anni il vecchio cortile dove un tempo sostavano le auto si è trasformato in un giardino di gelsomini e ulivi e poi si sono aggiunti un caffè, una libreria, un roof garden (che la Lipu considera una riserva di riferimento per gli uccelli di passo e stanziali), un ristorante (che sorge al posto dell’autolavaggio), un negozio di moda e design e un “intimate hotel” di sole tre camere, tutte curatissime e arredate con mobili di design e oggetti di alta tecnologia. Nella Galleria, da dove è partito tutto vent&#8217;anni fa, sono state ospitate oltre duecento mostre fotografiche: gli scatti trasgressivi di Helmut Newton, i ritratti di Annie Leibovitz, i barocchismi ironici di David LaChapelle sono stati esposti nelle sale, bianche anche loro, e ogni anno è ospitata la mostra delle opere premiate del World Press Photo, uno dei più importanti riconoscimenti al mondo per fotoreporter. <em>10 Corso Como</em> festeggerà i vent’anni il 9 settembre con un’iniziativa aperta a tutti, dalle 9 di mattina alle 21, tra sorbetti, cioccolatini, prosecco, musica del trio Albrizzi e i ricordi degli esordi. Ricordi e racconti che si possono vedere in un video autobiografico cliccabile su http://10corsocomo-thejournal.com/videos/.</p>
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		<title>Patti Smith in Italia, l’importante è esserci</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 05:59:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Ne ho abbastanza. È finita». Sono le parole che Patti Smith, la sera del 10 settembre 1979, pronuncia tornando in albergo dopo il concerto tenuto allo stadio di Firenze. Da quella sera passano altri sedici anni prima che la “poetessa del rock” salga di nuovo sul palco. Quelli di Firenze e Bologna (la sera prima) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/08/pattismith4601.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1349" title="pattismith460" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/08/pattismith4601-300x195.jpg" alt="" width="300" height="195" /></a>«<em>Ne ho abbastanza. È finita</em>». Sono le parole che Patti Smith, la sera del <strong>10 settembre 1979</strong>, pronuncia tornando in albergo dopo il concerto tenuto allo stadio di <strong>Firenze</strong>. Da quella sera passano altri sedici anni prima che la “poetessa del rock” salga di nuovo sul palco. Quelli di Firenze e <strong>Bologna</strong> (la sera prima) sono due concerti particolari e storici, e non per l’annunciato ritiro dalle scene della Smith. L’Italia del 1979 è un paese dove si bruciano gli ultimi fuochi di una devastante stagione politica sfociata nella violenza e nel terrorismo, durata tutto il decennio: giusto per fare un esempio, quando sale sul palco – sia a Bologna sia a Firenze &#8211; la cantante è scortata da studenti con le pistole in mano invece che da un normale servizio d’ordine e qualcuno, prima del concerto, le consiglia di non stendere sul palco la bandiera americana (per lei non un gesto politico, ma un segno d’appartenenza) perché potrebbe scatenare incidenti (pochi anni prima sul palco dove stava suonando <strong>Santana</strong> era arrivata una bottiglia Molotov).</p>
<p><span id="more-1341"></span><a href="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/08/Concerto-Firenze-Patty-Smith-19791.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1351" title="Concerto-Firenze-Patty-Smith-1979" src="http://www.retrovisore.net/wp-content/uploads/2011/08/Concerto-Firenze-Patty-Smith-19791-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" /></a>Quei due concerti si trasformano in “evento” per un’intera generazione che non solo veniva da un digiuno forzato di concerti rock (suonare in Italia negli anni Settanta era impossibile, troppi incidenti) ma stava prendendo coscienza che i movimenti che avevano portato avanti le lotte studentesche del ’68 e del ’77 erano falliti miseramente. E così tutti, anche chi non conosce affatto la cantante, si danno appuntamento negli stadi di Firenze e Bologna: sono in 70.000 a Firenze e in 50.000 a Bologna, quando il pubblico medio dei concerti della Smith non superava i 5.000 spettatori. Il concerto fiorentino è indimenticabile, anche perché tremendo e inascoltabile: l’impianto è pessimo, Patti Smith senza voce e il gruppo che l&#8217;accompagna è composto da cani. Ma nessuno lo osa ammettere, anzi: la folla inneggia alla “rivoluzionaria del punk”, la “poetessa del rock”, la “guerriera anarchica”, un personaggio che forse non è mai esistito, visto che su quel palco lei cita Papa Luciani. Dopo quel concerto, la Smith si ritira dalle scene. Si sposa, mette al mondo due figli e si dedica completamente a loro fino alla morte del marito,  nel 1994. Poi, seguendo il consiglio del suo amico <strong>Allen Ginsberg</strong> (che le disse «Lascia andare lo spirito di chi non c’è più e continua la tua celebrazione della vita»), torna alla musica.</p>
<p>&nbsp;</p>
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