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		<title>La resilienza è un compito essenziale dei genitori</title>
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		<pubDate>Sun, 14 May 2017 08:48:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Essere genitori è un lavoro difficile e molto duro. Spesso capita di sentire genitori che lo affermano, hanno bisogno di essere capiti, di essere apprezzati per gli sforzi che fanno. Altri invece dicono genitori è la cosa più difficile da fare per giustificarsi, per spiegare come mai non ce l’hanno fatta. Io stesso lo dico [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Essere genitori è un lavoro difficile e molto duro. Spesso capita di sentire genitori che lo affermano, hanno bisogno di essere capiti, di essere apprezzati per gli sforzi che fanno. Altri invece dicono genitori è la cosa più difficile da fare per giustificarsi, per spiegare come mai non ce l’hanno fatta. Io stesso lo dico in certe occasioni, in un colloquio o in una conferenza, chi si ingaggia deve sapere che gli è chiesto molto, ma che può averne molte gratificazioni; innanzitutto quella di sentirsi parte della riuscita del figlio o della figlia a cui dedica attenzione con amore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche con le migliori risorse disponibili, una buona cultura, condizioni economiche favorevoli, una certa sanità mentale e relazionale, soddisfare le esigenze di tutti i membri della famiglia nella società frenetica di oggi è molto difficile. Figurarsi quando non ci sono buone basi culturali o cognitive o quando c’è la povertà o quando c’è un disagio mentale o relazionale. Figurarsi poi quando alcune di queste cose negative accadono assieme. Fare i genitori in quelle condizioni è davvero complicato, al limite impossibile. Servono aiuti, sostegni, e perché no?, controlli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo stress quotidiano è notevole, le cose accadono in fretta, spesso sono fonti di disturbo; fare quadrare i conti o mantenere l’equilibrio emotivo e relazionale può provocare una specie di pedaggio psicologico con ricadute anche fisiche su tutti i membri della famiglia, compresi i bambini. Come sempre sono i più deboli a pagare il dazio maggiore, ed i piccoli hanno meno strumenti per comprendere, per anticipare, per proteggersi, per dominare le situazioni difficili. Essendo più esposti possono pagare un prezzo maggiore in termini di acutezza mentale, possono peggiorare gli apprendimenti o possono mostrarsi instabili, irritati e diventare intrattabili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Imparare a fronteggiare lo stress è, diciamo, una materia non meno importante di matematica. Maneggiare lo stress si impara dalla vita che si fa: il primo insegnante è il genitore. La materia si chiama RESILIENZA, che significa la capacità di non farsi travolgere dagli accadimenti stressanti e traumatici e, meglio, di reagire adattando organizzazioni psicologiche e di comportamento che sanno reagire positivamente. Di fronte alle tragedie, e purtroppo ne accadono di enormi, la resilienza è di coloro che non crollano emotivamente, che non sviluppano sintomi di depressione grave o che non si danno alle droghe o all’alcol ma che sanno reagire; che non si chiudono nel lamento ma che trovano il coraggio di accettare la sfida che e riorganizzano la propria vita, casomai con maggiore vigore ed iniziativa di quanta non avessero prima. Questa capacità si impara: i genitori sono il primo insegnante, sono innanzitutto loro che devono costruire la resilienza dei loro figli. Siccome stiamo vivendo in un’epoca iper-attiva in cui gli stimoli, ed il conseguente stress, hanno livelli vertiginosi, l’impegno è tutt’altro che agevole, tanto più che certi aspetti che possono essere frustranti sono poco aggredibili. Che so, la mancanza di spazio in casa o un quartiere deprivato o case fatiscenti non dipendono solo dalla volontà dei genitori. Pensiamo poi ai problemi del lavoro, dell’occupazione o dei trasporti; ci sono ragazzi che non frequentano servizi perché semplicemente non ci sono. Cambiare queste circostanze per una coppia di genitori non è tanto possibile. Ma anche in quelle condizioni disagiate i genitori possono fare molto per ridurre gli effetti dello stress e per aiutare i loro bambini a sviluppare le capacità di reazione e di recupero. Aiutarli a costruire una solida resilienza. Se sanno dare loro questa capacità, i figli sapranno fronteggiare, recuperare, regolare gli effetti derivanti dalle avversità. E quelle possibili da cambiare, impareranno a farlo, mentre quelle impossibili impareranno ad accettarle. Come diceva, tra gli altri saggi cristiani e buddisti, san Tommaso Moro: “<em>Signore dammi la forza di cambiare le cose che posso modificare e la pazienza di accettare quelle che non posso cambiare e la saggezza per distinguere la differenza tra le une e le altre”.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Si tratta quindi di insegnare tre qualità: accettare l’ineluttabile, cambiare il possibile e, prima fra tutte, l’intelligenza di sapere distinguere tra l’una e l’altra.</p>
<p>Avere una resilienza così è straordinariamente importante per tutto il resto della vita perché permette di superare le esperienze negative. La resilienza va considerata un&#8217;abilità che si sviluppa a partire dall&#8217;infanzia, per questo i primi insegnanti sono i genitori e lo fanno innanzitutto con l’esempio ed il ragionamento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Che sia fondamentale è ormai chiaro dai tanti dati di ricerca che dimostrano i rischi sopportati dai bambini. Costruire resilienza aiuta a prevenire le conseguenze negative degli stress ambientali. Senza resilienza i bambini sviluppano difficoltà, anche molto gravi in vari ambiti. Distinguiamo i rischi in ambito cognitivo da quelli emotivi, da quelli fisici e da quelli sociali. Prendiamo quelli cognitivi. Possono esserci ritardi nel linguaggio e negli apprendimenti, problemi di memoria, di attenzione, ridotta capacità di concentrarsi, evidenti danni nella performance scolastica, inaspettate bocciature.</p>
<p>Sotto il profilo emotivo si possono sviluppare difficoltà a regolare le emozioni, scatti impulsivi, rabbia, frustrazione, lesione dell’autostima, irritabilità e reazioni spropositate ed improvvise, sviluppo di franche patologie psichiche.</p>
<p>Sul piano fisico potrebbe crearsi un indebolimento della funzionalità del sistema immunitario, ricorrenza di infezioni, formazione di patologie croniche, danni nella formazione cerebrale.</p>
<p>Sul piano sociale possono manifestarsi comportamenti aggressivi e violenti, instabilità delle relazioni, episodi di bullismo, tentativi di suicidio.</p>
<p>Disturbi dell’alimentazione, tipo l’obesità o la bulimia, o l’abuso di sostanze o di alcol sono all’ordine del giorno. Insomma se questi sono i possibili danni principali, sviluppare resilienza è davvero cruciale. Ma come si fa?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Intanto è preliminare capire che è il genitore il primo insegnante di resilienza e che perciò egli va stimolato ad ingaggiarsi. Essere genitori adeguati dovrebbe prevederlo. E’ un peccato che tra le competenze genitoriali che la legge chiede a chi alleva dei figli non venga dato il giusto valore al sapere costruire resilienza. A volte si incontrano genitori più che dediti alla cura dei figli, genitori premurosi sempre presenti, ma che trasmettono ansia e paura anziché coraggio e resilienza. Questi sono genitori responsabili e protettivi ma non forniscono l’alimento essenziale per fronteggiare la vita, la resilienza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma come si fa a crearla? La nostra è una rubrica di cultura ed educazione alla salute; prossimamente vedremo qualche consiglio ancor più pratico.</p>
<p style="text-align: right;">Umberto Nizzoli</p>
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		<title>Obesità infantile; tra vergogna e prese in giro</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Apr 2017 15:20:08 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Uno studio pubblicato su una rivista piuttosto prestigiosa, Child Development, rivela che la vergogna per il peso colpisce i bambini fin dai primi anni della scuola elementare ed ancor prima. Mi piace segnalarlo anche perché spesso mi succede di ascoltare genitori, adulti con problematiche relazionali o psichiche importanti, dirmi come per  difendersi che loro stanno bene attenti a non dire certe cose in presenza dei bimbi. Loro non sanno niente, mi dicono. Addirittura alcune coppie in via di dissoluzione scimmiottano finte unità attorno al tavolo per la cena o in vacanza per non turbare i figli col loro imminente divorzio o la loro già consumata distanza relazionale intra-familiare. I bambini respirano l’aria affettiva che li circonda e la interpretano; se c’è tensione mutismo o sfregio reciproco lo avvertono e vivono una situazione molto più sgradevole di quella che sarebbe se i loro genitori si sono lasciati spiegando senza drammi il perché. A questo proposito ancor più sorprendente potrebbe sembrare il risultato di una ricerca svolta su piccoli bambini di 15 mesi e condotta all&#8217;Università di Washington ed apparsa sull&#8217;ultimo numero di Developmental psychology. I bimbi di 15 mesi capiscono se l’adulto di riferimento è arrabbiato e modificano il proprio comportamento per attenuarne l’ira. Quindi interagiscono, leggono, si difendono e cercano di manipolare l’altro per proteggersi.</p>
<p>Quindi siamo adesso meno sorpresi nel leggere che i bambini di età inferiore ai sei anni &#8211; sei anni, ripeto – avvertono i segnali di commento negativo sul volto dei coetanei a causa del loro peso.</p>
<p>Questa ricerca è interessante anche perché anziché ripetere metodi seguiti da precedenti ricerche sugli atteggiamenti dei bambini verso l&#8217;obesità basate su giochi o dialoghi fatti coi bambini in generale, in questo caso ci si è concentrati non su casi ipotetici ma si sono seguiti dei bambini obesi reali di cui si è analizzata la vita. Ne esce un ritratto che possiamo definire straziante per come questi bambini sono trattati dai loro pari.</p>
<p>La vergogna per il peso già in giovane età può avere gravi conseguenze; lo studio ha rilevato che i bambini si giudicano male per non essere stati capaci che di essere obesi; aumentano i tassi di depressione e hanno maggiori probabilità di frequentare male, fino ad abbandonarla, la scuola.</p>
<p>La ricerca diretta da Amanda Harrist, docente di psicologia dello alla università dell’Oklahoma, ha studiato 1.164 alunni di prima elementare iscritti a 29 scuole dello stato. Hanno scoperto che vi è corrispondenza fra aumento del peso e maltrattamento da parte dei coetanei. Mentre i bimbi in sovrappeso moderato godevano di maggiori attenzioni, quanto più il peso aumenta tanto peggio diventa la vita di relazione. I bambini gravemente obesi sono spesso trattati peggio, vengono presi in giro, allontanati e rifiutati. Addirittura succede che i bambini obesi sembrino ignorati; quando ad ognuno dei coetanei è stato chiesto di nominare i compagni di gioco preferiti e quelli meno preferiti, i bambini obesi spesso non sono neppure nominati.</p>
<p>Questo è già abbastanza grave, ma la situazione peggiora quando si chiede ai bambini chi sono quelli con cui non vuoi giocare, l’obeso. Non sorprende quindi che questi bimbi accumulino esperienze negative di rifiuto e che ciò abbia gravi effetti psicologici. Si forma attorno a lor una specie di cordone di giudizi negativi che isola e rifiuta, sono stigmatizzati.</p>
<p>I bambini stigmatizzati subiscono gravi danni o aggravano i danni che già hanno per loro conto. Vivono sentimenti di solitudine e di isolamento; reagiscono o con la depressione o con l’aumento dell’aggressività; spesso alternano questi due sentimenti, diventano insoddisfatti e pensano di proteggersi evitando di andare a scuola, ed a volte lo fanno. Più facilmente tendono anche ad avere problemi fisici causati dallo stress psicologico. In una catena che si autoalimenta finiscono col fare ancor meno attività fisica, che li aiuterebbe molto, ed a mangiare invece ancora di più in modo vorace, il che fa loro male. Ed è molto negativo che già da bambini costoro imparino che il mondo che li circonda li giudica male. Imparano a vergognarsi e a respingere gli altri già mentre crescono. E’ evidente che tocca agli adulti fermare la vergogna per il proprio corpo tra questi bambini. Devono affrontare i comportamenti di ridicolizzazione e di esclusione e devono aiutare questi bambini a formarsi delle amicizie.</p>
<p>Il problema è enorme sia per il peso individuale, perché reggere tristezza e depressione è sempre faticoso, sia per il peso collettivo. Il fenomeno dell&#8217;obesità infantile è quasi quadruplicato tra i 6 gli 11 anni di età a partire dal 1980. Il costo economico provocato dall’obesità sui conti pubblici è enorme ed è previsto in drammatica crescita. E’ stato calcolato che se tutti i bambini oggi obesi rimangono in sovrappeso anche da adulti, i costi totali della società &#8211; in costi per la sanità, per l&#8217;assenteismo sul lavoro e per la minore produttività saranno astronomici. Ma sarà astronomico anche il costo in termini di felicità umana. Poco tempo fa ho incontrato Mogol, il grande paroliere. Sta portando avanti un progetto di aiuto alle ragazzine obese, quelle che viaggiano sui 100 chili a 15 anni. Non riescono a diventare donne come vorrebbero. Farsi carico dei sogni falliti di costoro è fare prevenzione.</p>
<p style="text-align: right;">Umberto Nizzoli</p>
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		<title>Quando il “mangiare sano” diventa un disturbo alimentare? L’ortoressia 2</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Nov 2016 16:58:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tutto può diventare preda di ossessioni. Anche il cibo. Si chiama Ortoressia  l&#8217;ossessione di volere mangiare solo cibi “sani”. All’inizio iniziano per fare la pulizia di intestini pigri, poi quasi religiosamente si impongono una dieta per un minimo di tre giorni alla settimana; poi scoprendo che ogni volta che reintroducevano cibo solido i soliti problemi [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Tutto può diventare preda di ossessioni. Anche il cibo. Si chiama Ortoressia  l&#8217;ossessione di volere mangiare solo cibi “sani”.</p>
<p>All’inizio iniziano per fare la pulizia di intestini pigri, poi quasi religiosamente si impongono una dieta per un minimo di tre giorni alla settimana; poi scoprendo che ogni volta che reintroducevano cibo solido i soliti problemi di stomaco tornavano facendoli sentire ancora peggio di prima, diventava una scelta unica.</p>
<p>Cosa può succedere? Che se finisci col sentirti affamato, ti ributti sul cibo solido, fai un binge, cioè mangi a crepapelle, dopo di che oltre a stare male di intestino, ti senti terribilmente in colpa, ed allora la restrizione sulla dieta diventa ancora più rigida, una mania, fino a trasformarsi nell’incubo anche rispetto ai cibi venduti come vegani. Saranno davvero sani come vorresti che fossero?, ti chiedi drammaticamente e ti riempi di ansia per il cibo che mangi. Ecco che si è formata l’ortoressia. E’ quel che successe a Younger il quale si accorse di avere un problema, ma diverso rispetto a quello che sono i tipici disturbi alimentari, tipo l’anoressia o la bulimia. Il suo problema era la fissazione sulla qualità, sulle virtù, del cibo. Molte persone si sentono inadeguate, sono ansiose e ritengono che vivere una vita equilibrata non sia sufficiente. Anziché vivere il benessere del rilassamento, vogliono di più, si impongono manie. Torneremo su questo tema che sta diventando un tarlo della modernità, ma intanto chi mutila la propria vita con manie legate a cibi miracolosi sarebbe meglio chiedesse aiuto. L’ortoressia non è ancora entrata nella ufficialità clinica, ma è un bel problema per chi ne soffre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le persone sono morte di ortoressia perché non sono stati correttamente diagnosticata. E, come paratoia di Younger di messaggi in grado di attestare, ci sono un numero enorme di persone che soffrono di sintomi ortoressici oggi. Terapeuta Nutrizionale Dr. Karin Kratina, che si è specializzato nel trattamento dei disturbi alimentari per oltre 30 anni e autore di un documento sulla ortoressia su NationalEatingDisorders.org, dice a grandi linee: &#8220;Ho assolutamente visto un aumento nei pazienti ortoressici come terapeuta nutrizione E &#8216;quasi in aumento. in modo esponenziale. Ora ho un nuovo cliente ogni settimana con sintomi ortoressici. Si tratta di un problema serio. &#8221;</p>
<p>Uno dei motivi Dr. Kratina ritiene ortoressia è in aumento in popolarità è a causa della nostra fissazione sulla salute. &#8220;Non c&#8217;è niente di sbagliato con il mangiare locale o di essere un vegetariano o vegano,&#8221; dice. &#8220;Penso che un sacco di quelle diete sono intrinsecamente prezioso. Il problema è che abbiamo moralizzato mangiare, il peso, il cibo, e l&#8217;esercizio fisico. Il cibo è diventato presentato, sempre più, come la risposta&#8221;.</p>
<p>Vediamo questa fissazione morale sulle virtù di cibo gettati di nuovo in faccia su una base quotidiana. Instagram spesso può sembrare come ground zero per una visualizzazione grottesca di moralmente soli scelte alimentari. Food blogger come Deliziosamente Ella-il cui cibo vegan blog ha attirato centinaia di migliaia di seguaci Instagram e molteplici libri-offerte sono attraenti per noi perché forniscono una risposta chiara: mangiare sano vi farà bene. Questa risposta, regolarmente servita nella comoda forma di un quadro #eatclean facilmente digeribile, si sente così bello sui nostri occhi.</p>
<p>&#8220;Penso che le immagini di tutto il cibo-the veramente bello scherzo per me è il cavolo frullato-i frullati cavoli infinite sono molto belli,&#8221; dice il Dott Bratman. &#8220;Un sacco di cibo è meraviglioso fotografia. Credo che questo tipo di supporto è sicuramente causando ortoressia di raggiungere un pubblico più ampio e un pubblico più giovane.&#8221;</p>
<p>Ma nonostante l&#8217;aumento dei pazienti ortoressici e la nostra feticizzazione costante di cibo sano, i medici non possono diagnosticare ufficialmente ortoressia come una malattia. Questo perché ortoressia non è stato accettato nel DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), il manuale ufficiale che i medici usano per diagnosticare i pazienti con disturbi mentali. A causa di questo, non è raro per i pazienti ortoressici di andare anni senza essere diagnosticati come avere un disturbo alimentare. E mentre i media hanno reso ortoressia aspetto come se fosse sul punto di essere accettato nel DSM, la verità è che la malattia non è neanche lontanamente quel punto.</p>
<p>Il problema è che abbiamo moralizzato mangiare, il peso, il cibo, e l&#8217;esercizio fisico.</p>
<p>&#8220;Ci sono almeno dieci anni di più per andare prima di parlare sul fatto che sia nel DSM affatto,&#8221; dice il Dott Bratman. &#8220;C&#8217;è solo una piccola quantità di ricerca che viene fatta su ortoressia oggi. Ci sono un sacco di articoli dei media di essere scritta, ma tutto quello che stanno facendo è di ripetere le stesse cose, o, talvolta, raccontando molto belle storie personali, o sono tutti più -o-meno stupidi rimaneggiamenti di altra roba che c&#8217;è là fuori. La maggior parte degli articoli che guardo sono davvero, davvero non molto pensato attraverso &#8220;.</p>
<p>Poiché ortoressia non è ben compreso al di fuori di certi ambienti, quelli che ne soffrono possono avere difficoltà a rendersi conto che la loro condizione è valida e trovare le risorse per ottenere aiuto. &#8220;Una delle cose che mi preoccupa è che, dopo anni di lotta con ortoressia, non ho ricevuto aiuto&#8221;, Kaila Prins, un allenatore di salute e benessere a San Jose che ha lottato con ortoressia per 10 anni, racconta grandi linee. &#8220;Nessuno pensava che avevo bisogno di aiuto. Anche quando ho chiesto aiuto la gente ha detto, &#8216;Beh, si sta andando a pagare per il proprio recupero.&#8217; Le compagnie di assicurazione non mi avrebbero aiutato perché non ho avuto gli stessi comportamenti che un anoressica non. Io non sembrava come un anoressico fino a quando ho finalmente smesso di ottenere il mio periodo. Non stavo Non mangiavo. Ero solo mangiare così sano e così restrittiva che ero molto malato. &#8221; Prins è stato lasciato a che fare con molteplici attacchi di depressione e pensieri suicidi da sola. Aiuto non è venuto fino a dieci anni più tardi, quando ha scoperto svolta libro del dottor Bratman Health Food Junkies, che spiegava l&#8217;ortoressia e ha contribuito a Prins diagnosticare se stessa.</p>
<p>Invece di ottenere aiuto quando lei era alle prese con ortoressia, ha ottenuto i complimenti: &#8220;Ho iniziato a ricevere sempre più sottile e ha ottenuto i complimenti e il mio primo ragazzo persone della mia famiglia che non aveva mai approvato di me prima mi dicevano che mi sembrava incredibile.&#8221;.</p>
<p>Non stavo non mangiare. Stavo mangiando così sano e così restrittivo che ero molto malato.</p>
<p>So che l&#8217;esperienza Prins &#8216;non è un caso isolato. Nei primi mesi del 2013, dopo aver intrapreso una rigorosa dieta Paleo-qualcosa di simile è accaduto a me. Quello che era iniziato come una missione di gettare inutilmente dieci libbre e raccogliere i presunti effetti benefici di uno stile di vita Paleo presto spirale in un&#8217;ossessione con le virtù del mio cibo. Dal momento che stavo mangiando solo verdure, olio di cocco, e carne magra, i dieci chili venuto fuori rapidamente. Ben presto, la gente che non aveva parlato di me negli anni ha iniziato me lodando per quanto grande ho guardato. I complimenti sono stati addicting-sarebbero diventati la mia giustificazione per sopportare ciò che si è evoluto in un timore di metà dei gruppi di alimenti. Ben presto ho iniziato a fare delle scuse sul perché non potevo andare fuori a mangiare cinese o birre con i miei compagni di stanza.</p>
<p>«Sei pazzo,&#8221; mio compagno di stanza mi diceva. &#8220;Basta avere una zuppa wonton, andrà tutto bene.&#8221; Quello che non capiscono è che i wonton sono stati avvolti nel diavolo che era il grano, e non vedevo l&#8217;ora di tirar tardi la lettura-paura mongering articoli sui rischi e benefici di diversi tipi di burro di noci. Alla fine, esausto per il peso della mia &#8220;pazzia,&#8221; Ho avuto un attacco d&#8217;ansia nella sezione surgelati del supermercato e mi iscrissi ad una terapia poco dopo. Questo avrebbe dovuto essere l&#8217;inizio del mio recupero. Ma invece, il mio terapista mi ha diagnosticato un disturbo ossessivo compulsivo. Prendendo la mia diagnosi di OCD in passo, ho continuato a monitorare attentamente la mia dieta Paleo, crogiolarsi i complimenti che stavo ricevendo, e avere attacchi di ansia nel negozio di alimentari.</p>
<p>Questo è il lato di ortoressia che richiede attenzione: Se stiamo applaudendo disturbi alimentari senza rendersene conto, allora è chiaro che il modo in cui si parla di cibo ha bisogno di cambiare. Mentre le istituzioni, come il DSM possono muoversi lentamente, non dimentichiamo che il termine &#8220;anoressia&#8221; è stato utilizzato ben 80 anni prima è stato incluso nel DSM-che non può continuare a ignorare un disturbo alimentare perché ci rifiutiamo di capire che cosa è.</p>
<p>Ortoressici non sono &#8220;pazzo&#8221; e othorexia non si tratta di dare la colpa cibo sano. Si tratta di quando il desiderio di mangiare sano toglie dagli altri aspetti della vita di una persona. Come Jordan Younger scrive sul suo blog, ortoressia si verifica quando qualcuno crede che una dieta è la risposta: &#8220;Mi si spezza il cuore a vedere e sentire bella, motivati, giovani donne capaci di essere risucchiati in per una dieta estrema e stile di vita, perché ha stato bollato a loro come &#8216;il modo più sano vivere&#8217; sopra ogni altra cosa &#8220;, osserva. &#8220;Se qualcosa è la pretesa di essere il # 1 più sano, o l&#8217;unico modo per vivere, poi si sa che hai trovato un problema.&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Umberto Nizzoli</p>
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		<title>Sante anoressiche?</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Aug 2016 09:40:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nel numero dell’ultima settimana di novembre del Giornale dei medici americani, il JAMA, è apparso un intrigante articolo a firma di Harris sulle sante anoressiche. L’argomento è discusso da tempo ma l’autorevolezza della fonte ne fa un piatto prelibato, scusate l’uso dell’immagine retorica: un piatto e per giunta prelibato in tema di anoressia, praticamente una [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Nel numero dell’ultima settimana di novembre del Giornale dei medici americani, il JAMA, è apparso un intrigante articolo a firma di Harris sulle sante anoressiche.</p>
<p>L’argomento è discusso da tempo ma l’autorevolezza della fonte ne fa un piatto prelibato, scusate l’uso dell’immagine retorica: un piatto e per giunta prelibato in tema di anoressia, praticamente una bestemmia.</p>
<p>I molti che ne parlano con troppa semplicità catalogano tra le anoressiche tutte quelle che, digiunando, diventano spettralmente magre. Molte sante finiscono così per i loro digiuni ed i loro stenti con l’essere considerate anoressiche. Come se la via della santità avesse una carreggiata facilitata dall’anoressia.</p>
<p>Di anoressia si parla da tempo. Il tema diventa importante nella seconda metà dell’800.</p>
<p>Un tale Marcé nel 1860 descrisse un &#8220;disordine dello stomaco&#8221; che Lasègue a Parigi nel 1870 definì anoressia isterica. Di là della Manica nell’autunno del 1868 il medico inglese sir William Gull offrì la prima moderna descrizione del disturbo alimentare più severo. In una lezione all’università di Oxford  descrisse “una particolarissima forma di malattia che capita più facilmente nelle giovani donne, caratterizzata dall’emaciazione più estrema“.</p>
<p>Sei anni dopo propose di denominare quella malattia “anoressia nervosa” così chiamata in un suo testo rimasto di riferimento per generazioni di studiosi. Scrisse: “la mancanza di appetito è dovuta, credo, ad uno stato di malattia mentale …preferisco il termine di anoressia nervosa, dato che la malattia succede sia in donne che in uomini ed è piuttosto centrale che periferica”. Credo, perché il vero uomo di scienza non può non mantenere almeno un relativo dubbio sulle cose stesse che osserva.</p>
<p>Gull raccontò in modo dettagliato tre casi di anoressiche con tanto di fotografie e di incisioni illustrate delle giovani donne malate e discusse gli esiti del loro trattamento.</p>
<p>Una delle tre era morta. Nonostante questo esito, Gull notò che nessuna delle tre era senza speranza finché poteva ancora avere un filo di vita. Le muoveva una specie di energia indomabile. L’ultimo dei tre casi descritti era quello della giovane K.R. una paziente che Gull seguiva assieme ad un altro collega; la sua era la situazione più grave. L’aveva trovata così grave ed estrema che la fotografò e ne trasse un’incisione per la pubblicazione per potere avere chiaro sotto gli occhi di tutti la severità della malattia. Altrimenti ci si scherza su e si arriva a suggerimenti controproducenti e ridicolizzanti del tipo, non vedi come sei magra? ti farebbe bene mangiare un po’, un bell’ovetto ti terrebbe su. Fortunatamente K.R. rispose bene alla ri-alimentazione e nel giro di sei mesi poteva essere considerata di stare abbastanza bene.</p>
<p>La tradizione fa risalire la prima scoperta della malattia alla fine del ‘600, il 1689, quando Morton scrisse il primo resoconto di due pazienti che dimagrivano in assenza di patologie manifeste.</p>
<p>Ma la grande attenzione del pubblico risale a pochi decenni fa. Da allora sempre più psichiatri, psicologi ed internisti si impegnano per contrastare i Disturbi dell’Alimentazione. I casi di lieve gravità possono anche guarire da soli, quelli gravi no. Anzi l’anoressia non solo può non sparire affatto ma può essere fatale. L’elenco delle donne celebri, vittime incurabili, non è breve; solo per citarne alcune ricordo la cantante Karen Anne Carpenter che muore il 4 febbraio 1983 per uno scompenso cardiaco dovuto all’Anoressia ed Isabelle Caro morta il 17 novembre 2010. Costei era una modella diventata famosa al largo pubblico perché aprì la campagna &#8220;No Anorexia&#8221; mettendo in mostra le vertebre e le ossa del suo volto sotto la pelle con la famosa fotografia di Oliviero Toscani. Soffriva di anoressia da quando aveva 13 anni.</p>
<p>Ma le sante sono come costoro?</p>
<p>Seguendo le tracce dell’anoressia nervosa alcuni medici hanno retrospettivamente diagnosticato le condizioni di alcune sante medioevali come se fossero affette da anoressia nervosa, appunto, giacché queste sante si astenevano dal cibo fino al punto che in alcuni casi erano morte. Facevano del digiuno una prova del loro amore per Dio.</p>
<p>L’autoimposta virtuosa abnegazione alla rinuncia e l’eccessivo digiuno sono stati ricondotti da quegli studiosi alla anoressia nervosa o alla cosiddetta “anoressia mirabilis” che condivide con la anoressia nervosa la fisiologia del digiuno e la centratura mentale sulla ricerca della perfezione e della purezza.</p>
<p>Tra le sante considerate anoressiche da alcuni clinici, la più importante è Caterina da Siena, patrona di Italia e co-patrona di Europa che visse dal 1373 al 1374. Da ragazza Caterina mangiava solo pane ed erbe crude. In seguito non prese più né cibo né be­vande. Diceva il Beato Raimondo da Capua: la vita di Caterina è un continuo mi­racolo. Come faceva a continuare a vivere mangiando così poco? e poi vivere così intensamente?</p>
<p>Scrive Harris: Caterina era un modello di virtù ed il suo digiunare continuo è stato preso da riferimento ovunque.</p>
<p>Il pittore Carlo Dolci, fiorentino del 1616 e morto nel 1686 ha ritratto lo spirito ascetico della santa. Il quadro la dipinge in abiti domenicani, al cui Ordine terziario apparteneva, con in testa una corona di spine. Il pittore riprende la visione che ebbe Santa Caterina: Cristo le offriva a sua scelta una corona di oro ed una di spine. Caterina scelse la seconda.</p>
<p>Ma il ritratto più conosciuto è quello che le fece un suo conterraneo e contemporaneo, Andrea di Vanni che era anche uno dei suoi, tanti, seguaci. Le dedicò un affresco nella cappella delle Volte della chiesa di San Domenico in Siena, quella stessa chiesa in cui Caterina si recava a pregare. Vi è raffigurata una davvero scarna Caterina cui una giovane seguace sta baciando la mano.</p>
<p>Caterina (della famiglia Benincasa) era nata a Siena nel 1347. A sei anni disse di avere avuto la visione di Cristo in abiti da pontefice librarsi nei dintorni della chiesa dei domenicani. Un anno dopo fece il voto della perpetua verginità. Già da ragazza aveva confidenza col digiuno perché aveva visto sua sorella più grande rifiutare il cibo: in quel modo si ribellava rifiutandosi alle malefatte del marito. Dal punto di vista dei fattori predisponenti quindi vi è una familiarità coi disturbi dell’alimentazione e l’uso del sintomo contro una situazione vissuta come intollerabile.</p>
<p>Quando poi Caterina aveva 15 anni, sua sorella maggiore morì durante un parto. I suoi genitori allora fecero pressioni affinché lei sposasse il vedovo della sorella. A quell’epoca si faceva così. La sua pronta risposta fu invece di cominciare a digiunare in segno di protesta e così non fu costretta a sposarsi.</p>
<p>Nonostante le molte similitudini, ci sono molte buone ragioni per tenere la sua situazione ben distinta dall’anoressia nervosa. Innanzitutto sappiamo che le malattie sono costruzioni che si avverano in precisi contesti storici, linguistici e di potere. La malattia prende forma e senso nella storia. Trascurare i contesti impedisce di rendersi conto bene dei meccanismi mentali che vi si realizzano.</p>
<p>Secondariamente le anoressiche hanno un’estetica del corpo cui fare aderire il proprio corpo. Il grasso è orrendo e la magrezza diventa un obiettivo desiderabile. Le anoressiche non si sentono mai abbastanza magre e si impegnano per dimagrire ancora di più.</p>
<p>Le sante come Caterina non digiunavano per ottenere un corpo, per loro, più presentabile; prescindevano, credo, totalmente da questi estetismi per dedicare tutto sé stesse al Signore. Che fa una terza differenza: il loro digiuno è per congiungersi all’Altro mentre le anoressiche sono centrate su sé nel mondo che le circonda.</p>
<p>Quarta differenza le anoressiche esibiscono la propria magrezza, spesso la ostentano come provocazione o come successo; nei siti pro-ana si esibiscono. Le sante non digiunavano per diventare magre.</p>
<p>Insomma nonostante la identica fisiologia del digiuno tra Santa Caterina ed un’anoressica dei nostri giorni vi è una bella differenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Umberto Nizzoli</p>
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		<title>I videogiochi possono creare dipendenza?</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jul 2016 21:01:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La materia è dubbia, pochi ancora i dati di ricerca: perciò sono controversi, ma se si fa come spesso accade che si osservano i primi risultati, come avere dubbi? L’esplosione dell’uso dei videogiochi è recente: non trovo più genitori che non mi dicano che i loro figli hanno la Playstation o la Wi. Ricordo i [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La materia è dubbia, pochi ancora i dati di ricerca: perciò sono controversi, ma se si fa come spesso accade che si osservano i primi risultati, come avere dubbi?</p>
<p>L’esplosione dell’uso dei videogiochi è recente: non trovo più genitori che non mi dicano che i loro figli hanno la Playstation o la Wi. Ricordo i primi che una trentina di anni fa lo raccontavano, allora era un elemento distintivo oggi è una banalità.</p>
<p>Le prime ricerche sorte una ventina di anni fa miravano soprattutto a dimostrare che giocare coi video non creava dipendenza. Tra di loro ha fatto un po’ specie uno psicologo, Douglas Gentile, che ha recentemente ammesso che allora si sbagliava proprio.</p>
<p>Non è usuale da noi ascoltare qualche personaggio importante dire al suo pubblico che aveva sostenuto tesi sbagliate. Da noi i più fanno finta di niente ed anzi spesso si auto dichiarano di essere sostenitori della tesi al momento prevalente già dalla prima ora. Accade così non solo in ambito scientifico, si pensi alla politica. Gentile invece ha candidamente detto alla CNN che si sbagliava.</p>
<p>Ha condotto ricerche sul tema sia in USA che in altre parti del mondo ed ha scoperto che circa l’8,5% dei bambini che giocano a videogame sono dipendenti.</p>
<p>Come succede in ambiti in cui i dati non sono ancora stabilizzati si rintracciano ricerche fatte da un gruppo di ricerca o da un altro in un luogo o in un altro che evidenziano risultati differenti, ma praticamente tutti coloro che stanno ricercando trovano che ci siano dei bambini dipendenti dai videogiochi. Si va da un minimo del 4% ad alcuni che indicano il 15-16%, ma tutti cominciano a confermare che il problema esiste.</p>
<p>Quindi come facciamo sempre quando non ci sono evidenze sovrane parliamo di stima e ci teniamo prudentemente dentro un range moderato; possiamo quindi ragionevolmente dire che probabilmente tra i bambini che giocano ai video-giochi circa un 5% sviluppa dipendenza. Il fenomeno si è complicato perché diversamente dai primi videogiochi che facevano la felicità dei piccoli delle famiglie che si davano importanza, oggi si accede alla rete. Si può giocare scaricando giochi da una web, molte web offrono promo per allettare futuri clienti; inoltre si può giocare interfacciandosi con altri giocatori che abitano altrove e che non si conoscono che come giocatori di quel videogioco. Tramite il gioco si ripetono le situazioni stimolanti che offre la rete. Ti immagini che bello giocare con un vietnamita o con un africano o con un tedesco? Io che ho avuto la possibilità di farlo da piccolo lo ricordo come uno dei più ricchi momenti del mio sviluppo. Solo che i miei amici erano in carne ed ossa, nei videogiochi sono virtuali. Possono essere molti di più e raggiungibili sempre: una bellezza. Ma possono essere altra cosa da quella che sembrano, possono essere speculatori, persecutori o male intenzionati. Bisogna sorvegliare.</p>
<p>Il problema si presenta con due facce: la seduttività del gioco. Sempre più ricco, spettacolare, simile a realtà fantastiche, capace di proiettare il giocatore in mondi lontani, in un tempo addietro o in futuri inesplorati, tra le isole dei Caraibi come sulla Luna; sempre con avventure mozzafiato che non lasciano lo spazio mentale ad altro: assorbiti nella storia sul video.</p>
<p>A volte i genitori ne beneficiano: i figli sono custoditi dal videogiochi cosicché possono distrarsi e pensare alle faccende domestiche o personali, tanto i figli chi li stacca dal videogioco?, pensano.</p>
<p>Se oltre alla bellezza dei giochi proposti si aggiunge la rete, il fenomeno si complica e la possibilità di sviluppare dipendenza aumenta. Il problema è amplificato dall’accesso alla rete. Più si amplia la capacità di connessione, maggiore diventa il rischio. La maggiore disponibilità di tecnologie e la diffusione della banda larga sono le ragioni principali per questo nuovo fardello sociale.</p>
<p>Non esiste la possibilità di fare degli avanzamenti senza che ci siano rischi corrispondenti; ogni guadagno ha le sue perdite, si dirà ed è saggio. Un mondo fatto solo di belle cose in terra non c’è. Non per questo però ci si deve rassegnare e lasciare circa un 5% dei bambini diventare dipendenti dai videogiochi. Il punto è che in assenza della produzione dei videogiochi non si sviluppa questa dipendenza. Detto in altro modo questo fenomeno dimostra che i disturbi e le patologie sono largamente condizionate dalle condizioni storiche e sociali in cui si manifestano. Se non ci fossero droghe non ci sarebbero drogati; se i bimbi continuassero a giocare a briscola come facevo da piccolo non si sarebbero bimbi dipendenti dai videogiochi. Non si può però arrestare la storia ed internet è una conquista irrinunciabile.</p>
<p>Tra giocare a guerre spaziali o di pirati e giocare d’azzardo il passo è piuttosto breve.</p>
<p>Il DSM, lo strumento nosografico più in uso per riconoscere le malattie, la dipendenza da videogiochi ancora non c’è: vale quel che dicevo in apertura, che i dati di ricerca stanno affluendo ora. Ma la dipendenza da gioco d’azzardo invece c’è ed è considerata equivalente alla dipendenza da eroina o da cocaina. Ed il gioco d’azzardo in rete sta abbondantemente soppiantando quello nei casinò. I casinò sono lontani, quasi tutti hanno un computer e quasi tutti hanno un sistema di videogioco in casa. Se poi consideriamo che quasi tutti i ragazzini hanno un cellulare con l’accesso internet, ai giochi si può accedere a praticamente ovunque.</p>
<p>I videogiochi sono molto seduttivi per i piccoli, ma non solamente per loro, perché li fanno sentire autonomi e forti perché sentono di avere il controllo: comandano loro cosa fare, quale finestra aprire, cosa cliccare. Poi li fanno sentire pieni di competenza, svelti, furbi, in una parola bravi in quello che fanno; se infine si aggiunge l’interfaccia con altre persone, possono avere un sentimento di appartenenza, di sentirsi parte di una community.</p>
<p>Fare videogiochi può dare al ragazzino o alla ragazzina tutti questi elementi. Qualcuno si vanta per la comunità online che lo circonda, se ne stente galvanizzato. Un buon genitore dovrebbe sorvegliare questi processi affinché non si ritrovi un figlio o una figlia divenuto intrattabile perché è dipendente da videogiochi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Umberto Nizzoli</p>
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		<title>Impara a leggere il non verbale delle espressioni del volto</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jul 2016 12:58:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nel 2002 il Nobel per l’economia fu assegnato ad uno psicologo, Daniel Kahneman. Sebbene alla maggior parte degli esseri umani piaccia pensare a sè stessi come a persone intelligenti e razionali, un’ampia ricerca ormai dimostra che le emozioni giocano un ruolo fuori misura nei rapporti interpersonali, nei negozi umani appunto. L’essere umano è sospeso tra [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2002 il Nobel per l’economia fu assegnato ad uno psicologo, Daniel Kahneman.</p>
<p>Sebbene alla maggior parte degli esseri umani piaccia pensare a sè stessi come a persone intelligenti e razionali, un’ampia ricerca ormai dimostra che le emozioni giocano un ruolo fuori misura nei rapporti interpersonali, nei negozi umani appunto.</p>
<p>L’essere umano è sospeso tra ragione ed emozione e le sue scelte risultano da un impasto tra le due dimensioni; alla faccia dei razionalisti.</p>
<p>E la mente tende ad auto-ingannarci e, di solito, ad auto-assegnarci giudizi ben più benevoli di quanto in realtà si meriterebbe. Prendiamo ad esempio l’asimmetria che normalmente le persone pongono fra le perdite ed i guadagni. Si pretendono più soldi per vendere un proprio oggetto di quel che si è disposti a pagare per acquistarlo, e ciò indipendentemente dal fatto che in esso vi siano particolari “valori affettivi”. Evidentemente ci si reputa più furbi dell’altro. Ma si è anche più precari, perdere qualcosa è un danno maggiore del guadagno avvertito allorchè lo si guadagna. Soffriamo di più quando perdiamo qualcosa di quanto si gioisca nell’entrarne in possesso.</p>
<p>L’azione umana si muove sotto la tendenza ad evitare le perdite.</p>
<p>Quando c’è uno scambio l’attenzione si pone su ciò che l’altro dice. Tante persone raccontandomi le pene del loro relazionarsi con genitori o partner da cui vorrebbero prendere il largo mi ripetono, lui/lei ha detto che….lui/lei dice che…..</p>
<p>D’accordo, quello sarà pure ciò che ha detto con le parole, ma è poi quello che ha davvero voluto dire? e come un mantra glielo ripeto: se non riesci a leggere ciò che la tua controparte ti trasmette col sentimento e ti concentri solo su quello che lui/lei ti sta dicendo, è altamente probabile che tu subisca una cantonata.</p>
<p>In ogni scambio esistono oltre ai contenuti verbali altri contenuti impliciti ma per questo non meno importanti. Assieme al contenuto delle parole vi sono gli apparati para-linguistici con cui le parole vengono dette e tutto il mare della comunicazione non-verbale che segnala la qualità della relazione fra le persone che stanno comunicando. Imparare a decodificare diventa allora essenziale se si vuole davvero capire ciò che il proprio interlocutore sta dicendo. Insomma è essenziale imparare ad osservare, a farlo bene in modo da cogliere i veri significati della comunicazione che ci interessa. E bisogna calare queste osservazioni nel tipo di persona con cui si comunica. Infatti i negoziatori esperti sanno mascherare i loro veri sentimenti; rimangono velati. Disgelarli non è detto che sia facile; più l’interlocutore è sprovvisto di strumenti e più diventa facilke leggerlo, ma chi è ben strutturato diventa un interlocutore ostico. Lo sanno bene quei tanti genitori che si urtano nella coppia con un partner forte attrezzato e…..malefico. Questi ultimi scelgono le parole da dire, misurano il tono della voce, controllano il linguaggio del corpo e lanciano espressioni del volto con cura. Per l&#8217;osservatore medio gente così di solito sembra neutrale, impassibile. Tieni anche conto che se hai a che fare con un tale ben allenato lui/lei potrebbe essere in grado di fingere un&#8217;emozione convincente. Specie se pensa che ciò lo/la aiuterà nel difendere i propri interessi. Non fanno così tanti/tante amanti che fingono gioie stellari pur di accontentare il/la partner?</p>
<p>La simulazione è all’ordine del giorno in molte situazioni umane; l’individuo per un suo tornaconto cerca di manipolare l’interlocutore che sia l’amante, il figlio, il genitore, il marito o la moglie, un giudice o un collega di lavoro. Scoprire le simulazioni è tutt’altro che facile ma in molte situazioni, un giudizio, un divorzio, un conflitto intergenerazionale, diventa essenziale. Come fare? C&#8217;è un modo per leggere ciò che la controparte sente nel suo intimo anche se deliberatamente sta cercando di nasconderlo. Il segreto è quello di prestare attenzione alle microespressioni spontanee ed involontarie che svolazzano rapidamente sul volto. Il volto è come un campo attraversato dai pensieri e dalle emozioni; e se è una intensa emozione si vede, come le increspature sul mare.</p>
<p>Se si sa cosa cercare queste microespressioni possono fornire in un istante la finestra finalmente onesta che si apre sul mondo della controparte. Saperle cogliere è essenziale perché mentre il resto della comunicazione può essere controllato queste increspature del volto sono spontanee, scivolano involontarie al controllo anche del più strutturato “nemico” con cui ci si sta confrontando. Alcune espressioni, gioia, paura, sorpresa, rabbia, sono facilmente riconoscibili quando le si vede su una faccia fotografata. Chiunque quando guarda ad esempio una foto di gioia la interpreta come tale. Il problema è che nella vita reale quelle espressioni scivolano sul volto molto rapidamente, la parte spontanea non dura neppure un secondo. Qualche ricercatore si è dedicato a questo tema ed ha scoperto che le espressioni emozionali improvvise, quelle che interessano a noi per capire cosa passa per la testa dell’interlocutore, durano circa 4 centesimi di secondo; pochissimo. E quando si è tesi perché si è concentrati a seguire il significato delle parole che ci si scambia ed ancor più quando l’interazione è intensa, 4 centesimi di secondo corrono troppo in fretta per dare il tempo di cogliere quel che servirebbe. E’ molto diverso riconoscere la paura su un volto in una foto e sulla faccia del figlio che, mettiamo il caso, ti sta riferendo perché è rientrato tardi. E’ molto difficile, ma non impossibile; anzi quella è una delle differenze fra chi sa convincere l’interlocutore e chi invece sa solo subire dall’altro.</p>
<p>Le microespressioni del volto sono la misura delle reazioni viscerali alle idee e alle proposte che si stanno confrontando; se le leggi puoi strategicamente orientare il dialogo verso il risultato preferito. Ci sono mariti provocatori che tengono con le ex dei rapporti come se giocassero a scacchi: coperti e strategici per fare reagire stizzosamente le ex ed acquisire meriti verso i figli contesi. Quando quelle signore imparano a trattenere le reazioni diventando più riflessive e quando dedicano attenzione a cogliere i messaggi impliciti nelle microespressioni del volto degli ex, passano da signore strapazzate a persone più sicure di sé perché meno in balia dei dictat dell’ex.</p>
<p>Ovviamente ci si può riferire sia alle signore che ai signori, l’osservazione non cambia. Imparare a leggere le microespressioni del volto è possibile; ovviamente c’è chi è più centrato sull’interlocutore chi no, ma si può imparare; e come tutte le cose, l’apprendimento migliora con la pratica. Certo bisogna mantenere l’attenzione sul volto dell’interlocutore; metti una serie di opzioni e mentre descrivi l’una e poi l’altra guarda la increspatura sul volto dell’altro. Molto prima che lui/lei si esprima avrai capito cosa davvero desidera e cosa non vorrebbe.</p>
<p>Non fare domande troppo aperte, meglio se racconti tu una storia, di come stai soffrendo e di cosa stavi pensando. Racconta situazioni simili a quelle che ti interessano, di persone vere ma diverse da te/voi e osserva le microespressioni che si formano sull’interlocutore ai passaggi della narrazione che fai. Più parli di cose situazioni persone simili al tuo caso ma diverse da te/voi e più il tuo interlocutore abbassa la guardia; e se si lascia andare sarà più vero nell’esprimersi, e tu capirai meglio.</p>
<p>Osserva di più invece di ascoltare solo le parole che escono dalla sua bocca.</p>
<p>L&#8217;attenzione alle microespressioni consente di cogliere il segreto dei feedback del vostro interlocutore mentre lui non si rende nemmeno ben conto che li sta dando.</p>
<p>Chiudo recitando ancora Kahneman; studiando la felicità umana (che poi è la qualità percepita della propria vita) questo grande psicologo ci ha dato un’altra perla: lo stare bene o lo stare male non è dovuto a dei valori “assoluti” ma ai cambiamenti di stato. Sono la diminuzione o l’aumento dello stato delle cose che ci fanno stare bene o male.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Umberto Nizzoli</p>
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		<title>INSPIRE, strategie per porre fine alla violenza ai minori</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2016 13:01:49 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>La fonte è così importante che si impone da sé,  ed il tema è di quelli sensibili. Mi ci getto a spron battuto. Ed è di questi ultimi giorni, quindi è davvero “à la page”.</p>
<p>L&#8217;obiettivo cui mira è più che ambizioso già dal sotto titolo: le sette strategie per porre fine alla violenza ai bambini. La violenza ai bambini è  radicata nei secoli e si sviluppa con mezzi e metodi a volte arcaici altre volte modernissimi. La violenza ai bambini rappresenta una minaccia gravissima al benessere individuale ed alle prospettive di crescita di una intera comunità.</p>
<p>Nel condominio e nel quartiere di Napoli dove molti sapevano delle pratiche violente del bruto finito agli &#8220;onori&#8221; della cronaca recentemente non vivevano male solo i bambini brutalizzati ma anche gli adulti che, impauriti, tacevano.</p>
<p>Quella situazione, non chiamiamo episodio una storia di anni di soprusi e brutalizzazioni, è  estrema mentre la violenza può inserirsi in famiglie molto più comuni e con forme ben più striscianti.</p>
<p>Il fenomeno è  molto difficile da affrontare ed ancor prima da individuare. Sepolto nella paura e nella vergogna, è talmente sommerso che se ne conoscono al più le parti più cruente che non sempre sono  le più dolorose. Qualche anno fa si era riusciti nel reggiano a scovarne una fetta piuttosto consistente.  Grazie a campagne di formazione e di sensibilizzazione e col contributo fondamentale dei medici dei pronto soccorso, dei pediatri e dei ginecologi si era visto che quasi il due percento dei minori, dalla più tenera età fino ai diciotto, subiva una qualche forma di violenza o di abuso. Ogni anno veniva redatta una ricerca sul fenomeno che veniva condivisa dalle autorità istituzionali ad iniziare dal Prefetto a tutti i sindaci. Fu una fase di grande attenzione al problema che vide la nostra realtà provinciale molto avanti rispetto ad altre del nostro paese. Da noi un cattivo concetto che i piccoli sono di “proprietà” dei genitori, lascia soffrire i piccoli per anni senza che i quieti vivere delle persone circostanti se la sentano di rompere le silenziose ipocrisie e diano forma e voce a chi soffre, i piccoli.</p>
<p>A questo obiettivo ho dedicato un pezzo della mia vita professionale da quando fondai il servizio per la maternità e l’infanzia e poi alla costituzione, assieme all&#8217;amico Cecchella, del tavolo interistituzionale che radunava, oltre ai servizi sociali e sanitari, la giustizia, la scuola e le amministrazioni e gli altri attori sociali.</p>
<p>Ma partiamo dall&#8217;inizio , la fonte, meglio, le fonti di INSPIRE. Si tratta dell&#8217;organizzazione mondiale della sanità e del CDC,  l&#8217;istituto per la ricerca ed il controllo delle malattie, tra gli altri.</p>
<p>Mi ha colpito il titolo, un acronimo: INSPIRE. Somiglia tanto all’italiano ispirare! Ed in effetti c’è bisogno di nuova ispirazione, una nuova vision, per metterci in cammino e contrastare la violenza ai minori. Ed il documento è davvero ispirato,  contiene una forte visione che punta a sconfiggere un enorme problema che però, a dispetto della sua gravità, può (potrebbe) essere eliminato. Infatti è causato dagli esseri umani, dai loro comportamenti verso i piccoli, i figli della nostra società. Certe volte si sente circolare un giudizio negativo sulla nostra società perché i giovani non trovano lavoro.o perchè un fiume è inquinato o per altri, tanti, problemi ancora.  Pensiamo però alla gravità di un mondo che maltratta i piccoli!   A chi piace andare in un posto dove è maltrattato, picchiato,  abusato?  Beh questa è l&#8217;accoglienza riservata ai bimbi violentati.  Potranno sentirsi amati ?  potranno percepire accogliente il mondo che l circonda? potranno imparare a fidarsi?</p>
<p>Ecco perché INSPIRE è un documento formidabile.</p>
<p>Cominciamo dalla I, i come implementare e rafforzare la legge. La legge deve proteggere anzitutto i piccoli anche quando sono contesi da genitori egoisti e possessivi.   N come norme, regole e valori. Si tratta di una lotta culturale per l&#8217;affermazione dei principi di ascolto, rispetto e dignità . Senza valori forti i deboli sono facilmente abusati ed i piccoli sono naturalmente deboli. P come parenti, genitori; è la loro attenzione, il loro supporto che fa la differenza. I come incassi, guadagni; la povertà estrema minaccia la qualità delle relazioni umane. R come risposte, i servizi e le reti sociali. E come educazione, la scuola e le varie agenzie formative e gli stili di vita che trasmettono.</p>
<p>S come sicurezza, ambienti sicuri dove la legge è vigile e rispettata.  Il degrado favorisce la violenza e l&#8217;abuso.</p>
<p>Il grande passo avanti offerto da INSPIRE è che non è la (solita) tirata morale contro comportamenti incivili; no INSPIRE è evidence based. Riporta cosa e come si possa fare sulla base delle conoscenze scientifiche più aggiornate. Non a caso è un documento OMS e CDC. Si rivolge a tutti coloro i quali dovrebbero occuparsi di eradicare la violenza subita dalle esperienze dei bambini e degli adolescenti.</p>
<p>A qualsiasi livello: ai decisori politici, ai professionisti medici,  psicologi, specialisti,  agli insegnanti e al personale della scuola, ai genitori ed alle loro associazioni.</p>
<p>Il linguaggio chiaro e assolutamente scientifico lo rende un manuale fondamentale. .</p>
<p>Come per tutti i fenomeni si parte dal definire di cosa si parla dopo di che chiarisce quanti, chi e dove,  ne sono affetti.</p>
<p>In modo formidabile si apre con una metafora. Immagina di svegliarti una bella mattina e di sentire tra i titoli delle notizie che gli scienziati hanno scoperto una nuova malattia. 1 miliardo di bambini in tutto il mondo vi è stato esposto. Si è visto che nel corso della loro vita questi bambini hanno molte più malattie mentali e disturbi di ansia ma anche malattie croniche come le malattie cardiache, il diabete, il cancro, le malattie infettive tra cui anche l&#8217;HIV; e questi bambini hanno problemi sociali come la criminalità e l&#8217;abuso di droga. E adesso chiediti: se qualcuno ha avuto una tale malattia, cosa faremmo?</p>
<p>La verità è che noi abbiamo una tale &#8220;malattia&#8221;. E&#8217; la violenza nei confronti dei bambini. Sì perché le prove della ricerca scientifica dimostrano che è proprio così come ho scritto poco sopra.</p>
<p>Le sette strategie INSPIRE vanno concepite in modo globale e multisettoriale per sfruttare le sinergie di un settore con l&#8217;altro. Fu il senso che demmo al tavolo interistituzionale perché scuola senza servizi o servizi sanitari senza la magistratura o servizi sociali contro le famiglie non portano a un gran risultato. Ma il coordinamento interistituzionale è davvero difficile specie in un paese percorso dalle gelosie e dai corporativismi. Bisognerebbe porlo come obiettivo di governo: eliminare la violenza ai minori. Alcuni paesi si stanno impegnando ma pochi riescono a farlo su larga scala. Che il coordinamento fra i diversi settori sia difficile l’ho sperimentato sulla mia pelle. La Regione si poneva all’avanguardia ed applicò la Carta dei diritti dell’infanzia emanata dall’ONU nell’89 prima ancora che il nostro paese la firmasse. Mi nominò primo esperto sui problemi dell’infanzia col compito di portare avanti il coordinamento fra i soggetti che si occupano dell’infanzia per motivi istituzionali. La differenza fra ministeri della sanità della giustizia degli interni della scuola in pratica impedì che nascesse un coordinamento con cui condividere i poteri e le azioni. Se poi aggiungiamo la selva di articolazioni territoriali comprendiamo facilmente che mettere in cammino una società su un progetto condiviso è piuttosto utopico. Ma la scienza  è di suo utopista, quindi vale la pena continuare a battersi per un obiettivo davvero molto civile ed utile. Comparata con qualsiasi altra patologia la violenza all’infanzia genera il danno maggiore in termini sanitari sociali ed economici (segue).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Umberto Nizzoli</p>
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		<title>Il peso influisce sulla scelta dei candidati politici?</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Mar 2016 08:54:09 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il peso di un candidato politico influisce sulla sua credibilità e sul suo valore? E più in generale il peso di una persona è da considerarsi nel giudizio globale che si dà di questa persona?</p>
<p>La risposta purtroppo sembra essere si; se la persona in questione è in una condizione di obesità la sua candidatura è a rischio. Se non ha ambizioni politiche è comunque a rischio il suo lavoro e il suo ruolo nel mondo del lavoro.</p>
<p>È di pochi giorni fa la notizia dell’uscita di scena, dalla candidatura a sindaco di Milano, di Patrizia Bedori.</p>
<p>Tra le accuse, che andavano da casalinga a nullafacente, anche quella di essere obesa e brutta.</p>
<p>L’ironia sul peso di una persona, che a volte si trasforma in feroci offese, rappresenta uno degli aspetti più debilitanti, e meno conosciuti, del vivere in una condizione di obesità.</p>
<p>Parliamo dello stigma a causa del peso che vede l’obesità come segno di pigrizia, scarsa forza di volontà e poca cura di sé.</p>
<p>Al contrario l’obesità è una malattia cronica con gravi ripercussioni sul piano clinico, psicologico e funzionale i cui determinanti attengono a problematiche individuali (in particolare psicologiche e funzionali), ambientali, socio-culturali.</p>
<p>Nulla a che vedere con gli stereotipi, purtroppo diffusi e socialmente accettati, che precedono spesso la persona e influenzano negativamente le nostre percezioni.</p>
<p>Fa riflettere che la vicenda Bedori arrivi nei giorni della giornata nazionale per la cura dei disturbi alimentari che dovrebbe sensibilizzare al rispetto verso il corpo non legato a un numero sulla bilancia.</p>
<p>Parole come “grasso o ciccione” fanno parte del vocabolario popolare e a volte non si dà loro peso.</p>
<p>Un peso però lo hanno, ed è un peso che crea ferite invisibili ai nostri occhi, ma dolorose per chi le subisce.</p>
<p>La SISDCA, da sempre impegnata nello studio dei disturbi del comportamento alimentare e dell’obesità e nella lotta alla discriminazione nei confronti dei pazienti affetti da queste patologie, ritiene che questi atteggiamenti siano da condannare profondamente perché assolutamente ingiustificati sul piano scientifico e culturale, segno di profonda ignoranza e decisamente controproducenti nei confronti della cura della malattia.</p>
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		<title>Guida rapida per individuare la Cattiva Scienza &#8211; Bad Science</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2016 19:11:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[C’è molta quantità di “roba” pubblicata in giro. Se l’occhio non è attento si rischia di rimanere sepolti dal numero impressionante di libri, articoli, riviste, quaderni, dvd, cd, trasmissioni, congressi, relazioni, work-shop, conferenze, corsi, lezioni, festival… &#160; La comprensione anziché venirne irrobustita è semplicemente ottenebrata. Il dialogo fra le persone diventa difficile, ognuno cita o [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>C’è molta quantità di “roba” pubblicata in giro. Se l’occhio non è attento si rischia di rimanere sepolti dal numero impressionante di libri, articoli, riviste, quaderni, dvd, cd, trasmissioni, congressi, relazioni, work-shop, conferenze, corsi, lezioni, festival…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La comprensione anziché venirne irrobustita è semplicemente ottenebrata. Il dialogo fra le persone diventa difficile, ognuno cita o si riferisce a qualcosa, qualcuno, qualche accadimento ed il fossato tra gli individui si accentua: come nelle religioni, ognuno pensa di avere la risposta giusta.</p>
<p>La scienza diventa un oggetto, come gli altri, di mercato: più gridi più ti sentono, più seduci più piaci, più ti imponi e più ti temono. La credibilità si acquista nel mercato, più adepti significa più verità. Oltre a dividere le persone la cattiva scienza instupidisce gli individui: creduloni di chi sa vendere meglio le sue verità. Qui il rischio diventa grandissimo, si confondono la validità dei risultati e la carta su cui sono scritti, la copertina, lo sponsor, la trasmissione in cui vengono detti e via facendo della scienza uno degli oggetti di spettacolo.</p>
<p>In realtà la scienza non è un oggetto tra gli altri; un oggetto che si prende se si vuole e si lascia quando non serve.</p>
<p>La scienza è un continuo sforzo per (ri)disegnare il mondo. Parte da ciò che si sa e, senza accontentarsi, cerca di saperne di più. Parte sempre da quel che si sa non perché si debbano condividere le descrizioni scientifiche che altri hanno forgiato ma perché per esplorare il mondo e costruirsi le proprie verità si usa il linguaggio che altri ci hanno insegnato.</p>
<p>Il pensiero scientifico è una continua ribellione al sapere del momento. Non si accontenta, non si limita a ripetere. Ma ripete, esattamente come è, finché non ha una spiegazione migliore da dare. E’ ortodossa nel ripetere ciò che si sa ed è antagonista nel cercare nuove vie; ma finché non ne ha trovate di solide e migliori non abbandona le vecchie. La scienza è il metodo per scoprire il mondo: si basa su dati ma li deve interpretare di continuo. Non esistono dati empirici puri che raccogliamo sul mondo; sarebbe bello poterci appoggiare su di essi. In realtà ogni percezione è pesantemente strutturata dal nostro cervello, dal nostro pensiero, dalla nostra cultura con le sue aperture ed i suoi pregiudizi. In ogni osservazione c’è sempre chi sta osservando. Osservare significa cogliere, cioè non farsi sfuggire, comparare, cioè attivare tutte le associazioni che permettono la definizione di ciò che si è osservato, catalogare, cioè inserire all’interno di categorie e quindi spiegare, cioè dire (dirci) cosa in effetti ciò che è quel che abbiamo osservato.</p>
<p>La interpretazione dei segni del mondo che abbiamo osservato è il linguaggio che adoperiamo. Linguaggio che pre-esiste alla nascita di ognuno anche se ognuno può, ma spesso non può, apportarvi delle innovazioni. Qualcuno ha creduto di potere teorizzare che non sono le persone a pensare, sono i pensieri che passano attraverso le persone.</p>
<p>Il linguaggio è la nostra lente per leggere i segnali che ci arrivano dal mondo esterno e da quello interno, è il nostro coltello con cui affiliamo la realtà, il nostro libro-guida per sapere come muoverci. Il linguaggio non si limita a rispecchiare la realtà, ma più  spesso crea la realtà stessa. Il linguaggio è, per un certo verso, il mondo, il nostro mondo. Tutto ciò che non rientra nel linguaggio che possediamo non è raccolto, né catalogato, capito e ricordato. I linguaggi posseduti differenziano le persone, creano le gerarchie del sapere. La vita è un’occasione per sviluppare, crescere, rendere più efficace e pertinente, il linguaggio. E’ il nostro viaggio, il viaggio di ogni persona dentro al mondo. Il viaggio verso la conoscenza, un viaggio continuo.</p>
<p>La ricerca della conoscenza non si nutre, di certezza: si nutre di una radicale mancanza di certezze.</p>
<p>Eppure, ecco un paradosso, la scienza offre certezze: sono le spiegazioni migliori possibili al livello di sviluppo delle conoscenze che si sono finora ottenute.</p>
<p>La scienza è la ricerca continua del miglior modo per cogliere il mondo e per capirlo.</p>
<p>Ergo ogni questione che riguarda il vivere andrebbe affrontata con l’ausilio della scienza. Molte persone, le più ingenue, nutrono grandi aspettative sulla scienza; da essa si aspettano la soluzione di ogni problema. Purtroppo esse sono costrette a subire molti smacchi e frustrazioni, la scienza sa molto compreso il sapere che molte cose fuoriescono dalle sue spiegazioni. Siccome vivere con l’incertezza è angosciante, si costruiscono teorie a volte basate solo su idee, le ideologie: esse offrono piste per superare le incertezze e contenere l’angoscia esistenziale che altrimenti fluirebbe libera e devastante. Ma il mondo è terribilmente più complicato delle immagini ingenue che certuni si fanno per muovercisi dentro.</p>
<p>Temi come quelli del comportamento umano oscillano tra spiegazioni razionali, scientifiche e ideologie che vorrebbero ingabbiare l’umanità.</p>
<p>Le persone moderne chiedono spiegazioni razionali. Data la complessità delle manifestazioni umane si addensano spiegazioni tra loro di valore scientifico molto diverso. Si va dalle conoscenze più raffinate alla paccottiglia buona al più per vendere qualche libro di ricordi strumentalizzando l’emozione del pubblico. Chi non volesse essere vittima delle forme di vendita delle conoscenze da serata di varietà può utilizzare i criteri che sono stati sviluppati nel mondo scientifico e che consentono di riconoscere il valore delle cose che vengono affermate. Così facendo il cittadino che non ha tempo da perdere con banalità e cianfrusaglie vendute con la fanfara della scienza utilizza una serie di criteri che gli permettono di orientarsi. Diventa allora importante sapere il fattore di impatto, quanto vale, il giornale o la rivista su cui sta leggendo per aggiornarsi; si usa il valore di impatto dell’autore, il suo curriculum, il metodo usato per svolgere gli studi di quanto viene dicendo; cioè tramite un set di criteri si elimina una gran parte delle ridondanze e delle inutilità e ci si concentra nello studiare solo le cognizioni serie. Nonostante la prudenza che questo modo di procedere induce, inevitabilmente si viene bersagliati da lanci di notizie “scientifiche” roboanti. Come fare? Come fare ad orientarsi tra notizie che rimbalzano ed a volte sono davvero clamorose?</p>
<p>Ad uso del lettore ecco un set che consente di distinguere fra le affermazioni scientifiche serie e quelle meno serie. Un set che consente di graduare la validità delle cose che si sentono ed a cui si crede se valgono qualcosa o le si getta se non valgono niente; indipendentemente dal clamore con cui vengono proclamate. A quanti più criteri la affermazione corrisponde e tanto maggiore sarà i9l suo valore. Un set piuttosto severo: sono davvero poche le affermazioni scientifiche che superano tutti i criteri. Consiglio il lettore di tenere con sé questo set: gli eviterà di farsi intontire da notizie “scientifiche” che servono solo a chi le lancia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ecco il set che riconosce la scienza cattiva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>1_ Titoli da prima pagina scelti e diffusi con sensazionalismo. Lo scopo dei titoli è di invogliare il lettore a leggere o ad ascoltare. Nella migliore delle ipotesi le sparate sono super-semplificazioni della ricerca. Nella peggiore sono la dimostrazione che si cerca il sensazionalismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2_ Risultati della ricerca male interpretati. Spesso gli articoli distorcono o interpretano male i risultati della ricerca per l’amore di rendere bella la storia da raccontare; intenzionalmente, di solito ma a volte involontariamente gli autori amano fare appassionare i lettori. In questo caso è sempre meglio rifarsi alla ricerca originale e non agli articoli di un giornale o di una trasmissione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>3_ Conflitto di interessi. E’ un fenomeno molto diffuso, specie in paesi come il nostro in cui i fondi pubblici per la ricerca praticamente sono inesistenti. Molte aziende, specie quelle farmaceutiche, pagano in vario modo i ricercatori affinché confermino i risultati che a loro interessano. In vario modo, facendoli parlare a un congresso o pagando loro una pubblicazione o semplicemente pagando qualche vacanza o qualche benefit. Ovviamente non è perché un ricercatore è pagato o venduto che le affermazioni che fa diventano perciò false, certo che il sospetto che siano dichiarate solo per fare l’interesse dello sponsor è alto. Serve perciò molta prudenza per discernere se le affermazioni scientifiche sono fatte al solo scopo di ottenere qualche guadagno di carriera o di denaro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>4_ Correlazioni e causalità. La correlazione fra due fatti o variabili non significa immediatamente che una sia la causa dell’altra. Un amico inglese che lavora per la ricerca in sanità, Mike Ashton, racconta un aneddoto. Il riscaldamento globale cresce dal 1800 e dalla stessa data diminuiscono i pirati, ma non è la caduta della pirateria a causare il riscaldamento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>5_ Linguaggio teleologico e speculativo. Speculare su una ricerca significa solo speculare, fare ipotesi campate in aria. Essere alla ricerca di parole come potrebbe, dovrebbe o altre altrettanto approssimative ed ideologiche, significa solo che la ricerca non offre i risultati che servirebbero per sostenere quelle stesse ipotesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>6_ Un numero di casi troppo piccolo. Nella ricerca più è basso il numero dei soggetti analizzati e meno forti sono le conclusioni. Le conclusioni che vengono tratte e raccontate vanno prese con in testa la griglia che meno casi riguardano, meno forti esse sono. In certe situazioni non si possono riferire che pochi casi. Allora è bene non generalizzare. Se poi si tratta di argomenti su cui si sarebbe potuto produrre u campione significativo e non lo si è fatto, allora il sospetto sulla approssimazione del ricercatore deve essere immediato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>7_ Campioni non rappresentativi. Nelle prove che si riferiscono a questioni umane chi fa ricerca dovrebbe sempre selezionare campioni rappresentativi di una fetta più grande di popolazione. Mi hanno sempre fatto arrabbiare quei tali che., riferendosi alle persone che seguivano nei loro servizi, volevano riprodurre i dati di servizio come se fossero riferiti alla popolazione generale. Un caso fastidioso accade quando si sentono frasi del tipo chi usa marijuana prima o poi passa all’eroina; chi lo dice si basa sul fatto che tutti i suoi assistiti prima di diventare poli-consumatori o eroinomani avevano tirato marijuana. Il che è certamente vero per quel gruppo di popolazione finito in trattamento in quella comunità, ma che è assolutamente falso se riferito a tutti coloro che usano cannabinoidi. Di esempi simili ce ne sono parecchi: invito il lettore ad esercitare il suo spirito critico e discernere fra la corretta informazione e la volontà di impressionare o, più banalmente, il pressapochismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>8_ Senza l’uso di gruppi di controllo. Nelle ricerche sui comportamenti umani i risultati di uno studio vanno sempre verificati in gruppi di controllo. Sarebbe anche molto meglio se la allocazione ad un gruppo o all’altro, quello studiato e quello di controllo, avvenisse con un’assegnazione random. In genere gli esperimenti dovrebbero controllare tutte le variabili in esame: ricorda l’aneddoto del riscaldamento e della pirateria!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>9_ Senza l’uso come test del doppio cieco. Per evitare qualsiasi pregiudizio gli stessi esaminati non dovrebbero conoscere se sono studiati o se sono inseriti in un gruppo di controllo. Il lettore si rende ben conto della delicatezza di questo criterio: la trasparenza che si deve usare in clinica impedisce di tenere l’assistito all’oscuro delle manovre cui è sottoposto, come non sapere se viene trattato con il nuovo metodo che si sta sperimentando o con non si sa con che cosa. L’aspetto etico impedisce di norma di applicare questo criterio. Eppure per arrivare a conclusioni inoppugnabili bisognerebbe che tutte le variabili venissero controllate, sicché lo stesso sperimentatore dovrebbe agire alla cieca per non inquinare con la sua personale lettura i risultati. Vedi l’impossibilità di escludere l’osservatore dal dato osservato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>10_ Risultati scelti a piacimento. Questo criterio si riferisce a quando vengono estratti alcuni risultati dalla ricerca e vengono riferiti solo quelli perché sono quelli che fanno colpo. Spesso sono i dati che servono a confermare gli interessi del ricercatore o che meglio si prestano a sorreggere le conclusioni cui vuole arrivare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>11_ Risultati non replicabili. Per essere inoppugnabili i risultati dovrebbero essere replicabili. Chi fosse interessato dovrebbe arrivare alle stesse conclusioni indipendentemente dalle condizioni in cui rifacesse il test. Solo così i risultati sono davvero generalizzabili. Specie gli annunci più clamorosi devono godere di evidenze certe. A volte però si resta abbagliati da un titolone e dietro non c’è quasi nulla.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>12_ Riviste e citazioni. Certamente è importante identificare la fonte ed il luogo di pubblicazione. Le ricerche pubblicate nelle riviste di spessore scientifico riconosciuto, cioè con un buon fattore di impatto, vengono assoggettate al processo di peer-review: ignoti altri specialisti leggono il testo prima di approvarne la pubblicazione. Quindi sapere se la notizia è stata prima recensita da gruppo di revisione fra pari è molto importante. Ma anche qui ci vuole prudenza: il processo potrebbe essere viziato da fattori di amicizia a colleganza. Altrettanto prudenza va usata per secernere fra le notizie che ottengono delle recensioni. Per essere chiari, più ce ne sono e più la notizia è validata specie se le citazioni sono fatte da autori autorevoli su riviste autorevoli. Ma anche quando una notizia è molto recensita, citata , non è detto che non siano i sostegni di cordata a dare quel rilievo.</p>
<p>Ci vuole quindi molta prudenza e bisogna dotarsi di pazienza per controllare l’attendibilità delle notizie altrimenti si finisce vittima del clamore che certi giornali danno alle notizie che stupendo il pubblico, fanno vendere. Trovare notizie che rispecchino tutti i criteri è difficile: sono la faticosa avanzata delle conoscenze scientifiche. Se si leggono solo quelle non si perde tempo con il ciarpame; si perdono però gli spunti creativi e promettenti. Allora pretendete che siano rispettati almeno i primi cinque criteri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Umberto Nizzoli</p>
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		<title>Auguri di buon anno a l’arsana &#8211; Obiettivi intelligenti per il nuovo anno con l’augurio che i sogni diventino realtà.</title>
		<link>http://www.risky-re.it/home/auguri-di-buon-anno-a-larsana-obiettivi-intelligenti-per-il-nuovo-anno-con-laugurio-che-i-sogni-diventino-realta/</link>
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		<pubDate>Sat, 09 Jan 2016 20:05:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quando si è ragazzi ci sono battute o frasi che ti impregnano la mente: nella loro ricorsività suscitano emozioni che si ripetono ogni volta che ascoltiamo quella frase: lo stimolo parola rievoca un ricordo e la correlata emozione. A volte sono battute che scatenano l’ilarità solo in chi conosce l’attore e gli antefatti; altre volte [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Quando si è ragazzi ci sono battute o frasi che ti impregnano la mente: nella loro ricorsività suscitano emozioni che si ripetono ogni volta che ascoltiamo quella frase: lo stimolo parola rievoca un ricordo e la correlata emozione. A volte sono battute che scatenano l’ilarità solo in chi conosce l’attore e gli antefatti; altre volte sono frasi apodittiche, specie di moloc linguistici che identificano determinati gruppi sociali.</p>
<p>Nella giovanile competizione campanilistica che si faceva coi “cugini” di oltre Enza ci si gettava addosso ritmicamente: reggiano dalla testa quadra cui inesorabilmente seguiva: l’hai tonda perché i pidocchi ti hanno mangiato gli spigoli. Ognuna delle parti, delle fazioni, si sentiva ripagata dall’epiteto lanciato ai “cugini” e le iniziali offese si trasformavano in rinforzi della propria identità. Sembra di sentirli ancora quei ragazzi dirsi, sì, ho la testa quadra, ma non la vivo come un’offesa. Diventa il (nostro) segno distintivo. Si faticava a riconoscerlo, si fa sempre fatica a riconoscere i meriti dell’avversario, ma l’avversario diceva proprio le cose come stanno: il reggiano ha la testa quadrata. Cioè è concreto, pratico, più incline alla clinica che alla teoria. Da bravo reggiano allora non mi limito a fare gli auguri come in questi giorni si fa spesso lanciandoli qua e là come un rituale. In questi giorni capita di ricevere gli auguri da perfetti sconosciuti. Auguri, si sente dire da un tale sconosciuto che sta entrando od esce da un negozio; lo dice come un buongiorno e un saluti.</p>
<p>Vorrei augurare che i sogni di ognuno possano avverarsi, che il nuovo anno sia pieno di soddisfazioni. Perché questo possa davvero avverarsi bisogna però che le persone credano davvero nei loro sogni, che vi credano intensamente. Ma non basta. Prima ancora di desiderarli molto bisogna fare loro una specie di check-up: devono essere realizzabili. Ecco il punto! Come spiegava Assagioli, fondatore della psicosintesi, se si alza lo sguardo del desiderio troppo oltre l’orizzonte delle personali risorse si finisce col rimanere frustrati. Il desiderio roderà dentro, insoddisfatto e renderà amara la vita, ferita dalla mancanza e dal vuoto che la vacuità del desiderio genera. Occorre allora un serio check-up che metta in chiaro alla persona stessa quali siano le sue risorse e le sue vocazioni, coi miei pazienti per analizzare questo concetto uso di solito la parabola dei talenti. Auguro quindi innanzitutto di realizzare i propri talenti e le proprie vocazioni.</p>
<p>Una volta individuati quel che si può essere e si arriva al livello motivazionale che fa sentire quella realizzazione una specie di dovere etico verso il valore della persona, occorre cominciare un cammino. I sogni senza una pianificazione conseguente rimangono desideri inevasi.</p>
<p>L’inizio di un nuovo anno, così come i simboli che si condensano in questi giorni di festività, sono un crinale esistenziale delicato: vi si concentrano propositi e bilanci. Per alcuni rappresentano un passaggio difficile in cui si rievocano le perdite, i lutti e gli insuccessi. Per alcune persone sono giorni difficili da attraversare.</p>
<p>In epoca di bilanci comunque è inevitabile vedere le carenze e fare dei propositi. E’ curioso come persone tra loro con caratteristiche divergenti approccino lo scavalcamento dell’anno con intenzioni augurali simili. Speriamo che vada sempre così, unifica depressi e fortunati: i primi se lo augurano spaventati dal peggio che sentono incombere mentre i secondi se lo augurano gaudiosi. Oltre a loro si aggiungono gli scaramantici, se lo augurano a parole per non dire davvero quel che sperano in fondo ai cuori col timore che col dirlo si vanifichi la loro speranza.</p>
<p>La larga parte delle persone spera che le cose vadano meglio; infatti i depressi sono “solo”, si fa per dire il 9% della popolazione adulta ci ha detto questa settimana l’ultima ricerca sullo stato di salute mentale degli americani (come sanno i lettori di questa rubrica noi italiani non disponiamo di dati epidemiologici attendibili). Speriamo che vada meglio, dice l’aria augurale che si sparge da una bocca all’altra, di casa in casa. Auguri.</p>
<p>Ma perché vada meglio occorre vedere cosa le persone si augurano che vada meglio. Mi è capitato di sentire alcune delle interviste di strada che un gran numero di mezzi di comunicazione mettono in onda. Lei cosa si aspetta dal nuovo anno? chiede il giornalista a chi passa.</p>
<p>La pubblicità è un veicolo straordinario per formare i desideri della gente, ma spesso le offerte centrate su un prodotto o l’altro, uno smartphone, la play o un tv vengono nella seconda fila delle risoluzioni attese.</p>
<p>La gente vuole il meglio, più salute, più soldi, più fortuna. Vuole guadagnare di più e risparmiare di più.</p>
<p>Le tante ricerche fatte da un rotocalco o da un&#8217;organizzazione di studio delle tendenze e degli interessi dei consumatori, insistono su essere più sani, più belli, più amati.</p>
<p>Quando pensano più a sé gli obiettivi comuni oscillano fra godersi la vita al massimo, trovare l’amore, trascorrere più tempo con i propri cari.</p>
<p>Purtroppo, molti non sono poi efficaci nel raggiungere quegli stessi obiettivi. Rimangono lettera morta per il seguito dell’anno salvo poi riapparire alla prossima scadenza. Come un mantra che si ripete a cadenze prefissate, l’augurio si trascina instancabile. L’augurio che voglio fare è che i sogni non restino lettera morta ma diventino realtà. Allora ci vuole un piano. Perché il divario tra intenzione e azione, soprattutto quando si tratta di comportamenti relativi alla salute, è lampante.</p>
<p>Farò più attività fisica, mi riposerò meglio, perderò di peso, smetterò di fumare, …..</p>
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<p>Come si può evitare di fare l’ennesimo fallimento?</p>
<p>Ecco allora alcuni criteri che possono aiutare a diventare più performanti e soddisfatti di sé, cioè a rendere i sogni (quelli alla portata, <em>à l’arsana</em>) realtà. Che si realizzino i sogni che risolvono i problemi, quelli di salute innanzitutto.</p>
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<li>Per prima cosa pensa positivo. Un modo per rendere più raggiungibile un obiettivo di salute è concentrarsi sugli effetti positivi del cambiamento desiderato più che tenere nel rimosso gli effetti negativi. Vedi più le tue risorse dei tuoi difetti; apprezza i tuoi lati positivi ed impegnati a valorizzarli più che affliggerti per le mancanze. Non sottoporti a torture anche se possono sembrare centrate sull’obiettivo che desideri: prima o poi cesseresti di sottometterti ed allora tutto sarà vanificato. Se ad esempio vuoi sentirti meglio con te stesso o se vuoi smettere di metterti continuamente sotto processo per il troppo criticismo, concentrati su nuove opportunità o impara ad avvicinarti alle situazioni difficili con più tenerezza, empatia e consapevolezza. E’ molto significativa la lezione che si ricava dagli studi sul trattamento dell’obesità o del binge eating. Se ci si concentra su una dieta si ottiene sì un risultato a breve ma ci sarà un peggioramento poi: l’impegno per cambiare sfuma inesorabile. Molto meglio imparare a mangiare a intervalli regolari trattenendo e gestendo le proprie emozioni piuttosto tagliare tipi e quantità di alimenti.</li>
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<li>Non farti bloccare dalla vergogna o dalla presunzione. Parla dei tuoi problemi, ovviamente con chi ti fidi; anzi, fallo solo con chi ti fidi. Parlare con qualcuno &#8211; un amico, un familiare o un medico, ti assicura che gli obiettivi che hai scelto (i sogni da realizzare) sono realistici. Inoltre gli amici sono una rete di sostegno nelle difficoltà e d’altra parte sono un pungolo a perseguire il cambiamento, cioè ad essere più responsabili con sé stessi.</li>
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<ol start="3">
<li>Impara a scegliere gli obiettivi (definire i desideri) è importante. Spesso si avverte che sono malposti o grandiosi, per niente intelligenti. Prendi ad esempio desideri del tipo &#8220;vivi la vita al massimo&#8221;: non lo trovi generico? E’ un obiettivo con tanti modi di essere diversissimi tra di loro. Serve più concretezza e precisione. Scegli un obiettivo &#8220;intelligente&#8221;, cioè chiaro e specifico, misurabile così ti rendi conto se e quanto lo stai avvicinando, dentro alle tue risorse, che preveda in modo chiaro quali azioni fare, e metti con realismo il tempo prevedibile per ottenerli. Avere un obiettivo intelligente prevede darsi un piano per realizzarlo, e un calendario in cui farlo.</li>
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<ol start="4">
<li>Focalizzati sul percorso più che sul risultato finale. Concentrarsi troppo sull’esito finale (che non si è ancora raggiunto) porta a frustrazione e crea infelicità. Impara invece a goderti il viaggio e gioisci per i piccoli passi che sai fare ogni giorno. Un modo per festeggiare è quello di creare un piano di ricompense positivo per risultati raggiunti sulla strada verso un obiettivo più grande.</li>
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<ol start="5">
<li>Il mondo che ti circonda non dipende da te: accadono cose che non ti piacciono per niente. Dal mondo ti arriveranno stimoli negativi. Impara a prevederli: immaginarli in anticipo ti fa costruire delle strategie per fronteggiarli meglio. Cerca di essere flessibile altrimenti rischi di abbandonare l&#8217;obiettivo appena sorgono degli imprevisti.</li>
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<ol start="6">
<li>Ricordati sempre del “perché” ti stai impegnando: coltiva i tuoi sogni, non limitarti a farti i buoni propositi a inizio di anno. Considera sempre i vantaggi che otterrai con il successo. Ricordare il perché dei propri desideri aiuta a tenere alta la motivazione.</li>
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<ol start="7">
<li>Lo dico sempre ai miei pazienti: tieni nota dei tuoi risultati e sii soddisfatto dei successi, invece di lamentarti per le mancanze.</li>
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<p>Ho trovato molto azzeccato l’augurio dell’APA: concentrati su ciò che stai facendo bene e sarai sulla buona strada per soddisfare i tuoi obiettivi. Anche oltre oceano c’è qualcosa di <em>a’rsan. </em>Auguri</p>
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<p style="text-align: right;">Umberto Nizzoli</p>
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