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	<title>Rivista Studio</title>
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	<description>Studio tratta in maniera approfondita argomenti e storie su libri, cinema, arte, moda, design, musica, televisione, politica, economia e società.</description>
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	<title>Rivista Studio</title>
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		<title>Anche quest&#8217;anno il Primavera Sound ci ha dato tutto quello che desideravamo (e pure di più)</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/primavera-sound-2026-concerti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 13:11:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La prima cosa che è successa al Primavera Sound 2026 è stata la pioggia. Non una pioggerellina di fine pomeriggio, non l’acquazzone veloce che passa e lascia l’aria pulita. Una tempesta vera, con raffiche di vento e i palchi principali chiusi dalle otto di sera in poi, Massive Attack cancellati, Doja Cat cancellata, il pubblico [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed centered article-body" style="font-weight: 400;">La prima cosa che è successa al Primavera Sound 2026 è stata la pioggia. Non una pioggerellina di fine pomeriggio, non l’acquazzone veloce che passa e lascia l’aria pulita. Una tempesta vera, con raffiche di vento e i palchi principali chiusi dalle otto di sera in poi, Massive Attack cancellati, Doja Cat cancellata, il pubblico ammassato all’ingresso delle aree senza che nessuno sapesse bene cosa stesse succedendo, con i telefoni senza campo e le comunicazioni che arrivavano via Instagram.</p>
<p class="is-boxed centered article-body" style="font-weight: 400;"><strong>Il primo giorno della 24esima edizione è andato quasi del tutto perso. Poi è arrivato il venerdì, con il cielo sgombro e i The Cure sul palco principale per quasi tre ore, e si è capito che il festival avrebbe mantenuto tutte le sue promesse.</strong> Questo è il Primavera Sound nel 2026: un festival che può permettersi di perdere un giorno intero e ripartire come se niente fosse, perché le fondamenta su cui è costruito sono abbastanza solide da reggere anche alle peggiori intemperie. Barcellona a giugno, il mare a 100 metri, l’aria che sa ancora di pomeriggio anche a notte fonda, e una lineup che mette nello stesso cartellone 46 anni di musica, dal primo album dei The Cure a Olivia Rodrigo e i Geese.</p>
<p class="is-boxed centered article-body" style="font-weight: 400;">La 24esima edizione del Primavera Sound si è svolta al Parc del Fòrum di Barcellona tra il 3 e il 7 giugno. Le tre giornate principali (giovedì 4, venerdì 5, sabato 6) sono state organizzate attorno a coppie di headliner costruite con il palese obiettivo del dialogo intergenerazionale: Doja Cat e Massive Attack il giovedì, The Cure e Addison Rae il venerdì, The xx e Gorillaz il sabato. Prima ancora, mercoledì 3, l’opening day gratuito con Wet Leg, Yard Act e Guitarricadelafuente aveva aperto il festival a tutta la città, senza preoccuparsi del biglietto. Annunciati oltre 300 show, attese quasi 300 mila persone, il festival ha esaurito i biglietti per il secondo anno consecutivo. Un segnale che il patto con il proprio pubblico ha tenuto, nonostante i prezzi, nonostante Barcellona, nonostante tutto quello che sta succedendo nel mondo.</p>
<p class="is-boxed centered article-body" style="font-weight: 400;">Il pubblico del Primavera ha una sociologia riconoscibile, se ci si prende il tempo di osservarla. Non è il pubblico dei grandi festival generalisti, quello che arriva con il trolley e cerca prima di tutto un posto dove sedersi. È gente che ha prenotato i voli a novembre, che conosce almeno tre quarti della lineup, che ha già opinioni forti su chi vale la pena vedere e chi invece no. L’età media è difficile da stimare. Ci sono quelli che ci vengono da sempre, che ricordano i primi anni al Fòrum quando i palchi erano la metà. Ci sono i 20enni che ci vengono per la prima volta e portano sul viso la concentrazione di chi sa di dover immortalare tutto, di dover tornare a casa con qualcosa da raccontare (e ovviamente non solo con il telefono ma con qualsiasi tipo di macchina fotografica, analogica o camcorder recuperato in soffitta). E poi ci sono i bambini, sempre di più, portati da genitori che hanno evidentemente deciso che crescere a pane e musica non è una scelta ma un dovere.</p>
<p class="is-boxed centered article-body" style="font-weight: 400;">Anche il modo in cui questo pubblico si muove tra i palchi dice qualcosa sull’esperienza proposta dal Primavera Sound. C’è razionalità, una lettura della mappa che ciascuno ha svolto a casa, come un compito, con l’app ufficiale, per stilare una tabella di marcia che genera conflitti di programmazione ogni dieci minuti. Vedere due show contemporaneamente è impossibile, scegliere è inevitabile, rimpiangere è parte dell’esperienza. È un evento che si vive sempre con la leggera sensazione di star perdendo qualcosa.</p>
<p class="is-boxed centered article-body" style="font-weight: 400;">Il festival è cominciato nel migliore dei modi. Blood Orange su uno dei palchi principali giovedì pomeriggio, primo vero nome di peso di un’edizione che stava ancora prendendo forma. Dev Hynes non ha deluso – non lo fa mai – e il suo set ha funzionato come una dichiarazione di intenti, per stabilire il tono di quello che sarebbe venuto dopo. Dopo, com’è noto, è arrivata la pioggia, ma questa non è colpa che si possa attribuire a Blood Orange (almeno, non siamo a conoscenza di suoi poteri idromantici). <strong>Nel pomeriggio, prima del nubifragio, c’erano stati anche Geese e Men I Trust. I primi con quell’energia speciale, una delle poche cose per cui vale la pena credere all&#8217;hype <em>(believe the</em> hype, per una volta). I secondi ipnotici, capaci di costruire il silenzio dentro il rumore del festival.</strong></p>
<p class="is-boxed centered article-body" style="font-weight: 400;">Berlioz, in un altro slot del giovedì, aveva lasciato la stessa impressione di precisione e ipnosi. Il venerdì, invece, ha avuto tre volti. Slowdive nel pomeriggio (shoegaze che a questa latitudine e con questa luce funzionava benissimo). Skrillex la sera, con brani che hanno vent’anni e suonano ancora alla perfezione. I Viagra Boys a chiudere in un’altra area. E poi i The Cure. Quasi tre ore, senza pause, con Robert Smith che cantava come se lo stesse facendo per la prima volta e il pubblico che conosceva ogni parola di ogni canzone. È successa una cosa rara: il festival si è mosso all’unisono verso lo stesso palco, compresi quelli che erano lì per un&#8217;Addison Rae che ricorda Britney Spears ma che con i The Cure poco c&#8217;azzecca. In chiusura Smith ha detto «Thank you Barcelona, let’s hope to see you soon» con una voce leggera, che racconta gli anni sul palco. Il sabato è ufficialmente iniziato con una carichissima Little Simz. Poi, a sorpresa, Olivia Rodrigo, che ha fatto tutto – cantato, ballato, saltato, suonato il pianoforte – e a un certo punto ha riportato sul palco Robert Smith per presentare il nuovo brano che hanno composto assieme (<em>What’s wrong with me)</em>. Un momento che nessuno aveva previsto, e che ha trasformato quello che poteva sembrare uno show pop adolescenziale in qualcosa di più stratificato. Il festival transgenerazionale che si materializzava in un duetto.</p>
<p class="is-boxed centered article-body" style="font-weight: 400;">I<strong> The xx sono tornati in Europa dopo otto anni di assenza e hanno chiuso il loro concerto con <em>Intro</em>, forse il brano più iconico che abbiano prodotto.</strong> Otto anni di attesa per tre minuti e mezzo di musica strumentale davanti a migliaia di persone in silenzio, il rapporto qualità-prezzo perfetto. I Gorillaz sono stati forse la miglior esibizione, per atmosfera, dell’intera edizione, uno show visivo e musicale con tantissimi ospiti sul palco e Damon Albarn che appariva e scompariva come se stesse manipolando un sogno, in cui ogni canzone è un microcosmo.</p>
<p class="is-boxed centered article-body" style="font-weight: 400;"><strong>I Kneecap hanno chiuso il sabato con un «Free Palestine» urlato dal palco, con la folla in delirio e la sensazione che la musica stesse facendo esattamente quello che dovrebbe fare: prendere posizione.</strong> Sul palco con loro è apparso anche il frontman dei Fontaines D.C., Grian Chatten, per il brano in collaborazione <em>Better way to live</em>. A presentare i Gorillaz è salito anche l’attivista palestinese Aarab Barghouti, figlio del leader politico palestinese recluso in un carcere israeliano dal 2002, Marwan Barghouti, per due momenti che hanno unito le folle sotto il grido, di nuovo, di Palestina libera.</p>
<p class="is-boxed centered article-body" style="font-weight: 400;">Ma c’è una domanda che circola intorno al Primavera: quanto può durare un festival che si definisce alternativo quando è diventato grande abbastanza da non potersi più permettere di esserlo davvero? La risposta che il festival dà, implicitamente, è nella struttura di una lineup che non contiene nessun nome così altisonante da vendere i biglietti da solo, il peso distribuito su decine di artisti che rappresentano altrettante microcomunità di ascolto. E poi <strong>c</strong><strong>’è anche la questione di Barcellona, che non è una città neutrale. Il festival ha portato 287 mila persone in una città che col turismo ha un rapporto sempre più complicato, e questa contraddizione la si avverte nell&#8217;aria attorno ai palchi, non dichiarata ma presente.</strong> Quest’anno gli organizzatori hanno scelto di non restare in silenzio: due insegne luminose con la scritta «NO WAR» installate in punti strategici del Fòrum, visibili a chiunque si muovesse tra i palchi. Il momento fondamentale di questa edizione però non è stato un concerto (anche se i Geese con una tempesta alle porte li consiglierei a chiunque in qualunque momento). È stato proprio il giovedì sera, sotto la pioggia, con i concerti cancellati e il festival che zoppicava sui social. Intorno al palco, centinaia di persone che non se ne andavano. Stavano lì, con le giacche a vento o le mantelline trasparenti distribuite dallo staff tirate su in fretta, i telefoni senza campo, l’espressione di chi ha pagato i biglietti a settembre e i voli a ottobre e l’hotel a novembre e non ha nessuna intenzione di andarsene perché sta piovendo. Qualcuno ha trovato riparo sotto le tettoie dei food truck, aspettando non si sa che cosa.</p>
<p class="is-boxed centered article-body" style="font-weight: 400;">Qualcuno ballava sotto la pioggia davanti a uno dei palchi secondari, dove alcuni artisti continuavano a suonare, indifferenti alla meteorologia. <strong>È c’è qualcosa in tutto questo che parla di resistenza. Non la folla che aspetta l’headliner con il conto alla rovescia sul telefono, ma la folla che semplicemente è lì, ed essere lì è già abbastanza.</strong> <strong>Forse perché tre giorni senza dormire abbastanza e con la musica sempre in sottofondo abbassano certe soglie di inibizione, forse perché il Fòrum, con la sua costruzione e i suoi percorsi obbligati, costringe le persone a stare vicine abbastanza a lungo da cominciare a parlarsi.</strong> Il venerdì mattina qualcuno aveva già postato le foto della pioggia con didascalie affettuose. Il meteo li aveva fregati, loro lo sapevano e non gli importava.</p>
<p class="is-boxed centered article-body" style="font-weight: 400;">L’ultima cosa che si vede, uscendo dal Primavera Sound nella notte del sabato, è la fila sulla banchina dei tram, o per i taxi, il tutto in un improvviso silenzio di decompressione. Le persone non parlano più, hanno ancora in corpo la musica, nello sterno, nelle ginocchia, nel cuore. Hanno anche ancora sulla pelle la pioggia del giovedì, ma quella è già diventata un aneddoto, la parte del racconto che inizia sempre con «ti ricordi quando al Primavera».</p>
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		<title>Negli Stati Uniti già 70 città hanno imposto il divieto di costruzione di nuovi data center</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/stati-uniti-bloccano-data-center-costruzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 10:52:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Nell&#8217;agosto dello scorso anno, quattro americani su dieci dicevano che si sarebbero opposti alla costruzione di un data center nella loro zona. A maggio erano sette su dieci. Ora, oltre 70 città e contee negli Stati Uniti hanno già approvato divieti temporanei o permanenti sui nuovi data center, tra queste New York, Denver, New Orleans, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">Nell&#8217;agosto dello scorso anno, quattro americani su dieci dicevano che si sarebbero opposti alla costruzione di un data center nella loro zona. A maggio erano sette su dieci. <strong>Ora, oltre 70 città e contee negli Stati Uniti hanno già approvato divieti temporanei o permanenti sui nuovi data center, tra queste New York, Denver, New Orleans, Seattle e Minneapolis.</strong></p>
<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">Martedì 9 giugno il Consiglio comunale di Seattle ha votato 9 a 0 per una moratoria di un anno. Il Parlamento di New York ha approvato un divieto statale sulla costruzione di nuovi grandi impianti. In 14 Stati, Democratici e Repubblicani hanno proposto la sospensione dei lavori in corso su data center già approvati. Il punto non è che le persone (e i legislatori) siano diventati improvvisamente contrari alla tecnologia: il punto è che la spesa per la costruzione di data center ha superato i 50 miliardi di dollari ad aprile – superando la spesa pubblica totale degli Stati Uniti per aeroporti e metropolitane – il costo delle bollette energetiche è aumentato e qualcuno ha iniziato finalmente a fare i conti.</p>
<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">La cosa politicamente interessante di questa storia è che non segue le linee di partito. Come scrive il <em>New York Times</em>, <a class="link-article" href="https://www.nytimes.com/2026/06/09/climate/data-center-bans.html">in Maine</a>, il Parlamento a maggioranza democratica ha approvato una moratoria che è stata poi bocciata dalla governatrice democratica Janet Mills perché avrebbe minacciato un data center che avrebbe portato posti di lavoro nella cittadina di Jay, 4600 abitanti. In Michigan, la governatrice democratica Gretchen Whitmer è stata criticata dai membri del suo stesso partito per essersi fatta fotografare con Sam Altman, il Ceo di OpenAI, all&#8217;inaugurazione di un data center da 16 miliardi di dollari. A Seattle, 52 persone hanno parlato a favore della moratoria, nessuno ha preso la parola in difesa dei data center. <strong>Alex Beauchamp, direttore regionale per il nord di Food and Water Watch (un&#8217;organizzazione no profit che ha spinto per il disegno di legge che fermerebbe la costruzione di data center a New York) lo ha sintetizzato bene: «Non è tanto una questione di destra contro sinistra, quanto se ti consideri un membro dell&#8217;establishment o un populista».</strong> È la stessa frattura che attraversa la politica americana su molti altri temi, ma i data center l&#8217;hanno resa visibile in modo inaspettato.</p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">La domanda di energia dei data center dovrebbe raddoppiare nel 2027 rispetto al 2025, <a class="link-article" href="https://www.goldmansachs.com/insights/articles/us-data-center-power-demand-projected-to-double-by-2027">secondo le stime</a> di Goldman Sachs. Se tutti i 28 grandi data center la cui costruzione è attualmente in programma nello Stato di New York entrassero in funzione, potrebbero aumentare il consumo energetico dello Stato di circa un terzo, in uno Stato che sta già facendo fatica a raggiungere i suoi obiettivi climatici per il 2030 e che ha recentemente abbassato quegli stessi obiettivi.<strong> Ai problemi energetici si aggiungono il consumo idrico, il rumore, l&#8217;inquinamento atmosferico e – sullo sfondo ma neanche troppo – la questione più grande: a chi serve tutta questa infrastruttura e chi ne paga il costo.</strong> Le aziende tecnologiche hanno costruito la narrativa dell&#8217;AI come progresso inevitabile per anni ma si devono scontrare con il fatto che sempre più persone, anche nella politica oltre che in piazza, si stanno iniziando a domandare quali siano i costi reali di questo progresso.</span></p>
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		<title>Si stava meglio quando c&#8217;erano i video musicali</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/video-musicali-storia-crisi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 07:54:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[Negli anni ‘80 (sì lo so, ai tempi dei dinosauri) il videoclip è stato uno strumento che ha permesso alle star di cementare la loro identità, da Madonna a Michael Jackson, il successo planetarie della musica pop è passato – anche attraverso – l’immagine. Ecco allora che si inizia a investire in produzioni sempre più [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Negli anni ‘80 (sì lo so, ai tempi dei dinosauri) il videoclip è stato uno strumento che ha permesso alle star di cementare la loro identità, da Madonna a Michael Jackson, il successo planetarie della musica pop è passato – anche attraverso – l’immagine. Ecco allora che si inizia a investire in produzioni sempre più dispendiose, con set da fare invidia a quelli cinematografici, concept studiati nei minimi dettagli per trasmettere il carattere di un brand: Janet Jackson, i Duran Duran, Bowie diventano non soltanto musicisti ma veri e propri prodotti.</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Negli anni ‘90 si prosegue con il lavoro maturato in quegli anni, con un’industria ormai conscia del fatto che un singolo musicale non ha ragione di esistere senza un videoclip che lo accompagni, che lo caratterizzi, che ne definisca il mood. In questo decennio emergono i registi, gli autori, le firme che delineano l’estetica e le tendenze di un decennio che intercetta gli umori febbricitanti che l’incombente futuro cela in sé. Il 2000 sta per arrivare, viene vissuto come un giro di boa epocale, pregno di attese, l’estetica si fa futuribile, predittiva: l’elettronica e il trip hop da musica suonata negli scantinati diventano fenomeni cool e con loro emergono nuovi artisti (Bjork, Air, Cibo Matto, Massive attack, Morcheeba, Everything but the Girl, Sneaker Pimps) e nuovi immaginari, traghettati da registi come Michel Gondry, Spike Jonze, Jonathan Glazer e Michael Cunningham. Madonna, la più vampira di tutte, si getta a pesce su artisti come Massive Attack (<em>I Want You</em>) e Bjork (<em>Bedtime Stories</em>), e su registi come Chris Cunningham (<em>Frozen</em>) e Jonas Åkerlund (<em>Ray of light</em>). In quegli anni per un videoclip si arriva a spendere milioni di dollari, 7 per <em>Scream</em> di Michael e Janet Jackson, 5 per <em>Express Yourself</em> di Madonna (diretto da David Fincher), 3 per <em>Heartbreaker</em> di Mariah Carey. </span></p>
<h2 class="text-size-h3">YouTube Killed the Video Stars</h2>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Poi è arrivato YouTube e MTV – ultimo baluardo delle tv musicali – s’è gradualmente spenta, andando incontro al suo inevitabile funerale, gli investimenti si ridimensionano, cambiano le abitudini di fruizione (la digitalizzazione, la frammentazione, i click, le visualizzazioni…). Non c’è più budget. </span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Perché investire così tanti soldi in un videoclip? Perché in quegli anni erano un veicolo per vendere i dischi come oggetto fisico. Oggi, nell’orizzonte streaming, la traiettoria non è più così lineare, il ritorno dell’investimento non è garantito, anzi, quasi mai vale la pena. Il mondo degli algoritmi può essere padroneggiato dalle case discografiche? Sembra che ancora oggi stiano cercando di capirlo anche loro. Il brano che ha regalato il successo planetario ai Maneskin? <em>Beggin’</em>, che non è stato scelta come singolo, che non ha alcun videoclip, che non ha ricevuto alcuna promozione particolare, che ha spopolato – praticamente a loro insaputa – a quattro anni dalla pubblicazione. Tutti i singoli di Damiano David invece, con videoclip di lusso e una promozione faraonica, non hanno visto nemmeno una top 20. </span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Cos’è cambiato? I soldi. I soldi. Soltanto i soldi</span><i><span style="font-weight: 400;">.</span></i><span style="font-weight: 400;"> Così sentenzia Joseph Kahn (<em>Toxic</em> di Britney Spears, <em>Blank Space</em> di Taylor Swift, <em>Freeek!</em> di George Michael), intervistato da Luca Pacilio per il suo libro <em>Il videoclip nell’era di YouTub</em>e (Bietti). Tanto che, nonostante l’abitudine generale e cementata che ormai vede d’obbligo il videoclip come mezzo di promozione (tenendo anche conto che, negli anni passati, le visualizzazioni su YouTube hanno prodotto degli introiti grazie agli inserti pubblicitari), qualcuno – forse annusando nell’aria il profumo di un’era ormai finita o forse per distinguersi dal caravanserraglio di chi cerca ancora di ostentare un lusso che non c’è più – ha deciso che i videoclip non servono più. Basta. Fine.</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Beyoncé (per ora) ha detto basta. Nel 2022 esce <em>Break My Soul</em>, il singolo che anticipa <em>Renaissance</em>, primo disco di un’articolata trilogia: album, tour, docufilm, visualizer, lyrics video… Ma niente videoclip. Stesso discorso per il secondo capitolo della trilogia, <em>Cowboy Carter</em>. Ci sono ore di girato, i fan lo sanno, sono dei detective del web, i videoclip ci sono, sostengono, li farà uscire per un progetto speciale, ipotizzano, non si sa. Nel frattempo gli album sono usciti, hanno avuto i loro singoli alla n°1, ma di videoclip nemmeno l’ombra. Certo, quando sei Beyoncé puoi concederti il rischio di un azzardo (già lo aveva fatto con la pubblicazione a sorpresa, senza singoli, tutto d’un botto, di <em>BEYONCÉ</em>), per un artista giovane invece anche un investimento a fondo perduto come un videoclip può essere ancora utile: per delineare la propria immagine, per comunicare la propria aesthetic, per intercettare un target, insomma, per farsi conoscere.</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Il problema sembra più che altro riguardare le grandi star, che ancora si incaponiscono con video in cui cercano di trasmettere scenari e immaginari faraonici, che ormai sembrano tutti essere il risultato di un generatore AI Slop. Lo stesso Joseph Kahn (molto attivo su X) ha dovuto spiegare la differenza tra CGI e AI per difendere il proprio operato in <em>Type Dangerous</em> di Mariah Carey, stesso discorso per <em>Dance dance dance</em> di Lady Gaga diretto da Tim Burton e <em>Dai dai dai </em>di Shakira, diretto da Hannah Lux Davis (<em>7 rings</em> di Ariana Grande, <em>Say So</em> di Doja Cat). Forse, questi registi amanti della tecnologia non hanno mai riflettuto sul fatto che oggi i videoclip vengono visti da smartphone, spesso taglizzati in clip di X o TikTok, con una connessione non sempre ottimale. Una via diversa la prova Madonna, per anni regina indiscussa del genere: per il lancio del nuovo album, <em>Confessions II</em>, non gira un semplice videoclip, ma un cortometraggio con stralci di sei canzoni, a far da trailer al progetto. Con lei, tra un set e l’altro, compaiono Arca, Benedict Cumberbatch, Sabrina Carpenter, Debi Mazar, Gwendoline Christie, Honey Dijon, Kate Moss (“hide the cocaine”) e la figlia Lourdes. Dentro al film, presentato al Tribeca Festival, c’è un po’ di tutto, lei che balla su un tavolo indemoniato, laser anali, tra una citazione e l’altra all’immaginario della sua carriera.</span></p>
<h2 class="text-size-h3">Giovani di belle speranze</h2>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Sembrano cavarsela meglio i giovani, le ultime tendenze paiono indicare un recupero delle estetiche analogiche (o un’idea di), destinate a invecchiare meglio e che, soprattutto, segnano una distanza dall’AI. Ecco allora <em>STORM</em> di GENER8ION con Yung Lean, videlcip diretto da Romain Gavras (<em>Born Free</em> di M.I.A, <em>No Church in the Wild</em> di Jay-Z e Kanye West, feat. Frank Ocean), che recupera una dimensione cinematografica, tra dark academia e rituale collettivo di liberazione adolescenziale, tra <em>Another Country</em> e <em>Se</em> di  Lindsay Anderson (Palma d’Oro a Cannes 1969). Oppure <em>Drop Dead</em> di Olivia Rodrigo, firmato da Petra Collins, una corsa all’impazzata dentro le gallerie di Versailles, con immagini digitali sgranate e colori pastello (estetica Y2K e coquette). E ancora, anche se non più musicalmente di primissimo pelo, Charli XCX, con <em>Rock Music</em>, diretto Aidan Zamiri (già al lavoro con FKA Twigs, Billie Eilish e la stessa Charli XCX), che incarna l’allure di quell&#8217;underground ultra cool della New York degli anni ‘80 e ‘90, rigorosamente in bianco e nero. In tutti e tre questi casi ci troviamo di fronte a lavori di fotografi, artisti e videomaker che mettono al centro del loro immaginario artistico l’immagine fotografica.</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Questi videoclip possono essere dunque letti come tre declinazioni contemporanee di un ritorno consapevole all’immagine fotografica nel discorso audiovisivo. Non si tratta di una semplice scelta stilistica, ma di una posizione curatoriale nei confronti del linguaggio visivo a servizio delle popstar: una forma di resistenza estetica alla proliferazione dell’immagine sintetica, della CGI invasiva e delle texture “automatiche” prodotte dall’AI Slop. La regia, qui, non cerca l’illusione dell’impossibile (Shakira che balla sul pianeta Terra o con i centauri), ma la densità del reale riorganizzato: ambienti riconoscibili o simbolicamente leggibili (la scuola, il museo, la città), fisicità dei corpi, coreografie o azioni che mantengono sempre un rapporto di gravità con lo spazio. C’è un ritorno a un’idea di un’immagine concepita come campo di tensione tra memoria culturale (il postmoderno, ancora) e presenza fisica, in una catena di riferimenti storici, cinematografici, fotografici, che rifiuta la trasparenza sottile e, soprattutto, l&#8217;impalpabilità dell’ipertecnologia.</span></p>
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		<title>In Svezia la denatalità è così grave che si sta pensando di introdurre la fecondazione assistita &#8220;di Stato&#8221;</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/svezia-fecondazione-assistita-costi-riforma/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 16:53:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il Primo Ministro svedese Ulf Kristersson, leader del governo di centrodestra e del Partito Moderato, ha annunciato che la fecondazione in vitro (IVF, in vitro fertilization) sarà il pilastro della sua campagna elettorale in vista delle politiche di settembre. Una scelta che arriva dalla pubblicazione di un dato assai preoccupante: nonostante la Svezia sia uno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">Il Primo Ministro svedese <strong>Ulf Kristersson, leader del governo di centrodestra e del Partito Moderato, ha annunciato che la fecondazione in vitro (IVF, <em>in vitro fertilization</em>) sarà il pilastro della sua campagna elettorale in vista delle politiche di settembre</strong>. Una scelta che arriva dalla pubblicazione di un dato assai preoccupante: nonostante la Svezia sia uno dei Paesi con il welfare più avanzato (e invidiato) del mondo, anche e soprattutto quando si tratta di sostenere le famiglie, <a class="link-article" href="https://www.theguardian.com/world/2026/may/25/sweden-pm-ivf-re-election-record-low-birthrate" target="_blank" rel="noopener">il tasso di natalità del Paese è crollato a 1,42 figli per persona</a>, il livello più basso dal 1749.</span></p>
<p class="is-boxed article-body">È proprio per sopravvivere a questo imminente e minaccioso inverno demografico che <span style="font-weight: 400;">Kristersson ha proposto una riforma dell&#8217;attuale legislazione in fatto di procreazione assistita. Oggi, in Svezia il Servizio Sanitario Nazionale copre i costi per sei tentativi di fecondazione assistita per tutte le persone che ancora non hanno figli. <strong>Kristersson ha detto che, se le elezioni le dovesse vincere lui, il Servizio Sanitario Nazionale coprirà i costi per tutti i tentativi di fecondazione assistita, primi figli, secondi, terzi, quarti, quinti</strong>. Il messaggio di Kristersson è stato, abbastanza letteralmente, &#8220;più siamo e meglio stiamo&#8221;. </span>Se la proposta diventasse legge, sarebbe un cambiamento enorme per la Svezia. Al momento, avere un figlio tramite procreazione assistita costa in media 4500 euro, un costo che il <span style="font-weight: 400;">centrodestra punta ad azzerare per «sbloccare il desiderio di famiglia<em>». </em>Un obiettivo condiviso anche dalla Ministra della Salute, la cristiano-democratica Elisabet Lann, che ricorda come in Svezia una coppia su sei soffra di infertilità involontaria. </span></p>
<p class="is-boxed article-body">I critici, però, sottolineano come la proposta riduca il calo demografico a una semplice questione economica, ignorando i cambiamenti socioculturali che hanno contribuito e stanno contribuendo a questa trasformazione della società svedese. <span style="font-weight: 400;">Come spiegato dai sociologi dell&#8217;Università di Stoccolma, <strong>la scelta di non avere figli è ormai legata a una transizione culturale</strong> in cui la genitorialità è considerata solo uno dei possibili stili di vita tra i quali l&#8217;individuo può scegliere, all&#8217;interno di un mondo in cui la realizzazione professionale, i viaggi, le amicizie e la cura di se occupano uno spazio identitario sempre maggiore rispetto al passato e rispetto alla famiglia.</span></p>
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		<title>Il nuovo disco degli Xiu Xiu è un &#8220;adattamento musicale&#8221; di Eraserhead di David Lynch</title>
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		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 15:42:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[Gli Xiu Xiu hanno annunciato  un nuovo album interamente basato sulle atmosfere di Eraserhead, il lungometraggio d&#8217;esordio di David Lynch. Il disco, intitolato Eraserhead Xiu Xiu, uscirà il 10 di luglio per l&#8217;etichetta Polyvynil e rappresenta la prosecuzione di una &#8220;collaborazione&#8221; tra gli Xiu Xiu e Lynch che prosegue ormai da diverso tempo. Prima di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">Gli Xiu Xiu hanno annunciato  un nuovo album interamente basato sulle atmosfere di </span><i><span style="font-weight: 400;">Eraserhead</span></i><span style="font-weight: 400;">, </span><span style="font-weight: 400;">il lungometraggio d&#8217;esordio di David Lynch. <strong>Il disco, intitolato <em>Eraserhead Xiu Xiu</em>, uscirà il 10 di luglio per l&#8217;etichetta Polyvynil e rappresenta la prosecuzione di una &#8220;collaborazione&#8221; tra gli Xiu Xiu e Lynch che prosegue ormai da diverso tempo</strong>. Prima di questo disco, infatti, la band ne aveva realizzato un altro (bellissimo) dedicato alle musiche di <em>Twin Peaks </em>e approvato da David Lynch in persona, disco che è poi stato suonato dal vivo in diverse occasioni. </span></p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">«Se il film di Lynch fosse un pianeta, la musica degli Xiu Xiu si posizionerebbe come la spazzatura spaziale, gli extraterrestri morti e i meteoriti che gli fluttuano intorno», così Jamie Stewart, fondatore della band, ha spiegato il rapporto che lega la sua musica al cinema di Lynch. Si capisce che Stewart è un vero appassionato, <strong>perché la colonna sonora di <em>Eraserhead </em>è una pietra miliare sia per il cinema che per la musica: all&#8217;epoca fu considerata avanguardia pure, Lynch e il tecnico del suono Alan Splet furono tra i primi a fare una cosa che all&#8217;epoca era considerata poco più che una follia: usare rumori industriali come una vera e propria partitura continua</strong>. La colonna sonora fu talmente apprezzata dagli appassionati, ed ebbe una tale influenza sulla scena musical, che nel 1982, cinque anni dopo l&#8217;uscita nelle sale di <em>Eraserhead</em>, Lynch e Splet la trasformarono in un disco. «A masterpiece of dark ambiance», così lo definì <em>Pitchfork</em>, <a class="link-article" href="https://pitchfork.com/reviews/albums/16948-eraserhead/" target="_blank" rel="noopener">in una recensione dell&#8217;edizione speciale</a>, in vinile, pubblicata da Sacred Bones nel 2012.</span></p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">Il rapporto tra tra Stewart e Lynch – l’influenza (e le conseguenze) di Lynch su Stewart, sarebbe meglio dire – inizia molto tempo fa. </span><span style="font-weight: 400;">Lo ha raccontato a <a class="link-article" href="https://crackmagazine.net/article/long-reads/pay-it-forward-xiu-xiu-on-david-lynch/" target="_blank" rel="noopener"><em>Crack Magazine</em></a> lo stesso Stewart che riconosce l&#8217;impatto profondo e traumatico che il cinema di Lynch ha avuto sulla sua formazione artistica e personale. Il primo </span><span style="font-weight: 400;">incontro tra lui e Lynch avviene nella San Fernando Valley degli anni Ottanta, un contesto urbano che lui Stewart definisce desolato e claustrofobico. Succede tutto per caso, in un cinema qualsiasi, in cui da bambino, assieme al fratello maggiore, assiste a una proiezione di </span><strong><i>Twin Peaks: Fuoco cammina con me</i></strong><span style="font-weight: 400;">. La violenza del film segna profondamente Stewart, bambino già fortemente impressionato dagli omicidi del serial killer &#8220;Night Stalker&#8221;, Richard Ramirez, all&#8217;epoca al centro di tutta la cronaca californiana.</span></p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">A peggiorare le cose per la sua giovanissima psiche c&#8217;erano anche le televisioni locali che, per qualche motivo, trasmettevano i trailer dei film slasher proprio nelle fasce orarie in cui andavano in onda i dei cartoni animati per bambini. </span><span style="font-weight: 400;">La piena comprensione della poetica lynchiana, però, Stewart la raggiunge nell&#8217;adolescenza, grazie a un malinteso legato a </span><i><span style="font-weight: 400;">Cuore selvaggio</span></i><span style="font-weight: 400;">. La campagna pubblicitaria televisiva dell&#8217;epoca, infatti, faceva sembrare la pellicola una banale e melensa commedia romantica, che Stewart rifiutava di guardare. <strong>Cedette solo quando un amico si presentò a casa sua, infilando a forza la videocassetta nel videoregistratore e rivelandogli un immaginario visivo distorto e spirituale che avrebbe cambiato la sua vita</strong>. Successivamente, la visione della serie televisiva </span><i><span style="font-weight: 400;">Twin Peaks</span></i><span style="font-weight: 400;"> fornisce agli Xiu Xiu, all&#8217;epoca agli esordi, il modello a cui la loro musica avrebbe per sempre fatto riferimento: un modello basato sulla capacità di far coesistere nello stesso spazio l&#8217;umorismo, il melodramma, la violenza e la sessualità.</span></p>
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		<title>I Mondiali negli Stati Uniti stanno avendo un grosso problema con i permessi di soggiorno e i controlli agli aeroporti</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/mondiali-stati-uniti-viaggio-visto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 12:48:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[In queste ore si sta discutendo moltissimo dell&#8217;arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan. Se ne sta discutendo moltissimo perché, nonostante sia il miglior arbitro d&#8217;Africa e sia stato selezionato dalla FIFA per dirigere diverse partite della Coppo del Mondo, le autorità statunitensi gli hanno negato il permesso di soggiorno. Al momento non è stato spiegato perché [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body">In queste ore si sta discutendo moltissimo dell&#8217;arbitro somalo <a class="link-article" href="https://www.bbc.com/sport/football/articles/cnv9drg0qzgo" target="_blank" rel="noopener">Omar Abdulkadir Artan</a>. Se ne sta discutendo moltissimo perché, nonostante sia il miglior arbitro d&#8217;Africa e sia stato selezionato dalla FIFA per dirigere diverse partite della Coppo del Mondo,<strong> le autorità statunitensi gli hanno negato il permesso di soggiorno</strong>. Al momento non è stato spiegato perché ad Artan non è stato concesso il visto, ma diverse testate giornalistiche hanno già fatto un collegamento abbastanza ovvio: Artan è somalo e la Somalia è uno dei Paesi colpiti dal <em>travel ban </em>introdotto dall&#8217;amministrazione Trump.</p>
<p class="is-boxed article-body">Secondo quanto raccontano Mike Peter e Abdinasir Ali su Bbc, già nelle scorse settimane Artan aveva incontrato grosse difficoltà burocratiche nell&#8217;ottenimento del permesso di soggiorno, difficoltà che lo avevano costretto a rivolgersi all&#8217;ambasciata somala di Nairobi, in Kenya, che gli aveva concesso un passaporto diplomatico per entrare negli Stati Uniti. Non è bastato, evidentemente. <strong>La FIFA, informata dell&#8217;accaduto, si è limitata a spiegare di non aver alcuna giurisdizione in materia</strong>: i Paesi che ospitano il Mondiale implementano le loro politiche in fatto di immigrazione in maniera autonoma e sovrana, anche quando si tratta di arbitri e calciatori.</p>
<p class="is-boxed article-body ssrcss-1q0x1qg-Paragraph e1jhz7w10">Anche i calciatori stanno avendo parecchi problemi da questo punto di vista, infatti. <strong>Negli scorsi giorni è capitato al calciatore svizzero <a class="link-article" href="https://www.swissinfo.ch/eng/culture/swiss-striker-breel-embolo-gets-us-visa-to-travel-to-world-cup/91532865#:~:text=Switzerland%20striker%20Breel%20Embolo%20received,travel%20to%20the%20United%20States." target="_blank" rel="noopener">Breel Embolo</a> e al marocchino <a class="link-article" href="https://www.moroccoworldnews.com/2026/06/314776/world-cup-2026-zakaria-el-ouahdi-receives-visa-to-join-atlas-lions-in-us-camp/#:~:text=Rabat%20%E2%80%93%20Moroccan%20footballer%20Zakaria%20El,the%202026%20FIFA%20World%20Cup." target="_blank" rel="noopener">Zakaria El Ouahdi</a></strong>, ai quali, però, alla fine è stato concesso di entrare e soggiornare negli Stati Uniti. Polemiche ci sono state anche dopo che sui social sono state pubblicate le immagini dei controlli ai quali sono stati sottoposti <strong>i calciatori della <a class="link-article" href="https://ghanasoccernet.com/world-cup-2026-fans-angry-over-senegal-airport-screening" target="_blank" rel="noopener">nazionale senegalese</a> e di quella <a class="link-article" href="https://metro.co.uk/2026/06/09/us-accused-treating-world-cup-teams-like-criminals-28705707/" target="_blank" rel="noopener">uzbeka</a></strong>: i primi, all&#8217;aeroporto di San Antonio, sono stati perquisiti in maniera severissima; i secondi, atterrati al LaGuardia di New York, sono stati sottoposti addirittura a dei controlli effettuati usando i cani antidroga.</p>
<p class="is-boxed article-body ssrcss-1q0x1qg-Paragraph e1jhz7w10">Almeno loro, però, alla fine sono riusciti a entrare (e ci mancherebbe pure altro: qualcuno dovrà pur giocarla, questa Coppa del Mondo). <strong>Lo stesso non si può dire per parecchi <a class="link-article" href="https://www.moroccoworldnews.com/2026/06/316126/world-cup-2026-us-visa-denials-saga-continues-to-frustrate-moroccan-fans/" target="_blank" rel="noopener">tifosi del Marocco</a></strong>, per esempio: Azeddine Atraoui, capo dell&#8217;Associazione dei Tifosi della Nazionale marocchina, ha detto che a 40 delle 42 persone appartenenti alla sua associazione che avevano fatto richiesta di un permesso di soggiorno se lo sono visto negare, senza alcuna spiegazione ufficiale. Persone che avevano già prenotato alberghi e comprato biglietti, tra l&#8217;altro costosissimi. <strong>Un &#8220;inconveniente&#8221; molto simile è capitato ai <a class="link-article" href="https://www.bbc.com/news/articles/cwy2yleex87o" target="_blank" rel="noopener">tifosi della Scozia</a></strong>, che si sono visti revocare l&#8217;ESTA (Electronic System for Travel Authorization, il documento necessario a chi vuole soggiornare negli USA fino a 90 giorni senza chiedere il permesso di soggiorno) dopo che era già stato loro concesso. E, anche in questo caso, dopo che avevano prenotato alberghi e acquistati i biglietti per le partite. Come per i tifosi marocchini, nessuna spiegazione ufficiale: semplicemente, dalla sera alla mattina, lo status delle loro richieste è passato da <em>approved</em> to <em>travel not authorised</em>.</p>
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		<title>A Roma e Firenze si terranno i raduni dei gratuitisti, &#8220;allievi&#8221; di Mark Fisher che vogliono la settimana lavorativa di 24 ore, salario minimo di 1560 € e reddito di base universale</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/raduno-gratuitisti-roma-mark-fisher/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 10:49:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[Lavorare stanca (e ci costa troppo). Il prossimo venerdì 12 giugno, alle ore 17, a Roma, e poi il 13 giugno, sempre alle 17, a Firenze, si terranno degli incontri pubblici dedicato al progetto politico del gratuitismo e del post-lavorismo. L&#8217;appuntamento nasce come un momento di confronto aperto e si rivolge a tutti coloro che si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">Lavorare stanca (e ci costa troppo). </span><span style="font-weight: 400;">Il prossimo venerdì 12 giugno, alle ore 17, a Roma, e poi il 13 giugno, sempre alle 17, a Firenze, si terranno degli incontri pubblici dedicato al progetto politico del </span><span style="font-weight: 400;">gratuitismo</span><span style="font-weight: 400;"> e del post-lavorismo. </span><span style="font-weight: 400;">L&#8217;appuntamento nasce come un momento di confronto aperto e si rivolge a tutti coloro che si riconoscono in una serie di proposte economiche e sociali radicali, sintetizzabili nella richiesta di una settimana lavorativa di 24 ore, un salario minimo di 1.560 euro al mese, un reddito di base universale e l&#8217;accesso gratuito ai sei bisogni fondamentali dell&#8217;individuo, essenziali per l’integrità della dignità umana: </span><b>casa, cibo e acqua, salute, istruzione, energia e trasporti. </b></p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">Il movimento contesta l&#8217;attuale organizzazione del lavoro e della distribuzione della ricchezza, sostenendo che l&#8217;odierna abbondanza tecnologica e produttiva renda superflua l&#8217;attuale quantità di ore lavorate. </span><span style="font-weight: 400;">Il gratuitismo – o accelerazionismo gratuitista – è una corrente politica nata sul web che unisce l&#8217;</span><b>accelerazionismo di sinistra (credere che l&#8217;automazione e lo sviluppo tecnologico siano utili per liberare l&#8217;umanità dalla schiavitù del lavoro) </b><span style="font-weight: 400;">all&#8217;estetica comunicativa del </span><b>&#8220;cute accelerationism&#8221;, </b><span style="font-weight: 400;">un&#8217;estetica ipercolorata fatta di meme e grafiche pop.</span></p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">In questo modo, l&#8217;utopia postlavorista si trasforma in un trend virale e desiderabile, usando la leggerezza di internet come un cavallo di Troia per provare a diffondere teorie che immaginano una diversa organizzazione della società e dell&#8217;economia. </span><span style="font-weight: 400;">Le teorie dei gratuitisti sono largamente ispirate da Mark Fisher, in particolare al concetto di</span> iperstizione, termine filosofico che indica un&#8217;idea o una finzione capace di materializzarsi e diventare reale attraverso la sua stessa diffusione e l&#8217;esercizio del desiderio collettivo. E, ci permettiamo di aggiungere noi, chi non desidera un mondo in cui si lavora 24 ore alla settimana, in cui il minimo che ci si vede versare ogni mese sul conto in banca è <span style="font-weight: 400;">1.560 euro e in cui, nella peggiore delle ipotesi, si può fare affidamento sul reddito di base universale. </span></p>
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		<title>Se vi è piaciuto Obsession di Curry Barker, sappiate che su YouTube si può vedere gratuitamente il suo primo film, Milk &#038; Serial</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/milk-and-cereal-curry-baker-youtube/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 09:44:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[Sono due settimane che i cinefili non parlando d&#8217;altro: Kane Parsons e Backrooms, Curry Barker e Obsession. Il discorso lo abbiamo fatto anche qui su Rivista Studio, parlando dell&#8217;uno e dell&#8217;altro: la Gen Z sta venendo a prendersi il cinema, gli youtuber da grandi vogliono fare i registi, a Hollywood è già partita la gara a chi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body">Sono due settimane che i cinefili non parlando d&#8217;altro: Kane Parsons e <a class="link-article" href="https://www.rivistastudio.com/backrooms-film-kane-parsons-recensione/" target="_blank" rel="noopener"><em>Backrooms</em></a>, <a class="link-article" href="https://www.rivistastudio.com/curry-barker-obsession-incassi/" target="_blank" rel="noopener">Curry Barker</a> e <em>Obsession</em>. Il discorso lo abbiamo fatto anche qui su <em>Rivista Studio</em>, parlando dell&#8217;uno e dell&#8217;altro: la Gen Z sta venendo a prendersi il cinema, gli youtuber da grandi vogliono fare i registi, a Hollywood è già partita la gara a chi trova prima il prossimo enfant prodige di internet capace di incassare milioni e milioni di dollari al botteghino mondiale.</p>
<p class="is-boxed article-body">In attesa di sapere chi sarà il prossimo ragazzino terribile a sconvolgere l&#8217;industria cinematografica, è il caso di conoscere meglio sia Parsons che Barker. Il primo, in realtà, aveva già raggiunto una certa fama, almeno tra YouTube, Reddit, piattaforme e forum vari, con la sua serie di corti dedicati alle <a class="link-article" href="https://www.rivistastudio.com/backrooms-cosa-sono/" target="_blank" rel="noopener">backrooms</a>. <strong>Barker, invece, è meno noto, in tanti lo hanno scoperto proprio con <em>Obsession</em>, nonostante anche lui, almeno tra gli impallinati di horror e di horror su YouTube, fosse già abbastanza famoso</strong> (il suo canale, that&#8217;s a bad idea, ha quasi un milione e mezzo di iscritti). Grazie soprattutto alla sua opera prima, il lungometraggio <strong><em>Milk &amp; Serial</em></strong>, che si può vedere tutto, gratuitamente, su YouTube.</p>
<p class="is-boxed article-body"><iframe title="MILK &amp; SERIAL (FOUND FOOTAGE HORROR FILM DIRECTED BY CURRY BARKER)" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/pbzGQ1lszv4?feature=oembed&#038;enablejsapi=1&#038;origin=https://www.rivistastudio.com" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>
<p class="is-boxed article-body">Non vogliamo fare nessuno spoiler, quindi ci limitiamo a dire che molte delle cose che ci sono in <em>Obsession</em> Barker le aveva messe anche in <em>Milk &amp; Serial</em>. Già dal titolo si capisce di che film stiamo parlando: <strong>il gioco di parole tra l&#8217;espressione <em>milk and cereal</em>, latte e cereali<em>, </em>e <em>milk and serial</em>, dove serial sta per – avete indovinato – serial killer dovrebbe essere sufficiente a farsi delle aspettative adeguate</strong>. Poi c&#8217;è il sottotitolo, <em>A Found Footage Story</em>, che aiuta a farsi un&#8217;idea ancora migliore: la storia è raccontata come se fosse una storia vera, realmente accaduta, di cui sono state ritrovate delle autentiche testimonianze video.</p>
<p class="is-boxed article-body">Barker in questo film ha fatto tutto: lo ha scritto, diretto, fotografato, interpretato, ne ha composto pure la colonna sonora. Al momento, <em>Milk &amp; Serial </em>ha poco più di tre milioni di visualizzazioni su YouTube. Visto il successo di <em>Obsession</em>, c&#8217;è da aspettarsi aumentino molto nei prossimi giorni.</p>
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		<title>Curry Barker è un altro enfant prodige passato direttamente da YouTube a Hollywood</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/curry-barker-obsession-incassi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 07:43:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[La storia di Curry Barker, il regista di Obsession, non viene dal nulla. Come per Iron Lung e Backrooms, anche Obsession ha seguito un percorso preciso, fatto di esperimenti, tentativi e solo alla fine di successo. Curry Barker ha 26 anni; ne farà ventisette il prossimo 22 settembre. Il suo canale YouTube, that’s a bad [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed centered article-body p1">La storia di Curry Barker, il regista di <i>Obsession</i>, non viene dal nulla. Come per <i>Iron Lung</i> e <i>Backrooms</i>, anche <i>Obsession </i>ha seguito un percorso preciso, fatto di esperimenti, tentativi e solo alla fine di successo. <strong>Curry Barker ha 26 anni; ne farà ventisette il prossimo 22 settembre. Il suo canale YouTube, <i>that’s a bad idea</i>, gestito insieme a Cooper Tomlinson (che, tra l’altro, ha anche una parte nel film), è diventato famoso per i video brevi comici e horror e, poco più di un anno fa, per <i>Milk &amp; Serial</i>, un film di più di un’ora che ha attirato l’attenzione del pubblico e delle major cinematografiche.</strong> <i>Milk &amp; Serial</i> è stato girato in circa quattro mesi, con un budget di 800 dollari. Sostanzialmente racconta la storia di due amici, Milk e Serial. A oggi ha raccolto quasi tre milioni di visualizzazioni.</p>
<p class="is-boxed centered article-body p1"><i>Obsession</i> è stato presentato durante il Toronto Film Festival ed è stato acquisito da Focus Features per 14 milioni di dollari. Una cifra record, se prendiamo in considerazione quello che è stato il budget iniziale del film: circa 750mila dollari (qualcuno parla di 1 milione di dollari). <strong>A24, ora, ha scelto Barker come regista per il rilancio di <i>Non aprite quella porta</i>, segno che c’è tutto l’interesse, da parte di un certo tipo di industria, di investire e valorizzare il suo talento.</strong> <i>Obsession</i>, però, resta un caso più unico che raro. <strong>Secondo Box Office Mojo, ha incassato più di 224 milioni di dollari nel mondo (dato aggiornato all’8 giugno 2026). Solo in Italia, ci dice Cinetel, ha guadagnato 3,4 milioni di euro e raccolto 425mila presenze (dato aggiornato all’8 giugno 2026).</strong></p>
<p class="is-boxed centered article-body p1"><strong>Stiamo parlando del miglior risultato di sempre per un film di Focus Features. </strong>Rispetto a <i>Backrooms</i>, <i>Obsession</i> è un film più piccolo, meno ambizioso produttivamente, che non riprende un’idea già esplorata; parte da un presupposto semplice: il protagonista, un timidissimo commesso di un negozio di dischi, esprime un desiderio; vuole che la ragazza di cui è sempre stato innamorato ricambi, finalmente, il suo sentimento. Le cose, però, si mettono male, e quello che all’inizio era un sogno si trasforma rapidamente in un incubo. <i>Obsession</i>, insomma, è un film semplice e lineare, quantomeno sulla carta. E sono proprio questa semplicità e questa linearità ad averne decretato il successo – se un film funziona, il pubblico se ne accorge; e se il pubblico se ne accorge, si innesca il passaparola: sembra un ragionamento semplicistico, a tratti anche banale; ma è innegabile l’importanza di una base del genere da cui partire. Grazie al passaparola anche un film piccolo, con meno di un milione di dollari di budget, può avere successo.</p>
<p class="is-boxed centered article-body p1">Barker è sempre stato attento ai suoi attori, alle loro espressioni, a quello che una fissità prolungata dei gesti e della posizione dei corpi può trasmettere. Il suo è un horror che riesce a miscelare perfettamente la fisicità delle interpretazioni con il sottotesto tematico del racconto. Inde Navarrette, la protagonista di <i>Obsession</i>, viene dalla televisione; ha preso parte a <i>13 Reasons Why</i> e a <i>Superman &amp; Lois</i>. In <i>Obsession</i>, si è messa completamente a disposizione di Curry Barker e le sue espressioni – il modo in cui inclina di lato la testa, sgrana gli occhi, gioca con gli zigomi – sono diventate una specie di marchio di fabbrica. Una cosa del genere, pensandoci, era già successa nel primo film di Barker, <i>Milk &amp; Serial</i>. Ed era lui stesso, in quel caso, a insistere esagerando volutamente sguardi ed espressioni. <i>Obsession</i>, insomma, è un’evoluzione del suo percorso. Barker è nato a Mobile, in Alabama. Ha sviluppato un interesse per gli horror fin da piccolo, quando a 11 anni ha visto <i>Non aprite quella porta</i>. Da quel momento, ha detto, ha sempre cercato di ricreare la stessa sensazione di paura e shock. All’inizio, prima di passare alla regia, Barker aveva pensato a una carriera come attore: a 18 anni si è trasferito a Los Angeles, per studiare al campus della New York Film Academy. E proprio durante quel periodo ha incontrato Tomlinson, con cui ha aperto il canale YouTube <i>that’s a bad idea</i>. Barker ha avuto delle piccole parti, nel corso della sua carriera: in <i>C’è sempre il sole a Philadelphia</i>, per esempio. <strong>Il suo prossimo film si intitola <i>Anything but Ghosts</i> e sarà prodotto dalla Blumhouse Productions, una delle realtà più importanti quando si parla di horror. I protagonisti saranno interpretati da Aaron Paul e Bryce Dallas Howard.</strong></p>
<p class="is-boxed centered article-body p1">Barker è l’ennesimo regista che, in questi anni, ha usato YouTube non per diventare famoso o per ottenere l’attenzione del pubblico e della stampa, ma per imparare e fare esperienza. Le piccole case di produzione (ma anche le major) americane hanno capito perfettamente quello che è il potenziale di Internet, soprattutto quando si parla di horror. Online esiste una dimensione in cui storie, racconti e video vengono ripresi e citati, in cui la finzione si può mischiare alla realtà, e l’horror finisce per muoversi su un livello totalmente diverso: uno fatto di verosimiglianza, che non richiede né grossi budget né grandi artifici narrativi. I <i>found footage</i> sono film particolarmente significativi in questo senso, e non è un caso che <i>Milk &amp; Serial</i> rientri in questa categoria.</p>
<p class="is-boxed centered article-body p1">C’è anche un altro elemento da prendere in considerazione quando si parla della nuova ondata di horror a basso budget e della generazione di Barker: il pubblico. <strong>È evidente che, per questi film, l’età media è molto più bassa, spesso al di sotto dei 35 anni </strong>(è stato così, almeno, per <i>Backrooms</i>; fonte: Film Updates). E non c’entra solo YouTube, c’entra un’idea precisa di estetica e di modo di presentare agli altri una storia. <i>Obsession </i>non fa eccezione. Gioca con le ombre e con le sfumature. Lo spettatore sa, più o meno, che cosa aspettarsi, specialmente dopo un certo punto. Eppure è innegabile la tensione costante che tiene insieme ogni momento del film. L’attesa stessa del terrore si trasforma in un motore di intrattenimento incredibile, che riesce a catturare – e a mantenere – l’attenzione del pubblico.</p>
<p class="is-boxed centered article-body p1">Il linguaggio che utilizzano film come <i>Obsession</i> e registi come Barker è un linguaggio che viene da lontano, che parla sia di fonti di ispirazione e riferimenti più classici (<i>Non aprite quella porta</i>, appunto) che di una nuova idea che è nata, cresciuta e che si è evoluta online, su Internet. La generazione di Barker ha soprattutto questa capacità: di unire cose che, fino a qualche tempo fa, ci sarebbero sembrate lontanissime e inavvicinabili; e invece, quando vengono messe insieme, quando vengono dosate nel modo giusto, possono dare vita a film in grado di diventare rapidamente fenomeni del box office. E non è una rivoluzione che punta a distruggere il sistema o a ridurlo in ginocchio: è uno dei tanti futuri che ci aspettano.</p>
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		<title>Yorgos Lanthimos ha detto che da ora in poi vuole fare il fotografo perché il cinema l&#8217;ha fatto andare in burnout</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/yorgos-lanthimos-fotografie-mostra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 16:13:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Personaggi]]></category>
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					<description><![CDATA[Yorgos Lanthimos è stanco di fare cinema e vuole dedicarsi alla solitaria fotografia. Il pluripremiato regista sembra intenzionato a prendersi una lunga pausa dal cinema per rifugiarsi in un&#8217;arte decisamente – almeno, così la vede lui – più intima e rilassante. In una recente intervista concessa al Financial Times per promuovere la sua mostra fotografica [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">Yorgos Lanthimos è stanco di fare cinema e vuole dedicarsi alla </span><span style="font-weight: 400;">solitaria</span><span style="font-weight: 400;"> fotografia. </span><span style="font-weight: 400;">Il pluripremiato regista sembra intenzionato a prendersi una lunga pausa dal cinema per rifugiarsi in un&#8217;arte decisamente – almeno, così la vede lui – più intima e rilassante. </span><span style="font-weight: 400;">In una recente intervista concessa al </span><a class="link-article" href="https://www.ft.com/content/368dba10-4301-43d1-9015-cdb03f98e3a2" target="_blank" rel="noopener"><i><span style="font-weight: 400;">Financial Times</span></i></a><span style="font-weight: 400;"> per promuovere la sua mostra fotografica <em>Photographs</em>, il regista ha descritto l&#8217;atto di scattare foto come una boccata d&#8217;aria fresca rispetto allo stress dei set cinematografici: <strong>«</strong></span><strong>Puoi semplicemente camminare con una fotocamera, è un&#8217;attività solitaria e in un certo senso meditativa. [&#8230;] E soprattutto, non devi trovare i finanziamenti»</strong><span style="font-weight: 400;">. </span></p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">I segnali di questo &#8220;esaurimento&#8221; d&#8217;altronde erano già emersi. Nel 2018, dopo il successo di </span><i><span style="font-weight: 400;">La Favorita</span></i><span style="font-weight: 400;">, Lanthimos è praticamente sparito per cinque anni. Un periodo di silenzio in cui il regista greco ha traslocato a Los Angeles e si è concentrato sulla scrittura di tre diverse sceneggiature contemporaneamente: </span><i><span style="font-weight: 400;">Povere Creature!</span></i><span style="font-weight: 400;">, </span><i><span style="font-weight: 400;">Kinds of Kindness</span></i><span style="font-weight: 400;"> e il recente </span><i><span style="font-weight: 400;">Bugonia</span></i><span style="font-weight: 400;">. Una produttività impressionante che lo ha sfiancato al punto da fargli valutare l&#8217;addio definitivo alla regia, senza nemmeno disturbarsi a prendere un periodo sabbatico. Quando, nell&#8217;intervista con il <em>Financial Times</em>, si è arrivati alla domanda che tutti gli appassionati si stanno ponendo – in futuro farai altri film? – la risposta è stata spiazzante: <strong>«</strong></span><strong>In questo momento mi chiedo: farò altri film? Non lo so, vedremo. Ho bisogno di ritrovare la gioia di fare cinema. Voglio che arrivi in modo naturale, senza forzature»</strong><span style="font-weight: 400;">. </span></p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">Già l&#8217;anno scorso, parlando con </span><a class="link-article" href="https://www.rivistastudio.com/lanthimos-pausa-cinema/" target="_blank" rel="noopener"><i><span style="font-weight: 400;">Collider</span></i></a><span style="font-weight: 400;">, aveva ammesso di essere arrivato al limite delle sue forze: «</span><span style="font-weight: 400;">Non posso più continuare a questi ritmi, è stato un grosso errore. Ho un disperato bisogno di una pausa. L&#8217;ho già detto in passato tra un film e l&#8217;altro, ma stavolta sono serio. Potete scommetterci. Ad un certo punto la forza e la volontà finiscono, e io sono arrivato a quel punto»</span><span style="font-weight: 400;">. </span><span style="font-weight: 400;"><strong>Tra il burnout hollywoodiano e il detox dal cinema, negli anni ha iniziato a lavorare alla sua prima mostra fotografica, a partire da quella ad Atene</strong>: una grande mostra-evento all&#8217;Onassis Stegi, curata da Michael Mack. L&#8217;allestimento, concepito come un tempio greco, era un racconto del dietro le quinte del suo cinema e raccoglieva le foto fatte dal regista sui set di </span><i><span style="font-weight: 400;">Povere Creature!</span></i><span style="font-weight: 400;">, </span><i><span style="font-weight: 400;">Kinds of Kindness</span></i><span style="font-weight: 400;"> e </span><i><span style="font-weight: 400;">Bugonia</span></i><span style="font-weight: 400;">, confluiti poi nel volume </span><i><span style="font-weight: 400;">Viscin</span></i><span style="font-weight: 400;">. Fotografie che in estate arriveranno per la prima volta in Italia: dal 7 agosto all&#8217;1 novembre 2026, il Festival Internazionale di Fotografia e Arte di Monopoli ospiterà infatti </span><a class="link-article" href="https://www.phest.info/yorgos-lanthimos" target="_blank" rel="noopener"><em>Jitter Period</em></a><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">L&#8217;esposizione metterà in dialogo le opere delle sue prime due monografie, </span><i><span style="font-weight: 400;">Dear God, the Parthenon is still broken</span></i><span style="font-weight: 400;"> e </span><i><span style="font-weight: 400;">I shall sing these songs beautifully</span></i><span style="font-weight: 400;">, mutuando il titolo proprio da quel lessico ingegneristico che definisce le microinterruzioni di un segnale continuo. Per Lanthimos sono esattamente questi spazi vuoti e intermedi, sottratti al tempo del set, a diventare l&#8217;unico momento in cui può davvero respirare. </span><span style="font-weight: 400;">Se questa passione per la fotografia diventerà davvero il suo nuovo mestiere e segnerà la fine della sua avventura cinematografica, Lanthimos abbandonerà due progetti già avviati: l&#8217;adattamento del romanzo di Ottessa Moshfegh </span><i><span style="font-weight: 400;">Il mio anno di riposo e oblio</span></i><span style="font-weight: 400;"> e il noir </span><i><span style="font-weight: 400;">Fatale</span></i><span style="font-weight: 400;"> di Jean-Patrick Manchette.</span></p>
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		<title>Ci sono molte cause giudiziarie strane, ma poche sono strane come quella tra il brand Patagonia e la drag queen Pattie Gonia</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/pattie-gonia-causa-patagonia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 13:51:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pop]]></category>
		<category><![CDATA[Brand]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Polemiche]]></category>
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					<description><![CDATA[Cosa hanno in comune Pattie Gonia e Patagonia? L’attenzione per l’ambiente, una leggera somiglianza fonetica e il font con cui sono soliti scrivere il loro nome. Tre motivazioni validissime, secondo Patagonia, per denunciare Pattie Gonia. Pattie Gonia, all&#8217;anagrafe Wyn Wiley, è una artista che conta 1,7 milioni di follower su Instagram, nota soprattutto per una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body">Cosa hanno in comune Pattie Gonia e Patagonia? L’attenzione per l’ambiente, una leggera somiglianza fonetica e il font con cui sono soliti scrivere il loro nome. <span style="font-weight: 400;">Tre motivazioni validissime, secondo Patagonia, per denunciare Pattie Gonia. </span></p>
<p class="is-boxed article-body">Pattie Gonia, all&#8217;anagrafe Wyn Wiley, è una artista che conta 1,7 milioni di follower su Instagram, nota soprattutto per una performance del dicembre del 2025, intitolata <a class="link-article" href="https://www.gofundme.com/f/the-1m-dollar-backpacking-trip" target="_blank" rel="noopener"><em>The Million Dollar Backpacking Trip</em></a>, una passeggiata in <em>full drag</em> dal Reyes National Seashore al San Francisco&#8217;s Golden Gate Bridge (praticamente tutta la costa della California). Grazie a questa performance – e a 35 mila benefattori – riuscì a raccogliere 1.2 milioni di dollari, devoluti interamente a delle associazioni di beneficienza. <strong>Però è proprio qui che iniziano i suoi guai giudiziari: secondo Patagonia, per l&#8217;occasione Pattie Gonia avrebbe violato un accordo privato stretto nel 2022 con l&#8217;azienda, accordo in cui si impegnava a non registrare il suo nome come marchio commerciale e a non produrre merchandise brandizzato Pattie Gonia</strong>. Prima, durante e dopo il <em>Million Dollar Backpacking Trip</em>, l&#8217;artista ha messo in venduta T-shirt e felpe con la scritta<span style="font-weight: 400;"><em> hiking club</em> palesemente ispirata al celebre logo del monte Fitz Roy.</span></p>
<blockquote class="quote article-body nobottom  instagram-media" style="background: #FFF; border: 0; border-radius: 3px; box-shadow: 0 0 1px 0 rgba(0,0,0,0.5),0 1px 10px 0 rgba(0,0,0,0.15); margin: 1px; max-width: 540px; min-width: 326px; padding: 0; width: calc(100% - 2px);" data-instgrm-captioned="" data-instgrm-permalink="https://www.instagram.com/reel/DY2L725tVow/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" data-instgrm-version="14">
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<p class="is-boxed article-body" style="color: #c9c8cd; font-family: Arial,sans-serif; font-size: 14px; line-height: 17px; margin-bottom: 0; margin-top: 8px; overflow: hidden; padding: 8px 0 7px; text-align: center; text-overflow: ellipsis; white-space: nowrap;"><a class="link-article" style="color: #c9c8cd; font-family: Arial,sans-serif; font-size: 14px; font-style: normal; font-weight: normal; line-height: 17px; text-decoration: none;" href="https://www.instagram.com/reel/DY2L725tVow/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" target="_blank" rel="noopener">Un post condiviso da Pattie Gonia (@pattiegonia)</a></p>
</div>
</blockquote>
<p class="is-boxed article-body"><script async src="//www.instagram.com/embed.js"></script><br />
La (scherzosa) parodia dell’artista ha indispettito Patagonia, preoccupata dal rischio che i consumatori non distinguano tra le comunicazioni ufficiali del brand e quelle &#8220;satiriche&#8221; di Pattie Gonia (e poi, ovviamente, dalla pura e semplice violazione del diritto d&#8217;autore e dalla violazione di un accordo firmato da entrambe le parti). <strong>La vicenda in realtà è iniziata mesi fa, nello specifico a gennaio, ma diventata virale solo dopo un video-sfogo (<a class="link-article" href="https://www.instagram.com/p/DY2PWI7hKxh/">e due lettere aperte</a>) in cui Wiley accusa il brand di voler «neutralizzare un’attivista», definendo la causa un «tradimento dei valori di Patagonia»</strong><span style="font-weight: 400;">. Ha spiegato che se è vero che Patagonia le ha chiesto un risarcimento simbolico di un dollaro, è anche vero che le spese legali ammontano già a un milioni e rischiano di mandarla in bancarotta. Ovviamente, subito dopo la pubblicazione di questo video è partita la shitstorm, con molti fan di Pattie Gonia che se la prendono con Patagonia e altrettanti amanti di Patagonia che dicono peste e corna di Pattie Gonia.</span></p>
<blockquote class="quote article-body nobottom  instagram-media" style="background: #FFF; border: 0; border-radius: 3px; box-shadow: 0 0 1px 0 rgba(0,0,0,0.5),0 1px 10px 0 rgba(0,0,0,0.15); margin: 1px; max-width: 540px; min-width: 326px; padding: 0; width: calc(100% - 2px);" data-instgrm-captioned="" data-instgrm-permalink="https://www.instagram.com/reel/DY-fD9oBW9Z/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" data-instgrm-version="14">
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<p class="is-boxed article-body" style="color: #c9c8cd; font-family: Arial,sans-serif; font-size: 14px; line-height: 17px; margin-bottom: 0; margin-top: 8px; overflow: hidden; padding: 8px 0 7px; text-align: center; text-overflow: ellipsis; white-space: nowrap;"><a class="link-article" style="color: #c9c8cd; font-family: Arial,sans-serif; font-size: 14px; font-style: normal; font-weight: normal; line-height: 17px; text-decoration: none;" href="https://www.instagram.com/reel/DY-fD9oBW9Z/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" target="_blank" rel="noopener">Un post condiviso da Pattie Gonia (@pattiegonia)</a></p>
</div>
</blockquote>
<p class="is-boxed article-body"><script async src="//www.instagram.com/embed.js"></script></p>
<p class="is-boxed article-body">A questo punto resta solo da capire a chi il tribunale di Los Angeles darà ragione, se all&#8217;azienda che vuole tutelare il diritto d&#8217;autore o all&#8217;artista che rivendica la sua libertà d&#8217;espressione.</p>
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		<title>A Palermo non tutti sono stati proprio felici e contenti del matrimonio di Dua Lipa e Callum Turner</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/palermo-proteste-matrimonio-dua-lipa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 12:06:16 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Celebrity]]></category>
		<category><![CDATA[Gossip]]></category>
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					<description><![CDATA[I palermitani hanno protestato duramente contro Dua Lipa e Callum Turner, accusandoli di aver sequestrato e paralizzato il centro storico della città per i tre giorni del loro blindatissimo matrimonio. La maratona di eventi privati ha indispettito non poco gli abitanti, stanchi di vedere i propri spazi urbani svenduti e sottratti alla collettività. Non è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">I palermitani hanno protestato duramente contro Dua Lipa e Callum Turner, accusandoli di aver sequestrato e paralizzato il centro storico della città per i tre giorni del loro blindatissimo matrimonio. </span><span style="font-weight: 400;">La maratona di eventi privati ha indispettito non poco gli abitanti, stanchi di vedere i propri spazi urbani svenduti e sottratti alla collettività.</span></p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">Non è la prima volta che l&#8217;Italia assiste alla privatizzazione delle sue città a favore di matrimoni di celebrity e miliardari. Il caso più noto e più discusso è certamente quello di Jeff Bezos e Lauren Sanchez, che scelsero Venezia per il loro matrimonio, sollevando polemiche accesissime per il modo in cui avevano di fatto occupato gli spazi pubblici e i luoghi storici della città, in certi casi impendendo l&#8217;accesso anche alle persone che in quelle zone abitano. </span><span style="font-weight: 400;"><strong>Oggi la storia si ripete a Palermo, la città scelta da Dua Lipa e dal neo marito Callum Turner per festeggiare la loro unione (in realtà già suggellata da una cerimonia molto più ristretta e discreta tenutasi a Londra)</strong>. Con una lista di invitati, si capisce, vippissimi: tra gli altri, Donatella Versace, Troye Sivan, Joe Alwyn, Charli XCX, George Daniel, Mark Ronson, Grace Gummer, Elton John, che ovviamente ha cantato Your Song.</span></p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">Il tutto nel Palazzo Valguarnera-Gangi, storica dimora nobiliare nota in tutto il mondo per aver ospitato le riprese del <em>Gattopardo</em> e simbolo indiscusso del patrimonio artistico cittadino. </span><span style="font-weight: 400;"><strong>Il disagio, in una città dalla viabilità già non facilissima come Palermo, è notevolmente aumentato anche a causa delle autorità locali che hanno eretto veri e propri anelli d&#8217;acciaio attorno ad alcune delle piazze più frequentate e amate del centro storico, come Piazza Sant’Anna e Piazza Croce dei Vespri</strong>, chiudendole completamente al pubblico per l&#8217;intera durata del fine settimana.</span></p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">Le misure di sicurezza e privacy hanno raggiunto livelli eccezionali, inevitabili vista la presenza di cotanti Vip ma cionondimeno fastidiose per i palermitani. </span><span style="font-weight: 400;"><strong>Oltre alla numerosissima presenza di forze dell&#8217;ordine a presidio dei varchi, intere strade sono state sbarrate ai pedoni, è stato istituito il divieto assoluto di sorvolo per i droni e, secondo quanto riportato dalla stampa britannica, ai residenti delle zone limitrofe e al personale coinvolto sarebbe stato imposto di firmare severissimi accordi di riservatezza per evitare qualsiasi fuga di notizie o paparazzata</strong>. </span><span style="font-weight: 400;">La risposta dei palermitani che si opponevano alla &#8220;svendita&#8221; della città è arrivata attraverso numerosi poster comparsi ovunque tra le vie di Palermo: <em>Palermo is not for rent</em> e ancora <em>Our square is not your living room</em>.</span></p>
<p class="is-boxed article-body" data-path-to-node="2">L&#8217;amministrazione comunale si è schierata invece dalla parte della signora e del signor Lipa, convintamente. Antonio Rini, Assessore alla Cultura e Consigliere comunale, ha espresso grande entusiasmo per l&#8217;evento, spiegando che ospitare un matrimonio così importante è un enorme onore per la città, una vetrina internazionale che garantirà un grandissimo ritorno d&#8217;immagine ed economico, grazie anche all&#8217;arrivo di così tanti artisti di fama mondiale.</p>
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		<title>Wikipedia rischia di fermarsi per la prima volta nella storia a causa di uno sciopero dei suoi editor</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/wikipedia-editor-sciopero/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 10:07:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Tech]]></category>
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					<description><![CDATA[Oltre 700 tra i redattori più attivi e &#8220;anziani&#8221; di Wikipedia stanno minacciando uno sciopero che potrebbe bloccare l&#8217;aggiornamento e la moderazione della più grande enciclopedia del mondo. La protesta è scoppiata in seguito alla decisione della Wikimedia Foundation, l&#8217;organizzazione no-profit che gestisce Wikipedia, di chiudere improvvisamente il Community Tech, un piccolo team composto da [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;"><strong>Oltre 700 tra i redattori più attivi e &#8220;anziani&#8221; di Wikipedia stanno minacciando uno sciopero che potrebbe bloccare l&#8217;aggiornamento e la moderazione della più grande enciclopedia del mondo</strong>. La protesta è scoppiata in seguito alla decisione della Wikimedia Foundation, l&#8217;organizzazione no-profit che gestisce Wikipedia, di chiudere improvvisamente il </span><span style="font-weight: 400;">Community Tech</span><span style="font-weight: 400;">, un piccolo team composto da sei sviluppatori informatici, dipendenti della fondazione (al contrario dei colleghi redattori, che sono invece dei volontari).</span></p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">Per capire la gravità della situazione bisogna prima capire come funziona Wikipedia. </span><span style="font-weight: 400;">Il sito si regge interamente sul lavoro di migliaia di volontari provenienti da tutto il mondo, persone che scrivono nuove pagine, correggono gli errori nelle vecchie e verificano le fonti alla base delle une e delle altre. </span><span style="font-weight: 400;"><strong>I sei ingegneri del Community Tech erano un punto di riferimento fondamentale poiché creavano e miglioravano gli strumenti tecnici – per esempio la dark mode, la visualizzazione delle pagine pensata per non affaticare troppo gli occhi durante le ore di scrittura notturna – usati ogni giorno per mandare avanti il sito</strong>. Soprattutto, spetta (spettava) a loro la manutenzione dei sistemi automatici utilizzati per scoprire i testi copiati da altri siti e i tentativi di vandalizzare le pagine (chi usa spesso Wikipedia lo sa, non mancano mai i mattacchioni che modificano le pagine con informazioni palesemente sbagliate, per il gusto di farlo). </span></p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">La Fondazione ha comunicato ufficialmente la chiusura del reparto il 20 maggio, spiegando che la struttura interna di questo specifico gruppo creava rallentamenti e ritardi nell&#8217;organizzazione generale del sito. <strong>Secondo i vertici, il lavoro non andrà perduto ma sarà diviso e riassegnato ad altre squadre di sviluppatori</strong>. La fondazione ha inoltre precisato che la scelta di tagliare il dipartimento non è stata improvvisa, ma era già stata pianificata nel settembre del 2025.</span></p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">Nonostante le rassicurazioni ufficiali, però, tra i volontari la rabbia è tanta. Nei mesi precedenti al licenziamento, lo staff del Community Tech aveva manifestato pubblicamente l&#8217;intenzione di formare un sindacato interno per tutelare il proprio lavoro. Per questo motivo, diversi storici collaboratori dell&#8217;enciclopedia ipotizzano che la chiusura del reparto sia stata una mossa mirata da parte dei vertici della fondazione per bloccare sul nascere la nascita della rappresentanza sindacale, mascherando il licenziamento dietro a motivazioni di efficientamento dei flussi di lavoro. </span></p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">Se davvero i 700 editor dovessero incrociare le braccia, le conseguenze per la rete sarebbero pesanti. </span><span style="font-weight: 400;">Questo gruppo di volontari gestisce e protegge la stragrande maggioranza delle pagine in lingua inglese, garantendo ogni giorno milioni di modifiche, aggiornamenti sulle notizie dell&#8217;ultima ora e verifiche contro le fake news. I volontari affermano che s</span><span style="font-weight: 400;">enza questo controllo quotidiano, Wikipedia subirebbe un deterioramento rapidissimo, trasformandosi in un disastro informativo. Il danno colpirebbe direttamente anche i Large Language Model, che oggi imparano, vengono addestrati e verificano la qualità delle loro risposte leggendo e assorbendo proprio i testi costantemente ripuliti e aggiornati dai volontari di Wikipedia.</span></p>
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		<title>I Gorillaz e i Kneecap hanno portato sul palco del Primavera Aarab Barghouti, il figlio di Marwan Barghouti, il più importante leader politico palestinese imprigionato da Israele</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/aarab-barghouti-primavera-sound-gorillaz-kneecap/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 09:22:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;attivista palestinese Aarab Barghouti è stato uno dei protagonisti del Primavera Sound di Barcellona e ha portato la questione della Striscia di Gaza sui palchi del festival al fianco di Gorillaz e Kneecap. Aarab è il figlio di Marwan Barghouti, leader politico palestinese recluso in un carcere israeliano dal 2002. Fu arrestato dall&#8217;IDF a Ramallah, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;"><strong>L&#8217;attivista palestinese Aarab Barghouti è stato uno dei protagonisti del Primavera Sound di Barcellona e ha portato la questione della Striscia di Gaza sui palchi del festival al fianco di Gorillaz e Kneecap</strong>. </span><span style="font-weight: 400;">Aarab è il figlio di Marwan Barghouti, leader politico palestinese recluso in un carcere israeliano dal 2002. Fu arrestato dall&#8217;IDF a Ramallah, processato e condannato a cinque ergastoli in quando mandante degli attacchi terroristici della Brigata dei Martiri di al-Aqsa. Non solo Barghouti padre ha sempre respinto le accuse, ma durante il processo rifiutò di presentare una linea difensiva, sostenendo che il tribunale israeliano che lo stava processando non avesse nessuna giurisdizione su di lui, cittadino palestinese e residente in Cisgiordania. </span></p>
<blockquote class="quote article-body nobottom  tiktok-embed" cite="https://www.tiktok.com/@consequence/video/7648644749301173517" data-video-id="7648644749301173517" data-embed-from="oembed" style="max-width:605px; min-width:325px;">
<section> <a class="link-article" target="_blank" title="@consequence" href="https://www.tiktok.com/@consequence?refer=embed">@consequence</a> </p>
<p class="is-boxed article-body">Palestinian activist Aarab Barghouti delivered a speech ahead of Gorillaz&#8217;s headlining set at Primavera Sound on Saturday. credit: reddit <a class="link-article" title="gorillaz" target="_blank" href="https://www.tiktok.com/tag/gorillaz?refer=embed">#gorillaz</a> <a class="link-article" title="primaverasound" target="_blank" href="https://www.tiktok.com/tag/primaverasound?refer=embed">#primaverasound</a> <a class="link-article" title="palestine" target="_blank" href="https://www.tiktok.com/tag/palestine?refer=embed">#palestine</a></p>
<p class="is-boxed article-body"> <a class="link-article" target="_blank" title="♬ original sound - consequence - consequence" href="https://www.tiktok.com/music/original-sound-consequence-7648644937411545869?refer=embed">♬ original sound &#8211; consequence &#8211; consequence</a> </section>
</blockquote>
<p class="is-boxed article-body"> <script async src="https://www.tiktok.com/embed.js"></script></p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">Aarab – portavoce della campagna internazionale #FreeMarwan, dedicata alla liberazione del padre ma anche alla difesa di tutti i prigionieri palestinesi – </span><span style="font-weight: 400;">è salito sul palco subito prima dei Gorillaz per introdurre il loro set e poi è tornato sul palco a metà del concerto dei Kneecap. </span><span style="font-weight: 400;"><strong>Da lì, l&#8217;attivista ha lanciato un appello alla folla: «Mio padre è uno dei 10 mila prigionieri palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane, ma per milioni di persone rappresenta qualcosa che Israele non può imprigionare: la speranza. La speranza che i bambini palestinesi crescano in pace. La libertà ha vinto in Sudafrica, in Irlanda e in Algeria perché persone come voi si sono rifiutate di voltarsi dall&#8217;altra parte. Continuate a lottare per la Palestina, per Gaza e per la giustizia»</strong>.</span></p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">Questo messaggio di solidarietà avrebbe dovuto ripetersi anche nel live dei Massive Attack. Anche la band di Bristol aveva infatti invitato Barghouti sul palco a parlare del padre e chiederne la liberazione, ma il loro set del giovedì sera è stato cancellato a causa di un violento temporale. Nonostante il maltempo, Robert Del Naja ha voluto dimostrare la sua vicinanza a Barghouti e alla causa palestinese pubblicando sui social una foto, scattata nel backstage, che lo ritrae assieme all&#8217;attivista, un incontro definito «l&#8217;unico momento di luce durante la tempesta del Primavera».</span></p>
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		<title>La disuguaglianza urbana al tempo della crisi climatica è una sottile linea verde</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/green-divide-aree-verdi-disuguaglianze-citta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 08:15:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Città]]></category>
		<category><![CDATA[Cambiamento Climatico]]></category>
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					<description><![CDATA[Un futuro in cui l&#8217;accesso alle zone verdi, alla tranquillità e al benessere che ne conseguono è riservato esclusivamente alle classi più abbienti non è uno scenario distopico o una proiezione letteraria lontana: è già qui. La realtà quotidiana sta ridisegnando la geografia sociale e ecologica delle metropoli, creando una frattura silenziosa ma profondissima tra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed centered article-body">Un futuro in cui l&#8217;accesso alle zone verdi, alla tranquillità e al benessere che ne conseguono è riservato esclusivamente alle classi più abbienti non è uno scenario distopico o una proiezione letteraria lontana: è già qui. La realtà quotidiana sta ridisegnando la geografia sociale e ecologica delle metropoli, creando una frattura silenziosa ma profondissima tra chi può permettersi il lusso dell&#8217;ombra e chi è condannato all&#8217;asfalto. <strong>Un vasto studio che ha mappato gli spazi verdi in 862 città del continente ha rivelato l&#8217;esistenza di un profondo e strutturale «divario verde» (<em>green divide</em>)</strong>, un fenomeno per cui, come spiega uno dei ricercatori che ha partecipato allo studio sul Green Divide patrocinato dalla Commissione Europea e dall’Università di Copenaghen e pubblicato su <em><a class="link-article" href="https://www.nature.com/articles/s41467-026-71523-8#Sec17" target="_blank" rel="noopener">Nature Communications</a></em>, Leonardo Bertassello, «gli europei benestanti hanno molte più probabilità di avere accesso alla natura rispetto ai residenti delle stesse città con redditi bassi». Questa disparità, individuata dai ricercatori della Commissione Europea e dell’Università di Copenaghen, non rappresenta soltanto una questione di estetica urbana o di decoro architettonico, ma diventa una vera e propria emergenza sanitaria, politica e socioculturale.</p>
<h2 class="text-size-h3">La regola del 3-30-300</h2>
<p class="is-boxed centered article-body">Per decenni, la retorica urbanistica ha celebrato i parchi come grandi polmoni democratici, spazi di decompressione dove le differenze di censo venivano, almeno teoricamente, annullate nel godimento di un bene comune. Tuttavia, la realtà fotografata dalla ricerca di Leonardo Bertassello e colleghi (Marijn van der Velde, Joachim Maes, Siyu Liu, Martin Stefan Brandt, Luc Feyen) smentisce questa visione egualitaria e semibucolica del progresso cittadino. Per misurare oggettivamente la qualità del vivere urbano contemporaneo, lo studio (che si intitola <em>La valutazione delle città europee secondo la regola del 3-30-300 evidenzia la necessità di intensificare gli sforzi per la rinverdimento urbano</em>) ha adottato come parametro di riferimento <strong>la “regola del 3-30-300”</strong>, una bilancia scientifica per misurare il benessere bioclimatico. Questa linea guida suggerisce che ogni cittadino, per poter godere di una salute psicofisica adeguata e di una resilienza termica minima, <strong>dovrebbe poter vedere almeno tre alberi dalla propria abitazione, vivere in un quartiere con almeno il 30 per cento di copertura arborea e trovarsi a non più di 300 metri di distanza da uno spazio verde pubblico e possibilmente di qualità</strong>.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">Se osserviamo la mappa di Milano, il concetto di <em>green divide</em> smette di essere un&#8217;astrazione statistica per diventare un&#8217;evidenza visiva brutale. Le immagini satellitari mostrano una costellazione di aree bianche e verdi che ricalca fedelmente la stratificazione sociale del capoluogo lombardo. <strong>Le zone bianche, che indicano il soddisfacimento di nessuna delle regole della formula 3-30-300, dominano non solo il centro storico ma anche vaste porzioni della periferia densamente edificata</strong>. È qui che il cemento non lascia spazio alla visione di tre alberi né a una copertura arborea degna di questo nome.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">In questa fotografia termica e sociale, Milano appare come un organismo che respira solo ai margini. <strong>Le aree in verde scuro, che soddisfano tutti e tre i parametri, coincidono quasi esclusivamente con le grandi riserve di verde urbano: il Parco Nord della zona Bresso, il sistema del Parco delle Cave (tra Baggio e Cagnino) e Boscoincittà (tra Trenno e Quinto Romano) a ovest, e le propaggini del Parco Agricolo Sud (uscendo da zona Porta Venezia e Porta Romana). Il resto della città è un&#8217;immensa distesa grigia</strong> (o bianca, nella legenda della mappa) dove la popolazione è privata dei benefici elementari della natura. In quartieri dove la densità abitativa è massima, il diritto all&#8217;ombra è un miraggio. Questa mappa non descrive solo la vegetazione, ma predice dove l&#8217;isola di calore sarà più insopportabile e dove lo stress fisiologico degli abitanti sarà più alto. Milano, che punta a essere una metropoli globale e sostenibile, si scontra con una realtà dove la natura è un&#8217;enclave protetta o una fascia esterna, lasciando il cuore della vita urbana in un deficit bioclimatico profondo.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">Oltre a Milano, anche i dati che emergono dalla visione europea sono, senza mezzi termini, drammatici. Come spiega il ricercatore Bertassello, <strong>«il dato più eclatante è che meno del 15 per cento (nello specifico il 13,5 per cento) della popolazione nelle città europee analizzate vive in aree che rispettano pienamente la regola del 3-30-300»</strong>. Questa statistica rivela che la stragrande maggioranza degli abitanti delle città europee vive in condizioni di deficit naturale cronico, ed è una carenza che ha ricadute dirette sulla salute pubblica.</p>
<h2 class="text-size-h3">Il muro grigio e il muro verde</h2>
<p class="is-boxed centered article-body">Il <em>green divide</em> non si manifesta solo come una frattura interna alle singole città, ma segue una precisa e impietosa faglia geografica che taglia l&#8217;Europa lungo le sue linee economiche. Lo studio evidenzia che «le città del nord-ovest dell’Europa, più ricco, hanno il doppio delle probabilità di soddisfare gli standard 3-30-300 rispetto a quelle dell’Europa meridionale e orientale». <strong>Gli abitanti di città come Helsinki, Monaco o Lussemburgo godono oggi di un accesso alla natura e ai suoi benefici ecosistemici nettamente superiore rispetto ai cittadini che risiedono nelle metropoli del sud Europa</strong>, spesso caratterizzate da una densità edilizia asfissiante e da una pianificazione che ha storicamente privilegiato la mobilità privata rispetto alla qualità ambientale. Questa spaccatura non è casuale: riflette decenni di politiche urbane divergenti e investimenti diseguali, fattori che oggi vengono tragicamente esasperati dai cambiamenti climatici. Alle latitudini meridionali, dove le ondate di calore sono più intense e frequenti (e lo saranno sempre di più), la mancanza di ombra e vegetazione non è solo una carenza estetica, ma un moltiplicatore di rischio che aggrava l&#8217;esposizione all&#8217;inquinamento atmosferico e acustico.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">Vivere in una di queste zone grigie comporta costi sociali e biologici che possono essere misurati con precisione statistica, portando la discussione dal piano dell&#8217;architettura a quello dell&#8217;epidemiologia. <strong>Incrociando la conformità alla regola del 3-30-300 con diversi indicatori di salute pubblica, lo studio ha mostrato come le aree a bassa densità verde soffrano di una cronica mancanza di <em>walkability</em> (la facilità di spostarsi a piedi), di una carenza di nodi del trasporto pubblico e, soprattutto, di una presenza massiccia di isole di calore urbano</strong>. In questi contesti, il costo più drammatico viene misurato direttamente in vite umane, poiché la vegetazione agisce come un vero e proprio regolatore termico. Ricerche parallele, come quella condotta nel 2023 dalla ricercatrice dell’<a class="link-article" href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(22)02585-5/abstract" target="_blank" rel="noopener">Institute for Global Health di Barcellona</a>, Tamara Iungman, hanno dimostrato che portare la copertura arborea urbana al 30 per cento potrebbe raffreddare le città mediamente di 0,4°C, un intervento apparentemente minimo che però avrebbe il potere di prevenire «potenzialmente fino all&#8217;1,84 per cento dei decessi prematuri estivi».</p>
<p class="is-boxed centered article-body">Oltre alla mortalità legata alle ondate di calore, esiste anche un costo psicologico e neuroscientifico altrettanto devastante, sebbene a un primo sguardo meno visibile. <strong>Una crescente letteratura scientifica collega l&#8217;esposizione costante alla natura alla riduzione dei livelli di cortisolo – l&#8217;ormone dello stress che compare sempre più spesso nei meme sotto forma di lancetta su di un contatore, facendo cose rilassanti il livello di cortisolo indicato dalla lancetta diminuisca, facendo cose stressanti, si sposta verso destra segnando il valore più alto – e a una diminuzione significativa dello stress percepito dai cittadini</strong>. Vivere in quartieri dove il cemento amplifica calore e rumore condanna le persone a una condizione di stress cronico che incide pesantemente sull&#8217;attività sociale e sul benessere mentale complessivo. Alla luce di questo, la vegetazione urbana smette di essere un semplice arredo estetico e si trasforma piuttosto in una vera e propria infrastruttura sanitaria salvavita, un bene essenziale che dovrebbe essere garantito a prescindere dal codice postale di residenza.</p>
<h2 class="text-size-h3">La gentrificazione verde</h2>
<p class="is-boxed centered article-body">È proprio qui che si inserisce la sfida più complessa e paradossale per gli urbanisti e i sociologi contemporanei: il fenomeno della «gentrificazione verde». Spesso, infatti, le iniziative di inverdimento e riqualificazione ambientale, pur essendo animate dalle migliori intenzioni politiche e da un sincero desiderio di migliorare la vita dei cittadini, possono innescare involontariamente lo spostamento forzato dei residenti a basso reddito e delle minoranze. Bertassello osserva, cinicamente, che «<strong>gli sforzi di riqualificazione ambientale spesso si traducono in un aumento del valore immobiliare che finisce per espellere proprio le comunità che dovrebbero beneficiare dei nuovi spazi</strong>». Questo meccanismo crea un circolo vizioso in cui il verde migliora la vivibilità di un&#8217;area, ma l&#8217;aumento dei prezzi del mercato immobiliare lo trasforma in un bene di lusso accessibile solo a chi ha già i mezzi per permetterselo. Si crea così una città a due velocità, dove la salute diventa un prodotto a pagamento.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">Per colmare questo divario senza alimentare ulteriormente la speculazione e l&#8217;esclusione sociale è necessario un cambiamento radicale nelle strategie di intervento urbano. Non si tratta solo di aggiungere alberi, ma di ripensare l&#8217;intera struttura della città. Lo studio suggerisce alcune strade percorribili per democratizzare la natura, partendo dalla riconversione della mobilità cittadina e abbracciando il concetto della «città dei 15 minuti». Riducendo drasticamente la dipendenza dai veicoli privati, le amministrazioni possono recuperare una quantità enorme di spazio prezioso attualmente sacrificato a strade e parcheggi, destinandolo invece a parchi diffusi e micro-aree verdi integrate nel tessuto quotidiano dei quartieri. Un&#8217;altra strategia è lo sviluppo di <strong>corridoi ecologici continui: invece di concentrare tutto il verde in pochi e monumentali parchi isolati – che diventano facilmente poli di gentrificazione e enclave per ricchi – la ricerca suggerisce di trasformare le vie di trasporto in percorsi ombreggiati che attraversano diversi quartieri, garantendo che l&#8217;ombra e i benefici della vegetazione non siano confinati ma fluiscano attraverso la città</strong>.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">Un aspetto critico emerso dalla mia chiacchierata con Leonardo Bertassello riguarda la distinzione tra la semplice estensione del verde e la sua effettiva qualità. Sebbene lo studio si sia focalizzato su metriche fisiche e geografiche quantificabili (come la visibilità degli alberi o la distanza da un parco), <strong>Bertassello ammette che la qualità dello spazio verde è un fattore che può influenzare i risultati sulla salute in modo persino più incisivo rispetto alla semplice quantità. Un&#8217;area verde degradata, insicura o priva di zone per il riposo non produce gli stessi benefici di un parco ben curato</strong>. I cittadini, infatti, tendono a preferire spazi verdi anche più distanti se questi sono dotati di caratteristiche qualitative superiori rispetto a quelli più vicini ma meno manutenuti. Questo non può fare altro che sollevare un tema politico cruciale. La manutenzione e la gestione del verde pubblico deve diventare un elemento di equità sociale imprescindibile, non solo un costo da mettere a bilancio e tagliare (sia nelle spese, sia con le motoseghe) alla prima occasione o cambio di giunta comunale.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">Se un sindaco o un amministratore locale dovesse individuare un&#8217;unica azione prioritaria per iniziare a colmare il <em>green divide</em>, questa dovrebbe essere l&#8217;adozione di una strategia di riforestazione urbana basata sui dati e sulla giustizia distributiva. Leonardo Bertassello è categorico su questo punto: «Invece di interventi sparsi, le (poche) risorse dovrebbero essere concentrate nei quartieri che non soddisfano nessuno dei parametri della regola 3-30-300». <strong>Intervenire prioritariamente laddove il deficit è massimo non significa solo fare estetica, ma significa combattere direttamente le isole di calore e le disuguaglianze di salute, garantendo che l&#8217;ombra e l&#8217;aria pulita smettano di essere un privilegio di pochi per tornare a essere un diritto di tutti</strong>. Questa politica richiede coraggio, perché spesso significa togliere spazio alle automobili per restituirlo agli alberi, una battaglia che si gioca sulla pelle dei quartieri più vulnerabili ma anche più resistenti ai cambiamenti.</p>
<h2 class="text-size-h3">Lo dice la scienza</h2>
<p class="is-boxed centered article-body">Tuttavia, l&#8217;intervento fisico sulla città non può e non deve prescindere da una profonda azione di comunicazione e coinvolgimento della cittadinanza. È necessario spiegare con chiarezza che la rimozione di una colata di cemento o la cancellazione di alcuni parcheggi in favore di filari di alberi non rappresenta un disagio logistico o una punizione, ma un investimento, sia per la salute sia per il valore del quartiere.  E per farlo, diventa necessario <strong>«Motivare la scelta scientificamente – spiega Bertassello – è l’unico modo per ottenere il consenso necessario e garantire che il verde sia vissuto come un diritto universale e non come un&#8217;imposizione»</strong>. Solo attraverso una consapevolezza condivisa la forestazione urbana può diventare un progetto collettivo e non una cosa calata dall&#8217;alto che i residenti percepiscono con sospetto.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">L&#8217;Unione Europea ha già iniziato a tracciare una rotta legale attraverso il Nature Restoration Regulation (NRR), una normativa ambiziosa che impone ai Paesi membri di impedire la perdita netta di spazi verdi urbani fino al 2030, per poi avviarne un aumento graduale e costante. Lo studio di Bertassello e colleghi potrebbe finalmente fornire alle amministrazioni uno strumento oggettivo, standardizzato e basato sull&#8217;evidenza per monitorare questi progressi nel tempo, trasformando vaghe promesse elettorali in obiettivi misurabili. La lotta al <em>green divide</em> rappresenta la nuova, inevitabile frontiera della giustizia sociale nel ventunesimo secolo. In un pianeta che continua a riscaldarsi a ritmi preoccupanti (nonostante ci sia chi stoicamente, lo nega), la presenza di un albero fuori dalla propria finestra o la vicinanza a un prato non sono più soltanto simboli di una vita piacevole o residui di un passato rurale, ma le precondizioni minime per una cittadinanza piena, sicura e in salute nell&#8217;era della crisi climatica. Ridurre questo divario significa riconoscere che l&#8217;ombra non è un lusso, ma un bene primario, e che la qualità della democrazia di una città o di un paese si misura anche dalla frescura dei suoi quartieri.</p>
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		<title>FENIAN, la lotta dura e senza paura dei Kneecap</title>
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		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jun 2026 07:24:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[I Kneecap «non hanno ancora smesso di ridere». È la dichiarazione lasciata in un tweet del 2022, dopo che il loro murale di Hawthorn Street, che ritraeva una Land Rover della polizia nordirlandese avvolta dalle fiamme, aveva mandato in cortocircuito il discorso pubblico britannico. Nel 2026 quella risata si è fatta densa e scura, diventando [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">I Kneecap «non hanno ancora smesso di ridere». È la dichiarazione lasciata in un tweet del 2022, dopo che il loro murale di Hawthorn Street, che ritraeva una Land Rover della polizia nordirlandese avvolta dalle fiamme, aveva mandato in cortocircuito il discorso pubblico britannico. Nel 2026 quella risata si è fatta densa e scura, diventando la frequenza portante del loro terzo album <em>FENIAN</em>. In maniera esplicita l’album vuole fare una cosa e una cosa soltanto: scandalizzare. </span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Il trio nasce nel 2017 a West Belfast, il giorno dopo una marcia per l’</span><i><span style="font-weight: 400;">Irish Language Act</span></i><span style="font-weight: 400;">. La leggenda, ormai calcificata nella cronaca, vuole che Móglaí Bap fosse in giro a scrivere <em>cearta</em> – diritti – sulle fermate degli autobus. Ne seguì un arresto, un interrogatorio condotto con il rifiuto categorico di rispondere in inglese alle domande e un primo singolo omonimo bandito dalle radio gaeliche per riferimenti alle droghe. </span><span style="font-weight: 400;">Da allora, la traiettoria è stata velocissima: il debutto con </span><i><span style="font-weight: 400;">3Cag</span></i><span style="font-weight: 400;">,</span><span style="font-weight: 400;"> il successo di </span><i><span style="font-weight: 400;">Fine Art</span></i><span style="font-weight: 400;">, passando per un biopic premiato al Sundance e ai Bafta che ha ridefinito i canoni del cinema biografico musicale. Al centro della narrativa resta DJ Próvaí, l’ex insegnante di irlandese che dal 2020 vive protetto da un balaclava tricolore. </span><span style="font-weight: 400;">Se Mo Chara e Móglaí Bap sono i volti del progetto, Próvaí ne è il simbolo: un nome che omaggia i </span><i><span style="font-weight: 400;">Provos </span></i><span style="font-weight: 400;">dell&#8217;IRA</span> <span style="font-weight: 400;">(da Provisional IRA, </span><span style="font-weight: 400;">principale forza paramilitare coinvolta nei </span><i><span style="font-weight: 400;">Troubles</span></i><span style="font-weight: 400;">) e un volto che sceglie di non esistere.</span></p>
<h2 class="text-size-h3">Glitch nel sistema</h2>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Il 2025 è l’anno del paradosso giudiziario, l’anno in cui la magistratura britannica ha involontariamente firmato la campagna marketing più efficace della storia della musica. Sui maxischermi del Coachella i Kneecap proiettavano accuse di genocidio contro Israele, trasformando il deserto californiano in un&#8217;estensione del dibattito geopolitico di West Belfast. L&#8217;indagine aperta ai sensi del </span><i><span style="font-weight: 400;">Terrorism Act</span></i><span style="font-weight: 400;">, nata dall&#8217;ostensione di una bandiera di Hezbollah durante il set al O2 Forum Kentish Town, ha segnato il punto di non ritorno verso un odio viscerale dell&#8217;establishment nei loro confronti. </span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">La discesa in campo del Premier Keir Starmer, che ha tentato di invocare una sorta di </span><i><span style="font-weight: 400;">damnatio memoriae</span></i><span style="font-weight: 400;"> istituzionale chiedendo l&#8217;esclusione del trio da Glastonbury, ha solo accresciuto la feticistica adorazione per il gruppo. Se il potere politico sperava di isolarli, ha ottenuto l&#8217;effetto opposto, trasformando un set rap in un atto di resistenza civile (grazie anche all&#8217;involontario contributo di Bbc, censore silenzioso). L’11 marzo 2026 l&#8217;Alta Corte ha archiviato il caso e i Kneecap sono diventati i nemici pubblici di cui la cultura pop ha un disperatissimo bisogno. Fuori dal tribunale di Woolwich, Mo Chara ha liquidato il Primo Ministro con un arrogante: «Sarà per la prossima volta». In quell’esatto istante il trio irlandese è diventato un glitch, un imprevisto che Londra non sa gestire. </span></p>
<h2 class="text-size-h3">Punk, rave e geopolitica</h2>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Registrato con il produttore Dan Carey, <em>FENIAN</em> recupera nel titolo un termine di doppia valenza. Etimologicamente, il richiamo è alla Fenian Brotherhood, ma le radici affondano nell&#8217;antica mitologia irlandese: i </span><i><span style="font-weight: 400;">Fianna</span></i><span style="font-weight: 400;"> erano i seguaci dell&#8217;eroe Fionn mac Cumhail, una milizia permanente devota alla difesa della terra dall&#8217;invasione dello straniero e ispirata a rigorosi codici cavallereschi. Questo termine, risignificato dai repubblicani del XIX secolo e poi degradato a epiteto settario nel gergo <em>loyalist</em>, viene qui riappropriato e trasformato. Il disco apre con </span><i><span style="font-weight: 400;">Éire Go Deo</span></i><span style="font-weight: 400;">, una meditazione chillstep sulla sopravvivenza della lingua, per poi scaricare addosso all&#8217;ascoltatore i synth di </span><i><span style="font-weight: 400;">Smugglers &amp; Scholars</span></i><span style="font-weight: 400;"> e </span><i><span style="font-weight: 400;">Liars Tale</span></i><span style="font-weight: 400;">. </span><i><span style="font-weight: 400;">Palestine</span></i><span style="font-weight: 400;">, il duetto con il rapper di Ramallah Fawzi, salda la lotta indipendentista irlandese alla causa panaraba, trasformando il brano in un manifesto geopolitico che rinforza un sostegno storico nato dalle comuni radici di resistenza.</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><i><span style="font-weight: 400;">«A sad day for us that ya had to leave in such a hurry». </span></i><span style="font-weight: 400;">Il brano più intimo del disco risiede in </span><i><span style="font-weight: 400;">Irish Goodbye</span></i><span style="font-weight: 400;">, la collaborazione con Kae Tempest. L’atto di andarsene senza congedo, il celebre &#8220;saluto alla scozzese&#8221;, una forte metafora che riflette il dolore di una generazione a disagio in una realtà estranea, che non sente propria. È il momento in cui la rabbia dei Kneecap incontra la malinconia londinese. Tempest è la voce perfetta per narrare questa impossibilità di congedo: «</span><i><span style="font-weight: 400;">A sad day for us that ya had to leave in such a hurry / And it&#8217;s not an issue, just want to say I miss you</span></i><span style="font-weight: 400;">»</span><i><span style="font-weight: 400;">.</span></i><span style="font-weight: 400;"> In queste parole, la rivendicazione territoriale si dissolve lasciando quesiti sui diritti esistenziali, validando il messaggio della band oltre confine.</span></p>
<h2 class="text-size-h3">La minaccia reale</h2>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Nelle zone lealiste (fedeli alla corona britannica), l’ascesa dei Kneecap è stata percepita come una provocazione insopportabile. La comparsa di banner e graffiti con la scritta <em>Kill your local Kneecap</em> o l’acronimo <em>K.A.T.</em> (</span><i><span style="font-weight: 400;">Kill All Taigs</span></i><span style="font-weight: 400;">, dove <em>Taig</em> è un termine dispregiativo per i cattolici) è la reazione a una band che ha rotto il patto di silenzio del post-conflitto.</span><span style="font-weight: 400;"> </span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Prontamente, loro rispondono all’odio con una strategia furbissima: </span><span style="font-weight: 400;">lanciano una campagna chiamata &#8220;Report Fenian Activity&#8221;. La band ha prodotto manifesti che imitano pedissequamente lo stile e il font degli avvisi di sicurezza della polizia britannica, invitando i cittadini a segnalare &#8220;attività sovversive&#8221; (e quindi feniane). Il numero da chiamare, però, rimanda al loro merchandising. Appropriandosi del linguaggio della sorveglianza per vendere dischi, i Kneecap hanno neutralizzato la paura, trasformando i loro aguzzini, paramilitari o istituzioni che siano, in inconsapevoli supporter della loro propaganda.</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;"><em>FENIAN</em> è la prova che la trasgressione oggi risiede nell’affermazione ossessiva e radicale di un’appartenenza. Tra minacce di morte reali e feticismi vari, il trio di Belfast ha capito che l’autenticità è l’unico modo per farsi ascoltare. </span><i><span style="font-weight: 400;">Tiocfaidh ár lá</span></i><span style="font-weight: 400;">, il nostro giorno verrà, ma a giudicare dalla rilevanza di questo nuovo lavoro, quel giorno è già arrivato. </span></p>
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