<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Rivista Studio</title>
	<atom:link href="https://www.rivistastudio.com/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.rivistastudio.com/</link>
	<description>Studio tratta in maniera approfondita argomenti e storie su libri, cinema, arte, moda, design, musica, televisione, politica, economia e società.</description>
	<lastBuildDate>Fri, 30 Oct 2026 08:25:29 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.1</generator>

<image>
	<url>https://www.rivistastudio.com/wp-content/uploads/2026/04/studio-favicon.png</url>
	<title>Rivista Studio</title>
	<link>https://www.rivistastudio.com/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>In Italia non esistono più i &#8220;cervelli in fuga&#8221;. Esistono adulti che se ne vanno perché stufi di un Paese che li tratta da ragazzini</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/giovani-italiani-estero-emigrare-diventare-adulti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 08:25:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Figli]]></category>
		<category><![CDATA[Tendenze]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistastudio.com/?p=246296</guid>

					<description><![CDATA[C’è un trend di TikTok che mi ha fatto molto ridere: giovani italiani all&#8217;estero che filmano un momento della loro vita, con la didascalia: &#8220;Ho lasciato l&#8217;Italia perché non arrivavo a fine mese. Ora non arrivo a fine mese e sono pure un immigrato.&#8221; In effetti, a guardare i dati, le destinazioni scelte dagli italiani [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">C’è un trend di TikTok che mi ha fatto molto ridere: giovani italiani all&#8217;estero che filmano un momento della loro vita, con la didascalia: &#8220;Ho lasciato l&#8217;Italia perché non arrivavo a fine mese. Ora non arrivo a fine mese e sono pure un immigrato.&#8221;</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">In effetti, a guardare i dati, le destinazioni scelte dagli italiani non sono esattamente dei paradisi. Nel quarto trimestre del 2025, il tasso di disoccupazione giovanile nel Regno Unito era sopra il 16 per cento. In Germania siamo intorno al 7 per cento; in Olanda, considerata tra le economie più sane d&#8217;Europa, il tasso di disoccupazione giovanile supera l&#8217;8 per cento. A questo c’è da aggiungere che gli affitti nelle grandi città sono ormai fuori controllo, oltre al sentimento socio-politico riscontrato nel sovracitato video: un mondo sempre meno accogliente, in cui essere immigrati è sempre più difficile.</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Eppure i giovani italiani continuano ad andarsene. </span><span style="font-weight: 400;">Sembrerebbe un controsenso. Ma lo è solo se ci si ostina a credere che l&#8217;unico motivo per cui gli italiani emigrano sia fare carriera, come ci è stato raccontato per anni. Il motivo per cui si parte non è trovare un mercato del lavoro perfetto. È trovare un sistema culturale, sociale, istituzionale che ti tratti da adulto. E su questo, la differenza tra l&#8217;Italia e molti altri paesi europei resta enorme.</span></p>
<h2 class="text-size-h3"><b>Partire per diventare adulti</b></h2>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">E diventare adulti passa, per forza di cose, tramite il lavoro. Secondo gli ultimi dati ISTAT su giovani e mercato del lavoro, il tasso di occupazione dei 20-34enni si ferma appena sotto il 60 per cento e anche tra chi ha completato gli studi universitari resta al 70 per cento: tre giovani su dieci fuori dal mercato del lavoro. Il tasso di occupazione giovanile resta al di sotto della media UE (43,9 per cento contro 58,1 per cento), e anche tra i 25-34enni laureati il distacco è netto: 68,5 per cento contro una media europea del 79,6 per cento.</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Ma il dato che, secondo me, racconta meglio di tutti il problema non è il tasso di occupazione in sé. È la velocità con cui si arriva a quel punto. O meglio, la lentezza. La transizione tra scuola e lavoro in Italia è straordinariamente lunga, e con essa si allunga anche la transizione tra adolescenza ed età adulta. </span><span style="font-weight: 400;">Un solo italiano under 30 su cinque vive fuori dalla casa dei genitori. È un numero che impressiona e che coincide, non per caso, con un altro dato: nel 2023 solo uno su cinque, tra i giovani under 30 occupati, lavorava con un contratto a tempo indeterminato. Relazione causa-effetto da manuale. </span><span style="font-weight: 400;">E quest&#8217;instabilità, come il tassello di un domino, fa crollare l&#8217;intero apparato di cui una persona necessita per essere considerata, appunto, adulta. Senza stabilità contrattuale, il mercato degli affitti non ti considera; quello dei mutui tantomeno. E anche quando puoi permetterti economicamente di vivere da solo, devi comunque spesso chiedere a un genitore di firmare come garante, quello stesso genitore che probabilmente ti ha dovuto supportare all&#8217;università o che nel momento in cui non troverai lavoro o non guadagnerai abbastanza, ti vedrà tornare. Quest&#8217;ultimo fenomeno è talmente diffuso da avere un nome: la generazione boomerang.</span></p>
<h2 class="text-size-h3"><b>Chi parte dieci passi indietro</b></h2>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">A questo si aggiunge uno svantaggio strutturale sull&#8217;istruzione: in Italia solo il 27,5 per cento delle persone tra i 25 e i 34 anni ha una laurea, contro il 51,3 per cento dei Paesi OCSE comparabili. E di questi laureati, circa il 10 per cento, con punte nelle materie STEM, lavora all&#8217;estero. Chi resta spesso si trova in una situazione paradossale: il 23,7 per cento degli occupati laureati tra i 25 e i 34 anni svolge professioni a media o bassa qualifica, un tasso di sovraistruzione di gran lunga superiore alla media europea.</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">I dati sull&#8217;occupazione totale sono in miglioramento, è giusto dirlo: tra il 2019 e il 2025, l&#8217;Italia ha registrato una crescita dell&#8217;occupazione del 4,3 per cento, meglio della Germania per esempio. Ma il tasso complessivo di attività, e gli stipendi rimangono tra i più bassi d’Europa. E l&#8217;Istat avverte che se la partecipazione al mercato del lavoro restasse ferma ai livelli attuali, entro il 2050 il numero di attivi si ridurrebbe di oltre cinque milioni. Nascono meno bambini, la forza lavoro si contrae, il patto generazionale che regge l&#8217;intero sistema previdenziale, collassa. </span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">È un problema sistemico, e noi giovani che partiamo, per forza di cose, siamo sia causa che effetto. </span><span style="font-weight: 400;">Eppure, la vita per noi è sempre più difficile. A Londra, Berlino, Amsterdam gli affitti sono fuori controllo, i salari reali si erodono, il costo della vita in molte grandi città europee è diventato insostenibile quasi quanto quello di Milano. </span><span style="font-weight: 400;">Se il motivo fosse puramente economico, fare carriera, guadagnare di più, questi dati dovrebbero scoraggiare la partenza, o almeno ridimensionarla. Non è così. Il che ci dice che il motivo va ben oltre il lavoro. È strutturale. È culturale. E forse è ora che iniziamo a riconoscerlo, invece di continuare a leggere ogni ondata migratoria come un problema di PIL o di competitività salariale.</span></p>
<h2 class="text-size-h3"><b>Oltre la carriera, oltre i soldi</b></h2>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Io vivo in Inghilterra da anni. Sono partita dopo il diploma, a 19 anni appena compiuti, per poi rimanerci. Dopo tanti lavoretti, a 21 anni ho ottenuto il mio primo lavoro nel mio ambito, full-time, a tempo indeterminato. Eppure, ciò che ricordo dei primi tempi in cui lavoravo non è tanto la carriera, o i soldi. È la sensazione di essere percepita come un&#8217;adulta. Indossavo il completo per andare alle conferenze di settore e mi sentivo quasi ridicola: troppo giovane, non credibile, fuori posto. Ma nessun altro pensava che lo fossi; venivo presa sul serio nel mio lavoro. E non perché io sia speciale, ma perché è del tutto normale essere giovani professionisti a quell&#8217;età. E ciò si estende oltre il lavoro: il contratto d&#8217;affitto, le bollette, erano tutti a nome mio; il prestito universitario, sebbene smisuratamente alto, era a nome mio. Agli occhi dello stato, a diciannove anni, ero a tutti gli effetti un&#8217;adulta. E questo, mi rendo conto ora, fa tutta la differenza.</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">È proprio l’emancipazione economica che ha spinto anche Fabrizio Villari Moroni a partire. Originario di Messina, ha studiato a Milano, per poi scegliere di partire: «Volevo fare una magistrale che non costasse alla mia famiglia un sacco di soldi e sono partito per Copenhagen, dove l&#8217;istruzione è gratuita e ti remunerano per studiare», mi racconta. «Ho guadagnato l&#8217;indipendenza economica a 21 anni in Danimarca, mentre tutti i miei amici ancora a 26 si devono fare aiutare». </span><span style="font-weight: 400;">Non è solo una questione economica. È culturale. In Italia si è giovani per molto più tempo di quanto si vorrebbe, e non nel senso romantico del termine. Si è dipendenti economicamente, logisticamente e spesso, di conseguenza, emotivamente, ben oltre i trent’anni.</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Fabrizio oggi vive a Parigi, lavora come content creator e, insieme alla sua amica e collega content creator Lea Cuccaroni, in arte @leonciino, ha un podcast in cui parla di italiani all’estero, appropriatamente chiamato Baci&amp;Baguette. </span><span style="font-weight: 400;">Lea descrive una realizzazione simile, scoperta osservando i suoi compagni di corso francesi, mentre faceva anche lei il Master all’estero, dopo una triennale in Italia: «Una cosa che mi ha sorpresa quando sono arrivata qua è che i francesi hanno molte più possibilità di emanciparsi dai propri genitori e quindi lo fanno tutti quasi subito. Sono pochissime le persone che a 19 anni vivono ancora con i genitori. E poi quasi tutti lavoravano. Anche se lavoravano poco, generalmente avevano contratti da 10 ore settimanali: questo permetteva loro di costruirsi un’indipendenza. Gli studenti sono spinti a responsabilizzarsi».</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">È qui che la differenza culturale si fa più nitida: «In Italia quasi ti guardano male se studi mentre lavori», aggiunge Fabrizio, spiegandomi come funzionano gli Student Jobs a Copenhagen, lavori pensati appositamente per gli studenti, spesso anche in aziende grandi, che poi li assumono appena si laureano. «In Danimarca prima si è lavoratore, poi si è studente, ed è tutto organizzato di conseguenza».</span></p>
<h2 class="text-size-h3"><b>Tornare significa regredire</b></h2>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">E di conseguenza è difficile tornare indietro. Questo diventa lampante nel confronto con altri expat europei, mi dicono: «[Noi italiani] siamo molto più fatalisti. Spesso quando incontri altre persone all&#8217;estero di altre nazioni, per loro può essere un&#8217;esperienza personale. Mentre per noi è una scelta di vita. La viviamo come una separazione più drammatica. Non sappiamo quando e se tornare. Forse una volta pensionati, mi dicono spesso». </span><span style="font-weight: 400;">Aggiunge Lea: «Spesso non potendo fare quello che li appagava a casa loro, quando finalmente lo trovano, lo fanno con estrema passione. Però una cosa che ci accomuna è che moltissimi, se potessero, non sarebbero partiti. Comunque ci vuole coraggio. Non è una scelta che si fa con leggerezza».</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Il punto non è che l&#8217;Italia sia un paese invivibile. Il punto è che, strutturalmente, l&#8217;Italia fatica a trattare i giovani come adulti e, di conseguenza, a valorizzarli. Il mercato del lavoro è rigido all&#8217;ingresso e ci tiene precari più a lungo che può. Il mercato degli affitti ci esclude o ci penalizza. Il sistema universitario, con meno del 28 per cento di laureati, lontanissimo dalla media europea, non investe abbastanza su di noi. E quando finalmente troviamo un equilibrio, spesso è già troppo tardi per costruirsi l&#8217;indipendenza che in altri paesi si dà per scontata a diciotto o diciannove anni.</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">I dati Istat non dicono solo che i giovani italiani fanno fatica a trovare lavoro. Dicono che fanno fatica a crescere. E quando smettiamo di sperare che le cose cambino e le cerchiamo altrove, questo non ci rende cervelli in fuga. Ci rende semplicemente adulti che vogliono vivere come tali.</span></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">246296</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Il Piano italiano per il ripristino della natura ha trasformato in semplici consigli gli obblighi per proteggere il verde in città</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/piano-italiano-ripristino-natura-ispra-commissione-europea/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 17:32:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Città]]></category>
		<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistastudio.com/?p=246325</guid>

					<description><![CDATA[Quello che state per leggere è un estratto di un articolo pubblicato su Delta, un nuovo media che racconta le città e i territori in cui viviamo e ci muoviamo: come cambiano, chi li vive, chi li governa. Affronta le trasformazioni sociali, culturali, urbanistiche e infrastrutturali con l’ambizione di raccontarle e di favorire quelle più [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed centered article-body"><em>Quello che state per leggere è un estratto di un articolo pubblicato su <a class="link-article" href="https://delta.world/article/natura-clima/piano-italiano-ripristino-natura-ISPRA-commissione-europea" target="_blank" rel="noopener">Delta</a>, un nuovo media che racconta le città e i territori in cui viviamo e ci muoviamo: come cambiano, chi li vive, chi li governa. Affronta le trasformazioni sociali, culturali, urbanistiche e infrastrutturali con l’ambizione di raccontarle e di favorire quelle più sostenibili e auspicabili, e con l’obiettivo di progettare il presente e immaginare il futuro. Delta lavora con un comitato scientifico, con università, istituzioni e think tank, ma anche con chi le città le vive ogni giorno: cittadini, amministratori, imprese, lettori. Le domande da cui parte restano aperte: a chi appartengono le città, come stanno cambiando, se sono ancora un diritto per tutti. Delta è online ogni giorno, sul sito, in newsletter e sui social. Ma non vive solo lì: gira i territori con una serie di incontri e una volta l&#8217;anno diventa un summit. Fa parte di MoSt Media Group, l&#8217;editore che pubblica anche Rivista Studio e <a class="link-article" href="https://www.rivistaundici.com/" target="_blank" rel="noopener">Rivista Undici</a>.</em></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Registrare le aree verdi che scompaiono, limitare il consumo di suolo, depavimentare e ricostituire terreni capaci di ospitare vegetazione. Non erano proposte decorative, ma alcuni degli strumenti individuati per riportare la natura nelle città italiane. Eppure su 23 misure create da ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, e rivolte a tutti i Comuni, 15 sono state cancellate dalla </span><a class="link-article" href="https://www.mase.gov.it/portale/il-piano-nazionale-di-ripristino-pnr-dell-italia"><span style="font-weight: 400;">bozza</span></a><span style="font-weight: 400;"> del Piano nazionale di ripristino della natura senza essere sostituite.</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Il Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica ha pubblicato la bozza il 7 ottobre, dopo averla trasmessa alla Commissione europea il 25 settembre, con 24 giorni di ritardo sulla scadenza prevista. Il documento deve tradurre in interventi concreti gli obiettivi del Regolamento europeo sul ripristino della natura, in vigore dal 18 agosto 2024. La normativa riguarda ecosistemi terrestri, marini, agricoli e forestali. Per le città stabilisce che entro il 2030 non si registri, rispetto al 2024, alcuna perdita netta della superficie complessiva nazionale degli spazi verdi urbani e della copertura arborea, mentre dal 2031 dovrà invece iniziare una tendenza all’aumento del verde urbano e degli alberi presenti nelle città.</span></p>
<h2 class="text-size-h3"><b>Che cosa è stato cancellato</b></h2>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Il problema non sono gli obiettivi scritti per Bruxelles, ma sono gli strumenti scelti dall’Italia per raggiungerli. Tra le misure cancellate c’è il registro delle perdite di aree verdi avvenute dall’entrata in vigore del regolamento europeo: in altre parole, viene eliminato lo strumento che avrebbe permesso di sapere con precisione quanto verde stiamo perdendo mentre diciamo di volerlo proteggere. È stata cancellata anche la misura per minimizzare il consumo di suolo, insieme a quella che imponeva di compensare la perdita di un’area verde nello stesso Comune in cui era stata distrutta, senza spostare il recupero altrove. Sono poi sparite le misure che avrebbero protetto i terreni urbani non ancora coperti da cemento o asfalto, e quelle che chiedevano ai Comuni di inserire gli obiettivi di ripristino della natura nei piani urbanistici, nei regolamenti edilizi e nelle valutazioni ambientali. Non ci sarà più neanche un controllo annuale delle aree verdi, con dati pubblici per capire quanto verde viene perso. Ed è stata cancellata la misura che avrebbe sospeso fino al monitoraggio del 2030 i progetti che le avrebbero ridotte ulteriormente. Il messaggio è semplice: prima lasciamo consumare altro verde, poi nel 2030 conteremo quello che è rimasto.</span></p>
<h2 class="text-size-h3"><b>Depavimentare non significa soltanto far passare l’acqua</b></h2>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Un altro punto riguarda la depavimentazione. Nella bozza inviata a Bruxelles il concetto è stato ridotto alla deimpermeabilizzazione, il che non è equivalente. Rendere una superficie permeabile può permettere all’acqua di filtrare; depavimentare e ricostituire un suolo vitale significa rimuovere la copertura artificiale e riportare in quel luogo terra, vegetazione, biodiversità e funzioni ecologiche. Un terreno non è soltanto uno spazio libero dal cemento: è un organismo vivo, capace di assorbire acqua, sostenere le piante, ospitare specie, ridurre le temperature e contribuire alla resilienza della città. Togliere l’asfalto senza ricostruire il suolo è un intervento parziale, molto più facile da annunciare che da trasformare in realtà&#8230; </span><a class="link-article" href="https://delta.world/article/natura-clima/piano-italiano-ripristino-natura-ISPRA-commissione-europea" target="_blank" rel="noopener"><em>Continua a leggere su Delta</em></a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">246325</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Curry Barker, il regista di Obsession, ha fatto uscire a sorpresa un nuovo film e l&#8217;ha pubblicato gratuitamente sul suo canale YouTube</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/curry-barker-mama-bear-youtube/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 16:44:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Personaggi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistastudio.com/?p=246300</guid>

					<description><![CDATA[Oggi alle 16:30 c’è stata la premiere di Mama Bear, il nuovo film horror di Curry Barker, ora visibile gratuitamente su YouTube. Per Barker è un ritorno a casa: prima del bombastico successo di Obsession, l’horror girato con meno di un milione di dollari che ne ha incassati più di 500 in tutto il mondo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body" dir="ltr"><strong>Oggi alle 16:30 c’è stata la premiere di <em>Mama Bear</em>, il nuovo film horror di Curry Barker, ora visibile gratuitamente su <a class="link-article" href="https://www.youtube.com/watch?v=k0YYzEXSmE0">YouTube</a>.</strong> Per Barker è un ritorno a casa: prima del bombastico successo di <em>Obsession</em>, l’horror girato con meno di un milione di dollari che ne ha incassati <a class="link-article" href="https://www.rivistastudio.com/curry-barker-obsession-incassi/">più di 500 in tutto il mondo</a>, c’era stato <em>Milk &amp; Serial</em>, un found footage costato circa 800 dollari che nel 2024 è diventato un cult su YouTube, <a class="link-article" href="https://www.rivistastudio.com/milk-and-cereal-curry-baker-youtube/">come vi avevamo raccontato qui</a>. <em>Mama Bear</em> è uscito sullo stesso canale, That’s a Bad Idea, dove da dieci anni Barker pubblica sketch comici e film horror insieme all’amico Cooper Tomlinson.</p>
<p class="is-boxed article-body" dir="ltr"><em>Mama Bear</em> dura circa sette minuti, quasi quanto ci impiegherete a leggere questo pezzo. Il film inizia così: un ragazzo, Floyd, dorme sul divano quando viene svegliato da una telefonata. <strong>Una voce lo avverte che qualcuno sta venendo a prenderlo, che la polizia non la fermerà e che lo ucciderà. Chi sta venendo a prenderlo? Lacey. Pochi istanti dopo Lacey entra davvero nella casa di Floyd, gli spara, lo uccide e alla finestra compare una figura coperta di sangue molto simile al protagonista. Fine.</strong> Nei commenti c’è chi lo riguarda per capire cosa ha appena visto e per cogliere dei significati ulteriori, «I’m rewatching bc what did I just watch help», chi si lamenta che sia troppo corto ma lo definisce comunque un gioiellino «That was too short but still a banger, leaving us just so confused e chi ipotizza che sia il trailer di qualcosa di più lungo, «Maybe this was a trailer for something?». Reddit, intanto, pullula di teorie più o meno plausibili: «Bear» è il soprannome di Baron Bailey dicono, il protagonista di <em>Obsession</em>, di cui nel film non si conoscono i genitori. È l’inizio di un <em>Obsessionverse</em>? Barker stesso, del resto, aveva già parlato della possibilità di un seguito e di una serie antologica.</p>
<p class="is-boxed article-body" dir="ltr">Il corto è sponsorizzato da Windows, ma per il resto è un lavoro interamente suo: <strong>Barker l’ha scritto, diretto e montato da solo.</strong> Nel cast ci sono Jon Lee Richardson nel ruolo di Floyd, Katie Sarife in quello di Lacey ed Ericka Kreuz in quello di Ms. Wilson, mentre Joshua Snyder interpreta il doppelgänger di Floyd. Torna anche Vivian Gray, già production designer di <em>Obsession</em>. <strong><em>Mama Bear</em> è un magro antipasto, che apprezziamo, in attesa del prossimo film di Barker, <em>Anything But Ghosts</em>,</strong> una horror comedy con lui e Tomlinson nei panni di due finti cacciatori di fantasmi che finiscono per incontrare fantasmi veri, in uscita il 7 maggio 2027.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">246300</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Quando si è trattato di scappare dalla giustizia, Flavio Bolsonaro si è improvvisamente ricordato delle sue origini venete e soprattutto del passaporto italiano concessogli dal governo Meloni</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/bolsonaro-passaporto-italiano-stati-uniti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 14:55:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Polemiche]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistastudio.com/?p=246260</guid>

					<description><![CDATA[Nella lista dei passeggeri del volo privato con cui martedì sera ha lasciato l&#8217;Argentina, Flavio Bolsonaro risulta cittadino italiano, mentre la moglie e le due figlie che viaggiavano con lui risultano brasiliane. Il documento l&#8217;ha pubblicato il quotidiano Correio Braziliense, e anche gli alleati di Bolsonaro hanno confermato all&#8217;Associated Press che ha un passaporto italiano. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body">Nella lista dei passeggeri del volo privato con cui martedì sera ha lasciato l&#8217;Argentina, Flavio Bolsonaro risulta cittadino italiano, mentre la moglie e le due figlie che viaggiavano con lui risultano brasiliane. Il documento l&#8217;ha pubblicato <a class="link-article" href="https://www.correiobraziliense.com.br/politica/2026/10/7529334-documento-revela-que-flavio-bolsonaro-usou-passaporte-italiano-em-voo.html">il quotidiano</a> <em>Correio Braziliense</em>, e anche gli alleati di Bolsonaro hanno confermato all&#8217;Associated Press che ha un passaporto italiano. Flavio, figlio dell&#8217;ex presidente Jair, domenica scorsa ha perso il ballottaggio contro Lula ed è indagato dal Supremo tribunale federale in più inchieste, tra cui una per riciclaggio ed evasione valutaria. Lunedì il giudice Alexandre de Moraes gli aveva ordinato di <a class="link-article" href="https://www.gazetadopovo.com.br/republica/flavio-bolsonaro-tem-passaportes-apreendidos-e-esta-proibido-de-deixar-o-pais/">consegnare entro 24 ore</a> il passaporto brasiliano e quello diplomatico, vietandogli di lasciare il Paese, ma lui non l&#8217;ha fatto. Martedì alle 22:50, secondo <a class="link-article" href="https://x.com/Migraciones_AR/status/2115308014546657747">le autorità migratorie argentine</a>, ha attraversato con la famiglia il ponte Tancredo Neves, che collega Foz do Iguaçu alla provincia argentina di Misiones. Quaranta minuti dopo è salito su un volo privato partito da Puerto Iguazú e diretto a Guayaquil, in Ecuador. Da lì l&#8217;aereo è ripartito per l&#8217;aeroporto di Opa-Locka, a Miami, dove mercoledì mattina la famiglia <a class="link-article" href="https://www.cbsnews.com/miami/news/flavio-bolsonaro-reportedly-in-florida-after-leaving-brazil-following-election-defeat/">è atterrata</a>. Il giorno prima l&#8217;amministrazione Trump aveva confermato che avrebbe concesso loro i visti per gli Stati Uniti.</p>
<p class="is-boxed article-body">La cittadinanza italiana Flavio Bolsonaro ce l&#8217;ha per discendenza. La famiglia viene dalla provincia di Padova. Vittorio Bolzonaro, il bisnonno di Jair, era nato il 12 aprile 1878 ad Anguillara Veneta e dieci anni dopo <a class="link-article" href="https://www.ilgazzettino.it/nordest/padova/bolsonaro_chiede_cittadinanza_italiana_fuga_dal_brasile_anguillara_veneta_origini_avi_nonni_veneto-7688319.html">era emigrato in Brasile</a> con i genitori e i fratelli, perdendo la Z che nel cognome è diventata S. Nel 2021 Anguillara Veneta aveva dato la cittadinanza onoraria a Jair, allora presidente, tra le proteste e con il <a class="link-article" href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/10/28/brasile-diocesi-e-sindaco-di-padova-non-accoglieranno-il-presidente-bolsonaro-in-visita-alla-citta-vescovo-forte-imbarazzo/6371756/">«forte imbarazzo»</a> espresso dalla diocesi di Padova. Nel 2023, dopo essere stato dichiarato ineleggibile, secondo il portale Italianismo anche lui avrebbe chiesto di diventare italiano rivolgendosi al tribunale di Venezia, per evitare le code dei consolati. Flavio e il fratello Eduardo avevano chiesto di entrare nella lista d&#8217;attesa dell&#8217;ambasciata italiana a Brasilia tra il 2019 e il 2020. Flavio è diventato italiano nel 2023, in tempi che il deputato Angelo Bonelli, in un&#8217;interrogazione parlamentare, aveva definito «record». Secondo Bonelli altre persone che avevano fatto domanda nello stesso periodo erano state convocate per consegnare i documenti solo da febbraio o marzo del 2023, e molte non avevano ancora ottenuto il riconoscimento. In quel periodo, secondo Italianismo, per ottenere un appuntamento per la cittadinanza nei consolati italiani in Brasile si aspettavano quattro anni a Brasilia, otto a Porto Alegre e undici a San Paolo. Per Bonelli la vicenda solleva <a class="link-article" href="https://www.lindipendente.online/2026/10/28/bolsonaro-sarebbe-fuggito-negli-usa-grazie-al-passaporto-italiano-concesso-durante-il-governo-meloni/">«interrogativi seri sulla trasparenza e sull&#8217;equità del trattamento»</a>.</p>
<p class="is-boxed article-body">In Florida vive anche Eduardo Bolsonaro, che si è trasferito negli Stati Uniti nel 2025. A giugno il Supremo tribunale federale lo ha condannato a quattro anni e due mesi di carcere per coazione nel corso del processo contro il padre, e a ottobre la condanna è <a class="link-article" href="https://www.cnnbrasil.com.br/politica/fachin-arquiva-inquerito-sobre-atuacao-de-eduardo-bolsonaro-nos-eua/">diventata definitiva</a>. Jair sta scontando ai domiciliari una condanna a ventisette anni e tre mesi per tentato colpo di stato. Secondo l&#8217;accusa, Eduardo ha cercato di impedire la condanna del padre <a class="link-article" href="https://www.occrp.org/en/news/brazil-ex-president-bolsonaros-son-sentenced-to-four-years-over-us-lobbying">facendo pressione sull&#8217;amministrazione Trump</a> perché imponesse dazi sulle esportazioni brasiliane e sanzioni contro i giudici della Corte. Nel 2025 i dazi contro il Brasile erano stati l&#8217;unico caso dichiaratamente politico della guerra commerciale di Trump, che nell&#8217;<a class="link-article" href="https://www.govinfo.gov/content/pkg/DCPD-202500811/html/DCPD-202500811.htm">ordine esecutivo</a> li aveva giustificati parlando di un «deliberato crollo dello Stato di diritto» per via del trattamento riservato a Jair. Adesso Trump ha definito i Bolsonaro <a class="link-article" href="https://www.cnbc.com/2026/10/28/trump-bolsonaro-us-brazil-election.html">«brave persone»</a>, mentre Lula ha parlato di una partenza <a class="link-article" href="https://thehill.com/homenews/administration/6177160-trump-approves-flavio-bolsonaro-us/">«vergognosa»</a>. La fuga di Flavio rischia di bloccare le indagini su di lui. Tra le altre cose riguardano presunte operazioni di riciclaggio legate a piattaforme di scommesse e i rapporti con l&#8217;avvocato Willer Tomaz, coinvolto nello <a class="link-article" href="https://nexojornal.com.br/expresso/2026/10/28/flavio-bolsonaro-eua-porque-flavio-bolsonaro-saiu-do-pais-flavio-e-trump">scandalo delle trattenute illegali</a> sulle pensioni degli anziani. E riporta in Italia la domanda su come lui e il fratello siano diventati italiani così in fretta.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">246260</post-id>	</item>
		<item>
		<title>È stato presentato il primo report sulle librerie italiane, in cui si scopre che nell&#8217;83 per cento dei Comuni italiani non c&#8217;è nemmeno una libreria</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/librerie-italiane-report-ali-confcommercio-stati-generali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 10:58:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistastudio.com/?p=246264</guid>

					<description><![CDATA[Chi ha battezzato l&#8217;incontro forse non aveva consultato l&#8217;Accademia della Crusca, come ha notato con un sorriso il manifesto: «stati generali», a forza di usarla, è una formula che ha perso un po&#8217; di solennità. Ma il 21 ottobre a Palazzo Altemps, a Roma, la sostanza c&#8217;era. Gli Stati Generali delle librerie erano promossi dal [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body">Chi ha battezzato l&#8217;incontro forse non aveva consultato l&#8217;Accademia della Crusca, <a class="link-article" href="https://ilmanifesto.it/stati-generali-delle-librerie-comunita-e-lacune">come ha notato con un sorriso il manifesto</a>: «stati generali», a forza di usarla, è una formula che ha perso un po&#8217; di solennità. Ma il 21 ottobre a Palazzo Altemps, a Roma, la sostanza c&#8217;era. Gli <strong>Stati Generali delle librerie</strong> erano promossi dal Piano Olivetti per la Cultura del ministero, da <strong>ALI Confcommercio</strong> e dal Centro per il libro e la lettura, nell&#8217;anno degli ottant&#8217;anni dell&#8217;Associazione Librai Italiani. Lì è stato presentato <a class="link-article" href="https://www.confcommercio.it/-/stati-generali-librerie">il primo report sulle <strong>librerie italiane</strong></a>, <a class="link-article" href="https://areariservata.confcommercio.it/documents/20126/5487902/Sintesi+Tagliacarne.pdf/29749dde-b8ff-9eb0-4a9b-7574c64c5797?t=1792576452277">«Tra cultura e mercato»</a>, realizzato dal Centro Studi Guglielmo Tagliacarne e illustrato dal vicedirettore generale <a class="link-article" href="https://www.italiaoggi.it/marketing-e-media/marketing/librerie-settore-in-crescita-3755-imprese-e-1-8-miliardi-di-euro-di-fatturato-ma-l83-dei-comuni-non-ha-un-punto-vendita-sdqufbls">Alessandro Rinaldi</a>. I numeri raccontano un comparto meno fragile di quanto si dica: <a class="link-article" href="https://www.italiaoggi.it/marketing-e-media/marketing/librerie-settore-in-crescita-3755-imprese-e-1-8-miliardi-di-euro-di-fatturato-ma-l83-dei-comuni-non-ha-un-punto-vendita-sdqufbls">3.755 imprese</a>, <a class="link-article" href="https://formatresearch.com/en/2026/10/21/stati-generali-delle-librerie-associazione-librai-italiani/">4.451 punti vendita e circa 12.200 addetti</a>, con un fatturato di <a class="link-article" href="https://www.italiaoggi.it/marketing-e-media/marketing/librerie-settore-in-crescita-3755-imprese-e-1-8-miliardi-di-euro-di-fatturato-ma-l83-dei-comuni-non-ha-un-punto-vendita-sdqufbls">1,8 miliardi di euro</a>, per la precisione 1.773 milioni, il 15,2 per cento in più rispetto al 2017, pari a 160mila euro per addetto, secondo ItaliaOggi. Poi c&#8217;è la geografia, che cambia il quadro: <a class="link-article" href="https://formatresearch.com/en/2026/10/21/stati-generali-delle-librerie-associazione-librai-italiani/">l&#8217;83 per cento dei Comuni italiani non ha una libreria</a>, e tra i Comuni sotto i 5.000 abitanti la quota <a class="link-article" href="https://www.italiaoggi.it/marketing-e-media/marketing/librerie-settore-in-crescita-3755-imprese-e-1-8-miliardi-di-euro-di-fatturato-ma-l83-dei-comuni-non-ha-un-punto-vendita-sdqufbls">sale al 95 per cento</a>. In buona parte del Paese, insomma, un libro si compra in un altro Comune oppure online.</p>
<p class="is-boxed article-body">Tra il 2017 e il 2025 i punti vendita del nuovo sono rimasti stabili, quelli dell&#8217;usato sono cresciuti del <a class="link-article" href="https://formatresearch.com/en/2026/10/21/stati-generali-delle-librerie-associazione-librai-italiani/">7,9 per cento</a>, e gli occupati sono aumentati del 9,1 per cento nel nuovo e del 16,8 per cento nell&#8217;usato, con una presenza di giovani in crescita del <a class="link-article" href="https://www.italiaoggi.it/marketing-e-media/marketing/librerie-settore-in-crescita-3755-imprese-e-1-8-miliardi-di-euro-di-fatturato-ma-l83-dei-comuni-non-ha-un-punto-vendita-sdqufbls">5,9 per cento nel nuovo e del 5 per cento nell&#8217;usato</a>. Le donne sono il 65,8 per cento dei dipendenti nel nuovo e il 60,4 per cento nell&#8217;usato, e l&#8217;85 per cento degli addetti ha almeno un diploma. La mappa smentisce qualche luogo comune: il Mezzogiorno ospita il <a class="link-article" href="https://formatresearch.com/en/2026/10/21/stati-generali-delle-librerie-associazione-librai-italiani/">30,8 per cento dei punti vendita</a>, davanti a Nord-Ovest (25,8 per cento), Centro (23,7 per cento) e Nord-Est (19,7 per cento). Al Sud però le librerie sono più piccole, con <a class="link-article" href="https://www.italiaoggi.it/marketing-e-media/marketing/librerie-settore-in-crescita-3755-imprese-e-1-8-miliardi-di-euro-di-fatturato-ma-l83-dei-comuni-non-ha-un-punto-vendita-sdqufbls">2,2 addetti per negozio contro i 3,7 del Nord-Ovest</a>, e Lombardia (14,4 per cento) e Lazio (10,8 per cento) da sole valgono il 25,2 per cento della rete, seguite da Emilia-Romagna (8,5 per cento), Toscana e Campania (8,0 per cento ciascuna). Le <strong>librerie indipendenti</strong> restano la spina dorsale, <a class="link-article" href="https://www.genova24.it/2026/10/festa-delle-librerie-italiane-a-genova-23-attivita-protagoniste-e-un-incontro-pubblico-478538">il 76,4 per cento delle attività</a>. Il libraio-la libraia tipo, secondo la sintesi dell&#8217;Osservatorio curata da <a class="link-article" href="https://formatresearch.com/en/2026/10/21/stati-generali-delle-librerie-associazione-librai-italiani/">Format Research</a>, hanno un&#8217;età media di 53 anni e spesso ha fondato lui stesso la libreria. Per il 65,7 per cento la qualità più importante è saper parlare con i clienti, che in sette casi su dieci sono abituali. E mentre gli ordini passano sempre più dal digitale, <a class="link-article" href="https://www.ansa.it/lazio/notizie/2026/10/21/libri-ordini-sempre-piu-online-ma-il-78-del-fatturato-resta-nel-punto_45360ab1-bd4a-4e6c-8657-8e2242a7de23.html">il 78,1 per cento del fatturato si incassa ancora al bancone</a>, secondo ANSA Lazio («quasi l&#8217;80 per cento» nella sintesi di Format Research). Più preoccupante è il futuro delle singole botteghe: <a class="link-article" href="https://www.genova24.it/2026/10/festa-delle-librerie-italiane-a-genova-23-attivita-protagoniste-e-un-incontro-pubblico-478538">il 72,1 per cento dei librai ha già pensato alla continuità dell&#8217;attività</a>. Di questi, il 33,2 per cento considera più probabile una cessione, il 30,7 per cento una chiusura e solo il 16,3 per cento un passaggio in famiglia. Il mercato intorno, intanto, non aiuta: secondo l&#8217;<a class="link-article" href="https://www.giornaledellalibreria.it/news/mercato/un-anno-difficile-per-il-mercato-del-libro-italiano-lanalisi-aie-presentata-alla-scuola-per-librai-uem-7060.html">Associazione Italiana Editori</a> nel 2025 la varia nei canali trade è scesa del 2,1 per cento, a 1.483,9 milioni di euro, e le indipendenti hanno perso l&#8217;8,5 per cento delle copie vendute.</p>
<p class="is-boxed article-body">Da qui le richieste. «Le librerie sono molto più di attività commerciali: sono imprese che generano lavoro e valore, ma anche presìdi culturali e sociali fondamentali per le comunità», <a class="link-article" href="https://www.italiaoggi.it/marketing-e-media/marketing/librerie-settore-in-crescita-3755-imprese-e-1-8-miliardi-di-euro-di-fatturato-ma-l83-dei-comuni-non-ha-un-punto-vendita-sdqufbls">ha detto Paolo Ambrosini</a>, presidente di <strong>ALI Confcommercio</strong>. Per questo chiede «una politica nazionale per le librerie che coinvolga, accanto al ministero della Cultura, anche gli altri ministeri competenti». Nell&#8217;intervento conclusivo Ambrosini ha definito la libreria <a class="link-article" href="https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/libri/2026/10/21/ambrosini-ali-dagli-stati-generali-proposte-concrete-per-il-futuro-della_e705564f-3d40-4ed1-a787-d52dc391cf79.html">«una vera e propria infrastruttura culturale diffusa del Paese che produce valore pubblico»</a> e ha messo sul tavolo proposte concrete: rivedere il tax credit, che «oggi non rappresenta adeguatamente la realtà libraria»; creare un fondo nazionale di rotazione per aperture, innovazione e formazione; stabilizzare il fondo biblioteche; aprire un tavolo al ministero dell&#8217;Istruzione con l&#8217;AIE sulla distribuzione dei libri scolastici. Carlo Fontana, presidente di Impresa Cultura Italia, che monitora i consumi culturali circa ogni sei mesi e vede allargarsi il divario tra Nord e Sud, ha chiesto <a class="link-article" href="https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/libri/altre_proposte/2026/10/21/stati-generali-delle-librerie-litalia-dei-libri-tra-numeri-record_0d875438-9099-4d9e-a5f4-ba8039e083ee.html">«la detraibilità delle spese culturali che Confcommercio propone da tempo»</a>. Il governo ha risposto con un messaggio del ministro Alessandro Giuli letto da Stefano Lanna, direttore generale del Piano Olivetti: <a class="link-article" href="https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/libri/altre_proposte/2026/10/21/stati-generali-delle-librerie-litalia-dei-libri-tra-numeri-record_0d875438-9099-4d9e-a5f4-ba8039e083ee.html">«Sostenere una libreria significa custodire uno spazio nel quale il pensiero può maturare»</a>. Il ministro ha ricordato il credito d&#8217;imposta fino a 20 mila euro l&#8217;anno per ogni punto vendita indipendente e i 4 milioni per le imprese under 35, di cui uno riservato ai piccoli Comuni senza altri negozi. Ha citato anche i <a class="link-article" href="https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/libri/altre_proposte/2026/10/21/giuli-le-librerie-spazi-di-cultura-e-liberta-piu-risorse-ai-giovani_a7670ec8-676e-49c2-9833-d771168ebd31.html">60 milioni per gli acquisti delle biblioteche nel biennio 2025-2026</a>. Le misure, dunque, esistono già; il dato che dirà se funzionano resta quell&#8217;83 per cento.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">246264</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Gli studenti serbi hanno festeggiato la vittoria alle elezioni con un gigantesco rave di 24 ore nella piazza simbolo delle proteste</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/rave-serbia-studenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 10:46:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistastudio.com/?p=246256</guid>

					<description><![CDATA[Dopo due anni passati a fermarsi ogni giorno per sedici minuti di silenzio, era giusto che la vittoria si festeggiasse a tutto volume. Lunedì 26 ottobre, il giorno dopo le elezioni in Serbia vinte dalla Lista studentesca, gli Studenti in blocco hanno convocato tutti in piazza Slavija, a Belgrado, alle sette di sera, con un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body">Dopo due anni passati a fermarsi ogni giorno per sedici minuti di silenzio, era giusto che la vittoria si festeggiasse a tutto volume. Lunedì 26 ottobre, il giorno dopo le <strong>elezioni in Serbia</strong> vinte dalla <strong>Lista studentesca</strong>, gli Studenti in blocco hanno convocato tutti in piazza Slavija, a <strong>Belgrado</strong>, alle sette di sera, con un invito che era già un programma: <a class="link-article" href="https://www.danas.rs/vesti/drustvo/studenti-slavija-proslava/" target="_blank" rel="noopener">«Che canti questa Slavija, che si balli il kolo»</a>. Ne è venuto fuori un <strong>rave</strong> a cielo aperto. La rotonda nel centro della città, da due anni il cuore delle proteste, è stata chiusa al traffico, su un palco <a class="link-article" href="https://danas.rs/vesti/drustvo/slavlje-pobeda-studentska-lista-studenti-novi-sad-slavija" target="_blank" rel="noopener">un dj metteva musica</a> tra bandiere, fumogeni e fuochi d&#8217;artificio, e quando sono partite le prime note di <em>Freed from Desire</em> di Gala, racconta <a class="link-article" href="https://newunionpost.eu/2026/10/27/serbia-student-celebration-belgrade/" target="_blank" rel="noopener">New Union Post</a>, decine di migliaia di persone hanno cantato «Freed from Regime», liberati dal regime. Feste simili ci sono state anche a Novi Sad, Niš, Kragujevac, Subotica e Valjevo, secondo il <a class="link-article" href="https://nova.rs/vesti/drustvo/blog-uzivo-dan-posle-izbora-u-srbiji-studenti-veceras-slave-pobedu-u-sirom-srbije-beograd-se-ponovo-okuplja-na-slaviji/" target="_blank" rel="noopener">resoconto di Nova.rs</a>, che riporta anche due dettagli molto serbi: a Belgrado la festa è finita un&#8217;ora prima del previsto per un incendio nel cantiere dell&#8217;hotel Slavija, e alla fine gli studenti si sono messi a pulire la piazza.</p>
<blockquote class="quote article-body nobottom  instagram-media" style="background: #FFF; border: 0; border-radius: 3px; box-shadow: 0 0 1px 0 rgba(0,0,0,0.5),0 1px 10px 0 rgba(0,0,0,0.15); margin: 1px; max-width: 540px; min-width: 326px; padding: 0; width: calc(100% - 2px);" data-instgrm-captioned="" data-instgrm-permalink="https://www.instagram.com/p/DfDCoRXjudF/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" data-instgrm-version="14">
<div style="padding: 16px;">

<div style="display: flex; flex-direction: row; align-items: center;">
<div style="background-color: #f4f4f4; border-radius: 50%; flex-grow: 0; height: 40px; margin-right: 14px; width: 40px;"></div>
<div style="display: flex; flex-direction: column; flex-grow: 1; justify-content: center;">
<div style="background-color: #f4f4f4; border-radius: 4px; flex-grow: 0; height: 14px; margin-bottom: 6px; width: 100px;"></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; border-radius: 4px; flex-grow: 0; height: 14px; width: 60px;"></div>
</div>
</div>
<div style="padding: 19% 0;"></div>
<div style="display: block; height: 50px; margin: 0 auto 12px; width: 50px;"></div>
<div style="padding-top: 8px;">
<div style="color: #3897f0; font-family: Arial,sans-serif; font-size: 14px; font-style: normal; font-weight: 550; line-height: 18px;">Visualizza questo post su Instagram</div>
</div>
<div style="padding: 12.5% 0;"></div>
<div style="display: flex; flex-direction: row; margin-bottom: 14px; align-items: center;">
<div>
<div style="background-color: #f4f4f4; border-radius: 50%; height: 12.5px; width: 12.5px; transform: translateX(0px) translateY(7px);"></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; height: 12.5px; transform: rotate(-45deg) translateX(3px) translateY(1px); width: 12.5px; flex-grow: 0; margin-right: 14px; margin-left: 2px;"></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; border-radius: 50%; height: 12.5px; width: 12.5px; transform: translateX(9px) translateY(-18px);"></div>
</div>
<div style="margin-left: 8px;">
<div style="background-color: #f4f4f4; border-radius: 50%; flex-grow: 0; height: 20px; width: 20px;"></div>
<div style="width: 0; height: 0; border-top: 2px solid transparent; border-left: 6px solid #f4f4f4; border-bottom: 2px solid transparent; transform: translateX(16px) translateY(-4px) rotate(30deg);"></div>
</div>
<div style="margin-left: auto;">
<div style="width: 0px; border-top: 8px solid #F4F4F4; border-right: 8px solid transparent; transform: translateY(16px);"></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; flex-grow: 0; height: 12px; width: 16px; transform: translateY(-4px);"></div>
<div style="width: 0; height: 0; border-top: 8px solid #F4F4F4; border-left: 8px solid transparent; transform: translateY(-4px) translateX(8px);"></div>
</div>
</div>
<div style="display: flex; flex-direction: column; flex-grow: 1; justify-content: center; margin-bottom: 24px;">
<div style="background-color: #f4f4f4; border-radius: 4px; flex-grow: 0; height: 14px; margin-bottom: 6px; width: 224px;"></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; border-radius: 4px; flex-grow: 0; height: 14px; width: 144px;"></div>
</div>

<p class="is-boxed article-body" style="color: #c9c8cd; font-family: Arial,sans-serif; font-size: 14px; line-height: 17px; margin-bottom: 0; margin-top: 8px; overflow: hidden; padding: 8px 0 7px; text-align: center; text-overflow: ellipsis; white-space: nowrap;"><a class="link-article" style="color: #c9c8cd; font-family: Arial,sans-serif; font-size: 14px; font-style: normal; font-weight: normal; line-height: 17px; text-decoration: none;" href="https://www.instagram.com/p/DfDCoRXjudF/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" target="_blank" rel="noopener">Un post condiviso da Techno &amp; House Music (@technoandhousemusic)</a></p>
</div>
</blockquote>
<p class="is-boxed article-body"><script async src="//www.instagram.com/embed.js"></script></p>
<p class="is-boxed article-body">Il giorno prima, domenica sera, la festa era cominciata da sola. Appena <strong>Aleksandar Vučić</strong> ha riconosciuto la sconfitta, chiudendo quattordici anni di potere, le strade di Belgrado si sono riempite di auto e clacson, e la folla, scrive <a class="link-article" href="https://www.aljazeera.com/news/2026/10/25/serbia-voter-turnout-highest-in-decades-as-students-oppose-longtime-leader" target="_blank" rel="noopener">Al Jazeera</a>, ha smontato le tende di Ćacilend, l&#8217;accampamento dei sostenitori del governo nel parco davanti alla presidenza, al grido di «Aleksandar se n&#8217;è andato». Si sono uniti anche i club. Come riporta <a class="link-article" href="https://djmag.com/news/serbias-club-community-celebrates-election-victory-student-backed-opposition" target="_blank" rel="noopener">DJ Mag</a>, il Karmakoma ha pubblicato i video della folla in festa con la scritta «Gli studenti hanno vinto», mentre il Drugstore, club underground della città, ha accompagnato le sue immagini con una sola parola: «Raveland». Entrambi avevano sostenuto apertamente le proteste fin dall&#8217;inizio, nate dopo che il primo novembre 2024 la pensilina appena ristrutturata della stazione di Novi Sad era crollata uccidendo sedici persone.</p>
<p class="is-boxed article-body">In Serbia, del resto, ballare contro il potere ha una sua genealogia. <strong>Exit</strong>, poi diventato uno dei festival più famosi d&#8217;Europa, è nato nell&#8217;estate del 2000 come protesta studentesca contro <strong>Slobodan Milošević</strong>: l&#8217;edizione zero durò quasi cento giorni <a class="link-article" href="https://exitfest.org/en?p=147573" target="_blank" rel="noopener">nel parco dell&#8217;Università di Novi Sad</a> e si chiuse, ricorda <a class="link-article" href="https://vreme.com/en/vesti/poslednji-egzit-pocelo-je-i-zavrsilo-se-sa-studentima/" target="_blank" rel="noopener">Vreme</a>, pochi giorni prima delle elezioni che avrebbero portato alla caduta del dittatore. Venticinque anni dopo il festival si è schierato con i nuovi studenti e, denunciando pressioni politiche ed economiche, ha annunciato che l&#8217;edizione del 2025 sarebbe stata <a class="link-article" href="https://news.pollstar.com/2025/06/12/for-freedom-exit-festival-announces-final-edition-in-serbia-amidst-undemocratic-pressures/" target="_blank" rel="noopener">l&#8217;ultima in Serbia</a>. Ora, secondo DJ Mag, ha promesso di tornare. Con un dettaglio che rende il cerchio ancora più perfetto: all&#8217;epoca di Milošević, Vučić era il suo <a class="link-article" href="https://en.wikipedia.org/wiki/Aleksandar_Vu%C4%8Di%C4%87" target="_blank" rel="noopener">ministro dell&#8217;Informazione</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">246256</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Dopo 100 anni è stata ritrovata la &#8220;Bibbia&#8221; perduta in cui F.W. Murnau mise tutte le foto e i disegni dal set che raccontano le leggendarie (e misteriosissime) riprese del suo Faust</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/murnau-faust-bible-libro-mubi-cinematheque/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 09:31:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistastudio.com/?p=246259</guid>

					<description><![CDATA[Di Friedrich Wilhelm Murnau si diceva che avesse una macchina da presa al posto della testa e che fosse uno dei registi più gelosi dei propri segreti: teneva i produttori lontani dal set, non lasciava vedere i giornalieri ai dirigenti e, salvo poche eccezioni, non permetteva che si fotografasse il lavoro della troupe. Per questo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body">Di <strong>Friedrich Wilhelm Murnau</strong> si diceva che avesse una macchina da presa al posto della testa e che fosse uno dei registi più gelosi dei propri segreti: teneva i produttori lontani dal set, non lasciava vedere i giornalieri ai dirigenti e, salvo poche eccezioni, non permetteva che si fotografasse il lavoro della troupe. Per questo la storia raccontata dal <em><a class="link-article" href="https://www.theguardian.com/film/2026/oct/13/how-fw-murnau-made-faust-bible-silent-film" target="_blank" rel="noopener">Guardian</a> </em>ha qualcosa di miracoloso. A cento anni dalla prima di <strong><em>Faust</em></strong>, uscito a Berlino il 14 ottobre 1926, ultimo film tedesco del regista di <em>Nosferatu</em> prima della partenza per Hollywood e all&#8217;epoca la produzione più costosa e complessa mai realizzata dall&#8217;Ufa, <strong>MUBI Editions</strong> e la <strong>Cinémathèque française</strong> hanno pubblicato <a class="link-article" href="https://mubieditions.com/products/the-faust-bible-the-making-of-f-w-murnaus-masterpiece" target="_blank" rel="noopener"><em>The Faust Bible: The Making of F.W. Murnau&#8217;s Masterpiece</em></a>, la riproduzione integrale di un oggetto che per decenni si è creduto perduto: una specie di diario visivo della lavorazione, circa quattrocento tra fotografie e disegni raccolti, come ha annunciato <a class="link-article" href="https://variety.com/2026/film/global/mubi-publish-lost-faust-bible-silent-cinema-classic-1236789812/" target="_blank" rel="noopener">l&#8217;editore</a>, dentro una Bibbia di scena.</p>
<p class="is-boxed article-body">È la Bibbia rilegata in pelle che Faust getta nel fuoco in un momento di disperazione. Secondo il <em>Guardian</em> furono gli scenografi Robert Herlth e Walter Röhrig a recuperarla dalle ceneri e a incollarne sulle pagine bianche bozzetti, fotogrammi e foto di scena, per regalarla al regista a fine riprese. Murnau la lasciò nel suo appartamento di Berlino quando partì per l&#8217;America, convinto di tornare a prenderla; morì nel 1931, a 42 anni, e il fratello sistemò le sue cose in alcune cantine del centro, esposte agli allagamenti e poi ai bombardamenti. Negli anni Cinquanta la critica e archivista <strong>Lotte Eisner</strong> la cercò senza trovarla; nel decennio successivo Engelbert von Mallinckrodt, curatore dell&#8217;Akademie der Künste, raccontò a Henri Langlois di aver comprato per pochi soldi alcuni album di Murnau da un ristoratore, Rolf Conscienze, e tra quegli album c&#8217;era anche la Bibbia. Poi Mallinckrodt sparì, e il libro rimase per decenni avvolto nella carta da pacchi sopra un armadio, a casa di un suo coinquilino. Eisner, morta nel 1983, non lo vide mai. La Cinémathèque lo ha acquistato nel 2017 e lo ha fatto restaurare dal suo direttore del patrimonio, Laurent Mannoni.</p>
<p class="is-boxed article-body">Sfogliandolo si capisce come lavorava davvero Murnau, e quanto i suoi film fossero un&#8217;impresa collettiva. I disegni delle singole scene stanno accanto ai fotogrammi corrispondenti, e si vede come le prospettive forzate, i contrasti di luce e le ombre progettate dagli &#8220;architetti del film&#8221; venissero ricostruiti sul set dal regista e dal direttore della fotografia Carl Hoffmann. Murnau chiedeva agli scenografi di disegnare anche gli attori, più storyboard che bozzetto: «Lo schizzo diventava l&#8217;equivalente di un contratto», avrebbe scritto Herlth. Tra le pagine compaiono anche il <strong>Weltflug</strong>, il volo in cui Mefistofele porta Faust sopra il mondo avvolto nel suo mantello, e i diagrammi che ne spiegano il trucco: un carrello di legno basso che scorreva su una rampa di gesso, idea venuta a Herlth e Röhrig guardando un camion che veniva scaricato per strada. Il facsimile ristampa quegli schemi su pagine apribili, insieme a tutte le immagini dell&#8217;album, didascalie, citazioni dalla sceneggiatura e saggi. Per un regista che faceva di tutto per non mostrare come costruiva le sue immagini, è quasi un dispetto.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">246259</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Nel Mediterraneo ci sono così tanti yacht che i miliardari non trovano più posti in cui parcheggiarli</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/yacht-posti-barca-porti-turistici-fondi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2026 16:28:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lifestyle]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistastudio.com/?p=246244</guid>

					<description><![CDATA[A Gouvia, sull&#8217;isola di Corfù, il porto turistico costruito dove nel 1716 sorgeva un cantiere navale veneziano, per ogni posto barca che si libera si presentano di solito tre o quattro yacht: lo ha raccontato al Financial Times Oliver Dörschuck, amministratore delegato di D-Marin, la società che lo gestisce. Succede ormai in quasi tutti i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body">A <strong>Gouvia</strong>, sull&#8217;isola di Corfù, il porto turistico costruito dove nel 1716 sorgeva un cantiere navale veneziano, per ogni posto barca che si libera si presentano di solito tre o quattro yacht: lo ha raccontato al <em><a class="link-article" href="https://www.ft.com/content/1a9396dc-9acb-4b0b-8427-35ef6832870c" target="_blank" rel="noopener">Financial Times</a></em> Oliver Dörschuck, amministratore delegato di D-Marin, la società che lo gestisce. Succede ormai in quasi tutti i porti di lusso del Mediterraneo, perché le barche aumentano molto più in fretta dei posti dove ormeggiarle. Secondo le stime di McKinsey riportate dall&#8217;FT, lo scorso anno gli <strong>yacht più lunghi di dodici metri</strong>, quelli troppo grandi per essere tenuti a terra, dovevano essere circa 210 mila, a fronte di circa 160 mila <strong>posti barca</strong>, e ogni anno ne escono dai cantieri circa 6.500. Ancora più rapida è la crescita dei <strong>superyacht</strong>, le barche oltre i trenta metri: secondo SuperYacht Times nei dieci anni fino al 2025 sono aumentati di circa il 40 per cento, arrivando a 6.239. E a comprarli, ha spiegato all&#8217;FT il fondatore della testata Merijn de Waard, sono sempre più spesso persone giovani, che grazie a internet satellitare possono lavorare anche in mezzo al mare. I porti invece crescono pochissimo: tra permessi, vincoli ambientali e pochi tratti di costa adatti, per costruirne uno nuovo servono dai cinque ai dieci anni, e in media aggiunge appena trecento posti.</p>
<p class="is-boxed article-body">Così anche chi può permettersi tutto deve mettersi in fila, e pagare sempre di più. Secondo Josephine De Luca, che fino al 2025 ha lavorato sul Savannah, un superyacht da ottanta metri, d&#8217;estate una notte di ormeggio nei porti migliori costa ormai circa <strong>3.500 euro</strong>, più o meno il doppio di dieci anni fa. Chris Durham, ex comandante della stessa barca, racconta che le soste vanno organizzate con almeno tre o quattro mesi di anticipo, e molto prima in occasione di eventi come il <strong>Gran Premio di Monaco</strong> o il <strong>Festival di Cannes</strong>. Il problema non riguarda solo il Mediterraneo: in un porto vicino a Seattle, scrive l&#8217;FT, più di duecento imbarcazioni aspettano un posto per barche oltre i venti metri. E fuori dal Mediterraneo e dai Caraibi i porti attrezzati per i superyacht sono ancora più rari, tanto che spesso l&#8217;unica alternativa sono i porti commerciali, senza servizi e pieni di polveri metalliche che rischiano di rovinare la vernice degli scafi.</p>
<p class="is-boxed article-body">La scarsità ha trasformato i <strong>porti turistici</strong> in un affare per i <strong>fondi d&#8217;investimento</strong>. McKinsey stima il valore del settore in circa 15 miliardi di dollari, con una crescita di circa l&#8217;8 per cento all&#8217;anno fino al 2030, e John Nery del fondo Squircle Capital ha detto all&#8217;FT che i porti sono diventati un investimento infrastrutturale, cosa che dieci o vent&#8217;anni fa nessuno avrebbe pensato. Lo scorso anno <a class="link-article" href="https://www.blackstone.com/news/press/blackstone-infrastructure-completes-acquisition-of-safe-harbor/" target="_blank" rel="noopener">Blackstone ha comprato Safe Harbor Marinas</a>, la più grande società di porti turistici degli Stati Uniti, per 5,65 miliardi di dollari, e a luglio il fondo francese <a class="link-article" href="https://www.d-marin.com/en/news/D-Marin-to-be-acquired-by-InfraVia-from-CVC/" target="_blank" rel="noopener">InfraVia ha annunciato l&#8217;acquisto di D-Marin</a> da CVC, un&#8217;operazione che secondo l&#8217;FT supera il miliardo di euro. E siccome nel Mediterraneo, negli Stati Uniti e nei Caraibi di porti nuovi non se ne costruiscono quasi più, il settore si sposta altrove. A <strong>Hong Kong</strong> l&#8217;autorità aeroportuale prevede un porto da 500 posti, il più grande della città, la cui <a class="link-article" href="https://news.rthk.hk/rthk/en/component/k2/1851730-20260420.htm" target="_blank" rel="noopener">prima fase dovrebbe essere completata nel 2028</a>; a <strong>Kobe</strong> sta nascendo <a class="link-article" href="https://yachtsandyachting.com/news/282283/Biggest-superyacht-base-in-Asia" target="_blank" rel="noopener">Superyacht Base Kobe</a>, presentato dai promotori come il più grande porto per superyacht dell&#8217;Asia-Pacifico; e ad <strong>Abu Dhabi</strong>, sull&#8217;isola di Saadiyat, la società immobiliare Aldar ha lanciato <a class="link-article" href="https://www.khaleejtimes.com/uae/khaled-bin-mohamed-bin-zayed-witnesses-launch-of-marsa-al-saadiyat-project-with-investment-value-of-dh100-billion" target="_blank" rel="noopener">il porto turistico più grande dell&#8217;emirato</a>, con circa 350 posti. Intanto, secondo Tim Clarke dell&#8217;agenzia di equipaggi Quay Group, i nuovi armatori più giovani hanno già cominciato a preferire a Saint-Tropez, Monaco e Capri l&#8217;America Centrale e del Sud e le isole del Pacifico.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">246244</post-id>	</item>
		<item>
		<title>I Calibro 35 hanno fatto un album interamente ispirato ai romanzi di James Ellroy e alla Los Angeles dei noir</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/calibro-35-james-ellroy-album/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2026 16:10:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistastudio.com/?p=246239</guid>

					<description><![CDATA[Ci sono scrittori che raccontano una città e città che finiscono per raccontare uno scrittore: con James Ellroy e Los Angeles le due cose sono diventate indistinguibili. Da qui parte Ellroy vs L.A., il documentario di Francesco Zippel presentato alla Festa del Cinema di Roma nel 2025 e premiato quest&#8217;anno con il Nastro d&#8217;Argento per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body">Ci sono scrittori che raccontano una città e città che finiscono per raccontare uno scrittore: con <strong>James Ellroy</strong> e <strong>Los Angeles</strong> le due cose sono diventate indistinguibili. Da qui parte <em>Ellroy vs L.A.</em>, il documentario di <strong>Francesco Zippel</strong> presentato alla <a class="link-article" href="https://filmguide.romacinemafest.org/en/detail/?id=14178" target="_blank" rel="noopener">Festa del Cinema di Roma</a> nel 2025 e premiato quest&#8217;anno con il <a class="link-article" href="https://www.cinefilos.it/cinema-news/2026/nastri-dargento-per-i-migliori-documentari-2026-tutti-i-vincitori-697694" target="_blank" rel="noopener">Nastro d&#8217;Argento</a> per i documentari nella sezione Cultura. Zippel ha spiegato di non essersi accontentato dell&#8217;intervista: voleva costruire una conversazione immaginaria in cui la città risponde allo scrittore, lo contraddice, ne amplifica le parole. A dare voce a Los Angeles, accanto agli archivi e ai film, ci sono i <strong>Calibro 35</strong>, che dalla colonna sonora del film adesso hanno tratto un disco: <strong><em>Ellroy vs L.A.</em></strong>, 12 brani inediti usciti il 9 ottobre per <a class="link-article" href="https://recordkicks.com/product/calibro-35-ellroy-vs-l-a-ost/" target="_blank" rel="noopener">Record Kicks</a>, l&#8217;etichetta milanese che pubblica la band.</p>
<p class="is-boxed article-body">Il punto di partenza, hanno raccontato <a class="link-article" href="https://ponderosa.it/en/a-packed-autumn-for-calibro-35-brand-new-album-and-european-tour/" target="_blank" rel="noopener">Enrico Gabrielli, Massimo Martellotta, Fabio Rondanini e Tommaso Colliva</a>, è stato il romanzo <em>L.A. Confidential</em>, con il suo ritmo, i suoi personaggi e quel confine sempre più sottile tra fatti veri e inventati. Non a caso la scaletta prende i titoli da tutti e quattro i libri del cosiddetto <a class="link-article" href="https://www.hollywoodreporter.com/business/business-news/uta-signs-la-confidential-author-james-ellroy-1235818603/" target="_blank" rel="noopener">L.A. Quartet</a>: <em>Black Dahlia</em>, <em>The Big Nowhere</em> (divisa in due parti), <em>L.A. Confidential</em> e <em>White Jazz</em>. Il suono è quello che ci si aspetta dai Calibro 35: <strong>funk cinematografico</strong>, inflessioni jazz, groove <em>blaxploitation</em> anni Settanta e ritmi urbani contemporanei, anticipati dai singoli <em>Riots</em> e <em>L.A. Confidential</em>.</p>
<p class="is-boxed article-body">Il disco è anche uno spettacolo dal vivo. Il <strong>tour <em>Calibro 35 vs L.A.</em></strong> è partito in anteprima il 24 settembre dall&#8217;Hiroshima Mon Amour di Torino e prosegue tra Italia ed Europa: il 4 novembre al Jazz Café di Londra, il 6 al Babylon Café di Madrid, il 7 al Druso di Bergamo, l&#8217;8 al <strong>Teatro della Triennale di Milano</strong>, poi a dicembre Lubiana (Gala Hala, il 4), Belgrado (KC Grad, il 5), Zagabria (Vintage Industrial Bar, il 6) e Genova (Teatro Verdi, il 10), secondo il calendario diffuso da <a class="link-article" href="https://ponderosa.it/en/a-packed-autumn-for-calibro-35-brand-new-album-and-european-tour/" target="_blank" rel="noopener">Ponderosa</a>. Sul palco la musica dialoga con le immagini proiettate: spezzoni dell&#8217;intervista a Ellroy, materiali d&#8217;archivio sulla Città degli Angeli e visual realizzati per l&#8217;occasione, mentre il quartetto alterna la colonna sonora a una selezione dal proprio repertorio. Una specie di documentario suonato, in cui per una volta è la città ad avere l&#8217;ultima parola.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">246239</post-id>	</item>
		<item>
		<title>In Cina la bolla dell’AI è già scoppiata, anticipando quello che potrebbe succedere anche negli Stati Uniti e in Europa</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/cina-bolla-ai/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2026 15:33:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[AI]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Tech]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistastudio.com/?p=246227</guid>

					<description><![CDATA[In quattro mesi l&#8217;indice STAR50, quello delle cinquanta principali aziende tecnologiche della borsa di Shanghai, molte delle quali lavorano su intelligenza artificiale e semiconduttori, ha perso il 40 per cento, 480 miliardi di dollari di valore. Secondo Reuters in Cina la bolla dell&#8217;intelligenza artificiale «è già scoppiata». «Il mercato si era trasformato in una folle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;"><strong>In quattro mesi l&#8217;indice STAR50, quello delle cinquanta principali aziende tecnologiche della borsa di Shanghai, molte delle quali lavorano su intelligenza artificiale e semiconduttori, ha perso il 40 per cento, 480 miliardi di dollari di valore</strong>. <a class="link-article" href="https://www.reuters.com/world/china/china-ai-bubble-has-already-burst-2026-10-26/">Secondo</a> <em>Reuters</em> in Cina la bolla dell&#8217;intelligenza artificiale «è già scoppiata». «Il mercato si era trasformato in una folle corsa speculativa al rialzo» ha detto all&#8217;agenzia Dong Baozhen, che gestisce un fondo d&#8217;investimento a Pechino. «E adesso vediamo la bolla scoppiare». Le azioni di Unitree, l&#8217;azienda di robotica di cui in Cina si parla di più, si sono dimezzate da quando è entrata in borsa ad agosto, con una quotazione molto attesa, e il produttore di chip CXMT ha perso più di un quarto del suo valore solo nell&#8217;ultimo mese. Per frenare la volatilità, gli investitori legati allo stato hanno venduto ogni volta che i titoli salivano troppo in fretta, ma questo non è bastato a nascondere che la domanda di prodotti di intelligenza artificiale, per ora, non c&#8217;è.</p>
<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">Non tutti però si sono spaventati. <a class="link-article" href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-10-22/deepseek-raises-15-billion-in-challenge-to-leading-us-labs">Secondo</a> <em>Bloomberg</em> DeepSeek, una delle principali aziende cinesi del settore, ha appena raccolto quindici miliardi di dollari, uno dei più grandi round di finanziamento nella storia del paese, e Huawei ha ottenuto dalle banche cinesi un prestito da 3 miliardi e 300 milioni per comprare altri chip. E le condizioni in Cina sono diverse da quelle del resto del mondo. <strong>Gli Stati Uniti</strong> cercano in tutti i modi di tagliarla fuori dalla concorrenza globale, con i dazi e con l&#8217;ipotesi di vietare del tutto alle aziende cinesi di fornire attrezzature ai data center, come i ricetrasmettitori ottici di Zhongji Innolight, indispensabili per spostare alla velocità della luce le enormi quantità di dati che servono all&#8217;intelligenza artificiale. <strong>Il crollo, quindi, potrebbe dipendere anche dal fatto che alla Cina viene impedito di vendere i suoi prodotti all&#8217;estero, oltre che dall&#8217;eccesso di fiducia dei mercati.</strong></p>
<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">Le cifre in gioco, però, non sono molto diverse da quelle occidentali. <strong><a class="link-article" href="https://futurism.com/artificial-intelligence/ai-bubble-burst-china">Come riporta</a> <em>Futurism</em>, i titoli legati all&#8217;intelligenza artificiale valgono circa il 42 per cento della capitalizzazione della borsa cinese, e anche negli Stati Uniti e in Europa è sempre più difficile ignorare che gli investimenti non stanno rendendo.</strong> Nei documenti per la quotazione in borsa Anthropic ha appena dichiarato perdite per 80 miliardi di dollari, e l&#8217;intenzione di spendere altri 1.000 miliardi in data center nei prossimi dieci anni, un altro segnale che anche le aziende più importanti del settore sono ancora lontane dal guadagnare.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">246227</post-id>	</item>
		<item>
		<title>L&#8217;arte di improvvisare si impara a Pesaro</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/camparini-pesaro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2026 15:27:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Industry]]></category>
		<category><![CDATA[Brand]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistastudio.com/?p=246171</guid>

					<description><![CDATA[Se siete stati a Pesaro avete assaggiato la Rossini, e se l’avete assaggiata vi siete fatti una domanda legittima: chi ha avuto l’idea di mettere uova sode e maionese su una pizza? La risposta esatta non ce l’ha nessuno. Le teorie abbondano, e una delle più gettonate racconta di una pasticceria che si inventò una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed centered article-body" data-lfile-container="21ced588-e94d-4b2b-a3dd-aef5fb8b7f4c" data-pm-slice="1 1 []">Se siete stati a Pesaro avete assaggiato la Rossini, e se l’avete assaggiata vi siete fatti una domanda legittima: chi ha avuto l’idea di mettere uova sode e maionese su una pizza? La risposta esatta non ce l’ha nessuno. Le teorie abbondano, e una delle più gettonate racconta di una pasticceria che si inventò una pizzetta da colazione e la dedicò a Rossini, perché a Pesaro, prima o poi, tutto finisce in qualche modo dedicato a Rossini. <strong>Di sicuro c’è solo che è nata improvvisando, e che ogni tanto abbracciare il caos fa benissimo.</strong></p>
<p class="is-boxed centered article-body" data-lfile-container="21ced588-e94d-4b2b-a3dd-aef5fb8b7f4c" data-pm-slice="1 1 []">Ed è proprio a Pesaro, città che dell’improvvisazione ne ha fatto un&#8217;arte, <strong>che Campari Soda ha organizzato «Camparini a caso»: un brindisi tutto improvvisato, in cui l’unico programma era lasciarsi sorprendere e cullare da un drink rossissimo.</strong> Per l’occasione il Bar Carla si è vestito di rosso Camparino dalla testa ai piedi. Dietro il bancone c’era una parete intera di bottigliette, ovviamente rosse, accanto un DJ set, un’edicola «camparizzata» e serigrafie stampate al momento. Le insegne luminose davano l’unica indicazione utile della serata, <strong>«Non so dove ma andiamo» e in strada compariva un mezzo camparizzato targato C4MP4R1N1, con i copriruota a forma di tappo e il bagagliaio pieno di cuscini, pronta a partire certamente, ma non si sa e non importa dove.</strong> Dal forno, neanche a dirlo, uscivano la Rossini e la rossiccia, che per chi non lo sapesse è la stessa cosa ma con la salsiccia &#8211; specifichiamo in cottura. Se una pizza improvvisata funziona, perché non improvvisarne un’altra?</p>
<p class="is-boxed centered article-body" data-lfile-container="21ced588-e94d-4b2b-a3dd-aef5fb8b7f4c" data-pm-slice="1 1 []"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-246240" src="https://www.rivistastudio.com/wp-content/uploads/2026/10/DSC04459-800x1200.jpg" alt="" width="800" height="1200" srcset="https://www.rivistastudio.com/wp-content/uploads/2026/10/DSC04459-800x1200.jpg 800w, https://www.rivistastudio.com/wp-content/uploads/2026/10/DSC04459-420x630.jpg 420w, https://www.rivistastudio.com/wp-content/uploads/2026/10/DSC04459-768x1152.jpg 768w, https://www.rivistastudio.com/wp-content/uploads/2026/10/DSC04459-1024x1536.jpg 1024w, https://www.rivistastudio.com/wp-content/uploads/2026/10/DSC04459.jpg 1200w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p class="is-boxed centered article-body" dir="ltr">Tra un Campari Soda e l’altro, ai pesaresi abbiamo fatto due domande. La prima: vi è mai capitato di arrivare del tutto impreparati e di cavarvela alla grande? Qualcuno non ha avuto dubbi, perché «con le parole ci so fare», e qualcun altro è tornato al primo progetto di lavoro, presentato con un’emozione tale da non ricordare nulla di quello che aveva detto; le vocali, però, giura che le sapeva tutte, e alla fine «ce la siamo cavata, quindi va bene così». E poi c’è chi all’improvvisazione si è affidata proprio quella sera, presentandosi alla festa da sola, con la voglia di incontrare gente nuova. Com’è andata? Parole sue: è stato bello. Poi la domanda, qual è la scusa migliore che vi siete inventati per uscire da una situazione scomoda? E qui i pesaresi hanno dato il meglio. C’è chi tira in ballo il cane, chi si fa salvare da un’amica che chiama con un’emergenza e chi va sul classicone «non avevo capito, non avevo capito assolutamente». Il premio della serata, però, va a chi la scusa non si è limitato a raccontarla: «Ah, scusate, mi stanno chiamando… devo andare, alla prossima!». Quante risposte fossero vere non lo sapremo mai, ma di sicuro possiamo affermare che erano molto pesaresi.</p>
<p class="is-boxed centered article-body" dir="ltr">Tutto questo un nome ce l’ha ed era scritto bello grande sulle felpe rosse della serata: «Mai preparati, ma sempre pronti». Un motto perfetto per una generazione che per organizzare un aperitivo ha bisogno di quaranta messaggi in chat e che fissa le cene con tre settimane d’anticipo, salvo poi annullarle il giorno prima. Dichiararsi impreparati, in fondo, è un piccolo atto di ribellione. Essere pronti, invece, vuol dire avere qualcosa a portata di mano quando la serata decide di cambiare programma. <strong>E qui il camparino gioca in casa, perché pronto lo è dal 1932. All’epoca l’aperitivo era direttamente proporzionale ad un bancone, ad un barista, ed ad un orario.</strong> Davide Campari ebbe l’idea di metterlo in tasca, un drink, il Campari Soda, già miscelato e in monodose: il primo aperitivo <em>ready to drink</em>, decenni prima che qualcuno inventasse la parola. La bottiglietta la disegnò Fortunato Depero, un calice rovesciato. Allineate sul bancone, quelle file rosse gli valsero il soprannome di soldatino, un piccolo esercito sempre pronto all’uso, lo stesso che a Pesaro presidiava la parete del Bar Carla. <strong>Davide Campari non poteva saperlo, ma aveva appena inventato la scusa perfetta per qualsiasi festa: non serve organizzarla, basta stapparla.</strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">246171</post-id>	</item>
		<item>
		<title>A giudicare dal trailer finale, Dune – Parte 3 di Denis Villeneuve è completamente diverso da Dune Messiah di Frank Herbert, tranne che per un fondamentale dettaglio</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/dune-3-differenze-film-libro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2026 13:40:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistastudio.com/?p=246224</guid>

					<description><![CDATA[Nell’ultimo trailer di Dune – Parte tre, che Warner Bros. ha diffuso in vista dell’uscita a dicembre, Paul Atreides non ha più niente dell’eroe. Timothée Chalamet ha la testa rasata, il volto scavato, e governa un impero costruito su una guerra santa che ha fatto milioni di morti. Intorno a lui tutti sembrano volerlo morto, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body">Nell’ultimo trailer di <strong><em>Dune – Parte tre</em></strong>, che Warner Bros. ha diffuso in vista dell’uscita a dicembre, Paul Atreides non ha più niente dell’eroe. Timothée Chalamet ha la testa rasata, il volto scavato, e governa un impero costruito su una guerra santa che ha fatto milioni di morti. Intorno a lui tutti sembrano volerlo morto, compresa Chani, la donna che amava. Il film chiude la trilogia di <strong>Denis Villeneuve</strong> e adatta <strong><em>Messia di Dune</em></strong>, il secondo romanzo della saga di Frank Herbert, uscito nel 1969. Ma come ha notato il critico Jordan Ruimy su <a class="link-article" href="https://www.worldofreel.com/blog/2026/10/27/dune-3-final-trailer-denis-villeneuve-has-taken-massive-liberties-with-messiah-thats-perfectly-fine" target="_blank" rel="noopener">World of Reel</a>, a giudicare dal trailer le <strong>differenze tra libro e film</strong> sono enormi, al punto che a tratti sembra una storia originale costruita intorno ad alcuni momenti del romanzo. Lo stesso Villeneuve lo ha definito <a class="link-article" href="https://www.slashfilm.com/2298402/dune-part-three-final-trailer/" target="_blank" rel="noopener">«un epilogo sofisticato»</a> dei primi due film, e Chalamet «una bestia a sé».</p>
<p class="is-boxed article-body">Le libertà si vedono già nella cronologia. Nel romanzo sono passati dodici anni dalla fine del primo libro, nel film <a class="link-article" href="https://en.wikipedia.org/wiki/Dune:_Part_Three" target="_blank" rel="noopener">diciassette</a>, e dal trailer i figli di Paul sembrano già nati prima del salto temporale, mentre nel libro la loro nascita arriva solo nel finale ed è uno dei suoi momenti più tragici. Poi c’è <strong>Chani</strong>. In Herbert è la compagna fedele di Paul fino alla fine, e muore dando alla luce i gemelli. Villeneuve aveva già cambiato tutto nella <em>Parte due</em>, dove la sua Chani, interpretata da Zendaya, rifiutava la guerra santa e voltava le spalle a Paul, e ora la ritroviamo tra i suoi nemici. Ma la differenza più grossa, quella che ha già fatto protestare i fan più fedeli, riguarda la preveggenza. Nel trailer Paul dice di non riuscire a vedere il futuro. Nel romanzo, invece, la sua tragedia è proprio l’opposto: vede tutto, vede il disastro verso cui sta portando l’universo, e non può fare niente per evitarlo, nemmeno quando diventa cieco e continua a muoversi guidato soltanto dalle sue visioni.</p>
<p class="is-boxed article-body">Per Ruimy, però, va benissimo così, e non ha tutti i torti. <em>Messia di Dune</em> è il libro più strano della saga: più breve, più cupo, quasi senza azione, tutto congiure di palazzo e dialoghi filosofici. Herbert lo scrisse anche come correttivo per i lettori che nel primo romanzo avevano visto in Paul un eroe da ammirare, mentre lui voleva raccontare un avvertimento sui leader carismatici. Villeneuve sembra aver preso proprio questo come punto di partenza, e del resto aveva promesso di raccontare Paul come un <strong>antieroe</strong>. Anche il film si annuncia diverso dai precedenti: è girato in pellicola invece che in digitale, e alla fotografia c’è Linus Sandgren al posto di Greig Fraser. Il cast è quello delle grandi occasioni, con Florence Pugh, Anya Taylor-Joy nel ruolo di Alia, Jason Momoa, che torna come ghola di Duncan Idaho, e Robert Pattinson in quello di Scytale, il cospiratore mutaforma che vuole far cadere Paul. Se le libertà prese con Herbert funzioneranno lo sapremo solo in sala. Ma un adattamento che tradisce la lettera del romanzo per restarne fedele allo spirito, in fondo, è il più grande omaggio che si possa fare a un libro che voleva distruggere il mito del suo protagonista.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">246224</post-id>	</item>
		<item>
		<title>In India è uscito un videogioco ispirato alle proteste del &#8220;Partito degli Scarafaggi&#8221; in cui bisogna organizzare una manifestazione scansando i manganelli, i lacrimogeni e gli idranti della polizia</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/videogioco-proteste-scarafaggi-india/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2026 13:19:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Videogiochi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistastudio.com/?p=246069</guid>

					<description><![CDATA[Nel gioco si parte da soli, in una strada di Delhi piena di buche e di spazzatura, e l’obiettivo è arrivare a Jantar Mantar, lo storico luogo delle proteste della capitale indiana. Lungo la strada bisogna raccogliere altri manifestanti, ingrandire il corteo e schivare i poliziotti, che cercano di disperderlo a colpi di manganello, lacrimogeni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body">Nel gioco si parte da soli, in una strada di Delhi piena di buche e di spazzatura, e l’obiettivo è arrivare a <strong>Jantar Mantar</strong>, lo storico luogo delle proteste della capitale indiana. Lungo la strada bisogna raccogliere altri manifestanti, ingrandire il corteo e schivare i poliziotti, che cercano di disperderlo a colpi di manganello, lacrimogeni e idranti e di caricare i leader su un pullman. Oppure si può scegliere di stare dall’altra parte e giocare come la polizia di Delhi. Si chiama <strong><em>Jantar Mantar Chalo</em></strong>, cioè «andiamo a Jantar Mantar», ed è un <strong>videogioco</strong> online creato da Suraj Kushwah, uno sviluppatore di 27 anni dell’Uttar Pradesh, come ha raccontato <a class="link-article" href="https://www.aljazeera.com/video/newsfeed/2026/10/23/indian-developer-turns-cockroach-protests-into-video-game">Al Jazeera</a>. Secondo quanto ha detto lui stesso a <a class="link-article" href="https://theprint.in/world/dodge-the-cops-reach-the-protest-indias-latest-online-political-game-goes-viral-2/3077425/">ThePrint</a>, dal giorno dell’uscita, il 14 ottobre, ci sono sempre almeno duemila persone collegate a giocare. Kushwah lo definisce umorismo nero, e insiste che non è un gioco politico ma un modo di dare forma alla frustrazione della sua generazione, a partire dalla sua. Non è l’unico: c’è anche <em>Bhaag Neha Bhaag</em>, un gioco a piattaforme in stile anni Ottanta creato da due fratelli, Anav e Akshay Nayar, in cui la protagonista è Neha Bora, una giovane attivista diventata famosa per la sua abilità nel seminare la polizia.</p>
<p class="is-boxed article-body">Le proteste a cui si ispirano sono quelle guidate dal <strong>Cockroach Janta Party</strong>, il “partito degli scarafaggi”, un movimento nato quasi per scherzo a maggio. Il nome è una parodia del Bharatiya Janata Party del primo ministro <strong>Narendra Modi</strong>, e risponde alle parole del presidente della Corte suprema indiana, Surya Kant, che durante un’udienza aveva <a class="link-article" href="https://www.aljazeera.com/features/2026/5/20/cockroach-janata-party-top-indian-judges-comment-sparks-satire-protest">paragonato i giovani disoccupati a degli scarafaggi</a> e a dei parassiti. In pochi mesi il movimento è passato dai meme alle piazze: in estate le proteste per lo scandalo degli esami di ammissione a medicina hanno portato alle dimissioni del ministro dell’Istruzione, e dall’inizio di ottobre il bersaglio è la <strong>Commissione elettorale</strong>. Una revisione delle liste ha <a class="link-article" href="https://www.cnn.com/2026/10/09/india/india-cockroach-party-protests-season-2-intl-hnk">cancellato circa 130 milioni di nomi</a>: secondo la Commissione si tratta di persone morte, registrate due volte o trasferite, mentre l’opposizione e gli attivisti sostengono che siano stati esclusi milioni di elettori che avevano diritto a votare. La Commissione e il partito di Modi negano qualsiasi parzialità. Il governo ha risposto chiudendo internet attorno ai luoghi delle proteste e arrestando migliaia di persone, tra cui due dei leader del movimento, Saurav Das e Ashutosh Ranka, <a class="link-article" href="https://www.aljazeera.com/amp/features/2026/10/22/is-neha-bora-indias-new-red-star-modis-real-gen-z-threat">rimasti in carcere una settimana</a> prima di essere rilasciati.</p>
<p class="is-boxed article-body">Che una protesta diventi un videogioco non è una novità, ma in questo caso è quasi una conseguenza naturale. Il Cockroach Janta Party è nato su internet, con un nome rubato a un insulto, e da allora ha sempre usato l’ironia come strumento politico, un po’ come i liceali francesi che in queste settimane hanno trasformato in slogan la frase di un poliziotto infiltrato nelle loro chat. Nel gioco di Kushwah il realismo sta nei dettagli: le buche nell’asfalto, i rifiuti agli angoli delle strade, i blocchi stradali che nei giorni delle manifestazioni hanno davvero impedito a migliaia di persone di raggiungere il centro di Delhi. E nell’idea, molto concreta, che da soli non si arriva da nessuna parte: per vincere bisogna <strong>fare corteo</strong>. Per una generazione che un giudice ha chiamato scarafaggi, è una rivendicazione precisa. Gli scarafaggi, del resto, hanno fama di sopravvivere a tutto.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">246069</post-id>	</item>
		<item>
		<title>C&#8217;è una AI che si autodefinisce &#8220;rigenerativa&#8221; perché ogni 100 conversazioni fatte con lei finanza la piantumazione di un albero</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/ecogpt-ai-rigenerativa-alberi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2026 12:21:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[AI]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Tech]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistastudio.com/?p=246179</guid>

					<description><![CDATA[Si presenta come «l’assistente AI che pianta alberi» e il suo slogan è «Regenerative AI». EcoGPT è un chatbot che funziona come ChatGPT, con cui si può scrivere, studiare, generare immagini e caricare file, ma con una promessa in più: ogni cento conversazioni sul piano gratuito, e ogni cinquanta su quello a pagamento, finanzia la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body">Si presenta come <a class="link-article" href="https://ecogpt.com/" target="_blank" rel="noopener">«l’assistente AI che pianta alberi»</a> e il suo slogan è «Regenerative AI». <strong>EcoGPT</strong> è un chatbot che funziona come ChatGPT, con cui si può scrivere, studiare, generare immagini e caricare file, ma con una promessa in più: ogni cento conversazioni sul piano gratuito, e ogni cinquanta su quello a pagamento, <a class="link-article" href="https://ecogpt.com/blog/how-ecogpt-plants-trees" target="_blank" rel="noopener">finanzia la piantumazione di un albero</a> in Kenya, Tanzania e Uganda, attraverso l’organizzazione non profit Trees for the Future. Il contatore sul sito ne segna più di 435 mila, e l’obiettivo dichiarato è arrivare a un milione entro il 2027. Dietro c’è una startup americana, la ECOGPT Inc., registrata a febbraio in Delaware come benefit corporation, cioè un’azienda che per statuto deve perseguire anche un beneficio sociale, e fondata da <strong>Ethan Leonard</strong>, che secondo <a class="link-article" href="https://forklog.com/en/ecogpt-says-it-plants-trees-for-prompts-green-ai-or-greenwashing/" target="_blank" rel="noopener">ForkLog</a> ha lasciato l’università per costruire «un’intelligenza artificiale più efficiente». L’idea non è nuova: è la stessa di <strong>Ecosia</strong>, il motore di ricerca che da anni pianta alberi con i ricavi della pubblicità, applicata alla moda del momento.</p>
<p class="is-boxed article-body">Oltre agli alberi, EcoGPT punta su un altro argomento: consumare meno. Invece dei grandi modelli di OpenAI o Google usa <strong>modelli open source più piccoli</strong>, che secondo l’azienda hanno un numero di parametri attivi dieci volte inferiore a quelli dei leader del settore. Quali siano non lo dice: alcune recensioni citano Llama, DeepSeek, Qwen e Mistral. I suoi server principali stanno su Google Cloud a Hamina, in Finlandia, dove l’elettricità arriva quasi tutta da fonti a basse emissioni e i data center si raffreddano con l’acqua del mare. Secondo un economista dell’energia della NC State University, Harrison Fell, interpellato dalla tv americana <a class="link-article" href="https://www.wral.com/news/local/eco-gpt-promises-greener-ai-heres-what-we-found-october-2026/" target="_blank" rel="noopener">WRAL</a>, è proprio questa la parte che conta davvero: con gli alberi, dice, «è molto difficile intaccare le proprie emissioni», mentre scegliere server alimentati da reti pulite è «un modo molto più efficace». EcoGPT, però, non ha mai pubblicato misurazioni di quanta energia, acqua o CO₂ si risparmi usandolo al posto di altri chatbot, e le stime d’impatto che comparivano in alcune versioni dell’app, ha ammesso l’azienda, erano «illustrazioni, non misurazioni».</p>
<p class="is-boxed article-body">Ed è qui che cominciano i dubbi di <strong>greenwashing</strong>. La stessa EcoGPT riconosce che finanziare un albero non garantisce che sopravviva né che assorba davvero carbonio, e che usarla non rende ecosostenibile la propria attività online. Un albero appena piantato impiega anni ad assorbire la CO₂ che un server consuma in un istante, e in Kenya, ricorda ForkLog, la sopravvivenza delle piantine in alcuni progetti non arriva alla metà. «È un’imitazione di una soluzione», ha detto Mikhail Yulkin, fondatore della società di consulenza ambientale CarbonLab. C’è poi la questione dei soldi e dei dati. Il piano gratuito si regge anche sulla pubblicità, e secondo la privacy policy, citata da WRAL, i partner pubblicitari ricevono i messaggi recenti dell’utente, o la domanda e la risposta in corso, per scegliere quali suggerimenti sponsorizzati mostrare. L’azienda promette di non usare le chat per addestrare i modelli, ma quando il sistema principale non è disponibile le richieste passano ad altri fornitori, che possono conservarle. Insomma: piantare alberi chattando è meglio che non piantarli, ma non è detto che basti a rendere ecologica un’intelligenza artificiale.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">246179</post-id>	</item>
		<item>
		<title>I partiti palestinesi hanno ottenuto un successo senza precedenti alle elezioni in Israele e saranno determinanti per impedire a Netanyahu di tornare al potere</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/partiti-arabo-israeliani-elezioni-israele/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2026 11:58:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistastudio.com/?p=246203</guid>

					<description><![CDATA[Martedì 27 ottobre in Israele circa otto cittadini palestinesi su dieci sono andati a votare, superando il record del 1999. Gli arabi israeliani sono circa il 21 per cento dei 10 milioni di abitanti del Paese, e di solito votano molto meno degli ebrei israeliani. Secondo gli exit poll citati da Al Jazeera, la Lista [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body">Martedì 27 ottobre in Israele circa otto <strong>cittadini palestinesi</strong> su dieci sono andati a votare, superando il record del 1999. Gli arabi israeliani sono circa il 21 per cento dei 10 milioni di abitanti del Paese, e di solito votano molto meno degli ebrei israeliani. Secondo gli exit poll citati da <a class="link-article" href="https://www.aljazeera.com/news/2026/10/28/arab-parties-could-win-18-seats-in-israeli-elections-exit-polls-suggest" target="_blank" rel="noopener">Al Jazeera</a>, la <strong>Lista Comune e Ra’am</strong>, i due principali partiti arabi, avranno insieme 19 seggi su centoventi alla <strong>Knesset</strong>, il parlamento israeliano, il numero più alto di sempre (nella scorsa legislatura ne avevano dieci). Le televisioni israeliane danno stime un po’ più basse, <a class="link-article" href="https://www.aa.com.tr/en/politics/israeli-election-turnout-reaches-777-as-arab-parties-poised-for-historic-gains/4103158" target="_blank" rel="noopener">18 seggi Channel 12 e 17 Channel 13</a>, ma sempre da record. Anche l’<strong>affluenza</strong> generale è storica: secondo la Commissione elettorale centrale ha votato il 77,7 per cento degli aventi diritto, la percentuale più alta dal 1999 e sette punti in più rispetto al 2022. Per Nour Odeh, giornalista di Al Jazeera, è stato «un momento esistenziale» per i palestinesi israeliani, che sono andati a votare anche quando di solito boicottano le elezioni, perché sanno che il loro voto non li aiuterà a cancellare la discriminazione che subiscono. La Knesset, ricorda Odeh, ha approvato più di 100 leggi che li discriminano, e anche nella distribuzione dei fondi pubblici i palestinesi sono penalizzati.</p>
<p class="is-boxed article-body">Proprio sull’affluenza degli arabi <strong>Benjamin Netanyahu</strong> e la sua coalizione di estrema destra hanno costruito gli ultimi appelli della campagna. Secondo alcuni testimoni, martedì a Gerusalemme giravano macchine con le bandiere del Likud, il partito di Netanyahu, che diffondevano a tutto volume il richiamo islamico alla preghiera e invitavano i sostenitori ad andare a votare perché «gli arabi stanno votando». Sui social Netanyahu ha mostrato le lunghe file ai seggi nelle comunità arabe e ha pubblicato la foto di quelli che secondo lui erano elettori arabi in coda, tra cui alcune donne con il niqab. «Se non ci svegliamo adesso, ci ritroveremo con un governo di Mansour Abbas e Ahmad Tibi», ha scritto, nominando due dei principali parlamentari palestinesi della Knesset. I politici arabi hanno definito questa strategia «razzista e provocatoria».</p>
<p class="is-boxed article-body">I risultati sono ancora parziali: la Commissione elettorale conta di finire lo spoglio entro venerdì, e i dati ufficiali arriveranno il 4 novembre. Con il 76 per cento delle schede scrutinate, <a class="link-article" href="https://www.aljazeera.com/news/2026/10/28/five-key-takeaways-from-israels-parliamentary-elections" target="_blank" rel="noopener">il blocco di Netanyahu è a 54 seggi</a>, sette in meno dei 61 necessari per governare, mentre quello di opposizione guidato da Yashar, il partito dell’ex capo di stato maggiore dell’esercito <strong>Gadi Eisenkot</strong>, è a 47. Senza i partiti arabi, insomma, non c’è maggioranza. Mansour Abbas, leader di Ra’am, che oggi ha cinque seggi e tra il 2021 e il 2022 aveva già fatto parte di una coalizione di governo, spera che il blocco anti Netanyahu arrivi a 61 proprio insieme al suo partito. «Con i numeri che abbiamo adesso, un governo non c’è», aveva detto a Channel 12 prima che arrivassero i primi dati, raccontando di essere stato cercato da tutti e due i blocchi, prima e dopo il voto. Ma secondo Alon Pinkas, ex ambasciatore israeliano, per partiti come quello di Eisenkot, che in campagna elettorale avevano promesso di non allearsi con i partiti arabi, formare un governo potrebbe essere difficile. Gli arabi «non possono essere tenuti fuori e presi in considerazione solo quando servono i loro voti», ha detto ad Al Jazeera. E le liste arabe, aggiunge, faranno richieste che una coalizione a guida ebraica potrebbe non accettare.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">246203</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Se la nuova campagna di Prada sembra fatta da Disney è perché è stata disegnata da un animatore Disney</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/prada-disney/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2026 10:48:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Moda]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistastudio.com/?p=246193</guid>

					<description><![CDATA[Illustrazioni disegnate a mano, personaggi che sembrano usciti dal bosco di Bambi, un paesaggio invernale che ci riconnette ai nostri ricordi d&#8217;infanzia. Se la nuova campagna Holiday 2026 di Prada sembra uscita da un classico Disney è perché con Disney ha molto a che fare: dietro infatti c’è John Pomeroy, un animatore americano di 75 [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body">Illustrazioni disegnate a mano, personaggi che sembrano usciti dal bosco di <em>Bambi</em>, un paesaggio invernale che ci riconnette ai nostri ricordi d&#8217;infanzia. <strong>Se la nuova campagna Holiday 2026 di Prada sembra uscita da un classico Disney è perché con Disney ha molto a che fare</strong>: dietro infatti c’è <strong>John Pomeroy</strong>, un animatore americano di 75 anni.</p>
<p class="is-boxed article-body">Pomeroy fu assunto dalla Disney nel 1973 come apprendista animatore. Nel 1974 diventò animatore a tutti gli effetti con <em><strong>Winnie the Pooh and Tigger Too</strong></em> e lavorò poi a <strong><em>Bianca e Bernie</em></strong>. Nel 1979, insieme a Don Bluth e Gary Goldman, lasciò la Disney per fondare Don Bluth Productions; lo studio si trasferì poi a Dublino a metà anni Ottanta, dove Pomeroy fu directing animator e produttore di <em>Fievel sbarca in America</em> e <em>Alla ricerca della Valle Incantata</em>. Negli anni Novanta tornò alla Disney, dove lavorò a <em><strong>Pocahontas</strong></em>, <em><strong>Atlantis – L’impero perduto</strong></em> e <em><strong>Il pianeta del tesoro</strong></em>.</p>
<p class="is-boxed article-body">Il mondo immaginario creato da Pomeroy è attraversato da una serie di modelli e modelle (vestiti Prada, ovviamente): Chen Haoyu, Luther Ford, Kelvin Harrison Jr., Maya Hawke e Sadie Sink. <strong>Un dialogo tra realtà e fantasia che sembra quasi una &#8220;reazione&#8221; alla campagna primavera/estate 2026, in cui i modelli e le modelle interagivano con strani e giganti uccelli creati con l&#8217;AI dall&#8217;artista Jordan Wolfson</strong>. Questa volta, niente AI, anzi: è tutto fatto a mano, tutto umano. Alla fotografia c&#8217;è il fidatissimo Glen Luchford, che con il suo sguardo molto personale firma scatti in cui i protagonisti sembrano camminare dentro scenografie dipinte, tra valli innevate, accompagnati da volpi, coniglietti e altri animali.</p>
<blockquote class="quote article-body nobottom  instagram-media" style="background: #FFF; border: 0; border-radius: 3px; box-shadow: 0 0 1px 0 rgba(0,0,0,0.5),0 1px 10px 0 rgba(0,0,0,0.15); margin: 1px; max-width: 540px; min-width: 326px; padding: 0; width: calc(100% - 2px);" data-instgrm-captioned="" data-instgrm-permalink="https://www.instagram.com/reel/De_szYFDtvU/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" data-instgrm-version="14">
<div style="padding: 16px;">

<div style="display: flex; flex-direction: row; align-items: center;">
<div style="background-color: #f4f4f4; border-radius: 50%; flex-grow: 0; height: 40px; margin-right: 14px; width: 40px;"></div>
<div style="display: flex; flex-direction: column; flex-grow: 1; justify-content: center;">
<div style="background-color: #f4f4f4; border-radius: 4px; flex-grow: 0; height: 14px; margin-bottom: 6px; width: 100px;"></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; border-radius: 4px; flex-grow: 0; height: 14px; width: 60px;"></div>
</div>
</div>
<div style="padding: 19% 0;"></div>
<div style="display: block; height: 50px; margin: 0 auto 12px; width: 50px;"></div>
<div style="padding-top: 8px;">
<div style="color: #3897f0; font-family: Arial,sans-serif; font-size: 14px; font-style: normal; font-weight: 550; line-height: 18px;">Visualizza questo post su Instagram</div>
</div>
<div style="padding: 12.5% 0;"></div>
<div style="display: flex; flex-direction: row; margin-bottom: 14px; align-items: center;">
<div>
<div style="background-color: #f4f4f4; border-radius: 50%; height: 12.5px; width: 12.5px; transform: translateX(0px) translateY(7px);"></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; height: 12.5px; transform: rotate(-45deg) translateX(3px) translateY(1px); width: 12.5px; flex-grow: 0; margin-right: 14px; margin-left: 2px;"></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; border-radius: 50%; height: 12.5px; width: 12.5px; transform: translateX(9px) translateY(-18px);"></div>
</div>
<div style="margin-left: 8px;">
<div style="background-color: #f4f4f4; border-radius: 50%; flex-grow: 0; height: 20px; width: 20px;"></div>
<div style="width: 0; height: 0; border-top: 2px solid transparent; border-left: 6px solid #f4f4f4; border-bottom: 2px solid transparent; transform: translateX(16px) translateY(-4px) rotate(30deg);"></div>
</div>
<div style="margin-left: auto;">
<div style="width: 0px; border-top: 8px solid #F4F4F4; border-right: 8px solid transparent; transform: translateY(16px);"></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; flex-grow: 0; height: 12px; width: 16px; transform: translateY(-4px);"></div>
<div style="width: 0; height: 0; border-top: 8px solid #F4F4F4; border-left: 8px solid transparent; transform: translateY(-4px) translateX(8px);"></div>
</div>
</div>
<div style="display: flex; flex-direction: column; flex-grow: 1; justify-content: center; margin-bottom: 24px;">
<div style="background-color: #f4f4f4; border-radius: 4px; flex-grow: 0; height: 14px; margin-bottom: 6px; width: 224px;"></div>
<div style="background-color: #f4f4f4; border-radius: 4px; flex-grow: 0; height: 14px; width: 144px;"></div>
</div>

<p class="is-boxed article-body" style="color: #c9c8cd; font-family: Arial,sans-serif; font-size: 14px; line-height: 17px; margin-bottom: 0; margin-top: 8px; overflow: hidden; padding: 8px 0 7px; text-align: center; text-overflow: ellipsis; white-space: nowrap;"><a class="link-article" style="color: #c9c8cd; font-family: Arial,sans-serif; font-size: 14px; font-style: normal; font-weight: normal; line-height: 17px; text-decoration: none;" href="https://www.instagram.com/reel/De_szYFDtvU/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" target="_blank" rel="noopener">Un post condiviso da Prada (@prada)</a></p>
</div>
</blockquote>
<p class="is-boxed article-body"><script async src="//www.instagram.com/embed.js"></script></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">246193</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/?utm_source=w3tc&utm_medium=footer_comment&utm_campaign=free_plugin


Served from: www.rivistastudio.com @ 2026-10-30 09:37:39 by W3 Total Cache
-->