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	<title>Rivista Studio</title>
	
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	<description>Studio tratta in maniera approfondita argomenti e storie su libri, cinema, arte, moda, design, musica, televisione, politica, economia e società.</description>
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		<title>I giovani non esistono</title>
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		<pubDate>Fri, 24 May 2013 00:00:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Qualche riga sulla storia di copertina del nuovo numero di Studio. Esce oggi e lo presentiamo stasera alle 19.00 a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Qualche riga sulla storia di copertina del<a href="http://www.rivistastudio.com/ultimo-numero/"> nuovo numero</a> di <strong>Studio</strong>. Esce oggi e lo presentiamo stasera alle 19.00 a <a href="http://www.rivistastudio.com/sit/">Studio in Triennale</a>. Presenti Dario Di Vico del Corriere della Sera, e alcuni dei protagonisti.</em></p>
<div>
<p>&nbsp;</p>
<p>La giovane faccia che vedete nell&#8217;immagine e sulla copertina del nuovo numero, è quella di Caterina Ravaglia. Caterina ha diciotto anni, fa la modella già da alcune stagioni, anche se la sua priorità nei prossimi due mesi è passare gli esami di maturità, per i quali sta studiando a Bologna. Dopo, ci ha raccontato, andrà a New York, e proverà a fare a tempo pieno quello che sta già facendo egregiamente – copertine e campagne importanti, battezzate da fotografi leggendari per il giro della moda – la top model appunto. Dopo, però, conta di tornare in Italia, non ci si vede a vivere all&#8217;estero.<br />
Vuole fare esperienza, capitalizzare per il mondo il fatto di essere percepita come parte di un&#8217;eccellenza, il made in Italy, e poi sfruttare questo capitale qui da noi. Consapevole che il suo lavoro non sarà per sempre, si ritrova già oggi con curiosità a pensare non solo a domani, ma anche a dopodomani e al giorno dopo. Cos&#8217;altro le piace fare oltre a sfilare? Surfare col fidanzato, viaggiare. E poi è molto incuriosita dai vini e ha una sana ammirazione per Arianna Occhipinti, la super viticoltrice che intervistiamo a pagina 40.<br />
Arianna è una che la Sicilia l&#8217;ha lasciata per poco, poi è tornata nella sua Vittoria, dalla quale ha messo su un business niente male, che la porta oggi in California e domani in Norvegia. Caterina e Arianna non si sono incontrate qui in redazione per un soffio ma a entrambe abbiamo volentieri portato i saluti dell&#8217;altra. Hanno sorriso, molto.<br />
Ne vorremmo di più di persone così, con una sana voglia di riuscire nella vita che le porterà lontano. Noi facciamo il tifo per loro. E per un&#8217;Italia che sappia parlare bene di loro, come loro sanno fare dell&#8217;Italia.</p>
<p><strong>I giovani non esistono</strong></p>
</div>
<p>Ovviamente non è vero. Esistono eccome. Sempre di meno, visto che il paese statisticamente invecchia molto velocemente, ma esistono. Solo che in un sistema come il nostro, dove la difesa a oltranza di ogni tipo di appartenenza ha finito per rappresentare l’ostacolo maggiore a qualsiasi tipo di evoluzione, l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è un’altra categoria. E di altri paladini a difesa di essa, mestiere sempre più in voga (lautamente pagato, peraltro) a queste latitudini. I forum, le associazioni, i rappresentanti, le riserve protette, lo sfoggio a uso e consumo di questo o di quell’altro progetto politico della sezione “giovani”, sono la pietra tombale sul futuro.<br />
Proposta: aboliamo la categoria “nuove proposte”, facciamo un unico fascio delle depandance giovanili di questo o di quest’altro club adult only. Mischiamoci. Stronchiamo sul nascere ogni tentativo furbetto di replicare sindacati e confindustrie dei piccoli. Ci bastano e ci avanzano gli originali e i danni concertativi che hanno fatto e continuano a fare. Facciamo che da oggi esistono quelli bravi e quelli meno bravi, e che tutti insieme iniziamo a capire come giudicarli, premiando le eccellenze.<br />
Le venti storie che raccontiamo nelle pagine del numero in uscita – che non sono una classifica, ma solo un piccolo campione delle grandi qualità oggi in campo – sono quelle di altrettanti talenti italiani under 35. Che, per quel che ci riguarda, prima di tutto sono appunto grandi talenti ben spesi. Secondo, sono delle belle storie e delle belle facce da raccontare. E, solo in ultima battuta, capita che siano accidentalmente giovani. Ma facciamo che da oggi questo è un dettaglio, e lasciamo loro la scelta se esibirlo o meno, a uso e consumo dei loro percorsi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(Foto di Alan Chies)</em></p>
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		<title>Dalla parte di Belen</title>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2013 23:59:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[C&#8217;è un episodio dei Simpson in cui Sprigfield viene invasa dagli hipster, emigrati in massa da Portland. Marge e Maggie finiscono per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un episodio dei <em>Simpson</em> in cui Sprigfield viene <a href="http://eater.com/archives/2012/12/10/on-the-simpsons-hipsters-take-over-springfield.php">invasa dagli hipster</a>, emigrati in massa da Portland. Marge e Maggie finiscono per sbaglio in una riunione di mammine cool che allattano i loro neonati, conversando amabilmente con le tette al vento. Oggetto della discussione: i benefici del latte naturale. Quando la invitano a unirsi al loro “cerchio dell&#8217;allattamento”, Marge si sente parecchio imbarazzata, perché lei – che non è di Portland e men che meno cool – alla sua bimba dà il latte artificiale. Ma, visto che insistono parecchio, si porta Maggie al seno e, coprendosi con un panno, finge di allattarla, mentre in realtà le sta dando la tettarella. Quando, orrore!, il biberon le cade di mano, le uber genitrici insorgono: «Come puoi iniettare nel corpo di tua figlia un cocktail delle multinazionali?». La scena si conclude con un piccolo esercito di hipster mom che marcia a seno nudo verso Maggie («se non ti vuole nutrire tua madre, lo faremo noi»), e Marge che difende la sua piccola brandendo il biberon a mo&#8217; di macete: «Non vi lascerò toccare la mia piccola, nazistoidi del capezzolo».</p>
<p>Secondo me Marge Simpson è un&#8217;eroina.</p>
<p>E adesso vorrei parlarvi di Belen.</p>
<h6>La sua colpa? Essere stata fotografata da <em>Chi</em> mentre acquistava in farmacia qualche prodotto per il suo pupo, inclusi – orrore! – un biberon e latte per neonati. Latte, mica metadone.</h6>
<p>La signora Rodriguez, recentemente passata dallo status di “più bella del reame” a quello di “mamma più criticata d&#8217;Italia”, è stata oggetto di critiche da parte di un&#8217;associazione dei pediatri. La sua colpa? Essere stata <a href="http://www.mami.org/sito/wp-content/uploads/belen-farmacia-213x300jpg.jpg">fotografata</a> da <em>Chi</em> mentre acquistava in farmacia qualche prodotto per il suo pupo, Santiago, nato lo scorso aprile dalla relazione con l&#8217;attuale compagno, nonché <a href="http://www.youtube.com/watch?v=LwrLEknTfAQ">futuro marito</a>, <a href="http://www.corriere.it/spettacoli/12_aprile_29/stefano-disse-quaranta-ragazze-scelgo-la-danzamaffioletti_07917aee-91c5-11e1-af61-83f104d3d381.shtml">Stefano De Martino</a>. Tra i prodotti acquistati – orrore! – un biberon e – orrore ancora più grande! – un barattolo di latte per neonati. (Nota: latte, mica metadone).</p>
<p>L&#8217;associazione Pediatri della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS) ha rilasciato una dichiarazione piuttosto piccata, dove si denuncia l&#8217;«intollerabile pubblicità occulta, vietata per legge, con chiari intenti commerciali verso modalità non naturali di nutrizione». Infatti: «Noi pediatri della SIPPS intendiamo denunciare ogni pubblicità occulta di latte artificiale, biberon e tettarelle soprattutto quando sfrutta immagini di personaggi di grande visibilità mediatica per dare messaggi gravemente fuorvianti come l’utilizzo di latte artificiale a discapito del latte materno», ha <a href="http://www.helpconsumatori.it/new-media/informazione/pubblicita-occulta-pediatri-contro-foto-di-belen-con-latte-artificiale/65917">affermato</a> il presidente dell&#8217;associazione Giuseppe Di Mauro.</p>
<p>Alla bacchettata, che tra l&#8217;altro le è valsa un <a href="http://tv.fanpage.it/belen-rodriguez-riceve-il-tapiro-ma-ribatte-ognuno-cresce-i-figli-come-vuole/">Tapiro d&#8217;oro</a> (il terzo della sua carriera, credo), Belen ha risposto serafica: «<em>Ognuno cresce i figli come meglio gli pare</em>». Il che, ai miei occhi, fa di lei un&#8217;eroina quasi quanto la Marge Simspon della puntata sulle uber mammine.</p>
<p>A sostegno della loro collera, i Pediatri Indignati citano un decreto ministeriale del 9 aprile 2009 che vieta la pubblicità di latti artificiali, in base alle direttive europee sulla commercializzazione dei sostituti del latte materno. Loro, formalmente, non rimproverano alla signora Rodriguez di dare la tettarella al figlio (fatti suoi), bensì di avere fatto della «pubblicità occulta» al latte artificiale, cosa peraltro illegale. Ora, io non ho<em> prove</em> per dimostrare che Belen <em>non </em>abbia alcun accordo segreto con le Cattive Multinazionali che producono alimenti per neonati. Mi chiedo, in compenso, se i Pediatri Indignati abbiano qualche elemento per provare che un accordo segreto ci sia. E, se ben ricordo, in mancanza di prove vale la presunzione d&#8217;innocenza.</p>
<h5>Il messaggio che è passato è: Belen dovrebbe vergognarsi. Sono cose da fare con un po&#8217; di discrezione, che sennò si rischia di dare il cattivo esempio (stiamo sempre parlando di latte, non di metadone)</h5>
<p>Il sottotesto, però, è un altro. Il messaggio che è passato è che <em>Belen dovrebbe vergognarsi</em>. Che se dai a tuo figlio latte artificiale non sei una brava madre – e poco importa che sia una sostituzione totale a quello materno o una semplice “aggiunta”, che sia per scelta o per necessità. Anzi, a dirla tutta, il fatto che una donna possa non allattare <em>per scelta,</em> di questi tempi, non è neppure preso in considerazione. La stessa Belen, del resto, ha sentito il dovere di giustificarsi davanti al microfoni di <em>Striscia la Notizia</em>: «il bambino ha fame e non dorme». Morale della favola? Il latte in polvere è qualcosa di cui ci si deve vergognare. È concepibile utilizzarlo solo in gravi casi di necessità. E, anche in questi casi, sono cose da fare con un po&#8217; di discrezione, che sennò si rischia di dare il cattivo esempio (Nota: stiamo sempre parlando di latte, non di metadone).</p>
<p>Seriamente, nessuno mette in dubbio che il latte materno sia più sano rispetto alle «modalità non naturali di nutrizione», per utilizzare l&#8217;espressione dei Pediatri Indignati. Proprio come una ratatouille a base di verdure biologiche fa sicuramente meglio alle vostre coronarie di un doppio Crispy Mcbacon – a proposito: Belen ha fatto anche la pubblicità di McDonald&#8217;s, la cattivona è proprio al soldo delle multinazionali.</p>
<p>Il problema è che, senza nulla togliere agli indubbi benefici alla salute del bambino, sull&#8217;allattamento al seno si è creato, in Italia ma anche all&#8217;estero, un clima un po&#8217; troppo talebano. Che, talvolta, scade anche in toni accusatori nei confronti delle madri che, per necessità o per (Dio non voglia!) scelta, decidono di percorrere altre strade.</p>
<p>Sulla stampa americana se ne discute già da un po&#8217;.</p>
<p>C&#8217;è una vera e propria “polizia dell&#8217;allattamento”,<a href="http://ideas.time.com/2013/05/13/viewpoint-the-breastfeeding-police-are-wrong-about-formula/"> scrivev</a>a recentemente su <em>Time magazine</em> Amy Tuteur (professione: medico), che descriveva situazioni reali non poi tanto dissimili dalla scena “mammine cool contro Marge Simspon” di cui sopra. «L&#8217;allattamento al seno è passato dall&#8217;essere una scelta ideale per le neo mamme a un prerequisito obbligatorio per una “buona” genitorialità. Le donne che non allattano, per qualsiasi ragione, in ogni caso personale, ora devono confessarlo sottovoce», <a href="http://www.theatlantic.com/health/archive/2012/07/a-womans-right-to-choose-not-to-breastfeed/260530/">scriveva</a> sull&#8217;<em>Atlantic</em> Gayle Tzemach Lemmon. Che, comprensibilmente, si domanda: «Quand&#8217;è, esattamente, che esercitare un diritto personale su cosa fare per il tuo bambino (e con il tuo corpo) è diventato una discussione pubblica, aperta al giudizio degli altri?».</p>
<h6>Un clima che «infantilizza le donne, dicendo loro che non sono abbastanza adulte da decidere per se stesse e la loro famiglia»</h6>
<p>In particolare, la giornalista dell&#8217;<em>Atlantic</em> criticava una proposta di legge, a New York, che vietava la distribuzione di campioni gratuiti di latte in polvere negli ospedali, in quanto avrebbe potuto “invogliare” le puerpere a non allattare. Il problema di una normativa del genere, sostiene Tzemach Lemmon, sta nel fatto che «infantilizza le donne, dicendo loro che non sono abbastanza adulte da decidere per se stesse e la loro famiglia».</p>
<p>Ora, della legge di New York non m&#8217;importa più di tanto, e comunque a me i campioni gratuiti negli ospedali non sono mai piaciuti (in Lombardia, comunque, ti rifilano creme e pannolini). Ma secondo me l&#8217;osservazione solleva una questione più ampia sulla riduzione delle puerpere allo status di bambine, per lo più idiote.</p>
<p>Viviamo in un&#8217;epoca in cui la maternità, intesa come il se diventare madre o no, è sempre più una scelta. Ma anche in un periodo in cui la maternità, intesa come il modo di crescere i propri figli, lo è sempre meno: si dà quasi per scontato che le madri (per non parlare dei padri, poveretti!) non posseggano né gli strumenti, né tanto meno l&#8217;autorità, per decidere che cosa è meglio per i loro figli, e la sfuriata dei Pediatri Indignati ne è una prova. Peccato. Perché, come diceva Tzemach Lemmon, «l&#8217;avere appena partorito un bebè non fa di te automaticamente un bebè». Forse bisognerebbe partire da questo.</p>
<h4>(Photo by Stefania D&#8217;Alessandro/Getty Images)</h4>
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		<title>Arianna Occhipinti</title>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2013 23:58:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Viticoltrice siciliana classe 1982, Arianna Occhipinti è uno dei venti italiani under 35 che abbiamo deciso di raccontare sul nuovo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Viticoltrice siciliana classe 1982, Arianna Occhipinti è uno dei venti italiani under 35 che abbiamo deciso di raccontare sul <a href="http://www.rivistastudio.com/ultimo-numero/" target="_blank">nuovo numero</a> di Studio. La storia di copertina &#8220;I giovani non esistono&#8221; sarà presentata questa sera alla <a href="http://www.rivistastudio.com/editoriali/media-innovazione/il-nostro-festival/" target="_blank">Triennale di Milano</a>. </em></p>
<p>«Scusate se sono venuta a mani vuote! Non è da me» debutta così Arianna Occhipinti prima di raccontarci di quando all&#8217;aeroporto di Los Angeles le hanno sequestrato un cabaret di dolci di Caltagirone «perché credevano che lo zucchero a velo fosse cocaina» sorride. Chiuso l&#8217;aneddoto che fa di questa viticoltrice una Jackie Brown, la donna più osservata dell&#8217;enologia italiana si fa seria. E combattiva.</p>
<p>Ha il profilo di una squaw, i polsi suggellati da cimeli dorati e le borse sotto gli occhi «quelle che ti contraddistinguono come siciliana che soffre di anemia mediterranea». Arianna Occhipinti è un vulcano che ha scosso il Vinitaly, la California e anche monopolio di stato norvegese. Ma niente politichese con una che è salita e scesa dal palco del concerto del Primo Maggio «per fare il mio lavoro: i lavoratori non sono solo gli operai. C&#8217;è anche l&#8217;agricoltura». Soprattutto Arianna Occhipinti si è già stancata dei &#8220;miasmi&#8221; politici che lasciano certi discorsi: «Smettiamola: non c&#8217;è nessun conflitto tra vini naturali e convenzionali: detesto etichettare concetti. Quando ho iniziato lo facevo anch&#8217;io. Risultato: mi sono ghettizzata da sola. L&#8217;argomento è molto semplice: rispetto la natura perché ricevo, e voglio ancora ricevere, dalla natura».</p>
<h5>«Non bisogna per forza partire da qualcosa di enorme: io ho iniziato con un solo ettaro, se ne avessi presi di colpo trenta avrei dovuto anche farmi crescere degli attributi maschili…».</h5>
<p>I vini biodinamici che questa trentenne ha iniziato a coltivare nel 2004 sono il fiore all&#8217;occhiello del biologico italiano, quattro uve autoctone (Albarello, Nero d&#8217;Avola, Moscato e Frappato) in 30 ettari a Vittoria, in provincia di Ragusa «un luogo che sembra il Messico, dove non si fa nulla: solo si aspetta che cresca l&#8217;uva e la verdura». Arianna conta gli anni utilizzando come metro di misurazione le vendemmie, e a differenza delle sue compaesane e colleghe donne che hanno alle spalle cantine di famiglia come Planeta e Donnafugata, l&#8217;imprenditrice siciliana ha iniziato in piccolo: «Non bisogna per forza partire da qualcosa di enorme: io ho iniziato con un solo ettaro, se ne avessi presi di colpo trenta avrei dovuto anche farmi crescere degli attributi maschili…Per questo vorrei realizzare dei corsi pratici di una decina di giorni, per trasmettere tutte le basi per iniziare a coltivare quel solo ettaro».</p>
<p>Chioma corvina e scarpe da barca la Occhipinti è esplosa nella vendemmia scorsa e si è presentata al Vinitaly 2013 con una sicurezza che è particolarmente piaciuta ai media, «la situazione ultimamente è degenerata» scherza guardando l&#8217;obiettivo del fotografo «mia nonna mi dice &#8220;ma cosa ti porta tutta questa visibilità? Di certo non incrementi la produzione!&#8221;» E sarebbe difficile infatti incrementare la produzione di un vino biologico che nasce in quantità limitata come Arianna racconta nel nuovo libro edito da Fandango, <em>Natural Woman, </em>«però è vero che questa visibilità fa bene all&#8217;azienda agricola in quanto laboratorio di idee: non cresce il numero delle bottiglie ma tutto quello che è legato a questa produzione sì».</p>
<p>Le squilla nuovamente il telefono, il suo accento riempie la stanza «se hai finito con l&#8217;interceppo vai pure all&#8217;altra vigna», nell&#8217;impartire consegne la Occhipinti si rivela per quello che è, ovvero un&#8217;imprenditrice appena trentenne con il senso della responsabilità di una cinquantenne: «I miei ragazzi mi chiamano ogni volta che si spostano da una vigna all&#8217;altra, nove anni fa ho deciso di avere e dirigere un&#8217;azienda agricola e da allora non ho più lasciato indietro nulla, tutto deve essere controllato. Sto lavorando su me stessa per controllare la veemenza con cui vivo».</p>
<p>Cresciuta praticando la vela «quella da combattimento» Arianna sa che una scelta di vita – e di business – come la sua la inchioda a Vittoria, «amo il mio lavoro perché è un progetto a lunga scadenza. Gli anni li danno le vendemmie e nei mesi in cui non succede nulla, ma aspetti solo che venga pronto il vino, puoi fare moltissime altre cose. Non lascerei mai la Sicilia, perché riesce ancora a stupirmi. Anche se delle volte ti devi allontanare, per amarla di più. E per respirare». Per cambiare aria nei suoi polmoni la produttrice di vini vola a San Francisco. «La California è il secondo mercato per me: vendo molto, anche perché c&#8217;è una cultura del cibo e del vino immensa. Loro si buttano. E imparano».</p>
<p>Anche lei si è buttata in una sfida al fotofinish, nel 2010, quella di vincere il bando di concorso per entrare nel mercato norvegese (dove l&#8217;alcool è gestito dal monopolio di Stato), «ho saputo del bando tre giorni prima che scadesse: mi hanno chiesto seimila bottiglie. Non le avevo subito. Ma se vuoi vincere vinci». Oggi, con 18mila bottiglie, Oslo è il suo nuovo pied-à-terre.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Padania Classics</title>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2013 23:03:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A vent&#8217;anni per qualche tempo ho fatto il magazziniere in un&#8217;azienda del sud-est di Milano, vicino al comune di San [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A vent&#8217;anni per qualche tempo ho fatto il magazziniere in un&#8217;azienda del sud-est di Milano, vicino al comune di San Donato e nel cuore di uno dei distretti industriali sparsi sulla cintura della città. Non era lontano neppure dall&#8217;Abbazia di Chiaravalle, nelle belle giornate riuscivo a intravedere la sua torre nolare fasciata da una pellicola di smog. A ignorare l&#8217;inquinamento era una bella vista. Sfortuna era anche l&#8217;unica. Se puntavo lo sguardo altrove il paesaggio si caratterizzava infatti per un&#8217;incessante collana di fabbriche più o meno identiche, depositi di materiali esausti più o meno nocivi, magazzini di corrieri più o meno movimentati,  pompe di benzina più o meno malfamate, mense self-service più o meno terribili. Dappertutto mi sembrava di respirare un&#8217;aria da ultima frontiera della civiltà: un Far-West di ritorno con l&#8217;unica differenza che l&#8217;oro non si pesava in pepite ma in documenti di trasporto. Qualche volta mi spedivano altrove, a portare o a ritirare della merce, e con la macchina mi tuffavo ancora più a sud nella piena della pianura che schiuma tra Lodi, Crema e Milano, e lì mi infilavo in un altro panorama ancora: un fondale di buche nell&#8217;asfalto larghe come testuggini, rotatorie fantasma, nani da giardino alti un metro, cartelloni pubblicitari di dimensioni sconsiderate e nel mezzo del nulla alberi che deambulavano scheletrici a un passo da centraline elettriche in disuso. Anche quella era Padania.</p>
<p>In tutti questi anni solo la lettura de <em>L&#8217;ubicazione del bene</em> di Giorgio Falco mi aveva riportato quel periodo alla mente con la stessa nitida chiarezza della scoperta di una pagina Facebook dove, da un paio di mesi, qualcuno sta raccogliendo foto di paesaggi tipici della cosidetta &#8220;macroregione&#8221;. &#8220;Tipici&#8221; forse però non è la parola giusta. &#8220;Classici&#8221; funziona meglio e infatti la pagina si chiama proprio <em><a href="https://www.facebook.com/pages/Padania-Classics/545649335468363" target="_blank">Padania Classics</a></em>. Data la mia passata familiarità con quel genere di &#8220;belvedere&#8221;, <em>PC </em>ha immediatamente attivato la mia curiosità ancora prima di scoprire che alle sue spalle c&#8217;era un progetto con un intento un po&#8217; più articolato della semplice goliardia e un artista, nonché una persona, che per varie ragioni stimo molto: <a href="http://www.filippominelli.com/" target="_blank">Filippo Minelli</a> (su <em>Studio</em> avevamo già <a href="http://www.rivistastudio.com/editoriali/arte/non-chiamateli-graffiti-sulle-parole-di-filippo-minelli/" target="_blank">parlato di lui</a>). Un giorno ci siamo dati appuntamento su Skype e abbiamo chiacchierato un po&#8217;, essenzialmente della macroregione padana a cui entrambi dobbiamo i natali (io a Milano, Filippo a Brescia).</p>
<p><em>Come è nata l&#8217;idea di Padania Classics?</em></p>
<p>Sono anni che nel corso di tutti i miei viaggi all&#8217;estero, dall&#8217;Europa al Nepal,  ho il pallino di puntare l&#8217;occhio verso situazioni estetiche più o meno &#8220;orride&#8221;, architetture esteticamente &#8220;arroganti&#8221; e altri manufatti di questo genere; specialmente quando queste coinvolgono spazi pubblici. Vuoi per esigenza di documentazione, vuoi per semplice divertimento. Ora che, per ragioni di salute, mi trovo bloccato nella &#8220;macroregione&#8221; mi è venuto naturale spostare questo interesse sul mio territorio, a due passi da casa mia, e quindi di conseguenza sull&#8217;estetica dell&#8217;infrastruttura e della comunicazione Padana che, quanto a degrado estetico, non ha nulla da invidiare ad altri angoli del mondo, anzi.</p>
<p><em>Una cosa interessante di Padania Classics è che viaggia su due canali: da una parte c&#8217;è <a href="http://padaniaclassics.tumblr.com/" target="_blank">un Tumblr</a>, piuttosto pulito, e dall&#8217;altra invece una pagina Facebook dove invece spesso le immagini si accompagnano a testi decisamente ironici o a iniziative &#8220;situazioniste&#8221; come il concorso  &#8221;Riconosci quest&#8217;angolo di Padania&#8221;. E&#8217; un semplice adeguamento alla natura dei due strumenti o sono in qualche modo due progetti differenti, uno più serioso e l&#8217;altro più sbeffeggiante?</em></p>
<p>Sono due parti del progetto fin dall&#8217;inizio. Tumblr è il luogo in cui mi limito a fare della documentazione e l&#8217;utente dovrebbe cogliere la collezione d&#8217;immagini senza nessun tipo d&#8217;influenza critica o ironica mentre la pagina Facebook l&#8217;ho messa in piedi nel pieno stile della &#8220;macroregione&#8221;,  assecondando il format di quelle migliaia di pagine Facebook &#8220;padane&#8221;, o comunque suburbane, che tentano di comunicare qualcosa alle persone con un linguaggio spesso così grezzo che è difficile distinguere tra ironia voluta e involontaria.</p>
<p><em>C&#8217;è anche l&#8217;intenzione di proporre una critica al concetto di Padania e di orgoglio padano che da anni propugna la Lega?</em></p>
<p>In parte sì ma più che altro quello che m&#8217;interessava e m&#8217;interessa è evidenziare che al di là della politica esista un&#8217;estetica della Padania che per quanto la si voglia dipingere come una piccola Germania, Svizzera o Olanda&#8230; beh è &#8220;solo&#8221; la Padania. Probabilmente nella testa di un Leghista corrisponde a un&#8217;estetica diversa da quella, piuttosto desolante, che emerge dalle mie foto ma da abitante della provincia di Brescia mi sento di essere sufficientemente conoscitore di quell&#8217;estetica per dire che se anche magari non si esaurisce completamente nei miei soggetti, comunque quel tipo di Padania esiste, sia nelle infrastrutture sia nella testa delle persone. Poi sì, come dici, Padania Classics vuole anche essere un modo per sottolineare che vent&#8217;anni di Lega non sono passati inosservati per quanto riguarda quel che ne è rimasto sul territorio. Negli ultimi vent&#8217;anni, se guardi alla pianificazione e alla non tutela del paesaggio, qualche danno ulteriore rispetto a quelli pre-esistenti &#8211; risultati dai boom economici più generalizzati dei &#8217;60 e &#8217;80 &#8211; è stato fatto.</p>
<p><em>Da &#8220;conoisseur&#8221; quali sono a tuo parere i tratti estetici predominanti nella macroregione?</em></p>
<p>Potrei dirti i manifesti giganti  photoshoppati in modo grezzissimo che proliferano ovunque per promuovere qualunque cosa, dall&#8217;orto botanico al Sexy Shop, oppure i depositi di materiali abbandonati o le gru su cantieri fantasma all&#8217;orizzonte ma secondo me più di tutto è rilevante il modo in cui quest&#8217;estetica ha condizionato e condiziona il modo di vivere delle persone. Credo che la &#8220;macroregione&#8221; sia uno dei pochi luoghi sulla faccia della terra in cui, teoricamente, puoi svegliarti la mattina in un hotel in una zona industriale, fare colazione in una zona industriale, lavorare in una zona industriale, fare pausa pranzo in una zona industriale, tornare a lavorare in una zona industriale, andare a bere o ballare in una zona industriale e la sera tornare a dormire in hotel in una zona industriale. Da questo approccio all&#8217;esistenza poi ovviamente consegue tutta un&#8217;estetica: la zona industriale non solo come zona industriale, come anomalia o semplice luogo di lavoro, ma come nuova estetica della vita suburbana.</p>
<p><em>L&#8217;estetica che catturi &#8211; nella scelta dei soggetti, dei colori e dei tagli &#8211; è piuttosto desolata, desolante e quasi metafisica. Avevi in mente dei modelli &#8211; su due piedi tagliando un nome con l&#8217;accetta penserei a Ghirri, -oppure è tutto documentarismo senza particolari esigenze fotografiche?</em></p>
<p>Sicuramente c&#8217;è o c&#8217;è stato di recente tutto un revival nell&#8217;arte e nella fotografia legato a nomi come Ghirri o altri, ma sinceramente non sono mai stato a farmi troppi problemi di modelli o di antecedenti anche perché in questo progetto la fotografia è principalmente un hobby documentaristico e la documentazione è la cosa che più mi interessa, prima della resa qualitativa o meno del singolo scatto in sé.</p>
<p><em>Ribaltando una tua risposta precedente &#8211; guardandola con l&#8217;occhio del documentarista, dell&#8217;artista ma soprattutto dell&#8217;osservatore e abitante del luogo &#8211; che tipo di mentalità crea l&#8217;estetica &#8220;padana&#8221;?</em></p>
<div>Più che altro penso che sia un&#8217;estetica della rassegnazione e dello straniamento. Quando realizzi che tutto ciò che hai intorno, dal paesaggio, al lavoro, all&#8217;edificato, passa e muta costantemente, che qualche anno dopo viene modificato o scompare del tutto senza lasciare nessun segno che valga davvero la pena ricordare beh in qualche modo finisci con l&#8217;assuefarti al surreale. In fondo la &#8220;macroregione&#8221; è dentro di noi.</div>
<div><em>Mi mandi le tre foto che per te meglio esprimono il progetto?</em></div>
<div>Queste:</div>
<div><img class="aligncenter size-large wp-image-29141" title="IMG_5225" src="http://www.rivistastudio.com/wp-content/uploads/2013/05/IMG_5225-1024x682.jpg" alt="" width="393" height="262" /></div>
<div><img class="aligncenter size-large wp-image-29139" title="IMG_5697" src="http://www.rivistastudio.com/wp-content/uploads/2013/05/IMG_5697-1024x682.jpg" alt="" width="393" height="262" /></div>
<div><img class="aligncenter size-large wp-image-29140" title="IMG_5180" src="http://www.rivistastudio.com/wp-content/uploads/2013/05/IMG_5180-1024x682.jpg" alt="" width="393" height="262" /></div>
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		<title>Lo spot con cui Microsoft sfotte l’iPad Apple</title>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2013 14:36:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>studio</dc:creator>
				<category><![CDATA[In breve]]></category>

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		<description><![CDATA[Microsoft ha deciso di sferrare l&#8217;attacco alla rivale Apple, ad iniziare da un segmento di mercato dove la mela di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-29102" title="Schermata 2013-05-23 a 16.49.25" src="http://www.rivistastudio.com/wp-content/uploads/2013/05/Schermata-2013-05-23-a-16.49.25.png" alt="" width="791" height="443" /></p>
<p>Microsoft ha deciso di sferrare l&#8217;attacco alla rivale Apple, ad iniziare da un segmento di mercato dove la mela di Cupertino domina: quello dei tablet. Nell&#8217;ultimo spot del suo Asus Vivo Tab, la casa di Windows 8 mette a confronto le capacità dell&#8217;iPad e Siri &#8211; il celebre assistente vocale  di iOS &#8211; con le caratteristiche del suo tablet, non senza qualcosa più di un velo di ironia: a prezzo molto maggiorato rispetto ai rivali, Apple sembra fornire un prodotto più &#8220;d&#8217;effetto&#8221; e meno pratico.</p>
<p><iframe width="640" height="360" src="http://www.youtube.com/embed/86JMcy5OqZA" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E pensare che, fino a poco più di un anno fa, Siri aveva fatto il suo ingresso nel mondo patinato dell&#8217;advertising con due testimonial d&#8217;eccezione: Samuel L. Jackson (qui sotto) e Zooey Deschanel.</p>
<p><iframe width="640" height="360" src="http://www.youtube.com/embed/dhy0MYgLrIY" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma lo spot di Asus Vivo Tab ha diversa strada da fare per raggiungere la vetta della fama della pubblicità comparativa: il celeberrimo spot della campagna <em>Get a Mac</em> (quello che iniziava con <em>I&#8217;m a Mac/I&#8217;m a PC</em>), trasmesso dal 2006 al 2009, ebbe un&#8217;enorme fortuna e si guadagnò una serie infinita di spin-off (qui sotto la sua versione britannica).</p>
<p><iframe width="640" height="480" src="http://www.youtube.com/embed/8OY0-ewBHNs" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>Nell&#8217;immagine: uno screenshot da uno degli spot della campagna <em>Get a Mac</em></h4>
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		<title>Come funziona il diritto d’autore nello spazio</title>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2013 09:37:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>studio</dc:creator>
				<category><![CDATA[In breve]]></category>

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		<description><![CDATA[La settimana scorsa Chris Hadfield, professione astronauta, ha incantato il mondo suonando una cover di Space oddity di David Bowie. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-29086" src="http://www.rivistastudio.com/wp-content/uploads/2013/05/hadfield.jpg" alt="" width="643" height="428" /></p>
<p>La settimana scorsa Chris Hadfield, professione astronauta, ha incantato il mondo suonando una cover di <em>Space oddity</em> di David Bowie. La particolarità di questa esecuzione, che ha reso il video della performance virale, era che aveva avuto luogo sulla Stazione spaziale internazionale (ISS), di cui Hadfield è il comandante.</p>
<p>C&#8217;è però un problema che molti non considerano, spiega l&#8217;Economist: nello spazio non valgono i diritti d&#8217;autore? Il povero Bowie forse non merita qualche royalty per una performance interstellare?</p>
<p>La materia in esame è complessa: se intuitivamente la location dell&#8217;accaduto potrebbe far pensare a una zona franca della giurisdizione, in realtà la stazione orbitante si trova a &#8220;soli&#8221; 400 chilometri d&#8217;altezza, rimanendo nel raggio d&#8217;azione delle leggi sul copyright. E la matassa non accenna a dirimersi, se si considera che occorrerebbe calcolare su che paesi si trovava l&#8217;ISS al momento del video di Hadfield.</p>
<p>Senza contare che i diritti di licenza obbligatoria che regolano il successo di Bowie non permettono che eventuali cover del brano vengano trasmesse in video (come successo su Youtube). Ogni volta che il video dell&#8217;astronauta è stato visto in un determinato paese, Chris Hadfield potrebbe essere ipoteticamente diventato punibile dalle leggi sul diritto d&#8217;autore di quell&#8217;angolo di mondo.</p>
<p>Infine, la stessa Stazione è divisa in moduli e zone sottoposti a leggi diverse, in quanto fabbricati dall&#8217;Agenzia spaziale europea, dalla Nasa e da Russia e Giappone. A seconda di dove l&#8217;astronauta si trovava nel video (le partizioni di fabbricazione americana ed europea, parrebbe di capire), le regole a cui era soggetto cambiano. E così, se la canzone fosse stata trasmessa direttamente dallo spazio, David Bowie avrebbe potuto rivalersi nei tribunali americani, europei e canadesi (dove ha sede l&#8217;ente spaziale di cui fa parte il comandante).</p>
<p><iframe width="640" height="360" src="http://www.youtube.com/embed/KaOC9danxNo" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
(<em><a href="http://www.economist.com/blogs/economist-explains/2013/05/economist-explains-12" target="_blank">via</a></em>)</p>
<h4>Nell&#8217;immagine: il comandante Chris Hadfield</h4>
<p>&nbsp;</p>
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