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	<title>Rivista Studio</title>
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	<description>Studio tratta in maniera approfondita argomenti e storie su libri, cinema, arte, moda, design, musica, televisione, politica, economia e società.</description>
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	<title>Rivista Studio</title>
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		<title>Il reunion tour degli Oasis è finito alla Mostra del Cinema di Venezia, ed è stato un (ennesimo) trionfo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 07:35:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[Le scene più memorabili di Oasis: Don’t Look Back In Anger non sono quelle riprese dalle diciotto cineprese che hanno accompagnato i fratelli Gallagher in ben dodici date del tour della loro reunion, diventato simbolo stesso dell&#8217;estate 2025. Non sono nemmeno quelle girate da un gruppo selezionato tra i migliori direttori della fotografia al mondo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed centered article-body">Le scene più memorabili di <em>Oasis: Don’t Look Back In Anger</em> non sono quelle riprese dalle <strong>diciotto cineprese che hanno accompagnato i fratelli Gallagher in ben dodici date del tour della loro reunion,</strong> diventato simbolo stesso dell&#8217;estate 2025. Non sono nemmeno quelle girate da un gruppo selezionato tra i migliori direttori della fotografia al mondo per raccogliere in modo indipendente e creativo le storie del pubblico della storica reunion della band di Manchester, che pure comprendono storie toccanti (su tutte, quella della giovane sopravvissuta alla bomba al concerto di Ariana Grande a Manchester nel 2017 che sente per la prima volta in vita sua &#8220;Wonderwall&#8221; cantata alla veglia per quanti non ce l&#8217;hanno fatta e poi la riascolta con decinea di migliaia di persone a Wembley). Le scene più significative ed emblematiche del documentario le hanno catturate <strong>dodici cineprese nascoste e operate da remoto, disseminate per il magazzino trasformato in sala prove in un&#8217;insospettabile zona industriale poco fuori Londra.</strong></p>
<p class="is-boxed centered article-body">La produzione di <em>Oasis: Don’t Look Back In Anger</em> è prevedibilmente faraonica quanto il tour che racconta e vede coinvolti nomi di massimo livello, tra cui <strong>Steven Knight</strong>, sceneggiatore di fama mondaile attualmente impegnato nella scrittura del prossimo film di James Bond. Nemmeno tutti i soldi che Disney ha allocato sul progetto, però, hanno potuto ovviare del tutto all&#8217;incognita, all&#8217;azzardo che ne è il presupposto: <strong>Liam e Noel Gallagher hanno acconsentito a fare un tour assieme a fronte del pagamento di una cifra spaventosa, ma ce la faranno a superare le divergenze umane?</strong> Dopo l&#8217;ultima, clamorosa lite nei camerini del concerto di Parigi del 2009 che portò alla cancellazione del tour europeo e alla loro scoparsa dalle scene, <strong>i due non si sono parlati per quindici anni,</strong> tanto che i loro figli nemmeno si conoscono. La versione ufficiale della storia vuole che siano tornati in un momento particolarmente oscuro e caotico a livello internazionale, per regalare un po&#8217; di quell&#8217;escapismo di cui le persone hanno disperatamente bisogno. Il cachet che percepiranno (talmente alto da proiettare un bel balzo in avanti il loro patrimonio già milionario)  sicuramente gioca un ruolo importante. Ma non esiste escapismo, non c&#8217;è denaro che tenga di fronte alla testardaggine di Liam e a quello che Noel definisce il suo <em>fatal flaw</em>: l&#8217;incapacità assoluta di perdonare.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">Così torniamo al deposito convertito in sala prove, con le cineprese chiamate a catturare un momento irripetibile e incredibilmente reso pubblico: <strong>il primo incontro tra i due fratelli dopo quindici anni di silenzio. </strong>È l&#8217;equivalente di certi documentari National Geographic in cui la sfida tecnica è catturare il comportamento di un raro animale selvaggio senza che venga infastidito dalla presenza degli esseri umani. La scena è straordinaria per come smonta una percezione molto rassicurante che ci ha regalato l&#8217;estate 2025: ovvero quella che<strong> la riconciliazione dei Gallagher sia stata tutto sommato abbastanza facile, scontata, ovvia.</strong></p>
<p class="is-boxed centered article-body">Noel lavora già da giorni al sound delle canzoni di un tempo da riportare sul palco, alla ricerca di qualcosa che il ritorno al suo fianco di Bonehead (lo storico chitarrista che abbandonò la band nel 1999)  gli consente di ritrovare dopo un decennio e più di frustrazione. Musicista che viene chiamato a fare da corpo cuscinetto, da<strong> ripieno non belligerante nel sandwich composto dai due fratelli Gallagher</strong>, parole sue. Quando finalmente Liam si palesa, sembra di vedere un gatto randagio che prende guardingo e un po&#8217; aggressivo le misure di un nuovo territorio. La prima cosa che fa è pretendere di far rimuovere due schermi acustici ai lati della batteria, dicendo che lo fanno incazzare. È quasi una prova di forza, con Noel che si distanzia e limita le interazioni al minimo e solo sul fronte musicale. La non-iterazione molto inglese con cui il duo affronta il primo incontro mette una prima pezza, a cui segue una nervosa performance in cui Liam canta, gli altri suonano preoccupati. Lui tira fuori una sorta di finta sigaretta con cui placare la voglia di accendersi una vera cicca. Canta un brano, afferra il borsone nero Adidas che ha abbandonato con nonchalance sul pavimento e se ne va senza nemmeno salutare.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">Da anni Liam non beve, non fuma, non fa più cazzate. Nelle settimane successive <strong>finge «che non gliene freghi un cazzo», che è «una cosa coraggiosa da fare, specie quando in realtà t&#8217;importa molto».</strong> È il suo modo contorto eppure lucido di raccontare il tentativo di uscire dall&#8217;impasse in cui sono bloccati lui e il fratello. È lui ad abbracciarlo mentre salgono sul palco della prima data del tour. A Cardiff l&#8217;impietosa cinepresa IMAX cattura l<strong>o spaesamento di Noel sia per l&#8217;esternazione del fratello</strong> sia per l&#8217;energia e l&#8217;emozione che salgono dalla platea fino al palco. Suona per i successivi quaranta minuti senza nemmeno rendersi conto di cosa stia facendo, <strong>travolto dalla componente emotiva di una tournée </strong>che ha pianificato musicalmente al millimetro ma <strong>grandemente sottovalutato a livello umano.</strong></p>
<p class="is-boxed centered article-body">Con a disposizione centinaia di ore di girato, <em>Oasis: Don’t Look Back In Anger</em> sceglie saggiamente di procedere in ordine cronologico, così da non dover nemmeno sottolineare se non con la progressiva giustapposizione di scene <strong>come Liam diventi sempre più affettuoso, Noel sempre meno rigido</strong> e l&#8217;incertezza sulla fattibilità di questo tour si trasformi in un trionfo. Certo, poi non manca il codazzo di retorica e di buoni sentimenti, di padri che portano i figli a vedere la band del cuore di entrambi, costringendo più volte Noel a girarsi di spalle perché la visione lo commuove. Il documentario è prevedibile quanto richiesto ma sorprendente quando mette a segno un paio di colpi da maestro. La sua descrizione dei caratteri dei due Gallagher è perfettamente calzante a quanto il pubblico immagina da decenni. Liam è quello a cui il pubblico fa passare praticamente ogni cazzata, parole di Noel, «comportamenti che se tentassi di ripetere io sul palco risulterei un povero coglione». Noel è quello che nessuno si aspetta mandi all&#8217;aria la cosa, preciso e spesso pronto all&#8217;inaspettata commozione, che si ritrova <strong>un fratello genuinamente felice di vederlo riportare sul palco delle canzoni che definisce «pezzi della sua anima».</strong></p>
<p class="is-boxed centered article-body">Un dubbio di fondo però rimane, perché le voci dei fratelli rimangono fuori campo e si alternano a commento delle immagini. Tanto che è impossibile non chiedersi se la reunion dei Gallagher <strong>non sia una tregua armata a malapena mascherata per far funzionare il doc.</strong> Invece Knight sta solo giocando con le nostre aspettative: alla fine i Gallagher <strong>appaiono insieme nella loro prima intervista congiunta da oltre vent&#8217;anni,</strong> seduti al tavolo di un pub, alla mano e sorridenti, con una rilassatezza quasi dissonante. Certo sono invecchiati, non sono più le mine vaganti di un tempo: Noel spiega che non riesce più a tirare le quattro di mattina bevendo Guinness nei pub. Sono ricchi, sono mariti, sono padri e, grazie al lavoro necessario per riportare dal vivo un repertorio musicale sopravvissuto indenne al loro allontanamento dalle scene, sono pronti a tornare a essere fratelli.  Dal palco scoprono che <strong>buona parte del loro pubblico attuale ai tempi delle litigate non c&#8217;era</strong>: sono under 30 per cui le canzoni di <em>Definitely Maybe</em> e degli altri album hanno una valenza emotiva ancora maggiore che per il pubblico degli anni Novanta.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">Il bello di <em>Oasis: Don’t Look Back In Anger</em> è insomma che, per quanto pianificato, ben finanziato e realizzato con la prospettiva di guadagnare ancora di più da una delle reunion musicali più proficue degli ultimi cinquant&#8217;anni, <strong>ha in sé una componente imprevedibile, improvvisata e irripetibile. </strong>Ha dietro uno studio come Disney e avrà presumibilmente attraversato un processo di revisione e veto da parte degli stessi protagonisti, che si riscoprono maestri zen con la schietta calata di Manchester nell&#8217;elogiare il salvifico potere del perdonare gli altri e sé stessi. Eppure ci consegna un miracolo positivo, ricordandoci quanto il lieto fine che conosciamo non fosse assolutamente scontato, oltre a piccoli scorci di una domesticità inaspettata. Per quindici anni non si sono mai visti né hanno permesso ai loro figli d&#8217;incontrarsi,<strong> ora si scambiano video sciocchi trovati in giro su Internet o commentano quel che vedono in TV. </strong>E allora ci sta pure il consiglio finale di Liam, che sarebbe di una stucchevolezza inaccettabile, non fosse declinato con quella schietta sfrontatezza della working class di Manchester che non si è mai scrollato di dosso, nemmeno ora che è plurimilionario:<strong> «Non fate gli stronzi. Se proprio dovete essere degli stronzi, siate almeno degli stronzi divertenti».</strong></p>
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		<title>C&#8217;è una casetta che è rimasta miracolosamente intatta nell&#8217;inondazione in Nepal e nessuno sta riuscendo a spiegare come sia stato possibile</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/nepal-casa-inondazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 16:21:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Cambiamento Climatico]]></category>
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					<description><![CDATA[È di colore turchese, sul balcone del terzo piano c&#8217;è ancora la lavatrice, con accanto una pila di biancheria. Sopra, sul tetto, sono intatti i serbatoi dell&#8217;acqua, lo scaldabagno, il piccolo tempio di famiglia e le piante. Dei primi due piani, invece, restano i pilastri e quasi niente altro. L&#8217;avete probabilmente vista in uno dei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">È di colore turchese, sul balcone del terzo piano c&#8217;è ancora la lavatrice, con accanto una pila di biancheria. Sopra, sul tetto, sono intatti i serbatoi dell&#8217;acqua, lo scaldabagno, il piccolo tempio di famiglia e le piante. Dei primi due piani, invece, restano i pilastri e quasi niente altro. L&#8217;avete probabilmente vista in uno dei tanti video dell&#8217;inondazione in Nepal circolati online nella scorsa settimana (mercoledì 26 agosto): è la casa della famiglia Pyakurel a Dhunge Bazaar. <strong>È l&#8217;unica struttura rimasta in piedi in una distesa di fango e detriti, e da quando le foto hanno cominciato a girare sui social è diventata famosissima, tanto da essere ribattezzata la “casa miracolosa”. </strong>Ci sono persone che si arrampicano fino in cima al crinale che sta di fronte alla casa per guardarla e scattarle delle fotografie, su Google Maps ha ottenuto lo status di punto di riferimento, un pin tutto suo, ed è stata classificata come &#8220;attrazione a prova di alluvione&#8221;.</p>
<blockquote class="quote article-body nobottom  twitter-tweet" data-media-max-width="560">
<p class="is-boxed article-body" dir="ltr" lang="en">What a nightmare.<br />
Nepal<br />
Who the family that was trapped in the blue house are safe and alive! <a class="link-article" href="https://t.co/lMYGQB7o54">pic.twitter.com/lMYGQB7o54</a></p>
<p class="is-boxed article-body">— Elias kabere <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f1f0-1f1ea.png" alt="🇰🇪" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> (@kijanaGachagua) <a class="link-article" href="https://x.com/kijanaGachagua/status/2093277242709229855?ref_src=twsrc%5Etfw">August 28, 2026</a></p></blockquote>
<p class="is-boxed article-body"><script async src="https://platform.x.com/widgets.js" charset="utf-8"></script></p>
<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">Come racconta al <em>New York Times</em> <a class="link-article" href="https://www.nytimes.com/2026/09/02/world/asia/nepal-flood-miracle-house-dhunge-bazaar.html" target="_blank" rel="noopener">Chhatra Bahadur Pyakurel</a>, per più di un&#8217;ora la famiglia ha guardato la devastazione prima dal balcone e poi dal tetto, mentre il muro di acqua e detriti continuava ad alzarsi. <strong>«All&#8217;inizio non sapevamo cosa sarebbe successo né se saremmo sopravvissuti, ma dopo un po&#8217; ci siamo resi conto che non c&#8217;era più nulla che potessimo fare».</strong> Sul perché la casa abbia resistito circolano più spiegazioni: Pyakurel dice che i pilastri erano ancorati nella roccia con perforazioni profonde, c’è chi dice che «è stata risparmiata da Dio» e c&#8217;è chi sostiene che a proteggerla sia stato un crinale sporgente sul percorso della piena.</p>
<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">Intorno alla casetta dei Pyakurel non è rimasto niente. Secondo le stime più recenti, l&#8217;inondazione ha causato <strong>1200 vittime e quasi 4700 dispersi.</strong> Nel frattempo, i soccorritori, rallentati dalle piogge troppo forti e da un fango troppo molle per far atterrare gli elicotteri, hanno salvato più di 11 mila persone. Nel solo distretto di Nuwakot, dove si trova la “casa miracolosa”, le case completamente distrutte sono più di 1200 e altre 1000 sono gravemente danneggiate.</p>
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		<title>A 80 anni Paul Schrader ha provato l&#8217;ayahuasca e gli è piaciuta così tanto che ha deciso di farci un film</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/paul-schrader-ayuahasca/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 15:33:45 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[«Ne inizio un altro (di film, ndr) a gennaio. Lo chiamo il mio &#8220;film sulla droga&#8221;. Si intitola The Doors of Perception, e parla di ayahuasca. Il cast si sta formando, ma la vera protagonista è l&#8217;esperienza dei viaggi stessi. Ci sono circa 15 minuti di sequenze di trip. Volevo unire un&#8217;esperienza teatrale a un&#8217;esperienza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body">«Ne inizio un altro (di film, ndr) a gennaio. <strong>Lo chiamo il mio &#8220;film sulla droga&#8221;. Si intitola <em>The Doors of Perception</em>, e parla di ayahuasca.</strong> Il cast si sta formando, ma la vera protagonista è l&#8217;esperienza dei viaggi stessi. Ci sono circa 15 minuti di sequenze di trip. Volevo unire un&#8217;esperienza teatrale a un&#8217;esperienza immersiva. <strong>Sono stato in un ritiro di ayahuasca in Costa Rica un mese fa e ho fatto otto viaggi in due settimane. A 80 anni ce l&#8217;ho finalmente fatta</strong>!». Queste parole sono state dette da Paul Schrader ai microfoni di <a class="link-article" href="https://deadline.com/2026/09/paul-schrader-basics-of-philosophy-interview-venice-1237065393/"><i data-path-to-node="1" data-index-in-node="79">Deadline</i></a>, proprio mentre si trova a Venezia per presentare il suo nuovo film <i data-path-to-node="1" data-index-in-node="173">The Basics of Philosophy</i>. A 80 anni compiuti, dopo l&#8217;ultima fase della sua carriera passata a girare film su uomini soli in crisi esistenziale (<em>Master Gardnener</em>, <em>The Card Counter</em> e <em>First Reformed</em>), il regista di <em>American Gigolo</em> e <em>Mishima, </em>nonché<strong> sceneggiatore di <i data-path-to-node="1" data-index-in-node="357">Taxi Driver, Toro Scatenato </i>e<i data-path-to-node="1" data-index-in-node="357"> L&#8217;ultima tentazione di Cristo, </i>ha deciso che era giunto il momento di fare un ritiro speciale in Costa Rica, e procedere con otto dosi di ayahuasca in quattordici giorni per girarci sopra un – autodichiarato – &#8220;drug movie&#8221;.</strong></p>
<p class="is-boxed article-body" data-path-to-node="2"><strong><span data-path-to-node="2" data-index-in-node="27">Se il titolo vi ricorda qualcosa è perché riprende quello del famosissimo saggio</span> del 1954 di Aldous Huxley, <i data-path-to-node="2" data-index-in-node="141">Le porte della percezione.</i></strong> Nel libro, che tra le altre cose ispirò Jim Morrison a scegliere The Doors come nome per la sua band, lo scrittore raccontava la sua esperienza con la mescalina e sviluppava una teoria più ampia sulla coscienza, paragonando il cervello umano a una specie di &#8220;valvola riduttrice&#8221;. In pratica, per non farci travolgere dagli infiniti stimoli esterni la mente applica un filtro che riduce di molto quelle che sarebbero le infinite possibilità della nostra &#8220;Mind at Large&#8221;, coscienza illimitata. Le sostanze psichedeliche (oggi sempre più utilizzate anche per scopi terapeutici: noi ne abbiamo parlato spesso, ad esempio <a class="link-article" href="https://www.rivistastudio.com/rinascimento-psichedelico/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>) non fanno altro che disattivare questo filtro, spalancando le porte della percezione per mostrarci la realtà in tutta la sua bellezza. La stessa bellezza che speriamo di vedere nel film di Schrader (soprattutto nei 15 minuti di sequenze di trip che ci ha promesso).</p>
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		<title>Anne Carson ha scritto un bellissimo saggio per dire che ama follemente Rosalía</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/anne-carson-rosalia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 13:41:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[«I have a Rosalía hangover»: comincia così la recensione di un concerto di Rosalía firmata dalla grande poetessa Anne Carson pubblicato sulla London Review of Books. Un testo lungo 1283 parole in cui l&#8217;autrice di Autobiography of Red, 76 anni, racconta l&#8217;esperienza di aver assistito alla data a Chicago del tour dell&#8217;album LUX. Oltre a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body"><strong>«I have a Rosalía hangover»</strong>: comincia così la recensione di un concerto di Rosalía firmata dalla grande poetessa Anne Carson pubblicato sulla <a class="link-article" href="https://www.lrb.co.uk/the-paper/v48/n16/anne-carson/on-rosalia" target="_blank" rel="noopener">L<em>ondon Review of Books</em></a>. Un testo lungo 1283 parole in cui l&#8217;autrice di <em>Autobiography of Red</em>, 76 anni, racconta l&#8217;esperienza di aver assistito alla data a Chicago del tour dell&#8217;album <em>LUX</em>. Oltre a essere scioccata dal fascino e dal talento della cantante, e dalla facilità con cui è in grado di «sedurre ventimila persone ogni sera», Carson osserva con grande stupore il comportamento del pubblico intorno a lei. <strong>In particolare, sembra molto stupita dalle grida isteriche dei fan, che descrive così: «Stanno in piedi e strillano. Fatemelo ripetere. Per tutte le due ore del concerto ognuna di queste persone (eccetto C. e me) si alza dal proprio posto e strilla senza fermarsi. Non ho mai sentito un suono simile».</strong></p>
<p class="is-boxed article-body">Nonostante l&#8217;inquinamento sonoro dei fan, Carson sembra essere riuscita comunque a godersi il concerto e innamorarsi di Rosalía, come dimostra quando scrive: «<strong>La voce è una meraviglia.</strong> È un luogo comune che il flamenco richieda una voce adulta; la sua voce, in qualche modo ancora luminosa come quella di un&#8217;adolescente, potrebbe passare da meravigliosa a miracolosa in pochi anni. <strong>Si alza sopra il martellamento folle dell&#8217;impianto audio come una freccia d&#8217;argento sparata nello spazio, e loro urlano, e lei si alza, e loro urlano, e lei si alza. Un&#8217;adorazione totale si riversa verso di lei dalle sedute</strong>».</p>
<p class="is-boxed article-body"><strong>Se la voce della cantautrice la entusiasma, Carson è invece un po&#8217; scettica sul contenuto delle sue canzoni</strong>: «I testi, in molte lingue, vengono proiettati su uno schermo sopra il palco. Da dove sono seduta riesco a vedere solo metà dello schermo. Molte sembrano metafore azzardate tradotte con Google Translate, ma non sono la giudice migliore. Di sicuro è tutto meglio in originale». A dir la verità non la convince troppo neanche il modo in cui Rosalía mescola «il meccanismo della canzone pop e l&#8217;emozione mistica tradizionale». E non le è troppo chiaro nemmeno il senso di andare a un concerto per dover guardare la cantante e i ballerini negli schermi giganti perché a occhio nudo non sono che dei puntini lontanissimi.</p>
<p class="is-boxed article-body">Eppure Carson continua a spendere parole molto belle per descrivere la popstar e i sentimenti che suscita: «Pretendiamo eroismo dai nostri intrattenitori. Vogliamo che si sacrifichino fino a un certo grado estremo di impegno. Nessuno può cantare così forte, eppure lei lo fa. Nessuno può ballare così duramente e a lungo, ma lei continua.<strong> Nessuno può sopravvivere a un&#8217;adorazione così intensa, ma siamo noi a uscirne strizzati come spugne mentre la guardiamo, il cuore che batte forte, leggermente impauriti di cosa verrà dopo</strong>». E ancora: «<strong>La invidio? Certo che sì.</strong> <strong>A 33 anni è l&#8217;incarnazione del glamour e della forza femminile. Sa mettere il broncio, posare, parodiare la propria seduttività – questo è il nuovo femminismo. Mi affascina.</strong> <strong>A differenza di Björk, che scompare dalla femminilità rifugiandosi in altre specie, Rosalía va più a fondo nel femminile stesso, scavando dentro di esso, oltre le mutilazioni del flamenco, fino a un luogo di potere dove si sente nuova, e poi butta indietro la testa e ride come una vela nel vento</strong>».</p>
<p class="is-boxed article-body">Un amore, quello di Carson per Rosalía, che però non impedisce alla sua attenzione di tornare, alla fine, a concentrarsi sui ventimila fan della popstar e sul loro comportamento: «Il pubblico di Rosalía: in generale non traggo alcun conforto da queste persone. A volte, assistendo a una grande esibizione, il pubblico sviluppa un cameratismo, la sensazione di essere tutti qui insieme a remare su e giù tra le onde di questo genio. Qui niente del genere. <strong>Qui ognuno è innamorato singolarmente di Rosalía, occupato a immaginare la propria vita con lei, le sue private salvezze</strong>». <strong>Adesso noi sogniamo una rubrica in cui Anne Carson recensisce tutti i più grandi concerti delle star della musica pop contemporanea: Bad Bunny, Sabrina Carpenter, Olivia Rodrigo, ecc.</strong></p>
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		<title>La strana, stranissima storia che ha portato un collettivo antifascista italiano nella lista delle organizzazioni terroristiche degli Stati Uniti</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/collettivo-autistici-inventati-stati-uniti-terrorismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 13:30:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L&#8217;annuncio è arrivato mercoledì scorso (26 agosto) da parte del Segretario di Stato Marco Rubio e del Segretario al Tesoro Scott Bessent: sanzioni antiterrorismo contro l&#8217;A/I Collective, il collettivo italiano, noto anche come Autistici/Inventati, che offre servizi di posta elettronica anonima, chat email crittografate, hosting, software di videoconferenze, strumenti per restare anonimi e proteggere la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">L&#8217;annuncio è arrivato mercoledì scorso (26 agosto) da parte del Segretario di Stato Marco Rubio e del Segretario al Tesoro Scott Bessent: sanzioni antiterrorismo contro l&#8217;A/I Collective, il collettivo italiano, noto anche come Autistici/Inventati, che offre servizi di posta elettronica anonima, chat email crittografate, hosting, software di videoconferenze, strumenti per restare anonimi e proteggere la propria privacy su internet, e la piattaforma di blogging noblogs.org. Tutti strumenti usati negli Stati Uniti e nel mondo da gruppi anarchici, antifascisti e di sinistra radicale.</p>
<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;"><strong>Secondo un portavoce del Dipartimento di Stato americano, quegli strumenti sono progettati appositamente per essere impiegati nelle operazioni delle reti terroristiche di estrema sinistra.</strong> E sarebbe proprio questo il motivo per il quale <strong>il collettivo è finito nella &#8220;lista nera&#8221;: aver fornito servizi e infrastrutture a gruppi terroristici,</strong> tra cui anarchici responsabili di attacchi contro ferrovie e oleodotti in Europa, e gruppi di sinistra americani che hanno compiuto atti violenti durante pubbliche manifestazioni. La legge federale americana lascia al Tesoro ampia discrezionalità nell&#8217;applicare questa etichetta a soggetti stranieri. Un po&#8217; troppo ampia, secondo i critici.</p>
<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">Non è passato molto tempo, infatti, prima che si levasse l&#8217;accusa di censura: come è possibile che il governo se la prenda non con chi viola la legge ma con chi fornisce servizi e infrastrutture perfettamente legali? Per Jillian York, direttrice per la libertà di espressione internazionale della Electronic Frontier Foundation, le conseguenze che questa decisione dell&#8217;amministrazione Trump avrà nel futuro sono enormi. «Se la prendono con il messaggero» <a class="link-article" href="https://theintercept.com/2026/08/28/trump-antifa-terrorist-websites-free-speech/">ha detto</a> a <em>The Intercept</em>, e ha aggiunto che i membri di A/I non si sono mai, in nessuna occasione, espressi a favore della violenza o agito a supporto di atti violenti, limitandosi sempre e soltanto a difendere il diritto dei loro utenti a rimanere anonimi. <strong>Il collettivo (che si finanzia solo grazie a donazioni, ovviamente anonime), in una dichiarazione non firmata, nega le accuse che gli sono state rivolte, ribadisce che antifascismo e anticapitalismo non sono terrorismo, che la protesta non è terrorismo, e annuncia di star valutando le opzioni legali a sua disposizione.</strong> Mark Bray, storico della Rutgers University, spiega che questo è solo l&#8217;ultima battaglia di una guerra che Trump ha iniziato da quando si è insediato per la seconda volta alla Casa Bianca. Tutto è iniziato con l&#8217;inserimento di antifa nella lista delle organizzazione terroristica interna. «Sembra che stiano giocando una partita a lungo termine» – dice Bray – «in cui provano a dimostrare l&#8217;esistenza di una rete terroristica di sinistra, cosa che fin qui hanno faticato a fare, e intanto criminalizzano chi secondo loro le è alleato».</p>
<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">Chi ci finisce di mezzo sono i clienti. Come scrive <em>The Intercept</em>, tra i gruppi che usano quei servizi ci sono un programma radiofonico anarchico di Asheville, in North Carolina; <em>Jane&#8217;s Revenge</em>, un blog che documenta gli attacchi contro i centri antiabortisti; la Fiera del Libro Anarchica di Seattle, che ha già avvertito il pubblico riguardo alla concreta possibilità che il suo sito smetta improvvisamente di funzionare. E la lista potrebbe proseguire ancora per un pezzo. <strong>Quanti siano gli utenti dei servizi che A/I fornisce non lo sanno neanche i membri dello stesso collettivo, che non chiede e non ha mai chiesto agli stessi alcun tipo di informazione personale.</strong> Le sanzioni vietano ai cittadini e alle aziende statunitensi di fornire sostegno finanziario al gruppo, e non è chiaro se usare i suoi servizi per ospitare un sito o diffondere una newsletter che non prevedono transazioni monetarie siano azioni punibili anch&#8217;esse a norma di legge, adesso. Scoprirlo non è un dettaglio: chi dovesse andare contro la decisione dell&#8217;amministrazione Trump rischia fino a vent&#8217;anni di carcere.</p>
<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">un sito senza scambio di denaro sia già illegale, ma il collettivo vive di donazioni volontarie e molti gruppi americani si stanno affannando per cercare un altro provider in quanto, chiunque violi quelle sanzioni rischia fino a vent&#8217;anni di carcere.</p>
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		<title>La seconda volta di Rivista Studio alla Mostra del Cinema di Venezia</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/rivista-studio-mostra-del-cinema-venezia-2026/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 12:41:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
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					<description><![CDATA[Lo scorso anno Rivista Studio è stata per la prima volta alla Mostra del Cinema di Venezia. Il discorso che allora avevamo appena iniziato, con un numero dedicato al Nuovo Cinema Italiano, a tutto ciò che di interessante e diverso ed entusiasmante stava succedendo nel nostro cinema, lo abbiamo portato avanti per un anno intero: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed centered article-body">Lo scorso anno Rivista Studio è stata per la prima volta alla Mostra del Cinema di Venezia. Il discorso che allora avevamo appena iniziato, con un numero dedicato al Nuovo Cinema Italiano, a tutto ciò che di interessante e diverso ed entusiasmante stava succedendo nel nostro cinema, lo abbiamo portato avanti per un anno intero: da un’edizione all’altra della Mostra, di fatto. È per questo che abbiamo deciso di tornare a Venezia anche quest’anno, per una ideale “chiusura” di questo nostro viaggio al centro del cinema italiano. Saremo di nuovo alla Mostra, quest’anno per due giorni, <strong>l’8 e il 9 di settembre</strong>, <strong>e due talk</strong>, entrambi realizzati <strong>in collaborazione con Giffoni Hub, a Villa Zavagli</strong> – Lungomare Guglielmo Marconi, 56 (Lido di Venezia).</p>
<p class="is-boxed centered article-body">Nel corso di questo anno ci siamo convinti di una cosa: che i film che ci piacciono davvero sono quelli che ci aiutano a capire il posto nel mondo al quale ci sentiamo o scegliamo o scopriamo di appartenere. L’abbiamo chiamato <strong>cinema dell’appartenenza</strong>, una definizione che usiamo ormai da un po’ per tutti quei film che raccontano storie di <strong>luoghi a cui tornare, di momenti a cui legarsi, di persone da accogliere</strong>. È di questo che abbiamo deciso di parlare nella nostra (breve, troppo breve, purtroppo) trasferta veneziana. Lo faremo dando spazio a pezzi di cinema che troppo spesso vengono trascurati, ingiustamente relegati in una categoria inferiore: il documentario e il cortometraggio.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">Il documentario che abbiamo scelto, e che vedremo e di cui parleremo <strong>l’8 settembre</strong> a partire dalle <strong>17.00 (per prenotarvi andate <a class="link-article" href="https://www.eventbrite.it/e/biglietti-il-tetto-del-mondo-lavventura-oltre-i-confini-con-pamir-motoraid-1998476716657?aff=oddtdtcreator" target="_blank" rel="noopener">qui</a>)</strong>, si intitola <strong><em>Il tetto del mondo</em></strong>, lo ha diretto un regista nemmeno 30enne, <strong>Niccolò Donatini</strong>, ed è il racconto di uno di quei luoghi del mondo in cui «capitano cose straordinarie», come si legge nella sinossi del film. Co-prodotto da Avventure nel Mondo e Giffoni Hub, Il tetto del mondo mostra che esiste ancora una differenza tra il viaggiatore e il turista, che ci sono parti della mappa ancora da disegnare, e che l’esperienza umana avviene anche su un altopiano a 4500 metri, in un luogo che appartiene a persone che lo chiamano Bam i-Dunya, mentre per tutti coloro che da lì passano, attratti da un’idea che diventa avventura, è il Tetto del Mondo. Di questo documentario, e della notevole impresa produttiva che c’è dietro, parleremo con il regista Niccolò Donatini, il coordinatore del viaggio <strong>Pierfrancesco Barba</strong> e <strong>Camilla Filippone</strong>, Marketing &amp; Communication Director di Avventure nel Mondo, e con <strong>Luigi Sales</strong>, Head of Original Productions Giffoni Hub.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">Il <strong>9 settembre</strong>, invece, alle <strong>10.00 (potete prenotare il vostro posto <a class="link-article" href="https://www.eventbrite.it/e/biglietti-rivista-studio-talk-il-cinema-dellappartenenza-1998476923275?aff=oddtdtcreator" target="_blank" rel="noopener">qui</a>)</strong>, sarà la giornata che dedicheremo ai cortometraggi. Abbiamo deciso di portare l’attenzione della nostra community sul corto per due ragioni. La prima: è qui che oggi si scoprono i registi e le registe di cui parleremo domani, la generazione sposterà un po’ più in là il confine del cinema italiano. La seconda ragione: abbiamo scoperto tre corti inediti e bellissimi, tutti parte del programma di questa 83esima edizione della Mostra, che parlano di tutto ciò che ci ha appassionato in questo anno in cui ci siamo così tanto dedicati al cinema. <strong>Provincia, adolescenza</strong>, e l’unione dell’una e dell’altra nel <strong>romanzo di formazione all’italiana</strong>. I tre corti che vedremo, e che commenteremo assieme ai registi e alla regista che li hanno girati: <strong>Tommaso Acquarone</strong>, che presenta nella sezione Orizzonti il suo <strong><em>Angelo Azzurro</em></strong>; <strong>Sara Scalera</strong>, autrice di <em><strong>Puca</strong></em>; e <strong>Antonio Casanegra</strong>, regista di <strong><em>Animali Domestici</em></strong>.</p>
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		<title>Il caso Ranucci è stato il tormentone estivo che il nostro Paese si merita</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/ranucci-lavitola-attentato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 08:46:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Polemiche]]></category>
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					<description><![CDATA[La notte del 16 ottobre 2025 un ordigno rudimentale esplode davanti alla casa di Sigfrido Ranucci a Pomezia e distrugge due automobili, la sua e quella della figlia; il conduttore di Report vive sotto scorta continuativa dal 2021, la deflagrazione arriva a pochi metri dalle finestre, e per qualche giorno l&#8217;Italia intera – governo compreso, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed centered article-body">La notte del 16 ottobre 2025 un ordigno rudimentale esplode davanti alla casa di Sigfrido Ranucci a Pomezia e distrugge due automobili, la sua e quella della figlia; il conduttore di Report vive sotto scorta continuativa dal 2021, la deflagrazione arriva a pochi metri dalle finestre, e per qualche giorno l&#8217;Italia intera – governo compreso, opposizioni comprese, perfino i più assidui querelanti della trasmissione compresi – si stringe attorno al giornalista colpito nella maniera più antica e più riconoscibile: il tritolo sotto casa, la grammatica delle intimidazioni mafiose, l&#8217;eco immediata dell&#8217;attentato a Maurizio Costanzo del 1993, che Ranucci stesso evoca a caldo. Dieci mesi dopo, il 28 agosto 2026, la Rai chiude la vicenda con una nota di poche righe in cui annuncia che la conduzione di Report passa a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, &#8220;nel segno della professionalità e dell&#8217;esperienza maturata sul campo&#8221;, e che a Ranucci sono state sottoposte &#8220;tre possibili opzioni di ricollocazione&#8221;. In dieci mesi, cioè, l&#8217;unico punto che nessuna procura ha mai messo in discussione – che Ranucci sia la vittima – è diventato l&#8217;unico punto irrilevante: il mandante confesso è a Rebibbia, gli esecutori sono agli arresti, e a perdere il posto è l&#8217;uomo a cui hanno fatto saltare le macchine. Per capire come sia potuto succedere bisogna ripartire dall&#8217;inizio, cioè da un&#8217;amicizia.</p>
<h2 class="text-size-h3">Un attentato per affetto</h2>
<p class="is-boxed centered article-body">Le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Roma procedono per mesi lungo le piste che chiunque avrebbe immaginato – la mafia albanese, la camorra, il traffico d&#8217;armi, le inchieste scomode della trasmissione – finché i pedinamenti, le celle telefoniche e le auto a noleggio non portano a quattro esecutori materiali tra le province di Napoli e Avellino, e da lì, risalendo la catena, a un nome che nessuna fiction avrebbe osato: Valter Lavitola. Ex direttore dell&#8217;Avanti!, faccendiere di lungo corso del sottobosco berlusconiano, già condannato in via definitiva per l&#8217;estorsione ai danni di Silvio Berlusconi, già latitante in Sudamerica: uno che nel repertorio della Seconda Repubblica occupava stabilmente il ruolo dell&#8217;intermediario opaco, e che nel frattempo era diventato – questo lo si scopre adesso – un amico intimo di Ranucci, &#8220;quasi un fratello&#8221;, parole sue. Ad agosto Lavitola viene arrestato con accuse pesantissime, tentata strage con l&#8217;aggravante del metodo mafioso, e da Rebibbia fa una cosa che nessun mandante fa mai: confessa. Ma confessa a modo suo, sostenendo di aver ordinato l&#8217;attentato per il bene dell&#8217;amico – un gesto dimostrativo, dice, qualche colpo contro una parete che l&#8217;esecutore avrebbe trasformato di testa sua in una bomba – allo scopo di ottenere un rafforzamento della scorta di Ranucci, minacciato dagli &#8220;odiatori&#8221;.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">La gip Iole Moricca giudica il movente inverosimile, e lo giudica inverosimile anche perché le premure di Lavitola per la sicurezza dell&#8217;amico compaiono nelle chat soprattutto dopo l&#8217;esplosione, mentre Ranucci era protetto ininterrottamente da quattro anni. E indica un&#8217;altra spiegazione, che è il punto in cui la vicenda smette di essere cronaca nera e diventa qualcos&#8217;altro: accrescere la popolarità del giornalista per favorirne la discesa in politica, con Lavitola nel ruolo di regista dell&#8217;operazione. Le intercettazioni raccontano un progetto coltivato da tempo e con metodo. Il 9 gennaio 2026 Lavitola scrive a Ranucci: &#8220;Puoi tranquillamente fare altri cinque anni di tv e nel 2032 ti candidi, preparando per tempo il progetto&#8221;. Commissiona un sondaggio – tra gli otto e i diecimila euro, pagati secondo lui da &#8220;finanziatori&#8221; mai identificati – per misurare se nel centrosinistra ci sia spazio per una terza via rispetto a Schlein e Conte, e per scriverne le domande coinvolge perfino il direttore di Repubblica, Stefano Cappellini, senza fare il nome del candidato. Il 5 luglio, quando sa già di essere indagato e realisticamente intercettato, spiega a un interlocutore, in portoghese: &#8220;Avevo quasi convinto concretamente questo giornalista a candidarsi come presidente qui in Italia&#8221;; e poi, con l&#8217;aritmetica dei megalomani: &#8220;presidente garantito al centodieci per cento, io da solo prenderei il trenta per cento, senza partito, senza nulla&#8221;.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">Su Ranucci, va detto con la stessa chiarezza con cui l&#8217;hanno detto procura e gip: non esiste alcun elemento che faccia ipotizzare un accordo o una consapevolezza, il giornalista non è indagato, è parte lesa, e a leggere gli atti appare semmai come l&#8217;oggetto di una manipolazione prolungata – inizialmente respingeva l&#8217;idea della candidatura, col tempo era parso &#8220;incuriosito&#8221;, e quando i suoi collaboratori non consegnarono a Lavitola gli indirizzari delle presentazioni dei libri, quel piccolo archivio del consenso non arrivò mai. Restano però le domande che l&#8217;inchiesta ha sollevato di rimbalzo, e che riguardano l&#8217;opportunità più che il codice penale: l&#8217;amicizia stretta con un condannato per estorsione, le pressioni di Lavitola per una seconda puntata sul cantiere navale di Adria, le piste sui servizi israeliani che il faccendiere suggeriva e che la redazione verificò e archiviò per mancanza di riscontri, il fatto che Ranucci, sentito in procura il 2 luglio, indicasse ancora come movente proprio l&#8217;inchiesta sul cantiere. Domande legittime, materia da commissione etica – che infatti la Rai attiva. Il problema è quello che la Rai fa dopo.</p>
<h2 class="text-size-h3">La scatola senza la fabbrica</h2>
<p class="is-boxed centered article-body">A luglio l&#8217;azienda sospende in via cautelativa le repliche estive di Report, &#8220;a tutela di un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico&#8221;: formula notevole, perché tutela il patrimonio impedendogli di andare in onda. Tre consiglieri d&#8217;amministrazione parlano di punizione, la Fnsi di atto gravissimo, l&#8217;Ordine dei giornalisti di decisione incomprensibile; ma la direzione è tracciata, e il 28 agosto – un venerdì pomeriggio di fine estate, l&#8217;orario in cui si depositano le notizie che non si vogliono discutere – arriva la nota della nuova conduzione. A Ranucci vengono prospettate tre alternative: il Tg3, RaiNews, oppure la corrispondenza dal Cairo. Il giornalista le commenta la sera stessa da Favignana, dove porta in tournée il suo spettacolo teatrale: «Ringrazio il Tg3 e RaiNews per l&#8217;asilo politico. Non capisco perché, se non sono adatto per Report, dovrei essere adatto per il Tg3 o RaiNews». Sul Cairo è più diretto: vive sotto scorta da prima dell&#8217;attentato, all&#8217;estero ne resterebbe privo, «forse auspicano che faccia la fine di Regeni» – e aggiunge che la capitale egiziana &#8220;ultimamente è stata usata un po&#8217; come la Siberia&#8221;. Sui social annuncia che il suo non è un addio, che condurrà «la battaglia più importante della mia vita per la libertà di stampa», e definisce i successori «due persone che mortificano le professionalità» che hanno fatto la storia del programma. Il suo legale contesta integralmente la legittimità della decisione, che «condanna la vittima di un attentato», e prepara la vertenza.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">Per capire perché la redazione insorga – e perché parli di insulto anche davanti a due nomi in teoria tutt&#8217;altro che impresentabili – bisogna ricordare come funziona <em>Report</em>, che non funziona come il resto della televisione. Il programma nasce nel 1997 da Milena Gabanelli su un modello che allora non esisteva: inviati-videomaker che si autoproducono, inchieste che maturano per mesi, un conduttore che non è un volto ma un capoautore, cioè il garante editoriale e legale di ogni parola mandata in onda, quello che firma e che si prende le querele – e di querele, in trent&#8217;anni, ne sono arrivate a centinaia, insieme a scorte, minacce e convocazioni in commissione di Vigilanza. Quando nel 2017 Gabanelli passa il testimone a Ranucci, il programma non cambia natura perché la natura non sta nel conduttore ma nella squadra; ed è esattamente questo che rende la mossa della Rai così anomala, perché l&#8217;azienda ha sostituito il vertice della piramide fingendo che la piramide non esista. Gli inviati apprendono i nomi dei nuovi conduttori dalle agenzie di stampa; Giulio Valesini e Bernardo Iovene ricevono la telefonata che sonda la loro disponibilità come capiautori un&#8217;ora prima del comunicato, e rifiutano; il comunicato collettivo che segue definisce la decisione «completamente irricevibile», per il metodo – nessuna interlocuzione in settimane – e nel merito, perché «le figure scelte non sono in alcun modo rappresentative della storia e dei valori di <em>Report</em>». Segue l&#8217;annuncio delle dimissioni in blocco, lo stato di agitazione, la minaccia di portare la trasmissione altrove dall&#8217;8 novembre, e la parola che Giulia Innocenzi usa con <em>Fanpage</em>: «killeraggio politico».</p>
<p class="is-boxed centered article-body">Il caso più delicato è proprio quello di Giulia Presutti, che di Report è inviata da anni: e qui sta la risposta alla domanda che molti si fanno, come possa essere un affronto la promozione di una interna. Il punto non è la provenienza ma la traiettoria: secondo la ricostruzione di Innocenzi, mentre gli inviati firmavano controproposte all&#8217;azienda Presutti era &#8220;sparita&#8221;, e la sua ultima mossa – la richiesta di un comunicato di solidarietà a Ranucci quando ormai la partita era chiusa – viene letta dai colleghi come un tentativo di spaccare la redazione a due giorni dall&#8217;annuncio di cui lei, molto probabilmente, era già a conoscenza; nel frattempo è circolata perfino una fotografia che la ritrae nel ristorante romano di Lavitola, dettaglio che in qualunque altra storia sarebbe un colore e in questa è un cortocircuito. Quanto a Daniele Piervincenzi, il suo problema è più sottile, perché non è un impresentabile – ed è esattamente questo a renderlo utile all&#8217;operazione. Il curriculum del coraggio fisico è autentico: la testata di Roberto Spada a Ostia nel 2017, setto nasale fratturato mentre chiedeva dei rapporti tra il clan e CasaPound, poi le botte a Rancitelli nel 2019, poi il Donbass e il Medio Oriente. Ma è il curriculum di un inviato d&#8217;assalto, formato alla scuola di <em>Nemo</em> e di <em>Popolo Sovrano</em>, cioè a un genere in cui il giornalista sta dentro l&#8217;inquadratura, è il corpo del servizio, mentre a <em>Report</em> vige da trent&#8217;anni il principio opposto: il servizio deve reggere anche quando il giornalista non c&#8217;è, perché a reggere sono i documenti.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">È la distinzione su cui Ranucci ha costruito la lettera pubblica affidata al proprio profilo Facebook e indirizzata proprio a lui, dopo che Piervincenzi si era lamentato sul <em>Domani</em> per l&#8217;etichetta di scelta &#8220;mediocre&#8221;: mediocre, precisa, non è la professionalità dei due designati, mediocre è la decisione di metterli alla guida del programma – e giù il resto del fascicolo, voce per voce. Popolo Sovrano e i suoi ascolti tra il 2,4 e il 3,8 per cento nella primavera del 2019; l&#8217;inchiesta a quattro mani sul caso Attanasio realizzata per <em>Report</em> ma mai andata in onda, accettata – sostiene – «perché avevi bisogno di lavorare», da lui risistemata un paio di volte e comunque destinata ai Lab, i contributi che stanno fuori dal cuore della trasmissione, oltre ad aver creato attriti con Presutti che rivendicava la stessa storia; il concorso invocato dalla Rai a giustificazione della nomina, che a suo dire era un concorso per coprire i buchi d&#8217;organico dei Tg regionali, dove si valuta la capacità di leggere un testo di un minuto in video, non quella di dirigere centosessanta minuti di inchieste in prima serata. Fino alla frase più velenosa dell&#8217;intera vicenda, quella in cui il curriculum del coraggio viene rovesciato in un colpo solo: «Non ho avuto la disgrazia di prendere una testata da un mafioso, né la passione per il rugby». Si può trovare la lettera ingenerosa, e in più punti lo è. Ma la questione che pone resta in piedi anche togliendole il veleno: agli occhi della squadra il problema non è la firma, è la funzione – accettare di prestare una faccia pulita a una decisione che pulita non è.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">Il primo settembre la trattativa è andata in scena a via Teulada in due atti, ed è fallita due volte. In mattinata il direttore dell&#8217;Approfondimento Paolo Corsini riceve Iovene e Valesini, che ribadiscono la condizione unica di tutta la squadra – «Il dialogo riprende se c&#8217;è il ritiro oppure la rinuncia da parte dei due nominati, altrimenti non c&#8217;è dialogo» – mentre il direttore, riferiscono, prende atto, sonda i margini, illustra il suo progetto. Nel pomeriggio tocca ai due designati, due ore di colloquio da cui Presutti e Piervincenzi escono senza alcuna intenzione di arretrare e con l&#8217;unica dichiarazione concessa ai cronisti, «non possiamo parlare, scusateci», che per i nuovi volti di un programma fondato sulle domande è un esordio quantomeno curioso. Dai vertici, intanto, filtra che «non ci vuole nulla a trovare sostituti»: i giornalisti interni sono pronti allo sciopero, gli esterni a lasciare in blocco. Il 2 settembre Corsini incontra l&#8217;intera redazione e la produzione – Presutti e Piervincenzi provano a partecipare, il direttore chiede loro di aspettare fuori, e il confronto con i colleghi non avviene nemmeno stavolta – mentre gli inviati restano irremovibili sul punto di partenza: i volti rappresentano il programma davanti al pubblico, servono figure che ne garantiscano identità e indipendenza. La svolta arriva dopo cena, con una mail a Corsini: Presutti rinuncia, «faccio volentieri un passo indietro», scrive, nella speranza di aiutare la trasmissione che l&#8217;ha formata, perché un programma così amato «non può impantanarsi in discussioni e scambi così piccoli» né legare il proprio futuro «a singoli nomi e singole personalità» – formula elegante per una resa che i colleghi, secondo le cronache, le avevano prospettato in termini assai meno eleganti, e che lascia Piervincenzi da solo al centro della scena, superstite di una coppia che i corridoi di viale Mazzini avevano fatto in tempo a soprannominare P2.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">La replica dell&#8217;azienda arriva l&#8217;indomani, a margine della presentazione del nuovo programma di Salvo Sottile: Piervincenzi resta, «assolutamente sì», al posto di Presutti arriverà un&#8217;altra donna perché «l&#8217;attenzione al genere è stata la mia prima preoccupazione», e soprattutto «i conduttori li sceglie il direttore, mi pagano per questo», che è il modo di Corsini di chiarire che la rinuncia non riapre la partita, si limita a cambiare un nome sulla porta. Il passo indietro della giornalista viene derubricato a &#8220;scelta personale&#8221;, il programma verrà &#8220;strutturato diversamente, anche a livello di regia&#8221;, e l&#8217;intera operazione riassunta con la formula &#8220;stiamo riallineando un formato&#8221;, per venire incontro, parole sue, &#8220;a un nuovo tipo di pubblico&#8221; – il linguaggio, cioè, che le inchieste di <em>Report</em> smontano da trent&#8217;anni, applicato stavolta a <em>Report</em> medesimo. L&#8217;unico punto su cui tutti concordano è la data, l&#8217;8 novembre. Poi, nel pomeriggio dello stesso 3 settembre, la quadra che sei giorni di muro contro muro non avevano prodotto: Corsini convoca Claudia Di Pasquale – inviata della squadra storica, assunta da Gabanelli nel 2011, autrice di alcune delle inchieste che hanno costruito la reputazione del programma – e le affida la co-conduzione accanto a Piervincenzi, mentre capiautori saranno Iovene e Valesini, gli stessi due che una settimana prima avevano rifiutato al telefono, un&#8217;ora prima del comunicato. Dalle stanze della redazione arrivano applausi e grida di esultanza; gli inviati salutano «la più degna rappresentante dello spirito e del dna di <em>Report</em>», lei spiega di aver accettato solo perché gliel&#8217;ha chiesto tutta la squadra, Corsini augura &#8220;un grosso in bocca al lupo&#8221; con la disinvoltura di chi presenta come propria una soluzione che gli è stata strappata. Il bilancio della settimana, infatti, si legge in controluce: l&#8217;azienda tiene il punto formale – i conduttori li ha scelti il direttore, Piervincenzi resta, Ranucci resta fuori – e la redazione porta a casa la sostanza, una dei suoi alla conduzione, i suoi capiautori, il metodo presidiato. Ranucci affida ai cronisti un&#8217;ultima stoccata: &#8220;non ci si improvvisa conduttori&#8221;. Sipario.</p>
<h2 class="text-size-h3">Il movente, questa volta, è chiaro</h2>
<p class="is-boxed centered article-body">Che la partita fosse politica lo ha certificato, con il solito tempismo, la politica stessa. Matteo Salvini commenta su X pochi minuti dopo l&#8217;annuncio – «Giusto così. Ora si faccia chiarezza» – invertendo con disinvoltura l&#8217;ordine delle operazioni, prima la sentenza e poi la chiarezza; Fratelli d&#8217;Italia auspica il ritorno a «una trasmissione d&#8217;inchiesta credibile» dopo anni di «faziosa propaganda politica e ideologica». Maurizio Gasparri, dalla commissione di Vigilanza, parla di «fanfaluche» e «pessime frequentazioni», il ministro Ciriani ironizza chiedendosi se Ranucci si aspettasse una gran croce di cavaliere, Tajani ricorda che «la Rai è autonoma e decide come meglio crede», formula che nella storia del servizio pubblico italiano non è mai stata pronunciata da nessuno che ci credesse. Dall&#8217;altra parte Elly Schlein osserva che «Telemeloni non ha nemmeno aspettato che i magistrati facessero luce», segno che «l&#8217;obiettivo era far saltare Report» ben prima della vicenda giudiziaria. Barbara Floridia parla di golpe e di &#8220;editto Meloni&#8221;, con richiamo esplicito a quello bulgaro. Sandro Ruotolo, che alla Commissione europea aveva già scritto per denunciare le pressioni sulla tv pubblica, nota che liberarsi di Report significa liberarsi di una voce scomoda mentre comincia la corsa elettorale. Nel frattempo la presidente della commissione Antimafia Chiara Colosimo aveva trovato il modo di ipotizzare una riduzione della scorta del giornalista – materia che, le è stato fatto notare, compete all&#8217;Ucis e non alla commissione.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">Ed è qui che si vede lo scoop politico vero di questa storia, che non sta nelle intercettazioni ma nel loro uso. Il progetto di Lavitola – vero, delirante o entrambe le cose – ha consegnato ai nemici di <em>Report</em> l&#8217;arma che vent&#8217;anni di querele non avevano fornito: la possibilità di etichettare retroattivamente ogni inchiesta della trasmissione come mossa politica, di trasformare la vittima in sospettato per contiguità, di ottenere per via reputazionale quello che non si poteva ottenere per via editoriale. Non serviva accertare nulla, e infatti nulla è stato accertato: ne bastava l&#8217;ombra, e la Rai, l&#8217;azienda che avrebbe dovuto aspettare i magistrati, o quantomeno la propria commissione etica, ha scelto di agire prima di entrambi, d&#8217;estate, senza parlare con la redazione, offrendo alla vittima di un attentato un esilio al Cairo. Chiunque abbia scritto la sceneggiatura, il finale conviene sempre agli stessi.</p>
<h2 class="text-size-h3">Il programma più discusso d&#8217;Italia non è in onda</h2>
<p class="is-boxed centered article-body">Da quando la Rai ha tolto <em>Report</em> dal palinsesto, <em>Report</em> non ha mai occupato così tanto spazio. Il toto-nomi ha riempito le pagine degli spettacoli per tutta l&#8217;estate, le agenzie hanno battuto ogni indiscrezione di viale Mazzini, Salvini ha commentato in tempo reale, Selvaggia Lucarelli ha ripescato una vecchia denuncia contro Presutti, <em>La Verità</em> ha risposto con i retroscena delle chat interne alla redazione, i social si sono divisi in schieramenti, i profili dei due designati hanno intanto macinato follower, Ranucci ha riempito i teatri, e perfino l&#8217;Unirai – il sindacato interno più vicino alla maggioranza – è scesa in campo a difendere i designati. La vicenda, che ha tutti gli ingredienti della serialità – un attentato, un amico traditore, un&#8217;eredità contesa, due successori da eleggere a usurpatori o a pionieri a seconda del tifo – è stata adottata dal sistema dell&#8217;informazione come il contenuto dell&#8217;estate, trattando la successione alla guida di un programma d&#8217;inchiesta con la narrazione del calciomercato: i nomi, i retroscena, le trattative, le pagelle.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">È una saturazione che conviene a tutti i giocatori. Al governo, perché più <em>Report</em> diventa oggetto di contesa politica più il vecchio frame della trasmissione &#8220;faziosa&#8221; si autoavvera; alle opposizioni, che per la ripresa autunnale hanno trovato una bandiera già cucita; alla Rai, perché il rumore sui nomi copre la domanda sul metodo; perfino a Ranucci, paradossalmente, che nella parte del perseguitato dispone di un palcoscenico più ampio di quello del lunedì sera. L&#8217;unica cosa che in settimane di dibattito non ha ricevuto un minuto di attenzione è la materia prima attorno a cui tutto questo ruota: le inchieste – i fascicoli aperti, i servizi pronti, quello che <em>Report</em> avrebbe dovuto mandare in onda e non ha mandato.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">E la sovraesposizione ha una scadenza, che chi ha scelto i tempi dell&#8217;operazione conosce alla perfezione. Il ciclo dell&#8217;indignazione italiana dura una, al massimo due settimane: tanto è durato quello del monologo cancellato di Scurati, che nell&#8217;aprile del 2024 sembrava uno spartiacque della censura di Stato; tanto è durato quello del caso dello spyware sui telefoni dei giornalisti; sono durate poco di più le dimissioni di un ministro della Cultura travolto in diretta dalla propria consulente. La vicenda Ranucci, a ben vedere, dura da ottobre – ma non come un&#8217;unica storia: come una successione di cicli, ciascuno dei quali ha consumato e ricoperto il precedente – la bomba, gli arresti, la confessione, le repliche sospese, la rimozione, cosicché oggi si discute dei conduttori e non più dell&#8217;attentato, dell&#8217;attentato e non più delle inchieste che l&#8217;attentato avrebbe dovuto fermare. Annunciare la sostituzione l&#8217;ultimo venerdì di agosto significa scommettere esattamente su questo: che entro l&#8217;8 novembre il ciclo sarà esausto, che la sigla partirà davanti a un pubblico che avrà già litigato, commentato e dimenticato, e che a quel punto i nuovi conduttori verranno misurati con l&#8217;unica categoria che sopravvive all&#8217;evaporazione dell&#8217;indignazione: lo share. Le aziende televisive non temono le polemiche: le amministrano – la sospensione estiva, la nota del venerdì pomeriggio, le settimane cuscinetto prima della stagione appartengono alla stessa tecnica con cui si lascia raffreddare qualunque crisi in attesa che l&#8217;attenzione passi oltre. L&#8217;unico dato imprevisto, in questo calcolo, è stata una redazione che invece di consumarsi dentro il ciclo lo ha tenuto acceso: lo stato di agitazione, la minaccia di sciopero e di dimissioni in blocco, l&#8217;ipotesi di rifare <em>Report</em> altrove lasciata cadere nei virgolettati al momento giusto. Una tenuta che ha prodotto i suoi effetti in settantadue ore – prima la rinuncia di Presutti, poi una conduttrice scelta dentro la squadra storica: per una volta il ciclo lo ha vinto chi lo ha alimentato, non chi contava di aspettare che si esaurisse naturalmente.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">Resta la domanda che questa vicenda rende impossibile eludere, ed è una domanda che precede Meloni, Lavitola e lo stesso Ranucci: com&#8217;è possibile che in un sistema televisivo con nove reti generaliste, decine di talk quotidiani e un canone obbligatorio, il giornalismo d&#8217;inchiesta riconosciuto come tale coincida con una sola trasmissione, un&#8217;ora e mezza il lunedì sera su Rai3? La risposta sta in cinquant&#8217;anni di lottizzazione mai riformata, in un servizio pubblico che dal 1975 funziona come ufficio di collocamento della maggioranza di turno – Telemeloni è solo l&#8217;ultimo inquilino, il più metodico – e in un mercato privato che l&#8217;inchiesta non l&#8217;ha mai voluta finanziare, perché costa, dura mesi, produce querele e non produce clip buone per Instagram. Un ecosistema sano non affiderebbe un intero genere a un programma, il nostro l&#8217;ha fatto e adesso scopre il prezzo dell&#8217;operazione. Le opposizioni promettono la riforma della governance che una norma europea, il Media Freedom Act, chiede da due anni. La promettevano, con identiche parole, anche quando la Rai la occupavano loro.</p>
<p class="is-boxed centered article-body">L&#8217;8 novembre, salvo colpi di scena, la sigla di <em>Report</em> partirà con Claudia Di Pasquale accanto a Piervincenzi, Iovene e Valesini capiautori, la squadra al proprio posto: la macchina, alla fine, si è salvata. A restare fuori è una persona sola, quella da cui tutto era cominciato – la vittima dell&#8217;attentato. Nelle stesse settimane Sigfrido Ranucci girerà l&#8217;Italia con il suo spettacolo, Favignana, Agrigento, Alghero, teatri pieni di un pubblico che al servizio pubblico paga il canone e le repliche se le andrà a cercare in platea, trasferito, per ora, nell&#8217;unico palinsesto che la Rai non può riorganizzare con una nota.</p>
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		<title>Una delle cose più belle scritte da Gloria Steinem è un capitolo del suo memoir in cui racconta che divenne femminista grazie a sua madre, che femminista non aveva mai potuto essere</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/gloria-steinem-memoir-femminismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 14:59:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>
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					<description><![CDATA[Gloria Steinem è morta mercoledì 2 settembre nella sua casa di New York, a 92 anni. L&#8217;annuncio è arrivato giovedì mattina dalla sua fondazione, che ha parlato di una morte serena, circondata da molte delle persone che le volevano bene, e ha aggiunto che ha continuato a lavorare per la parità di genere fino alla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">Gloria Steinem è morta mercoledì 2 settembre nella sua casa di New York, a 92 anni. L&#8217;annuncio è arrivato giovedì mattina dalla sua fondazione, che ha parlato di una morte serena, circondata da molte delle persone che le volevano bene, e ha aggiunto che ha continuato a lavorare per la parità di genere fino alla fine. <strong>Era nata a Toledo, in Ohio, il 25 marzo del 1934, aveva cominciato come giornalista freelance a New York, nel 1963</strong> si era finta coniglietta di Playboy per raccontare dall&#8217;interno le condizioni di lavoro nei club di Hugh Hefner, e nel 1972 aveva fondato <em>Ms.</em>, una delle prime riviste americane a occuparsi delle donne senza passare dalla casa e dai prodotti di bellezza. Per mezzo secolo è stata uno dei volti più importanti e riconosciuti del femminismo americano.</p>
<blockquote class="quote article-body nobottom  instagram-media" style="background: #FFF; border: 0; border-radius: 3px; box-shadow: 0 0 1px 0 rgba(0,0,0,0.5),0 1px 10px 0 rgba(0,0,0,0.15); margin: 1px; max-width: 540px; min-width: 326px; padding: 0; width: calc(100% - 2px);" data-instgrm-captioned="" data-instgrm-permalink="https://www.instagram.com/p/Dc0dotLOqUN/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" data-instgrm-version="14">
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<p class="is-boxed article-body" style="color: #c9c8cd; font-family: Arial,sans-serif; font-size: 14px; line-height: 17px; margin-bottom: 0; margin-top: 8px; overflow: hidden; padding: 8px 0 7px; text-align: center; text-overflow: ellipsis; white-space: nowrap;"><a class="link-article" style="color: #c9c8cd; font-family: Arial,sans-serif; font-size: 14px; font-style: normal; font-weight: normal; line-height: 17px; text-decoration: none;" href="https://www.instagram.com/p/Dc0dotLOqUN/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" target="_blank" rel="noopener">Un post condiviso da Gloria Steinem (@gloriasteinem)</a></p>
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</blockquote>
<p class="is-boxed article-body"><script async src="//www.instagram.com/embed.js"></script></p>
<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">Nel 2015 il <em>Guardian</em> <a class="link-article" href="https://www.theguardian.com/books/2015/oct/17/gloria-steinem-memoir-my-life-on-the-road-extract">pubblicò</a> un capitolo del suo memoir <em>My Life On The Road</em>, nel quale Steinem parla anche del suo rapporto con la madre, Ruth Nuneviller, una donna fragile di cui si trovò fin da bambina a doversi prendere cura. Prima del matrimonio Ruth aveva lavorato come giornalista, ma dopo la nascita dei figli e l&#8217;inizio della vita nomade imposta dal lavoro del marito (venditore di antichità sempre in viaggio), si ritrovò in una condizione di isolamento e grande instabilità psicologica. Nell&#8217;estratto <strong>Steinem scrive che fu sua madre, con la sua vita, a indicarle una strada che lei non aveva potuto percorrere, quella della lotta politica per le donne fatta dalle donne</strong>.</p>
<p class="is-boxed article-body">Come si legge nell’estratto<em>: </em>«I racconti di mia madre sulle difficoltà vissute durante la Grande Depressione – e su come Franklin ed Eleanor Roosevelt ci abbiano aiutato a superarla – mi hanno insegnato che la politica fa parte della vita di tutti i giorni. Mi raccontava di quando preparava la zuppa con le bucce di patate avanzate, per poi ascoltare i discorsi di Roosevelt alla radio per nutrirsi lo spirito. Oppure di come tagliò una coperta per fare un cappotto caldo per mia sorella maggiore e la protesse dalle prese in giro dicendo che, se la gente amava un nuovo tipo di First Lady, avrebbe potuto amare anche un nuovo tipo di cappotto. <strong>Per me era perfettamente logico che i racconti di mia madre partissero da un’esperienza personale per arrivare poi a un punto politico</strong>».</p>
<p class="is-boxed article-body">E ancora: «Cominciavo a sospettare che il conflitto segua la politica come la notte segue il giorno, eppure il solo pensiero del conflitto bastava a deprimere mia madre, che era già di per sé depressa. Io stessa piangevo quando mi arrabbiavo, per poi non riuscire più a spiegare perché mi fossi arrabbiata in primo luogo. Più tardi avrei scoperto che questo era un fenomeno diffuso tra le donne. <strong>La rabbia è considerata “poco femminile”, quindi la reprimiamo – finché non trabocca.</strong> Mi rendevo conto che non dire nulla faceva stare ancora peggio mia madre. Fu il mio primo indizio di quella verità lapalissiana secondo cui la depressione è rabbia rivolta verso l’interno; per questo le donne sono due volte più soggette alla depressione. <strong>Mia madre ha pagato un prezzo altissimo per averci tenuto così tanto, pur potendo fare ben poco al riguardo. In questo modo, mi ha guidato verso un percorso di attivismo che lei stessa non avrebbe mai potuto intraprendere</strong>».</p>
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		<title>Se un adolescente vi dovesse dare del &#8220;poliestere&#8221;, sappiate che vi sta insultando pesantemente</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/poliestere-nuovo-insulto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 13:49:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pop]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Social]]></category>
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					<description><![CDATA[La plastica ha rivoluzionato la seconda metà del Novecento – è malleabile, indistruttibile e soprattutto economica – solo perché non ne conoscevamo ancora i costi. Oggi che conosciamo il suo impatto ambientale, la plastica ha smesso di rappresentare il futuro veloce e altrettanto veloce è stato il suo declino in oggetto dozzinale, inquinante e tossico. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">La plastica ha rivoluzionato la seconda metà del Novecento – è malleabile, indistruttibile e soprattutto economica – solo perché non ne conoscevamo ancora i costi. </span><span style="font-weight: 400;"><strong>Oggi che conosciamo il suo impatto ambientale, la plastica ha smesso di rappresentare il futuro veloce e altrettanto veloce è stato il suo declino in oggetto dozzinale, inquinante e tossico.</strong> Il linguaggio assorbe tutto, anche il <strong>“polyester”</strong>. </span><strong>L’insulto peggiore che si possa rivolgere a qualcuno o a qualcosa è proprio definirlo &#8220;di plastica&#8221; o più nello specifico, <i>polyester</i>  e la Gen Z lo fa. </strong></p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">Per capire l&#8217;origine di questo disprezzo – su Tiktok ci sono tantissimi video di persone che esclamano di <a class="link-article" href="https://vm.tiktok.com/ZN8FNr6wf/">odiare il poliestere</a> – bisogna fare un passo indietro nella chimica dei materiali. Il poliestere è un polimero sintetico (una forma specifica di plastica) derivato dal raffinamento del petrolio, principalmente il polietilene tereftalato, per capirci si tratta dello stesso materiale con cui si producono le bottiglie in PET. Attraverso un processo di estrusione, la plastica fusa viene trasformata in filamenti sottilissimi che vengono poi tessuti per creare capi d&#8217;abbigliamento. È la fibra perfetta per l&#8217;iper-consumo: costa pochissimo, non si stropiccia, si asciuga velocemente e resiste nel tempo. </span></p>
<p class="is-boxed article-body"><strong>Da questo, il termine <i>polyester</i></strong><span style="font-weight: 400;"><strong> è diventato il sinonimo di tutto ciò che è scadente, finto, dozzinale e privo di autenticità</strong>. </span><span style="font-weight: 400;">In un video di <a class="link-article" href="https://vm.tiktok.com/ZN8FNFKV7/">Z103.5,</a>  un ospite alla radio dice alla conduttrice «Someone online said to me this week that I&#8217;m so polyester» e la conduttrice risponde «Oh, did they say that to you? It&#8217;s an insult, It&#8217;s like you&#8217;re so cheap, so basic, kind of pace» concludendo la puntata dicendo la generazione Z rifiuta il poliestere e che i ragazzi di oggi vogliono solo cose organiche. </span></p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">Nel 2025, il valore della plastica si è convertito nel linguaggio comune in </span><b>&#8220;polyester edit&#8221;</b><span style="font-weight: 400;">, una categoria usata per i video montati volutamente male, brutti e di nuovo, economici – come per esempio questa clip di <em><a class="link-article" href="https://vm.tiktok.com/ZN8FNkjEx/">Spider-Man</a> </em>(ATTENZIONE: se soffrite di epilessia fate attenzione, nel video ci sono parecchie luci interimittenti). Ma esiste anche <b>&#8220;polyester lifestyle&#8221;</b> per etichettare come fittizio uno stile di vita.  </span><span style="font-weight: 400;">Da lì in poi, l&#8217;aggettivo è diventato un’etichetta universale per definire qualsiasi contenuto di bassa qualità. <strong>Insomma</strong></span><strong> si definisce <i>polyester</i> qualsiasi atteggiamento o cosa o persona che riporti lontanamente alla finzione. Non serve più che ci sia del tessuto di mezzo: tutto può essere additato di plastica se di pessima qualità, usa e getta e priva di anima. </strong></p>
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		<title>Tom Hardy ha pubblicato un album rap (in cui torna pure a interpretare Bane come nel Cavaliere Oscuro) e la cosa sorprendente è che non è affatto male</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/tom-hardy-album-rap/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 08:56:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pop]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[Il primo pezzo dell&#8217;album  inizia con il monologo tratto dal Riccardo III di Shakespeare, «l&#8217;inverno del nostro scontento…», Tom Hardy lo recita con la voce di Bane, il personaggio che interpretava nel Cavaliere oscuro del 2012. Il brano si chiama &#8220;Grim-Visaged War&#8221; e sta dentro Czarface Meets Frankie Pulitzer, uscito a fine agosto per Silver [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">Il primo pezzo dell&#8217;album  inizia con il monologo tratto dal Riccardo III di Shakespeare, «l&#8217;inverno del nostro scontento…», Tom Hardy lo recita con la voce di Bane, il personaggio che interpretava nel <em>Cavaliere oscuro</em> del 2012. Il brano si chiama &#8220;Grim-Visaged War&#8221; e sta dentro <em>Czarface Meets Frankie Pulitzer</em>, uscito a fine agosto per Silver Age.<strong> I Czarface sono il collettivo formato da Inspectah Deck dei Wu-Tang Clan e dal duo underground 7L &amp; Esoteric. </strong><strong>Frankie Pulitzer è il nome di Hardy, uno che in realtà, come molti scopriranno ora, rappa da quando era giovane e da ancora prima di diventare attore. </strong><strong>Il disco ha quindici tracce, e in mezzo passano Busta Rhymes, Method Man ed El-P.</strong></p>
<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">Come scrive <a class="link-article" href="https://www.nme.com/news/music/tom-hardy-resurrects-bane-voice-rap-album-frankie-pulitzer-moniker-3966067" target="_blank" rel="noopener"><em>NME</em></a>, Hardy usa il curriculum come materiale. In &#8220;Raw Forever&#8221;, il pezzo con Busta Rhymes, <strong>si paragona a un paramedico uscito da <em>Al di là della vita</em>, il film che Martin Scorsese girò nel 1999 con Nicolas Cage, giocando sul cognome dell&#8217;attore</strong>, e poco dopo tira dentro il Green Goblin di Willem Dafoe nello Spider-Man del 2002 e il Dottor Destino della Marvel. In &#8220;Mad Technology&#8221; accosta, nell&#8217;ordine, due Stephen King, Cujo e <em>Misery</em>, per liquidare un rivale immaginario, dopo avere tirato in ballo Kathy Bates, che per <em>Misery</em> vinse l&#8217;Oscar. Insomma, invece di droga, donne e pistole, Hardy flexa attori, registi e supereroi.</p>
<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">Come dicevamo, però, Tom Hardy dietro al microfono non è una novità. <strong>Nel 1999 aveva registrato un mixtape intitolato <em>Falling On Your Arse In 1999</em> firmandosi Tommy No. 1.</strong> L’album è rimasto sepolto fino al 2018, quando la rete lo ha fatto riemergere. I Czarface, dal canto loro, hanno costruito una carriera sulle collaborazioni, da Ghostface Killah a MF DOOM, con cui hanno fatto due dischi.</p>
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		<title>Putin ha deciso che da ora in poi le aziende che non sanno difendersi dagli attacchi dei droni ucraini verranno nazionalizzate</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/russia-aziende-nazionalizzazione-droni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 08:42:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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					<description><![CDATA[Qualche tempo fa, alle banche russe era stato ordinato di difendere da sole le proprie filiali e abbattere i droni ucraini a spese proprie, perché le amministrazioni locali e il governo federale non avevano nessuna intenzione di farlo al posto loro. Ora il Presidente russo Vladimir Putin ha conferito al suo governo il potere di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">Qualche tempo fa, <a class="link-article" href="https://www.rivistastudio.com/russia-attacchi-ucraina-droni/">alle banche russe</a> era stato ordinato di difendere da sole le proprie filiali e abbattere i droni ucraini a spese proprie, perché le amministrazioni locali e il governo federale non avevano nessuna intenzione di farlo al posto loro. <strong>Ora il Presidente russo Vladimir Putin ha conferito al suo governo il potere di gestire temporaneamente le infrastrutture critiche, qualora i proprietari delle stesse non riescano a proteggerle dalle minacce alla sicurezza nazionale.</strong> Tra queste infrastrutture figurano impianti petroliferi ed energetici, i siti industriali e le piattaforme logistiche. L’Agenzia federale russa per la gestione del patrimonio statale gestirà le aziende sequestrate come se ne fosse il proprietario e Putin potrà designare qualsiasi altro ente come gestore temporaneo, secondo quanto previsto dal decreto.</p>
<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">Come scrive <em>Politico</em>, <a class="link-article" href="https://www.politico.eu/article/vladimir-putin-takeover-firms-drone-attacks/">da quando la Russia</a> ha invaso l’Ucraina nel febbraio 2022, il Cremlino ha intensificato gli sforzi per portare sotto il controllo dello Stato i beni di proprietà privata, comprese le aziende strategiche, in particolare quelle del settore della difesa. La proprietà di <strong>circa 805 aziende è stata tasferita allo Stato tra il 2022 e il 2026, secondo quanto riferito da Vadim Yakovenko, capo dell’Agenzia federale per la gestione del patrimonio statale, appunto.</strong> In una conferenza stampa, il vice Primo Ministro russo Denis Manturov ha accusato gli imprenditori di affrontare le minacce «con diversi livelli di responsabilità». In alcuni casi, «garantire la sicurezza delle strutture e dei dipendenti, purtroppo, non è una loro priorità».</p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;"><strong>Il decreto arriva in un momento in cui si intensificano gli attacchi dei droni ucraini, compresi attacchi significativi contro le sedi del del rivenditore online Wildberries e il secondo marketplace online più grande del Paese, Ozon</strong>. U<a class="link-article" href="https://hromadske.ua/viyna/267070-cherez-ukrayinski-udary-po-npz-rosiia-vtratyla-ponad-42-potuznosti-pererobky-nafty-henshtab">n rapporto</a> di luglio dell’esercito ucraino affermava che i suoi attacchi hanno anche messo fuori uso circa il 43 per cento della capacità di raffinazione del petrolio del Paese.</span></p>
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		<title>Per contrastare la denatalità, il governo di Singapore darà ai genitori 50 mila euro a figlio</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/singapore-denatalita-sussidi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 08:29:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[Il conto è quasi 70.000 dollari di Singapore (circa 50.000 euro) per bambino, distribuiti fino ai diciassette anni. Si comincia con 10.000 alla nascita, più due sussidi separati da 5.000 ciascuno per le spese mediche e per quelle scolastiche, poi arrivano 2.000 di crediti per i figli ogni anno dal primo compleanno fino ai sedici, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;"><strong>Il conto è quasi 70.000 dollari di Singapore (circa 50.000 euro) per bambino, distribuiti fino ai diciassette anni.</strong> Si comincia con 10.000 alla nascita, più due sussidi separati da 5.000 ciascuno per le spese mediche e per quelle scolastiche, poi arrivano 2.000 di crediti per i figli ogni anno dal primo compleanno fino ai sedici, le rette degli asili sovvenzionati scendono a 150 dollari di Singapore al mese e il congedo parentale si allunga. «Il futuro di Singapore sarà forte solo quanto le famiglie che lo costruiscono», ha detto il primo ministro Lawrence Wong. Come scrive il <em>Guardian</em>, <a class="link-article" href="https://www.theguardian.com/world/2026/sep/01/singapore-baby-payment-bonus-grant">il tasso di fertilità</a> totale della città stato è a un minimo storico di 0,87 bambini (è una statistica, nessun infante smembrato), contro il 2,1 che servirebbe a mantenere stabile la popolazione, e quest&#8217;anno il paese dovrebbe diventare una società “super anziana”, la definizione che le Nazioni Unite usano quando oltre il 21 per cento degli abitanti ha 65 anni o più.</p>
<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;"><strong>Un sondaggio dell&#8217;istituto internazionale di ricerche di mercato <a class="link-article" href="https://yougov.com/articles/55396-singaporeans-remain-open-to-parenthood-but-cost-and-lifestyle-concerns-stand-in-the-way-yougov" target="_blank" rel="noopener">YouGov</a> pubblicato questo mese rivela che un singaporiano su quattro non ha intenzione di avere figli.</strong> Lee, trentaquattro anni, lavora nella finanza e vive sulla costa orientale, la zona con le piste ciclabili nel verde, i parchi acquatici sui tetti e i ristoranti a misura di bambino, cioè il posto migliore della città per crescere una famiglia. Ci abita con la moglie e due gatti e figli non ne vuole «Siamo felici della nostra vita così com&#8217;è adesso, quindi avere un figlio la complicherebbe un po&#8217;» dice, elencando i viaggi e le cene fuori. I suoi genitori all&#8217;inizio ne avevano parlato, adesso non più. Sul pacchetto del governo la sua obiezione è di tempo, non di reddito perché crescere un figlio nel modo giusto richiederebbe gran parte delle sue giornate, e al momento non è in grado di garantirlo.</p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">Chi i figli li vuole, invece, ragiona sui costi. Il costo della vita a Singapore sta aumentando vertiginosamente ma le nuove misure danno, a chi i figli li vorrebbe, un po&#8217; di speranza e incoraggiamento, soprattutto per la parte sull&#8217;assistenza all&#8217;infanzia. Delle riforme interessa anche e soprattutto il congedo. <strong>Chi prima aveva quattro giorni a coppia ora ne può avere fino a 24 senza toccare il monte ferie.</strong> Intorno a tutto questo c&#8217;è un sistema scolastico competitivo che ha fatto crescere enormemente il settore delle lezioni private, con le famiglie che si indebitano per “comprare” ai figli un vantaggio (che si manifesta appunto sotto forma di lezioni private di approfondimento). <strong>Sullo sfondo, ciò che accomuna i genitori di Singapore contattati dal <em>Guardian</em>, c’è la preoccupazione per il futuro per il pianeta che gli eventuali figli erediterebbero.</strong></span></p>
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		<title>Nel 2028 arriverà finalmente il sequel di Priscilla, regina del deserto</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/priscilla-regina-del-deserto-sequel/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 08:02:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[Sono passati più di trent&#8217;anni da Priscilla, la regina del deserto, il cult del 1994 con Terence Stamp, Guy Pearce e Hugo Weaving nei panni di una donna transgender e due drag queen in viaggio attraverso il deserto australiano su un autobus. E ora, dopo anni di lavorazione &#8220;segreta&#8221;, il sequel è ufficialmente in arrivo. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body">Sono passati più di trent&#8217;anni da <em>Priscilla, la regina del deserto</em>, il cult del 1994 con Terence Stamp, Guy Pearce e Hugo Weaving nei panni di una donna transgender e due drag queen in viaggio attraverso il deserto australiano su un autobus. E ora, dopo anni di lavorazione &#8220;segreta&#8221;, il sequel è ufficialmente in arrivo. A confermarlo è stato lo stesso <strong>Guy Pearce </strong>in un&#8217;intervista a <em>Good Morning America</em>, come riporta <em><a class="link-article" href="https://www.worldofreel.com/blog/2026/8/30/guy-pearce-confirms-priscilla-queen-of-the-desert-2-shoots-in-2027">World of Reel</a></em>: «Le riprese probabilmente inizieranno nel 2027, e uscirà nel 2028».</p>
<p class="is-boxed article-body">Dietro l&#8217;annuncio c&#8217;è una storia assai commovente. Il regista <strong>Stephan Elliott</strong> aveva iniziato a &#8220;pre-girare&#8221; alcune scene già l&#8217;anno scorso, per via delle condizioni di salute di Terence Stamp, morto lo scorso agosto a 87 anni. L&#8217;attore britannico aveva insistito per interpretare di persona il suo storico personaggio, Bernadette, rifiutando un eventuale controfigura digitale: <strong>voleva essere certo di arrivare al primo giorno di riprese</strong>. Per rispettare questa volontà, Elliott ha girato tutte le sue scene con un sistema a nove telecamere, in più sessioni, nonostante l&#8217;età e la fatica evidente dell&#8217;attore, che ha comunque affrontato lunghe ore di trucco e costumi. Il regista ha raccontato che pronunciare lo <strong>&#8220;stop&#8221; finale</strong> su quelle riprese lo perseguiterà per sempre.</p>
<p class="is-boxed article-body">Dopo la scomparsa di Stamp, Elliott ha avuto bisogno di tempo per elaborare il lutto prima di decidere come proseguire il progetto. Secondo il regista, lo stesso Stamp era stato inizialmente titubante a tornare sul personaggio, ma aveva accettato solo dopo essere stato rassicurato sul fatto che il seguito non si sarebbe limitato a <strong>ripetere la storia del primo film</strong>. <em>Priscilla</em> non fu un successo immediato al momento dell&#8217;uscita, ma il suo umorismo irriverente e il suo spirito camp le hanno permesso di costruirsi nel tempo un pubblico devoto, la cui influenza si avverte ancora oggi in diversi angoli della cultura pop.</p>
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		<title>La letteratura di provincia sta conquistando il mondo</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/libri-casi-letterari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 07:49:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[Abituati a essere i fanalini di coda di quasi tutte le classifiche e i ranking di welfare e benessere e crescita economica, l’estate del 2024 è stata piacevolmente sorprendente per gli italiani. Nel giro di nemmeno un mese, il tennista Jannik Sinner è diventato il primo italiano a posizionarsi al numero 1 nel ranking ATP [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Abituati a essere i fanalini di coda di quasi tutte le classifiche e i ranking di welfare e benessere e crescita economica, l’estate del 2024 è stata piacevolmente sorprendente per gli italiani. Nel giro di nemmeno un mese, il tennista Jannik Sinner è diventato il primo italiano a posizionarsi al numero 1 nel ranking ATP del tennis maschile, e la scrittrice Elena Ferrante è stata nominata al primo posto nell’interminabile lista dei 100 migliori libri del secolo secondo il </span><i><span style="font-weight: 400;">New York Times</span></i><span style="font-weight: 400;">, con il libro </span><i><span style="font-weight: 400;">L’amica geniale</span></i><span style="font-weight: 400;">. Se nello sport, tuttavia, l’Italia è abituata a primeggiare (attraverso il calcio, la pallavolo, i motori, l’atletica leggera, gli sport invernali), nel campo culturale la nostra sudditanza nei confronti di Paesi più, diciamo, strutturati è stata sempre molto maggiore. <strong>Anche per questo lo stupore per Ferrante è stato, se confrontato e messo su una speciale bilancia, ben più pesante di quello per la rapida ascesa di Sinner</strong>.</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Eppure la presenza di una scrittrice italiana – e quindi europea – in quella classifica è da considerarsi il sintomo di un qualcosa di molto più ampio che, da diversi anni a questa parte, sta accadendo nel mondo del romanzo: una democratizzazione via via maggiore di Paesi e di lingue che, per decenni, sono stati alla periferia dell’impero, essendo l&#8217;impero, in questo caso, nient’altro che la lingua inglese e il canone anglo-americano. Possiamo fare una prova esperienziale: vi sarà successo, guardando i tavoli di titoli di letteratura contemporanea in una libreria indipendente o di catena, di accorgervi che il numero delle autrici e degli autori di lingua inglese non è massiccio, in percentuale, come lo sarebbe stato diversi decenni fa. Ve ne sarete accorti, probabilmente, anche leggendo gli inserti culturali dei giornali, o i libri più chiacchierati su Instagram e TikTok. <strong>Vi sarà accaduto anche osservando le traiettorie felici dei cosiddetti casi letterari: in ordine di tempo, penso a </strong></span><strong><i>Lázár</i> di Nelio Biedermann, 22enne esordiente svizzero già chiacchieratissimo e profilato dal <i>New York Times</i>; a <i>Le perfezioni</i> di Vincenzo Latronico, finalista all’International Booker Prize 2025, longlisted al National Book Award e ormai secondo autore più venduto nella storia di Fitzcarraldo, in Inghilterra, dopo il Nobel Olga Tokarczuk; a <i>Cronorifugio</i> di Georgi Gospodinov, Premio Strega Europeo 2021; a <i>La ragazza del convenience store</i> di Sayaka Murata, nel 2016; a <i>I vagabondi</i></strong><span style="font-weight: 400;"><strong>, di Olga Tokarczuk, uscito nel 2017 in inglese</strong>. </span></p>
<h2 class="text-size-h3">L&#8217;International Booker Prize, il premio più desiderato</h2>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Molti di questi romanzi, e tanti altri che non ho qui citato, hanno qualcosa in comune: sono passati dall’<strong>International Booker Prize</strong>, ovvero il premio letterario più importante del mondo per la letteratura in traduzione, e sempre di più uno dei premi più importanti del mondo in generale. <strong>L’International Booker Prize viene assegnato ogni anno nel mese di maggio al miglior romanzo “in traduzione”, cioè in una lingua non inglese ma uscito sul mercato di lingua inglese, e premia ugualmente chi il libro l’ha scritto e chi l’ha tradotto. Equivalente è anche la suddivisione del cachet</strong>. L&#8217;International Booker Prize per come lo conosciamo oggi nasce nel 2016, quando il vecchio International Prize accorpò il Foreign Fiction Prize dell&#8217;Independent. Se prima l&#8217;International Prize premiava autori di qualsiasi lingua, incluso l&#8217;inglese, per la loro attività letteraria in senso ampio (e infatti era stato vinto da Philip Roth, Alice Munro, Chinua Achebe), il nuovo premio nato nel 2016 premia singole opere scritte da autori non anglofoni, ma tradotte in inglese. La prima versione di questo nuovo premio è stata vinta da Han Kang con </span><i><span style="font-weight: 400;">La vegetariana</span></i><span style="font-weight: 400;">, l&#8217;ultima, nel 2026, da Yang Shuang-zi con </span><i><span style="font-weight: 400;">Taiwan Travelogue</span></i><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Come scrivevo, il cachet (50mila sterline) viene diviso equamente tra chi ha scritto e chi ha tradotto il libro, e anche il premio è condiviso. Esiste una sola traduttrice che è stata candidata 5 volte in 10 anni: Sophie Hughes. Sulla fortuna del Booker, in crescita di anno in anno, dice: «Un premio come l’International Booker Prize, che ha una forte presenza online e allo stesso tempo il peso e il prestigio del nome “Booker Prize”, è il contenitore perfetto intorno a cui far ruotare le conversazioni». Poi: «Ha un suo glamour, ma è anche gestito molto sul serio, visto che, per esempio, tutti i giurati devono leggere tutti i libri». <strong>Per spiegare il successo dell&#8217;International Booker Prize – e in un certo senso più esteso della letteratura di Paesi non anglofoni – vale la pena parlare del marketing che, dal 2022, il team digital e social del Booker ha messo in pratica</strong>: i libri selezionati nella shortlist, ogni anno, diventano protagonisti di campagne curate in ogni dettaglio e targettizzate su un pubblico giovane e social-friendly. Un estratto di ogni finalista viene letto, in formato Reel, da un nome di rilievo dello spettacolo e della cultura: in questi anni è toccato a Dua Lipa, Stormzy, Jarvis Cocker, e i video sono stati prodotti con la collaborazione di Mubi.</span></p>
<h2 class="text-size-h3">Fitzcarraldo, l&#8217;editore apripista</h2>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Nel 2025, il libro di literary fiction più venduto dalla libreria “cult” newyorkese McNally Jackson è stato <i>Martyr!</i> di Kaveh Akbar, uno scrittore nato a Teheran ma la cui lingua di scrittura è l’inglese. Ma al secondo posto in classifica c’è il libro <i>Io che non ho mai conosciuto gli uomini</i>, della belga Jacqueline Harpman, e tra i primi dieci c&#8217;è anche <i>Butter</i>, della giapponese Asako Yusuki, <i>Perfection</i>, dell’italiano Vincenzo Latronico, e <i>On the Calculation of Volume (Book I)</i>, della danese Solvej Balle. <strong>Se ho citato una catena di librerie ancora di lingua inglese non è un caso: c’è un paradosso, in questo successo sempre più consolidato della letteratura di Paesi che per decenni sono stati alla periferia del mercato editoriale</strong>, e lo racconta bene Latronico stesso, spiegando il successo di <i>Perfection</i>, arrivato infatti anni dopo l’uscita originale, quella italiana: «L’inglese resta il luogo dove si forma il canone: il mio libro ci è entrato non per sé stesso, ma solo dopo che è stato tradotto e ben ricevuto. Lo stesso è valso, per esempio, per Han Kang o Benjamin Labatut». La lingua inglese, insomma, come giudice di cosa è meritevole di stare in classifica e cosa no.</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">In questo senso, uno dei progetti editoriali che ha più contribuito a rendere estremamente popolare, e anche in un certo modo &#8220;cool&#8221;, la letteratura in traduzione, è quello di Fitzcarraldo. <strong>Editore britannico che si è costruito una reputazione di culto in soli dodici anni di attività, è nato dall’idea di Jacques Testard proprio per pubblicare autrici e autori non inglesi in un mercato che, solo pochi anni fa, era tra i più conservatori e autarchici del mondo</strong>. Ho incontrato Testard al festival fiorentino Testo, a febbraio 2026, e abbiamo parlato proprio della letteratura in traduzione, della sua crescita, e della crescita, consequenziale, di Fitzcarraldo. Ha detto: «Questa idea che tradurre libri sia in qualche modo commercialmente rischioso è una follia. Perché i grandi editori spendono cifre come centomila sterline per un debutto anglofono, ma con quelle stesse cifre si potrebbe comprare un autore di caratura mondiale in traduzione. Molto meno, anzi: diecimila, ventimila sterline, più il costo della traduzione. Ma ovviamente le cose sono cambiate negli ultimi anni: penso ad autori come Sebald, Bolaño, Ferrante, Knausgard».</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Un’altra opinione che arriva dal mondo editoriale è quella di Emanuela Anechoum, che oltre a essere una scrittrice italiana tradotta in diversi Paesi (il suo esordio </span><i><span style="font-weight: 400;">Tangerinn</span></i><span style="font-weight: 400;">, pubblicato nel febbraio 2024 per Edizioni E/O, è uscito in Inghilterra e Stati Uniti all’inizio del 2026, e in Germania, Francia, Brasile) lavora come Foreign Rights Manager proprio per E/O. Anche lei vede il fenomeno, naturalmente, e lo spiega anche con motivazioni di mercato: «</span><span style="font-weight: 400;"><strong>Ormai è diventato molto difficile acquisire titoli anglofoni: i prezzi dei singoli titoli sono aumentati moltissimo, e in questa situazione rivolgersi ad altri mercati aiuta. Costa meno, e ci sono titoli che hanno comunque intuizioni universali</strong>». E poi, dice, l’Europa aiuta la sua letteratura: «Ci sono dei bandi e aiuti europei sulla traduzione: l’Unione ha un bando che si chiama Europa Creativa per rafforzare le traduzioni di lingue meno popolari, tra virgolette. Noi (Edizioni E/O, </span><i><span style="font-weight: 400;">nda</span></i><span style="font-weight: 400;">) abbiamo tradotto un esordio dalla Repubblica Ceca, uno dalla Serbia, uno dalla Svezia, uno dal francese ma ambientato in Corsica. Ci sono, insomma, anche incentivi».</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Finora abbiamo attraversato certe logiche di mercato, il funzionamento dei premi internazionali e le scelte di pubblicazione e traduzione degli editori indipendenti; ma di cosa parlano, poi, questi libri? Non è possibile tracciare un canone universale, ma credo che si possano vedere certe tendenze. La letteratura è come una pianta lenta, molto lenta a crescere: significa che ciò che le autrici e gli autori sperimentano e vivono, si svilupperanno in narrazioni robuste dopo anni, talvolta decenni. <strong>Mi sembra che diversi romanzi – tutti casi poi internazionali – che hanno la forza letteraria dei classici futuri mostrino, per esempio, l’internazionalizzazione di una classe media per cui vivere a New York, Berlino, Torino o Bangkok non fa troppa differenza. È innegabile che questo sia un tratto della contemporaneità emerso con forza negli ultimi vent’anni – la globalizzazione del mercato del lavoro – ed è altrettanto innegabile che sia il racconto di un certo privilegio</strong>. Ma quando, d’altronde, il romanzo non è stato esattamente questo? La letteratura delle classi subalterne è (purtroppo) ancora un segmento molto piccolo  nelle librerie e sul mercato. Ad ogni modo, qualche titolo che segue questo filone, oltre al già citato </span><i><span style="font-weight: 400;">Perfection</span></i><span style="font-weight: 400;">: </span><i><span style="font-weight: 400;">Gli antropologi</span></i><span style="font-weight: 400;"> di Ayşegül Savaş, scrittrice turca che utilizza la lingua inglese per scrivere; </span><i><span style="font-weight: 400;">Nella carne</span></i><span style="font-weight: 400;"> di David Szalay, scrittore canadese con cittadinanza ungherese, dotato di una spiccata sensibilità europea; </span><i><span style="font-weight: 400;">Vita sommersa</span></i><span style="font-weight: 400;"> di Tara Menon, nata in India e cresciuta a Singapore; ma non sarebbe fuori luogo inserire in questa lista anche l’opera di Sally Rooney, autrice sì anglofona, ma irlandese, e quindi in una posizione politica e industriale di minoranza rispetto al mercato principale.</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Naturalmente, ci sono cento altri mondi oltre a questo. Claudia Durastanti, arrivata alla fama anche lei internazionale con </span><i><span style="font-weight: 400;">La straniera</span></i><span style="font-weight: 400;">, tradotto in oltre 20 Paesi, mi dice che sta notando «<strong>un’attenzione al Mediterraneo non da cartolina: basta vedere il lavoro di Foundry Editions che spazia da Anna Pazos a Karim Kattan. Un’attenzione a un Mediterraneo più laterale e politico, che affianca un maggiore slancio verso le lingue arabe</strong>». È un’affermazione che dialoga con un’altra cosa che mi aveva detto ancora Jacques Testard di Fitzcarraldo soltanto alcuni mesi prima, nello spiegare l’evoluzione futura dell’editore: «Nei primi anni il catalogo era molto eurocentrico. Un punto di svolta è stato quando abbiamo iniziato a pubblicare Adania Shibli, con il libro </span><i><span style="font-weight: 400;">Minor Detail </span></i><span style="font-weight: 400;">(</span><i><span style="font-weight: 400;">Un dettaglio minore</span></i><span style="font-weight: 400;"> in italiano, uscito per La nave di Teseo, il più importante romanzo della scrittrice palestinese, </span><i><span style="font-weight: 400;">nda</span></i><span style="font-weight: 400;">)». Ha continuato: «Quella è stata forse la prima volta, quando abbiamo comprato </span><i><span style="font-weight: 400;">Minor Detail</span></i><span style="font-weight: 400;">, in cui abbiamo pensato: non c’è ragione per non guardare al di fuori dell’Europa e continuare a espanderci».</span></p>
<p class="is-boxed centered article-body"><span style="font-weight: 400;">Infine, una nota di speranza per un mondo in cui la letteratura appare sempre meno centrale nelle diete culturali delle masse, e specialmente dei giovani: un sondaggio NielsenIQ BookData commissionato nel 2026 dalla Booker Prize Foundation ci mostra come il lettore tipo della letteratura in traduzione sia, almeno nel Regno Unito, giovane, o almeno: intorno ai 35 anni. Aprire il canone, spalancare le porte alle periferie, sembra – con poca sorpresa, va detto – essere una decisione che paga.</span></p>
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		<title>Il nuovo report dell&#8217;Onu sulla crisi climatica dice sostanzialmente due cose: sta andando tutto molto male e andrà tutto sempre peggio</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/nazioni-unite-emissioni-cambiamento-climatico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 10:32:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Cambiamento Climatico]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[Il rapporto stesso definisce così, con questa mestizia, i suoi stessi contenuti: «Questo non è affatto un percorso accettabile o preferibile, è semplicemente la migliore opzione rimasta». Le pagine pubblicate oggi (2 settembre) dalle Nazioni Unite mettono per iscritto che la soglia di 1.5 gradi in più rispetto all&#8217;era preindustriale verrà superata sicuramente nei prossimi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">Il <a class="link-article" href="https://www.unep.org/news-and-stories/press-release/unep-world-set-cross-15degc-global-warming-can-still-limit-adapt-and" target="_blank" rel="noopener">rapporto</a> stesso definisce così, con questa mestizia, i suoi stessi contenuti: «Questo non è affatto un percorso accettabile o preferibile, è semplicemente la migliore opzione rimasta». Le pagine pubblicate oggi (2 settembre) <strong>dalle Nazioni Unite mettono per iscritto che la soglia di 1.5 gradi in più rispetto all&#8217;era preindustriale verrà superata sicuramente nei prossimi anni, e che quello che resta da fare è contenere il danno e poi tentare di riportare giù le temperature.</strong> Dieci anni fa a Parigi quasi tutti i Paesi del mondo si erano impegnati a restare ben sotto i 2 gradi, stabilendo appunto la soglia degli 1.5 gradi in più come quella oltre la quale ci sarebbe stato da preoccuparsi davvero. Da allora il contributo dell&#8217;eolico e del solare all&#8217;approvvigionamento energetico mondiale è cresciuti, ma petrolio, gas e carbone hanno continuato a bruciare e quindi le temperature medie globali sono salite di circa 1.4 gradi. Con le politiche attuali, il pianeta supererà i 2.6 gradi di aumento della temperatura media entro la fine secolo.</p>
<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">Perché le temperature scendano di 1.5 gradi in media entro il 2100, il picco del riscaldamento dovrebbe fermarsi a 1.8 gradi, cosa che la maggior parte degli scienziati considera improbabile, in quanto servirebbe un programma gigantesco di rimozione dell&#8217;anidride carbonica per raggiungere questo obiettivo. <strong>Questo programma comporterebbe: ricoprire di foreste aree enormi o, in alternativa, affidarsi a tecnologie di cattura dell’anidride carbonica che finora non hanno prodotto risultati significativi.</strong> Anche negli scenari più ottimistici, ci vorrebbero circa cinquant&#8217;anni per annullare un solo decennio di riscaldamento globale. <a class="link-article" href="https://www.nytimes.com/2026/09/02/climate/united-nations-climate-target-overshoot.html">Come spiega</a> al <em>New York Times</em> Glen Peters, del CICERO Center for International Climate Research di Oslo, l&#8217;idea di piantare un miliardo di alberi può sembrare semplice, ma per come stanno le cose adesso andrebbero rimboschite superfici più grandi di interi Stati americani, con conflitti prevedibili con i terreni agricoli e poche certezze riguardo alla sana crescita degli alberi delle foreste, la cui salute verrebbe messa a rischio dal caldo e dagli eventi climatici estremi.</p>
<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">Le obiezioni al rapporto Onu sono di due tipi. L&#8217;istituto berlinese Climate Analytics ha detto che il documento rischia di diventare un invito all&#8217;apatia e lo ha criticato per non avere insistito sull&#8217;abbandono dei combustibili fossili, impegno che i Paesi avevano nuovamente sottoscritto a un vertice internazionale nel 2023, mentre le emissioni continuavano a salire. Michael Mann, dell&#8217;Università della Pennsylvania, <strong>pone il problema della volontà politica senza la quale nessuno degli obiettivi fissati verrà raggiunto.</strong> Gli obiettivi ci sono ma, senza la volontà politica, abbiamo visto che effetto hanno: <strong> la colonnina di mercurio sale un po’ più in alto, il cambiamento climatico è diventato crisi, la catastrofe si è solo avvicinata</strong>, come mostrano il crollo del ghiacciaio e l&#8217;alluvione in Nepal della settimana scorsa (<a class="link-article" href="https://www.rivistastudio.com/inondazione-nepal-cause/">ne abbiamo parlato qui</a>).</p>
<p class="is-boxed article-body" style="font-weight: 400;">Nel frattempo, l&#8217;amministrazione Trump ha ritirato gli Stati Uniti dagli accordi sul clima e ha implementato una fortissima deregulation in tema ambientale con una serie di leggi una più ecocida dell&#8217;altra. Sopra gli 1.5 gradi, dice Inger Andersen, direttrice esecutiva del Programma delle Nazioni Unite per l&#8217;Ambiente, non ci sono esiti positivi possibili: ondate di calore e inondazioni più intense, ghiacciai che si sciolgono, mari che salgono, coralli che sbiancano, e il rischio che si indeboliscano o si fermino le correnti oceaniche che portano calore dai tropici verso nord, con la possibilità (sempre più reale) di rimodellare il mondo per sempre.</p>
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		<title>La nuova campagna di Valentino si chiama Interferenze ed è scattata in un ex centrale elettrica romana convertita in museo</title>
		<link>https://www.rivistastudio.com/valentino-interferenze-campagna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[studioadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 10:14:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Moda]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[Costruita nei primi anni del Novecento e situata sulla riva sinistra del Tevere nel quartiere Ostiense, la Centrale Montemartini di Roma fu di fatto primo impianto pubblico romano per la produzione di energia elettrica. Poi successivamente dismessa, venne convertita nel 1997, in sede museale dislocata dei Musei Capitolini.  Ed è qui che si ambienta la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">Costruita nei primi anni del Novecento e situata sulla riva sinistra del Tevere nel quartiere Ostiense, la Centrale Montemartini di Roma fu di fatto primo impianto pubblico romano per la produzione di energia elettrica. Poi successivamente dismessa, venne convertita nel 1997, in sede museale dislocata dei Musei Capitolini.  Ed è qui che si ambienta la <a class="link-article" href="https://www.valentino.com/it-it/?utm_campaign=1.Valentino_IT_SEA_B_Pure-Brand+%5BE%5D&amp;utm_source=GOOGLE&amp;utm_medium=cpc&amp;utm_content=B_Pure-Brand+%5BE%5D&amp;utm_term=valentino&amp;utm_country=IT&amp;utm_type=SEARCH&amp;s_kwcid=AL!11557!10!822240707257!e!!g!!valentino&amp;gclid=Cj0KCQjwkt_UBhDMARIsALpnOAz2U8_2zkPHb7IUb1OGrAmymR5eWgnUCgOm3EuGx3pW9BpG0RfVD8kaAlcqEALw_wcB&amp;gclsrc=aw.ds&amp;gad_source=1&amp;gad_campaignid=1873370132&amp;gbraid=0AAAAADB0lG0cWrKN10wnygpod_vl8da_I">campagna Autunno/Inverno 2026 di Valentino</a>, Interferenze, nata dalla visione del direttore creativo Alessandro Michele, scattata da Glen Luchford.</span></p>
<p class="is-boxed article-body"><strong>La natura del luogo, intrinsecamente ibrida – poiché al classico delle statue viene accostato il profano dell’archeologia industriale – rappresenta il principio generativo del progetto, ribadito dai modelli, le cui pose imitano di fatto la posizione delle statue</strong><span style="font-weight: 400;"><strong>.</strong> Sulle note di Waltz tratto dalla Masquerade Suite di Aram Khachaturian, va così in scena una delle classiche mise en abyme tipiche del lavoro di Michele. </span></p>
<p class="is-boxed article-body"><strong>Per interpretare teoricamente la campagna si deve infatti far riferimento però a due grandi fonti di ispirazione: Da un lato, l&#8217;<em>Atlante Mnemosyne</em> di Aby Warburg, di cui la Centrale Montemartini incarna lo stesso identico principio del funzionamento: proprio come Warburg accostava foto rinascimentali, pubblicità moderne e reperti antichi sui suoi pannelli neri, la Centrale Montemartini affianca i marmi greci e romani ai motori d&#8217;acciaio della modernità. Dall&#8217;altro invece la teoria del montaggio di Sergej Ėjzenštejn, secondo cui il significato non nasce dalla semplice somma degli elementi ma dalla loro collisione, ovvero dalla scontro tra ordini simbolici differenti. </strong></p>
<p class="is-boxed article-body"><span style="font-weight: 400;">Come sottolineato nel manifesto firmato da Alessandro Michele, «La Centrale Montemartini è, infatti, un luogo metafisico, una terra di mezzo in cui l’età degli dei e quella delle macchine, il mito e il progresso, la memoria e l’invenzione cessano di appartenere a temporalità separate. Qui la bellezza classica delle statue romane dialoga con l’imponente monumentalità di turbine e caldaie che hanno alimentato la modernità industriale. Frammenti di un’eternità pagana affiorano tra le cattedrali della tecnica, in uno spazio che sfugge a ogni classificazione. [&#8230;] L’antico, sottratto al dispositivo cronologico del museo, smette di appartenere soltanto al passato; la macchina, privata della propria funzione, cessa di essere un semplice residuo della modernità. Nella loro giustapposizione, entrambi sfuggono alla linearità della storia per ricomporsi in una nuova costellazione di senso. In questa prospettiva, la Centrale Montemartini ricorda l’</span><i><span style="font-weight: 400;">Atlante</span></i> <i><span style="font-weight: 400;">Mnemosyne</span></i><span style="font-weight: 400;"> di Aby Warburg: non tanto un archivio della memoria, quanto un dispositivo di montaggio, nel quale immagini provenienti da contesti differenti, proprio attraverso il loro accostamento, generano risonanze e inedite possibilità di lettura. La dea Fortuna, la musa Polimnia e la regina Cleopatra si stagliano tra i giganteschi motori diesel, gli alternatori, i grandi volani e i carri ponte della sala macchine. Nasce così un dialogo che trasforma reciprocamente tanto la percezione della statuaria antica quanto quella dell’archeologia industriale». </span></p>

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