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		<title>Italia: se 150 vi sembran pochi – 1</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Mar 2012 05:45:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giancarlo Santalmassi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Forse non tutti sanno che cosa è il Fondo Edifici di Culto. Eppure si tratta di una istituzione che rappresenta come meglio non si potrebbe non solo l’unità d’Italia, ma anche una possibile unità, certo di tutt’altro tipo e tutt’altra intenzione, che bene o male si è dovuta fare in questa Paese, e cioè l’ [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Forse non tutti sanno che cosa è il Fondo Edifici di Culto. Eppure si tratta di una istituzione che rappresenta come meglio non si potrebbe non solo l’unità d’Italia, ma anche una possibile unità, certo di tutt’altro tipo e tutt’altra intenzione, che bene o male si è dovuta fare in questa Paese, e cioè l’ unità (o perlomeno l’accordo) Stato-Chiesa in nome della Monarchia prima, della Dittatura poi, e della Repubblica alla fine. Se ne parla in questi giorni perché il Fondo Edifici di Culto ( che è una Direzione Generale del Ministero dell’Interno, guidata da un Prefetto) ha fatto pubblicare un libro notevole (dalla casa editrice L’ Orbicolare) che si avvale di due emblematiche introduzioni, quella del Ministro Anna Maria Cancellieri e quella del Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura nonché della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, S. E. Gianfranco Ravasi, dotto teologo e brillante giornalista e saggista.</p>
<p>Di che si tratta?</p>
<p>Il Fondo Culto fu creato quando lo Stato Unitario incamerò una quantità impressionante di Beni della Chiesa. Conventi e svariati edifici di culto, passarono in proprietà del Demanio dello Stato. Sacerdoti, frati e monache e quant’altri li occupavano divennero inquilini dello Stato con la facoltà di esercitare la funzione religiosa restando ma sottoposti, in quanto gestori di cospicui patrimoni culturali, alla tutela della Nazione italiana. Lo Stato ne era adesso proprietario attraverso una apposita Direzione presso il Ministero dell’Interno-Demanio pubblico. Così una infinità di Chiese e luoghi sacri sono oggi dello Repubblica (che li tutela all’art. 8 della Costituzione) e non del Vaticano, come molti ancora credono. E lo Stato li amministra assai bene, curandoli, restaurandoli, esaltando la storia delle arti in essi contenuti e rispettandone l’ originaria destinazione, soprattutto con le cure del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Il libro parla appunto dei Beni Culturali del Fondo Culto e si chiama “Maestri e capolavori” e di capolavori ce ne sono tanti tra Firenze, Roma, Napoli e Palermo. Basti ricordare il Crocifisso di Giotto in s. Maria Novella a Firenze o l’ Estasi di s. Teresa del Bernini in s. Maria della Vittoria a Roma. E’ roba nostra, viene da dire , dove l’ aggettivo “nostra” onora, con la più grande semplicità e al più alto livello nel contempo, il senso di una appartenenza che è la sostanza strutturale dell’idea di unità d’ Italia.</p>
<p>CLAUDIO STRINATI</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Mucillagine – 3</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Mar 2012 22:55:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giancarlo Santalmassi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le «protezioni» di Pollari (non soltanto Geronzi era sotto tutela) e le lettere sono due notizie che emergono da carte e archivi che il Corriere ha consultato e «ascoltato» e che sono alla base del libro-inchiesta «I segreti di don Verzé», da domani in edicola con il Corriere della Sera. In primis l&#8217;archivio sterminato, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le «protezioni» di Pollari (non soltanto Geronzi era sotto tutela) e le lettere sono due notizie che emergono da carte e archivi che il Corriere ha consultato e «ascoltato» e che sono alla base del libro-inchiesta «I segreti di don Verzé», da domani in edicola con il Corriere della Sera. In primis l&#8217;archivio sterminato, e in gran parte vergine, di sette mesi di intercettazioni ambientali e telefoniche a partire dal dicembre 2005. Sono migliaia di file audio.<br />
Le cimici sono state piazzate nell&#8217;ambito di un&#8217;inchiesta sulla maga Ester Barbaglia per presunto riciclaggio (accusa poi rivelatasi infondata) del denaro del clan calabrese dei Morabito. La Barbaglia alla fine del 2004 aveva creato, nello studio di Enrico Chiodi Daelli, notaio storico del San Raffaele, una Fondazione con un patrimonio di 28 milioni destinato alla Fondazione Monte Tabor di don Verzé, ovvero l&#8217;ente al vertice del gruppo ospedaliero. È il nesso, probabilmente, che ha fatto scattare le intercettazioni.<br />
Le indagini, però, hanno subito escluso qualsiasi ipotesi a carico del fondatore del polo sanitario milanese. Tant&#8217;è che il fascicolo è rimasto sepolto e intatto per anni. Tra novembre e dicembre si era dato conto dei brogliacci, ovvero i riassunti scritti di alcune conversazioni ritenute rilevanti per le indagini. L&#8217;audio «diretto», però, è un&#8217;altra cosa, riconsegna la totalità delle conversazioni. Si spalanca così una finestra sul sistema di relazioni e di potere che aveva al centro il San Raffaele. E l&#8217;orizzonte si allarga ben oltre i fatti interni dell&#8217;ospedale. È una stagione particolare, oltretutto, perché il governo Berlusconi è agli sgoccioli e ad aprile 2006 dovrà cedere il passo, per una manciata di voti, a Romano Prodi. E poi è caldissimo il fronte delle scalate bancarie, epoca «furbetti», con le inchieste, gli arresti di Gianpiero Fiorani &amp; C., e il governatore Antonio Fazio costretto a licenziarsi dalla Banca d&#8217;Italia.<br />
Pollari confida al prete seduto davanti a lui le informazioni di cui è in possesso. Delinea un quadro di intrighi, lotte di potere, amici, nemici, compresi quelli, secondo lui, che attaccavano Geronzi. Già ma perché un banchiere privato godeva della protezione di Pollari e quindi del Sismi, organismo deputato a tutelare la sicurezza nazionale?<br />
E da chi doveva essere protetto? Sentiamolo direttamente dal numero uno del Sismi: «All&#8217;inizio era una truppa &#8230; un&#8217;artiglieria a distruggere, a distruggere &#8211; dice Pollari captato dalla microspia ambientale &#8211; chiunque venisse indicato come amico di Geronzi era messo all&#8217;indice &#8230; questa squadra che ti ho delineato &#8230; fa capo a Bernheim (Antoine, ex presidente Generali, ndr ), Valori (Giancarlo Elia, dirigente d&#8217;azienda dalle fittissime relazioni, ndr) e Giulio Tremonti».<br />
Ma non solo. Sempre secondo Pollari, nell&#8217;asse contro Geronzi e Fazio c&#8217;era anche il pm (oggi ex) della Procura di Roma Achille Toro che aveva perquisito e indagato il banchiere di Capitalia nell&#8217;ambito dell&#8217;inchiesta Cirio. «Questo &#8211; confida a don Verzé &#8211; lo dico solo a te: Toro faceva squadra con Tremonti e con Elia Valori».</p>
<p>MARIO GEREVINI e SIMONA RAVIZZA &#8211; il Corriere della Sera</p>
<p>&#8220;Il network eversivo&#8221;<br />
 &#8221;La Porcu organizza un giro delle sette chiese, un&#8217;agenda di incontri con Nicolò Pollari, Francesco Cossiga, Paolo Scaroni (Eni), Enzo De Chiara (uno strano personaggio, finanziere italo-americano, vicino alle amministrazioni Usa, già finito in qualche inchiesta giudiziaria), Pippo Corigliano (Opus Dei) che a sua volta mi presenta Luigi Bisignani che già aveva chiesto di incontrarmi (se fosse stato siciliano, dopo averlo conosciuto, avrei pensato che fosse un mafioso) e la Margherita Fancello (moglie di Stefano Brusadelli, vicedirettore di Panorama), che a sua volta mi riportò da Cossiga, Massimo Sarmi (Poste), Giancarlo Elia Valori, il generale Roberto Speciale della Guardia di Finanza. Insomma, dai colloqui, capisco che questi qui sono in squadra.</p>
<p>(Tavaroli annuncia in settembre una memoria difensiva molto documentata e comunque va ricordato qui che la sua è la ricostruzione di un indagato). Mi immagino una piramide. Al vertice superiore Berlusconi. Dentro la piramide, l&#8217;uno stretto all&#8217;altro, a diversi livelli d&#8217;influenza, Gianni Letta, Luigi Bisignani, Scaroni, Cossiga, Pollari. E&#8217; il network che, per quel che so, accredita Berlusconi presso l&#8217;amministrazione americana. Io non esito a definire questa lobby un network eversivo che agisce senza alcuna trasparenza e controllo.<br />
Mi resi conto subito che quella lobby di dinosauri custodiva segreti (gli illeciti del passato e del presente) e li creava. Che quei segreti potevano distruggere la reputazione di chiunque e la vera sicurezza è la reputazione. C&#8217;era insomma, tra la Telecom di Tronchetti e quell&#8217;area di potere, un disequilibrio informativo che andava affrontato subito e nel miglior modo da noi, riequilibrandolo o addirittura annullandolo con la creazione, a nostra volta, di altri segreti. C&#8217;era bisogno di coraggio.</p>
<p>Che è proprio la virtù che manca a Marco Tronchetti Provera. Ha il culto di se stesso. Non decide mai. Non se la sentiva di attaccare frontalmente, magari pubblicamente, quel network né voleva &#8220;sporcarsi le mani&#8221;, cioè entrare nel club pagandone il prezzo in opacità, ma incassandone i vantaggi lobbistici. Non prende posizione. Non si &#8220;compromette&#8221; né in un senso né nell&#8217;altro.<br />
Per questo quella &#8220;compagnia&#8221; lo scarica. Come, lo spiegherò presto. Il fatto è che quando Tronchetti si insedia in Telecom è debole. Debole non per l&#8217;indebitamento, come tutti pensano. Ma per il suo isolamento nel mondo politico, economico. Tronchetti non piace alla politica. Ne è distante e questo non è gradito. Non capisce la politica di Roma e questo è un problema. Non piace agli industriali.<br />
La Confindustria è guidata da Antonio D&#8217;Amato, espressione della media industria, e questo è un altro problema. E&#8217; su questa zona di confine che mi dicono di &#8220;ballare&#8221;. E io ballo. Me ne ha dato atto, quando mi ha liquidato, anche Tronchetti. Mi ha detto papale papale: &#8220;Forse le abbiamo chiesto troppo&#8221;. E&#8217; vero, mi chiesero molto. Forse troppo&#8221;.</p>
<p>Dall&#8217;intervista di Giuseppe D&#8217;Avanzo a Giuliano Tavaroli per &#8220;La Repubblica&#8221; del 21 luglio 2008</p>
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		<title>Mucillagine – 2</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Mar 2012 22:00:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Cesare Geronzi ha compiuto due settimane fa 77 anni. Ma nonostante la venerabile età e i recenti rovesci giudiziari, non è nella sua villa di Marino a godersi la principesca liquidazione ottenuta graziosamente dalle &#8220;Generali&#8221;. Volteggia imperioso tra i volatili, corvi e altre specie di stormi contrapposti, che da qualche tempo fanno ombra alla cupola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cesare Geronzi ha compiuto due settimane fa 77 anni. Ma nonostante la venerabile età e i recenti rovesci giudiziari, non è nella sua villa di Marino a godersi la principesca liquidazione ottenuta graziosamente dalle &#8220;Generali&#8221;. Volteggia imperioso tra i volatili, corvi e altre specie di stormi contrapposti, che da qualche tempo fanno ombra alla cupola di San Pietro. Tanto che molti all&#8217;interno delle mura leonine sono convinti che il suo prossimo &#8220;target&#8221; non sia una tranquilla senilità, ma la presidenza dello Ior, la banca del Vaticano al centro di una santa guerriglia senza quartiere.<br />
Il sospetto era già nato qualche mese fa, quando l&#8217;ex banchiere &#8220;di sistema&#8221; un un&#8217;intervista al &#8220;Corriere della Sera&#8221; vergò una serie di &#8220;pizzini&#8221; ricchi di sottintesi. Uno era dedicato all&#8217;attuale presidente dell&#8217;Istituto per le Opere di Religione Ettore Gotti Tedeschi, professore di Etica della Finanza alla Cattolica di Milano e editorialista dell&#8217;&#8221;Osservatore Romano&#8221;. &#8220;Gotti Tedeschi disse è un personaggio ritenuto preparato che si è particolarmente esercitato nella demografia&#8221;.</p>
<p>Badate a quel &#8220;ritenuto&#8221;, che presuppone un giudizio negativo sulle capacità professionali e all&#8217;ironia sulla &#8220;demografia&#8221;, che si riferisce al fatto che il banchiere vaticano ha cinque figli. Nel 2009 Gotti Tedeschi fu scelto da Tarcisio Bertone per fare pulizia allo Ior, sentina di molti scandali italici dai tempi di Sindona, Calvi e dell&#8217;arcivescovo Marcinkus, e per pilotare il Vaticano verso l&#8217;ingresso nella white list dei paesi virtuosi in materia di transazioni finanziarie.<br />
Ma molte scelte del Segretario di Stato nel cambiare le vecchie gerarchie di Giovanni Paolo II sono state via via smentite da lui stesso in una girandola di nomine e di repentine sostituzioni anche di prelati a lui legati, generalmente non provenienti dalla diplomazia di Curia, una delle caste più potenti oltre il portone di bronzo. Il citato &#8220;pizzino&#8221; di Geronzi fu interpretato come il segnale che qualcosa era cambiato tra Bertone e Gotti, dal momento che l&#8217;ex presidente di Mediobanca e Generali ha un&#8217;antica e pare ferrea intimità con il Segretario di Stato, per il quale curò tra l&#8217;altro importanti affari quando era arcivescovo di Genova, e che celebrò le nozze di una delle figlie.<br />
Geronzi sa meglio di chiunque altro che scoperchiare la sentina Ior significa farne uscire effluvi pestilenziali generati da quarant&#8217;anni di operazioni inconfessabili, non solo la tangente Enimont, ma il riciclaggio di soldi della mafia corleonese, i conti segreti della prima e della seconda Repubblica e le malefatte di intere generazioni di politici suoi sodali. Per questo occorre che la &#8220;trasparenza&#8221; voluta dal Papa sia ben pilotata.</p>
<p>Chi meglio di lui, privo del requisito &#8220;reputazionale&#8221;, potrebbe farlo, garantendo, ad esempio, la non retroattività della legge antiriciclaggio di Benedetto XVI? Si dice che il cardinal Bertone dopo gli ultimi eventi sia in disgrazia presso il Papa che lo volle Segretario di Stato. Alcune performance del suo giovane pupillo Marco Simeon, che egli propose a Mario Monti come sottosegretario, e che in un&#8217;intervista al &#8220;Fatto&#8221; ha finito per coprirlo di ridicolo persino smentendo in modo ambiguo di essere suo figlio, avrebbero completato l&#8217;opera.<br />
Se Bertone salterà al compimento del settantottesimo anno di età, difficilmente l&#8217;aspirazione di Geronzi diventerà realtà. Ma la mitica trasparenza dello Ior, che va certificata dal Consiglio d&#8217;Europa in giugno, ha comunque un destino alquanto incerto.</p>
<p>Alberto Statera &#8211; &#8220;La Repubblica &#8211; Affari&amp;finanza&#8221;</p>
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		<title>Mucillagine – 1</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Mar 2012 20:30:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giancarlo Santalmassi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Caro Roberto…», «Carissimo don Luigi…». Due lettere riservate tra il governatore della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, e don Verzé. Il sacerdote chiede soldi, il governatore elenca, in modo dettagliato e inconfutabile, tutti i favori fatti al San Raffaele. I file audio delle microspie Le «protezioni» di Pollari (non soltanto Geronzi era sotto tutela) e le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Caro Roberto…», «Carissimo don Luigi…».<br />
Due lettere riservate tra il governatore della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, e don Verzé. Il sacerdote chiede soldi, il governatore elenca, in modo dettagliato e inconfutabile, tutti i favori fatti al San Raffaele. I file audio delle microspie Le «protezioni» di Pollari (non soltanto Geronzi era sotto tutela) e le lettere sono due notizie che emergono da carte e archivi che il Corriere ha consultato e «ascoltato» e che sono alla base del libro- inchiesta «I segreti di don Verzé», da domani in edicola con il Corriere della Sera. In primis l’archivio sterminato, e in gran parte vergine, di sette mesi di intercettazioni ambientali e telefoniche a partire dal dicembre 2005.<br />
Sono migliaia di file audio.<br />
Le cimici sono state piazzate nell’ambito di un’inchiesta sulla maga Ester Barbaglia per presunto riciclaggio (accusa poi rivelatasi infondata) del denaro del clan calabrese dei Morabito. La Barbaglia alla fine del 2004 aveva creato, nello studio di Enrico Chiodi Daelli, notaio storico del San Raffaele, una Fondazione con un patrimonio di 28 milioni destinato alla Fondazione Monte Tabor di don Verzé, ovvero l’ente al vertice del gruppo ospedaliero.<br />
È il nesso, probabilmente, che ha fatto scattare le intercettazioni. Le indagini, però, hanno subito escluso qualsiasi ipotesi a carico del fondatore del polo sanitario milanese. Tant’è che il fascicolo è rimasto sepolto e intatto per anni. Tra novembre e dicembre si era dato conto dei brogliacci, ovvero i riassunti scritti di alcune conversazioni ritenute rilevanti per le indagini.<br />
L’audio «diretto», però, è un’altra cosa, riconsegna la totalità delle conversazioni. Si spalanca così una finestra sul sistema di relazioni e di potere che aveva al centro il San Raffaele. E l’orizzonte si allarga ben oltre i fatti interni dell’ospedale. È una stagione particolare, oltretutto, perché il governo Berlusconi è agli sgoccioli e ad aprile 2006 dovrà cedere il passo, per una manciata di voti, a Romano Prodi. E poi è caldissimo il fronte delle scalate bancarie, epoca «furbetti», con le inchieste, gli arresti di Gianpiero Fiorani &amp; C., e il governatore Antonio Fazio costretto a licenziarsi dalla Banca d’Italia. Pollari confida al prete seduto davanti a lui le informazioni di cui è in possesso. Delinea un quadro di intrighi, lotte di potere, amici, nemici, compresi quelli, secondo lui, che attaccavano Geronzi.<br />
Già ma perché un banchiere privato godeva della protezione di Pollari e quindi del Sismi, organismo deputato a tutelare la sicurezza nazionale? E da chi doveva essere protetto? Sentiamolo direttamente dal numero uno del Sismi: «All’inizio era una truppa … un’artiglieria a distruggere, a distruggere—dice Pollari captato dalla microspia ambientale— chiunque venisse indicato come amico di Geronzi eramesso all’indice…questa squadra che ti ho delineato … fa capo a Bernheim (Antoine, ex presidente Generali, ndr), Valori (Giancarlo Elia, dirigente d’azienda dalle fittissime relazioni, ndr) e Giulio Tremonti».<br />
Ma non solo.<br />
Sempre secondo Pollari, nell’asse contro Geronzi e Fazio c’era anche il pm (oggi ex) della Procura di Roma Achille Toro che aveva perquisito e indagato il banchiere di Capitalia nell’ambito dell’inchiesta Cirio. «Questo—confida a don Verzé — lo dico solo a te: Toro faceva squadra con Tremonti e con Elia Valori ».<br />
Qualche giorno dopo è lo stesso Geronzi ad accomodarsi nell’ufficio dell’uomo che ha fatto grande (e indebitato) il San Raffaele. Sono amici, si danno del «tu», entrambi diffidano dei comunisti. La conversazione è sciolta, su Giovanni Bazoli, Matteo Arpe, ecc… Silvio Berlusconi è sempre un comun denominatore. Dice il banchiere di Capitalia a proposito delle aziende del Cavaliere: «Non si muove foglia (che Berlusconi non voglia, ndr). Lui cerca di dare tutta la libertà a Piersilvio a Marina … però ti devo dire … non gli sfugge nulla».<br />
È un centro di gravità, il sacerdote, tutto passa da lui e lui si occupa di tutto, con una competenza, una curiosità e un entusiasmo coinvolgenti e sorprendenti per un uomo di 86 anni, tanti quanti ne aveva sei anni fa. E poco è cambiato anche successivamente. Sempre lui inmezzo al campo. Più che mai quando ci sono da muovere le pedine giuste tra gli amici al governo o in Parlamento. Un giorno con il ricercatore Claudio Bordignon (direttore scientifico del San Raffaele dal ’98 al 2006) commenta soddisfatto il risultato del pressing per avere i fondi pubblici per la ricerca: «Siamo riusciti a ottenere da Gianni Letta la promessa di 15 (milioni, ndr) per il primo anno, poi 1 e 1 (per i successivi due anni, ndr)». «Caro don Luigi, ecco tutti i favori fatti al San Raffaele» Ma già erano evidenti le crepe nei bilanci dell’ospedale. E quando i tecnici (cioè i funzionari) delle banche nicchiano, don Verzé e il suo vice Mario Cal, suicida nel luglio 2011, muovono i «piani alti».<br />
In molte conversazioni, per esempio, si parla di presunte intercessioni di Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit, sulle pratiche di fido. I «buchi » finanziari dell’ospedale sono strutturali e i debiti inversamente proporzionali alla qualità dell’assistenza e della cultura scientifica del San Raffaele.<br />
Però la ricerca di aiuti esterni è spasmodica. Anche nelle piccole cose. Un giorno si presenta da don Verzé il dipendente che gestisce le campagne di Illasi, il paesino nel veronese dove don Verzé è nato. «Don Luigi — gli dice — paghiamo 15 mila euro al mese di stipendi agli operai ma vendiamo vino per 150 mila euro, non sta in piedi…». E don Verzé? «Devo parlare con il ministero». Lo scambio di corrispondenza con Formigoni è sulla stessa linea. «Caro Roberto, come ti affermai anche quest’anno chiudiamo con un passivo di 35 miliardi (di lire, ndr)… non costringermi a provvedimenti traumatici le cui conseguenze lascio alla tua immaginazione …».<br />
La data è fondamentale: era il 2001, dieci anni prima dell’esplosione ufficiale della crisi. Vuol dire (lo dice don Verzé) che già allora il San Raffaele non stava in piedi. Vuol dire che da allora nessuno ha suonato l’allarme. C’era bisogno di batter cassa, quasi a chiedere soldi a un’azionista. I toni sono molto sbrigativi. Ma la Regione non potrebbe fare differenze, non dovrebbe. Quanto dell’eccellenza sanitaria del San Raffaele è stato negli anni costruito sottraendo soldi pubblici ad altri ospedali non altrettanto «ammanicati»? «Carissimo don Luigi — replica Formigoni — ritengo il tuo giudizio … un po’ ingeneroso …». Segue l’elenco dei favori fatti dalla Regione all’ospedale milanese: accreditamento non regolare di posti letto con il servizio sanitario, rimborsi discutibili, norme e regolamenti confezionati «sartorialmente » per fare guadagnare di più il San Raffaele, ecc..<br />
Nel documento inviato a don Verzé si fa riferimento, tra l’altro, al lotto IV del San Raffaele dedicato alle malattie cardiache: qui «l’istituto, pur non autorizzato, ha esercitato attività sanitaria in regime di accreditamento e di solvenza (…). Abitualmente in questi casi, prima si dispone l’interruzione delle attività e poi eventualmente si attiva l’iter per il rilascio dell’autorizzazione». Altro passaggio, nuovo trattamento di favore: «Nella fase di accreditamento di Ville Turro si è consentita la trasformazione di posti letto di psichiatria in riabilitazione (…) per ottimizzare la fatturazione delle prestazioni rese… La tariffa è più remunerativa ». Nella sua lettera, comunque, il governatore Formigoni mette le mani avanti: «È stato un susseguirsi di tentativi di trovare soluzioni a problemi, ovviamente nel rispetto delle leggi».</p>
<p>MARIO GEREVINI e SIMONA RAVIZZA &#8211; il Corriere della Sera</p>
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		<title>E io pago….</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Mar 2012 19:37:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giancarlo Santalmassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Radio Scritta]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8230;anche per le città fantasma! Sono infatti ben 1.081.698 le case fantasma scovate dall&#8217;Agenzia del Territorio nell&#8217;azione di accertamento condotta nel 2011. Si tratta di unità immobiliari di diverse tipologie a cui è stata attribuita una rendita (definitiva o presunta) pari a 817,39 milioni di euro. L&#8217;Agenzia aveva individuato inizialmente 2.228.143 particelle del Catasto terreni, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8230;anche per le città fantasma!</p>
<p>Sono infatti ben 1.081.698 le case fantasma scovate dall&#8217;Agenzia del Territorio nell&#8217;azione di accertamento condotta nel 2011.<br />
Si tratta di unità immobiliari di diverse tipologie a cui è stata attribuita una rendita (definitiva o presunta) pari a 817,39 milioni di euro.<br />
L&#8217;Agenzia aveva individuato inizialmente 2.228.143 particelle del Catasto terreni, nelle quali si era constatata la presenza di potenziali fabbricati non presenti nelle banche dati catastali.<br />
Il gettito stimato complessivo, erariale e locale, è pari a circa 472 milioni di euro.</p>
<p>Ilcorriere.it</p>
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		<title>Ineccepibile Napolitano</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Mar 2012 18:28:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giancarlo Santalmassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Radio Scritta]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Rivolgo il più caldo appello a quanti restano non convinti della pur rilevante importanza, per l&#8217;Italia e per l&#8217;Europa, di quell&#8217;opera, affinché desistano da comportamenti inammissibili. C&#8217;é bisogno nel paese di un clima costruttivo&#8221;. Lo afferma il capo dello Stato Giorgio Napolitano. &#8220;L&#8217;espressione del sacrosanto diritto al dissenso su qualsiasi scelta e decisione politica e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Rivolgo il più caldo appello a quanti restano non convinti della pur rilevante importanza, per l&#8217;Italia e per l&#8217;Europa, di quell&#8217;opera, affinché desistano da comportamenti inammissibili. C&#8217;é bisogno nel paese di un clima costruttivo&#8221;. Lo afferma il capo dello Stato Giorgio Napolitano. </p>
<p>&#8220;L&#8217;espressione del sacrosanto diritto al dissenso su qualsiasi scelta e decisione politica e di governo, deve escludere il ricorso a violazioni di legge, violenze, intolleranze e intimidazioni, come quelle che si sono purtroppo verificate in nome dell&#8217;opposizione al progetto TAV Torino-Lione&#8221;. </p>
<p>&#8220;Sarò domattina a Torino (6 marzo, ndr) &#8211; afferma Napolitano nella nota del Quirinale &#8211; per un importante evento istituzionale già da tempo in programma. Mi si rivolge ora qualche richiesta o invito perché colga l&#8217;occasione per incontrare &#8220;gli amministratori&#8221; della Valle di Susa, o una parte di essi. Sono ben consapevole della gravità delle tensioni insorte in quella realtà, con pesanti riflessi sull&#8217;ordine pubblico in altre parti del paese. Ma non posso aderire a incontri in cui si discutano decisioni come quelle relative alla linea Torino-Lione: decisioni che non mi competono, che sono state via via assunte dalle istanze di governo responsabili e che hanno già formato oggetto, nel corso di parecchi anni, di molte discussioni e mediazioni&#8221;. &#8220;Proprio in coerenza con la natura del mio mandato e del mio ruolo &#8211; prosegue il Capo dello Stato &#8211; non entro nel merito di contrasti politici. Ma considero mio dovere riaffermare il principio di legalità, il rispetto delle leggi e delle forze poste a presidio dello Stato democratico, come supremo valore costituzionale e fondamento della convivenza civile. L&#8217;espressione del sacrosanto diritto al dissenso su qualsiasi scelta e decisione politica e di governo, deve escludere il ricorso a violazioni di legge, violenze, intolleranze e intimidazioni, come quelle che si sono purtroppo verificate anche negli scorsi giorni in nome dell&#8217;opposizione al progetto TAV Torino-Lione&#8221;. &#8220;Rivolgo perciò il più caldo appello a quanti restano non convinti della pur rilevante importanza, per l&#8217;Italia e per l&#8217;Europa, di quell&#8217;opera, affinché desistano da comportamenti inammissibili. C&#8217;è bisogno nel paese di un clima costruttivo, nel quale l&#8217;attenzione e gli sforzi si concentrino sull&#8217;impegno a garantire sviluppo, occupazione, giustizia sociale&#8221;, conclude. </p>
<p>Ansa</p>
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		<title>La mucillagine: ecco un esempio</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Mar 2012 17:55:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giancarlo Santalmassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Radio Scritta]]></category>
		<category><![CDATA[Corruzione]]></category>

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		<description><![CDATA[Arrestato l&#8217;imprenditore romano Francesco Caltagirone Bellavista, proprietario fra l&#8217;altro della società Acquamarcia, uno dei più importanti gruppi italiani del settore immobiliare, coinvolta nella costruzione del nuovo porto di Imperia. L&#8217;anziano uomo d&#8217;affari, 73 anni, è stato fermato mentre saliva le scale del palazzo comunale dove era atteso dal sindaco di Imperia Paolo Strescino. Per la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Arrestato l&#8217;imprenditore romano Francesco Caltagirone Bellavista, proprietario fra l&#8217;altro della società Acquamarcia, uno dei più importanti gruppi italiani del settore immobiliare, coinvolta nella costruzione del nuovo porto di Imperia.<br />
L&#8217;anziano uomo d&#8217;affari, 73 anni, è stato fermato mentre saliva le scale del palazzo comunale dove era atteso dal sindaco di Imperia Paolo Strescino.<br />
Per la costruzione del porto turistico di Imperia non è mai stato emesso un bando di gara, e i magistrati vogliono capire se ciò sia giustificato o meno. Inoltre i costi iniziali avrebbero dovuto essere in un primo tempo di 30 milioni, ma sono poi lievitati fino ai 140.<br />
Dopo un interrogatorio durato circa due ore, Francesco Caltagirone Bellavista è<br />
stato accompagnato nel carcere di Imperia, dove è entrato visibilmente scosso. </p>
<p>La misura di custodia cautelare nei suoi confronti, voluta dal pm di Imperia Maria Antonia Cazzaro e firmata dal gip, è stata emessa per truffa aggravata ai danni dello Stato. Riguarda l&#8217;inchiesta, avviata nell&#8217;ottobre del 2010, in cui è indagato anche l&#8217;ex ministro Claudio Scajola.<br />
&#8220;Questa prima tranche dell&#8217;inchiesta &#8211; ha voluto però precisare il procuratore capo di Imperia Giuseppa Geremia a chi le chiedeva se fossero state avanzate richieste di autorizzazioni a procedere nei confronti dell&#8217;ex ministro &#8211; non riguarda alcun parlamentare&#8221;.<br />
Emessa una misura cautelare anche nei confronti dell&#8217;ex direttore della Porto di Imperia spa, Carlo Conti. Per lui l&#8217;accusa è di concorso in truffa aggravata ai danni dello Stato. La Guardia di Finanza avvrebbe effettuato anche una perquisizione domiciliare nella casa di Conti a Sanremo.<br />
Indagati a piede libero anche Paolo Calzia, 69 anni, di Imperia, che all&#8217;epoca dei fatti contestati era direttore generale del Comune di Imperia; Delia Merlonghi, 67 anni, di Roma, legale rappresentante della società di Caltagirone Acquamare, e Domenico Gandolfo, già direttore della Porto di Imperia. La Porto di Imperia spa è la società che ha in concessione i lavori di costruzione del nuovo approdo. E&#8217; partecipata al 33% dal Comune di Imperia.</p>
<p>L&#8217;inchiesta sul Porto di Imperia fu avviata nell&#8217;ottobre 2010 dalla Procura per chiarire le modalità di assegnazione dell&#8217;appalto da parte del Comune di Imperia.<br />
Lo scorso anno, a gennaio, su decisione del dirigente dell&#8217;Ufficio Porto e Demanio del Comune, Pierre Marie Lunghi, vi era stata la revoca della concessione. La società costruttrice di Caltagirone Bellavista, definì la revoca della concessione &#8220;un atto gravissimo&#8221;, annunciando ricorsi al Tar.<br />
Il nuovo porto di Imperia è un&#8217;opera da 140 milioni di euro. I lavori sono cominciati nel 2007 e sono quasi completati, ma l&#8217;inchiesta avviata dalla Procura nel 2010 li ha di fatto bloccati.<br />
La Porto di Imperia Spa è divisa in tre quote detenute dalla Acquamare di Bellavista Caltagirone per il 33,3%, dal Comune di Imperia per un altro 33,3% e da un terzo gruppo di imprenditori locali per il restante 33,3%. Tra questi ultimi risulta presente anche Pietro Isnardi, suocero di Claudio Scajola.<br />
Amministratore delegato della società era, all&#8217;epoca delle prime contestazioni, Carlo Conti, anche lui arrestato oggi, braccio destro di Scajola e uomo di fiducia di Francesco Caltagirone Bellavista.<br />
Caltagirone Bellavista entrò nell&#8217;affare nel 2005 con l&#8217;acquisizione del pacchetto azionario della società Porto di Imperia, firmando successivamente con il Comune un accordo per affidare ad Acquamare la costruzione del Porto.<br />
L&#8217;ex ministro Scajola si è sempre difeso dalle accuse, dicendosi &#8220;sereno&#8221; e parlando di un &#8220;tiro al bersaglio&#8221;. </p>
<p>Anche Caltagirone Bellavista ha sempre parlato di &#8220;totale correttezza amministrativa e contabile dell&#8217;operazione&#8221;.</p>
<p>Repubblica.it</p>
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		<title>Gay: Dalla è sepolto. Il problema no</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Mar 2012 16:43:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giancarlo Santalmassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Radio Scritta]]></category>
		<category><![CDATA[cultura civile]]></category>

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		<description><![CDATA[Tocca a Lucia Annunziata infrangere un tabù, rompere una cortina del silenzio: «I funerali di Lucio Dalla sono uno degli esempi più forti di quello che significa essere gay in Italia: vai in chiesa, ti concedono i funerali e ti seppelliscono con il rito cattolico, basta che non dici di essere gay. È il simbolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tocca a Lucia Annunziata infrangere un tabù, rompere una cortina del silenzio: «I funerali di Lucio Dalla sono uno degli esempi più forti di quello che significa essere gay in Italia: vai in chiesa, ti concedono i funerali e ti seppelliscono con il rito cattolico, basta che non dici di essere gay.<br />
È il simbolo di quello che siamo, c&#8217;è il permissivismo purché ci si volti dall&#8217;altra parte». Annunziata ha parlato nel cuore della sua trasmissione «In 1/2 ora» su Raitre, eccezionalmente prolungata di un&#8217;altra mezz&#8217;ora per dare spazio ad alcune associazioni gay dopo la dibattuta frase della giornalista («Avrei difeso l&#8217;intervento di Celentano a Sanremo anche se avesse detto che i gay devono andare al campo di sterminio»).<br />
E poi Grillini apre un altro fronte: «Per la prima volta dai tempi di Welby, la Conferenza episcopale sente il bisogno di dire come si dovrà organizzare un funerale. Niente canzoni di Dalla in chiesa. Perché mai? Perché tutte le canzoni di Lucio, per fortuna, erano un inno alla libertà di amare. In &#8220;Caro amico ti scrivo&#8221; dice che &#8220;ognuno farà l&#8217;amore come gli va&#8221;, certo non come dice la Chiesa. In &#8220;Ciao a te&#8221; Dalla parla a un tramviere stanco e gli dice anche &#8220;ciao a te e a tuo figlio finocchio&#8221;. Come sarebbe stato possibile eseguire tutto questo in una Chiesa cattolica? In più Dalla muore all&#8217;improvviso e il suo compagno non può ereditare nulla&#8230;».<br />
Paola Concia, deputato Pd, membro della direzione nazionale del suo partito, ex portavoce di Gayleft, racconta un episodio personale: «Oggi mia moglie Ricarda, riflettendo con me sui funerali di Dalla, mi ha detto: mi sembra di assistere a una scena di vent&#8217;anni fa, mi sembra di essere entrata in una macchina del tempo».<br />
E aggiunge: «È molto triste che tutto questo avvenga con la morte di Dalla. Un eterosessuale non deve mai giustificare, agli occhi della Chiesa, la propria sessualità: mogli, fidanzate, amanti, magari possono ritrovarsi tutte insieme davanti all&#8217;altare. Se Dalla avesse detto lì a Bologna: ecco, questo è il mio fidanzato, non metterei proprio la mano sul fuoco sul fatto che avrebbe avuto funerali religiosi. È la riprova della doppia morale che impera in Italia, lo specchio di un Paese che odia i gay, e non lo nasconde, senza che ci sia una rivolta popolare».<br />
Su Twitter è aperto il dibattito sul discorso di Marco Alemanno in Chiesa: «Ho pianto con lui&#8230; che splendida dichiarazione d&#8217;amore», «sentite condoglianze a Marco Alemanno per la morte del suo compagno Lucio Dalla», «anche io sono indignato se sento parlare di Marco Alemanno come un amico e un collaboratore di Lucio Dalla. È amore, bigotti».</p>
<p>PAOLO CONTI &#8211; il Corriere della Sera</p>
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		<title>Russia: troppo giovane per la democrazia.                       Magistrale Konchalovskij</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Mar 2012 15:09:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giancarlo Santalmassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Radio Scritta]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando lo zar Alessandro I discusse il tema della corruzione con il capo della sua polizia segreta, il conte Alexandr Benkendorf, gli disse che bisognava punire tutti i colpevoli. Ma quello, allargando le braccia, rispose: «Ma allora con chi rimane, Maestà?». Andrei Konchalovskij mi racconta l&#8217;aneddoto durante una pausa delle prove di «Tre Sorelle» di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando lo zar Alessandro I discusse il tema della corruzione con il capo della sua polizia segreta, il conte Alexandr Benkendorf, gli disse che bisognava punire tutti i colpevoli. Ma quello, allargando le braccia, rispose: «Ma allora con chi rimane, Maestà?». Andrei Konchalovskij mi racconta l&#8217;aneddoto durante una pausa delle prove di «Tre Sorelle» di Cechov, che in primavera mette in scena al Teatro Mossoviet. E ricorda che anche Vladimir Putin lo ha evocato di recente.<br />
 <br />
Il celebre regista è da poco tornato dal seggio. Ha votato Vladimir Vladimirovich, «perché non c&#8217;era alternativa credibile, perché vince comunque e perché in ogni caso è meglio cercare di influenzarlo per risolvere il problema più difficile e complesso che abbiamo davanti: cambiare il sistema di valori medioevale di questo Paese».L&#8217;analisi di Konchalovskij indulge spesso nel paradosso e non risparmia nulla al vecchio e nuovo leader del Cremlino. In fondo Andrei è l&#8217;erede meno allineato di una grande dinastia, che ha attraversato indenne le svolte brusche della storia russa: suo padre era lo scrittore e poeta Sergei Mikhalkov, autore dell&#8217;inno a Stalin e poi di quello a Eltsin; sua madre era la poetessa Natalia Konchalovskaya, suo fratello è il regista premio Oscar Nikita Mikhalkov, sempre sulla breccia da Breznev a Putin.<br />
 <br />
Il concetto di base del suo ragionamento è quello di una sorta di «jet-lag storico» di cui sarebbe preda la società russa, dove non è mai nata la borghesia e i valori dominanti sono anacronistici: «Il bisogno di un leader forte con un potere verticale, il successo finanziario altrui visto come minaccia al proprio benessere, un circolo di fiducia ristretto, il nepotismo, l&#8217;assenza di responsabilità personale». La conclusione del regista di «A trenta secondi dalla fine» è che la Russia sia ancora «troppo giovane per la democrazia» proprio perché «manca una vera borghesia, una classe di cittadini».<br />
 <br />
L&#8217;impressione immediata è che Konchalovskij si stia perdendo qualcosa, cioè l&#8217;esordio sulla scena pubblica di una nuova classe media, quella favorita proprio da Putin ma che ora rifiuta il patto scellerato della rinuncia alla politica.<br />
«Non è così. Questa classe benestante non è una borghesia. Ha un certo livello di consumo, ma anche i suoi valori sono feudali. Dipendono totalmente dal Cremlino per il successo economico, non rischiano, non hanno impegni sociali».<br />
Il cineasta cita il filosofo Konstantin Leontyev: «Diceva che la Russia dev&#8217;essere sempre un po&#8217; gelata, altrimenti marcisce. E cos&#8217;ha fatto Putin nei primi anni del suo potere, se non congelare un Paese che si stava liquefacendo? Quando nel 1991 i russi ottennero tutte le libertà, non seppero cosa farne e lo Stato cominciò a sciogliersi. Il primo risultato della fine del comunismo fu il ritorno ai valori storici nazionali, soppressi dal terrore sovietico. Ma erano i valori precedenti una rivoluzione borghese, quelli feudali di una Russia che non aveva mai avuto l&#8217;umanesimo. Tutta la cultura europea si basa sulla filosofia greca, la scolastica ebraica e il diritto romano. Noi non abbiamo avuto questa base».<br />
 <br />
L&#8217;errore del secondo Putin è stato di «non lottare contro il feudalesimo statale, che impedisce ogni sviluppo». «Non parlo neppure di corruzione &#8211; aggiunge Konchalovskij &#8211; qui rubano tutti, è un fatto della vita. Non c&#8217;è diritto, non c&#8217;è una polizia normale, il cittadino non è protetto dalla criminalità di ogni genere. Ecco perché i cosiddetti imprenditori russi sono totalmente collaborazionisti col potere. Sembra il Trecento, cioè sette secoli fa. Dopo la vittoria, Putin deve avere il coraggio di dire che viviamo in una società feudale e combattere questi valori. Creare un vero Stato civile di diritto. La democrazia verrà dopo. È l&#8217;ultima occasione che ha. Se facesse prevalere la fedeltà ai suoi amici, ci sarebbe un&#8217;esplosione».<br />
 <br />
La crisi demografica in atto in Russia è per il regista figlia di questo sistema: «Ci sono in Russia 5 milioni di bambini abbandonati dai genitori: ma non c&#8217;è responsabilità penale per questo delitto. Ogni anno vengono violentati e uccisi 1.600 minorenni, negli ultimi vent&#8217;anni la popolazione russa è diminuita di 7 milioni. Sono dati africani. Fatti più gravi della corruzione». Eppure, in tanto pessimismo, neppure Andrei Konchalovskij rinuncia a un barlume di speranza: «C&#8217;è un processo di socializzazione su Internet che cresce e premerà sul potere. Ci vorrà tempo, non basteranno 5 anni. Andrei Navalny è coraggioso nella sua denuncia della corruzione, anche se assomiglia un po&#8217; a Savonarola. Tutto dipende però dalla saggezza di Putin. Se non l&#8217;avrà saranno guai».<br />
 <br />
Paolo Valentino  &#8211; il Corriere.it</p>
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		<title>Pasticcio a Palermo. E a Genova.</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Mar 2012 07:53:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giancarlo Santalmassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Radio Scritta]]></category>

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		<description><![CDATA[Primarie a Palermo del PD. Candidata ufficiale, Rita Borsellino: 66 anni, sostenuta dal PD di Roma. E dall&#8217;IDV che a Palermo risponde a Leoluca Orlando, e dal SEL di Vendola. Ha avuto altri concorrenti &#8216;interni&#8217;. Davide Faraone, 36 anni. Consigliere comunale e deputato regionale del PD è stai candidato dal sindaco di Firenze Matteo Renzi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Primarie a Palermo del PD.</p>
<p>Candidata ufficiale, Rita Borsellino: 66 anni, sostenuta dal PD di Roma.<br />
E dall&#8217;IDV che a Palermo risponde a Leoluca Orlando, e dal SEL di Vendola.</p>
<p>Ha avuto altri concorrenti &#8216;interni&#8217;. </p>
<p>Davide Faraone, 36 anni. Consigliere comunale e deputato regionale del PD è stai candidato dal sindaco di Firenze Matteo Renzi (sempre PD).</p>
<p>E Fabrizio Ferrandelli. 31 anni. Consigliere comunale per la lista &#8216;Sindaco Orlando&#8217;, diviene capogruppo dell&#8217;IDV, e ne viene espulso dopo la decisione di candidarsi. Ha l&#8217;appoggio del PD (parte favorevole all&#8217;alleanza col terzo polo, cioè Casini) e dall&#8217;MPA di Raffaele Lombardo. </p>
<p>Ha vinto quest&#8217;ultimo. L&#8217;unico aspetto positivo è la sua età: coi suoi 31 anni è il più giovane. Per il resto è buio fitto. La Borsellino accusa di brogli e chiede il riconteggio (anche a Mosca dicono così dopo la vittoria di Putin).<br />
Faraone, il terzo incomodo accusa il PD di aver finanziato la campagna elettorale (per le primarie!) della Borsellino.<br />
Dimenticavo: mille voti sono stati tolti alla Borsellino da una ginecologa Antonella Monastra. E allo Zen, è stata chiamata la Digos per allontanare chi per strada offriva soldi agli elettori (un euro a testa!)</p>
<p>A Genova (dove il massacro PD si è già celebrato) il maldipancia del PDL continua con forme nuove perchè si intrecciano con le prossime amministrative e col progetto di riforma della legge elettorale.</p>
<p>Claudio Scaiola dopo aver bocciato i candidati PDL alle primarie genovesi, ha detto sì al proprio candidato Pier Luigi Vinai, in vista dell&#8217;appoggio al voto amministrativo del terzo polo di Casini.</p>
<p>Che casino!</p>
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		<title>Bibi e il bluff di Obama: saprà leggerlo?</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Mar 2012 06:54:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giancarlo Santalmassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Radio Scritta]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Grazia Enardu]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi Netanyahu ha un incontro cruciale con Obama, parleranno soprattutto di Iran, pensando anche alle proprie elezioni, l&#8217;argomento pace con i palestinesi è in freezer da tempo. Ma Netanyahu trova un presidente che ha messo fuori dall&#8217;uscio un tappeto di benvenuto fatto di spine retoriche, mestiere in cui Obama è bravo. E se usa certe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi Netanyahu ha un incontro cruciale con Obama, parleranno soprattutto di Iran, pensando anche alle proprie elezioni, l&#8217;argomento pace con i palestinesi è in freezer da tempo.</p>
<p>Ma Netanyahu trova un presidente che ha messo fuori dall&#8217;uscio un tappeto di benvenuto fatto di spine retoriche,  mestiere in cui Obama è bravo. E se usa certe parole e in certe sedi deve essere abbastanza sicuro del fatto suo o di un rischio calcolato. L&#8217;uomo è “cool”, dicono.</p>
<p>Due giorni fa ha rilasciato un&#8217;intervista a un giornalista americano, ebreo liberal, Jeffrey Goldberg, che scrive su The Atlantic, rivista anch&#8217;essa molto liberal.<br />
Lungo colloquio, chiaramente indirizzato agli americani democratici e agli ebrei americani, meno a israeliani o altro.<br />
E con un punto messo in chiaro: Obama dice che lui non bluffa. Pare parlare di Iran, viene il sospetto che parli anche di Israele.<br />
Il bluff, come sanno anche i principianti di poker, è arte difficile, e un bluff è tale solo se è “visto”, altrimenti lo sa solo il giocatore interessato. Quella di Obama è quindi una piccola sfida: chi vorrà vedere se lui bluffa o fa sul serio? e chi usa il bluff spesso lo usa al contrario, dicendo la verità, quindi la partita diventa difficile e pericolosa. A occhio, è più bravo Barack che Bibi.</p>
<p>Ieri Obama ha parlato alla platea più difficile, l&#8217;annuale conferenza della lobby pro-Israele AIPAC. In prima fila il presidente di Israele, Shimon Peres.</p>
<p>Discorso dove ha allineato le sue carte.<br />
Lungo preambolo di saluti e rivendicazione di amicizia,  la sua amministrazione ha fatto più di tutte le altre verso lo stato di Israele.<br />
Poi una parte dedicata alla questione della pace tra Israele e palestinesi, che rimane prioritaria. E già questa enfasi lo pone su un binario diverso da quello di Netanyahu che di pace non parla, e naturalmente dà colpa dei palestinesi, al loro governo che include Hamas etc. </p>
<p>Il terzo argomento  (terzo, si noti) è l&#8217;Iran e l&#8217;impegno americano ad evitare che abbia armi nucleari. La parola chiave è armi, peraltro ripetuta più volte, distinta quindi dalla semplice capacità nucleare. E per impedire che si arrivi alla bomba iraniana,  Obama ribadisce che la strada è quella delle sanzioni e della diplomazia.</p>
<p>Non la guerra, e lui come comandante in capo degli Stati Uniti sente ogni giorno la responsabilità di chi ha truppe in zone di combattimento. Anzi, castiga quanti parlano troppo facilmente di guerra, e condanna atteggiamenti arroganti. Cita Teddy Roosevelt, occorre parlare a voce bassa e mostrare un grosso bastone. Esattamente il contrario di quanto si usa fare a Gerusalemme.</p>
<p>Torna poi al tema della sua amicizia verso il popolo ebraico, ricorda anche la visita a Buchenwald, ma la sua ultima parola sulle polemiche che lo indicano come poco amico di Israele è un proverbio: un uomo si giudica dai fatti, non dalle parole.</p>
<p>Ecco, è proprio questo il punto che preoccupa Netanyahu, cosa intenda per fatti il presidente Obama e perché metta in cima alla lista proprio i negoziati di pace. Figuriamoci poi i fatti di un secondo mandato Obama! Oggi, ne parleranno direttamente.</p>
<p>MARIA GRAZIA ENARDU</p>
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		<title>Il Prof. Claudio Strinati da domani su santalmassiaschienadritta.it</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Mar 2012 21:34:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giancarlo Santalmassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Radio Scritta]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Strinati]]></category>

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		<description><![CDATA[Da domani entra a far parte della schiera degli amici e sostenitori di questo sito, il prof. Claudio Strinati. È stato a lungo il curatore del polo museale romano. Uno dei migliori. Colto, curioso e preparato (date uno sguardo alla sua biografia culturale e scientifica), ma anche un grande divulgatore, era fatale che diventassimo amici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da domani entra a far parte della schiera degli amici e sostenitori di questo sito, il prof. Claudio Strinati.</p>
<p>È stato a lungo il curatore del polo museale romano. Uno dei migliori. Colto, curioso e preparato (date uno sguardo alla sua biografia culturale e scientifica), ma anche un grande divulgatore, era fatale che diventassimo amici e da lunga data.</p>
<p>La sua collaborazione a &#8216;Santalmassiaschienadritta&#8217; nasce all&#8217;insegna di una considerazione.</p>
<p>Il 31 dicembre scorso (2011) si concludeva un anno particolare: il 150enario della unità d&#8217;Italia. Poi dal primo gennaio 2012, sulla struttura storica di questo paese è calato il silenzio. Come se &#8216;finita la festa campatu lu santu&#8217;, come recita un detto popolaresco.</p>
<p>Come se tutto sommato avesse ragione la carnevalata della secessione, dei ministeri al nord, della Padania, del &#8216;parlamento padano&#8217;&#8230;.</p>
<p>Perché, e qui sta il punto, una unità d&#8217;Italia c&#8217;è stata ma continua ad esserci. Potente, incancellabile. E i segni in questo paese della nostra identità, esistono e sono tanti.</p>
<p>Ed ecco il contributo ideato con Strinati.</p>
<p>Un viaggio attraverso questi segni della cultura italiana.</p>
<p>Una scultura, una pittura, un libro, una architettura, un certo tipo di urbanistica, ricordano senza dubbio che questo è un paese non solo unico, ma anche unito.</p>
<p>Domani comincia questo viaggio. Istruttivo e mai banale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gcs</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’azienda mafia non delocalizza: si espande</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Mar 2012 10:38:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giancarlo Santalmassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Radio Scritta]]></category>
		<category><![CDATA[Costume&Malcostume]]></category>

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		<description><![CDATA[Il fatturato delle mafie, direbbe Monti, è “impressionante”. Solo nel nostro paese si parla di oltre 130 miliardi. La crisi, in un certo senso, l&#8217;hanno sentita anche le organizzazioni criminali, quantomeno a livello della manovalanza. Infatti, se da un lato i boss hanno potuto fare ottimi affari impiegando capitali “freschi” da investire là dove altri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il fatturato delle mafie, direbbe Monti, è “impressionante”. Solo nel nostro paese si parla di oltre 130 miliardi. La crisi, in un certo senso, l&#8217;hanno sentita anche le organizzazioni criminali, quantomeno a livello della manovalanza. Infatti, se da un lato i boss hanno potuto fare ottimi affari impiegando capitali “freschi” da investire là dove altri imprenditori sani svendevano, dall&#8217;altro lato i picciotti, quelli che raccolgono il pizzo avranno dovuto fare lo sconto a tutti quei commercianti ed imprenditori che hanno pagato la crisi fatturando di meno. In altre parole, ci sono dei “settori di attività” delle mafie SpA che hanno tirato di meno. Ma non risulta da nessuna parte che siano state chiuse delle filiali o succursali o rami d&#8217;azienda.I posti di lavoro sono stati salvati.<br />
Anche dei distratti come l&#8217;ex ministro Scajola possono accorgersi senza molta difficoltà che le mafie sono in continua espansione, e che il loro radicamento al nord e all&#8217;estero è un risultato consolidato. Le mafie, cioè, conquistano altri territori rimanendo fortissime nei territori di provenienza, cioè Sicilia, Calabria, Campania e Puglia. Molte grandi aziende al contrario, come la Fiat, la Sigma Tau, l&#8217;Omsa&#8230; conquistano sì altri territori dell&#8217;est europeo o asiatici o americani, ma perdono i territori di partenza, cioè delocalizzano. A sentir loro, bisognerebbe dire che internazionalizzano il loro business.<br />
La distanza tra i manager e i semplici dipendenti cresce sempre di più. Fantozzi oggi potrebbe essere considerato una sorta di Leonida, un coraggioso. Il valore delle persone, fra codici, cavilli, articoli di legge e postulati della finanza è ridotto a un numero segnato su un bilancio spesso truccato, falsato. Basterebbe che qualcuno dicesse che un manager non può aumentare il suo stipendio se allo stesso tempo anche l&#8217;ultimo degli operai non riceve un aumento proporzionato, in scala. Se l&#8217;azienda sta bene, infatti, sarebbe bene che tutti potessero testimoniarlo nei fatti. E invece succedono le rapine dei manager. E i dipendenti finiscono per non fidarsi dei loro capi e di conseguenza i cittadini finiscono per non avere più fiducia in quelle istituzioni che dovrebbero garantirli. Mentre le aziende delocalizzano, lo stato perde presa sul territorio.<br />
E le mafie intanto che fanno? Sono veramente così barbare ed inadeguate alla sfida della globalizzazione, della crisi, dello spread? E&#8217; interessante ascoltare a questo proposito le parole di Carmine Schiavone, del clan dei Casalesi, interrogato al processo Spartucus:</p>
<p>“Oggi i soldi non sono più come una volta. Lo insegnavo ai miei che il popolo deve sostenerci per amore e non per terrore. In qualunque casa non dovevano fare schifezze. Oggi il popolo si è spaccato: una parte è compromesso. I più onesti scappano. Ma anche fuori si paga il pizzo. All&#8217;epoca dicevo che il clan doveva creare degli insospettabili, i ragazzi dovevano laurearsi, fare gli avvocati, i magistrati. Per tenere buona la gente davamo case. Facevamo favori. (&#8230;) I nostri uomini non dovevano prendere i vestiti dai negozi, altrimenti gli toglievamo l&#8217;equivalente dalla paga mensile e venivano pure mazziati (…) A Casal di Principe dovevamo aver bisogno della complicità di tutti, la gente doveva parlar bene di noi. I latitanti trovavano ospitalità ovunque, per mangiare e dormire. Era vietato nel modo più assoluto guardare le donne degli altri. Davamo sicurezza.”</p>
<p>Forse neanche Tremonti sarebbe riuscito a dirlo meglio.<br />
Così a quanto pare si buttano le basi per l&#8217;espansione che è cosa diversa dalla delocalizzazione.<br />
Sono le persone che fanno la differenza.</p>
<p>GIANPIERO CALDARELLA</p>
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		<title>Cattivissimo pensiero</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Mar 2012 09:15:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giancarlo Santalmassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cattivissimo pensiero]]></category>
		<category><![CDATA[cattivissimo pensiero]]></category>
		<category><![CDATA[Giancarlo Santalmassi]]></category>

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		<description><![CDATA[Di fronte al rischio che per i successi di Monti (visto lo spread?) il partito della libertà perda consensi (starebbe già assai vicino al 20 percento), Silvio Berlusconi starebbe pensando di cambiare nome al partito. Chi dice &#8216;Tutti per l&#8217;Italia&#8217;, chi &#8216;Italia e libertà&#8217; e chi addirittura a un ritorno a &#8216;Forza Italia&#8217;. Tenuto conto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di fronte al rischio che per i successi di Monti (visto lo spread?) il partito della libertà perda consensi (starebbe già assai vicino al 20 percento), Silvio Berlusconi starebbe pensando di cambiare nome al partito.</p>
<p>Chi dice &#8216;Tutti per l&#8217;Italia&#8217;, chi &#8216;Italia e libertà&#8217; e chi addirittura a un ritorno a &#8216;Forza Italia&#8217;.</p>
<p>Tenuto conto degli anni appena conclusisi con Berlusconi al governo e comunque in auge, non sarebbe meglio</p>
<p>&#8216;Forse Italia&#8217;?</p>
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		<title>Quando gli italiani pensavano (a differenza dei no-tav)</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Mar 2012 14:39:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giancarlo Santalmassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Radio Scritta]]></category>
		<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Aurelio Peccei fondò il Club di Roma e promosse il dibattito internazionale sulle disfunzioni della crescita economica e la difesa dell’ambiente. Si tratta, come in altri casi, di un italiano più noto all’estero che in patria. Ma vale la costruzione di un futuro migliore passa anche attraverso la consapevolezza dei nostri grandi del passato. L’attenzione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Aurelio Peccei fondò il Club di Roma e promosse il dibattito internazionale sulle disfunzioni della crescita economica e la difesa dell’ambiente. Si tratta, come in altri casi, di un italiano più noto all’estero che in patria. Ma vale la costruzione di un futuro migliore passa anche attraverso la consapevolezza dei nostri grandi del passato. L’attenzione di Peccei per quei temi così attuali faceva parte del suo essere “cittadino del mondo”. Assunto come dirigente in Fiat negli anni Trenta, la straordinaria attitudine al management lo portò a ricoprire incarichi di responsabilità in Cina e URSS. Dopo aver partecipato alla Resistenza, militando in Giustizia e Libertà, si dedicò a rilanciare la Fiat in Sud America.</p>
<p>Già durante la golden age del rilancio economico postbellico, Peccei rifletté sui limiti e sulle contraddizioni di una crescita economica non coordinata a livello globale e che non tenesse conto degli squilibri tra Nord e Sud e dell’impatto ambientale delle attività umane. Dalla metà degli anni Sessanta, contemporaneamente al suo incarico di amministratore delegato della Olivetti, si dedicò con maggiore intensità ai problemi e alle disfunzioni della società contemporanea e dei suoi modelli culturali e di sviluppo. La sua vasta e diretta esperienza in tante parti del mondo sviluppò in lui la consapevolezza che fosse necessario agire a livello globale per risolvere i tanti mali derivanti dall’impatto incrociato di fattori come l’aumento demografico, la povertà, il degrado della biosfera, i problemi energetici, le crisi del sistema finanziario e industriale.</p>
<p>Queste riflessioni lo spinsero nel 1968 a creare un network di esperti, il Club di Roma, volto ad affrontare in modo innovativo e globale i problemi mondiali, e a comunicare e diffondere in maniera chiara e diretta ad un pubblico sempre più vasto una nuova visione delle sfide globali. Il primo rapporto del Club, I limiti dello sviluppo, commissionato ad esperti del Massachusetts Institute of Technology, fu pubblicato nel 1972 ed ebbe un successo editoriale mondiale. Le conclusioni del rapporto mettevano in discussione il mito della crescita senza fine, sostenendo che i ritmi della crescita, demografica ed economica, e dello sfruttamento delle risorse ambientali, se invariati, entro 100 anni avrebbero condotto il pianeta al collasso del sistema produttivo e al disastro ecologico globale.</p>
<p>La soluzione era la definizione di un nuovo equilibrio tra necessità umane e sostenibilità ambientale, mettendo in evidenza l’importanza del comportamento dell’individuo nel suo ambiente. I limiti dello sviluppo, apprezzato, ma anche duramente criticato per gli allarmanti dati espressi, condivideva con il suo ispiratore una visione ottimistica e centrale del potenziale umano. Con notevole lungimiranza, Peccei vedeva nell’alba della rivoluzione microelettronica e nella massificazione dell’informazione i segnali della capacità dell’uomo di affrontare i problemi del futuro, fondando su una nuova etica globale istituzioni transnazionali e regole efficienti per un nuovo ordine mondiale.</p>
<p>Di questi tempi, il tema della sostenibilità è particolarmente coinvolgente per i Paesi occidentali che, dall’inizio dell’Ottocento, hanno detenuto – pur con avvicendamenti tra singole potenze – la leadership mondiale. Oggi l’intero modello occidentale, su cui si è in vari modi basata l’epoca atlantica, appare in crisi. Il nostro paese attraversa questi frangenti con sofferenza ma possiamo invece rivendicare una sorta di primigenia sul tema dello sviluppo sostenibile, grazie in particolare alla lungimiranza di Peccei.</p>
<p>Proprio quest’anno ricorre il quarantennale della pubblicazione del famoso studio del 1972. Probabilmente vi si sottostimavano le capacità di innovazione, di risparmio energetico ecc., però la questione posta da Peccei è ancora lì e a nulla è valso rimuovere il problema per decenni. Si pensi a come, specie con l’affermarsi a partire dagli anni Settanta del credo neoliberista, l’Occidente si era a lungo convinto di aver raggiunto una nuova era dell’oro, detta della “grande moderazione” (permanenti bassa inflazione, bassa disoccupazione e alta crescita), proprio mentre invece si andavano accumulando i grandi squilibri che hanno portato alla crisi corrente. Per poter continuare a esercitare un ruolo propulsivo verso la sostenibilità, la comunità internazionale deve rimuovere pudicizie e infingimenti, invece di distogliersi dalle premonizioni del Club di Roma.</p>
<p>FULVIO DRAGO &#8211; GIOVANNI FERRI &#8211; FIRSTONLINE.info</p>
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		<title>The ultimate birthday party</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Mar 2012 11:15:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giancarlo Santalmassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Radio Scritta]]></category>
		<category><![CDATA[Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Che Lucio Dalla sia stato un personaggio fuori dagli schemi è stato detto, e con mille diverse ragioni, da tanti.   Musicista, poeta, anche mistico. Bellissimo il video dove dice di aver visto il suo angelo.   Ma che trasformasse il suo compleanno in un funerale e un funerale in una indimenticabile festa di compleanno, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che Lucio Dalla sia stato un personaggio fuori dagli schemi è stato detto, e con mille diverse ragioni, da tanti.<br />
 <br />
Musicista, poeta, anche mistico. Bellissimo il video dove dice di aver visto il suo angelo.<br />
 <br />
Ma che trasformasse il suo compleanno in un funerale e un funerale in una indimenticabile festa di compleanno, questo è il suo capolavoro.<br />
 <br />
Il 4 marzo, domenica, in San Petronio, ci sarà tutta Bologna e mezza Italia. L&#8217;altra mezza guarderà i TG o internet.<br />
 <br />
Ed è pure domenica, giorno in cui di norma non si celebrano funerali, figuriamoci in una basilica che ne ha viste tante ma non certo una cosa del genere.<br />
 <br />
La CEI si preoccupa che non si trasmettano in chiesa canzoni, e fa male: Dalla ha scritto versi che sono preghiere, non proprio canoniche ma proprio per questo più efficaci.<br />
 <br />
Sarà una festa di compleanno indimenticabile, irripetibile, unica.<br />
 <br />
Tanti auguri!</p>
<p>LFD </p>
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		<title>Lunedì di fuoco alla Casa Bianca</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2012 23:45:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giancarlo Santalmassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Radio Scritta]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Grazia Enardu]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>

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		<description><![CDATA[Netanyahu sta per tornare negli Stati Uniti, per l&#8217;annuale evento della conferenza dell&#8217;AIPAC (lobby filo-Israele, in gran parte composta da non ebrei) e per incontrare, lunedì, Obama. Tutti i giornali dicono che il tema del giorno è l&#8217;Iran, se e come gli americano acconsentiranno all&#8217;attacco che Israele vuole compiere per eliminare quel che considera l&#8217;imminente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Netanyahu sta per tornare negli Stati Uniti, per l&#8217;annuale evento della conferenza dell&#8217;AIPAC (lobby filo-Israele, in gran parte composta da non ebrei) e per incontrare, lunedì, Obama.<br />
Tutti i giornali dicono che il tema del giorno è l&#8217;Iran, se e come gli americano acconsentiranno all&#8217;attacco che Israele vuole compiere per eliminare quel che considera l&#8217;imminente pericolo nucleare iraniano.<br />
In realtà i temi di fondo sono diversi, e NON ne parleranno, perlomeno non a livello di incontro con Obama. Il vero argomento sono infatti i prossimi quattro anni, con la probabile rielezione di Obama, grazie soprattutto al grande disordine in campo repubblicano e a un&#8217;economia in lieve ripresa.<br />
Se la campagna presidenziale è già iniziata da un pezzo e si concluderà tra otto mesi, quella in Israele è ancora sottotono, ma incombe lo stesso.<br />
Si vota per la Knesset a febbraio 2013, ovvero pochissimo dopo il quasi certo reinsediamento di Obama.<br />
Il Likud di Netanyahu ha pericolosi concorrenti a destra, non certo nella liquefatta sinistra israeliana, e anche in un crescente astensionismo, che però può essere ignorato.<br />
Il centrista Kadima, guidato dalla Livni, ha serie difficoltà e la Livni stessa ha come pericoloso concorrente interno un Mofaz che potrebbe ricondurre Kadima verso il Likud, rinforzando il baricentro della destra israeliana.<br />
Per presentarsi al suo elettorato Netanyahu deve giocare le carte che servono a destra, prova di forza compresa. Scontato il seppellimento di ogni serio negoziato di pace con i palestinesi, questo significa Iran. Che attacchi o non attacchi, Netanyahu deve apparire come capace di decidere, in qualunque momento, una mossa autonoma, forte. Ma deve anche portare a casa, al suo elettorato, la copertura americana, vera o quasi vera, poco importa.<br />
Inoltre, Netanyahu teme, e fa bene, l&#8217;Obama 2, il secondo mandato che tradizionalmente lega meno le mani del presidente. Sia perché Obama potrebbe sistemare meglio alcune questioni rimaste in sospeso sia perché nel frattempo sta cambiando l&#8217;orientamento generale verso Israele, in sede ONU, Europa etc.<br />
Se nel 2013 o poco dopo venisse fatto ripartire, con forti pressioni, un serio tentativo di negoziati per uno stato palestinese, Netanyahu, magari rieletto più o meno trionfalmente, avrebbe serissimi problemi.<br />
Peraltro trapela, anche da articoli di stampa che paiono parlare di altro, un altro argomento molto delicato.<br />
Un massiccio attacco israeliano, con molti aerei coinvolti (bombardamento, ma anche rifornimento in aria e copertura di caccia) su obiettivi molti distanti significa perdere parecchi aerei. Per reazione iraniana o per semplici incidenti.<br />
Il grande successo dell&#8217;attacco al reattore iracheno di Osirak è del 1981 e non fa testo, sono passati 30 anni, e nemmeno quello del 2007 contro la vicinissima Siria e quel che pareva essere un impianto nucleare militare. Uno studio del 2009, di Cordesman e Toukan, esamina le varie opzioni di un attacco e rimane probabilmente valido, con la sola notevole eccezione della rotta di sorvolo della Siria, oggi più fattibile che non nel 2009.<br />
L&#8217;aviazione di Israele inoltre non incontra un nemico dal 1973. Le operazioni militari contro Hezbollah o i palestinesi non contano, sul piano dell&#8217;aviazione non sono per niente nemici pericolosi ma solo bersagli. L&#8217;Iran avrà pure una aviazione un pochino scalcagnata (vecchi aerei o nuovi acquisti da Russia e forse Cina) ma ha anche missili terra-aria, e qualcosa tutti insieme faranno.<br />
Quindi, per Israele, un&#8217;azione così complessa significa perdere aerei.<br />
Chi li rimpiazzerà? gli Stati Uniti?? anche un ipotetico presidente repubblicano avrebbe difficoltà a spiegare al paese che, oltre alle inevitabili ripercussioni sul prezzo dei carburanti ed altre amenità, occorre tirar fuori soldi per nuovi aerei per Israele, oltre ai consueti aiuti.<br />
Anche l&#8217;aviazione di Israele non pare morire dalla voglia di essere chiamata a una simile impresa, e il paese è diviso, lo stesso presidente Peres ha espresso riserve che chiaramente non sono solo sue personali &#8211; ammesso che un presidente possa avere sull&#8217;argomento idee personali.<br />
Chissà, forse saranno stati soprattutto gli israeliani scettici, ben 30mila, a riempire i cinema dove si proiettava il film iraniano “A Separation”, che ha appena vinto l&#8217;Oscar. Spettatori che commentavano, favorevolmente e con toni di qualche sorpresa, un film su un paese normale, di gente normale, con problemi normalissimi, come una separazione coniugale.<br />
Se qualcuno comprasse i diritti del film per proiettarlo subito in prima serata televisiva, forse farebbe la mossa decisiva per convincere ancora più israeliani che quella del governo Netanyahu è una politica folle.<br />
Tutto questo, ed altro ancora, lascia ritenere che la questione Iran sia in Israele più un&#8217;arma di politica interna che non argomento di politica estera, che Netanyahu vada a Washington pensando più alle elezioni sue e altrui che non a solide ragioni strategiche.</p>
<p>Anche perché non sa dare una risposta convincente alla semplice domanda: perché mai l&#8217;Iran, che non fa guerre d&#8217;attacco da secoli e ha i suoi enormi problemi di economia e sviluppo dovrebbe attaccare Israele?<br />
Solo perché non apprezza quello che definisce “regime sionista”?<br />
Tutto il mondo islamico, con bomba (Pakistan) o senza apprezza poco il “regime sionista” e tutti, ma proprio tutti, arabi, islamici, il mondo intero, sanno che i palestinesi cominciano ad avere carte assai forti da giocare. Mentre Israele è sempre più isolato e appeso al veto americano in sede ONU.<br />
Un dato elettorale però potrebbe arrivare in tempo per complicare le discussioni di Netanyahu e Obama: oggi si vota in Iran per il Parlamento.<br />
Di opposizione neanche l&#8217;ombra, quindi quel che conterà sarà il dato dell&#8217;affluenza alle urne. Se sarà sotto il già basso dato del 2008, ovvero il 55%, gli iraniani avranno trovato il modo di manifestare il dissenso verso un regime che ha ingessato il paese.<br />
Sapremo molto poco, a parte i comunicati ufficiali e qualche sapida indiscrezione stampa, di quel che si diranno o non si diranno Netanyahu e Obama. Possiamo solo immaginare che la tensione sarà alta, che non si capiranno &#8211; o peggio si capiranno benissimo. Ma per sapere quanto ci toccherà aspettare alcuni mesi, con preoccupazione.</p>
<p>Un commentatore israeliano ha paragonato l&#8217;incontro a una partita a poker cruciale tra chi viene considerato un bugiardo inveterato (Bibi) o un&#8217;ameba senza spina dorsale (Barack).<br />
Che Netanyahu sia un bugiardo è risaputo, ma questo è vizio cronico dei politici di tutto il mondo. Mi preoccupa di più che tenda a considerare il presidente degli Stati Uniti un&#8217;ameba. Primo, perché non lo è; secondo, perché il capo dell&#8217;unica superpotenza rimasta, per quanto scricchiolante, sulla scena non lo è mai, per definizione.</p>
<p>Se Bibi sottovaluta Barack, ci caccerà tutti nei guai.</p>
<p>MARIA GRAZIA ENARDU</p>
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		<title>Monti: un sentiero strettissimo</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2012 18:50:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giancarlo Santalmassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Radio Scritta]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[I leader mondiali che hanno gestito la stagione della grande crisi, a suo parere governeranno anche la fase della ripresa: secondo Monti, infatti, dopo le presidenziali negli Stati Uniti e in Francia, Obama sarà ancora alla Casa Bianca, Sarkozy all&#8217;Eliseo, e l&#8217;anno prossimo la cancelliera Merkel resterà alla guida della Germania, «magari con una maggioranza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I leader mondiali che hanno gestito la stagione della grande crisi, a suo parere governeranno anche la fase della ripresa: secondo Monti, infatti, dopo le presidenziali negli Stati Uniti e in Francia, Obama sarà ancora alla Casa Bianca, Sarkozy all&#8217;Eliseo, e l&#8217;anno prossimo la cancelliera Merkel resterà alla guida della Germania, «magari con una maggioranza diversa» rispetto a quella attuale. C`è un motivo se il premier italiano predice il futuro degli altri ma non il suo.<br />
Non perché sia davvero convinto che la sua esperienza politica si chiuderà nel 2013, o perché sia infastidito dagli endorsement di Casini, Veltroni e ora di Berlusconi. Ma perché teme che una sola parola fuori posto sull&#8217;argomento possa «generare anticorpi» tali da mettere in difficoltà l`azione del governo.<br />
Così un presidente del Consiglio pronto a dilungarsi sui prossimi equilibri internazionali &#8211; l`ha fatto anche la scorsa settimana a pranzo con Berlusconi &#8211; diventa reticente quando gli interlocutori provano a sondarlo sugli scenari nazionali. Fin dall&#8217;inizio del suo mandato ha adottato questa linea, e ieri ha avuto la riprova di quanto fragili siano gli equilibri su cui governa. E bastato che nell&#8217;intervista a Bloomberg definisse «improbabile» una sua permanenza a palazzo Chigi dopo il 2013 «se il mio esecutivo avrà fatto bene», che dal Pd la Bindi ha dato subito una scadenza al gabinetto dei tecnici, avvertendo che «Monti non deve commissariare la politica».<br />
È questo il motivo per cui il premier, a più riprese, ha esortato i ministri ad astenersi da iniziative politiche che potrebbero destabilizzare la «strana maggioranza» in Parlamento:<br />
«Il governo ha compiti limitati, e ciò nonostante difficilissimi. Questo compito riusciremo a svolgerlo se osserveremo una certa distanza rispetto ai partiti». Nei giorni in cui scoppiò la polemica sul diritto di cittadinanza agli immigrati nati in Italia, per esempio, fu duro e determinato nel voler chiudere immediatamente la vertenza. Ne spiegò le ragioni a Matrix, in un passaggio dell&#8217;intervista televisiva che non venne colto a pieno: «Se, per soddisfare la coscienza dei membri dell&#8217;esecutivo che hanno delle opinioni su questi temi, noi entrassimo nell&#8217;agone del dibattito, ci potremmo anche sentire più contenti.<br />
Ma così renderemmo più difficile l`appoggio della parte più larga possibile del Parlamento agli sforzi del governo».<br />
Di qui il decalogo stilato da Monti, che ha imposto l`embargo ai ministri sulle questioni di bioetica, legge elettorale, riforme costituzionali.<br />
«Sono temi controversi», ha spiegato il premier: «E io sono prontissimo a essere controverso sui temi del risanamento economico. Su altri temi, importantissimi ma non essenziali in questa fase, assisto più volentieri a un dibattito, senza condizionarlo, per evitare riflessi negativi sulla stabilità di governo». Ecco la chiave per decrittare il silenzio di Monti, che non va affatto interpretato come una manifestazione di disinteresse.<br />
Il capo del governo &#8211; che parla del futuro di Obama, Sarkozy e Merkel &#8211; vuole «assistere», senza farsi coinvolgere, al «dibattito» politico nazionale che giocoforza lo riguarda. E l`apertura del Cavaliere a un governo di larghe intese per il 2013 lo riguarda eccome, si riflette tanto sulla corsa per Palazzo Cingi quanto per quella al. Quirinale.<br />
E chiaro l`obiettivo di Berlusconi, che si propone come l`alfa e l`omega del bipolarismo, e che dopo essere stato protagonista della Seconda Repubblica vorrebbe diventare il regista della Terza, assai simile nel modello alla Prima. La sua sortita non è estemporanea.<br />
C&#8217;è traccia di discussioni approfondite avvenute con le persone più fidate, a partire da Confalonieri, che nei suoi ragionamenti &#8211; a fronte della «balcanizzazione della politica» &#8211; teorizza nuove formule, simili alla Grosse Koalition tedesca «ma più lasche».<br />
Secondo il patron di Mediaset, se è vero che «Monti serve per compattare il Paese», e se è vero che «si vuole ridare uno standing all`Italia», è necessario «un certo sincretismo, con politici che facciano anche i tecnici e i tecnici che facciano anche í politici».<br />
Berlusconi ha tradotto tutto in una mossa spregiudicata, che al momento appare solo tattica, ma che ha provocato un effetto domino nel Palazzo: evocando l`ipotesi delle larghe intese dopo il 2013, ha riconosciuto di fatto che la «maggioranza» su cui si regge íl governo Monti è politica. Come in una regata, ha imposto a Bersani di strambare, è andato a navigare sul campo di Casini per tentare di coprirne le vele e disarticolare il Terzo polo, vista la reazione del Fli. Poco gli importa aver posto all&#8217;angolo Alfano e aver messo all&#8217;incanto il Pdl, lasciando intravvedere una possibile rottura con l`area degli ex An. Il Cavaliere gioca per sé e (all&#8217;apparenza) anche per Monti. Il professore si limita a dare per vincenti «Obama, Merkel e Sarkozy»:<br />
per il resto vede, sente, ma di sé non parla.</p>
<p>FRANCESCO VERDERAMI &#8211; il Corriere della Sera</p>
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		<title>Verdini al verde – 2</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2012 17:55:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giancarlo Santalmassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Radio Scritta]]></category>
		<category><![CDATA[Costume&Malcostume]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci vorrebbe un amico. Uno di quelli che sono sempre pronti a mettere mano al portafogli, anche quando hanno il conto in profondo rosso. Un amico vero, pronto a scrivere nero su bianco che ti presterà dieci milioni di euro, anche se non li possiede. Ed è così voglioso di aiutarti che si impegna, nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci vorrebbe un amico. Uno di quelli che sono sempre pronti a mettere mano al portafogli, anche quando hanno il conto in profondo rosso. Un amico vero, pronto a scrivere nero su bianco che ti presterà dieci milioni di euro, anche se non li possiede. Ed è così voglioso di aiutarti che si impegna, nel caso non dovesse riuscirci, a regalarti quanto prima un milione. Uno che fa tutto questo senza chiedere nulla in cambio. È una fortuna rara quella capitata a Denis Verdini, parlamentare e coordinatore nazionale del Pdl, che ha potuto contare sulla dedizione di un suo compagno di partito, il senatore Riccardo Conti.<br />
Sì, proprio l&#8217;uomo che ha il dono del mattone magico tanto da comprare &#8211; senza avere in cassa un euro &#8211; il palazzo d&#8217;oro di via della Stamperia, a pochi metri dalla Fontana di Trevi, e rivenderlo dopo poche ore facendo un guadagno secco di 18 milioni di euro. Un miracolo, ora finito nel mirino della magistratura romana che indaga per truffa e peculato. Soldi provvidenziali, però, perché hanno permesso a Conti di onorare l&#8217;insolito contratto firmato due mesi prima con Verdini e versargli un milione come penale per il prestito mancato.<br />
Non solo. Dopo quell&#8217;affare strabiliante, il senatore ha anche consegnato 750 mila euro alla figlia del suo padrino politico, il ras democristiano dei lavori pubblici Gianni Prandini. E donato un altro milione a una potente istituzione religiosa bresciana, la terra del suo collegio elettorale.<br />
Come un novello Signor Bonaventura, Conti distribuisce assegni a sei zeri, mentre è meno generoso solo con un soggetto non ancora identificato, al quale versa 150 mila euro. La girata non si legge chiaramente e quindi il nome del beneficiario è al momento ignoto. Su alcuni nomi e sulle ragioni di questi versamenti il senatore Conti &#8211; contattato da &#8220;l&#8217;Espresso&#8221; tramite il suo assistente parlamentare &#8211; non ha voluto rilasciare dichiarazioni: &#8220;In questo momento il senatore preferisce non rispondere&#8221;. Secondo quanto risulta ad ambienti bresciani, Conti avrebbe chiesto all&#8217;avvocato Franco Coppi di seguire la vicenda giudiziaria aperta dopo la vendita del palazzo di via della Stamperia all&#8217;ente di previdenza degli psicologi (Enpap).<br />
Attraverso una serie di documenti di fonte investigativa, &#8220;l&#8217;Espresso&#8221; ha potuto ricostruire i vari passaggi grazie alla copia del contratto e ai quattro assegni firmati da Conti. A mettere assieme i tasselli aiutano anche alcune intercettazioni fatte in diverse inchieste sulla cricca, estratti conto e informative della Guardia di finanza. La cosa più sorprendente è forse il protocollo per il prestito da 10 milioni promesso da Conti a Verdini nel novembre 2010. Un momentaccio per il leader berlusconiano, bersagliato dalle inchieste sulla Cricca delle grandi opere e sulla P3 che pilotava i processi.<br />
Il contratto di finanziamento, di cui &#8220;l&#8217;Espresso&#8221; ha preso visione, è un accordo che lascia allibiti anche i migliori operatori economici, perché alla fine, nel punto che riguarda la violazione degli impegni, si legge una clausola sorprendente: &#8220;La mancata erogazione da parte del soggetto mutuante della prima o della seconda tranche darà diritto a Denis Verdini di risolvere il contratto a mezzo di semplice raccomandata scritta. In tale ipotesi il soggetto mutuante sarà tenuto a corrispondere a Denis Verdini una speciale penale dell&#8217;importo di un milione di euro&#8221;. Scritto e fatto.</p>
<p>Quando Conti stipula il patto, le sue società non sembrano scoppiare di liquidità. Persino l&#8217;impresa usata per la compravendita d&#8217;oro dell&#8217;immobile alla fine del 2010 segnava un saldo in negativo per 2 milioni. Ma forse in quel periodo gli abboccamenti per l&#8217;affare del palazzo di via della Stamperia erano già avviati. Di sicuro, però, Conti non versa i 10 milioni pattuiti. E un anno fa paga la penale di un milione, lecita e giustificabile fiscalmente.<br />
Versa i soldi a Verdini quasi in contemporanea con le somme ottenute dalla vendita dell&#8217;immobile romano. Ma una parte dei retroscena di questo pagamento sono finiti nelle conversazioni registrate dagli investigatori: intercettazioni realizzate per un&#8217;inchiesta che coinvolge Nicola Orazzini, ex direttore generale di Unipol banca, e amico di Verdini.<br />
Dai documenti che &#8220;l&#8217;Espresso&#8221; ha consultato, i due parlamentari sembrano quasi dei veggenti, in grado di anticipare il futuro e la disponibilità economica di Conti. Che il 31 gennaio 2011 acquista la palazzina in via della Stamperia per 26,5 milioni di euro da una società che fa capo a Massimo Caputi (immobiliarista e gestore di fondi ), e la rivende poche ore dopo per 44,5 milioni all&#8217;Enpap.<br />
Ma Verdini non è l&#8217;unico a condividere i vantaggi del fiuto imprenditoriale dell&#8217;ex democristiano Riccardo Conti. Fra gennaio e febbraio dello scorso anno dal conto corrente della Edizioni di storia bresciana, la holding immobiliare che fa capo al parlamentare lombardo, c&#8217;è un gran girare di assegni e bonifici bancari.<br />
Il primo è quello per Verdini, intestato a sua moglie Maria Simonetta Fossombroni: un milione di euro, che la donna incassa a febbraio. In precedenza Conti aveva staccato un altro assegno per la signora Verdini, dello stesso importo che reca la data del 31 dicembre 2010. Ma non risultava coperto (il conto aveva un saldo negativo di 2.165.176,86 euro) ed è stato ritirato e poi seguito da quello del 28 gennaio 2011 che Maria Simonetta Fossombroni mette all&#8217;incasso.<br />
Il secondo assegno da 150 mila euro che Conti firma a gennaio è quello a favore di un nome illeggibile. Nel terzo assegno il senatore bresciano scrive un importo da 750 mila euro e lo intesta alla Alexa immobiliare spa, una società che ha sede a Roma, di cui è unico amministratore Giovanna Prandini, 39 anni, di Brescia. È la figlia dell&#8217;ex ministro Giovanni Prandini: il padrone della Dc bresciana di cui Conti è stato segretario a inizio anni Novanta, chiamato in causa per numerosi filoni di Tangentopoli.<br />
Nel 1993 fu chiesta al Parlamento l&#8217;autorizzazione all&#8217;arresto di Prandini, accusato di aver incassato tangenti per almeno 25 miliardi di lire. Per lo stile e la spregiudicatezza era soprannominato &#8220;il texano&#8221;, ma anche &#8220;Prendini&#8221;. La figlia dell&#8217;ex ministro si rifà a uomini e cose della Dc, adesso è vicina al Pdl bresciano e a Comunione e liberazione. Alle elezioni europee ha sostenuto un esponente del Pdl come Mario Mauro, uno degli uomini più in vista al Nord di Cl.<br />
Il quarto assegno del senatore finisce ai responsabili della Fondazione opera per l&#8217;educazione cristiana di Brescia, ai quali dona un milione di euro. L&#8217;Opera è una fondazione di culto e religione, creata nel 1977, con lo scopo di &#8220;contribuire alla diffusione della fede cristiana nel campo della cultura, dell&#8217;educazione e dell&#8217;istruzione&#8221;.<br />
Nel suo statuto si propone di sostenere attività rivolte all&#8217;approfondimento e alla diffusione della cultura cristiana, ed in questa prospettiva promuove borse di studio annuali riservate a &#8220;giovani meritevoli per coerente testimonianza cristiana&#8221;.<br />
Agisce sotto il patrocinio del vescovo di Brescia ed è considerata un punto di riferimento nei rapporti tra la Curia e il mondo dell&#8217;impresa locale di osservanza democristiana, sotto la regia del notaio Giuseppe Camadini, etichettato come il &#8220;Cuccia&#8221; di Brescia.<br />
Storie lombarde, lontane dai feudi toscani di Denis Verdini. Che spesso ha giostrato milioni tra i suoi amici, sempre con la formula del prestito personale. A Marcello Dell&#8217;Utri, imputato con lui nel processo romano per la P3, aveva messo a disposizione un conto corrente nella sua banca aprendogli i cordoni della borsa fino ad affidargli cinque milioni di euro.<br />
Dopo che la Banca d&#8217;Italia ha commissariato il Credito cooperativo fiorentino e imposto a Dell&#8217;Utri di coprire il buco (salvataggio ottenuto grazie a un bonifico di Silvio Berlusconi in un&#8217;operazione ritenuta sospetta e segnalata alla Banca d&#8217;Italia), è toccato a Maria Simonetta Fossombroni e a suo marito Verdini (conti separati ma unico capitale immobiliare) ripianare il &#8220;rosso&#8221; di quasi 9 milioni di euro.<br />
E anche in questo caso a salvare il coordinatore del Pdl è stato un altro senatore, uno dei più ricchi: Antonio Angelucci. Il re delle cliniche private romane, al quale piace girare per la capitale con la sua Ferrari di colore giallo seguito da scorta armata fatta da vigilantes, ha elargito ai coniugi Verdini una somma complessiva di 9 milioni 334 mila euro. Salvandoli.<br />
Angelucci non ha problemi di soldi e dal Lussemburgo sposta facilmente capitali. Con il suo collega di partito comunque si mostra cauto: a garanzia del prestito ottiene l&#8217;ipoteca della grande tenuta Villa Gucci, subito fuori Firenze, nella quale vive Verdini. Gli investigatori che hanno analizzato la vicenda si chiedono adesso in che modo il coordinatore del Pdl &#8211; che ufficialmente ha solo lo stipendio da parlamentare &#8211; potrà pagare le rate per saldare il debito con il re delle cliniche.<br />
Milioni che vanno, milioni che vengono. Mentre il coordinatore si barcamena in queste cascate di quattrini, il partito gli ha appena affidato una missione di legalità: il segretario Angelino Alfano lo ha nominato commissario a Modena per scacciare i sospetti di infiltrazioni criminali nel Pdl locale. E anche lì, Verdini ha spiegato che lui preferisce risolvere le questioni tra amici, senza clamori: &#8220;Qui a Modena si è innestata una polemica che è diventata pubblica invece di rimanere all&#8217;interno del partito, e così con trasparenza è stato nominato il commissario nella mia persona per fare quello che si doveva fare privatamente&#8221;.</p>
<p>LIRIO ABBATE &#8211; l&#8217;Espresso</p>
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		<title>Verdini al verde – 1</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2012 16:51:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giancarlo Santalmassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Radio Scritta]]></category>
		<category><![CDATA[Costume&Malcostume]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;ispezione di Bankitalia ha lasciato il segno. Avviata a fine febbraio del 2010 e durata tre mesi, ha spinto Denis Verdini a cercare il denaro per rattoppare la sua esposizione milionaria con il Credito cooperativo fiorentino, da lui presieduto fino al mese di luglio del 2010. Non è finita. A luglio dell&#8217;anno scorso, cioè dopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;ispezione di Bankitalia ha lasciato il segno. Avviata a fine febbraio del 2010 e durata tre mesi, ha spinto Denis Verdini a cercare il denaro per rattoppare la sua esposizione milionaria con il Credito cooperativo fiorentino, da lui presieduto fino al mese di luglio del 2010.</p>
<p>Non è finita. A luglio dell&#8217;anno scorso, cioè dopo che Verdini aveva incassato un milione di euro dal conto del senatore Riccardo Conti presso la Banca cooperativa Valsabbina, è arrivata la sanzione dell&#8217;organo di vigilanza: 675 mila euro di multa agli ex amministratori. Di questi, 105 mila euro sono a carico dell&#8217;ex coordinatore del Pdl.</p>
<p>Ma le vicende di Verdini alla guida del Credito Fiorentino sono ancora lontane dalla conclusione. Sul banchiere-politico grava un&#8217;inchiesta della Procura della Repubblica di Firenze relativa agli ammanchi della piccola banca toscana, arrivata sull&#8217;orlo del fallimento con un buco da 63 milioni di euro.</p>
<p>Per definire il capo di imputazione nei confronti di Verdini, i pm attendono la relazione conclusiva degli ispettori di via Nazionale. Per loro sarà importante capire se la cifra che Verdini ha ricevuto da Conti è effettivamente servita, come recitava il contratto, per alleggerire l&#8217;esposizione del deputato Pdl verso la banca che lui stesso amministrava.</p>
<p>l&#8217;Espresso</p>
<p> </p>
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