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		<title>Sapìa e la pecora nera – 7</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 07:19:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Settima parte. Qui la sesta parte. Notizie da Macones. L’avvocato Salani aveva i capelli bianchi ma un aspetto [<a href="http://www.scrivolo.it/2012/02/sapia-e-la-pecora-nera-7/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3262" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FSA51T&amp;via=scrivolo&amp;text=Sap%C3%ACa%20e%20la%20pecora%20nera%20%26%238211%3B%207&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2012%2F02%2Fsapia-e-la-pecora-nera-7%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><img class="alignleft" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2012/01/scogliera.jpg" alt="" width="250" height="192" /> <strong>Settima parte.</strong></p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong><a href="http://www.scrivolo.it/2012/02/sapia-e-la-pecora-nera-6/">Qui la sesta parte.</a></strong></span></p>
<h3>Notizie da Macones.</h3>
<p>L’avvocato Salani aveva i capelli bianchi ma un aspetto ancora giovanile e l’aria soddisfatta di chi torna riposato da una lunga vacanza. Sprizzava energia e ottimismo.</p>
<p>“Lei è il fratello di Orlando, un commissario di Polizia… Che piacere! &#8211; disse Salani, porgendo la mano a Sapìa &#8211; conto sul suo aiuto… sa, il penale non è la mia materia.”</p>
<p>“Parli pure, avvocato &#8211; esclamò impaziente Luigino &#8211; dica al dottore come stanno davvero le cose e che brava persona è il caro ragioniere Mauro Rabano!”</p>
<p>“Sarò breve &#8211; esordì Salani &#8211; nelle ultime settimane io non mi trovavo per diporto in Polinesia… nel senso che ero sì in Polinesia, ma per lavoro: la povera signora Annalaura mi aveva incaricato d’indagare sugli affari del marito… il compianto commendator Bertoni, tre anni prima di morire, era diventato cittadino di Macones, un piccolo paradiso in mezzo all’Oceano Pacifico, e lì è registrato il suo testamento.”</p>
<p>“Un espediente per aggirare il nostro diritto ereditario e, immagino, anche le tasse” commentò Sapìa.</p>
<p>“Tutta farina del sacco di Bertoni, caro commissario! Per le questioni più importanti l’ingegnere si fidava solo di se stesso &#8211; replicò Salani, punto sul vivo &#8211; le garantisco che non ha chiesto il mio parere e neppure quello del suo commercialista, il dottor Banti.”</p>
<p>“Non divaghi, avvocato! &#8211; s’intromise Orlando &#8211; racconti la storia della danzatrice di tamurè!”</p>
<p>“E poi, a ben guardare, non era neppure un imbroglio &#8211; proseguì Salani, impermalito &#8211; il povero Bertoni trascorreva sei, sette mesi all’anno in Polinesia, aveva persino messo su casa con una donna del posto… una brava ragazza, non una ballerina! comunque il punto è un altro: a Macones ho scoperto elementi sufficienti per far dichiarare nullo il testamento.”</p>
<p>“Vada avanti, Salani &#8211; disse Luigino &#8211; lasci perdere i quattrini: ora comincia il bello!”</p>
<p>“Ovviamente tenevo informata la mia cliente sull’andamento delle indagini. L’esistenza della famiglia polinesiana era stata per la povera signora una sorpresa sgradita e così, invece di rivolgersi al tribunale per annullare il testamento, aveva deciso di cercare un accordo con Rabano. Io l’ho sconsigliata ma la signora era molto testarda e gelosa, persino del marito. Piuttosto che rischiare di spartire il patrimonio con la rivale era disposta a patteggiare con il suo peggior nemico. Per cominciare voleva spaventarlo, fargli credere di nutrire dei sospetti che avrebbe lasciato cadere nel dimenticatoio in cambio di un assegno più sostanzioso… se la manovra falliva, intendeva usare le mie informazioni per costringere Rabano ad abbassare la cresta. Era in gioco l’esistenza del fondo fiduciario! Comunque tutto doveva rimanere com’era, almeno in apparenza. Durante la nostra ultima telefonata, poche ore prima della disgrazia, mi ha detto di aver invitato il ragioniere a cena… per tastare il terreno.”</p>
<p><span id="more-3262"></span></p>
<p>“Disgrazia? Dica pure omicidio, avvocato &#8211; esclamò Luigino, sempre più eccitato &#8211; dopo cena Rabano e la mamma hanno discusso violentemente per più di un’ora; anche se erano chiusi nello studio le urla si sentivano benissimo… litigavano spesso, però Rabano sembrava molto più arrabbiato del solito: prima di uscire mi ha gridato in faccia che la mamma si meritava una bella lezione. Pensavo che fosse solo lo sfogo di un momento d’ira, adesso però capisco che si trattava di una vera minaccia. Se n’è andato verso le undici, ho sentito il motore della sua Panda che si allontanava, ma poi deve essere tornato… due ore più tardi… aveva la chiave del cancello, sapeva che la mamma amava passeggiare sotto la luna piena nel parco… l’avrà affrontata, magari aggredita… era così infuriato… lei si è spaventata, lui l’ha inseguita fino al dirupo…e spinta di sotto!”</p>
<p>“Una ricostruzione del tutto ipotetica &#8211; osservò freddamente Sapia &#8211; l’avvocato riferisce particolari che sono senza dubbio importanti ma non dimostrano nulla, intendo dire nulla di concreto dal punto di vista delle indagini: speriamo che Allegri riesca a ricavarne delle prove… ‘se son rose fioriranno’… Lei m’intende, dottor Salani!”</p>
<p>“Insomma &#8211; esclamò Orlando, rivolgendosi al fratello &#8211; Rabano aveva un motivo per volere la morte di Annalaura e poteva trovarsi nel parco della villa quando è precipitata, che altro occorre per ammanettarlo? A me sembra colpevole! Se l’equazione tra essere e apparire vale per gli innocenti a maggior ragione dovrebbe valere per i colpevoli, non ti pare?”</p>
<p>“Il movente e l’occasione sono importanti ma non bastano &#8211; rispose Sapìa &#8211; Rabano potrebbe avere un alibi solido… magari a mezzanotte era a una veglia funebre in compagnia di dieci Fratelli della Buonamorte mentre tu dormivi, da solo.”</p>
<p>“Anch’io dormivo &#8211; esclamò Luigino &#8211; però non avevo un motivo per uccidere mia madre.”</p>
<p>“Io sono un civilista e non m’intendo di delitti come lei &#8211; osservò l’avvocato Salani, rivolgendosi a Sapìa &#8211; ma il movente di Rabano mi pare davvero forte: la povera signora, minacciava di rovinarlo e non si trattava solo di una questione economica.”</p>
<p>“Già, Rabano non sembra molto interessato ai beni terreni” osservò Sapìa.</p>
<p>“Quell’uomo considera il denaro lo sterco del diavolo &#8211; proseguì l’avvocato &#8211; però, grazie al fondo fiduciario, per anni ha sfogato la sua furia moralista contro gli eredi di Bertoni: condizionava la vita della povera signora Annalaura e di Luigino… puniva i loro presunti peccati in nome del defunto e il potere, a volte, dà alla testa, diventa una droga. Secondo me, pur di continuare la sua ‘missione’, un individuo del genere è anche disposto a uccidere.”</p>
<p>“Delitto inutile &#8211; esclamò Luigino &#8211; perché io posso impugnare il testamento al pari della mamma.”</p>
<p>“Forse quel serpente progettava un secondo omicidio…” mormorò Orlando, quasi spaventato dalla sua deduzione.</p>
<p>“E poi, se la signora si fosse rivolta a un tribunale, Rabano rischiava di finire in galera per truffa… era diventato ricattabile” aggiunse Salani.</p>
<p>“Ma, di preciso, cosa ha scoperto a Macones? &#8211; chiese Sapìa &#8211; non che mi riguardi, però sarei curioso di sapere che razza d’imbroglio può aver organizzato un tipo come Rabano: anche se lo trovo francamente antipatico mi pare un uomo innocuo e non ci s’improvvisa truffatori in un giorno.”</p>
<p>“Beh, non è facile riassumere in poche parole la storia della successione Bertoni &#8211; rispose Salani &#8211; dopo la morte dell’ingegnere ho accompagnato i familiari a Macones per la lettura del testamento… Rabano venne con noi: tutto sembrava in regola. Il <em>de cuius</em> aveva espresso molte volte l’intenzione di ‘far vedere i sorci verdi’, per usare una sua tipica espressione, a moglie e figlio, lo stile colorito del testo era quello tipico del Bertoni e sua sembrava anche la grafia a zampa di gallina.”</p>
<p>“Ero un ragazzino ma ricordo ancora quell’interminabile viaggio in aereo &#8211; disse Luigino &#8211; la mamma, poco prima dell’atterraggio, mi confidò di aspettarsi qualche brutta sorpresa… con il babbo i rapporti erano gelidi e Rabano aveva un’aria troppo… soddisfatta.”</p>
<p>“Infatti, all’epoca, la signora Annalaura non si oppose alle volontà del marito &#8211; proseguì l’avvocato &#8211; l’assegno mensile che avrebbe ricevuto era molto generoso e, probabilmente, sottovalutò la discrezionalità concessa all’amministratore del fondo fiduciario.”</p>
<p>“Sembrava tutto in regola &#8211; confermò Luigino -  Rabano aveva ricevuto una raccomandata da mio padre… dentro c’era la busta chiusa con il testamento: doveva portarla a Macones per l’apertura, dopo la sua morte… forse aveva avuto un presentimento, povero babbo, perché se ne andò nel giro di pochi giorni… quando arrivammo sull’isola era già sotto terra.”</p>
<p>“Con gli anni però la situazione era cambiata &#8211; proseguì Salani &#8211; la signora Bertoni non ne poteva più delle angherie di Rabano e voleva trovare a tutti i costi un espediente per invalidare il testamento. Nessuno dubitava dell’autenticità del documento, il trasferimento del patrimonio nel fondo fiduciario era del tutto legale in base al codice civile di Macones, non restava che appigliarsi al parziale vizio di mente. Così, quindici giorni fa, sono tornato nell’isola con l’intenzione d’indagare sugli ultimi mesi di vita dell’ingegnere. Speravo avesse manifestato qualche turba psichica anche lieve, un’amnesia, una perdita temporanea di coscienza, basta poco per insinuare un dubbio sulla capacità di volere… dopo tutto era un settantenne con il colesterolo alto e un’amante giovane… poi mi sono ricordato che il testamento olografo di Bertoni era scritto in francese… nulla di strano, è la lingua utilizzata a Macones per tutti i documenti ufficiali, l’ingegnere però non se la cavava molto bene con l’idioma di Moliére, così mi sono detto che forse valeva la pena di scambiare quattro chiacchiere con chi l’aveva aiutato a tradurre le sue ultime volontà… l’isola è piccola e il defunto conduceva una vita ritirata… in due giorni sono riuscito a rintracciare il misterioso consulente, un insegnate di liceo in pensione che giocava a golf con Bertoni tre volte al mese. Un signore davvero meticoloso. Conservava ancora il manoscritto che aveva corretto, pieno di sgrammaticature sottolineate con tratti di matita blu. Mi è bastata un’occhiata per capire che il testo del professore differiva in modo rilevante dal testamento depositato da Rabano nel locale Registro Notarile. Nella prima versione, quella con i segni a matita, l’ingegnere lasciava tutto il suo patrimonio a Rabano, nel testamento ufficiale nominava eredi i familiari e assegnava al ragioniere l’incarico di amministratore a vita del fondo fiduciario.”</p>
<p>“Avrà cambiato idea &#8211; osservò Sapìa &#8211; non vedo dove sia la truffa ordita da Rabano! al contrario…il primo testamento era più vantaggioso per lui.”</p>
<p>“Vantaggioso ma illegale &#8211; rispose Salani &#8211; neanche a Macones è permesso diseredare del tutto i congiunti a favore di un estraneo. Bertoni era un egocentrico sospettoso, non si fidava di nessuno e pensava di trovarsi in un paese di selvaggi senza legge… chi mai avrebbe osato opporsi alle sue bislacche disposizioni? Rabano invece è un ragioniere pignolo, avrà preso informazioni… quando si è reso conto che il testamento spedito per raccomandata dall’ingegnere pochi giorni prima di morire non poteva superare l’esame di un tribunale, ha deciso di sostituirlo con un nuovo testamento a norma di legge… altrimenti il patrimonio sarebbe andato tout court agli ‘indegni’ familiari. Imitare la scrittura e lo stile di Bertoni, dopo tanti anni di amicizia e collaborazione, non deve essere stato difficile per lui. E, ovviamente, ha falsificato il documento mantenendo, nella sostanza, le volontà dell’estinto.”</p>
<p>“Insomma, l’ingegnere progettava di lasciare in miseria i parenti e Rabano si è limitato a rincarare la dose, attribuendosi il potere di tormentare a vita quei due poveretti con l’invenzione del fondo fiduciario… fin qui tutto fila &#8211; disse Sapìa &#8211; ma perché lei esclude con tanta sicurezza che Bertoni sia l’autore del secondo testamento?”</p>
<p>“Se così fosse avrei trovato un altro ‘correttore’ di strafalcioni, non crede? &#8211; replicò Salani -Rabano se la cava con il francese ma ha sempre sostenuto di non conoscere il contenuto della busta che il suo padrone gli aveva inviato. Comunque una perizia calligrafica chiarirà definitivamente la questione, io non ho dubbi. E poi i testamenti hanno la stessa data&#8230; che senso ha scriverne due in un giorno? per un falsario improvvisato, però, è più facile riprodurre uno scritto ricalcandolo!”</p>
<p>“Il primo testamento è nullo, il testamento pubblicato è falso &#8211; mormorò Sapìa &#8211; allora Bertoni è morto <em>ab intestato…</em>”</p>
<p>“Che vuol dire?” chiese Orlando, incuriosito.</p>
<p>“Significa che tutto il suo patrimonio va al figlio…” rispose Sapìa… stava per aggiungere “compreso il tuo lascito” ma si trattenne. Il terziario francescano, in fondo, si era comportato con Orlando più generosamente del Bertoni: voleva cacciarlo da casa, però era disposto a concedergli una generosa liquidazione.</p>
<p>“E la mamma? &#8211; esclamò Luigino &#8211; Con tutti questi discorsi sull’eredità ci siamo dimenticati che l’imbroglio del testamento è il movente che ha spinto Rabano a ucciderla!”</p>
<p>“Hai ragione, Luigi &#8211; disse Salani &#8211; la successione può aspettare, per prima cosa devo recarmi in Questura e riferire al commissario Allegri quello che so sulla morte della tua povera mamma… porterò con me la documentazione raccolta a Macones e poi ci sono i tabulati telefonici: gli investigatori potranno verificare che io e la signora Annalaura ci siamo tenuti in contatto fino a poche ore prima della disgrazia.”</p>
<p>“Omicidio, non disgrazia!” ribadì il giovane Bertoni.</p>
<p>“Presunto omicidio, certo &#8211; disse Salani &#8211; stai tranquillo, Luigi, cercherò un bravo penalista in grado di seguire il caso e tutelarti come parte offesa.”</p>
<p>Sapia si sentiva sollevato. Anche se l’avvocato non era in grado di dimostrare la colpevolezza di Rabano, le sue ricerche provavano che l’uomo di fiducia dell’ingegnere era l’unico, nella cerchia di conoscenze della vittima, ad avere un valido motivo per uccidere.</p>
<p>Sapeva per esperienza che, dopo qualche mese, se le indagini sulla morte della signora Bertoni si fossero arenate, l’archiviazione avrebbe posto fine alle domande ma non ai sospetti e, in un’evenienza del genere, preferiva che la residua ombra del dubbio non oscurasse, neppure di riflesso, il buon nome dei Sapìa.</p>
<p><em><span style="text-decoration: underline; color: #ff6600;">Continua&#8230;</span></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/scrivolo/XtmA/~4/CkYNuPrOaIM" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Sapìa e la pecora nera – 6</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 07:17:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sesta parte. Qui la quinta parte. La cena. Il rag. Rabano si presentò a Villa Bertoni poco dopo [<a href="http://www.scrivolo.it/2012/02/sapia-e-la-pecora-nera-6/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3254" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2Fokia0&amp;via=scrivolo&amp;text=Sap%C3%ACa%20e%20la%20pecora%20nera%20%26%238211%3B%206&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2012%2F02%2Fsapia-e-la-pecora-nera-6%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><img class="alignleft" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2012/01/scogliera.jpg" alt="" width="250" height="192" /> <strong>Sesta parte.</strong></p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong><a href="http://www.scrivolo.it/2012/02/sapia-e-la-pecora-nera-5/">Qui la quinta parte.</a></strong></span></p>
<h3>La cena.</h3>
<p>Il rag. Rabano si presentò a Villa Bertoni poco dopo le otto. Era un pingue vecchietto di modesta statura, stretto in un completo scuro che somigliava stranamente a un clergyman.</p>
<p>“In fondo anche lui rappresenta sulla terra un padrone che sta all’altro mondo &#8211; pensò Sapìa, vedendolo entrare nel salone &#8211; però ha un’aria servile, più da sacrestano che da prete.”</p>
<p>Comunque la fede all’anulare sinistro rivelava l’esistenza di una signora Rabano che non aveva accompagnato il marito ma, da qualche parte, curava la casa di quell’uomo come una fedele perpetua. Sapia se la immaginò vestita da suora, con un giglio in mano… ovviamente anche lei terziaria francescana.</p>
<p>Dopo i convenevoli di rito si accomodarono nella sala da pranzo.</p>
<p>Sapìa comprese subito che il ragioniere non era un tipo loquace: mangiava in silenzio, come i frati, mostrando interesse solo per il cibo che stava nel piatto. E non erano davvero leccornie. Il cuoco aveva preparato per lui un menù speciale di gusto francescano: riso in bianco, ricotta salata e due patate lesse di contorno.</p>
<p>Per attaccare discorso con un musone occorrevano argomenti di conversazione a presa rapida: il clima, lo sport, il carovita, la cucina, la salute… Sapìa decise di tentare la carta della dispepsia.</p>
<p>“Problemi di stomaco?” chiese premurosamente.</p>
<p>“L’apparenza inganna, caro commissario &#8211; rispose sorridendo Rabano &#8211; ho uno stomaco di ferro, sono di razza contadina, io! gli stenti patiti da bambino, durante la guerra, mi hanno indurito: al mio paese direbbero che sono una ‘pellaccia’… però non mi piace esagerare con il cibo, specie la sera… è uno spreco e guasta il sonno.”</p>
<p>“Ha ragione, così evita gli incubi” aggiunse Sapìa. Cercava di mostrarsi comprensivo per indurre il suo guardingo commensale ad abbassare le difese.</p>
<p>“Mai fatto un brutto sogno in vita mia, caro dottore &#8211; disse il ragioniere, sempre sorridendo &#8211; ma non dipende dalla digestione, creda a me: per dormire bene bisogna avere la coscienza pulita.”</p>
<p>“La moderna psicologia sostiene che i sogni vengono dall’inconscio &#8211; obiettò Sapìa &#8211; un angolo della mente che ospita pensieri e bisogni segreti.”</p>
<p><span id="more-3254"></span></p>
<p>“Un’invenzione per chi ha tempo da perdere &#8211; replicò Rabano &#8211; a che serve una cantina piena di ragnatele e carabattole se il padrone di casa non ha la chiave per entrare? e poi, mi dica lei, perché impolverarsi quando le cose belle e importanti sono in casa, alla luce?”</p>
<p>“Perché i desideri inconsci influenzano la nostra vita!” affermò perentorio Luigino, occasionale cliente di psicologi e psicoterapeuti.</p>
<p>“E ci parlano attraverso i sogni” aggiunse Orlando.</p>
<p>“Allora vuol dire che io ho solo desideri buoni che mi dicono cose carine” concluse Rabano, schiacciando nel piatto le sue patate come fossero diavoli da ricacciare all’inferno.</p>
<p>Dopo cena Luigino e Orlando si chiusero con Rabano nello studio. Volevano tentare di rabbonirlo per ottenere una gratifica <em>una tantum</em> o, almeno, un anticipo sul mensile dell’orfano.</p>
<p>Sapìa, rimasto solo, telefonò alla moglie. Edda sembrava interessata più alla situazione finanziaria del cognato che all’andamento delle indagini e si stupì della poca previdenza di Orlando: con tutto quel ben di dio a disposizione solo un babbeo poteva rimanere a becco asciutto.</p>
<p>“E cosa credevi che fosse, un furbone? &#8211; esclamò il marito &#8211; te l’ho detto tante volte: quell’idiota di mio fratello non sa fare nulla… neppure il gigolò.”</p>
<p>“E dove andrà a vivere?” chiese Edda, preoccupata. Italo aveva i suoi motivi per detestare Orlando ma erano pur sempre fratelli, non poteva lasciarlo in mezzo alla strada. Però, per aiutarlo, bisognava tirare fuori quattrini che servivano alla famiglia.</p>
<p>“Dove andrà? A Montecarlo!” rispose Sapìa acidamente. Era quasi la verità ma la risposta parve a Edda una <em>boutade</em>. La signora Sapìa non riusciva a replicare con spirito alle freddure del marito così, quando avvertiva odore di sarcasmo, batteva rapidamente in ritirata. Per cambiare argomento chiese:</p>
<p>“Torni stanotte?”</p>
<p>“No, è troppo tardi, mi trattengo ancora un giorno.”</p>
<p>“Fa caldo e non hai neppure un paio di calzini puliti!” obiettò la moglie.</p>
<p>“Non ti preoccupare, mi arrangio. Vengo domani sera o dopodomani, non lo so. Qui la faccenda è complicata” rispose Sapìa con il tono sprezzante dell’eroe che affronta impavidamente imprese che agli altri sembrano impossibili.</p>
<p>Dopo una mezz’ora Rabano uscì dallo studio. Era solo e sorrideva, evidentemente la conversazione con Luigino e Orlando non l’aveva contrariato. Sapìa decise di non fare domande, dopo tutto non erano affari suoi.</p>
<p>“La rivedrò al funerale della povera signora? chiese il ragioniere, uscendo dal salone.</p>
<p>“Forse, se i miei impegni di lavoro lo permetteranno &#8211; rispose Sapìa &#8211; ma non si fa accompagnare al cancello? Il meccanismo d’apertura è guasto.”</p>
<p>“Lo so, dottore, non si preoccupi: ho la chiave… domani manderò l’elettricista per la riparazione. Buonanotte!” rispose Rabano, chiudendosi alle spalle il portone.</p>
<p>Dopo qualche minuto anche Luigino e Orlando lasciarono lo studio: a testa bassa, senza fiatare, salirono al piano di sopra seguiti da Stellina, mogia quanto i suoi padroni.</p>
<p>Sapìa non chiese spiegazioni: erano superflue. Ovviamente il ragionier Rabano non aveva aperto i cordoni della borsa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’indomani mattina Sapìa si svegliò tranquillo e riposato: si sentiva in vacanza, anzi in libera uscita dalla vita.</p>
<p>Aprendo gli occhi non aveva avvertito la solita stilettata allo stomaco, il gong che gli annunciava l’inizio del match quotidiano. Ogni giorno, in casa, in ufficio, per la strada, doveva combattere senza tregua, prendere e tirare pugni fino a notte, fino a quando non s’infilava nel letto e chiudeva la luce sul comodino… ma ora la moglie, i figli, i colleghi, i superiori, i testimoni e i sospettati della sua ultima inchiesta gli sembravano lontane galassie. Il ring era vuoto.</p>
<p>Solo con se stesso assaporò quell’istante di beatitudine immemore con stupore: come poteva sentirsi così sereno con un fratello che rischiava di finire dietro le sbarre o, nella migliore delle ipotesi, in mezzo a una strada?</p>
<p>Ripensò al sogno che aveva fatto dopo pranzo, il giorno precedente… forse, sotto le mentite spoglie del padre, era lui che guardava con indifferenza il cadavere di Orlando e desiderava abbandonare il fratello al suo destino. Covava inconsciamente sentimenti degni di Caino?</p>
<p>Prese il cellulare che aveva posato sul comodino per guardare l’ora, il suo vecchio Bulova meccanico era posato sulla mensola del bagno, e trovò un messaggio: Liventi voleva vederlo al più presto.</p>
<p>“Alle sette già in ufficio, come Strambi… un altro depresso con l’insonnia.”</p>
<p>Decise di chiedere a Orlando un cambio pulito: se quel dormiglione era ancora in letargo si sarebbe servito da solo. Così entrò nella camera del fratello senza bussare e si stupì di trovarlo già sveglio, buttato su una poltrona accanto alla finestra spalancata con un fazzoletto madido stretto in pugno. Piangeva.</p>
<p>“Ma insomma, sei un uomo o un burattino! &#8211; esclamò con veemenza, chiudendo le ante della finestra per prevenire un improbabile insano gesto &#8211; almeno quand’eri giovane avevi le spalle tonde!”</p>
<p>“Hai detto bene: quand’ero giovane! Sto per compiere cinquant’anni, non ho un mestiere e nessuno mi vuole bene… sono al <em>redde rationem</em>, Italo! <em> </em>- disse tra i singhiozzi Orlando &#8211; Rabano mi butterà fuori di casa, non aspetta altro da quindici anni! e poi Allegri… Allegri vuole di nuovo interrogarmi.”</p>
<p>“Basta, una soluzione si troverà! &#8211; disse Sapìa, cercando di mantenere la calma &#8211; prima o poi avrai la buonuscita di Bertoni e l’inchiesta di Allegri potrebbe anche finire nel nulla: sai quante volte, nel dubbio, il magistrato archivia un decesso come incidente! di fronte a casi come questo si pensa sempre ‘meglio dieci colpevoli fuori che un innocente dentro’.”</p>
<p>“Vedi, neppure tu che sei mio fratello mi credi davvero…ma, in fin dei conti, mi conviene andare in galera da innocente, così almeno avrò un tetto sopra la testa!”</p>
<p>“La finisci di dire stupidaggini! &#8211; esclamò bruscamente Sapia &#8211; dammi un cambio di biancheria pulita…camicia, calze e mutande: devo uscire, mi aspettano in Questura a ** per la faccenda della ragazza assassinata. Queste sono disgrazie, altro che dormire sotto il cielo stellato.”</p>
<p>“Guarda nei cassetti del settimino, però sei diventato un po’… robusto, forse non portiamo più la stessa taglia” obiettò Orlando, soffiandosi rumorosamente il naso.</p>
<p>“Grazie Mister Universo per avermi fatto notare che ho la pancia… vorrà dire che tratterrò il fiato!” replicò Sapìa irritato. Un tempo anche lui portava la 50 slim e con il fratello si scambiava i jeans e le camicie. Un tempo… trent’anni prima e anche più.</p>
<p>Si vestì in fretta e chiese a Ines di accompagnarlo al cancello con la chiave.</p>
<p>“Speriamo che oggi riparino davvero questo maledetto aggeggio! &#8211; esclamò sbuffando &#8211; le cose rotte o si aggiustano o si buttano… <em>raus</em>!” Ines sorrise senza rispondere e, probabilmente, senza capire.</p>
<p>Tornò dopo due ore, gongolante: i colleghi di ** avevano visionato tutte le registrazioni delle telecamere che sorvegliavano i distributori lungo la superstrada e, alla fine, era saltata fuorila Fordmetallizzata con tanto di targa. L’assassino si era fatto immortalare davanti alla pompa del diesel allo svincolo di Ripafratta: non doveva essere un tipo vispo. Aveva guidato fino al confine, evidentemente voleva diventare uccel di bosco nei Balcani, ma alla frontiera l’avevano ingabbiato… al volante della stessa macchina usata per commettere l’omicidio: feroce come uno squalo, intelligente come un cercopiteco. L’uomo giusto per i lavori sporchi della mafia slava dedita allo sfruttamento della prostituzione.</p>
<p>In Questura Sapìa era stato accolto con grande cordialità. Il commissario Necrofante, diretto superiore di Liventi, aveva insistito per aggiornarlo sulle indagini. Dopo tutto era un collega e, con la sua testimonianza, aveva contribuito alla soluzione del caso.</p>
<p>Una storia di comune crudeltà: la vittima, appena maggiorenne, aveva fatto uno sgarro al racket e gli sfruttatori si erano vendicati uccidendola.</p>
<p>“Brutta razza, delinquenti pericolosi che vengono tollerati come se fossero i pittoreschi papponi di una volta &#8211; aveva esclamato Sapìa con veemenza, interrompendo il racconto del commissario Necrofante &#8211; bisogna che una povera ragazza indifesa ci rimetta la vita per far venire fuori che le strade sono piene di pregiudicati affiliati a organizzazioni criminali internazionali che riducono in schiavitù migliaia di donne e non esitano a uccidere!”</p>
<p>“Personalmente ne farei un fastello e gli darei fuoco &#8211; aveva replicato Necrofante, senza alterarsi &#8211; sfortunatamente non siamo noi, né io, né lei né i colleghi, a decidere la linea da tenere: si tratta di una scelta politica.”</p>
<p>“Lo so bene che il marcio sta a Roma, ma il pensiero di quell’animale che sgozza una ragazza a pochi metri da me mi manda in bestia!”</p>
<p>“Purtroppo loro si possono permettere di essere bestie, noi no” aveva replicato il commissario Necrofante, detto il Negro o Zio Tom per il suo attaccamento quasi masochistico al dovere.</p>
<p>“Perdoni la mia irruenza” aveva mormorato Sapìa. Incredibile: era successo di nuovo, aveva chiesto scusa! Evidentemente qualcosa nell’aria della Questura di ** lo faceva sentire in colpa.</p>
<p>Necrofante, prima di riprendere a parlare, si era schiarito la voce per far capire al collega che preferiva non approfondire l’argomento.</p>
<p>Sapìa, afferrato il messaggio, si era rassegnato ad ascoltare in silenzio la seconda parte del racconto e, con piacere, aveva scoperto che il vento, nell’inchiesta della piazzola, stava girando a suo favore.</p>
<p>Dopo la cattura del presunto omicida, la testimone caucasica aveva iniziato a collaborare, rivelando che lei e la vittima si erano messe in testa di fare le “free lance”, per questo si nascondevano.</p>
<p>“Come potevano essere così ingenue da illudersi di sfuggire al racket! &#8211; aveva esclamato Sapìa &#8211; la ribellione, nel loro ambiente, si paga sempre, ma <em>est modus in rebus</em>, per la miseria!”</p>
<p>“Certo, dottore! ma lei m’insegna che, per fare business con la prostituzione, bisogna dimostrare di essere i più feroci del giro, altrimenti si rischia di rimanere senza puledre nella scuderia &#8211; aveva replicato Necrofante &#8211; probabilmente la vittima era sfruttata da una banda emergente e il suo omicidio doveva servire a intimorire la concorrenza più che a mettere in riga le altre ragazze.”</p>
<p>La testimone aveva visto la Fiesta metallizzata e anche l’uomo, in faccia… però non lo conosceva, forse si trattava di un killer fatto venire apposta dall’Est.</p>
<p>Insomma, si era detto Sapìa, ora che l’amica della vittima aveva vuotato il sacco, il suo ruolo di testimone presente per caso sulla scena del delitto diventava secondario: doveva solo confermare le dichiarazioni della ragazza, forse non lo avrebbero neppure chiamato in aula… niente domande imbarazzanti sulle sue abitudini notturne… niente precisazioni sul fratello coinvolto in un delitto a Cala Marina. Certo la signorina rischiava grosso ma, sfidando il racket, aveva già dimostrato di amare il rischio… ora comunque stava dalla parte della legge, aveva diritto a un programma di protezione e al permesso di soggiorno. Con un po’ di fortuna poteva tirarsi fuori dai guai.</p>
<p>Sapìa era uscito dalla Questura di ** sollevato. Con andatura turistica aveva percorso la provinciale costiera che portava a Cala Marina e, giunto davanti all’ingresso di Villa Bertoni, era sceso dall’auto per suonare il campanello.</p>
<p>Fischiettava: la giornata, nata sotto i migliori auspici, proseguiva ottimamente.</p>
<p>Stava per posare l’indice sul pulsante quando il cancello iniziò a cigolare, aprendosi lentamente. L’elettricista aveva riparato il guasto!</p>
<p>Anche la lucina della telecamera agganciata al lampione della piazzola era accesa: qualcuno, su alla villa, lo aveva visto arrivare. Parcheggiò l’auto e s‘incamminò lungo il sentiero. Intanto, alle sue spalle, le pesanti ante di ferro si richiudevano come per magia.</p>
<p>Il portone della villa era spalancato. Orlando si affacciò e gli fece cenno di affrettarsi.</p>
<p>“Sbrigati! l’avvocato Salani è qui e vuole parlarti, aspetta in salotto… ha preso il primo aereo disponibile.”</p>
<p><em><span style="text-decoration: underline; color: #ff6600;"><a href="http://www.scrivolo.it/2012/02/sapia-e-la-pecora-nera-7/">Continua&#8230;</a></span></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il venditore di collanine – 2</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 06:10:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>contributi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un racconto in due puntate di Giuseppe Montiroli. Seconda Parte. Qui la prima parte. La mattina presto Mario [<a href="http://www.scrivolo.it/2012/02/il-venditore-di-collanine-2/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3247" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FHVovt&amp;via=scrivolo&amp;text=Il%20venditore%20di%20collanine%20%26%238211%3B%202&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2012%2F02%2Fil-venditore-di-collanine-2%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><img class="alignleft" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2012/02/CalcioSpiaggia.jpg" alt="Calcio sulla spiaggia" width="290" height="192" /> <span style="color: #0000ff;">Un racconto in due puntate di <a href="http://www.scrivolo.it/gli-ospiti/giuseppe-montiroli/">Giuseppe Montiroli</a>.</span></p>
<h3>Seconda Parte.</h3>
<p><a href="http://www.scrivolo.it/2012/02/il-venditore-di-collanine-1/">Qui la prima parte.</a></p>
<p>La mattina presto Mario partì per Bologna. Arrivò a casa verso le dieci e la prima cosa che fece fu di andare a prendere nel suo piccolo ufficio la “valigetta dei ricordi”, come la chiamava lui. Non era mai stato un maniaco ma aveva collezionato tutto ciò che riguardava “la prima volta”. Aveva conservato la prima maglia azzurra, la prima maglia in serie A e la prima maglia in Coppa dei Campioni e le teneva sottovetro appese a mò di quadro nel salotto buono. Era un po&#8217; kitch ma se ne fregava altamente. Aveva anche il pallone del suo primo gol anche se sapeva benissimo che difficilmente era proprio quello visto che poi durante la partita i raccattapalle li mischiano. Ma andava benissimo lo stesso e lo teneva su di una mensola proprio lì, nel suo ufficio. E poi conservava anche gli articoli della “prima volta” ed era questo che cercava. Prese la cartellina di plastica rigida dal cassetto della scrivania e cercò quello che riguardava quei Giochi. Trovò subito tre foto in bianco e nero dei quotidiani sportivi ma non era quello che voleva. Quello che voleva era quel numero del Guerin Sportivo del 1983. All&#8217;interno c&#8217;erano le foto delle Nazionali di calcio che partecipavano ai Giochi del Mediterraneo. Cercò la foto del Marocco. Era due pagine dopo quella dell&#8217;Italia ed era a colori, come tutte. Cercò in basso i nomi dei giocatori e lo vide. Terzo accosciato da sinistra. A. Beazziz. No quello era suo fratello, Abdallah.  Ah, eccolo, era vicino a lui. M. Beazziz. Mansour Beazziz. Anche se erano passati venticinque anni era rimasto pressoché identico. Nella foto tutti i giocatori avevano quell&#8217;aria fiera di chi rappresenta il suo Paese. Quelli in piedi stavano petto in fuori e testa leggermente reclinata all&#8217;indietro come chi guarda dall&#8217;alto verso il basso. Quelli accosciati in realtà non lo erano, avevano un ginocchio a terra e le braccia incrociate sul petto come nelle foto delle squadre dei primi del &#8217;900 ma avevano lo stesso sguardo quasi minaccioso. Mansour invece sorrideva e riconobbe immediatamente il sorriso di quel venditore di collanine. Nulla come un sorriso rimane uguale nel tempo. Chinò la testa, appoggiò i palmi delle mani sulla fronte e chiuse gli occhi.</p>
<p style="text-align: center;"> -</p>
<p> L&#8217;Italia e il Marocco si giocavano tutto in quella partita e a nessuno serviva il pareggio perché la Spagna stava prendendo il volo.</p>
<p>“Mario mi raccomando, occhio al dieci. E&#8217; veloce, furbo e molto molto tecnico. Se gli fai arrivare la palla sono dolori per tutti” gli disse il mister.</p>
<p>“Tranquillo mister &#8211; rispose Mario &#8211; lo farò nero” e rise per quella che gli era sembrata la battuta dell&#8217;anno.</p>
<p><span id="more-3247"></span></p>
<div>
<p>Ma poi in campo le cose andarono diversamente. Quel ragazzo era ancora più forte di quanto gli avevano detto e di quanto lui stesso si fosse immaginato. Finte, controfinte, scatti, dribbling secchi, stop a seguire, assist, cross, tiri. E una straordinaria intelligenza tattica. Insomma, non era il classico dribblomane fine a sè stesso ma un vero e proprio regista. Mario faticava a stargli dietro e spesso si attaccava alla sua maglietta come aveva visto fare a Gentile con Zico e Maradona un anno prima. Calci no, non era un vigliacco e non entrava mai per far male. Era un duro ma quando faceva un tackle cercava comunque sempre la palla. E se invece prendeva il piede chiedeva scusa. Sempre. Mancava un quarto d&#8217;ora alla fine e il risultato era un inutile due a due. Per l&#8217;Italia avevano segnato i due attaccanti. Un contropiede e un colpo di testa su calcio d&#8217;angolo. Ma ogni volta erano stati raggiunti. Due punizioni di Mansour Beazziz. E i due falli li aveva commessi lui per fermarlo. La prima punizione fu una traiettoria perfetta. Palla colpita forte e liftata e fatta girare sopra la barriera per finire la sua corsa proprio lì, dove non ci arriva mai nessuno. La seconda invece fu una cannonata che entrò vicino al palo coperto dal portiere che neanche la vide partire. Né tantomeno arrivare, perché anche lui come tutti si era aspettato un tiro simile al precedente. Mancava un quarto d&#8217;ora alla fine e tutti in campo avevano la bava alla bocca per lo sforzo e per il caldo. Era una palla innocua che scendeva lenta a centrocampo. Lui era di spalle e quando gli arrivò a un metro d&#8217;altezza si girò per colpirla con violenza e rilanciarla in attacco. Era di spalle e non aveva visto Mansour Beazziz che per l&#8217;ennesima volta lo stava anticipando soffiandogli quella palla a mezz&#8217;altezza da dietro. Era di spalle, non l&#8217;aveva visto. Il suo piede andò a stamparsi sul ginocchio dell&#8217;avversario producendo uno strano rumore. Se lo ricordava ancora bene quel rumore, era fastidioso. Era lo stesso rumore che fa un macellaio quando taglia con esperta violenza una bistecca con l&#8217;osso. Sordo e stridente nello stesso tempo. Solo allora lo vide. E lo sentì. Lo sentì urlare di dolore come non aveva mai sentito urlare nessuno prima di allora. La rotula sembrava essere salita a metà coscia e la gamba era piegata in una posizione assurda. Lo portarono via in barella e ancora si sentiva il suo pianto nel grande stadio improvvisamente ammutolito. Si chiese quanto male può fare un ginocchio a pezzi da far urlare così tanto. La partita finì due a due in un silenzio irreale. Niente più contrasti, niente più tackle. Solo una gran voglia di finire quel cazzo di partita. E al più presto, anche sela Spagnase ne volava via al turno successivo. L&#8217;arbitro capì la situazione e fischiò la fine con due minuti di anticipo e quell&#8217;esperienza in maglia azzurra fu l&#8217;ultima per parecchi di loro, anche per Mario Astolfi.  Arrivati nello spogliatoio si fece accompagnare da un dirigente a vedere come stava quel ragazzo ma gli dissero che l&#8217;avevano già portato via. La sera in albergo telefonò all&#8217;ospedale e con l&#8217;ausilio di un interprete parlò con suo fratello Abdallah e seppe che l&#8217;avevano operato. L&#8217;indomani ripartirono e lentamente, col tempo, cercò di dimenticare il tutto. Un mediano non può giocare con quei ricordi altrimenti è meglio che cambi mestiere.</p>
</div>
<p style="text-align: center;">-</p>
<p>Arrivato in sede si diresse subito da Antonella.</p>
<p>“Signor Astolfi, cose ci fa qua? Non doveva essere al mare?”</p>
<p>“Sì, certo ma stasera devo vedere un procuratore ed ho dimenticato a casa alcuni documenti da fargli firmare”</p>
<p>“Lei che si dimentica dei documenti! Questa me la segno.”</p>
<p>“Ah senta ieri ho fatto una scommessa con un mio vicino di ombrellone. Lei ha modo di vedere chi era il direttore sportivo del Bologna nel 1983?”</p>
<p>“Non ne ho bisogno, è l&#8217;anno che sono stata assunta qui e lo ricordo benissimo. Era il Maestro”</p>
<p>Il Maestro era una figura quasi mitologica. Prima calciatore di alto livello, poi allenatore vincente ed infine grande scopritore di talenti. Ora si era ritirato a vita privata, era vecchio ed era tornato nella sua Modena.</p>
<p>“Ah, il Maestro! Lo sapevo, ho vinto una cena. Grazie Antonella”</p>
<p>Uscì e salì in macchina. Sapeva perfettamente dove abitava quel mostro sacro visto che era stato a casa sua una decina di volte a pranzo o a cena. Enrico Venturati si chiamava ma per tutti era  “il Maestro”. Memoria storica del calcio, anche adesso che era in pensione riceveva spesso visite e telefonate. Amava raccontare che una mattina un procuratore gli telefonò per chiedergli se si poteva fidare della parola di un certo dirigente riguardo al trasferimento di un giocatore. Poi al pomeriggio gli telefonò quel dirigente chiedendogli se si poteva fidare di quel procuratore. Infine all&#8217;ora di cena gli telefonò il giocatore in questione chiedendogli se poteva fidarsi di tutti e due. Il tutto ovviamente ognuno all&#8217;insaputa degli altri. Ogni volta che lo raccontava rideva di gusto. Lo invitavano spesso anche alle trasmissioni sportive e i suoi aneddoti erano sempre ricchi di nomi e date. Anche Mario lo chiamava ogni tanto per avere informazioni.</p>
<p>La villetta era bianca con un giardino ben curato.</p>
<p>“Chi è?” chiese una voce resa metallica dal citofono</p>
<p>“Signor Venturati sono Mario Astolfi ho bisogno di un favore”</p>
<p>Un minuto dopo era già in casa. Il Maestro era un vecchio e alto signore con le spalle ancora dritte, ben vestito e dall&#8217;aria vagamente aristocratica.</p>
<p>“Astolfi, che piacere vederla! Non so di cosa ha bisogno ma so di cosa ho bisogno io. La sua compagnia a pranzo. Sa com&#8217;è, la solitudine&#8230;”</p>
<p>Mario accettò volentieri, quell&#8217;uomo era carismatico e per lui averlo davanti era come per un prete di campagna avere davanti il Papa.</p>
<p>“Allora, questo Bologna si salva anche quest&#8217;anno?”</p>
<p>“Speriamo. Intanto sto cercando alcuni giocatori di rinforzo. Ho preso De Carli”</p>
<p>“De Carli? Chiamalo rinforzo&#8230; Un bel colpo, bravo Astolfi. E&#8217; un ottimo giocatore. Giovane, serio e pronto per la serie A. Lo seguivo già due anni fa in C1, fra un paio d&#8217;anni farà la differenza”</p>
<p>Mario non aveva dubbi, il Maestro da quando era rimasto vedovo andava a vedere tutte le domeniche una partita nel raggio di cinquanta chilometri e conosceva tutti.</p>
<p>“Di cosa aveva bisogno?” chiese mentre metteva su l&#8217;acqua per la pasta. Era anche un ottimo cuoco.</p>
<p>“Un&#8217;informazione. 1983. Giochi del Mediterraneo”</p>
<p>“Ah, ieri praticamente. Non so se posso ricordarmi di qualcosa di tanto tempo fa, tranne che lei li giocò” disse sorridendo e prendendo il sale grosso da una mensolina.</p>
<p>“Se le dico Mansour Beazziz?”</p>
<p>Il Maestro lo guardò per qualche secondo.</p>
<p>“Perché mi fa questa domanda?”</p>
<p>“Se lo ricorda? Mi dica, è importante”</p>
<p>“Certo che me lo ricordo. Era un nazionale marocchino molto giovane e molto forte. Il miglior calciatore africano dell&#8217;epoca. In quegli anni stavano venendo fuori bene gli africani. Camerun, Algeria e lo stesso Marocco. E piano piano anche la Nigeria. Comunque Beazziz lo voleva la Juventus perché in quegli anni si potevano tesserare due stranieri ma voleva prima verificare il suo impatto nel campionato italiano. L&#8217;avrebbero preso anche subito ma il francese e il polacco facevano faville. Così ci proposero di tenerlo noi per un anno e ridarlo a loro se ne avessero avuto una buona impressione e soprattutto bisogno. O magari l&#8217;avrebbero riprestato a qualche altra squadra aspettando il momento migliore per portarlo a Torino. Andai personalmente a vederlo giocare un paio di volte in Marocco, per quei Giochi del Mediterraneo. Ne rimasi impressionato e già mi fregavo le mani all&#8217;idea di avere a disposizione un regista così, anche se sicuramente per un solo anno. Dovetti ripartire il giorno prima che&#8230;”</p>
<p>“Il giorno prima che gli troncassi la carriera” Mario finì la frase che il Maestro non aveva voluto finire.</p>
<div>
<p>“No. Il giorno prima che ebbe un incidente di gioco. Grave sì, ma sempre un incidente di gioco. Lei Astolfi è sempre stato un giocatore leale. Duro ma leale. E adesso mi dia una mano ad apparecchiare che l&#8217;acqua sta per bollire”</p>
</div>
<p style="text-align: center;"> -</p>
<p>Il giorno dopo Mario era di nuovo lì, a Viareggio. La mattina la passò in albergo a leggere distrattamente i giornali sportivi ma quel pensiero non gli andava via dalla testa. Doveva parlargli e non vedeva l&#8217;ora che fossero le sei del pomeriggio. Quando lo vide spuntare fra gli ombrelloni stava giocando con i suoi nuovi amici ma improvvisamente ebbe voglia di scappare via, si sentiva come un ladro davanti all&#8217;ignaro derubato. Rimase e giocarono un po&#8217; poi si sedettero nello stesso posto del giorno prima a fumare una sigaretta.</p>
<p>“Allora Mansour, eri rimasto all&#8217;infortunio. E poi?”</p>
<p>“Poi cosa?”</p>
<p>“Beh, cosa hai fatto nella vita. Come sei finito qua a Viareggio”</p>
<p>“Dopo l&#8217;operazione la Federazione mi mandò a Firenze per farne un&#8217;altra. Dicevano che qui in Italia c&#8217;erano i migliori specialisti. O almeno i migliori fra quelli che si potevano permettere. Evidentemente la prima me l&#8217;aveva fatta un macellaio. Lì mi dissero che ero stato fortunato a non rimanere zoppo. Quindi fine col calcio. Durante la riabilitazione ho conosciuto una ragazza che aveva avuto un incidente d&#8217;auto e ci siamo sposati. Con i pochi soldi dell&#8217;assicurazione abbiamo messo su casa. Dopo meno di un anno se n&#8217;è andata. Avevo trovato lavoro come custode in una squadra di interregionale vicino a Firenze e mi trovavo bene. Me l&#8217;aveva trovato il dottore che mi aveva operato, una brava persona. Poi successe che sparirono dei soldi in segreteria e diedero la colpa a me. Così mi licenziarono ma io quel giorno non c&#8217;ero neanche passato in sede. Poi ho risposto ad un annuncio dove cercavano un lavapiatti per la stagione estiva qui, a Viareggio. Finita la stagione ho fatto il muratore per più di vent&#8217;anni fino a quest&#8217;inverno poi l&#8217;impresa è fallita. Così sono andato a vendere in spiaggia”</p>
<p>Mario ascoltò in silenzio il racconto di quest&#8217;uomo davanti a lui, Nelle sue parole non c&#8217;era tristezza ma solo un malcelato orgoglio di chi comunque viveva.</p>
<p>Lo invitò a cena al ristorante dell&#8217;hotel ma lui rifiutò sentendosi poco presentabile. Mario lo convinse dicendogli che avrebbe fatto una bella doccia in camera sua e che gli avrebbe fatto indossare una bella tuta del Bologna che poi si sarebbe potuto tenere. E quando lo vide ancora tentennante aggiunse che quella era la sua ultima sera a Viareggio. L&#8217;aveva deciso pochi istanti prima, voleva assolutamente fare una cosa in sede.</p>
<div>
<p>A cena gli parlò di sé e del suo lavoro e gli disse anche che ora era dirigente del Bologna, in serie A. Ma glielo disse quasi di sfuggita, per una sorta di pudore. Poi gli chiese il numero di telefono.</p>
</div>
<p style="text-align: center;"> -</p>
<p>Mansour aveva preso seriamente il suo lavoro. La società gli aveva fatto un regolare contratto da allenatore delle giovanili e gli aveva affittato un piccolo appartamento a due passi dallo stadio ad un prezzo ragionevole. Quando Mario gli telefonò dicendogli che aveva un lavoro per lui pensò subito ad un posto come lavapiatti o muratore. Invece la mattina andava all&#8217;allenamento della prima squadra. Allenava i portieri con i suoi tiri in porta e le sue magiche punizioni, portava in campo le casacche per la partitella e soprattutto teneva alto l&#8217;umore di tutti con la sua simpatia. Era benvoluto dalla squadra e non voleva soldi in più dalla società per andare anche alla mattina, diceva che lo faceva volentieri perché si divertiva. E come dargli torto, poteva stare fianco a fianco di giocatori di serie A. Comunque il presidente decise di non fargli più pagare l&#8217;affitto dell&#8217;appartamento. Quando Mansour chiese il motivo gli rispose “Tanto non ci sei mai a casa, sei sempre al campo d&#8217;allenamento!”.  Poi il pomeriggio con i bambini e lì si divertiva ancora di più. Insegnava loro a stoppare, passare, calciare in porta, crossare, colpire di testa. E quando vedeva qualcuno che migliorava era felice. “Senza la tecnica un calciatore è come un cantante stonato” amava ripetere. Il Bologna era una società che curava molto il settore giovanile ed avere uno come lui era una fortuna. Per gli schemi, la tattica e il fuorigioco avevano tempo, adesso c&#8217;era solo il pallone poi il pallone ed infine il pallone. Ma c&#8217;era una cosa che era cambiata in lui. Non aveva più parlato del suo passato e del suo infortunio e quando qualcuno gli chiedeva se avesse giocato da giovane rispondeva sempre che in Marocco aveva dovuto lavorare e quattro calci li aveva dati solo in spiaggia con gli amici. D&#8217;altronde era impossibile ricordarsi di una promessa del calcio africano di un quarto di secolo prima, a meno che non ti chiamavi Maestro.  Lui e Mario erano diventati amici e quando alla sera c&#8217;erano le partite di Coppa organizzavano una cena a casa sua. Invitavano sempre anche due giocatori, uno della prima squadra e uno delle giovanili. “Così si fa gruppo” diceva Mansour. Ci capiva di calcio e conosceva le squadre e i giocatori, anche quelli turchi e norvegesi. Mario dal canto suo non aveva mai trovato il momento giusto per dirgli qualcosa, anzi “quella cosa”. O meglio, non aveva mai trovato il coraggio. Una volta si era deciso e si era preparato il discorso ma quando arrivò a casa sua lo vide aprirgli la porta ridendo come un matto perché stava guardando un film comico alla tele e non se la sentì più. Ma proprio più.</p>
<div>
<p style="text-align: center;">-</p>
<p>Lo stadio era pieno come un uovo e rumoreggiava mentre Mansour sistemava il pallone. Fra lui e il gol c&#8217;erano solo venti metri, una barriera e un portiere.</p>
</div>
<p>Che avrebbe giocato l&#8217;aveva saputo da Mario lunedì sera alla fine della cena, a casa sua. Il Bologna aveva vinto in casa ed era salvo con una giornata di anticipo. Un altro anno in serie A. Sarebbero andati a giocare l&#8221;ultima a Torino contro la Juventus che a sua volta avendo vinto fuori casa era già matematicamente campione d&#8217;Italia.</p>
<p>“Preparati bene questa settimana che domenica ti facciamo entrare contro la Juventus” gli aveva detto Mario mentre bevevano il caffè.</p>
<p>“Chi mi fa entrare, scusa?” chiese Mansour guardandolo come si guarda un comico che ha appena detto una battuta venuta male.</p>
<p>“L&#8217;allenatore. Il presidente. E io, ovviamente. Avevo fatto una scommessa con loro. Appena salvi io avrei giocato il quarto d&#8217;ora finale dell&#8217;ultima partita. E loro hanno accettato la scommessa, sai sono scaramantici&#8230; Ma ora succede che ho preso un bel mal di schiena e non posso più giocare. Così ho proposto a loro di farlo tu al posto mio. Oh, solo gli ultimi minuti mica dall&#8217;inizio. L&#8217;allenatore non ha niente in contrario e il presidente dice che è una bella operazione di marketing. Operazione-simpatia, la chiama lui”</p>
<p>“No, non è per questo che lo fai. E&#8217; per questo” e così dicendo Mansour si avvicinò alla piccola libreria, prese un foglio ben ripiegato e glielo mostrò. Era una fotocopia di una vecchia pagina di un giornale scritta in arabo. Mario non capiva cosa c&#8217;era scritto ma il senso sì. In alto c&#8217;era la foto di un giovane Mansour con la maglia della sua Nazionale e vicino un&#8217;altra foto sempre di Mansour ma in un letto d&#8217;ospedale. E sotto la foto di Mario da giovane.</p>
<p>“Sotto la tua foto c&#8217;è scritto IL KILLER ITALIANO “ disse Mansour guardandolo dritto negli occhi.</p>
<p>Mario sobbalzò.</p>
<p>“Da quand&#8217;è che lo sai?” gli chiese non reggendo il suo sguardo.</p>
<p>“Da quando sono arrivato qui. Mio fratello ha un’ottima memoria e quando ho fatto il tuo nome ha cercato in un archivio questa pagina, l&#8217;ha fotocopiata e me l&#8217;ha spedita”</p>
<p>“Mi dispiace” Mario si senti stupido per non riuscire a dire nient&#8217;altro.</p>
<p>“Anche a me è dispiaciuto all&#8217;epoca ma ormai fa parte del passato. Anche Abdallah smise di giocare un anno dopo. Problemi col cuore, si vede che era destino che i fratelli Beazziz non sfondassero col calcio. Ho sempre saputo che mi avevi cercato prima nello spogliatoio e poi all&#8217;ospedale anche se non avevo mai saputo chi eri. Me lo disse mio fratello. ”</p>
<p>“E&#8217; vero ma questo non mi fa stare meglio. Sono stato un vigliacco e tacere per tutto questo tempo vicino a te”</p>
<p>“Quando scoprii il tutto mi venne in mente la volta che mi portasti a cena in hotel e la tuta del Bologna. Lo sapevi già, vero?”</p>
<p>“Sì, l&#8217;avevo scoperto quella mattina stessa”</p>
<p>“E&#8217; per questo che mi hai voluto qui. Tu mi hai tolto un sogno e tu hai voluto regalarmene uno nuovo. Sei un uomo onesto, Mario” e aggiunse “E se mi rifiuto?”</p>
<p>“Hai sempre un ginocchio buono da farti rompere” Si abbracciarono forte, tanto forte che Mario gli disse:</p>
<p>“Piano che altrimenti la schiena mi farà male per davvero”</p>
<p>Risero di gusto, come solo gli adulti che tornano bambini sanno fare.</p>
<p>Durante la settimana la notizia venne divulgata ai media e l&#8217;operazione-simpatia piacque un po&#8217; a tutti. Talmente tanto che un giornalista un po&#8217; troppo curioso scoprì anche il retroscena, ma questo l&#8217;avevano messo nel conto e non gliene fregava più di tanto. Poco prima che la partita iniziasse Mansour aveva prenotato sei o sette maglie ricordo della Juventus e fu colpito quando il vecchio e glorioso capitano bianconero gli chiese di poter avere la sua a fine partita. Stava per dirgli di no, che voleva conservare la prima ed unica maglia in serie A ma poi si ricordò che poteva disporne di più di una. Diede la mano al suo idolo e quasi svenne.</p>
<p>La partita si trascinava stancamente ma serenamente sullo zero a zero. Nessuno voleva farsi male in quella che era più che altro una passerella di due squadre che avevano già raggiunto il loro obiettivo. E quando al settantacinquesimo minuto, lo stesso minuto in cui smise di giocare tanti anni prima, l&#8217;allenatore lo spedì in campo ci fu un breve ma convinto applauso. Non udì neanche lo speaker fare il suo nome per l&#8217;emozione. Trotterellava per il campo senza riuscire a toccare un pallone. Quando camminava gli altri correvano e quando correva gli altri volavano. E sì che i compagni ci provavano a dargli la palla ma veniva sistematicamente anticipato dagli avversari.  A quei livelli non si fanno sconti a nessuno. Poi successe che l&#8217;arbitro fischiò un fallo fuori area. Mansour non ci pensava nemmeno a tirare quella punizione ma gli si avvicinò De Carli, lo specialista, e gli chiese se se la sentiva. Fece finta di non aver capito. Poi arrivò il capitano e gli impose di tirarla. Allora si girò verso la panchina e vide che l&#8217;allenatore e tutti quelli vicino gli facevano ampi gesti con le braccia. Una cascata di emozioni sembrò soffocarlo. Prese il pallone e lo sistemò nel punto che l&#8217;arbitro gli aveva indicato. Lo sistemò con quella cura maniacale che hanno solo gli specialisti. Fra lui e il gol c&#8217;erano solo venti metri, una barriera e un portiere. E mentre l&#8217;arbitro sistemava la barriera cercò lo sguardo di Mario in tribuna. Fortuna che non lo vide, altrimenti l&#8217;avrebbe visto piangere. Poi sentì il fischio dell&#8217;arbitro, si dimenticò il mondo e prese una breve rincorsa.</p>
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		<title>Lev Tolstoj, Il servo e il padrone</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 07:17:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr J. Iccapot</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Librolo]]></category>
		<category><![CDATA[Neve]]></category>
		<category><![CDATA[Tolstoj]]></category>

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		<description><![CDATA[Spostarsi quando c&#8217;è la neve è sempre stato difficile; basta poco per sfiorare un dramma. Se Mark Twain [<a href="http://www.scrivolo.it/2012/02/lev-tolstoj-il-servo-e-il-padrone/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3243" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2Fvyp4E&amp;via=scrivolo&amp;text=Lev%20Tolstoj%2C%20Il%20servo%20e%20il%20padrone&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2012%2F02%2Flev-tolstoj-il-servo-e-il-padrone%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2012/02/tolstoj-Servo-e-Padrone.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3244" title="Tolstoj, Servo e Padrone" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2012/02/tolstoj-Servo-e-Padrone.jpg" alt="" width="283" height="400" /></a></p>
<p>Spostarsi quando c&#8217;è la neve è sempre stato difficile; basta poco per sfiorare un dramma.<br />
Se Mark Twain ci racconta quello che può succedere in un viaggio in treno, <strong>Lev Tolstoj</strong> narra invece di uno spostamento in slitta.</p>
<p>Lo potete scaricare da qui: <a class="downloadlink" href="http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/download-monitor/download.php?id=39" title=" downloaded 14 times" >Lev Tolstoj, Il servo e il padrone (14)</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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	<p class="firma-autore">Dr J. Iccapot</p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/scrivolo/XtmA/~4/6HUxnLbwTA4" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Sapìa e la pecora nera – 5</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/scrivolo/XtmA/~3/-sR3sTI3hX4/</link>
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		<pubDate>Mon, 13 Feb 2012 08:27:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gialli]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Commissario]]></category>
		<category><![CDATA[continua]]></category>
		<category><![CDATA[Fratelli]]></category>
		<category><![CDATA[giallo]]></category>
		<category><![CDATA[Sapia]]></category>

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		<description><![CDATA[Quinta parte. Qui la quarta parte. Il pranzo. Sapìa giunse a Villa Bertoni poco dopo l’una. Orlando era [<a href="http://www.scrivolo.it/2012/02/sapia-e-la-pecora-nera-5/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3238" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FYkQAB&amp;via=scrivolo&amp;text=Sap%C3%ACa%20e%20la%20pecora%20nera%20%26%238211%3B%205&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2012%2F02%2Fsapia-e-la-pecora-nera-5%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><img class="alignleft" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2012/01/scogliera.jpg" alt="" width="250" height="192" /> <strong>Quinta parte.</strong></p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong><a href="http://www.scrivolo.it/2012/02/sapia-e-la-pecora-nera-4/">Qui la quarta parte.</a></strong></span></p>
<h3>Il pranzo.</h3>
<p>Sapìa giunse a Villa Bertoni poco dopo l’una. Orlando era seduto su un muretto del parco accanto all’ingresso e, con un balzò, arrivò al cancello.</p>
<p>“Hai visto, Italo? &#8211; disse con tono affettuoso, aprendo le pesanti ante di ferro battuto &#8211; sapevo che saresti arrivato in anticipo e ti aspettavo.”</p>
<p>“Risparmiami le tue melensaggini &#8211; replicò Sapìa, parcheggiando la sua auto accanto alla decapottabile canarino del fratello &#8211; ho fatto quello che dovevo e non vedo l’ora di tornarmene a casa: se non accetti i miei consigli tanto meglio, me ne lavo le mani.”</p>
<p>“Ma io ho bisogno di te… e del tuo aiuto… la verità è che l’avvocato non me lo posso permettere, non ho neppure il becco di un quattrino” si giustificò Orlando.</p>
<p>“Tu, un playboy con piedaterre a Montecarlo, ridotto in miseria? Non ci posso credere!” esclamò Sapìa ironico. Sogghignava ma, in cuor suo, non trovava affatto divertente la situazione. Quello che prima appariva solo un timore ora diventava una certezza: Orlando era sul lastrico.</p>
<p>“Tu ridi, ma chi sa quando potrò mettermi in tasca il lascito di Bertoni &#8211; proseguì il fratello &#8211; la sola cosa sicura, al momento, è che la banca ha bloccato le mie carte di credito… anche Luigino è al verde. Speriamo che Rabano si commuova e ci sganci qualcosa”.</p>
<p>“Il giovanotto non riceve un lauto mensile?”</p>
<p>“Già speso! Luigino, povero illuso, sperava di raccattare qualcosa da sua madre ma anche noi eravamo a secco.”</p>
<p>“La famiglia Bertoni non arriva alla seconda settimana del mese!?” esclamò Sapìa, più stupito che scandalizzato.</p>
<p>“E dove li metti i debiti? Le banche non sono il sarto o il pizzicagnolo… il conto delle carte di credito lo devi pagare… e subito”</p>
<p>“Però la signora Bertoni poteva scialacquare centomila euro in due mesi…l’hai detto tu &#8211; obiettò Sapìa &#8211; con quella disponibilità di liquidi vuoi farmi credere che lei e il figlio stavano in braghe di tela? Non prendermi in giro, non sono dell’umore giusto!”</p>
<p><span id="more-3238"></span></p>
<p>“Ho un po’ esagerato, lo ammetto… ultimamente la situazione finanziaria di Annalaura non era più quella di un tempo… l’importo dell’assegno che le versava il fondo fiduciario dipendeva dal rispetto di alcune disposizioni contenute nel testamento del marito, ogni violazione comportava una sforbiciata e zac! oggi, zac! domani, si fa presto a ritrovarsi in bolletta.”</p>
<p>“L’ingegnere aveva trovato un modo per tormentare moglie e il figlio anche dall’aldilà – commentò amaramente Sapìa &#8211; ma che genere di condizioni cercava di imporre ai familiari?”</p>
<p>“Assurdità, sciocchezze… pretendeva che Annalaura e Luigino abitassero insieme nell’appartamento in città… e poi voleva che il figlio si laureasse in ingegneria… figurati, è più facile che io vinca il Nobel per la Fisica… e prima dei trent’anni doveva sposarsi e avereun figlio… ma chi vuoi che se lo prenda Luigino! senza contare che il ragazzo pende dall’altra parte… non che ci sia qualcosa di male però sono inclinazioni che non portano al matrimonio…alla povera Annalaura invece aveva vietato di sottoporsi a operazioni di chirurgia estetica e fare debiti:, pensa un po’, al compimento dei cinquantasei anni doveva lasciarmi! chi sa perché cinquantasei e non cinquantacinque o sessanta… lei mi amava e siamo rimasti insieme ma il suo vitalizio ormai era ridotto al lumicino… anche Luigi riceve solo le briciole dell’assegno iniziale.”</p>
<p>“Scapolo e fuoricorso, doppia penalità!” disse Sapìa sorridendo: aveva incontrato tanti ricchi bizzarri, l’ozio, oltre che dei vizi, è il padre delle stranezze, ma l’ingegnere li batteva tutti!</p>
<p>“Condizioni insolite, probabilmente non del tutto legali &#8211; pensò, imboccando il vialetto che portava alla villa &#8211; però comprensibili da un punto di vista umano: un padre e marito sul punto di lasciare questa terra ha ben diritto di desiderare un figlio sistemato e una vedova decorosa!”</p>
<p>Orlando intanto lo seguiva lungo il sentiero a capo chino, perso dietro il nostalgico ricordo dell’età dell’oro dei Bertoni. Non era più di buonumore.</p>
<p>Arrivarono finalmente alla villa. Dalla finestra aperta del salone uscivano grida: sembrava una lite ma, in realtà, si udiva una sola voce, irata e stentorea.</p>
<p>Sapìa guardò con aria interrogativa il fratello.</p>
<p>“Troppioni” rispose Orlando mestamente.</p>
<p>“E chi è?”</p>
<p>“Il custode della villa confinante: i proprietari vivono all’estero quasi tutto l’anno e lui la fa da padrone.”</p>
<p>In quel momento la porta di casa si aprì e un individuo tarchiato, scarponi incrostati di terra, canottiera inzaccherata e pantaloni sdruciti, uscì come una furia urlando:</p>
<p>“Le polpette! Metto le polpette, così vedremo chi ha ragione!”</p>
<p>Passò accanto ai due fratelli senza neppure un cenno di saluto ma non prese il sentiero che portava al cancello: imboccò un viottolo e sparì nel parco, imprecando.</p>
<p>“Che voleva quell’energumeno?” chiese Sapia a Luigino, seduto in salotto davanti ad un bicchiere di liquore.</p>
<p>“Quello che vogliono tutti: <em>money</em> &#8211; rispose Luigino lugubre. Con un gesto brusco si versò in gola quello che restava del suo aperitivo poi, come se quel poco di alcool gli avesse ridato energia, aggiunse con rabbia &#8211; maledetto Troppioni! si permette di alzare la voce in casa d’altri e senza riguardo per il nostro lutto!”</p>
<p>“Già, quella sanguisuga viene qui a urlare per via di Stellina &#8211; disse Orlando, rivolgendosi al fratello &#8211; prima di Natale l’ha beccata nel suo pollaio e si è fatto dare da Annalaura un sostanzioso indennizzo… cento euro per ogni gallina morta. Neanche facessero le uova d’oro! Evidentemente tenta di spillarci altri quattrini perché è già la terza volta, in pochi giorni, che ci fa una sfuriata!”</p>
<p>“Però nella strage di stanotte Stellina non c’entra &#8211; esclamò Luigino &#8211; ha dormito nella mia stanza, sul tappetino accanto al letto, con la porta chiusa a doppia mandata. Per razziare i polli troppionici doveva uscire da una finestra del primo piano e i cani, che io sappia, non volano.”</p>
<p>“Però il buco sotto la rete del parco, l’anno passato, c’era davvero &#8211; disse Orlando &#8211; i cani scavano… se quel bifolco mette le polpette avvelenate bisognerà tenere Stellina alla catena.”</p>
<p>“Quando arriva il rag. Rabano?” domandò Sapìa, annoiato dal dibattito sulle cattive abitudini del dogo di casa Bertoni.</p>
<p>“Che sbadato, non ve l’ho detto? &#8211; ripose Luigino &#8211; ha telefonato che verrà per cena. Oggi andava alla mensa dei poveri.”</p>
<p>“Alla Caritas?” fece eco Sapìa stupito: che rapporto poteva avere l’amministratore di un patrimonio milionario con la mensa dei senzatetto?</p>
<p>“Sì, alla Caritas: Raboni è terziario francescano, assiste i diseredati e serve la minestra ai bisognosi &#8211; esclamò Luigino, soffocando l’ira &#8211; però con me e mia madre si è comportato sempre da carogna… anche prima ci spiava per conto del vecchio, il sant’uomo!”</p>
<p>“Tra loro s’intendevano alla perfezione, erano fatti della stessa pasta, nati nello stesso paese di contadini, scarpe grosse e cervelli fini!” aggiunse Orlando.</p>
<p>“Dio li fa e poi li accoppia” ribattè Sapìa, sempre più curioso di conoscere il misterioso <em>alter ego</em> dell’ingegner Bertoni.</p>
<p>In quel momento Ines, la cameriera, entrò con una zuppiera in mano:</p>
<p>“Il pranzo è pronto, signor Luigi. Porto in tavola?” chiese timidamente.</p>
<p>“Sì, servi pure, Ines, arriviamo subito &#8211; rispose il neopadrone di casa &#8211; ma tra Rabano, Troppioni e Allegri a me l’appetito è passato!”</p>
<p>I tre commensali si trasferirono nella sala da pranzo, una stanza luminosa arredata con mobili moderni e una parete vetrata tutta azzurra: al di là si vedevano solo cielo e mare.</p>
<p>“Troppioni è un tipo chiaramente indigesto ma Allegri mi sembra una persona a modo, che le ha fatto?” chiese Sapìa, mescendosi un bicchiere di vino. Anche se la miseria piangeva sulle scale, in casa Bertoni si pasteggiavano con un rosso di gran classe. “Bando all’educazione! – pensò il commissario, versando quel nettare fino all’orlo del calice &#8211; quando mi ricapita un’occasione del genere!”</p>
<p>“Il suo collega Allegri, questa mattina, ha interrogato il personale di servizio e ora sospetta di me” rispose Luigino, servendosi con generosità dalla formaggiera che Ines gli porgeva… le sue penne al pomodoro sembravano un cucuzzolo innevato.</p>
<p>“E perché? Lei non ha movente” obiettò Sapìa.</p>
<p>“Io adoravo la mamma &#8211; proseguì Luigino &#8211; chieda a Orlando se non è vero! però qualcuno della servitù presente in questa stanza ha riferito al commissario che, il giorno prima dell’incidente, ho litigato con mia madre.”</p>
<p>“Mi scusi…mi scusi, signor Luigino, prego… non volevo parlare male di lei” esclamò Ines, lasciando in lacrime la stanza.</p>
<p>“Ovviamente Ines ha detto la verità &#8211; aggiunse Luigino con tono tranquillo &#8211; discussioni ci sono in tutte le famiglie ma, tra urlare e uccidere, c’è una bella differenza, non le pare!”</p>
<p>“Se ti consola Allegri sospetta anche di me… per via di Irina” disse Orlando.</p>
<p>“Chi sarebbe questa Irina?” domandò Sapìa, versandosi un secondo generoso bicchiere di vino.</p>
<p>Orlando rimase in silenzio: fissava il piatto stringendo le labbra. Luigino intanto si girava e rigirava tra i denti un boccone con l’insistenza di un convinto seguace della scuola salernitana. La buona educazione gli vietava di parlare mangiando.</p>
<p>“Allora! &#8211; esclamò spazientito Sapìa &#8211; potrei sapere chi è questa misteriosa signora?”</p>
<p>“Una ragazza russa che lavorava qui, una cameriera &#8211; mormorò Orlando imbarazzato &#8211; Annalaura l’ha licenziata un mese fa. Era così arrabbiata che ha mandato via anche il fratello Yuri, il nostro autista. E lui non c’entrava davvero nulla.”</p>
<p>“Ma bravo, non ti sei fatto mancare proprio nulla &#8211; commentò Sapìa &#8211; anche gli amori ancillari!”</p>
<p>“Tutte fantasie di Annalaura, era malata di gelosia, poverina! A me Irina non interessava e lei… figuriamoci se una ragazza così bella e giovane poteva perdere la testa per un poveraccio con il doppio dei suoi anni” aggiunse Orlando con voce affranta.</p>
<p>“Lo sai che menti proprio male?” commentò il fratello.</p>
<p>“E va bene! Hai ragione, tra noi era nata una simpatia &#8211; ammise Orlando risentito &#8211; ma si trattava di un rapporto platonico… non è successo nulla, nulla di nulla, lo giuro!”</p>
<p>“Immagino che il fratello russo non fosse contento del trattamento ricevuto dalla sorella e, ancor meno, del suo licenziamento” osservò Sapìa.</p>
<p>“Se è per questo il commissario sospetta anche Yuri” disse Luigino.</p>
<p>“Lo ha già interrogato?” chiese Sapìa.</p>
<p>“Prima deve trovarlo… il giovanotto sembra svanito nel nulla, come Irina… ma di certo non è tornato in Russia: pare che in patria abbia qualche pendenza con la giustizia” rispose Luigino.</p>
<p>“Sarà anche un incidente &#8211; pensò Sapìa, riempiendo per la terza volta il suo bicchiere fino all’orlo &#8211; ma Allegri fa bene a indagare in tutte le direzioni, senza fermarsi alle apparenze: ultimamente la defunta aveva pestato i piedi a parecchie persone.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dopo pranzo a villa Bertoni si faceva la pennichella. Sapìa non chiudeva occhio da ventiquattrore e si adeguò volentieri alle abitudini della casa.</p>
<p>Venne accompagnato da Ines in una delle tante stanze riservate agli ospiti e si sdraiò sul letto togliendosi solo le scarpe. Voleva fare un breve sonnellino ristoratore invece precipitò in un torpore profondo e agitato: non aveva fatto i conti con il rosso stupendo della riserva Bertoni.</p>
<p>Pensieri di lavoro e di famiglia, odori e rumori che entravano dalla finestra, ombre evase dai depositi della memoria e frammenti di quella movimentata giornata attraversavano di corsa la sua mente, rapidi flash illuminavano ora il ghigno del vecchio ingegnere, ora il volto triste di Allegri ora il muso bavoso di Stellina, ora il grugno di Troppioni. Immagini vivide si susseguivano senza stacco, come fotogrammi di un unico assurdo film: vedeva la fuoriserie gialla di Orlando e poi Edda che lo pregava di stare attento alla strada, la piazzola sotto la luna, la ragazza sdraiata a terra e Liventi che sogghignava…</p>
<p>Tentava di rimanere sveglio ma non riusciva a pensare: Morfeo pompava nebbia nella sua coscienza. All’improvviso si ritrovò in una vera e propria situazione onirica, un caos anacronistico che aveva la pretesa di spacciarsi per coerente realtà: camminava sulla battigia dando la mano al babbo… era un bambino e raccoglieva conchiglie… il mare sembrava olio. Poi qualcosa di strano aveva attratto la sua attenzione: un uomo riverso bocconi sulla sabbia… prendeva il sole… dormiva… no, era morto! In alto, sul promontorio che dominava la spiaggia, biancheggiava la villa dei Bertoni. Ora non aveva più sette anni, si trovava lì per indagare, doveva scoprire il colpevole dell’omicidio… la vittima non sembrava annegata, probabilmente era caduta dalla scogliera. Prima di tutto occorreva procedere all’identificazione, bisognava rovesciare il corpo per vedere la faccia … che orrore! il morto era Orlando, con i capelli lunghi e la barba alla Che Guevara che portava a vent’anni.</p>
<p>Il padre intanto continuava a passeggiare tranquillamente lungo la riva del mare: voleva chiamarlo in aiuto, avvertirlo della disgrazia… ma proprio in quel momento una mano lo aveva afferrato alle spalle: era il babbo che lo scuoteva gridando “Sei il solito pelandrone, Italo! non perdere tempo con Orlando, vai a scuola!”</p>
<p>La scena intanto era cambiata: ora si trovava a casa, in camera da letto. Aiutava la moglie a indossare un ridicolo abito di tulle bianco lungo fino ai piedi. Edda, addobbata con quella specie di paralume, era proprio ridicola. “Ma dove vai mascherata da soufflé! &#8211; le aveva domandato con tono di scherno &#8211; al veglione di Carnevale?” La moglie, guardandolo con aria di rimprovero, aveva esclamato: “Ecco, lo sapevo: ti sei dimenticato che oggi si sposa Annalisa! Sei sempre il solito distratto, Italo!”. Ma di che parlava Edda? Non riusciva a ricordare neppure un filarino della figlia, figuriamoci un fidanzato ufficiale. La cerimonia si doveva tenere a villa Bertoni: quando vide Luigino seduto su un divano comprese subito che era lui lo sposo… nella sala regnava una gran confusione, una piccola orchestra suonava e il direttore in frac che si agitava freneticamente era il vicequestore Torrisi. Bisognava impedire la sciagurata unione… per fortuna la signora Annalaura, viva e vegeta, lo aveva rassicurato: “ma che nozze con Luigino, figuriamoci! Questa è la mia festa di compleanno, non sente che ritmo?!”. Giusto: i matrimoni si fanno in chiesa e l’organo suona Wagner o Mendelssohn, non musiche carnevalesche.</p>
<p>Gli invitati intanto si erano disposti in cerchio, sembravano in attesa di un evento… e guardavano nella sua direzione con insistenza. Comprese che non si trovava lì per caso, doveva superare un esame… di ballo. Fare il buffone davanti ai suoi genitori, a Magliana, a Liventi, a Luigino, al vecchio Bertoni, alla ragazza assassinata nella piazzola, alla signora Annalaura… lui che non sapeva ballare? non se ne parlava proprio. Mai! Edda, per rincuorarlo, gli aveva mormorato all’orecchio: “Dai, solo un giro di valzer… lo sanno fare tutti!” La musica intanto era cessata e Torrisi lo fissava tenendo la bacchetta sollevata come per dire “allora, dottore, attacco con il <em>Bel Danubio blu</em>?” Intanto i presenti protestavano spazientiti, solo la mamma sembrava dispiaciuta. Doveva ballare per forza: con le guance e le orecchie viola per l’imbarazzo si era lanciato in pista pensando “Adesso farò una figura di merda!”. Stretto alla moglie aveva iniziato a ruotare vorticosamente per la sala… che strano! non si sentiva affatto goffo,  volteggiava come un provetto danseur senza pestare i piedi o il vestito di Edda… leggero, sicuro, elegante! poi, all’improvviso, qualcuno aveva gridato “Diciotto!… riconobbe la voce del professor Cantoni. La sala era scomparsa, ora si trovava davanti a una porta: Stanza 45 b… doveva sostenere l’esame di Diritto Civile… capo V sezione seconda: <em>Delle disposizioni condizionali, a termine e modali</em>… Diritto successorio… ne aveva parlato con Orlando…  primo articolo… numero 539 no, 739, no 600 e qualcosa: non ricordava più nulla.</p>
<p>“Ma io ho già sostenuto questo esame!” pensò Sapia svegliandosi di botto, sudato e ansimante. Guardò l’orologio: aveva dormito quattro ore.</p>
<p>Si mise in ascolto. Fuori le cicale frinivano a più non posso e gli alberi frusciavano leggeri, dentro, l’edificio tutto taceva, l’edificio sembrava vuoto. Evidentemente gli altri abitanti della villa ancora sonnecchiavano ma non tutti: una musica sudamericana aleggiava in sottofondo. Nonostante la recente disgrazia in qualche angolo della casa c’era chi sognava di trovarsi al Carnevale a Rio.</p>
<p><em><span style="text-decoration: underline; color: #ff6600;"><a href=" http://www.scrivolo.it/2012/02/sapia-e-la-pecora-nera-6/">Continua&#8230;</a></span></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/scrivolo/XtmA/~4/-sR3sTI3hX4" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Il venditore di collanine – 1</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 06:30:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>contributi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un racconto in due puntate di Giuseppe Montiroli. Prima Parte. Mario era in vacanza in Versilia. Viareggio era [<a href="http://www.scrivolo.it/2012/02/il-venditore-di-collanine-1/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3227" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2F45i3f&amp;via=scrivolo&amp;text=Il%20venditore%20di%20collanine%20%26%238211%3B%201&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2012%2F02%2Fil-venditore-di-collanine-1%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2012/02/CalcioSpiaggia.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3228" title="Calcio sulla spiaggia" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2012/02/CalcioSpiaggia.jpg" alt="" width="580" height="383" /></a><br />
<span style="color: #0000ff;">Un racconto in due puntate di <a href="http://www.scrivolo.it/gli-ospiti/giuseppe-montiroli/">Giuseppe Montiroli</a>.</span></p>
<h3>Prima Parte.</h3>
<div>
<p>Mario era in vacanza in Versilia. Viareggio era un punto d&#8217;arrivo e fare due settimane al mare lì significava che nella vita, in qualche modo, avevi svoltato. Specialmente se alloggiavi in un hotel a molte stelle. E poi potevi incontrare anche qualche calciatore che ti poteva interessare. Perché Mario Astolfi era un direttore sportivo. Era stato un buon giocatore. Giovanili di alto livello e quindici anni di carriera spesi fra serie A e serie B. Era stato fortunato ed aveva partecipato, appena ventenne, ai Giochi del Mediterraneo e quella maglia azzurra sembrava il viatico per una brillante carriera. In seguito aveva vinto uno scudetto anche se non da protagonista, aveva giocato in Coppa dei Campioni e in Coppa UEFA. Poi era iniziato un lento peregrinare in squadre che lottavano per non retrocedere in B ed altre che lottavano per essere promosse in A. Poi dieci anni prima da addetto all&#8217;arbitro poi dirigente accompagnatore ed ora una brillante carriera da direttore sportivo. Il tutto a Bologna, l&#8217;ultima squadra in cui aveva giocato e la dimensione provinciale gli permetteva di lavorare con tranquillità. Poteva lanciare un paio di giovani all&#8217;anno. Anzi, doveva. Aveva quarantacinque anni ma ne dimostrava dieci di meno. Correva tutte le mattine, anche sotto la pioggia, anche in vacanza, anche per far passare due linee di febbre. Era divorziato e senza figli. L&#8217;unico vizio che si concedeva erano quattro o cinque sigarette al giorno e mai prima di pranzo. Aveva sempre corso in campo. Era un mediano, di quelli che rubavano i palloni a centrocampo e li portavano direttamente ai piedi del regista. Non era mai stato il capitano perché girava molte squadre ma un idolo dei tifosi quello sì, ovunque andava.</p>
</div>
<p style="text-align: center;">_</p>
<p>“Buongiorno signor Astolfi, resti in linea le passo il presidente” la voce era di Antonella, la segretaria storica del club.</p>
<p>Seguirono quindici secondi di attesa poi</p>
<p>“Buongiorno Mario come va?”</p>
<p>“Bene presidente, quando ci si riposa va sempre bene”</p>
<p>“Ha sentito De Carli?”</p>
<p>“Sì, e stasera a cena vedrò il suo procuratore. Penso che alla fine si farà, ha l&#8217;età giusta per fare il salto in seria A”</p>
<p>“Bene, allora ci sentiamo domani”</p>
<p>“Certo, la chiamo io in sede”</p>
<p>La squadra aveva bisogno solo di qualche ritocco. Era una società che ogni anno doveva lottare fino alla fine per non retrocedere ma ce la faceva comunque. E lui era un mago nello scoprire giovani promesse e nel rilanciare qualcuno dal dimenticatoio.</p>
<p><span id="more-3227"></span></p>
<p>Erano le sei di pomeriggio, l&#8217;ora migliore per godersi la spiaggia. Lentamente la gente andava via e i ragazzini si impadronivano del bagnasciuga per dare quattro calci ad un pallone. Li guardava con occhio clinico, non poteva farne a meno. Dopo due tocchi capiva chi prendeva a calci il pallone e chi invece ci sapeva fare. Quando doveva scegliere un giocatore si preoccupava sempre che avesse una buona tecnica di base. Anche se era un terzino o uno stopper. Li chiamava ancora così e gli faceva ridere come li chiamavano adesso. Laterale difensivo, difensore centrale. E lui adesso sarebbe un quarto basso nel centrocampo a rombo. Invece era stato solo un “semplice” mediano. Come se adesso si volesse dare nobiltà a dei ruoli già nobili di loro. Una volta quando gli chiedevano in che ruolo giocava rispondeva “quattro” e tutti capivano subito il ruolo e la posizione in campo. Bah!</p>
<p>Gli sarebbe piaciuto aggregarsi ma si sarebbe sentito ridicolo.</p>
<div>
<p>Mentre li guardava palleggiare fra loro sentì una voce vicina, troppo vicina per i suoi gusti. Era un marocchino, di quelli che in spiaggia vendono di tutto. O almeno pensava fosse marocchino, basta che uno venda qualcosa in spiaggia ed è un marocchino anche se è senegalese o cingalese. Aveva più o meno la sua età, e questo un po&#8217; lo mise a disagio. Vestiva un paio di pantaloni leggeri color nocciola, una maglietta grigia e indossava un paio di sandali. Era magro, anzi asciutto. Stava trattando la vendita di una collanina di basso pregio [ad] con una ragazza due file prima della sua. Mario raccolse velocemente le sue cose e si incamminò verso l&#8217;hotel.</p>
<p style="text-align: center;">-</p>
</div>
<p>Il giorno dopo telefonò di prima mattina in sede per confermare l&#8217;interesse del procuratore riguardo al trasferimento di De Carli. Si trattava di un&#8217;ala vecchio stampo, di quelli che ce ne sono sempre di meno tutto corsa, dribbling secchi e cross tagliati. Segnava anche qualche gol ed avrebbe fatto comodo per il prossimo anno. Era contento, Mario. Telefonini ed internet agevolavano il suo lavoro e lo rendevano possibile anche standosene sdraiati su un lettino in spiaggia. Anche alle sei di pomeriggio.</p>
<p>Questa volta non lo sentì arrivare e se lo ritrovò di fianco.</p>
<p>“Ciao, vuoi comprare qualcosa?”</p>
<p>Il sorriso del marocchino lo colpì per la bianchezza dei denti che facevano contrasto con la pelle leggermente scura. Guardò distrattamente la mercanzia che si portava appresso. Collane, finti Rolex, accendini e cd masterizzati.</p>
<p>“No grazie, non mi serve niente”</p>
<p>Avrebbe voluto essere più duro nella voce ma l&#8217;età insolitamente avanzata dell&#8217;uomo per quel lavoro lo frenò.</p>
<p>“Allora ciao amico” disse il marocchino allontanandosi senza insistere. Appena passò vicino al solito gruppetto di ragazzi lo vide appoggiare sulla sabbia la mercanzia.</p>
<div>
<p>“Mansour! Fai due tiri, dài” disse uno di quelli bravi (ormai li riconosceva). E così dicendo gli tirò il pallone. Mansour  non se lo fece ripetere e stoppò la palla con maestria. Fece una decina di palleggi e ripassò la palla a quello più vicino. Quando gli ritornò la fermò al volo sul collo del piede, poi con naturalezza la trasferì sulla fronte e la fece scivolare dietro la testa fermandola sulla nuca. Continuarono così per dieci minuti durante i quali Mario capì che fra il marocchino e i ragazzi c&#8217;era un rapporto datato. Lui li chiamava per nome o per soprannome e si divertiva come un matto. Sdraiato sul suo lettino provò una sorta di invidia verso quel coetaneo che giocava a pallone con ragazzini che potevano essere suoi figli. Poi ad un certo punto Mansour salutò il gruppo dando il cinque a tutti, raccolse la mercanzia e se ne andò.</p>
<p style="text-align: center;">-</p>
</div>
<p>Non sapeva il perché ma aspettava le sei del pomeriggio. Anzi, lo sapeva ma non voleva ammetterlo neanche nel pensiero. Quell&#8217;uomo, sì insomma quel marocchino venditore di collanine lo aveva incuriosito. Talmente tanto che quando arrivò gli comprò due cd masterizzati. Due compilation anni &#8217;80. Una perché c&#8217;era Brian Ferry e una perché c&#8217;erano i Tears For Fear e i Talk Talk. E tutte e due perché doveva essere duro andare su e giù per la spiaggia per ore e ore con un borsone a tracolla. Mansour gli sorrise, lo ringraziò e si avvicinò al solito gruppetto di ragazzini che nel frattempo l&#8217;avevano già chiamato un paio di volte. Appoggiò il borsone sulla sabbia, si sfilò i sandali e si unì al gruppo. Dopo qualche virtuosismo uno di loro entrò in acqua fino alle ginocchia e gli altri dalla riva lo bombardarono di tiri. Finché uno disse</p>
<p>“Mansour, le punizioni”</p>
<p>Allora Mansour prese il pallone e lo sistemò con cura mentre i ragazzini improvvisarono una barriera dando le spalle al mare. Mansour fece partire il pallone. Lo colpì con l&#8217;interno del piede e dopo aver disegnato un arco sorvolando la barriera improvvisata finì dritto dritto nelle mani del ragazzino in acqua. Solo in quel momento Mario capì perché il ragazzino era rimasto fermo con le mani in alto.</p>
<p>“Questo è culo” pensò Mario.</p>
<p>Mansour riprese il pallone e ripeté lo stesso tiro ma da un&#8217;angolazione diversa. Anche stavolta il ragazzino in acqua non dovette far altro che stringere le mani attorno al pallone, senza spostarsi da dove era.</p>
<p>“Questo no”  stavolta a Mario la frase gli uscì sibilando a mezza voce fra i denti stretti.</p>
<div>
<p>Infine prese il pallone e si ritrasse di qualche metro. Prese una breve rincorsa partendo dalla parte opposta alle precedenti, come se questa volta avesse voluto calciare di sinistro. Il tiro partì invece di esterno destro, compì una parabola arcuata e finì ancora fra le mani del portiere in acqua.</p>
</div>
<p style="text-align: center;">-</p>
<p>Mario aveva studiato un piano. Se voleva giocare con loro doveva essere furbo. Verso le cinque e tre quarti si alzò dal lettino e si avvicinò al bagnasciuga fingendo di osservare un punto lontano. C&#8217;era anche una nave al largo, meglio. Ebbe cura di fermarsi cinque o sei metri più in là dei ragazzini, in un punto dove aveva visto che ogni tanto finiva il pallone e qualcuno di loro doveva fare una corsetta per riprenderlo. La palla bianca non tardò ad arrivargli a tiro. Fingendo di accorgersi solo in quel momento che qualcuno vicino a lui giocava a pallone la fermò mettendoci il piede sopra sorridendo ai ragazzi.  Poi la alzò e fece qualche palleggio prima di passarla a quello più vicino a lui. Ai ragazzini piace giocare a calcio con i grandi, era lo stesso anche per lui da piccolo. E&#8217; come un modo per essere sdoganati e la presenza di un adulto fra loro in spiaggia era un ombrello contro gli immancabili reclami dei bagnanti. Così fu naturale per loro rilanciargli il pallone. Mario mise in mostra il suo bagaglio tecnico. Era stato un mediano, è vero, ma non uno di quelli scarsi. Tecnicamente avrebbe potuto fare anche la mezzala, anzi l&#8217;aveva fatta in qualche partita. E in quei casi aveva messo la maglia con il numero otto. Mario si era messo in modo che potesse vedere quando arrivava il venditore di collanine e quando lo scorse fra gli ombrelloni fu contento. Anzi, fu proprio lui a tirargli la palla per primo. Mario guardava giocare Mansour ed era evidente che con un pallone fra i piedi era il più felice di tutti, oltre che il più bravo. Anche Mario era bravo e Mansour se ne accorse subito. Fra i due adulti si stabilì una complicità fatta di sorrisi e di complimenti. Fecero anche una minipartita. Loro due contro tutti nata così, per caso, perché si passavano la palla fingendo scherzosamente di ignorare la presenza dei ragazzini. Finché Mansour si fermò e si sedette più in là, vicino al suo borsone e ai suoi sandali. Mario lo raggiunse e, un po&#8217; ansimante, abbassò il corpo in avanti appoggiando le mani sulle ginocchia.</p>
<p>“Stanco, eh?” gli chiese come per cercare conforto al suo fiato momentaneamente corto.</p>
<p>“No, è il ginocchio. Quando lo sforzo mi fa sempre così. Posso camminare ore ed ore ma correre&#8230;”</p>
<p>Mario si accorse solo allora del curioso accento toscano di Mansour. E&#8217; quell&#8217;accento che prendono gli stranieri che imparano l&#8217;italiano da zero risiedendo tanti anni in un unico posto. E così capitava di sentire albanesi con inflessione pugliese e rumeni con cadenza veneta. Mansour parlava comunque un ottimo italiano.</p>
<p>“Sigaretta?” chiese prendendo un pacchetto di Pall Mall da una tasca del borsone.</p>
<p>“Sì grazie” rispose Mario più che altro preoccupato di far vedere che il fiato ce l&#8217;aveva ancora</p>
<p>Prese la sigaretta offertagli, la accese e tirò una lunga boccata.</p>
<p>“Certo che ci sai fare col pallone. Ieri ti guardavo dal lettino”</p>
<p>“Se non era per questo ginocchio&#8230;”</p>
<p>”Se non era per quel ginocchio?” la domanda conteneva una vena di sarcasmo che Mansour comunque non colse.</p>
<p>“Da giovane ero una promessa. In Marocco ero famoso e tutti dicevano che avrei fatto carriera. Poi mi sono rotto il ginocchio e addio sogni di gloria”</p>
<p>“Sì, dicono tutti così&#8230;” Questa volta Mansour colse il sarcasmo di Mario ma non mostrò fastidio.</p>
<p>“Libero di non crederci. Io e mio fratello Abdallah eravamo bravi, molto bravi. I fratelli Beazziz”</p>
<p>“Bea&#8230;?”</p>
<p>“Beazziz. E&#8217; il mio cognome. Comunque fra me e Abdallah quello bravo ero io. Lui era un buon difensore. Io invece ero un regista, giocavo col dieci. Sognavo l&#8217;Europa. L&#8217;Italia o la Spagna e so che qualche squadra famosa mi seguiva”</p>
<p>“Quali squadre?” Mario non credeva ad una sola parola di Mansour ma non voleva farglielo vedere, era una persona piacevole da ascoltare</p>
<p>“In Spagna il Siviglia e l&#8217;Atletico. Ma dall&#8217;Italia mi seguiva la Juventus. Credo anche il Bologna, ma non ne sono sicuro”</p>
<p>- Boom! &#8211; Pensò Mario sforzandosi di non ridere</p>
<p>“Poi ho partecipato ai Giochi del Mediterraneo, era l&#8217;83 e li giocavamo in casa. Mi sembrava un sogno, tutti in Marocco parlavano di me. Ci avevano messo nello stesso girone dove c&#8217;erano anche la Spagna e l&#8217;Italia, pensa il destino. Proprio i Paesi delle squadre che mi seguivano, una bella vetrina, no?”</p>
<p>Così dicendo si girò verso Mario e non si accorse che l&#8217;uomo seduto al suo fianco si era cristallizzato da alcuni secondi. Mansour non attese l&#8217;ovvia risposta e continuò:</p>
<p>“Ho giocato le prime due partite segnando tre gol e sapevo che erano venuti anche dall&#8217;Italia per vedermi giocare. Poi alla terza partita mi ruppi il ginocchio. Fine delle trasmissioni. E tu? Giocavi?” chiese a Mario come per far capire che voleva chiudere quel discorso.</p>
<p>Mario si sentiva come se qualcuno gli avesse infilato degli spilloni ardenti nel cervello. Cercò di non farlo notare e rispose cercando di mostrarsi il più normale possibile.</p>
<p>“Sì, ho giocato anche in serie A” ma quella frase che doveva essere rivestita d&#8217;orgoglio in realtà gli uscì quasi strozzata. Diede la colpa alla sigaretta e gettò il mozzicone ormai arrivato al filtro.</p>
<p>“Sì, dicono tutti così&#8230;” disse Mansour sorridendo e rifacendogli scherzosamente il verso.</p>
<p>“Sì ma poco, giusto un anno con poche partite. Poi tanta serie B e mi è anche andata bene” mentì Mario.</p>
<p>“Beh, tu almeno sei stato fortunato”</p>
<p>“Già&#8230;”</p>
<p>Mario salutò Mansour e si avviò verso l&#8217;hotel.</p>
<p>-</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><em><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.scrivolo.it/2012/02/il-venditore-di-collanine-2/">Continua&#8230;</a></span></em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>Noiosi da dormire – 2</title>
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		<comments>http://www.scrivolo.it/2012/02/noiosi-da-dormire-2/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 15:48:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fuchs</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pinax]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Libri Noiosi]]></category>
		<category><![CDATA[Noia]]></category>
		<category><![CDATA[Sonno]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; pericoloso, dopo un buon pranzo e abbondanti libagioni, abbandonare gli amici che giocano a Faraone e cercare [<a href="http://www.scrivolo.it/2012/02/noiosi-da-dormire-2/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3217" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2FBVjbR&amp;via=scrivolo&amp;text=Noiosi%20da%20dormire%20%26%238211%3B%202&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2012%2F02%2Fnoiosi-da-dormire-2%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p>E&#8217; pericoloso, dopo un buon pranzo e abbondanti libagioni, abbandonare gli amici che giocano a Faraone e cercare di leggere un libro: il sonno arriva immancabilmente.</p>
<p>Il bell&#8217;addormentato è Nicolas Beaujon. Nato a Bordeaux nel 1718, filantropo, celebre finanziere, ex membro della Circoscrizione consolare di Bordeaux, responsabile commerciale della provincia di Guyenne, banchiere di Corte, <em>Receveur général des finances</em>. Lasciò una grande biblioteca nella città di Bordeaux. Morì a Parigi nel 1786.</p>
<p><img class="aligncenter" title="Dudesni, Le traitant" src="http://www.scrivolo.it/arte/Dumesnil, Le traitant.jpg" alt="" width="580" height="448" /></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://es.wikipedia.org/wiki/Pierre_Louis_Dumesnil">Pierre-Louis Dumesnil</a> (1698-1781), Le Traitant</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Neppure il solletico riesce a risvegliare dal sonno provocato dalla lettura di un libro noioso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="aligncenter" title="Rotari, Ragazza che dorme" src="http://www.scrivolo.it/arte/Rotari, Ragazza che dorme.jpg" alt="" width="376" height="475" /></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Rotari">Pietro Rotari</a> (1707-1762), Ragazza che dorme</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando una storia è noiosa, non c&#8217;è proprio nulla da fare&#8230;<br />
&nbsp;<br />
<img class="aligncenter" title="George Caleb Bingham, The Dull Story" src="http://www.scrivolo.it/arte/George Caleb Bingham, The Dull Story.jpg" alt="" width="300" height="390" /></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/George_Caleb_Bingham">George Caleb Bingham</a> (1811-1879), A dull story</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vedi anche:</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #ff6600; text-decoration: underline;"><a href="http://www.scrivolo.it/2009/10/noiosi-da-dormire-1/">Noiosi da dormire-1</a></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
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                            <div id="aspdf" style="float: right;">
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		<item>
		<title>Sapìa e la pecora nera – 4</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/scrivolo/XtmA/~3/D-muAcffDSg/</link>
		<comments>http://www.scrivolo.it/2012/02/sapia-e-la-pecora-nera-4/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 06:30:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosanna Bogo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gialli]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Commissario]]></category>
		<category><![CDATA[continua]]></category>
		<category><![CDATA[Fratelli]]></category>
		<category><![CDATA[giallo]]></category>
		<category><![CDATA[Sapia]]></category>

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		<description><![CDATA[Quarta parte. Qui la terza parte. Ma non sempre. “Mi vuoi spaventare? &#8211; chiese Orlando, guardando con aria [<a href="http://www.scrivolo.it/2012/02/sapia-e-la-pecora-nera-4/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3209" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2F37CYC&amp;via=scrivolo&amp;text=Sap%C3%ACa%20e%20la%20pecora%20nera%20%26%238211%3B%204&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2012%2F02%2Fsapia-e-la-pecora-nera-4%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p><img class="alignleft" src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2012/01/scogliera.jpg" alt="" width="250" height="192" /> <strong>Quarta parte.</strong></p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong><a href="http://www.scrivolo.it/2012/01/sapia-e-la-pecora-nera-3/">Qui la terza parte.</a></strong></span></p>
<h3>Ma non sempre.</h3>
<p>“Mi vuoi spaventare? &#8211; chiese Orlando, guardando con aria preoccupata il fratello &#8211; io non so nulla di come si sono svolti i fatti…gli inquirenti parlano di omicidio però, prima o poi, capiranno che non è un delitto e neppure un suicidio ma solo un tragico incidente. Perché dovrei provarti che sono innocente: innocente di che, se non si tratta di un delitto?”</p>
<p>“Il commissario Allegri ha motivo di ritenere che la signora Bertoni non fosse sola al momento della caduta &#8211; disse Sapìa, sforzandosi di mantenere un tono di voce pacato &#8211; se fossi tu la persona presente e ammettessi di trovarti lì, spiegando la dinamica dell’incidente in modo convincente, beh… ti posso garantire che non subiresti grosse conseguenze giudiziarie.”</p>
<p>“Io non devo spiegare proprio nulla al tuo amico Allegri: non ero lì, stavo a letto, te lo metto in musica? E se anche fosse omicidio, a me che importa? Fate voi! io dormivo e non ho movente &#8211; esclamò Orlando risentito &#8211; ma guardati intorno: tra poco dovrò lasciare questa villa, questa vita&#8230; avrei ucciso per i centomila euro di Bertoni? Annalaura li spendeva in due mesi.”</p>
<p>“Complimenti! Avevi un’amante davvero ricca” commentò acido Sapìa.</p>
<p>“Ricca sì, ma solo sulla carta! &#8211; replicò Orlando, accalorandosi &#8211; Bertoni era ignorante, non stupido e conosceva i suoi polli… aveva studiato una specie di “fidecommesso”: dopo la sua morte Annalaura e Luigino avrebbero avuto un sostanzioso assegno mensile ma non la disponibilità dei beni.”</p>
<p>“La moglie e il figlio sono eredi necessari, non si possono escludere dalla successione &#8211; obiettò Sapìa; grazie al feroce professor Cantoni, ricordava ancora a memoria gran parte del Codice Civile &#8211; la legge vieta certi inghippi.”</p>
<p>“All’estero però si possono fare e Bertoni era diventato cittadino di un paradiso fiscale in Polinesia &#8211; disse Orlando &#8211; prima di morire ha trasferito tutto il patrimonio in un fondo fiduciario amministrato a vita dal rag. Rabano, il suo uomo di fiducia… Annalaura scherzando diceva che era lui, Rabano, il vero erede universale del marito!”</p>
<p><span id="more-3209"></span></p>
<p>“Allora neanche Luigino ha un movente: a che scopo uccidere la madre se comunque non poteva mettere le mani sul malloppo?” mormorò Sapìa, deluso dal rapido esaurimento della sua pista familiare.</p>
<p>“Lo sospettavi davvero? Che idea! &#8211; esclamò Orlando stupito &#8211; Luigino sarà anche uno scapestrato perdigiorno ma voleva bene alla sua povera mamma.”</p>
<p>“Il mantenuto della signora Bertoni fa la morale al figlio scapestrato della padrona! Il bue che dice cornuto all’asino!” sibilò Sapìa sarcastico.</p>
<p>“Sfotti, sfotti pure &#8211; mormorò Orlando abbassando la testa &#8211; tanto ormai sono un uomo finito.”</p>
<p>Sapìa guardò il fratello con animo distaccato e, per la prima volta, provò un senso di pena. Nonostante la villa lussuosa, i bei vestiti, la fuoriserie, l’aria da gaudente quello che aveva davanti non era un arrivista pronto a tutto, uno scalatore sociale di successo, ma un povero gigolò da strapazzo con incipiente pancetta e capelli tinti, un disgraziato senza arte né parte che dipendeva dalla benevolenza altrui come un mendicante: un uomo fallito.</p>
<p>Stava per aprire la bocca e ritrattare l’osservazione su Luigino quando un grosso cane entrò di corsa nel salotto.</p>
<p>La bestia, un dogo argentino già adulto, si gettò di peso addosso a Orlando e i due iniziarono a lottare. Sapìa afferrò prontamente un attizzatoio e sollevò l’attrezzo con ambedue le braccia, come fosse una mazza da golf: non avrebbe permesso a un animale feroce di sbranare qualcuno in sua presenza, neppure se quel qualcuno era Orlando. Stava per assestare un colpo alla nuca della bestia quando una voce stridula ma maschile alle sue spalle gridò:</p>
<p>“Fermo! che fa, è impazzito?”</p>
<p>Orlando e il cane interruppero immediatamente la zuffa e si voltarono verso il nuovo arrivato, un giovanotto di corporatura esile, biondo, sui trent’anni che avanzava nel salotto con la sicurezza dell’ospite abituale. Indossava un elegante completo color panna leggermente gualcito: forse era reduce da una breve passeggiata in paese.</p>
<p>“Luigino” pensò subito Sapìa, abbassando la sua arma.</p>
<p>“Mi scusi per l’urlo &#8211; aggiunse il giovanotto premurosamente &#8211; ma Stellina non si meritava davvero una mazzata tra capo e collo: stava solo giocando!”</p>
<p>“Certo, noi due facciamo sempre la lotta, per scherzo &#8211; disse Orlando ridendo, rivolto al fratello &#8211; però non avrei mai creduto che, in una situazione del genere, saresti intervenuto per salvarmi la vita!”</p>
<p>“Chi ti garantisce che volessi colpire il cane?” mormorò Sapìa, gettando a terra l’attizzatoio.</p>
<p>“Divertente! &#8211; esclamò Luigino &#8211; me l’ha detto, Orlando, che lei è un uomo di spirito… Italo, vero? io sono il figlio di Annalaura.”</p>
<p>“Dottor Italo Sapìa” replicò freddamente il commissario, irritato dal tono confidenziale del giovanotto. Ci teneva a ristabilire le distanze.</p>
<p>“Luigi Bertoni… non immagina quanto sono lieto della sua visita: Allegri non esclude che la mamma sia stata uccisa e l’idea che nella villa o nel parco si possa nascondere un assassino… francamente mi mette i brividi: pensi che stanotte, per sicurezza, ho fatto dormire Stellina nella mia stanza… ma con un commissario in casa siamo tutti più tranquilli”</p>
<p>“La prudenza non è mai troppa e un cane del genere mette soggezione” commentò Sapìa, fingendo di non aver sentito le ultime parole pronunciate dal giovane Bertoni. Non era lì per fare la guardia del corpo a uno scioperato.</p>
<p>“E’ solo apparenza, Stellina non farebbe male a una mosca! &#8211; replicò Luigino, carezzando con dolcezza la massiccia testa del dogo &#8211; sente anche lei la mancanza della mamma… povera cucciolona! noi quattro eravamo una famiglia e ora… ora ha solo me e Orlando.”</p>
<p>“Riguardo al decesso di sua madre, si è già consultato con un avvocato?” chiese Sapìa, intenzionato a mettere il fratello nelle mani di un legale e tornare quanto prima a casa.</p>
<p>“No, attendo le conclusioni dell’inchiesta &#8211; rispose tranquillamente Luigino sedendosi sul divano accanto a Orlando &#8211; abbiamo un legale di famiglia, l’avvocato Salani, però si trova in vacanza all’estero e non mi è sembrato il caso di disturbarlo… mi fido delle forze dell’ordine e poi, con tutti i congegni ultramoderni della Scientifica, sono certo che l’indagine si concluderà rapidamente.”</p>
<p>“Anche lei ritiene si tratti di un incidente?”</p>
<p>“Lo sa che mi sembra di parlare con Allegri? avete lo stesso tono da Grande Inquisitore &#8211; rispose Luigino infastidito &#8211; sta svolgendo un’inchiesta parallela anche lei?… vuole scagionare Orlando?”</p>
<p>“No, mi spiace deluderla &#8211; rispose bruscamente Sapìa &#8211; non mi trovo qui nelle vesti di commissario e, tantomeno, di fratello premuroso, comunque posso darle un consiglio, un parere da esperto che vale anche per Orlando: io sono un poliziotto però, al posto vostro, invece di aspettare il trionfo della verità, mi cercherei un bravo penalista.”</p>
<p>“Ma noi siamo innocenti, perché dovrebbero metterci in galera!” esclamò Orlando.</p>
<p>Sapìa fulminò il fratello con un’occhiata.</p>
<p>“E’ vero, in galera vanno i colpevoli, ma non sempre.”</p>
<p>Si alzò e uscì dalla villa senza salutare. Era infuriato: con quei due babbei perdeva solo tempo! Non una lacrima, non un cenno di turbamento o di preoccupazione per le indagini, non un attimo di disperazione: Luigino e Orlando ostentavano la loro incosciente serenità come se fosse una prova d’innocenza ma quell’atteggiamento avrebbero suggerito al commissario Allegri, ai magistrati e, un domani, forse anche ai giudici, esattamente il contrario!</p>
<p>“Certo a volte capita che i familiari della vittima, sul momento, non manifestino dolore – si disse Sapìa &#8211; la loro mente rifiuta di considerare reale il tragico evento e così rimangono calmi, non piangono, rispondono con freddezza alle domande, collaborano alle indagini… ma Luigino e Orlando non sembrano affatto sotto choc: sono tranquilli e distaccati come se la morte di Annalaura non li riguardasse da un punto di vista emotivo… a ben guardare questo depone a loro favore: anche il più stupido degli assassini avrebbe l’accortezza di mostrarsi dispiaciuto!”</p>
<p>“Aspetta, ti devo accompagnare per aprire il cancello &#8211; disse Orlando, raggiungendo il fratello a metà del sentiero. Stellina, con la lingua di fuori e la coda a dondolo, lo seguiva ansimante &#8211; sai qual è il tuo problema, Italo? non ti fidi delle persone: dici che devo difendermi ma difendermi da chi, da cosa, se nessuno mi accusa e sono innocente… tu mi credi, non è vero? e allora! Mettermi sulle difensive non sarebbe un autogol? <em>excusatio non petita accusatio manifesta</em>!”</p>
<p>“Cosa penso io non ha importanza… per me, puoi fare come ti pare, del resto è quello che ti riesce meglio &#8211; disse Sapìa, scuro in volto &#8211; ora devo andare al Commissariato di ** per la faccenda della ragazza assassinata, non ho tempo da perdere.”</p>
<p>“Va bene, ne riparleremo più tardi. Ti aspettiamo per colazione… alle tredici e trenta. Luigino ha invitato anche Rabano, l’eminenza grigia di Bertoni. Un bel tipo, vedrai!” disse Orlando, aprendo il cancello della villa. Sembrava quasi allegro.</p>
<p>“Se riesco a sbrigarmi forse vengo, ma non aspettatemi” rispose Sapìa freddamente. Il misterioso ragioniere che reggeva le corde della borsa in casa Bertoni, in effetti, lo incuriosiva ma era ancora troppo arrabbiato. Mentre apriva lo sportello della sua utilitaria notò che la cabrio gialla era sempre lì, parcheggiata in un angolo della piazzola ghiaiosa.</p>
<p>“Di chi è la fuoriserie?” chiese, immaginando già la risposta.</p>
<p>“Mia, vuoi farci un giro? &#8211; rispose Orlando &#8211; un regalo di Annalaura ma domani mi toccherà restituirla al concessionario: è in leasing!”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sapìa impiegò una mezzora per raggiungere il Commissariato di**.</p>
<p>L’ispettore Liventi, uno degli investigatori incaricati di svolgere le indagini sul delitto della piazzola, lo attendeva con impazienza.</p>
<p>“Si accomodi, dottore &#8211; disse indicando gentilmente una poltroncina imbottita a lato della scrivania &#8211; vuole dare un’occhiata al verbale di stanotte?”</p>
<p>“Neanche per sogno: sono qui in veste di testimone, devo fare la mia deposizione ed essere interrogato, da lei &#8211; rispose seccamente Sapìa, accomodandosi su una dura sedia tonet &#8211; se preferisce, però, posso interrogarmi da solo.”</p>
<p>L’ispettore non sapeva come contenersi: il commissario aveva fatto semplicemente una battuta oppure era irritato all’idea di dover testimoniare come un qualsiasi cittadino e, per giunta, di fronte a un inferiore? Di certo non era un tipo conciliante… aveva rifiutato la poltroncina imbottita con un gesto di fastidio.</p>
<p>“Allora, posso parlare? &#8211; chiese spazientito Sapìa &#8211; ho una grave questione di famiglia in sospeso e non vorrei perdere altro tempo.”</p>
<p>“Certo, parli pure” disse Liventi, mettendo in funzione il registratore.</p>
<p>“Il mio nome è Italo Sapìa, nato a * il 17 gennaio 1955 residente a * in via dell’Oliveta 32, stato civile: coniugato, la professione la sa già… dunque, intorno alle 2 del 14 giugno ultimo scorso, cioè stanotte, mi trovavo nella piazzola della superstrada dei Colli in località Pagliarello. Tempo sereno e luna quasi piena, quindi visibilità ottima&#8230;”</p>
<p>“Aspetti, mi scusi, bisognerebbe specificare il motivo per cui si trovava lì, anche in termini generici: un guasto al motore, un’impellente necessità fisiologica…” disse Liventi, accennando un sorriso che voleva esprimere cortese attenzione ma a Sapìa parve volgarmente insinuante.</p>
<p>“A quale necessità fisiologica allude, ispettore? &#8211; sbottò il commissario indignato &#8211; lo dica pure apertamente: pensa che mi sia fermato per le ragazze?”.</p>
<p>“Ma cosa va a immaginare! Si figuri!” esclamò Liventi… in realtà non aveva affatto pensato a una possibilità del genere ma, a ben vedere, l’ipotesi non era poi tanto peregrina.</p>
<p>“Guardi che io non ho nulla da nascondere” aggiunse il commissario, meravigliandosi di ricorrere alla stessa ingenua strategia di Orlando.</p>
<p>“Questo è ovvio, però anche lei sa bene come vanno le cose: la sua presenza non ha relazione diretta con l’evento però, quando sarà sul banco dei testimoni, a qualche avvocato potrebbe venire in mente di chiedere per quale motivo si trovava là, a quell’ora di notte, da solo. Per screditarla, s’intende.”</p>
<p>“Ha una fantasia sfrenata o forse possiede poteri divinatori? La vittima sta ancora sul tavolo dell’obitorio e lei è già arrivato al processo, magari all’appello! Se riesce anche a vedere in faccia l’imputato il caso è risolto!” replicò Sapìa.</p>
<p>“Insomma, nel verbale dobbiamo dare una spiegazione dei fatti credibile” obiettò debolmente Liventi.</p>
<p>“Ma il fatto in questione non è l’omicidio della povera prostituta?” chiese Sapìa con finto stupore.</p>
<p>“Sì, però deve ammette che è strano trovarsi in un posto del genere, alle due di notte… per caso.”</p>
<p>“Davvero? eppure io ero parcheggiato in quella piazzola e non avevo guasti meccanici o necessità fisiologiche &#8211; replicò ironico Sapìa &#8211; c’è una legge che vieta di fermarsi nelle piazzole? Pensi un po’, fino a un attimo fa ero convinto che esistessero proprio per quello scopo, non si chiamano forse piazzole di sosta?”</p>
<p>“Certo, però non in tutte le piazzole si prostituiscono ragazze extracomunitarie” obiettò imbarazzato Liventi.</p>
<p>“Voglio venirle incontro, ispettore &#8211; disse Sapìa beffardamente &#8211; ipotizziamo che ieri sera avessi davvero voglia di togliermi uno sfizio, siamo uomini o no? da anni non vengo a Cala Marina e, pressato dalla mia peculiare necessità ‘fisiologica’, tra tante piazzole della superstrada dei Colli becco proprio quella dove si esercita il meretricio: evento improbabile anzi, un vero colpo di fortuna, considerato che le passeggiatrici del posto non lavorano sul ciglio della strada e non ho visto cartelli indicatori “qui si…”</p>
<p>“Va bene, ho capito: diciamo che si è fermato così, tanto per fermarsi” lo interruppe Liventi, desideroso di porre fine alla contesa. La conversazione stava prendendo una piega davvero sgradevole.</p>
<p>“Giusto, magari mi piace guardare la luna, leggere il giornale nella penombra oppure fumarmi una sigaretta in pace &#8211; proseguì Sapìa, intenzionato a tenere il punto &#8211; comunque, se proprio vuole saperlo, dovevo telefonare a mio fratello: vive a Cala Marina.”</p>
<p>“Alle due di notte?”</p>
<p>“Alle due e dodici, per esattezza…l’ho svegliato di soprassalto e ricorda con precisione l’ora. Volevo avvertirlo del mio arrivo. Lo sa, vero, che è vietato telefonare guidando? Io sono un tutore della legge e rispetto le norme del Codice Stradale. Può bastare come spiegazione per l’Azzeccagarbugli della difesa?”</p>
<p>“E sia, vada per il telefonino” rispose Liventi con un tono accondiscendente che a Sapìa parve dubbioso.</p>
<p>“Lo dice come fosse una scusa poco convincente: se non mi crede controlli i tabulati!”</p>
<p>“Non deve offendersi, dottor Sapìa! non sto mettendo in dubbio la sua sincerità, faccio solo il mio lavoro…io le credo.”</p>
<p>“Esigo che lei controlli i miei tabulati, non accetto fiducia a credito” disse perentorio Sapìa.</p>
<p>“Va bene, lo farò! così avremo già pronto il materiale per smontare le insinuazioni della difesa.”</p>
<p>“Campa cavallo, caro il mio Liventi! &#8211; pensò Sapìa &#8211; se perdi una mattinata per stabilire cosa faceva sul luogo del delitto un testimone di assoluta fiducia, il processo si terrà alle calende greche!”</p>
<p>Poi, con tono pacato, chiese:</p>
<p>“Permette che concluda mia deposizione? ho fretta di tornare a Cala Marina!”</p>
<p>Liventì accenno di sì con la testa: aprendo bocca temeva di offrire al suo avversario un nuovo motivo d’irritazione.</p>
<p>“Bene! Come ho già detto, intorno alle due e dodici mi trovavo nella piazzola e stavo per chiamare mio fratello. Proprio in quel momento da un cespuglio è sbucata una ragazza bionda in abbigliamento succinto… una bella figliola di circa vent’anni… evidentemente intendeva adescarmi. Il finestrino era chiuso per via dell’aria condizionata, l’ho abbassato respingendo la profferta e lei si è ritirata senza insistere. Dopo qualche minuto una Ford Fiesta metallizzata vecchio modello è entrata nella piazzola. Un uomo di corporatura robusta, uno e settanta, capelli corti, quasi certamente un giovane caucasico, è sceso dalla macchina e si è accompagnato alla donna. Sono subito spariti nel vicino boschetto.”</p>
<p>“Se il guidatore della Ford è il presunto omicida &#8211; lo interruppe Liventi – mi chiedo perché ha commesso il delitto senza preoccuparsi di avere un potenziale testimone a pochi metri di distanza.”</p>
<p>“Evidentemente non ha visto la mia macchina: mi trovavo in un angolo buio, coperto dai cespugli, a fari spenti” rispose Sapìa, rendendosi conto che le sue risposte stavano diventando di nuovo sospette. Sembrava si fosse volutamente nascosto. Dire la verità lo metteva in cattiva luce: altro che la teoria di Orlando sul ‘male non fare paura non avere’! Un innocente rischiava di finire in galera ogni volta che apriva bocca!</p>
<p>L’ispettore Liventi rimase in silenzio, non sapeva più cosa pensare. Il commissario era un guardone? Si diceva in giro che la piazzola fosse un luogo frequentato abitualmente da quel genere di pervertiti, assecondati a pagamento dalle prostitute…</p>
<p>“Certo da guardone ad assassino il passo è lungo &#8211; si disse Liventi &#8211; forse la ragazza lo conosceva, sapeva che era un poliziotto, magari lo ricattava e pretendeva un grosso favore, il permesso di soggiorno oppure una mano per mettersi in proprio… così lui l’ha fatta tacere per sempre, però non si può escludere il raptus: l’andropausa a volte gioca brutti scherzi.”</p>
<p>Sapìa aveva l’impressione di sentire il ronzio sinistro della corrente elettrica che correva freneticamente lungo le sinapsi dell’ispettore, un rumore simile a quello che si avverte in prossimità dei tralicci dell’alta tensione.</p>
<p>“Mi sono, per così dire, occultato allo scopo di non danneggiare gli affari della ragazza – aggiunse, tentando di distrarre Liventi dalle sue elucubrazioni &#8211; ammetto che la mia motivazione può sembrare tirata per i capelli e, al suo posto, la riterrei inverosimile o quasi illecita… tuttavia è la verità: nonostante l’apparenza sono un uomo sensibile…pensa che stia mentendo?”</p>
<p>Liventi non rispose.</p>
<p>“Non si faccia strane idee, ispettore &#8211; esclamò Sapìa irritato &#8211; sappiamo entrambi che non basta essere innocenti, bisogna sembrarlo, però lei ha di fronte un commissario con trent’anni di servizio, non un testimone qualsiasi!”</p>
<p>“Ci mancherebbe altro! io la considero&#8230; affidabile al cento per cento! &#8211; disse Liventi intimorito &#8211; per me la sua estraneità ai fatti è fuori discussione.”</p>
<p>“Bene, allora mi lasci arrivare al punto. La conversazione con mio fratello è stata breve, qualche minuto: avevo appena chiuso la telefonata quando il giovanotto della Ford è salito di nuovo in auto e ha lasciato la piazzola. Non sembrava agitato. Il tempo di prepararmi a partire e qualcuno, nel boschetto, si è messo a gridare… urla femminili. Ovviamente sono accorso e ho visto a terra il cadavere della ragazza, in piedi una giovane collega della vittima si disperava e invocava aiuto.”</p>
<p>“La Ford, lasciando la piazzola, è passata accanto alla sua auto?” chiese Liventi.</p>
<p>“Si, a pochi metri, però non sarei in grado di riconoscere il guidatore: proprio in quel momento una nuvola ha coperto la luna. Il profilo comunque era… caucasico.”</p>
<p>“Ricorda qualche altro particolare?” domandò l’ispettore.</p>
<p>Sapìa chiuse gli occhi, come consigliava di fare ai testimoni quando si trovava dall’altra parte della scrivania, e cercò di rivivere quei momenti: pensò che era lui l’ultima persona che quella povera ragazza aveva guardato negli occhi, a parte il suo assassino… e si era pure divertito a prenderla in giro, ma senza cattiveria… come poteva immaginare un epilogo del genere! Vide le due siluette che si addentravano nel buio… l’uomo era sceso dall’auto prima che la ragazza uscisse dal cespuglio, dunque sapeva che in quel luogo si praticava il meretricio… forse la conosceva… la targa… no, non riusciva a leggerla, troppo lontana, però il motore era di sicuro un diesel.</p>
<p>“Non le viene in mente nient’altro che sia utile per le indagini?” chiese di nuovo Liventi.</p>
<p>“Il motore dell’auto: diesel. E poi l’uomo si è fermato prima che la ragazza uscisse dal cespuglio: probabilmente era un cliente abituale. Quanto al giro dei guardoni è tutto vero e le ragazze sono complici, ma non mi chieda come faccio a saperlo, non voglio aggravare la mia posizione.”</p>
<p>“Rinuncio volentieri a togliermi questa curiosità, per il momento seguirò la pista della Fiesta &#8211; replicò prudentemente Liventi. Il commissario si divertiva a scherzare coi santi, lui invece lasciava stare anche i fanti e preferiva non suscitare vespai – la macchina mi pare un buon punto di partenza… controllerò le auto dei frequentatori della piazzola e gli impianti video della zona.”</p>
<p>“La superstrada non ha caselli sorvegliati da telecamere però ci sono gli autovelox e i distributori di carburante, con un po’ di fortuna potrebbe identificare la macchina del sospetto &#8211; disse Sapìa &#8211; tempo fa, grazie a un video, ho risolto un caso d’omicidio in poche ore. Però non dimentichi la collega della vittima: si trovava sul luogo del delitto e di sicuro sa qualcosa.”</p>
<p>“La ragazza… caucasica… &#8211; mormorò Liventi, sfogliando un piccolo notes &#8211; nel senso che viene dalla Russia meridionale… l’ho torchiata per tre ore senza grossi risultati, è una tosta. A suo dire conosceva appena la vittima… lei è il tipo che si fa i fatti propri e non vuole rogne, vivi e lascia vivere, io sto qui e tu stai lì, insomma i soliti discorsi… quando l’auto del cliente si è allontanata ha cercato la collega per chiedere una sigaretta e così è inciampata nel cadavere.”</p>
<p>“Sa cosa penso &#8211; disse Sapìa &#8211; solo un killer uccide così rapidamente, a freddo, in silenzio: per me non si tratta di un delitto a sfondo sessuale e neppure di una rapina violenta. La ragazza non ha reagito: i vestiti sembravano in ordine, niente lividi da difesa e la borsetta era in un angolo a terra, chiusa. Forse quella poveretta è stata punita per uno sgarro fatto al racket, magari aveva un conto in sospeso che non voleva saldare oppure conosceva un segreto pericoloso.”</p>
<p>“Maniaco o sfruttatore… in questo genere di delitti le piste da seguire, alla fine, sono sempre le stesse” osservò Liventi.</p>
<p>“Beh, ispettore, adesso la devo proprio salutare: i miei ospiti mi attendono a pranzo” disse Sapìa alzandosi dalla sedia. Giunto alla porta dell’ufficio si voltò e aggiunse:</p>
<p>“Non faccia caso ai miei modi un po’ bruschi: oggi sono di pessimo umore.”</p>
<p>La frase gli uscì di bocca quasi da sola. Era stupito: non aveva l’abitudine di scusarsi e poi, nel caso specifico, anche Liventi si era impegnato per rendere spiacevole l’incontro.</p>
<p>“Si figuri!” replicò diplomatico l’ispettore.</p>
<p>“Ho una grana in famiglia che manderebbe fuori dai gangheri anche un santo… ma lasciamo perdere! &#8211; proseguì il commissario &#8211; le auguro di risolvere al più presto il suo caso: se desidera sentirmi di nuovo, come testimone s’intende, può rintracciarmi al cellulare!”</p>
<p>Liventi annuì comprensivo. La Questura di ** era un piccolo mondo e tutti sapevano che Allegri, indagando sulla morte di Annalaura Bertoni, si era imbattuto in un gigolò di mezza età che aveva un fratello commissario.</p>
<p>Sapìa, uscendo dall’ufficio di Liventi, avvertì una piacevole sensazione di leggerezza.</p>
<p>“Sarà perché, una volta tanto, c’è di mezzo un cadavere ma non mi tocca leggere il referto dell’autopsia” si disse. Era un testimone, non doveva indagare.</p>
<p>Però quel delitto, consumato a pochi metri dalla sua macchina, in certo senso lo coinvolgeva personalmente: aveva parlato con la ragazza… forse, se avesse accettato le sue avances, quella poveretta non sarebbe neppure morta: una vita appena iniziata si era incrociata con la sua, per un attimo… prima di spengersi… due genitori, da qualche parte del mondo, avevano perso una figlia e ancora non lo sapevano mentre il colpevole magari era già al sicuro in qualche paese dell’Est, pronto a tornare per commettere nuovi omicidi.</p>
<p>Mentre guidava lungo la provinciale litoranea che da ** portava a Cala Marina Sapìa pensava agli eventi della notte e fremeva d’indignazione per l’ennesima ingiustizia che la disorganizzazione del mondo gli imponeva di sopportare: gli sfruttatori del racket appartenevano a una mafia internazionale che sequestrava, riduceva in schiavitù, uccideva… eppure venivano tollerati come se fossero i pittoreschi papponi di una volta!</p>
<p>“Sarebbe l’occasione giusta per dare una bella ripulita, saprei io come &#8211; pensò, sferrando un pugno al volante &#8211; invece mi tocca occuparmi di gigolò, viveur e tardone.”</p>
<p>“Maledetto Orlando!” mormorò tra i denti.</p>
<p><em><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #ff6600; text-decoration: underline;"><a href="http://www.scrivolo.it/2012/02/sapia-e-la-pecora-nera-5/">Continua&#8230;</a></span></span></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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	<p class="firma-autore">Rosanna Bogo</p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/scrivolo/XtmA/~4/D-muAcffDSg" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Gennaio – Nuvole</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 17:23:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Johann Widmer</dc:creator>
				<category><![CDATA[soQQuadro]]></category>
		<category><![CDATA[cumuli]]></category>
		<category><![CDATA[nebbia]]></category>
		<category><![CDATA[nuvole]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3195" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2Ft4Wki&amp;via=scrivolo&amp;text=Gennaio%20%26%238211%3B%20Nuvole&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2012%2F02%2Fgennaio-nuvole%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p style="text-align: right;"><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2012/02/201201-B1201PICT02312.jpg"><img src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2012/02/201201-B1201PICT02312-172x300.jpg" alt="" title="Nuvole" width="172" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-3196" /></a><strong>Acrilico, 39&#215;50 cm (2012)</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nuvole, ovvero strutture frattali, fatte di vapore acqueo, apparizioni quotidiane che possono però assumere varie configurazioni come per esempio una grigia coltre di nebbia alta o cumuli di nuvole temporalesche che vengono minacciose dall’orizzonte. Sono senza dubbio le nuvole cumuliformi a stimolare la nostra fantasia. Per molti artisti furono fonte d’ispirazione, temi per le loro opere che tuttora non hanno perso il loro fascino. Pensiamo solo a W. Turner, C.D. Friedrich e tanti altri che potevano creare delle atmosfere ed emozioni forti con le nuvole, svegliando sentimenti e presagi. Possono suscitare vaga fiducia, disgrazia incombente, processi misteriosi e inquietanti, ma anche nostalgia, serenità interiore e felicità. Qualcuno vede dei cavalli selvaggi impennati, un altro uno gnomo sogghignante, forse persino quello che lancia i fulmini. Tutte queste visioni hanno contribuito al concetto che l’uomo, già in tempi remoti, abbia collocato l’olimpo degli dei nel firmamento.</p>
<blockquote style="margin-left: 200px; width:500px;"><p>Il cielo con le sue nuvole e oltre questo, l’infinito dell’universo&#8230;<br />
&#8230; non rimane più tanto spazio nascosto per gli dei.</p></blockquote>
<p>Nel Caucaso la nuvola rappresenta anche un importante elemento stilistico per l’arte della tessitura dei tappeti. Oltre le forme stilizzate la nuvola (Bulut) assume spesso delle forme fantastiche di bestie terrificanti, di figure fiabesche e di esseri paranormali.</p>
<p>Anche nella musica di Aram Khachaturian ci sembrano far capolino da una nuvola degli esseri immaginari che vengono poi, in un attimo, dispersi e cancellati dal vento.</p>
<p style="text-align: right;">(Traduzione di R. Battilani)</p>
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	<p class="firma-autore">Johann Widmer</p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/scrivolo/XtmA/~4/mJq4EgKBgpg" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Novembre – Ritmico</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 16:38:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Johann Widmer</dc:creator>
				<category><![CDATA[soQQuadro]]></category>
		<category><![CDATA[magenta]]></category>
		<category><![CDATA[malinconia]]></category>
		<category><![CDATA[rosso]]></category>

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		<description><![CDATA[Acrilico, 35 x 50 cm (2011) &#160; Rosso-magenta, un rosso che non diventa mai veramente allegro, che ha [<a href="http://www.scrivolo.it/2012/02/novembre-ritmico/">continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton3189" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fgoo.gl%2F2RbtQ&amp;via=scrivolo&amp;text=Novembre%20%26%238211%3B%20Ritmico&amp;related=&amp;lang=en&amp;count=vertical&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.scrivolo.it%2F2012%2F02%2Fnovembre-ritmico%2F" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.scrivolo.it/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p style="text-align: right;"><a href="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2012/02/201111-PICT0102.jpg"><img src="http://www.scrivolo.it/wp-content/uploads/2012/02/201111-PICT0102-e1328373062253-252x300.jpg" alt="" title="Ritmico" width="252" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-3190" /></a><strong>Acrilico, 35 x 50 cm (2011)</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rosso-magenta, un rosso che non diventa mai veramente allegro, che ha perso il suo calore per opera di una leggera sfumatura blu, diminuendo la forza intrinseca del rosso. Nella freddezza del colore si intuisce una silenziosa maliconia, il rosso vivace del sangue diventa colore di lutto. E&#8217; il colore dei martiri come il rosso-carminio in fondo al quadro, forse meglio intenso come colore del fanatico. Il rosso ha nuovamente acquisito calore senza tuttavia essere un fuoco divampante, è piuttosto il colore della brace misteriosa, un focolaio che &#8211; in ogni momento &#8211; potrebbe trasformarsi in una tempesta di fuoco.</p>
<p>Ma quello che conferisce veramente vita al quadro sono le linee e i punti. </p>
<p>La orizzontale, simbolo di sicurezza, sensazione di terra e fermezza diventa qui un fattore imprevedibile, addirittura „insicurezza“, dovuta alla piega che la orizzontale prende verso il basso. La linea sottrae all&#8217;osservatore la terra sotto i piedi e lo trascina con sé fino al punto più profondo. La linea stessa si è sciolta, è fatta di piccoli segni diffusi che si possono interpretare come una specie di scrittura che suggerisce una sorta di comunicazione proveniente da un mondo sconosciuto.</p>
<p>Mentre la orizzontale è sinonimo di equilibrio statico e di esistenza immobile, la verticale è sempre legata al movimento; cade dal cielo o cresce dal basso verso l‘alto. In qualsiasi direzione si muovano le verticali – allineate come in questo quadro – rappresentano una divisione del tempo, una sequenza di ritmi, sono musica. Come per esempio la musica di Philip Glass che scrisse delle composizioni nelle quali si ripetono sempre sequenze di suoni simili che possono ispirare un quadro come questo.</p>
<p>Non è una musica facile ma ci si può immedesimare e imparare ad apprezzarla ascoltandola attentamente, trovando il tempo necessario e disponendo di una certa calma interiore.</p>
<p style="text-align: right;">(Traduzione di R. Battilani)</p>
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