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<?xml-stylesheet type="text/xsl" media="screen" href="/~d/styles/rss2italianfull.xsl"?><?xml-stylesheet type="text/css" media="screen" href="http://feeds.feedburner.com/~d/styles/itemcontent.css"?><rss xmlns:creativeCommons="http://backend.userland.com/creativeCommonsRssModule" xmlns:feedburner="http://rssnamespace.org/feedburner/ext/1.0" version="2.0"><channel><title>Sitosophia</title><link>http://www.sitosophia.org</link><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="self" type="application/rss+xml" href="http://feeds.feedburner.com/sitosophia" /><description>Intossicati di cultura</description><language>en</language><lastBuildDate>Fri, 03 Feb 2012 14:46:46 PST</lastBuildDate><generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator><sy:updatePeriod xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/">hourly</sy:updatePeriod><sy:updateFrequency xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/">1</sy:updateFrequency><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="self" type="application/rss+xml" href="http://feeds.feedburner.com/sitosophia" /><feedburner:info uri="sitosophia" /><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="hub" href="http://pubsubhubbub.appspot.com/" /><creativeCommons:license>http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/</creativeCommons:license><image><link>http//www.sitosophia.org</link><url>http://www.sitosophia.org/wp-content/themes/sitosophia/images/banner.png</url><title>Sitosophia</title></image><feedburner:emailServiceId>sitosophia</feedburner:emailServiceId><feedburner:feedburnerHostname>http://feedburner.google.com</feedburner:feedburnerHostname><feedburner:feedFlare href="http://www.newsgator.com/ngs/subscriber/subext.aspx?url=http%3A%2F%2Ffeeds.feedburner.com%2Fsitosophia" src="http://www.newsgator.com/images/ngsub1.gif">Subscribe with NewsGator</feedburner:feedFlare><feedburner:feedFlare href="http://www.bloglines.com/sub/http://feeds.feedburner.com/sitosophia" src="http://www.bloglines.com/images/sub_modern11.gif">Subscribe with Bloglines</feedburner:feedFlare><feedburner:feedFlare href="http://www.netvibes.com/subscribe.php?url=http%3A%2F%2Ffeeds.feedburner.com%2Fsitosophia" src="http://www.netvibes.com/img/add2netvibes.gif">Subscribe with Netvibes</feedburner:feedFlare><feedburner:feedFlare href="http://fusion.google.com/add?feedurl=http%3A%2F%2Ffeeds.feedburner.com%2Fsitosophia" src="http://buttons.googlesyndication.com/fusion/add.gif">Subscribe with Google</feedburner:feedFlare><feedburner:feedFlare href="http://www.pageflakes.com/subscribe.aspx?url=http%3A%2F%2Ffeeds.feedburner.com%2Fsitosophia" src="http://www.pageflakes.com/ImageFile.ashx?instanceId=Static_4&amp;fileName=ATP_blu_91x17.gif">Subscribe with Pageflakes</feedburner:feedFlare><feedburner:feedFlare href="http://add.my.yahoo.com/content?lg=it&amp;url=http%3A%2F%2Ffeeds.feedburner.com%2Fsitosophia" src="http://eur.i1.yimg.com/eur.yimg.com/i/it/my/mioya1.gif">Subscribe with Mio Yahoo!</feedburner:feedFlare><item><title>Nietzsche, Epistolario 1885-1889</title><link>http://feedproxy.google.com/~r/sitosophia/~3/WopJyNOoYe8/</link><category>adelphi</category><category>nietzsche</category><dc:creator xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/">Giovanni Polimeni</dc:creator><pubDate>Fri, 03 Feb 2012 02:49:55 PST</pubDate><guid isPermaLink="false">http://www.sitosophia.org/?post_type=indicazioni&amp;p=3562</guid><content:encoded xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"><![CDATA[<p>Segnaliamo, con un ritardo di qualche mese, l&#8217;uscita dell&#8217;ultimo volume dell&#8217;Epistolario di Friedrich Nietzsche: <em>Epistolario 1885-1889</em>. Naturalmente ci si riferisce all&#8217;edizione critica italiana pubblicata da Adelphi, curata inizialmente da Giorgio Colli e Mazzino Montinari e oggi da Giuliano Campioni.</p>
<p><img class="size-full wp-image-3563 alignleft" title="nietzsche-epistolario" src="http://www.sitosophia.org/documenti/nietzsche-epistolario.jpg" alt="" width="190" height="299" /></p>
<p>Dal risvolto di copertina:</p>
<blockquote><p>Con questo quinto volume si conclude l’edizione italiana dell’Epistolario di Friedrich Nietzsche, e si può a buon diritto parlare di <strong>avvenimento editoriale</strong>. Mai come in questo caso, infatti, i testi offerti al lettore si rivelano preziosi per <strong>sfatare i pregiudizi</strong> – tanto radicati quanto infondati – e le manipolazioni più o meno dolose di cui Nietzsche è sempre stato, ed è tuttora, oggetto. Ed è impressionante notare, nelle lettere dell’ultimo periodo, come lo stesso filosofo sia consapevole del suo destino di pensatore frainteso: «&#8230; godo di una strana e quasi misteriosa considerazione da parte di tutti i partiti radicali (socialisti, nichilisti, antisemiti, cristiani ortodossi, wagneriani)». L’atto finale dell’Epistolario si apre a Nizza, città cosmopolita che Nietzsche elegge a suo «quartiere d’inverno». Sono i giorni in cui è costretto a far stampare la quarta parte di Così parlò Zarathustra privatamente, perché la ricerca di un nuovo editore si è rivelata assai problematica. Nietzsche oscilla tra un’amarezza che può tradursi in toni di sconforto e l’e­saltazione per il «nuovo compito»: quel <strong>pensiero dell’eterno ritorno</strong> che sente gravare su di lui «con il peso di cento quintali». Intanto la Germania gli si mostra sempre più lontana e ostile, climaticamente e culturalmente, e diventa pressoché totale la solitudine, prostrante ma indispensabile per adempiere al proprio fatum. Finché, nel suo inquieto peregrinare, non approda a <strong>Torino</strong>, che subito gli appare «magnifica e singolarmente benefica». Sarà invece la tappa conclusiva della sua vita senziente: lì, poche settimane più tardi, la salute mentale cederà di schianto, e il filosofo sprofonderà in tenebre irreversibili. Ma prima di estinguersi, durante il soggiorno torinese divamperà nella sua fiammata più fulgida un pensiero che avrebbe lasciato un’impronta indelebile. E documento insostituibile di questo periodo sono le lettere, che, fino al culmine degli abbaglianti <strong>«biglietti della follia»</strong>, si rivelano parte essenziale degli ultimi, esplosivi scritti di Nietzsche.</p></blockquote>
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<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Ma voler servire l’idea (e in merito all’amore ciò dunque non significa servire due padroni) è pure un lavoraccio, ché nessuna belloccia può essere fiscale quanto lo è l’idea, e nessun broncio di ragazza può far male quanto il corruccio dell’idea, ch’è impossibile a scordare sopra ogni cosa.</p>
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<p>Articoli dal sito della NPR:</p>
<ul>
<li><a href="http://www.npr.org/2012/01/31/146095212/philip-glass-at-75-listening-with-heart-not-intellect" target="_blank">Philip Glass At 75: Listening With Heart, Not Intellect</a></li>
<li><a href="http://www.npr.org/blogs/deceptivecadence/2012/01/27/145994321/raising-a-glass-to-americas-most-famous-contemporary-composer" target="_blank">Raising A Glass To America&#8217;s Most Famous Contemporary Composer</a></li>
</ul>
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<div id="attachment_3473" class="wp-caption aligncenter" style="width: 490px"><img class="size-full wp-image-3473" title="Rüdiger Safransky" src="http://www.sitosophia.org/documenti/safranski.jpg" alt="Rüdiger Safransky" width="480" height="326" /><p class="wp-caption-text">Foto di Michael Oreal - www.oreal.de</p></div>
<p align="LEFT"><strong>Ursula von Arx</strong>: Signor Safranski, lei ha scritto un libro dal titolo <em>Il male</em>.</p>
<p align="LEFT"><strong>Rüdiger Safranski</strong>: Il titolo per esteso è <em>Il male o il dramma della libertà umana</em>. Ho scritto un libro sulla libertà. Il male è il prezzo della libertà.</p>
<p align="LEFT"><strong>UA</strong>: Al riguardo ha avuto un’esperienza chiave?</p>
<p align="LEFT"><strong>RS</strong>: Ero un ragazzino e la mia zia preferita è morta. D’un tratto era scomparsa una persona a cui avevo voluto davvero bene. Niente e nessuno potevano spiegarmi questo fatto. Così venni a sapere che mi trovavo all’interno di uno spettacolo malvagio. Manca lo scopo, manca la risposta al perché. Leibniz distinse tre categorie di <em>mala</em>, di mali: il <em>malum physicum</em>, dunque le catastrofi naturali e le malattie, poi il <em>malum morale</em>, il male commesso dagli uomini, e infine il <em>malum metaphysicum</em>, che comprende il fatto che gli uomini devono morire. Allora ho conosciuto il <em>malum metaphysicum</em>.</p>
<p align="LEFT"><strong>UA</strong>: E questo che cosa ha a che fare con la libertà?</p>
<p align="LEFT"><strong>RS</strong>: Il mondo non si regola secondo la mia persona, quindi non c’è nemmeno qualcosa secondo cui devo regolarmi. Il senso non è qualcosa che esisterebbe e che si deve trovare e scoprire. Il senso è qualcosa che va creato. La nostra coscienza può accontentarsi dei piaceri della grossolanità e lenire l’inquietudine con valori sostitutivi, può separarsi, scoprire il vertiginoso nulla, gridare un forte «e tuttavia» e scegliere l’annientamento. L’uomo è l’animale non definito, ha detto Nietzsche.</p>
<p align="LEFT"><strong>UA</strong>: Nietzsche è morto nel 1900. Allora Dio era dato per morto. Ma prima?</p>
<p align="LEFT"><strong>RS</strong>: Per Nietzsche l’invenzione di Dio è già espressione di una vita che scopre di non poter bastare a se stessa. Con l’invenzione di Dio viene scritto il primo capitolo nella storia del nichilismo.</p>
<p align="LEFT"><strong>UA</strong>: In che senso?</p>
<p align="LEFT"><strong>RS</strong>: La nostra coscienza separa, non ci realizziamo più nella natura e aneliamo perciò a una conferma e a un orientamento. Grazie a Dio possiamo amarci di nuovo, non per amore di noi stessi, ma perché siamo creature di Dio. Dio può liberare gli uomini dal peso di dover essere tutto l’un per l’altro. Si deve ammettere che per secoli le religioni sono riuscite a offrire sicurezza in un mondo privo di senso. Molti uomini trovavano pace in Dio.</p>
<p align="LEFT"><strong>UA</strong>: Con la morte di Dio Nietzsche sperava in una vita più forte e più prosperosa. Per Marx la religione era il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione senza spirito, l’oppio del popolo.</p>
<p align="LEFT"><strong>RS</strong>: Il rifiuto religioso del mondo e la compensazione per tutto il male terreno sono la stessa cosa. Nel caso di Agostino, nato in Nord Africa nel 353 da genitori benestanti, fu proprio il contrario. Agostino amava smodatamente la vita. Per questo le divenne troppo stretta. Egli scoprì Dio perché soltanto Dio è abbastanza vasto per accogliere il suo infinito anelito. Agostino era dipendente da Dio.</p>
<p align="LEFT"><strong>UA</strong>: E che cosa è per Agostino il male?</p>
<p align="LEFT"><strong>RS</strong>: Per Agostino, rinnegare Dio è la cosa più malvagia che un uomo possa fare, perché così perde le proprie possibilità di superare se stesso; detto in termini moderni – compie il tradimento della trascendenza. Egli si isola dall’abbondanza del divino, diventa unidimensionale e chiuso. Gli spiriti meschini e i realisti sono tutti caratterizzati da questa ottusità metafisica.</p>
<p align="LEFT"><strong>UA</strong>: I nazisti erano malvagi. Erano stupidi?</p>
<p align="LEFT"><strong>RS</strong>: Detto alla buona e in modo banale, sì. In relazione alla maniera meccanica, impersonale e servizievole con cui uomini assolutamente normali fecero funzionare le macchine della morte, Hannah Arendt ha parlato di banalità del male. L’esecuzione seguendo una <em>routine</em> e l’“ordine superiore” permettevano agli assassini di conservare sempre una coscienza pulita. La morale venne sostituita dall’agire razionale in vista dello scopo. L’hitlerismo ha statalizzato gli uomini e, così facendo, anche il crimine. Il tasso di criminalità si abbassò. Niente di sorprendente, infatti i potenziali criminali vennero semplicemente presi dalla strada al servizio dello stato. Qui si può citare ancora un’ultima volta la Arendt: l’individuo è responsabile anche della propria obbedienza.</p>
<p align="LEFT"><strong>UA</strong>: E il comando superiore? Si può parlare di banalità del male per quel che riguarda lo stesso Hitler?</p>
<p align="LEFT"><strong>RS</strong>: Non credo. Hitler era un genio dell’oscurità, era propriamente un fondatore di religione davvero sinistro. Nella sua politica di annientamento seguiva una specie di teologia. Il programma hitleriano di creare un uomo nuovo, una nuova razza con la soppressione degli ebrei è il tentativo di tradurre in atto un delirio realizzandolo. Nei tristi successi di Hitler si mostra quanto la storia sia governata dal delirio; si può anche dire – dall’immaginario.</p>
<p align="LEFT"><strong>UA</strong>: Hannah Arendt ha visto nella menzogna il fondamento dei sistemi totalitari del XX secolo.</p>
<p align="LEFT"><strong>RS</strong>: Naturalmente la politica di Hitler era piena di menzogne. Hitler era un demagogo senza scrupoli, per lui il fine giustificava ogni mezzo. Nello scopo, cioè nel fatto che l’umanità può essere salvata soltanto se la razza ebraica scompare da questo pianeta, egli credeva e allo stesso modo ha indotto altri a credervi. Questa non era una menzogna e neppure un inganno intenzionale.</p>
<p align="LEFT"><strong>UA</strong>: Bensì?</p>
<p align="LEFT"><strong>RS</strong>: La catastrofe della libertà.</p>
<p align="LEFT"><strong>UA</strong>: E questa libertà in che cosa consiste?</p>
<p align="LEFT"><strong>RS</strong>: Nella capacità di cambiare la realtà facendosi un’idea di essa. Noi possiamo immaginare un mondo. Naturalmente questo mondo non sorge indipendentemente dalle nostre esperienze, ossessioni e desideri. Tuttavia esso è qualcosa di nuovo. Il pensiero non l’ha ancora mai spuntata col problema delle immagini. E oggi che il flusso delle immagini cresce a dismisura ancora una volta immaginazione e realtà si confondono di più. La nostra coscienza vive in un mondo reale e in molti mondi possibili senza poterli distinguere con sicurezza.</p>
<p align="LEFT"><strong>UA</strong>: Per lo meno Hitler e i suoi seguaci non erano in grado di distinguerli.</p>
<p align="LEFT"><strong>RS</strong>: Hitler ha visto gli ebrei come bacilli e come tali li ha fatti uccidere.</p>
<p align="LEFT"><strong>UA</strong>: Questo è coerente.</p>
<p align="LEFT"><strong>RS</strong>: Sì. Tuttavia non si può dimenticare che il suo delirio era radicato. E precisamente nel XIX secolo, quando si credeva nella soluzione finale di tutti i problemi sociali offerta dalla scienza e si pretendeva che la morale non la ostacolasse più. Hitler era proprio completamente disinibito dal punto di vista morale. Ai suoi occhi la morale e la coscienza erano malinteso spirito umanitario di origine ebraica. Egli voleva estirpare sistematicamente tanto lo “spirito” ebraico dei dieci comandamenti, soprattutto il divieto di uccidere, quanto la razza ebraica. Hitler ha tratto le conclusioni dalle parole di Nietzsche circa la dignità umana come concetto allucinatorio. A partire da Hitler il progresso di una civiltà non si misura più in base a ciò che essa potrebbe essere dal punto di vista ideale, ma in base alla distanza tra essa e le sue orrende possibilità. A partire da Hitler sappiamo ciò che significa “reale”, quando Dio è morto.</p>
<p align="LEFT"><strong>UA</strong>: Così non ci rimane da fare proprio nient’altro che credere nell’uomo. «Tutti gli uomini sono nati liberi e eguali in dignità e diritti», dice il primo articolo della <em>Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo</em>.</p>
<p align="LEFT"><strong>RS</strong>: Alla nascita abbiamo “dignità”, così come braccia e gambe? No. Non veniamo al mondo dotati di dignità umana. La dignità umana non si limita ad esserci, essa è valida. E se la costituzione della repubblica federale tedesca dichiara inviolabile la dignità dell’uomo ed espressamente non la sottopone a nessuna decisione democratica presa a maggioranza, allora così facendo si tenta di stabilire un tabù in un mondo secolare. Una decisione sociale viene trasformata in qualcosa che in futuro deve rimanere sottratto alla decisione sociale.</p>
<p align="LEFT"><strong>UA</strong>: Dio ritorna di straforo?</p>
<p align="LEFT"><strong>RS</strong>: Almeno ciò che ne rimane. È il tentativo di non fondare la dignità umana solo nella facoltà immaginativa della società, ma in un’ultima decisiva parola, che tuttavia è pur sempre d’origine sociale. Tuttavia rimane il fatto che la dignità deve essere dichiarata inviolabile proprio perché si è mostrato quanto può essere violata. La sua fondazione finale è la volontà di essa. Ma, così Kant disse una volta, c’è una specie di dovere di essere fiduciosi.</p>
<p align="LEFT"><strong>UA</strong>: Dunque il male si trova nella fantasia sociale?</p>
<p align="LEFT"><strong>RS</strong>: Nell’anno della riunificazione tedesca ero nella Francia meridionale. Voi tedeschi siete già una nazione fortunata, mi disse un francese. Lo guardai con fare interrogativo. Ma sì, disse, Boris Becker come vincitore di Wimbledon e poi avete vinto anche il campionato del mondo di calcio. Dovetti dargli ragione. Se come nazione ci fossimo potuti confermare e distinguere già prima con i Becker e le Graf &amp; Co., forse Auschwitz sarebbe stata risparmiata al mondo. Lo sport e anche l’arte possono essere una valvola di sicurezza per le aggressioni e i desideri segreti che altrimenti non possono essere sfogati.</p>
<p align="LEFT"><strong>UA</strong>: Più è riuscito il cattivo, migliore sarà il film, diceva Hitchcock.</p>
<p align="LEFT"><strong>RS</strong>: Il male è un’avventura perché oltrepassa i confini. L’arte ha guardato sempre giù nel regno del male e trasmesso il suo fascino. Ma l’arte è un genere che sublima, in essa il male ha una presenza esente da rischio. L’arte lo impacchetta in un cordone sanitario della distanza estetica.</p>
<p align="LEFT"><strong>UA</strong>: Con il suo libro si è avvicinato al male?</p>
<p align="LEFT"><strong>RS</strong>: Con il male è come con la libertà: entrambi sfuggono alle spiegazioni. Io vivo l’apertura mentale in maniera soggettiva e durevole: posso andare ora oppure no. Ma più tardi, quando spiegherò perché sono rimasto ancora, mi spiego la mia libertà come perduta. Così stanno le cose anche col male: è sempre lì, dove non c’è il linguaggio. Le frasi sul male sono sempre frasi non malvagie.</p>
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</div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/sitosophia/~4/D6B1lQDqPkQ" height="1" width="1"/>]]></content:encoded><description>Nell’intervista rilasciata nel 1997 a Ursula von Arx per i lettori di «NZZ Folio», rivista svizzera di lingua tedesca, Rüdiger Safranski discute i temi del male e della libertà. Una brevissima analisi del concetto di 'male' da Agostino a Hitler, passando per Nietzsche.</description><wfw:commentRss xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/">http://www.sitosophia.org/2012/01/perche-gli-uomini-sono-malvagi/feed/</wfw:commentRss><slash:comments xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/">0</slash:comments><feedburner:origLink>http://www.sitosophia.org/2012/01/perche-gli-uomini-sono-malvagi/</feedburner:origLink></item><item><title>Educazione dopo Auschwitz</title><link>http://feedproxy.google.com/~r/sitosophia/~3/ZMnVImux6sk/</link><category>benjamin</category><category>educazione</category><category>nazismo</category><category>olocausto</category><dc:creator xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/">Luisa Sampugnaro</dc:creator><pubDate>Sun, 29 Jan 2012 01:30:41 PST</pubDate><guid isPermaLink="false">http://www.sitosophia.org/?post_type=citazioni&amp;p=3490</guid><content:encoded xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"><![CDATA[<p>Walter Benjamin mi domandò una volta a Parigi, durante il periodo del nostro esilio, quando io tornavo a volte ancora sporadicamente in Germania, se in quel paese ci fosse un numero sufficiente di aguzzini pronti ad eseguire gli ordini dei nazisti. C&#8217;era. La domanda ha una sua profonda ragion d&#8217;essere. Benjamin intuiva che gli uomini che materialmente <em>commettevano</em> quegli orrori, al contrario degli assassini da scrivania e degli ideologi, agivano in contrasto con i loro stessi interessi immediati e, assassinando gli altri, diventavano gli assassini di se stessi. Temo che non si potrà impedire, neppure con le misure di un&#8217;educazione tanto ampia (&#8230;) che gli assassini da scrivania continuino a prosperare. Ma contro il fatto che vi siano uomini che in fondo, proprio perché sono schiavi, compiono qualcosa che perpetua la loro schiavitù, degradando così se stessi; contro il fatto che vi siano ancora dei Boger e dei Kaduk, è invece possibile fare qualcosa con l&#8217;educazione e con l&#8217;illuminismo.</p>
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</div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/sitosophia/~4/ZMnVImux6sk" height="1" width="1"/>]]></content:encoded><description>Walter Benjamin mi domandò una volta a Parigi, durante il periodo del nostro esilio, quando io tornavo a volte ancora sporadicamente in Germania, se in quel paese ci fosse un numero sufficiente di aguzzini pronti ad eseguire gli ordini dei nazisti. C&amp;#8217;era. La domanda ha una sua profonda ragion d&amp;#8217;essere. Benjamin intuiva che gli uomini...</description><wfw:commentRss xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/">http://www.sitosophia.org/citazioni/educazione-dopo-auschwitz/feed/</wfw:commentRss><slash:comments xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/">0</slash:comments><feedburner:origLink>http://www.sitosophia.org/citazioni/educazione-dopo-auschwitz/</feedburner:origLink></item><item><title>Individuo e terrore</title><link>http://feedproxy.google.com/~r/sitosophia/~3/kp4qbwEN8Fc/</link><category>civiltà</category><category>cultura</category><category>dominio</category><category>fascismo</category><category>ideologia</category><category>individuo</category><category>massa</category><category>morale</category><category>nazismo</category><category>olocausto</category><category>scuola di francoforte</category><category>sterminio</category><category>terrore</category><dc:creator xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/">Luisa Sampugnaro</dc:creator><pubDate>Sat, 28 Jan 2012 01:30:11 PST</pubDate><guid isPermaLink="false">http://www.sitosophia.org/?post_type=citazioni&amp;p=3488</guid><content:encoded xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"><![CDATA[<p>Alla domanda sulle cause e sulle radici del terrore nella civiltà moderna, vorrei rispondere con le seguenti riflessioni.</p>
<p>In conseguenza della tecnologia da lei stessa sviluppata, l&#8217;umanità è divenuta ampiamente superflua. Le macchine e i metodi di organizzazione moderni rendono possibile a un gruppo relativamente ristretto di manager, tecnici ed esperti d&#8217;ogni sorta, di mantenere in funzione l&#8217;intero apparato industriale. La nostra società ha raggiunto il livello della potenziale disoccupazione di massa; e l&#8217;occupazione di massa è in misura crescente il prodotto manipolato di un apparato statale che si sbarazza della forza lavoro in esubero attraverso impieghi come l&#8217;esercito e le amministrazioni politiche pubbliche e semi-pubbliche, al fine di mantenerla da un lato in vita, dall&#8217;altro sotto controllo. Questo significa che un gran numero di lavoratori non ha più un rapporto creativo con il processo di lavoro. Vive in un vuoto sociale ed economico che diviene premessa del terrore. Ciò fa in certo qual modo da battistrada alla potenza delle forze totalitarie, e offre al contempo un oggetto alle sue tattiche. Per i signori totalitari il terrore è il macchinario istituzionalizzato per amministrare umanità in esubero e vita estraniata.</p>
<p>Anche certe tendenze culturali, che erano il risultato della crisi del liberalismo, forniscono un contributo al sorgere di questo terrore. Sotto l&#8217;influsso della produzione di massa gli uomini hanno imparato a vivere secondo esempi e modelli materiali e spirituali. Tendono all&#8217;accettazione acritica di un intero sistema di pensieri e comportamenti come se non riuscissero a opporre resistenza all&#8217;offerta di droghe ideologiche. (&#8230;) Non si tratta tanto del fatto che gli uomini credano a questi stereotipi, quanto che essi stessi diventano appendici stereotipate di questo o quel monopolio culturale o politico. Ragione, sostanza, esperienza personale hanno perso il loro significato. (&#8230;) Nel mondo d&#8217;oggi, la perdita di esperienza genuina rende più difficile combattere e svelare stereotipi deformati e mendaci. Il monopolio culturale esercita una sorta di terrore culturale al quale il singolo non si oppone. La discrepanza tra le tradizioni morali dell&#8217;individualismo e i crimini di massa del collettivismo moderno ha esiliato l&#8217;uomo moderno in una terra di nessuno della morale. Egli sembra ancora attenersi ai concetti morali della società borghese – come coscienza, onestà, rispetto per se stessi, dignità umana – ma i fondamenti sociali di questi concetti hanno cominciato a vacillare.</p>
<p>Per citare un esempio radicale: la questione etica che viene trattata nell&#8217;<em>Amleto</em>, e che può essere considerata un classico documento del concetto di morale alla fine del Medioevo, è la questione se un «tempo uscito dai cardini» possa essere nuovamente «rimesso in sesto», qualora Amleto divenga giudice e carnefice dell&#8217;assassino di suo padre. Di fronte alla catastrofe fisica e morale del presente, il dilemma morale di Amleto diventa quasi risibile. L&#8217;uomo contemporaneo è più o meno consapevole del fatto che i suoi valori morali sono diventati ininfluenti, poiché nulla di materiale o spirituale dipende dalle sue decisioni. Si sente isolato e derubato di quella tradizione materiale e spirituale che nella società liberale rappresentava ancora il fondamento della sua esistenza. È perciò colmo di collera e aggressività – è potenzialmente un paranoico. In queste condizioni è pronto ad accettare anche le ideologie più folli.</p>
<p>I fascisti hanno riconosciuto per primi il legame tra miseria materiale potenziale e impoverimento spirituale reale; e per primi hanno approfittato di questa conoscenza in modo razionale, sistematico e illimitato. Avevano riconosciuto che la repressione e il controllo della popolazione in eccesso era possibile solo se nei cervelli veniva marchiata a fuoco la consapevolezza della permanente minaccia fisica e spirituale, e veniva sterminata l&#8217;intera struttura di sistemi di riferimento tradizionali, morali ed emotivi, con cui gli uomini avevano cercato di superare catastrofi e traversie personali. Lo stesso Hitler (&#8230;) ha parlato della necessità del terrore e della crudeltà. Non avrebbe infatti tratto alcun piacere dai campi di concentramento e dalla polizia segreta; si trattava di necessità inevitabili:</p>
<blockquote><p>Senza la volontà di crudeltà non si ottiene nulla&#8230; Il dominio non si fonda sull&#8217;umanità, bensì, guardando la cosa dal punto di vista borghese, sul crimine. Il terrore è assolutamente indispensabile in ogni fondazione di nuovo potere&#8230; Ma ancora più importante del terrore è la trasformazione sistematica del mondo concettuale e degli schemi emotivi della massa. Si devono assoggettare anche i pensieri e i sentimenti degli uomini.</p></blockquote>
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</div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/sitosophia/~4/kp4qbwEN8Fc" height="1" width="1"/>]]></content:encoded><description>Alla domanda sulle cause e sulle radici del terrore nella civiltà moderna, vorrei rispondere con le seguenti riflessioni. In conseguenza della tecnologia da lei stessa sviluppata, l&amp;#8217;umanità è divenuta ampiamente superflua. Le macchine e i metodi di organizzazione moderni rendono possibile a un gruppo relativamente ristretto di manager, tecnici ed esperti d&amp;#8217;ogni sorta, di mantenere...</description><wfw:commentRss xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/">http://www.sitosophia.org/citazioni/individuo-e-terrore/feed/</wfw:commentRss><slash:comments xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/">0</slash:comments><feedburner:origLink>http://www.sitosophia.org/citazioni/individuo-e-terrore/</feedburner:origLink></item><item><title>«Malastrada» al Teatro Coppola</title><link>http://feedproxy.google.com/~r/sitosophia/~3/f9r0h8JLM9g/</link><category>sicilia</category><category>teatro</category><category>teatro coppola</category><dc:creator xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/">Sitosophia</dc:creator><pubDate>Fri, 27 Jan 2012 16:32:49 PST</pubDate><guid isPermaLink="false">http://www.sitosophia.org/?post_type=eventi&amp;p=3494</guid><content:encoded xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"><![CDATA[<p>«<em>Malastrada</em> è una riflessione a priori, preventiva, perché, dopo, sarebbe fin troppo facile parlare del Ponte e di tutto quello che, nel bene e nel male, esso potrebbe causare. Vorremmo che si evitasse una narrazione postuma di fatti, misfatti, collusioni e intrighi, così raccontiamo una storia, una storia possibile, verosimile: una famiglia &#8211; padre, madre e figlio &#8211; in viaggio verso la “strada” che collega l’isola al continente; un pellegrinaggio attraverso percorsi ormai cancellati, al buio, senza nemmeno una lampadina. L’attraversamento, obiettivo finale del viaggio, incuneandosi come subdola promessa tra i legami affettivi, scatena il conflitto, il crollo definitivo della comunicazione, e trascina i tre protagonisti verso una violenza, che, sempre in agguato nel loro non dire, mette a nudo le miserie del ricatto».</p>
<p><a href="http://www.sitosophia.org/documenti/malastrada-comunicato_bio_compagnia.pdf">Comunicato stampa e informazioni su autore e compagnia</a> (in formato pdf)</p>
<p>Sito <em>web</em>: <a href="http://www.teatrocoppola.it/index.php?option=com_jevents&amp;task=icalrepeat.detail&amp;evid=47&amp;Itemid=134&amp;year=2012&amp;month=01&amp;day=29&amp;title=teatro-pubblico-incanto-qmalastradaq-di-tino-caspanello&amp;uid=9eb9285fe78bedbbdb3dcd2c3a6b1de0&amp;catids=9|10|11|12|13|14" target="_blank">Teatro Coppola</a></p>
<p>Il <strong>Teatro Coppola</strong> presenta anche la <a href="http://www.teatrocoppola.it/index.php?option=com_jevents&amp;task=week.listevents&amp;Itemid=134&amp;year=2012&amp;month=02&amp;day=05&amp;catids=9|10|11|12|13|14" target="_blank">nuova programmazione fino al 4 Febbraio 2012</a>.</p>
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</div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/sitosophia/~4/f9r0h8JLM9g" height="1" width="1"/>]]></content:encoded><description>«Malastrada è una riflessione a priori, preventiva, perché, dopo, sarebbe fin troppo facile parlare del Ponte e di tutto quello che, nel bene e nel male, esso potrebbe causare. Vorremmo che si evitasse una narrazione postuma di fatti, misfatti, collusioni e intrighi, così raccontiamo una storia, una storia possibile, verosimile: una famiglia &amp;#8211; padre, madre...</description><wfw:commentRss xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/">http://www.sitosophia.org/eventi/malastrada-al-teatro-coppola/feed/</wfw:commentRss><slash:comments xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/">0</slash:comments><feedburner:origLink>http://www.sitosophia.org/eventi/malastrada-al-teatro-coppola/</feedburner:origLink></item><item><title>Sacrificati in luogo di immagini</title><link>http://feedproxy.google.com/~r/sitosophia/~3/QpGhyT-1oEo/</link><category>azienda</category><category>conformismo</category><category>crimine</category><category>immagine</category><category>lavoro</category><category>nazismo</category><category>olocausto</category><category>sterminio</category><dc:creator xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/">Cateno Tempio</dc:creator><pubDate>Fri, 27 Jan 2012 02:11:57 PST</pubDate><guid isPermaLink="false">http://www.sitosophia.org/?post_type=citazioni&amp;p=3485</guid><content:encoded xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"><![CDATA[<p><a href="http://www.sitosophia.org/documenti/anders.jpg" rel="lightbox[3485]" title="Anders"><img class="wp-image-3489 alignright" title="Anders" src="http://www.sitosophia.org/documenti/anders.jpg" alt="" width="193" height="288" /></a>Dal momento che non siamo in grado di afferrare l&#8217;idea di milioni di assassinati, il nostro orrore non potrà aumentare se ci renderemo conto anche del fatto che questo sterminio è stato compiuto sulla base o in sostituzione di immagini. Quell&#8217;idea fondamentale che per noi, educati nella fede di un progresso dell&#8217;umanizzazione, una volta sarebbe stata ovvia: l&#8217;idea che l&#8217;uomo ha incominciato a essere uomo in quel momento, di importanza storica universale, in cui il sacrificio umano fu compiuto simbolicamente, ossia quando Isacco fu sostituito dal montone — questa idea non poteva venir tradita in modo più spaventoso che con il massacro di questi uomini sacrificati in luogo di immagini (n. 2, Parte seconda, Capitolo quarto, pag. 312).</p>
<p>Nei processi contro i «crimini verso l&#8217;umanità» si ripeteva continuamente la stessa situazione: gli accusati erano offesi, sgomenti, qualche volta addirittura indignati che ci si rivolgesse a loro come «persone» e che li si rendesse quindi responsabili dei maltrattamenti inflitti a coloro che avevano maltrattato e dell&#8217;assassinio di coloro che avevano assassinato. Sarebbe completamente errato prendere questi accusati per esemplari casuali di esseri disumanizzati e incalliti. Se non erano in grado di sentire rimorso, vergogna o una qualunque altra reazione morale, non si deve dire che ciò fosse «benché» avessero collaborato, ma perlopiù perché avevano <em>soltanto</em> collaborato; e alle volte anche proprio <em>perché</em> avevano collaborato, cioè: perché per loro «essere morali» coincideva <em>eo ipso</em> con la «medialità» [l'essere attivi-passivi-neutrali] al cento per cento e quindi (per aver collaborato) avevano la coscienza pulita. Avrebbero potuto esprimere all&#8217;incirca così ciò che pensavano nella loro «impenitenza»: «Se almeno sapessimo cosa volete da noi! Allora <em>eravamo</em> pure in regola (o, se volete, &#8220;morali&#8221;). In fin dei conti <em>noi</em> non abbiamo colpa se quell&#8217;ente di gestione con cui abbiamo collaborato con soddisfazione è sostituito oggi da un altro! Oggi è &#8220;morale&#8221; collaborare con questo; allora era &#8220;morale&#8221; collaborare con quello».<br />
Per quanto atroci siano stati i crimini che tale atteggiamento ha reso possibili — chi se ne meraviglia come di frammenti erratici della nostra epoca se ne preclude la comprensione, perché, visti isolatamente, questi crimini non hanno realtà o, a ogni modo, non hanno una realtà comprensibile.<br />
Li possiamo capire infatti soltanto se ne consideriamo il rapporto con un dato tipo di azioni, cioè se ci domandiamo che tipo di azione rappresentano; secondo quale modello di attività funzionano. E la risposta è che, fondamentalmente, gli autori dei crimini, o perlomeno molti di loro, non si sono comportati nelle situazioni in cui commisero i loro crimini molto diversamente da come erano abituati a comportarsi nell&#8217;esercizio del loro lavoro, di quel lavoro che li aveva formati.</p>
<p>[...]</p>
<p>L&#8217;azienda è dunque il luogo dove viene creato il tipo dell&#8217;uomo «mediale-senza coscienza», il luogo di nascita del conformista. Basta che l&#8217;uomo che vi viene foggiato venga trasferito in un altro campo, ad altri compiti, in un&#8217;altra «azienda», e improvvisamente, senza che subisca mutamenti essenziali, appare mostruoso; improvvisamente ci riempie di raccapriccio; improvvisamente la sospensione della sua coscienza, che era stata già prima un fatto compiuto, assume l&#8217;aspetto di nuda e cruda mancanza di coscienza, la sospensione della sua responsabilità quello di nuda e cruda <em>moral insanity</em>. Finché non guardiamo in faccia questo dato di fatto, finché dunque non riconosciamo che l&#8217;azienda odierna è la fucina, lo stile di lavoro, il modello del livellamento, saremo incapaci di comprendere la figura dell&#8217;odierno uomo conformista; e dunque di capire la posizione di quegli esseri «incalliti» che, nei processi sopra ricordati, rifiutavano di pentirsi o di sentirsi responsabili dei crimini a cui avevano «collaborato». [...] I crimini, poiché affondavano le loro radici nella «medialità» dell&#8217;odierno stile di lavoro, erano intimamente connessi con il carattere intrinseco della nostra epoca; e perciò erano molto più spaventosi e fatali di quanto non si sia visto quando si è tentato di darne una spiegazione (molto superficiale) [...]; perché non siamo in grado di immaginare uno stile di produzione, ossia di lavoro, che differisca da quello che vige oggi (pagg. 269-272).</p>
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Questo convegno, sulla base di costruttivi approcci alla coscienza ed al sé, si è posto uno scopo che è formulato in una netta e fuorviante dicotomia &#8211; o porre insieme una serie di istruzioni operative per implementare la coscienza in un artefatto, oppure, nel caso ciò risultasse impossibile, spiegare chiaramente perché un tale artefatto non potrà mai funzionare. Una tale netta formulazione, comunque, è fondata su mal definite e non chiare nozioni che sono non poco problematiche. Quindi, prima di poter affrontare questo compito, espresso in modo attraente con una coppia di alternative reciprocamente esclusive, è necessario esaminare alcune basilari considerazioni metodologiche.<br />
Il primo punto da considerare è il seguente: è assolutamente inutile cercare di sviluppare un artefatto cosciente semplicemente ri-definendo la coscienza in termini meccanicistici. Una tale riduttiva spiegazione è banale e non può certo essere lo scopo di questa discussione. A prima vista, la coscienza è una intuizione ben nota a noi tutti, che deve essere descritta, al momento, ad un livello <em>fenomenologico</em>, ma che naturalmente deve essere anche spiegata &#8211; se possibile &#8211; in un successivo passaggio. Quale che possa essere la spiegazione alla quale si arriverà, dobbiamo rendere giustizia a questa intuizione.<br />
Il secondo problema consiste nel fatto che, a parte la nostra intuizione, non disponiamo di un chiaro concetto filosofico della coscienza. Anche se, di solito, i filosofi concordano sul fatto che vi sia una capacità mentale <em>X</em>, che potrebbe essere etichettata come “coscienza”, non possiamo certo dire di essere arrivati ad una definizione accettabile di ciò che esattamente potrebbe essere inteso come coscienza &#8211; la coscienza è di fatti un concetto vago. Chiarirne il significato vuol dire rispondere a moltissime correlate questioni filosofiche, quale, per esempio, la natura della mente umana. Solo prendendo in considerazione tutti gli approcci della filosofia della mente &#8211; a partire dai Greci per giungere ai nostri giorni &#8211; avremo qualche possibilità di risoluzione del problema. Prima di tentare di costruire un artefatto che includa in sé alcuni aspetti della coscienza, dobbiamo innanzitutto essere d’accordo su ciò che vogliamo costruire. Nel corso della nostra indagine dovremo anche affrontare una terza difficoltà. Essa potrebbe essere avanzata da un ingegnere della conoscenza il quale affermi che la “coscienza” resta plausibile come criterio differenziante gli uomini dalle macchine soltanto finché resti poco chiaro ciò che di fatto voglia significare l’intuizione filosofica della “coscienza”. Finché il concetto di “coscienza” non sarà esplicato, i ricercatori di tradizione umanistica potranno sempre asserire che per quanto possa essere sofisticata la costruzione dell’artefatto, questo, per principio, non sarà mai cosciente. Ma un tale argomento non è molto convincente e potrebbe risultare che esso si basi solo su di una fallacia linguistica, su di un cattivo uso del linguaggio. Comunque, lo stesso argomento linguistico, addotto contro il punto di vista umanistico, è soggetto ad argomenti contrari. Non è molto convincente costringere l’umanista <em>a fortiori</em> a formulare le sue intuizioni in termini meccanicistici. Si suppone che Turing abbia detto: mostratemi quale è la differenza fra uomini e macchine ed io costruirò una macchina con quelle caratteristiche da voi scelte come differenzianti. Ciò, a sua volta, ci riporta alla fallacia prima menzionata: una riformulazione della terminologia (intenzionale) della mente nel linguaggio della scienza dei calcolatori sembra decidere in anticipo il problema circa la possibilità di implementazione della mente nelle macchine. Il solo modo per sfuggire a tale fallacia, avendo sempre presente la nostra intenzione di costruire un artefatto cosciente, è quello di trovare un <em>vocabolario di termini della fisica</em> abbastanza ricco da corrispondere a tutte quelle intuizioni che anche gli umanisti accetterebbero come costituenti i fenomeni intenzionali.<br />
Un ulteriore problema concerne ciò che intendiamo per artefatto includente in sé una mente. Di regola per artefatto noi intendiamo una macchina &#8211; un qualcosa che noi possiamo costruire e controllare. Ma all’attuale stato dell’arte della Intelligenza Artificiale il problema deve restare completamente aperto, se la coscienza non risulterà essere una proprietà emergente in una entità fisica e derivante da una qualche correlazione strutturale con l’ambiente circostante. In tal caso, anche se riuscissimo a costruire una tale entità fisica e le lasciassimo sviluppare autonomamente una coscienza, non per questo, a lungo andare, avremmo acquisito al proposito una maggior conoscenza. Noi non “sapremmo” (nel senso di ripetibilità del processo) come viene in essere la coscienza. Resteremmo comunque delusi, se la nostra intenzione di costruire un artefatto cosciente fosse guidata dal desiderio di una migliore conoscenza del fenomeno della coscienza &#8211; così come si vuole da parte della scienza cognitiva.<br />
La mia posizione metodologica è quella di evitare le due posizioni estreme: da un lato, non cercare di spiegare la capacità mentale in un modo tale da negare di fatto l’esistenza fenomenologica della mente (ciò comporterebbe il suddetto errore categoriale dei meccanicisti), dall’altro lato, non insistere sulla irriducibilità della mente sulla base di una poco chiara intuizione umanistica della mente come qualità, che deve essere distinta da tutte le possibili spiegazioni in termini fisici. (Come ho già detto dianzi, lo scopo è quello di cercare un più ricco ed adeguato vocabolario fisico, capace di corrispondenza con i fenomeni intenzionali.)<br />
Per tutti questi motivi, dividerò le mie considerazioni in due paragrafi. Nel primo, cercherò di descrivere il concetto di “coscienza” tramite la terminologia e l’argomentazione classica della filosofia. In un secondo momento tutto ciò verrà riconsiderato nell’ambito della ricerca nell’ambito della IA. In tal modo avremo tra le mani i due capi del filo del discorso e il nostro compito principale e più difficile sarà quello di unirli insieme. Se sarà possibile, per dirla con Gadamer, realizzare una convergenza degli orizzonti della conoscenza, lo verificheremo durante questa indagine.</p>
<p><strong>1. Considerazioni filosofiche</strong><br />
La “coscienza” è un concetto che difetta di una chiara spiegazione. Oakley ed Eames, per esempio, distinguono fra la semplice consapevolezza, cioè l’elaborazione dell’informazione sulla base delle rappresentazioni interne, e l’auto-consapevolezza, cioè la capacità di ri-rappresentazione &#8211; la consapevolezza di essere consapevole. Laddove Oakley ed Eames considerano la “coscienza” come equivalente alla capacità di elaborazione dell’informazione sulla base delle rappresentazioni interne, molti altri, invece, preferiscono identificare la “coscienza” con l’ “auto-consapevolezza”. La questione circa l’identità fra la “coscienza” e la “auto-consapevolezza” a me pare una mera questione di definizioni e quindi non meritevole di ulteriore indagine. Oakley ed Eames distinguono due aspetti dell’auto-consapevolezza. “L’auto-consapevolezza si presenta sotto due forme: nella forma diretta verso l’esterno essa consiste nella consapevolezza della nostra percezione del mondo esterno (compreso il nostro corpo), in quella diretta verso l’interno, invece, essa consiste nella consapevolezza dei nostri pensieri, dei nostri dialoghi interni e dei nostri sentimenti od emozioni” [Oakley ed Eames 1985, p.220].<br />
Comunque, è importante la caratteristica comune ai due aspetti dell’auto-consapevolezza, cioè la “direzionalità” che costituisce il nucleo dell’auto-consapevolezza. È oggetto specifico della mia indagine la “direzionalità” come tale, sia che si presenti verso il mondo esterno che verso il sentire interno. A mio avviso, in tutto ciò, la difficoltà principale non consiste tanto nello spiegare come faccia un oggetto fisico a porsi in riferimento con se stesso, quanto nel dare di questo fenomeno una spiegazione di carattere generale. Se riuscissimo a spiegare in qual modo la semplice materia possiede la capacità di <em>referenza</em>, non avremmo alcuna difficoltà a spiegare come essa possa riferirsi a se stessa. Hofstadter afferma: “Sembra che sia un vero enigma il fatto che la materia possegga capacità di <em>referenza</em>. Come può un pezzo di materia stare in rapporto con un qualcos’altro (senza considerare il fatto di esserlo con se stesso)?” [Hofstadter 1986, p.659]. È bene sottolineare che questa è una delle principali questioni filosofiche: come può un “soggetto” andare oltre i propri limiti e conoscere un “oggetto”<sup>1</sup> .<br />
Secondo me, la “auto-referenza” non è altro che la capacità, per chi compie l’atto del riferirsi, di trattare se stesso come un oggetto. Pertanto il problema basilare resta il come un’entità specifica, un soggetto, può riferirsi ad un’altra entità che non è lui stesso e che noi definiamo come un oggetto. La maggior parte delle persone si scervella sul problema dell’auto-referenzialità e dimentica nello stesso tempo di chiedersi cosa significhi referenza. Questo problema, per esempio, nasce nella <em>Critica della ragion pura</em> di Kant. Credo sia utile qui citare la splendida immagine che viene data di questa relazione fra soggetto e oggetto: “Noi abbiamo fin qui non solo percorso il territorio dell’intelletto puro esaminandone con cura ogni parte; ma l’abbiamo anche misurato, e abbiamo in esso assegnato a ciascuna cosa il suo posto. Ma questa terra è un’isola, chiusa dalla stessa natura entro confini immutabili. È la terra della verità &#8211; nome allettatore! &#8211; circondata da un vasto oceano tempestoso, impero proprio dell’apparenza, dove nebbie grosse e ghiacci, prossimi a liquefarsi, danno ad ogni istante l’illusione di nuove terre, e, incessantemente ingannando con vane speranze il navigante errabondo in cerca di nuove scoperte, lo traggono in avventure, alle quali egli non sa mai sottrarsi, e delle quali non può mai venire a capo” [Kant 1901, trad. it. vol. I, p.243].<br />
A seguito di quanto affermato da Kant, sorge la questione circa la possibilità di conoscere questo oceano sconosciuto che circonda il territorio del puro intelletto, così espressivamente descritto da Kant. Alla luce dello scopo di questo convegno si potrebbe formulare tale questione anche nei seguenti termini: come è possibile che una macchina manipolatrice di simboli trascenda se stessa al punto di raggiungere una qualsiasi altra cosa che non sia essa stessa. Possiamo, anche, formulare tale questione con i termini filosofici di Platone e di Heidegger. Deve essere dimostrato che la “intenzionalità” è basata sulla fondamentale capacità dell’uomo di <em>trascendere</em> la sfera della realtà. Sin dai tempi più remoti i filosofi hanno cercato di spiegare questo fenomeno e noi dobbiamo accettare a prima vista che, da un punto di vista fenomenologico, la “trascendenza” fa parte del tradizionale vocabolario della filosofia.<br />
Più che ad ogni altro approccio sistematico a questo problema, si deve alla filosofia classica l’interpretazione dell’uomo come un essere capace di oltrepassare i confini di un sistema formale e chiuso. Sicché il termine “trascendenza” è associato ad una visione decisamente non meccanicistica dell’uomo. Con il termine “trascendenza” si vuole, inoltre, indicare una caratteristica ontologica fondamentale dell’essere umano: la libertà. Questo concetto, dunque, differisce totalmente da quello di operatività delimitata che si applica ai sistemi meccanici. Ed, inoltre, la trascendenza non ha nulla a che fare con l’inevitabile rigida interconnessione dei componenti di un sistema meccanico.<br />
D’altro canto si può evidenziare una strana forma di ambivalenza presente nella filosofia: paradossalmente, nel perseguire la “trascendenza” si ha come risultato la perdita di ciò di cui si va alla ricerca; non si consegue l’apertura a cui si tende ed il mondo si presenta come una specie di mondo-macchina.<br />
Questa ambivalenza è riscontrabile nella filosofia di Platone. Nella filosofia platonica troviamo la “<em>epekeina tes ousias</em>”, che consente agli esseri umani di porsi in relazione con un altro mondo, ma che, a sua volta, verrà cancellata dal tentativo di Platone di dare una spiegazione filosofica di questa trascendenza. Tutto ciò lo possiamo rilevare dal seguente brano di Platone nella <em>Repubblica</em> [507e]:</p>
<blockquote><p>«Nonostante la vista, come ritengo, risieda negli occhi e colui che li possiede voglia farne uso, anche se gli oggetti sono colorati, in assenza di un terzo elemento indispensabile tu sai che la vista nulla vedrà, neppure i colori.»<br />
«Di quale elemento parli?»<br />
«Di ciò che tu chiami luce» risposi.</p></blockquote>
<p>Queste considerazioni di Platone possono essere riformulate in termini filosofici moderni nel modo seguente. Nel descrivere l’atto intenzionale con termini adeguati dobbiamo evitare due interpretazioni errate. Da un lato, non bisogna confondere l’<em>intentum</em> (ciò che si vuol spiegare, si percepisce, si vede e così via) con l’oggetto cui ci si riferisce. Secondo Frege l’<em>intentum</em> non è il nome dell’oggetto a cui ci si riferisce ma è il nome del suo <em>Sinn</em> [Frege 1980, p.41]. Per capirci facciamo un semplice esempio. Un alcolizzato che “vede” topi bianchi in una stanza, in cui abbiamo liberato alcuni esemplari di topi bianchi, non vede gli stessi oggetti ai quali noi ci riferiamo. D’altro canto, non possiamo affermare che egli non veda nulla. Di modo che l’oggetto di riferimento non è identico a quello verso cui tende l’atto intenzionale. Da quanto detto consegue, incidentalmente, che il test di Turing è uno strumento inadeguato per consentirci di decidere se le condizioni di un atto intenzionale siano soddisfatte o meno. D’altronde, non possiamo spiegare la direzionalità dell’atto intenzionale con il solo spostare l’<em>intentum</em> nella sfera del nostro sentire soggettivo. In tal caso, non saremmo in grado di distinguere fra chi ha soltanto delle allucinazioni e chi, invece, si riferisce ad oggetti realmente esistenti.<br />
Laddove la filosofia analitica cerca di risolvere il dilemma introducendo il <em>Sinn</em> come costrutto teorico, Platone, invece, cerca un fondamento ontologico della direzionalità dell’atto intenzionale. Egli lo trova nella luce. Né l’oggetto di riferimento, il colore, né la percezione localizzata nell’occhio riescono a spiegare la nostra capacità di vedere un colore, a meno che non consideriamo un terzo elemento: la luce. Bisogna notare che la luce svolge anche una funzione mediatrice nella teoria delle idee di Platone. La partecipazione (<em>methexis</em>) del mondo dei <em>sensibilia</em> al mondo <em>noetico</em> è assicurata dalla luce. Solo tramite la luce le idee risplendono, quindi partecipazione vuol dire risplendere. Lo stato ontologico delle idee di Platone resterebbe poco chiaro senza una fondata interpretazione filosofica del concetto della luce in Platone. Sarebbe del pari poco chiara la mediazione dell’“occhio” (il soggetto dell’atto intenzionale) e del colore (l’<em>intentum</em>).<br />
Nella <em>Repubblica</em> di Platone troviamo la c.d. <em>idea thou agathou</em>, l’idea somma nella scala gerarchica delle idee, che illumina tutte le altre idee. Per capire lo stato ontologico delle idee (cioè se siano solo pensieri della nostra mente oppure facciano parte di una qualche realtà distinta) dobbiamo innanzitutto indagare sulla natura di questa suprema idea di Platone. Nella <em>Repubblica</em> [509b] leggiamo: “Allo stesso modo si può dire che il bene non solo dà alle cose intelligibili il dono di essere conosciute, ma anche l’esistenza e l’essenza, quantunque il bene non si identifichi con l’essenza, ma sia superiore anche a questa per dignità e potenza”.<br />
Innanzitutto bisogna notare che il termine greco <em>ousia</em> viene tradotto con <em>essenza</em>, mentre il termine <em>einai</em> è tradotto con <em>essere</em>. Questa distinzione è cruciale. L’idea suprema non va al di là della <em>einai</em> (esistenza), mentre trascende la <em>ousia</em> (essenza). Da ciò consegue che il bene <em>esiste</em> (cioè <em>non</em> è al di là dell’essere) ma non ha alcuna essenza. Possiamo solo dire <em>che</em> è ma non <em>che cosa</em> è. Tuttavia per capire questo strano stato ontologico dobbiamo tener presente una X che si suppone essere ma non essere qualcosa di specifico. Ovviamente dire che una X <em>è</em> significa sempre che essa appare come un <em>che cosa</em> è. Da ciò possiamo concludere che il bene <em>deve</em> apparire nella molteplicità delle cose, ed in tal modo si opera il passaggio da Platone al neoplatonismo.<br />
Il significato dell’“essere” dell’idea suprema di Platone lo si può rinvenire in uno dei dialoghi platonici più speculativi, il <em>Parmenide</em>. Qui, ancora una volta, Platone indaga sullo stato ontologico delle sue idee. In questo dialogo la questione dibattuta riguarda la relazione fra l’<em>Uno</em> e il <em>Molti</em>. Ogni idea è in un certo senso un uno, e molte cose partecipano di questo <em>uno</em>. Nella parte introduttiva del dialogo viene respinto il concetto dell’idea come una vela che copre tutte le cose che di quella idea partecipano. Da questa considerazione consegue che la partecipazione tra l’<em>uno</em> e il <em>molti</em> non può essere intesa in un senso obiettivo e concreto. Dunque, sarebbero male intese le idee di Platone se le interpretassimo come un secondo mondo di oggetti separato da quello del mondo reale. Il cosiddetto approccio “platonico” nell’interpretare i concetti universali come sostanze (per esempio la interpretazione della <em>cavallinità</em> come un qualcosa che esiste separatamente dai singoli cavalli) ha <em>niente</em> a che fare con la interpretazione di Platone dello stato ontologico delle sue idee. Dopo aver escluso che la partecipazione sia simile alla relazione esistente fra una vela e un certo numero di uomini da essa coperti, Platone discute un’altra interpretazione delle sue idee che, nella filosofia moderna, è conosciuta come approccio neo-kantiano, cioè le idee sono solo pensieri con nessuna particolare esistenza se non nelle nostre menti. Ma anche questo punto di vista viene respinto. Pertanto Platone inizia la discussione in un modo più generale partendo dalla relazione fra l’<em>Uno</em> e il <em>Molti</em>. Con l’<em>Uno</em> si intende l’unità originale di Parmenide dalla quale deriva la molteplicità di tutte le idee &#8211; come il bene è all’origine dell’esistenza e dell’essenza delle cose. Se riusciamo a spiegare adeguatamente questa relazione di tipo generale, potremo anche capire la ulteriore e derivata partecipazione delle cose alle differenti idee (che, a loro volta, partecipano all’<em>Uno</em> originale). Spiegare la relazione fra l’<em>Uno</em> e il <em>Molti</em> significa trovare la chiave per capire la partecipazione in generale.<br />
Questa relazione viene discussa dialetticamente considerando le conseguenze derivanti dal supporre reciprocamente se l’<em>Uno è</em> o se l’<em>Uno non è</em>. In un primo momento, nell’espressione se l’<em>uno è</em> viene posto l’accento su l’<em>Uno</em>. Conseguenza di ciò è che l’<em>Uno</em> non è. Infatti “essere” implica “essere qualcosa” ed “essere qualcosa” implica una molteplicità, perché per essere qualcosa si deve essere qualcosa di specifico. Se invece l’accento viene posto sull’essere dell’<em>Uno</em>, cioè l’<em>uno se è</em>, ne consegue che è un insieme di parti e pertanto non è più <em>Uno</em> ma una molteplicità. La soluzione del dilemma viene dalla spiegazione che l’<em>Uno</em> se è, è nel momento (<em>to exaiphnes</em>) in cui viene in essere. Il momento è il passaggio da uno in molti e da molti in uno. Solo il salto da uno a molti può risolvere il paradosso: divenendo <em>Uno</em> cessa di essere molti (il che significa che cessa di essere “<em>un qualcosa</em>”), e quando diviene molti, cessa di essere <em>Uno</em>. In altre parole: lo stato ontologico appropriato dell’<em>Uno</em> è il momento. “&#8230;imperocchè esso par che significhi trapassamento d’un che in altro. [...] L’uno, dunque, se sta e si muove, passa in una o in altra condizione; imperocchè solo a questo modo potrebbe egli fare tutte e due le cose” [<em>Parm.</em>, XXXV].<br />
Da quanto fin qui detto possiamo trarre le seguenti preliminari conclusioni: l’idea suprema, concepita come un essere che è al di là dell’essenza, non è in alcun modo scollegata da tutte le altre cose che da essa sono derivate. Quindi dobbiamo interpretare la stato ontologico del Bene in maniera dinamica: il Bene può esistere solo passando nella moltitudine di tutte le cose esistenti al mondo. Ciò comporta che il Bene non ha un tipo di esistenza autonoma, separata. Il suo destino (<em>moira</em>) è quello di mostrarsi in tutte le altre cose. Questo mostrarsi avviene in modo necessariamente matematico. È convincente il fatto che Platone attribuisca a questo modo di apparire il termine <em>mathesis</em>. Le funzioni matematiche fanno da intermediarie fra la <em>noiesis</em> e la <em>aisthesis</em>. È quindi accettabile quanto si suppone abbia affermato il neoplatonico Proclo: “<em>Ho theos aei geometrai</em>”.<br />
Tuttavia in questo dialettico intrecciarsi del Bene con le altre cose, il Bene cessa di essere qualcosa di trascendente rispetto al mondo. Nel tentativo di comprendere filosoficamente la natura del Bene perdiamo la sua caratteristica di essere al di sopra di tutte le altre cose. Pertanto ripeto quanto detto dianzi: nel perseguire la “trascendenza” (cioè l’apertura dell’uomo) si ha come risultato che con l’annullarsi della stessa non si raggiunga neanche quell’apertura a cui si tendeva &#8211; il mondo deve essere quindi considerato come una specie di mondo-macchina. In altre parole: durante la dialettica intermediazione del bene che è la <em>epekeina tes ousias</em> con il <em>kosmos ton eidon</em>, cioè il mondo delle idee, la<em> idea thou agathou</em>, cioè il Bene, non riesce a compiere ciò per cui è stato concepito, vale a dire, far apparire tutte le cose alla luce della suprema, trascendente idea. Usando una terminologia a noi più vicina, possiamo dire che la parabola platonica del sole riesce ben poco a spiegare il nostro comportamento intenzionale. Non è capace di spiegare come sia possibile il riferirsi di un soggetto ad un mondo <em>estern</em>o. Platone utilizza il metodo dialettico per mostrare come uno e molti entrano in relazione, ma, così facendo, annulla la loro reciproca indipendenza.<br />
Di seguito mostrerò in che modo Heidegger cerca di risolvere questo paradosso. Mediante il suo approccio si riesce ad approfondire la natura di questa strana trascendenza, che la filosofia platonica ha invano cercato di spiegare, e che è il presupposto della nostra capacità di relazione con quel che è fuori di noi stessi.<br />
Per Heidegger, la “intenzionalità” si fonda sulla capacità degli esseri umani di “tendere al nulla” [(<em>sich Hineinhalten in das Nichts</em>) Heidegger 1978, p.114]. Heidegger per mezzo di questa specifica caratteristica umana supera la dicotomia soggetto/oggetto e a volte paragona questa caratteristica alla <em>epekeina tes ousias</em> di Platone. Ma quanto proposto da Heidegger è totalmente differente dal Bene di Platone: la descrizione heideggeriana del tendere della mente umana va molto al di là dell’idea suprema platonica: mentre quest’ultima non trascende in alcun modo l’essere, Heidegger, al contrario, interpreta il tendere della mente umana come una capacità di raggiungere il nulla che, a sua volta, significa che la mente umana trascende l’essere. Comunque, il concetto heideggeriano del Nulla è stato oggetto di critiche. Ma allo stesso tempo dobbiamo sottolineare che, se noi attacchiamo il concetto del nulla basandoci sul fatto che il termine “nulla” come usato da Heidegger rappresenta un cattivo uso del linguaggio e al contempo viola le regole della logica formale, saremmo noi a commettere un errore categoriale, e cioè pretendere che Heidegger riformuli il suo pensiero in termini di logica formale. Noi non possiamo, <em>prima facie</em>, rigettare ciò che innanzitutto deve essere investigato, cioè che quel concetto di Heidegger rivela un qualcosa che è qualitativamente differente da ciò che può essere formulato in uno specifico e ristretto vocabolario.<br />
Queste preliminari considerazioni evidenziano che, nel discutere di una possibile automatizzazione della mente, non si può prescindere dalle differenti posizioni che si rinvengono nella tradizionale metafisica. Ma a cosa vuol giungere Heidegger con la descrizione della mente che trascende al Nulla? Innanzitutto il suo scopo è quello di evitare il dilemma di Platone: raggiungere il Bene quale essere che trascende l’essenza, significa coglierlo in uno stato di dipendenza dalla realtà, con la conseguenza che non è capace di colmare l’apertura della mente umana. Ma quale risposta a questo dilemma viene da Heidegger? Egli afferma che la mente umana non è in grado di porsi in relazione né con un mondo esterno né con se stessa, se non trascende al nulla, in altre parole, se non fa l’esperienza della propria morte. Nel porci in relazione con la nostra morte, non solo sperimentiamo ciò che è delimitato dalla nostra vita quotidiana (che, a sua volta, è originata dai nostri affari e interessi soggettivi), ma, per di più, ci rendiamo conto che vi è qualcosa di esterno e di indipendente dai nostri costrutti sociali e culturali. Pertanto, Heidegger con il suo <em>Hineingehaltenheit in das Nichts</em> fornisce alla mente il modo per incontrare un autonomo mondo esterno, per incontrare ciò che Kant nella <em>Critica della ragion pura</em> definisce regno dei <em>noumena</em>. Nella nostra esperienza della morte il vento che ci sospinge è ben lungi dall’essere solo il motore del nostro navigare, ma ha un significato che non è riducibile a quello che è il nostro ingenuo mondo sensoriale, l’<em>Umwelt</em> [cfr. von Uexküll 1974]. È essenziale intendere il <em>Hineingehaltenheit in das Nichts</em> non come qualcosa di esterno alla nostra mente, ma, al contrario, come qualcosa di intrinseco alla mente. Solo se la mente è costituzionalmente in sé divisa, essa può avere la possibilità di andar oltre quei confini posti da Kant e di acquisire una certa conoscenza del kantiano regno dei <em>noumena</em>. Per capire il perché le cose stiano in questo modo è necessario riflettere attentamente sui seguenti punti.<br />
Ogni discussione intorno al <em>qualcosa</em> che è esterno alla mente è possibile solo nell’ambito di un discorso in cui la mente, in un certo senso, è ciò su cui essa riflette. Questo è in accordo con l’antica parabola dell’occhio che non potrà mai vedere il sole se non è, in un certo qual modo, esso stesso il sole. Noi possiamo comprendere solo ciò che noi stessi siamo. Secondo Heidegger, la nostra esistenza è sempre essere-nel-mondo sin dal principio. Cosa vuol significare ciò per il nostro tentativo di individuare una trascendenza <em>esterna</em> alla mente? Qui sorge il seguente dilemma: nel caso in cui ciò che è esterno alla mente si debba interpretare ontologicamente come un qualcosa di completamente differente dalla mente, in tal caso avremmo un qualcosa di trascendentale da paragonare al famoso coleottero di Wittgenstein chiuso in una scatola che nessuno può aprire [cfr. Wittgenstein 1969b, p.403]. Questo coleottero non sarebbe neanche un qualcosa, non farebbe parte in nessun caso del gioco linguistico. D’altro canto, se noi siamo in grado di comprendere solo ciò che noi siamo, non possiamo neanche parlare di ciò che è al di fuori della nostra conoscenza. Pertanto, io vedo una sola possibilità di sfuggire a tale dilemma: ciò che è esterno alla mente deve essere una parte costitutiva della mente in un modo tale che non è completamente accessibile alla mente umana. Ciò che Kant ha bandito dal regno dei <em>fenomen</em>i, cioè i <em>noumeni</em>, devono essere inculcati nell’uomo in un modo tale da essere un suo costituente ontologico che, tuttavia, non può essere mai afferrato appieno dalle sue capacità intellettuali. In altre parole: la mente umana deve essere in sé divisa. Solo se la mente è in sé divisa possiamo spiegarci quel nostro sentire che vi è sempre qualcosa “lì fuori”, qualcosa che non può essere una mera creazione delle nostre rappresentazioni interne del mondo. In poche parole: la dicotomia soggetto/oggetto si rivela come una estrapolazione di una divisione che è insita in noi stessi.<br />
Io penso che Heidegger con la sua terminologia voglia dire esattamente ciò. Gli esseri umani <em>sono-nel-mondo</em> sin dal principio perché essi sono caratterizzati come esseri che portano nel proprio modo di esistere una differenza ontologica fra il “nulla” da un lato e tutta la realtà dall’altro lato. Dal momento che un essere umano può dare una interpretazione semantica dei simboli manipolati sintatticamente solo mediante la referenza ad un autonomo mondo esterno, accade che, come dice Heidegger, la semantica trova fondamento nell’ontologia dell’essere umano.<br />
Questa condizione di essere in sé divisi che gli uomini sperimentano come un abisso presente in loro stessi può essere interpretata con un’altra riformulazione di quanto affermato da Heidegger secondo il quale gli esseri umani portano sempre dentro di sé una parte del nulla &#8211; c’è sempre qualcosa “lì fuori” che non ancora è raggiunto ma che ontologicamente costituisce l’esistenza dell’uomo. Quanto detto sul <em>Hineingehaltenheit in das Nichts</em> è anche applicabile a questo “non ancora”: esso può essere usato come un fondamento ontologico della semantica.<br />
Tuttavia il <em>non ancora</em> di Heidegger può essere interpretato in due modi. Secondo una prima interpretazione, il <em>non ancora</em> vuol indicare una permanente iterazione dello stato effettivo di una macchina quale può essere descritto in dato momento. Heidegger con il suo concetto del <em>non ancora</em> non vuol indicare una estrapolazione dello stato effettivo di una macchina quale è descrivibile in un dato momento, bensì vuole indicare uno stato ontologico qualitativamente differente che è al di là della sfera di tutte le iterazioni del presente. Secondo quanto dice Heidegger, noi commetteremmo un errore categoriale se pensassimo, con la sola addizione di successive meta-macchine, di costruire una macchina che riesca a raggiungere quel territorio sconosciuto che Kant ha posto fuori del regno della ragione pura e che Heidegger vuole riconquistare con la sua descrizione dell’uomo quale essere tendente al Nulla. Non è il caso di impegnarsi in una tale problematica, né voglio essere coinvolto in discussioni su Gödel e sul problema matematico dell’infinito. Secondo il punto di vista di Heidegger il motivo per cui la semplice iterazione degli stati attuali di una macchina non fornirà mai una esaustiva descrizione della trascendenza non dipende dal fatto che la macchina non sia in grado di ricomprendere l’infinito, bensì è dovuto al fatto che il significato di questa trascendenza è qualcosa di categorialmente differente da una macchina intenta a svolgere gli infiniti passi di una iterazione. Devo evidenziare che queste considerazioni rientrano in una provvisoria interpretazione del pensiero di Heidegger che avrebbe bisogno di un’analisi più accurata. Ho sempre cercato un esempio adeguato della trascendenza heideggeriana in opposizione ai semplici processi iterativi, ma temo di poterne fornire uno molto semplice. Potremmo esemplificare la differenza che ci interessa ricorrendo alla differenza esistente fra una serie di istantanee e il movimento che con esse si suole rappresentare. Una iterazione di un enorme numero di istantanee non sarà mai il movimento. Così alla fine arriveremmo al punto in cui chiederci che cosa è mai il movimento. Sappiamo tutti il modo in cui questo problema fu inizialmente affrontato in filosofia, cioè con i paradossi di Zenone. Ma sappiamo, anche, come questo problema fu risolto da Aristotele. Esso fu semplicemente risolto con l’introduzione della categoria del movimento. Allo stesso modo, Heidegger ha introdotto una nuova categoria per risolvere il problema della intenzionalità (coscienza) e della trascendenza. Egli nomina questa nuova categoria: “Existenz”. A causa di questa nuova categoria un essere umano è capace di essere nel mondo sin dal principio, ed è capace di trascendere. Secondo Heidegger si incorrerebbe in un errore categoriale se sostituissimo il concetto di “Existenz” con quello di “Vorhandenheit” &#8211; cioè lo <em>status</em> ontologico di tutte quelle cose la cui esistenza nel mondo è derivata dall’esistenza dell’uomo il quale, per la sua intrinseca apertura, è nel mondo sin dall’inizio. Heidegger imputa questo errore a tutti i metafisici &#8211; e, per quanto ci riguarda, a questi dobbiamo aggiungere gli ingegneri dell’IA. Gli esseri umani sono, in questo senso, differenti da tutte le altre cose del mondo (compresi gli animali), dal momento che portano dentro se stessi il “non ancora” &#8211; il senso di nullità è parte costitutiva di loro stessi. Pertanto, lo <em>status</em> ontologico degli esseri umani &#8211; e solo degli esseri umani &#8211; è, secondo il pensiero di Heidegger, un tipo intrinseco di apertura che il filosofo definisce temporalità.<br />
Soltanto perché un essere umano è aperto al futuro sin dall’inizio egli potrebbe, in un senso <em>derivato</em>, andare oltre le sue correnti rappresentazioni del mondo. Lo status ontologico di un essere umano potrebbe essere interpretato solo in un senso temporale. La nostra capacità di tendere al nulla può essere anche rintracciata in questa temporalità. Il “Nulla” non è oggettivizzabile, come nel caso della idea suprema di Platone, esso, al contrario, vuole significare un evento che accade quando l’uomo fa l’esperienza del Nulla. Ma Heidegger da cosa trae la convinzione che l’apertura di un essere umano al futuro non può essere simulata da una macchina che vada, fase dopo fase, oltre il suo effettivo stato? Perché Heidegger è convinto che la temporalità di un essere umano è qualcosa di qualitativamente differente dalle modificazioni temporali che subiscono gli eventi nella realtà?<br />
A questo punto dobbiamo formulare alcune osservazioni e cercare di trovare una autonoma soluzione per questa trascendenza. Di seguito cercherò di mostrare come la concezione heideggeriana del “Nulla”, nel cercare di descrivere la “trascendenza” inerente agli esseri umani, incorra nello stesso dilemma dell’approccio platonico all’idea suprema: trattando il “Nulla” come una entità che può essere filosoficamente raggiunta e compresa (nel tendere al Nulla gli esseri umani, secondo Heidegger, supererebbero qualsiasi cosa che sta al di fuori della loro effettiva condizione esistenziale) significa che esso non è più qualcosa alla quale non ancora si è arrivati e, quindi, l’apertura ad ulteriori sviluppi non è più un punto controverso. In altre parole: nel prefigurarsi la morte, così come Heidegger descrive tale fenomeno in <em>Sein und Zeit</em> [Heidegger 1972], la morte stessa cessa di essere qualcosa di alieno e di non trattabile dal punto di vista filosofico. In <em>Beiträge zur Philosophie</em> [Heidegger 1989], uno dei suoi ultimi scritti, Heidegger sottolinea il fatto che, secondo il suo punto di vista, la morte può essere dominata dalla filosofia. Nel cercare di dominare la morte per mezzo della filosofia un essere umano può superare tutte le limitazioni a cui potrebbe essere soggetto. Avanzando verso la frontiera più lontana della nostra esistenza &#8211; cioè il nulla &#8211; e trattando questo confine come un razionale concetto filosofico, si presume che la mente umana compia il suo passaggio intramondano in un modo tale che nulla resti che possa essere detto esterno ad essa. Scoprendo nell’esperienza della morte tutto ciò che è <em>non ancora</em>, ogni cosa che può essere definita esterna viene assorbita. Paradossalmente, nell’esperienza della morte trascendiamo tutti i possibili limiti.<br />
Tuttavia è necessario evidenziare che Heidegger estende una intuizione della nostra nullità al di là di quanto possa essere fenomenologicamente dimostrato. Faccio notare che ciò che Heidegger definisce “Nulla” non può essere dominato dalla mente umana ma resta come un residuo inspiegabile, un abisso dentro noi stessi che ci spinge ad essere sempre aperti a nuove, non ancora realizzate esperienze. Sarebbe senz’altro interessante, ma certo al di là di quanto in discussione in questo convegno, analizzare i differenti approcci filosofici al concetto di “trascendenza” e porre la questione sul come mai nell’affrontare il tema della “trascendenza” quest’ultima ci sfugga. Pertanto mi accontento delle seguenti conclusioni: dalle considerazioni filosofiche fin qui svolte e ai fini di quanto ci proponiamo di costruire abbiamo ottenuto come risultato che l’intenzionalità è basata sulla capacità di qualcosa di differenziarsi da ciò che è all’esterno. Questa distinzione a sua volta, la c.d. “Dicotomia Soggetto/Oggetto” è basata su di un’ulteriore distinzione all’<em>interno di noi stessi</em>. Nella lingua giapponese, per esempio, il termine “coscienza” vuol dire: “essere diviso in se stesso” [Kittler e Tholen 1989, p.120]. Questa distinzione deve essere intesa in senso dinamico, cioè quella parte di noi stessi che non può mai essere colta nelle nostre rappresentazioni del mondo sensoriale e che non è accessibile alle riflessioni filosofiche risulta essere soggetta a cambiamenti continui. Se cerchiamo di individuarla mediante spiegazioni sul cosa è o potrebbe essere, in quello stesso momento essa si rivela essere differente da ciò che avevamo supposto fosse. È proprio l’incapacità di conseguire esaustivamente il significato della trascendenza insita in noi che ci mette in grado di essere aperti a nuove esperienze. Il fiasco della metafisica tradizionale sta nel fatto che ha distrutto questa apertura dell’uomo proprio mediante il processo della sua ricerca e comprensione. Ma là dove i metafisici hanno fallito nel loro tentativo, gli ingegneri dell’Intelligenza Artificiale potrebbero riuscire nello scopo, cioè trasformare il materiale in mentale.</p>
<p><strong>2. Implicazioni per l’ingegnere della IA</strong><br />
La descrizione filosofica dell’intenzionalità deve essere chiarita: deve essere riformulata con termini più adeguati, in modo da poter descrivere un artefatto che includa l’intenzionalità. Per spiegare come sto procedendo nella mia discussione, porto come esempio il modo di operare per costruire una galleria. Fino a questo momento abbiamo provveduto al primo ingresso, ora dobbiamo aprire il secondo ingresso, cioè riscrivere con i termini della IA quanto detto in termini filosofici. Se poi saremo riusciti a creare una corrispondenza fra i due ingressi, questo sarà oggetto di una discussione successiva. Come già ho avuto modo di dire, il problema principale è quello di decidere quale sia un adeguato vocabolario per descrivere la nostra intuizione fenomenologica dell’intenzionalità.<br />
Innanzitutto bisogna intraprendere una critica della c.d. “teoria rappresentazionale del significato”. La domanda è: questa teoria cosa cerca di spiegare? Essa cerca di spiegare in che modo un sistema, che elabora simboli su base di regole sintattiche, riesca a capire questi stessi simboli. In poche parole: come possiamo passare dalla sintassi alla semantica? La teoria in questione fornisce la seguente risposta: i processi mentali sono manipolazioni regolate di strutture simboliche che, a loro volta, sono interpretate come rappresentazioni di qualcos’altro. La referenza di un soggetto <em>S</em> ad un oggetto <em>O</em> viene spiegata dalla teoria rappresentazionale in questo modo: il soggetto S è in uno stato mentale “O” che rappresenta <em>O</em> per <em>S</em>. Questa spiegazione non regge. Infatti essa utilizza un concetto semantico indefinito, cioè il concetto di rappresentazione. La teoria rappresentazionale non fornisce una risposta alla questione fondamentale della semantica, cioè sul come ad un segno venga assegnato un significato.<br />
È proprio l’uso semplicistico del termine “rappresentazioni” nel contesto delle strutture simboliche di un computer che fa sorgere aspettative nei ricercatori della IA e che nel contempo non è riscontrabile a livello tecnologico. Più precisamente, sono Io come osservatore di un computer che assegno un significato ai simboli che vengono automaticamente, cioè “alla cieca”, elaborati da un tale sistema. Se mi attengo a questa interpretazione cado vittima dell’erronea presunzione che il computer capisca, in ogni senso, i segni che manipola. La semantica di una macchina elaboratrice di simboli è dunque sempre “delegata”, e il trasferire ad una macchina le capacità interpretative di un osservatore comporta immediatamente una fallacia logica. Haugeland ha definito questo problema come il “mistero del significato originale” [Haugeland 1985, p.119]. Anche se un <em>S</em> si riferisce ad un “<strong>O</strong>” e “<strong>O</strong>” rappresenta <em>O</em> per<em> S</em>, resta da dimostrare che lo stesso computer usi “<strong>O</strong>” per riferirsi ad <em>O</em>, dal momento che diversamente dovremmo essere accusati di appropriazione indebita di un concetto. In altre parole, il significato non è una proprietà inerente alle forme simboliche materializzate o alle strutture simboliche insite in un computer. Per avere la capacità di referenza il computer deve trovarsi in uno stato intenzionale. Questo vuol dire che il problema del significato originale (non derivato) è strettamente connesso alla questione sul che cosa consenta ad un artefatto di trovarsi in uno stato intenzionale.<br />
Alla luce di quanto fin qui detto, il dilemma centrale della teoria rappresentazionale del significato si può riassumere nel modo seguente. Anche la interpretazione di certe strutture fisiche come simboli presuppone una teoria in grado di spiegare come possa il computer riferirsi a qualcosa. Il fatto che si possa insegnare a qualcuno il significato dei simboli presuppone che questi abbia padronanza del linguaggio. Ciò, a sua volta, comporta che ogni tentativo di soluzione del problema del significato e della referenza a <em>livello simbolico</em> innesca un circolo vizioso. Un esempio può illustrare quanto detto. Molti anni fa, cercavo di indicare al mio cane il punto verso il quale avevo lanciato un legno, ma invece di guardare verso il punto che gli indicavo, il cane volgeva lo sguardo dalla punta delle mie dita verso la mia spalla.<br />
A questo punto si può dire che ogni spiegazione del significato e della referenza dovrà essere fatta ad un livello non-simbolico. Tuttavia, negli ultimi anni è diventato una specie di moda il passare dal non-simbolico al sub-simbolico. Per cui, è pertinente chiedersi come sia possibile rendere i simboli “denotativi” implementandoli a livello sub-simbolico, per esempio in una rete neurale.<br />
È bene innanzitutto fare un’osservazione preliminare. Il problema della inesplicabilità della rappresentazione ad un livello simbolico può essere affrontato solo se il livello implementazionale non presenta alcuna referenza ad una qualsiasi rappresentazione simbolica; questo è quanto avviene nel caso dei sistemi distribuiti. Le reti con rappresentazioni a livello locale assegnano certe entità dell’oggetto spazio alle singole unità di elaborazione. Di regola le reti accettano le informazioni relative alle unità di ingresso in una forma libera dal contesto, altrettanto accade per le unità di uscita. Le reti comunemente usano rappresentazioni <em>simboliche</em> sia a livello dei loro ingressi che delle loro uscite, il che porta a chiederci: come può una rete evitare di usare l’intervento interpretativo di un osservatore esterno che attribuisce la propria semantica al sistema? In altre parole, si può far rientrare il significato e la referenza fra le intrinseche proprietà del sistema? Alla luce di quanto fin qui detto sembra presentarsi la seguente soluzione: invece di porre, fra i livelli di <em>input</em> ed <em>output</em>, un osservatore al quale spetterebbe l’interpretazione semantica dei processi in atto, si dovrebbe progettare un sistema capace di comunicare direttamente con l’ambiente circostante. Eliminiamo del tutto l’osservatore della rete! Questo tipo di sistema riceverebbe dati fisici dipendenti dal contesto solo ad un più elevato livello di descrizione da sottoporre poi ad interpretazione.<br />
L’intuizione del filosofo, circa il fatto che non saremo mai in una posizione tale da afferrare a pieno il potenziale di significato dei simboli (la nostra capacità di riferirci a qualcosa), ma che anzi dovremo accettare ciò sin dall’inizio come una condizione <em>a priori</em>, potrebbe essere interpretata, da un sistema basato sull’approccio dianzi formulato, nei seguenti termini: la ragione più profonda della nostra incapacità di spiegare a qualcuno come il significato viene in essere deriva dal fatto che tutte le nostre spiegazioni sono intimamente collegate al livello simbolico, tuttavia i nostri stessi simboli sono collegati al mondo delle cose solo ad un livello non-simbolico. “Referenza”, “Denotazione”, “Significato” dovrebbero quindi essere collocati ad un livello inaccessibile ad una analisi in termini di concetti collocati ad un livello superiore del processo cognitivo.<br />
Searle in un recente articolo pubblicato in<em> Scientific American</em> [Searle 1990] ha portato degli argomenti contrari al tentativo di realizzare in un robot un’architettura connessionistica fornita di una conoscenza dell’ambiente circostante. Le obiezioni portate da Searle all’approccio simbolico della IA con il ben noto argomento della “Stanza Cinese”, vengono trasferite ai sistemi di reti neurali. Come tutti sanno, l’argomento della “Stanza Cinese” cerca di indagare sulla possibilità di ascrivere stati intenzionali ad un computer che manipola simboli ponendosi al posto del computer. Al contrario di quanto accade col <em>test</em> di Turing nel quale le capacità mentali della macchina vengono dedotte dal punto di vista di una terza persona, nel <em>test</em> di Searle la persona identifica se stessa con le operazioni svolte da un programma di IA in modo da provare da questo punto di vista che il programma, per mezzo di una mera manipolazione di simboli, non comprende affatto il cinese. Per poter trasferire queste sue obiezioni alle reti neurali, Searle trasferisce il suo <em>Gedankenexperiment</em> dalla “Stanza Cinese” ad una “Palestra Cinese”. In pratica, invece di ricorrere ad un solo agente, egli ci presenta una palestra con molte persone che effettuano le stesse operazioni svolte dai nodi e dalle sinapsi di una rete neurale. Ma anche in questo caso, Searle perviene alle stesse conclusioni tratte dall’argomento della “Stanza Cinese”: nessuno nella palestra capisce il Cinese. Tuttavia, pur trasferito dalla “Stanza Cinese” ad una “Palestra Cinese”, l’esperimento di Searle mostra tutta la sua debolezza gnoseologica.<br />
Si possono avanzare due diversi argomenti:<br />
1) La conoscenza e gli stati intenzionali sono proprietà di quel livello di descrizione nel quale i simboli stanno come segni per la referenza. Pertanto essi non possono, di principio, essere collocati a quel livello esplicativo che è responsabile della costituzione dei simboli. Di conseguenza si incorre in un errore categoriale collocando una conoscenza di soggetti intenzionali a livello di nodi e sinapsi di un’architettura connessionistica. Una conseguenza di tale errore sarebbe la scoperta di uno spirito in una macchina come è stato descritto da Ryle in <em>The Concept of Mind</em>. Se fossimo tentati di introdurre il comportamento intenzionale al livello in cui la intenzionalità deve essere spiegata &#8211; come ha fatto Searle nella sua “Stanza Cinese” &#8211; saremmo poi costretti a spostare di un livello la spiegazione. Da tutto ciò deriverebbe un regresso all’infinito in cui degli <em>homunculi</em> delegano la spiegazione dell’intenzionalità a quello successivo.<br />
2) Anche Searle ammette che nel caso del robot vi è qualcosa di più della semplice manipolazione di simboli formali tuttavia, al contrario, vi sono anche alcuni tipi di relazioni causali con il mondo esterno. Il suo argomento contrario all’esempio del robot si basa sul fatto che anche con l’aggiunta di specifiche relazioni causali fra il robot ed il mondo esterno (per esempio, applicare una telecamera e far muovere le braccia e le gambe del robot), quest’ultimo non è affatto in uno stato intenzionale, perché, anche così, le informazioni fornite al programma del robot provengono dal mondo <em>esterno</em> e non sono oggetto di diretta conoscenza del programma. Tale argomento è applicabile solo alle architetture connessionistiche che acquisiscono le loro informazioni in una <em>forma simbolica</em>. La critica di Searle alla risposta del robot si fonda solo sulla presunzione della presenza di un osservatore umano tra la rete e l’ambiente circostante. Una tale mediazione può essere omessa se il sistema riceve l’informazione in una forma inaccessibile al ragionamento simbolico.<br />
Bisogna ammettere che tale spiegazione non risponde alla questione principale che ci è dinanzi allorché indaghiamo sulle basi teoriche della semantica. Come ho già avuto modo di dire nel discutere l’aspetto filosofico della questione in esame, quella parte di noi stessi, che non si riesce mai a comprendere in pieno a livello del nostro pensare per simboli, è soggetta ad un continuo cambiamento.<br />
Per quanto è a mia conoscenza, questa caratteristica di essenziale non-chiusura non pare sia la preoccupazione di fondo nell’ambito del paradigma connessionistico. Di solito i connessionisti si occupano di come insegnare ad una rete neurale un certo di tipo di conoscenza mediante un algoritmo di apprendimento. Mediante una funzione di propagazione tra le connessioni del sistema e con l’ausilio di un istruttore esterno si induce il sistema a giungere ad uno stato di configurazioni in cui alle connessioni sono assegnati pesi stabili di modo che si minimizzano le differenze fra il comportamento osservato e quello auspicato. In altre parole, ad un esame finale il sistema si troverà bloccato in un determinato stato e l’apertura ad ulteriori sviluppi non è un problema.<br />
Per esempio, da un veicolo automatico che incorpori un sistema di classificazione per individuare le differenze fra reperti geologici non ci si può aspettare che sviluppi tutto ad un tratto un interesse per la classificazione di differenti gruppi di giocatori di baseball. La mia idea, al contrario, è quella di proporre una forma più radicale di architettura connessionistica: un sistema che sia in grado di essere aperto a qualunque nuova situazione gli si presenti. Un sistema di apprendimento “non sorvegliato” può essere un modo di preparare un sistema ad essere aperto a nuove informazioni provenienti dall’ambiente circostante.<br />
Consideriamo il caso della rete neurale di Gorman e Seynowski costituita da tre livelli comprendenti un livello sensitivo e uno motorio ed una interfaccia con un ambiente reale. Tale rete è progettata per distinguere una roccia da una mina sulla base dell’<em>input</em> che riceve dall’ambiente. Bechtel e Abrahamsen attribuiscono a una tale rete una effettiva capacità di conoscenza dell’ambiente che lo circonda. Infatti essi affermano: “La rete ha imparato su questa base a distinguere fra rocce e mine. Dal momento che gli input della rete consistevano in una codificazione degli echi provenienti da rocce e mine, sembra molto plausibile considerare i suoi output come un qualcosa di relativo alle rocce e alle mine, e considerare le sue unità del livello nascosto capaci di rilevare le caratteristiche delle rocce e delle mine” [Bechtel e Abrahamsen 1991, p.128].<br />
A mio avviso, tutto ciò è fuorviante. Non sembra che per la rete esistano rocce e mine. Al contrario, la rete reagisce solo agli stimoli che riceve. A questo punto direi, invece, che solo quando vi è un livello simbolico il cui fondamento non è rinvenibile dalla rete in se stessa, allora la rete può essere in grado di correlarsi intenzionalmente a qualcosa di diverso da se stessa. A partire da questa considerazione consegue che non è molto utile il tentativo di attribuire una intrinseca capacità di conoscenza alla rete mediante l’esclusione dell’osservatore della rete in modo da eliminare unitamente il livello simbolico.<br />
Ritengo che noi conserviamo il distacco fra il livello simbolico e quello non-simbolico mediante la costruzione di un sistema ibrido nel quale un sistema simbolico è in competizione con un certo tipo di architettura non-simbolica, laddove solo quest’ultima è responsabile dell’interazione del sistema con un ambiente aperto.<br />
Il problema che nasce riguarda il come sia possibile in un’architettura connessionistica acquisire alcuni degli aspetti che caratterizzano la divisione presente nella mente umana &#8211; di cui abbiamo innanzi parlato &#8211; che ci mette in grado di porci in relazione con un mondo esterno (coscienza). Considerando che non siamo capaci di comprendere le nostre (non concettuali) sensazioni al livello del nostro pensare per simboli, dobbiamo chiederci se sia possibile sostituire queste sensazioni col nostro sentire che vi è sempre un qualcosa che “sta lì fuori”, il che non sarebbe altro che una diversa formulazione del termine “trascendenza” di cui abbiamo parlato nell’ambito dell’aspetto filosofico della questione in esame.<br />
Una possibile risposta a tutto ciò potrebbe venire dalla costruzione di un qualcosa che potremmo definire computer “schizofrenico”: in tal caso il termine “schizofrenia” indicherebbe la divisione fra livello simbolico e livello sub-simbolico. Le sensazioni, per esempio, sono pezzi di informazione acquisiti direttamente a livello sub-simbolico e inaccessibili per una spiegazione a livello simbolico. In un certo senso noi non “comprendiamo” mai le nostre intuizioni, ma le usiamo per reagire all’ambiente che ci circonda. Ciò nonostante, vi è un solo sistema, e le sue due differenti architetture sono responsabili delle diverse capacità del sistema stesso. Il pensare secondo logica, una semantica composta, il trattamento di proposizioni, tutto ciò può essere fatto solo ad un livello simbolico. Il sistema, operando solo a livello di simboli, non può mai comprendere che vi è un qualcosa “al di fuori” non afferrabile mediante i simboli. Solo la sottostante architettura non-simbolica è in grado di compiere questa operazione. Per riuscire a comprendere un mondo esterno non possiamo mettere da parte uno di quei livelli<sup>2</sup>.<br />
Una pura architettura non-simbolica non può mettersi in relazione con il mondo esterno, come si è visto nel caso del modello di Gorman e Seynowski, perché viene del tutto esclusa la distinzione fra un agente interno e un mondo esterno. Questo punto può essere meglio chiarito dalle seguenti considerazioni. La questione da affrontare riguarda il perché non è controintuitivo ricorrere ad un tale sistema diviso in due per la spiegazione dell’intenzionalità. In modo particolare per una certa tradizione filosofica la capacità di porre noi stessi in una relazione intenzionale con un qualcosa sembra che ci garantisca la capacità di comprendere il mondo come un tutt’uno. Si deve a Kant, per esempio, la interpretazione della nostra capacità di pensare come una garanzia per quella che egli chiama la “sintesi dell’appercezione”. Allora come si può collocare in una sorta di mente divisa in due l’“Io penso” che, secondo Kant, si accompagna a tutte le nostre percezioni? Torna qui utile tener da conto quanto affermato da Wittgenstein. Nel <em>Tractatus Logico-Philosophicus</em> [Wittgenstein 1969a] il filosofo afferma che è possibile conoscere il mondo come un tutto solo ponendosi, in certo senso, al di fuori del mondo. Quanto espresso da Wittgenstein può essere di aiuto per favorire la comprensione della mia interpretazione della mente come una architettura divisa in due. Secondo Wittgenstein, la possibilità di usare un linguaggio che rappresenti i fatti del mondo si fonda sulla sua forma logica.<br />
Quest’ultima può essere mostrata solo nel linguaggio del <em>Tractatus</em> ma non può essere espressa in enunciati che ricevono tutta la forza semantica dalla forma logica. È interessante ora paragonare l’approccio dell’architettura simbolica con ciò che può essere espresso secondo il modo rappresentativo di considerare il linguaggio da parte di Wittgenstein: cioè il regno delle effettive procedure. Ogni cosa che può essere espressa nel linguaggio del <em>Tractatus</em> può essere effettivamente espressa ed ogni cosa che può essere effettivamente espressa può essere oggetto di calcolo da parte di un qualsiasi moderno elaboratore universale. Per questo motivo non vi possono essere sorprese nella logica. Ciò che può essere detto nel <em>Tractatus</em> di Wittgenstein è esso stesso basato su di un dominio non effettivamente computabile.<sup>3</sup><br />
Tutto ciò sarebbe, nella mia terminologia, un modo connessionistico di interagire con un ambiente <em>aperto</em> che non può essere considerato per mezzo di una effettiva procedura. Come ben si sa, Wittgenstein in seguito dovette rinunciare a questa netta dicotomia. Il perché di questa sua rinuncia per me è abbastanza ovvio. Infatti egli non poté indicare una effettiva procedura che ci consenta di tracciare una chiara linea di confine tra ciò che può essere detto e ciò che costituisce il nostro linguaggio. Se il significato del significato origina dalla interazione di un sistema con un ambiente, esso non può essere derivato da una descrizione del sistema visto come una entità separata. Proprio a causa dell’apertura dell’ambiente nessun algoritmo sarà in grado di afferrare il significato del significato. Tutto ciò ci riporta alla nostra specifica questione. Se l’esistenza di qualcosa può essere solo spiegata mediante un certo tipo di divisione fra un sistema chiuso di simboli ed una architettura connessionistica interagente con un ambiente aperto e se non è possibile rinvenire una effettiva procedura che decida in anticipo dove noi dobbiamo tracciare il confine tra queste due capacità del sistema, noi non riusciremo a prevedere esattamente, in quale momento e in quali circostanze appare il fenomeno dell’esistenza di qualcosa. Attenendoci al secondo Wittgenstein, solo nel contesto di uno specifico gioco linguistico e considerando la nostra socialmente e culturalmente correlata <em>Lebensformen</em> possiamo parlare di un essere che interagisce intenzionalmente con l’ambiente che lo circonda. Perciò, io neanche credo che sia possibile formulare una netta distinzione tra il cosciente e il non-cosciente, tra il mentale e il materiale. Cercando di tracciare una tale linea di confine ricadremmo nella stessa trappola in cui finirono i tradizionali metafisici, cioè a dire nel tentativo di riuscire a comprendere l’apertura dell’uomo, questa ci sfugge. A mio avviso, non è possibile attestarsi su di una posizione dalla quale si possano formulare aprioristiche ipotesi che ci consentano di decidere se un artefatto possa dar corpo ad aspetti della coscienza oppure se ciò sia impossibile per principio. La sola cosa, invece, che possiamo fare è quella di delineare le condizioni generali in base alle quali poter spiegare tutto ciò.</p>
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</div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/sitosophia/~4/jdMUPbeARh8" height="1" width="1"/>]]></content:encoded><description>Karl Leidlmair «giunge ad un uso positivo del termine “schizofrenia”, dopo un breve ma incisivo excursus filosofico per capire in qual modo un pezzo di materia si ponga in riferimento con un qualcos’altro, il che ci aiuterebbe a capire come essa possa riferirsi a se stessa (coscienza)».</description><wfw:commentRss xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/">http://www.sitosophia.org/2012/01/il-computer-schizofrenico/feed/</wfw:commentRss><slash:comments xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/">0</slash:comments><feedburner:origLink>http://www.sitosophia.org/2012/01/il-computer-schizofrenico/</feedburner:origLink></item><item><title>«Metafore botaniche»</title><link>http://feedproxy.google.com/~r/sitosophia/~3/R3MMFzeWy7A/</link><category>alchimia</category><category>arte</category><category>bologna</category><category>eros</category><category>libri</category><dc:creator xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/">Davide Dell'Ombra</dc:creator><pubDate>Mon, 23 Jan 2012 15:23:14 PST</pubDate><guid isPermaLink="false">http://www.sitosophia.org/?post_type=indicazioni&amp;p=3451</guid><content:encoded xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"><![CDATA[<p><a href="http://www.sitosophia.org/documenti/la-donna-di-fiori.jpg" rel="lightbox[3451]" title="la-donna-di-fiori"><img class="alignright  wp-image-3452" title="la-donna-di-fiori" src="http://www.sitosophia.org/documenti/la-donna-di-fiori.jpg" alt="" width="200" height="278" /></a>Segnalo un&#8217;intervista, apparsa sulla rivista bolognese <em>PsicoArt</em> (2/2011-12), di Anita Tania Giuga a <strong>Giuseppe Testa</strong>, autore del saggio <em>La donna di fiori. Eros, botanica e alchimia</em> (Sellerio, 2011). Dalle «metafore botaniche del corpo femminile» nella letteratura e nell&#8217;arte all&#8217;ermetismo alchemico che accosta botanica e <em>Gestalt</em> femminea, secondo una «elaborazione <em>in figuram floris</em> dei fluidi femminili». I parallelismi sono affascinanti e «impresentabili», perciò dignitosamente esclusi dagli interessi dell&#8217;Accademia.</p>
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<p>PER PARTECIPARE – Costo per la partecipazione: 7 euro (inclusi assaggio e calice di vino). Chi è interessato può prenotare il proprio posto consegnando la quota direttamente al Museo, aperto tutte le mattine dal lunedì al venerdì dalle 8:30 alle 13 e tutti i pomeriggi (escluso lunedì) dalle 16 alle 21.</p>
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<p>Leonardo Sciascia (Racalmuto, 1921 – Palermo, 1989)</p>
<p>Gesualdo Bufalino (Comiso, 1920 – Comiso, 1996)</p>
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</div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/sitosophia/~4/a4ix3OcXCcw" height="1" width="1"/>]]></content:encoded><description>Vincenzo Consolo (Sant&amp;#8217;Agata di Militello, 1933 – Milano, 2012) Leonardo Sciascia (Racalmuto, 1921 – Palermo, 1989) Gesualdo Bufalino (Comiso, 1920 – Comiso, 1996)</description><wfw:commentRss xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/">http://www.sitosophia.org/immagini/consolo-sciascia-e-bufalino/feed/</wfw:commentRss><slash:comments xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/">1</slash:comments><feedburner:origLink>http://www.sitosophia.org/immagini/consolo-sciascia-e-bufalino/</feedburner:origLink></item><item><title>«Addio a Vincenzo Consolo»</title><link>http://feedproxy.google.com/~r/sitosophia/~3/o0Zzhuf0Zwg/</link><category>ansa</category><category>consolo</category><dc:creator xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/">Sitosophia</dc:creator><pubDate>Sun, 22 Jan 2012 06:15:58 PST</pubDate><guid isPermaLink="false">http://www.sitosophia.org/?post_type=indicazioni&amp;p=3440</guid><content:encoded xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"><![CDATA[<p><a href="http://www.sitosophia.org/documenti/Vincenzo_Consolo.jpg" rel="lightbox[3440]" title="Vincenzo_Consolo"><img class="alignright  wp-image-3441" title="Vincenzo_Consolo" src="http://www.sitosophia.org/documenti/Vincenzo_Consolo.jpg" alt="" width="308" height="210" /></a>«Lo scrittore <strong>Vincenzo Consolo</strong>, dopo una lunga malattia, è morto ieri a Milano all&#8217;età di settantotto anni. Legato a Sciascia da una profonda amicizia, vincitore di moltissimi riconoscimenti letterari e più volte candidato al Premio Nobel, Consolo era considerato uno dei maggiori narratori italiani contemporanei» (dal sito <em>Finzioni</em>). Ecco la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Vincenzo_Consolo" target="_blank">pagina Wikipedia</a> dedicata all&#8217;autore scomparso e un articolo su <a href="http://a.marsala.it/rubriche/tra-le-righe/item/55411-addio-a-vincenzo-consolo-autore-di-retablo-e-il-sorriso-dellignoto-marinaio.html" target="_blank">Marsala.it</a>.</p>
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<a href="http://feeds.feedburner.com/~ff/sitosophia?a=o0Zzhuf0Zwg:kGZDZaKugh0:D7DqB2pKExk"><img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/sitosophia?i=o0Zzhuf0Zwg:kGZDZaKugh0:D7DqB2pKExk" border="0"></img></a> <a href="http://feeds.feedburner.com/~ff/sitosophia?a=o0Zzhuf0Zwg:kGZDZaKugh0:yIl2AUoC8zA"><img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/sitosophia?d=yIl2AUoC8zA" border="0"></img></a>
</div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/sitosophia/~4/o0Zzhuf0Zwg" height="1" width="1"/>]]></content:encoded><description>«Lo scrittore Vincenzo Consolo, dopo una lunga malattia, è morto ieri a Milano all&amp;#8217;età di settantotto anni. Legato a Sciascia da una profonda amicizia, vincitore di moltissimi riconoscimenti letterari e più volte candidato al Premio Nobel, Consolo era considerato uno dei maggiori narratori italiani contemporanei» (dal sito Finzioni). Ecco la pagina Wikipedia dedicata all&amp;#8217;autore scomparso e un articolo su Marsala.it.</description><wfw:commentRss xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/">http://www.sitosophia.org/indicazioni/addio-a-vincenzo-consolo/feed/</wfw:commentRss><slash:comments xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/">0</slash:comments><feedburner:origLink>http://www.sitosophia.org/indicazioni/addio-a-vincenzo-consolo/</feedburner:origLink></item><item><title>La risposta del Teatro Coppola a vandalismi e accuse</title><link>http://feedproxy.google.com/~r/sitosophia/~3/vEprwwKPSNU/</link><category>catania</category><category>teatro coppola</category><dc:creator xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/">Giovanni Polimeni</dc:creator><pubDate>Fri, 20 Jan 2012 02:36:12 PST</pubDate><guid isPermaLink="false">http://www.sitosophia.org/?post_type=indicazioni&amp;p=3423</guid><content:encoded xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"><![CDATA[<p>Una mano ignota ha imbrattato il portone del <a href="http://www.teatrocoppola.it" target="_blank">Teatro Coppola</a> di Catania, che ha da poco festeggiato il suo primo mese di attività. Attenzione, le accuse sono più o meno gravi: si inizia con un ridicolo &#8220;incoscienti&#8221; per continuare con l&#8217;escalation di &#8220;mafiosi, fascisti ed altre strane convivenze&#8221;.</p>
<p>Ebbene, confermiamo anche noi le &#8220;strane <em>convivenze</em>&#8221; (<a href="http://it.wiktionary.org/wiki/connivenza" target="_blank">sic</a>!): è davvero raro vedere registi, attori, studenti, lavoratori, musicisti, cittadini uniti per un interesse e un bene culturale comuni.</p>
<p>Il Teatro ha preso piuttosto sul serio queste insinuazioni, rispondendo immediatamente sul suo sito:</p>
<blockquote><p>(&#8230;) Siamo qui dentro per sperimentare modelli di autogestione, partecipazione e cittadinanza basati sull&#8217;accoglienza e il rispetto delle diversità, siano esse razziali, sessuali, religiose, politiche. Siamo qui dentro a rivendicare l&#8217;urgenza improrogabile per ognuno di riprendere in mano la propria vita e gli strumenti economici e culturali per viverla con dignità; per fare di tutte le rivendicazioni e i malcontenti una sola rivendicazione di giustizia sociale in un presente condiviso. Abbiamo scelto di ricostruire un teatro pubblico perché riteniamo che la cultura e i suoi luoghi siano laboratorio collettivo di creatività e iniziativa politica, cuore di ogni cambiamento e garanzia di pensiero libero e critico, gioiosamente rivoluzionario perché frutto d&#8217;arte. Se queste ragioni fanno di noi una massa di «incoscienti, mafiosi, fascisti e strani conviventi» di sicuro non ci fanno servi, sbirraglia ideologica o dispensatori di patentini rivoluzionari certificati.</p></blockquote>
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<a href="http://feeds.feedburner.com/~ff/sitosophia?a=vEprwwKPSNU:zOeNSWDVswE:D7DqB2pKExk"><img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/sitosophia?i=vEprwwKPSNU:zOeNSWDVswE:D7DqB2pKExk" border="0"></img></a> <a href="http://feeds.feedburner.com/~ff/sitosophia?a=vEprwwKPSNU:zOeNSWDVswE:yIl2AUoC8zA"><img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/sitosophia?d=yIl2AUoC8zA" border="0"></img></a>
</div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/sitosophia/~4/vEprwwKPSNU" height="1" width="1"/>]]></content:encoded><description>Una mano ignota ha imbrattato il portone del Teatro Coppola di Catania, che ha da poco festeggiato il suo primo mese di attività. Attenzione, le accuse sono più o meno gravi: si inizia con un ridicolo &amp;#8220;incoscienti&amp;#8221; per continuare con l&amp;#8217;escalation di &amp;#8220;mafiosi, fascisti ed altre strane convivenze&amp;#8221;. Ebbene, confermiamo anche noi le &amp;#8220;strane convivenze&amp;#8221;...</description><wfw:commentRss xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/">http://www.sitosophia.org/indicazioni/la-risposta-del-teatro-coppola-a-vandalismi-e-accuse/feed/</wfw:commentRss><slash:comments xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/">0</slash:comments><feedburner:origLink>http://www.sitosophia.org/indicazioni/la-risposta-del-teatro-coppola-a-vandalismi-e-accuse/</feedburner:origLink></item><item><title>Circa l’esistenza del diritto</title><link>http://feedproxy.google.com/~r/sitosophia/~3/bH1HeIa9v30/</link><category>Generica</category><category>dio</category><category>diritto</category><category>kant</category><category>legge</category><category>religione</category><category>tommaso d'aquino</category><dc:creator xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/">Salvatore Stefanelli</dc:creator><pubDate>Sat, 14 Jan 2012 00:30:33 PST</pubDate><guid isPermaLink="false">http://www.sitosophia.org/?p=3375</guid><content:encoded xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"><![CDATA[<p><strong>1.</strong> Nell’ambito del dominio della conoscenza del diritto, mi pare sia molto in voga un certo tipo di ragionamento mediante il quale il filosofo, il giurista, l’interprete, e così via, cercano di stabilire l’esistenza di un qualcosa ardentemente desiderato. Questo qualcosa potrebbe essere, per esempio, il principio di legalità, l’obiettività nell’interpretazione, il progressivo mutare del diritto rispetto ad ogni cosa. L’essenziale di questo qualcosa, che per brevità indicherò come l’oscuro oggetto del desiderio, è che la sua esistenza è profondamente desiderata. Tipicamente, i pensatori rispondono a tali desideri in maniera altamente professionale. Cioè rispondono nel modo che a loro è più congeniale &#8211; vale a dire, costruendo argomenti tali che li garantiscano della esistenza del loro particolare oggetto del desiderio. <span>Qui si pone in discussione la struttura formale di queste argomentazioni giuridiche. Io asserisco che tali argomentazioni presentano una strana e inquietante similitudine con varie prove dell’esistenza di Dio. In modo particolare, per esempio, esse rassomigliano alla </span><em>prova cosmologica</em><span>, alla </span><em>prova teleologica</em><span>. Perciò, nonostante la veste laica, il pensiero giuridico è in parte anche un’attività di tipo teologico</span><sup>1</sup><span>. A tal proposito, potremmo dire che la fortissima enfasi di necessità posta sulla centralità del diritto sia un retaggio del medievale “potere discendente” da Dio sul sovrano e da questo sui sudditi. Un punto ancor più controverso e fors’anche più sorprendente è che,<em> per coloro che credono nel diritto</em>, non vi è alternativa a questa forzata partecipazione ad un discorso nascostamente teologico. Per quegli accademici che trovano poco attraente una tale prospettiva, l’alternativa è una sola: smettere di “fare diritto”, o più precisamente, smettere di pretendere di “fare diritto”.</span></p>
<p><strong>2.</strong> Come esempio dell’uso nella scienza giuridica della prova cosmologica, bisogna considerare gli sforzi compiuti per dimostrare che le decisioni dei tribunali sono guidate da un diritto che è sempre in continua evoluzione, o, parafrasando un noto filosofo, è sempre sulla strada per divenire quanto di meglio si possa sperare<sup>2</sup>. Questa posizione è tenuta per salvare capra e cavoli, infatti affermando che i giudici non “creano” diritto ma semplicemente lo “scoprono”, li si mette al riparo dall’accusa di usurpazione del potere sovrano<sup>3</sup>. Ma se i giudici non creano diritto, come mai il diritto non è sempre lo stesso? Ma è naturale, si risponde prontamente, che il diritto cambi nel suo complesso, altrimenti la scienza del diritto, a differenza delle altre scienze, sarebbe retrograda.<br />
In  poche parole, la questione è che se il diritto è una scienza sempre in progresso (e lo è) e i giudici non apportano modifiche al diritto (e non lo fanno), allora il solo modo per non cadere in contraddizione è di concludere (come si è soliti fare) che il diritto è di per se stesso in continua trasformazione. Questo argomento ci richiama nettamente quanto esposto da Tommaso d’Aquino nella prima (<em>ex motu</em>) delle cinque vie per dimostrare l’esistenza di Dio e precisamente: considerando che “in questo mondo le cose si muovono”<sup>4</sup>, ciò come può essere spiegato? Al fine di evitare un insostenibile regresso all’infinito, per l’Aquinate “è necessario arrivare a un primo motore che non sia mosso da altri, e tutti riconoscono che esso è Dio.”<sup>5</sup><br />
Ma qui dobbiamo rifarci alle obiezioni di Kant in merito alla prova cosmologica.<sup>6 </sup>Innanzitutto, anche se fosse vero che si può spiegare l’esistenza di un fatto contingente (cioè il movimento) solo sulla base di un essere non contingente e necessario (cioè Dio), ciò sarebbe vero, caso mai, solo sul piano logico o esplicativo. In altri termini, dire che siamo obbligati a fondare la spiegazione dell’esistenza di fatti contingenti sulla base dell’esistenza di un essere necessario non contingente può solo svelarci qualcosa circa la natura della loro spiegazione logica ma non certo circa la loro esistenza.<br />
Parimenti si può dire riguardo al voler spiegare un aspetto contingente del diritto (cioè, il suo evidente mutare) sulla base dell’affermazione che il diritto è necessariamente una cosa in continua evoluzione. Ma un tale argomentare ci dice qualcosa sul diritto solo dal punto di vista epistemologico ma non ontologico.<br />
Un secondo problema connesso alla prova cosmologica è dato dal fatto che, pur ammettendo la necessaria esistenza di un motore primo, non vi è alcuna particolare ragione per descrivere questo essere necessario come Dio, in opposizione al male o ad una qualche altra forza impersonale. Lo stesso problema ritroviamo nell’ambito del diritto, infatti non vi è un motivo particolare (se non quello di desiderarlo intensamente) di affermare che il diritto dà forma alle più diverse realtà sociali senza però essere riconducibile a nessuna di esse; ovvero, che sia il diritto stesso a plasmare tramite i decisori il contenuto dei rapporti sociali e non una qualche altra cosa di meno attraente dal punto di vista giuridico come il potere, la politica o il semplice perseguimento del proprio particolare. Insistere in questa posizione porta ad un cruciale equivoco (ed equazione) tra il “diritto” quale astratto motore autonomo e il “diritto” quale più pedestre insieme delle leggi e delle loro interpretazioni ed applicazioni. Questo equivoco è lo stesso che ha consentito all’Aquinate, dopo aver asserito l’esistenza di un necessario essere onnipotente, di concludere il suo argomentare dicendo: “E questo essere noi chiamiamo Dio”, intendendo così indicare a chiare lettere il Dio della tradizione ebraico-cristiana.</p>
<p><strong>3.</strong> Anche nel campo dell’interpretazione si cerca di proteggere l’oscuro oggetto del desiderio<sup>7</sup>, in tal caso la “obiettività”, dagli assalti di critici “nichilisti” ricorrendo a termini di sapore quasi mistico quali “autorità vincolante” o “giustezza del precedente” che nell’immaginario della comunità giuridica indicano alcuni dei baluardi che garantiscono i confini fra il lecito e l’arbitrario nell’ambito delle manipolazioni interpretative. Ma nonostante le critiche colgano nel segno, molti <em>maîtres à penser</em> nel dominio del diritto affermano di aver realmente fatto l’esperienza di un senso di <em>self-restraint</em> che essi ritengono venga in loro infuso dal diritto. L’esperienza di questa percezione di un limite nella scelta di una soluzione operazionale unitamente alla convinzione che i testi, e fra questi innanzitutto la Costituzione, racchiudano significati disvelabili solo dagli stessi “facitori di veli”, rappresentano le basi dalle quali l’interprete, per sviare ogni accusa di soggettività, inferisce la realtà rassicurante di una “comunità degli interpreti” la quale sviluppa “regole disciplinanti” l’agire interpretativo.<br />
Come si presenta questa comunità degli interpreti? Si possono distinguere in essa decisori, avvocati, professori, funzionari, studiosi? Direi proprio di no. Infatti l’ingresso in una tale comunità comporta la perdita della propria identità per divenire <em>gli interpreti</em>, accomunati non da un identico modo di sentire almeno riguardo alla soluzione pratica di particolari punti controversi o interpretazioni bensì solidali soltanto in virtù di un impegno a sostenere e perfezionare qualcosa chiamata “diritto”, mediante un affabulante uso-dei-testi. In pratica da parte della comunità interpretativa si è venuta ad instaurare una situazione che agli occhi della comunità è, a dir poco, paradossale: da un lato, si nota una certa disinvoltura nell’ascrivere un significato ad un testo, cioè virtualmente è consentito tutto: “Intere biblioteche di moderne interpretazioni costituzionali possono essere condensate in questa frase: Ogni cosa può essere proibita o permessa purché sia disponibile una giustificazione abilmente confezionata.”<sup>8</sup> Dall’altro lato, questa comunità degli interpreti annaspa in una palude che potrebbe essere così contrassegnata: “Nessun significato può essere autorevolmente affermato, niente può essere dimostrato in modo decisivo ed ogni interpretazione giuridica è controvertibile.”<sup><span style="font-size: 11px;">9</span></sup><br />
Un breve inciso: ad evitare che i giuristi vengano attratti inesorabilmente dal <em>maelström</em> del contesto ermeneutico nel tentativo disperato di “interpretare, fortissimamente interpretare” anche una volontà che in molti casi non c’è mai stata (sia essa, per esempio, quella dei contraenti<sup>10</sup> oppure quella, ancor più imperscrutabile, di un’altra creatura inesistente, il <em>legislatore</em>), non sarebbe più semplice stabilire delle <em>default rules</em> che si applicano così come definite fin quando non vengano cambiate alla pari di quanto accade con le opzioni di <em>default</em> di un elaboratore elettronico? In tal caso a nessuno verrebbe in mente di dire che ci si trova di fronte ad un problema di interpretazione da parte dell’elaboratore, o del suo spirito.<sup>11</sup> &#8230;Ma questo è un altro discorso.<br />
Per quanto riguarda le “regole disciplinanti” la “comunità degli interpreti”, queste potrebbero essere definite come segue.<sup>12</sup></p>
<ol>
<li>Esse rappresentano lo standard in base al quale può essere valutata la correttezza dell’interpretazione.</li>
<li>Esse sono il baluardo fra il lecito e l&#8217;arbitrario nell&#8217;interpretazione.</li>
<li>Esse ricevono autorità dalla comunità degli interpreti.</li>
<li>Esse costituiscono e definiscono la comunità degli interpreti.</li>
<li>Esse, a loro volta, sono oggetto di interpretazione.</li>
<li>Esse possono essere interiorizzate, in modo che siano di guida all’interprete.</li>
<li>Esse sono oggetto di cosciente auto-riflessione da parte dei decisori.</li>
<li>Esse sono norme professionali.</li>
</ol>
<p>Scorrendo queste definizioni e pensando al fine cui sono rivolte dovremmo concludere, specie se le si considera in modo combinatorio, che esse siano dotate di qualità meravigliose. Tutto ciò non dovrebbe sorprendere, dal momento che quanto fin qui detto ci richiama alla mente la quinta via (<em>ex gubernatione rerum</em>) per dimostrare l’esistenza di Dio da parte di Tommaso d’Aquino, laddove egli dice : “Vediamo infatti che alcune cose prive di conoscenza, come i corpi fisici, agiscono sempre o quasi sempre allo stesso modo per conseguire la perfezione: per cui è evidente che raggiungono il loro fine non a caso, ma in seguito ad una predisposizione”.<sup>13</sup><br />
Per il filosofo dunque è sorprendente che nel mondo pur in presenza di eterogenei materiali tutto si combini in un modo apparentemente accurato. Parimenti, per gli interpreti il multiforme coacervo di decisioni e interpretazioni mostra, in un certo grado, ordine e senso. E Tommaso d’Aquino così continua: “Ora ciò che è privo di intelligenza non tende al fine se non perché è diretto da un essere conoscitivo e intelligente, come la freccia dall’arciere.”<sup>14</sup> Corrispondentemente, nel dominio del diritto l’apparente coerenza del pensiero giuridico viene spiegata ponendo l’esistenza di una forza intelligente che guida e imbriglia tutto il processo ermeneutico. E mentre l’Aquinate conclude dicendo che: “Vi è dunque un qualche essere intelligente dal quale tutte le realtà materiali sono ordinate al fine: e questo essere lo chiamiamo Dio”<sup>15</sup>, allo stesso modo, l’interprete, onde evitare che le sue manipolazioni interpretative appaiano connotate da arbitrarietà, conclude dicendo che esiste una forza intelligente che evita lo sconfinamento nell’arbitrio: e questa viene individuata nella comunità degli interpreti e nelle sue regole disciplinanti.<br />
Può sembrare strano attribuire un che di “soprannaturale” a queste regole, ma se raffrontiamo la 1. con la 2., la 3. con la 4. e infine la 6. con la 7., notiamo che sono al contempo soggetto ed oggetto, sono immutabili entità oggettuali ed anche mutevoli cause del pensiero giuridico. Che tipo di <em>cose</em> sono queste regole che possono a volte essere oggetto e a volte soggetto e ciononostante conservare la loro identità nel transustanziarsi? Certo se ne possono immaginare di risposte volte ad un salvataggio di queste “regole disciplinanti”, ma è chiaro che chi volesse argomentare a favore di queste dovrebbe essere preparato a proporre una metafisica magica.</p>
<p><strong>4. </strong>La creazione di entità metafisiche, che fanno sì che certi eventi prettamente terreni si presentino nel modo in cui si desidera, la potremmo definire un “pensare magico”. In pratica, così facendo, basta porre un’idea che sia in grado di dar forma alle cose nel modo in cui lo si desidera ed al contempo affermare che l’idea è o si riferisce a qualcosa che è ontologicamente reale. In poche parole, le necessità epistemologiche vengono trasformate in realtà ontologiche.<br />
Dicevamo in apertura che filosofi, giuristi e quant’altri operanti nel dominio del diritto sono tutti desiderosi di dimostrare l’esistenza del loro oscuro oggetto del desiderio e non possono fare a meno di creare un mondo di stabili e trascendenti significanti dai quali l’oggetto del desiderio riceve autorità ed esistenza. Mediante l’uso del pensiero, della ragione e del linguaggio i pensatori del diritto cercano di elevare i loro vari desideri a forme più rispettabili professionalmente, vale a dire si ricorre all’argomento normativo, cioè alla facciata sociale del desiderio. È tipica della cultura occidentale la<em> verbalizzazione</em> del diritto in una serie di<em> principi ragionati</em>. È in questo contesto che, mediante la figura del giurista, ci si è affidati ad una casta di specialisti <em>allevati nel</em> diritto, che sono capaci di scrivere migliaia di pagine su di un programma e, a stento, una sola relativa alla sua esecuzione, cioè sullo scopo della parola utilizzata. Il giurista per consolidare il suo campo operativo ha rivestito di un’aura di enti metafisici la norma, la legge, ovvero ha creato <em>verità artificiali</em> del diritto. Al giurista non piace riconoscere che il “fulcro del diritto è il possesso, la prestazione, la soggezione alla legge; e non, invece, la proprietà, il contratto, la legge.”<sup>16 </sup>Il desiderare la reale esistenza dell’oggetto del desiderio porta al formalismo, o meglio, alla formalizzazione delle condizioni di possibilità dell’oggetto del desiderio e di qui alla replica degli slittamenti teologici dal pensato all’esistente, dall’epistemologico all’ontologico.</p>
<div><strong>5. </strong>Per porre freno a questo slittamento dal piano epistemologico a quello ontologico basterebbe seguire l’insegnamento kantiano ed usare la ragione secondo la sua capacità <em>regolativa</em>, rigettando ogni suo uso <em>costitutivo</em>.<sup>17 </sup>Ma purtroppo lungo l’arco evolutivo culturale e intellettuale la ragione, usando la figura del giurista, ha secreto i suoi oggetti e le sue strutture dentro il linguaggio specialistico e nella pratica del diritto. Le categorie della società umana sono ormai imbevute delle kantiane illusioni trascendentali della ragione: “La ragione non si riferisce mai direttamente ad un oggetto, ma unicamente all’intelletto, e per suo mezzo al suo proprio uso empirico; non <em>crea</em> quindi concetti (di oggetti), bensì solamente li <em>ordina</em> e dà loro quella unità, che essi possono avere nella loro più grande estensione possibile, ossia in relazione con la totalità delle serie; [...] Io affermo per tanto che le idee trascendentali non sono mai d’uso costitutivo, sicché per mezzo di esse possano essere dati concetti di certi oggetti; e che, ove esse siano intese a questo modo, sono semplicemente concetti sofistici (dialettici).”<sup>18 </sup></div>
<div>Questo uso costitutivo della ragione ha consentito di trattare il diritto e i suoi artefatti &#8211; dottrine, principi, politiche, e così via &#8211; come oggetti: in particolare il diritto viene presentato come una entità autorevole che esiste autonomamente rispetto alle credenze della comunità giuridica o della più ampia comunità sociale, e, al contempo, questa stessa unità viene dissezionata in singoli reperti (dottrine, principi, politiche, e così via) suscettibili di esame mediante la c.d. “analisi del diritto”.</div>
<div>Una ulteriore conseguenza dello slittamento dal piano epistemologico a quello ontologico è quella di considerare il diritto, allo stesso tempo, come una concreta forma sociale saldamente insita nelle istituzioni e come una astratta rappresentazione concettuale di quelle stesse istituzioni. Si cerca ovviamente di tenere distinti questi due significati del diritto, ma la loro frequente fusione e confusione favorisce il diffondersi della fede in una credenza bizzarra che considera le istituzioni sociali come rispondenti a ragione.Questo tipo di oggettivazione progettata da pochi e condivisa passivamente dalla comunità comporta due conseguenze: da un lato, una volta liberatisi dall’illusione dell’oggettivazione si butterebbe alle ortiche il diritto; dall’altro lato, per chi è ancora interessato a pensare al diritto e a praticarlo, salvo che non sia in disaccordo o, peggio, in mala fede, non sarebbe più possibile farlo in un modo intellettualmente rispettabile una volta smantellata la sottostante metafisica.<br />
Per concludere, ponendo una analogia con la religione: se si comincia col dire che l’Ente supremo non è altro che un mucchio di convenzioni, egli perderà gran parte della sua attrattiva, e di conseguenza lo stesso suo culto diverrà qualcosa di ridicolo, perché sfocerà in idolatria e feticismo. Lo stesso si può dire per il diritto.</div>
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</div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/sitosophia/~4/bH1HeIa9v30" height="1" width="1"/>]]></content:encoded><description>Concetti come 'legalità' e 'diritto' possono essere ricondotti a veri e propri "oscuri oggetti del desiderio", desiderio di quell'altrettanto oscura figura del legislatore. Inoltre, attraverso Tommaso e Kant, il nesso tra diritto e teologia si rivela ancora pregnante e fondativo.</description><wfw:commentRss xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/">http://www.sitosophia.org/2012/01/circa-lesistenza-del-diritto/feed/</wfw:commentRss><slash:comments xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/">1</slash:comments><feedburner:origLink>http://www.sitosophia.org/2012/01/circa-lesistenza-del-diritto/</feedburner:origLink></item></channel></rss>

