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		<title>Emmaus – Alessandro Baricco</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 20:40:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
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(Emmaus, Alessandro Baricco &#8211; Feltrinelli 2009, euro 13)
Torino, anni ’70. Da un lato Luca, il Santo, Bobby e la voce narrante; dall’altro Andre ed il suo mondo. Da un lato, la normalità piccolo-borghese delle lotte quotidiane verso la conquista di una felicità delineata dai precetti cattolico-cristiani; dall’altro la sperimentazione dell’eccesso caratterizzata da una aristocratica tragicità. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" style="border: 0pt none; margin: 0px 5px;" src="http://www.lafeltrinelli.it/static/images-1/l/898/2845898.jpg" alt="" width="200" height="313" /></p>
<p>(<a href="http://www.lafeltrinelli.it/products/9788807017988/Emmaus/Alessandro_Baricco.html" target="_blank"><em>Emmaus</em></a>, Alessandro Baricco &#8211; Feltrinelli 2009, euro 13)</p>
<p>Torino, anni ’70. Da un lato <strong>Luca</strong>, il <strong>Santo</strong>, <strong>Bobby </strong>e la <strong>voce narrante</strong>; dall’altro <strong>Andre </strong>ed il suo mondo. Da un lato, la <em>normalità piccolo-borghese</em> delle lotte quotidiane verso la conquista di una felicità delineata dai precetti <em>cattolico-cristiani</em>; dall’altro la sperimentazione dell’eccesso caratterizzata da una <em>aristocratica tragicità</em>. Da un lato regole, confini ed espiazioni; dall’altro possibilità, estenzioni e perdizioni.</p>
<p>Due mondi diversi, distanti eppure così vicini, che non si <em>riconoscono </em>pur facendosi negli stessi luoghi, camminando sulla stessa strada. Questo è <strong>Emmaus</strong>, l’ultimo romanzo di <strong>Alessandro Baricco</strong>: 144 pagine che riproducono, rigo dopo rigo, quell’<em>incapacità </em>(o impossibilità?) di <em>riconoscere </em>raccontata dal <strong>Vangelo di Luca</strong> nell’episodio da cui il libro prende in prestito il titolo. E, a vederlo, il romanzo di Baricco, povero, spoglio, semplice, pulito, bianco, sembra proprio un vangelo. Non un colore (a parte il rosso del titolo) né una foto ad abbellire in qualche modo la copertina del romanzo, rigorosamente di carta, ruvida, antica.</p>
<p>La scrittura, scorrevole e lineare, si fa leggere volentieri – anche in un solo giorno – mentre racconta della stessa <em>inconsapevole adolescenza</em> di due mondi diversi: uno, quello cattolico, a cui non bastano le sue <em>regole </em>per non <em>perdersi</em>; l’altro, quello tragico dell’alta borghesia laica, a cui non basta <em>perdersi </em>per trovare delle <em>regole</em>. Entrambi, dispersi nella imprevedibile mappa del vivere, otterranno le risposte alle loro domande. Il prezzo che pagheranno sarà lo stesso: il tempo, l’unico, in cui furono <em>davvero vivi senza saperlo</em>. Perché <em>“abbiamo tutti sedici, diciassette anni – ma senza saperlo veramente, è l’unica età che possiamo immaginare: a stento sappiamo il passato”.</em></p>
<p>
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</p>
<p>Lo stile di <strong>Baricco </strong>è riconoscibile sin dal primo rigo del prologo, anche se tutti si aspettavano un Baricco <em>diverso </em>dal solito. A parte qualche improvvisazione grammaticale e qualche gioco di punteggiatura, Baricco è sempre più simile a se stesso: molto resta implicito, nascosto tra le righe che mantengono una<strong> tensione lirica </strong>(a volte) estenuante, quasi esasperante. Personaggi poco definiti, quasi aleatori e molto metafisici, come totalmente abbandonati nelle mani dell’immaginazione del lettore, abitano ambienti concreti e anche crudeli; un contrasto narrativo che riesce ad esaltare le caratteristiche di entrambe le parti in maniera ancora più evidente.</p>
<p>Il romanzo non <em>spiega</em>, non <em>giudica</em>, non <em>ammonisce </em>- almeno, cerca di non farlo. Si limita a raccontare una storia: la storia di un gruppo di adolescenti, così diversi tra loro e che si ritroveranno diversi da loro stessi quando ripercorreranno la loro storia &#8211; chi di loro potrà ancora farlo.</p>
<p><strong>Emmaus </strong>è un <em>bel romanzo</em>, scritto indubitabilmente bene, ma di cui bisogna <em>fidarsi</em> poco. Come tutte le cose che nascondono dietro il paralume della <em>bellezza </em>l’ombra di qualche <em>menzogna</em>.</p>



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		<title>Noi nel mezzo – RadioAlzoZero</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 20:37:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
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La puntata di lunedì 8 Marzo di Noi nel mezzo, rubrica di informazione su RadioAlzoZero, in compagnia di Valerio Lo Monaco e Ferdinando Menconi.
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Articoli Correlati2 March, 2010 -- Noi Nel Mezzo (1 Marzo 2010) &#8211; RadioAlzoZero (0)23 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
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</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>La puntata di lunedì 8 Marzo di <strong>Noi nel mezzo, </strong>rubrica di informazione su <a href="http://www.ilribelle.com/radioalzozero" target="_blank"><strong>RadioAlzoZero</strong></a>, in compagnia di <strong>Valerio Lo Monaco </strong>e <strong>Ferdinando Menconi.</strong></p>
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		<title>L’eterno ritorno (made in Italy)</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 15:05:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
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&#8220;[...] Alcuni punti però sono sicuri e cioè: durante la sua carriera, X* si macchiò più volte di delitti che, al cospetto di un popolo onesto e  libero, gli avrebbe meritato, se non la morte, la vergogna, la condanna e  la privazione di ogni autorità di governo (ma un popolo onesto e libero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><br class="spacer_" /></p>
<p><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 0px 5px;" src="http://www.giornaledifilosofia.net/public/img/prima_pag/img_art/morante.gif" alt="" width="263" height="406" /><em>&#8220;[...] Alcuni punti però sono sicuri e cioè: durante la sua carriera, <strong>X* </strong>si macchiò più volte di delitti che, al cospetto di un popolo onesto e  libero, gli avrebbe meritato, se non la morte, la vergogna, la condanna e  la privazione di ogni autorità di governo (ma un popolo onesto e libero  non avrebbe mai posto al governo un <strong>X</strong>). [...] Tutti questi delitti di <strong>X </strong>furono o tollerati, o addirittura  favoriti e applauditi. Ora, un popolo che tollera i delitti del suo  capo, si fa complice di questi delitti. Se poi li favorisce e applaude,  peggio che complice, si fa mandante di questi delitti.<br />
 Perché il popolo tollerò favorì e applaudì questi delitti? Una parte per  viltà, una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una  parte per interesse o per machiavellismo. Vi fu pure una minoranza che  si oppose; ma fu così esigua che non mette conto di parlarne. Finché <strong>X </strong>era vittorioso in pieno, il popolo guardava i componenti  questa minoranza come nemici del popolo e della nazione, o nel miglior  dei casi come dei fessi (parola  nazionale assai pregiata dagli  italiani).<br />
 Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti  erano delitti? Quasi sempre, se ne rese conto, ma il popolo italiano è  cosìffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo  si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale  sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto.<br />
 <strong>X</strong>,uomo mediocre, grossolano, fuori dalla cultura, di eloquenza  alquanto volgare, ma di facile effetto, era ed è un perfetto esemplare e  specchio del popolo italiano contemporaneo. Presso un popolo onesto e  libero, <strong>X </strong>sarebbe stato tutto al più il leader di un partito con  un modesto seguito e l’autore non troppo brillante di articoli verbosi  sul giornale del suo partito. Sarebbe rimasto un personaggio  provinciale, un po’ ridicolo a causa delle sue maniere e atteggiamenti, e  offensivo per il buon gusto della gente educata a causa del suo stile  enfatico, impudico e goffo. Ma forse, non essendo stupido, in un paese  libero e onesto, si sarebbe meglio educato e istruito e moderato e  avrebbe fatto migliore figura, alla fine. [...]<br />
 Debole in fondo, ma ammiratore della forza, e deciso ad apparire forte  contro la sua natura. Venale, corruttibile. Adulatore. Cattolico senza  credere in Dio. Corruttore. Presuntuoso: Vanitoso. Bonario. Sensualità  facile, e regolare. Buon padre di famiglia, ma con amanti. Scettico e  sentimentale. Violento a parole, rifugge dalla ferocia e dalla violenza,  alla quale preferisce il compromesso, la corruzione e il ricatto.  Facile a commuoversi in superficie, ma non in profondità, se fa della  beneficenza è per questo motivo, oltre che per vanità e per misurare il  proprio potere. Si proclama popolano, per adulare la maggioranza, ma è  snob e rispetta il denaro. Disprezza sufficientemente gli uomini, ma la  loro ammirazione lo sollecita. Come la cocotte che si vende al vecchio e  ne parla male con l’amante più valido, così <strong>X </strong>predica contro i  borghesi; accarezzando impudicamente le masse. Come la cocotte crede di  essere amata dal bel giovane, ma è soltanto sfruttata da lui che la  abbandonerà quando non potrà più servirsene, così <strong>X </strong>con le  masse. Lo abbaglia il prestigio di certe parole: Storia, Chiesa,  Famiglia, Popolo, Patria, ecc., ma ignora la sostanza delle cose; pur  ignorandole le disprezza o non cura, in fondo, per egoismo e  grossolanità. Superficiale. Dà più valore alla mimica dei sentimenti ,  anche se falsa, che ai sentimenti stessi. Mimo abile, e tale da far  effetto su un pubblico volgare. Gli si confà la letteratura amena [...], e la musica patetica [...]. Della poesia non gli  importa nulla, ma si commuove a quella mediocre [...] e bramerebbe  forte che un poeta lo adulasse. Al tempo delle aristocrazie sarebbe  stato forse un Mecenate, per vanità; ma in tempi di masse, preferisce  essere un demagogo.<br />
 Non capisce nulla di arte, ma, alla guisa di certa gente del popolo, e  incolta, ne subisce un poco il mito, e cerca di corrompere gli artisti.  Si serve anche di coloro che disprezza. Disprezzando (e talvolta  temendo) gli onesti , i sinceri, gli intelligenti poiché costoro non gli  servono a nulla, li deride, li mette al bando. Si circonda di  disonesti, di bugiardi, di inetti, e quando essi lo portano alla rovina o  lo tradiscono (com’è nella loro natura), si proclama tradito, e  innocente, e nel dir ciò è in buona fede, almeno in parte; giacché, come  ogni abile mimo, non ha un carattere ben definito, e s’immagina di  essere il personaggio che vuole rappresentare.&#8221;</em></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Questa era <strong>Elsa Morante</strong> in una pagina di diario <strong> </strong>del 1945, pubblicata su <em>Paragone  Letteratura</em>, n. 456, n.s., n.7,  febbraio 1988, poi in <em>Opere </em>(Meridiani),  Milano 1988, vol. I, pp.  L-LII. <a href="http://www.liberazione.it/rubrica-file/543257652.htm" target="_blank"><strong>Qui </strong></a>la versione originale e integrale.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>*: <strong>X, </strong>che nel testo originale della Morante è <strong>Mussolini, </strong>per chi si voglia compiacere, può essere sostituito da <strong>Silvio Berlusconi</strong>, senza timore di stonare. Le tinte, purtroppo, sono quelle. Chi, invece, non si voglia compiacere &#8211; infliggendo un ulteriore colpo a quello che è ormai diventato (suo malgrado) il capro espiatorio di tutto e, soprattutto, di tutti &#8211; farebbe bene a non sostituire quella <strong>X </strong>con alcun nome. Tanto per aver ben delineate le caratteristiche del prossimo capo carismatico al quale compiacevolmente si sottometterà, fintanto che resterà simile a se stesso ed al suo popolo impegnato in un insopportabile e irriducibile remake storico che dura da 100 anni.</p>



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		<title>Giorgio Napolitano e l’insostenibile leggerezza della senilità</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 21:14:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
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</p>
<p>Si, perché dev&#8217;essere di questo che si tratta: <strong>senilità. </strong>Non riesco a trovare una spiegazione più plausibile alle <a href="http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Notizia&amp;key=5587" target="_blank"><em>giustificazioni </em></a>che il <strong>Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano</strong> ha offerto ai cittadini per motivare l&#8217;ennesima concessione sottoforma di firma al <strong>Governo Berlusconi</strong>. Ha ragione<strong> <a href="http://www.stroboscopio.com/lutto-di-stato/2010/03/08/" target="_blank">Antonio Tabucchi</a></strong> quando afferma che nessuno obbliga Napolitano a fungere da garante della Costituzione Italiana presso il quirinale e che, a 80 anni suonati, sarebbe meglio che si ritirasse a vita privata.</p>
<p>È grave che per consentire al <em>&#8220;principale partito politico&#8221; </em>(e chi lo ha detto?) di partecipare alle elezioni regionali, si faccia un decreto ad-hoc all&#8217;ultimo minuto sotto minaccia, contravvenendo ad una legge costituzionale che vieta rigorosamente la possibilità di decretare in ambito elettorale. È grave anche che tale decreto, oltre ad essere ingiusto perché accorso in aiuto solo ora a discapito dei partiti distratti del passato, è ingiusto anche perché include alcune liste e non ne salva altre (in base a quale principio di priorità non ci è dato sapere). Ma la cosa più grave in assoluto è l&#8217;ennesimo precedente che tale decreto viene a costituire. Il rischio è che l&#8217;operazione interpretativa che oggi vorrebbe reintegrare alcune liste escluse da un difetto di forma (consegna delle stesse oltre i tempi prestabiliti) potrebbe essere utilizzata in futuro per questioni ben più delicate, magari decidendo chi può e chi non può partecipare alla prossima tornata elettorale nazionale.</p>
<p>È l&#8217;ennesima dimostrazione del <em>modus operandi </em>del partito del fare (come gli pare): le leggi non sono un limite a-priori, ma una giustificazione a-posteriore dei propri atti. Senza dimenticare il fatto che <strong>Mussolini </strong>esautorò il <strong>Parlamento </strong>non con le armi, ma a colpi di leggi.</p>



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		<title>Futuro Semplice – Gianni Montieri</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 13:43:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
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		<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[

Futuro Semplice 
Gianni Montieri
Collana Erato Lietocolle, Milano, 2010 ISBN 978-88-7848-546-4

“io, io non lo so davvero
 se saprò dare un senso
 alle porzioni monodose, alla cottura crisp
 addormentarmi voltato dal tuo lato
 senza tremare, senza farci caso.”
(di Giovanni Catalano su PoetarumSilva)
Il futuro semplice è una forma verbale del modo indicativo, indica  situazioni ed eventi presenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://larosainpiu.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/11769/montieri.jpg" alt="" width="165" height="233" /></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Futuro Semplice </strong></p>
<p><a href="http://inassenzadimetri.inlibraria.com/" target="_blank">Gianni Montieri</a></p>
<p>Collana Erato Lietocolle, Milano, 2010 ISBN 978-88-7848-546-4</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><em>“io, io non lo so davvero<br />
 se saprò dare un senso<br />
 alle porzioni monodose, alla cottura crisp<br />
 addormentarmi voltato dal tuo lato<br />
 senza tremare, senza farci caso.”</em></p>
<p style="text-align: right;">(di <strong><a href="http://gcatalano.blogspot.com/" target="_blank">Giovanni Catalano</a> </strong>su <a href="http://poetarumsilva.wordpress.com/2010/03/08/nota-di-lettura-a-futuro-semplice-di-g-montieri/" target="_blank"><strong>PoetarumSilva</strong></a>)</p>
<p>Il futuro semplice è una forma verbale del modo indicativo, indica  situazioni ed eventi presenti e futuri che risultano, in qualche modo,  incerti. Poesia narrativa in potenza, poesia di situazioni sospese  (“l’istante in cui si mischiano i corpi / sulle scale della  metropolitana / quando nulla pare deciso”), come in attesa di fissarsi  definitivamente nella memoria (“un ricordo appeso a un chiodo / una voce  sentita alla radio”) o di compiersi, di adempiersi. Poesia che scava  sotto la superficie del quotidiano alla ricerca di un “ordine  necessario” che dia conto della complessità del mondo e dell’animo  umano. E lo fa nel modo più giusto, credo: puntando alle eccezioni,  insistendo sui difetti d’esistere (“chiudo gli occhi, respiro piano / e  questo è il limite”), sulle debolezze (“non abbiamo retto”). Denunciando  le anomalie (“cos’ha Milano che non va?”). Insinuando il dubbio che  proprio tra gli errori e le irregolarità possa presentarsi una via di  fuga, un’ancora di salvezza.</p>
<p>È il tipico atteggiamento chi sta testando una piattaforma, di chi  sta accertando i bachi di un sistema, di chi sta “certificando”.  Identità, appartenenza (“più che somiglianza”). Libertà (“non essere  bandiere” ma “chiedersi del volo”). Non è dato sapere se dagli errori si  possa imparare (“Imparassimo almeno dalle foglie / cadere nella  stagione giusta”). Gesti come quello di “riporre il libro sulla stessa  traccia di scaffale” o “annusare il caffè prima di berlo”, sono gesti  minimi, consacrati a un’abitudine che si fa natura seconda. È una  semplicità conquistata a caro prezzo, la semplicità della “mano che  chiede alla rosa/di non sentir paura mentre l’altra pota”, semplicità  del sacrificio, della rinuncia (“le parole tronche, questo conta / sono  tutti i miei risparmi”). È la semplicità di chi riconosce una continuità  nel divenire, di chi cerca di adattarsi ai cambiamenti senza tradire  una propria natura (idea che pure è incerta e mutevole), a ogni nuovo –  sia esso previsto o imprevedibile – avvicendamento di pieni e vuoti  (“restare in una stanza vuota/a noi non è concesso”), di migrazioni, di  stagioni (“si fa finta di essere uguali”).</p>
<p>“Il cliché urbano”, ben dice Mary B. Tolusso nella sua precisa e  attenta prefazione, “è esperito in una sorta di teatro di rinvii dove le  cose, il clima, i colori, riflettono orizzonti interiori mai  pronunciati”. Riecheggia la poesia del Novecento, tra i tanti nomi viene  in mente l’ultimo Montale soprattutto, quando la presenza di un oggetto  sembra rimandare ossessivamente all’assenza del soggetto umano di  riferimento (“le scarpe fuori posto”, “un nome al suono della sveglia”).  C’è un’ipotesi di contatto o di scambio tra soggetto-oggetto, anche se  spesso inconcludente (“non ci sfioriamo, non ci parliamo”), un tentativo  di accorciare le distanze, tagliare le curve (“coltiviamo speranze in  curva / non avendo mestiere per i rettilinei / nessuna competenza / sui  tratti autostradali”). Ha a che fare con un‘idea di poesia vicina al  “confine”, di “retroguardia”. È una poesia che è luogo di contraddizioni  coraggiose come la Milano di cui si nutre (“Io Milano l’ho imparata il  sabato / nei passi lasciati ai bordi del naviglio”), una Milano città  della mente e dell’anima, emblema di tutte le grandi città che “si  espandono verso l’alto” e in basso lasciano voragini di  incomunicabilità, Milano di “spazi angusti”, senza metri. La stessa  verticalità metropolitana (“è pieno di gru”) sembra ammonirci che più si  sale in alto e più la caduta sarà inevitabile e dolorosa. Ma anche che  tutto ciò che conta ha a che fare con la caduta: si cade felici come si  potrebbe cadere innamorati o malati (“la felicità è un abisso”). Se, in  Montieri, l’alto e il basso, il prima e il dopo, sono categorie che  andrebbero riconsiderate. Qui il futuro viene prima del presente, ha una  priorità gnoseologica e ontologica. Non c’è presente senza un progetto  di futuro. Se il futuro è un mare davanti al quale pare possa essere  finalmente possibile “per una volta non accontentarsi”.</p>



___________________________________________________


	<a rel="nofollow"  target="_blank" href="http://www.printfriendly.com/print?url=http%3A%2F%2Fwww.stroboscopio.com%2Ffuturo-semplice-gianni-montieri%2F2010%2F03%2F08%2F&amp;partner=sociable" title="Print"><img src="http://www.stroboscopio.com/wp-content/plugins/sociable-italia/images/printfriendly.png" title="Print" alt="Print" /></a>
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		<title>Lutto di Stato</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 13:13:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Segnalazioni e Avvistamenti]]></category>
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		<description><![CDATA[(di Thomas Pistoia su Via Oberdan)



Intervento audio di Antonio Tabucchi su MicroMega.





“Un&#8217;altra legge vergogna. Ritengo responsabile in prima persona Giorgio   Napolitano. Per gli esegeti del regime non poteva non firmare. Invece   poteva, bastava che volesse. Le leggi razziali nel &#8216;38 non le firmò   Mussolini, ma Vittorio Emanuele III. Nelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">(di <strong>Thomas Pistoia </strong>su <a href="http://www.viaoberdan.it/condoglianze-a-tutti" target="_blank"><strong>Via Oberdan</strong></a>)</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><img src="http://www.viaoberdan.it/lutto.jpg" alt="" width="595" height="333" /></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Intervento audio di <strong>Antonio Tabucchi</strong> su <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/tabucchi-%E2%80%9Cnapolitano-garante-di-berlusconi-non-piu-della-costituzione%E2%80%9D-audio/" target="_blank"><strong>MicroMega</strong></a>.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>
<object id="mediaPlayer" classid="clsid:6bf52a52-394a-11d3-b153-00c04f79faa6" width="420" height="310" codebase="http://activex.microsoft.com/activex/controls/mplayer/en/nsmp2inf.cab#Version=5,1,52,701"><param name="autoStart" value="0" /><param name="autoplay" value="false" /><param name="uiMode" value="full" /><param name="url" value="http://mediaserver.kataweb.it/mediaweb/audio/brand_micromega/2010/03/07/1267974595177_tabucchi.wma" /><param name="src" value="http://mediaserver.kataweb.it/mediaweb/audio/brand_micromega/2010/03/07/1267974595177_tabucchi.wma" /><param name="name" value="MediaPlayer1" /><embed id="mediaPlayer" type="application/x-mplayer2" width="420" height="310" src="http://mediaserver.kataweb.it/mediaweb/audio/brand_micromega/2010/03/07/1267974595177_tabucchi.wma" name="MediaPlayer1" url="http://mediaserver.kataweb.it/mediaweb/audio/brand_micromega/2010/03/07/1267974595177_tabucchi.wma" uimode="full" autoplay="false" autostart="0"></embed></object>
</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><em>“Un&#8217;altra legge vergogna. Ritengo responsabile in prima persona Giorgio   Napolitano. Per gli esegeti del regime non poteva non firmare. Invece   poteva, bastava che volesse. Le leggi razziali nel &#8216;38 non le firmò   Mussolini, ma Vittorio Emanuele III. Nelle vere democrazie l&#8217;operato del   Presidente della Repubblica è sottoposto alle giuste critiche   dell&#8217;opinione pubblica, ma in Italia non si può, è lesa maestà.   Napolitano, questa volta in maniera flagrante, ha rotto i patti con gli   italiani. Oggi, con questa legge illegale e totalitaria, quando ci dice   che, fra le regole della legge e il dover impedire ai cittadini di   votare una lista, lui sceglie di rompere le  regole perchè sono una   forma, ebbene io rispondo che tutte le leggi che abbiamo sono una forma,   anche la Costitituzione è una forma perche è fatta di regole. E se si   rompono le regole della Costituzione si rompe la Costituzione. In  questo  momento storico Napolitano non è garante della mia Costituzione,  mi  pare si sia fatto garante di Berlusconi. Se Napolitano non capisce  che  deve prima di tutto difendere la Costituzione con le sue forme,  nessuno  lo obbliga a stare al Quirinale: è un dovere e questo dovere  richiede  molta, molta attenzione, perchè ormai in Italia la  Costituzione è stata  divorata”.</em></p>



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		<title>Renato Vallanzasca, santo subito!</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 12:57:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[articolo 21]]></category>
		<category><![CDATA[banda della Comasina]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
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		<category><![CDATA[Giorgio Napolitano]]></category>
		<category><![CDATA[grazia]]></category>
		<category><![CDATA[il bel Renè]]></category>
		<category><![CDATA[Kim Rossi Stuart]]></category>
		<category><![CDATA[massimo fini]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Placido]]></category>
		<category><![CDATA[Oscar Luigi Scalfaro]]></category>
		<category><![CDATA[Renato Vallanzasca]]></category>

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		<description><![CDATA[Apprendo, dalle colonne del Corriere della Sera, che Renato Vallanzasca, l&#8217;uomo che terrorizzò Milano con i suoi crimini (rapine a mano armata, sequestri e conflitti a fuoco con il morto) ha ottenuto, in base all&#8217;art. 21 dell&#8217;ordinamento penitenziario, il permesso di riavere una vita dalle 9 alle 19.
Il &#8220;bel Renè&#8221;, sulla cui vita Michele Placido [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 0px 5px;" src="http://images.milano.corriereobjects.it/gallery/Milano/2010/03_Marzo/vallanzasca/1/img_1/VAL_17_672-458_resize.jpg" alt="" width="300" height="458" />Apprendo, dalle colonne del <a href="http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/10_marzo_8/vallanzasca-prima-giornata-lavoro-esterno-carcere-permesso-1602611173059.shtml" target="_blank"><strong>Corriere della Sera</strong></a>, che <strong>Renato Vallanzasca, </strong>l&#8217;uomo che terrorizzò Milano con i suoi crimini (rapine a mano armata, sequestri e conflitti a fuoco con il morto) ha ottenuto, in base all&#8217;art. 21 dell&#8217;ordinamento penitenziario, il permesso di riavere una vita dalle 9 alle 19.</p>
<p>Il <em>&#8220;bel Renè&#8221;, </em>sulla cui vita <strong>Michele Placido </strong>sta girando un film con <strong>Kim Rossi Stuart </strong>nei panni del criminale, alla tenera età di 60 anni proverà a condurre una vita normale, nonostante 40 anni di carcere duro, interrotti solo da un paio di evasioni parzialmente riuscite. Chissà ora i moralisti social-democratici! che all&#8217;occorrenza dimenticano che la funzione del carcere, più che punitiva, tenta di essere rieducativa. Sempre, in questi casi, <strong>Cesare Beccaria </strong>è solo un vecchio letterato che nessuno ricorda più e <em>Dei delitti e delle pene</em> diventa un lungo elenco di chise moraliste, unghie incarnite e calli sotto gli alluci.</p>
<p>Ovviamente, la mia non è una apologia del reato. Piuttosto, cerco di ridimensionare la moralità del giudizio con i confini dei dati di fatto. Voci di gran lunga più autorevoli della mia si sono pronunciate nella stessa direzione. Tra queste, quella di <strong>Massimo Fini</strong>, il quale scrisse ben due lettere per richiedere la grazia di Vallanzesca: una il 29 Settembre 1995, indirizzata all&#8217;allora Presidente della Repubblica <strong>Oscar Luigi Scalfaro</strong> e pubblicata su <em><a href="http://www.ilribelle.com/archivio-editoriali-fini/2009/1/19/presidente-conceda-la-grazia-a-vallanzasca.html" target="_blank">L&#8217;Indipendente</a>; </em>l&#8217;altra il 31 dicembre 2009 indirizzata all&#8217;attuale Presidente della Repubblica <strong>Giorgio Napolitano</strong>, pubblicata da<em> <a href="http://www.ilribelle.com/archivio-editoriali-fini/2010/1/5/vallanzasca-grazia-per-il-bandito-onesto.html" target="_blank">Il Fatto Quotidiano</a>.</em></p>
<p><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 0px 5px;" src="http://images.milano.corriereobjects.it/gallery/Milano/2010/03_Marzo/vallanzasca/1/img_1/VAL_15_672-458_resize.jpg" alt="" width="350" height="242" />Fini, che è &#8211; a differenza di molti suoi &#8220;colleghi&#8221; &#8211; una persona coerente, già si espresse con <em>&#8220;simpatia&#8221; </em>nei confronti dell’ex leader della <strong>banda della Comasina, </strong>la <em>Batteria, </em>in un articolo del lontano Agosto 1987,<em> </em>definendolo un <em>&#8220;bandito leale&#8221;</em> perché &#8220;<em>anche se gangster, è un uomo che si assume le proprie responsabilità in una società di camaleonti dove i più protervi lottizzatori si dichiarano contro la lottizazione, gli assenteisti più spudorati contro l&#8217;assenteismo, dove la questione morale viene sbandierata da coloro che fino a ieri rubavano e dove la colpa è sempre del compagno di banco&#8221; </em>(<em>Il Conformista, </em>Marsilio Tascabili 2008, pag. 71-73)<em>. </em>Vallanzasca è, invece, un uomo che dice <em>&#8220;Si, sono stato io&#8221;</em>, che ha scarcerato innocenti accusati di colpe che erano le sue, che non cerca di ingraziarsi i giudici con dichiarazioni tanto eclatanti quanto fasulle e che non cerca di conquistare il favore dell&#8217;opinione pubblica accusando spudoratamente la magistratura di <em>complottismo, </em>come molti negli ultimi anni hanno imparato a fare.</p>
<p><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 0px 5px;" src="http://images.milano.corriereobjects.it/gallery/Milano/2010/03_Marzo/vallanzasca/1/img_1/VAL_01_672-458_resize.jpg" alt="" width="350" height="255" />Vallanzasca è quell&#8217;uomo che, il giorno del suo arresto nel &#8216;77, rispose a chi gli chiedeva se si sentisse vittima della società: &#8220;<em>Non diciamo cazzate&#8221;. </em>Quello stesso uomo che oggi afferma: <em>&#8220;Mi chiedete se ho sbagliato? Sarei un cretino se dicessi il contrario&#8221; </em>e che ai ragazzi <em>difficili</em> che incontra per volontariato spiega che  <em>&#8220;non vale affatto la pena mettersi nei guai. Qualcuno mi dice che sono un mito. Rispondo loro  che un mito che si fa 40 anni di galera è un mito idiota, e che di miti  non devono averne, perché i miti sono pieni di debolezze&#8221;.</em></p>
<p>Forse, più che ai ragazzi, il Vallanzasca dovrebbe dare lezioni di <strong>moralità </strong>ai loro padri: ai dottor <strong>Bruno Tassan Din</strong> condannato a quattordici anni e mezzo di  reclusione per il crack del Banco Ambrosiano e a piede libero; ai <strong>Carlo De Benedetti</strong>, condannato a sei anni e mezzo per lo  stesso reato incolume da ogni accusa: anzi, all&#8217;occasione accusatore dalle pagine dei sui giornali; ai <strong>Mokbel </strong>dell&#8217;alta finanza; ai <strong>Silvio Berlusconi </strong>prescritti per decreto legge; ai <strong>D&#8217;Alema </strong><em>facci-sognare </em>seduti in Parlamento.</p>
<p>Come dice bene Fini, Vallanzasca è <em>&#8220;un bandito onesto in una società dove, troppe volte, gli onesti sono dei banditi&#8221;. </em>E ad una società che risulti tale è difficile sottrarre i capri espiatori.</p>



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		<title>Va tutto bene – Il museo chiude alle 18</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 13:14:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scritti personali]]></category>
		<category><![CDATA[Storie e Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Va tutto bene - Storie di ordinaria amministrazione]]></category>
		<category><![CDATA[concerto]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della Sera]]></category>
		<category><![CDATA[Federica Galloni]]></category>
		<category><![CDATA[museo]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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		<category><![CDATA[racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[Nome: Monica. Cognome: Gallone. Età: 28 anni.
Da due lavora come custode responsabile del museo corinzio di Palandrino, un piccolo paese ai confini tra Lazio, Umbria e Toscana, dove il modo di parlare della gente è l’espressione più evidente della loro ricerca di identità ancora in corso.
Una vita passata a seguire l’ordine naturale delle cose e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nome: Monica. Cognome: Gallone. Età: 28 anni.</p>
<p>Da due lavora come custode responsabile del museo corinzio di Palandrino, un piccolo paese ai confini tra Lazio, Umbria e Toscana, dove il modo di parlare della gente è l’espressione più evidente della loro ricerca di identità ancora in corso.</p>
<p>Una vita passata a seguire l’ordine naturale delle cose e ad eseguire gli ordini dettati dagli altri e da un contesto capace di schiacciare le persone, nonostante la sua piccolezza. O, forse, proprio per questo: il paese è piccolo, la gente mormora. Due multe – una per aver saltato un rosso ed una per divieto di sosta, una fregatura assicurativa in corpo due e il mancato accesso ad un concorso pubblico per aver scritto il cognome al posto del nome sul modulo di presentazione.</p>
<p>- Mio Dio, ma è assurdo!</p>
<p>- No signorina, sono le regole.</p>
<p>- Ma lei si rende conto dell’assurdità della situazione? Capisco che esiste una norma, ma la sua applicazione andrebbe interpretata a seconda dei casi!</p>
<p>- Signorina, purtroppo non è possibile. La legge è la legge e se dovessimo interpretarla caso per caso saremmo sommersi dai ricorsi e non si farebbe più nulla.</p>
<p>Quando tornò a casa, ad accoglierla vi furono il volto freddo della madre e lo sguardo del padre, tipico di chi si trovi (suo malgrado) di fronte ad un essere chiaramente inferiore. Geometra – ma lui, in fondo, si sente un ingegnere – da anni lavora al comune del paesotto, dove un amico ha un amico il cui cugino lavora nell’ufficio accanto a quello dell’Assessore ai Beni Culturali, il quale si è detto disposto a considerare la possibilità di includere nello staff del museo corinzio, come custode responsabile, qualcuno che sia “affidabile e rispettoso delle regole”. Contratto a progetto rinnovabile fino a prova contraria, 800 euro lordi al mese, dalle 10 alle 18. Tutti i giorni, tranne il giovedì. Postazione: un banchetto semicircolare all’ingresso dove attendere gli sporadici visitatori, rigorosamente in piedi e in divisa.</p>
<p>Da due anni, tra una brochure e un “mi dispiace, i sotterranei non sono al momento accessibili”, Monica riflette sulla inutilità della sua vita nei tempi morti delle sue giornate che occupano quasi tutto lo spazio. Così, giorno per giorno, Monica inizia a percepire il museo corinzio come un prolungamento della sua identità, come qualcosa che potesse giustificare la sua presenza nel mondo, almeno ai suoi occhi e a quelli dei visitatori che, il più delle volte, sorvolano sui volantini illustrativi in bella mostra sul banchetto e sui suoi &#8220;Arrivederci&#8221; smaglianti. Ultimamente, aveva sviluppato una certa intransigenza, la cui manifestazione era direttamente proporzionale al disinteresse che non aveva ancora capito bene se fosse del mondo verso di lei o suo nei confronti del mondo. Tutto le sembrava sospeso, appeso ad una confusione aleatoria che permeava tutti gli interstizi del suo tempo. Il rispetto delle regole erano diventate l’unico modo che aveva incontrato per capirci qualcosa. Eppure ancora non riusciva a scacciare quella permanente sensazione di inutilità, che si faceva più forte soprattutto quando nel museo entravano signori con cappelli bizzari e una pipa appesa alle labbra, o signore benvestite affatto meravigliate da un luogo tanto simile alle loro case. Le facce annoiate degli studenti in gita le facevano perdere le staffe. Ma chi davvero non riusciva a sopportare erano i cinesi con le loro reflex da 800 euro: il suo stipendio, tasse incluse. “Ma non mangiavano solo riso, questi?”, si chiedeva mentre li guardava fare inchini a destra e a manca.</p>
<p>Non aveva un uomo che la portasse fuori a cena per poi riaccompagnarla a casa con negli occhi la speranza di sentirsi dire “Vuoi salire?”. Il padre non si era mai accorto dei momenti in cui avrebbe potuto dichiararsi orgoglioso di lei e la piccolezza della madre era talmente evidente da averne conquistato i lineamenti del volto. “Nessuno può essere importante per sé”, pensava mentre chiudeva le porte del museo e si dirigeva verso la fermata dell’autobus – una macchina non avrebbe potuto permettersela. Ma fuori del museo era diverso: c’erano altre regole, quelle che lei non era mai riuscita a capire o a controllare. E il viaggiare in piedi sia all’andata che al ritorno ne era una prova. “Se gli altri non si accorgono di qualcuno, quel qualcuno non esiste” – la chiave nella toppa, finalmente a casa. Una doccia, cena e poi a dormire, ché domani è un altro giorno.</p>
<p>Quando seppe del concerto d’archi per la celebrazione dei cento anni d’apertura del museo, qualcosa in Monica cambiò. Le si accese come una speranza: quella di esistere per qualche sconosciuto, almeno un paio d’ore.  Quella mattina si vestì di fronte allo specchio: la divisa era la stessa di tutti i giorni, eppure era diversa, perché oggi sarebbe stata un punto di riferimento per gli ospiti. Si truccò, per l’occasione, gli occhi e le gote con un tocco di fard. Prese l’autobus in anticipo, per evitare che la folla dell’ora di punta le sgualcisse la giacca. Aveva il volto colmo di una solennità che non aveva ancora conosciuto fino a quel momento. Giunta al museo, entrò iniziando a dare disposizioni con la serietà di una vera professionista. Tutto era pronto e doveva essere perfetto. Ricevette una chiamata che la avvertiva di una posticipazione del concerto: dalle 16 alle 17. Lei ci rimase male. Disse che non era così che era abituata a fare le cose e che degli ospiti non potevano decidere il menù dell’oste. Tra l’altro, il museo avrebbe chiuso alle 18, essendo domenica. Dall’altro lato del telefono, una voce imbarazzata si scusò dell’accaduto e assicurò che tutto si sarebbe svolto entro il rispetto degli orari prestabiliti.</p>
<p>Alle 17.20 il gruppo dei musicisti non ancora era al completo. Nel frattempo Monica si era prodigata per gli arrivati: aveva indicato agli spettatori dove sedersi, dividendo l’afflusso in due code allineate ai lati opposti della sala e aveva accolto i musicisti con un “Buonasera, da questa parte”. I musicisti la seguirono continuando a parlare tra loro e, quando dovette allontanarsi per un battibecco di una unita famiglia divisa dalle postazioni assegnate, si sentì assicurare con benevolenza di non preoccuparsi “sappiamo già come disporci”. Nessuno le aveva ancora detto “Buonasera”.</p>
<p>Durante il concerto non riusciva a decidere se fossero più fuoriluogo i frack dei suonatori o le pellicce delle signore che ascoltavano senza capire. Nemmeno lei capiva ciò che non stava ascoltando, immersa com’era nel suo ruolo rivestito da tanta responsabilità. E cosa potevano saperne loro, i suonatori con i loro violini, le signore nelle loro pellicce e i mariti con la pipa appesa a quella faccia stupida. Si accorgevano solo ora dell’esistenza di quel museo che li stava ospitando tutti e che avrebbero avuto l’accortezza di dimenticarlo appena fuori. Eppure, se ora tutti questi signori imbellettati sono qui è perché questo museo esiste, è esistito prima che loro arrivassero ad occuparne le poltrone con i loro culi flaccidi ed esisterà anche dopo, liberato da quell’odore di profumi costosi, tabacco speziato e naftalina. Così come lei, Monica, il custode responsabile che ha reso possibile all’intellighenzia di passaggio di assistere ad un concerto di musica barocca con il proprio lavoro sottopagato, rimandando le ferie che non avrebbe comunque potuto permettersi, lavorando con l’influenza per mancanza di sostituti. Tutto questo per loro, perché degli sconosciuti ingrati e irrispettosi potessero assistere, ora, ad uno stupido concerto che la farà tornare a casa tardi, di domenica, senza che nessuno di loro se ne dispiaccia almeno un po’.</p>
<p>Doveva fare qualcosa. Il suo sacrificio non poteva consumarsi invano. Se esisteva un modo per farsi ricordare, per esistere, era giunto il momento di provarlo. Alle 18 in punto Monica si allontanò dal suo banchetto. Attraversò il passiglio che le file delle sedie, a destra e a sinistra, avevano formato al centro della sala. Su quel tappeto rosso si sentiva una regina, anche se nessuno le diede molta importanza. Gli sguardi si distolsero dalla piccola banda di suonatori siolo quando, con una eclatante dimostrazione di onnipotenza, Monica scavalcò i cordoni di velluto rosso che dividevano lo spettacolo dagli spettatori. Con un gesto plateale ed osceno, dimostrò a tutti la superiorità della regia, a cui è permesso di entrare e uscire dallo spettacolo che sente proprio e di cui tutti non sono che attori o spettatori. Monica si avvicinò ai musicisti impedendo loro di continuare nella loro performance. Poi, si diresse alla balaustra, avvicinò le labbra al microfono e disse: “Il museo chiude alle 18. Tutti i visitatori sono pregati di dirigersi verso l’uscita. Grazie.”</p>
<p>Non si era mai sentita così viva.</p>
<p>(<em>Concerto interrotto al Pantheon: il ministero si scusa con Alemanno</em>, <a href="http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/10_marzo_6/pantheon-reazioni-concerto-interrotto-1602605803296.shtml" target="_blank"><strong>Corriere della Sera</strong></a>)</p>



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		<title>Ripensare l’Uomo</title>
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		<comments>http://www.stroboscopio.com/ripensare-luomo/2010/03/06/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 12:43:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'opinione]]></category>
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(di Luigi Bosco su Filosofipercaso)
Tutta colpa del pollice opponibile
Il giorno che l’uomo si toccò il mignolo col pollice, tutto cambiò. Afferrare, trattenere, modellare, manipolare significarono una cosa sola: controllo.
Di migliaia d’anni in migliaia d’anni l’uomo, attraverso l’esercizio del controllo, passò dal sentirsi un elemento del tutto al vedere il tutto come insieme di elementi a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://files.splinder.com/431b230668e70fe8910b7ff839caa973_medium.png" alt="" width="425" height="337" /></p>
<p style="text-align: right;">(di <strong>Luigi Bosco</strong> su <a href="http://filosofipercaso.splinder.com/post/22347275/Ripensare+l%E2%80%99Uomo" target="_blank"><strong>Filosofipercaso</strong></a>)</p>
<p><strong>Tutta colpa del pollice opponibile</strong></p>
<p>Il giorno che l’uomo si toccò il mignolo col pollice, tutto cambiò. Afferrare, trattenere, modellare, manipolare significarono una cosa sola: <strong>controllo</strong>.</p>
<p>Di migliaia d’anni in migliaia d’anni l’uomo, attraverso l’esercizio del controllo, passò dal sentirsi un <em>elemento del tutto </em>al vedere il <em>tutto come insieme di elementi</em> a sua disposizione. Iniziò a modificare il corso naturale degli eventi attraverso l’utilizzo dei suoi <strong>artifici </strong>sempre più “<em>ingombranti</em>” e il mondo divenne una sua <strong>appendice</strong>: nacque la <strong>scienza</strong>, la <strong>tecnica</strong> e la <strong>tecnologia</strong>. L’esigenza di comunicare spinse l’uomo a costruirsi un sistema fatto di <em>simboli </em>e <em>significati </em>attraverso cui scambiare messaggi e informazione: nacque il <strong>linguaggio</strong>, in tutte le sue accezioni.</p>
<p>La maggiore facilità con cui l’uomo riuscì a mantenersi in vita generò un “<em>disavanzo</em>” di tempo che egli iniziò a dedicare all’esercizio del <strong>pensiero</strong>. Con il pensiero, l’uomo passò dall’essere un <em>“ente posto in”</em> al sentirsi una <em>“identità posta su”</em> un sistema di esistenze. Fu così che <strong>l’uomo trovò se stesso perdendo la testa</strong>.</p>
<p>Allora iniziò il mondo così come lo conosciamo. L’uomo, attraverso l’esercizio del controllo, conobbe il potere della proiezione degli eventi: nacquero lo <strong>spazio </strong>e il <strong>tempo</strong>. Passò dal sopravvivere al vivere, al vivere meglio, al vivere sempre meglio: nacque il <strong>progresso</strong>, e il presente sostò all’ombra del futuro, e il passato fu un baule pieno di ricordi da dimenticare, da rimestare con la svogliata nostalgia di quella parte di se stessi che si è appena perduta mentre si stava guardando avanti.</p>
<p>Fu così che l’uomo iniziò ad <strong>antropomorficizzare </strong>la realtà: impegnato com’era a vivere, dimenticò la <strong>morte</strong>, mentre il presente si deformava in una orribile smorfia schiacciato dal peso di un futuro – tempo infinito e inesistente – che avrebbe avuto il compito di farlo sorridere, un giorno.</p>
<p>L’evoluzione del pensiero dell’uomo andò di pari passo con quella della sua <strong>cono-scienza:</strong> quanto più la realtà veniva identificata, tanto più il pensiero astraeva da essa, fino a spingersi oltre i confini dell’ignoto, allargando sempre più il tessuto della <strong>trascendenza</strong>.</p>
<p>Tanti furono i “<em>mondi</em>” prima esplorati e poi partoriti dalla mente dell’uomo: la <strong>Scienza </strong>e la <strong>Filosofia</strong>, <strong>Dio </strong>e la <strong>religione</strong>, la <strong>Natura </strong>e la <strong>Tecnica</strong>. Ma tutte queste esplorazioni e questi parti nacquero dai due più grandi <strong>aborti </strong>del genere umano, che tutt’ora sopravvivono al grembo che li accolse: l’<strong>Identità </strong>e la <strong>Libertà</strong>.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><code><img src="http://www.stroboscopio.com/wp-content/plugins/flash-video-player/default_video_player.gif" /></code></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>L’identità</strong></p>
<p>Ogni esistenza si differenzia non in termini <em>quantitativi</em>, né in termini <em>qualitativi</em>. Piuttosto, la differenza è in termini di <strong>presenza a se stessa.</strong> Una pietra non esiste <strong>né più né meno</strong> che un gatto. Un albero non esiste <strong>né meglio né peggio</strong> di un uomo. Ciò che fa la differenza è quello che viene comunemente definito come <strong>coscienza</strong>. Meglio ancora se si parla di <strong>coscienza di coscienza</strong>, ovvero la capacità di una esistenza di essere presente a se stessa. La coscienza di coscienza, nei termini in cui a noi è conosciuta, è una caratteristica precipua dell’essere umano. Lasciamo, quindi, stare pietre alberi e gatti.</p>
<p>Come dicevamo, l’uomo non è solo cosciente, ma è anche cosciente di essere cosciente. Questo determina i confini di quella che noi conosciamo come <strong>Identità</strong>, che ci regala la nostra unità separandoci da tutto il resto. Tale “<em>separazione</em>” produce uno scarto tra l’uomo e il mondo. Tale scarto è il <strong>TEMPO</strong>. Ora, mentre un animale semplicemente cosciente si sentirà una <em>parte-del-tutto</em> e si preoccuperà di salvaguardare la “porzione” di <strong>presenza </strong>che gli è stata riservata, un uomo cosciente della sua coscienza si sentirà <em>una parte-nel-tutto</em> e andrà oltre la sua presenza. Egli procurerà di conservare la sua <strong>PERMANENZA</strong>, costruendosi convenzionalmente <em>un-posto-nel-mondo</em>. In questo senso, l’uomo vive come vivrebbe un dio che non sappia cosa fare di se stesso: non riconoscendo la sua <em>funzione-col-mondo</em>, si affanna a cercare una possibile <em>funzione-nel-mondo</em>. Come fa tutto ciò? Con l’affermazione della sua propria identità, ovvero di quella stessa funzione da cui tutto è partito, da quel muro che lo ha separato da tutto il resto illudendolo con la sensazione di essere parte di se stesso.</p>
<p>La principale e peggiore caratteristica dell’identità è il suo bisogno di <strong>coerenza</strong>, capace di trasformare l’uomo in un animale che si prenda troppo sul serio. Tale coerenza viene raggiunta e mantenuta attraverso la reiterazione di una serie di comportamenti e la ragione che li giustifica logicamente. La possibilità del cambiamento viene in tal modo ristretta, se non del tutto preclusa, a favore dell’autoconservazione della propria identità. Rimaniamo così immobili, impossibilitati nel muoverci dal nostro titanismo, a cui la nostra identità ci soggioga.</p>
<p>Ma siamo davvero noi a scegliere chi siamo?</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><code><img src="http://www.stroboscopio.com/wp-content/plugins/flash-video-player/default_video_player.gif" /></code></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>La libertà</strong></p>
<p>Credo di non sbagliare se affermo che la più grande libertà di una qualsiasi esistenza è la <strong>libertà di essere</strong>. Però, io non posso scegliere di esistere o meno, semplicemente: esisto. Credo che su questo si possa essere tutti d’accordo. La domanda è: il fatto di non poter scegliere di esistere non pregiudica già di per sé l’esercizio ed il concetto stesso di libertà? Non è l’essere già “<em>schiavo</em>” della sua stessa esistenza? Non è la libertà di un uomo inteso in tal senso simile a quella di uno schiavo che può scegliere se farsi piacere o no stare al servizio del suo padrone?</p>
<p>L’uomo non è libero perché esiste senza sceglierlo, così come l’Essere non è libero perché esiste senza sceglierlo. Potrei anche affermare che, in questo senso, la <strong>libertà stessa non solo non esiste ma non è libera</strong>.</p>
<p>Da un punto di vista puramente logico, la libertà presuppone una scelta e degli oggetti di scelta. L’atto della scelta presuppone che esista qualcuno/qualcosa che scelga tali oggetti di scelta che, a loro volta, devono esistere (concretamente o idealmente nella mente di chi sceglie). Tutto quanto ruota attorno alla libertà prevede un’esistenza che sceglie. Ora, un’esistenza può compiere potenzialmente qualunque scelta tranne quella di esistere, poichè qualcosa che non esiste non può scegliere. E, però, allo stesso tempo è proprio ciò che non esiste ad essere a tutti gli effetti libero. Quindi, non credo di sbagliarmi se dico che <strong>la libertà non esiste</strong>, oppure che la libertà <em>è </em>non esistere. O, ancora meglio, che l<strong>a libertà è non sapere di esistere</strong>, annullarsi in quel <strong>Nulla </strong>che altro non è se non il <strong>Tutto senza coscienza</strong>.</p>
<p>Nemmeno posso scegliere di perpetrare la mia esistenza, poiché presto o tardi sopraggiunge la morte. A questo punto, quella che potremmo definire in termini trascendentali (a me poco congeniali) come <strong>Libertà Assoluta</strong> è concettualmente un equivoco che andrebbe abbandonato per concentrarsi su un altro tipo di libertà più “<em>contingente</em>”. L’unica libertà di cui possiamo parlare è tutta “<em>umana</em>” e altro non è se non il risultato di un incrocio di circostanze ed eventi passati, presenti e futuri che determinano una particolare condizione. In maniera più ampia, tale processo potrebbe essere identificato con la <strong>Storia</strong>. Ciò che noi crediamo siano nostre scelte, frutto del nostro libero arbitrio, altro non sono che il susseguirsi di cause ed effetti determinati da fattori esterni e da fattori interni a loro volta influenzati dai primi. Le nostre sono scelte che sicuramente prevedono una nostra responsabilità, senza per questo lasciare spazio ad alcuna libertà. Se vi è una libertà, questa è la libertà di azione, la quale non è in grado di determinare assolutamente la direzione di tale azione.</p>
<p>Generalmente, l’uomo quotidiano non è cosciente (o fa finta di non esserlo) di questa mancanza di libertà e della assurda inutilità del suo esistere fine a se stesso e si ostina a porsi degli scopi e degli obiettivi, si lascia tediare dal pensiero dell’avvenire, giustifica i suoi comportamenti ed agisce di conseguenza. Si crogiuola nel trascendente, si nutre di speranza, sempre accondiscendente all’<strong>Etica </strong>che si è costruito.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><strong>Ripensare l’Uomo</strong></p>
<p>Mi chiedo se non sia giunto il momento di <strong>ripensare l’Uomo,</strong> ridimensionando concetti quali “<em>identità</em>”, “<em>sé</em>”, “<em>uomo</em>”, “<em>Bene</em>”, “<em>Male</em>”, “<em>Trascendente</em>”, “<em>Oltre</em>”, per poter finalmente vivere non con un <strong>atteggiamento fattivo</strong>, bensì con un<strong> sentimento partecipativo</strong> di un processo che ci trascende fintanto che esistiamo e che ci concerne quando ormai non siamo più; senza più quell’insensata esigenza di costruirci una trascendenza della contingenza in un disperato tentativo di conservare la nostra identità anche quando non sapremmo più cosa farcene. Forse, in questo modo, esistere potrebbe assumere altri significati, le scelte altre direzioni, i fini altri pesi, le attività altri aspetti, le priorità altri valori. Forse, ci sarebbe ancora la possibilità di capire che smettere di esistere può significare tornare a far parte di quel tutto che si è vissuto senza poter farne parte e, chissà, l’uomo potrà finalmente anche<strong> imparare a morire</strong>.</p>
<p>Nell’attesa che ciò accada, mi consolo con l’<strong>arte</strong>, l’unica a saper meglio rappresentare <strong>la nostalgia di quell’assurdo a cui fingiamo di non appartenere</strong>.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><object style="width:600px;height:424px" ><param name="movie" value="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf?mode=embed&amp;documentId=100126170818-6d0e3e6d4c4546bab45a1df80b7d235f&amp;docName=1956ultimadomandaasimov&amp;username=Stroboscopio&amp;loadingInfoText=L'ultima%20domanda%2C%20Asimov&amp;showFlipBtn=true&amp;backgroundColor=FFFFFF&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Fcolor%2Flayout.xml" /><param name="allowfullscreen" value="true"/><param name="menu" value="false"/><embed src="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf" type="application/x-shockwave-flash" style="width:600px;height:424px" flashvars="mode=embed&amp;documentId=100126170818-6d0e3e6d4c4546bab45a1df80b7d235f&amp;docName=1956ultimadomandaasimov&amp;username=Stroboscopio&amp;loadingInfoText=L'ultima%20domanda%2C%20Asimov&amp;showFlipBtn=true&amp;backgroundColor=FFFFFF&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Fcolor%2Flayout.xml" allowfullscreen="true" menu="false" /></object></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Per chiunque voglia partecipare, la discussione è aperta sul sito che ospita l&#8217;articolo &#8211; <a href="http://filosofipercaso.splinder.com/post/22347275/Ripensare+l%E2%80%99Uomo" target="_blank"><strong>Filosofipercaso. </strong></a>Ogni parere, appunto o obiezione sarnno benvenuti.</p>



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		<title>Pier Paolo 88</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 23:16:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia Civile]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[Scritti personali]]></category>

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		<description><![CDATA[Cosa importano le grida
di tua madre se
dal corpo sgrava l’utero
della civiltà?
Sotto l’ampia fronte il tuo pensiero,
arricciato tra i solchi delle raggrinzite
rughe, grondava le parole
del suo privilegio
sui tetti gialli che otturavano le case,
fino a che non ti si smise
il fiato dalla bocca.
Dalle tue ceneri rinasce
ogni giorno da allora
zoppa la fenice
o senza un ala che muova
un poco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa importano le grida</p>
<p>di tua <em>madre</em> se</p>
<p>dal corpo sgrava l’utero</p>
<p>della <em>civiltà</em>?</p>
<p>Sotto l’ampia fronte il tuo <em>pensiero,</em></p>
<p>arricciato tra i solchi delle raggrinzite</p>
<p>rughe, grondava le parole</p>
<p>del suo <em>privilegio</em></p>
<p>sui tetti gialli che otturavano le case,</p>
<p>fino a che non ti si smise</p>
<p>il fiato dalla bocca.</p>
<p>Dalle tue <em>ceneri</em> rinasce</p>
<p>ogni giorno da allora</p>
<p>zoppa la <em>fenice</em></p>
<p>o senza un ala che muova</p>
<p>un poco d’aria intorno.</p>
<p>Non brilla la <em>virtù</em> opaca</p>
<p>dei discorsi ripetuti</p>
<p>alle <em>televisioni</em> violentate</p>
<p>da qualsiasi microfono.</p>
<p>Son di moda oggi i <em>froci</em></p>
<p><em>comunisti</em>: li puoi incontrare</p>
<p>ovunque nei palazzi</p>
<p>alti, tranne di domenica</p>
<p>Ché cantano nei cori.</p>
<p>I <em>fetusi </em>già</p>
<p>non tingono più le sabbie</p>
<p>né giocano con le palizzate delle spiagge:</p>
<p>rimboccate le maniche</p>
<p>per non sporcare il vestito buono</p>
<p>agitano gli avambracci <em>pelosi</em></p>
<p>con la faccia all’ombra di un <em>pino</em></p>
<p>sotto il quale scrivono le leggi</p>
<p>della <em>religione del mio tempo</em>: corpi</p>
<p>semimorti che accolgono</p>
<p>il riposo di assopite <em>coscienze,</em> stanche</p>
<p>dopo la visita al mercato centrale</p>
<p>tra i saldi sui saponi</p>
<p>e quelli sui fucili.</p>
<p>Nonostante gli sconti sui cuscini</p>
<p>su di essi ancora resta la mattina</p>
<p>l’orma del <em>sogno di una cosa</em></p>
<p>che non riusciamo a ricordare.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Pier Paolo Pasolini nacque a Bologna il 5 Marzo 1922. Morì assassinato il 2 Novembre 1975 e questo ancora ci duole.</p>



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		<title>Ennio Flaiano – Autointervista 1963</title>
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		<comments>http://www.stroboscopio.com/ennio-flaiano-autointervista-1963/2010/03/05/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 17:23:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni e Avvistamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Autointervista 1963]]></category>
		<category><![CDATA[Ennio Flaiano]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Genna]]></category>
		<category><![CDATA[segnalazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Cento anni fa nasceva Ennio Flaiano. Poi, purtroppo, è morto.
Personaggio caratterizzato da un forte acume critico e da un cinismo tragicomico, fu autore, tra le molte altre cose, di una importante fetta del miglior cinema italiano degli anni &#8216;50-&#8217;60.
(da Giuseppe Genna)
«Ecco come io immagino l’inferno» mi diceva R. «Un luogo dove i  peccatori ripetono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cento anni fa nasceva Ennio Flaiano. Poi, purtroppo, è morto.</p>
<p>Personaggio caratterizzato da un forte acume critico e da un cinismo tragicomico, fu autore, tra le molte altre cose, di una importante fetta del miglior cinema italiano degli anni &#8216;50-&#8217;60.</p>
<p style="text-align: right;">(da <a href="http://www.giugenna.com/2010/01/21/ennio-flaiano-autointervista-1963/" target="_blank"><strong>Giuseppe Genna</strong></a>)</p>
<p><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 0px 5px;" src="http://filcusum.files.wordpress.com/2009/06/flaiano-sorride.jpg" alt="" width="400" height="300" />«Ecco come io immagino l’inferno» mi diceva R. «Un luogo dove i  peccatori ripetono di continuo e per sempre le azioni che predilessero e  che hanno determinato la loro condanna. Esempio: il lussurioso proverà  tutti gli orrori e i disgusti degli accoppiamenti, il violento ripeterà  instancabilmente le sue violenze, ma senza esito, il goloso dovrà  divorarsi ripugnanti montagne di cibo e il suo stesso vomito, il  traditore continuerà a tradire, sempre, persino se stesso, l’iroso…».  «Basta» gli dico «che noia, tu stai descrivendo la vita».</p>
<p> Fine di intervista. «Lei crede che la televisione abbia abbassato il  livello culturale del pubblico?». «No, credo che abbia abbassato il  livello culturale degli intellettuali». «Se dovesse definire in poche  parole il dramma della vita moderna?». «Il dramma della vita moderna è  questo: tutti cercano la pace e la solitudine. E per il fatto stesso di  cercarle, le scacciano dai luoghi dove si trovano». «Una domanda  indiscreta: perché scrive tanto poco?». «Caro signore, io non ho una  vocazione narrativa. Scrivo, che è una cosa molto diversa».</p>
<p>Gli italiani non amano la natura perché essi stessi sono nella  natura. Ecco l’avvio di una discussione con L. in una trattoria di  pescatori verso la foce dell’Arrone. Lamentavamo che quegli stessi  pescatori avessero trasformato la spiaggia in una landa piatta,  bruciata, polverosa, distruggendo quasi tutte le quarantasette specie di  piante che formano la macchia mediterranea e che sono interdipendenti  (cioè, ognuna aiuta le altre a vivere). Noi la ricordavamo un tempo  arcadica e solenne, proprio adatta a uno sbarco di Enea, fitta di  tamerici, di cardi, di ciliegi selvatici, di ginepri… ispidi e verdi  grovigli che proteggevano dalla salsedine i giovani lecci e questi, a  loro volta, proteggevano i vecchi pini del bosco. Quella macchia che  sfumava sin verso la riva coi suoi aghi, i suoi fiori violetti, le sue  grasse diramazioni, e modellava dune sempre più possenti e invalicabili,  sulle quali libeccio e maestrale non facevano presa, ora è scomparsa.  Quando passa una macchina ora s’alza un polverone. Ci chiedevamo dunque  come mai i pescatori (che pure conoscono il mare e i venti) non avevano  capito la necessità di conservare quell’ordine vegetale stabilito dalla  natura, che difendeva le loro case e temperava il loro clima. Bene, la  risposta è quella che abbiamo già data. Davanti a un paesaggio  l’italiano “povero” non si commuove, non lo vede cioè come un fatto  armonico e intangibile (suscitare di varie emozioni e presidio della  memoria, se si vuole) ma lo scompone nei suoi singoli elementi  utilitari. Quel che gli serve se lo prende, il resto lo distrugge.  Agisce infine come un essere talmente inserito nella natura da non avere  la capacità di ammirarla, ma soltanto quella di servirsene. Sotto certi  aspetti, l’italiano povero è un roditore. Ma l’italiano “ricco” è  qualcosa di peggio. Il “ricco” capisce il paesaggio come ornamento di  ciò che possiede e riesce persino a dividerlo in due categorie:  paesaggio di rappresentanza e paesaggio di servizio. Per ottenere questi  paesaggi, indispensabili al suo prestigio, il ricco agisce da  guastatore, spiana le dune che gli occludono la vista al mare (il quale,  secondo Flaubert, «gli ispira pensieri profondi»), scava, riempie,  livella, squadra, sradica i cespugli e pianta alberi che non  attecchiscono, erge muretti e cancellate, le adorna, sbatte la sua casa a  un palmo dalla riva o la ficca nel folto del bosco, facendovi ammirare  un tronco che attraversa dall’alto in basso la sua stanza di soggiorno;  insomma, modifica anch’egli il paesaggio originale, che gli sembra non  elegante, non ordinato, soprattutto non moderno. E, dove può, passa una  mano d’asfalto.<br />
 Come conclusione – e tutta la costa laziale sta diventando la prova di  questo dramma – sia il “povero” che il “ricco” distruggono la natura:  l’uno perché ne fa parte, l’altro perché vuole farla a sua immagine e  somiglianza. La desolazione di certi luoghi si fa insostenibile? Spesso  l’idea di vivere in un paese che si va sgretolando nella laidezza ci  avvilisce.</p>
<p>La piccola svedese, che ha visto gli stormi delle quaglie venire dal  mare e posarsi affrante nel sottobosco per riprendere fiato, sa che un  esercito di cacciatori è già pronto. Cerca allora di salvare la vita a  quei poveri uccelli migratori frugando con una pertica nei cespugli e  gridando: «Via, andate via, vi ammazzano!». Pretende anche che il suo  amico si levi di notte e vada con lei ad avvertire le quaglie del  pericolo che le attende con lo spuntare dell’alba. Non sa che i  cacciatori servono per eliminare indiscriminatamente le specie deboli.  Incontra un cacciatore e gli spiega che non è leale, soprattutto non è  sportivo, sparare a un animale sfinito dalla stanchezza. Il cacciatore  sorride guardandole le gambe e il seno. Tornando verso casa la ragazza  vede un uomo, un brav’uomo che ella conosce, frugare tra i cavoli del  suo orto e tirarne fuori due quaglie. «Me le mangio subito!» dice l’uomo  festoso. «No, no, no!» grida stravolta la ragazza. L’uomo la guarda  senza capire, fa la timida offerta di un dono, ci ripensa, si mette le  quaglie in tasca. Ciò non toglie che gli abitanti di questo villaggio  marino sian pieni di virtù, di gentilezza, di sapore umano, incrollabili  nelle loro testardaggini e spesso portatori di antiche malinconie.</p>
<p>Novellino. Giacomo scese dalla sua automobile e cavò di tasca la  chiave per aprire il cancello del cortile, dov’era il garage. Qui cavò  di tasca un’altra chiave. Quand’ebbe calata la serranda, ritornò verso  l’atrio: dovette aprirlo facendo forza con un’altra chiave e la porta a  vetri tremolò. Anche l’ascensore si apriva con una chiave, per impedire  ai ragazzi di scrivere porcherie sul legno della gabbia. La porta di  casa si apriva con due chiavi, questo da quando Giacomo aveva avuto la  visita dei ladri. La serratura aggiunta scattava quattro volte. Giacomo  entrò nel suo studio, aprì con un’altra chiave un cassetto della sua  scrivania e prese una scatola. Era piena, appunto, di chiavi: residui di  traslochi, di bauli finiti nella soffitta, di porte dimenticate, di  ascensori lontani. Tutte avevano aperto qualcosa e Giacomo non aveva mai  osato buttarle via per il timore – che le chiavi incutono sempre – di  una loro possibile utilità. Qui, sfinito, Giacomo si mise a pensare al  suo futuro. Fece due ipotesi. La prima era piena di altre chiavi. Tre di  queste chiavi erano nella villa che voleva farsi al mare; anzi, a  calcolare meglio (cancello, porta, servizi, garage), erano quattro:  senza contare la chiave della cantina. C’era poi la chiave del motoscafo  (o non erano due?) e la chiave della cabina. Poi vedeva un’altra  chiave… che si rendeva necessaria… la cappella di famiglia… Comunque,  c’era tempo per pensarci. Un altro mazzetto di chiavi, queste gentili,  dondolavano all’altezza dei suoi occhi, nel vuoto, tintinnando. Erano le  chiavi di una garçonniere che un amico voleva cedergli. Non sapeva  decidersi.<br />
 La seconda ipotesi era senza chiavi. La capanna dove sarebbe finito non  aveva chiavi. Laggiù non solo non si chiudevano le porte, ma spesso le  porte mancavano addirittura. I ladri non entravano in quelle case perché  non c’era niente da prendervi. Laggiù tutti erano più poveri dei ladri.  Anche lui, Giacomo, era povero. Nelle tasche dei pantaloni, come quando  era ragazzo, aveva solo un fazzoletto sporco, un elastico e una  conchiglia. Per svagarsi talvolta arrivava alla città vicina e  gironzolava tra le macerie. Rasserenato da questa seconda ipotesi  Giacomo aprì l’armadio dei liquori con una chiave dorata e si versò due  dita di cognac.</p>
<p>Ieri sera, eccomi in un cinema. Nella sgradevole attesa dell’inizio,  la sala era illuminata male. E poi: al contrario degli spettatori di un  teatro, gli spettatori di un cinema hanno sempre l’aria di vergognarsi e  si spandono tra le file vuote, restano sprofondati nelle loro poltrone  senza volgersi o levarsi. Sembrano covare propositi loschi. Molti  guardano il soffitto. Intanto sullo schermo passavano diapositive  pubblicitarie di parrucchieri, mobilieri, tintorie, allevamenti di  polli. I brevi film che seguirono trattavano questi argomenti con  petulante serietà: che cosa mettersi nei capelli perché brillino, perché  bisogna preferite certe pentole, perché la signora è felice di lavare i  piatti, perché un alito puro favorisce l’attività sentimentale. Infine  una giovane famigliola, che mi sembrava di conoscere (o sono tutte  uguali?) sedeva a tavola e mangiava maionese. Vennero poi altri giovani e  ragazze a inseguirsi su una spiaggia, a tuffarsi nelle onde, protetti  da una crema per la pelle. Altri giovani, in abito da sera, bevevano  liquori. Tutti gli idilli si concludevano. Il giovane guardava la  ragazza e sorrideva, la ragazza rispondeva con un sorriso di  accettazione. Probabilmente erano felici. Quando cominciò il film vero e  proprio mi sentivo non solo stanco ma turbato dall’idea di non essere  nel mio tempo, di non amare la società, di “non conoscere i giovani”.  Quei giovani sullo schermo che enunciavano assiomi erano dunque il mio  prossimo? Possibile che non avessero altro da dirmi? Ho assunto l’aria  di colpa e d’attesa che avevano già gli altri spettatori e intanto  ruminavo questo dubbio, che l’uomo-massa non può separare il proprio  divertimento dal peccato che ne è all’origine e che quindi lo determina:  la insoddisfazione del proprio stato, il desiderio di evaderne  attraverso sogni compiacenti… che la pubblicità fa suoi alleati.</p>
<p>A casa, mi metto a leggere un romanzo di esperienze erotiche e una  grande tristezza mi prende, come un mal di denti. Sembra che lo  scrittore voglia alludere a qualcosa che era il fine della nostra  esistenza, ma che non sappia farlo. Il messaggero ha dimenticato il  messaggio e cerca, sgomento, di evocarne il senso più grossolano, che  gli è rimasto impresso, ma il vero messaggio non esce fuori, si rifiuta  di comporsi in una sola semplice parola. Getto via il libro e prendo una  piccola antologia di poeti greci. La sensazione di sgomento, di  impotenza, di prigione adesso è mia, del lettore. Uno spesso cristallo  si frappone tra quelle rappresentazioni dell’amore e il “nostro” amore.  Io posso vedere il “loro” amore, ma come un oggetto che non mi  appartiene più. Vorrei essere dall’altra parte del cristallo… ma ci vuol  altro! Il possesso dell’oggetto amato dava dunque la felicità, alla  stesso modo che oggi dà un certo piacere, certe preoccupazioni, una  certa noia? Che cosa è diventato l’amore? Per un giovane d’oggi,  un’esperienza: un modo di accedere a un certo grado di esperienza. Ma la  collettività non gli consiglia di portare a fondo quest’esperienza,  essa ha bisogno di sapere che l’unico vero amore di ognuno è per lei.  Propone un piacevole derivativo: l’erotismo, che conviene a tutti. Per  la maggioranza dei giovani l’amore, invece di essere il riconoscimento  della propria esistenza in un altro essere, diventa una pratica, una  tecnica di sistemazione che lo inserisce nella collettività? Qualcosa da  acquistarsi pazientemente, come l’impiego, la stima dei superiori? Fa  parte dello stesso catalogo che comprende le altre macchine e  agevolazioni della nostra prigionia? Così succede che i giovani  riconoscono il “loro” amore nei libri che leggono e nei film che vanno a  vedere, dove l’amore si fa, dove l’amore non è un mistero ma una  ginnosofia e, come tutte le esercitazioni, può portare alla noia e alla  solitudine.<br />
 Certe volte, porta anche all’innocenza. Per questo forse tendiamo verso  forme d’arte lontane, primitive o barbare, che possono ancora suggerire,  con la freschezza della rappresentazione erotica, idee di una purezza  perduta, di una recuperabile (appunto) innocenza nei rapporti dell’uomo  con la natura e i misteri strettamente legati alla vita. Ciò che non  riesce più a commuoverci nelle rappresentazioni contemporanee, ci  commuove in quelle che precedono o ignorano la nostra civiltà. La  rappresentazione del piacere dei templi indiani del XII secolo ci  riporta a un paradiso perduto dove l’amore non faceva mistero dei suoi  gesti ma addirittura li consacrava in un rituale in cui l’uomo e la  donna erano i sacerdoti: è una rappresentazione senza freni e casta, e  non mi meraviglierei se avesse salvato l’anima di qualche turista in  cerca di sensazioni.<br />
 C’è poi l’artista professionale che vede l’erotismo come una colpa della  quale ci si può liberare confessandola. Come quel peccatore di  Stendhal, egli prova il piacere del peccato due volte: facendolo e  raccontandolo minutamente al confessore. Immerso nella vita, l’artista  afferma di cercare una spiegazione dell’esistenza: che sono due cose  diverse. Mi fa pensare al geologo che, caduto nelle sabbie mobili,  cerchi di decifrare la composizione del magma che lo inghiottirà, senza  curarsi del fatto, ben più importante, che quello stesso magma lo sta  inghiottendo. Questa soluzione è per il geologo talmente scontata e  irrefrenabile che ne trae una certa cupa vanità.</p>
<p>Il produttore di cinema vuole fare un film da una commedia  ottocentesca. Il pubblico è disorientato, e bisogna dirgli qualcosa di  sano, di ben costruito, senza nuove ondate, senza problematiche,  anomalie e deviazioni. Però, naturalmente… in maniera che tutto risulti  un poco, anzi molto, insomma sufficientemente sexy. Oh, l’atroce parola!  Il regista e gli attori fanno miracoli, ma bisogna trovare soluzioni  piccanti, in contrasto con la serietà della cornice. Un lungo silenzio,  poi F. scuotendo la testa: «Non è possibile» dice «a meno di trasportare  l’azione ai giorni nostri. Il sesso… sì, il sexy (e sorride) è una  cerimonia commemorativa che esige lo spogliarello dei nostri abiti, di  quelli che portiamo noi, non di quelli che portavano i nostri antenati».  Il produttore lo guarda pensoso. «Sì» aggiunge F. «il costume di  un’altra epoca, per quanto riguarda il sexy, agisce sullo spettatore  come un freno, un blocco, una memoria inibitrice. Tutto quel guardaroba  gli stimola soltanto l’ironia, cioè un istinto di difesa». Il produttore  sbatte le palpebre. «Sì» insiste F. «il costume fa pensare ai nostri  morti, ai nonni, e non ci piace vedere i nostri nonni in situazioni  indecenti. Noi conserviamo un certo rispetto involontario per…». Un  altro silenzio. «Bene» conclude F. alzandosi «possiamo telefonare… che  so… ad uno psicanalista e farsi spiegare meglio, chiedere maggiori  ragguagli, ma credo che ogni tentativo sexy al di fuori del nostro tempo  risulti, nel migliore dei casi, storico, cioè non istintivo e naturale,  ma culturale».<br />
 A questa parola il produttore allarga le braccia desolato. F. ne  approfitta per tornarsene di corsa al mare.</p>



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		<title>Segmenti Uno</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 23:14:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Antonio Scavone su La dimora del tempo sospeso)
Lavoro a nero in una ricevitoria del lotto, il principale mi ha messo le  mani addosso, ci sono andata a letto, la moglie ci ha scoperti, sono  stata licenziata. A casa non trovo di meglio, dopo il divorzio mia madre  si è messa con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">(di <strong>Antonio Scavone</strong> su <a href="http://rebstein.wordpress.com/2010/03/04/segmenti-uno/#comment-11377" target="_blank"><strong>La dimora del tempo sospeso</strong></a>)</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 411px"><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2010/01/emilio_1263148390_tell_me_who_is_my_devil_52x50_cm_mix.jpg?w=300&amp;h=284"><img style="border: 0pt none; margin: 0px 5px;" src="http://www.arteadesso.net/public/forum/data/uploads/emilio_1263148390_tell_me_who_is_my_devil_52x50_cm_mix.JPG" alt="" width="401" height="380" /></a><p class="wp-caption-text"> Tell me who is my devil, Emilio Merlina (2010)</p></div>
<p>Lavoro a nero in una ricevitoria del lotto, il principale mi ha messo le  mani addosso, ci sono andata a letto, la moglie ci ha scoperti, sono  stata licenziata. A casa non trovo di meglio, dopo il divorzio mia madre  si è messa con uno scansafatiche, dice che è malato di cuore e non può  lavorare, io dico che è un opportunista. Lei non lo ama, lo sopporta, le  fa compagnia, le rispondo che “Il marito della parrucchiera” lo hanno  già fatto ed era troppo sdolcinato, mi ribatte che non posso capire io  che un uomo lo concepisco solo come uno che ti mantiene. Forse ha  ragione, è che a ventinove anni suonati, quindi trenta, non ho ancora  terra da camminare e cielo da vedere come si dice di solito.  Non ho mai  voluto fare qualcosa che mi piacesse davvero perché qualcosa che mi  piacesse o che tuttora mi piaccia davvero non c’è mai stata. E se c’è  stata era di poco conto. <br />
 Mia madre ha cominciato da sciampista, poi manicurista, infine  parrucchiera e si mise in proprio a vent’anni, rilevando un salone da  barbiere di un suo zio: col tempo e con sacrifici ristrutturò quel  salone abbastanza squallido, lo chiamò col suo nome, “Acconciature  Caterina”, cominciò a guadagnare, sposò mio padre a ventott’anni, mi  ebbe a ventinove, ha divorziato tre anni fa, ora ne ha cinquantanove.  Sono figlia unica, un altro figlio le morì di parto e da allora mia  madre scoprì che non poteva più avere bambini, si amareggiò in silenzio,  in solitudine, tirando avanti come ha sempre fatto: con coraggio e  aspettative. Al suo posto mi sarei lasciata andare, se non altro per  prendermi una pausa di riflessione ma Caterina la parrucchiera non si  perse d’animo: siamo fatte in modo diverso.<br />
 Anche il divorzio da suo marito è stato vissuto con naturalezza e  praticità, è come quando si perde un treno, è inutile disperarti, devi  semplicemente aspettarne un altro. Forse mi sarei comportata anch’io  così.<br />
 Con mio padre non c’è mai stata una grande intesa: beveva e  giocava: il sistema migliore per mandare in rovina un bar al corso: i  clienti abituali lo abbandonarono e anche quelli di passaggio passavano  oltre, non si fermavano più al “Bar del Corso”. Forse avrei dovuto  sposare Gino il barista che in pratica gestiva l’attività di mio padre  quando mio padre era ubriaco ma Gino aveva altro per la testa, non certo  me, non gli piacevo e non mi ha mai molestata, per lui non esistevo.  Difatti, prima che il bar del corso andasse in malora, Gino si licenziò e  ora lavora in una pasticceria dalle parti della stazione e si dice che  l’abbia pure comprata. Come ci sia riuscito me lo sono sempre chiesto ma  senza darmi risposte, forse rubava a mio padre, chissà. Dal canto suo,  mio padre ci restò male quando Gino si licenziò e quella fu la sua  ultima sbronza: mamma si era già separata e sapemmo che l’avevano  ricoverato in una clinica specialistica per disintossicarlo, aveva un  fegato così, e ci è rimasto un bel po’ di tempo.<br />
 Quando fu dimesso se ne andò a vivere con i fratelli, grossisti di  orto-frutta, e fu piazzato in ufficio a rispondere alle telefonate, fare  un po’ il guardiano, stare lì come il fantoccio sorridente e innaturale  di Mc Donald’s: non beve più ma continua a giocare.<br />
 Una famiglia particolare, la mia, senz’altro: quando ci penso mi  dico che le cose erano scritte immodificabili da qualche parte, cioè che  erano destinate. Sarò passionale ma credo che, in fondo, sia tutta  colpa del destino, hai voglia a ribellarti, non ci riesci perché quando  tutto è contro di te vuol dire una cosa sola: che il destino non ti  vuole, ti ha scaricata, non rientri nei suoi giochi, insomma sei  nessuna.<br />
 E dire che un pensierino col principale della ricevitoria l’avevo  fatto: la moglie ha il diabete e soffre di tiroide, poteva sparire da un  momento all’altro e invece è sparito lui: è rimasto scioccato, non si  aspettava di essere scoperto.  Avevo pensato di tenermelo un po’, di  godermi un po’ la vita, di sera per esempio, bar cinema ristorante,  due-tre bottarelle gliel’avrei fatte dare ma almeno potevo pensare con  più tranquillità non dico al mio avvenire ma al mio futuro, al mio  futuro prossimo. Svanito anche quello, per il momento. Personalmente  sono dell’idea che, in certi casi, futuro e presente siano la stessa  cosa, falsi o trascurabili. Stavo per vincere la selezione per il  “Grande Fratello” ma una tamarra che parlava spagnolo mi ha eliminata:  un tizio della produzione s’è preso il numero del mio cellulare, ha  detto che mi chiamerà per un altro programma, ho capito qual era l’altro  programma ma lui non mi ha chiamata. Se non è destino, questo.<br />
 Ora sto qui, con una diecina di ragazze e ragazzi più giovani di me  per un’offerta di lavoro nello studio di un commercialista. Ho buone  possibilità perché, tutto sommato, un diploma l’ho conseguito in tecnica  finanziaria e so sbrigarmela alquanto con le dichiarazioni Iva e quelle  dei redditi: solo che mi sembra tutto così assurdo e facile.<br />
 Sì, è assurdo perché sarebbe un controsenso con quello che penso  sul destino ingrato ed è facile perché, se era scritto così nel grande  libro delle opportunità, mi rammarico di non averlo intuìto prima, di  non aver preso l’occasione al volo quando si è presentata. Con qualche  difficoltà devo ammettere che ne avevo avute di occasioni ma le ho  sempre sprecate, e quindi perdute, perché le ritenevo, già allora e  stupidamente, troppo facili, troppo semplici, troppo comode. Quando si  dice il senno di poi.<br />
 Mamma mi ha detto di provare comunque, sempre meglio che starsene a  casa alla finestra.<br />
 Ho superato la selezione, ma questo lo sapevo già, mi conosco e so  quanto valgo e comincio subito a lavorare: il dottor Zaccaria, il  commercialista, mi assegna subito alla verifica e alla contabilità delle  aliquote Iva, una montagna di dichiarazioni più o meno tutte  manipolate, mi fa capire che c’è da sudare ma che “il compenso ne  risentirà positivamente”. Quando dicono così significa che sarai pagata  come la commessa di un negozio ma che, se ci saprai fare, potresti  portare a casa un’ottima paga. È tutto in quel “Se ci saprai fare”: io  ci so fare ma da un po’ di tempo a questa parte mi secca molto saperci  fare, cioè snaturare la mia indole fatalistica, primeggiare  carognescamente sui miei colleghi di lavoro e dare quindi di me la  solita immagine della “stronza” che pensa solo a far soldi e sfruttare  il meglio di sé per i soldi che riuscirà ad accaparrarsi. Detto questo,  non mi meraviglio più di tanto né di me stessa né di quello che gli  altri pensano e penseranno di me: devo badare a ricostruirmi, o comunque  a non deframmentarmi ancora di più, come diceva un mio ex-fidanzato  malato di computer.<br />
 L’orario di lavoro è quello di tutti gli uffici, nove-diciassette,  dieci minuti per il panino, il salario è quello di una co-cottina, come  lo chiamo io, ma in compenso ho una stanza tutta per me con scrivania,  telefono, personal e chiavi del bagno. C’è persino una finestra che dà  su uno scorcio di mare e questo, devo dire, mi tranquillizza e mi  riempie e non perché sia un’illusa persa nei suoi sogni ma perché,  semplicemente, rifletto, considero, ordino i pensieri della mia vita, le  vetrine dei negozi, la gente alla fermata dell’autobus, quello che  càpita.<br />
 Oggi, per esempio, ero così profondamente assorta in queste non so  come chiamarle che il dottor Zaccaria, entrando all’improvviso nella  stanza e pensando che stessi risolvendo una questione di grande  complessità, si è scusato e si è ritirato in fretta, come se avesse  interrotto l’avvio positivo al superamento di un problema. No, non c’era  niente da superare: erano le mie riflessioni senza capo e senza coda  che mi avevano fatto assumere quell’atteggiamento così enigmatico e  profondo. Guardavo gli oggetti sulla scrivania, il davanzale della  finestra, la pianta di ficus, le sedie di similpelle nere, le  cassettiere, gli stipi delle pratiche: guardavo e non mi capacitavo di  essere in questa stanza, di esserci davvero, con la mia mente e il mio  corpo: mi sono sentita un’estranea, questa è la verità.  Ed è una verità  che non ti accende.<br />
 Poi passa, come tutte le cose che vogliono comunicarti dei  significati ma non si capisce mai che senso abbiano o possano avere  quelle immagini che si susseguono casualmente o quei pensieri che  finiscono subito, appena abbozzati.  Dovrei andare più a fondo, è  chiaro, ma non sapendo qual è il fondo, oppure sapendolo fin troppo  bene, preferisco restare nell’incertezza, che non mi aiuta ma non mi fa  neppure precipitare verso la deriva. Forse “deriva” è esagerato come  termine ma per esperienza so che non lo è come prospettiva.<br />
 Comunque passa, deve passare e infatti mi risveglio da questa  specie di trance e mi dedico ai calcoli delle aliquote, come se non  fosse successo niente e niente è successo, poi.<br />
 C’è un tale che lavora nella stanza degli archivi, un certo Rosati,  un uomo sulla cinquantina, belloccio, dai modi affettati, veste sempre  un rigato blu con panciotto: stasera mi ha chiesto se poteva  accompagnarmi a casa, mi ha detto che mi aveva subito notata, che le  sembravo una persona in gamba: insomma ci ha provato ma l’ho bloccato  subito: che stasera avevo altri impegni e lui, per rabbonirmi, mi ha  detto di avere “intenzioni serie”… Se “deriva” è esagerato, “intenzioni  serie” è antico e ambiguo come termine e come approccio. Non l’ho  sentita neanche da mia madre quasi sessantenne questa frase così  ampollosa: mi sembra un linguaggio da puttaniere. Le intenzioni serie  sono quelle degli annunci matrimoniali ma anche quelle nascondono, come  nel mio caso, le “intenzioni vere”, che per presentarsi come tali hanno  bisogno di questo giro di parole per dire semplicemente: “Perché non  vieni a letto con me?”.<br />
 Andare a letto con lui/andarci insieme: c’è una sottile differenza.  Col principale della ricevitoria è stato diverso: l’ho voluto, l’ho  deciso, inseguendo maldestramente, o come una stupida, un proposito di  tranquillità, o di comodità per così dire. Non si sarebbe mai realizzato  questo mio progetto, è ovvio, ma mi ero illusa per un po’, mi ero data  una scadenza finché, magari, non mi sarei annoiata di avere una storia  tanto improponibile. Con l’uomo del panciotto, con Rosati, con le  “intenzioni serie” di questo Rosati, mi sono subito tirata fuori da  complicazioni e smanie: puoi decidere di essere una donna che piace ma  non una donna di piacere.<br />
 Sono tornata a casa, ho trovato la cena pronta e un biglietto di  mamma che mi avvertiva di essere andata dalla sua amica Adele, malata da  tempo.<br />
 Il telefono squilla ed è inspiegabilmente Rosati, che si scusa e si  aspetta “il mio perdono”. Questo è troppo! Dopo le intenzioni serie,  adesso il perdono?! È troppo ed è tipico degli uomini che non accettano  un rifiuto. Gli dico che non ho nessuna voglia né di parlargli, né di  vederlo, né di perdonarlo. Lui ribatte soltanto “Va bene” e gli sbatto  il telefono in faccia.<br />
 Sono andata in cucina, ho acceso il televisore e ho cominciato a  cenare: petti di pollo impanati e fritti e insalata verde. Risquilla il  telefono: no, è il citofono. Stento a crederci: Rosati è qui, sotto  casa. Mi ha seguita e mi perseguita: quando ho chiesto chi fosse, ha  detto che si sarebbe sentito ancora peggio se non l’avessi perdonato.<br />
 – Si può sapere che cosa vuole da me?<br />
 – Mi sono innamorato di lei.<br />
 – Sì, domani!<br />
 E ho riattaccato. Comincio a star male, non trovo le parole e i  pensieri per risollevarmi. Ritorno in cucina a finire la cena e mangio  con rabbia, come se volessi masticare stizza e disappunto, sorpresa e  fastidio. Spengo il televisore e resto in attesa: non so di che, forse  di un altro trillo del citofono, o di qualcosa, qualsiasi cosa, che mi  proietti… già, dove dovrebbe proiettarmi questa cosa qualsiasi che  dovrebbe succedere e che, in parte, è già successa? Alzo la cornetta del  citofono e chiedo se stia ancora lì.<br />
 – Sì.<br />
 – Salga, secondo piano, interno cinque.<br />
 E ora? Che faccio, che dico, come mi comporto? E se fosse un  maniaco, uno stupratore, un assassino? Ne succedono tante, di queste  storie tristi, alla tivvù e sui giornali: dunque, sto per diventare una  vittima sprovveduta e compiacente? Sprovveduta lo sono ma il sacrificio  vorrei evitarmelo… E sta salendo, gliel’ho permesso: cos’altro dovrò  permettergli?<br />
 Il campanello dell’ingresso mi scuote: devo decidere. Mi avvicino  alla porta con passi felpati, guardo dallo spioncino, lo vedo e gli  domando se ha sempre quelle sue intenzioni serie. “Certo, può fidarsi”  mi risponde con un breve inchino, apro la porta e lo faccio entrare: è  zuppo d’acqua, il suo rigato blu è infeltrito, i suoi capelli luccicano  d’argento tanto sono bagnati.<br />
 Che strano, pioveva e non me n’ero accorta. Rosati si scusa per  essersi presentato così, all’improvviso e malconcio per la pioggia. Si  asciuga la fronte e i capelli con un fazzoletto, si dà dei colpi  sull’abito per affossare e stemperare le chiazze d’acqua che invece  ristagnano e mi dice che, per l’entusiasmo, ha fatto le scale di corsa.<br />
 – Entusiasmo per cosa?<br />
 – Perché mi ha fatto salire.<br />
 Gli ribatto senza pensarci che tra poco tornerà mia madre, tanto  per frenare la sua eccitazione, e lui mi risponde con un “Bene” ancora  più caloroso, che deve rinfocolare probabilmente la sua dignità e il suo  decoro.<br />
 – Vuole bere qualcosa, un cognac?<br />
 – Magari un poco d’acqua, dopo quella che ho preso.<br />
 Lo introduco in salotto, lo invito a sedersi e vado a prendere il  bicchiere d’acqua in cucina. Che ci fa un uomo come Rosati, che parla  all’antica, che se n’è stato per strada sotto la pioggia, con una donna  più giovane di lui di vent’anni? E che ci fa questa donna con un uomo  cortese e sfuggente come Rosati?<br />
 Quando torno in salotto e dico “Ecco l’acqua” lo trovo smanioso,  insofferente, agitato. Gli chiedo cos’abbia e lui si porta una mano al  petto, mi prega di scusarlo ancora una volta e di chiamare il 118. “Sono  cardiopatico” aggiunge a fatica, massaggiandosi delicatamente il torace  e il braccio sinistro. Lascio il bicchiere con l’acqua sul tavolino,  chiamo il 118 e dico che c’è un’urgenza, un infarto per un uomo di  cinquant’anni. Rosati vorrebbe parlare, forse sminuire e rassicurarmi  per quello che mi ha sentito dire ma gli impongo di non fare sforzi  inutili e di dirmi, piuttosto, chi devo avvertire. A gesti mi fa capire  che vive da solo, non c’è nessuno da avvertire e cava di tasca un  biglietto con un numero di telefono, di un secondo Rosati che abita in  periferia, un fratello forse, lontano da qui. Poi scivola lentamente  sulla poltrona per distendersi sul pavimento e continua a massaggiarsi  lentamente il torace e guarda il soffitto, come chi aspetta che qualcosa  accada, qualunque cosa, anche il nulla.<br />
 Rientra mia madre, compunta perché l’amica è spirata e quando  scorge Rosati disteso sul pavimento, più morto che vivo, non riesce a  capire, e d’altronde non potrebbe, la ragione di quella visita e la  sorte di quel visitatore. Le dico solo che è un collega d’ufficio e che  si è sentito male. Le mie parole non la persuadono e neppure l’arrivo  degli infermieri e del medico del 118: vediamo Rosati che viene  soccorso, gli fanno un’iniezione, lo attaccano ad una flebo, lo  sollevano con cautela sulla barella, lo imbragano e lo portano via, dopo  avermi chiesto ragguagli e identità dell’infartuato: mi preoccupo di  consegnare al medico il biglietto del Rosati che vive lontano dal Rosati  che vive da solo e che adesso, deluso e smarrito, trova il modo di  mandarmi un saluto con uno sguardo fievole di gratitudine, come un lieve  auspicio d’intesa.<br />
 Richiudo la porta, ritorno nel salotto e mi seggo davanti a mia  madre ma non per spiegarle, semmai per farle intendere che sono stata  presa alla sprovvista anche stavolta, che gli avevo dato solo un  bicchiere d’acqua e che non aveva fatto in tempo neppure a berlo. Mia  madre considera le mie parole come se facessero parte di un’altra storia  o di una storia che si ripete sempre uguale, sempre inutilmente uguale.  Mi dice che Adele, la sua amica malata, sembrava si fosse ripresa e che  se n’è andata nel sonno, senza disturbare, senza soffrire, forse  soddisfatta o serena di poter dormire sperdendosi nell’infinito. Poi mi  dice che dovrei informarmi in ospedale per sapere di questo mio collega:  le rispondo che lo farò ma non ora.<br />
 – Domani fanno trentanove anni da quando inaugurai  “Acconciature Caterina”. Adele fu l’unica che mi incoraggiò. E mi fece  coraggio anche quando mi separai da tuo padre.<br />
 – Che vuoi dire con questo?<br />
 Mamma fa un gesto come per dire semplicemente “Niente”, perché  quando certe sensazioni finiscono non c’è più nulla da provare.  D’istinto le contesto questa visione pessimistica di avvenimenti,  persone e ricordi ma, in realtà, non saprei e non so cosa opporre.  Abbiamo vissuto, stasera, due situazioni simili, che ci hanno viste  spettatrici impassibili e passive, che ci fanno e forse ci faranno  arrampicare sugli specchi alla ricerca di significati e soluzioni,  sperando tuttavia in una via di fuga, una consolazione che possa  distrarci infine da emozioni così spezzettate, così incerte.<br />
 Mamma coglie il senso delle mie riflessioni frammentarie e mi  chiede se ho cenato. Annuisco ed evito di guardarla: so già cosa mi  direbbero i suoi occhi, cosa mi trasmetterebbero: quel rimprovero debole  e accorato sulla vita che ho sempre condotto, sulle opportunità che mi  sono lasciata scappare, sulle scelte incompiute della mia inconcludente  voglia di vivere. Una cosa non va con un’altra cosa, sia pure simile,  come un myosotis non va con una rosa, anche se sono fiori: ma questi  sono argomenti che mamma conosce bene, che ha praticato da sempre e che  non riuscirò mai a farglieli accettare. Dopo tutto, le mie sono  peregrinazioni gratuite e casuali, come quando fisso lo sguardo sugli  oggetti, le persone, i colori e non ne tiro fuori niente che sia, poi,  interessante e stimolante. Mi soffermo a guardare, a cogliere dal di  fuori ciò che vedo e credo di far mio o di essere una parte positiva di  quello che, purtroppo, non vado mai costruendo. Tanto per darmi un tono e  per mostrare un abbozzo di riscatto, le chiedo dove si sia cacciato  Roberto, il suo compagno di solitudine.<br />
 – È andato alle corse dei cavalli.<br />
 – A scommettere con i tuoi soldi, immagino.<br />
 – A scommettere con i miei soldi.<br />
 &#8211; E quando finiranno questi soldi che gli dài?<br />
 – Quando finirò di darglieli.<br />
 Lapidaria, laconica, caustica: siamo madre e figlia, no? Io passo  per cinica e sconclusionata, lei è di fatto pratica e propositiva ma  usiamo tutt’e due lo stesso distacco quando si tratta di interpretare la  realtà e di reggerne il peso, solo che io appaio arida e senza slanci e  lei viene sempre giudicata acuta e passionale.<br />
 Forse non è una questione di apparenza, forse la mia non è una  maschera di comodo, forse sul serio lascio le cose sospese e pretendo  poi di ricompattarle con la volontà che, oltre tutto, mi manca. Rosati  stava per morire, una mezz’ora fa, e non ho fatto niente di meglio che  chiamare l’ambulanza: l’avrò salvato probabilmente ma è stato lui a  imbeccarmi, a dirmi cosa fare. Che cosa mi aspettavo? Di vederlo morire  sotto i miei occhi? Adele, almeno, se n’è andata nel sonno e mamma non  ha avuto il tempo e il modo di piangere l’amica ormai morta, ma io, che  non avevo motivo di commuovermi per uno sconosciuto, l’avrei lasciato al  suo destino come quando si lascia passare un autobus troppo affollato?<br />
 Mi contraddico e vorrei non farlo, mi pongo domande e non voglio  trovare risposte, mi sento come quel famoso bicchiere che scatena  speranza o smarrimento nel ritenerlo mezzo pieno o mezzo vuoto. Come il  bicchiere che Rosati ha lasciato, che Rosati non ha bevuto: decido che  tocca a me chiudere l’incidente, la circostanza di questa serata  piovosa. Prendo il bicchiere e lo porto alle labbra: mamma mi guarda  quasi con ammirazione, approvando il mio gesto che per metà è simbolico e  per metà è occasionale. Mi osserva con la sagacia irriverente e  beffarda che hanno le donne stanche di dover ricominciare sempre daccapo  e mi chiede se le farò compagnia in cucina quando si preparerà la sua  solita tisana. Le dico di sì e bevo l’acqua dal bicchiere di Rosati.<br />
 – Devi informarti in ospedale, per il tuo collega.<br />
 – Non ho chiesto quale fosse l’ospedale.<br />
 – Prova quello più vicino.<br />
 Mamma si alza, prende il bicchiere ormai vuoto e si avvìa in  cucina. Cerco sull’elenco telefonico l’ospedale più vicino e mi dico  che, in fondo, saprò tutto domani, in ufficio, dal dottor Zaccaria:  saperlo adesso non farebbe crescere né il mio interesse né la mia  indifferenza.<br />
 La vita è sempre più semplice di quel che sembra. Le cose sono  sempre più sole e isolate. I sentimenti non hanno sempre bisogno di  esprimersi, possono restare nascosti e non farsi scoprire. Avrei potuto  dire tante altre parole ma non mi sono venute. Càpita.<br />
 Raggiungo mamma in cucina e le faccio compagnia mentre sorseggia la  sua tisana. Non ho detto molto stasera. Non ho detto quello che forse  Rosati si aspettava da me e non ho detto neppure come mi chiamo.</p>



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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 20:38:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ibs.it/code/9788831797955/fini-massimo/dio-thoth.html" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 0px 5px;" src="http://fidest.files.wordpress.com/2009/06/diothoth.jpg" alt="" width="350" height="551" /></a><strong>Matteo</strong>, un mite impiegato di <strong>TeleWorld</strong>, è il protagonista de <em><a href="http://www.ibs.it/code/9788831797955/fini-massimo/dio-thoth.html" target="_blank"><strong>Il Dio Thoth</strong></a>,</em> il primo romanzo di <a href="http://www.massimofini.it/" target="_blank"><strong>Massimo Fini</strong></a>, Direttore Politico del giornale <a href="http://www.stroboscopio.com/category/biblioteca/la-voce-del-ribelle-biblioteca/" target="_blank"><strong>La Voce del Ribelle</strong></a> e autore di diversi altri libri e saggi, tra cui <strong><em>La ragione aveva torto?</em></strong> recensito qualche tempo fa <a href="http://www.stroboscopio.com/ma-la-modernita-ci-fa-davvero-migliori-la-ragione-aveva-torto-di-massimo-fini/2009/11/25/" target="_blank">su questo sito</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il contesto urbano in cui il romanzo è ambientato – luoghi completamente  artificiali e palazzi altissimi che si ergono come imponenti monoliti verso il cielo – ricorda quello di <a href="http://www.stroboscopio.com/blade-runner-ridley-scott-1982/2010/02/27/" target="_blank"><strong>Blade Runner</strong></a>, anche se meno tetro e con un appeal futuristico molto più ridimensionato, riconoscibile. Questi luoghi sono abitati da un popolo molto tecnologizzato, anche se <strong>orwellianamente</strong> assopito nella coscienza. Di entrambe le opere menzionate (<a href="http://www.stroboscopio.com/blade-runner-ridley-scott-1982/2010/02/27/" target="_blank"><strong>Blade Runner </strong></a>e <a href="http://www.stroboscopio.com/orwell-1984-michael-radford-1984/2009/10/15/" target="_blank"><strong>1984</strong></a>), <em><strong>Il Dio Thoth </strong></em>condivide anche un atteggiamento assolutamente <strong>critico </strong>nei confronti di un mondo che pare faccia di tutto per cercare la propria <strong>distruzione</strong>. Però, lo sviluppo (quasi) necessariamente <strong>distopico </strong>che attraversa interamente il romanzo di <strong>Fini </strong>si distingue per il finale <em>“a sorpresa”</em>, oserei dire “<em>nitzschiano</em>” per l’ “<em>eterno ritorno</em>” a cui pare faccia implicitamente riferimento; o, forse, è solo un finale pessimista, tragicomicamente ineluttabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Matteo <strong>non è un eroe</strong>, perché in questo romanzo non vi sono eroi. Sicuramente è il “<em>buono</em>”, perché in questo romanzo ci sono i “<em>cattivi</em>”. Questa, forse, l’unica cosa che mi è dispiaciuta: d’altronde, non sarebbe potuto essere altrimenti, visto che <em><strong>Il Dio Thoth</strong></em> non è che l’<strong>ennesimo tentativo</strong> di Fini di esprimere il suo pensiero (per chi non lo conoscesse è il caso che rimedi al più presto) in forma di romanzo, piuttosto che di saggio o articolo di giornale.</p>
<p style="text-align: justify;">La società de <em><strong>Il Dio Thoth</strong></em> è composta da persone la cui mente è ottenebrata e la <strong>coscienza assopita</strong> da quel fenomeno assolutamente moderno conosciuto come &#8220;<strong>information overload&#8221;</strong>. Al centro dell’esteso agglomerato di palazzi, ponti, strade e laghetti artificiali campeggia l’edificio, visibile da ogni angolo della città, della <strong>TeleWorld</strong>, la <strong>società globale di telecomunicazioni</strong>: una gigantesca piramide sul cui vertice gira, giorno e notte, un enorme dado illuminato da una luce al neon verde sul quale campeggia la scritta <strong>“IL FATTO È LA NOTIZIA/LA NOTIZIA È IL FATTO”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 0px 5px;" src="http://falmax85.files.wordpress.com/2009/08/finimax.jpg" alt="" width="315" height="420" />Matteo è un impiegato della TeleWorld ma, nonostante questo, sembra essere riuscito a conservare la <strong>capacità di trasformare l’informazione in ricordo e il ricordo in conoscenza</strong>. Come se nella sua persona fosse rimasto il germe non estinto degli <strong>Uninformed</strong>: gente abietta che vive ai margini della città e della società, come dei selvaggi a detta degli <strong>Informed</strong>. Nel mondo de <em><strong>Il Dio Thoth</strong></em>, tutto gira intorno all’<strong>informazione</strong>, pur senza che questa contribuisca ad un briciolo di <strong>conoscenza</strong>. Cosa tanto vera, che ormai l’informazione ha sostituito di fatto la realtà, e se un evento non compare sui giornali elettronici <strong>accessibili ovunque </strong>(via internet, via etere, nell’i-Pod, negli schermi dei sedili delle metropolitane) allora non è mai successa. È un mondo in cui la realtà che ha saputo superare la fantasia è stata a sua volta superata dal virtuale: la gente si accorge della concretezza della vita nei limiti della personale fisiologia. Tutto il resto è vissuto attraverso un <strong>rifrazione della realtà</strong>, che la ripropone dopo una adeguata operazione di <strong>filtraggio</strong>. È un mondo in cui la gente che assiste <strong>indifferente </strong>ad un <strong>omicidio in pieno giorno</strong> è la stessa che poi ne parla <strong>scandalizzata </strong>qualche ora dopo se la notizia viene riportata dai servizi di TeleWorld. Come l’omicidio del pederasta accaduto davanti agli occhi di Matteo, da cui tutto (o la fine) ha inizio.</p>
<p style="text-align: justify;">Matteo, nonostante percepisca la presenza di un <strong>problema</strong>, non può e non pensa di fare nulla: non crede di poter salvare il mondo perché non è un eroe. Si limita personalmente a non sottovalutare questa sua percezione, sicuro che la cosa migliore che possa fare sia <strong>conservare a tutti i costi l’incolumità della sua coscienza</strong>. Non sa, però, che il prezzo che dovrà pagare per questo sarà la <strong>vita</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">(<em>Il Dio Thoth, </em>Massimo Fini &#8211; Marsilio Editore 2009, pag. 192, euro 15,00)</p>



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		<title>Toco tu boca – Rayuela, Julio Cortazár</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 18:15:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Altre Voci]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema Arte & Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Media]]></category>
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		<category><![CDATA[Il gioco del mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Julio Cortázar]]></category>
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		<category><![CDATA[Tocco la tua bocca]]></category>
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(su PoetarumSilva)
“Toco tu boca, con un dedo todo el borde de tu boca, voy  dibujándola como si saliera de mi mano, como si por primera vez tu boca  se entreabriera, y me basta cerrar los ojos para deshacerlo todo y  recomenzar, hago nacer cada vez la boca que deseo, la boca que [...]]]></description>
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<p style="text-align: right;">(su <strong><a href="http://poetarumsilva.wordpress.com/2010/03/04/toco-tu-boca-rayuela-julio-cortazar/" target="_blank">PoetarumSilva</a>)</strong></p>
<p><em>“Toco tu boca, con un dedo todo el borde de tu boca, voy  dibujándola como si saliera de mi mano, como si por primera vez tu boca  se entreabriera, y me basta cerrar los ojos para deshacerlo todo y  recomenzar, hago nacer cada vez la boca que deseo, la boca que mi mano  elige y te dibuja en la cara, una boca elegida entre todas, con soberana  libertad elegida por mí para dibujarla con mi mano en tu cara, y que  por un azar que no busco comprender coincide exactamente con tu boca que  sonríe por debajo de la que mi mano te dibuja.</em></p>
<p><em>Me miras, de cerca me miras, cada vez más de cerca y entonces  jugamos al cíclope, nos miramos cada vez más cerca y los ojos se  agrandan, se acercan entre sí, se superponen y los cíclopes se miran,  respirando confundidos, las bocas se encuentran y luchan tibiamente,  mordiéndose con los labios, apoyando apenas la lengua en los dientes,  jugando en sus recintos, donde un aire pesado va y viene con un perfume  viejo y un silencio. Entonces mis manos buscan hundirse en tu pelo,  acariciar lentamente la profundidad de tu pelo mientras nos besamos como  si tuviéramos la boca llena de flores o de peces, de movimientos vivos,  de fragancia oscura. Y si nos mordemos el dolor es dulce, y si nos  ahogamos en un breve y terrible absorber simultáneo del aliento, esa  instantánea muerte es bella. Y hay una sola saliva y un solo sabor a  fruta madura, y yo te siento temblar contra mí como una luna en el  agua”.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>(Rayuela</em>, de Julio Cortázar)</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Tocco la tua bocca, con un dito tutto l’orlo della tua bocca,  vado disegnandola come se uscisse dalle mie mani, come se per la prima  volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per  disfare tutto e ricominciare, ogni volta faccio nascere la bocca che  desidero, la bocca che la mia mano sceglie e ti disegna sul viso, una  bocca scelta fra tutte, con sovrana libertà scelta da me per disegnarla  con la mia mano sul tuo volto, e che per un caso che non cerco di capire  coincide esattamente con la tua bocca che sorride sotto quella che la  mia mano ti disegna.</p>
<p>Mi guardi, da vicino mi guardi, ogni volta più da vicino e allora  giochiamo al ciclope, ci guardiamo ogni volta più da vicino e gli occhi  ingrandiscono, si avvicinano fra loro, si sovrappongono e i ciclopi si  guardano, respirando confusi, le bocche si incontrano e lottano  tepidamente, mordendosi con le labbra, appoggiando appena la lingua sui  denti, giocando nei loro recinti dove un’aria pesante va e viene con un  profumo vecchio e un silenzio. Allora le mie mani cercano di affondare  nei tuoi capelli, carezzare lentamente la profondità dei tuoi capelli  mentre ci baciamo come se avessimo la bocca piena di fiori o di pesci,  di movimenti vivi, di fragranza oscura. E se ci mordiamo il dolore è  dolce, e se soffochiamo in un breve e terribile assorbire simultaneo del  respiro, questa istantanea morte è bella. E c’è una sola saliva e un  solo sapore di frutta matura, e io ti sento tremare stretta a me come  una luna nell’acqua.</p>
<p style="text-align: right;"><em>(Il gioco del mondo</em>, di Julio  Cortázar)</p>



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		<title>Va tutto bene – Veleni</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 22:20:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie e Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Va tutto bene - Storie di ordinaria amministrazione]]></category>
		<category><![CDATA[cronache]]></category>
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		<category><![CDATA[veleni]]></category>

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		<description><![CDATA[Quella mattina, Mattia si era svegliato prima del solito. Aspettò che Angela, la madre, uscisse di casa prima di alzarsi dal letto, per evitare di cominciare la giornata con il solito interrogatorio. Mise su un caffè e andò in bagno a lavarsi la faccia con l’acqua ghiacciata dall’inverno che, nonostante i bassi meridiani, attanagliava da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 0px 5px;" src="http://www.earmi.it/img/copertina-veleni.jpg" alt="" width="350" height="384" />Quella mattina, Mattia si era svegliato prima del solito. Aspettò che Angela, la madre, uscisse di casa prima di alzarsi dal letto, per evitare di cominciare la giornata con il solito interrogatorio. Mise su un caffè e andò in bagno a lavarsi la faccia con l’acqua ghiacciata dall’inverno che, nonostante i bassi meridiani, attanagliava da qualche mese le tubature. Chiuse il rubinetto e lasciò che l’acqua gli scivolasse piano dal viso nel lavabo, mentre si fissava allo specchio chiedendosi, questa volta come al solito, perché diavolo continuasse ancora a sopportarla.</p>
<p>Sentendo il gorgoglio della caffettiera, si affrettò ad uscire dal bagno ed andò in cucina. Sedette e prese il suo caffè. Fuori era freddo, ma c’era un po’ di sole che accendeva i colori sbiaditi dalla stagione. Si rovistò nelle tasche per cercare un accendino e scoprì di avere ancora dieci euro. La cosa, in un certo modo, lo sollevò un po’, visto che era sicuro di aver speso tutto con Zanna la notte precedente. Si alzò per prepararsi un po’ di succo d’arancia. Sullo sportello del frigo c’era la solita “lista dei doveri” che la madre gli lasciava tutte le mattine attaccata lì. Non si smentiva mai quella donna: riusciva a rovinargli la giornata sin dalla colazione. Subito accanto al foglio, già nel cestino dell’immondizia, la foto di Annamaria. Ogni volta che Mattia si ricordava della sorella provava una strana indifferenza peggiore dell’odio. Ce l’aveva con lei per essere andata via, a vivere con la zia che l’aveva adottata, ed averlo abbandonato lì, con quella madre incomprensibilmente ed insopportabilmente priva di ogni maternità. Da quando il padre se n’era andato era molto peggiorata e, forse senza saperlo, Mattia incolpava la madre anche di questo: di non avere un padre.</p>
<p>Li vennero a prendere, Mattia e la sorella, molti anni fa, i servizi sociali. La madre dimenticava di nutrirli e la casa, già piccola, era un immondezzaio. La zia di Mattia, sorella della madre, riuscì ad adottare Annamaria, ma con lui non ci fu nulla da fare. Poi, la madre sembrò tornare ad una dimensione più normale e lo riprese con sé. Non si era mai sentito così sfortunato come il giorno in cui fece ritorno a casa. Era strano essere lì con quella madre non-persona e con una sorella in casa di una zia non-madre, perdipiù con un cognome diverso dal suo. Gli sembrò un torto personale, un rifiuto. Poi, però, col tempo, l’odio per la sorella si trasformò in rassegnazione e un po’ di invidia, perché almeno lei non era costretta a sopportare tutto quanto era destinato a sopportare lui.</p>
<p>Liberarsi. Liberarsi di tutti e di tutto. Ecco qual’era la soluzione. D’altronde, anche Annamaria aveva pensato lo stesso dieci anni prima, ma le era andata male. Avvelenò il gelato che poi offrì a tutta la famiglia adottiva, il giorno dell’onomastico del patrigno. Deve aver sbagliato le dosi, perché riuscì a stecchire solo la zia non-madre. Liberarsi. Dev’essere davvero questa la via d’uscita, perché ci riprovò. Assoldò delle persone per uccidere i superstiti, il patrigno e il fratellastro, simulando una rapina. Se fosse andato tutto liscio, a quest’ora Annamaria avrebbe un po’ di quattrini e un pezzo di terra. E, magari, anche voglia di prenderlo con sé. E invece, Annamaria è in carcere da 16 anni, perché quegli stupidi incapaci riuscirono solo a ferire i maledetti carnefici, risparmiandoli dall’essere delle vittime. Acciuffati dalla polizia, spifferarono tutto.</p>
<p>Mise una maglia, un paio di scarpe e scese in strada. Si dirisse verso la farmacia. “Liberarsi”, pensava camminando, “liberarsi è l’unica soluzione. Annamaria lo sa bene e ancora paga le conseguenze delle catene da cui non è riuscita a sciogliersi. Ma bisogna farlo bene, bisogna farlo meglio”. Arrivato di fronte la porta di vetro automatica della farmacia, tirò un respiro ed entrò quasi trattenendo l’aria. “Salve. Del pesticida, per favore. Uno per topi”. Pagò con i dieci euro rimastigli dalla serata con Zanna, prese il resto con lo scontrino e mise tutto in tasca.</p>
<p>Prese la “lista dei doveri” appallottolata dal cestino e la stese meglio che potè. Attaccandola di nuovo allo sportello del frigo, disse ad alta voce “Stasera: purè”. Seguì le istruzioni lasciatele dalla madre, a parte una piccola modifica. Poi entrò nella sua stanza, cambiò la maglia e le scarpe, prese la giacca e uscì, dopo aver nascosto il pesticida tra le lenzuola avvoltolate in un cassetto. Pensò che quella sera sarebbe rientrato prima del previsto.</p>
<p>Quando Angela tornò a casa era distrutta e il suo purè aveva degli strani strascichi azzurrognoli che la spinsero ad optare per una insalata con un po’ di tonno e del mais. Finita la cena, s’accinse a ripulire la cucina e a buttar via il purè mal riuscito. Svuotando la pentola s’insospettì. C’era sempre più blu a mano a mano che raschiava via il purè. Improvvisamente, senza saperlo e soprattutto senza volerlo, si sentì letteralmente terrorizzata. Lasciando cadere la pentola al suolo, vicino al secchio della spazzatura, corse in camera di Mattia ed iniziò a rovistare dappertutto. In un cassetto, tra un paio di lenzuola stropicciate, trovò alcune bustine di pesticida per topi. Sua sorella morta e sua figlia in carcere si condensarono immediatamente in una unica immagine: quella di Mattia. Quando rientrò in casa, lei era sveglia, ma fece finta di dormire. Lui non disse nulla.</p>
<p>Un senso di profonda paura, ma anche di immensa tristezza, la invase completamente per giorni interi. Fino a quando non si decise a denunciare il fatto alla polizia. Dopo tutto, le sembrava che di buoni motivi ne avesse abbastanza. Ora Mattia è sotto custodia cautelare, sembra stordito e non vuole comunicare. Fissa il vuoto. Angela, invece, è a casa. A cercare di capire come un figlio possa cercare di assassinare sua madre. Anche lei fissa il vuoto. Chissà, forse lo stesso vuoto di Mattia.</p>
<p>(<em>Purè al veleno per la madre </em>su <a href="http://www.corriere.it/cronache/10_marzo_03/sciacca_veleno_87044be0-26a0-11df-b168-00144f02aabe.shtml" target="_blank"><strong>Corriere.it</strong></a>)</p>



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