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	<title>Luca Bidogia</title>
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	<description>Psicologo e Psicoterapeuta</description>
	<lastBuildDate>Wed, 25 Nov 2020 16:59:43 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Luca Bidogia</title>
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		<title>L&#8217;ottimismo della memoria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Bidogia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Nov 2020 15:42:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[RICERCHE e RIFLESSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[anziani]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[memoria autobiografica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Numerose ricerche ci danno la speranza: con il passare dell'età, ricorderemo meno i dolori del presente</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.studiobidogia.it/ricerche-riflessioni/ottimismo-memoria/">L&#8217;ottimismo della memoria</a> proviene da <a href="https://www.studiobidogia.it">Luca Bidogia</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Se ti trovi in un periodo difficile della tua vita o ritieni che un brutto periodo del passato possa rovinare il tuo futuro, alcune ricerche scientifiche potrebbero offrirti ancora qualche speranza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se pensarti vecchio ti ha spesso rattristato, in questo articolo vedremo che immaginarsi anziani potrebbe rivelarsi <strong>un&#8217;ottima strategia per superare i momenti difficili</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nel video</strong> che trovi qui sotto racconto la cosa fornendo alla fine anche una <strong>tecnica immaginativa</strong>. In questo articolo, invece, approfondiamo principalmente le ricerche e le riflessioni in merito.</p>



<figure class="wp-block-embed-youtube wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Le sorprese della memoria: ricerche felici" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/M7G4kMuXbfw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
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<h2 class="wp-block-heading">Ho avuto una brutta infanzia, anzi no: bellissima</h2>



<p class="wp-block-paragraph">È possibile cambiare idea sulla propria infanzia?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sembrerebbe proprio di sì.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una <a href="https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/016502548100400106" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ricerca pubblicata nel 1981 da Dorothy Field</a> sostiene che <strong>la metà di noi potrebbe giudicare la propria infanzia molto più favorevolmente a 70 anni che a 30.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La ricerca, infatti, ha intervistato le stesse persone in due momenti diversi della loro vita (a trenta e a settant&#8217;anni), ponendo a tutti i partecipanti la stessa domanda:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Come ritieni sia stata la tua infanzia?</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">All&#8217;età di 30 anni solo i 35% dei partecipanti sosteneva di aver avuto un’infanzia generalmente positiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma, posta la stessa domanda una volta arrivate a 70 anni, era <strong>l&#8217;85% delle persone a sostenere di aver vissuto un&#8217;infanzia positiva.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Significa che, almeno la metà degli intervistati all&#8217;età di 30 anni giudicava negativamente la propria infanzia e a 70 invece la ricordava positivamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come è possibile che la stessa infanzia sia giudicata diversamente dalla stessa persona che l&#8217;ha vissuta?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È questa la domanda che si sono posti i ricercatori e le riflessioni che ne sono emerse potrebbero darci la <strong>speranza </strong>che il vecchio motto <em>&#8220;lascia che il tempo faccia il suo corso&#8221;</em> abbia le sue ragioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La teoria della selettività socioemotiva</h2>



<p class="wp-block-paragraph">A confermare le ipotesi della ricerca della Field, arrivano gli studi di Laura Carstensen e la &#8220;sua&#8221; <a rel="noreferrer noopener" href="https://link.springer.com/article/10.1023/A:1024569803230" target="_blank">teoria della selettività socioemotiva</a>: la vecchiaia non è sinonimo di declino cognitivo e lamentele come spesso riteniamo, anzi, <strong>più invecchiamo  più miglioriamo nelle scelte sociali e ambientali; nelle risposte allo stress o alle difficoltà; e nell&#8217;elaborazione delle informazioni negative.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo Carstersen e colleghi le persone anziane attribuiscono più significato a emozioni e rapporti, piuttosto che a guadagni o oggetti materiali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con l&#8217;età saremo più alla ricerca di <strong>esperienze emotive</strong>, piuttosto che conquiste sociali o benessere fisico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Assieme a un numero crescente di ricerche empiriche, la teoria della selettività socioemotiva suggerisce che<strong> il dominio delle emozioni è in gran parte risparmiato dai processi deteriorativi </strong>associati all&#8217;invecchiamento e ciò, invece, porta ad alcuni miglioramenti nell&#8217;approccio alla vita.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="800" height="533" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/11/anziana-rock-felice.jpg" alt="Anziani emozioni felicità" class="wp-image-7734" srcset="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/11/anziana-rock-felice.jpg 800w, https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/11/anziana-rock-felice-300x200.jpg 300w, https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/11/anziana-rock-felice-768x512.jpg 768w, https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/11/anziana-rock-felice-610x406.jpg 610w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading">La memoria dei felici: il Mood congruency effect</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Una delle possibili spiegazioni potrebbe anche rientrare nel <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Mood_congruence" target="_blank" rel="noreferrer noopener">mood congruency effect</a>, ovvero quel fenomeno per cui la nostra memoria sarebbe influenzata dall&#8217;umore che abbiamo nel momento in cui ricordiamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Banalmente: <strong>quando siamo felici siamo più propensi a ricordare aspetti felici della nostra vita (e viceversa).</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E dunque questo vuol dire che a 70 anni una persona è più felice di quando ne aveva 30 e perciò ricorda con maggior favore la propria infanzia?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potrebbe essere. Alcune ricerche sembrano confermarlo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Più vecchi, più felici</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;altra ricerca (<a href="https://psycnet.apa.org/record/1997-05724-010" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Levine e Bluck, 1997</a>) parrebbe dimostrare che con l&#8217;età le persone riferiscono <strong>una minore intensità delle emozioni negative</strong> legate a un evento spiacevole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo è valido anche quando il ricercatore non chiede esplicitamente alla persona di esprimere un giudizio su un ricordo del passato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/09658210544000024">Schlagman, Schulz e Kvavilashvili (2006)</a> hanno, infatti, condotto uno studio per verificare se le persone anziani affievolissero il dispiacere anche dei ricordi involontari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Coinvolsero due gruppi, uno di anziani e uno di giovani, e a entrambi consegnarono un diario su cui annotare le esperienze delle giornate. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo una settimana confrontarono gli appunti scritti da tutti i partecipanti: <strong>i diari degli anziani contenevano esperienze negative in minor numero e di minor intensità</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra giovani e anziani non risultarono invece differenze di percezione nelle esperienze positive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo è in linea con le ricerche della Carstensen.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La spiegazione di Schlagman e colleghi è che gli anziani adottino uno stile repressivo con maggior frequenza rispetto ai giovani, cioè provino, quasi per autodifesa, ad attenuare e a <strong>evitare le emozioni e gli eventi negativi</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Come usare le distorsioni della nostra memoria autobiografica</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Se hai avuto modo di guardare il video, avrai ben capito che non sono così sicuro delle tesi riportate (a me piace intendere le ricerche in psicologia più come esercizio riflessivo, che come scoperte di verità).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anzi, sono romanticamente portato a ritenere che gli anziani siano più <strong>vicini alla saggezza</strong> che a uno stile repressivo autotutelante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma per l&#8217;esercizio che ti propongo, ora non importa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prendiamo il dato da più fronti confermato che ad <strong>una certa età ci guarderemo indietro e saremo più felici della vita trascorsa di quanto ne siamo adesso.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora immaginiamo di avere settant&#8217;anni o pure cento. E immaginiamo di aver vissuto innumerevoli esperienze negli anni trascorsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immaginiamo che il tempo passi rapidamente <strong>e con lui passino gli anni.</strong> Uno, due, cinque, dieci, vent&#8217;anni. Forse possiamo immaginare che ne passino anche trenta o quaranta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chissà a cent&#8217;anni come osserveremo il nostro presente attuale. Chissà che peso avranno le domande che ci poniamo. Chissà che intensità avranno i problemi che viviamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse per difesa o forse per saggezza, da quel tempo futuro potremmo darci dei buoni consigli.</p>
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		<title>Leadership patologica e sollecitudine</title>
		<link>https://www.studiobidogia.it/emozioni-relazioni/leadership-patologica-e-sollecitudine/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Bidogia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Nov 2020 18:06:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EMOZIONI e RELAZIONI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché desideri diventare un narcisista sociopatico di successo?<br />
Meglio sviluppare e allenare le caratteristiche dell'intelligenza sociale che più ti contraddistinguono.<br />
Tra queste (oltre all'empatia) ricordati della sollecitudine.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Perché tutti si dimenticano della sollecitudine?</p>



<p class="wp-block-paragraph">È l’ultima voce del quadro dell’intelligenza di Goleman, ma è quella che ne indirizza maggiormente il significato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando si studia e si cerca di sviluppare la propria intelligenza emotiva e sociale si fa pratica principalmente delle <strong>abilità di consapevolezza e di influenzamento</strong>. Si tralascia perciò la sollecitudine, ovvero la nostra capacità di agire per aiutare gli altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rischio è quello di <strong>scimmiottare narcisisti sociopatici</strong> senza, tra l’altro, riuscire a raggiungere i loro successi. E il rischio si fa ancor più grave quando dall’ambito personale passiamo a quello organizzativo. Vediamo perché.</p>



<p class="wp-block-paragraph">(Se ti va puoi vederti e ascoltarti il video: il tono è più leggero ma il senso è quello)</p>



<figure class="wp-block-embed-youtube wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Intelligenza Sociale: non dimenticare la sollecitudine" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/BAvOdCZnTM8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
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<h2 class="wp-block-heading">Il quadro dell’intelligenza emotiva e sociale di Daniel Goleman</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Alla fine degli anni 90 l’ex <strong>psicologo di Harvard Daniel Goleman</strong> pubblica due libri presto diventati best seller.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo e più famoso è “Intelligenza emotiva” e racchiude le principali ricerche scientifiche dell’epoca in ambito delle emozioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualche anno dopo Goleman pubblica “Intelligenza sociale”, libro che continua e completa il lavoro del precedente giungendo allo schema che vi riporto poco sotto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A Goleman, sebbene non “inventi” i termini di intelligenza emotiva e sociale, va attribuito il merito di averli diffusi e aver alimentato un filone culturale in <strong>opposizione al classico e imperante quoziente intellettivo</strong> (Q.I.).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per lui, come per Howard Gardner,<strong> la funzione cognitiva principale e più profittevole per l’essere umano</strong> è quella di costruire relazioni funzionali con se stessi e con gli altri (<a href="https://www.studiobidogia.it/obiettivi-performance/come-gestire-errore-sbagliando-si-impara/">ne ho già scritto qui</a>).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Intelligenza emotiva (I.E.)</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’intelligenza emotiva per Daniel Goleman è composta da più sottocategorie, tutte riconducibili a due dimensioni principali:</p>



<ol class="wp-block-list" type="1"><li>La <strong>consapevolezza delle proprie emozioni</strong>, cioè la capacità di sentire e capire che emozione sto provando.</li><li>La <strong>gestione delle proprie emozioni</strong>, cioè l’abilità di modulare il mio stato emotivo.</li></ol>



<p class="wp-block-paragraph">Tale intelligenza necessita di una capacità di comprensione del contesto in cui poi modulare le proprie emozioni in base agli scopi e ai significati attribuiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando il contesto è quello relazionale, l’intelligenza emotiva si affianca a quella sociale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/11/Sollecitudine-intelligenza-emotiva-Goleman-1024x576.png" alt="" class="wp-image-7698" srcset="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/11/Sollecitudine-intelligenza-emotiva-Goleman-1024x576.png 1024w, https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/11/Sollecitudine-intelligenza-emotiva-Goleman-300x169.png 300w, https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/11/Sollecitudine-intelligenza-emotiva-Goleman-768x432.png 768w, https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/11/Sollecitudine-intelligenza-emotiva-Goleman.png 1280w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Intelligenza sociale (I.S.)</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’intelligenza sociale è una meta-funzione cognitiva che permette di <strong>creare e condurre relazioni proficue</strong>. Come facilmente intuibile, l’intelligenza sociale ha numerose interazioni con i processi evolutivi della specie umana e lo sviluppo del linguaggio. Ma qui ci interessa maggiormente contestualizzarla nella quotidianità: i dialoghi e le relazioni che abbiamo nella vita privata e lavorativa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come per l’intelligenza emotiva, anche per l’intelligenza sociale Daniel Goleman propone <strong>due dimensioni, la prima relativa alla consapevolezza del contesto e dell&#8217;altro e la seconda alla gestione della relazione</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciascuna di queste due dimensioni ha poi specifiche competenze e funzioni, l’ultima dell’elenco è la sollecitudine:</p>



<ol class="wp-block-list" type="1"><li><strong>Consapevolezza sociale</strong><ol><li>Empatia primaria</li><li>Sintonia</li><li>Attenzione empatica</li><li>Cognizione sociale</li></ol></li><li><strong>Abilità sociale</strong> (gestione della relazione)<ol><li>Sincronia</li><li>Presentazione di sé</li><li>Influenza</li><li>Sollecitudine</li></ol></li></ol>



<h2 class="wp-block-heading">L’intelligenza sociale: manipolatori, narcisisti e sociopatici</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Inutile negarlo: la sociopatia paga.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per quanto si cerchi di diffondere un’etica nel mondo aziendale, la realtà è che <strong>la cultura consumistica detta le regole del contesto</strong>. E in un tale contesto (che giudico sbagliato, sia chiaro) è facile che a fare carriera siano persone dotate di un’elevata intelligenza sociale, ma che pecchino in sollecitudine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I cosiddetti leader spesso hanno grandi abilità di comprendere gli altri e di saperli influenzare ma, molto spesso lo fanno a proprio vantaggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ne hanno parlato sia lo psicoanalista e antropologo Maccoby<a href="#_ftn1">[1]</a><a href="#_ftn2">[2]</a> che più recentemente i colleghi Landay e Harms dell’università dell’Alabama<a href="#_ftn3">[3]</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Certo, non è sempre così, per fortuna esistono molti esempi di leadership <em>umana</em>. Ma non voglio far passare un contenuto che ritengo giusto benché non sia veritiero. Niente fuffa: <strong>essere umani in azienda non produce un vantaggio rispetto ai competitor</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">In azienda essere empatici e solleciti non è un vantaggio competitivo</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Vendere alle aziende corsi di collaborazione e buone maniere che promettono di aumentare il fatturato è un controsenso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non credo che sia questa la chiave per promuovere relazioni di cooperazione e collaborazione all’interno di un’organizzazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Credo sia meglio <strong>cambiare decisamente paradigma</strong>: non mi comporto bene con i colleghi e i collaboratori per un interesse economico, mi comporto bene con gli altri perché <strong>ritengo che sia più bello vivere così</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ritengo che il luogo di lavoro sia un contesto in cui passo gran parte del mio tempo e desidero che sia accogliente e motivante, senza che debba pugnalare alle spalle qualcuno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si è solleciti perché è umano esserlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rimane ovvio che si lavora tutti assieme in un’azienda per ricavarne il maggior profitto. Ma è altrettanto ovvio che <strong>il profitto non sia solo un fattore economico</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è altrettanto ovvio che non si vive solo per guadagnare e che <em>il fine giustifica i mezzi</em> a patto che i mezzi non rovinino i fondamenti della mia persona.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Leadership narcisistiche in contesti competitivi</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Come scrive <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Gregory_Bateson" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Gregory Bateson</a>, antropologo ed esperto di complessità</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«I contesti competitivi […] riducono inevitabilmente la complessa gamma dei valori a termini semplicissimi e addirittura lineari e monotoni.»</p><cite>Gregory Bateson &#8211; &#8220;Verso un&#8217;ecologia della mente&#8221;</cite></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò significa che <strong>in un contesto competitivo come quello aziendale le interazioni portano a una focalizzazione sull’interesse economico</strong> (o di potere o più direttamente di carriera), sia all’intero della stessa organizzazione, sia nel mercato in cui l’azienda compete: la gamma dei valori, tra cui <em>sicuramente</em> all’inizio ci sono quelli “umani”, si riduce a un semplice segno positivo sull’ultimo rigo del bilancio annuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa cecità alla collaborazione e all’aiuto reciproco <strong>ostacola la diffusione di responsabilità</strong> negli obiettivi collettivi e organizzativi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La dimensione narcisistica e semplicistica della leadership fa funzionare l’organizzazione attraverso due leve psicologiche:</p>



<ol class="wp-block-list" type="1"><li><strong>L’ammirazione</strong>: quasi come avviene in una setta, i membri dell’organizzazione osannano il leader e, per quanto lo considerino irraggiungibile, vogliono essere come lui</li><li>La <strong>paura</strong>: le persone temono il giudizio del gruppo che è, ripeto, focalizzato su una morale ridotta a pochissimi valori incarnati dal leader. Il terrore di essere emancipati o allontanati aumenta la coesione interna.</li></ol>



<h2 class="wp-block-heading">La sollecitudine: quando prendersi cura degli altri torna utile in tempi di crisi</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono ovviamente alcune conseguenze negative che si fanno <strong>tanto più evidenti tanto più il clima diventa di incertezza</strong> e le variabili complesse fanno vacillare l’identità semplicistica del capo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le persone abituate a seguire più che a pensare e a ripetere i mantra del leader piuttosto che contribuire alle scelte, abbandoneranno la nave:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>I <strong>manager</strong> focalizzeranno il proprio lavoro sapendo che ogni tre anni cambieranno azienda e il loro principale interesse sarà quello di contrattare uno stipendio migliore alla prossima occasione.</li><li>I <strong>collaboratori</strong> cercheranno di non impegnarsi in attività in cui correre il rischio di venire poi accusati di errori e, quindi, penalizzati. Oppure, non sentendosi supportati dai propri responsabili, non si adopereranno in azioni che esulino dal loro contratto</li><li>Gli <strong>imprenditori</strong>, in balìa di un mercato rapido e rapace, baderanno sempre più al medio-breve termine, riducendo investimenti e riducendo la crescita di una <strong>comunità aziendale</strong>.</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto ciò potrebbe essere ribaltato dalla <strong>sollecitudine</strong>: l’ultima delle voci del quadro dell’Intelligenza proposto da Daniel Goleman.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È vero, tecnicamente parlando la teoria di Goleman è ancora riduzionista, ma il costrutto della <em>sollecitudine</em>, in cui l’autore fa confluire le azioni della compassione e della cooperazione, apre la possibilità di <strong>un’azione etica complessa</strong>: interagire per un bene comune in senso più ecologico.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Morale della storia</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Se ti lamenti di essere “<strong>troppo buono</strong>” o che ti manca l’<strong>autostima</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se ti capita di invidiare la cattiveria e la faccia tosta di persone di successo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se ritieni che la tua sollecitudine ad aiutare gli altri sia una condanna perché rammenti più le volte in cui ti si è ritorta contro piuttosto di quelle in cui ti è tornata utile…</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora stai commettendo <strong>tre gravi errori</strong>:</p>



<ol class="wp-block-list" type="1"><li>Le persone di successo narcisiste e manipolatorie, pur peccando di una buona sollecitudine, hanno <strong>un’elevata Intelligenza Sociale</strong> soprattutto in alcune funzioni e abilità;</li><li>Le competenze si allenano e si sviluppano, difficilmente si eliminano, quindi cerca di sviluppare tutte le abilità dell’Intelligenza Sociale, in modo da migliorare l’efficacia della tua sollecitudine (es: valutare meglio a chi e come offri il tuo aiuto)</li><li>Se, superati i vent’anni, non sei sociopatico o narcisista è difficile che tu lo diventerai scimmiottando la superbia altrui. Cerca uno stile che si avvicini maggiormente al tuo modo di essere e poi amplialo.</li><li>Solitamente le persone che si definiscono “troppo buone” non peccano di eccessiva sollecitudine, ma di eccessivo <strong>rancore</strong>. L’invidia è una brutta bestia. Liberate quanto prima. Trova un contesto in cui esprimerti al meglio. È una tua responsabilità.</li></ol>



<p class="wp-block-paragraph">E se hai bisogno di un aiuto per costruire una professione o una leadership che ti rappresenti, <a href="https://www.studiobidogia.it/contatti/">scrivimi</a>.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="#_ftnref1">[1]</a> https://hbr.org/2004/01/narcissistic-leaders-the-incredible-pros-the-inevitable-cons</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="#_ftnref2">[2]</a> https://www.cnbc.com/2015/06/04/facebook-tesla-ceos-examples-of-productive-narcissism.html</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="#_ftnref3">[3]</a> https://www.researchgate.net/publication/327039686_Shall_We_Serve_the_Dark_Lords_A_Meta-Analytic_Review_of_Psychopathy_and_Leadership</p>
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		<title>Marco Vinicio Masoni: recensione &#8220;La nobile via del miglioramento personale&#8221;</title>
		<link>https://www.studiobidogia.it/libri-corsi/marco-vinicio-masoni-recensione-la-nobile-via-del-miglioramento-personale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Bidogia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2020 09:04:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIBRI e CORSI]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.studiobidogia.it/2020/09/08/marco-vinicio-masoni-recensione-la-nobile-via-del-miglioramento-personale/</guid>

					<description><![CDATA[<p>Troppi sono gli psicologi che scrivono per vendere “percorsi” di vaga crescita. Poi ci sono le perle.<br />
Qui se ne coglie un indicatore grazie a quell’attributo dato alla “via”. Il termine “nobile” non è infatti da psicologo di massa.<br />
Siamo forse davanti a una bella eccezione? La lettura del libro conferma l’ipotesi.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Recensione &#8220;La nobile via del miglioramento personale&#8221; (M. V. Masoni, Scienze dell&#8217;Interazione, 2019 1-2, pp. 125-6)</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Negli scaffali delle grandi librerie, sotto la sezione “Psicologia”, quando si vede un titolo che suggerisce una via, un percorso, è bene insospettirsi. Troppi sono gli psicologi che scrivono per vendere “percorsi” di vaga crescita. Poi ci sono le perle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui se ne coglie un indicatore grazie a quell’attributo dato alla “via”. Il termine “nobile” non è infatti da psicologo di massa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo forse davanti a una bella eccezione? La lettura del libro conferma l’ipotesi.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><img decoding="async" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/10/copertina-SDI_1_2019.jpg" alt="" class="wp-image-6563"/></figure></div>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>[ndr: il dott. Masoni è un collega che stimo molto ed è con grande emozione che ho letto la sua recensione al <a href="https://www.amazon.it/miglioramento-personale-autentica-esprimere-potenziale/dp/8857908917/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">mio libro.</a> L&#8217;ho tenuta per me per un anno: condividerla mi pareva una civetteria (eh, errori di inesperienza). </em><em>Invece, oggi credo che serva pubblicarla, non solo per offrirvi una sintesi del libro, ma per condividere le aggiunte di Masoni.</em><em>E poi, lo ammetto, ci sono giorni in cui è bello vantarsi e questo è uno di quelli.]</em></p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stile è discorsivo e scorrevole, nulla di quel procedere quasi ostile al lettore di certi testi accademici. L’autore è anche esperto di <strong>ipnosi</strong>. Qui non ne parla, ma il libro ti prende e ottiene quell’effetto di alterazione degli stati di coscienza tipici della buona narrativa.<br>In queste pagine la <strong>saggezza orientale</strong> non è solo citata e inserita come lo erano le cineserie dell’architettura in crisi dell’Ottocento. È respirata, rivissuta e passata al vaglio occidentale. Le tappe del viaggio sono metaforiche, sono stazioni di riflessione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Opportunamente l’autore mette le mani avanti: <strong>qui ti puoi disorientare</strong>, come sempre capita mettendo piede su sentieri nuovi. E il viaggio è nella foresta della tua mente. Potrebbe sembrare semplice qui non perdere la strada, la foresta è tua, dovresti conoscerla bene, la attraversi da una vita, ma la prima scoperta è di quelle che scuotono. Ora sei alla ricerca della nobiltà. La foresta l’hai attraversata più volte, ma forse cercavi altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E altro scuotimento: pare che la foresta non sia affatto vero che fosse tua, privata, stai scoprendo che non solo ci sono gli altri, ma che quello che pensi, nel tuo privatissimo e profondo io non è altro che ciò che da sempre hai negoziato e preso dagli altri. <strong>Compresa l’idea di miglioramento personale</strong>. Se non ce lo avessero suggerito i millenni che ci hanno preceduti mai ci verrebbe in mente qualcosa di simile al “miglioramento”. Il problema è tutto umano e nasce dal dolore della vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La parola rischia oggi di essere fraintesa, chiedi a uno sciocco che cosa significhi migliorare ed è probabile che ti dica “aver più soldi”. Ben venga allora questo libro, perché non è di denaro ovviamente che qui si parla. Si parla di cammini della mente possibili solo se smetti di elucubrare e inizi a FARE. <strong>E il fare è sempre qualcosa che ti mette in relazione con gli altri</strong>, gli altri fuori e gli altri dentro di te.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non solo, aggiunge Luca Bidogia, per fare <strong>occorre aver paura</strong>, perché solo chi ha paura può mostrare il coraggio di rischiare, la vita infatti non è un esercizio di matematica, è rischio, il risultato non è prevedibile, devi fare e se fai puoi sbagliare, ma puoi scegliere di non sbagliare, non facendo. Il non fare, va da sé, è un non vivere. La formula per fare ce la ricorda l’autore, riesce a fare chi se ne sente autorizzato. Per farlo viene citata una saggezza antica, quella di Virgilio che qui parafraso: <em>il successo va verso quelli che fanno (possono) perché pensano di potere.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa quindi è la chiave, in quale scrigno trovarla l’autorizzazione? Dove sta scritto che finalmente “Puoi”? Nella psicologia dei primi del Novecento, quando regnavano le spiegazioni che si reggevano sui nessi di causa effetto, l’autorizzazione era data o non data dalle <strong>Madri</strong>, figure quasi infernali, teoria ahimè presente ancor oggi e che ha tenuto il campo fin oltre gli anni a metà del Novecento e della quale forse il miglior ritratto fu quello di Hitchcock in Psyco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma ora possiamo dirlo: non c’è scrigno. Ci sono voci autorevoli. Ci sono maestri ai quali affidarci e in queste pagine si citano matematici (divenuti poi psicologi), filosofi e altri grandi pensatori. <strong>Il permesso non è altro che nuova conoscenza</strong>, mutamento di significati, rilettura di vecchi veti, ascolto di voci che han per noi il peso dell’Ipse dixit.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Wittgenstein diceva che il modo più efficace per far capire e quindi agire è il <strong>portare esempi. Il libro ne è pieno, lunghi dialoghi e spezzoni di dialogo</strong>. E, come è necessario che ci sia in un libro che vuole mettere a punto quel tipo di condivisione che si chiama insegnamento, c’è alla fine dei capitoli l’invito a fare. Sì, <strong>ci sono gli esercizi</strong>. Un ritorno piacevole a una scuola che ti fa capire se hai capito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco, caro lettore, si tocca il termine “esercizio” e torna con i suoi odori, immagini e suoni il ricordo della scuola e di quello strano fantasma del quale allora si parlava tanto e del quale nessun anatomo patologo ha mai trovato la sede, nemmeno sezionando minuziosamente il corpo umano. La Volontà. Non ne parlo qui, per non togliere al lettore il piacere di leggere le soluzioni proposte a chi non ha voglia. Ma l’argomento non è antichissimo. Ed ha una stretta parentela con la perseveranza, tanto che nell’Ottocento gli psicologi, forse in certe cose più acuti di oggi, chiamavano il carattere<strong> “memoria del volere”</strong>. Rifletteteci, la locuzione è geniale, e riguarda anche la memoria del volere non volere. A riprova che noi comunque “facciamo” e che il non fare non è altro che un fare rovinoso.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><a href="https://www.amazon.it/miglioramento-personale-autentica-esprimere-potenziale/dp/8857908917/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img decoding="async" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/10/Copertina-La-nobile-via-OK-214x300.png" alt="La nobile via del miglioramento personale - libro" class="wp-image-6120"/></a></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Questo il dono del libro, l’offerta di una mappa che disvela l’ovvio di un percorso di miglioramento e ce lo rende ovvio su un altro livello. Questa la posizione dell’autore che dice, rivelandosi assai saggio: <strong>non sono un esempio</strong>, sono un disegnatore di mappe, il che non vuol dire che nel privato, mentre non sono occupato con le mie matite, riesca ad essere sempre nobile. Insomma, per chi legge e intende, non sei obbligato alla nobiltà, anzi, forse non la toccherai, forse ne sentirai il profumo sfiorandola o se la raggiungerai non riempirai mai di essa il tuo zaino. Alla nobiltà si tende, perché se pensi di averla raggiunta cessi, davvero, di poter comunicare con noi.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">A cura di <em>Marco Vinicio Masoni Autore di una ventina di libri e numerosi articoli, Marco Vinicio Masoni è architetto, psicologo e psicoterapeuta. Già consulente scientifico della regione Friuli Venezia-Giulia e formatore per il ministero della giustizia e del MIUR, è docente presso l&#8217;Istituto di Psicologia e Psicoterapia di Padova. Lo trovi su <a href="http://formazione-studio.it" target="_blank" rel="noreferrer noopener">formazione-studio.it</a></em></p>



<p class="wp-block-paragraph">(<a href="https://www.amazon.it/miglioramento-personale-autentica-esprimere-potenziale/dp/8857908917/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Se vuoi acquistare il libro, lo puoi trovare qui assieme ad altre recensioni</a>)</p>
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		<title>La mente è fuori</title>
		<link>https://www.studiobidogia.it/ricerche-riflessioni/la-mente-e-fuori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Bidogia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2020 13:48:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[RICERCHE e RIFLESSIONI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo sicuri che pensare alla mente come qualcosa “dentro” di noi sia utile a qualcosa?“Guadarsi dentro” aiuta alla ricerca di se stessi?A cosa serve conoscere i processi cerebrali per migliorarsi,...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Siamo sicuri che pensare alla <em>mente</em> come qualcosa “dentro” di noi sia utile a qualcosa?<br>“Guadarsi dentro” aiuta alla ricerca di se stessi?<br>A cosa serve conoscere i processi cerebrali per migliorarsi, gestire meglio le emozioni o riuscire a comunicare efficacemente?<br><strong>La nostra essenza è veramente un qualcosa dentro di noi?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo articolo vedremo i rischi concreti nel pensare che tale essenza sia il nostro cervello o la nostra personalità. La mia proposta (che qui semplifica un<strong> approccio pragmatico e interazionista</strong>) è quella che sia meglio pensare alla mente come a qualcosa di fuori. È meglio pensare di essere fuori. Sì: fuori come i balconi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Qui sotto un breve video da ascoltarsi. In fondo un riassunto con alcuni spunti.</em> </p>



<figure class="wp-block-embed-youtube wp-block-embed is-type-rich is-provider-handler-delloggetto-incorporato wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="La mente è fuori" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/H-ogKrjV9jo?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading">La teoria che hai su di te a cosa ti serve?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Partiamo dalle cose che ci servono. Se vuoi comunicare meglio o gestire le tue emozioni o credere di più in te stesso e vuoi “farlo seriamente”, devi ipotizzare di lavorare o modificare qualcosa che percepisci costante: qui lo chiamo “mente”, ma se vuoi possiamo chiamarlo “carattere”, “personalità”, “io”, “coscienza di sé”, “identità”, ecc.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se non ci fosse questo <em>qualcosa di costante</em>, non ci sarebbe alcun bisogno di “cambiare” o “migliorare”: basterebbe voler fare una cosa per farla (o imparare a farla). Nessun ostacolo, nessuna demotivazione, nessuna pigrizia: ti dici “non imbarazzarti” e smetti di esserlo; “inizia e mantieni una dieta” e lo fai; “sii più socievole” e lo diventi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe bello, ma sappiamo che non è così: c’è <em>qualcosa di costante</em> che da un lato ci vincola alle nostre abitudini indesiderate e da un lato ci permette di avere altre buone e utili abitudini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È quello che, se generalmente viene chiamato <em>mente</em>, soggettivamente viene vissuto come <em>io</em> o<em> me </em>(e non a caso il mio corso di miglioramento si chiama Me-Lab).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se vuoi “migliorare” in qualcosa, devi lavorare su questo <em>qualcosa di costante</em>, o meglio: anche se non ne sarai consapevole, userai degli strumenti e delle tecniche costruiti su una qualche teoria della mente<a href="#_ftn1">[1]</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno dei più grandi psicologi dello scorso secolo, <strong>Kurt Lewin</strong>, viene ricordato per questa frase</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>non c&#8217;è niente di più pratico di una buona teoria</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Questo perché la teoria che usiamo (a volte in modo del tutto inconsapevole) ci fa vedere, <strong>pensare e agire in un certo modo e non in molti altri possibili</strong>. Una teoria è uno strumento decisamente pratico, come un cacciavite piatto è molto utile, ma solo con un certo tipo di viti e con un certo tipo di scopi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non lo dice uno scienziato alle prese con libri e laboratori universitari, infatti, anche se raramente viene riportato, la citazione non è di Lewin, ma è <strong>una frase che lo psicologo riporta e attribuisce a un imprenditore</strong>, cioè a una persona fortemente interessata agli esiti dei propri affari<a href="#_ftn2">[2]</a>.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/10/teorie-e-strumenti-psicologici-con-fumetto-1.png" alt="teorie e strumenti psicologici con fumetto" class="wp-image-6552"/></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Torniamo a noi, diventa <strong>necessario capire se, mentre parli e usi alcuni strumenti, la teoria della mente che stai inconsapevolmente adottando ti sarà utile oppure no.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">La risposta è dentro di te?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Rimaniamo sempre sull’utilità: quando pensiamo “ho delle potenzialità dentro di me che non riesco a far uscire”, che teoria della mente usiamo?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proviamo a pensare ai rischi nel raccontarcela così.<br>Per questa teoria tu <em>dentro</em> sei di più di quello che mostri <em>fuori</em>, il “vero te stesso” è dentro di te.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come fai a trovarlo? Esiste una sonda?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi dirai: no, uso l’introspezione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bene: cosa ispezioni? Ti chiudi in meditazione in qualche luogo e cosa ricerchi? Cosa fai? Che domande ti poni?<br>Ritieni che la serenità o l’autostima le troverai dentro te stesso?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come dovrebbero emergere o palesarsi?<br>Credi che sentirai una voce che a un certo punto solennemente descriverà chi sei, come dovrai comportarti e cosa dovrai fare nella tua vita?</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ritieni che poi tu, così internamente illuminato, potrai girare per il mondo, andare a lavorare, rapportarti con gli altri con maggiore capacità e consapevolezza?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se sì, fai attenzione: è una teoria diffusa, molto affascinante, ma utile solo in ambiti specifici e in momenti specifici.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In questa teoria non sono presenti molte delle cose che hai imparato:</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">per camminare non hai meditato mesi in posizione del loto per poi alzarti di slancio muovendo elegantemente piedi e gambe con il busto eretto e lo sguardo fiero. Per parlare nemmeno. Nemmeno per la matematica o per guidare l’auto o per scrivere una poesia o giocare a calcio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nulla di ciò che è umano lo hai acquisito nella solitudine dell’introspezione.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Semmai l’introspezione, la riflessione, la contemplazione e altre pratiche ti possono esser servite per organizzare pensieri, per placare emozioni, aver maggiore chiarezza e serenità d’animo, ma (eccetto per le connessioni con il divino) <strong>tutto per poi indirizzarti verso qualcosa che non fosse <em>dentro</em> di te, ma <em>fuori</em> di te</strong>: hai capito che era meglio lasciare il lavoro, hai sentito i tuoi sentimenti per una persona in modo più profondo, hai deciso di intraprendere un viaggio oppure hai semplicemente ottenuto uno stato d’animo più funzionale alla ripresa della vita quotidiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non hai trovato il tuo vero te stesso: quando è andata bene, <strong>hai trovato il modo di fare qualcosa che ti rappresentasse nel modo in cui eri in grado di farlo</strong>. Se, dopo aver meditato decidi di scalare una montagna o costruire un’azienda, l’introspezione avrà spazzato via i dubbi, ma non ti avrà fornito gli strumenti per realizzare la tua scelta: quel “te stesso” (che scala la montagna o crea un’attività) lo troverai mentre starai attuando la decisione presa.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/10/rana-medita-yoga.jpg" alt="rana medita yoga" class="wp-image-6540"/></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">In sintesi: questa è una teoria che ti aiuta a togliere e a fare chiarezza per poi agire. Se la usi per “trovare” te stesso o una risposta definitiva a un tuo “perché”, continuerai a vagare nel nulla dell’insoddisfazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Comanda il cervello?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Fior fior di neuropsicologi (e da lì a scendere fino ai guru dei social network) ci spiegano che le nostre emozioni dipendono dall’amigdala [<em>Per chi non lo sapesse <strong>l’amigdala è una piccola struttura posta al centro di ogni emisfero cerebrale</strong> (quindi ognuno di noi ne ha due)</em>].</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se fai un corso sulla gestione della paura, prima o poi qualcuno tirerà fuori l’amigdala, <strong>ma non in senso letterale</strong>, anche perché non saprebbe cosa farsene. E a me pare ovvio che nessuno saprebbe cosa farsene di un’amigdala tra le mani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Però, in quel corso sulle emozioni, ti faranno vedere dei disegni colorati con delle frecce per farti capire come funziona la tua paura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che teoria della mente stanno usando?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Domanda retorica: una <strong>teoria “neurologica”</strong>: la tua mente è la somma di processi cerebrale e il processo della paura coinvolge l’amigdala.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma a te cosa serve sentirti spiegare i meccanismi neurofisiologici correlati a un’emozione?</p>



<p class="wp-block-paragraph">A due cose:</p>



<ol class="wp-block-list"><li>la prima ha una <strong>funzione retorica</strong> (didattica o di marketing): come una ricerca di Yale<a href="#_ftn3">[3]</a> ha dimostrato, infarcire una spiegazione psicologica con riferimenti neurologici induce le persone a considerarla più “scientifica” e, dunque, “vera”. Questo favorisce pensare che quel formatore sia un “esperto” di cui potersi fidare e, quindi, applicare meglio i contenuti del suo corso o acquistare i suoi prodotti o servizi.</li><li>La seconda, a trovare una <strong>soluzione coerente</strong> con quella teoria.</li></ol>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che il tuo formatore ti parla dell’amigdala solo perché ha letto qualche libro in ordine sparso, senza inserirlo in una teoria delle mente e, soprattutto, senza pensare se quella teoria sia da te utilizzabile<a href="#_ftn4">[4]</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché, ricordiamocelo, se avessimo tra le mani le nostre due amigdala, noi non sapremmo cosa farci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per influenzare il funzionamento dell’amigdala in modo accurato abbiamo bisogno di uno strumento che agisca direttamente sulla struttura cerebrale. Solitamente di un bisturi o di un elettrodo o di un farmaco.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Li trovi utili per affrontare una paura?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Se sì, bene: alzati subito da quel corso di formazione e rivolgiti a un neurochirurgo o a un neuropsichiatra, perché sono loro gli esperti di quella teoria e di quegli strumenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se ritieni che invece sia possibile influenzare il funzionamento della tua amigdala attraverso pensieri, parole e azioni, devi sapere che nessuna ricerca dimostra scientificamente come ciò possa avvenire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo è facile da capire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Possiamo misurare l’attività elettrica e la variazione del flusso sanguigno di un’area cerebrale, ma <strong>non abbiamo uno strumento per definire scientificamente cosa sia un’emozione all’esterno di una teoria psicologica.</strong> La neurologia si occupa di materia grigia, la psicologia di teorie che vanno a definire di cosa stiamo parlando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché, questo ti sorprenderà, non per tutti gli psicologi la paura di un ratto di prendere una scossa dentro una gabbia metallica è paragonabile alla paura di un genitore che attende il rientro della figlia adolescente al sabato notte o alla paura di un calciatore di tirare un calcio di rigore o alla paura di morire di un anziano o a quella di essere lasciato dalla propria amata. Anche se sembrerà strano, per molti di noi, queste sono paure diverse e, oltretutto, le neuroimmagini ci dicono che coinvolgono in modo diverso quasi la totalità del cervello…</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tuo neurochirurgo dovrebbe lavorarci parecchio.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/10/cervello-scritte.png" alt="cervello scritte" class="wp-image-6541"/></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In sintesi</strong>, questa teoria è utile <strong>solo agli esperti del settore</strong> per condurre ricerche, approfondire diagnosi differenziali e ampliare le conoscenze della neuropsicologia che, forse purtroppo, è ancora lontanissima nell’aiutare le persone usando strumenti fisici, ma può offrire degli strumenti psicologici in riferimento a piccoli ritagli della mente umana direttamente correlati ai fenomeni neurologici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi: <strong>se credi che tutto dipenda dal cervello, stai implicitamente affermando che non hai alcuno strumento operativo per modificare il suo funzionamento</strong>. A meno che tu non consideri strumenti psicologici che, però, se dovessero essere coerenti con la tua teoria, dovrebbero riguardare campi così limitati della tua esperienza che da soli non servirebbero a nulla. E quindi dovrai usare strumenti psicologici più ampi, ma lo farai alla rinfusa perché userai strumenti che non sono nati nella teoria che hai adottato fino a quel momento.</p>



<h2 class="wp-block-heading">È un caos! Siamo fuori come balconi?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Uno strumento deve essere usato nel contesto adeguato. Non posso usare un cacciavite per stringere un bullone. Forse lo posso usare per piantare un chiodo, ma sicuramente avrei più successo se usassi un martello per i chiodi e il cacciavite per le viti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il tuo scopo è modificare il tuo comportamento o le tue emozioni in alcuni contesti, è meglio che tu adotti degli strumenti creati appositamente per quei contesti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pensare alla mente come qualcosa dentro di te non ti aiuterà. Meglio pensare alla tua mente come qualcosa fuori di te.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Meglio pensare che la tua mente sia la somma delle tue azioni, emozioni e sentimenti nel tempo e nello spazio. Meglio che tu la geolocalizzi.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Piuttosto di localizzarla in alcune specifiche aree cerebrali, meglio che tu la ricerchi nella tua agenda: in giorni, orari e luoghi precisi. Questa è una teoria della mente che la descrive come fatta di interazioni (con te stesso, con gli altri e con il contesto). È decisamente più utile al cambiamento.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/10/fuori-come-balconi.jpg" alt="fuori come balconi" class="wp-image-6542"/></figure></div>



<ul class="wp-block-list"><li>Avere a che fare con <strong>l’idea di te stesso</strong> mentre sei in ritiro dentro a una caverna è mettersi a fantasticare su generalizzazioni poco utili in chiave pratica. Avere a che fare con te stesso quando domani mattina alle 7:12 stai iniziando la tua giornata è avere l’occasione di sentire e provare a cambiare qualcosa.</li><li>Pensare che una specifica area cerebrale stia influenzando la tua vita è un’idea che dovrebbe subito portarti ad una visita da un neurologo. Pensare che il modo in cui hai parlato <strong>ai tuoi collaboratori</strong> ieri pomeriggio non sia stato efficace, invece, ti indirizzerà ad analizzare la situazione e a prendere delle iniziative per la riunione della settimana prossima.</li><li>Ritenere che ti manchi <strong>l’autostima</strong>, ti metterà in attesa che qualcuno o qualcosa colmerà quel vuoto (forse travasando al tuo interno qualche litro di autostima plus).</li></ul>



<h2 class="wp-block-heading">Riassunto e utilità</h2>



<ol class="wp-block-list"><li>Sempre parafrasando Kurt Lewin, vuoi conoscere te stesso? Allora prova a cambiarti! Si impara facendo e, quindi, imparerai più cose su di te sperimentandoti. <strong>Usa i momenti di riflessione</strong> per capire cosa nella realtà concreta ha funzionato e cosa no, ma <strong>poi agisci</strong>.</li></ol>



<ol class="wp-block-list" start="2"><li><strong>Il cervello è necessario, ma è anche molto complicato</strong>. Lasciamolo agli esperti. Se ti affascinano le neuroscienze, abbi anche l’umiltà di constatare come tu non sia in grado di applicarle alla tua vita concreta: leggi e studiale come faresti per l’astronomia, una materia stupenda che è d’aiuto all’umanità se maneggiata da esperti astronomi, ma che tu solo raramente saprai applicare alla tua vita quotidiana.</li><li><strong>La mente non è nulla di concreto: è una definizione.</strong> Pensala come fosse fuori di te, nel mondo e tra le persone, e prova a cambiarla un’interazione alla volta.</li></ol>



<h2 class="wp-block-heading">Note</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Le immagini sono prese da pixabay.com</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="#_ftnref1">[1]</a> Attenzione: in psicologia cognitiva con “teoria della mente” ci si riferisce alla capacità di rappresentare gli stati mentali propri e altrui e di prevedere il comportamento associato. Qui, invece, uso il termine con senso più generico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="#_ftnref2">[2]</a> <em>A business man once stated that there is nothing so practical as a good theory</em> (in Lewin, K., 1951. Field theory in social science: Selected theoretical papers, D. Cartwright, Ed., New York, NY: Harper &amp; Row).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="#_ftnref3">[3]</a> Il fascino pericoloso delle spiegazioni neuroscientifiche. Cfr. D. Skolnick Weisberg, F. Keil, J. Goodstein, E. Rawson e J.R. Gray, The seductive allure of neuroscience explanation, in «Journal of Cognitive Neuroscience», 20, 2008, pp. 470-477.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="#_ftnref4">[4]</a> Questo passaggio è importante perché spesso formatori o consulenti usano strumenti senza sapere la loro origine e mescolano tra loro cose che non possono coesistere generando confusione o danni: un po’ come se qualcuno per sistemarti un testo scritto su word, usasse il <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Bianchetto" target="_blank" rel="noreferrer noopener">bianchetto</a> sullo schermo perché sulle istruzioni del bianchetto c’è scritto di usarlo per correggere i testi, non capendo che si tratta di contesti differenti. Oppure come se qualcuno volesse utilizzare le stringhe di un codice di programmazione in un altro completamente diverso. La teoria della mente è come una sorta di sistema operativo (Windows, IOS, Linux, Android…) non regge se ci installi cose che non prevede.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.studiobidogia.it/ricerche-riflessioni/la-mente-e-fuori/">La mente è fuori</a> proviene da <a href="https://www.studiobidogia.it">Luca Bidogia</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Siete sicuri di aver capito? L’effetto Dunning-Kruger</title>
		<link>https://www.studiobidogia.it/ricerche-riflessioni/sicuri-di-aver-capito-effetto-dunning-kruger/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Bidogia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Aug 2020 06:14:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[RICERCHE e RIFLESSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[autostima]]></category>
		<category><![CDATA[dunning-kruger]]></category>
		<category><![CDATA[performance]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.studiobidogia.it/2020/08/13/siete-sicuri-di-aver-capito-effetto-dunning-kruger/</guid>

					<description><![CDATA[<p>Perché ci sono così tanti errori nelle spiegazioni dell&#8217;effetto Dunning-Kruger? In questo articolo cercherò di dimostrare che l’interpretazione diffusa dell’effetto Dunning-Kruger è errata. E come tale errore, spesso, è causato...</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.studiobidogia.it/ricerche-riflessioni/sicuri-di-aver-capito-effetto-dunning-kruger/">Siete sicuri di aver capito? L’effetto Dunning-Kruger</a> proviene da <a href="https://www.studiobidogia.it">Luca Bidogia</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Perché ci sono così tanti errori nelle spiegazioni dell&#8217;effetto Dunning-Kruger?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">In questo articolo cercherò di dimostrare che <strong>l’interpretazione diffusa dell’effetto Dunning-Kruger è errata</strong>. E come tale errore, spesso, è causato dallo stesso effetto Dunning-Kruger (<em>ndr: ne sono stato vittima anch’io e probabilmente ne sarò vittima ancora</em>). Vedremo come la distorsione cognitiva, a cui si riferisce l’effetto, riguarda le valutazioni delle proprie prestazioni (performance) rispetto a quelle altrui e che, dati alla mano, poco abbia a che fare con l’intelligenza e con l’esperienza delle persone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se non sapete nulla dell’effetto Dunning-Kruger e cercate una spiegazione con i riferimenti corretti alle ricerche: <a href="https://www.studiobidogia.it/miglioramento-personale/il-vero-effetto-dunning-kruger/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui trovate l’articolo giusto.</a></p>



<p class="wp-block-paragraph">Se vi interessa valutare al meglio le vostre abilità, siete allergici alle facilonerie e un po’ bastian contrari: questo articolo fa per voi!</p>



<p class="wp-block-paragraph">In sintesi, ci hanno ingannato:</p>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>Il grafico è ERRATO</strong></li><li><strong>I peggiori NON si reputano i migliori</strong></li><li><strong>I migliori SANNO di esserlo</strong></li><li><strong>Tutti credono di essere SOPRA la MEDIA</strong></li><li><strong>L&#8217;esperienza NON serve, la formazione sì</strong></li></ul>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Successivamente all&#8217;articolo ho fatto questa diretta in cui approfondisco e spiego il tutto: è lunga, ma al vantaggio che si può ascoltare <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f609.png" alt="😉" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></em></p>



<figure class="wp-block-embed-youtube wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Effetto Dunning-Kruger: la storia di un errore che si ripete" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/ZORcMeb2WJc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading">La definizione errata dell’effetto Dunning-Kruger e le sue utilità</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Quando nel web si parla di effetto Dunning-Kruger si intende quella distorsione cognitiva dalle conseguenze spesso imbarazzanti: in particolare ci si riferisce al sommarsi di inconsapevolezza e supponenza da parte di persone che si espongono in un campo di cui non hanno competenza, a differenza di chi in tale campo ha esperienza e invece si dimostra più umile e meno sicuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una <strong>definizione errata</strong>, ma è molto utile allo sfogo popolare perché permette di dare scientificità al vecchio motto “La madre dei cretini è sempre incinta”, mentre gli esperti sono sempre prudenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La definizione errata, per quanto contestabile in molti aspetti (che vedremo nel dettaglio), offre però ottimi spunti. Vediamo ora alcune prime ipotesi sul perché si sia diffusa un&#8217;interpretazione distorta dell&#8217;effetto Dunning-Kruger.</p>



<h3 class="wp-block-heading">1. Giustificazione dell’ignavo</h3>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«Una delle cose più dolorose del nostro tempo è che coloro che hanno certezze sono stupidi, mentre quelli con immaginazione e comprensione sono pieni di dubbi e di indecisioni» &#8211; Bertrand Russell &#8211;</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Mal interpretare la ricerca dei due psicologi della Cornell University, David Dunning e Justin Kruger, torna utile per giustificare la nostra inattività. Rimaniamo comodamente nella nostra <strong>zona di comfort </strong>citando (in modo <em>errato ma inconsapevole</em>) una ricerca e credendo che sostenga che gli stupidi sono sicuri, mentre i saggi sono dubbiosi. Ovviamente noi ci possiamo così sedere tra i saggi e ricordare quei momenti in cui noi stessi, esperti in un certo ambito, non abbiamo espresso in modo deciso le nostre opinioni temendo che non fossero pienamente corrette. Questo faciliterà il nostro continuare a non agire, a non dire, a non comunicare, a non progettare… Ma saremo accompagnati da un maggior senso di soddisfazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Purtroppo, però, qualora fossimo veramente esperti e saggi, questa interpretazione errata ci impedirà di ottenere ciò che meritiamo o, almeno, di rendere questo mondo un posto migliore grazie anche al contributo delle nostre competenze.</p>



<h3 class="wp-block-heading">2. Il percorso di acquisizione di una competenza</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Se la definizione errata porta all&#8217;apparente beneficio appena descritto (che è in verità un <strong>autosabotatore</strong>), bisogna anche ammettere che l’interpretazione sommaria dell’effetto Dunning-Kruger ha generato il disegno qui sotto.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/10/EFFETTO-DUNNING-KRUGER.png" alt="il grafico errato dell'EFFETTO DUNNING-KRUGER" class="wp-image-6505"/></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Versioni leggermente differenti di questo grafico vengono riportate in ogni articolo del web e a mio parere sono genuinamente utili (anche se, ripeto, non riguardano il Dunning-Kruger).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come si vede, nel disegno viene raffigurata la curva di acquisizione di una competenza: quando impariamo una nuova abilità potremmo inizialmente esserne entusiasti e giudicarci molto bravi ma, non appena superato il livello da “principianti”, comprendiamo quanta strada ci sia ancora da fare e possiamo crollare nello sconforto. Alla fine, dopo anni di pratica e studio, potremmo apparire esperti in quel settore agli occhi altrui ma, in cuor nostro, saremo ben consapevoli di quanto la materia sia complessa e quanto ancora ci sia da imparare (e forse questo è proprio il bello!).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La trovo una bella sintesi. </strong>Anche nelle versioni in cui viene indicato il “picco della stupidità” a sinistra e la “valle della disperazione” nel percorso centrale del disegno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Del grafico, inoltre, mi piace la linea curva. La chiamo <strong>“il sorriso del miglioramento”</strong>. Non è un sorriso perfetto, ma forse è per questo più autentico: ci ricorda che l’autoironia e l’umiltà sono caratteristiche fondamentali per continuare ad apprendere e a migliorarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un disegno quindi bello e utile, peccato che sia sbagliato e non rappresenti minimamente i dati raccolti nello studio da Dunning e Kruger.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Paradossale, no?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Chi ci spiega l’effetto Dunning-Kruger non ha le competenze per capire che ce lo spiega male.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">La mia interpretazione dell’effetto Dunning-Kruger vs quella diffusa</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Ammetto che volevo scrivere “<strong>l’interpretazione corretta dell’effetto Dunning-Kruger</strong>”, ma ammetto pure che non sono riuscito a leggere tutte le diverse centinaia di pagine delle ricerche in merito e che io sono uno psicoterapeuta e un consulente, non un ricercatore esperto in statistica o <em>social cognition </em>(<em>del resto, direte voi, siamo abituati a leggere articoli di ricerche di psicologia da gente che non ha mai letto un libro di psicologia</em>).</p>



<p class="wp-block-paragraph">La mia intenzione non è però quella di screditare gli autori della spiegazione maggiormente diffusa dell’effetto, ma di interrogarmi su come sia possibile che l’interpretazione errata di una ricerca sulle interpretazioni errate sia diventata così famosa e virale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.studiobidogia.it/miglioramento-personale/il-vero-effetto-dunning-kruger/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">In quest’altro articolo</a>, riporto la ricerca così come emerge dagli articoli pubblicati. Qui di seguito, invece, traccio una sintesi dell’idea che mi sono fatto finora.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il disegno è sbagliato</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nei documenti che ho studiato non c’è il grafico che tutti riportano per illustrare l’effetto Dunning-Kruger. Dalla mia indagine, pare che la prima versione di quel grafico sia stata proposta il 15 ottobre 2011 da un disegnatore che la inserisce come opzione di <strong>stampa su una maglietta da nerd</strong>. Il grafico contraddice nettamente i risultati di Dunning e Kruger (*vedi note in fondo). Però è sicuramente più bello dei grafici originali.</p>



<div class="wp-block-image size-full wp-image-6487"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/10/Dunning-Kruger-Studio-1-Umorismo-e1597226704911.png" alt="Dunning Kruger - Studio 1 - Umorismo" class="wp-image-6487"/><figcaption>Kruger e Dunning, 1999 &#8211; Studio 1 &#8211; Umorismo</figcaption></figure></div>



<h2 class="wp-block-heading">Si parla di risultati, non di esperienza</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La ricerca NON ha tra le variabili l’esperienza, ma la prestazione o la competenza dimostrata in un compito. Forse c’è un errore nella traduzione in italiano o forse è proprio una generalizzazione che si può trovare in alcune sintesi degli stessi autori, ma <strong>la ricerca confronta l’autovalutazione di studenti universitari rispetto ai risultati di 4 test scritti</strong>. Nei 4 grafici presenti nella ricerca originale, i risultati di ciascun test vengono disposti lungo l’asse orizzontale: a sinistra ci sono le persone che hanno ottenuto i risultati più bassi, a destra quelli che hanno svolto meglio la prova. Il “disegno errato”, invece, ci racconta le varie fasi di un percorso formativo o esperienziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In più la ricerca NON dimostra che con l’aumentare dell’esperienza si acquisisca maggiore competenza, anzi, Dunning e Kruger affermano che <strong>senza alcune competenze cognitive, l’esperienza da sola non basta</strong>: le persone incompetenti non riusciranno a migliorare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altri articoli sul web, inoltre, sembrano associare la sovrastima di sé a tratti di personalità o intelligenza. È una grave forzatura non supportata da alcun dato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I peggiori non si reputano i migliori</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Semplificando senza troppo travisare, le 4 prove della ricerca consistevano in un test scritto su una specifica competenza (es: grammatica) a cui seguivano due domande di autovalutazione rispetto alla competenza stessa. Per esempio, senza che potessero vedere le prove dei compagni, si chiedeva agli studenti di ipotizzare se i risultati delle loro prove fossero tra i migliori o i peggiori indicando un valore da 1 a 100.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi si confrontava tale valore con l&#8217;effettiva “classifica” risultante dalla correzione dei compiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei dati raccolti da Dunning e Kruger, <strong>i partecipanti che ottengono i risultati peggiori nelle prove (i “peggiori”) si valutano peggio rispetto alle stesse autovalutazioni dei compagni.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non c’è dunque nessuna superbia o arroganza degli stupidi. O almeno non è qui che si nota.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I migliori sanno d’esserlo</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Da tutti i dati raccolti da Dunning e Kruger, i partecipanti che ottengono i risultati migliori nelle prove (i “migliori”) si valutano meglio rispetto alla media dei compagni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dalla ricerca è evidente che <strong>la “fiducia” nelle proprie competenze è generalmente sopra la media per tutti i soggetti e che la “fiducia” cresce al crescere delle competenze. </strong>A dispetto del grafico-errato non c&#8217;è nessuna curva verso il basso della &#8220;fiducia&#8221; in se stessi, anzi, nei grafici originali le autovalutazioni sono rappresentate quasi come una retta che cresce (vedi linea rossa del grafico sotto).</p>



<p class="wp-block-paragraph">A dispetto di ciò che viene detto sul web: <strong>chi ottiene risultati migliori si reputa migliore degli altri</strong>, la ricerca dimostra solo che i più competenti sottovalutano la <em>differenza</em> tra le proprie prestazioni e quelle della media delle persone (semplificando: tra 100 persone i 5 più bravi ritengono di essere solamente tra i 30 più bravi, ma comunque tra tutti si dimostrano i più sicuri di sé).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cade anche l’altro falso mito del Dunning-Kruger: i migliori non sono così umili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un grafico di sintesi, a mio avviso, potrebbe essere questo.</p>



<div class="wp-block-image wp-image-6507 size-full"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/10/Dunning-Kruger-sintesi-Bidogia-Luca-Scarto.png" alt="Dunning Kruger - sintesi Bidogia Luca Scarto" class="wp-image-6507"/><figcaption>Rappresentazione sintetica e sommaria dell&#8217;effetto Dunning-Kruger: la curva rossa delle autovalutazioni cresce al crescere della competenza e tutte le autovalutazioni sono superiori alla media (rappresentata dal valore 50)</figcaption></figure></div>



<h2 class="wp-block-heading">Sovrastima delle proprie capacità</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Questa è la caratteristica rilevante della ricerca. Dai dati emerge un fenomeno di <strong>sovrastima delle proprie capacità che cresce al diminuire delle stesse</strong>. E, ancora più significativo, <strong>si inverte quando le capacità superano una certa soglia</strong>: è vero, le persone che dimostrano minori competenze le sopravvalutano maggiormente, così come le persone con maggiori competenze si sottovalutano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Però qui c’è un errore di comprensione logica (che sembra venga spesso favorito dagli stessi Dunning e Kruger): dire “gli esperti si sottovalutano rispetto alla media” si riferisce al fatto che, in un’ipotetica classifica di 10 partecipanti al test, il migliore di tutti si pone nei primi 3 posti (quindi 2 posti più in basso di quanto vale realmente).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dire “i peggiori si sovrastimano rispetto alla media” si riferisce che, nella stessa ipotetica classifica, l’ultimo (il 10° classificato) si ritiene al 5° o al 6° posto (quindi 5 posti più in alto di quanto vale realmente).</p>



<p class="wp-block-paragraph">È fuorviante e tendenzioso dire che i peggiori si sovrastimano maggiormente dei migliori, perché il confronto è tra il risultato del test e la propria autovalutazione, non tra persone, invece <strong>l’espressione usata fa intendere che le persone meno competenti si reputino tra i migliori del gruppo</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli incompetenti è vero che sopravvalutano di 4 punti il loro valore, mentre gli esperti sottovalutano il proprio di 2 ma, come scritto sopra, rispetto ai colleghi, le valutazioni date a se stessi degli incompetenti sono le peggiori e quelle degli esperti sono le migliori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se proprio si volesse passare il messaggio che l&#8217;ignoranza è associata a supponenza, mentre la conoscenza all&#8217;umiltà, allora si potrebbe usare un grafico come questo sotto, rispettando i dati della ricerca. Analizzando a spanne i dati emerge che in media i peggiori si sopravvalutano più del 47% del valore effettivo, mentre i migliori si sottovalutano più del 18% rispetto ai risultati reali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma ripeto: qui NON si dice che una persona incompetente si reputa migliora di quella esperta, qui se vogliamo proprio esagerare, si sostiene che l&#8217;incompetente ha maggiore fiducia in sé in senso generale perché è l&#8217;ultimo, ma si reputa da metà classifica.</p>



<div class="wp-block-image wp-image-6511 size-full"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/10/Dunning-Kruger-sintesi-Bidogia-Luca-Scarto-fico-1.png" alt="Dunning Kruger - sintesi Bidogia Luca Scarto Sovrastima arroganza" class="wp-image-6511"/><figcaption>Sintesi che enfatizza la differenza tra competenti e non competenti nella valutazione delle proprie abilità (occhio a non fraintedere)</figcaption></figure></div>



<h2 class="wp-block-heading">Confronto con le performance altrui</h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I risultati delle prove NON vengono mostrati ai partecipanti</strong>: quando gli psicologi Dunning e Kruger chiedono alle persone di valutare il proprio test rispetto a quello delle altre persone coinvolte, richiedono un confronto ipotetico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La ricerca dimostra che la sottovalutazione di sé dipende solo dal fatto <strong>che i migliori NON hanno visto le prove degli altri</strong>: non appena vedono le prove svolte dagli altri partecipanti, correggono subito il tiro e si considerano, meritatamente, tra quelli che hanno svolto il compito con più accuratezza. Nessuna umiltà e nessun timore di attribuirsi le proprie capacità dunque.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo è un risultato significativo per la ricerca, che dimostra anche l’opposto: coloro che hanno ottenuto i risultati peggiori non hanno le competenze per accorgersi dei propri errori nemmeno confrontando i propri test con quelli altrui. L&#8217;incompetente non cambia quando analizza le prove altrui: l&#8217;esperienza da sola non basta.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sindrome dell’impostore</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Spesso nel web l’effetto Dunning-Kruger viene associato alla sindrome dell’impostore. Ma la ricerca in oggetto pare quasi <strong>contraddire l’impostore</strong>: Dunning dice più volte e chiaramente che gli esperti inizialmente si sottovalutano per <em>false consensus effect</em>, cioè ritengono che, siccome per loro il compito è stato abbastanza facile, lo sia stato anche per gli altri partecipanti all’esperimento. Non si sentono minimamente impostori rispetto agli altri, anzi, se prima si consideravano tra i bravi, quando si confrontano con gli altri, diventano consapevoli di essere i migliori e non hanno alcuna remora nel riporsi tra i primi. Pare, dunque, che gli autori riferiscano l&#8217;effetto Dunning-Kruger solo al bias cognitivo che coinvolge &#8220;gli incompetenti&#8221; che si differenziano dagli &#8220;esperti&#8221; proprio per le carenze nell&#8217;autovalutazione di sé.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Formazione ed educazione</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Gli autori dimostrano che formando correttamente quelli che in altri articoli chiamerebbero “stupidi arroganti” (invece sono solo studenti che hanno ottenuto i peggiori risultati su alcune prove e che non riescono a capire di aver sbagliato), dicevo, istruendo i “peggiori” questi diventano consapevoli degli errori commessi, quindi migliorano le proprie capacità di valutarsi in quell’ambito.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Riassumendo l’effetto Dunning-Kruger in cui cade chi spiega l’effetto Dunning Kruger</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’effetto Dunning-Kruger riguarda principalmente la correlazione tra le competenze cognitive necessarie per svolgere un compito e le competenze metacognitive per valutare la propria prestazione: meno sono bravo in un settore, meno strumenti avrò per giudicare i miei risultati in quel settore, quindi, avrò scarse possibilità di riconoscere i miei stessi errori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non riporto qui le diverse critiche che vengono rivolte alla ricerca e alle conclusioni a cui sono giunti gli autori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda che mi pongo in questo articolo è: perché gli autori di numerosi testi sul web non abbiano approfondito la ricerca originale di 12 facciate, nella quale ci sono solo 4 grafici, pressoché identici, in cui si nota chiaramente che la “fiducia nelle proprie competenze” aumenta all’aumentare delle stesse competenze? E perché una ricerca a disposizione di tutti gratuitamente su Google viene riportata in un modo errato?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco alcune ipotesi:</p>



<ol class="wp-block-list"><li><strong>a sbagliare sono io</strong>: l’interpretazione grafica data dal disegnatore nerd australiano e quella della maggioranza degli articoli del web è corretta. In pieno Dunning-Kruger, le mie incompetenze in ambito statistico non mi fanno cogliere che i dati si possono interpretare anche in quel modo. In tal caso la mia ipotesi è che l&#8217;autore del grafico incriminato, sia in realtà un esperto di statistica che abbia usato principalmente <a href="http://www.psy.gla.ac.uk/~steve/pickup/macappfiles/dunning.advances.11.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">i dati relativi alla <em>response consistency</em> della 3^ prova</a> reinterpretandoli con una curva polinomiale che rappresentasse al meglio una teoria più ampia rispetto a quella proposta esplicitamente dagli autori. (Ovviamente questo è un mettere le mani avanti. Sono convinto di aver ragione, ma lo sarei anche se fossi caduto nel Dunning-Kruger. Chiedo dunque agli esperti di spiegarmi le posizioni del 2° e 3° quartile di molto inferiori al 50% di fiducia).</li><li>Le persone sono cadute nel <strong>bias della conferma</strong>: convinte che la ricerca degli psicologi Dunning e Kruger possa spiegare l’imbecillità diffusa nel web, si sono fiondate su un tema caldo escludendo i dati che andrebbero a contraddire le loro ipotesi iniziali. Capita spesso anche nella ricerca scientifica: le riviste sono zeppe di scienziati che sono riusciti a dimostrare proprio le loro ipotesi iniziali. Rari sono i casi in cui qualcuno riporti un fallimento delle proprie tesi. David Dunning e Justin Kruger non fanno eccezione: riescono a dimostrare tutte e 4 le premesse della loro ricerca.</li></ol>



<ol class="wp-block-list" start="3"><li><strong>È colpa del disegno</strong>. La bellezza e l’eleganza del tratto del grafico-errato facilita la sua comprensione e la memorizzazione attivando numerosi bias cognitivi che impediscono di procedere con ulteriore ricerche. Ritengo, però, che l’errore principale che ha indotto le persone a considerare vero quel grafico sia un bias di conferma: come spiegato sopra, il disegno va a intercettare una teoria già diffusa (“i cretini parlano troppo, i saggi non si espongono”) e offre la piacevole illusione di essere noi i saggi o, quantomeno, non identificarci con gli idioti.</li><li><strong>La distrazione dovuta alla storia del succo di limone</strong>. La ricerca di Dunning e Kruger inizia citando il personaggio del signor Mc Arthur Wheeler. La sua storia bizzarra può aver catalizzato l’attenzione dei lettori che, paradossalmente, sono incappati in un’altra categoria dei bias cognitivi: il <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Bizarreness_effect" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bizarreness effect</a>. In sostanza la bizzarria della storia delle rapine al succo di limone si imprime così facilmente nella nostra mente che non ci permette di cogliere le altre conclusioni della ricerca. E sono quelle più interessanti. [Se ti interessano altre distorsioni cognitive che riguardano la memoria, guarda <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_memory_biases">questa lista</a>. I miei preferiti sono gli ultimi due, soprattutto&#8230;]</li><li><strong>I titoli e le sintesi degli stessi autori</strong>. David Dunning e Justin Kruger hanno continuato a citare, ampliare e raccontare la <a href="https://www.avaresearch.com/files/UnskilledAndUnawareOfIt.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">loro ricerca</a>. E molto spesso, probabilmente senza volerlo, hanno favorito il fraintendimento dei risultati verso una loro estremizzazione che ha attratto maggiormente il senso comune. Le continue citazioni a Russell, Darwin o altri autori, in cui in tono sarcastico ci si lamenta della abbondanza di stupidità nel mondo, hanno attribuito alla ricerca un ruolo di rivalsa sociale e morale da parte di coloro che, condividendola, si potevano così rivendicare vittime dell’idiozia altrui.</li></ol>



<p class="wp-block-paragraph">Così, sorridendo, mi piace concludere citando anch’io Bertrand Russell</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>«Il fatto che un&#8217;opinione sia ampiamente condivisa, non è affatto una prova che non sia completamente assurda. Anzi, considerata la stupidità della maggioranza degli uomini, è più probabile che un&#8217;opinione diffusa sia cretina anziché sensata.» Bertrand Russell, “Matrimonio e morale”</p></blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Riferimenti e note</h2>



<ol class="wp-block-list"><li>La mia ricerca sull’origine del grafico meriterebbe un articolo a sé. L’immagine del grafico dell’effetto Dunning-Kruger l’ho presa da un bell’articolo di<a href="https://nuovoeutile.it/effetto-dunning-kruger/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> Anna Maria Testa</a>. L’originale era in lingua inglese e, come la stessa autrice rivela, la si può trovare anche in <a href="https://catalogofbias.org/2018/03/22/twenty-years-of-bias-and-the-dunning-kruger-effect/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">questo articolo del 2018</a> di un ex studente all’ultimo anno di Medicina a Oxford. Quest’ultimo articolo (a differenza, ahimé, di quello della pur sempre brava Testa) è maggiormente fedele alle ricerche di Dunning. Ho contattato il docente che ha collaborato con l’ex studente per la creazione dell’articolo. Mi ha gentilmente risposto (del resto a Oxford sono tutti gentlemen), scrive che il disegno (cartoon) rappresenta l’idea del problema e non si riferisce ad alcun dato della ricerca. Scopro poi che il disegno è proprio il risultato di un disegnatore australiano che nel 2011 lo inserisce nel suo sito di t-shirt. Contatto anche lui e mi conferma che il grafico è suo ed è nato da una sua sintesi dei dati, ma non ricorda i passaggi. Nel disegno originale è riportato che Dunning e Kruger hanno vinto il Nobel per la Psicologia nel 2000 (peccato che tale premio non esista, sono stati solo premiati per Ig Nobel, un premio per le ricerche più bizzarre)</li><li>I miei grafici sono approssimativi: ho fatto velocemente una media di tutte e 4 le prove cercando di usare la stessa idea di chi avesse fatto l’altro disegno (ma <a href="https://www.studiobidogia.it/miglioramento-personale/il-vero-effetto-dunning-kruger/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">basta osservare i 4 grafici creati nell’articolo da Dunning e Kruger per capire che sono almeno rappresentativi</a>).</li><li><a href="https://citeseerx.ist.psu.edu/viewdoc/summary?doi=10.1.1.64.2655" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Articolo originale</a> &#8220;Unskilled and unaware of it: how difficulties in recognizing one&#8217;s own incompetence lead to inflated self-assessments&#8221;</li><li>Critiche varie ai risultati e alle conclusioni della ricerca (<a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/16448310/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Burson KA, Larrick RP, Klayman J.&nbsp;</a> ; J. <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11831408/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Krueger, R. A Mueller, 2002</a> )</li><li>[Edit] ho trovato una critica simile alla mia, ma del 2010 in questo bellissimo <a href="http://www.talyarkoni.org/blog/2010/07/07/What-the-Dunning-Kruger-effect-Is-and-Isnt/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">articolo qui</a></li></ol>
<p>L'articolo <a href="https://www.studiobidogia.it/ricerche-riflessioni/sicuri-di-aver-capito-effetto-dunning-kruger/">Siete sicuri di aver capito? L’effetto Dunning-Kruger</a> proviene da <a href="https://www.studiobidogia.it">Luca Bidogia</a>.</p>
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		<title>Il vero effetto Dunning-Kruger</title>
		<link>https://www.studiobidogia.it/ricerche-riflessioni/il-vero-effetto-dunning-kruger/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Bidogia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Aug 2020 06:06:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[RICERCHE e RIFLESSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[bias cognitivi]]></category>
		<category><![CDATA[dunning-kruger]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’effetto Dunning-Kruger compromette la valutazione delle nostre prestazioni: a causa di una distorsione cognitiva le nostre performance sono danneggiate sia nella loro esecuzione che nell’idea che ci formiamo su di...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">L’effetto Dunning-Kruger compromette la valutazione delle nostre prestazioni: a causa di una distorsione cognitiva le nostre performance sono danneggiate sia nella loro esecuzione che nell’idea che ci formiamo su di esse. E questo compromette anche la nostra capacità di rendercene conto e di porvi rimedio.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’effetto Dunning-Kruger: la storia di un errore</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Da anni si sente parlare di effetto Dunning-Kruger (purtroppo in modo errato). Trattandosi di un errore nella valutazione di sé e dei risultati delle proprie azioni, mi è sembrato utile approfondire le ricerche che hanno portato alla definizione di tale <em>bias cognitivo.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo articolo cercherò di illustrare:</p>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>cosa sia l’effetto Dunning-Kruger</strong> alla luce delle ricerche</li><li>la storia da cui prende il via la ricerca (con un <strong>video</strong>)</li><li>gli <strong>esperimenti</strong>, le fasi e i grafici (corretti) della ricerca originale</li><li>e le<strong> conclusioni utili</strong> a cui possiamo giungere.</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">In sostanza condivido un mio approfondimento per mettere un po’ d’ordine in un campo che mi è molto caro, cioè quello degli inghippi nel miglioramento personale e professionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se conoscete già bene la definizione più diffusa dell’effetto Dunning-Kruger questo articolo vi chiarirà le idee (ma se volete l’analisi accurata degli errori presenti nella descrizione distorta dell’effetto Dunning-Kruger, <a href="https://www.studiobidogia.it/miglioramento-personale/siete-sicuri-di-aver-capito-effetto-dunning-kruger/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">leggete quest’altro articolo</a>).</p>



<h2 class="wp-block-heading">La storia di Mc Arthur Wheeler da cui parte lo studio di Dunning e Kruger</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il tutto ebbe inizio nel 1995 a Pittsburgh (USA) e da due rapine finite male. Un <strong>ladro maldestro</strong>, il signor Mc Arthur Wheeler, venne arrestato il giorno stesso dei furti grazie alle riprese delle videocamere di sorveglianza che lo ritraevano inequivocabilmente mentre minacciava con una pistola i cassieri e si faceva consegnare il bottino. Niente di particolare penserete voi. Ma la cosa che sconcertò la stampa dell’epoca fu che il rapinatore disse ai poliziotti che credeva di essere diventato invisibile alle telecamere grazie a una innovativa procedura: <strong>bagnarsi l’intero volto con il succo di limone</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando lesse la notizia, il prof. David Dunning, psicologo e docente presso la Cornell University, ipotizzò che il signor McArthur, non avendo le conoscenze elettroniche necessarie, non aveva nemmeno gli strumenti per capire che stava commettendo un grave errore, anzi: proprio <strong>la sua ignoranza in materia, non solo lo rese inconsapevole dell’errore, ma lo convinse della correttezza dei suoi piani.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il prof. Dunning, dunque, progettò una ricerca assieme al suo collaboratore Justin Kruger per verificare la tesi che meno le persone sanno di una cosa, meno saranno in grado di rendersene conto (<a href="https://www.researchgate.net/publication/12688660_Unskilled_and_Unaware_of_It_How_Difficulties_in_Recognizing_One's_Own_Incompetence_Lead_to_Inflated_Self-Assessments/link/55ef043008aedecb68fd8f4e/download" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui trovi la ricerca originale</a>).</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia di Wheeler è divertente e se volete sentirvela raccontare (e commentare con qualche spunto) guardatevi il video qui sotto, tratto da un mio recente corso di formazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><iframe loading="lazy" title="Dunning Kruger: l&#039;effetto, la storia e l&#039;utilità" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/v7V5ilWEupM?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>



<h2 class="wp-block-heading">Effetto Dunning-Kruger spiegato semplice</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Per me l’effetto Dunning-Kruger si potrebbe riassumere così:</p>



<ol class="wp-block-list"><li>Meno sei competente in un compito, più facilmente <strong>ti convincerai di un’idea errata</strong> sull’esecuzione dello stesso.</li><li>Questo ti porterà a commettere più errori,</li><li>ma non te ne accorgerai, perché<strong> continuerai a giudicare la tua prestazione con gli stessi strumenti (sbagliati) che hanno generato gli stessi errori</strong>.</li><li>Tutto ciò ti porterà a <strong>sovrastimare le tue abilità</strong> in quell’ambito.</li><li>E come se non bastasse, le tue errate convinzioni non ti permetteranno di valutare correttamente le prestazioni altrui e, quindi,<strong> non potrai trarre alcun beneficio confrontandoti con i risultati degli altri</strong>, perché non sarai in grado di capire dove siano migliori dei tuoi.</li></ol>



<p class="wp-block-paragraph">È un bel problema: si tratta di un <em>bias cognitivo</em> o distorsione cognitiva, cioè una scorciatoia che, in alcune situazioni, viene imboccata dalla nostra mente e che ci conduce a un errore. Si associa ad altri errori quali:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>l’illusione del controllo</li><li>l’effetto alone</li><li>l’eccessiva sicurezza</li><li>bias della conferma</li><li>l’effetto “sopra la media” (<em>above-average effect</em>)</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Per i ricercatori David Dunning e Justing Kruger tutti noi ci caschiamo, ancor di più quando si tratta di un compito cognitivo o sociale: la nostra ignoranza in un settore ci rende ciechi ai nostri errori.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nessuna arrogante ipervalutazione</strong> come viene diffuso sul web quando si parla di Dunning-Kruger: semplicemente gli psicologi della Cornell University sostengono che, se solitamente siamo portati a considerarci leggermente sopra la media, negli ambiti dove le nostre prestazioni sono peggiori ci sarà un notevole scarto tra le nostre reali competenze e la nostra percezione delle stesse.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Facciamo un esempio: Rispetto alla media degli automobilisti del tuo paese, come valuti la tua guida?</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Se dovessimo stilare una classifica degli automobilisti italiani in base alle abilità alla guida, tu dove ti posizioneresti?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo altre ricerche psicologiche (vedi l’effetto sopra la media) a tale domanda, <strong>la stragrande maggioranza degli italiani dovrebbe dare alle proprie competenze un valore superiore alla media</strong>, cioè dovremmo porci quasi tutti tra quelli più bravi a guidare (chi appena sopra la metà classifica, chi ancora più in alto).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Logica alla mano, <strong>almeno la metà di noi si sopravvaluterebbe</strong>: se un team di esaminatori esperti valutasse segretamente la nostra guida e ci assegnasse un voto, ottenuta una classifica “oggettiva”, pare ovvio che metà di noi sarebbe nella metà inferiore e l’altra metà in quella superiore della classifica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Grazie all’effetto Dunning-Kruger, però, possiamo anticipare che le persone tra noi che avranno ottenuto dal team di esperti un punteggio più basso, saranno quelle che maggiormente sovrastimeranno la propria abilità di guida.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Attenzione però!</strong> Le persone che saranno sul fondo della classifica non si considereranno i migliori in assoluto e non crederanno di essere ai primi posti tra gli automobilisti italiani, riterranno di essere poco sopra di metà classifica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per fare un esempio, se la classifica fosse da 10 a 1 (dove il decimo fosse il peggior guidatore italiano e il primo il migliore), le persone a fondo classifica riterrebbero di essere tra il 5° e il 4° posto, andando a sovrastimarsi di circa 4 posizioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo avviene perché quelle persone non avendo le competenze specifiche per guidare bene, non hanno nemmeno le competenze specifiche per rendersi conto che guidano molto peggio rispetto alla norma.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(NB: mentre scrivevo dell’ipotetico test per misurare le abilità degli italiani alla guida ho scritto “noi”, ma mi sono riferito a “loro” quando poi ho parlato di quelli che hanno ottenuto i risultati sotto alla media: sono caduto nell’effetto Dunning-Kruger?).</em></p>



<h2 class="wp-block-heading">La ricerca e i grafici di Dunning e Kruger</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Già prima della ricerca degli psicologi Dunning e Kruger, altri colleghi avevano dimostrato che <strong>le competenze esecutive per un compito fossero correlate alle metacompetenze per valutare il compito stesso</strong>. Quello che vanno a dimostrare i due ricercatori della Cornell University è che minori sono le competenze, maggiore è la sovrastima relativa delle stesse (nb: <em>relativa</em>).</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’aspetto interessante della ricerca, quindi, è l’<strong>associazione di due fenomeni</strong> già studiati: l’incompetenza e il considerarsi sopra la media (<em>above-average effect</em>).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tralasciando le critiche metodologiche, epistemologiche e inferenziali legate a tali ricerche, l’effetto Dunning-Kruger resta un valido promemoria per non scordare i nostri angoli ciechi, ma anche ci offre qualche suggerimento per non esserne pienamente vittima.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Vediamo ora le fasi della ricerca:</h3>



<ol class="wp-block-list"><li>I ricercatori Dunning e Kruger nel loro esperimento coinvolgono degli studenti universitari in <strong>4 prove</strong> in ambiti non direttamente riguardanti il loro percorso di studi (umorismo, grammatica e due prove di ragionamento logico). Almeno fino al 3° studio, a nessun partecipante verrà mostrato l’esito delle prime due prove.</li><li>Al termine delle prime 3 prove, viene chiesto a ciascun studente come si valuta, rispetto ai suoi compagni, nell’ambito generale di cui tratta la prova e nel risultato della prova specifica (l’<strong>autovalutazione</strong>, quindi, è fatta alla cieca).</li><li>Dai dati emerge che la grande maggioranza degli studenti si valuta sopra la media (per semplificare, se fosse stata una gara tra 10 persone, quasi tutti avrebbero sostenuto di essere arrivati attorno al 4° posto)</li></ol>



<div class="wp-block-image size-full wp-image-6487"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/10/Dunning-Kruger-Studio-1-Umorismo.png" alt="Dunning Kruger - Studio 1 - Umorismo" class="wp-image-6487"/><figcaption>Kruger e Dunning, 1999 &#8211; Studio 1 &#8211; Umorismo</figcaption></figure></div>



<div class="wp-block-image size-full wp-image-6488"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/10/Dunning-Kruger-Studio-2-Logica.png" alt="Dunning Kruger - Studio 2 - Logica" class="wp-image-6488"/><figcaption>Kruger e Dunning, 1999 &#8211; Studio 2 &#8211; Logica</figcaption></figure></div>



<div class="wp-block-image size-full wp-image-6484"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/10/Dunning-Kruger-Studio-3-Grammatica.png" alt="Dunning Kruger - Studio 3 - Grammatica" class="wp-image-6484"/><figcaption>Kruger e Dunning, 1999 &#8211; Studio 3 &#8211; Grammatica</figcaption></figure></div>



<ol class="wp-block-list" start="4"><li>Questi risultati, soprattutto i poli opposti, sorprendono gli autori: <strong>i peggiori nei test si stimavano nettamente più capaci rispetto ai risultati ottenuti e, gli studenti con migliori performance non si rendevano conto di quanto avessero primeggiato rispetto ai compagni</strong>.</li><li>Da qui i due ricercatori iniziano una seconda fase di indagine solo per la 3^ prova: qualche settimana dopo il test di grammatica prendono i “peggiori” e i “migliori” (in tutto 36 studenti) e a ciascuno di loro mostrano 5 compiti svolti da altri rappresentativi dell’intero test. Chiedono loro di analizzarli, valutare le risposte corrette e poi confrontarli con il proprio compito (attenzione: i compiti sono intonsi, cioè non vi sono commenti, voti o correzioni da parte degli esaminatori).</li><li><strong>Gli studenti che avevano ottenuto i migliori risultati al test si rendono conto così di essersi sottovalutati e rivalutano i propri compiti tra i migliori dell’esperimento. Questo non avviene per gli studenti che avevano ottenuto i risultati più scarsi</strong>: anche confrontando il loro test con quello dei compagni, non si accorgono degli errori commessi e continuano a valutare la loro prestazione superiore alla media.</li><li>Questo pare avvenire perché gli studenti con i risultati peggiori sono convinti di aver ragionato bene. Cioè hanno fiducia nel processo logico usato per rispondere alle domande del test e, applicandolo a tutti i restanti, ritengono di aver svolto correttamente il compito (nel 3° test si tratta di aver memorizzato delle errate regole grammaticali; nel 4° poi saranno errati algoritmi logici) (*ndr: questo 7° punto è una riflessione che non è però così chiara nella ricerca).</li><li>Dunning e Kruger deducono che <em>gli individui incompetenti mancano delle capacità metacognitive che consentono loro di notare i propri errori e, di conseguenza, giungono ad avere una visione sovrastimata delle loro prestazioni e capacità. Inoltre, intrappolati in questa illusione, non traggono vantaggio nel confronto con altre prove</em>.</li><li>Creano una 4^ prova: la prova del fuoco. Non bruciano nessuno ma, se per riconoscere la competenza ci vuole competenza, i ricercatori pensano che, aiutando gli studenti con peggiori risultati a essere maggiormente competenti, questi avrebbero sviluppato le abilità per accorgersi degli errori precedentemente compiuti. Eseguono un ulteriore test di logica chiedendo, come le precedenti volte, le autovalutazioni a ciascun studente ma, successivamente a questa parte, selezionano metà dell’intero gruppo e lo coinvolgono in qualche ora di formazione sul ragionamento logico.</li></ol>



<div class="wp-block-image size-full wp-image-6486"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/10/Dunning-Kruger-Studio-4bis-Logica-dopo-formazione.png" alt="Dunning Kruger - Studio 4bis - Logica dopo formazione" class="wp-image-6486"/><figcaption>Dunning, 2011 &#8211; Dunning Kruger &#8211; Studio 4bis &#8211; Logica dopo formazione</figcaption></figure></div>



<ol class="wp-block-list" start="4"><li>La cosa funziona: quando coloro che avevano avuto i risultati peggiori ricevono una formazione sull’argomento (esercizi di logica), riescono successivamente a sviluppare le competenze necessarie per ricalibrare le proprie valutazioni. In buona sostanza: insegnare alle persone, le aiuta ad acquisire le abilità per capire e correggere i propri errori.</li></ol>



<h2 class="wp-block-heading">Conclusioni utili: performance, insegnamento e ammirazione</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Le ricerche di Dunning e Kruger dovrebbero a mio parere essere citate a supporto dell’insegnamento e della formazione, non per blaterare della stupidità del web.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’effetto Dunning-Kruger ci fa riflettere su:</p>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>più siamo incompetenti su un compito, meno siamo in grado di giudicarlo</strong>: se ti stai addentrando in un settore per te nuovo, sarà probabile che le tue performance, benché non ti sembreranno così negative, saranno invece molto inferiori rispetto alla media;</li><li>questo effetto potrebbe essere interpretato come una <strong>buona predisposizione all’apprendimento</strong>, perché se all’inizio di una nuova attività tutti ci ritenessimo pessimi, perderemo la motivazione necessaria per continuare a imparare (altri studi, infatti, dimostrano che l’effetto ha una valenza culturale: la sovrastima di sé è utile all’apprendimento nella cultura nord americana, mentre, al contrario, in quella giapponese è più utile sottostimarsi per essere più motivati a imparare);</li><li>nella ricerca ai partecipanti non venivano mai mostrati i loro errori, né quali fossero state le risposte corrette. Invece, i <strong>programmi didattici</strong> o di formazione (come ogni buon insegnante sa) non prevedono solo le verifiche, ma anche la discussione con l’allievo degli errori commessi: l’<strong>approccio all’errore</strong> non deve quindi essere occasione per screditare se stessi o la persona, ma un’occasione per ricalibrare i processi cognitivi sottostanti all’esecuzione del compito;</li><li>più siamo competenti in un settore, meglio siamo in grado di autovalutarci <strong>quando ci confrontiamo</strong> con le prestazioni di altri in quel settore; quindi, quando pecchi di autostima, guarda i risultati dei tuoi colleghi in quel settore: per le ricerche di Dunning e Kruger dovresti velocemente capire che le tue performance sono le migliori. Se non ti sarà così evidente, molto probabilmente i tuoi risultati e le tue competenze non sono così eccelse come ritenevi;</li><li>più acquisiamo competenze e nozioni su un qualcosa, più acquisiamo strumenti anche per apprezzare le esecuzioni eccelse. Ammira i migliori, apprezza le prestazioni e i risultati altrui: se c’è una correlazione tra capacità di giudizio e capacità di esecuzione, migliorando le tue abilità di giudizio, avrai più informazioni per migliorare le tue performance. <strong>Lascia da parte l’invidia e appassionati alla meraviglia</strong>.</li></ul>
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		<title>Vendo o mi svendo? Professionisti e promozione di sé</title>
		<link>https://www.studiobidogia.it/identita-consapevolezza/vendo-o-mi-svendo-professionisti-e-promozione-di-se/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Bidogia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2020 13:45:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IDENTITÀ e CONSAPEVOLEZZA]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione professionale]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[immagine professionale]]></category>
		<category><![CDATA[partite iva]]></category>
		<category><![CDATA[personal branding]]></category>
		<category><![CDATA[professionista]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.studiobidogia.it/2020/07/29/vendo-o-mi-svendo-professionisti-e-promozione-di-se/</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il desiderio di essere conosciuto NON deve essere a spese della propria identità personale e professionale. Vediamo come superare 3 difficoltà nel personal branding.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Il dilemma identità &#8211; notorietà</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Pare ovvio che un professionista desideri essere conosciuto, ma questo non deve essere a spese della propria identità personale e professionale. E qui nascono i problemi. Vediamo come affrontarli.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/10/identita-professionale-pecore.jpg" alt="identità professionale comunicazione personal branding" class="wp-image-6470"/></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">La notorietà cercata non è quella di un influencer: una partita iva vuole essere conosciuta dalle persone interessate al suo servizio o prodotto, ma, a differenza delle grandi aziende, un professionista (un piccolo artigiano, un esercente o un freelance)<strong> si identifica in ciò che fa</strong>. Non si tratta, quindi, di vendere un prodotto, ma di <strong>esporre la propria persona</strong>. Non bastano marketing, analisi di mercato o sapere cosa funzioni sui social: serve considerare le passioni, il carattere, lo stile, i desideri e le paure della persona che si cela dietro a quella partita iva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E il problema grande (enorme) è che non è affatto semplice aver chiara la propria identità per poi renderla fruibile ed efficace verso il mercato di riferimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per definire e comunicare meglio la propria identità professionale, propongo in questo articolo alcuni spunti su cui riflettere:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>3 difficoltà da superare</li><li>Una competenza da sviluppare</li><li>Una modalità da attuare</li></ul>



<h2 class="wp-block-heading">1^ difficoltà: più competenza = più complessità</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Essere noti è un’ambizione che mette in difficoltà le persone ad elevata competenza nel proprio lavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un tempo era in voga un detto che recitava più o meno così:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>chi fa non ha tempo di mostrare.</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">La morale era semplice: più sei coinvolto nella cura del tuo prodotto o del tuo servizio, meno lo sei nella promozione dello stesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trovo il ragionamento decisamente logico: se passi il tuo tempo a studiare, aiutare i tuoi clienti e migliorare gli aspetti tecnici del tuo lavoro (qualunque esso sia), non avrai tempo per fare attività di marketing o di vendita. Ed è per questo che si vanno a strutturare organizzazioni aziendali in cui le funzioni sono divise: c’è chi si occupa del prodotto o del servizio, e chi, invece, della promozione o della parte commerciale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ma per un professionista la questione è diversa</strong>: la sua identità professionale non è un semplice prodotto o un marchio, ma è frutto di un investimento di tempo che implica innumerevoli nozioni, sofisticate abilità tecniche e una particolare <em>forma mentis</em>. Tale complessità, spesso, mal si adatta alle caratteristiche comunicative del web che pare necessitare di informazioni brevissime, semplicissime e che vadano subito a intercettare un’esigenza concreta della persona.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il mio consiglio da poco? Fregatene. Sii tecnico. Sii competente. Sii dettagliato. Parti da quel valore e poi impara a semplificare. Fare il contrario è considerare le persone stupide. E avere clienti stupidi non è sempre così vantaggioso. Meglio imparare a rispettare prima le persone e poi il loro tempo. Un buon sugo si fa asciugando molto brodo, partendo invece già dal poco non riuscirai a offrire nulla di saporito e ricercato.</p></blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">2^ difficoltà: più ambiti = più dispersione</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Se il professionista / partita iva è uno tra i massimi esperti di una particolare tecnica di implantologia dentale infantile a seguito di traumi maxillofacciali, sarà più semplice veicolare il proprio messaggio, perché il servizio offerto è così dettagliato e raro che già di per sé identifica e caratterizza l’immagine professionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma questo è un caso rarissimo per definizione: solitamente una partita iva, soprattutto all’inizio della propria attività o se abituata all’attività in loco, non ha una specializzazione così elevata da essere una rarità a livello nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Possiamo scegliere un ambito che ci rappresenta maggiormente? Vogliamo specializzarci?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Se la risposta è sì, siamo a cavallo: possiamo dedicarci agli aspetti promozionali e di definizione del <strong>personal branding</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma talvolta queste domande rischiano di apparire mutilanti per i desideri che hanno portato una partita iva a scegliere di mettersi in proprio: un bravo dentista, tornado all’esempio di prima, potrebbe non desiderare di passare tutta la sua vita lavorativa a eseguire la stessa identica operazione, invece potrebbe voler dedicarsi parallelamente anche ad altre tipologie di interventi o pazienti, per mantenere più stimolante la professione e per migliorare le proprie prestazioni attraverso l’allenamento di competenze trasversali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">3^ difficoltà: più conoscenza = più dubbi</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La particolarità che differenzia una partita iva dalle altre del suo settore è la sua persona: la sua storia, il suo stile e la sua visione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La grande difficoltà sta nel trovare <strong>il filo conduttore tra tutti gli ambiti e tutte le esperienze della persona</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come ogni “esperto” sa bene, più ci addentriamo nello studio di una materia, più ci rendiamo conto di quanto poco la conosciamo e così vale per la nostra identità professionale: viviamo per così tanto tempo a contatto con noi stessi che <strong>la persona che conosciamo meno in assoluto, siamo proprio noi</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come conoscersi meglio? Come definire in modo accurato la propria identità professionale?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo vediamo subito dopo aver capito che necessitiamo di una competenza in più rispetto a quelle “base” (dico base, perché di fuffa in giro ce n’è troppa e l’articolo è rivolto a persone che sono “veramente” competenti e non si vendono come tali).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Nel Personal Branding le 3 competenze non bastano più</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Un tempo si diceva che le competenze necessarie per un ruolo professionale o lavorativo fossero tre:</p>



<ol class="wp-block-list"><li>sapere</li><li>saper fare</li><li>saper essere</li></ol>



<p class="wp-block-paragraph">Si dovevano cioè:</p>



<ol class="wp-block-list"><li>conoscere le teorie e i riferimenti del proprio lavoro (non a caso vi sono professioni come quella psicoterapica che necessitano cinque anni di laurea, quattro di specializzazione e una formazione continua);</li><li>saper applicare tali conoscenze teoriche nel contesto pratico risolvendo problemi e/o creando valore per il cliente</li><li>riuscire a interpretare un ruolo non solo meccanicamente, ma nelle modalità di interazione con le persone e, soprattutto, riuscendo a viverne la funzione a livello più ampio anticipando necessità e sviluppi nel tempo.</li></ol>



<h2 class="wp-block-heading">la 4^ competenza: sapersi mostrare</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi pare che sia necessario anche una 4^ competenza: <em>saper dirsi</em> o, in una forma più divulgativa, il sapersi mostrare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cioè la capacità di saper veicolare le caratteristiche che ci denotato e ci rendono <strong>riconoscibili tra i tanti</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si tratta di trovare lo stile, la forma e, a volte anche il mezzo, per riuscire a trasmettere le 3 competenze “base”. Dobbiamo imparare a comunicare cosa sappiamo, cosa sappiamo fare e come sappiamo essere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Attenzione però: non si tratta di seguire un corso di <strong>storytelling</strong> o di <strong>public speaking</strong>, e nemmeno imparare i passi importanti per creare un ottimo <strong>profilo Linkedin</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi sono strumenti a supporto dell’identità professionale, ma non la costituiscono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sapersi mostrare, raccontare o comunicare necessita di una consapevolezza di chi siamo e chi vorremmo essere. È una competenza che necessita di <strong>un’etica definita</strong>, cioè il sapere se sentiamo nostro e autentico il messaggio che veicoliamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si tratta di valutare se stiamo fornendo informazioni false o tendenziose sulla nostra identità professionale, ma se quelle ci rappresentano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi spiego, io non sto qui a fare la morale a nessuno, se qualcuno valuta di edulcorare la realtà per la propria comunicazione di personal branding, lo faccia (a suo rischio e pericolo), ma l’importante è che ne sia consapevole e che tale strategia la senta come rappresentativa di sé.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per capirci: Macchiavelli proponeva strategie che lo rappresentavano pienamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">(<em>self disclosure: in ambito business, io non lavoro con clienti che hanno una morale che si opponga alla mia</em>)</p>



<h2 class="wp-block-heading">Vendo o mi svendo?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La necessità di mostrarsi genera mostri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il web è pieno di gente che si vende come esperto in un settore di cui <em>sa</em> poco e <em>sa fare</em> ancor meno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il fenomeno è noto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Meno conosciuto è invece il fenomeno opposto: il web è pieno di gente in gamba ma in <strong>grande difficoltà a raccontarsi come professionista in un settore proprio a causa delle elevate competenze che possiede</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Piccoli imprenditori, consulenti, artigiani e altre partite iva esperte nel proprio ambito, si ritrovano a fare una battaglia di like con improvvisati della domenica. E perdono. Malamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È facile comprendere come essere meno apprezzati nel proprio lavoro rispetto a un mediocre impostore colpisca l’amor proprio e ostacoli ulteriori tentativi di comunicazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il professionista esperto solitamente non si abbatte: consapevole della necessità di mostrarsi in rete, sceglie solitamente un’altra alternativa. Decisamente peggiore: scimmiottare la comunicazione dell’improvvisato della domenica (<em>ndr</em> lo so bene perché l’ho fatto anch’io).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Schiere di laureati, specializzati, rimpatriati dopo meravigliose esperienze internazionali si ritrovano a farsi selfie con aperitivo e ombrellino perché “così funziona sui social”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Esprimersi per conoscersi</h2>



<p class="wp-block-paragraph">È conseguenza naturale che dopo un po’ uno si scoraggi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>via nobile</strong> (se mi permettete un’autocitazione) è invece quella di ammettere di non capirne una mazza di come funzionano i social, ma riconoscersi la competenza di poter capire come un proprio cliente potrebbe usarli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immaginare quindi una persona in carne e ossa che si conosce e immaginarla mentre scorre Facebook, Linkedin o Instagram e interagire con lei. Parlarci o scriverci come si farebbe al telefono, a un congresso, nel proprio studio o in piazza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Funzionerà subito? Certo che no.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma <strong>si impara facendo e ci si conosce esprimendosi</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Credo che molti miei colleghi clinici non direbbero mai a una persona “Sei depresso? Eccoti il mio biglietto da visita, chiamami subito!”, ma voi non immaginate quante volte io abbia visto comunicazioni sponsorizzate su Facebook di questo tipo, scritte da fior fior di terapeuti esperti anche in sofisticate teorie linguistiche. Se applicassero il proprio sapere all’analisi del contesto avrebbero più soddisfazione, invece vengono consigliati da “guru” del webmarketing che dicono loro di intercettare un problema, proporsi come soluzione e fornire una call-to-action chiara e diretta alla fine. Giorgio Mastrota a confronto apparirebbe un maestro di eloquenza, strategia e raffinatezza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Conclusioni e speranze</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Più elevata è la competenza e più elevata è l’aderenza della propria attività lavorativa con se stessi (identità professionale = identità personale) maggiore sarà la necessità di mostrarsi per ciò che si è.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E come <a href="https://www.studiobidogia.it/la-nobile-via-del-miglioramento-personale-libro/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">detto anche qui</a>, noi &nbsp;non siamo unici, quindi non abbiamo un solo lato da mostrare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo incredibili sfaccettature, sfumature e contraddizioni. La nostra unicità è proprio in tale pluralità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E il mezzo social attuale ci offre la possibilità di comunicare giornalmente ognuna di queste espressioni della nostra identità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Saranno tutti questi contenuti a creare la nostra identità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E sarà attraverso la creazione di questi contenuti e dalle risposte che questi porteranno che andremo a consolidare maggiormente le nostre peculiarità. La nostra grande passione e dedizione per la professione che svolgiamo diventerà un’identità più chiara e forte<strong> grazie all’interazione con gli altri</strong>: maggiore lo stile con cui comunicherete sarà <em>vostro</em>, maggiori probabilità avrete di intercettare futuri clienti che apprezzeranno quella modalità di approccio e, tali scambi comunicativi, come un circolo virtuoso, miglioreranno e definiranno le vostre modalità di espressione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In più, ma questa forse è una romantica speranza, il web potrebbe tornare a essere un posto in cui si trovino informazioni approfondite e relazioni arricchenti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">P.S.</h2>



<ol class="wp-block-list"><li>Se vuoi approfondire una modalità pragmatica di conoscenza di te, <a href="https://www.amazon.it/miglioramento-personale-autentica-esprimere-potenziale/dp/8857908917/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dai un’occhiata se il mio libro può fare al caso tuo</a></li><li>Se ti serve una consulenza, <a href="mailto:info@studiobidogia.it">scrivimi e valutiamolo assieme.</a></li></ol>
<p>L'articolo <a href="https://www.studiobidogia.it/identita-consapevolezza/vendo-o-mi-svendo-professionisti-e-promozione-di-se/">Vendo o mi svendo? Professionisti e promozione di sé</a> proviene da <a href="https://www.studiobidogia.it">Luca Bidogia</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Non raggiungi l’obiettivo? Fa&#8217; un giro nel P.A.R.C.O.</title>
		<link>https://www.studiobidogia.it/obiettivi-performance/non-raggiungi-obiettivo-fa-un-giro-nel-parco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Bidogia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jul 2020 13:42:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[OBIETTIVI e PERFORMANCE]]></category>
		<category><![CDATA[obiettivi]]></category>
		<category><![CDATA[performance]]></category>
		<category><![CDATA[pianificazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.studiobidogia.it/2020/07/22/non-raggiungi-lobiettivo-fa-un-giro-nel-p-a-r-c-o/</guid>

					<description><![CDATA[<p>5 fattori che ci impediscono di raggiungere un obiettivo Più volte si è scritto su come raggiungere al meglio un obiettivo (per esempio qui abbiamo unito al metodo SMART un...</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.studiobidogia.it/obiettivi-performance/non-raggiungi-obiettivo-fa-un-giro-nel-parco/">Non raggiungi l’obiettivo? Fa&#8217; un giro nel P.A.R.C.O.</a> proviene da <a href="https://www.studiobidogia.it">Luca Bidogia</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">5 fattori che ci impediscono di raggiungere un obiettivo</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Più volte si è scritto su come raggiungere al meglio un obiettivo (per esempio<a aria-label="undefined (apri in una nuova scheda)" href="https://www.studiobidogia.it/melab/raggiungere-obiettivi-smart-15ideexlatuamente/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> qui abbiamo unito al metodo SMART un buon consiglio della nonna per definirli al meglio</a>).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma a volte ci autosabotiamo o, comunque non capiamo le ragioni che ci impediscono di perseverare nelle nostre azioni lungo la strada verso l’obiettivo desiderato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi esporrò un metodo per cercare, non solo di definire meglio l&#8217;obiettivo, ma anche per <strong>verificare le componenti nascoste che ci mettono in difficoltà strada facendo</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/10/scimmia-dubbiosa.jpg" alt="" class="wp-image-6451"/></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Perché non raggiungo i miei obiettivi?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;articolo che ho condiviso sopra “rubo” un metodo aziendale utile per focalizzare i propri obiettivi anche dal punto di vista personale. È il metodo che viene definito “S.M.A.R.T.”, un acronimo che ci permette, nella stesura di un progetto, di fare in modo che l&#8217;obiettivo sia Specifico, Misurabile, Attrattivo, Raggiungibile e Temporizzato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è una metodologia moderna, infatti il metodo è degli anni ‘80 e riprende a sua volta una modalità di management degli anni ’50: è quindi qualcosa di datato. Resta, però, molto utile perché, esperienza alla mano, la maggior parte delle persone e delle aziende che ho incontrato in difficoltà nel raggiungere gli obiettivi non li avevano definiti correttamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella sua semplicità, il metodo SMART mi piace perché aiuta a formare un’iniziale chiarezza e a indirizzare la mente verso azioni concrete.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È utile anche in sede di psicoterapia (con le dovute rimodulazioni) e ancor di più quando si lavora sulle proprie performance per il miglioramento dei risultati in settori specifici.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ma la difficoltà, una volta definito l’obiettivo è poi fare tutto il resto</strong>: perseverare, acquisire una routine e continuare con determinazione e motivazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se qualche consiglio su come allenarci lo possiamo cogliere dalla <a aria-label="undefined (apri in una nuova scheda)" href="https://www.studiobidogia.it/miglioramento-personale/psicologia-della-perfomance-come-diventare-esperti-in-un-ambito-o-settore/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">pratica deliberata proposta dal prof. Anders Ericsson</a>, oggi vi presento 5 aree da indagare qualora continuassimo a procrastinare le nostre azioni pianificate o continuassimo a sbattere la testa senza notare miglioramenti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il metodo PARCO: dove cercare quando non riesci a migliorare</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Durante una live di qualche anno fa mi sono inventato l’acronimo PARO. E successivamente, per gioco, l’ho proposto anche in alcuni corsi di formazione… E, come molte cose nate per caso, il metodo funziona!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con il tempo e l’aiuto di vari corsisti l’ho migliorato (rispetto al video che trovi sotto, ho modificato qualcosa, ho aggiunto una lettera e anche tre anni in più)</p>



<figure><iframe loading="lazy" src="https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2FLuca.Bidogia.psicologia.crescita.personale%2Fvideos%2F1358873437483886%2F&amp;show_text=0&amp;width=560" width="560" height="315" allowfullscreen="true"></iframe></figure>



<div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">La parola P.A.R.C.O. ora sta per:</p>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>Profondità</strong></li><li><strong>Altri</strong></li><li><strong>Risorse</strong></li><li><strong>Competenze</strong></li><li><strong>Organizzazione</strong></li></ul>
</div></div>



<p class="wp-block-paragraph">Questo acronimo non andrà a svelare i segreti reconditi della vostra mente, ma vi permette di porvi qualche giusta domanda per guidare l’analisi di un progetto che sta ristagnando senza soluzione da tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D’ora in poi quando vi chiederete “quali sono i motivi principali per cui non raggiungo questo obiettivo?”&nbsp;la risposta sarà: “Meglio andare al parco”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Battute a parte, quando siamo in difficoltà con un progetto, come detto, probabilmente abbiamo definito male l’obiettivo finale, avere dunque 5 aree da indagare vi permetterà di avere più elementi per comprendere quale sia il problema e risolverlo con più facilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco una veloce sintesi delle domande da porsi per ciascuno settore del &#8220;parco&#8221;.</p>



<h2 class="wp-block-heading">P: profondità</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Profondità: analizzate se c&#8217;è qualcosa di profondo che va ad opporsi alla vostra realizzazione. È importante partire dalle basi della propria identità: se il raggiungimento dell’obiettivo va a contrastare un elemento nucleare del vostro modo d’essere, le vostre difese “inconsce” si attivano per bloccarvi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nulla di mistico. Si tratta di un’incongruenza o <strong>incoerenza identitaria</strong>: se per raggiungere quel determinato obiettivo dovrete diventare una persona che non rispecchia alcuni vostri valori fondamentali, ecco che questi valori vi metteranno i bastoni tra le ruote.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cosa c’è nel tuo progetto a cui si oppone il tuo “inconscio”? <strong>Cosa metteresti a rischio se raggiungessi effettivamente quell’obiettivo? </strong>Rischieresti soldi, affetti o la faccia?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Magari una volta in vetta tutto andrebbe bene, ma <strong>c’è qualcosa che dovresti fare per raggiungere l’obiettivo che contrasterebbe con i tuoi valori?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Analizza bene il contesto in modo concreto e dettagliato, declinando tutti gli scenari in base alla coerenza valoriale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">A: altri</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Analizza il contesto sociale: <strong>famiglia, amici e collaboratori come interagiscono con il tuo obiettivo?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’analisi dello scenario deve riguardare anche le persone che ci stanno attorno. Raggiungere quell&#8217;obiettivo mi porrebbe in situazioni non desiderabili con i miei familiari e amici?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potrebbero non riconoscermi più o prendermi in giro?<br>O sarei in una posizione più facilmente ricattabile, giudicabile eccetera?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma oltre a questi risvolti legati al senso di colpa, alla paura o alla vergogna, meglio soffermarsi anche sulle influenze altrui:</p>



<p class="wp-block-paragraph">l’obiettivo lo senti tuo o <strong>ti ha influenzato una persona</strong> per te importante?<br>La modalità che stai seguendo ricalca troppo quella di un tuo competitor o di un tuo mentore?</p>



<p class="wp-block-paragraph">In più: fai attenzione che qualche tuo amico, familiare o collega non ti demotivi ogni volta in cui condividi con lui o lei la tua iniziativa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sei sicuro che il fatto che il tuo capo non abbia dato l’ok al tuo progetto non dipenda da <strong>qualche colpo basso di un collega?</strong><br>È possibile che i fornitori o altre persone che hai coinvolto nel percorso non stiano valutando altre strade o, semplicemente, non siano così convinte come lo sei tu?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pensa agli altri partecipanti al tuo progetto e approfondisci con loro la situazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">R: risorse</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il vostro progetto si inserisce in una vita con altri impegni e altre abitudini: avete le risorse necessarie? Parlo di<strong> tempo, soldi, energia e persone.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Se volete dimagrire e avete fissato un tot di chili da perdere in un tot di mesi, ma lavorate 14 ore al giorno nella migliore pasticceria del mondo, dormite pochissimo e dovete correre a destra e a sinistra nella gestione di tre figli: non avete tempo di prepararvi l’insalatina perfetta con il piatto ipocalorico e nemmeno le energie per instaurare una sana routine di corsetta mattutina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Magari però avete il denaro per permettervi una dietista e un personal trainer che vengono direttamente a casa vostra a fare tutto ciò che serve.<br>O potete valutare di lasciare la pasticceria per i mesi sufficienti per acquisire le abitudini e lo stile di vita necessari al vostro obiettivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla peggio, se non vi sono altre risorse disponibili dovrete <strong>frammentare </strong>il vostro obiettivo in molti micro obiettivi e <strong>accettare </strong>che impiegherete molto più tempo e avrete molti più fallimenti. E in questo caso dovrete lavorare anche sulla C.</p>



<h2 class="wp-block-heading">C: competenze</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La prima ragione che viene in mente a tutti quando non si raggiungono gli obiettivi è: <em>“non sono capace” “sono troppo pigro” “alla fine mi demotivo e lascio” “non ho abbastanza autostima”</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non fatevi trarre in inganno da questo tipo di autosabotatori.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sostengo che non sia vero, ma se lo fosse: allenate le vostre abilità mancanti.<br>Chiedetevi dunque se vi manca qualche competenza o soft skill, ma non credete che non possiate migliorare in quel settore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una questione di approccio o di mindset: avete difficoltà nella gestione del tempo? Trovate un metodo che fa per voi tra i tanti corsi e libri in commercio.<br>Vi manca la concentrazione? Iniziate a praticare alcuni tipi di meditazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma ponetevi anche questa domanda: <strong>c’è un’altra mia abilità che potrebbe supplire la competenza in cui scarseggio?</strong> Forse non sarete bravi a organizzare precisamente un’agenda, ma il vostro entusiasmo potrebbe riuscire a incrementare ugualmente la vostra produttività.</p>



<h2 class="wp-block-heading">O: organizzazione&nbsp;&nbsp;</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Ultima, semplicemente per ordine di esposizione, è la pianificazione e l’organizzazione della nostra strada verso l&#8217;obiettivo.&nbsp;Più il progetto è complesso, più a volte deve essere organizzato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avete individuato gli indicatori necessari? Sono distribuiti bene nel tempo?<br>State considerando le risorse a disposizione?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma attenzione: <strong>organizzazione non significa rigida burocrazia.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’organizzazione dell’obiettivo è <strong>funzionale </strong>al vostro abitudinale modo di agire? (rileggi questa domanda) Se sei un creativo nottambulo che ha sempre fatto le cose all’ultimo momento, credi veramente che un’organizzazione rigida di un intero anno in cui ti svegli alle 5 di mattina e alla sera compili un foglio excel sia utile?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Impieghi più tempo a pianificare e ripianificare il tuo obiettivo rispetto al tempo dedicato alle azioni necessarie per raggiungerlo?</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Riassumendo:</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Tutti è personale, quindi, meglio ritagliare su tua misura gli obiettivi, gli strumenti e i percorsi che portano al loro raggiungimento. Se ogni anno ti fissi lo stesso obiettivo e dopo poco tempo demordi, analizza le 5 aree del PARCO: la tua mente è molto più interessante di ciò che pensi, indagane la vastità. Meglio con una bella passeggiata all&#8217;aria aperta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">ps:<strong> <a href="https://www.studiobidogia.it/la-nobile-via-del-miglioramento-personale-libro/" target="_blank" aria-label="undefined (apri in una nuova scheda)" rel="noreferrer noopener">hai già letto il mio libro sulla nobile via del miglioramento personale? Dai un&#8217;occhiata qui</a></strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.studiobidogia.it/la-nobile-via-del-miglioramento-personale-libro/"><img decoding="async" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/10/Copertina-La-nobile-via-OK.png" alt="La nobile via del miglioramento personale - libro" class="wp-image-6120"/></a></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Altri articoli</h2>


<ul class="wp-block-latest-posts__list wp-block-latest-posts"><li><a class="wp-block-latest-posts__post-title" href="https://www.studiobidogia.it/ricerche-riflessioni/ottimismo-memoria/">L&#8217;ottimismo della memoria</a></li>
<li><a class="wp-block-latest-posts__post-title" href="https://www.studiobidogia.it/emozioni-relazioni/leadership-patologica-e-sollecitudine/">Leadership patologica e sollecitudine</a></li>
<li><a class="wp-block-latest-posts__post-title" href="https://www.studiobidogia.it/libri-corsi/marco-vinicio-masoni-recensione-la-nobile-via-del-miglioramento-personale/">Marco Vinicio Masoni: recensione &#8220;La nobile via del miglioramento personale&#8221;</a></li>
<li><a class="wp-block-latest-posts__post-title" href="https://www.studiobidogia.it/ricerche-riflessioni/la-mente-e-fuori/">La mente è fuori</a></li>
<li><a class="wp-block-latest-posts__post-title" href="https://www.studiobidogia.it/ricerche-riflessioni/sicuri-di-aver-capito-effetto-dunning-kruger/">Siete sicuri di aver capito? L’effetto Dunning-Kruger</a></li>
</ul><p>L'articolo <a href="https://www.studiobidogia.it/obiettivi-performance/non-raggiungi-obiettivo-fa-un-giro-nel-parco/">Non raggiungi l’obiettivo? Fa&#8217; un giro nel P.A.R.C.O.</a> proviene da <a href="https://www.studiobidogia.it">Luca Bidogia</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Psicologia della perfomance: come diventare esperti in un ambito o settore</title>
		<link>https://www.studiobidogia.it/obiettivi-performance/psicologia-della-perfomance-come-diventare-esperti-in-un-settore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Bidogia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2020 13:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[OBIETTIVI e PERFORMANCE]]></category>
		<category><![CDATA[learning by doing]]></category>
		<category><![CDATA[performance]]></category>
		<category><![CDATA[pratica deliberata]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.studiobidogia.it/2020/07/16/psicologia-della-perfomance-come-diventare-esperti-in-un-ambito-o-settore/</guid>

					<description><![CDATA[<p>Uno tra i massimi esperti nel campo delle performance e prestazioni umane è morto un mese fa. Si tratta di Anders Ericsson, psicologo svedese trapiantato all’Università della Florida e riconosciuto...</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.studiobidogia.it/obiettivi-performance/psicologia-della-perfomance-come-diventare-esperti-in-un-settore/">Psicologia della perfomance: come diventare esperti in un ambito o settore</a> proviene da <a href="https://www.studiobidogia.it">Luca Bidogia</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Uno tra i massimi esperti nel campo delle performance e prestazioni umane è morto un mese fa. Si tratta di Anders Ericsson, psicologo svedese trapiantato all’Università della Florida e riconosciuto a livello internazionale per i suoi studi sull’eccellenza.<br>Le ricerche di Ericsson si sono concentrate sulle modalità con cui gli esperti in più settori (arti, scienze, sport, business…) riescano ad acquisire abilità eccezionali.<br>Come fa ad essere così bravo quel giocatore di calcio? O ad avere così carisma quel leader? O come fa quel neurochirurgo a essere considerato il migliore nel proprio campo?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tutto merito del talento? No, per il dott. Ericsson è tutto frutto di allenamento, costanza e un particolare tipo di approccio.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/10/anders-ericsson.jpg" alt="Anders Ericsson psicologo esperti" class="wp-image-6432"/></figure>



<p class="wp-block-paragraph">In questo articolo &#8211; che scrivo per onorare questo grande psicologo e che in gran parte traduco da un testo da lui scritto per la <a aria-label="undefined (apri in una nuova scheda)" href="https://hbr.org/2007/07/the-making-of-an-expert" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Harvard Business Review</a> &#8211; illustrerò le sue scoperte sul <strong><em>come</em></strong> esercitarsi in un qualsiasi materia per riuscire a padroneggiarla e diventarne competenti.<br>Nell’arco della sua vita, lo psicologo Anders Ericsson, ha scritto numerosi articoli e condiviso numerosi suggerimenti affinché una persona “normale” potesse diventare un’abile performer, cioè potesse trovare la propria strada per raggiungere l&#8217;eccellenza in un particolare settore, superando così gli ostacoli legati alla autosvalutazione, alla fatica e alla costanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo Ericsson:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Le persone credono che, poiché la prestazione degli esperti è qualitativamente diversa da una prestazione normale, l&#8217;esecutore esperto deve essere dotato di caratteristiche qualitativamente diverse da quelle degli adulti normali. [&#8230;] Noi concordiamo sul fatto che le prestazioni degli esperti siano qualitativamente diverse dalle prestazioni normali e anche che gli artisti esperti abbiano caratteristiche e abilità che sono qualitativamente diverse o al di fuori della gamma di quelle degli adulti normali. Tuttavia, neghiamo che queste differenze siano immutabili, cioè siano dovute a un talento innato. Solo alcune eccezioni, in particolare l&#8217;altezza, sono geneticamente già scritte. Invece, sosteniamo che le differenze tra artisti esperti e adulti normali riflettono un lungo periodo di sforzi deliberati per migliorare le prestazioni in un dominio specifico.</p><cite><a href="http://graphics8.nytimes.com/images/blogs/freakonomics/pdf/DeliberatePractice(PsychologicalReview).pdf">Anders Ericsson &#8220;The Role of Deliberate Practice in the Acquisition of Expert Performance&#8221;</a></cite></blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Gli studi sulle performance di Anders Ericsson</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 1985, Benjamin Bloom, professore di scienze dell’educazione all&#8217;Università di Chicago, pubblicò un libro che diventò presto un riferimento: “Sviluppare il talento nei giovani”. In questo libro Bloom esaminava i fattori determinanti per il talento. Si trattava di un’analisi approfondita dell&#8217;infanzia di 120 eccellenti performer che avevano vinto concorsi o premi internazionali in campi che spaziavano dalla musica all&#8217;arte, dalla matematica alla neurologia. Sorprendentemente, il lavoro di Bloom non trovò indicatori innati che avrebbero potuto prevedere il successo delle persone esaminate: ad esempio non vi era alcuna correlazione tra il QI registrato nell&#8217;infanzia e le prestazioni delle persone divenute poi esperte in campi come gli scacchi, la musica, lo sport e la medicina.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quindi da cosa dipende il successo?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Una cosa emerse molto chiaramente dal lavoro di Bloom: tutti i top performer che analizzò si erano esercitati intensamente, avevano studiato con insegnanti devoti ed erano stati supportati con entusiasmo dalle loro famiglie durante gli anni di sviluppo.<br>Ricerche successive basate sullo studio pionieristico di Bloom hanno poi rivelato che <strong>la quantità e la qualità della pratica erano fattori chiave nel livello di competenza acquisita dalle persone</strong>.<br>Raccogliendo questo contributo e quello delle ricerche di altri 100 scienziati, il prof. <a aria-label="undefined (apri in una nuova scheda)" href="https://en.wikipedia.org/wiki/K._Anders_Ericsson" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Anders Ericsson</a> dimostrò in modo evidente che</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>esperti non si nasce, si diventa.</strong></p></blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Basta crederci?</h2>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/10/anders-ericsson-pratica-deliberata.jpg" alt="pratica deliberata - psicologia performance" class="wp-image-6433"/></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Certo, però, che la strada verso prestazioni davvero eccellenti non è né per i deboli di cuore né per gli impazienti. Lo sviluppo di <strong>competenze autentiche</strong> richiede lotta, sacrificio e autovalutazione onesta, spesso dolorosa. Non ci sono scorciatoie.<br>Se vuoi diventare un esperto nel tuo campo e ottenere prestazioni riconosciute come eccellenti, gli studi di Ericsson indicano che ci vorrà almeno un decennio e dovrai investire saggiamente quel tempo, impegnandoti in una <strong><a aria-label="undefined (apri in una nuova scheda)" href="https://en.wikipedia.org/wiki/Practice_(learning_method)#Deliberate_practice" target="_blank" rel="noreferrer noopener">pratica deliberata</a></strong>: una modalità di allenamento ed esercizio che si concentra su compiti che richiedono maggior qualità rispetto al livello di competenza a cui sei abituato. Avrai bisogno di un formatore ben preparato, non solo per guidarti attraverso la pratica deliberata, ma anche per aiutarti ad apprendere <strong>le modalità di allenamento</strong>. Se poi vuoi raggiungere massimi risultati come manager o leader (ambiti dove, a differenza dello sport, è più difficile misurare la performance direttamente) meglio dimenticare al più presto le illusioni da baraccone sull&#8217;esistenza di geni talentuosi a cui tutto riesce subito e bene.<br>Vediamo come procedere.</p>



<h1 class="wp-block-heading">10000 ore di pratica deliberata: il metodo di Anders Ericsson</h1>



<p class="wp-block-paragraph">Esercitati deliberatamente.<br>Per le persone le cui competenze non hanno mai raggiunto un livello nazionale o internazionale, può sembrare che l&#8217;eccellenza sia semplicemente il risultato della pratica quotidiana di anni o addirittura decenni. Tuttavia, vivere in una grotta non ti renderà un geologo, come portare con te sempre la chitarra non ti renderà un musicista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non tutta la pratica porta a compiere un salto qualitativo. Hai bisogno di un particolare tipo di pratica — la <strong>pratica deliberata</strong> — per sviluppare le competenze che cerchi.<br>Quando la maggior parte delle persone si esercita, solitamente si concentra sulle cose che già sa fare. La pratica deliberata invece è diversa. Implica sforzi considerevoli, specifici e sostenuti per fare qualcosa che non riesci ancora a svolgere bene o che non sai ancora svolgere affatto. La ricerca tra domini e contesti differenti mostra che si diventa altamente competenti solo lavorando su ciò che non si sa ancora fare. Cosa che tutti facciamo all&#8217;inizio di una nuova attività, ma che abbandoniamo appena raggiunto un livello sufficiente di prestazioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Facciamo un esempio: la pratica deliberata o hobby? </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Per illustrare questo punto, immaginiamo che tu stia imparando a giocare a tennis per la prima volta. Nelle prime fasi, provi a capire i colpi di base e ti concentri sull&#8217;evitare errori grossolani (come mancare completamente la palla e lanciare la racchetta in testa all’altro giocatore). Ti alleni a centro campo a colpire di dritto e mandare la palla al di là della rete, fai qualche scambio con altri principianti come te e impari i primi fondamentali.<br>In un tempo sorprendentemente breve (forse 50 ore), svilupperai un miglior controllo di racchetta e palla e il tuo gioco migliorerà. Da quel momento in poi, lavorerai sulle tue abilità allenando più gesti tecnici (es: battuta, rovescio, scivolata, lungo linea…) mettendo più intensità e forza nei tuoi colpi.<br>Dopo un po’ di mesi e di partite i tuoi movimenti diventeranno automatici: penserai meno a ogni scambio e giocherai di più guidato dall&#8217;intuizione. Le tue due ore di tennis sono ora un momento sociale, in cui solo occasionalmente ti concentrerai sul gesto atletico con la stessa intensità avuta durante le fasi iniziali del tuo apprendimento.<br>Da questo momento in poi, il tempo di pratica non migliorerà sostanzialmente le tue prestazioni, che potrebbero rimanere allo stesso livello per decenni.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Perché succede? </strong><br>La tua performance non migliora perché smetterai di allenarti e <em>giocherai </em>solamente e, quando giochi, hai una sola possibilità di colpire la palla da una determinata posizione. Questo non ti permette di capire come correggere gli errori. Se, invece, durante la partita ti fosse permesso di effettuare cinque o dieci colpi dalla stessa identica posizione e dopo lo stesso identico scambio di gioco, otterresti molti più feedback sulla tua tecnica e inizieresti a regolare il tuo stile di gioco per migliorare la tua performance.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pratica deliberata consiste proprio nel porsi nelle condizioni per svolgere al meglio questo tipo di allenamento sulle proprie abilità.<br>E può essere adattata benissimo allo sviluppo di competenze aziendali e di leadership. È il motivo perché nelle business school si usano molti case-study o role playing. Così come nelle scuole di psicoterapia o di chirurgia o nelle accademie militari. <strong>Si impara facendo</strong>. Ma per essere eccellenti, bisogna farlo bene, analizzando i dettagli e limando ogni spigolo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Usare il teatro come laboratorio per sviluppare carisma</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Diamo un&#8217;occhiata più da vicino a come la pratica deliberata potrebbe essere applicata per migliorare la propria leadership. Si dice spesso che il <strong>carisma </strong>sia un elemento chiave della leadership (o della gestione dei collaboratori o della comunicazione sul mercato). È vero: essere un leader spesso richiede di stare di fronte ai propri dipendenti, ai propri colleghi o al proprio consiglio di amministrazione e tentare di convincerli di una cosa o dell&#8217;altra, specialmente in tempi di crisi.<br>Un numero sorprendente di dirigenti, però, crede che il carisma sia innato e che non possa essere appreso. Tuttavia, se un regista e un insegnante teatrale aiutassero gli stessi manager a esercitarsi con alcune tecniche attoriali e a costruire un proprio stile comunicativo, questi apparirebbero molto più carismatici e, nel tempo, inizierebbero a sentirsi effettivamente tali, cominciando così a cimentarsi in contesti sempre più sfidanti e migliorando le proprie performance. In psicologia tale fenomeno è conosciuto come l’effetto <em>come-se</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso Anders Ericsson, lavorando in una <strong>scuola di recitazione per leader</strong>, sviluppò una serie di esercizi di teatrali per manager e imprenditori per aumentare le loro abilità di fascinazione e persuasione. I dirigenti che svolgono tutt&#8217;ora questi esercizi mostrano notevoli miglioramenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il carisma, così come la sicurezza, la spontaneità nell’eloquio e la capacità di coinvolgere e farsi ascoltare, può essere appreso attraverso una pratica deliberata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">(Pensa che lo stesso Winston Churchill, una delle figure più carismatiche del XX secolo, trascorreva ore davanti a uno specchio per allenare la propria ars oratoria.)</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le due abilità richieste per la pratica deliberata: costanza e concentrazione</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La pratica deliberata prevede due tipi di apprendimento: migliorare le abilità che già possiedi ed estendere la portata e la gamma delle tue abilità. L&#8217;enorme concentrazione richiesta per svolgere questi doppi compiti limita la quantità di tempo che puoi dedicare a svolgerli. Il famoso violinista Nathan Milstein ha scritto: “Esercitati tanto quanto riesci a farlo con concentrazione. Una volta ero preoccupato perché avevo notato che altri musicisti si stavano esercitando tutto il giorno, così chiesi al [mio mentore] Professor Auer quante ore avrei dovuto esercitarmi e lui mi rispose:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>&#8220;In verità non importa quanto tempo. Se ti alleni con le dita, nessuna quantità è sufficiente. Se ti alleni con la testa, due ore sono molte. &#8220;</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">È interessante notare che in una vasta gamma di esperti, tra cui atleti, romanzieri e musicisti, pochissimi sembrano in grado di mantenere un’alta concentrazione per più di quattro o cinque ore consecutive di pratica deliberata. La maggior parte degli insegnanti e scienziati esperti, infatti, dedica solo un paio d&#8217;ore al giorno, di solito al mattino, per le proprie attività mentali più impegnative, come scrivere e organizzare nuove idee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche se due ore possono sembrare un investimento relativamente piccolo, sono due ore in più al giorno rispetto alla maggior parte dei dirigenti e dei manager, poiché la maggior parte del loro tempo è erosa da riunioni e preoccupazioni quotidiane. Due ore in più al giorno sono circa 700 ore in più all&#8217;anno, circa 7.000 ore in più in un decennio.<br>Pensa a cosa potresti realizzare se dedicassi due ore al giorno alla pratica deliberata di una tua specifica competenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Vediamo ora alcuni spunti per riuscire a non mollare e continuare a migliorarsi.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/10/10000-ore-psicologia-della-performance.jpg" alt="10000 ore per migliorarsi e diventare numeri uno" class="wp-image-6434"/></figure>



<h2 class="wp-block-heading">1.&nbsp;Prenditi il ​​tempo che serve</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Ormai sarà chiaro che ci vuole tempo per diventare un esperto. La ricerca di Ericsson e colleghi mostra che anche i performer più dotati hanno bisogno di un minimo di dieci anni (o 10.000 ore) di intenso allenamento prima di vincere le competizioni internazionali. In alcuni campi, come quello della musica classica, il percorso formativo può arrivare anche a 15 – 25 anni. Quindi:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>calibra bene le tue aspettative e i giudizi sulle tue performance</li><li>frammenta i tuoi obiettivi in micro obiettivi lungo una sequenza temporale realistica</li></ul>



<h2 class="wp-block-heading">2.&nbsp;L&#8217;illusione del talento</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Molte persone non hanno consapevolezza di quanto tempo ci voglia per diventare un esperto. In un’intervista, il grande scrittore russo Lev Tolstoj, dichiarò che molte persone gli confidavano che non si cimentavano nella stesura di un romanzo perché non erano sicure di esserne in grado. Tolstoj ne rimaneva sempre sorpreso: <em>certo che non ne erano in grado! Perché la gente si aspetta di possedere un’innata capacità di scrivere e di poterla scoprire nel primo e unico tentativo?</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Allo stesso modo, gli autori di molti libri di auto-aiuto sembrano presumere che i loro lettori siano essenzialmente pronti per il successo e debbano semplicemente compiere alcuni semplici passi per superare grandi ostacoli.<br>Le leggende popolari sono piene di storie di imprenditori, atleti, scrittori e artisti sconosciuti che diventano famosi durante la notte, apparentemente a causa del talento innato: “nascono così”, “gli viene naturale” sostengono le persone.<br>Tuttavia, esaminando le storie di campioni, esperti e persone di successo scopriamo immancabilmente che hanno trascorso molto tempo a formarsi e prepararsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Andre Agassi a chi gli chiedeva se «Si può essere felici e vincere?» rispose:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Io non ci sono riuscito. Pensavo troppo, anche se mio padre me lo proibiva. Non volevo giocare a tennis e quello sparapalline contro cui dovevo combattere, 2.500 al giorno, ha rovinato la mia infanzia. Io sono cresciuto con le ossessioni e con le frustrazioni, forse Federer sarà diverso. Ma fino a quando si sta nel fuoco non si sentono a fondo le scottature. Hai bisogno di allontanarti dall&#8217;azione per riuscire a sentire il suo respiro. Forse tra qualche anno anche Federer e quelli che sembrano vincere con calma ed equilibrio scriveranno i loro libri e verrà fuori tutta un&#8217;altra storia. È che io sono diventato famoso in fretta, ma ci ho messo molto a crescere</p><cite>Andre Agassi</cite></blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">3.&nbsp;Trova un mentore</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La ricerca su performer di livello mondiale ha anche dimostrato che i futuri esperti hanno bisogno di diversi tipi di insegnanti per le diverse fasi del loro percorso di crescita. All&#8217;inizio, la maggior parte di loro è seguita da buoni insegnanti locali, cioè persone che possono fornire generosamente il loro tempo e la loro esperienza. Tuttavia, in seguito, per continuare a migliorare le proprie capacità, è essenziale che i performer cerchino docenti, consulenti o tecnici di livello più avanzato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avere insegnanti, coach o consulenti esperti fa la differenza in vari modi. Per cominciare, possono aiutarti ad accelerare il processo di apprendimento.<br>Inoltre, lo sviluppo di competenze richiede avere al tuo fianco persone in grado di fornirti feedback costruttivi, anche dolorosi. Un mentore esperto sa quando e come essere costruttivo, senza cedere nella tentazione di farsi ritenere un guru.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il coach non solo deve instaurare una relazione di fiducia, ma deve anche saper programmare i passi e i tempi giusti del percorso verso l’eccellenza. Spingere troppo spesso porta solo frustrazione e innalza il rischio di abbandono.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il mentore non è sempre un coach e viceversa.</strong> Seppur Ericsson nel suo articolo non ne sottolinei le differenze, per me è importante invece che in un percorso di crescita si abbia chiaro quando la relazione è basata sull&#8217;esempio e quando invece è basata sulla consulenza. In molti casi il mentore fa anche coaching e il consulente può diventare un esempio di riferimento, ma se non si definisce la relazione, si rischia che con il tempo si inseriscano invidie e personalismi non funzionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza tra un mentore e un consulente (o coach), per me risiede nell’area di competenza: il mentore condivide con te l&#8217;esperienza e l’abilità che stai cercando di sviluppare, ne ha già fatto pratica e tu, in qualche modo, ne ammiri i risultati. È una persona che ha intrapreso prima di te la strada che vorresti percorrere.<br>Il consulente o coach, invece, non ha necessariamente particolari abilità nel tuo settore di interesse, ma la sua competenza è quella di aiutare le persone a raggiungere risultati importanti in un settore. La sua competenza è nella relazione formativa. Il consulente, quindi, ha la capacità di adattare le proprie tecniche per far crescere al meglio le performance di più clienti, il mentore, invece, attraverso la propria esperienza e il proprio stile, genera sull&#8217;allievo il fascino necessario perché sia lui ad adattarsi ai suoi metodi.<br>Spesso infatti si può essere consulenti di molte persone ma mentori di pochi. Pochissimi. Con cui si instaurano rapporti intensi, lunghi e basati sulla stessa passione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli ultimi articoli da leggere</h2>


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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Scontro Morelli – Murgia: analisi della comunicazione</title>
		<link>https://www.studiobidogia.it/comunicazione-linguaggio/scontro-lite-morelli-murgia-analisi-comunicazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Bidogia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2020 15:42:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[COMUNICAZIONE e LINGUAGGIO]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione efficace]]></category>
		<category><![CDATA[emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[morelli]]></category>
		<category><![CDATA[murgia]]></category>
		<category><![CDATA[provocazioni]]></category>
		<category><![CDATA[rabbia]]></category>
		<category><![CDATA[retorica]]></category>
		<category><![CDATA[stratagemmi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.studiobidogia.it/2020/07/08/scontro-lite-morelli-murgia-analisi-della-comunicazione/</guid>

					<description><![CDATA[<p>Come far arrabbiare il tuo interlocutore (o come non cedere alle provocazioni) Il diverbio tra l’autrice Michela Murgia e lo psichiatra Raffaele Morelli ha generato molto scalpore nell’ambito psicologico per...</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.studiobidogia.it/comunicazione-linguaggio/scontro-lite-morelli-murgia-analisi-comunicazione/">Scontro Morelli – Murgia: analisi della comunicazione</a> proviene da <a href="https://www.studiobidogia.it">Luca Bidogia</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Come far arrabbiare il tuo interlocutore (o come non cedere alle provocazioni)</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il diverbio tra l’autrice Michela Murgia e lo psichiatra Raffaele Morelli ha generato molto scalpore nell’ambito psicologico per ciò che riguarda i contenuti toccati. Qui, invece, non scriverò né di Jung né di parità di genere: mi preme analizzare le abilità retoriche e comunicative usate dalla Murgia per far andare su tutte le furie Morelli che, paradossalmente, stava presentando il suo libro “<a href="https://www.librimondadori.it/libri/pronto-soccorso-per-le-emozioni-raffaele-morelli/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Pronto soccorso per le emozioni. Le parole da dirsi nei momenti difficili</a>” (!!!).<br>L’analisi della comunicazione sarà utile per capire come poco serva sapere di tecniche o di emozioni, se non si ha consapevolezza del contesto e di se stessi. Lo dico subito: capita a tutti di arrabbiarsi e perdere le staffe, ma Morelli è uno psichiatra che sta in TV da almeno 20 anni e per farlo cadere in trappola &#8211; assieme al suo ultimo libro proprio sulle emozioni &#8211; ci volevano stratagemmi comunicativi sofisticati. La Murgia c’è riuscita in un modo apparentemente semplice, usando principalmente 6 tecniche che illustreremo sotto.<br>Per capirlo meglio analizzeremo</p>



<ol class="wp-block-list"><li>I <strong>personaggi</strong>: Raffaele Morelli e Michela Murgia</li><li>Lo <strong>scenario</strong>: la polemica sui social precedente</li><li>Il <strong>contenitore</strong>: la costruzione dell’intervista radiofonica</li><li>La <strong>scena</strong>: l’interazione tra i due</li></ol>



<ul class="wp-block-list"><li>Qui sotto il video di uno stralcio dell’analisi dello scontro Morelli &#8211; Murgia&nbsp; durante il corso che ho condotto domenica 28 giugno: c&#8217;è il video dell&#8217;intervista accompagnato dai commenti miei e degli iscritti.</li></ul>


<p><iframe loading="lazy" title="Analisi delle tecniche comunicative: lite Murgia - Morelli" width="1080" height="608" src="https://www.youtube.com/embed/ZawaTsvKCjE?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>



<h2 class="wp-block-heading">Quello che vedi è tutto ciò che c’è (Kahnemann: WYSIATI)</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Prima di evidenziare le tecniche dobbiamo analizzare il contesto: ogni comunicazione retorica perde di senso senza i riferimenti, le storie, i retroscena e gli impliciti. <strong>Il contesto è fondamentale per la gestione della parte emotiva dell’interazione</strong> (es: hai presente le frecciatine tra suocera e nuora? Oppure quell’amico che ci punzecchia in pubblico alludendo a qualcosa che conosciamo solo noi?).<br>Darò qualche breve indicazione per capire meglio chi sono i protagonisti, pur sapendo che ciò influenzerà il lettore.<br>Come gli studi del <strong>premio Nobel Daniel Kahneman</strong> raccontano, la nostra mente è portata a trarre conclusioni affrettate in base alle informazioni che ha, senza cercare approfondimenti o prove ulteriori. Funzioniamo a risparmio energetico, insomma. E ci accontentiamo di ciò che già sappiamo.<br>La regola del <em>What You See Is All There Is</em> (WYSIATI “Quello che vedi è l’unica cosa che c’è”) si riferisce proprio a questo: <strong>per coerenza e fluidità cognitiva siamo portati ad accettare velocemente come vere cose e fatti senza troppo indagare.</strong> Cadiamo in quelli che possono essere definiti bias dell’eccessiva sicurezza e degli <em>effetti di formulazione</em> o di <em>framing</em>: non consideriamo che basterebbe cambiare semplicemente l’ordine delle informazioni ricevute per mutare opinione sulle stesse.<br>Così vale anche per lo scontro Morelli – Murgia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Raffaele Morelli</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/10/Raffaele-Morelli.png" alt="Raffaele Morelli" class="wp-image-6402"/></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">È uno psichiatra di orientamento junghiano. Morelli nella disputa cita la psicoanalisi e il linguaggio di Jung nel riferirsi al “femminile” e ciò gli è costato l’ira di molti psicologi che non condividono affatto la sua interpretazione delle teorie analitiche. Come detto, qui ci interessa poco. Il dott. Morelli è direttore di una delle riviste di psicologia e benessere più lette in Italia, è autore di decine di libri divulgativi, è presente in televisione in modo assiduo da almeno 20 anni e da quasi altrettanti viene intervistato a Radio RTL 102.5 settimanalmente. Tutto ciò dovrebbe renderlo un esperto di comunicazione, soprattutto, del tipo generalista. Ma Morelli è conosciuto anche per scaldarsi facilmente, cosa che spesso giustifica come autenticità. Difficile continuare a farlo dopo le ultime frasi urlate alla Murgia poco prima di sbatterle giù il telefono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma giochiamo con un <strong>identikit del prof. Raffaele Morelli</strong></p>



<ul class="wp-block-list"><li><em>Posizionamento</em>: psicologia del profondo</li><li><em>Valore difeso</em>: ascolto delle proprie risorse interne, dalla cui carenza emergerebbe il disagio psichico</li><li><em>Stile</em>: calmo, didattico, riferimenti al simbolismo antico; pronto all’ira e alla superbia se messo in discussione</li><li><em>Contesto comunicativo preferito</em>: ospite in tv, libri</li><li><em>Immagine</em>: lupetto, giacca e occhiali da vista con montatura azzurra appoggiati sul naso o in mano</li></ul>



<h2 class="wp-block-heading">Michela Murgia</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://www.studiobidogia.it/wp-content/uploads/2020/10/michelamurgia4.jpg" alt="Michela Murgia" class="wp-image-6403"/></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">È autrice, scrittrice e conduttrice. Vincitrice di diversi premi, è conosciuta al grande pubblico anche per le sue lotte contro: il maschilismo, la decadenza del linguaggio nei social, gli imprenditori che non tutelano i diritti dei lavoratori e gli autori di libri di successo (per lei) non meritevoli.<br>Quasi tutti i suoi format divulgativi (radio, tv, social e web) sono legati a una certa forma di protesta diretta e sagace, dove la Murgia usa cultura e irriverenza nei confronti di chi giudica prevaricante. Giochiamo anche con l&#8217;<strong>identikit di Michela Murgia</strong>:</p>



<ul class="wp-block-list"><li><em>Posizionamento</em>: critica al sessismo e al maschilismo</li><li><em>Valore difeso</em>: una giustizia sociale e politica che impedisca la prevaricazione delle donne e che le aiuti a farsi valere, esprimendo liberamente le proprie idee, ambizioni e modalità di essere</li><li><em>Stile</em>: sorridente, ficcante e provocatorio. Socievole e amabile, diventa velocemente sfrontata e pungente all&#8217;occorrenza. Sono famose le sue “stroncature” di libri e altri autori (da Fabio Volo a Battiato). Alterna una profondità terrena e amante delle radici culturali popolari (dalla Sardegna al cucinare)</li><li><em>Contesto comunicativo preferito</em>: nasce da un blog e si muove benissimo nel web. La sua comunicazione è pressoché simile in tutti i contesti, perché preferisce esporsi in uno spazio suo (dai social alla tv) in cui possa decidere la forma e la struttura delle interazioni</li><li><em>Immagine</em>: abiti morbidi, sguardo dritto, capelli sciolti neri e sorriso.</li></ul>



<h2 class="wp-block-heading">Lo scenario</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo alle prese con due intellettuali esperti dei contesti divulgativi. Morelli rappresenta lo stereotipo dello psicoanalista e la Murgia della scrittrice femminista. Ovviamente i due hanno posizioni opposte sul contenuto della discussione (Morelli più tradizionale, la Murgia più post moderna) ma ci interessa come la comunicazione della Murgia sia decisamente più contemporanea, più “social” o 2.0. Inoltre, a differenza di Morelli, la Murgia padroneggia bene la <em>regia della comunicazione</em> ed è su questa che dobbiamo concentrare l’attenzione.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Vediamo gli antefatti: il prima dello scontro Morelli &#8211; Murgia</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Mercoledì 24 giugno 2020, durante la sua consueta diretta a radio RTL 102.5 Raffaele Morelli, commenta questa frase della <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Fran%C3%A7oise_Sagan" target="_blank" rel="noreferrer noopener">scrittrice Francois Sagan</a>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“Un vestito non ha senso a meno che ispiri gli uomini a volertelo togliere di dosso”.</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Sono i due conduttori a chiedere il parere dello psichiatra sull’aforisma condiviso il giorno prima che ha scatenato un vespaio nei social. Morelli, senza esitare, concorda con la scrittrice francese e continua affermando che <strong>“il femminile è prima di tutto il luogo che suscita desiderio”</strong>. Questo rende felici i conduttori, ma aumenta la polemica sui social.<br>Poche ore dopo Morelli viene chiamato da Radio Capital nella trasmissione condotta da Michela Murgia e Edoardo Buffoni da poco diventato il direttore giornalistico della stessa radio (ndr).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il contenitore</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sgombriamo subito alcune ciniche teorie che potrebbero distrarci:</p>



<ol class="wp-block-list"><li>Radio Capital vuole cavalcare una protesta contro RTL 102.5 (prima radio per ascolti in Italia da 10 anni) e si inserisce in scia agli hater per trarne dei vantaggi.</li><li>La Murgia e Morelli sono d’accordo fin dall’inizio (per questa ipotesi devo ringraziare Rosanna, una delle partecipanti al corso di comunicazione di sabato 27 che vedete nel video).</li></ol>



<p class="wp-block-paragraph">Per quanto queste teorie possano anche essere verosimili nel contesto dello showbusiness (la polemica farebbe salire lo share di entrambe le emittenti radiofoniche e vendere i libri di Morelli), non mi interessano. Anzi, meglio concentrarsi sulle tecniche retoriche per non perdere gli scopi formativi (i complottisti sono abilissimi a giudicare, meno a creare qualcosa).<br>Così scelgo di prendere per vere le dichiarazioni di qualche giorno fa di Morelli in cui sostiene che non conoscesse né Michela Murgia, né il programma di Radio Capital, ma che fosse stato chiamato al volo per presentare il proprio libro.<br>Da come appare evidente durante l’intervista, i due conduttori Murgia e Buffoni, invece, sapevano benissimo chi fosse Morelli: ne conoscevano stile e modalità, e hanno volutamente architettato un’intervista per porlo in difficoltà.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Stratagemma n°1: <strong>conosci il tuo nemico e prepara il terreno su cui si svolgerà la battaglia</strong>.</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Se sei un personaggio pubblico coinvolto in una polemica sui social, devi anticipare che verrai intervistato sull’argomento della polemica e, devi prepararti non solo sulle risposte, ma sul contesto e sugli intervistatori. Aver già organizzato l’intervista, dettando tempi, ritmi, punti di svolta e tono da assumere, pone in una posizione nettamente superiore Michela Murgia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>NB: come chiaramente detto nel corso (vedi il video) qui non si vuole far passare la Murgia per una subdola provocatrice. Il concetto, invece, è che la scrittrice abbia voluto vendicare un&#8217;ingiustizia compiuta, a suo parere, dallo psichiatra. </strong>E così dovresti imparare tu qualora qualcuno offendesse i tuoi valori (*meglio se con i consigli di fine articolo).</p>



<p class="wp-block-paragraph">I due intervistatori, Murgia e Buffoni, tessono una rete perfetta:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Fanno chiamare Morelli per intervistarlo sul suo nuovo libro per Mondadori,</li><li>lo lasciano in attesa ad ascoltare “Siamo donne” di Sabrina Salerno, che già riassume una perfetta provocazione</li><li>Lo accolgono in onda con la Murgia completamente in silenzio che lascia Buffoni condurre l’intervista per diversi minuti sul libro e sulle teorie riguardo emozioni e sviluppo dell’autonomia. In questo modo, Morelli, dapprima forse un po’ teso, si rilassa, si dimentica del rischio-polemica, ma rimane piacevolmente in conversazione su uno dei suoi temi abituali in cui può sfoggiare teorie psicologiche in libertà.</li></ul>



<h2 class="wp-block-heading">La scena e le tecniche</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre Morelli sguazza pacifico nel suo discorso con Buffoni che lo ascolta partecipe e interessato, la Murgia, che finora non aveva ancora pronunciato parola o emesso suono, interviene bruscamente con “Sì, questa è una posizione molto interessante, piuttosto in queste ore si sta molto discutendo su un’altra frase che lei ha detto…”.<br>Per Morelli è una secchiata gelata, a cui risponde subito pungolando e mantenendo la calma: &#8220;bisogna capire il contesto&#8221;. Ma la sua è una frase-fatta che già lascia trapelare nervosismo.<br>Ed è esattamente quello che Michela Murgia si aspetta, infatti, la scrittrice continua con tono secco e deciso, leggendo ancora più testo del discorso di Morelli. Come a dire, &#8220;volevi il contesto, eccolo!&#8221; <strong>Però sceglie lei quanto ampliare il raggio e quanto testo citare</strong>. La Murgia, infatti, non fa riferimenti alla frase di Francois Sagan (scrittrice francese provocante e provocatoria che ha illuminato la società francese del ‘900). La scelta dell’intervistatrice è quella di limitare il raggio d’azione dello psichiatra inchiodandolo alle proprie opinioni, andando subito a smontare una prima difesa: il contesto in cui è inserita quella frase.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora che la Murgia ha riportato più frasi di Morelli, per l’ascoltatore il contesto è definito, spetterebbe a Morelli allargarlo nuovamente, ma la Murgia chiude il proprio turno con una mossa tanto celere quanto efficace</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Stratagemma n°2 <strong>“Ti indico una via perché tu non la segua”</strong></p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Cioè, sempre con tono incalzante e veloce (in modo da farsi percepire “nemica”) invita Morelli ad approfondire le argomentazioni del contesto da cui si è estrapolata la frase. L’intervistatrice, infatti, chiede “è sufficiente come contesto questo?”, come a dire “Se vuole aggiungere, aggiunga pure”, ma, paradossalmente tale manovra ha l’effetto opposto nell’interlocutore che, seppur troverebbe vantaggio ad approfondire l’argomento, lo evita perché teme ulteriori trappole o per moto d’orgoglio.<br>Lo psichiatra, in aggiunta, quando è colto di sprovvista e non è solito argomentare le proprie posizioni, ma difenderle tramite la propria autorità.<br>Infatti, mentre la Murgia legge le frasi contestate a Morelli, la risposta retorica di quest&#8217;ultimo è sottolineare la loro correttezza, ripetendo “certamente! È vero!” come a dire “Non me ne vergogno, lo sostengo ancora. Se appare strano è solo perché per te è troppo difficile da capire, ma ora te lo spiegherò”. Colto di sorpresa, Morelli cade in una difesa egoica in cui affiorano le sue abitudini. Ed è su proprio su queste che contava la Murgia.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Stratagemma n°3: shock o <strong>“partire dopo per arrivare prima”</strong>. Quando vuoi prendere alla sprovvista un tuo interlocutore, portalo prima in una situazione per lui di calma e sicurezza, e poi intervieni nettamente sul punto debole. Stratagemma n°4: preparati già alla prima difesa del tuo avversario, lascia che la compia e poi usala a suo svantaggio.</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">La Murgia, che continua a scambiarsi occhiate d’intesa con Buffoni, lascia per un po’ parlare Morelli, che cerca di tenere il tono calmo e riprendere il suo classico ruolo didattico. Ma l’intervistatrice lo interrompe più volte costringendo lo psichiatra ad aprire parentesi, rispiegare concetti e complessificare il proprio eloquio.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Stratagemma n°5: interrompere e <strong>intorbidire l’acqua per far venire a galla i pesci</strong>. Le continue interruzioni generano rabbia nell’interlocutore e confusione (anche nel pubblico), in tale situazione emotiva è più facile che egli si sbilanci ed esasperi la sua argomentazione o il suo tono.</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Lo sforzo cognitivo è doppio: chi viene interrotto deve, non solo riprendere il filo del discorso, ma ampliarlo e spiegare più concetti.<br>Lo sforzo emotivo è maggiormente impegnativo: la persona capisce che la stanno incastrando, si sente arrabbiata ma non può dimostrarlo perché perderebbe la disputa dialettica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Murgia conduce la conversazione a crescere per poi attaccare. Le continue interruzioni fanno vacillare Morelli e la Murgia affonda con numerosi impliciti screditando il pensiero dello psichiatra facendolo apparire confuso ed errato. Esemplare è il momento in cui la scrittrice finge di sintetizzare il pensiero dello psichiatra sul femminile come radice con la domanda &#8220;nel senso che la donna germoglia dal femminile o è il femminile che germoglia dalla donna?&#8221; che in realtà rende ancora più difficile da comprendere ciò che prova a spiegare Morelli.<br>Questa tecnica richiama il seguente stratagemma</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Stratagemma n° 6: <strong>“Circolare contro lineare e lineare contro circolare”</strong>, se il tuo avversario propone un’argomentazione complessa, tu rendila ancor più complessa attraverso domande o sintesi pompose ma mai corrette. Mantieni un atteggiamento che esprima un’insistente curiosità, ma difficoltà nella comprensione. Più ci sarà contrasto tra la tua richiesta di maggiori informazioni e la tua espressione corrugata, maggiore sarà la rabbia nel tuo interlocutore: tutti vogliamo essere capiti.</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">All’ennesima provocazione e interruzione di Michela Murgia, Raffaele Morelli sbotta <strong>“Ma tu sei qui per farmi domande cretine o…”</strong>. Tutto come previsto. Michela Murgia è pienamente padrona della situazione, il suo avversario comincia a offenderla: era il suo obiettivo.<br>Infatti l’intervistatrice non fa l’offesa, non alza i toni, ma pungola l’interlocutore sulle regole di buon comportamento “Le sto dando del lei, mi dia del lei”, che è un po’ come dire “Ti vedo arrabbiato, ma non capisco perché: siamo qui per dialogare”, quando è evidente che tutto ciò che si è fatto finora lo si è fatto per generare ira. È un’altra provocazione (un po’ a ricalcare quella che molte donne si sentono attribuire quando si dice loro “Stai calma” dopo averle trattate come sguattere per settimane).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Interviene Buffoni, interpretando il <strong>ruolo del paciere</strong> che vuole dare spazio allo psichiatra di argomentazione. Invece è evidente dalle sue mimiche che l’altro conduttore è anch’egli architetto compiaciuto della trappola organizzata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Morelli è completamente preda della sua ira. Il suo eloquio è concitato e, anche se per alcuni secondi riesce quasi a completare un pensiero, la Murgia coglie l’avverbio “sempre” e fa il verso al professore riportandoglielo subito “una donna deve portare con sé SEMPRE la femminilità” e interrompendolo un’altra volta.<br><strong>“Zitta! Zitta!”</strong> Sbotta Morelli, con un’espressione prevaricatoria, aggressiva e maleducata. La tesi della Murgia dell’uomo maschio prevaricante diventa realtà evidente a tutti.<br>Lei sorride, lui aggiunge “sennò me ne vado”, allora lei ribatte “se ne vada” e lui sbatte giù il telefono.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cose da non imitare se vuoi vincere provocando</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il contesto di questo caso di studio è una trasmissione radiofonica di cui la conduttrice è famosa (quindi posizionata come immagine) per le sue provocazioni e stroncature.<br>A Michela Murgia e a Edoardo Buffoni non interessa nulla di passare per provocatori, anzi, ci hanno costruito una professione sopra. Ma in un contesto normale, questa conversazione mostrerebbe il fianco a <strong>due grossi errori</strong>:</p>



<ol class="wp-block-list"><li><strong>Lo svelamento:</strong> Buffoni, pur sapendo di essere ripreso anche in video, fa nettamente capire quale sia lo scopo dell’intervista. Le sue mimiche rischiano di far percepire i due come subdoli e meschini. Non importa quali siano le tue ragioni, se devi dimostrare che tu sei il buono e l’altro è il cattivo, non palesare la tua strategia, non godere delle difficoltà altrui e non accanirti sull’avversario: si potrebbe tutto girare contro di te.</li><li><strong>La mancanza di rivendicazione</strong>: se metti alle corde qualcuno e fai giustizia lì dove hai percepito un torto, quindi se ti rendi conto che è avvenuto uno svelamento delle tue intenzioni (vedi punto 1), devi palesarle ancor di più al termine della disputa. La Murgia avrebbe ricevuto molte meno critiche e avrebbe fatto più onore ai propri valori, se avesse chiuso all’uscita di Morelli con “Vedete signore e ragazze? Quando un uomo vi tratta come oggetti e vi intima di stare zitta, c’è sempre un modo per farlo apparire per quello che è e rimetterlo al proprio posto. Solo imparando anche noi a far sentire la nostra voce potremmo togliere questi maschi e costruire un nuovo mondo con i veri uomini che ci rispettano”.</li></ol>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa potresti fare se ti trovassi in una situazione come Morelli (con il senno di poi)</h2>



<ol class="wp-block-list"><li>Tutto parte dalla <strong>consapevolezza emotiva</strong>: allenati ad accorgerti quando ti emozioni. Credo che una persona esperta come il professor Morelli abbia tutte le abilità retoriche necessarie per condurre un dialogo efficace anche se provocato. In questo caso il suo errore più grande è stato quello di non cogliere i segnali da parte del suo corpo che stava perdendo le staffe.</li><li><strong>Smettila di parlare del contenuto, parla del contenitore</strong>: non continuare a cercare di spiegarti, ma soffermati sulle modalità di comunicazione dell’altro. Fallo in tono sereno, come se il messaggio implicito fosse “Sono sicuro che tu voglia conoscere veramente il mio pensiero, ma se non è così dimmelo pure”. Se Morelli avesse pronunciato una frase del tipo “Mi scusi dottoressa, ma perché mi interrompe? Se ha già una sua opinione, me la dica pure che io l’ascolto volentieri”, avrebbe generato, ad esempio, un’inversione dei ruoli</li><li><strong>Cambia interlocutore</strong>: se sono in due a recitare il poliziotto buono e quello cattivo, quando sei sotto il fuoco del cattivo, rivolgiti al buono con una richiesta di aiuto “Mi scusi dott. Buffoni, con la dottoressa Murgia non riusciamo proprio a dialogare, ci può aiutare lei?”</li><li><strong>Usa ironia e umorismo</strong>, sia per uscire dall’angolo, ma anche per sfogare un po’ di adrenalina con un eloquio energico ma non aggressivo</li><li><strong>Punta sui tuoi valori</strong>. “Dottoressa Murgia, sa che questo mi fa infervorare? Mi perdoni i toni, ma sono 40 anni che io aiuto le donne a esprimersi al meglio, a uscire da relazioni pericolose e a credere di più nelle loro potenzialità. Capisce bene che passare da meschino e da maschilista mi ferisce nel profondo, non solo come psichiatra, ma come persona che ha dedicato la sua vita all’aiuto dell’altro.”</li><li><strong>Uccidi il serpente con il suo stesso veleno.</strong> “Ha ragione lei. È riuscita a dimostrare la sua tesi. Sono un orco. Tratto le donne come oggetti e le ritengo inferiori agli uomini. Se è questo che vuole sentirsi dire, eccola accontentata, ora però le chiedo pietà: non reggo più queste insinuazioni. Magari lei ha ragione, però avrei preferito che l’avesse ottenuta in un modo diverso”.</li></ol>



<h2 class="wp-block-heading">P.S.: per gli iscritti al gruppo Facebook</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Questa analisi ci serve per continuare il lavoro di sabato 27 e domenica 28 giugno. Se avete altre situazioni che riguardano i vostri contesti privati o lavorativi, pubblicatele sul gruppo. Faremo assieme una &#8220;consulenza&#8221; come già avvenuto per Rosanna.<br>Per chi volesse partecipare al gruppo privato, in cui parliamo di valori, consapevolezza di sé, rapporti, conflitti e comunicazione, mi contatti via email info@studiobidogia.it o tramite il modulo contatti (* il costo per luglio, agosto e settembre è di 75€).</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.studiobidogia.it/comunicazione-linguaggio/scontro-lite-morelli-murgia-analisi-comunicazione/">Scontro Morelli – Murgia: analisi della comunicazione</a> proviene da <a href="https://www.studiobidogia.it">Luca Bidogia</a>.</p>
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