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	<title>Eurobull, il webzine euro-energetico</title>
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	<description>La GFE è la e la sezione giovanile del Movimento Federalista Europeo, fondato a Milano il 27-28 agosto 1943 da un gruppo di antifascisti raccolti intorno ad Altiero Spinelli, e costituisce la sezione italiana degli Jeunes Européens Fédéralistes (JEF).</description>
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<creativeCommons:license>http://creativecommons.org/licenses/by-nd/2.0/</creativeCommons:license><image><link>http://creativecommons.org/licenses/by-nd/2.0/</link><url>http://creativecommons.org/images/public/somerights20.gif</url><title>Some Rights Reserved</title></image><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="self" href="http://feeds.feedburner.com/taurillon/it" type="application/rss+xml" /><feedburner:emailServiceId xmlns:feedburner="http://rssnamespace.org/feedburner/ext/1.0">taurillon/it</feedburner:emailServiceId><feedburner:feedburnerHostname xmlns:feedburner="http://rssnamespace.org/feedburner/ext/1.0">http://feedburner.google.com</feedburner:feedburnerHostname><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="hub" href="http://pubsubhubbub.appspot.com" /><item>
		<title>Muri d'Europa</title>
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		<dc:creator>Jacopo Barbati</dc:creator>

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		<description>Mentre gran parte del Vecchio Continente celebra i 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino, pochi si soffermano a pensare su quanti muri esistano ancora da queste parti… Muri fisici Ebbene sì, nell'UE che festeggia i 20 anni della caduta del Muro di Berlino come fine del comunismo sovietico e della Guerra Fredda, esistono ancora delle città che hanno dei muri separatori tra due comunità: val la pena ricordare, tra queste, Nicosia e Belfast, capitali rispettivamente di Cipro e Irlanda del Nord. (...)

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		<div class='rss_chapo'><p>Mentre gran parte del Vecchio Continente celebra i 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino, pochi si soffermano a pensare su quanti muri esistano ancora da queste parti…</p></div>
		<div class='rss_texte'><h3 class="spip">Muri fisici</h3> <p>Ebbene sì, nell'UE che festeggia i 20 anni della caduta del Muro di Berlino come fine del comunismo sovietico e della Guerra Fredda, esistono ancora delle città che hanno dei muri separatori tra due comunità: val la pena ricordare, tra queste, Nicosia e Belfast, capitali rispettivamente di Cipro e Irlanda del Nord.</p> <p>A Nicosia, il muro sito in Ledra Street che divideva la comunità turcofona da quella grecofona è stato abbattuto solo il 3 aprile 2008, 4 anni dopo l'entrata nell'UE di Cipro e 18 anni e mezzo dopo la caduta di quello che separava Germania Est e Germania Ovest. Decisamente troppi, considerando che, per l'appunto, Cipro è membro UE: le garanzie di pari trattamento di tutti i cittadini non erano violate al momento dell'adesione, col muro ancora in piedi?</p> <p>Caso analogo, o addirittura peggiore, è quello di Belfast e di tutta l'Irlanda del Nord: forse in molti se lo sono dimenticato, ma solo nel 2005 l'IRA ha chiamato alla tregua. Per decenni, parte di quel Regno Unito che cercava di proporsi al mondo come modello di nazione moderna, ha conosciuto attentati e rappresaglie fratricide per motivi religiosi. E le due fazioni contendenti (cattolici e protestanti) si sono “ovviamente” dotati di muri divisori nelle città, per evitare contatti fisici. Questi muri esistono ancora, se ne contano 88 in tutto l'Ulster. E continuano a crescere.</p> <p>Senza andare troppo lontano, si può anche ricordare il caso di via Anelli a Padova e del muro eretto a divisione tra delle palazzine occupate da immigrati e il resto della città. Alla faccia dell'integrazione… E chissà, quanti altri muri di mattoni o cemento esisteranno ancora in Europa, a dividere comunità che vivono nello stesso territorio ma non condividono null'altro, se non l'odio reciproco.</p> <h3 class="spip">Muri istituzionali</h3> <p>Come non parlare in questo caso del diritto di veto: un altro fatto passato inosservato è che la Slovenia aveva imposto, a dicembre 2008, un veto sull'entrata nell'UE della Croazia, a causa di alcune questioni (nazionalistiche) di confini territoriali. Un primo passo verso la rimozione di questo veto c'è stato solo nel settembre 2009, dopo un accordo bilaterale tra le due nazioni. Adesso sarà un referendum (sloveno) a decidere sulla questione.</p> <p>E come non citare il fatto che il Regno Unito, ancora lui, continuò a trattare i romeni e i bulgari come cittadini extracomunitari per tutto il 2007, mentre invece Romania e Bulgaria erano a tutti gli effetti stati membri dell'Unione europea dal primo gennaio di quello stesso anno? Dimostrazione ulteriore (e non necessaria) della debolezza di un UE che consente agli stati nazionali di fare ciò che vogliono sotto determinati aspetti, come la libera circolazione delle persone e la parità di diritti, che invece dovrebbero essere la base della condivisione politica, legale e sociale.</p> <h3 class="spip">Muri ideologici</h3> <p>A proposito di Romania e Bulgaria, non ci si può dimenticare del biondissimo (tinto… ahilui, è nato coi capelli scuri) Geert Wilders, uno tra coloro che si impegnarono per il “no” alla ratifica del “Trattato che adotta una Costituzione per l'Europa” nel referendum olandese del 2005, nonché fondatore e capo del <i>Partij voor de Vrijheid </i> (Partito per la Libertà, PVV). Fortemente schierato contro la religione islamica, contro l'immigrazione di musulmani in Europa, contro la Federazione europea, contro l'allargamento dell'UE (tanto da ritenere “di troppo” anche Romania e Bulgaria, per l'appunto), il PVV ha ottenuto quasi il 17% dei consensi in Olanda durante le ultime elezioni europee, affermandosi come seconda forza politica del Paese. Preoccupante, per uno Stato da sempre additato come esempio di società tollerante.</p> <p>Il caso del PVV non è isolato. I partiti xenofobi stanno ottenendo consensi crescenti in tutta Europa (Italia inclusa, basti pensare alla Lega Nord). Prima di criticare, conviene porsi una domanda: perché? Forse perché il popolo non si sente protetto, forse perché l'UE non riesce a dare quelle garanzie di protezione che dovrebbe? Molto probabile, dato che il comportamento naturale di colui che si sente vulnerabile è quello di creare delle barriere. Dei muri.</p> <p>Finché l'UE non diventerà qualcosa di serio anche dal punto di vista sociale e politico, oltre che economico, i muri prolifereranno ancora. E allora, a che pro festeggiare per un muro caduto 20 anni fa, se nel frattempo ce ne sono molti altri da abbattere?</p>
			<div class='rss_chapo'><span class="vcard author"><a class="url fn spip_in" href="http://www.taurillon.org/_Jacopo-Barbati_">Jacopo Barbati</a></span></div>
		<p><a>Muri-d-Europa?lang=it</a></p>
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		<div class='rss_ps'><p>Fonte immagine: <a href='http://www.flickr.com/photos/vizzzual-dot-com/2226095398/' class='spip_out'>Flickr</a></p></div>
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		<title>1989-2009: Vent'anni dopo la caduta del Muro di Berlino, Europa attore mondiale cercasi</title>
		<link>http://www.taurillon.org/1989-2009-Vent-anni-dopo-la-caduta-del-Muro-di-Berlino-Europa-attore</link>
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		<dc:creator>Francesco Pigozzo</dc:creator>

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		<description>9 novembre 1989. Il muro che per 28 anni ha diviso Berlino è abbattuto da un mare di folla alla notizia che la Germania dell'Est aprirà le frontiere. Il 3 ottobre dell'anno dopo, la Germania torna ad essere uno stato unitario (in forma federale) al centro di un'Europa in cui si iniziano a smantellare i pericolosi residui della guerra fredda. Molte interviste ai protagonisti di allora sono circolate nei giorni precendenti la celebrazione del ventennale di quell'evento: oltre alla rivelazione (...)

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		<div class='rss_chapo'><p><i> <strong>9 novembre 1989.</strong> </i> Il muro che per 28 anni ha diviso Berlino è abbattuto da un mare di folla alla notizia che la Germania dell'Est aprirà le frontiere.</p></div>
		<div class='rss_texte'><p>Il 3 ottobre dell'anno dopo, la Germania torna ad essere uno stato unitario (in forma federale) al centro di un'Europa in cui si iniziano a smantellare i pericolosi residui della guerra fredda. Molte interviste ai protagonisti di allora sono circolate nei giorni precendenti la celebrazione del ventennale di quell'evento: oltre alla rivelazione di specifici retroscena, si è soprattutto ritornati sull'atmosfera e le opportunità che sembrarono sorgere dalla inattesa fine dell'ordine bipolare.</p> <p>La prima cosa da ricordare, è che la caduta del muro si colloca nel sogno di pacificazione mondiale che ispirò la politica di disarmo e di ristrutturazione dell'ultimo presidente dell'URSS: Michail Gorbaciov; tra il novembre 1989 e il dicembre 1991 gli eventi fecero però precipitare il blocco sovietico e gli Stati Uniti si ritrovarono unica “superpotenza” dello scenario mondiale.</p> <p>Tutti ricordano, tuttavia, che quel sogno di pacificazione non venne meno per questo, anzi, si ritrovò rafforzato da quella che parve l'inappellabile vittoria di un modello (economico, ideologico, sociale) su un altro. La pax americana sembrò una garanzia per il futuro, la storia giunta al capolinea…</p> <p>La seconda cosa da ricordare, è che la caduta del muro e i connessi concitati eventi di portata mondiale, riaccesero nella Comunità Europea la spinta a procedere nell'unificazione sovrannazionale. La fine del muro, significò immediatamente porre il problema di ricomporre uno Stato tedesco unitario, il cui ultimo ricordo restava quello (terribile) della Seconda Guerra Mondiale. Significò anche, per l'Europa occidentale, tornare a doversi prendere la responsabilità del proprio futuro. Fu la congiuntura apertasi con l'89 a generare come risposta Maastricht (cioè l'Unione Europea, l'Euro, la promessa di una politica estera e di difesa comune). In particolare, la Germania unificata di Kohl accettò di rinunciare alla sua solida moneta nazionale. Sembrarono riaprirsi le prospettive di arrivare a creare una vera Federazione Europea.</p> <blockquote class="spip"> <p> …Cosa resta vent'anni dopo di questi sogni di pace? Che cosa ha da insegnarci la storia che è iniziata dalla caduta del Muro? …</p> </blockquote> <p>Le condizioni in cui si trovano oggi l'Europa e il Mondo, non lasciano ormai dubbi nell'affermare che nessuno di quei sogni si è realizzato. Gli Stati Uniti hanno probabilmente impiegato proprio questi venti anni per rendersi conto che il mondo unipolare era una chimera insostenibile. Non ha smesso di crescere la pressione di una crisi sistemica, che tocca ogni ambito delle nostre vite e arriva a mettere in discussione la sopravvivenza stessa della specie (cambiamenti climatici, insostenibilità del modello di sviluppo). Vacillano diritti e benessere, anche dove sembravano acquisiti. Rimangono all'ordine del giorno i rischi di conflitto armato (dalle bombe atomiche agli atti terroristici).</p> <p>Altri attori della politica e dell'economia mondiale hanno guadagnato il primo piano via via che l'interdipendenza fra le diverse comunità umane è andata crescendo, e che la fine dell'ordine bipolare ha reso più mobile il quadro. L'Europa, non si può ancora pienamente annoverare tra questi attori, perché anche il sogno dell'unione politica non si è realizzato.</p> <p>Ma mentre il miraggio di una “pax americana” ha dovuto scontrarsi con la realtà, il progetto di una Federazione Europea ha dovuto scontrarsi soprattutto con l'interzia e gli egoismi nazionali degli stati europei stessi.</p> <p>Il 9 novembre 2009 dovrebbe essere un giorno di riflessione autentica su questi dati storici essenziali, se vogliamo evitare che la ricorrenza si trasformi in una vuota celebrazione priva di utilità per la costruzione del nostro futuro.</p> <blockquote class="spip"> <p>… 9 novembre 2009: un giorno di autentica riflessione …</p> </blockquote> <p>Tanto il complesso mondo multipolare che si va formando, quanto l'urgenza che rende ormai indilazionabili scelte di lungo termine che modifichino globalmente il modello di sviluppo, rendono necessario che anche l'Europa torni ad avere il coraggio delle scelte lungimiranti. Perché noi europei non abbiamo ancora dato una vera, unitaria risposta alla fine della Guerra Fredda: non lo potremo fare nemmeno con il Trattato di Lisbona.</p> <p>Ciò che avvenne venti anni fa deve servirci da monito: non possiamo commettere un'altra volta l'errore di accontentarci. Ogni soggetto attivo della società europea deve sentirsi coinvolto perché Lisbona non sia un punto di arrivo, perché si riprenda l'iniziativa con il chiaro obiettivo di completare l'unificazione politica di quei paesi e cittadini europei disposti a stringere un vero patto costituzionale fra loro, a delegare a <strong>un governo democratico comune</strong>, dotato di risorse proprie e di un bilancio adeguato, la gestione delle grandi linee di politica economica e la gestione della politica estera, di difesa e di sicurezza comune.</p> <blockquote class="spip"> <p>Un governo democratico per l'Europa!</p> </blockquote> <p>Di questo ha bisogno l'Europa perché di questo ha bisogno il mondo! Gli egoismi nazionali delle piccole potenze europee, nonché i precari risultati dell'Unione Europea, sono il più grave ostacolo ai progetti che la società e la cultura europea sanno ancora ideare e potrebbero ancora attuare: riconversione ecologica dell'economia, sostenibilità della globalizzazione, riforma democratica dell'ONU e degli altri organismi internazionali. Se non sapremo assumerci responsabilità nel consesso dei grandi stati continentali, non potremo dare alcun contributo serio al progresso dell'umanità: né alla pace né alla nostra stessa sopravvivenza.</p>
			<div class='rss_chapo'><span class="vcard author"><a class="url fn spip_in" href="http://www.taurillon.org/_Francesco-Pigozzo_">Francesco Pigozzo</a></span></div>
		<p><a>1989-2009-Vent-anni-dopo-la-caduta-del-Muro-di-Berlino-Europa-attore?lang=it</a></p>
			</div>
		
		<div class='rss_ps'><p>L'articolo è comparso come editoriale su <a href='http://www.peacelink.it/' class='spip_out'>PeaceLink.it</a></p> <p>Fonte dell'immagine: Gruberio</p></div>
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		<title>Copenhagen 2009</title>
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		<dc:creator>Stefano Rossi</dc:creator>

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		<description>Il futuro del pianeta sarà discusso tra il 7 e il 18 dicembre a Copenhagen. Ma i protagonisti e il teatro sono quelli sbagliati. La questione ambientale, e segnatamente quella climatica, è progressivamente divenuta nell'ultimo trentennio un argomento imprescindibile dal discorso sul diritto allo sviluppo e sull'economia globale. La natura internazionalistica del fenomeno è sotto gli occhi di tutti, e non è un caso se le grandi sfide della globalizzazione si giochino in buona parte sulla gestione (...)

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		<div class='rss_chapo'><p>Il futuro del pianeta sarà discusso tra il 7 e il 18 dicembre a Copenhagen. Ma i protagonisti e il teatro sono quelli sbagliati.</p></div>
		<div class='rss_texte'><p>La questione ambientale, e segnatamente quella climatica, è progressivamente divenuta nell'ultimo trentennio un argomento imprescindibile dal discorso sul diritto allo sviluppo e sull'economia globale. La natura internazionalistica del fenomeno è sotto gli occhi di tutti, e non è un caso se le grandi sfide della globalizzazione si giochino in buona parte sulla gestione di una crescita economica sostenibile.
Ma a caratterizzare la questione climatica non è solo l'interdipendenza territoriale, per cui le possibili soluzioni al problema devono essere intraprese a livello planetario. L'approccio al problema deve essere, oltre che globale, diacronico. Le ripercussioni delle scelte che si fanno in ogni Stato non hanno valore solo “qui e oggi”, ma si estendono a tutti gli abitanti della Terra, di oggi e di domani. Emblematico è l'intervento della dodicenne Severn Suzuki alla Conferenza del '92 <a href='http://www.youtube.com/watch?v=20Ubbzn4kiU&feature=related' class='spip_out'>sui cambiamenti climatici</a>, che si rivolge ai grandi del mondo pretendendo di poter vivere, una volta adulta, in un ambiente sano, proprio come quello che hanno trovato le passate generazioni.
Ad una tale pluralità dei punti di vista dai quali affrontare la questione, si aggiunge la difficoltà di trovare soluzioni efficaci anche in relazione a tutti i problemi connessi, dal surriscaldamento globale alla deforestazione, dall'inquinamento industriale alla protezione della varietà delle specie viventi. Tutte facce di uno stesso poliedrico e a tratti indecifrabile rebus.</p> <p>A fronte di una tale complessità del problema, il mondo si interroga circa le possibili soluzioni. La responsabilità che grava sui governi è alta: ogni fallimento va a discapito delle future generazioni. Ad oggi non si può dire che nulla sia stato fatto, ad incominciare da una presa di coscienza importante, almeno a livello ufficiale, da parte delle organizzazioni internazionali. Nel 1992 viene redatta la Convenzione delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, che individua nel surriscaldamento globale, dovuto all'eccessiva emissione dei “gas serra”, il punto nodale della questione ambientale.</p> <p>La Convenzione ha il merito di ammettere che non tutti gli Stati sono uguali: in particolare, si riconosce che alcuni di essi hanno dato luogo allo sfruttamento delle risorse naturali e sostenuto un alto livello di inquinamento atmosferico, spesso a danno del corretto sviluppo di certe aree. Partendo da tale considerazione, ai Paesi industrializzati viene attribuita una responsabilità preminente nella soluzione del problema, tramite clausole di stringente riduzione delle emissioni, rispetto all'assenza di limitazioni per i Paesi in via di sviluppo (PVS). Uno dei meccanismi utilizzati per comporre il diritto allo sviluppo dei PVS con il diritto di ogni uomo di vivere in un ambiente salubre, adottato dal Protocollo di Kyōto (art. 12), è il Clean Development Mechanism (CDM). Secondo tale strumento viene permesso alle imprese dei paesi industrializzati di realizzare progetti che mirano</p> <blockquote class="spip"> <p>… frustrazione delle regole internazionali sulla concorrenza..</p> </blockquote> <p> alla riduzione delle emissioni di gas serra nei paesi in via di sviluppo senza vincoli di emissione. In questo modo viene tutelato il diritto allo sviluppo, che è così indirizzato in senso sostenibile all'interno dei PVS, e contemporaneamente le imprese che devono sopportare i limiti alle emissioni possono accumulare “crediti di emissione”, corrispondenti al guadagno ambientale che ha fruttato la realizzazione del progetto.
Nonostante il <a href='http://unfccc.int/files/press/news_room/press_releases_and_advisories/application/pdf/pressrel_080414_1000.pdf' class='spip_out'>14 aprile 2008</a> si sia festeggiato il millesimo programma attuato tramite il CDM, gli esperti sostengono che questa misura sia tutto sommato di <a href='http://www.ecoblog.it/post/5694/i-meccanismi-di-sviluppo-pulito-ci-faranno-risparmiare-6-giorni-di-emissioni' class='spip_out'>scarso impatto</a> sull'abbattimento delle emissioni. D'altra parte viene anche contestato il requisito dell'additionality, che vincolando la certificazione del progetto ad una riduzione delle emissioni “reale”, ovvero aggiuntiva rispetto alla situazione in cui il progetto non sia realizzato, ne rende difficoltosa la concessione.</p> <p>Quello che poi molti Stati industrializzati (primi tra tutti gli USA) rimproverano alla differenziazione in quanto a limiti d'emissione tra Paesi dell'Annex I (ossia quelli sviluppati) e i PVS, è la frustrazione delle regole internazionali sulla concorrenza e la scarsa attrattiva</p> <blockquote class="spip"> <p>… difficoltà a predisporre soluzioni efficaci a livello globale …</p> </blockquote> <p> per le imprese degli strumenti previsti.
D'altra parte non si può certo negare che alcuni PVS presentino oggi un livello di sviluppo economico accresciutosi considerevolmente nell'ultimo decennio (si pensi al Brasile o alla Cina). Siamo sicuri che sia efficace continuare a sollevare questi colossi da ogni limite di emissione? Diversamente, includere nell'Annex I i PVS significherebbe esporli al mercato dei crediti di emissioni, permettendo ai Paesi industrializzati di comprare il loro “diritto ad inquinare”, nonché pregiudicare la sostenibilità del loro sviluppo.</p> <p>La difficoltà di predisporre soluzioni efficaci a livello globale, trova una valvola di sfogo nelle azioni che vengono attuate a livello regionale: l'Unione Europea, tramite la direttiva 87/2003 ha disciplinato una sorta di mercato interno delle emissioni, confidando nell'efficienza delle scelte delle imprese. Viene in particolare prevista una multa, direttamente proporzionale alle emissioni non bilanciate dall'acquisizione di crediti di emissione a fine anno.</p> <p>L'appuntamento di dicembre 2009 a <a href='http://en.cop15.dk/' class='spip_out'>Copenhagen</a>, quindicesimo COP (Conference of the Parties) successivo alla Convenzione del '92, sarà molto importante, in quanto potrebbe portare ad una modifica, o addirittura all'abrogazione del Protocollo di Kyoto, che rappresenta ad oggi lo strumento internazionale di maggior rilevanza per l'abbattimento dell'emissione dei “gas serra”. I negoziati preliminari non sono giunti ad una bozza definitiva, e hanno registrato una forte resistenza da parte dei PVS all'abrogazione del Protocollo, che garantisce loro uno scudo contro la limitazione delle emissioni. Ridiscutere i termini e le responsabilità dell'attuazione degli obiettivi della Convenzione potrebbe essere rischioso, ma sembra ad oggi necessario.</p> <p>Ma i gravi dubbi e difficoltà che circondano la Conferenza non sono inevitabili. In primo luogo saranno</p> <blockquote class="spip"> <p>… difficoltà e dubbi attorno alla Conferenza che non sono inevitabili …</p> </blockquote> <p>rappresentati 192 Stati, ognuno con le proprie rivendicazioni e problematiche, sommariamente divisi nel tradizionale spartiacque tra Paesi industrializzati e PVS. Questa situazione non può che complicare i negoziati e dar vita a logiche diplomatiche che poco hanno a che fare con la difesa dell'ambiente.</p> <p>Sarebbe auspicabile che gli Stati componessero i propri interessi prima a livello di macro-regioni, e l'UE deve dare un segno forte in tal senso. Inoltre è necessario che venga creata una struttura stabile, con maggiori propri poteri e risorse finanziarie, al fine di controllare e promuovere progetti più coraggiosi e incisivi sull'abbattimento delle emissioni.
Un organismo di questo tipo potrebbe dare credibilità e autorevolezza alla causa ambientale nel mondo delle grandi multinazionali e delle Istituzioni finanziarie internazionali.</p> <p>L'ambito diplomatico e intergovernativo è l'habitat ideale per fare i giochi delle grandi potenze, che possono con il loro peso dividere i PVS ed ottenere un ambiente più pulito per poterlo inquinare senza preoccupazioni. Emblematica è la situazione degli</p> <blockquote class="spip"> <p>… quando affondò il Titanic …</p> </blockquote> <p> USA, che hanno partecipato alle negoziazioni di Kyoto, per poi non ratificare il Protocollo: come in un patto leonino, hanno condiviso gli utili ed addossato agli altri i costi.
La nuova Presidenza americana dovrà assumere una posizione seria e responsabile, così come starà all'Unione europea fare la sua parte, parlando con una voce sola.
Il rischio è che a pagare siano in definitiva i PVS: quando il Titanic affondò, le scialuppe erano solo per la prima classe.</p>
			<div class='rss_chapo'><span class="vcard author"><a class="url fn spip_in" href="http://www.taurillon.org/_Stefano-Rossi_">Stefano Rossi</a></span></div>
		<p><a>Copenhagen-2009?lang=it</a></p>
			</div>
		
		<div class='rss_ps'><p>Fonte dell'immagine: World Wide Web</p></div>
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		<title>Un'Europa laica garante dei diritti dei suoi cittadini</title>
		<link>http://www.taurillon.org/Un-Europa-laica-garante-dei-diritti-dei-suoi-cittadini</link>
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		<dc:creator>Armando Crupi</dc:creator>

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		<description>Il 21 Ottobre 2009 la Corte di Strasburgo accoglie il ricorso di Luigi Lombardi Vallauri: 10 mila euro di risarcimento. Nel 1998 il prof. Lombardi Vallauri (docente filosofo del diritto all'Università di Firenze e dal 1976 all'Università del Sacro Cuore di Milano) fu sospeso dall'attività didattica presso l'Università cattolica per il suo insegnamento, giudicato eterodosso rispetto alla dottrina della chiesa cattolica e per le sue posizioni “nettamente contrarie alla dottrina cattolica”; egli non (...)

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		<div class='rss_chapo'><p>Il 21 Ottobre 2009 la Corte di Strasburgo accoglie il ricorso di Luigi Lombardi Vallauri: 10 mila euro di risarcimento.</p></div>
		<div class='rss_texte'><p>Nel 1998 il prof. Lombardi Vallauri (docente filosofo del diritto all'Università di Firenze e dal 1976 all'Università del Sacro Cuore di Milano) fu sospeso dall'attività didattica presso l'Università cattolica per il suo insegnamento, giudicato eterodosso rispetto alla dottrina della chiesa cattolica e per le sue posizioni “nettamente contrarie alla dottrina cattolica”; egli non avrebbe dovuto più insegnare “ per rispetto della verità, del bene degli studenti e di quello dell'Università”.</p> <p>Il filosofo, di formazione teologica, si laureò in Giurisprudenza. Autore di una vastissima serie di saggi filosofico- giuridici, pubblicati tra il 1967 e il 1981, assunse nel 1989, con “Terre, Terra del Nulla, Terra degli uomini, Terra dell'Oltre”, una posizione radicalmente critica nei confronti della dottrina cattolica ortodossa, aprendo così un nuovo filone della sua ricerca.</p> <p>Lombardi Vallauri è sicuramente un pensatore di genio. Originale; controcorrente. Non un buffone, non un eretico a tutti i costi. Ha maturato con fatica le sue posizioni. Ben dentro un cattolicesimo cui lo legano, tra l'altro, parentele illustri.</p> <p>In seguito all'espulsione ricorse al TAR della Lombardia e poi al Consiglio di Stato: facile la risposta dei giudici amministrativi: non sindachiamo quello che decide la chiesa; così vuole il concordato, così vuole la Corte costituzionale. Rimaneva solo il ricorso alla corte di Strasburgo (CEDU), garante dei diritti dei cittadini europei come vuole la “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali”
Convenzione che negli anni sta acquistando sempre più importanza (come il progetto europeo stesso) tant'è che il <a href='http://it.wikipedia.org/wiki/Regno_Unito' class='spip_out'>Regno Unito</a>, come gli veniva richiesto da decenni, ha adottato nel 1998 (sotto il nome di “human Right Act”) la CEDU come propria, includendola nel "Bill of right”.</p> <p>La Corte può conoscere sia ricorsi individuali che ricorsi da parte degli Stati. Essa svolge tuttavia una funzione sussidiaria rispetto agli organi giudiziari nazionali, in quanto le domande sono ammissibili solo una volta esaurite le vie di ricorso interne (regola del previo esaurimento dei ricorsi interni), secondo quanto prevede la stessa Convenzione nonché le norme di Diritto internazionale generalmente riconosciute. Gli Stati firmatari della Convenzione si sono impegnati a dare esecuzione alle decisioni della Corte europea. Il controllo sull'adempimento di tale obbligo è rimesso al Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa. La Corte può emettere anche pareri consultivi, a richiesta del Comitato di Ministri, su questioni giuridiche riguardanti la interpretazione della Convenzione e i suoi Protocolli Addizionali.</p> <p>Esito del ricorso: l'Italia è stata condannata per aver violato la libertà d'espressione del professore e il suo diritto a un giusto processo. 
Infatti, il processo al Professore era stato avviato dal cardinale Pio Laghi, prefetto della Congregazione per l'educazione cattolica con numerosi vizi di forma. L'imputato non aveva avuto il testo dei capi d'imputazione che gli avrebbe consentito una difesa. Fuori dunque dal patto internazionale sui diritti civili, peraltro mai sottoscritto dalla Santa Sede.
Inoltre l'istruttoria si svolse in segreto dal domenicano Georges Cottier, responsabile del comitato che ora indaga sull'Inquisizione. Vi ha partecipò anche don Velasio De Paolis, l'unica persona che l'imputato ha incontrato. L'espulsione fu notificata con la lettera del rettore della Cattolica Adriano Bausola del 4 novembre 1998 e giunta a Lombardi poche ore prima del Consiglio di facoltà.</p> <p>Quindi la giustizia amministrativa italiana esce male dall'esame della Corte Europea: da Strasburgo viene censurata per aver abdicato al suo dovere di vaglio dell'atto incriminato, per essersi nascosta dietro in comodo rinvio alla decisione della Santa Sede.
Ma la vera condannata è l'Università Cattolica, invano costituitasi di fronte alla Corte Europea; soprattutto quel pezzo di Cattolica che in un fatale consiglio di facoltà, ricostruito dai giudici europei, respinse a risicata maggioranza la mozione in cui si domandavano chiarimenti alla Santa Sede.
Per i giudici di</p> <blockquote class="spip"> <p>… la giustizia amministrativa italiana viene censurata da Strasburgo …</p> </blockquote> <p>Strasburgo la decisione sull'espulsione del filosofo è stata “<i>priva di motivazione e presa in assenza di un reale contraddittorio</i>”
In effetti qualora si chiedesse allo stesso Vallauri quali sono stati i motivi dell'accusa, vi risponderà: “<i>Di preciso non lo so, perché gli «errori» che ho commesso non mi sono mai stati contestati in modo puntuale. In una lettera vengono indicati sinteticamente: dottrina sull'Inferno, peccato originale, autorità del Magistero, morale sessuale. Cosa ho detto sull'Inferno che irrita la Chiesa? Secondo proclami solenni di Concili ecumenici approvati dal Papa, tutti gli esseri umani, bambini compresi, sono destinati all'Inferno per via del peccato originale, a meno che non ricevano la salvezza attraverso il battesimo. Inoltre vanno all'Inferno tutti coloro che hanno compiuto peccati «attuali» (per distinguerli dal peccato originale) quali il bacio che non porta alla copula o non andare in chiesa la domenica. Ora, come filosofo del diritto, osservo che il peccato originale è contrario al principio della responsabilità personale, cioè a un principio cardine del diritto; e che una pena eterna è, da un lato, sproporzionata a qualunque delitto uno possa avere compiuto e, dall'altro, inadatta alla rieducazione del condannato, due caratteristiche che la rendono giuridicamente inammissibile.”</i></p> <blockquote class="spip"> <p>… un'Europa laica per la tutela dei diritti dei cittadini …</p> </blockquote> <p>
E ancora:<i> “Tra le cose strane che la Chiesa ha detto e che mi sono permesso di far notare c'è ad esempio la seguente: nel 1520 papa Leone X ha condannato solennemente come contraria alla verità cattolica la frase di Lutero: «Ereticos comburi est contra voluntatem Spiritus», bruciare gli eretici è contro la volontà dello Spirito santo. Ciò significa che, secondo la verità cattolica, lo Spirito santo approva, se non comanda, la combustione degli eretici. Non mi risulta che la Chiesa abbia mai smentito questa posizione dottrinale.”</i></p> <p><strong>L'Europa quindi si rivela fondata su principi laici, ma ciò che è più caro alla Corte di Strasburgo sono i diritti dei cittadini: si occupa della tutela di questi, e interviene laddove lo Stato nazionale si ferma. </strong></p>
			<div class='rss_chapo'><span class="vcard author"><a class="url fn spip_in" href="http://www.taurillon.org/_Armando-Crupi_">Armando Crupi</a></span></div>
		<p><a>Un-Europa-laica-garante-dei-diritti-dei-suoi-cittadini?lang=it</a></p>
			</div>
		
		<div class='rss_ps'><p>Fonte dell'immagine: World Wide Web</p></div>
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		<title>La politica estera della Cina in Africa e nel resto del mondo</title>
		<link>http://www.taurillon.org/La-politica-estera-della-Cina-in-Africa-e-nel-resto-del-mondo</link>
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		<dc:date>2009-10-29T23:00:00Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Luca Alfieri</dc:creator>

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		<dc:subject>Cina</dc:subject>
		<dc:subject>Africa</dc:subject>

		<description>Per capire l'attuale politica in Africa e nel resto del mondo bisognerebbe leggersi il trattato dell'antica Cina di Sun Tzu: “L'arte della guerra” [1]. Da quest'opera, studiata nelle accademie militari di tutto il mondo, si può comprendere il pensiero strategico cinese o comunque cercare di interpretarlo. L'autore de “L'arte della guerra”, contrariamente ad altri scrittori di strategia militare, ritiene che […]ottenere cento vittorie in cento battaglie non è dimostrazione di grandissima abilità. (...)

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		<div class='rss_chapo'><p>Per capire l'attuale politica in Africa e nel resto del mondo bisognerebbe leggersi il trattato dell'antica Cina di Sun Tzu: <i>“L'arte della guerra”</i><span class='csfoo htmla'></span> [<a href='#nb1' class='spip_note' rel='footnote' title='I riferimenti a “L'arte della Guerra” di Sun Tzu provengono dal testo di (...)' id='nh1'>1</a>]<span class='csfoo htmlb'></span>.
Da quest'opera, studiata nelle accademie militari di tutto il mondo, si può comprendere il pensiero strategico cinese o comunque cercare di interpretarlo.</p></div>
		<div class='rss_texte'><p>L'autore de <i>“L'arte della guerra”</i>, contrariamente ad altri scrittori di strategia militare, ritiene che […]ottenere cento vittorie in cento battaglie non è dimostrazione di grandissima abilità. Soggiogare il nemico senza combattere rappresenta la vera vetta dell'arte militare (<i>Sun Tzu, L'arte della guerra, cap.3 Programmare un'offensiva</i>) .</p> <p>Inoltre, pur essendo un trattato militare, <i>“L'arte della guerra”</i> non sottovaluta la possibilità di un conflitto, ma anzi la sconsiglia fortemente. La guerra è il compito più importante che uno stato possa intraprendere. La base sulla quale si decide la vita o la morte del paese, il Tao<span class='csfoo htmla'></span> [<a href='#nb2' class='spip_note' rel='footnote' title='Il Tao è un elemento molto importante nella cultura orientale e nella (...)' id='nh2'>2</a>]<span class='csfoo htmlb'></span>che può determinare la sua sopravvivenza o la sua estinzione. Per questa ragione si tratta di una attività che dev'essere ponderata e analizzata (Sun Tzu, L'arte della guerra, cap.1 Valutazioni iniziali).</p> <blockquote class="spip"> <p>…La politica cinese, in Africa e non solo, si rifà a questi insegnamenti …</p> </blockquote> <p>
La Cina, presentandosi come “il più grande paese in via di sviluppo del mondo” come enunciato nel documento del 2006 del Ministero degli Esteri cinese sulle relazioni tra Cina e Africa<span class='csfoo htmla'></span> [<a href='#nb3' class='spip_note' rel='footnote' title='China's African policy 12/01/2006' id='nh3'>3</a>]<span class='csfoo htmlb'></span>, intende, tramite accordi molto più vantaggiosi rispetto a quelli occidentali, accaparrarsi le immense ricchezze del continente dimenticato.</p> <p>Di solito, tali accordi prevedono una compartecipazione alle attività produttive e soprattutto ai ricavi; collaborazioni per la costruzioni di infrastrutture a prezzi ragionevoli e in tempi brevi. Tali accordi non prevedono alcuna discriminante per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani o il supporto in attività anti-terrorismo. L'unica condizione posta dalle autorità cinesi per instaurare rapporti di affari è il non riconoscimento di Taiwan<span class='csfoo htmla'></span> [<a href='#nb4' class='spip_note' rel='footnote' title='Si veda Caracciolo, L., (2006). Appuntamento a Timbuktu e Panozzo, I., (...)' id='nh4'>4</a>]<span class='csfoo htmlb'></span>.
Ovviamente questi accordi sono stati salutati con molto entusiasmo dalle istituzioni africane anche in considerazione dei decenni di sfruttamento delle multinazionali degli ex colonizzatori e delle politiche perpetrate dagli ideatori del “<i>Washington consensus</i>”.</p> <p>E l'Europa che cosa fa? A quanto pare poco. La mancanza di un governo unico europeo e soprattutto di una politica estera comune non permette agli stati europei di reagire nel migliore dei modi a questa situazione. Molti di essi non destinano ancora la percentuale di Pil promessa nella Dichiarazione del millennio agli aiuti allo sviluppo<span class='csfoo htmla'></span> [<a href='#nb5' class='spip_note' rel='footnote' title='UniMondo' id='nh5'>5</a>]<span class='csfoo htmlb'></span>. Come se ciò non bastasse, alcuni stati europei vedono ancora l'Africa nella sua totalità come quella di vent'anni fa, ma l'Africa è cambiata molto negli ultimi anni.</p> <p>Molti paesi africani hanno ritmi di sviluppo molto elevati, anche tenendo conto della crisi economica attuale. Paesi come l'Angola hanno avuto un tasso di crescita annuo del Pil intorno al 13%<span class='csfoo htmla'></span> [<a href='#nb6' class='spip_note' rel='footnote' title='Dal sito della CIA' id='nh6'>6</a>]<span class='csfoo htmlb'></span> .
Certo, esistono ancora alcuni paesi in gravissime condizioni, (es. lo Zimbabwe), ma è sciocco continuare a vedere l'Africa come un unicum uniforme e a ragionare solo in termini di aiuti allo sviluppo e non di investimenti diretti basati su una vera cooperazione internazionale, che dovrebbe fondarsi su una “nuova e armoniosa convivenza” tra Africa e Europa. J.P. Pougala<span class='csfoo htmla'></span> [<a href='#nb7' class='spip_note' rel='footnote' title='Lettera aperta di J.P.Pougala al ministro degli affari esteri italiano (...)' id='nh7'>7</a>]<span class='csfoo htmlb'></span>, federalista africano ed europeo, ha recentemente scritto una lettera aperta al ministro degli esteri italiano Franco Frattini lamentando una visione anacronistica dell'Africa.</p> <p>Pougala denuncia come i “falchi” africani si stiano servendo di questa visione errata dell'Africa per mascherare la loro corruzione e incapacità, fomentando e indirizzando la rabbia dei loro concittadini verso “l'uomo bianco”e i governanti cinesi ne stanno approfittando e sfruttano anche l'inesistenza di una voce unica dell'Europa. Ma questa voce unica non può esistere se non con la creazione di un governo unico di un'Europa federale che dialoghi con l'Unione Africana da pari a pari.</p> <p>Non sono una sorpresa, quindi, le recenti dichiarazioni del Presidente del Senegal Wade: “<i>in meno di 10 anni di cooperazione con la Cina, l'Africa ha ottenuto 1000 volte più di quanto ha avuto in 400 anni di relazioni, di chiacchiere e dolori con l'Europa.</i>”
L'Europa rischia di perdere l'Africa e non solo da un punto di vista materiale.
Pougala ritiene che l'UE debba riconciliarsi definitivamente con l'Africa convocando una conferenza internazionale che metta la parola fine agli odi del passato. Come osservato dal Presidente della commissione dell'Unione Africana Jean Ping ,“l'Europa e l'Africa sono divisi solo dai 15 km dello stretto di Gibilterra e dal Mar Mediterraneo, che ormai è un grande lago<span class='csfoo htmla'></span> [<a href='#nb8' class='spip_note' rel='footnote' title='Dal sito di EuroNews' id='nh8'>8</a>]<span class='csfoo htmlb'></span>”. Considerando gli oltre cinque secoli di rapporti tra Africa ed Europa, non sembrerebbe un'impresa impossibile riuscire a ricucire i rapporti tra europei e africani e avviare una collaborazione proficua per entrambi. La Cina lo sa e per questo sta cercando di approfittare della nostra incapacità di dialogo per separarci da potenziali amici ed alleati (la compromissione delle alleanze del nemico è raccomandata da Sun Tzu nel cap.3 dell'arte della guerra, Programmare un'offensiva).</p> <p>L'unico neo della politica cinese, che sta emergendo negli ultimi tempi, è il fatto che la Cina non utilizzi manodopera locale ma cinese e, come se non bastasse, per i pochi dipendenti africani l'avanzamento di carriera è proibito perché riservato ai dipendenti cinesi<span class='csfoo htmla'></span> [<a href='#nb9' class='spip_note' rel='footnote' title='Il documentario di Current tv “Chinatown Africa” che metteva in risalto (...)' id='nh9'>9</a>]<span class='csfoo htmlb'></span></p> <p>Questa falla nel sistema sino-africano, che dovrebbe fondarsi su reciproci vantaggi, ha già avuto gravi conseguenze nei rapporti tra i lavoratori cinesi in Africa e la popolazione locale, per cui si sono verificati episodi di violenza<span class='csfoo htmla'></span> [<a href='#nb10' class='spip_note' rel='footnote' title='Dal sito del Telegraph.co.uk' id='nh10'>10</a>]<span class='csfoo htmlb'></span>.</p> <blockquote class="spip"> <p>… a questo punto ci si dovrebbe chiedere perché la Cina insiste nell'impiegare manodopera cinese? …</p> </blockquote> <p>La risposta potrebbe risiedere nei problemi di instabilità sociale interna che rischiano di frenare la crescita del paese.
Il ragionamento delle autorità è probabilmente il seguente: incentiviamo una parte dei lavoratori cinesi a lavorare all'estero per un periodo abbastanza lungo (i contratti prevedono solitamente una permanenza in Africa per un lungo periodo), così avremo meno persone di cui occuparci almeno nel medio termine, permettendoci di condurre con maggiore tranquillità politiche economiche di ampio respiro. A ciò si deve aggiungere la considerazione che i soldi delle rimesse dei</p> <blockquote class="spip"> <p>… il rischio di instabilità sociale interna che rischia di frenare il paese…</p> </blockquote> <p> migranti vanno comunque alle famiglie rimaste in patria aumentandone la capacità di acquisto.
Per quanto riguarda gli accordi con i paesi extra africani l'obiettivo e il metodo sono gli stessi: avere a disposizione più risorse possibili e magari contemporaneamente toglierle ai concorrenti europei e americani.
Si pensi agli accordi con il Pakistan riguardanti il porto di Gwadar che sarà la base per la futura penetrazione del golfo persico<span class='csfoo htmla'></span> [<a href='#nb11' class='spip_note' rel='footnote' title='Dal sito di QuadranteFuturo.it' id='nh11'>11</a>]<span class='csfoo htmlb'></span> e alla costruzione di nuovi oleodotti in accordo con le ex repubbliche sovietiche (con il beneplacito russo si intende<span class='csfoo htmla'></span> [<a href='#nb12' class='spip_note' rel='footnote' title='Dal sito di AsiaNews.com' id='nh12'>12</a>]<span class='csfoo htmlb'></span>) che diventeranno importantissimi nel caso di un blocco dello stretto della Malacca da dove passa più del 70% delle materie prime dirette in Cina<span class='csfoo htmla'></span> [<a href='#nb13' class='spip_note' rel='footnote' title='Dal sito di QuadranteFuturo.it' id='nh13'>13</a>]<span class='csfoo htmlb'></span>.</p> <p>Anche le rivendicazioni cinesi per il controllo degli atolli nel Mar Cinese meridionale, che si dice siano attorniati da grossi giacimenti petroliferi, si inseriscono in questa politica di accaparramento delle materie prime<span class='csfoo htmla'></span> [<a href='#nb14' class='spip_note' rel='footnote' title='Si veda Caracciolo, L., (2006) L'America contro se stessa e soprattutto (...)' id='nh14'>14</a>]<span class='csfoo htmlb'></span>.</p> <p>La Cina si sta, quindi, preparando in anticipo rispetto alle altre potenze, soprattutto Usa e Europa, alla corsa alle materie prime che sarà inevitabile se si continuerà</p> <blockquote class="spip"> <p>… vincere senza combattere …</p> </blockquote> <p>a perseguire la strada della politica di potenza tra gli stati e non si sposerà una maggiore redistribuzione concordata delle risorse attraverso un'autorità super partes e con ampi poteri decisionali.
La Cina però applica da sempre i principi dell'arte della guerra e sa che è sconsigliabile iniziare una guerra dato che essa, come insegnava Sun Tzu, mette in pericolo la sopravvivenza stessa dello stato (a maggior ragione se si tratta di una guerra atomica <i>ndr</i>).</p> <p>Per questo motivo la Cina intende accaparrarsi la maggior parte delle risorse possibili preparandosi a sostituire gli Usa come potenza egemone nel futuro senza sparare neanche un colpo.</p> <p>Vincere senza combattere. Gli insegnamenti di Sun tzu applicati alla politica di potenza nel XXI secolo.</p>
			<div class='rss_chapo'><span class="vcard author"><a class="url fn spip_in" href="http://www.taurillon.org/_Luca-Alfieri_">Luca Alfieri</a></span></div>
		<p><a>La-politica-estera-della-Cina-in-Africa-e-nel-resto-del-mondo?lang=it</a></p>
			</div>
		
		<hr />
		<div class='rss_notes'><p><span class='csfoo htmla'></span>[<a href='#nh1' id='nb1' class='spip_note' title='Note 1' rev='footnote'>1</a>] <span class='csfoo htmlb'></span> I riferimenti a “L'arte della Guerra” di Sun Tzu provengono dal testo di Sawyer, R. D., (1999). L'arte della guerra di Sun Tzu, I metodi militari di Sun Pin. 5° ed. Vicenza: Neri Pozzi.</p><p><span class='csfoo htmla'></span>[<a href='#nh2' id='nb2' class='spip_note' title='Note 2' rev='footnote'>2</a>] <span class='csfoo htmlb'></span>Il Tao è un elemento molto importante nella cultura orientale e nella religione Taoista, in questo contesto è inteso come via o sentiero.</p> <p><span class='csfoo htmla'></span>[<a href='#nh3' id='nb3' class='spip_note' title='Note 3' rev='footnote'>3</a>] <span class='csfoo htmlb'></span> <a href='http://www.fmprc.gov.cn/eng/zxxx/t230615.htm' class='spip_out'>China's African policy 12/01/2006</a></p> <p><span class='csfoo htmla'></span>[<a href='#nh4' id='nb4' class='spip_note' title='Note 4' rev='footnote'>4</a>] <span class='csfoo htmlb'></span>Si veda Caracciolo, L., (2006). Appuntamento a Timbuktu e Panozzo, I., (2006). La Cina Invade l'Africa. Limes n° 3, 2006.</p> <p><span class='csfoo htmla'></span>[<a href='#nh5' id='nb5' class='spip_note' title='Note 5' rev='footnote'>5</a>] <span class='csfoo htmlb'></span> <a href='http://unimondo.opencontent.it/Notizie/Aiuti-allo-sviluppo-Italia-penultima-in-Europa-riporta-Osce#' class='spip_out'>UniMondo</a></p> <p><span class='csfoo htmla'></span>[<a href='#nh6' id='nb6' class='spip_note' title='Note 6' rev='footnote'>6</a>] <span class='csfoo htmlb'></span> <a href='https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/ao.html' class='spip_out'>Dal sito della CIA</a></p> <p><span class='csfoo htmla'></span>[<a href='#nh7' id='nb7' class='spip_note' title='Note 7' rev='footnote'>7</a>] <span class='csfoo htmlb'></span> <a href='http://www.taurillon.org/Lettera-al-Ministro-Italiano-degli-Esteri-Franco-Frattini' class='spip_in'>Lettera aperta di J.P.Pougala al ministro degli affari esteri italiano Franco Frattini</a></p> <p><span class='csfoo htmla'></span>[<a href='#nh8' id='nb8' class='spip_note' title='Note 8' rev='footnote'>8</a>] <span class='csfoo htmlb'></span> <a href='http://it.euronews.net/2008/11/19/will-africa-pay-the-price-of-the-rich-worlds-financial-crisis/' class='spip_out'>Dal sito di EuroNews</a></p> <p><span class='csfoo htmla'></span>[<a href='#nh9' id='nb9' class='spip_note' title='Note 9' rev='footnote'>9</a>] <span class='csfoo htmlb'></span>Il documentario di Current tv “Chinatown Africa” che metteva in risalto questi problemi è ora difficilmente rintracciabile sul web, consiglio di provare a cercarlo con programmi peer to peer <a href='http://current.com/items/90006284_linvasione-cinese.htm' class='spip_out'>Questo link</a> mostra il trailer del documentario e sotto il video si trova un riassunto del servizio..</p> <p><span class='csfoo htmla'></span>[<a href='#nh10' id='nb10' class='spip_note' title='Note 10' rev='footnote'>10</a>] <span class='csfoo htmlb'></span> <a href='http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/1530464/Rioters-attack-Chinese-after-Zambian-poll.html' class='spip_out'>Dal sito del Telegraph.co.uk</a></p> <p><span class='csfoo htmla'></span>[<a href='#nh11' id='nb11' class='spip_note' title='Note 11' rev='footnote'>11</a>] <span class='csfoo htmlb'></span> <a href='http://www.quadrantefuturo.it/appunti/paesi/la-strategia-cinese-del-filo-di-perle.aspx' class='spip_out'>Dal sito di QuadranteFuturo.it</a></p> <p><span class='csfoo htmla'></span>[<a href='#nh12' id='nb12' class='spip_note' title='Note 12' rev='footnote'>12</a>] <span class='csfoo htmlb'></span> <a href='http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=16588&size=A' class='spip_out'>Dal sito di AsiaNews.com</a></p> <p><span class='csfoo htmla'></span>[<a href='#nh13' id='nb13' class='spip_note' title='Note 13' rev='footnote'>13</a>] <span class='csfoo htmlb'></span> <a href='http://www.quadrantefuturo.it/media/3134/strategia%20filo%20perle_cc.pdf' class='spip_out'>Dal sito di QuadranteFuturo.it</a></p> <p><span class='csfoo htmla'></span>[<a href='#nh14' id='nb14' class='spip_note' title='Note 14' rev='footnote'>14</a>] <span class='csfoo htmlb'></span> Si veda Caracciolo, L., (2006) L'America contro se stessa e soprattutto Mastrolia, N., (2006). Limes n°4, 2006</p></div>
		<div class='rss_ps'><p>Fonte dell'immagine: World Wide Web</p></div>
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		<title>Difesa europea, la grande illusione (?)</title>
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		<dc:date>2009-10-26T23:50:40Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Traduzione di Matteo Minchio, Fabrice Pozzoli-Montenay</dc:creator>

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		<dc:subject>Défense</dc:subject>
		<dc:subject>Defence Policy</dc:subject>

		<description>Proprio quando le questioni legate alla difesa tornano d'attualità (scudo antimissile, vendita dei caccia Rafale) un libretto mette una spina nel fianco del dibattito sulla difesa europea. Jean-Dominique Merchet è ben conosciuto come giornalista di Libération, specialista di questioni militari e autore del blog «secret défense», che vanta un ottimo numero di contatti. La sua ultima opera «Défense européenne, la grande illusion» ha il gran merito di essere chiara e senza fronzoli in un ambito dove la (...)

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		<div class='rss_chapo'><p>Proprio quando le questioni legate alla difesa tornano d'attualità (scudo antimissile, vendita dei caccia Rafale) un libretto mette una spina nel fianco del dibattito sulla difesa europea. Jean-Dominique Merchet è ben conosciuto come giornalista di Libération, specialista di questioni militari e autore del blog «<i>secret défense</i>», che vanta un ottimo numero di contatti.</p></div>
		<div class='rss_texte'><p>La sua ultima opera «<i>Défense européenne, la grande illusion</i>» ha il gran merito di essere chiara e senza fronzoli in un ambito dove la realtà sul campo sparisce troppo spesso sotto i discorsi fatti dai politici. Egli espone, con dei termini che il comune mortale può comprendere, dei problemi che si pongono da decenni per la realizzazione di un' «Europea della difesa». In 120 pagine, egli tocca tutti i temi: programma di armamenti, interventi all'estero, uso dell'arma atomica, reattività operativa…L'opera gioca in tono polemico, mettendo di nuovo in causa i grandi discorsi europei che talvolta nascondono formule vuote, o peggio, della polvere sugli occhi. Egli smonta tranquillamente gli idealisti europei, che troppo spesso prendono i loro desideri per la realtà. Ma, spinto da un ardore da giustiziere, il libro confonde a volte degli aspetti molto diversi della difesa europea e li mette tutti nello stesso sacco.</p> <p>La Francia è da molti anni impegnata in teatri lontani e violenti, ma il bilancio della Difesa non cessa di essere rivisto al ribasso. La necessità di disporre di strumenti all'avanguardia e nel contempo comuni alle nazioni europee potrebbe portare a trovare la soluzione nella messa in opera di una politica comune dei programmi d'armamenti. Secondo l'autore, questa soluzione non sarebbe che un'illusione. Il caso del Rafale francese rispetto all'Eurofighter è presentato come la prova dell'inefficacia dei programmi europei d'armamenti. Il costo di un Rafale, programma franco-francese è di 135M € per aeroplano. L'Eurofighter, programma britannico, tedesco, spagnolo e italiano sarebbe il 50% più caro. Il programma A400M, aereo di trasporto militare di Airbus, è presentato come “un'immensa sciocchezza”, che volendo soddisfare tutti i committenti si trova incapace di funzionare. Effettivamente, si ha di che interrogarsi. Ma l'elicottero NH90, altro programma europeo, malgrado il suo successo commerciale (529 esemplari commissionati), è denigrato dall'autore perché i paesi clienti desiderano “delle versioni diverse” per rispondere ai loro bisogni specifici. In questo settore, che questo accada non è nulla di straordinario, e ci si può chiedere perchè sia classificato tra i fallimenti. Una conclusione che a nostro avviso è un po' troppo semplicistica.</p> <p>In effetti, Jean-Dominique Merchet dispone di esempi solidi per criticare i programmi europei di armamento. Ma bisogna sottolineare che sono in primo luogo intergovernativi. L'Unione europea non può dire la sua sulla realizzazione di questi equipaggiamenti e l'Agenzia europea degli armamenti, creata nel 2004, non gioca un ruolo centrale. Questi dossier sono assegnati e gestiti dagli Stati che non si augurano in ogni caso che la Commissione o il Parlamento europeo intervengano nei loro affari. Ci si può d'altronde domandare cosa significhi davvero la parola “europeo”, per le numerose tecnologie usate sviluppate fuori dell'Europa.</p> <p>Sulla difesa nucleare l'autore ritorna sul suo approccio : “ci sono delle armi nucleari in Europa, ma esse non sono europee. Francesi, britanniche o americane, tutte contribuiscono alla difesa dell'Europa restando in mani nazionali”. Ancora una volta ci si può interrogare sulla critica: la forza nucleare resta il bastione della sovranità e dell'indipendenza nazionale, è sorprendente presentare questa come una debolezza dell'Europa.</p> <h3 class="spip">Le operazioni esterne dell'UE</h3> <p>Le operazioni esterne dell'UE mostrano bene la Politica estera e di sicurezza comune dell'Unione. L'autore ironizza, un po' semplicisticamente, sui contingenti europei eterocliti che sono stati forniti alle diverse operazioni all'estero dell'UE in Ciad, Congo e nei Balcani. I contingenti slovacchi, albanesi, croati o lettoni che si innestano in queste operazioni sono spesso rappresentanze simboliche e assomigliano a gesti politici. Ma ciò che accomuna tutte le operazioni esterne internazionali, è che esse sono sotto l'autorità dell'ONU, della NATO o dell'UE.</p> <p>D'altra parte, l'autore qualifica i progetti Atalanta (operazione anti-pirateria), l'Erasmus della Difesa (formazione di ufficiali), Musis (osservazione spaziale) dei “piccoli progetti utili che non cambieranno la faccia dell'Europa”. Dobbiamo pensare che questi “piccoli” progetti che funzionano sono inutili e che i “grandi” progetti, votati all'insuccesso secondo l'autore, sarebbero vani?</p> <p>Nella sua conclusione, Jean-Dominique Merchet mette in guardia: “l'attaccamento viscerale di una parte dell'opinione pubblica, in particolare delle elite socio-culturali, al progetto europeo è un fatto talmente incontestabile quanto la vanità di una difesa comune”. Ma egli dimentica, un poco facilmente, che l'Europa, sia quella della Difesa o di un altro settore, non è altro che il risultato delle politiche degli Stati Membri. Troppo spesso in questa opera, è fatta confusione tra l'Unione europea e le cooperazioni internazionali e intergovernative. A difesa dell'autore, una tale confusione è purtroppo abituale e non può che portare il cittadino fuori strada.</p> <p><strong>Rimane il fatto che questo libro solleva un buon dibattito, delle vere questioni, che meriterebbero di essere più spesso trattate nei nostri giornali. Apprezziamo dunque un'opera che vuole rimettere i fatti in primo piano e permette di sottolineare che la Difesa non è un lusso.</strong></p>
			<div class='rss_chapo'><span class="vcard author"><a class="url fn spip_in" href="http://www.taurillon.org/_Traduzione-di-Matteo-Minchio_">Traduzione di Matteo Minchio</a></span>, <span class="vcard author"><a class="url fn spip_in" href="http://www.taurillon.org/_Fabrice-Pozzoli-Montenay_">Fabrice Pozzoli-Montenay</a></span></div>
		<p><a>Difesa-europea-la-grande-illusione?lang=it</a></p>
			</div>
		
		<div class='rss_ps'><p>«<i>Défense européenne, la grande illusion</i>», di <i>Jean-Dominique Merchet</i>, 126 pagine, ed. Larousse, collezione «<i>A dire vrai</i>».</p> <p>La redazione di Eurobull ringrazia l'<a href='http://www.ajefrance.com/article-16982.html' class='spip_out'>Association des Journalistes Européens</a> per averci autorizzati a riprodurre questo articolo pubblicato sul <a href='http://www.ajefrance.com/article-36333156.html' class='spip_out'>loro sito internet</a> .</p> <p><strong>Illustrazione :</strong> Copertina del libro</p> <p><strong>Fonte:</strong> Site de l'AJE</p></div>
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		<title>IL PD e l'Europa</title>
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		<dc:date>2009-10-23T06:50:07Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Chiara Cipolletta</dc:creator>

<category domain="http://www.taurillon.org/-Attualita-">Attualità</category>

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		<description>In vista delle prossime elezioni primarie del Partito Democratico, grazie alla collaborazione dei Giovani Democratici, abbiamo rivolto ai tre candidati alcune domande relative al futuro assetto dell'Unione Europea e al ruolo del PD in questo contesto. L'essere considerato un partito europeista, se non addirittura federalista, è senza dubbio un punto a favore del Partito Democratico, soprattutto se messo a confronto con gran parte del panorama politico italiano e considerata la forte tendenza (...)

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		<div class='rss_chapo'><p>In vista delle prossime elezioni primarie del Partito Democratico, grazie alla collaborazione dei Giovani Democratici, abbiamo rivolto ai tre candidati alcune domande relative al futuro assetto dell'Unione Europea e al ruolo del PD in questo contesto.</p></div>
		<div class='rss_texte'><p>L'essere considerato un partito europeista, se non addirittura federalista, è senza dubbio un punto a favore del Partito Democratico, soprattutto se messo a confronto con gran parte del panorama politico italiano e considerata la forte tendenza ad una polarizzazione delle posizioni internamente alle famiglie politiche europee, non semplicemente tra riformisti e conservatori ma tra coloro che sono favorevoli ad una maggiore integrazione europea e coloro che remano chiaramente contro.</p> <p>Tra gli ultimi avvenimenti, ad avere scosso gli equilibri dei partiti è stata certamente <a href='http://www.taurillon.org/Barroso-riconfermato-alla-guida-della-Commissione-europea' class='spip_in'>la riconferma di Barroso</a> alla Presidenza della Commissione Europea. Interrogati su questo tema, i candidati esprimono tutti, prevedibilmente, un giudizio fortemente negativo degli ultimi cinque anni di mandato: una gestione minimalista, senza coraggio, asservita ai grandi paesi.</p> <p>In particolare, mentre Bersani sottolinea le gravi inadempienze della Commissione in merito alle importanti emergenze degli ultimi mesi, innanzitutto la crisi finanziaria e l'immigrazione, Marino ricorda la battaglia per un legame diretto tra la Commissione e il voto Europeo (da cui la candidatura di Guy Verhofstadt) e Franceschini auspica un rinnovato ruolo del Parlamento Europeo che dovrà assumere una maggiore consapevolezza del fondamento democratico della propria rappresentanza, a maggior ragione dopo Lisbona. E' interessante la riflessione di Marino sulla strategia di Lisbona, nella cui gestione la Commissione ha svolto un ruolo marginale rispetto agli stati: l'Europa al contrario, manifesta un bisogno sempre più forte di un vero governo economico e sociale, una forte integrazione finanziaria e un sistema di vigilanza bancaria integrato.</p> <p>Alla luce di queste dichiarazioni è scontato tuttavia tornare con la mente al voto del 16 settembre, che ha visto il PD astenersi sul voto a Barroso, segno che più delle idee, troppo spesso hanno peso le alleanze.
La riforma del bilancio europeo è un altro punto importante con cui i candidati dovranno confrontarsi se chiamati alla segreteria del PD. La necessità di un bilancio</p> <blockquote class="spip"> <p>… la riforma del bilancio europeo …</p> </blockquote> <p>propriamente federale, che permetterebbe ai cittadini un controllo più diretto, trasparente e continuo sul modo in cui vengono utilizzate le risorse pubbliche, è condivisa da tutti, con una particolare attenzione da parte di Bersani alla necessità di implementare a pieno le sfide su cui si basano le prospettive finanziarie per il periodo 2007-2013: sviluppo sostenibile, tutela degli interessi dei cittadini e rafforzamento del ruolo dell'Unione Europea a livello internazionale. Tali questioni hanno acquistato con gli ultimi sconvolgimenti globali forza e cogenza e vanno affrontare tempestivamente. Tra gli strumenti, tutti i candidati concordano sull'emissione di <a href='http://www.taurillon.org/Per-un-Europa-che-investe-sul' class='spip_in'>Eurobond</a>, cioè l'emissione di titoli del debito pubblico UE per lanciare un grande programma di investimenti sulle infrastrutture materiali e immateriali, non solo come risposta alla crisi ma anche come iniezione di fiducia nell'Unione Europea.</p> <p>Non a caso i federalisti, tra i primi a proporre l'emissione di Eurobond, vedono nella riforma del bilancio un tema cruciale e auspicano lo sviluppo di una politica economica</p> <blockquote class="spip"> <p>… la proposta dei federalisti, primi a proporre gli Eurobonds …</p> </blockquote> <p>comune con un budget adeguato, dando al contempo all'Eurogruppo una reale autorità politica, compresa una rappresentanza unica in seno al Fondo Monetario Internazionale. Sarà interessante scoprire come questi temi saranno portati avanti nel nuovo Parlamento Europeo, una volta archiviata la ratifica del Trattato di Lisbona: in poche parole, aver dato nuova forma all'UE non esime le istituzioni europee, ed in particolare il PE, ad impegnarsi fortemente per dare corpo alla sostanza.</p> <p>Quale sarà invece l'impegno del PD per un rilancio del processo costituente, una volta entrato in vigore il Trattato di Lisbona? Anche leggendo i programmi legati alle candidature, non c'è dubbio che il PD nel suo insieme sostiene l'idea di un'Europa politica, che “decida a maggioranza anche su politica estera e difesa” (Franceschini), che veda “rafforzata la propria legittimità democratica e istituzionale” (Bersani), avviando “nuove forme di consultazione dei cittadini tramite un referendum europeo sulle grandi scelte politiche e istituzionali” (Marino).</p> <p>Tra le opinioni raccolte, emerge l'indicazione di implementare innanzitutto il Trattato di Lisbona per poi procedere ad un rilancio sulla base dei risultati di questa implementazione. Se per Bersani l'obiettivo di una Carta Costituzionale</p> <blockquote class="spip"> <p>… l'elezione diretta del presidente della Commissione europea …</p> </blockquote> <p>ed una continua azione di formazione culturale dei cittadini vanno di pari passo, Marino indica l'elezioni diretta del Presidente della Commissione e la trasformazione del consiglio dei Ministri in una Camera degli Stati (ipotizzando al contempo la fusione delle due presidenze), mentre Franceschini affiderebbe al Parlamento Europeo il compito di redigere una bozza di trattato ulteriormente migliorativa in senso federalista da sottoporre a referendum alle prossime elezioni del 2014.</p> <p>Infine, quando si tratta di individuare il futuro posizionamento dell'Italia in Europa, come promotrice di iniziative coraggiose dal punto di vista politico, tutti i candidati vedono nell'Italia la capacità di rispolverare il proprio ruolo di paese fondatore, da sempre fortemente europeista, che tuttavia potrà dare un contributo importante al governo della globalizzazione e ottemperare ad una responsabilità storica solo raccogliendo la sfida dell'Europa federale. Allo stesso tempo emergono le contraddizioni degli ultimi mesi di “congresso permanente” in cui il Partito Democratico è stato contemporaneamente impegnato nell'opposizione di governo, nella sfida organizzativa interna, nelle contraddizioni tra le proprie diverse anime (due per tutte, quella cattolica e quella laica), abbandonando forzatamente (e temporaneamente?) il proprio ruolo di forza dichiaratamente europeista all'interno del panorama partitico italiano.</p> <p><strong>Con le Elezioni Europee alle spalle, e l'iter delle primarie in dirittura di arrivo, è tempo per il Partito Democratico di rimettere al centro, e con forza, le idee, e di recuperare un ruolo veramente propositivo sulla questione europea, mettendo al primo punto della propria agenda il futuro dell'Europa, che è anche il suo futuro ed il futuro di tutti noi.</strong></p>
			<div class='rss_chapo'><span class="vcard author"><a class="url fn spip_in" href="http://www.taurillon.org/_Chiara-Cipolletta_">Chiara Cipolletta</a></span></div>
		<p><a>IL-PD-e-l-Europa?lang=it</a></p>
			</div>
		
		<div class='rss_ps'><p>Hanno risposto: l'On. Gozi per Ignazio Marino, l'On. Pittella per Pierluigi Bersani, l'On. Susta per Dario Franceschini
Più informazioni su <a href='http://www.partitodemocratico.it/' class='spip_out'>Partito Democratico.it</a></p></div>
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		<title>Una visione distorta della nuova Africa</title>
		<link>http://www.taurillon.org/Lettera-al-Ministro-Italiano-degli-Esteri-Franco-Frattini</link>
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		<dc:date>2009-10-21T16:45:44Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Jean Paul Pougala</dc:creator>

<category domain="http://www.taurillon.org/-Cartellino-rosso-">Cartellino rosso</category>

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		<description>Caro Ministro Franco Frattini Decido finalmente di scriverLe questa lettera dopo aver constatato che il Suo approccio verso l'Africa è alquanto “datato” e corrisponde ad una realtà scomparsa da almeno un ventennio. Ho la soddisfazione di poter affermare con “cognizione di causa”: l'Africa non sta morendo come dice Lei. Lei si è lanciato in una campagna di denigrazione e delegittimazione di quel continente contribuendo a danneggiare il capitale di immagine che è costato tanti sforzi, … Ministro, (...)

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		<div class='rss_chapo'><p>Caro Ministro Franco Frattini</p> <p>Decido finalmente di scriverLe questa lettera dopo aver constatato che il Suo approccio verso l'Africa è alquanto “datato” e corrisponde ad una realtà scomparsa da almeno un ventennio. Ho la soddisfazione di poter affermare con “cognizione di causa”: l'Africa non sta morendo come dice Lei.</p></div>
		<div class='rss_texte'><p>Lei si è lanciato in una campagna di denigrazione e delegittimazione di quel continente contribuendo a danneggiare il capitale di immagine che è costato tanti sforzi,</p> <blockquote class="spip"> <p>… Ministro, di quale Secolo parla Lei? …</p> </blockquote> <p> allo scopo di attrarre gli investitori internazionali e produrre nuova ricchezza nel continente, per mutare il sinistro destino che vent'anni fa sembrava irreversibile. Lei invece, racconta in interviste ai giornali e alle televisioni, meeting ecc. che “con la crisi, l'Africa sta passando dalla povertà alla fame”.</p> <p>E io Le chiedo, Ministro, di quale Secolo parla Lei?</p> <p>Non voglio entrare nella polemica innescata dai giornali inglesi come “The Guardian” a proposito del fatto che l'Italia è il peggiore dei paesi del G8 poiché in ogni occasione fa grandiose e pubbliche promesse per ipotetici aiuti all'Africa e poi mantiene appena il 3% di tale promesse. No, non lo faccio.</p> <p>Ma voglio attirare la Sua attenzione su altri paesi che hanno avuto un atteggiamento più sincero con l'Africa e quindi più virtuoso. Cito ad esempio il comune amico Americano. Con il Piano Agoa (African Growth opportunity act) votato dal Congresso statunitense nove anni fa, è stato possibile fare uscire l'Africa dall'angolino nel quale l'Europa l'aveva confinata riducendola a mera fornitrice di materie prime, ed oggi sono quasi 3.000 i prodotti manufatti in Africa che arrivano sul mercato americano senza dazi doganali. Questo ha finalmente e, per la prima volta, permesso di passare dalle solite chiacchiere a realizzazioni che incidono positivamente sulla vita di milioni di Africani.</p> <p>Paesi come il Lesoto traggono oggi il 75% della ricchezza nazionale fornendo il mercato statunitense di tute da lavoro, guanti, prodotti artigianali o industriali ecc.. E mentre Lei annuncia un'Africa morente, è il governo americano che ci comunica attraverso il suo sito: <a href='http://www.agoa.gov/' class='spip_out' rel='nofollow'>www.agoa.gov</a> le cifre di questi scambi, che vedono nel</p> <blockquote class="spip"> <p>… l'ingenuità del suo rapporto su come aiutare l'Africa …</p> </blockquote> <p> 2008, cioè in piena crisi economica, le importazioni americane dall'Africa nera raggiungere per la prima volta 86 miliardi di dollari, sotto la voce contabile di Agoa-import, cioè gli articoli manufatti destinati al consumo diretto in America, vale a dire senza ulteriore trasformazione sul suolo statunitense. E dalla stessa fonte scopriamo che per le esportazioni americane verso l'Africa, un paese come il Benin, nel pieno della crisi, ha aumentato le sue importazioni dagli USA del 192%.</p> <p>Mi ha fatto sorridere l'ingenuità del Suo rapporto su come aiutare l'Africa, consegnato a Obama durante il recente incontro del G8. Alla Sua ingenuità ha fatto riscontro il pragmatismo americano. Con grande realismo il Segretario di Stato Americano Hillary Clinton, ha prontamente deciso, di propria iniziativa, di triplicare gli sforzi americani dell'AGOA dopo aver constatato che non c'era più alcun grande cantiere in Africa che non fosse gestito dai cinesi. Siamo ora nel 2009, non nel 1909. In 100 anni, i primitivi sono diventati civilizzati come li volevate. Quelli che danzavano per invocare la pioggia hanno imparato a annaffiare le piante e a passare da uno o più raccolti all'anno.</p> <p>Dopo l'America con il suo eccellente piano Agoa, è stata la volta della Cina un anno dopo che ha deciso di mettere gran parte dell'ingente surplus delle sue riserve monetarie in Dollari per risolvere il problema della miseria in Africa e dopo meno di 10 anni, l'aiuto cinese funziona cosi bene che il Presidente del Senegal Wade ha dichiarato recentemente che : “in meno di 10 anni di cooperazione con la Cina, l'Africa ha ottenuto 1000 volte più di quanto ha avuto in 400 anni di relazioni, di chiacchiere e dolori con l'Europa.”</p> <p>Nel Suo rapportino di consigli per l'Africa consegnato ad Obama, Lei indica anche la strada delle congregazioni religiose. Lei non crede che a noi bastino già i vari guru, sciamani, ciarlatani, terroristi religiosi e altri che in Africa fanno scoppiare guerre nel nome di Dio? Le faccio una domanda semplice, semplice: Cosa sarebbe diventata l'Europa se alla fine della seconda guerra mondiale, piuttosto che offrire il piano Marshall per creare nuova ricchezza in Europa, gli Stati-Uniti avessero deciso di mandare in missione in Europa i vari Testimoni di Geova, i Mormoni, la chiesa del Settimo giorno e quant'altro ??????????? Mi potrebbe dare Lei un solo esempio al mondo di una nazione sviluppata grazie alla religione o ai religiosi? Perfino l'Arabia Saudita non sarebbe quella che è senza il petrolio.</p> <p>Il 23 settembre scorso L‘ho vista applaudire il discorso fiume del leader Libico all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, allorquando egli ha presentato il conto di 7 miliardi di Dollari che l'Africa chiede di risarcimento alle potenze coloniali europee. Ma Ministro, Lei cosa ha capito? Perché Lei ha applaudito? Perché ha detto che l'Italia aveva pagato il suo debito coloniale con la Libia? E a quando il debito coloniale con la Somalia? Con l'Etiopia? Con l'Eritrea??? Guardi che l'Italia si trova davanti a un pozzo senza fondo.</p> <p>Lei non ha forse capito che si sta giocando una partita delle più dure tra l'Africa e</p> <blockquote class="spip"> <p>… più il reddito aumenta in Africa e più gli africani odiano gli europei …</p> </blockquote> <p> l'Europa. Gheddafi non parlava come Presidente della Libia, ma come Presidente dell'Unione Africana e ribadiva solo il nuovo corso scontroso dei falchi del continente, con l'Africa contro l'Unione europea già annunciato durante il famoso incontro di Lisbona, quando per la prima volta gli Africani rifiutarono di firmare un accordo di cooperazione con l'Europa. Gheddafi ha solo ufficializzato le richieste africane di risarcimento delle deportazioni di Africani da parte dei mercanti di schiavi europei che l'allora segretario dell'Unione Africana Konaré formulo' a Lisbona, rifiutando di girare le dolorose pagine del passato coloniale europeo come lo proponeva lo Stato ospite.</p> <p>Più il reddito aumenta in Africa e sempre più gli Africani odiano gli Europei ritenuti, a torto o a ragione, la causa prima della loro miseria passata e presente. E' sufficiente che un dittatore come Mugabe, per nascondere le proprie incompetenze dopo 20-30 anni al potere, sferri insulti o attacchi contro l'Europa, che viene sostenuto all'unanimità da tutti gli altri dirigenti del continente. Diventa un eroe solo per aver manifestato il suo odio contro l'Europa.</p> <p>Nel mese di Febbraio scorso, questo odio ha valicato un altro limite con l'incredibile messa in scena della diretta televisiva organizzata dallo psicopatico dittatore della Guinea, il colonnello Camara, a corto d'idee per sviluppare il paese e per camuffare la sua evidente incompetenza, invitare al palazzo presidenziale l'Ambasciatore della Germania e Rappresentante locale dell'Unione Europea, e umiliarlo con insulti con parole che potevano uscire solo dalla bocca di una persona in procinto di ricevere la camicia di forza. Mi sono sentito nell'obbligo di scrivere una lettera all'Ambasciatore per chiedere scusa a nome di tutti gli Africani di quei 30 minuti più difficili della sua vita. E cosa ha fatto l'Europa? Niente ! Nessuna protesta, perché in 27 e senza una politica europea comune, c'è sempre qualcuno pronto ad applaudire come ha fatto Lei in solidarietà per i poveri del mondo e fare il bastian-contario sul rigore etico e morale da osservare in simili situazioni per qualche pozzo di materie prime. E come ci si poteva aspettare, due mesi fa, è lo stesso Camara ad inventare una altra follia in diretta televisiva di cui solo lui ha il segreto, questa volta il malcapitato era un Ucraino, direttore di una miniera, fatto inginocchiare durante lunghissimi minuti per punire il “Bianco” presunto rapace delle ricchezze dell'Africa. Scommetto, Ministro Frattini, che Lei avrebbe applaudito perché quel Bianco non era un Italiano.</p> <blockquote class="spip"> <p>… una Conferenza Internazionale tra Africa e UE per un futuro di comprensione, giustizia e cooperazione …</p> </blockquote> <p>
E' capitato anche in Nigeria di vedere dei banditi diventare eroi nazionali fino ad essere eletti Governatori federali solo per aver sequestrato qualche europeo su piattaforme petrolifere.</p> <p>Il Ruanda ha ricevuto la solidarietà e gli applausi di tutto il continente solo per aver invitato l'Ambasciatore Francese a lasciare subito il paese, episodio che la dice lunga sulla situazione di tensione che esiste tra i paesi Africani e l'Europa.</p> <p>Si moltiplicano i paesi che votano leggi per vietare l''esportazione delle materie prime come il fosfato in Senegal.</p> <p>Dichiarando pubblicamente di voler attrarre investitori esteri per creare ricchezza e posti di lavoro, l'Africa si è affidata alla Cina con il recondito obiettivo di tagliare gli approvvigionamenti di materie prime africane alle industrie europee.</p> <p>La Cina sfrutta quindi le avversioni interiori degli Africani ed investe capitali in tutto il continente per costituire avamposti cinesi su tutto il territorio africano e così condizionare l'Unione europea. E' un Menage a tre. E come in qualunque Menage, ad avere la peggio è sempre il terzo incomodo. Questa volta l'incomodo nel nuovo matrimonio Cina-Africa è proprio l'Unione Europea. Non capirlo per un politico come Lei, è una grave colpa.</p> <p>Perciò la Cina sostiene la coltivazione della palma da olio in un milione di ettari di foresta in Camerun, costruisce 3.500 km di strade asfaltate in Congo e così via.</p> <p>Sono quindi, sorpreso che Lei, Ministro degli Affari esteri del mio Paese, l'Italia, si sia ridotto ad applaudire a New York un discorso che rivendica un regolamento dei conti tra l'Africa e Europa e non abbia proposto, in positivo, una Conferenza internazionale di definitiva riconciliazione tra l'Africa e l'Unione europea diretta a costruire un futuro di comprensione, ristabilita giustizia e cooperazione tra i due Continenti.</p> <p>Non si può assistere passivamente che le spinte fascistoidi di razzismo contro i bianchi s'installino nella mente degli Africani brandendo continuamente le propagande del passato di una Africa morente che aspetta il presunto Bianco Buono. L'Africa si sta sviluppando molto in fretta e con questa purtroppo anche le idee di un falso nazionalismo contro i Bianchi. Continuare come fa Lei, Ministro Frattini ad insultare l'Africa non è altro che l'olio che lei versa sul fuoco già acceso da questi falchi in tutta Africa perché utilizzato come prova del sadismo e del presunto complotto dei Bianchi Europei contro i Neri d'Africa.</p> <p>Quanti giornali in Africa hanno parlato della sua miopia a vedere la crisi in Italia e la sua presbiopia per mettere bene a fuoco e inquadrare tutta la crisi al di là del Mediterraneo, in Africa evidenziando tutti, il suo sadismo per i dolori del continente,</p> <blockquote class="spip"> <p>… i giornali in Africa hanno parlato della sua miopia …</p> </blockquote> <p>mettendo a confronto la negazione della crisi economica da parte del presidente del Consiglio di un governo di cui Lei fa parte e il suo finto buonismo per puntare il dito anche questa volta sul solito sospetto e condannato per tutti i mali: l'Africa ! Solo che questa volta, Lei sta contribuendo a fare lo sporco gioco di qualche incompetente falco laggiù. Altri giornali hanno messo in risalto la perfetta comunione d'idee tra l'estremismo del suo Governo e della destra che vince in tutta Europa contro gli Africani che vivono in Italia o in Europa e l'estremismo di questi falchi Presidenti africani contro gli Europei che vivono in Africa.</p> <p>In un caso o nell'altro, non è un bello spettacolo per uno come me che milita da 23 anni nel <a href='http://www.mfe.it/' class='spip_out'>Movimento Federalista Europeo</a> creato nel 1943 da Altiero Spinelli con il preciso scopo di lottare per la creazione di un ordine politico razionale e non emotivo, abbracciando l'intera umanità. Per Spinelli dovevamo federare l'Europa non contro qualcuno, ma come tappa intermedia per riuscire all'unificazione federale di tutte le famiglie del genere umano. E Lei Ministro Frattini ha un dovere storico di sfruttare la posizione geografica dell'Italia, come punto di riferimento di un incontro e del dialogo ai esistito tra Africa e l'Europa a cominciare da una Conferenza di riconciliazione sincera per evitare che le ombre del passato continuino ad essere un pretesto di divisione dei due popoli. Per fare ciò Lei deve già entrare in una nuova logica di pensiero critico per guardare l'Africa per quella che è diventata e non per quella che fu o che Lei s'immagina che essa sia.</p> <p>Con l'occasione Le porgo i miei sinceri saluti federalisti.
Moncalieri, 10 ottobre 2009</p>
			<div class='rss_chapo'><span class="vcard author"><a class="url fn spip_in" href="http://www.taurillon.org/_Jean-Paul-Pougala_">Jean Paul Pougala</a></span></div>
		<p><a>Lettera-al-Ministro-Italiano-degli-Esteri-Franco-Frattini?lang=it</a></p>
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		<div class='rss_ps'><p>Fonte dell'immagine: World Wide Web</p></div>
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		<title>Un Governo democratico per l'Europa</title>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Gioventù Federalista Europea</dc:creator>

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		<description>Documento presentato all'evento finale della campagna I Live, I Vote! per la promozione della partecipazione giovanile alle elezioni europee. Il documento raccoglie le idee discusse a Verona nell'incontro I Think, I Vote! 1. Lo “stato dell'arte” del processo di integrazione europea L'attuale Unione Europea (UE) funziona ancora sulla base del Trattato elaborato a Nizza nel 2000, la cui complessità e lontananza dai cittadini hanno dato il via alla convocazione della Convenzione sul Futuro (...)

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 <content:encoded><![CDATA[<div class='rss_chapo'><p>Documento presentato all'evento finale della campagna I Live, I Vote! per la promozione della partecipazione giovanile alle elezioni europee. Il documento raccoglie le idee discusse a Verona nell'incontro I Think, I Vote!</p></div>
		<div class='rss_texte'><p><strong>1. Lo “stato dell'arte” del processo di integrazione europea</strong></p> <p>L'attuale Unione Europea (UE) funziona ancora sulla base del Trattato elaborato a Nizza nel 2000, la cui complessità e lontananza dai cittadini hanno dato il via alla convocazione della Convenzione sul Futuro dell'Europa e alla redazione del testo costituzionale. Nel frattempo, dal 2000 ad oggi molte cose sono successe: l'attacco alla Torri Gemelle e la rinnovata attenzione su terrorismo e sicurezza internazionale, i conflitti in Afghanistan, Iraq, Darfur, Libano, la bolla del petrolio, la crisi economica e finanziaria; limitando lo sguardo al Vecchio Continente, ricordiamo l'allargamento a dodici paesi dell'est Europa ed il fallimento del progetto “costituzionale” dopo i referendum negativi in Francia ed Olanda nel 2005. Oggi l'Europa, il più avanzato esperimento di integrazione sovranazionale al mondo, composto da ben 27 stati membri, continua a funzionare come la comunità per la quale era stato pensato il trattato di Nizza, ovvero un'Unione a 15; l'unanimità rispetto alle decisioni più importanti (quelle sulla politica fiscale, estera e di difesa) resta il principio cardine di un'Europa intergovernativa, incapace di procedere sulla via dell'unificazione politica immaginata dai suoi padri fondatori (Schuman, Monnet, Spinelli, Adenauer, De Gasperi) e di accettare il proprio ruolo di attore protagonista nello scenario delle relazioni internazionali. Il Trattato di Lisbona, maldestro tentativo dei Governi di portare a compimento l'avventura della “Costituzione Europea”, rimane vittima delle condizioni particolaristiche richieste da ogni singolo paese membro per tutelare la propria – fittizia – sovranità, e non può quindi rappresentare un passo significativo (anche se importante) verso gli “Stati Uniti d'Europa”, mentre la Commissione Europea – che potrebbe rappresentare il motore ideale e propositivo dell'integrazione – naviga a vista tra il compiacimento dei governi e la realizzazione dell'”Europa minima possibile”.</p> <p><strong>2. Le elezioni europee del 2009</strong></p> <p>Quando Jacques Delors – ex presidente della Commissione – paragonava l'Europa ad una bicicletta, pensava probabilmente ad un situazione simile a quella attuale: considerato che la politica ha smesso di “pedalare”, di immaginare il futuro dell'Unione, l'approdo naturale dell'integrazione sovranazionale, l'intera costruzione (la bicicletta) rischia non soltanto di fermarsi, ma addirittura di cadere. Ed è esattamente questo che è accaduto con le recenti elezioni del 6-7 giugno 2009 per il rinnovo del Parlamento Europeo. La mancanza di consapevolezza politica, la disinformazione e la distrazione creata dalle vicende interne ai singoli paesi, hanno trasformato le elezioni in un fallimento di partecipazione, nonostante gli sforzi (sia in termini di comunicazione che di risorse economiche) impiegati dalle istituzioni europee per “avvicinarsi ai cittadini”, che hanno spesso confuso il diritto all'informazione con il diritto di partecipare alle decisioni. E' naturale che, in mancanza di un progetto politico, di una visione ideale e del coraggio per realizzarla, i cittadini non si sentano partecipi della costruzione europea. In altre parole, che senso ha andare a votare per un potere che non esiste, per un'Europa che non riesce a far sentire – unita – la sua voce e a risolvere positivamente i problemi – grandi e piccoli – che affliggono i cittadini europei al tempo della globalizzazione?
Da questa tornata elettorale è comunque possibile far emergere un risultato, palesato dal successo delle forze “alternative” ai partiti tradizionali: per la prima volta entrano nel Parlamento Europeo (PE) deputati apertamente contrari all'integrazione europea, euroscettici. Ma il lato positivo della medaglia sta nel fatto che i cittadini votanti si sono schierati: il successo dei verdi o dei già citati conservatori sta a significare che la nuova linea di demarcazione fra gli europei non corre più perfettamente tra popolari (centro-destra) e socialisti/democratici (centro-sinistra), ma tra coloro che vogliono dare ai problemi globali una soluzione sovranazionale, cosmopolita o coloro i quali, invece, preferiscono restare chiusi tra i confini dello stato nazionale, e dare a quest'ultimo la priorità rispetto alle complesse ed interconnesse dinamiche e problematiche del mondo contemporaneo.</p> <p><strong>3. Quale Futuro per l'Europa?</strong></p> <p>A seconda di quale di queste forze prevarrà, l'Europa potrà restare un oggetto passivo della Storia mondiale o tornare ad esserne uno dei soggetti principali. Ma affinché quest'ultima possibilità accada davvero, l'Unione deve necessariamente riformarsi e dotarsi degli strumenti necessari per affrontare con successo le sfide che le si pongono di fronte: l'obbligo politico e morale di governare l'economia continentale e mondiale, riducendo le disuguaglianze e favorendo libertà individuale ed equità, l'impellenza di risolvere la questione energetica con una politica unica di approvvigionamento e l'urgenza di rispondere alla crisi ecologica con grandi investimenti comuni – quindi federali – nell'opportunità della green economy, la possibilità di intervenire negli scenari “caldi” del mondo (dall'Africa al Medio-Oriente) con delle proprie forza di pace, l'opportunità di parlare con una voce unica nelle grandi assemblee internazionali, siano esse economiche (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale) o politiche (Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite). La soluzione politica e istituzionale a tali problemi risiede nell'evoluzione dell'Unione Europea in una vera e propria Federazione, con poteri limitati ma forti, dotata di governo democratico ed efficace legittimato dalla volontà popolare scaturita dalle urne delle Elezioni europee.</p> <p>Premesso tutto quanto sopra, i giovani partecipanti all'evento I THINK, I VOTE, chiedono</p> <ul class="spip"><li> ai parlamentari europei, forti della legittimità democratica derivante dal voto dei cittadini, di esaminare attentamente le candidature alla carica di Commissario europeo, al fine di dare il proprio voto di fiducia ad un collegio che dia garanzia di impegno per un nuovo ruolo propulsivo della Commissione europea e per la ripresa del processo di unificazione federale dell'Europa;</li></ul>
<ul class="spip"><li> ai capi di stato e di governo, di riscoprire l'attualità e la forza del progetto politico europeo, e quindi di impegnarsi a fondo per rimuovere tutti gli ostacoli – in primis, l'unanimità e la miopia nazionalista - che separano l'attuale Unione da una vera comunità politica;</li></ul>
<ul class="spip"><li> ai cittadini europei, di tornare sulle strade dell'impegno civile e politico in ogni momento della loro vita, nella speranza che – tra cinque anni - le prossime elezioni europee possano rappresentare un alto momento di dibattito e democrazia;</li></ul>
<ul class="spip"><li> a tutti coloro che hanno a cuore il futuro del proprio Paese, dell'Europa e del Mondo, di chiedere con forza che l'Unione Europea diventi finalmente una Federazione, fondata su di una costituzione democratica e sovranazionale, capace di governare positivamente l'economia e la società.</li></ul>
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		<p><a>Un-Governo-democratico-per-l-Europa?lang=it</a></p>
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		<div class='rss_ps'><p>I Live, I Vote è una campagna del Forum Nazionale dei Giovani</p></div>
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		<title>Il Presidente del Consiglio Europeo</title>
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		<dc:date>2009-10-12T17:30:22Z</dc:date>
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		<dc:creator>Pietro De Matteis</dc:creator>

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		<description>Dopo il dibattito sul nuovo Presidente della Commissione, si fa sempre più fitta la competizione “behind closed doors” riguardo il/la futuro/a Presidente del Consiglio Europeo. Se il trattato di Lisbona verrà finalmente ratificato, avremo infatti alcune tra le modifiche istituzionali che da tempo attendiamo. Tra le altre com'è noto, vi sarà appunto la posizione di «Presidente del Consiglio Europeo» e di un «double hatted» «Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza». In questo breve (...)

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		<div class='rss_chapo'><p>Dopo il dibattito sul nuovo Presidente della Commissione, si fa sempre più fitta la competizione “behind closed doors” riguardo il/la futuro/a Presidente del Consiglio Europeo. Se il trattato di Lisbona verrà finalmente ratificato, avremo infatti alcune tra le modifiche istituzionali che da tempo attendiamo. Tra le altre com'è noto, vi sarà appunto la posizione di «Presidente del Consiglio Europeo» e di un «double hatted» «Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza».</p></div>
		<div class='rss_texte'><p>In questo breve articolo vorrei sottolineare come penso sia necessaria una più attenta analisi per quanto riguarda il ruolo del Presidente del Consiglio allo scopo di chiarire le opportunità ed i rischi che questo nuovo ruolo determina. In particolare vi sono due rischi/opportunità: quello istituzionale e quello politico.</p> <h3 class="spip">L'aspetto politico</h3> <p>Per quanto riguarda l'aspetto politico, viene spesso sottolineato che sarebbe importante avere un personaggio di rilievo, capace di avere visibilità a livello europeo ed internazionale. Questo sarebbe sicuramente importante nel ruolo di «facilitator» nelle relazioni tra i capi di stato e di governo Europei, d'altra parte potrebbe divenire un motivo di tensione con il Presidente della Commissione e</p> <blockquote class="spip"> <p>… la difficile cohabitation…</p> </blockquote> <p>l'Alto Rappresentante nel momento in cui si trattasse di gestire le relazioni con i partner internazionali. Sia il Presidente della Commissione che l'Alto Rappresentante potrebbero rischiare di essere «oscurati» dalla presenza di un Presidente del Consiglio Europeo influente.</p> <p>In pratica si potrebbe creare una sorta di difficile «cohabitation», come direbbero i francesi, con l'aggravante che le competenze di ciascuno non sono ancora definite in un trattato al quale appellarsi. Il risultato potrebbe dunque essere una rappresentazione ancora meno coerente di oggi delle posizioni europee sia dal punto di vista dei contenuti, sia nel ruolo di rappresentanza i.e. chi rappresenta cosa.</p> <h3 class="spip">L'aspetto istituzionale</h3> <p>Dal un punto di vista più strettamente istituzionale vi è quindi il rischio che la Commissione (organo sopranazionale), si ritrovi sottomessa al Consiglio (organo internazionale). Questo ovviamente rappresenterebbe un grave salto indietro nel processo di costruzione europea in chiave federalista e potrebbe in seguito essere codificato se diventasse «prassi» nelle relazioni tra le istituzioni.</p> <p>Da qui la nota di preoccupazione presentata da Barroso al Parlamento Europeo il 7 Ottobre u.s. «La Commissione Europea non accetterà l'idea che il Presidente del Consiglio Europeo sia il Presidente d'Europa».</p> <p>Infine un forte Presidente del Consiglio Europeo avendo un ruolo chiave di «facilitator» nei rapporti tra gli Stati Membri dell'Unione sarebbe in grado di definire direttamente o indirettamente l'agenda dei 27 in seno al Consiglio, avendo la possibilità di decidere quanto sforzo diplomatico incutere alla sua azione di mediatore per ottenere gli obiettivi in questione.</p> <p>E' per questo fondamentale, specialmente nel caso in cui venga scelto un personaggio di rilievo, che questo sia intenzionato a collaborare su un «equal footing» con le altre cariche, e che condivida in maniera chiara il processo di integrazione europea in tute le sue parti (e.g. Euro, Schengen etc). Si ristabilirebbe cosi</p> <blockquote class="spip"> <p>… un momento importante per la costruzione europea …</p> </blockquote> <p> una sorta di “balance of power” tra le istituzioni e si evitarebbero eventuali conflitti d'interesse. Ciò detto non esclude direttamente un Candidato proveniente da un paese che ad oggi non partecipa in taluni progetti europei. Nonostante questo sia auspicabile è anche da considerare l'impegno politico e la posizione del candidato riguardo il processo di integrazione europea.</p> <p>In conclusione siamo davanti ad un momento importante della costruzione europea. Vi è sicuramente una grande opportunità ma anche un rischio accentuato dal fatto che i dettagli delle funzioni della nuova posizione non sono ancora chiari. Sarà dunque proprio il primo Presidente del Consiglio Europeo a definirne in larga parte il potenziale ed i limiti nel “gioco istituzionale”.</p>
			<div class='rss_chapo'><span class="vcard author"><a class="url fn spip_in" href="http://www.taurillon.org/_Pietro-De-Matteis_">Pietro De Matteis</a></span></div>
		<p><a>Il-Presidente-del-Consiglio-Europeo?lang=it</a></p>
			</div>
		
		<div class='rss_ps'><p>Fonte dell'immagine: World Wide Web</p></div>
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