<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="no"?><?xml-stylesheet title="XSL formatting" type="text/xsl" href="http://www.taurillon.org/spip.php?page=backend.xslt" ?><rss xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" version="2.0">

<channel xml:lang="it">
	<title>Eurobull, il webzine euro-energetico</title>
	<link>http://www.taurillon.org/</link>
	<description>La GFE è la e la sezione giovanile del Movimento Federalista Europeo, fondato a Milano il 27-28 agosto 1943 da un gruppo di antifascisti raccolti intorno ad Altiero Spinelli, e costituisce la sezione italiana degli Jeunes Européens Fédéralistes (JEF).</description>
	<language>it</language>
	<generator>SPIP - www.spip.net</generator>
	<atom:link href="http://www.taurillon.org/spip.php?page=backend&amp;id_rubrique=125&amp;lang=it" rel="self" type="application/rss+xml"/>




<item xml:lang="it">
		<title>9 maggio: la Giornata dell'Europa</title>
		<link>http://www.taurillon.org/9-maggio-la-giornata-dell-europa</link>
		<guid isPermaLink="true">http://www.taurillon.org/9-maggio-la-giornata-dell-europa</guid>
		<dc:date>2026-05-09T05:00:00Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>La redazione di Eurobull</dc:creator>



		<description>
&lt;p&gt;“L'Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Pronunciando queste parole, il 9 maggio 1950, il Ministro degli Esteri francese Robert Schuman lanciava la Comunità del Carbone e dell'Acciaio (CECA), avviando di fatto il processo di integrazione europea. Un giorno, tra l'altro, particolarmente significativo, in quanto quinto anniversario della caduta definitiva di Berlino e (…)&lt;/p&gt;


-
&lt;a href="http://www.taurillon.org/-commenti-" rel="directory"&gt;Commenti&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;img src='http://www.taurillon.org/local/cache-gd2/2b/36986105574f3eb3855079ffc23283.jpg?1778305282' class='spip_logo spip_logo_right' width='1200' height='630' alt="" /&gt;
		&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;“L'Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Pronunciando queste parole, il 9 maggio 1950, il Ministro degli Esteri francese Robert Schuman lanciava la Comunità del Carbone e dell'Acciaio (CECA), avviando di fatto il processo di integrazione europea. Un giorno, tra l'altro, particolarmente significativo, in quanto quinto anniversario della caduta definitiva di Berlino e quindi dell'abbattimento del Terzo Reich: la storia scritta il 9 maggio del ‘50 non sarebbe stata attuabile senza quel 9 maggio del ‘45. Nel 1985 un vertice della Comunità europea ha così istituito la Giornata dell'Europa, collocandola proprio il 9 maggio.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Nella &lt;strong&gt;Dichiarazione Schuman&lt;/strong&gt; confluiscono in realtà le riflessioni di &lt;strong&gt;Jean Monnet&lt;/strong&gt;, in particolare la convinzione che &lt;strong&gt;la via per assicurare la pace sul continente europeo&lt;/strong&gt; dopo due sanguinose guerre mondiali fosse &lt;strong&gt;la condivisione di sovranità tra gli Stati europei e la costruzione di istituzioni comuni&lt;/strong&gt;. L'idea alla base della CECA consisteva nel condividere le materie che alimentavano il settore bellico, il carbone e l'acciaio, attraverso il controllo di un'autorità sovranazionale. Solo così, secondo Monnet e Schuman, lo &lt;strong&gt;scoppio di un'ennesima guerra&lt;/strong&gt; tra Francia e Germania poteva diventare &lt;strong&gt;materialmente impossibile&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da allora sono stati compiuti &lt;strong&gt;molti passi in avanti nell'integrazione&lt;/strong&gt;, successi che si sono tradotti in &lt;strong&gt;risultati concreti in termini di pace, diritti e prosperità economica&lt;/strong&gt;: da qui l'importanza di celebrare ogni anno la Giornata dell'Europa, l'anniversario del giorno in cui ha avuto inizio quel percorso. &lt;strong&gt;Ma il 9 maggio non è solo un giorno in cui festeggiare ciò che è stato costruito o abbattuto: occorre ribadire con forza ciò che manca, ciò che ancora non è stato costruito e che se non viene edificato in tempi brevi rischia di compromettere la solidità dell'intero edificio&lt;/strong&gt;. L'Europa unita resta un progetto incompiuto che la situazione in cui ci troviamo oggi ci costringe, come cittadini europei, a completare rapidamente.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Oggi più che mai, bisogna &lt;strong&gt;tenere saldi i principi su cui si basa l'Unione Europea&lt;/strong&gt; e senza cui non può essere costruita un'Europa federale. Bisogna dotarsi degli &lt;strong&gt;strumenti per realizzare fino in fondo quelle idee di libertà, democrazia e uguaglianza&lt;/strong&gt; che hanno animato il manifesto di Ventotene e che sono minacciate dai rigurgiti nazionalisti della nostra epoca. Le manifestazioni in Georgia, la resistenza ucraina e in parte anche il recente avvicinamento dell'Armenia all'UE, ci raccontano di una &lt;strong&gt;voglia di Europa&lt;/strong&gt; dovuta al fatto che, nonostante i suoi difetti, sia ancora vista come un baluardo di libertà, democrazia e diritti in un contesto internazionale sempre più insicuro e polarizzato. &lt;strong&gt;Ma perché l'Unione Europea sia in grado di accogliere al meglio nuovi Paesi nella propria comunità, occorre che compia un salto di qualità sul piano politico e istituzionale&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Lo sforzo compiuto dai padri fondatori&lt;/strong&gt; rappresenta il &lt;strong&gt;massimo esempio&lt;/strong&gt; da cui oggi ripartire per realizzare il progetto di Europa più unita e coesa. La nostra epoca è segnata dall'incertezza: le sfide globali incalzano e sono sfide nuove, per cui le risposte tradizionali non bastano. Bisogna armarsi contro avversità che non agiscono con una ratio né sono guidate da attori costanti e facilmente identificabili. Se questa incertezza può ispirare timore verso il futuro, è invece necessario che in questa &lt;strong&gt;l'Unione europea veda l'opportunità per diventare essa stessa caposaldo internazionale&lt;/strong&gt;. L'esempio di personalità come Schuman o Monnet, con i valori che li hanno ispirati e le intuizioni che hanno avuto, è una bussola fondamentale per dimostrarsi capaci di agire nelle situazioni più complicate.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il &lt;strong&gt;9 maggio&lt;/strong&gt;, ogni anno, è quindi opportunità per &lt;strong&gt;prendere consapevolezza della strada percorsa&lt;/strong&gt; fino a questo momento e del presente a cui ci ha condotto, ma è anche l'occasione per &lt;strong&gt;riflettere sul cammino futuro che intendiamo compiere&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Come direzione da poco insediata, ci tenevamo a scrivere questo breve contributo per invitarvi a &lt;strong&gt;festeggiare&lt;/strong&gt; con noi questa data certamente simbolica ma pregna di insegnamenti. &lt;strong&gt;Come le istituzioni europee&lt;/strong&gt; devono ricercare alle proprie origini il giusto approccio per affrontare il tempo presente, &lt;strong&gt;così anche noi cittadini d'Europa&lt;/strong&gt; dobbiamo prendere ispirazione da questi riferimenti per poter respingere al meglio i quotidiani attacchi alla libertà e alla democrazia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Viva il 9 maggio, viva l'Europa unita e lunga vita all'Europa che verrà!&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Hormuz. La crisi di oggi, letta con lo sguardo di ieri per un futuro sovrano</title>
		<link>http://www.taurillon.org/hormuz-la-crisi-di-oggi-letta-con-lo-sguardo-di-ieri-per-un-futuro-sovrano</link>
		<guid isPermaLink="true">http://www.taurillon.org/hormuz-la-crisi-di-oggi-letta-con-lo-sguardo-di-ieri-per-un-futuro-sovrano</guid>
		<dc:date>2026-05-07T08:00:00Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Andrea Rocca</dc:creator>



		<description>
&lt;p&gt;Circa un mese fa, l'asse Washington-Tel Aviv ha avviato una guerra considerata di sicurezza esistenziale da Israele; e, secondo la prospettiva americana, di necessità economico - finanziaria. Ritengo opportuno inquadrare la nuova crisi del Golfo nel quadro globale: considerando gli avvenimenti degli ultimi mesi, dovremmo infatti considerare l'accanimento trumpiano sul territorio iraniano come un'altra mossa nella partita, caratterizzata da imprevedibilità, tra USA e Cina. Non è infatti un (…)&lt;/p&gt;


-
&lt;a href="http://www.taurillon.org/-attualita-" rel="directory"&gt;Attualità&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;img src='http://www.taurillon.org/local/cache-gd2/79/9cab68362e52d59d27fc87a5e30155.jpg?1778148279' class='spip_logo spip_logo_right' width='1200' height='630' alt="" /&gt;
		&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Circa un mese fa, l'asse Washington-Tel Aviv ha avviato una guerra considerata di sicurezza esistenziale da Israele; e, secondo la prospettiva americana, di necessità economico - finanziaria. Ritengo opportuno inquadrare la nuova crisi del Golfo nel quadro globale: considerando gli avvenimenti degli ultimi mesi, dovremmo infatti considerare l'accanimento trumpiano sul territorio iraniano come un'altra mossa nella partita, caratterizzata da imprevedibilità, tra USA e Cina.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Non è infatti un caso che il maggior importatore di petrolio iraniano sia proprio la Cina, come sempre quest'ultima è il principale partner commerciale e acquirente di greggio del Venezuela. La &lt;strong&gt;guerra avviata contro l'Iran&lt;/strong&gt; ha una &lt;strong&gt;duplice valenza&lt;/strong&gt; per gli USA: &lt;strong&gt;destabilizzare la forza assunta dall'Iran nella regione&lt;/strong&gt;; ma soprattutto &lt;strong&gt;bloccare l'export di greggio iraniano verso la Cina&lt;/strong&gt;, così da arginarla politicamente.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In questo piano, i danni per l'Europa sembrano essere un aspetto collaterale. &lt;strong&gt;Per noi europei&lt;/strong&gt; l'instabilità regionale del Golfo costituisce un &lt;strong&gt;duro colpo al nostro spazio energetico vitale&lt;/strong&gt;: &lt;strong&gt;necessitiamo dell'energia che passa da Hormuz&lt;/strong&gt;, a differenza degli Stati Uniti che sono maggiormente indipendenti. Di conseguenza l'Europa sta già subendo un duplice contraccolpo: sul piano economico con l'aumento del greggio; sul piano politico con un possibile aumento dei flussi migratori e del terrorismo. Per tale ragione, &lt;strong&gt;Hormuz&lt;/strong&gt; non è da considerarsi solo il teatro di una crisi energetica, vista anche la vastità delle risorse che vi transitano quotidianamente, bensì &lt;strong&gt;l'ennesima dimostrazione dell'incompatibilità, per tempo e spazio, degli interessi statunitensi rispetto a quelli europei&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La relazione storica tra USA e l'Europa rimanda a Giambattista Vico e alla sua &lt;strong&gt;teoria dei “corsi e ricorsi storici”&lt;/strong&gt;&lt;span class="spip_note_ref"&gt; [&lt;a href="#nb1" class="spip_note" rel="appendix" title="La scienza nuova 1725; Vico Giambattista." id="nh1"&gt;1&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt;, per cui la storia non si muoverebbe seguendo una linea retta, bensì a cicli, seguendo delle leggi intrinseche che rispecchiano la natura stessa dell'uomo. &lt;strong&gt;Molto di frequente&lt;/strong&gt; è successo, come oggi, che &lt;strong&gt;gli Stati europei volessero un rapporto più stretto con gli Stati arabi e del Medioriente&lt;/strong&gt;, in particolare sul piano energetico, &lt;strong&gt;e che ciò fosse ostacolato dalla volontà statunitense&lt;/strong&gt;. L'odierna situazione altro non è che il riprodursi di fattori e circostanze “cicliche” che si sono già presentate in passato. Il riferimento è allo shock petrolifero del 1973: proprio da quella crisi, per la prima volta, si capì chiaramente come USA ed Europa avevano, anche per ragioni geografiche, interessi discordi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'allora Ministro degli Esteri italiano, l'Onorevole Aldo Moro voleva dare all'Italia e all'Europa una capacità di scelta in ambito energetico, maggiormente autonoma e non più subordinata agli interessi americani. Fu proprio in quella occasione che Moro sfruttò la posizione strategica dell'ENI in Iran; riprese il dialogo con la Libia di Gheddafi e costruì il gasdotto italo-algerino&lt;span class="spip_note_ref"&gt; [&lt;a href="#nb2" class="spip_note" rel="appendix" title="Storia delle relazioni internazionali (1919-2021). Tra Stati nazionali, (…)" id="nh2"&gt;2&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt;. Con l'appoggio degli altri partner europei, specialmente della presidenza francese di allora, i leader della CEE decisero, già nel 1972, di avviare la &lt;strong&gt;politica mediterranea generale&lt;/strong&gt; della CEE. Gli Stati comunitari tentarono di stabilizzare i rapporti con i Paesi Arabi, passando da trattati bilaterali a multilaterali. La strategia si basava su un sostegno tecnologico e politico volto ad affrontare dinamiche strutturali quali: sicurezza, stabilità, flussi migratori e permettendo lo sviluppo degli Stati Arabi. La nuova linea politica era sintetizzata dalla frase &lt;strong&gt;"oil for technology”&lt;/strong&gt;. Ovviamente, tale “generosità” garantiva alla CEE la possibilità di evitare destabilizzazioni regionali, che avrebbero potuto mettere in uno stato di allerta l'approvvigionamento energetico europeo. A tale iniziativa seguì il vertice di Copenaghen del 1973, il quale portò all'importante incontro nel 1974 tenutosi a Parigi, con cui ebbe avvio formalmente il dialogo tra la CEE e i rappresentanti della Lega Araba. &lt;strong&gt;L'intesa fece capire agli europei come fosse necessario diversificare l'approvvigionamento energetico e, soprattutto, che gli interessi statunitensi si discostavano da quelli del Vecchio Continente&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ora, &lt;strong&gt;l'incontro avvenuto lo scorso 17 aprile&lt;/strong&gt;, a Parigi nel palazzo dell'Eliseo, ben s'inquadra in questo excursus storico, nella misura in cui pare abbia riacceso la speranza di vedere una Europa diversa. Il Presidente &lt;strong&gt;Macron&lt;/strong&gt; ha incontrato la Premier &lt;strong&gt;Meloni&lt;/strong&gt;, il Cancelliere &lt;strong&gt;Merz&lt;/strong&gt;, il Premier britannico &lt;strong&gt;Starmer&lt;/strong&gt; ed altri esponenti istituzionali di vari Paesi, questi ultimi collegati in video call. Durante il vertice è stata concepita la necessità di una &lt;strong&gt;coalizione navale internazionale per garantire la libertà di navigazione&lt;/strong&gt;. Il Presidente francese ha richiesto una “piena ed incondizionata” riapertura dello snodo strategico in totale sicurezza, volta a ripristinare il flusso commerciale in Europa. Al vertice ha partecipato, sempre in video conferenza, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, la quale ha espresso con favore l'avvio di una missione pacifica per riaprire, stabilire e consolidare il commercio nello stretto iraniano, affermando a tal proposito: “Ripristinare la piena e permanente libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz è una priorità urgente e condivisa”. Al termine della riunione Starmer ha programmato un &lt;strong&gt;nuovo incontro a Londra per stabilire i contorni di questa missione navale&lt;/strong&gt;. Leggermente riluttante il Cancelliere tedesco Merz nell'attuare questa spedizione, senza prima avere una forte base giuridica, come un'eventuale risoluzione ONU, mentre secondo la Premier Meloni: &lt;a href="https://youtu.be/_j_ajwRzzbw?si=dVxv3Ub0a0-2FBwL" class="spip_out" rel="external"&gt;“una presenza navale internazionale a Hormuz può essere avviata soltanto quando vi sarà una cessazione delle ostilità in coordinamento con tutti gli attori regionali e internazionali e con una postura esclusivamente difensiva”&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nonostante vi siano delle posizioni in parte contrastanti in termini di tempistiche e margine di azione, sembra &lt;strong&gt;forte il consenso circa l'importanza della riapertura dello stretto&lt;/strong&gt;. Come ha confermato Kaja Kallas :&lt;a href="https://www.eunews.it/2026/04/17/hormuz-riaperto-da-parigi-i-volenterosi-pronti-a-missione-pacifica/" class="spip_out" rel="external"&gt;“la missione navale Aspides dell'UE sta già operando nel Mar Rosso e può essere rapidamente rafforzata per proteggere la navigazione in tutta la regione. Questo potrebbe essere il modo più rapido per fornire supporto”&lt;/a&gt;. Queste stesse parole generano un &lt;strong&gt;sottofondo di perplessità su come agire&lt;/strong&gt;. La linea della &lt;strong&gt;Kallas&lt;/strong&gt; è chiara: una &lt;strong&gt;missione a bandiera europea&lt;/strong&gt;. Diverso è l'approccio di alcuni esponenti, primo tra tutti &lt;strong&gt;Macron&lt;/strong&gt;, che parlano di una &lt;strong&gt;missione multinazionale con un coordinamento intergovernativo&lt;/strong&gt;, coinvolgendo in questo modo anche Paesi extra-Ue, come il Regno Unito. Se così fosse, la missione, ovviamente con scopo difensivo ed autonoma rispetto alle parti in conflitto, dovrebbe affrontare &lt;strong&gt;un'altra problematica: come organizzarsi sul piano operativo-militare data la grande dipendenza europea dalla NATO, quindi dagli USA&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In generale, comunque, &lt;strong&gt;gli sviluppi di questa guerra&lt;/strong&gt; sono da considerarsi come un &lt;strong&gt;chiaro segnale di abbandono da parte dei nostri primi e storici alleati&lt;/strong&gt;. Questa dinamica mette a nudo come il progressivo deterioramento dei rapporti transatlantici dovrebbe spingere l'Unione Europea ad &lt;strong&gt;intraprendere, con decisione, la strada del federalismo&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questa situazione instabile ha prodotto un duplice effetto: diretto ed indiretto. Il primo ha portato all'incontro descritto precedentemente; il secondo è più profondo e strutturale: questo blocco del nodo strategico ha riportato &lt;strong&gt;al centro dell'opinione pubblica e dell'agenda politica la necessità di investire nella produzione energetica interna&lt;/strong&gt;. Per un'Europa diversa non s'intende qui solo un dialogo più intenso tra i Paesi membri, ma anche una politica congiunta, specialmente energetica, impostata sulla cooperazione e sullo sviluppo di idee ed obiettivi condivisi dagli Stati membri. Ogni Paese europeo deve scorgere questa &lt;strong&gt;crisi energetica&lt;/strong&gt; non come un problema limitato al proprio Paese e alla propria popolazione, bensì come una &lt;strong&gt;questione politica comunitaria, da affrontare insieme&lt;/strong&gt;. Dobbiamo imparare dai nostri statisti del '73, mostrandoci coraggiosi come furono loro.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Alla luce di queste considerazioni, è impossibile non definire in termini di crisi le attuali tensioni nello Stretto. Tuttavia, secondo una prospettiva incentrata sul futuro e sulla speranza, voglio considerare l'attuale momento storico come &lt;strong&gt;un'opportunità per l'Europa per divenire maggiormente coesa ed energeticamente sovrana&lt;/strong&gt;. Tutto ciò può essere realizzabile se iniziamo a focalizzarci ed investire in determinati settori di sviluppo strategici come, a titolo esemplificativo e non esaustivo, il &lt;i&gt;metals and mining&lt;/i&gt;, il nucleare e molti altri settori che sono stati messi in lista d'attesa per circa trent'anni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il mondo sta cambiando. Sta agli europei capire se tornare a giocare un ruolo cruciale, possibile con una federazione europea, in questa tempesta multipolare; o se continuare a dissolverci, schiacciati della crescita di molteplici attori globali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A noi la scelta.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;hr /&gt;
		&lt;div class='rss_notes'&gt;&lt;div id="nb1"&gt;
&lt;p&gt;&lt;span class="spip_note_ref"&gt;[&lt;a href="#nh1" class="spip_note" title="Note 1" rev="appendix"&gt;1&lt;/a&gt;] &lt;/span&gt;La scienza nuova 1725; Vico Giambattista.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div id="nb2"&gt;
&lt;p&gt;&lt;span class="spip_note_ref"&gt;[&lt;a href="#nh2" class="spip_note" title="Note 2" rev="appendix"&gt;2&lt;/a&gt;] &lt;/span&gt;Storia delle relazioni internazionali (1919-2021). Tra Stati nazionali, potenze continentali e organizzazioni sovranazionali; Monzali Luciano, Imperato Federico, Milano Rosario, Spagnulo Giuseppe.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>I rapporti tra i partiti europei sovranisti e l'estrema destra statunitense</title>
		<link>http://www.taurillon.org/i-rapporti-tra-i-partiti-europei-sovranisti-e-l-estrema-destra</link>
		<guid isPermaLink="true">http://www.taurillon.org/i-rapporti-tra-i-partiti-europei-sovranisti-e-l-estrema-destra</guid>
		<dc:date>2026-05-05T06:00:00Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Tommaso Lugarà</dc:creator>



		<description>
&lt;p&gt;Ormai è sotto gli occhi di tutti: l'ascesa dell'estrema destra in Europa è un fenomeno in continua espansione. Tuttavia, pur essendo relativamente recente, partiti con caratteristiche tipicamente riconducibili a quest'area politica — sovranismo, populismo, nazionalismo ed euroscetticismo — stanno ottenendo un consenso crescente e sempre più consolidato da almeno un decennio, tanto che non è più possibile emarginarli. Questo articolo analizza come tale fenomeno non sia solo endogeno (…)&lt;/p&gt;


-
&lt;a href="http://www.taurillon.org/-Geopolitica-" rel="directory"&gt;Analisi&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;img src='http://www.taurillon.org/local/cache-gd2/97/f1d8f41cf4a63eaef306d9851ece93.jpg?1777966534' class='spip_logo spip_logo_right' width='1200' height='630' alt="" /&gt;
		&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Ormai è sotto gli occhi di tutti: l'ascesa dell'estrema destra in Europa è un fenomeno in continua espansione. Tuttavia, pur essendo relativamente recente, partiti con caratteristiche tipicamente riconducibili a quest'area politica — sovranismo, populismo, nazionalismo ed euroscetticismo — stanno ottenendo un consenso crescente e sempre più consolidato da almeno un decennio, tanto che non è più possibile emarginarli. Questo articolo analizza come tale fenomeno non sia solo endogeno all'Europa, ma sia stato attivamente coltivato da reti di influenza esterne, a partire dal progetto di Steve Bannon.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Proprio nel 2018, quando il termine “sovranismo” inizia a trovare maggiore spazio nel Vecchio Continente, si avvia il piano dell'ex consulente strategico statunitense di Donald Trump. Quest'ultimo, viaggiando per l'Europa, effettua degli incontri con i principali esponenti politici nazionalisti ed euroscettici, portando avanti una proposta ben precisa: entrare a far parte di &lt;strong&gt;un'alleanza delle destre radicali&lt;/strong&gt; presenti nel continente europeo sotto il nome di &lt;strong&gt;“The Movement”&lt;/strong&gt;. Si tratta precisamente di una fondazione con sede a Bruxelles, le cui origini vengono spiegate dallo stesso Bannon in un'intervista al &lt;i&gt;Daily Beast&lt;/i&gt; dello stesso anno, con un obiettivo chiaro ed esplicito: &lt;strong&gt;innescare una “rivoluzione populista e sovranista in Europa”&lt;/strong&gt;. Emerge, dunque, una palese intenzione di tale gruppo di fornire sostegno agli attori politici europei di estrema destra, con uno sguardo preciso alle elezioni europee del 2019.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ulteriori dettagli sono emersi più di recente: soltanto nel 2025, infatti, si scopre chi ha finanziato i viaggi di Bannon. Si tratta di &lt;strong&gt;Jeffrey Epstein&lt;/strong&gt;, finanziere miliardario statunitense incriminato per numerosi capi d'accusa, morto in prigione nel 2019, interessato fin da principio al progetto di Bannon e con il quale aveva stretto un forte rapporto. Il 30 gennaio 2026 l'amministrazione Trump, messa alle corde da una campagna &lt;i&gt;bipartisan&lt;/i&gt;, ha desecretato un'enorme quantità di documenti, foto e video raccolti dall'FBI e dalla procura federale, noti come “Epstein files”. Parte di questi documenti erano già stati declassificati e pubblicati tra il 2024 e il 2025 dal Dipartimento di Giustizia americano: da essi emergono i &lt;strong&gt;contatti tra Steve Bannon e Jeffrey Epstein&lt;/strong&gt;, il quale mostra un &lt;strong&gt;forte interesse per la politica europea e, in particolare, per l'ascesa dell'estrema destra&lt;/strong&gt;. Oltre alle connessioni con gli esponenti dei principali partiti sovranisti presenti nel Vecchio Continente, emerge un particolare interesse soprattutto per alcuni attori politici euroscettici italiani. Si fa luce, infatti, sui primi &lt;strong&gt;rapporti tra Bannon e Matteo Salvini&lt;/strong&gt; nel 2018, quando la Lega — partito di cui è tutt'oggi leader — ha ottenuto circa il 18% dei consensi alle elezioni politiche italiane; sempre allo stesso anno risalgono alcune e-mail tra Epstein e Bannon, in cui quest'ultimo — rispondendo al finanziere statunitense — afferma: “…sto andando a Milano per incontrare Salvini. Stasera Grillo e domani a Roma Berlusconi e 5 stelle”. Epstein replica: “Spero che tu sia seduto sulle ginocchia di Salvini”. L'attenzione dei due nei confronti dell'attuale ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti è del resto attestata dalle 89 volte in cui il suo nome viene menzionato, in un periodo corrispondente all'apice della sua ascesa elettorale; verosimilmente al fine di sfruttarne la popolarità. Nel panorama politico europeo, invece, viene spesso citata Marine Le Pen, politica francese a capo del partito di estrema destra Rassemblement National.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I due — Salvini e Le Pen — non sono esponenti politici casuali: entrambi guidano i principali partiti sovranisti e populisti dei rispettivi paesi, tanto da far parte del medesimo gruppo politico europeo, &lt;i&gt;Patriots for Europe&lt;/i&gt;. Viene, inoltre, posta l'attenzione su una raccolta fondi da parte di Bannon e destinata ad entrambi al fine di finanziare le loro campagne elettorali in vista delle elezioni europee del 2019. L'intento è chiaro: &lt;strong&gt;garantire alle destre un risultato che consentisse loro di ricoprire un ruolo centrale all'interno del Parlamento europeo&lt;/strong&gt;. È opportuno precisare, tuttavia, che non vi è necessariamente un legame diretto tra i nomi presenti nei file e Jeffrey Epstein; si tratta di un tentativo di elaborare una strategia precisa che ruota attorno a una rete di monitoraggio internazionale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tali aspetti inducono necessariamente a una più attenta riflessione politica. In un contesto internazionale segnato da profonde instabilità, &lt;strong&gt;l'Unione europea&lt;/strong&gt; si trova in una posizione estremamente complessa, come se fosse &lt;strong&gt;nel mezzo di due “fuochi”&lt;/strong&gt;: da un lato vi sono gli &lt;strong&gt;Stati Uniti&lt;/strong&gt; guidati dall'amministrazione Trump; dall'altro la &lt;strong&gt;Federazione Russa&lt;/strong&gt; con a capo Vladimir Putin. Entrambi gli attori hanno una visione ben precisa del continente europeo: un insieme di Stati sovrani, trattati alla stregua di semplici partner commerciali. È chiaro, dunque, che &lt;strong&gt;le ambizioni delle due potenze che “accerchiano” l'Ue possano essere realizzate soltanto con una Europa disunita politicamente e militarmente&lt;/strong&gt;. Ed è altrettanto evidente la &lt;strong&gt;concreta minaccia&lt;/strong&gt; agli interessi strategici principali del Vecchio Continente rappresentata dal &lt;strong&gt;consolidamento degli attori populisti ed euroscettici&lt;/strong&gt;, presenti specialmente nell'estrema destra dello scenario politico europeo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In questo senso, il piano di Bannon nato nel 2018 e i contatti emersi dagli &lt;i&gt;Epstein Files&lt;/i&gt; mostrano l'intenzione di proiettare una maggiore influenza all'interno della politica europea, tramite il sostegno ai partiti populisti e sovranisti: quasi come se l'Europa fosse un “laboratorio politico”. Per di più, tale strategia risulta presente nella stessa &lt;i&gt;National Security Strategy&lt;/i&gt; americana: &lt;strong&gt;gli Stati Uniti&lt;/strong&gt; vedono l'Europa in crisi demografica ed economica e mirano ad &lt;strong&gt;aiutarla a «correggere la sua traiettoria» sostenendo i cosiddetti partiti patriottici e sovranisti&lt;/strong&gt; come AfD in Germania o Vox in Spagna, senza dimenticare l'esplicito sostegno dell'amministrazione Trump nei confronti di Viktor Orbán durante le ultime elezioni tenutesi in Ungheria. Tutto questo al fine di consolidare l'assetto e il ruolo che l'Europa dovrebbe mantenere: un &lt;strong&gt;semplice gruppo di Stati&lt;/strong&gt; — quindi non un'entità sovrastatale — economicamente stabile al fine di costituire un mercato di sbocco delle merci statunitensi, principalmente di armi e gas naturale (di cui gli USA sono il primo fornitore europeo). &lt;strong&gt;Un'Europa federale e militarmente indipendente sarebbe un rivale, mentre un'Europa divisa rimane dipendente dalla protezione e dalle risorse americane&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A questo si aggiunge il ruolo di &lt;strong&gt;Mosca&lt;/strong&gt;, la quale, con una strategia estremamente simile, cerca di &lt;strong&gt;alimentare divisioni interne&lt;/strong&gt; attraverso il sostegno a movimenti euroscettici, al fine di negoziare direttamente con i singoli governi. Il Cremlino, infatti, storicamente sostiene i partiti conservatori e populisti europei, al fine di “smantellare” l'Ue dall'interno; in tal modo Mosca sarebbe maggiormente in grado di avanzare le proprie pretese, soprattutto in ambito commerciale ed energetico, avendo &lt;strong&gt;più alte possibilità di ottenere i propri obiettivi negoziando con i singoli Stati europei&lt;/strong&gt; su idrocarburi e rotte commerciali. Da qui deriva la &lt;strong&gt;pericolosità di queste dinamiche per l'autonomia politica e strategica dell'Europa stessa&lt;/strong&gt;, soprattutto in settori che potremmo definire “vitali”, quali l'energia e la difesa. Tali dinamiche, nell'affrontare le attuali e le future sfide dell'Unione, rischiano di costituire un ostacolo che impedisce ulteriori passi in avanti verso un futuro approfondimento dell'integrazione politica europea.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Proprio in un momento delicato come quello che stiamo vivendo, sarebbe necessaria &lt;strong&gt;un'Europa forte, capace di far valere la propria posizione sullo scenario politico internazionale&lt;/strong&gt;. Il &lt;strong&gt;rafforzamento degli attori politici sovranisti ed euroscettici rischia tuttavia di condurre a un'ulteriore frammentazione dei Paesi membri dell'Ue&lt;/strong&gt;, ponendo il continente europeo in una condizione di maggiore subalternità alle potenze politiche internazionali, quali Russia e Stati Uniti. Non è un mistero infatti — come ho precedentemente mostrato — che &lt;strong&gt;entrambe le superpotenze preferiscano un'Europa composta da Stati sovrani disuniti piuttosto che un'unione federale compatta&lt;/strong&gt;, al fine di mantenere il continente in uno stato di dipendenza economica e militare. La mancanza di autonomia energetica e la dipendenza dalla difesa americana impediscono all'Europa di agire come un attore globale indipendente. Dunque, solo superando le attuali frammentazioni politiche l'Europa potrà evitare di diventare una semplice pedina nei giochi di potere mondiali.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Nazionalismo 2.0. La sfida sovranista all'Europa integrata</title>
		<link>http://www.taurillon.org/nazionalismo-2-0-la-sfida-sovranista-all-europa-integrata-17735</link>
		<guid isPermaLink="true">http://www.taurillon.org/nazionalismo-2-0-la-sfida-sovranista-all-europa-integrata-17735</guid>
		<dc:date>2026-05-02T09:57:29Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Riccardo Tavella</dc:creator>


		<dc:subject>Ungheria</dc:subject>
		<dc:subject>Francia</dc:subject>
		<dc:subject>Germania</dc:subject>
		<dc:subject>Bulgaria</dc:subject>
		<dc:subject>Nazionalismo</dc:subject>
		<dc:subject>Brexit</dc:subject>
		<dc:subject>Elezioni</dc:subject>

		<description>
&lt;p&gt;Il professor Sergio Fabbrini, mentre cammina per le vie di Roma, si interroga: “Quando passo per Piazza Venezia [...] e quando guardo verso quel balcone, sotto un modello intergovernativo, mi sento al sicuro, come cittadino, da quei demoni?” L'Accademia Europeista del Friuli Venezia Giulia ha organizzato, all'interno del ciclo di incontri Scenari europei, la presentazione del libro “Nazionalismo 2.0. La sfida sovranista all'Europa integrata”, con la partecipazione dell'autore, prof. (…)&lt;/p&gt;


-
&lt;a href="http://www.taurillon.org/-commenti-" rel="directory"&gt;Commenti&lt;/a&gt;

/ 
&lt;a href="http://www.taurillon.org/+-Hungary-+" rel="tag"&gt;Ungheria&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="http://www.taurillon.org/+-Francia-+" rel="tag"&gt;Francia&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="http://www.taurillon.org/+-Deutschland-+" rel="tag"&gt;Germania&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="http://www.taurillon.org/+-Bulgaria-+" rel="tag"&gt;Bulgaria&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="http://www.taurillon.org/+-nazionalismo-+" rel="tag"&gt;Nazionalismo&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="http://www.taurillon.org/+-brexit-+" rel="tag"&gt;Brexit&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="http://www.taurillon.org/+-Elezioni-+" rel="tag"&gt;Elezioni&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;img src='http://www.taurillon.org/local/cache-gd2/eb/a064b7e17c011c90e818b16dc68b32.jpg?1777718215' class='spip_logo spip_logo_right' width='1200' height='630' alt="" /&gt;
		&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Il professor Sergio Fabbrini, mentre cammina per le vie di Roma, si interroga: &lt;strong&gt;“Quando passo per Piazza Venezia [...] e quando guardo verso quel balcone, sotto un modello intergovernativo, mi sento al sicuro, come cittadino, da quei demoni?”&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;L'Accademia Europeista del Friuli Venezia Giulia ha organizzato, all'interno del ciclo di incontri &lt;i&gt;Scenari europei&lt;/i&gt;, la presentazione del libro &lt;strong&gt;“Nazionalismo 2.0. La sfida sovranista all'Europa integrata”, con la partecipazione dell'autore, prof. Sergio Fabbrini&lt;/strong&gt;.&lt;span class="spip_note_ref"&gt; [&lt;a href="#nb2-1" class="spip_note" rel="appendix" title="S. Fabbrini, Nazionalismo 2.0. La sfida sovranista all'Europa integrata, (…)" id="nh2-1"&gt;1&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'evento, tenutosi il 24 aprile scorso a Gorizia, si è svolto presso il &lt;strong&gt;Salone d'Onore “Carlo X” di Palazzo Strassoldo&lt;/strong&gt; che rappresenta, nella storia della città, i decenni in cui i Borbone, esuli dalla Francia, hanno trovato qui asilo grazie all'appoggio della corte austroungarica. Si tratta, dunque, di &lt;strong&gt;spazi che rappresentano l'Europa delle dinastie, dell'assolutismo e del dispotismo oligarchico:&lt;/strong&gt; un'Europa che ci appare storicamente conclusa ma che, per le tematiche affrontate dall'intervento di Fabbrini, ha rischiato, a tratti, di fare capolino tra gli spazi del palazzo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Anche la data dell'evento ha portato con sé un forte apporto simbolico: &lt;strong&gt;il 24 aprile è la vigilia della Festa della Liberazione,&lt;/strong&gt; data della fine del regime nazi-fascista che ha oppresso il nostro Paese e stimolato la nostra coscienza nazionale, rendendola europea ed endemicamente avversa ai dispotismi del ‘900. E' proprio in prossimità del 25 aprile dunque che, nelle sale delle decadute stirpi europee, 81 anni dopo la fine del regime totalitario e a più di 40 anni dalla caduta della cortina di ferro, ci si è chiesto se abbia ancora senso parlare di nazionalismo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Sergio Fabbrini, professore emerito di Scienza politica e Relazioni internazionali all'Università LUISS Guido Carli ed Editorialista de &lt;i&gt;Il Sole24ore&lt;/i&gt; &lt;/strong&gt;, nelle pagine del suo libro ha voluto rispondere a questo interrogativo. L'autore, &lt;strong&gt;ha analizzato i partiti e i governi europei degli ultimi anni, ponendo l'attenzione sui sovranismi e su quali caratteri comuni, o differenti, abbiano rispetto ai nazionalismi già conosciuti nella storia.&lt;/strong&gt; In particolare, il professore ha confrontato gli atteggiamenti dei nuovi nazionalisti nei confronti delle istituzioni dell'Unione Europea.
Durante la conferenza, questo procedimento è stato applicato, nello specifico, a partire dall'esempio della Gran Bretagna.
Nel 2016, con la vittoria del &lt;i&gt;Leave&lt;/i&gt; nel Regno Unito, la Brexit sembra rappresentare il ritorno della rabbia nazionalista contro l'Europa di Maastricht. Fabbrini ha evidenziato come questo &lt;i&gt;exploit&lt;/i&gt; da parte del popolo inglese non rappresenti altro che un “canto del cigno”, dove l'impeto del &lt;i&gt;“Rule Britannia!”&lt;/i&gt; è rapidamente andato a scemare. Volgendo lo sguardo verso Est, invece, &lt;strong&gt;l'autore ha evidenziato la nascita di un nuovo nazionalismo&lt;/strong&gt; con una sua nuova veste e una nuova versione, il sovranismo, che si presenta come un nazionalismo aggiornato, &lt;strong&gt;un “Nazionalismo 2.0”&lt;/strong&gt; appunto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La grande differenza tra il “Nazionalismo 2.0” e l'autoritarismo del secolo scorso si può notare nelle modalità con cui si manifesta questa nuova tendenza politica. Se nella visione sostenuta dal nazionalismo tradizionale l'Europa di Bruxelles rappresenta un attore politico formato da grigi burocrati, oppressori delle realtà nazionali, &lt;strong&gt;il sovranismo vede nell'Ue un nemico da abbattere dall'interno.&lt;/strong&gt; L'opposizione alle sue istituzioni, lo sfruttamento delle risorse e il blocco del suo sviluppo attraverso l'arma dei veti nazionali, rappresentano il reale arsenale dei governi oligarchici e sovranisti. Proprio &lt;strong&gt;il potere di veto&lt;/strong&gt;, fondamentale per l'ex governo guidato da Orban &lt;strong&gt;rappresenta uno dei massimi freni per le istituzioni dell'Unione&lt;/strong&gt;, istituzioni che non vengono né stimate né rispettate dai Paesi nazionalisti. La strategia di un governo nazionalista 2.0 non consiste nell'osteggiare il Parlamento, né nell'ostacolare le Commissioni, ma piuttosto nel bloccare le decisioni politiche dell'Ue alla radice, attraverso i propri ministri e i propri Capi di Stato, presenti alle riunioni del Consiglio europeo.
Nel corso della discussione, forti ed efficaci sono state le immagini utilizzate dal professor Fabbrini che ha paragonato i sovranismi addirittura a una “polmonite”, sostenendo che &lt;strong&gt;l'Unione europea, attraverso i veti e il suo agire &lt;i&gt;“too late, too little”&lt;/i&gt; si condannerà al contagio certo&lt;/strong&gt;, se non riuscirà ad arginare i focolai antidemocratici contrari all'integrazione. Ne è esempio l'azione del governo ungherese degli ultimi anni che, forte solo di 10 milioni di abitanti è stato capace di bloccare l'iter decisionale per 460 milioni di cittadini europei.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Fabbrini, tuttavia, non guarda solo ad Est. Qui, si è recentemente conclusa l'era Orban ma, a seguito delle elezioni parlamentari bulgare, con la vittoria di Rumen Radev, si corre il rischio che si affermi una figura politica altrettanto filorussa ed euroscettica.
L'autore, però, non tralascia di ragionare pragmaticamente anche sul futuro dell'Europa occidentale. &lt;strong&gt;L' ”autolicenziamento” degli USA da ruolo guida della NATO ha creato un vuoto di potere che porta in tutta Europa un contraccolpo.&lt;/strong&gt; In Italia viene meno la confidenza tra i governi di Roma e Washington, in Germania sparisce il garante della libertà tedesca (prima dal nazismo, poi dai sovietici) e, infine, la Francia si trova a dover guidare goffamente un'Europa di mameliani “calpesti e divisi”. Proprio &lt;strong&gt;la Germania e la Francia rappresentano, per l'autore, terreni favorevoli allo sviluppo del “Nazionalismo 2.0”&lt;/strong&gt;, la prima per la crescita di AfD, la seconda per il ruolo di Paese leader occidentale che, alle prossime elezioni, potrebbe vedere l'ascesa di Le Pen e del suo &lt;i&gt;Rassemblement National&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sembra quindi tutto perduto, a meno che non si ricerchino degli antidoti alla “polmonite” sopra citata. La &lt;i&gt;pars construens&lt;/i&gt; proposta dal professor Fabbrini vede, sul piano istituzionale, la necessità di una riforma dei Trattati che permetta all'Unione di gestire al meglio i suoi Paesi membri. &lt;strong&gt;La Bruxelles di Lisbona, o persino di Maastricht, non può più attuare politiche efficaci nei confronti di un numero crescente di Paesi senza aggiornare degli organi pensati 20 anni prima.&lt;/strong&gt;
Sul piano politico-culturale, invece, bisognerebbe creare &lt;strong&gt;un'Europa consapevole e punto di riferimento&lt;/strong&gt;, non più un'“Europa matrigna” per le sue politiche fiscali, ma &lt;strong&gt;un'Unione che sappia parlare, sostiene Fabbrini, ai cuori e non solo alle menti dei suoi cittadini.&lt;/strong&gt;
Come dunque combattere e vincere questa battaglia per l'immaginario di un'Europa forte e solida? Attraverso lo stesso consiglio che Max Weber diede agli studenti di Monaco di Baviera al termine della prima guerra mondiale: &lt;strong&gt;trovando delle figure politiche capaci di “mettere le proprie mani tra gli ingranaggi della storia”.&lt;/strong&gt;&lt;span class="spip_note_ref"&gt; [&lt;a href="#nb2-2" class="spip_note" rel="appendix" title="M. Weber, La politica come professione, 1919" id="nh2-2"&gt;2&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In conclusione, l'incontro svoltosi presso il Salone d'Onore “Carlo X” ha evidenziato molte criticità dell'Unione Europea e della nostra cultura politica occidentale, ma non si può certo dire che il pragmatismo di Fabbrini si sia trasformato in cieco pessimismo. L'autore ha infatti concluso il suo illuminante intervento sottolineando che, se da un lato l'UE ha in sé delle forti mancanze, dall'altro, essa può farsi garante della resistenza contro gli orribili demoni dell'autoritarismo del ‘900, purchè sia disposta a crescere e ad essere al passo con il mondo contemporaneo &lt;strong&gt;La nostra Europa è “un'invenzione di successo” ma, come per un bambino che cresce, i vestiti sono ormai stretti.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;hr /&gt;
		&lt;div class='rss_notes'&gt;&lt;div id="nb2-1"&gt;
&lt;p&gt;&lt;span class="spip_note_ref"&gt;[&lt;a href="#nh2-1" class="spip_note" title="Note 2-1" rev="appendix"&gt;1&lt;/a&gt;] &lt;/span&gt;S. Fabbrini, &lt;i&gt;Nazionalismo 2.0. La sfida sovranista all'Europa integrata&lt;/i&gt;, 2025, Mondadori Università&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div id="nb2-2"&gt;
&lt;p&gt;&lt;span class="spip_note_ref"&gt;[&lt;a href="#nh2-2" class="spip_note" title="Note 2-2" rev="appendix"&gt;2&lt;/a&gt;] &lt;/span&gt;M. Weber, &lt;i&gt;La politica come professione&lt;/i&gt;, 1919&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Minoranze linguistiche tra tutela e strumentalizzazione</title>
		<link>http://www.taurillon.org/minoranze-linguistiche-tra-tutela-e-strumentalizzazione</link>
		<guid isPermaLink="true">http://www.taurillon.org/minoranze-linguistiche-tra-tutela-e-strumentalizzazione</guid>
		<dc:date>2026-04-29T08:00:00Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Federico Rubino</dc:creator>



		<description>
&lt;p&gt;Dalla crisi del Donbass alla questione della comunità russofona in Estonia, passando per il modello autonomistico dell'Alto Adige, l'Europa si trova oggi davanti a una sfida cruciale: garantire la tutela delle minoranze linguistiche senza lasciare spazio a strumentalizzazioni geopolitiche da parte di regimi autoritari. Negli scorsi mesi in diverse valli del Sudtirolo sono comparsi cartelli nei quali veniva richiesto l'intervento di Donald Trump per liberare il “Tirolo occupato” con (…)&lt;/p&gt;


-
&lt;a href="http://www.taurillon.org/-approfondimenti-" rel="directory"&gt;Approfondimenti&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;img src='http://www.taurillon.org/local/cache-gd2/1b/387c226d1da98909def58fe0b64fac.jpg?1777450251' class='spip_logo spip_logo_right' width='1200' height='630' alt="" /&gt;
		&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Dalla crisi del Donbass alla questione della comunità russofona in Estonia, passando per il modello autonomistico dell'Alto Adige, l'Europa si trova oggi davanti a una sfida cruciale: garantire la tutela delle minoranze linguistiche senza lasciare spazio a strumentalizzazioni geopolitiche da parte di regimi autoritari.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Negli scorsi mesi in diverse valli del Sudtirolo sono comparsi cartelli nei quali veniva richiesto l'intervento di Donald Trump per liberare il “Tirolo occupato” con annesse bandiere statunitensi. Questo fatto mette in luce come ancora oggi &lt;strong&gt;nazionalismi e contrapposizioni identitarie possano essere sfruttati da potenze straniere&lt;/strong&gt; per destabilizzare gli equilibri politici nel cuore d'Europa. Partendo da questo caso specifico, che agli occhi di molti risulta innocuo (sebbene ci sia da chiedersi da dove provengano i fondi che hanno permesso a tali cartelli di comparire come funghi nelle diverse valli) è mia intenzione scrivere della questione delle minoranze linguistiche e la loro tutela, concentrandomi su ciò che è accaduto in &lt;strong&gt;Ucraina&lt;/strong&gt; e in &lt;strong&gt;Alto-Adige&lt;/strong&gt; per &lt;strong&gt;fornire uno strumento interpretativo e critico con il quale guardare ai confini orientali e più nello specifico a ciò che accade in Estonia&lt;/strong&gt;. Negli ultimi mesi infatti, nel contesto della “guerra ibrida” diverse attività di disinformazione online hanno promosso l'idea di una “Repubblica popolare di Narva” nella regione nord-orientale dell'Estonia abitata prevalentemente da russofoni, un qualcosa di simile a ciò che era accaduto in Donbass e recentemente si è verificato in Sudtirolo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L'UCRAINA&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La crisi ucraina esplosa con l'&lt;i&gt;Euromaidan&lt;/i&gt; ha mostrato quanto le questioni linguistiche possano trasformarsi in detonatori politici se inserite in contesti instabili. Nel Donbass, prima del 2014, non esisteva un forte movimento secessionista: prevalevano richieste di autonomia amministrativa e di tutela della lingua russa simili a quelle già presenti in Crimea. Con l'evoluzione del conflitto e l'intervento della Russia, la dimensione linguistica è stata progressivamente inglobata in una narrazione geopolitica più ampia e oppositiva. Da un lato, Kyiv ha rafforzato l'uso della &lt;strong&gt;lingua ucraina come elemento di costruzione nazionale&lt;/strong&gt; (si pensi alla &lt;i&gt;Legge sulla lingua&lt;/i&gt; del 2019); dall'altro, Mosca ha utilizzato la difesa dei russofoni come giustificazione politica e retorica per la propria azione imperialista. Questo punto è essenziale: la tutela delle minoranze linguistiche è un principio legittimo, ma diventa pericoloso quando viene piegato a logiche di potenza.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per comprendere appieno il conflitto russo-ucraino e la questione linguistica è fondamentale tenere a mente il contesto di cui parliamo: &lt;strong&gt;le proteste di &lt;i&gt;Euromaidan&lt;/i&gt; ebbero inizio nel novembre 2013&lt;/strong&gt; in seguito alla decisione del presidente Viktor Janukovyč di sospendere la firma dell'Accordo di Associazione con l'Unione Europea, optando per un riavvicinamento economico alla Federazione Russa. Le manifestazioni, inizialmente limitate a una mobilitazione studentesca e civica, si ampliarono rapidamente in seguito alla repressione delle proteste da parte delle forze di sicurezza, trasformandosi in una &lt;strong&gt;crisi politica nazionale&lt;/strong&gt;: nacque un movimento eterogeneo, caratterizzato dalla partecipazione di attivisti civici, partiti politici di opposizione, organizzazioni della società civile e ampi settori della classe media urbana. All'interno delle proteste furono presenti anche gruppi nazionalisti radicali e formazioni di estrema destra, come &lt;i&gt;Pravyi Sektor&lt;/i&gt;, la cui visibilità fu accresciuta dal ruolo negli scontri di piazza, pur non rappresentando la maggioranza dei manifestanti: la visibilità delle organizzazioni estremiste aumentò perché più organizzate e attive negli scontri di piazza. Questo punto è importante perché la narrativa russa tende a presentare &lt;i&gt;Euromaidan&lt;/i&gt; come un colpo di stato “nazista” mentre la narrativa occidentale tende invece a minimizzare completamente la presenza di questi gruppi o a negarla.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel marzo &lt;strong&gt;2014&lt;/strong&gt; la &lt;strong&gt;Crimea fu occupata da forze armate russe&lt;/strong&gt; prive di insegne ufficiali e fu organizzato un &lt;strong&gt;referendum&lt;/strong&gt; sull'annessione alla Federazione Russa. Quest'ultima interpretò il voto come un'espressione del diritto all'autodeterminazione della popolazione locale, mentre la maggioranza della comunità internazionale lo considerò illegittimo in quanto svolto sotto presenza militare e in violazione dell'integrità territoriale dell'Ucraina. &lt;strong&gt;L'annessione della Crimea&lt;/strong&gt; rappresenta un momento di svolta nella crisi, &lt;strong&gt;trasformando una crisi politica interna in un conflitto internazionale&lt;/strong&gt; e contribuendo alla radicalizzazione delle posizioni politiche all'interno dell'Ucraina. La &lt;strong&gt;strage di Odessa&lt;/strong&gt; (2 maggio 2014) è uno degli episodi più controversi intorno al quale la narrazione russa e occidentale differiscono profondamente. Vi furono scontri tra manifestanti pro-Ucraina e pro-Russia e l'incendio nella Casa dei Sindacati che portò alla morte di 42-48 persone, per lo più manifestanti filorussi. Le responsabilità precise dell'incendio non accertate definitivamente: entrambe le parti si accusano a vicenda mentre rapporti ONU e Consiglio d'Europa hanno criticato l'inefficacia delle indagini ucraine. È vero che gruppi estremisti e ultras erano presenti tra i manifestanti filo-Kyiv, ma anche gruppi radicali filo-russi parteciparono agli scontri armati.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli &lt;strong&gt;accordi di Minsk I&lt;/strong&gt; (settembre 2014) e &lt;strong&gt;Minsk II&lt;/strong&gt; (febbraio 2015), negoziati con la mediazione di Francia e Germania nel cosiddetto &lt;i&gt;formato Normandia&lt;/i&gt;, rappresentano il principale tentativo diplomatico di risoluzione del conflitto. Essi prevedevano il cessate il fuoco, il ritiro delle armi pesanti e una riforma costituzionale ucraina che introducesse uno &lt;i&gt;status&lt;/i&gt; speciale per alcune aree del Donbass. Il fallimento degli accordi è generalmente attribuito alla divergenza sull'ordine di attuazione delle misure: l'Ucraina richiedeva prima il ripristino del controllo del confine con la Russia e il ritiro delle truppe russe, mentre le autorità separatiste e la Federazione Russa insistevano sull'attuazione preventiva dell'autonomia politica. &lt;strong&gt;Gli accordi di Minsk fallirono perché erano volutamente ambigui, le parti li interpretavano in modo opposto, mancavano fiducia e meccanismi di garanzia, le condizioni politiche interne rendevano difficile applicarli e il conflitto era ormai parte di una competizione geopolitica più ampia&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La &lt;strong&gt;questione autonomistica&lt;/strong&gt; del Donbass è strettamente connessa alla &lt;strong&gt;dimensione linguistica e identitaria&lt;/strong&gt;. Prima del 2014 la &lt;strong&gt;lingua russa&lt;/strong&gt; era ampiamente utilizzata nella vita pubblica, nei media e nella politica ucraina. Dopo l'inizio del conflitto, l'Ucraina adottò politiche volte a rafforzare la lingua ucraina come lingua di Stato, in particolare attraverso la legge sull'istruzione del 2017 e la legge sulla lingua del 2019. La &lt;i&gt;Commissione di Venezia&lt;/i&gt; del Consiglio d'Europa ha riconosciuto la legittimità dell'obiettivo di rafforzare la lingua nazionale, ma ha espresso preoccupazioni riguardo al bilanciamento con la tutela delle minoranze linguistiche, raccomandando modifiche per evitare effetti discriminatori. &lt;strong&gt;L'Unione Europea ha sostenuto l'integrità territoriale dell'Ucraina, introducendo sanzioni contro la Federazione Russa&lt;/strong&gt; e promuovendo una &lt;strong&gt;soluzione negoziale&lt;/strong&gt; basata sugli accordi di Minsk. Parallelamente, le istituzioni europee hanno mantenuto una &lt;strong&gt;posizione critica su alcune politiche interne ucraine&lt;/strong&gt;, in particolare riguardo alla tutela dei &lt;strong&gt;diritti linguistici&lt;/strong&gt; delle minoranze. Il conflitto nel Donbass rappresenta l'intersezione tra crisi politica interna, costruzione dell'identità nazionale e competizione geopolitica tra Russia e Occidente. La &lt;strong&gt;questione autonomistica&lt;/strong&gt;, inizialmente legata a richieste di decentramento e tutela linguistica, è stata &lt;strong&gt;progressivamente assorbita in una dinamica militare e internazionale&lt;/strong&gt; che ha reso sempre più difficile una soluzione negoziale duratura.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L'ESTONIA&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Oggi uno dei luoghi dove più si gioca il futuro dell'Europa è rappresentato dal &lt;strong&gt;confine orientale&lt;/strong&gt;. In Estonia, circa un quarto della popolazione è russofona, eredità diretta dell'epoca sovietica. Negli ultimi decenni, Tallinn ha adottato politiche volte a rafforzare la &lt;strong&gt;lingua estone come pilastro dell'identità nazionale&lt;/strong&gt;, richiedendo ad esempio la conoscenza della lingua per l'accesso alla cittadinanza e al settore pubblico. Queste politiche sono state spesso criticate dalla Federazione Russa, che le presenta come discriminatorie. Tuttavia, le &lt;strong&gt;istituzioni europee&lt;/strong&gt; hanno generalmente &lt;strong&gt;riconosciuto il diritto dell'Estonia a tutelare la propria lingua nazionale&lt;/strong&gt;, pur invitando a mantenere un equilibrio con i diritti delle minoranze. Il rischio è evidente: ogni squilibrio, reale o percepito, può essere utilizzato come leva politica. &lt;strong&gt;Una parte della popolazione di origine russa&lt;/strong&gt; vive ancora oggi in una condizione di apolidia o di “&lt;strong&gt;non-cittadinanza&lt;/strong&gt;”. Molti di questi residenti non hanno automaticamente ottenuto la cittadinanza estone dopo il 1991 e sono rimasti con uno &lt;i&gt;status&lt;/i&gt; giuridico speciale. Pur vivendo, lavorando e parlando spesso russo nella vita quotidiana, molti non possono votare alle elezioni nazionali e si sentono ai margini della piena partecipazione politica. Il percorso verso la cittadinanza passa attraverso esami di lingua estone e prove di integrazione, spesso percepite come un ostacolo significativo. Tra memoria storica e identità nazionale, la loro condizione resta uno dei nodi più delicati della società estone contemporanea.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È qui che l'Europa deve essere particolarmente vigile, cercando di evitare sia l'indifferenza sia la strumentalizzazione della lingua. Il punto centrale è che le &lt;strong&gt;politiche estoni&lt;/strong&gt; non possono essere lette semplicemente come “contro” la minoranza russa. Esse &lt;strong&gt;rispondono a una logica di sicurezza e di costruzione nazionale&lt;/strong&gt; in un Paese che ha una memoria storica molto forte dell'occupazione sovietica e che si ritrova a doversi confrontare con un “vicino di casa” minaccioso. Tuttavia, proprio &lt;strong&gt;questa impostazione rischia di produrre effetti controproducenti se non supportata da efficaci strumenti di inclusione&lt;/strong&gt;. L'Europa oggi deve evitare in tutti i modi che vengano calpestati i diritti dei russofoni e che vengano date leve politiche per giustificare interventi militari o la nascita di repubbliche separatiste. Una risposta su come agire e come evitare che avvenga nuovamente ciò che è accaduto in Ucraina è utile volgere gli occhi al cuore d'Europa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L'ALTO ADIGE-SÜDTIROL&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il caso dell'&lt;strong&gt;Alto Adige–Südtirol&lt;/strong&gt; viene spesso evocato come esempio virtuoso di gestione delle minoranze linguistiche, ma &lt;strong&gt;ridurlo a formula replicabile sarebbe un errore&lt;/strong&gt;. Il solo fatto di riferirsi a questo territorio con un nome piuttosto che un altro indica un posizionamento politico, fatto difficilmente comprensibile a chi non vive quotidianamente il contesto di contrapposizione identitaria che velatamente continua a persistere all'ombra delle Dolomiti. Il nome con il quale riferirsi a questo territorio è continuamente al centro di polemiche: come nel 2019 quando il Presidente della Provincia dichiarò che il termine corretto da utilizzare sarebbe “Provincia autonoma di Bolzano”, declinato nelle diverse varianti linguistiche (in italiano, tedesco, ladino). La sua storia è segnata da conflitti profondi, da politiche di assimilazione forzata durante il fascismo e da una lunga stagione di tensioni che hanno richiesto decenni di negoziazione internazionale per essere superate. Solo attraverso un equilibrio complesso tra autonomia, garanzie giuridiche e coinvolgimento di attori esterni si è giunti a una stabilizzazione duratura. &lt;strong&gt;Il percorso che ha portato alla convivenza tra gruppi linguistici diversi in Sudtirolo si regge su un sistema istituzionale sofisticato, che ha saputo trasformare una frattura etnica in una coesistenza regolata&lt;/strong&gt;. Ma questa stabilità non è priva di &lt;strong&gt;ambiguità&lt;/strong&gt; ed è utile raccontarne brevemente la storia per meglio comprenderla.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La questione autonomistica dell'Alto Adige–Südtirol rappresenta uno dei casi più complessi e significativi di gestione delle minoranze linguistiche in Europa. Essa nasce dalla ridefinizione dei confini europei dopo la Prima guerra mondiale e attraversa il fascismo, il nazismo, il secondo dopoguerra, la stagione del terrorismo e infine la costruzione di un sistema avanzato di autonomia speciale, fortemente influenzato dal contesto internazionale ed europeo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Con il &lt;strong&gt;Trattato di Saint-Germain-en-Laye del 1919, l'Alto Adige-Südtirol venne annesso al Regno d'Italia, separandolo dal Tirolo storico&lt;/strong&gt;. Questa decisione portò all'inclusione di una popolazione prevalentemente germanofona all'interno di uno Stato nazionale italiano, creando fin dall'inizio una frattura tra identità culturale e appartenenza politica. Durante il regime fascista (1922–1943) furono attuate &lt;strong&gt;politiche di italianizzazione forzata&lt;/strong&gt;: abolizione dell'uso pubblico della lingua tedesca, cambiamento dei toponimi, scioglimento delle associazioni culturali e chiusura delle scuole tedesche. Tali politiche &lt;strong&gt;alimentarono un profondo senso di alienazione nella popolazione locale&lt;/strong&gt;. In risposta alla repressione culturale fascista, nacquero le &lt;i&gt;Katakombenschulen&lt;/i&gt;, scuole clandestine in cui si insegnava la lingua tedesca. Queste esperienze rappresentarono una forma di resistenza culturale e di difesa dell'identità linguistica, mantenendo viva la trasmissione della lingua madre. Nel 1939, l'accordo tra Hitler e Mussolini impose alla popolazione germanofona la scelta tra l'emigrazione nel Terzo Reich o la permanenza in Italia con l'accettazione dell'italianizzazione. Le cosiddette “opzioni” (e la conseguente divisione della popolazione germanofona tra &lt;i&gt;Optanten&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Dableiber&lt;/i&gt;) provocarono profonde divisioni sociali e familiari. Durante la Seconda guerra mondiale, l'Alto Adige fu sottoposto all'amministrazione nazista fino al 1945. Nel 1945 nacque la Südtiroler Volkspartei (SVP), che divenne il principale rappresentante politico della minoranza germanofona.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'Accordo di Parigi del 1946 tra Italia e Austria pose le basi per una prima forma di autonomia, rivelatasi tuttavia insufficiente a garantire un'effettiva tutela delle minoranze. &lt;strong&gt;Castel Firmiano (Sigmundskron)&lt;/strong&gt; è il luogo simbolo della protesta autonomista sudtirolese: nel 1957 Silvius Magnago vi proclamò lo slogan “&lt;strong&gt;Los von Trient&lt;/strong&gt;”, denunciando l'inefficacia dell'autonomia regionale. &lt;strong&gt;Silvius Magnago&lt;/strong&gt;, leader della SVP, guidò la mobilitazione politica per il trasferimento delle competenze alla Provincia di Bolzano e per una vera autonomia. Gli slogan “&lt;strong&gt;Los von Trient&lt;/strong&gt;” e “&lt;strong&gt;Los von Rom&lt;/strong&gt;” esprimevano la &lt;strong&gt;richiesta di separazione amministrativa&lt;/strong&gt; prima dalla Regione Trentino-Alto Adige e poi, in forma più radicale, dallo Stato italiano. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, il malcontento sfociò anche in azioni violente da parte di gruppi separatisti, con attentati contro infrastrutture statali, civili e militari. Questo periodo di tensione portò la questione altoatesina all'attenzione delle organizzazioni internazionali, in particolare delle Nazioni Unite. Gli organi internazionali, in particolare l'&lt;strong&gt;ONU&lt;/strong&gt;, furono decisivi nel portare la questione altoatesina fuori dal quadro interno italiano. L'&lt;strong&gt;Austria internazionalizzò il conflitto&lt;/strong&gt; come potenza garante dell'Accordo di Parigi (1946), esercitando pressione diplomatica sull'Italia: questo favorì una soluzione negoziata e il rafforzamento dell'autonomia provinciale. Quest'ultima fu ottenuta attraverso i “Pacchetti”: il &lt;strong&gt;primo “Pacchetto&lt;/strong&gt;” (1948) istituì l'autonomia regionale, rivelatasi insufficiente per la minoranza germanofona. Il &lt;strong&gt;secondo “Pacchetto&lt;/strong&gt;” di autonomia, approvato nel 1969 e attuato con il secondo Statuto di autonomia del &lt;strong&gt;1972&lt;/strong&gt;, garantì ampie competenze legislative e amministrative alla Provincia autonoma di Bolzano. Nel 1992 l'Austria dichiarò conclusa la vertenza internazionale, riconoscendo la validità del sistema autonomistico italiano. La politica internazionale svolse quindi un ruolo decisivo nel consolidamento della soluzione pacifica del conflitto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un elemento centrale del sistema autonomistico è la &lt;strong&gt;proporzionale etnica&lt;/strong&gt;, che garantisce la rappresentanza delle diverse comunità linguistiche (italiana, tedesca e ladina) nei posti pubblici e nelle risorse. Questo meccanismo è considerato fondamentale per l'&lt;strong&gt;equilibrio interetnico&lt;/strong&gt;, sebbene non privo di &lt;strong&gt;criticità&lt;/strong&gt; (di cui si potrebbe parlare in un futuro articolo). L'Europa ha giocato un ruolo essenziale nei rapporti tra Austria e Italia e nello sviluppo di una macroregione integrata. L'&lt;strong&gt;Euregio&lt;/strong&gt; rappresenta una forma di cooperazione transfrontaliera che unisce territori storicamente legati: promuove iniziative comuni in ambito culturale, economico e istituzionale, rafforzando l'idea di un'Europa delle regioni. La Provincia autonoma di Bolzano ha stipulato accordi con l'&lt;strong&gt;Università di Innsbruck&lt;/strong&gt; che permettono agli studenti altoatesini di accedere a corsi, borse di studio e riconoscimenti accademici transfrontalieri. In ambito sociale, l'autonomia ha consentito politiche avanzate di &lt;strong&gt;sostegno allo studio&lt;/strong&gt;, con &lt;strong&gt;libri di testo gratuiti&lt;/strong&gt; e servizi scolastici finanziati fino alla scuola superiore. Sono previsti inoltre &lt;strong&gt;abbonamenti agevolati o gratuiti ai trasporti pubblici&lt;/strong&gt; per studenti e giovani per spostarsi anche in Austria. Queste misure rafforzano il diritto allo studio e la mobilità, riducendo le disuguaglianze territoriali. Nel complesso, tali politiche mostrano l'uso concreto dell'autonomia per il welfare locale e l'integrazione europea.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La questione autonomistica altoatesina dimostra come un conflitto etnico e territoriale possa essere risolto attraverso strumenti giuridici, negoziazione politica e cooperazione internazionale&lt;/strong&gt;. Il modello altoatesino è oggi considerato un esempio di gestione pacifica delle minoranze linguistiche in Europa ma non è priva di &lt;strong&gt;problematicità&lt;/strong&gt;: basti ricordare l'ostinato rifiuto delle “scuole miste” da parte di molti partiti identitari, viste come un modo per cancellare l'identità sudtirolese e strumento per favorirne una lenta assimilazione all'interno della cultura italiana. In Alto Adige esistono infatti &lt;strong&gt;scuole separate&lt;/strong&gt; per gruppi linguistici, con l'obiettivo di preservare la lingua madre ma isolando gli studenti in “bolle culturali” spesso impermeabili. Il rifiuto della fascia tricolore da parte della sindaca di Merano e il trambusto mediatico che il suo gesto ha provocato è un ulteriore esempio assieme alle recenti polemiche riguardanti l'uso del dialetto in consiglio provinciale di come la situazione sia tutt'altro che risolta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È proprio in questa ambivalenza che l'Alto Adige offre una lezione utile all'Europa. &lt;strong&gt;Non esiste una soluzione semplice o definitiva: la tutela delle minoranze richiede compromessi continui, adattamenti e una forte cornice istituzionale&lt;/strong&gt;. Soprattutto, essa funziona quando è sostenuta da condizioni più ampie, come la prosperità economica, la mobilità e la fiducia nello stato di diritto. Per questo &lt;strong&gt;il modello altoatesino può essere un punto di riferimento, ma solo se inquadrato criticamente&lt;/strong&gt;. Idealizzarlo significherebbe ignorarne le fragilità; comprenderlo davvero, invece, permette di cogliere quanto sia delicato l'equilibrio tra identità, autonomia e integrazione, un equilibrio che oggi l'Europa è chiamata a difendere anche in contesti ben più esposti alle pressioni geopolitiche.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Il percorso dell'Ucraina verso Bruxelles</title>
		<link>http://www.taurillon.org/il-percorso-dell-ucraina-verso-bruxelles</link>
		<guid isPermaLink="true">http://www.taurillon.org/il-percorso-dell-ucraina-verso-bruxelles</guid>
		<dc:date>2026-04-27T08:00:00Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Gaia Pastore</dc:creator>



		<description>
&lt;p&gt;Il 24 febbraio 2022 l'Ucraina è entrata nel periodo più buio della sua storia contemporanea a causa dell'aggressione da parte della Russia che le istituzioni europee hanno definito fin da subito non giustificata. In questo articolo vorrei però focalizzare l'attenzione sull'andamento dei negoziati di adesione tra l'Ucraina e l'Unione europea. Il 28 febbraio 2022 l'Ucraina ha presentato domanda di adesione al Consiglio dell'Unione europea, avviando così la procedura sancita dall'art.49 TUE; (…)&lt;/p&gt;


-
&lt;a href="http://www.taurillon.org/-Geopolitica-" rel="directory"&gt;Analisi&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;img src='http://www.taurillon.org/local/cache-gd2/a3/7261d90823acde0fec224593813213.jpg?1777286179' class='spip_logo spip_logo_right' width='1200' height='630' alt="" /&gt;
		&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Il &lt;strong&gt;24 febbraio 2022&lt;/strong&gt; l'Ucraina è entrata nel &lt;strong&gt;periodo più buio della sua storia contemporanea&lt;/strong&gt; a causa dell'&lt;strong&gt;aggressione da parte della Russia&lt;/strong&gt; che le istituzioni europee hanno definito fin da subito &lt;strong&gt;non giustificata&lt;/strong&gt;.
In questo articolo vorrei però focalizzare l'attenzione sull'andamento dei negoziati di adesione tra l'Ucraina e l'Unione europea.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Il &lt;strong&gt;28 febbraio 2022&lt;/strong&gt; l'Ucraina ha presentato &lt;strong&gt;domanda di adesione&lt;/strong&gt; al Consiglio dell'Unione europea, avviando così la procedura sancita dall'art.49 TUE; il Presidente ucraino &lt;strong&gt;Volodymyr Zelens'kyj&lt;/strong&gt; ai tempi chiese all'Unione europea di applicare una &lt;strong&gt;procedura speciale&lt;/strong&gt;, per aderire in tempi più rapidi vista la situazione in cui versava, e tuttora versa, il suo Paese. Tuttavia, i Trattati dell'Ue non prevedono alcuna tipologia di procedura speciale per velocizzare l'allargamento dell'Unione nel continente, ma comparando il percorso verso l'adesione dell'Ucraina con quello di altri Stati attualmente candidati, è possibile affermare che nei fatti la &lt;strong&gt;procedura sia stata inizialmente velocizzata&lt;/strong&gt;. Si pensi al fatto che il Consiglio europeo il &lt;strong&gt;23 giugno del 2022&lt;/strong&gt;, dopo soli quattro mesi dalla presentazione della domanda di adesione, ha concesso in tempi record lo &lt;i&gt;status&lt;/i&gt; di &lt;strong&gt;Paese candidato&lt;/strong&gt; all'adesione, con una &lt;strong&gt;rapidità mai vista nella storia dell'allargamento dell'Ue&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La procedura prevista per l'adesione all'Unione europea è &lt;strong&gt;molto articolata&lt;/strong&gt;, gli Stati candidati possono impiegare diversi anni nel concludere il loro percorso verso Bruxelles, ma l'Ucraina fin dalla domanda di adesione, sta dimostrando di essere determinata nel raggiungere il sogno europeo, nonostante le sfide che sta attraversando. Il 17 giugno 2022, pochi giorni prima della delibera all'unanimità del Consiglio europeo per la concessione dello &lt;i&gt;status&lt;/i&gt; di Paese candidato, la Commissione europea ha espresso il proprio parere positivo in merito alla domanda di adesione, riconoscendo i progressi compiuti dall'Ucraina a partire dalla ratifica dell'Accordo di associazione del 2014. I progressi alla quale fa riferimento la Commissione riguardano le numerose riforme interne compiute negli anni per &lt;strong&gt;conformarsi gradualmente all'&lt;i&gt;acquis&lt;/i&gt;,&lt;/strong&gt; il &lt;i&gt;corpus&lt;/i&gt; legislativo dell'Ue. In particolare, ha compiuto riforme per modernizzare l'amministrazione pubblica, tutelare i diritti delle minoranze nazionali, garantire una maggior trasparenza e indipendenza del settore giudiziario; ha istituito organismi anticorruzione, tra i quali l'High Anti-Corruption Court, e mostrato di essere in grado di conformarsi ai requisiti previsti per l'adesione all'Unione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma a quattro anni dall'avvio del percorso dell'Ucraina verso l'adesione &lt;strong&gt;a che punto siamo?&lt;/strong&gt;
La fase dei negoziati è stata ufficialmente avviata il &lt;strong&gt;21 giugno 2024&lt;/strong&gt;: a essa nella prassi segue l'apertura dei primi capitoli negoziali racchiusi nel &lt;i&gt;cluster&lt;/i&gt; dei diritti e fondamenti. Nonostante i progressi compiuti nell'attuazione delle riforme necessarie e le raccomandazioni delle altre istituzioni europee al Consiglio dell'Ue, &lt;strong&gt;nessun capitolo negoziale è stato ad oggi aperto&lt;/strong&gt;. Per aprirli la Commissione europea nella prassi conclude prima lo &lt;i&gt;screening&lt;/i&gt;, per confrontare l'ordinamento giuridico ucraino e &lt;i&gt;l'acquis&lt;/i&gt; dell'Ue, così da poter determinare in che misura l'Ucraina sia pronta all'adesione e inquadrare le riforme da compiere. Lo &lt;i&gt;screening&lt;/i&gt; è stato concluso in tempi record a settembre dello scorso anno e la Commissione ha presentato un &lt;i&gt;report&lt;/i&gt; nel quale vengono analizzati tutti i 35 capitoli negoziali previsti e ha consigliato le riforme da compiere durante i negoziati.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dal report, però, sono risultate &lt;strong&gt;lacune non di poco conto nel grado di allineamento ai valori&lt;/strong&gt; di cui all'art. 2 TUE, il cui rispetto è uno dei requisiti essenziali per poter aderire, in particolare riguardo al rispetto dello &lt;strong&gt;Stato di diritto&lt;/strong&gt;; inoltre, l'Ucraina ha ancora &lt;strong&gt;problemi di corruzione&lt;/strong&gt; che interessano il sistema giudiziario e non viene garantita la meritocrazia nella nomina dei suoi membri. A luglio 2025, tra l'altro, vi è stato un passo indietro nel rispetto dei valori fondamentali dell'Ue che ha destato preoccupazione a Bruxelles: il &lt;strong&gt;Parlamento ucraino ha approvato una legge che minava l'indipendenza della NABU e della SAPO, due organismi anticorruzione&lt;/strong&gt;, ponendole sotto il controllo del Procuratore generale, ma dopo le proteste dei cittadini ucraini fu ristabilita la loro indipendenza. Nel report, comunque, sono stati riconosciuti anche i progressi compiuti dall'Ucraina per conformarsi gradualmente all'&lt;i&gt;acquis&lt;/i&gt;, e la sua &lt;strong&gt;lotta alla corruzione&lt;/strong&gt;. La Commissione si raccomanda di proseguire con l'attuazione delle riforme necessarie per poter completare in futuro la fase dei negoziati, la cui conclusione è però subordinata alla chiusura di tutti i capitoli negoziali raggruppati nei sei &lt;i&gt;cluster&lt;/i&gt; e richiede &lt;strong&gt;l'approvazione unanime del Consiglio&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La &lt;strong&gt;Commissaria per l'allargamento Marta Kos&lt;/strong&gt; ha recentemente affermato che in quanto si tratta di un processo basato sulla meritocrazia, e l'Ucraina ha provato in questi anni di meritare l'adesione, è giunto il momento di aprire i capitoli negoziali.
La &lt;strong&gt;procedura che inizialmente è stata velocizzata&lt;/strong&gt; dall'Ue per dare all'Ucraina una prospettiva al proprio interno e mostrare il suo sostegno durante la guerra, sembra oggi attraversare una &lt;strong&gt;battuta di arresto&lt;/strong&gt;, come dimostra il fatto che nonostante le raccomandazioni della Commissione al Consiglio dell'Ue nessun capitolo è stato aperto. La causa di questo rallentamento risulta essere la &lt;strong&gt;mancanza dell'unanimità del Consiglio dell'Unione europea&lt;/strong&gt;, per l'apertura dei primi capitoli. Il ministro per gli Affari europei della Polonia &lt;strong&gt;Adam Szlapka&lt;/strong&gt;, il cui governo he detenuto la presidenza di turno del Consiglio dell'Ue nel primo semestre del 2025, ha infatti affermato “siamo determinati a sostenere l'Ucraina, e far progredire il cammino di allargamento”, aggiungendo, &lt;strong&gt;“non c'è unanimità, non mi sbilancio su date”&lt;/strong&gt;. Tra i &lt;i&gt;leader&lt;/i&gt; dell'UE il &lt;strong&gt;principale oppositore&lt;/strong&gt; all'ingresso dell'Ucraina è stato il Primo Ministro ungherese &lt;strong&gt;Viktor Orbán&lt;/strong&gt;, che ha più volte espresso il proprio dissenso pubblicamente. In una delle sue dichiarazioni alla stampa ha affermato “l'Ucraina non ha i soldi per potersi mantenere, dobbiamo aiutarla noi” aggiungendo anche &lt;strong&gt;“un eventuale ingresso di Kiev nell'UE porterebbe la guerra nell'Ue e i soldi degli europei in Ucraina”&lt;/strong&gt;. A causa del &lt;i&gt;leader&lt;/i&gt; ungherese e del suo diritto di veto, il raggiungimento dell'unanimità sembrava lontano. Tuttavia, molto recentemente il 12 aprile di quest'anno &lt;strong&gt;ha vinto le elezioni parlamentari Péter Magyar&lt;/strong&gt;. Finora l'Ungheria ha avuto una posizione contraria all'adesione dell'Ucraina, ostacolandola nel suo obiettivo, ma essendo ora cambiata la &lt;i&gt;leadership&lt;/i&gt; staremo a vedere &lt;strong&gt;quale sarà la nuova posizione&lt;/strong&gt;; il nuovo &lt;i&gt;leader&lt;/i&gt; ungherese non ha ancora rilasciato dichiarazioni chiare in merito.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le &lt;strong&gt;istituzioni europee&lt;/strong&gt; (la Commissione europea, il Consiglio dell'UE, Parlamento europeo) &lt;strong&gt;hanno più volte dichiarato di sostenere l'adesione dell'Ucraina&lt;/strong&gt;, ma la scelta finale non spetta a loro. Con la sua popolazione, l'Ucraina diverrebbe uno dei Paesi più grandi dell'Unione europea, acquisendo un &lt;strong&gt;peso rilevante nel Parlamento europeo&lt;/strong&gt; e contribuendo a stravolgere gli equilibri politici tra gli Stati membri. &lt;strong&gt;Stati che sono abituati ad avere una certa rilevanza&lt;/strong&gt; nel Parlamento europeo, come Germania, Spagna, Francia, e non solo, &lt;strong&gt;saranno effettivamente disposti in futuro a far entrare un “gigante” come l'Ucraina?&lt;/strong&gt; Inoltre, permane una certa cautela rispetto all'ingresso di democrazie considerate “immature”, l'esperienza degli ultimi anni (con l'Ungheria e la Polonia) ha reso l'Unione europea più attenta al rischio di accogliere Paesi che, una volta membri, possano incontrare difficoltà nel garantire pienamente il rispetto dei valori fondamentali sanciti dall'art. 2 TUE.
Infine, incombe una domanda cruciale: se, e quando, arriverà il momento della ratifica del &lt;strong&gt;Trattato di adesione&lt;/strong&gt;, verrà &lt;strong&gt;ratificato da tutti gli Stati membri o sorgeranno sorprese&lt;/strong&gt;?&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Il rapporto tra federalismo e Resistenza</title>
		<link>http://www.taurillon.org/il-rapporto-tra-federalismo-e-resistenza</link>
		<guid isPermaLink="true">http://www.taurillon.org/il-rapporto-tra-federalismo-e-resistenza</guid>
		<dc:date>2026-04-25T06:54:46Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>IL BURATTINO</dc:creator>



		<description>
&lt;p&gt;La Resistenza europea rappresenta un fenomeno storico di straordinaria complessità, che non può essere interpretato unicamente come una reazione armata all'occupazione nazifascista. Essa costituisce, piuttosto, un momento di profonda rielaborazione politica e teorica, nel quale si intrecciano la lotta per la liberazione e la riflessione sulle cause strutturali della crisi europea. In questo senso, si configura come un vero e proprio laboratorio politico, nel quale emergono visioni (…)&lt;/p&gt;


-
&lt;a href="http://www.taurillon.org/-Geopolitica-" rel="directory"&gt;Analisi&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;img src='http://www.taurillon.org/local/cache-gd2/a3/3005d938e130d7a71c6c847b4159d6.jpg?1777101420' class='spip_logo spip_logo_right' width='1200' height='630' alt="" /&gt;
		&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;La &lt;strong&gt;Resistenza europea&lt;/strong&gt; rappresenta un fenomeno storico di straordinaria complessità, che non può essere interpretato unicamente come una reazione armata all'occupazione nazifascista. Essa costituisce, piuttosto, un &lt;strong&gt;momento di profonda rielaborazione politica e teorica&lt;/strong&gt;, nel quale si intrecciano la lotta per la liberazione e la riflessione sulle cause strutturali della crisi europea. In questo senso, si configura come un vero e proprio laboratorio politico, nel quale emergono visioni alternative sul futuro dell'ordine europeo.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Le analisi storiografiche&lt;span class="spip_note_ref"&gt; [&lt;a href="#nb3-1" class="spip_note" rel="appendix" title="Cfr. i contributi editi dalla Collana Federalista: a cura di Cinzia Rognoni (…)" id="nh3-1"&gt;1&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt; concordano nel sottolineare come, nel corso del conflitto, si sviluppi progressivamente una &lt;strong&gt;consapevolezza diffusa circa il ruolo svolto dal sistema degli Stati nazionali nella genesi delle guerre (pressoché endemiche) sul Vecchio Continente&lt;/strong&gt;. La competizione tra sovranità assolute, fondata sull'equilibrio di potenza, appare incapace di garantire stabilità e pace. Di conseguenza, &lt;strong&gt;la lotta contro il nazifascismo tende a trasformarsi&lt;/strong&gt;, almeno in alcune sue componenti, in una &lt;strong&gt;riflessione più ampia sulla necessità di superare il paradigma dello Stato nazionale&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Uno degli aspetti più significativi della &lt;strong&gt;Resistenza&lt;/strong&gt; è senz'altro il suo &lt;strong&gt;carattere intrinsecamente europeo&lt;/strong&gt;. Sebbene le esperienze resistenziali si sviluppino in contesti nazionali differenti, esse condividono condizioni storiche analoghe e si riconoscono progressivamente in un orizzonte politico comune. La simultaneità delle lotte e la circolazione delle idee contribuiscono a generare una forma di &lt;strong&gt;solidarietà transnazionale, che trascende i confini statali&lt;/strong&gt;. Questa dimensione del conflitto non si limita alla cooperazione militare o alla condivisione di strategie operative, ma investe anche il piano politico e ideale. In numerosi documenti antifascisti&lt;span class="spip_note_ref"&gt; [&lt;a href="#nb3-2" class="spip_note" rel="appendix" title="Una serie di estratti si possono trovare nel saggio di Nicoletta Mosconi, La (…)" id="nh3-2"&gt;2&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt; emerge chiaramente la consapevolezza che la liberazione non possa esaurirsi nella restaurazione degli Stati preesistenti, ma debba tradursi nella &lt;strong&gt;costruzione di un ordine europeo nuovo&lt;/strong&gt;. La pace e la libertà vengono concepite, dunque, come obiettivi che richiedono una trasformazione strutturale delle relazioni tra gli Stati. In tale contesto, la &lt;strong&gt;prospettiva federalista&lt;/strong&gt; si afferma come &lt;strong&gt;una delle risposte più coerenti alla crisi europea&lt;/strong&gt;. La proposta di una federazione nasce proprio dalla convinzione che &lt;strong&gt;solo il superamento della sovranità nazionale possa impedire il ritorno dei conflitti&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La guerra non viene considerata come un evento accidentale, ma come il risultato di un sistema internazionale fondato sulla competizione tra Stati sovrani. Di conseguenza, la &lt;strong&gt;pace&lt;/strong&gt; non può essere garantita da semplici accordi diplomatici, ma &lt;strong&gt;richiede una trasformazione delle strutture politiche&lt;/strong&gt;. In questa prospettiva, il &lt;strong&gt;federalismo&lt;/strong&gt; si configura come una &lt;strong&gt;teoria della pace istituzionalizzata&lt;/strong&gt;. La creazione di un potere sovranazionale consente di sottrarre le decisioni fondamentali alla logica della rivalità tra Stati, introducendo meccanismi di cooperazione vincolanti. La &lt;strong&gt;pace&lt;/strong&gt; diventa così un &lt;strong&gt;diritto politico, garantito da istituzioni comuni, e non più un equilibrio precario tra potenze&lt;/strong&gt;. Questa concezione rappresenta uno degli aspetti più innovativi del pensiero sviluppato nel contesto resistenziale: essa anticipa alcune delle dinamiche che caratterizzeranno il processo di integrazione europea nel secondo dopoguerra, pur mantenendo una portata più radicale rispetto alle realizzazioni effettive.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Se inizialmente la &lt;strong&gt;Resistenza&lt;/strong&gt; si configura come opposizione al totalitarismo, essa evolve progressivamente verso una &lt;strong&gt;riflessione sulle condizioni necessarie per la costruzione di un ordine stabile e pacifico&lt;/strong&gt;. In questo processo, l'analisi federalista rappresenta un punto di approdo teorico di particolare rilievo. Esso non si limita a proporre una cooperazione tra Stati, ma mette in discussione il principio stesso della sovranità nazionale. La federazione europea viene concepita come una struttura politica capace di garantire la pace attraverso l'istituzione di un potere sovranazionale dotato di competenze limitate ma reali. Le elaborazioni teoriche sviluppate in alcuni testi dall'alto contenuto simbolico (&lt;i&gt;Per un'Europa libera e unita. Progetto d'un manifesto, Dichiarazione dei movimenti di Resistenza europea, Dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine&lt;/i&gt;, …) evidenziano come &lt;strong&gt;la crisi europea non possa essere risolta attraverso il semplice ritorno alla situazione precedente al conflitto&lt;/strong&gt;: il progetto federalista si presenta come una risposta sistemica, che mira a rimuovere le cause profonde della guerra e a ricostruire un modello di Stato e di società. Mentre &lt;strong&gt;l'internazionalismo ottocentesco&lt;/strong&gt; si era limitato a promuovere la &lt;strong&gt;cooperazione tra Stati&lt;/strong&gt;, il &lt;strong&gt;federalismo&lt;/strong&gt; propone ora la &lt;strong&gt;creazione di un nuovo livello di governo&lt;/strong&gt; con una propria sovranità. Questa innovazione teorica, grazie soprattutto agli autori di Ventotene, si accompagna a una &lt;strong&gt;ridefinizione delle priorità insite nel conflitto politico&lt;/strong&gt;. La linea di divisione tra progressisti e reazionari ora separa i sostenitori della restaurazione o del mantenimento delle sovranità nazionali e i fautori della sua trasformazione in senso federale. L'unità europea cessa di essere un'utopia per diventare un obiettivo politico concreto, da perseguire attraverso un'azione organizzata. Il contributo del &lt;strong&gt;Movimento Federalista Europeo (MFE)&lt;/strong&gt; risulta decisivo nel dare forma a questa prospettiva: esso &lt;strong&gt;elabora un progetto istituzionale preciso, che individua nella federazione il quadro entro cui realizzare i valori della Resistenza&lt;/strong&gt;. In tal modo, la lotta antifascista viene reinterpretata come momento iniziale di un processo più ampio, volto alla costruzione di una nuova Europa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Purtroppo il progetto di una federazione europea non trova una piena realizzazione nel periodo immediatamente successivo alla guerra. &lt;strong&gt;La ricostruzione politica del continente avviene prevalentemente nel quadro degli Stati nazionali&lt;/strong&gt;, mentre i processi di integrazione si svilupperanno in forma graduale e limitata. Questa distanza tra elaborazione teorica e realizzazione politica evidenzia il &lt;strong&gt;carattere incompiuto della Resistenza&lt;/strong&gt;. I &lt;strong&gt;valori&lt;/strong&gt; che essa ha espresso – pace, libertà, solidarietà – restano &lt;strong&gt;in parte irrealizzati, nella misura in cui non si traducono in un assetto istituzionale coerente&lt;/strong&gt;. Il ritorno periodico di tensioni nazionalistiche conferma la fragilità di un sistema che non ha superato pienamente le logiche del passato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In tale prospettiva, la costruzione europea può essere interpretata come una continuazione della Resistenza con altri mezzi. Il processo di unificazione rappresenta un tentativo, ancora parziale, di dare attuazione a quel progetto politico emerso durante la guerra. E il &lt;strong&gt;pensiero federalista&lt;/strong&gt; non appare come un'eredità del passato, ma come una prospettiva ancora aperta, un obiettivo da realizzare, &lt;strong&gt;un'idea a cui tendere e per cui valga la pena lottare&lt;/strong&gt;. La &lt;strong&gt;“Resistenza non è ancora finita”&lt;/strong&gt; perché non abbiamo mai davvero sconfitto il pericolo di degenerazione del nazionalismo in imperialismo o totalitarismo e, se non lo avremo definitivamente superato in Europa, difficilmente potremo proporre al mondo un'alternativa fondata sulla drammatica esperienza del nostro passato.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;hr /&gt;
		&lt;div class='rss_notes'&gt;&lt;div id="nb3-1"&gt;
&lt;p&gt;&lt;span class="spip_note_ref"&gt;[&lt;a href="#nh3-1" class="spip_note" title="Note 3-1" rev="appendix"&gt;1&lt;/a&gt;] &lt;/span&gt;Cfr. i contributi editi dalla Collana Federalista: a cura di Cinzia Rognoni Vercelli, &lt;i&gt;Altiero Spinelli, il Federalismo europeo e la Resistenza&lt;/i&gt;, Il Mulino, 2012 e Raffaella Cinquanta, &lt;i&gt;«Partigiani di tutta Europa, unitevi!». L'ideale dell'Europa unita nelle riviste clandestine della Resistenza italiana&lt;/i&gt;, Il Mulino, 2020. Utile anche il saggio di Norberto Bobbio, Il federalismo nel dibattito politico e culturale della Resistenza, saggio pubblicato nell'ed. anastatica del «Manifesto di Ventotene» a cura di Sergio Pistone per Celid (2001).&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div id="nb3-2"&gt;
&lt;p&gt;&lt;span class="spip_note_ref"&gt;[&lt;a href="#nh3-2" class="spip_note" title="Note 3-2" rev="appendix"&gt;2&lt;/a&gt;] &lt;/span&gt;Una serie di estratti si possono trovare nel saggio di Nicoletta Mosconi, &lt;i&gt;La Resistenza europea per l'unità dell'Europa&lt;/i&gt;, «Il Federalista», XLVI, n. 1, 2004.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Realismo della ragione, speranza della volontà</title>
		<link>http://www.taurillon.org/realismo-della-ragione-speranza-della-volonta</link>
		<guid isPermaLink="true">http://www.taurillon.org/realismo-della-ragione-speranza-della-volonta</guid>
		<dc:date>2026-04-24T07:00:00Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>IL BURATTINO</dc:creator>



		<description>
&lt;p&gt;“Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà”: così suona una massima resa celebre da Gramsci, spesso citata come modello di condotta da adottare nella lotta politica. È una frase che, come tutti i classici, rimane sempre attuale; ma che, come tutti i classici, conserva il proprio valore grazie alla sua capacità di dire sempre qualcosa di nuovo, perché può essere riletta, ripensata, aggiornata. Proviamo, allora, a proporre un nostro aggiornamento. Più che il pessimismo, infatti, (…)&lt;/p&gt;


-
&lt;a href="http://www.taurillon.org/-commenti-" rel="directory"&gt;Commenti&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;img src='http://www.taurillon.org/local/cache-gd2/3b/2b033d129a862b6f87f071a558f4ce.jpg?1777018871' class='spip_logo spip_logo_right' width='1200' height='630' alt="" /&gt;
		&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;&lt;strong&gt;“Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà”&lt;/strong&gt;: così suona una massima resa celebre da Gramsci, spesso citata come modello di condotta da adottare nella lotta politica. È una frase che, come tutti i classici, &lt;strong&gt;rimane sempre attuale&lt;/strong&gt;; ma che, come tutti i classici, conserva il proprio valore grazie alla sua capacità di dire sempre qualcosa di nuovo, perché &lt;strong&gt;può essere riletta, ripensata, aggiornata&lt;/strong&gt;. Proviamo, allora, a proporre un &lt;strong&gt;nostro aggiornamento&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Più che il pessimismo, infatti, desideriamo porre il &lt;strong&gt;realismo&lt;/strong&gt; (inteso nella sua accezione comune, e non nel significato del «realismo politico») alla base della nostra ragione e della nostra analisi del presente.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La differenza tra il pessimismo e il realismo non è banale; tuttavia, spesso, nel sentire comune, appare inesistente. Siamo abituati a pensare che gli esseri umani agiscano, nella gran parte dei casi, guidati dall'ignoranza, dalla corruzione o dal cinismo; che, se qualcosa di negativo può accadere, di certo accadrà; che l'esito delle crisi che attraversiamo debba necessariamente inclinare al peggio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In realtà, come sottolinea ad esempio Bregman in &lt;i&gt;Una nuova storia (non cinica) dell'umanità&lt;/i&gt;,&lt;strong&gt;un pensiero così cupamente negativo è solo apparentemente più realistico di un pensiero totalmente ottimistico&lt;/strong&gt;. Bregman porta prove a sostegno di un'umanità solidale, altruista e generosa, per concludere poi che gli esseri umani non sono per natura buoni o cattivi, ma lo diventano, in base all'ambiente in cui sono inseriti e alle loro scelte individuali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un &lt;strong&gt;approccio pessimistico&lt;/strong&gt; è, dunque, viziato da una visione ideologica a priori, e non solo: &lt;strong&gt;corre il rischio di trasformarsi in una «profezia autoavverante»&lt;/strong&gt;. Pessimismo significa prepararsi ad affrontare la realtà più negativa che possa verificarsi, e chiudere gli occhi di fronte alle finestre di possibilità che si aprono anche nel presente più complesso e drammatico. Significa combattere una lotta che si considera già persa in partenza, e conservare come prospettiva più rosea quella di poter dire: «siamo i giusti, ma siamo gli sconfitti; abbiamo perso, ma avevamo ragione».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Al pessimismo del giusto sconfitto, dell'eroe che combatte contro i mulini a vento, preferiamo un più &lt;strong&gt;saggio realismo&lt;/strong&gt;. Forse meno eroico, ma senz'altro più utile, perché ci porta a &lt;strong&gt;cercare quelle finestre di possibilità che pure devono esistere&lt;/strong&gt;, a combattere, in modo magari più silenzioso e meno roboante, ma senz'altro più efficace. A &lt;strong&gt;ottenere quelle vittorie che si possono ottenere&lt;/strong&gt;, anche quando il presente sembra andare in direzione opposta, &lt;strong&gt;senza però mai perdere di vista l'obiettivo ultimo e più alto in nome del quale le più piccole lotte vanno intraprese&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È in questo modo che ci sembra di poter interpretare nella maniera più bella possibile &lt;strong&gt;la celebre massima di Spinelli&lt;/strong&gt;, che afferma che &lt;strong&gt;il valore di un'idea «è dimostrato dalla sua capacità di risorgere dalle proprie sconfitte»: realismo&lt;/strong&gt;, infatti, non vuol dire restringere il nostro campo d'azione a scaramucce futili, ma significa, al contrario, &lt;strong&gt;tenere viva la fiamma dell'idea, custodirla e aiutarla a risorgere&lt;/strong&gt; con tutti i mezzi a nostra disposizione, per quanto apparentemente piccoli. Come diceva anche Ursula Hirschmann, realizzare oggi stesso il possibile, se qualcosa può essere veramente realizzato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Allo stesso modo, per la nostra volontà non desideriamo l'ottimismo, che è la controparte luminosa ma altrettanto cieca del pessimismo. &lt;strong&gt;Ottimismo&lt;/strong&gt;, infatti, &lt;strong&gt;significa credere fideisticamente che ciò per cui lottiamo accadrà&lt;/strong&gt;; e accadrà da sé, in un brillante e indefinito futuro. L'ottimismo fallisce, dunque, come motore dell'azione, perché non si confronta con la realtà; perché, come il pessimismo, assolve la sconfitta, la presenta come eroica, rimanda la vittoria a un irraggiungibile futuro.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;All'ottimismo preferiamo la &lt;strong&gt;speranza&lt;/strong&gt;, perché non si limita a una promessa di paradiso; comporta &lt;strong&gt;un impegno, un investimento personale nella lotta, un mettere in gioco sé stessi in prima persona&lt;/strong&gt;. La speranza è una scommessa il cui risultato non è certo: non è certa la sconfitta presente, come vorrebbe il pessimismo, né la vittoria in un lontano futuro, come predica l'ottimismo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Spinelli diceva che non sappiamo per chi lottiamo, per chi conserviamo questa speranza: se per noi, per i nostri figli, per una generazione ancora da venire o per nessuno. Questo non ha importanza: abbiamo scelto di fare della &lt;strong&gt;speranza&lt;/strong&gt; una &lt;strong&gt;questione personale&lt;/strong&gt;, un nostro &lt;strong&gt;dovere di militanti&lt;/strong&gt;, il &lt;strong&gt;presupposto necessario per la nostra azione&lt;/strong&gt;, il nostro &lt;strong&gt;granello di sabbia&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La massima che ci proponiamo di seguire è, perciò, &lt;strong&gt;“il realismo della ragione, la speranza della volontà”&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Dottrina Macron: tra pragmatismo e utopia</title>
		<link>http://www.taurillon.org/dottrina-macron-tra-pragmatismo-e-utopia</link>
		<guid isPermaLink="true">http://www.taurillon.org/dottrina-macron-tra-pragmatismo-e-utopia</guid>
		<dc:date>2026-04-21T08:00:00Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Andrea Rocca</dc:creator>



		<description>
&lt;p&gt;Attualmente il mondo sta vivendo una mutazione di portata storica: sembra venir meno il vestito a stelle e strisce bianche e rosse che ha avvolto il globo terracqueo dal crollo dell'URSS fino ai giorni nostri, per tornare a indossare un abito arlecchino, che non vede un colore prevalere sull'altro. Ne sono la conferma le innumerevoli guerre: partendo dall'Ucraina per passare nello stretto di Hormuz e poi terminare a Formosa, chiamata dalla geografia cinese Taiwan. Tutto questo ha portato a (…)&lt;/p&gt;


-
&lt;a href="http://www.taurillon.org/-Geopolitica-" rel="directory"&gt;Analisi&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;img src='http://www.taurillon.org/local/cache-gd2/ca/9b4e885c32d67405f55cf081f80790.jpg?1776759670' class='spip_logo spip_logo_right' width='1200' height='630' alt="" /&gt;
		&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Attualmente il mondo sta vivendo una mutazione di portata storica: sembra venir meno il vestito a stelle e strisce bianche e rosse che ha avvolto il globo terracqueo dal crollo dell'&lt;strong&gt;URSS&lt;/strong&gt; fino ai giorni nostri, per tornare a indossare un abito arlecchino, che non vede un colore prevalere sull'altro. Ne sono la conferma le innumerevoli guerre: partendo dall'Ucraina per passare nello stretto di Hormuz e poi terminare a Formosa, chiamata dalla geografia cinese Taiwan. Tutto questo ha portato a dover rispolverare i manuali di storia per comprendere come, in un ordine mondiale incentrato sul sistema westfaliano, l'&lt;strong&gt;Unione europea possa tornare ad avere un ruolo strategico decisivo&lt;/strong&gt;, per sperare di essere indipendente sul piano energetico, ma soprattutto difensivo-militare.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Come ci insegna la storia, in particolar modo quella della seconda metà del ‘900, la &lt;strong&gt;Francia&lt;/strong&gt; ricopre un ruolo fondamentale nel vecchio continente, provando da sempre ad andare oltre il &lt;i&gt;Grand Design&lt;/i&gt; kennediano e tentando di ritagliarsi un ruolo centrale nel settore difensivo dell'intero continente. È proprio da questa sorgente storica che l'attuale &lt;strong&gt;Presidente francese, Emmanuel Macron&lt;/strong&gt;, attinge per &lt;strong&gt;proporre il progetto di un'integrazione europea che vada oltre l'aspetto economico&lt;/strong&gt;, provando a realizzare una cooperazione strategica difensiva partendo proprio dalle ceneri rimaste di quel grande sogno che fu la &lt;strong&gt;CED&lt;/strong&gt; del 1952, mai resa attiva proprio a causa del veto d'oltralpe.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il Presidente francese si era già addentrato in questi discorsi, quasi esplorativi, a partire dal suo primo mandato. Inizialmente trattandoli sotto un aspetto teorico che, a partire dal 2024, è divenuto sempre più realistico e necessario visti i cambiamenti dell'assetto geopolitico mondiale. Le succitate guerre hanno portato a &lt;strong&gt;ripensare a questo &lt;i&gt;new look&lt;/i&gt; europeo&lt;/strong&gt;, ma solo &lt;strong&gt;a seguito della semi-rottura delle relazioni transatlantiche tra Ue e USA&lt;/strong&gt; è sorta la necessità di avviare concretamente verso una maggior autonomia e cooperazione nel settore della difesa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tali sono gli argomenti affrontati da Macron in alcuni dei suoi discorsi, tanto lucidi quanto difficili nella realizzazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per comprendere le intenzioni dell'Eliseo, basta considerare le ultime dichiarazioni fatte da Macron durante il discorso di Davos del gennaio 2026 e quello di Île Longue del 2 marzo 2026. Entrambi sono da porsi nel quadro di una narrazione storico-cronologica più ampia, che ha le radici nel discorso del 26 settembre 2017 presso l'Università della Sorbona. Appellandoci al linguaggio tipico della storia delle relazioni internazionali, possiamo identificarla come una data storica che segna la nascita della &lt;strong&gt;«dottrina Macron»&lt;/strong&gt;: per un'Europa unita, sovrana e democratica servono sicurezza, difesa e una forza d'intervento comune basata su un budget condiviso. Questo sembrava un principio soltanto teorico e molto generico che, col passare del tempo e col sorgere di nuove necessità, sembra essere diventato più concreto e operativo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="https://it.euronews.com/business/2024/01/18/macron-a-davos-un-progetto-economico-strategico-per-il-futuro-della-francia-e-delleuropa" class="spip_out" rel="external"&gt;Già nel forum di Davos del 17 gennaio 2024&lt;/a&gt;, &lt;strong&gt;Macron parla non tanto come Presidente di uno Stato, quanto come leader d'area che tenta di far respirare l'UE di aria propria&lt;/strong&gt;. In questa conferenza, basata per lo più su aspetti economici, si affronta realisticamente la posizione critica di &lt;a href="https://www.huffingtonpost.it/esteri/2026/01/21/news/il_presidente_macron_a_davos_serve_piu_cooperazione-21007686/" class="spip_out" rel="external"&gt;&lt;strong&gt;un'Europa che non è un &lt;i&gt;player&lt;/i&gt;, ma rischia di essere un &lt;i&gt;playground&lt;/i&gt; di tre potenze (Cina, USA e Russia)&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;. A Davos emerge un concetto chiaro: il mercato europeo deve essere un mercato unico sia dal punto di vista dei consumi, sia da quello della produzione. Serve creare l'integrazione finanziaria per poter essere realmente competitivi nei vari settori, primi tra tutti quello digitale e sostenibile &lt;i&gt;Green&lt;/i&gt;. Senza indipendenza tecnologica non esiste una reale ed effettiva sovranità politica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da questo discorso da analista pragmatico, dobbiamo spostarci nuovamente nell'anfiteatro della Sorbona quando, nell'aprile del 2024, Macron afferma: &lt;a href="https://geodi.unint.eu/wp-content/uploads/2024/04/Emmanuel-Macron-25-Aprile-2024-ITA.pdf" class="spip_out" rel="external"&gt;“Dobbiamo essere chiari sul fatto che la nostra Europa oggi è mortale, può morire, e questo dipende solo dalle nostre scelte, che devono essere fatte ora”&lt;/a&gt;. Un evidente segnale di allarme che ci sprona a fare i conti con il presente e con i limiti europei: “Siamo a un punto di svolta e la nostra Europa è mortale, dipende semplicemente da noi… l'attacco alle democrazie liberali, ai nostri valori, a quello che è il fondamento stesso della civiltà europea”. Macron trova la soluzione nel &lt;strong&gt;cambiamento dei meccanismi procedurali europei&lt;/strong&gt;: “Non ci siamo e non possiamo raggiungerli con le regole della politica di concorrenza, commerciale, monetaria e di bilancio che abbiamo oggi, non ci riusciremo… Regoliamo troppo, investiamo troppo poco, siamo troppo aperti e non difendiamo abbastanza i nostri interessi, questa è la realtà… costruire un nuovo modello di crescita e di produzione, dal momento in cui non ci può essere potere senza una solida base economica, altrimenti lo dichiariamo ma viene finanziato da altri”. Questi gli aspetti centrali nel discorso di Macron per rilanciare l'Europa come protagonista sul piano economico.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Appelli che, a partire dai primi mesi del 2026, sono divenuti più forti e di stampo sempre più strategico-difensivo. Sono da considerare quello di Davos nel gennaio 2026 e &lt;a href="https://www.youtube.com/live/cRdbUQaOOqY?si=Le_qVhV4TLlJaLHU" class="spip_out" rel="external"&gt;quello presso la base marina di Île Longue del successivo 2 marzo&lt;/a&gt;. Nel primo, l'avvertimento sui dazi e sull'azione diplomatica statunitense in questo complesso periodo storico è chiara: &lt;strong&gt;“La Francia preferisce il rispetto ai bulli”&lt;/strong&gt;. Tradotto in termini politici, è un monito agli USA sul fatto che la guerra commerciale intrapresa verso noi europei lede il sistema internazionale, basato su principi e valori introdotti dopo la Seconda Guerra Mondiale per creare un mondo più pacifico e sicuro. Sottolineando come ora l'ordine internazionale sembri cedere il passo alla legge del più forte, &lt;strong&gt;è chiaro che l'Europa debba svegliarsi e ricoprire un ruolo centrale nella difesa tanto dei suoi territori, quanto dei suoi interessi&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;“Per essere liberi bisogna essere temuti. E per essere temuti bisogna essere potenti”&lt;/strong&gt;. Partendo da queste parole di ispirazione machiavelliana del discorso del marzo scorso, nel quale ha affrontato l'esigenza del cambiamento, la &lt;i&gt;force de frappe&lt;/i&gt; aumenterà le sue testate nucleari, senza dichiararne l'entità numerica, a seguito della fine del &lt;i&gt;New START&lt;/i&gt;. Questo programma rappresenta una vera e propria &lt;strong&gt;svolta della politica di &lt;i&gt;dissuasion avancée&lt;/i&gt; portata avanti finora da Macron&lt;/strong&gt;. In questi mesi, infatti, si è adoperato per affrontare &lt;strong&gt;discorsi esplorativi e accordi bilaterali con ben otto Paesi europei&lt;/strong&gt;: Regno Unito, Germania, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia e Danimarca.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non è un caso che Macron abbia esplicitamente fatto riferimento alla Strategia di Difesa nazionale degli Stati Uniti, considerati dalla Francia &lt;i&gt;partner&lt;/i&gt; vitali, con cui continuare a dialogare, ma ricordando la volontà americana di distaccarsi strategicamente dall'Europa. Proprio per questo, &lt;strong&gt;Macron ha proposto di creare una strategia di difesa comune basata su una deterrenza avanzata&lt;/strong&gt;; elemento centrale di questa cooperazione è il nuovo &lt;strong&gt;Gruppo&lt;/strong&gt; direttivo nucleare franco-tedesco di alto livello. Esso sarà alla base del dialogo e del coordinamento che comprende forze convenzionali, difesa missilistica e risorse nucleari francesi. Tale architettura è concepita per integrare, non per competere con l'alleanza transatlantica: l'obiettivo, infatti, è quello di sviluppare e garantire i mezzi operativi per creare un continente maturo, strategicamente autonomo e più interdipendente. Dobbiamo intendere questo discorso &lt;strong&gt;non come un'imposizione della sovranità franco-tedesca al resto d'Europa, bensì&lt;/strong&gt; più correttamente come &lt;strong&gt;un'opportunità di avanzare finalmente nella direzione di una reale unificazione federale dell'Europa&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Detto ciò, possiamo trarre le conclusioni. L'Europa rischia di sprofondare nel buco nero da lei stessa creato negli anni, a seguito di mancate politiche energetiche, difensive e strategiche che, sommate nel tempo, ci hanno portato a essere &lt;strong&gt;ciò che siamo ora&lt;/strong&gt;: dei &lt;strong&gt;subordinati&lt;/strong&gt;. Le soluzioni sono due: continuare a essere indifferenti dinanzi a questo cambiamento dello scacchiere geopolitico mondiale, oppure &lt;strong&gt;prendere in mano il nostro destino&lt;/strong&gt; e provare a partire dall'unica visione pragmatica e a lungo termine, che il leader francese ha sottolineato più volte.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A noi la scelta.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>EUROPA! EUROPA! EUROPA!</title>
		<link>http://www.taurillon.org/europa-europa-europa-17723</link>
		<guid isPermaLink="true">http://www.taurillon.org/europa-europa-europa-17723</guid>
		<dc:date>2026-04-19T10:00:00Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Alessandra Merlin</dc:creator>



		<description>
&lt;p&gt;La recente vittoria di Magyar in Ungheria scuote in modo prepotente il torpore riflessivo dell'Europa: migliaia di mani alzate accompagnano, ondeggiando, l'urlo liberatorio di tanti cittadini che, all'unisono, inneggiano al futuro ripetendo “Europa! Europa! Europa!”. Il tonfo di Orbán squarcia il cielo di un nuovo futuro possibile che si volge a Occidente. Un Paese ora rinnovato e preveggente si avvicina all'Europa, individuata chiaramente come unica, vera e forte possibilità di (…)&lt;/p&gt;


-
&lt;a href="http://www.taurillon.org/-commenti-" rel="directory"&gt;Commenti&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;img src='http://www.taurillon.org/local/cache-gd2/aa/8ac6639f42a4fb99ffbb3be3407483.jpg?1776599813' class='spip_logo spip_logo_right' width='1200' height='630' alt="" /&gt;
		&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;La recente vittoria di Magyar in Ungheria scuote in modo prepotente il torpore riflessivo dell'Europa: migliaia di mani alzate accompagnano, ondeggiando, l'urlo liberatorio di tanti cittadini che, all'unisono, inneggiano al futuro ripetendo “Europa! Europa! Europa!”. Il tonfo di Orbán squarcia il cielo di un nuovo futuro possibile che si volge a Occidente. Un Paese ora rinnovato e preveggente si avvicina all'Europa, individuata chiaramente come unica, vera e forte possibilità di realizzazione futura.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Se da un lato è &lt;strong&gt;finito il tempo in cui Occidente voleva dire USA&lt;/strong&gt;, negli anni '80 detentori e fieri diffusori dei valori di una civiltà evoluta e pensante, è &lt;strong&gt;sempre più difficile&lt;/strong&gt;, dall'altro, anche il &lt;strong&gt;dialogo con la Russia&lt;/strong&gt;, gelidamente ancorata all'idea di Grande Madre potente (e onnipotente). Ecco dunque il &lt;strong&gt;terzo polo&lt;/strong&gt;, il continente che rimane l'unico riflesso di ciò che resta del progresso umano, come un antico albero dalla fragile corteccia ma dalle radici nodose, forti, fissate saldamente alla terra nera e fertile di quella che gli antichi chiamavano &lt;i&gt;humanitas&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Di fronte ai disastrosi eventi a cui assistiamo ogni giorno, dalla guerra, alla violenza, alla povertà, &lt;strong&gt;l'Europa oggi&lt;/strong&gt; si presenta come &lt;strong&gt;unica soluzione per un futuro sostenibile&lt;/strong&gt; rispetto ad un mondo che si è perso, al prevalere sconsiderato di leader “muscolari”. Se è vero che siamo “nani sulle spalle dei giganti” è giunto il momento, per noi, di &lt;strong&gt;scendere a terra e iniziare a camminare con i propri mezzi&lt;/strong&gt;. Non basta più, oggi, accomodarsi sulle nobili tradizioni ereditate: bisogna iniziare a ri-conquistare la nostra eredità, ri-costruire, fare fatica per ri-fondare quei tanto citati valori occidentali che, talvolta, stentiamo a praticare anche noi europei, figli della democrazia e della libertà. Se non pare più valido il detto ciceroniano &lt;i&gt;historia magistra vitae&lt;/i&gt;, non possiamo però arretrare di un passo rispetto alle conquiste umane che abbiamo raggiunto in tanti secoli di lotte di donne e uomini per uscire dal nostro stato di minorità.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Cosa si aspetta dunque? Di cosa abbiamo ancora bisogno? Non basta la spinta dei cittadini del mondo? Non basta la forza di tanti giovani federalisti che spingono per il loro futuro?
&lt;strong&gt;Dobbiamo ri-conoscerci&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;David Sassoli, eletto Presidente del Parlamento europeo nel 2019 ricordava che “L'Unione Europea non è un incidente della storia”: libertà, solidarietà, dignità, sono pilastri fondanti non solo di un modo di governare ma, soprattutto, di un modo di vivere. &lt;strong&gt;L'Europa può trovare le risposte alle inquietudini mondiali, alla distruzione dell'uomo e dell'ambiente, può costruire un mondo nuovo attraverso i &lt;i&gt;know how&lt;/i&gt; della cultura e della politica&lt;/strong&gt; intesa, questa, non come ”potere” ma come “possibilità” di convivenza civile e responsabilità umana.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Se le elezioni in Ungheria hanno portato alle urne quasi l'80% dei cittadini, allora è possibile una partecipazione attiva contro i regimi illiberali, è possibile il risveglio dei &lt;i&gt;politai&lt;/i&gt;, è possibile costruire un mondo nuovo in cui l'Europa e i leader illuminati facciano la storia.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		

	</item>



</channel>

</rss>