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	<title>Eurobull, il webzine euro-energetico</title>
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	<description>La GFE è la e la sezione giovanile del Movimento Federalista Europeo, fondato a Milano il 27-28 agosto 1943 da un gruppo di antifascisti raccolti intorno ad Altiero Spinelli, e costituisce la sezione italiana degli Jeunes Européens Fédéralistes (JEF).</description>
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		<title>«Non è scontato che per tutte le femministe il federalismo sia rilevante»: Nina Höll incontra Melanie Thut</title>
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		<dc:date>2026-02-25T08:00:00Z</dc:date>
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		<dc:creator>Trad. di Stefania Ledda</dc:creator>



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&lt;p&gt;Melanie Thut ha creato il Feminist Federalist Project insieme a Diletta Alese e ad altre attiviste come estensione del proprio lavoro in qualità di Presidente della JEF Germania, colmando il divario tra i due movimenti. Nina Höll, un altro membro del consiglio direttivo, la intervista in esclusiva per The New Federalist, chiedendole come stia andando il progetto, che cosa esso rappresenti per il futuro del femminismo e del federalismo e quali siano le implicazioni di questo nuovo movimento a (…)&lt;/p&gt;


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&lt;a href="http://www.taurillon.org/-interviste-" rel="directory"&gt;Interviste&lt;/a&gt;


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 <content:encoded>&lt;img src='http://www.taurillon.org/local/cache-gd2/49/1b33dd3f949077855fb3b6d20f917b.png?1772011196' class='spip_logo spip_logo_right' width='1200' height='630' alt="" /&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Melanie Thut ha creato il Feminist Federalist Project insieme a Diletta Alese e ad altre attiviste come estensione del proprio lavoro in qualità di Presidente della JEF Germania, colmando il divario tra i due movimenti. Nina Höll, un altro membro del consiglio direttivo, la intervista in esclusiva per The New Federalist, chiedendole come stia andando il progetto, che cosa esso rappresenti per il futuro del femminismo e del federalismo e quali siano le implicazioni di questo nuovo movimento a livello globale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nina Höll: Quando senti l'espressione “femminismo federalista”, per te che cosa vuol dire?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Melanie Thut: Per me, il femminismo federalista significa mettere insieme la lotta per la libertà e una forma politica capace di sostenerla realmente. Una società federale e uno Stato che sancisce libertà e diritti. Si tratta dell'emancipazione dell'umanità attraverso lo smantellamento delle strutture gerarchiche esistenti tra le persone, al contempo continuando a pensare sempre in termini di intersezionalità e a riconoscere le specifiche difficoltà affrontate da diversi gruppi, in particolare dalle donne.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A livello strettamente personale, il concetto unisce due mie passioni - il femminismo e il federalismo - e dal loro incontro emerge qualcosa di nuovo. Credo anche che la sfera privata sia essa stessa federalista. Le realtà vissute, le sfide locali e le esperienze personali contano e possono essere trasformate in un progetto politico condiviso, persino in una causa per un'Europa unita. La sfera privata è federalista, il che rende la propria lotta la ragione per volere un'Europa unita.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;NH: Diresti che ne esiste già una definizione chiara o, piuttosto, è un concetto ancora aperto che dobbiamo cucire insieme?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;MT: Non direi che il femminismo federalista sia un concetto del tutto indefinito. Ursula Hirschmann aveva già collegato queste idee in occasione del suo contributo al Manifesto di Ventotene e, successivamente, nel 1975 tramite l'Organisation des femmes pour l'Europe. Purtroppo, dopo essersi ammalata, il progetto perse slancio e finì perlopiù nel dimenticatoio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da allora, sono state organizzate varie iniziative, ma mai in modo strutturato o continuativo. Oggi - cinquant'anni dopo - ci troviamo in un momento storico diverso: un momento che consente maggiore apertura, un approccio collettivo e riflessioni condivise. Ecco perché vedo il femminismo federalista come qualcosa che dobbiamo sviluppare insieme adesso, ad esempio attraverso la creazione di reti, dialogo e una serie di articoli.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;NH: Come pensi che il femminismo federalista differisca dal femminismo «classico» o dagli altri movimenti femministi?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;MT: Il femminismo federalista è chiaramente un progetto politico fondato sulla partecipazione e la democrazia. Unisce il cambiamento strutturale a una comprensione delle difficoltà attuali sulla base dell'intersezionalità. Piuttosto che una nuova ondata femminista, il concetto va inteso come un nuovo strumento, un quadro politico che permette al femminismo di portare avanti le sue lotte in modo più efficace.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il federalismo offre strumenti giuridici e istituzionali in grado di consentire il superamento delle ineguaglianze e di affrontare le ingiustizie. Si tratta di un concetto applicabile anche a livello globale e al futuro. Il femminismo e il federalismo sono due movimenti distinti, ma il femminismo federalista nasce proprio dal loro incontro, rendendoli complementari e rafforzandoli.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;NH: Quali principi o valori costituiscono il cuore del femminismo federalista?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;MT: Gli Stati e i sistemi patriarcali tendono a dividere la società e alla concentrazione del potere. Al contrario, sia il federalismo che il femminismo mirano a distribuire il potere in modo più equo, garantendo la partecipazione decentralizzata e le libertà per tutti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il nazionalismo spesso rafforza le disuguaglianze, ad esempio, strumentalizzando i corpi delle donne per obiettivi demografici o scopi ideologici, oppure limitando i diritti politici. Il femminismo federalista si oppone a ciò, aprendosi sia ad identità diverse che all'idea di un potere condiviso. Al cuore del femminismo federalista vi sono la pace, la coesistenza non violenta e la convinzione che tutti debbano poter vivere liberi e in sicurezza, e realizzare pienamente il proprio potenziale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;NH: Il federalismo prospera grazie alla diversità e alla cooperazione, mentre il femminismo fiorisce grazie all'uguaglianza e all'emancipazione. Come credi possano essere conciliati?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;MT: Entrambi gli approcci prevedono che l'individuo si liberi da strutture di potere oppressive. Il femminismo federalista riguarda i pari diritti e la creazione di condizioni tali affinché le persone possano vivere liberamente, pacificamente e in sicurezza. Queste idee si legano insieme in modo molto naturale, perché sono focalizzate sulle persone e sul loro benessere piuttosto che su entità istituzionali astratte.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;NH: In che misura il pensiero federalista, come la condivisione del potere, la sussidiarietà e la creazione di reti, può rafforzare le richieste femministe?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;MT: Il pensiero federalista ha una visione più ampia della società e della vita quotidiana. Avvicina il processo decisionale a coloro che ne sono interessati, soprattutto a livello locale, dove le donne hanno spesso reti sociali più forti e sono particolarmente coinvolte nelle proprie comunità.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il federalismo incoraggia anche a pensare oltre i confini nazionali - nel nostro caso, attraverso l'Europa - e a lavorare insieme per rafforzare cause condivise. Ad esempio, un quadro europeo può contribuire a garantire diritti laddove i governi nazionali non riescono.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;NH: Come vivi il femminismo federalista nel tuo lavoro o all'interno della tua organizzazione?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;MT: All'interno del movimento federalista, c'è da tempo un gruppo di persone interessate a queste domande, ispirate dalle visite a Ventotene e dalle discussioni su Ursula Hirschmann e altri. Però, l'anno scorso, siamo passati dalla riflessione all'azione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Attraverso il Feminist Federalist Project, gli articoli pubblicati su The New Federalist, le letture in pubblico a Ventotene e le manifestazioni in strada, stiamo attivamente reintroducendo questa eredità. Il nostro obiettivo è costruire una rete e portare avanti questo lavoro. Esponenti come Petra Kelly sono anche una forte fonte di ispirazione per me personalmente. Queste conversazioni e riflessioni a tarda sera sono ciò che mi guida davvero e accende la mia passione, e sono entusiasta di vedere che cosa accadrà dopo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;NH: Sai dare un esempio di dove le strutture federaliste hanno appoggiato le istanze femministe o, invece, le hanno ostacolate?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;MT: Un esempio significativo è la piattaforma My Voice, My Choice, ovvero la manifestazione di un diritto d'iniziativa di cittadini europei (European Citizens' Initiative) che promuove un aborto sicuro e accessibile. Ha raccolto 1,2 milioni di firme in tutta Europa ed è tuttora in corso. Le femministe di molti Paesi si sono unite utilizzando uno strumento federalista per agire dove i governi nazionali hanno fallito.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'iniziativa ha avuto un'enorme visibilità pubblica e dimostra come un'Europa unita possa rendere più forti le richieste femministe attraverso i confini. Questo è esattamente il tipo di approccio di cui abbiamo più bisogno, idealmente radicato in un'Europa veramente federale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;NH: Quali elementi dovrebbe assolutamente contenere un manuale del femminismo federalista?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;MT: Non sono sicura che un manuale sia il giusto formato. Piuttosto che come una nuova e statica dottrina femminista, vedo il femminismo federalista come un'esplorazione continua delle intersezionalità e delle lotte condivise. Non è una corrente separata del femminismo da studiare singolarmente, ma uno spazio in cui lotte comuni possono emergere ed essere analizzate insieme.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Riflettere - come stiamo facendo in questa serie di articoli - è estremamente prezioso. Il femminismo federalista può essere fecondo, ma non tutte le femministe lo vedono automaticamente come rilevante, soprattutto se non ci vedono dietro un chiaro progetto politico. Questa tensione vale la pena di essere discussa apertamente.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;NH: A volte, le strutture federali possono essere macchinose. Come si possono comunque portare avanti i temi femministi in modo dinamico ed efficace?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;MT: Possono essere portati avanti attraverso solidi strumenti di partecipazione civica e attraverso un dialogo diretto e costante con la società civile a diversi livelli politici. Incoraggiare la consapevolezza pubblica è fondamentale, così come garantire che il femminismo federalista resti inclusivo e genuinamente rappresentativo di prospettive diverse, comprese quelle intersezionali, migratorie e queer.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;NH: Il femminismo federalista può diventare un modello con un impatto al di fuori dell'Europa?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;MT: Assolutamente. Possiamo già imparare moltissimo dai movimenti femministi al di là dei confini europei, come quelli del Rojava. Lì, tra diversi gruppi etnici - inclusi i curdi -, è stato istituito un sistema confederale, stabilendo così una struttura politica multietnica che coinvolge attivamente le minoranze.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Inoltre, abbiamo approfondito queste idee durante alcune conversazioni nell'ambito dell'Israeli-Palestinian Federalist Peace Forum, che dimostrano come il femminismo federalista abbia un potenziale e rilevanza su scala globale.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Federalismo ed etica del domani: costruire speranza in tempi di crisi</title>
		<link>http://www.taurillon.org/federalismo-ed-etica-del-domani-costruire-speranza-in-tempi-di-crisi</link>
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		<dc:date>2026-02-20T08:00:00Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Giulio Saputo</dc:creator>


		<dc:subject> Unione Europea</dc:subject>
		<dc:subject>Federazione europea</dc:subject>
		<dc:subject>Federalismo europeo</dc:subject>
		<dc:subject>Identità europea</dc:subject>
		<dc:subject>Ideologia</dc:subject>
		<dc:subject>Ideale</dc:subject>
		<dc:subject>Future</dc:subject>

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&lt;p&gt;Conclusione del ciclo di articoli su attualità politica e speranza per il futuro. La “permacrisi” Viviamo in un mondo in cui né le istituzioni nazionali né quelle internazionali riescono a rispondere alla nostra ansia di sicurezza. Ci sono rischi globali che richiedono istituzioni globali per essere affrontati, ma il nostro ordine internazionale è ostaggio dei veti incrociati dei governi. Come umanità assistiamo al pericolo di una guerra nucleare e dell'annientamento ecologico. Mentre (…)&lt;/p&gt;


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 <content:encoded>&lt;img src='http://www.taurillon.org/local/cache-gd2/76/ecfc655ba5794d8967c45fabd732b6.jpg?1771580559' class='spip_logo spip_logo_right' width='1200' height='630' alt="" /&gt;
		&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;&lt;i&gt;Conclusione del ciclo di articoli su attualità politica e speranza per il futuro.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;h3 class="spip"&gt;La “permacrisi”&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Viviamo in un mondo in cui né le istituzioni nazionali né quelle internazionali riescono a rispondere alla nostra ansia di sicurezza. Ci sono rischi globali che richiedono istituzioni globali per essere affrontati, ma il nostro ordine internazionale è ostaggio dei veti incrociati dei governi. Come umanità assistiamo al pericolo di una guerra nucleare e dell'annientamento ecologico. Mentre contiamo sempre di meno in questo mondo globalizzato, torna l'odio xenofobo e i livelli di disuguaglianza si aggravano. La ricchezza di pochi diventa uno strumento di indebita influenza politica a discapito dell'interesse collettivo (Oxfam, 2026). Viviamo impantanati dall'incapacità di distinguere le milioni di informazioni che riceviamo, dalla crisi delle ideologie e delle grandi narrazioni. Sembra non ci sia alternativa alla sconfitta della democrazia, al declino dei grandi valori universali e ad accettare che sarà la fine di tutte le speranze di riscatto. Nella parcellizzazione della società e nella paura di questo futuro precario tanti preferiscono rifugiarsi in un passato impossibile da replicare, tentano di difendere lo status quo in erosione o si ritirano nella propria sfera di interessi individuali disinteressandosi del mondo. Ma infilare la testa sotto la sabbia non serve a niente.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;Una bussola&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Abbiamo bisogno di un'idea in grado di riequilibrare il rapporto tra società civile e stato, mettendo al centro l'efficacia di istituzioni che ci permettano di salvare la democrazia e ricostruire la società tribalizzata. Qui accenneremo ad una bussola che ci aiuti a interpretare e a trasformare l'Europa e il mondo. Mentre vediamo confrontarsi nel dibattito pubblico un nazionalismo sempre più controverso e un pavido europeismo fondato sulla depoliticizzazione, sul disinnescamento del conflitto e sulla subalternità (al leader di turno, alla difesa dell'esistente, ecc.), occorre uno sforzo creativo per immaginare qualcosa di diverso. Un'ideologia antitetica alla distopia o alla rassegnazione, uno sguardo sulla complessità, articolato in varie dimensioni, caratterizzato dal rovesciamento dell'esercizio del potere: non più il potere di uno per un interesse particolare, ma il potere di tutti al servizio del bene comune dell'umanità intera.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;Contro il ritorno del nazionalismo&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;L'agire politico deve, dunque, fondarsi sulla consapevolezza della necessità di istituzioni e norme globali proprio come prodotto dei pericoli a cui come umanità nel suo intero siamo sottoposti. I nazionalisti non hanno mai spiegato come affronteranno i problemi del presente: si limitano a lanciare degli slogan, “vendendo” un'identità, un nemico da odiare e il ritorno ad un passato consolante. Ci vuole un messaggio alternativo capace di dare una chiara immagine storica, di presente e di futuro per la collettività, così da superare l'ingombrante bolla del presentismo e l'estetizzazione narcisistica dell'attivismo che ha perso il contatto con la realtà (l'ammantare di etica civica delle mere dinamiche di potere o di autocelebrazione).&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;L'ideologia&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Il federalismo, in questo senso, può rappresentare una risposta alla crisi delle identità, della società e delle istituzioni: attraverso una cornice istituzionale di realizzabilità, sarebbe lo strumento per far uscire dai limiti dell'internazionalismo e dell'utopia le grandi idee del nostro tempo (l'ecologismo, la libertà, la solidarietà, la giustizia sociale, i diritti umani, ecc.). Si tratta di una «promessa» di civiltà cosmopolita, un pensiero politico attivo che non si riduce ad una mera somma delle istanze dei valori universali. Si può partire, quindi, da una definizione positiva di ideologia, non intesa come automistificazione, giustificazione del potere o dell'ordine esistente, ma come un sistema che ha un determinato sistema di valori, di idee e di obiettivi. La teoria federalista taglia trasversalmente l'idea di stato nazionale, dividendo la sovranità, permettendo alle nazioni di essere libere di costruirsi e decostruirsi al suo interno, senza contraddizioni. Seguendo tale criterio, il federalismo risulta una possibile risposta razionale alle contraddizioni della contemporaneità e della globalizzazione, ma anche alla sfida della dimensione personale e storico-sociale.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;Un'identità non esclusiva&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Il nazionalismo consolida la coscienza delle proprie comunità di destino con la minaccia incessante del nemico esterno. Ora, il nemico dell'umanità non è esterno. È nascosto in essa. Serve, dunque, un'alternativa sul piano individuale (una categoria di essere nel mondo), continentale (il superamento dei limiti dello stato nazionale), globale (la lotta al concetto di sovranità assoluta che divide il genere umano) e sociale (una convivenza fondata sull'interculturalità). Il federalismo si oppone all'attuale tendenza di definire la comunità come il “luogo” dell'identità etnica, religiosa, culturale e si propone di definirla invece in termini territoriali, ossia come il luogo in cui le persone, con le loro differenze, convivono e progettano insieme il futuro attraverso “il discorso e l'azione”. Questa idea potrebbe essere la formula politica e istituzionale grazie alla quale la comunità locale diviene il quadro in cui il valore universale della democrazia ha la sua prima e più concreta manifestazione e da cui inizia il processo ascendente della formazione della volontà generale sui vari livelli di governo via via più ampi. Se il nazionalismo è la cultura politica della divisione del genere umano, educa all'odio dello straniero, esalta e giustifica la violenza, la discriminazione o lo sfruttamento; il pensiero federalista opera in direzione diametralmente opposta.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;Cos'è il federalismo? La pace&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Riprendendo le categorie di Albertini, potremmo dire che il federalismo ha un aspetto di valore fondamentale, la pace positiva kantiana, che concepisce l'impossibilità dei conflitti tra gli stati e garantisce la base su cui realizzare la sintesi dei grandi valori di civiltà del nostro tempo: democrazia, libertà, solidarietà, uguaglianza e sostenibilità. La garanzia della pace positiva è la &lt;i&gt;conditio sine qua non&lt;/i&gt; che permette l'affermazione di tutti gli altri valori: questo avviene perché ogni grande ideale universale trova un ostacolo nei conflitti internazionali tra stati. La risposta federalista non si limita a immaginare però la mancanza di guerra, bensì progetta la stabilità della pace conquistata. Non può esserci pace con la repressione dei diritti civili, delle libertà o in mezzo a una lotta di classe. Il diritto alla pace è come un tronco dal quale si irradiano numerosi rami: le diverse generazioni dei diritti progressivamente riconosciuti nello stato moderno che possono estendersi e considerarsi conquistati sul piano nazionale, europeo e mondiale solo a seguito dell'affermazione di nuove forme di statualità federale.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;Cos'è il federalismo? Le istituzioni e l'aspetto storico-sociale&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Lo stato federale rappresenta le “gambe” attraverso cui questi stessi valori si concretizzano, permettendo, attraverso la divisione della sovranità, di aggiungere un ulteriore contrappeso ai meccanismi della democrazia liberale classica. Sono proprio le istituzioni la garanzia dell'autodeterminazione della persona, nel perimetro costituzionale dei principi definiti da tempo come “universali” e della libertà senza oppressione. Non si tratta di uno strumento neutrale: esse evolvono con la società e devono difenderne le conquiste dalle velleità reazionarie. Infatti, proprio le istituzioni e le leggi sono determinanti per contribuire a plasmare un ultimo aspetto fondamentale del federalismo, quello storico-sociale. Il modello di società in cui i valori trovano una realizzazione storica in un nuovo “patto sociale” che riguarda tutti coloro che scelgono di essere parte di quella comunità: una società aperta, plurale, interculturale, interdipendente, fondata su un'appartenenza multilivello e sulla diversità come ricchezza.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Non è un'utopia, ma un progetto&lt;/i&gt;
La nostra riflessione deve partire da che cosa tiene insieme gli esseri umani, tornando a porci il problema dei diritti e dei doveri. Da un lato, la tradizione che proviene dalle lotte per i diritti civili e sociali e, dall'altro, sul piano dei doveri, la solidarietà generazionale o territoriale, che danno una cornice d'urgenza alla proposta federalista di nuove istituzioni per la democrazia. Con questo progetto si può pensare di rendere reale l'universale, attuando il ritorno della responsabilità in contrapposizione alla irresponsabilità organizzata rappresentata dal mondo contemporaneo. Non è vero che non ci sono alternative al ritorno al passato o alla resa ad un futuro tirannico: la scelta con cui ci confronteremo non è più tra capitalismo e socialismo o tra fine della storia e ritorno della storia, ma tra la politica della coesione basata sugli scopi collettivi e la frammentazione della società attraverso la politica della paura (Judt).&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;Sperare è dar credito alla realtà&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Si tratta di prendere posizione contro lo sfruttamento delle persone, l'autoritarismo, le discriminazioni e le diseguaglianze. Il federalismo non è una posizione formale, ma un ulteriore passo del processo di civilizzazione dell'umanità: una speranza di futuro possibile alternativa alla resa al nichilismo. In un pianeta plagiato dal nazionalismo metodologico e plasmato dagli stati nazionali, quella federalista è la lotta della ragione per una realtà possibile che ancora non esiste. È difficile rendere l'evidenza della necessità politica in un mondo spesso incapace di leggere il presente, ma non impossibile. In breve, si tratta di concretizzare l'avanguardia di un futuro che non è passivamente da scoprire, ma da realizzare col nostro operato. Per dirla con una sintesi agli scritti di Langer: “l'agire collettivo non è il traguardo, è il mezzo per non stare a guardare, per costruire ponti, per coltivare l'utopia. Perché una società di persone sole, di consumatori bulimici, di spettatori assuefatti, dagli orizzonti corti e frammentati non soltanto è più fragile, più controllabile, più egoista e più iniqua. È anche molto più triste”. Basta con lo storytelling, torniamo a lottare per una grande Storia che racconti l'universalità dell'essere umano.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Dal casco di Heraskevych al “free Palestine” a Cortina: sono Olimpiadi di pace o di neutralità?</title>
		<link>http://www.taurillon.org/dal-casco-di-heraskevych-al-free-palestine-a-cortina-sono-olimpiadi-di</link>
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		<dc:date>2026-02-17T08:00:00Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Cesare Ceccato</dc:creator>



		<description>
&lt;p&gt;Quelle di Milano-Cortina 2026 avrebbero dovuto essere le Olimpiadi dei messaggi di pace, tuttavia due casi su tutti - quello dello slittinista ucraino Vladyslav Heraskevych e quello del cassiere Ali Mohamed Hassan, sostenitore della causa palestinese - sollevano seri interrogativi sulla reale coerenza tra i principi proclamati e quanto accaduto durante i Giochi. «Come proclama il nostro motto, la vostra energia sarà davvero l'energia di tutti. Il vostro esempio e il vostro messaggio di (…)&lt;/p&gt;


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&lt;a href="http://www.taurillon.org/-commenti-" rel="directory"&gt;Commenti&lt;/a&gt;


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 <content:encoded>&lt;img src='http://www.taurillon.org/local/cache-gd2/08/683482e2a840820b30e0f5db0c5630.jpg?1771321086' class='spip_logo spip_logo_right' width='1200' height='630' alt="" /&gt;
		&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;&lt;i&gt;Quelle di Milano-Cortina 2026 avrebbero dovuto essere le Olimpiadi dei messaggi di pace, tuttavia due casi su tutti - quello dello slittinista ucraino Vladyslav Heraskevych e quello del cassiere Ali Mohamed Hassan, sostenitore della causa palestinese - sollevano seri interrogativi sulla reale coerenza tra i principi proclamati e quanto accaduto durante i Giochi.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;«Come proclama il nostro motto, la vostra energia sarà davvero l'energia di tutti. Il vostro esempio e il vostro messaggio di pace saranno visti, ascoltati e condivisi in tutto il mondo». Così &lt;a href="https://www.olympics.com/it/milano-cortina-2026/notizie/il-discorso-di-giovanni-malago-presidente-della-fondazione-milano-cortina-2026-alla-cerimonia-di-apertura-olimpica" class="spip_out" rel="external"&gt;si esprimeva Giovanni Malagò&lt;/a&gt;, ex presidente del CONI e oggi alla guida della Fondazione Milano-Cortina 2026, rivolgendosi agli atleti appena una settimana fa, nel corso della cerimonia di apertura dei XXV Giochi olimpici invernali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non solo eccellenza, amicizia e rispetto, dunque. Ai valori tradizionalmente associati alle Olimpiadi si è affiancato, in questa edizione, un appello alla pace più esplicito e rafforzato, che richiama direttamente la visione del barone Pierre de Coubertin, ideatore dei Giochi olimpici moderni. Per de Coubertin, avvicinare i Paesi del mondo attraverso un evento sportivo aperto a tutti, senza distinzioni né discriminazioni, avrebbe potuto rappresentare un'occasione concreta per sospendere guerre e conflitti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La storia, però, non ha sempre seguito questo auspicio. Anche oggi, nonostante i reiterati appelli alla tregua olimpica da parte di numerosi leader mondiali, i quasi sessanta conflitti armati in corso sul pianeta non conoscono pause, nemmeno quando coinvolgono Paesi partecipanti ai Giochi. E il messaggio di pace tanto decantato non pare nemmeno essere pienamente garantito all'interno dello stesso evento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È ormai nota la vicenda che ha coinvolto lo slittinista ucraino Vladyslav Heraskevych, pronto a gareggiare con un casco raffigurante &lt;a href="https://tg24.sky.it/sport/2026/02/13/vladyslav-heraskevych-casco-atleti-ucraini-olimpiadi-invernali" class="spip_out" rel="external"&gt;alcuni suoi amici atleti&lt;/a&gt;, morti a causa della guerra scatenata dall'invasione russa quattro anni fa. Un casco già utilizzato in passato dall'atleta, sia per commemorare le vittime del conflitto - in particolare quelle a lui più vicine - sia per mantenere alta l'attenzione su un tema divenuto, negli ultimi mesi, sempre più sensibile.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Secondo il Comitato Olimpico Internazionale (CIO), l'organizzazione madre dei Giochi cui rispondono i comitati nazionali - CONI compreso - non si trattava di un simbolo di pace, bensì di un messaggio politico e propagandistico, vietato dall'articolo 50 della Carta Olimpica. Il CIO ha quindi impedito a Heraskevych di gareggiare con quel casco. L'atleta ha scelto di ignorare il divieto, accettando la squalifica pur di non rinunciare al suo gesto, convinto – nello spirito olimpico più autentico – che vi siano cose più importanti di una medaglia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli atleti ucraini di slittino hanno espresso pubblicamente la loro solidarietà. Inginocchiandosi, con i caschi sollevati, hanno ricordato &lt;a href="http://news.bbc.co.uk/onthisday/hi/dates/stories/october/17/newsid_3535000/3535348.stm" class="spip_out" rel="external"&gt;il celebre gesto di Tommie Smith e John Carlos&lt;/a&gt; alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, quando sul podio alzarono il pugno guantato di nero, simbolo del Black Power.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per il CIO, dunque, il confine tra messaggio di pace e propaganda appare indistinguibile. Eppure, da un'organizzazione di questo livello ci si aspetterebbe maggiore lucidità, non stiamo parlando della Rai. Il riferimento non è casuale. Sempre alla cerimonia di apertura, si è esibito allo stadio di San Siro uno degli artisti più noti di Milano, città ospitante di questi Giochi olimpici: Ghali. All'annuncio, è scoppiato il panico tra gli addetti ai lavori radiotelevisivi, essendo Ghali lo stesso cantante che in eurovisione al Festival di Sanremo del 2024 ebbe «l'audacia» di pronunciare le parole «stop al genocidio», in riferimento al massacro del popolo palestinese a opera dell'esercito israeliano ripreso con forza nel tardo 2023.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non parole d'odio, né di discriminazione o violenza. Eppure, tanto bastò per sollevare l'indignazione di parte della comunità ebraica italiana, dell'allora ambasciatore israeliano e dell'amministratore delegato della Rai Roberto Sergio, che fece leggere un comunicato di «sentita e convinta solidarietà al popolo di Israele e alla comunità ebraica» durante la trasmissione Domenica In.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Anche il Governo italiano, che malgrado la pronuncia dell'ONU ancora fatica a definire genocidio quello operato da Israele, data la storica amicizia con Tel Aviv, ha temuto che Ghali potesse esprimersi nuovamente con quelle parole di pace così dure da digerire. Il Ministro dello sport &lt;a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/26/ghali-olimpiadi-abodi-censura-milano-cortina-news/8269724/" class="spip_out" rel="external"&gt;Andrea Abodi ha rassicurato i colleghi&lt;/a&gt;, dicendo che alle Olimpiadi il pensiero di Ghali su Gaza non sarebbe stato espresso e che il Paese avrebbe dovuto «reggere l'urto» delle sue parole. Alla fine, le parole di Ghali all'evento di apertura delle Olimpiadi sono state &lt;a href="https://www.youtube.com/watch?v=eCT6xQ23k3M&amp;list=RDeCT6xQ23k3M&amp;start_radio=1" class="spip_out" rel="external"&gt;quelle di Gianni Rodari&lt;/a&gt;, più precisamente quelle della poesia «Promemoria», famosa per il verso «ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio, la guerra». Nessun membro del Governo si è espresso a riguardo, e l'impresentabile direttore di RaiSport Paolo Petrecca - autoappropriatosi del commento della cerimonia - ha evitato accuratamente di pronunciare il nome dell'artista per tutta l'esibizione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Bisogna scendere molto più in basso nella scala della visibilità per trovare chi, durante questi Giochi, ha voluto esprimere apertamente solidarietà al popolo palestinese. Supporto, non propaganda, né odio, discriminazione o violenza. Si tratta di &lt;a href="https://www.lindipendente.online/2026/02/16/cortina-26-commesso-dice-palestina-libera-ai-tifosi-israeliani-licenziato/" class="spip_out" rel="external"&gt;Ali Mohamed Hassan&lt;/a&gt;, impiegato in un official store olimpico di Cortina.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In un video diffuso sui social, al ragazzo, addetto alla cassa, viene chiesto in maniera provocatoria di ripetere cosa abbia appena detto. «Free Palestine» risponde pacatamente Hassan, mentre si vedono due persone avvolte in una bandiera israeliana abbandonare il negozio. «Alle olimpiadi tutti i Paesi sono liberi di partecipare» replica in inglese l'autrice del video al commesso. Un'affermazione discutibile, se si considera il doppio standard che consente alle delegazioni israeliane di gareggiare anche in presenza di evidenti legami degli atleti con esercito e Governo, mentre quelle russe sono state bandite per il conflitto nel Donbass. Hassan non si oppone, ripete «sì, ma free Palestine».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“Siamo a conoscenza di un incidente che si è verificato al Cortina Sliding Centre e che ha coinvolto un addetto alla vendita e un visitatore”, hanno affermato &lt;a href="https://www.reuters.com/sports/games-organisers-remove-shift-staffer-who-called-out-free-palestine-israeli-2026-02-15/" class="spip_out" rel="external"&gt;in una nota&lt;/a&gt; gli organizzatori dei Giochi, facendo riferimento all'episodio dello store. “Le persone coinvolte sono state rassicurate e l'individuo interessato è stato rimosso dal turno di lavoro”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La giustificazione è la stessa già adottata nel caso Heraskevych, come per gli atleti, non è appropriato che personale o collaboratori dei Giochi esprimano opinioni politiche durante lo svolgimento delle loro mansioni. Ma quando le parole di pace - in questo caso intesa come libertà per un popolo - diventano propaganda? E soprattutto, l'opinione politica, quando non offensiva né lesiva di diritti altrui, non è forse una libertà che ha contribuito in larga parte del mondo a costruire democrazia e pace?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Mancano ancora alcuni giorni alla conclusione dei Giochi olimpici, cui seguiranno quelli paralimpici. Eppure, queste due vicende sono già sufficienti a mettere in discussione il principio che ne ha inaugurato lo svolgimento. Non sembrano Giochi portatori di pace, ma di neutralità forzata, di sospensione della realtà, di una finzione secondo cui, in questo momento storico, andrebbe tutto bene. Così non è, e non sfruttare un evento che coinvolge il mondo intero per ricordarlo rappresenta uno spreco enorme. Il sospetto che de Coubertin non ne sarebbe stato felice è tutt'altro che infondato.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
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		<title>Come ci riprendiamo il futuro?</title>
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		<dc:date>2026-02-13T08:00:00Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Giulio Saputo</dc:creator>


		<dc:subject> Unione Europea</dc:subject>
		<dc:subject>Identità europea</dc:subject>
		<dc:subject>Ideale</dc:subject>
		<dc:subject>Ideologia</dc:subject>
		<dc:subject>Future</dc:subject>

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&lt;p&gt;Secondo di tre articoli sull'attualità politica europea e mondiale, sulla disillusione e la speranza per il futuro. La decivilizzazione Con lo smantellamento trumpiano dell'ordine internazionale sono il nazionalismo competitivo ed il protezionismo a segnare il passo in un mondo in conflitto. Non stiamo vivendo tanto i pericoli di una “deglobalizzazione”, ma è in corso quella che Horkheimer chiama “de-civilizzazione”, in cui l'individualizzazione da fattore di progresso è divenuta un (…)&lt;/p&gt;


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 <content:encoded>&lt;img src='http://www.taurillon.org/local/cache-gd2/4c/4885ebd0dcc8020f45c226cd61eab3.jpg?1770973801' class='spip_logo spip_logo_right' width='1200' height='630' alt="" /&gt;
		&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;&lt;i&gt;Secondo di tre articoli sull'attualità politica europea e mondiale, sulla disillusione e la speranza per il futuro.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;h3 class="spip"&gt;La decivilizzazione&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Con lo smantellamento trumpiano dell'ordine internazionale sono il nazionalismo competitivo ed il protezionismo a segnare il passo in un mondo in conflitto. Non stiamo vivendo tanto i pericoli di una “deglobalizzazione”, ma è in corso quella che Horkheimer chiama “de-civilizzazione”, in cui l'individualizzazione da fattore di progresso è divenuta un elemento di reazione (siamo passati dall'autonomia all'autoritarismo) e stiamo vivendo un nuovo imbarbarimento: si è invertito il processo che aveva portato i contadini francesi a diventare “cittadini” e gli immigrati a diventare “americani”. La globalizzazione ha determinato uno spostamento dei confini tra società civile, nuovi soggetti sociali e stato. Numerosi attori hanno acquisito una crescente libertà di azione rispetto al potere regolatore delle istituzioni, condizione che pone il problema di ristabilire la supremazia della politica sul piano sovranazionale.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;Tra luci e ombre&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Per rispondere ai limiti della politica nazionale si sono sviluppate milioni di organizzazioni non governative nel mondo, una nuova società civile cruciale nella mobilitazione dell'opinione pubblica. La fine delle grandi utopie e delle ideologie non è altro che una profezia che si è autoavverata, fomentata da uno scetticismo post-moderno che nasconde in realtà una volontà conservatrice. Dopo l'ultima rivoluzione tecnologica, le vecchie forme di organizzazione politica risultano obsolete. Il fatto centrale della globalizzazione è che la condizione dei cittadini di uno stato-nazione è ormai fuori del controllo delle leggi di quel paese. Oggi più che mai è valido lo slogan: “&lt;i&gt;no globalization without representation&lt;/i&gt;”. Si tratta di una sintesi del “catastrofismo emancipativo”, cioè che minacce universali richiedono diritti, doveri e istituzioni universali.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;Un mondo multipolare&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Nel XXI secolo non esistono più due superpotenze, ma un gruppo di medie potenze in competizione. In un sistema multipolare non è possibile un equilibrio del terrore e il rischio di conflitti convenzionali o nucleari non è da escludere. L'obiettivo fondamentale del prossimo futuro sarà trovare le modalità per una “coesistenza pacifica” su cui pensare la riforma delle Nazioni Unite, per dare finalmente un ordine alle relazioni internazionali ed evitare la catastrofe ecologica. Come vediamo dai modesti passi avanti fatti dalle COP sul clima, o dall'incapacità di rinegoziare le disparità di ricchezza e di costruire una pace globale stabile, siamo ancora lontani da questo risultato. Il nostro è un dramma politico da risolvere prima di finire sottomessi a nuove sfere di influenza: servono delle istituzioni per garantire democrazia e redistribuzione delle risorse.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;Una rivoluzione copernicana&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Non si può più immaginare di governare l'attualità attraverso i singoli stati nazionali o con il tecnicismo di una “&lt;i&gt;global governance&lt;/i&gt;”, ma si deve pretendere che vengano ripoliticizzate aree crescenti della globalizzazione e della modernità. Occorre ripensare il ruolo stesso dello stato, cosmopolitizzandolo (cioè favorendo le integrazioni regionali per far riacquistare sovranità ai cittadini) e rivoluzionando la nostra idea di democrazia, riflettendo sui processi multilivello rappresentativi, deliberativi e partecipativi. Le urgenze planetarie richiedono azioni a livello mondiale la cui realizzazione non può attendere che ovunque si affermi la democrazia. Per pacificare il mondo bisogna accettare il principio della convivenza di forme diverse di cultura e di regime politico-sociale. L'interesse della sopravvivenza della specie umana deve prevalere garantendo, nel breve-medio periodo, la convivenza delle diversità. Nel lungo periodo (di cui si può parlare solo se avremo un domani) si può aspirare alla competizione pacifica tra modelli.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;Che fare?&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;La via d'uscita, per un pianeta davanti al pericolo del collasso, deve essere quella di assecondare le forze centripete della planetarizzazione. Gli imperi sono nella storia le grandi organizzazioni che hanno saputo tenere insieme vaste aree geografiche e culture tra loro diverse. Oggi sono una delle forme di dominio sovranazionale. Il federalismo è la vera alternativa, è la dottrina politica che garantisce la libertà e la sovranazionalità senza il dominio imperiale. È il modello rappresentato dall'esperienza &lt;i&gt;in fieri&lt;/i&gt; di unificazione europea. Ovunque vi sia l'opportunità, occorre coglierla per portare nel dibattito pubblico l'idea di regolamentare i rapporti tra umanità, tecnologia e natura, superando il dogma della sovranità nazionale. Non c'è niente di utopico, qualunque strutturazione che ci pare naturale non è altro che storica. Come ha giustamente affermato Altiero Spinelli: “Nella storia della civiltà il bene comune è stato, di volta in volta, la città-stato, l'impero, la classe, la nazione. Ci troviamo alle soglie di un'epoca in cui il bene comune può finalmente essere concepito come quello dell'umanità intera”.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;L'Europa e il mondo&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Fuori dall'Ue il pianeta è ancora governato in modo imperiale e la violenza in politica estera è uno strumento utile a ovviare al consenso interno o a risolvere le dispute internazionali. L'Europa è una zona d'eccezione: l'unica forma di organizzazione geopolitica che continua ad allargarsi per consenso e non per conflitti. L'Unione, nonostante tutti i suoi limiti, è il più potente ammortizzatore contro le forze della globalizzazione che esiste nel mondo. Eppure, tutti coloro che vogliono attaccarla lo fanno nel mito di una memoria divisa: l'idea di poter tornare ai vecchi stati nazionali. Possiamo continuare a replicare il rassicurante mito in cui siamo innocenti e con poche responsabilità. Oppure accettiamo la storia secondo cui gli europei hanno sfruttato le risorse del mondo per mezzo millennio, hanno creato qualcosa di mai visto nella seconda metà del XX secolo e ora devono contribuire alla scelta di come andranno le cose nel XXI. In potenza gli europei sono qualcosa di più dei loro miti, ma la crisi in cui vertono non permette loro di vedere la forza di un esempio al servizio di tutti, un ideale capace di agire nel futuro per sviluppare una nuova speranza nei contemporanei.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;L'urgenza di fare l'Europa&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Il completamento dell'unione politica nel Vecchio Continente sarebbe un modello di convivenza pacifica che potrebbe offrire una forma di governo per una planetarizzazione sostenibile, capace di superare i limiti del multiculturalismo e del cosmopolitismo astratto. Un'idea dell'identità aperta, multilivello, fondata sulla capacità di assimilare il conflitto in una dialettica democratica caratterizzata dal dialogo. Non si tratta semplicemente della somma dei singoli nazionalismi, ma di un valore aggiunto basato sull'umanizzazione delle relazioni tra uomini e tra istituzioni. Interculturalismo, democrazia, pluralismo, federalismo ed Europa stessa devono essere intesi allora come processi di conquista da parte della società e non come un qualcosa di dato o immobile. Un quadro di civiltà e un obiettivo specifico da realizzare entro cui contestualizzare le singole lotte politiche contingenti. Solo così l'Europa smetterà di essere “qualcosa” e diventerà “qualcuno” per gli europei e per il mondo. Non si tratta di “cedere la sovranità”, ma di recuperarla.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;L'europeismo non basta&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Non ha successo la narrazione utilitarista di “Europa-bancomat” e da anni il campo identitario è occupato dal solo nazionalpopulismo, mentre la narrazione funzionalista non è convincente. Per tenere aperta la finestra storica del progetto europeo, è determinante recuperare il consenso dei cittadini. Assistiamo al consolidarsi di una doppia competizione politica nazionale e sovranazionale in cui quasi tutte le forze politiche si definiscono “europeiste”, il termine stesso ha ormai perso di significato. L'Europa di oggi ha così smarrito la propria idealità perché non è più “una promessa”, ma spesso un capro espiatorio dei danni della politica nazionale. Ha un suo potere, ma non funziona dove servirebbe di più: nella politica economica, estera e di difesa. Di fatto, senza strumenti per agire, l'Unione rischia di uscire dalla storia una crisi alla volta.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;Che cosa serve? Un bilancio e una difesa&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Per uscire dal campo dell'utopia l'Europa dovrà da subito promuovere politiche efficaci e d'impatto. Per finanziare un bilancio europeo adeguato sarà necessario completare quanto prima l'unione bancaria e del mercato dei capitali, individuare nuove risorse proprie dotandosi di un'autonoma capacità fiscale, e consentire all'Unione l'emissione permanente di propri titoli di debito con l'obiettivo di offrire ai mercati un &lt;i&gt;safe asset&lt;/i&gt; europeo. Solo così si potrà governare la transizione ecologica, salvare il welfare e le politiche di inclusione. D'altra parte, il fattore tempo sul piano dell'integrazione è fondamentale: il fallimento nella realizzazione di avanzamenti immediati sul piano dell'autonomia strategica o dell'allargamento potrebbe in prospettiva innescare ulteriori fattori disgregativi difficilmente governabili. Occorre una politica estera e di difesa europea con l'obiettivo di costruire la pace e ridurre le diverse motivazioni mondiali di conflitto. Questa è la doppia faccia di quello che deve essere l'Europa: da un lato, avere la forza di imporre anche la sua voce nel coro che forma il dialogo della globalizzazione multipolare; dall'altro, fornire col suo esempio una possibilità alternativa allo scenario imperiale.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;Che cosa serve? Una riforma istituzionale&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;L'Unione non è però ancora la Federazione immaginata a Ventotene. Attualmente si presenta come un ordine normativo postnazionale emergente, uno spazio decisionale transnazionale in evoluzione. Le idee necessitano di istituzioni per avere una realizzabilità storica, ma è impossibile mantenere delle istituzioni senza delle solide politiche. Il &lt;i&gt;Next Generation EU&lt;/i&gt; è stato un passi avanti storico, ma insufficiente. Per non arrestare il processo in corso si dovrà agire nell'immediato consolidamento di una sovranità degli europei. Serve una vera unione politica federale, attraverso una riforma istituzionale e costituzionale, come per altro richiesto più volte anche dal Parlamento europeo. Già Albertini aveva rilevato come gli stati nazionali acquisissero forza grazie all'integrazione e con essa, paradossalmente, l'illusione di essere ancora degli attori in grado di intervenire con efficacia nella politica nazionale/internazionale. La situazione si è aggravata perché, dopo più di dieci anni di crisi ininterrotta, i governi attraverso il Consiglio hanno intrappolato l'Unione nell'immobilismo dei veti incrociati.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;Conclusioni&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;In molti penseranno che questa idea assomigli a un sogno più che ad un'iniziativa realizzabile. Ma la vera utopia sarebbe credere che il mondo si possa cambiare da solo o che a risolvere i problemi di un presente senza confini sia il ritorno delle frontiere, della guerra e dell'odio xenofobo. Oggi “la verità è semplice, la realtà è complessa”: non è più accettabile la viltà autoassolutoria di chi vuole la semplice conservazione del presente. L'impegno politico è la capacità di rendere reale l'ideale. Le persone sono stanche della tecnicizzazione, di essere trattate come bestie incapaci di sognare un domani possibile che finalmente non sia più “ieri”. In tanti oggi dicono, come Metternich fece per l'Italia nel 1847, che l'Europa è “solo un'espressione geografica”. Dobbiamo reagire, non possiamo arrenderci a perdere il futuro, la speranza e la libertà. La Resistenza del mondo all'imperialismo comincia da noi.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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<item xml:lang="it">
		<title>Federalismo e federazione: un tentativo di disambiguazione</title>
		<link>http://www.taurillon.org/federalismo-e-federazione-un-tentativo-di-disambiguazione</link>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Gabriele Casano</dc:creator>


		<dc:subject> Unione Europea</dc:subject>
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		<dc:subject>Federalismo europeo</dc:subject>
		<dc:subject>Federazione</dc:subject>
		<dc:subject>Federazione europea</dc:subject>
		<dc:subject>Ideologia</dc:subject>
		<dc:subject>Ideale</dc:subject>
		<dc:subject>Pace</dc:subject>

		<description>
&lt;p&gt;Cosa distingue pensiero federalista e federazione? Il federalismo non si esaurisce nell'organizzazione dello Stato, ma propone un orizzonte di valori e finalità che orientano l'azione politica. La federazione è dunque uno strumento, non un fine, capace di tenere insieme dimensioni diverse della convivenza politica. Distinguere tra pensiero federalista e federazione è particolarmente rilevante. Il primo costituisce un pensiero politico autonomo dotato di valori, principi e prospettive (…)&lt;/p&gt;


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&lt;a href="http://www.taurillon.org/+-Federazione-europea-+" rel="tag"&gt;Federazione europea&lt;/a&gt;, 
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&lt;a href="http://www.taurillon.org/+-Pace-+" rel="tag"&gt;Pace&lt;/a&gt;

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		&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;&lt;i&gt;Cosa distingue pensiero federalista e federazione? Il federalismo non si esaurisce nell'organizzazione dello Stato, ma propone un orizzonte di valori e finalità che orientano l'azione politica. La federazione è dunque uno strumento, non un fine, capace di tenere insieme dimensioni diverse della convivenza politica.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Distinguere tra pensiero federalista e federazione è particolarmente rilevante. Il primo costituisce un pensiero politico autonomo dotato di valori, principi e prospettive d'azione. La seconda non è altro che una specifica forma assunta dalla ripartizione verticale del potere all'interno di ciò che chiamiamo Stato. Nel pensiero federalista, la federazione costituisce lo strumento ideale per la realizzazione di un fine: la pace in senso kantiano, cioè l'impossibilità del verificarsi della guerra tra stati (Spinelli e Rossi, 1943). Questo fine, nella teoria federalista, svolge un ulteriore ruolo, quello di aspetto di valore in quanto non solo costituisce il fondamento etico del pensiero, ma permette anche di mettere in relazione altri fattori considerati fondamentali dai federalisti per una gestione virtuosa del potere nell'ambito dell'azione di governo: la libertà, la democrazia e la giustizia sociale (Albertini, 2000). Di fatto, è la pace kantiana, in questa sua duplice veste, a essere l'unico vero obiettivo dell'azione politica federalista.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non a caso, in alcuni recenti sviluppi del pensiero federalista, nel definire il fine ultimo della propria azione, ricorre il riferimento al concetto di emancipazione umana, proprio per rendere più chiaro il legame che sussiste tra pace, democrazia, libertà e giustizia sociale; superando di fatto la semplice questione della conflittualità fra gli stati e abbracciando una più ampia fetta di aspetti sociopolitici (Moro, 2021; AA.VV. 2022; Saputo, 2023; 2025; Casano, 2023; 2024). Ne consegue che la dottrina federalista non può limitarsi alla teoria dello Stato federale, ma deve costituire un “&lt;i&gt;criterio di conoscenza e azione&lt;/i&gt;” in grado di indirizzare il comportamento degli agenti sociali verso il fine ultimo (Albertini, 2000).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tuttavia, a questa prospettiva valoriale è sempre necessario affiancare quella istituzionale. Ciò è necessario per superare il carattere utopico delle grandi ideologie e dell'internazionalismo. Infatti, nonostante sia vero che la federazione non costituisce il fine ultimo, la struttura federale è ritenuta essere l'unica forma di ripartizione del potere in grado - tramite meccanismi istituzionali a carattere vincolante - sia di scongiurare il verificarsi della guerra fra stati, sia di garantire l'affermazione della libertà, della giustizia sociale e della democrazia. In assenza di un assetto federale non è possibile raggiungere la piena espressione di queste aspirazioni. Allo stesso tempo, l'assetto federale non garantisce di per sé la realizzazione di queste aspirazioni perché, anche la federazione, come tutte le istituzioni, corre il rischio di degenerare se gli aspetti valoriali non rimangono al centro del progetto politico. L'impegno federalista quindi non si esaurisce nella costituzione di un assetto federale, ma indirizza il processo costituzionale verso l'accettazione dei valori di cui si fa portavoce e continua nel tempo sotto forma di vigilanza sulla coerenza tra le politiche implementate e i valori sostenuti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Due sono quindi i quesiti che derivano da questa riflessione: 1) Quali sono i principi che garantiscono alla forma federale di poter rispondere adeguatamente alla necessità di garantire libertà, giustizia sociale e democrazia? 2) Quali sono le caratteristiche che distinguono la forma di ripartizione del potere in senso federale dalle altre e perché queste costituiscono un cortocircuito per la riproduzione della guerra?.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il modo migliore per provare a rispondere a questi due quesiti consiste nell'offrire un quadro generale sui principi cardini del pensiero federalista e sulla teoria dello stato federale. Solo chiarendo quali sono i principi che permeano la riflessione federalista è possibile comprendere la scelta di adottare come strumento per raggiungere lo scopo ultimo la forma di ripartizione del potere di tipo federale. Dotarsi di una teoria dello stato federale risponde all'esigenza di fare sintesi tra tendenze apparentemente opposte, ma che in realtà costituiscono l'anima del pensiero federalista: cosmopolitismo e comunitarismo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il primo è concepibile come un orientamento di pensiero che attribuisce a ciascun individuo la cittadinanza del mondo rimandando agli ideali universalistici di fraternità e uguaglianza. Il secondo concetto è più complesso e dai contorni più sfumati, ma possiamo tentare di ricondurlo alla tendenza alla valorizzazione della socialità diretta e coinvolgente (l'esperienza quotidiana dell'immersione nel proprio contesto socio-territoriale di appartenenza) in contrapposizione con il carattere anonimo promosso dall'individualismo e dai processi di deterritorializzazione riconducibili alla globalizzazione non governata. Da una parte, abbiamo una visione che aspira a una cittadinanza e quindi a un'appartenenza su scala globale e, dall'altra, una prospettiva che rimette al centro l'individuo e la dimensione locale e collettiva della propria esistenza, un'appartenenza situata nell'esperienza quotidiana. Alla luce di queste due polarità, la dottrina federalista ha quindi riflettuto su come organizzare il potere istituzionale, trovando nell'assetto federale la forma di ripartizione verticale del potere più adeguata a sintetizzare le aspirazioni di questi due orientamenti di pensiero apparentemente inconciliabili.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La principale caratteristica dell'assetto federale è che, alla divisione funzionale tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario, si aggiunge la divisione territoriale del potere tra diversi livelli di governo che sono al tempo stesso indipendenti e coordinati. Diversamente da quanto accade negli Stati unitari, in uno Stato che assume forma federale il governo centrale possiede solo le competenze minime e i poteri necessari per garantire l'unità politica ed economica della Federazione, mentre agli altri livelli è attribuita piena capacità di autogoverno in tutte le altre materie. Nella sfera che gli è propria, nessun livello di governo deve essere subordinato a quello superiore. Ne consegue che la relazione tra i livelli di governo in un assetto federale non è dunque un rapporto gerarchico tra superiore e inferiore, ma un rapporto di coordinamento tra poteri indipendenti (Dicey, 1915). Questa prospettiva è chiarita anche da Wheare (1997) che definisce, infatti, il principio federale come “&lt;i&gt;quel sistema di divisione dei poteri che permette al governo centrale e a quelli regionali di essere, ciascuno in una data sfera, coordinati e indipendenti&lt;/i&gt;”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Se prendiamo in considerazione un'ipotetica Federazione europea, la ripartizione del potere in senso pienamente federale non presuppone solamente lo spostamento di parte della sovranità ora in capo agli Stati nazionali a livello continentale&lt;span class="spip_note_ref"&gt; [&lt;a href="#nb1" class="spip_note" rel="appendix" title="Sia chiaro, nel contesto del processo di integrazione europeo che parte da (…)" id="nh1"&gt;1&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt;, ma anche la necessità di riorganizzare il potere interno agli Stati nazionali riconoscendo livelli di potere autonomo ai differenti livelli territoriali (Rossolillo, 1983): dai quartieri alle città, dai comuni alle regioni, passando per le province e le unioni di comuni. La suddivisione dei poteri ai vari livelli di governo e il coordinamento tra gli stessi, oltre che la gestione delle risorse a disposizione e della fiscalità, rimandano quindi a due principi fondamentali: sussidiarietà e solidarietà territoriale. Questi due principi permettono di comprendere sia i meccanismi dietro al funzionamento di una federazione, sia la ragione per cui il pensiero federalista - che ha come fine l'emancipazione del genere umano (se considerato nella sua portata più ampia) oppure, più semplicemente, la concretizzazione della pace kantiana – riconosce nella forma federale di ripartizione del potere, e quindi nella federazione, lo strumento più adeguato per raggiungere il proprio obiettivo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il principio di sussidiarietà stabilisce che i problemi d'ordine politico e territoriale devono essere risolti al livello superiore solo quando non è possibile affrontarli adeguatamente al livello inferiore, più vicino ai cittadini. Il principio di solidarietà territoriale, invece, garantisce che i cittadini delle comunità territoriali più ricche e fortunate contribuiscano al tentativo delle comunità territoriali più povere di raggiungere un più elevato benessere. La convivenza di questi due principi e la loro codificazione all'interno di un assetto federale favoriscono la partecipazione attiva e democratica dei cittadini alla vita politica, poiché essi sono il più vicino possibile al centro di potere decisionale più adeguato a fornire risposte alle esigenze riscontrate; allo stesso tempo, permettono al sistema istituzionale di dotarsi di strumenti efficaci per garantire giustizia sociale e libertà individuali e collettive.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Infine, questo processo di ripartizione del potere permette di contrastare i limiti del processo di accentramento che, secondo Proudhon (1863), ha come primo effetto quello di “&lt;i&gt;far sparire, nelle varie località di un paese ogni specie di carattere indigeno&lt;/i&gt;” impedendo ai cittadini di riconoscersi in una comunità concreta, preferendo la “finzione” della Nazione. Inoltre, proprio questa “&lt;i&gt;finzione&lt;/i&gt;” - unita al processo di accentramento del potere tipico degli stati unitari - alimenta quei processi narrativi e politici (riferibili al nazionalismo) che sostengono la divisione dell'umanità in gruppi antagonisti che non possono conciliare i propri interessi, ne consegue quindi la legittimazione della violenza quale strumento di regolazione delle controversie, che assume le sembianze della guerra nel momento in cui all'azione economica e politica segue quella militare.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In conclusione, possiamo sostenere che il pensiero federalista sceglie la forma di ripartizione verticale del potere di tipo federale, e quindi si impegna nella realizzazione della federazione europea e di quella mondiale, in ragione della natura del proprio fine ultimo che possiamo descrivere sia come l'emancipazione del genere umano, sia come la materializzazione della pace kantiana. La federazione&lt;span class="spip_note_ref"&gt; [&lt;a href="#nb2" class="spip_note" rel="appendix" title="Seguendo il ragionamento fin qui presentato, è evidente che la Federazione (…)" id="nh2"&gt;2&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt; costituisce quindi il mezzo riconosciuto più idoneo a questo scopo, perché in grado di organizzare il potere in modo tale da garantire libertà, democrazia e giustizia sociale, tramite il rispetto di due principi fondamentali: sussidiarietà e solidarietà territoriale.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;BIBLIOGRAFIA&lt;/h3&gt;&lt;ul class="spip" role="list"&gt;&lt;li&gt; AA.VV. (2022). &lt;i&gt;Proposal of a Manifesto for a Federal Europe: Sovereign, Social and Ecological&lt;/i&gt;. The Spinelli Group.&lt;/li&gt;&lt;li&gt; Albertini, M. (2000). Il federalismo. &lt;i&gt;Il Federalista&lt;/i&gt;, Anno XLII, n.2.&lt;/li&gt;&lt;li&gt; Casano G. (2023). Il federalismo mondiale è la chiave per l'estinzione della violenza?, &lt;i&gt;Eurobull&lt;/i&gt;, 18 dicembre.&lt;/li&gt;&lt;li&gt; Casano G. (2024). Federalismo militante e geografia: convergenze transdisciplinari, &lt;i&gt;Bollettino della Società Geografica Italiana&lt;/i&gt;, Series 14, 7(1), 33-45.&lt;/li&gt;&lt;li&gt; Dicey, A. V. (1915). &lt;i&gt;Introduction to the study of the law of the Constitution&lt;/i&gt;. London.&lt;/li&gt;&lt;li&gt; Moro, D. (2021). Il federalismo è un'ideologia politica?. &lt;i&gt;Il Politico&lt;/i&gt;, 86(2(255)), 134–158.&lt;/li&gt;&lt;li&gt; Proudhon, P.-J. (1863). &lt;i&gt;La Révolution fédérative&lt;/i&gt;. Paris, E. Dentu.&lt;/li&gt;&lt;li&gt; Rossolillo, F. (1983). &lt;i&gt;Città, territorio, istituzioni&lt;/i&gt;. Napoli, Guida editori.&lt;/li&gt;&lt;li&gt; Saputo, G. (2023). &lt;i&gt;Elementi per un aggiornamento del pensiero e dell'azione federalista&lt;/i&gt;. XXXI Congresso nazionale del Movimento Federalista Europeo, Pisa.&lt;/li&gt;&lt;li&gt; Saputo, G. (2025). &lt;i&gt;Il federalismo contro la paura&lt;/i&gt;. Edizioni Altravista.&lt;/li&gt;&lt;li&gt; Spinelli, A., Rossi, E. (1943). Il Manifesto del Movimento Federalista Europeo. Elementi di discussione. &lt;i&gt;Quaderni del Movimento Federalista Europeo&lt;/i&gt;, 1.&lt;/li&gt;&lt;li&gt; Wheare, K.C. (1997). &lt;i&gt;Del governo federale&lt;/i&gt;. Bologna, Il Mulino.&lt;/li&gt;&lt;/ul&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;hr /&gt;
		&lt;div class='rss_notes'&gt;&lt;div id="nb1"&gt;
&lt;p&gt;&lt;span class="spip_note_ref"&gt;[&lt;a href="#nh1" class="spip_note" title="Note 1" rev="appendix"&gt;1&lt;/a&gt;] &lt;/span&gt;Sia chiaro, nel contesto del processo di integrazione europeo che parte da entità statali autonome, la riconfigurazione del potere che prevede l'introduzione del livello continentale non è un processo di centralizzazione, è semplicemente lo spostamento di alcune prerogative di governo dal livello nazionale (dove ora si trovano già in forma accentrata) a quello continentale, proprio nel rispetto del principio di sussidiarietà. Chi considera il passaggio di potere a livello europeo un processo di accentramento è in errore, si tratta semplicemente di una variazione di scala rispetto al contesto odierno in cui quello stesso potere si trova in forma accentrata a livello nazionale, infatti il livello continentale gestirà il potere in un dato ambito (per esempio quello della difesa) solo nella misura in cui questo possa essere meglio gestito al livello sovranazionale e quindi alcuni aspetti della difesa rimarranno prerogativa del livello nazionale.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div id="nb2"&gt;
&lt;p&gt;&lt;span class="spip_note_ref"&gt;[&lt;a href="#nh2" class="spip_note" title="Note 2" rev="appendix"&gt;2&lt;/a&gt;] &lt;/span&gt;Seguendo il ragionamento fin qui presentato, è evidente che la Federazione europea costituisce solamente una tappa del processo, anche perché molte delle sfide odierne hanno carattere globale (per esempio, il cambiamento climatico, le migrazioni, l'indebolimento della democrazia e la pace) e non possono essere affrontate adeguatamente a livello continentale. Allo stesso tempo, sono proprio queste sfide che evidenziano potenzialmente le ragioni per cui anche un assetto federale europeo potrebbe snaturare la propria vocazione emancipativa poiché pressato da fattori esterni che ne rimettono in discussione sia la capacità di agire, sia quella di tener fede ai propri valori e principi costitutivi.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Perché abbiamo perso la speranza?</title>
		<link>http://www.taurillon.org/perche-abbiamo-perso-la-speranza</link>
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		<dc:date>2026-02-06T07:30:00Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Giulio Saputo</dc:creator>


		<dc:subject>Europa sociale</dc:subject>
		<dc:subject>Identità europea</dc:subject>
		<dc:subject>Unione europea</dc:subject>
		<dc:subject>Civilisation</dc:subject>
		<dc:subject>Ideale</dc:subject>
		<dc:subject>Ideologia</dc:subject>

		<description>&lt;h3 class="spip"&gt;Una fotografia della crisi&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Viviamo un tempo così disincantato che è più facile immaginare la fine del mondo che trovare una speranza per lottare e cambiarlo. È vero, le rivoluzioni tecnologiche corrono veloci e le istituzioni faticano a tenere il passo di queste trasformazioni: non riescono a governarle. Dal punto di vista economico il pianeta è sempre più interdipendente, da quello politico è sempre più diviso. Assistiamo a una nuova competizione tra imperi e privati per spartirsi le risorse in esaurimento del pianeta. Poco importa se in questa spirale come umanità rischiamo di autoannientarci in un olocausto nucleare o in una catastrofe ecologica. Come è possibile?&lt;/p&gt;

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		</description>


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		&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;h3 class="spip"&gt;Una fotografia della crisi&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Viviamo un tempo così disincantato che è più facile immaginare la fine del mondo che trovare una speranza per lottare e cambiarlo. È vero, le rivoluzioni tecnologiche corrono veloci e le istituzioni faticano a tenere il passo di queste trasformazioni: non riescono a governarle. Dal punto di vista economico il pianeta è sempre più interdipendente, da quello politico è sempre più diviso. Assistiamo a una nuova competizione tra imperi e privati per spartirsi le risorse in esaurimento del pianeta. Poco importa se in questa spirale come umanità rischiamo di autoannientarci in un olocausto nucleare o in una catastrofe ecologica. Come è possibile?&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;h3 class="spip"&gt;Istituzioni “inette”&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Siamo impantanati in un interregno in cui il vecchio modo di vedere il mondo e la politica fondata sull'idea ottocentesca di nazione convive con la necessità di istituzioni planetarie e di pensare l'umanità come soggetto politico. È per questo che oggi le istituzioni non sono in grado di risolvere i problemi di fondo della politica, di garantire, cioè, l'espansione economica e la sicurezza (civile e sociale) delle persone. Come la Germania o gli Stati Uniti, neanche l'ONU o le COP sono in grado di garantire la pace, di risolvere la crisi ecologica, di governare le tecno-oligarchie o di rispondere alla sfida delle crescenti diseguaglianze. Queste istituzioni sono come l'“inetto” della letteratura, vivono una paralisi della volontà: inadeguate a rispondere alle richieste della società, sono incapaci di agire e intrappolate in un'autoanalisi infinita fondata sull'autoassoluzione. Non sono uno strumento per agire, ma uno spettatore passivo della propria esistenza.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;L'infocrazia&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Siamo bombardati da centinaia di informazioni, ma fatichiamo a distinguerle o a interpretarle. In questa nebbia in cui tutto è diventato un presente ingombrante, è difficile vedere da dove veniamo e dove stiamo andando. Per orientarci, abbiamo sostituito le ideologie e le grandi narrazioni (il cristianesimo, l'occidente, la democrazia, il liberalismo, il socialismo, il paradigma scientifico, ecc.) con gli imperativi di consumo. Per riprenderci degli spazi di identità o per esprimere i nostri valori, acquistiamo prodotti o seguiamo quelle persone che percepiamo come leader capaci di darci risposte o di risolvere tutto e subito.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;Oltre il deserto post-ideologico&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Se un'azienda non vende più un prodotto ma una storia, allo stesso modo, una parte della politica sfrutta il passaggio dalle Storie allo s&lt;i&gt;torytelling&lt;/i&gt;: narrazioni a buon mercato che ci offrono bolle di identità e facili capri espiatori di tutti i nostri mali (oggi è l'Europa, domani sono i migranti, ecc.). Non è più importante che queste persone raccontino la verità, facciano davvero gli interessi della collettività o siano coerenti perché, qualunque cosa dicano, i &lt;i&gt;followers&lt;/i&gt; li continueranno a seguire. Il populismo in questo senso dà un nuovo spazio di identità, risponde allo spaesamento dato dalla complessità della globalizzazione con una soluzione facile da accettare. Il risultato è una tribalizzazione della società, sempre più individualizzata, divisa e nutrita dalla paura e dall'odio dell'altro nelle &lt;i&gt;echo chambers&lt;/i&gt; dei social media. In pratica, prosperano le community e scompaiono le comunità.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;Le retrotopie&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Vista la precarietà delle nostre vite data dalle rivoluzioni tecnologiche non governate e dalla crisi delle istituzioni e del welfare, ci rifugiamo facilmente in un passato completamente inventato. Intanto, dei privati detengono delle prerogative classiche della sovranità, hanno il monopolio satellitare e dei new media e in modo dispotico custodiscono i nostri dati. Hanno ottenuto una capacità di disciplinamento sociale e di indirizzo dei comportamenti più forte e capillare di qualunque istituzione del passato (Stato, partiti o chiese) potendo potenzialmente seguire orwellianamente una persona in ogni spazio della sua vita.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;La Popolocrazia&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Se sul piano internazionale la globalizzazione dell'economia ha assottigliato le disuguaglianze tra paesi, la forbice sociale interna agli stati si è allargata. La risposta populista riflette, inoltre, la crisi di identità delle persone incapaci di riorientarsi nel costante incontro e confronto tra culture (migrazioni, new media, ecc.). La trasformazione della comunicazione ha poi accentuato la disintermediazione, la dissociazione sociale e culturale. All'apparenza, oggi non c'è più bisogno di collettori o di corpi intermedi: leader e popolo sono direttamente in comunicazione. In questa “popolocrazia” il leader non riconosce i limiti al proprio potere e dimostra una pericolosa predisposizione autoritaria, antitecnica e antiscientifica.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;Il declino della Politica&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Le istituzioni, senza strumenti per cambiare davvero le cose, fanno solo ridotti interventi di “maniera” che mirano alla conservazione dello status quo. I partiti, da mediatori di richieste, ricercano ora solo una progressiva simbiosi con lo stato. Si trasformano così in establishment autoreferenziali: gestiscono le risorse senza, di fatto, governare le politiche. Si afferma un modo di fare politica che insegue il susseguirsi delle crisi, senza il tempo per negoziare o deliberare. Un emergenzialismo che rafforza gli esecutivi e vede le opposizioni e i tribunali come semplici ostacoli. Lo stesso dissenso si interpreta come un tradimento degli interessi della comunità o una insubordinazione. Si passa da una politica dei cittadini a una politica per i cittadini, caratterizzata da una forte spinta al conformismo.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;Tecnopolitica e personalizzazione&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Per evitare l'inasprirsi dei conflitti sociali e per rispondere a criteri di “efficienza” si colma il vuoto lasciato dalla crisi dei mediatori sociali con l'appalto alle agenzie tecniche o con l'abuso dei sondaggi, non come strumento di partecipazione, ma come mezzo per inseguire il consenso-liquido degli elettori accumulando dati. La politica e la cittadinanza ne risultano commercializzate: se nel partito di massa la selezione interna era legata alla militanza, ora segue l'ambito manageriale. Senza più aspirazioni trasformative si crea un sistema di giustificazione incondizionata delle opinioni e di sfruttamento delle informazioni per la conquista del “mercato elettorale”.&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;Democrazia del pubblico&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;La democrazia, in una sorta di formalismo distorto, è ridotta ad una “macchina” o ad una “routine”. Partecipare è diventato essere spettatori che si identificano nel leader salvifico, le masse hanno perso la loro centralità: se la TV le aveva trasformate in pubblico, i new media frammentano questo pubblico in uno spazio atomizzato di bolle identitarie in conflitto. L'unico spazio di attivismo della politica diventa spesso il personale (&lt;i&gt;life politics&lt;/i&gt;), che riguarda direttamente tratti di identità della persona (chi amare, cosa mangiare, ecc.) o secondo le caratteristiche &lt;i&gt;single event – single issue&lt;/i&gt;, legate cioè alla prossimità del problema (catastrofe ambientale nella città) o all'ondata mediatica del momento (Ucraina, Palestina, ecc.).&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="spip"&gt;In sintesi&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Assistiamo al passaggio dei nostri dirigenti dalla difesa dei diritti alla difesa dei propri privilegi. Questo avviene perché il potere viene interpretato come individualizzato da una classe che cessa di essere “dirigente” e diventa “dominante”. Un potere che, senza valori, è ridotto da legale (in cui si crede alla razionalità della norma condivisa) a tradizionale (“si è sempre fatto così”) o carismatico (fondato sulla dedizione personale di servitori scelti per la fedeltà al leader). Ecco come si è progressivamente persa la credibilità e la capacità di progettare il domani nella società civile. Spesso si cercano facili soluzioni nell'incapacità di leggere il presente, cercando quindi un capro espiatorio di tutti i mali e trovando nella paura e nell'insicurezza l'unico canale di dialogo della politica. Non c'è più posto in questa concezione materialista del declino inevitabile (e dell'invenzione di un nemico dopo l'altro) per la speranza, per il futuro, per creare comunità o per uno spazio di emancipazione.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Separazione delle carriere giuridiche: tra plausi e critiche</title>
		<link>http://www.taurillon.org/separazione-delle-carriere-giuridiche-tra-plausi-e-critiche</link>
		<guid isPermaLink="true">http://www.taurillon.org/separazione-delle-carriere-giuridiche-tra-plausi-e-critiche</guid>
		<dc:date>2026-02-04T09:01:43Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Camilla Scaglione</dc:creator>


		<dc:subject>Italia</dc:subject>
		<dc:subject>Costituzione</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;L'Italia va verso la separazione delle carriere giuridiche. La riforma, passata come rivoluzionaria, ha però suscitato le critiche di molti, tra cui l'Associazione nazionale magistrati&lt;/p&gt;

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&lt;a href="http://www.taurillon.org/+-Italy-+" rel="tag"&gt;Italia&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="http://www.taurillon.org/+-Constitution,85-+" rel="tag"&gt;Costituzione&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;img src='http://www.taurillon.org/local/cache-gd2/92/77d864dcf98445c6c7f0653075c485.jpg?1770204194' class='spip_logo spip_logo_right' width='1200' height='630' alt="" /&gt;
		&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;L'Italia va verso la separazione delle carriere giuridiche. Passata come rivoluzionaria, ha però suscitato le critiche di molti, tra cui l'Associazione nazionale magistrati&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Il 30 ottobre 2025 ha segnato una data storica per la gestione della giustizia in Italia. Infatti, è passata la cosiddetta &lt;a href='http://www.taurillon.org/separazione-carriere-giustizia-come-funziona'&gt;&lt;strong&gt;Riforma Nordio&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;, anche se non con il consenso totale del Parlamento. Non ha, di fatto, superato i due terzi della maggioranza. Per questo è stato predisposto un &lt;strong&gt;referendum confermativo&lt;/strong&gt;, ossia non necessitante il raggiungimento del quorum per avere effetto, che si terrà tra il 22 e il 23 marzo 2026. Nel referendum verrà chiesto al popolo italiano di votare favorevolmente o meno alle riforme proposte dal ministro della Giustizia Nordio e compagnia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La cosa interessante, e al limite dell'allarmante per molti all'opposizione (vedisi Schlein per Pd, o Conte per M5s e così via), è il fatto che la riforma proposta andrebbe a rivoluzionare, sconvolgendone completamente la struttura, la carriera dei togati. Ora, infatti, esistono e così continueranno a fare due possibili carriere per un professionista dell'ambito giuridico: la carriera da magistrato &lt;i&gt;giudicante&lt;/i&gt; e la carriera da pubblico ministero requirente. Questo, ad opinione del ministro e del suo corteo di seguaci segnerebbe una svolta emblematica per la creazione di, si perdoni il gioco di parole, &lt;strong&gt;giustizia giusta&lt;/strong&gt;, in cui il cambio di carriera per i togati non sarà possibile e, di conseguenza, ad opinione loro si garantirà una &lt;strong&gt;terziarietà e imparzialità maggiore del giudice&lt;/strong&gt;, che secondo la riforma non avrà mai potuto svolgere il ruolo di accusa. Questo è il primo e più importante cambiamento voluto da Nordio, considerato dal ministro come fondamentale, perché si cesserebbe di avere una &lt;strong&gt;giustizia piegata alla politica&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Parlando a livello di criticità per l'Unione Europea, la riforma in sé &lt;strong&gt;non rappresenta un'infrazione delle norme comunitarie&lt;/strong&gt;, in quanto, almeno su carta, si profila come una legge che vuole mantenere l'indipendenza delle cariche giudiziarie. l'Italia sarebbe di conseguenza in questo diversa da Polonia e Ungheria, dove il &lt;strong&gt;governo aveva presa diretta sul potere giuridico&lt;/strong&gt;. Quindi, a differenza dei succitati Paesi, non dovrebbe a rigor di logica subire sanzioni dalla UE. Tuttavia, al momento è ancora molto poco chiaro se elementi come &lt;strong&gt;l'elezione per sorteggio e la creazione dell'Alta Corte disciplinare&lt;/strong&gt;, che tratteremo fra poco, rappresenterebbero o meno un fattore di indebolimento per l'autogoverno del settore. l'Unione si mostra quindi cauta e per ora ancora silente, dato che &lt;strong&gt;la riforma passerà dal Parlamento e per un referendum, non costituendo, quindi, un'imposizione dell'esecutivo. Tuttavia ci sono fattori, come ora detto, allarmanti&lt;/strong&gt;, di cui Bruxelles dovrà guardare gli sviluppi, se il referendum di marzo 2026 porterà all'effettiva approvazione della riforma.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Infatti, l'opposizione e &lt;a href="https://www.ansa.it/english/news/2025/01/20/constitutional-changes-in-judicial-reform-unprecedented-anm_f81204d9-616b-49d6-9a24-968b5ab9c9db.html?utm_source=chatgpt.com" class="spip_out" rel="external"&gt;l'&lt;strong&gt;Associazione nazionale magistrati&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; (Anm), rappresentata da Cesare Parodi, hanno evidenziato come solo l'1% dei togati decida di cambiare carriera. Quindi, la riforma andrebbe a “risolvere” un problema marginale. Ma, soprattutto non sarebbe vero, secondo Parodi e colleghi, che si giungerebbe a una giustizia più imparziale. Anzi, visto che, se dovesse passare il sì al referendum, oltre al veto al cambio carrieristico, si aggiungerebbe la creazione di un &lt;a href="https://roma.corriere.it/notizie/politica/26_gennaio_12/riforma-giustizia-referendum-spiegata-3-punti-04ee3586-0203-4f1e-9116-7e7048494xlk.shtml?utm_source=chatgpt.com" class="spip_out" rel="external"&gt;&lt;strong&gt;doppio Consiglio superiore della magistratura&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; (CSM), ossia due organi di auto-governo, separati per giudici e pubblici ministeri, e l'istituzione di una &lt;strong&gt;nuova Alta Corte disciplinare&lt;/strong&gt;. La criticità di questi due punti sta, innanzitutto, per quanto riguarda i CSM, nel fatto che essi verrebbero composti &lt;strong&gt;non per elezione tra professionisti, ma in gran parte per sorteggio tra giuristi, potremmo dire &lt;i&gt;laici&lt;/i&gt;, ossia non togati, e togati stessi.&lt;/strong&gt; Questo rappresenta un potenziale problema in quanto la modalità elettiva per sorteggio potrebbe andare a &lt;strong&gt;indebolire il principio di rappresentanza elettiva dei magistrati&lt;/strong&gt;. Inoltre molti non vedono tale scostamento come un &lt;strong&gt;modo per ridurre le correnti interne&lt;/strong&gt;, ossia le tendenze politiche tra i magistrati, ma a un &lt;strong&gt;indebolimento progressivo della magistratura.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Andando poi a parlare dell'&lt;strong&gt;Alta Corte disciplinare&lt;/strong&gt;, essa rappresenterebbe un elemento che potrebbe introdurre politicizzazione e incertezza nelle garanzie di giudizio per i magistrati, che, invece, fino ad ora erano alle dipendenze in termini disciplinari dall'unico CSM. Si potrebbe quindi iniziare a parlare di &lt;strong&gt;ingerenze politiche nella giustizia&lt;/strong&gt;, che non sarebbe più, secondo la divisione dei poteri, a sé stante e garante di un'almeno ideale trasparenza di giudizio. I critici infatti vedono la separazione dei Consigli e la creazione dell'Alta Corte come &lt;strong&gt;un avvicinamento dei pm all'esecutivo politico, effetto poco democratico. Infatti ogni politicizzazione della giustizia dovrebbe essere vista come incompatibile con la correttezza di giudizio della prima.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Eppure &lt;strong&gt;Nordio&lt;/strong&gt;, e molti con lui, in primis la premier &lt;strong&gt;Meloni&lt;/strong&gt;, il vicepremier &lt;strong&gt;Salvini&lt;/strong&gt; e, in modo molto marcato, il ministro degli esteri &lt;strong&gt;Tajani&lt;/strong&gt;, continuano a dire che questa riforma segnerà una svolta nella giustizia italiana. La prima infatti sui social si esprime parlando della riforma come traguardo storico e il secondo parla di un'espulsione della politica dalla magistratura. Ma è il terzo, Tajani, a enfatizzare di più sulla necessità della riforma, &lt;strong&gt;definendolo un evento storico e una forma di rivalsa per tutti coloro, tra cui cita a grandi lettere Silvio Berlusconi, che sono stati “vittime”, ad opinione del ministro, di errori giudiziari e, in generale, di una tendenziosa magistratura.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A proposito di &lt;strong&gt;Berlusconi&lt;/strong&gt;, la figlia, &lt;a href="https://www.ilmessaggero.it/politica/riforma_giustizia_voto_senato_nordio_referendum_diretta-9158599.html?fbclid=IwY2xjawPv5qhleHRuA2FlbQIxMABzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeU3OJqG59dbgo2xX8AeXxRPZ90MX66exAzZuldkNreF4v04eiYM6f3BHSW60_aem_woP292N_c5GSDHXFuOG7Ag" class="spip_out" rel="external"&gt;&lt;strong&gt;Marina&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;, si è detta particolarmente felice per la riforma, in quanto il padre, a detta sua, avrebbe passato gran parte della vita avvilito e avvelenato da cattivi giudizi. Ecco, su questo punto non è certo quanto si possa essere d'accordo, visto il personaggio di cui si sta parlando: &lt;strong&gt;un individuo che ha passato e concluso la sua esistenza al centro di scandali sessuali con minori, maneggiamenti e raggiri politici e corruzione&lt;/strong&gt;. Un magnate (un po' magnaccia), tre volte Primo Ministro italiano, nonostante fosse a capo della seconda televisione del Paese, dove ospitava programmi e figuri del tutto in linea con il suo pensiero e a pieno suoi difensori nel momento del bisogno, ossia delle innumerevoli cause giudiziarie in cui Berlusconi è stato coinvolto dal suo ingresso in politica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma tornando alla proposta di legge, nonostante quanto detto da Salvini sui social, ossia che finalmente &lt;strong&gt;si arriverà a una giustizia non solo &lt;i&gt;giusta&lt;/i&gt; ma anche veloce&lt;/strong&gt;, molti hanno avuto da ridire pure su questo punto, affermando che, come in realtà detto da Nordio stesso, &lt;strong&gt;la riforma non avrà effetti diretti sull'efficienza giudiziaria&lt;/strong&gt;, ossia su cose come la lentezza dei processi, la carenza di personale e le risorse dei tribunali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Insomma, ci si trova davanti a una proposta che cambierebbe drasticamente l'assetto giudiziario del Paese, modificando in modo non proprio delicato la Costituzione stessa e sfumando la linea di separazione tra potere esecutivo e potere giudiziario dei pubblici magistrati. Su questi, infatti, anche se i sostenitori dell'opera si affrettano a dire il contrario, potrebbe vigere &lt;strong&gt;un'ingerenza politica da parte di terzi abbastanza pronunciata da non renderli più autonomi&lt;/strong&gt;. Inoltre la &lt;strong&gt;nomina per sorteggio, sì fra esperti del settore, ma comunque non più per elezione da parte dei magistrati stessi,&lt;/strong&gt; fattore che la compagine alla maggioranza vuole far passare come garanzia di trasparenza, in realtà pare più &lt;strong&gt;uno strumento per ridurre l'autonomia della magistratura.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per cui, detto questo, sta a ognuno di noi, cittadini italiani sottoposti al potere giudiziario italiano, decidere se dire sì a una riforma che desta &lt;strong&gt;parecchi interrogativi addirittura sulla sua liceità&lt;/strong&gt;, o votare no e &lt;strong&gt;proteggere così l'integrità della nostra Costituzione&lt;/strong&gt;. Interessante sarà anche vedere l'eventuale risposta europea, che potrebbe essere piuttosto irritata dalle effettive modifiche che la riforma apporterà all'autonomia del sistema giudiziario.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Europa, reagisci! </title>
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		<dc:date>2026-01-26T08:00:00Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Giulio Saputo</dc:creator>


		<dc:subject>European Union</dc:subject>
		<dc:subject>Esercito europeo</dc:subject>
		<dc:subject>Difesa Europea</dc:subject>
		<dc:subject>Europa</dc:subject>
		<dc:subject>&lt;span lang='fr'&gt;Union européenne&lt;/span&gt;</dc:subject>
		<dc:subject>Gli Stati Uniti d'Europa</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Gli europei sembrano degli struzzi disperati: mentre tengono la testa nascosta dentro la sabbia, la storia scorre veloce. Continuiamo a raccontarci che è sempre stato così, che non è cambiato niente e che fino alla prossima emergenza sarà tutto normale. La realtà è che ormai vale tutto: è tornata la legge della giungla e degli imperialismi contrapposti a governare le relazioni internazionali.&lt;/p&gt;

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		</description>


 <content:encoded>&lt;img src='http://www.taurillon.org/local/cache-gd2/0e/9aad22be221e6eac8bccce7e425b70.jpg?1769432415' class='spip_logo spip_logo_right' width='1200' height='630' alt="" /&gt;
		&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Gli europei sembrano degli struzzi disperati: mentre tengono la testa nascosta dentro la sabbia, la storia scorre veloce. Continuiamo a raccontarci che è sempre stato così, che non è cambiato niente e che fino alla prossima emergenza sarà tutto normale. La realtà è che ormai vale tutto: è tornata la legge della giungla e degli imperialismi contrapposti a governare le relazioni internazionali.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Gli USA sono liberi di invadere il Venezuela, Israele di sterminare i palestinesi, la Turchia di massacrare i curdi, la Russia di invadere l'Ucraina, la Cina di prendersi Taiwan. Le Nazioni Unite sono completamente paralizzate. L'unico attore nel mondo che ha l'interesse a difendere la democrazia, i diritti, la libertà e la giustizia sociale è prigioniero della miopia e dell'idiozia delle sue classi dirigenti che, pur di non riformare l'Europa e renderla un attore geopolitico, preferiscono vendersi agli americani, ai cinesi o ai russi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Chissà cosa ci racconteremo domani quando gli americani si prenderanno la Groenlandia o i russi riorganizzeranno una nuova invasione. L'Unione europea è un modello alternativo al dominio nazionalista della forza, una speranza di emancipazione per l'umanità e non solo per gli europei.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma siamo troppo impegnati ad odiarla per le sue inefficienze mentre erodiamo l'ultima utopia rimasta in piedi per dare a chi verrà un pianeta in cui l'umanità intera può pensarsi come soggetto politico e governare i conflitti, le tecnoligarchie e la crisi ecologica. Cosa aspettiamo a pretendere che i nostri governi facciano funzionare davvero l'UE? Servono una politica estera e di difesa e, contemporaneamente, una politica economica e sociale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non ci vuole Einstein (che comunque, non a caso, era federalista) per capirlo. Le istituzioni vanno fatte funzionare e la sovranità va divisa su più livelli. Ci sono cose che non si possono fare come stati nazionali, deve farle l'Europa. Le scelte sono due: o mostriamo che abbiamo ancora una dignità e che siamo qualcosa di più dei nostri ridicoli egoismi nazionali o, semplicemente, finiremo come le poleis greche o l'Italia del Cinquecento. Entrambe culle di una straordinaria civiltà, eppure scomparse dalla storia per la loro incapacità di unirsi e superare il loro antiquato modello politico.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non rifugiamoci nel passato, scegliamo il federalismo contro la paura.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Davos: Trump ruba la scena</title>
		<link>http://www.taurillon.org/davos-trump-ruba-la-scena</link>
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		<dc:date>2026-01-23T11:06:00Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Camilla Scaglione</dc:creator>


		<dc:subject>Politica economica</dc:subject>
		<dc:subject>Stati Uniti d'America</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Il 21 gennaio non è stato un mercoledì qualsiasi per gli equilibri internazionali, che hanno tremato al World Economic Forum 2026, durante il poco delicato discorso del capo di Stato Usa.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="http://www.taurillon.org/-attualita-" rel="directory"&gt;Attualità&lt;/a&gt;

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&lt;a href="http://www.taurillon.org/+-politica-economica-+" rel="tag"&gt;Politica economica&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="http://www.taurillon.org/+-United-States-of-America-+" rel="tag"&gt;Stati Uniti d'America&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;img src='http://www.taurillon.org/local/cache-gd2/f1/8695b8c93a63e004f8f7e8a39acd1c.jpg?1769172769' class='spip_logo spip_logo_right' width='1200' height='630' alt="" /&gt;
		&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Il 21 gennaio non è stato un mercoledì qualsiasi per gli equilibri internazionali, che hanno tremato al World Economic Forum 2026, durante il poco delicato discorso del capo di Stato Usa.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Il 21 gennaio, a &lt;strong&gt;Davos&lt;/strong&gt;, una ridente cittadina della &lt;strong&gt;Svizzera&lt;/strong&gt;, famosa per gli impianti sciistici e centri conferenze, si è tenuto, per l'appunto in uno di quest'ultimi, il &lt;strong&gt;World Economic Forum 2026&lt;/strong&gt;. Il congresso in questione ha ospitato, come sempre, diversi capi di Stato, figure politiche e industriali, che hanno tenuto vari discorsi in merito a svariati argomenti. &lt;strong&gt;Il tema portante&lt;/strong&gt; del congresso è stata una riflessione, definita come &lt;strong&gt;“A Spirit of Dialogue”&lt;/strong&gt;, sull'urgenza di dialogo e cooperazione in un mondo sempre più frammentato e competitivo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Infatti le &lt;strong&gt;60 personalità intervenute&lt;/strong&gt; hanno tematizzato come impellenti argomenti di geopolitica e contrasti internazionali, economia e necessità di crescita cooperativa e i fattori positivi e negativi per l'Uomo dell'utilizzo dell'intelligenza artificiale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tra questi, l'elemento portante, o che comunque è emerso come più allarmante per tutti è stato, come riportato in modo marcato nel discorso del &lt;strong&gt;Primo Ministro canadese Mark Carney&lt;/strong&gt;, la &lt;strong&gt;rottura verso cui sta procedendo l'ordine internazionale basato su regole condivise.&lt;/strong&gt; Lo stesso ha ripetuto &lt;strong&gt;la rappresentante dell'Unione europea, Ursula Von Der Leyen&lt;/strong&gt;, dicendo che &lt;strong&gt;l'epoca delle certezze diplomatiche è giunta al capolinea&lt;/strong&gt;, ma che l'Europa si mostra aperta e pronta al dialogo per un nuovo ordine internazionale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma, tra tutti i discorsi sentiti, quello che più ha lasciato un'impronta nelle menti del pubblico è stato quello di una persona che in questo momento non ha di certo bisogno di presentazioni. Stiamo parlando di &lt;a href="https://www.weforum.org/stories/2026/01/davos-2026-special-address-donald-trump-president-united-states-america/" class="spip_out" rel="external"&gt;&lt;strong&gt;Donald Trump, l'attuale Presidente degli Stati Uniti&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; quello che molti riterrebbero, o almeno fino a poco tempo fa pensavano essere l'uomo più potente al mondo. Il suo discorso è stato così pregnante grazie alla particolare modalità di espressione del tycoon, ossia un linguaggio ricco di esagerazioni, toni non propriamente formali, illazioni e prese in giro, o vere e proprie calunnie verso individui singoli o interi gruppi etnici.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Trump ha rimarcato, in questa sua parentesi a Davos, quanto &lt;strong&gt;gli Stati Uniti siano stati il traino su cui tutto il mondo occidentale ha speculato ed è cresciuto a livello economico&lt;/strong&gt;. Ad esempio, in &lt;strong&gt;un attacco diretto al Presidente Francese Emmanuel Macron&lt;/strong&gt;, oltre a criticarne, in modo abbastanza inutile ai fini del discorso, gli occhiali stile &lt;i&gt;aviator&lt;/i&gt;, ha parlato di come la Francia abbia prosperato nel settore farmaceutico grazie all'America: il Paese, secondo Trump, avrebbe per anni &lt;strong&gt;monetizzato sulla vendita di farmaci a costi molto inferiori rispetto a quelli statunitensi&lt;/strong&gt;. In merito a questo il Presidente americano ha poi fatto riferimento, mostrandosi come lo &lt;i&gt;sugar daddy&lt;/i&gt; d'Europa, a come abbia &lt;strong&gt;minacciato di alzare la tariffe sui prodotti vinicoli francesi&lt;/strong&gt; se Macron non si fosse mostrato volenteroso ad aumentare i prezzi dei medicinali (cosa che, in realtà, non è proprio in mano a lui, essendo &lt;strong&gt;gestita dal sistema sanitario nazionale&lt;/strong&gt;). Attenzione però: la stoccata, di certo umoristica e anche un po' becera, alla Francia è stata solo un esempio con cui Trump ha voluto dirigere &lt;strong&gt;un chiaro messaggio all'intera Europa&lt;/strong&gt;, denigrandone le politiche interne ed estere, soprattutto sul &lt;strong&gt;tema “Groenlandia” e su quello energetico&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Parlando, infatti, della crisi energetica, come &lt;strong&gt;“Great Green Scum”, ossia la Grande Spazzatura Verde, volendo fare un gioco di parole con il Green Deal europeo&lt;/strong&gt;, Trump ha ironizzato in modo pesante sulle politiche climatiche attuate da diversi Paesi europei. In particolare ha citato &lt;strong&gt;l'energia eolica, parlandone come iniziativa stupida e, soprattutto, nociva per quello che lui stesso ha definito come il bellissimo territorio europeo&lt;/strong&gt;. Infatti ritiene che i campi di pale eoliche rovinino, o addirittura distruggano la piacevolezza estetica dell'ambiente. In merito a questo tema ha parlato anche di &lt;strong&gt;Cina&lt;/strong&gt;, in un'accezione opposta a quella usata nella narrativa per l'Europa: &lt;strong&gt;la Cina è, a suo dire, infatti, la maggior produttrice di pale eoliche, ma essa stessa non ne fa utilizzo&lt;/strong&gt;, ha solo delle strutture espositive per i compratori, ma per il resto si basa pesantemente &lt;strong&gt;sull'uso di carbone&lt;/strong&gt;. Qui Trump mostra tutta la sua mentalità complottistica e fanatica, in realtà insostenibile, perché &lt;strong&gt;la nocività dell'uso massivo di combustibile fossile contro l'utilizzo di energie rinnovabili, come l'eolica, è comprovato da decenni di studi e ricerche&lt;/strong&gt; scientifiche a riguardo. Per non dire che, in verità, &lt;strong&gt;l'impianto eolico di Gansu&lt;/strong&gt;, Cina, è talmente grande da essere visibile dallo spazio. Inoltre nel solo 2024, riporta &lt;a href="https://www.bbc.com/news/articles/c301jgd1qj6o" class="spip_out" rel="external"&gt;la BBC&lt;/a&gt;, il Paese in questione avrebbe prodotto quasi &lt;strong&gt;1000 terawatt all'ora dal solo sfruttamento del vento.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ad ogni modo, il Presidente Usa si è mostrato inamovibile nelle sue convinzioni e ha proseguito dicendo che &lt;strong&gt;l'Europa è sfiorita nella sua bellezza&lt;/strong&gt;: si è spinto a dire, infatti, che alcuni tra i più bei Paesi europei sono ormai irriconoscibili. Circa questo si è mostrato molto costernato e vi ha aggiunto un &lt;strong&gt;discorso al limite del razzista&lt;/strong&gt;, come segnala &lt;a href="https://www.theguardian.com/business/2026/jan/21/trumps-davos-speech-stephen-miller-white-identity-politics?CMP=share_btn_url" class="spip_out" rel="external"&gt;il Guardian&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Infatti, dopo essersi dilungato nel breve &lt;strong&gt;soliloquio contro la Svizzera&lt;/strong&gt;, rendendone un'immagine di piccolissima regione montana famosa per gli orologi che vive solo grazie agli Usa, ha intrapreso un discorso à la &lt;i&gt;white saviour&lt;/i&gt;, in cui &lt;strong&gt;decanta le qualità della civiltà Occidentale contro i bruti immigrati&lt;/strong&gt;. È una &lt;strong&gt;visione anacronistica e west-centred della situazione globale&lt;/strong&gt; in corso, in cui si hanno menti geniali provenienti anche da quello che viene comunemente definito Terzo Mondo. Esso non è da considerarsi primitivo e pullulante di deficienti (nel senso proprio del termine, come mancanti di qualcosa, ma per il capo di Stato in questione probabilmente anche nel senso negativo di esso, come idioti) che non hanno accesso nemmeno all'acqua calda. L'Africa, come il sud-est asiatico, il sud America e la Polinesia, per nominarne solo alcuni, hanno università e società brillanti, al pari di quelle occidentali. &lt;strong&gt;Se in queste zone vi sono ancora arretratezze non è certo per via di un quoziente intellettivo inferiore a quello dei bianchi, come sembra invece pensare il Tycoon&lt;/strong&gt;. O almeno così pare nei confronti della &lt;strong&gt;comunità somala del Minnesota&lt;/strong&gt;, la più grande degli Stati Uniti, ora tacciata di frode fiscale e perseguitata dal'ICE, &lt;strong&gt;l'Immigration Control Enforcement&lt;/strong&gt;. Trump sembra, nella sua &lt;strong&gt;crociata contro l'immigrazione&lt;/strong&gt;, rievocare il fantasma di &lt;strong&gt;Kipling&lt;/strong&gt;, primo ad aver parlato della cosiddetta &lt;strong&gt;missione di civilizzazione a cui l'uomo bianco sarebbe destinato per volontà divina&lt;/strong&gt;. Il Presidente ha dichiarato senza mezzi termini che &lt;strong&gt;il problema migrazione è un completo disastro per la cultura e la sicurezza occidentali&lt;/strong&gt;. A questo proposito si è autoincensato, citando il &lt;strong&gt;massivo dispiegamento di forze armate nelle città&lt;/strong&gt;, ad esempio nella capitale, Washington DC, che, a suo dire, avrebbe abbassato l'incidenza di crimini in questa come altre aree del Paese.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Trump ha sottolineato a Davos l'importanza che ha nel suo schema di pensiero &lt;strong&gt;l'Unione tra Usa ed Europa. L'ha fatto citando e vantandosi delle sue origini: 100% scozzese da parte di madre, 100% tedesco da parte di padre&lt;/strong&gt;. Tuttavia ammonisce il Vecchio Continente per essersi fatto inondare dalla massa dei migranti e, nel farlo, sottolinea &lt;strong&gt;l'inespugnabilità che i confini Usa hanno acquisito e la massiccia operazione di rimpatrio che è avvenuta sotto il suo secondo mandato.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A Davos, Trump, ha voluto enfatizzare la &lt;strong&gt;chiusura dei mercati Usa&lt;/strong&gt; e l'avvio di una politica, come visto con i dazi di aprile 2025, di &lt;strong&gt;isolazionismo economico&lt;/strong&gt;. Cosa che tuttavia è volta a convincere la maggior parte degli imprenditori stranieri a &lt;strong&gt;spostare la produzione in America&lt;/strong&gt;, evitando così le tariffe sull'importazione di prodotti esteri.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Infine, ma non ultimo per importanza, c'è &lt;strong&gt;il tema della Groenlandia&lt;/strong&gt;, citato diverse volte nel corso dell'ampia dissertazione del Presidente: &lt;strong&gt;l'isola per lui è niente di più di un grosso “pezzo di ghiaccio”&lt;/strong&gt;, che, tra l'altro, i danesi avrebbero perso nella II Guerra Mondiale in soli 6 giorni e che gli Stati Uniti d'America avrebbero ripreso dagli aggressori e avuto già &lt;strong&gt;sotto controllo tutelare&lt;/strong&gt;. In realtà &lt;strong&gt;gli Stati Uniti non hanno mai &lt;i&gt;posseduto&lt;/i&gt; il suddetto pezzo di ghiaccio, ma nel corso della guerra erano state impiegate anche loro truppe per evitare la presa della Groenlandia da parte dei nazisti.&lt;/strong&gt; Invece, sottolineando imperterrito che &lt;strong&gt;la restituzione dell'isola alla Danimarca sarebbe stata solo una gentilezza da parte degli statunitensi, Trump arroga al suo Paese un diritto sul territorio in questione&lt;/strong&gt;. Ma, attenzione, per quanto riguarda quello di cui tutto il mondo ha paura, ossia una sua &lt;strong&gt;azione militare&lt;/strong&gt;, tranquillizza il pubblico: &lt;strong&gt;non è nei suoi programmi&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Le minacce degli Stati Uniti alla Groenlandia provano, ancora una volta, quanto l'Europa necessiti di un sistema di difesa autonomo</title>
		<link>http://www.taurillon.org/le-minacce-degli-stati-uniti-alla-groenlandia-provano-ancora-una-volta</link>
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		<dc:date>2026-01-12T14:10:00Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Gioventù Federalista Europea</dc:creator>


		<dc:subject> Unione Europea</dc:subject>
		<dc:subject>Stati Uniti d'America</dc:subject>
		<dc:subject>Politica estera europea</dc:subject>
		<dc:subject>Politica Europea di Difesa</dc:subject>
		<dc:subject>Federalismo europeo</dc:subject>

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&lt;p&gt;Le mire statunitensi sulla Groenlandia, che crescono dopo l'operazione militare in Venezuela e i ritiri dalle organizzazioni ONU, violano il diritto internazionale e colpiscono Danimarca e Unione europea. Tale crisi rivela una volta in più l'impotenza europea; se l'articolo 42.7 resta bloccato dall'unanimità, perché l'Europa non resti nelle sabbie mobili serve un'autonomia strategica e una difesa comune. Dopo il colpo di mano militare compiuto in Venezuela, l'amministrazione Trump (…)&lt;/p&gt;


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		&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;&lt;i&gt;Le mire statunitensi sulla Groenlandia, che crescono dopo l'operazione militare in Venezuela e i ritiri dalle organizzazioni ONU, violano il diritto internazionale e colpiscono Danimarca e Unione europea. Tale crisi rivela una volta in più l'impotenza europea; se l'articolo 42.7 resta bloccato dall'unanimità, perché l'Europa non resti nelle sabbie mobili serve un'autonomia strategica e una difesa comune.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Dopo il colpo di mano militare compiuto in Venezuela, l'amministrazione Trump prosegue la sua azione contro un ordine internazionale multilaterale fondato sul diritto, annunciando il ritiro degli USA da 66 organizzazioni internazionali, di cui 31 parte del sistema ONU. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Inoltre, Trump ha dichiarato che le mire espansionistiche statunitensi si rivolgeranno anche alla Groenlandia, in piena coerenza con questa volontà di liquidare il diritto internazionale e imporre la legge della forza.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La Groenlandia è un territorio dotato di un'ampia autonomia, ma è parte integrante del Regno di Danimarca e mantiene un rapporto privilegiato con l'Unione europea su due fronti: è un &lt;i&gt;Paese e territorio d'oltremare&lt;/i&gt;, associato all'UE, e i suoi cittadini, i groenlandesi, in quanto danesi, godono pienamente della cittadinanza europea. Qualsiasi pressione, coercizione o tentativo di modificarne questo status è da considerarsi un'aggressione contro la sovranità di uno Stato membro dell'UE e quindi all'Unione nel suo complesso. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Al di là di un più o meno probabile attacco ad un territorio europeo, le mire statunitensi sulla Groenlandia costituiscono un episodio rivelatore e un banco di prova decisivo per la credibilità politica e la capacità di azione dell'Unione europea.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le minacce contro la Groenlandia mettono in luce una debolezza strutturale dell'attuale assetto dell'Unione europea: l'incapacità di agire come soggetto politico unitario, persino in caso di aggressione. Sebbene l'articolo 42, paragrafo 7, del Trattato sull'Unione europea (TUE) preveda un obbligo di assistenza reciproca in caso di aggressione armata, nella pratica tale impegno resta politicamente fragile perché all'interno di un sistema intergovernativo fondato sull'unanimità, quindi la solidarietà europea in materia di politica estera e di difesa rimane opzionale e inaffidabile.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Soprattutto, però, quanto sta accadendo dovrebbe spingere i Paesi europei a una presa di coscienza definitiva sull'atteggiamento degli Stati Uniti: il fatto che la minaccia sia mossa dal principale pilastro della NATO nei confronti di un altro Stato membro dimostra che all'Alleanza Atlantica ormai non possa più essere appaltata la capacità europea di proiezione esterna e di difesa. L'Europa ha sempre più bisogno di promuovere un'autonomia strategica dal suo alleato tradizionale e quindi anche di creare un sistema di difesa sempre meno vincolato al rapporto atlantico.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Qualche giorno fa alcuni Paesi europei hanno sottoscritto un documento congiunto in cui affermano che spetta unicamente alla Danimarca e alla Groenlandia decidere sulle questioni che riguardano l'isola. Per quanto importante, è chiaro che non bastano più dichiarazioni simboliche. È oggi necessario un chiaro impegno politico dell'Unione europea a difesa della Danimarca e della Groenlandia, innanzitutto mediante il rafforzamento della credibilità dell'articolo 42.7 TUE, ad esempio attraverso una dichiarazione preventiva che renda automatico l'intervento europeo in caso di aggressione, e poi anche mettendo a disposizione una forza multinazionale qualora la Danimarca lo richiedesse. I Paesi europei devono chiarire che la sicurezza del territorio europeo è una responsabilità comune.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Occorre inoltre che l'Unione europea intensifichi i rapporti con la Groenlandia su più fronti, nell'ottica di una futura piena integrazione dell'isola nel quadro giuridico e politico dell'Ue, che potrà essere decisa in via definitiva solo dal popolo groenlandese.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Più in generale, la situazione in Groenlandia è un'occasione per l'Europa di dare una prova di maturità. È il momento di compiere passi in avanti concreti verso una politica estera unica e un sistema di difesa comune e autonomo: se l'Europa non si dota al più presto di Istituzioni federali realmente efficaci, è destinata a diventare colonia delle grandi potenze e incapace di decidere sul proprio futuro. Cosa dobbiamo ancora aspettare, come europee ed europei, per comprendere che è il momento di agire?&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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