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	<title>Working Capital Accelerator</title>
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	<description>Startup Italia</description>
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		<title>All you need is love: online dating e startup</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Oct 2014 13:53:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luciano Canova]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[SCENARIO]]></category>
		<category><![CDATA[Online dating]]></category>
		<category><![CDATA[startup]]></category>
		<category><![CDATA[WcapBlog]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>C&#8217;è una nicchia di mercato che, qualunque sia il contesto macroeconomico, non perderà mai il suo appeal: l&#8217;amore. Nella data driven society in cui siamo immersi, è possibile che Al Goritmo scocchi il codice giusto per far nascere l&#8217;amore tra due persone? Non è una questione romantica o sentimentale: stiamo parlando di un mercato, quello [&#8230;]</p><p>The post <a href="http://www.wcap.tim.it/2014/10/need-love-online-dating-e-startup/">All you need is love: online dating e startup</a> appeared first on <a href="http://www.wcap.tim.it">Working Capital Accelerator</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C&#8217;è una nicchia di mercato che, qualunque sia il contesto macroeconomico, non perderà mai il suo appeal: l&#8217;amore. Nella <em>data driven</em> society in cui siamo immersi, è possibile che Al Goritmo scocchi il codice giusto per far nascere l&#8217;amore tra due persone? Non è una questione romantica o sentimentale: stiamo parlando di un mercato, quello del dating, di almeno 2.1 miliardi di dollari nei soli Stati Uniti (secondo le stime di <a href="http://www.msearch.com/"><strong>Marketsearch.com</strong></a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è un mercato, tra l&#8217;altro, che ha le sue inefficienze: una situazione di posizione dominante, con <a href="http://iac.com/"><strong>IAC</strong></a> (InterActivCorp) che – attraverso la proprietà di <strong><a href="http://www.match.com">Match.com</a></strong>, <a href="http://www.gotinder.com/"><strong>Tinder</strong></a> e <a href="https://www.okcupid.com/"><strong>OkCupid</strong></a> – rende difficile una vera competizione e che va ad aggiungersi a un modello di business piuttosto obsoleto, non in grado di sfruttare appieno le potenzialità del <em>social networking</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Terreno fertile, dunque, almeno in via potenziale, per startupper alla ricerca della killer (social) app.Nell&#8217;<em>online dating</em> attuale ogni utente deve compilare un profilo, rispondendo a domande o riempiendo questionari più o meno lunghi. Le informazioni vengono, naturalmente, utilizzate come strumento di <em>matching</em> dalla piattaforma cui si è iscritti, con un modello di business che è prevalentemente basato sul <em>charge-to-communicate</em>: chi ha voglia di tentare la fortuna, paga.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo meccanismo ha funzionato per qualcuno, ma ha lasciato milioni di utenti insoddisfatti, il che è giustificato dalla superficialità, ancora, degli algoritmi di <em>matching</em>, i quali utilizzano solo i dati dei profili ma non consentono all&#8217;utente finale di conoscere il network di riferimento del potenziale partner. Tutto, insomma, è sempre un po&#8217; staticamente in mano alla piattaforma, che dà consigli e suggerimenti ma non lascia spazio al caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Un primo segnale oggettivo di insoddisfazione è dato dal fatto che i <em>single</em>, oggi, si iscrivono mediamente a 2.5 siti di <em>online dating</em>: insomma, cercano di raggiungere più persone possibile e una soluzione più efficace a quelle attualmente disponibili.<br />
C&#8217;è, poi, una bella differenza tra uomini e donne nell&#8217;utilizzare il web come terreno di caccia: gli uomini, tipicamente, inviano centinaia di email veloci, come una grossa rete in cui si spera di pescare qualcosa. Le donne, d&#8217;altro canto, ricevono le stesse centinaia di email, ma rispondono solo con un tasso del 2% circa.</p>
<p style="text-align: justify;">La frustrazione degli attuali sistemi, per lo più, è aumentata per l&#8217;appunto dal fatto che non puoi rispondere a meno che non paghi o non sottoscrivi un abbonamento con canone al sito di incontri, il che si traduce in un 90 per cento di non risposte. E in un sacco di occasioni perse. Nonostante le inefficienze, tuttavia, il mercato è comunque prospero e le aziende che vi operano hanno una buona redditività. All&#8217;interno di questo universo in continua trasformazione, sono 4 le imprese che meritano una menzione speciale: la prima è <a href="https://coffeemeetsbagel.com/"><strong>Coffee Meets Bagel</strong></a>. Ci si iscrive, si crea l&#8217;account e, ogni giorno alle 12, si riceve un invito con un <em>potential match</em>, un po&#8217; come con Groupon. Si hanno 24 ore di tempo, poi, per accettare o lasciare il colpo. Ad oggi, si segnalano 500 mila appuntamenti creati attraverso questa piattaforma.</p>
<p style="text-align: justify;">Un vero e proprio leader di settore è poi Zoosk: attivo in 25 lingue e 70 paesi, con 50 milioni di iscritti, Zoosk offre diversi servizi per chi è in cerca dell&#8217;ammore. In particolare, Zoosk non opera solo attraverso il suo sito Internet, ma si serve molto dei <em>mobile device</em> e delle app di social networking. La app <a href="https://www.zoosk.com/"><strong>Zoosk</strong></a> di iOS è infatti numero uno nel mercato del dating. Il modello di business è quello <em>freemium</em>: una prima versione gratis in cui si crea il profilo e si ricevono i messaggi; premium version, invece, per chi decide di accedere alle funzionalità complete del <em>matchmaking</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Un caso parzialmente diverso è quello di <a href="https://theicebreak.com/"><strong>Theicebreak</strong></a>, che si occupa di una nicchia parallela nel mercato delle coppie. Non si tratta, infatti, di aiutare un single a trovare la sua dolce metà: si tratta, piuttosto, una volta trovata, di un consulente online che mantiene le coppie stesse in armonia e si premura di cambiare aria alle farfalle nella pancia. Ci si iscrive e i due piccioncini ricevono <em>poke</em> o incoraggiamenti a condividere emozioni positive, a organizzare cene romantiche e viaggi. Spesso, si ricevono anche domande da rivolgere alla propria dolce metà per conoscerla meglio e cui, magari, non si sarebbe mai pensato. C&#8217;è anche un lato <em>stats</em> in cui ogni coppia vede l&#8217;elaborazione dei dati concernenti la propria relazione. Di settimana in settimana, infatti, si riceve un questionario di autovalutazione, in termini di felicità, rispetto a molteplici dimensioni della &#8216;vita a due&#8217;: la coppia ha così la possibilità di verificare le aree in cui va forte e quelle potenziali di miglioramento. Per finire la filiera dell&#8217;amore, una volta incontrato il partner giusto, alimentato il rapporto attraverso cene romantiche e weekend da sogno, <strong><a href="http://emotion.me/">emotion.me</a></strong>, la prima wedding plan app che vi organizza addirittura il matrimonio.</p>
<p style="text-align: justify;">Un ultimo <em>pathbreaker</em> in questa breve disamina è <a href="https://www.okcupid.com/"><strong>OkCupid</strong></a>, già citato all&#8217;inizio, celebre per il suo sistema di Quickmatch. Ad ogni utente viene mostrato il profilo di un potenziale partner, che si può valutare in una scala da 1 a 5 (o decidere di non valutare). Quando si danno punteggi di 4 o 5, OkCupid invia una notifica all&#8217;interessato/interessata. OkCupid è una piattaforma molto attiva anche con i suoi Labs che, attraverso una politica molto trasparente nei confronti dell&#8217;utente finale, conduce esperimenti sui clienti (<em>blind dates</em>, eliminazione delle foto, test della personalità) per migliorare l&#8217;algoritmo di <em>matching</em>. Anche qui, <em>free subscription</em> e abbonamento da 9.95$ al mese. Una volta appurato che si tratta di un mercato vivo e dal grande potenziale, come riuscire, allora, a entrarci modo efficace? Una start-up americana, per competere nel settore, ha bisogno di almeno 250 mila profili utenti per sostenere crescita e <em>marketing plan</em>. Un&#8217;evoluzione cui stiamo assistendo è quella, molto promettente, del social networking: non veri e propri <em>dating sites</em>, ma siti il cui obiettivo dichiarato è quello, semplicemente, di far conoscere le persone tra loro. Un esempio, in tal senso, con dati in crescita esponenziale, è <a href="http://badoo.com/it/"><strong>Badoo</strong></a>, molto popolare in Europa mediterranea e dell&#8217;est e Sud America: 170 milioni di utenti, 180 paesi e 40 lingue. La Direttrice delle Public Relations, Louise Thompson, sostiene che la chiave di tutto è creare il senso di spontaneità, estraneo ai tradizionali dating websites. L&#8217;amore non è oggetto, infatti, di consigli e suggerimenti: nasce spesso dal caso e dalla fortuna, la stessa di un approccio casuale in un bar.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiaro, dunque, che creare i presupposti di un incontro attraverso la condivisione degli interessi comuni possa rappresentare un&#8217;arma in più. Manca ancora, però, un altro elemento importantissimo: la <strong>conoscenza del network di riferimento</strong>. Gli amici degli amici, insomma, così determinanti spesso per il corteggiamento (&#8220;Ti presento un amico/un&#8217;amica&#8221;).</p>
<p style="text-align: justify;">Se non vi viene in mente niente che possa, anche in questo caso, fare da <em>disruptor</em>, è l&#8217;ora di pensare al <strong><a href="https://www.facebook.com/about/graphsearch">Social Graph</a> </strong>di Facebook, il motore di ricerca che consente, per l&#8217;appunto, di targetizzare i propri interessi nella comunità dei contatti. Quando è stato lanciato, uno dei primi commenti è stato proprio legato al mercato dell&#8217;<em>online dating</em>. Con un miliardo di utenti e qualche accorgimento che potrebbe garantire agli interessati la giusta discrezione, <strong>Facebook ha tutte le carte in regola per spiazzare ancora una volta il mercato</strong>. L&#8217;anno scorso, durante la settimana di San Valentino, ha dato un esempio delle possibilità: il suo Facebook Data Science, che fa ricerche sugli utenti, ogni giorno ha postato <a href="https://www.facebook.com/data/posts/10152217010993415"><strong>analisi</strong></a> legate all&#8217;amore, legate per il momento sul territorio americano. Algoritmi predittivi dell&#8217;evoluzione di una relazione, rapporto tra amore e religione, ranking delle città più appetibili per i singles sulla base dell&#8217;analisi semantica dei post (btw, Colorado Springs presenta la più alta probabilità di iniziare una relazione, per chi fosse interessato). Integrando la possibilità di ricerca nei networks dei propri contatti alle funzionalità specifiche delle dating platforms, c&#8217;è la possibilità di smantellare il <em>business charge-to-communicate</em> e di spiazzare il mercato.</p>
<p>Sotto a chi tocca, l&#8217;amore della vostra vita potrebbe nascondersi nel prossimo like.</p>
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		<title>Le startup di successo all’inizio sono pessime idee</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Oct 2014 13:07:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Silvio Gulizia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[SCENARIO]]></category>
		<category><![CDATA[Cigno Nero]]></category>
		<category><![CDATA[startup]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ti ricordi del seed round da 41 milioni di dollari di Color e del clamoroso fail che ne seguì? Ogni tanto leggiamo di investimenti da capogiro in startup che stanno ancora muovendo i primi passi, ma quasi sempre poi ci dimentichiamo dei fallimenti relativi. Questo accade perché la stampa confonde la raccolta di capitale iniziale [&#8230;]</p><p>The post <a href="http://www.wcap.tim.it/2014/10/le-startup-di-successo-allinizio-sono-pessime-idee/">Le startup di successo all’inizio sono pessime idee</a> appeared first on <a href="http://www.wcap.tim.it">Working Capital Accelerator</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ti ricordi del <em>seed round</em> da 41 milioni di dollari di Color e del <a href="http://www.fastcompany.com/3002341/color-failed-what-happens-its-41-million">clamoroso <em>fail</em></a> che ne seguì? Ogni tanto leggiamo di investimenti da capogiro in startup che stanno ancora muovendo i primi passi, ma quasi sempre poi ci dimentichiamo dei fallimenti relativi. Questo accade perché la stampa confonde la raccolta di capitale iniziale con il successo di un progetto. <strong>Le startup di successo invece spesso non hanno chiuso <em>seed</em> interessanti per i media.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong></strong><br />
Un paio di mesi fa <strong>Sam Altman</strong>, presidente di Y Combinator, ha scritto un interessante <a href="http://blog.samaltman.com/black-swan-seed-rounds">post</a> circa la natura dei progetti che riescono bene. Quello che hanno in comune queste startup non è la componente tecnologia, ma quella animalesca: sono tutte <strong>cigni neri</strong>.</p>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;">Il cigno nero</h3>
<p style="text-align: justify;">Il cigno nero non è un animale mitologico, a differenza di quell‘<strong>unicorno</strong> evocato dal <a href="https://beta.publet.com/orange/unicorn/"><strong>rapporto pubblicato da Orange</strong></a> la scorsa primavera in cui si cercava di individuare il punto comune delle startup acquisite per un miliardo di dollari o giù di lì, definendo “normale” l’<a href="http://www.wcap.tim.it/2014/04/se-ti-fai-queste-domande-la-tua-startup-diventera-probabilmente-disruptive/"><strong>innovazione disruptive</strong></a> che queste hanno introdotto. Il cigno nero è un cigno, per l’appunto, nero. Il quale non è esistito ufficialmente fino a che gli esploratori europei non arrivarono in Australia. Dove s’imbatterono in un animale tutto nero dalle sembianze di cigno e che solo successivamente si scoprì essere, appunto, un cigno. Perché fino ad allora i cigni erano bianchi e siccome quello non era bianco non poteva essere un cigno. <strong>Nassim Taleb</strong> è partito da questo caso per definire la teoria realtiva. Un cigno nero è qualcosa di <strong>estremamente difficile da prevedere e che quando si manifesta cambia radicalmente le cose</strong>. Le Torri Gemelle sono un ottimo esempio.</p>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;">Il diagramma di Thiel</h3>
<p style="text-align: justify;">Nel mondo delle startup si parla del tema almeno dal 2012, quando <strong>Paul Graham</strong> definì proprio Y Combinator una <a href="http://www.paulgraham.com/swan.html"><strong>fattoria di cigni neri</strong></a>. Analizzando i vari <em>batch</em> di neo imprese in cui l’acceleratore aveva investito, Graham si rese conto che:</p>
<ul style="text-align: justify; margin-left: 40px;">
<li>il grosso del totale del ritorni di investimento era stato generato da pochissime startup;</li>
<li><strong>le migliori idee all’inizio erano sembrate pessime</strong>.</li>
<li>del tema parlò Peter Thiel, <em>co-founder</em> di PayPal e oggi investitore, durante un talk sempre a YC. Il diagramma qui sopra riassume bene la teoria;</li>
<li>la maggior parte delle idee che sembrano cattive sono cattive;</li>
<li>la maggior parte delle buone idee in realtà sono cattive;</li>
<li><strong>ci sono delle idee che sembrano cattive e sono buone</strong>.</li>
</ul>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;">Idee stupide divenute startup di successo</h3>
<p style="text-align: justify;">Siccome però la storia la scrivono i vincitori, a posteriori le startup di successo sembrano sempre partite da buone idee. Su <strong><a href="http://www.quora.com/What-were-the-most-ridiculous-startup-ideas-that-eventually-became-successful">Quora </a></strong>lo startupper seriale <strong>Michael Wolfe</strong> ha fatto un bell’elenco di idee che all’epoca parvero stupide ai più e che poi divennero grandi aziende. Eccone alcune:</p>
<ul style="text-align: justify; margin-left: 40px;">
<li>un network simile a Myspace o Friendster, da lanciare parecchi anni dopo questi e aperto solo a una nicchia di persone, gli studenti, che per altro hanno pochi soldi –&gt; Facebook;</li>
<li>una soluzione di file sharing e sincronizzazione quando ce ne sono già dozzine supportate da aziende come Microsoft, ma questa soluzione farà solo una cosa e la farà bene, costringendoti ad affidarle tutti i tuoi dati –&gt; Dropbox;</li>
<li>vendere libri on line, anche se la gente ha paura di usare le carte di credito su Internet e anche se il costo di spedizione sarà pari al risparmio e ci vorrà una settimana per avere il libro –&gt; Amazon;</li>
<li>un nuovo sistema operativo su cui non funzionerà nessuna delle app già sviluppate per gli altri esistenti. Solo l’azienda che lo produce potrà sviluppare le app per questo e non sarà possibile fare copia e incolla –&gt; iOS;</li>
<li>un motore di ricerca gratuito slegato da un portale, quindi senza news e pubblicità che potrebbero distrarti, anche se tutti gli altri che ci sono non li usa quasi più nessuno e nessuno ci fa i soldi –&gt; Google;</li>
<li>un sistema di pagamenti on line a cui accedi con la tua email, insicura, e gestito da ventenni senza una banca alle spalle –&gt; PayPal.</li>
</ul>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;">Il seed non fa la startup</h3>
<p style="text-align: justify;">Se è vero dunque che le migliori startup all’inizio appaiono pessime idee, vero è anche che quelle che sembrano buone a volte rastrellano <em>seed</em> da capogiro, innescando un meccanismo per il quale poi nascono tante altre startup che fanno la stessa cosa, con relativa corsa a investirci. Questo non spiega lo “scarso” successo di chi ha raccolto parecchio all’inizio, ma ci aiuta a comprendere meglio lo scenario. Il fatto è che <strong>essere bravi nel fund raising non ha nulla a che fare con il saper sviluppare un’azienda</strong>. Sono due cose correlate, ma indipendenti. E soprattutto, sottolinea Altman, non è che gli investitori siano poi così proni al rischio, perché sono pochi quelli che investono su progetti a davvero elevato rischio, cioè quelli che all’inizio sembrano pessime idee e poi si rivelano business profittevoli.</p>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;">Gli unicorni</h3>
<p style="text-align: justify;">Come in una favola, il cigno nero alla fine si trasforma in un unicorno. Il rapporto di Orange sottolinea che siamo entrati in un’era in cui i fenomeni <em>disruptive</em> si sviluppano a velocità sempre maggiore e culminano con acquisizioni da record. L’unicorno è un <strong>nuovo leggendario tipo di startup, con una crescita veloce, il cui valore incrementa rapidamente</strong> e che non assomiglia alle startup del passato. Basti pensare a Instagram, Whatsapp, Nest o Beats, di cui abbiamo scritto analizzando <a href="http://www.wcap.tim.it/2014/06/che-qualita-deve-avere-una-startup-che-vuole-essere-acquisita/"><strong>le caratteristiche comuni alle startup acquisite</strong></a>. Perché un progetto diventi davvero grosso sembra essere necessario che pochi ci credano dall’inizio. Per avere successo in un mondo che non tiene conto delle intuizioni, scrive Graham, <strong>è necessario essere in grado di fare quello che che il tuo cervello ti dice che è giusto, anche se può sembrare terribilmente sbagliato</strong>.</p>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;">Come trovare un unicorno</h3>
<p style="text-align: justify;">In <a href="http://www.briansolis.com/2014/06/unicorns-startups-giants-new-billion-dollar-benchmark-silicon-valley/"><strong>un’intervista con Brian Solis Chris Arkenberg e Ken Yeung</strong></a>, autori del rapporto di Orange, hanno spiegato che il successo delle startup non è una questione legata alla tecnologia, ma a come ci evolviamo e creiamo le cose. Per trovare un unicorno occorre utilizzare l’“antropologia digitale” ossia</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“riconoscere un’opportunità basata su un comportamento. Si tratta di risolvere problemi e creare opportunità sulla base di bisogni sconosciuti”.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Proprio sconosciuti non direi, quanto piuttosto estremamente difficili da (pre)vedere. Cigni neri.</p>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;">Non conta avere successo, ma avere un grande successo</h3>
<p style="text-align: justify;">Come sottolinea Graham, un team può sembrare non molto ben assemblato e può avere un progetto in cui è difficile credere, ma potrebbe essere proprio quello che, se dovesse farcela, stravolgerà il mercato. Dal punto di vista dell’investitore non dovrebbe quindi contare la probabilità di avere successo di una startup, ma quella di ottenere un ritorno infinitamente superiore all’investimento. P<strong>er una startup che fa 10.000x un investitore deve considera altre mille startup in cui ha investito un semplice costo delle operazioni</strong>, sostiene Graham. Ecco perché non dovresti dare troppo peso al tuo seed e soprattutto dovresti smetterla di paragonarlo a quello degli altri.</p>
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		<title>Waynaut, tutto il mondo e ritorno</title>
		<link>http://www.wcap.tim.it/2014/10/waynaut-tutto-il-mondo-e-ritorno/</link>
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		<pubDate>Thu, 16 Oct 2014 12:49:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[ACCELERATORI]]></category>
		<category><![CDATA[Waynaut]]></category>
		<category><![CDATA[WcapTales]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.wcap.tim.it/?p=34274</guid>
		<description><![CDATA[<p>Team Michele Festini, 30 anni, sviluppo e founder Simone Lini, 24 anni, CEO e founder Matteo Lo Manto, 28 anni, visual designer e founder Fabian Niederklofer, 28 anni, visual designer e founder Thomas Rossi, 30 anni, sviluppo e founder Progetto Waynaut offre i dati per un viaggio perfetto, door to door, a siti web e [&#8230;]</p><p>The post <a href="http://www.wcap.tim.it/2014/10/waynaut-tutto-il-mondo-e-ritorno/">Waynaut, tutto il mondo e ritorno</a> appeared first on <a href="http://www.wcap.tim.it">Working Capital Accelerator</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: justify;">Team</h3>
<p style="text-align: justify;"><strong>Michele Festini</strong>, 30 anni, sviluppo e founder<br />
<strong>Simone Lini</strong>, 24 anni, CEO e founder<br />
<strong>Matteo Lo Manto</strong>, 28 anni, visual designer e founder<br />
<strong>Fabian Niederklofer</strong>, 28 anni, visual designer e founder<br />
<strong>Thomas Rossi</strong>, 30 anni, sviluppo e founder</p>
<h3 style="text-align: justify;">Progetto</h3>
<p style="text-align: justify;"><a href="waynaut.com"><strong>Waynaut</strong></a> offre i dati per un viaggio perfetto, door to door, a siti web e app che vogliano metterli a disposizione dei propri clienti.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Storia</h3>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Viaggiavo in macchina tutti i giorni da Crema a Milano. Era il 2011, e seduto con un&#8217;amica di fronte a una birra ho pensato a come sviluppare una piattaforma di carpooling. Si chiamava Easygoing e ci ho vinto una borsa di studio offerta da Mind The Bridge.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Simone Lini, una laurea alla Bocconi ed esperienze in California e Australia, nel 2011 aveva 21 anni. &#8220;Giunto a San Francisco ero entusiasta di come andasse veloce la vita da quelle parti. Ma ho anche capito che la pensata di Easygoing non era poi così rivoluzionaria. Però ha generato un’altra idea: perché non creare una piattaforma che offra indicazioni di viaggio servendosi di tutti i mezzi di trasporto, dal più tradizionale al più innovativo?</p>
<p style="text-align: justify;">Un soggiorno in Australia come stagista di<a href="https://www.rocket-internet.com/"><strong> Rocket Internet</strong></a> a Sidney, tra canguri e birra (ancora) in un ostello di Melbourne, e poi è nato <strong>Youmove.me</strong>.&#8221; Un servizio dedicato all&#8217;utente finale e che proprio in <a href="https://www.facebook.com/WorkingCapital/posts/10153644995565190"><strong>questi giorni ha lanciato il nuovo brand Waynaut</strong></a>, che però non si rivolge al consumer ma a siti e app. E’ passato insomma dal B2C al B2B, ed ha già un team composto da 12 persone più 5 all&#8217;estero.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Con Waynaut offriamo una tecnologia che riduce la confusione degli utenti ed evita che essi si perdano tra decine di siti diversi. Chi sceglie Waynaut consiglia ai propri clienti un viaggio che sia il migliore per loro. Per esempio, <strong>da via Rombon, Milano, a una via qualsiasi di Bogotà o di New Delhi</strong>, Waynaut offre il percorso step by step e door to door, con tutti i mezzi di trasporto. Permette quindi all&#8217;utente di muoversi efficacemente, in modo innovativo, chiaro, e senza sprecare tempo ed energie.”</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Se Totò e Peppino avessero avuto Waynaut&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">“Noi offriamo i dati e, soprattutto, attingiamo a dati a cui altri non arrivano. Esistono i dati in formato standard, però in moltissime città italiane e nel mondo i dati non sono in formato standard ma in altri formati. Noi riusciamo ad acquisire in maniera veloce questi dati e a trasformarli nel formato standard.”</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia, lo standard lo mettono a disposizione solo città come <strong>Milano</strong>, <strong>Roma</strong>, <strong>Torino</strong>, e poi in <strong>Trentino</strong> e in <strong>Toscana</strong>. <strong>Open</strong> <strong>data</strong> e <strong>dati</strong> <strong>accessibili</strong>, quindi. Ma anche dati non proprio facili da ottenere a cui Waynaut riesce comunque ad arrivare.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Qualche tempo fa abbiamo contattato un’azienda di trasporti di un paesino del Molise per avere gli orari degli autobus, perché non si trovavano da nessuna parte. Chiedo quindi di averli per mail, ma loro mi hanno risposto: ‘telefoni tranquillamente al barista della stazione, lui gli orari li conosce meglio di chiunque altro.&#8221;</p>
</blockquote>
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		<title>La rivoluzione del p2p lending: da Funding Circle a Lending Club</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Oct 2014 13:15:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Federico Invernizzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[SCENARIO]]></category>
		<category><![CDATA[Lending]]></category>
		<category><![CDATA[p2p]]></category>
		<category><![CDATA[wcap]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Le banche forse credevano di aver fatto abbastanza dotandoci di nome utente e password per adeguarsi alla tecnologia del ventunesimo secolo. Probabilmente no. L’ondata di nuove imprese “fintech” sembra irresistibile e con investimenti di Venture Capital raddoppiati in due anni da 2 a 4 miliardi di dollari le possibilità di cambiare un mercato enorme ci [&#8230;]</p><p>The post <a href="http://www.wcap.tim.it/2014/10/la-rivoluzione-del-p2p-lending-da-funding-circle-lending-club/">La rivoluzione del p2p lending: da Funding Circle a Lending Club</a> appeared first on <a href="http://www.wcap.tim.it">Working Capital Accelerator</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le banche forse credevano di aver fatto abbastanza dotandoci di nome utente e password per adeguarsi alla tecnologia del ventunesimo secolo. Probabilmente no.<br />
L’ondata di nuove imprese “fintech” sembra irresistibile e con investimenti di Venture Capital raddoppiati in due anni da 2 a 4 miliardi di dollari le possibilità di cambiare un mercato enorme ci sono tutte.</p>
<p style="text-align: justify;">I “money transfer” sono un’industria dove le startup tecnologiche stanno già cambiando le carte in tavola aggredendo un settore grande e inefficiente. Le aziende che tradizionalmente si occupano di trasferire denaro da un posto all’altro – spesso le “rimesse” degli immigrati dai paesi occidentali in cui lavorano a quelli d’origine – chiedono commissioni pari a circa il 9% della somma spostata.<br />
Nuove aziende come <a href="https://transferwise.com/it"><strong>TransferWise</strong></a> (in cui hanno investito Richard Branson e Peter Thiel) stanno abbattendo questi costi e creando vantaggi enormi per i consumatori.</p>
<p style="text-align: justify;">Il prossimo passo è quello del prestito peer to peer (p2p, da pari a pari).<br />
E come per gli altri servizi p2p ad abilitare lo scambio tra utenti servono piattaforme, intermediari.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Le premesse</h3>
<p style="text-align: justify;">Oltre alle tecnologie che abilitano un’innovazione come quella dei prestiti p2p ci sono delle ragioni profonde che per un caso fortunato si trovano ad emergere quasi contemporaneamente in questi ultimi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Da un lato il <strong>credit crunch</strong>: il credito bancario che manca lascia una domanda di credito che non trova una controparte e resta alla ricerca di altre soluzioni.<br />
Il “credit crunch” e le condizioni macroeconomiche, è bene ricordare, fanno sì che siano in molti a cercare finanziamenti con canali alternativi, non solo dei “cattivi creditori”.</p>
<p style="text-align: justify;">I <strong>tassi d’interesse fissati vicino allo 0%</strong> dalle banche centrali hanno lasciato gli investitori istituzionali che guardano nel mercato del credito a caccia di rendimenti decenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Come funziona dunque? Le sfumature sono molte ma, grosso modo, il modello sottostante è sempre lo stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">La startup di p2p lending è un intermediario tra chi cerca fondi e chi vuole far fruttare i propri risparmi. La piattaforma quindi classifica, valuta, rifiuta se necessario, e abbina le due parti. Il tutto con una rapidità sconosciuta alle banche.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.fundingcircle.com/"><strong>Funding Circle</strong></a> è una startup inglese che si occupa di far arrivare prestiti da privati a piccole imprese ed è in grado di farlo in tre settimane contro i mesi necessari ad una banca.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi investe</strong> in prestiti p2p? Oltre all’archetipico risparmiatore che trova l’azienda degna di fiducia a cui prestare, ci sono anche investitori istituzionali ovvero principalmente fondi d’investimento (BlackRock e Marshall Wace, tra gli altri, hanno già fatto questa scelta). In Lending Club sono loro a fare un terzo dei prestiti.</p>
<h3 style="text-align: justify;">I player</h3>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.bloomberg.com/news/2014-09-28/lenders-disrupt-u-k-finance-funding-startups-banks-avoid.html"><strong> Funding Circle</strong></a> è inglese ed ha raccolto 123 milioni di dollari da fondi di Venture Capital ed è leader nel suo paese nei prestiti a piccole aziende.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli Stati Uniti il mercato è concentrato nelle mani di due società: <strong>Lending Club</strong> e <strong>Prosper</strong>. Insieme fanno il 98% del mercato.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2013 un investitore di peso come Google è entrato in Lending Club valutandola 1,5 miliardi di dollari; ora la società sta per <a href="http://online.wsj.com/articles/lending-club-files-for-initial-public-offering-1409166093">quotarsi</a> in borsa con un valore stimato a più di 4 miliardi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.zopa.com/"><strong>Zopa</strong></a> è pioniere del mercato inglese: è nata nell’ormai lontano 2005 e da allora ha prestato 635 milioni di sterline di cui, per dare un’idea dell’esplosione del settore, 240 solo nell’ultimo anno.</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia, e su scala molto più piccola, abbiamo <a href="http://www.smartika.it/Web/"><strong>Smartika</strong></a> che dal 2008 rende possibili i prestiti tra privati e ad oggi ne ha erogati per quasi 8 milioni.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Prospettive e rischi</h3>
<p style="text-align: justify;">Sembra paradossale ma questo momento di grande espansione del settore è anche delicatissimo per il suo futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Da un lato i rischi: col diffondersi dei prestiti p2p è ragionevole aspettarsi che anche aziende meno sane e più rischiose entrino nella partita portando oltre che un più alto livello di default, (grossi) problemi di immagine ad un’industria ad oggi decisamente “pulita”.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi le prospettive. Proprio per via dell’affermarsi di queste startup sarà inevitabile una contaminazione e collaborazione con le grandi banche che hanno in mano la vera partita. Significherà acquisizioni da parte dei vecchi player del mercato, significherà integrazione di parti di questo nuovo paradigma nel modello che lo ha preceduto.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi primi sviluppi possiamo considerarli un esperimento su piccolissima scala: gli attivi delle banche mondiali sono qualcosa come 50 trilioni di dollari</p>
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		<title>Web e tecnologie emergenti: intervista a Flavio Fazio</title>
		<link>http://www.wcap.tim.it/2014/10/web-e-tecnologie-emergenti-intervista-flavio-fazio/</link>
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		<pubDate>Thu, 09 Oct 2014 08:58:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[SCENARIO]]></category>
		<category><![CDATA[CTO]]></category>
		<category><![CDATA[startup]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[trend]]></category>
		<category><![CDATA[wcap]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>I Chief Technical Officer (CTO) di alcune delle startup made in #Wcap raccontano la loro opinione su tecnologie e trend emergenti. Il primo appuntamento della serie è con Flavio Fazio, CTO della statup Flazio.” &#160; Rimanendo strettamente nell’ambito dello sviluppo web, quali sono secondo te le tecnologie emergenti? A parte i sitebuilder come Flazio? Sicuramente [&#8230;]</p><p>The post <a href="http://www.wcap.tim.it/2014/10/web-e-tecnologie-emergenti-intervista-flavio-fazio/">Web e tecnologie emergenti: intervista a Flavio Fazio</a> appeared first on <a href="http://www.wcap.tim.it">Working Capital Accelerator</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I Chief Technical Officer (CTO) di alcune delle startup made in #Wcap raccontano la loro opinione su tecnologie e trend emergenti. Il primo appuntamento della serie è con <strong>Flavio Fazio</strong>, CTO della statup <a href="http://www.flazio.it/"><strong>Flazio</strong></a>.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>Rimanendo strettamente nell’ambito dello sviluppo web, quali sono secondo te le tecnologie emergenti?</h4>
<p style="text-align: justify;">A parte i sitebuilder come Flazio? Sicuramente l&#8217;utilizzo delle web socket: apre le porte ad un mondo di applicazioni nuove che offriranno funzionalità. Il nostro team di R&amp;D le ha impiegate per dar vita a <strong><a href="https://www.youtube.com/watch?v=p8Q_T460FWw">RealtimeCollaboration</a></strong>, una nuova funzionalità di <a href="http://www.flazio.it/"><strong>Flazio</strong></a> che permette a più utenti di lavorare insieme contemporaneamente allo stesso sito web e persino sulla stessa pagina, ma da computer differenti. Così, ad esempio, mentre uno lavora sul layout e sui colori l&#8217;altro può inserire contenuti e caricare fotografie, velocizzando ed ottimizzando il flusso di lavoro.<br />
Queste tecnologie fanno un notevole utilizzo della rete che, sopratutto nel caso si utilizzi un dispositivo mobile, si traduce nella necessità di una connessione mobile ad alta velocità (e qui entra in gioco il 4G).<br />
Il <strong>2015</strong> sarà anche <strong>l&#8217;anno in cui assisteremo al successo o al fallimento</strong> delle tecnologie <strong>wearable</strong>. Grandi aziende stanno già promuovendo l&#8217;utilizzo di questi device, che una volta diffusi necessiteranno di nuovi software e di una nuova esperienza utente per la fruizione delle informazioni. In Flazio, dove tra le tante attività ci occupiamo anche di come rendere i nostri servizi fruibili da ogni dispositivo in commercio, stiamo già lavorando anche sul wearable.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4 style="text-align: justify;">Cosa suggeriresti di iniziare a studiare a nuovi ingegneri e futuri CTO?</h4>
<p style="text-align: justify;">Pur essendo studente di Ingegneria Informatica non consiglierei questi studi o, perlomeno, non li reputo fondamentali. <strong>Credo di aver imparato circa l&#8217;80% delle cose che conosco da autodidatta</strong>, e invito tutti a fare lo stesso. È necessario sperimentare, curiosare, e mettere le mani su tecnologie all&#8217;ultimo grido, senza curarsi troppo di quello che le generazioni passate hanno da tramandarci quanto a metodologie standard e tecnologie ormai cadute in disuso.<br />
Questi sono valori condivisi da tutto il team di R&amp;D di Flazio.com, formato per lo più da autodidatti, ma pur sempre provenienti da studi informatici: i soliti primi della classe che non si accontentano della lezione senza prima aver messo le mani in pasta per approfondire e ottenere risultati pratici, un gruppo dove le esperienze dell&#8217;uno hanno contaminato gli altri portando all&#8217;ideazione e allo sviluppo di funzionalità nuove e innovative.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4 style="text-align: justify;">Stiamo andando verso un orizzonte con JavaScript sempre più presente, anche lato server con Node.JS, o è solo una moda passeggera?</h4>
<p style="text-align: justify;">Non penso si tratti di una moda, <strong>JavaScript</strong> è ormai una tecnologia necessaria, utilizzata in una percentuale di siti web prossima al 100%.<br />
<strong>Senza JS piattaforme come Facebook e Youtube non sarebbero le stesse</strong>, o forse non sarebbero mai nate.<br />
Si tratta di una tecnologia ormai così diffusa e radicata che la maggior parte degli sviluppatori desidera poterne usare la sintassi ovunque, anche lato server, ed è così che entra in gioco Node.js, un framework straordinario che facilita la realizzazione di applicazioni complesse, ma che credo sia sopratutto il manifesto dell&#8217;esigenza &#8211; che molti sviluppatori hanno &#8211; di maggiore semplicità nella scrittura del codice.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4 style="text-align: justify;">Andremo sempre più verso webapp standalone JS precaricate?</h4>
<p style="text-align: justify;">Me lo auguro: per <a href="http://www.flazio.it/"><strong>Flazio</strong></a> prediligiamo sempre questo tipo di approccio, che ci permette di offrire una migliore esperienza utente e garantire una maggiore fluidità dell&#8217;applicazione stessa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4 style="text-align: justify;">L&#8217;avere a disposizione Google Cloud Platform, Microsoft Azure, Amazon Web Services o altri servizi cloud sta cambiando il vostro modo di progettare piattaforme web?</h4>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>cloud</strong> sta cambiando il modo di usare applicazioni, programmare e gestire infrastrutture Internet, ma sta cambiando anche il modo in cui queste vengono progettate.<br />
Si tratta di un <strong>cambiamento</strong> <strong>epocale</strong>, che non solo porta ad un aumento della flessibilità e della scalabilità ma anche ad una riduzione dei costi di hosting.<br />
I protagonisti di questa rivoluzione sono: i Datacenter, i PaaS Platform as a Service come <strong>Azure</strong>, e infine gli sviluppatori delle applicazioni web come noi di <a href="http://www.flazio.it/"><strong>Flazio</strong></a> .<br />
Con il cloud gli sviluppatori non devono più acquistare eventuali server richiesti o risorse di rete, ma pagheranno solamente per il tempo effettivo di utilizzo dei servizi. Noi sviluppatori abbiamo “ribaltato” questi benefici agli utenti finali che utilizzano le nostre applicazioni creando soluzioni all-in-one, sempre disponibili online in rete, che non vanno installate e non richiedono software di terze parti per funzionare, oltre a tutti gli altri vantaggi in termini di scalabilità che il cloud offre.</p>
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		<title>Startup network, vince la diversità</title>
		<link>http://www.wcap.tim.it/2014/10/startup-network-vince-la-diversita/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Oct 2014 15:29:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[ACCELERATORI]]></category>
		<category><![CDATA[Startup Network]]></category>
		<category><![CDATA[WcapTales]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Team Moreno Bonaventura, 27 anni, co-founder, analisi di network per definire metriche e misure da utilizzare Luciano De Franco, 31 anni, co-founder, ingegnere informatico, responsabile sviluppo con un grande team di collaboratori e amici Mario Scuderi, 27 anni, co-founder, ingegneria gestionale, responsabile prodotto e marketing &#160; Progetto Startup network è una piattaforma che misura il [&#8230;]</p><p>The post <a href="http://www.wcap.tim.it/2014/10/startup-network-vince-la-diversita/">Startup network, vince la diversità</a> appeared first on <a href="http://www.wcap.tim.it">Working Capital Accelerator</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;">Team</h4>
<p style="text-align: justify;"><strong> Moreno Bonaventura</strong>, 27 anni, co-founder, analisi di network per definire metriche e misure da utilizzare<br />
<strong>Luciano De Franco</strong>, 31 anni, co-founder, ingegnere informatico, responsabile sviluppo con un grande team di collaboratori e amici<br />
<strong>Mario Scuderi</strong>, 27 anni, co-founder, ingegneria gestionale, responsabile prodotto e marketing</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4 style="text-align: justify;">Progetto</h4>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.startup-network.org/"><strong> Startup network</strong></a> è una piattaforma che misura il valore del network personale o di un’azienda, fornendo una valutazione quantitativa</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4 style="text-align: justify;">Storia</h4>
<p style="text-align: justify;">Quanto sono utili i tuoi contatti? Te lo dice <a href="http://www.startup-network.org/"><strong>Startup network</strong></a> una <strong>web app che misura l’immateriale</strong>, qualcosa di solo apparentemente insondabile, e fornisce delle risposte precise.<br />
Dove riesci ad arrivare? Hai amici Facebook che vivono e lavorano negli Stati Uniti, anche in Russia e Cina, certo. Perfino in Finlandia. Ma qual è il valore reale del tuo networking? “Una delle misurazioni che propone Startup Network è il <strong>diversity score geografico</strong>, che ti dice in modo preciso quali sono le aree geografiche a cui accedi”. Moreno, laurea in fisica teorica a Catania, oggi fa un Phd a Londra e si divide tra il dipartimento di matematica e quello di business e management.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Ci focalizziamo sulle startup perché se i founder hanno molti contatti all’estero, l’azienda ha più possibilità di crescere rispetto a una startup che è chiusa e concentrata solo sul proprio territorio. Quest’ultima sarà meno esposta a conoscenze, esperienze, skills e tecnologie nuove.”</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Registrati a <a href="http://www.startup-network.org/"><strong>Startup network</strong></a> tramite Facebook. La web app comincerà ad analizzare alcune delle informazioni dei tuoi amici, come età e posizione geografica. Di seguito studierà il tuo network, estraendone degli score. Come il <strong>diversity score</strong> d’età, che ti dice se i tuoi contatti sono trasversali, se riesci cioè ad avere relazioni sociali anche con persone più adulte o più giovani di te. “Un vantaggio rispetto al contatto con soli coetanei. I più adulti possono fornirti più esperienza, i più giovani, magari il giovanissimo informatico, il ragazzino che adora stare al computer, conosce invece tutte le più recenti tecnologie.” Un altro score è quello di <strong>backgroud skills</strong>. Le specializzazioni dei tuoi contatti. Anche questo per capire se sono tante e diverse, o uniformi. Se tutti i tuoi amici fanno la stessa cosa, è difficile avere accesso a risorse differenti, di tipo tecnologico, per esempio. E poi diversity score che misurano la varietà e l’eterogeneità di competenze a cui sei esposto attraverso la tua rete e la diversità dei luoghi. “Io sono a una location diversity che è a 58.7, quella di Mario è a 70. Non mi sorprende perché so bene quanto Mario si muove e gira per l’Italia, per l’Europa.”</p>
<p style="text-align: justify;">Puoi confrontarti con le altre persone per capire chi fa meglio o peggio di te, puoi anche inserire la tua startup sulla piattaforma. “Uno strumento utilissimo per valutare una startup all’inizio è la sua valuation. Un numero che diventa indispensabile per contrattare con gli investitori: non ho solo l’azienda e l’idea, ma anche un network che ha un gran valore.”</p>
<p style="text-align: justify;">Gli <strong>incubatori possono pure verificare lo stato di salute dell’ecosistema</strong> e andare a capire se le startup interagiscono tra loro. “Ovviamente un insieme di aziende che non si parla, porterà a dei risultati collettivi inferiori rispetto a un ecosistema in cui le aziende sono ben connesse e in cui c’è scambio di esperienze, di conoscenze e aiuto reciproco nella risoluzioni di grane quotidiane, come le questioni burocratiche.”</p>
<p style="text-align: justify;">Facebook scatena collaborazioni di fiducia più profonde di altri social network. Questo è il motivo per cui <strong>Startup Network</strong> ha scelto di iniziare dal social di Zuckerberg, ma nel prossimo futuro sonderà anche Linkedin, e sarà interessante scoprire le differenze. “Siamo in versione beta pubblica su Facebook e stiamo lavorando su Linkedin. Generalmente si crede che Linkedin sia più utile per le professioni, ma Facebook anche in questo campo riesce a dire molto di più sulle persone. Mostra relazioni vere e spontanee, perché è il livello di trust. Una rete può essere costituita da diversi layer, Facebook rappresenta il layer di trust. <strong>È più facile che due persone collaborino con sincerità su Facebook</strong> che su altri social network”.</p>
<p style="text-align: justify;">E ora il business. <strong>Startup Network</strong> ha due linee simili che vanno in parallelo. Una è la<strong> web app</strong>, un servizio offerto ai compagni d’avventura startupper. La seconda<strong> linea di business</strong> è più orientata al <strong>pay money.</strong> “Analizziamo i network di più di mille aziende al giorno e calcoliamo uno score, un po’ diverso da quello fornito sulla web app. Abbiamo fatto un’analisi storica, gli ultimi dieci anni di storia delle startup. Questo ci ha permesso di individuare alcune metriche che generalmente sono legate con il successo di una startup. Usando queste metriche facciamo un’analisi live delle nuove startup che vengono create giornalmente in diverse location e facciamo quella che chiamiamo la <a href="http://prediction.startup-network.org/predictions/2014-10-06"><strong>prediction delle next big startup</strong></a>.” Molti fondi di venture capital investono su founder che sono capaci di relazionarsi e quindi posizionarsi nell’ecosistema. L’idea e l’azienda, come noto, sono due cose molto diverse.</p>
<p style="text-align: justify;">“Startup Network ha origine nel lontano 2011 con l’associazione <a href="http://www.youthub.net/"><strong>Youthub</strong></a>, che mantiene attivo l’ecosistema catanese. Eravamo tutti studenti universitari e stavamo capendo il valore della multidisciplinarietà. Nel <strong>2012</strong> abbiamo fatto l’application per Wcap e <strong>abbiamo vinto il grant</strong>. Wcap non aveva ancora sedi fisiche, oggi è una realtà straordinaria. Ti dà spazio e la presenza di Telecom ti fa capire che qualcuno di veramente importante ti sta dando fiducia. Un fortissimo stimolo, al di là del supporto pratico, è il supporto psicologico. I messaggi di Wcap sono travolgenti, esaltanti”.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Se tutte le persone che conosci sono uguali è come se tu avessi un solo contatto. Se tutti ti forniscono le stesse competenze, risorse, la stessa lingua, in realtà il tuo network non è molto grande. Non dipende solo dal numero di persone che conosci, ma dalla loro diversità.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Ci siamo fatti le ossa, abbiamo fatto esperienze, Mario è stato in Silicon Valley, io sono all’estero. Per esempio, la tecnologia che utilizziamo attualmente sulla piattaforma è sviluppata da un’azienda che ha sede a Londra, inoltre abbiamo chiuso da poco un accordo con un’altra azienda londinese, <strong><a href="http://www.tekja.com/">Tekja</a></strong>. Forniranno la loro esperienza e delle splendide visualizzazioni dei dati a Startup Network.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Italia non è la prima nazione per startup, però c’è una grande crescita. Sto analizzando dati di piattaforme e i risultati mi confortano. Siamo piccoli però cresciamo velocemente. Parlo dal punto di vista della qualità del network. Tra Silicon Valley, Boston, Italia, Berlino, Chicago, la prima è sopra tutti ma il nostro Paese mostra un aspetto interessante: il numero di connessioni rispetto al numero di startup presenti è parecchio più alto delle altre aree prese in considerazione. <strong>Sembra che gli italiani amino le connessioni</strong>. I founder si parlano molto tra loro perché capiscono che bisogna condividere per crescere. Insomma, sopra l’Italia c’è solo la Silicon Valley. Berlino, Londra, Chicago sono sotto il nostro livello, si parlano di meno. Stanno più per fatti loro. L’interazione e lo scambio sono qualità molto italiane, in cui si riflette la cultura mediterranea del nostro paese”.</p>
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		<title>Lanciare un prodotto sul mercato, impariamo da Mailbox e Yo</title>
		<link>http://www.wcap.tim.it/2014/10/come-lanciare-un-prodotto-sul-mercato-impariamo-da-mailbox-e-yo/</link>
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		<pubDate>Fri, 03 Oct 2014 12:35:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Silvio Gulizia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[SCENARIO]]></category>
		<category><![CDATA[Mailbox]]></category>
		<category><![CDATA[startup]]></category>
		<category><![CDATA[wcap]]></category>
		<category><![CDATA[Yo!]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Lanciare una startup oggi non è facile. Non basta più avere un buon prodotto, occorre anche studiare un’ottima comunicazione perché sono decine le nuove imprese che fanno capolino sul mercato ogni giorno. Inoltre, occorre tenere a mente che prodotto e azienda sono due cose diverse ed entrambe hanno bisogno di una campagna specifica. La regola [&#8230;]</p><p>The post <a href="http://www.wcap.tim.it/2014/10/come-lanciare-un-prodotto-sul-mercato-impariamo-da-mailbox-e-yo/">Lanciare un prodotto sul mercato, impariamo da Mailbox e Yo</a> appeared first on <a href="http://www.wcap.tim.it">Working Capital Accelerator</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Lanciare una startup oggi non è facile. Non basta più avere un buon prodotto, occorre anche studiare un’ottima comunicazione perché sono decine le nuove imprese che fanno capolino sul mercato ogni giorno. Inoltre, occorre tenere a mente che <strong>prodotto e azienda sono due cose diverse</strong> ed entrambe hanno bisogno di una campagna specifica. La regola vorrebbe che tu lanciassi prima il tuo prodotto e poi facessi un’operazione di promozione della tua startup.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Strategie vincenti</h3>
<p style="text-align: justify;">Fra le startup che hanno saputo meglio conquistare la scena mediatica nel corso dell’ultimo anno quelle che hanno fatto meglio sono <a href="http://www.mailboxapp.com/"><strong>Mailbox</strong></a> e <a href="http://www.justyo.co/"><strong>Yo</strong></a>.<br />
La prima si è presentata sul mercato verso la fine del 2013 facendo di fatto scuola. Nessuno fino ad allora aveva organizzato una campagna così sofisticata per un’app mobile. Mailbox è un software per la gestione della posta elettronica, la prima applicazione ad aver introdotto l’uso delle gesture per smistare i messaggi. Il lancio del prodotto è avvenuto in tre fasi:</p>
<ol style="text-align: justify;">
<li>Distribuzione di un <strong>video che mostrava come l’app si sarebbe comportata</strong>, sulla falsa riga di quello che fece Dropbox per testare le risposta dei propri potenziali utenti. Gli interessati si sono potuti iscrivere alla newsletter di Mailbox per essere fra i primi ad avere l’app. Così sono state raccolte le email degli <em>early adopter</em>, arrivati sul sito attraverso gli articoli dei media di settore;</li>
<li>Lancio della <strong>beta a inviti</strong>, uno schema utilizzato già da Google per promuovere Gmail prima e Google+ poi. Tutti quelli che avevano fatto richiesta hanno ricevuto un invito, ma non tutti sono stati ammessi subito. Occorreva scaricare l’app e inserire il codice, per trovarsi poi davanti decine e presto centinaia di migliaia di persone in coda. Intanto l’app macinava download.</li>
<li>Lancio pubblico, quando tutti hanno potuto finalmente accedere all’app, recensita su tutti i blog di settore come una cosa innovativa ed esclusiva, per avere la quale occorreva mettersi in coda.</li>
<li>Risultato? Dopo pochi mesi sono stati acquisiti da Dropbox.</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">Yo, lanciata durante la scorsa estate, ha seguito un percorso diverso, meno sofisticato, ma geniale. L’ha ricostruito molto bene <strong>Fabio Lalli</strong> sul proprio blog:</p>
<ol style="text-align: justify;">
<li>aprile: lancio del prodotto in forma di <strong>super MVP</strong> all’interno dell’App Store americano, poi nel resto del mondo;</li>
<li>luglio: chiusura del <strong>primo round</strong> da 1,5 milioni di dollari con conseguente campagna di comunicazione, che ha provocato la scrittura di valanghe di post sul megaround (che poi tale non era per nulla) di un’app che non fa praticamente nulla. L’operazione aveva come scopo quello di allargare la base utenti. Risultato: 1 milione di utenti che hanno fornito il proprio numero di cellulare in 10 giorni. Possibili partner incuriositi hanno cominciato a indagare.</li>
<li>agosto: <strong>lancio del prodotto vero e proprio e campagna di marketing per posizionare l’azienda</strong>, con un’aggiornamento dell’app che ha svelato finalmente per quale motivo Yo era stata in grado di chiudere un buon round. Con l’introduzione delle nuove API infatti l’app diventa un sistema di comunicazione a due vie fra le persone, i siti web, i brand, gli operatori di mercato e virtualmente chiunque sia connesso a Internet, come ha spiegato il fondatore <strong>Or Arbel</strong> in un post su Medium.</li>
</ol>
<h3 style="text-align: justify;">Regole buone per tutti</h3>
<p style="text-align: justify;">In <a href="http://www.amazon.com/Four-Steps-Epiphany-Steve-Blank/dp/0989200507"><em>The Four Steps to the Epiphany</em></a> <strong>Steve Blank</strong> ha spiegato perché un’operazione di marketing è una tattica per <strong>raggiungere determinati obiettivi</strong>, non una strategia per promuovere la propria azienda. Questi obiettivi sono essenzialmente tre:</p>
<ul style="margin-left: 40px; text-align: justify;">
<li>acquisire clienti;</li>
<li>stabilire rapporti con possibili partner;</li>
<li>allacciare contatti con i VC per raccogliere fondi.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Per il tuo lancio hai a disposizione un <strong>solo tentativo</strong>. Non puoi fallire. Ti può andare bene o male. Per questo devi dedicare a questa fase tutti i tuoi sforzi,<strong> individuando innanzitutto i canali più adeguati per raggiungere i tuoi potenziali clienti</strong>, qual è il tuo <strong>business model</strong>, quali sono le metriche che dovrai misurare per verificare il tuo successo e avendo ben chiara qual è la posizione che vuoi la tua impresa assuma.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Valorizzare l’MVP</h3>
<p style="text-align: justify;">Come abbiamo visto, il lancio “definitivo”, quello da non sbagliare assolutamente, non è quasi mai il primo. Dovremmo chiamare lancio solo l’ultima fase del processo di “ingresso sul mercato” di una startup. Non sempre, anzi quasi mai, MVP, alfa e beta hanno la necessità di avere ampia copertura mediatica. Più spesso, ne richiedono una minima per perseguire la verifica del progetto studiato.<br />
Per il vero e proprio lancio occorre attendere e studiare una strategia appropriata. Come nel caso di Yo, non è detto che le due fasi non possano intrecciarsi. L’MVP può anche essere un passaggio intermedio per anticipare una fase di crescita e trovare gente in gamba da assumere per raffinare il prodotto. Non è certo però il momento in cui alzare il sipario. Quello verrà solo quando l’intera recita sarà pronta per conquistare il pubblico.</p>
<p>The post <a href="http://www.wcap.tim.it/2014/10/come-lanciare-un-prodotto-sul-mercato-impariamo-da-mailbox-e-yo/">Lanciare un prodotto sul mercato, impariamo da Mailbox e Yo</a> appeared first on <a href="http://www.wcap.tim.it">Working Capital Accelerator</a>.</p>]]></content:encoded>
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		<title>Perché i maker sono le nuove startup</title>
		<link>http://www.wcap.tim.it/2014/10/perche-maker-sono-le-nuove-startup/</link>
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		<pubDate>Thu, 02 Oct 2014 13:37:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Silvio Gulizia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[SCENARIO]]></category>
		<category><![CDATA[makers]]></category>
		<category><![CDATA[startup]]></category>
		<category><![CDATA[wcap]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Negli ultimi anni il movimento dei maker ha avuto un profondo impatto sull’ecosistema delle startup, aprendo nuove frontiere in settori in cui prima era molto più complicato entrare, come quello della domotica o del wearable computing, quello delle automobili o quello ancora dell’energia. Per innovare in questi mercati non è infatti sufficiente la tecnologia, ma [&#8230;]</p><p>The post <a href="http://www.wcap.tim.it/2014/10/perche-maker-sono-le-nuove-startup/">Perché i maker sono le nuove startup</a> appeared first on <a href="http://www.wcap.tim.it">Working Capital Accelerator</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Negli ultimi anni il movimento dei maker ha avuto un profondo impatto sull’ecosistema delle startup, aprendo nuove frontiere in settori in cui prima era molto più complicato entrare, come quello della domotica o del wearable computing, quello delle automobili o quello ancora dell’energia. Per innovare in questi mercati non è infatti sufficiente la tecnologia, ma occorre molto spesso un pezzetto di hardware. Qualcosa di fisico. Rigorosamente connesso alla Rete.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel mondo dell’Internet delle cose ci sarà sempre più spazio per le startup dei maker. Le quali hanno un <strong>vantaggio competitivo</strong> non da poco. <strong>Curiosità,</strong> <strong>creatività</strong> e <strong>community</strong> sono gli aspetti principali che contraddistinguono l’ecosistema maker. Il risultato combinato di questi tre fattori porta a conseguenze cruciali per lo sviluppo di qualunque azienda:</p>
<ul style="text-align: justify; margin-left: 40px;">
<li>apprendimento basato su progetti;</li>
<li>apprendimento basato sul fare;</li>
<li>condivisione della conoscenza.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;">Sperimentare e divertirsi</h3>
<p style="text-align: justify;">Secondo <strong>Gabriele Valli</strong>, autore del libro <strong><a href="http://www.startupinjazz.com/">Startup in Jazz</a></strong>, le neo imprese assomigliano a gruppi jazz. Come questi si basano su <strong>band, improvvisazione e divertimento,</strong> per quelle infatti i pilastri sono team, capacità di modificare il proprio prodotto in corso d’opera e affiatamento, gioia dell’innovare. L’improvvisazione, possibile solo quando sei totalmente padrone dello strumento e della musica, la ritroviamo nei maker, dediti alla continua ricerca di soluzioni sempre nuove e diverse in un campo che conoscono alla perfezione perché prima di essere un lavoro è stato, e spesso è ancora, un hobby, una passione. Per loro <strong>sperimentare è importante, divertirsi una priorità</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;">DIY, un mantra per startup</h3>
<p style="text-align: justify;"><em> Do it yourself</em> è una delle regole base alle fondamenta di quello che, se esistesse, potremmo definire “modello maker”. In un italiano un po’ grezzo si potrebbe tradurre in “l’arte di arrangiarsi”. Questo è un altro punto in comune che i maker hanno con le migliori startup, vale a dire <strong>la voglia, ostinata, di risolvere un problema</strong>. Quasi sempre incontrato nella propria attività.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;">Stay hungry. Stay foolish</h3>
<p style="text-align: justify;">In <strong><a href="http://www.amazon.com/The-Hardware-Startup-Building-Business/dp/1449371035">The Hardware Startup</a> Nick Pinkston</strong> e <strong>Renee Diresta</strong> sottolineano l’importanza di un testo come Whole Earth Catalog nel gettare le fondamenta dell’attuale mondo delle startup dei maker. Si trattava di un manuale su come vivere in modo creativo, producendo da soli ciò che serve. <strong>Steve Jobs</strong> lo definì nel suo intervento a Standford un “Google di carta”, riprendendone la citazione nella quarta di copertina: “Stay hungry. Stay foolish”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;">Un nuovo ecosistema</h3>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi cinque anni le app hanno rivoluzionato il nostro modo di interagire e vivere. Le startup digitali sono cresciute creando attorno a sé un ecosistema con svariati punti di riferimento, al punto che è possibile fare <a href="http://www.wcap.tim.it/2014/08/startuppari-ecco-libri-da-leggere-sotto-lombrellone/"><strong>una lista dei libri per startupper</strong></a>, anche se non ci sono solo quelli. Modelli come il <strong><a href="http://www.wcap.tim.it/2014/05/lean-canvas-come-definire-prodotto-e-business-model-per-la-tua-startup/">lean business model canvas</a></strong> sono oggi strumenti alla portata di tutti. Nel mondo dell’hardware tutto questo non è però ancora pienamente compiuto, nonostante Make Magazine e la <a href="http://www.makerfairerome.eu/">Maker Faire</a>, che domani apre a Roma e dove ci sarà ampio spazio per le startup. Nei prossimi cinque anni, sostiene Diresta, è lecito attendersi un’esplosione nel mondo dell’hardware a opera dei maker, proprio come è avvenuto nel campo del software con le “start-app”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;">Arrivano i <em>venture capital</em></h3>
<p style="text-align: justify;">Benché i maker esistano praticamente da secoli, il mondo del <em>venture capital</em> ha iniziato a finanziare questo settore in modo significativo solo negli ultimi anni. Il crollo dei costi di prototipazione, legato a strumenti come la stampa 3D e siti di <em>crowdfunding</em> <em>reward based</em> come <a href="https://www.kickstarter.com/"><strong>Kickstarter</strong></a> e <a href="https://www.indiegogo.com/"><strong>Indigogo</strong></a>, ha reso infatti meno costoso l’avvio di progetti hardware. Questi due fenomeni hanno inoltre contribuito a creare una <em>community</em> di <em>early adopter</em> in cui gli startupper sono pienamente rappresentati. Così Foundry Group, Bezos Expeditions, True Ventures e RRE hanno investito in <a href="http://www.makerbot.com/"><strong>Makerbot</strong></a>, una delle prime stampanti 3D; Index Ventures, Lux Capital e Union Square Ventures hanno finanziato <strong><a href="http://www.shapeways.com/">Shapeways</a></strong>, piattaforma per l’incontro di chi di chi vuole creare prodotti in 3D e chi li sa disegnare; Union Square Ventures, Hubert Burda Media, Accel Partners, Catarina Fake, Glynn Partners e Index Ventures sono entrati in <strong><a href="https://www.etsy.com/it/">Etsy</a></strong>, una specie di eBay dove si vendono solo cose fatte a mano. E questo giusto per citare i casi più eclatanti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;">Startup Week End Maker Edition</h3>
<p style="text-align: justify;">L’avvento dei <em>venture</em> in questo settore ha portato imprenditori con un giocattolo o un’idea nel cassetto ad approcciare il mondo dei <em>maker</em>, portando con sé il modello delle <em>lean startup</em> e ritrovando un ecosistema <em>open hardware</em> parallelo a quello <em>open source</em> su cui spesso hanno già fatto affidamento per il software. Non a caso a Seattle e San Francisco esistono già degli “Startup Weekend Maker Edition”. Non ho sentito di eventi del genere in Italia, ma non mi stupirei se ce ne fosse già qualcuno. Sono sicuro che nel 2015 ne vedremo uno anche alla Maker Faire europea di Roma.</p>
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		<title>Da reCaptcha a Duolingo: le idee mirabolanti di Luis Von Ahn</title>
		<link>http://www.wcap.tim.it/2014/10/da-recaptcha-duolingo-le-idee-mirabolanti-di-luis-von-ahn/</link>
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		<pubDate>Wed, 01 Oct 2014 10:44:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Nicolò Ammendola]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[SCENARIO]]></category>
		<category><![CDATA[Duolingo]]></category>
		<category><![CDATA[Luis Von Ahn]]></category>
		<category><![CDATA[reCaptcha]]></category>
		<category><![CDATA[wcap]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Sembra che a 12 anni volesse costruire una rete di palestre gratuite. Se ci fosse riuscito oggi ci alleneremmo senza pagare. Come? Luis immaginava schiere di signore sulla cyclette che pedalando producono tanta elettricità che i gestori delle palestre avrebbe poi venduto direttamente alle compagnie distributrici. La signora di mezza età pedala in una sala [&#8230;]</p><p>The post <a href="http://www.wcap.tim.it/2014/10/da-recaptcha-duolingo-le-idee-mirabolanti-di-luis-von-ahn/">Da reCaptcha a Duolingo: le idee mirabolanti di Luis Von Ahn</a> appeared first on <a href="http://www.wcap.tim.it">Working Capital Accelerator</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sembra che a 12 anni volesse costruire una rete di palestre gratuite. Se ci fosse riuscito oggi ci alleneremmo senza pagare. Come? Luis immaginava schiere di signore sulla cyclette che pedalando producono tanta elettricità che i gestori delle palestre avrebbe poi venduto direttamente alle compagnie distributrici. La signora di mezza età pedala in una sala cyclette dall’altra parte della città mentre tu in cucina ti fai un frullato con il tuo blender da 800Watt. Non ce l’ha fatta, chi frequenta le palestre le paga e chi frulla conta sul nucleare francese più che sui quadricipiti delle signore di mezza età.</p>
<p style="text-align: justify;">In quella <strong>bizzarra idea però c’era il seme di un genio</strong>. Lo stesso seme che qualche hanno dopo è germogliato in <a href="http://www.google.com/recaptcha/intro/"><strong>reCaptcha</strong></a> e pochissimo tempo fa in <a href="https://it.duolingo.com/"><strong>Duolingo</strong></a>: Luis Von Ahn, un ragazzo olandese di straordinario successo, la testa che l’ha partorito. L’idea è che chi usa non paga, usando crea valore, il valore creato viene poi venduto a chi ne ha bisogno.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendiamo <strong>reCaptcha</strong> per esempio. Un sistema efficace per verificare che tu navigatore del web sia umano e non bot. Due parole, una generata da un computer, l’altra presa da un libro antico in corso di digitalizzazione per opera di uno scanner e un computer che non riescono a capire di che parola si tratti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il computer non può procedere con la digitalizzazione del testo antico e ha bisogno di te. Quindi entri in gioco tu &#8211; umano utente ignaro &#8211; e ci metti una pezza dove la macchina ha fallito. Se traduci bene la prima parola, il computer presume che anche la traduzione della seconda sia corretta. Poi incrocia la traduzione tua con migliaia di traduzioni della stessa parola fatte da altri umani utenti ignari ed ecco perfettamente tradotti milioni di volumi di testi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>reCaptcha</strong> è gratis per chi lo usa ma il suo utilizzo <strong>produce</strong> un <strong>valore</strong>. Il valore viene <strong>venduto</strong> <strong>a</strong> <strong>chi</strong> <strong>digitalizza</strong> i <strong>libri</strong>. Luis Von Ahn inventa reCaptcha e dopo qualche anno la vende a Google per una cifra sconosciuta. Si vocifera quasi 100 milioni di dollari.</p>
<p style="text-align: justify;">I libri vanno digitalizzati anche per essere convertiti in contenuti multimediali, in pagine web per esempio. Pagine che diventano immediatamente accessibili al mondo con un click.<br />
Problema: nel mondo si parlano più di 6,500 lingue di cui 4,500 parlate da gruppi più numerosi di 1000 persone. Il numero esatto è irrilevante tuttavia è chiaro che il contenuto vada tradotto. Come?</p>
<p style="text-align: justify;">È tempo di inventare un giochino. Un sistema che peschi il contenuto dalle pagine web, lo spacchetti e lo confezioni in quiz, domande e altri elementi interattivi. Si condisca il tutto con una grafica formidabile, fresca e immediata, una UX di primissimo livello, i meccanismi di base del gioco, l’accesso da qualsiasi device, e si apra il sistema a milioni di umani utenti ignari. Gratis. Nasce Duolingo.</p>
<p style="text-align: justify;">Duolingo: il primo gioco per imparare la lingua che ti allena divertendoti mentre a tua insaputa lavori, insieme ad altri milioni di persone, come traduttore per la BBC o qualche altro editore online che ha bisogno di tradurre i propri contenuti nella tua lingua madre per esempio.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si parla più di studio ma di gioco. Per giocare bisogna entrare. Entrare in Duolingo è semplicissimo, con Facebook o senza. Una volta dentro qualche domanda di test ti posiziona al tuo livello e da lì il gioco comincia. Livelli tematici per giocare in un contesto preciso, che definisca uno spazio virtuale in cui ti muovi, giochi e impari: lo sport, per esempio. Domande di diversi tipi, ti permettono di accumulare punti. Se giochi particolarmente bene o raggiungi determinati obiettivi guadagni dei badge. Tutta la tua attività ti posiziona poi all’interno di una classifica. I meccanismi di base sono sempre i soliti. Quelli che la gente del settore identifica come PBL (Points, Badges, Leadersboard). Inserite i vostri contenuti in un contesto che permetta di guadagnare punti, a determinati obiettivi associ dei Badges e posizioni gli utenti in una classifica e avrete fatto il primo passo verso una gamification strutturata.</p>
<p style="text-align: justify;">Duolingo, reCaptcha, palestre gratis per tutti, sono solo esempi agli occhi dell’umano utente ignaro di un concetto semplice: <strong>il gratuito non esiste</strong>. Nulla è gratis. Perché se il prezzo è il peso del valore, e il mercato funziona massimizzando il valore prodotto (e minimizzando gli sprechi) allora chiunque sia inserito in un mercato e non crei valore scompare. Mentre chi crea valore lo vende. Chi paga? Forse non è così importante dopotutto. Ricordiamo che il fatto che l’istruzione spesso sia gratuita non significa che non ci sia qualcuno che la paghi. Pensiamo all’istruzione pubblica per esempio.</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia, quali sono gli esempi di education gamificata? Con migliaia di video su quasi tutti gli argomenti che vi possiate immaginare c’è <a href="http://www.oilproject.org/"><strong>Oilproject</strong></a>. Specializzato in matematica delle superiori e presto anche delle medie c’è il nostro <a href="https://redooc.com/it/"><strong>Redooc</strong></a>, con migliaia di esercizi in livelli con punteggi e tentativi. E poi? Ne conoscete altri? Citateli nei commenti!</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nicolò Ammendola è founder di Redooc. E’ su <strong><a href="https://twitter.com/nicoammendola">Twitter</a>.</strong></em></p>
<p>The post <a href="http://www.wcap.tim.it/2014/10/da-recaptcha-duolingo-le-idee-mirabolanti-di-luis-von-ahn/">Da reCaptcha a Duolingo: le idee mirabolanti di Luis Von Ahn</a> appeared first on <a href="http://www.wcap.tim.it">Working Capital Accelerator</a>.</p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Come preparare il tuo pitch e parlare in pubblico: le dritte di uno speaker molto navigato</title>
		<link>http://www.wcap.tim.it/2014/09/come-preparare-il-tuo-pitch-e-parlare-pubblico-le-dritte-di-uno-speaker-molto-navigato/</link>
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		<pubDate>Thu, 25 Sep 2014 13:15:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Federico Invernizzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[SCENARIO]]></category>
		<category><![CDATA[pitch]]></category>
		<category><![CDATA[startup]]></category>
		<category><![CDATA[wcap]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Federico Invernizzi riprende i suggerimenti di Simone Brunozzi, VP e Chief Technologist di VMware. Prova uno Aaron Harris, partner di Y Combinator, ha di recente pubblicato una breve, interessante lista di consigli su come fare un pitch (agli investitori) per la propria startup. Mi piacerebbe aggiungere i miei umili suggerimenti. Hey, aspetta un attimo… Guarda [&#8230;]</p><p>The post <a href="http://www.wcap.tim.it/2014/09/come-preparare-il-tuo-pitch-e-parlare-pubblico-le-dritte-di-uno-speaker-molto-navigato/">Come preparare il tuo pitch e parlare in pubblico: le dritte di uno speaker molto navigato</a> appeared first on <a href="http://www.wcap.tim.it">Working Capital Accelerator</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Federico Invernizzi <strong><a href="https://medium.com/@simon/some-humble-advice-on-pitching-your-startup-bf09fa5bffaf">riprende i suggerimenti</a></strong> di <a href="https://twitter.com/simon"><strong>Simone Brunozzi</strong></a>, VP e Chief Technologist di VMware.</p>
<p style="padding-left: 30px; text-align: justify;"><strong><em>Prova uno</em></strong><br />
<em> Aaron Harris, partner di Y Combinator, ha di recente pubblicato una breve, interessante lista di consigli su come fare un pitch (agli investitori) per la propria startup. Mi piacerebbe aggiungere i miei umili suggerimenti.</em></p>
<p style="padding-left: 30px; text-align: justify;"><em>Hey, aspetta un attimo… Guarda le due frasi qui sopra. Catturano la tua attenzione? Ti SPINGONO a continuare la lettura? Non molto.</em><br />
<em> Lascia che cominci da capo.</em></p>
<p style="padding-left: 30px; text-align: justify;"><strong><em>Prova due</em></strong><br />
<em> Hai bisogno di fare un pitch per la tua startup in 48 ore? Fai schifo a presentare? Continua a leggere, ti dirò come padroneggiare l’arte di presentare in pubblico in poche ore.</em></p>
<p style="padding-left: 30px; text-align: justify;"><strong><em>Prova tre</em></strong><br />
<em> Ho fatto discorsi in pubblico più di 600 volte, davanti a poche dozzine di persone e davanti a molte migliaia, in ogni continente tranne l’Antartide.</em><br />
<em> Voglio condividere il mio segreto con te.</em><br />
<em> Puoi migliorare le tue capacità in poche ore seguendo i miei consigli.</em></p>
<p style="padding-left: 30px; text-align: justify;"><strong><em>Prova quattro</em></strong><br />
<em> Blah blah blah.<br />
</em>Ci sono tanti modi in cui avrei potuto cominciare questo articolo. Sono sicuro che ce ne sia uno che preferite tra questi tre. L’inizio è molto importante. E trovare il modo giusto per cominciare non è facile. Bisogna lavorarci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Comincia così la sua <strong><a href="https://medium.com/@simon/some-humble-advice-on-pitching-your-startup-bf09fa5bffaf">guida</a></strong> a come fare un buon pitch <strong><a href="http://brunozzi.com/">Simone Brunozzi</a></strong>, ora Vice President e Chief Technologist di <strong><a href="http://www.vmware.com/">VMware</a></strong> dopo un passato in Amazon. E continua con una lista di cose da non sbagliare, in un ordine apparentemente sorprendente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Regola #1: trova un gancio</h4>
<p style="text-align: justify;">Senza non andrai lontano, la prima impressione che dai al tuo pubblico è difficile da cancellare. Quale possa essere il gancio dipende da tanti fattori: dalla tua idea, dal tuo carattere, da chi ascolta. Un consiglio: quando incontrate qualcuno dategli il vostro biglietto da visita alla fine, quando avrà qualcosa per cui ricordarvi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Regola #0: prepara la tua storia</h4>
<p style="text-align: justify;">Le slide vengono per ultime. Cominciate ad immaginare, e magari a scrivere la vostra storia. Che cosa vi rende interessanti? Come il vostro prodotto può cambiare le abitudini di chi lo usa? Per paradosso: meglio presentarsi come umili, con un prodotto semplice: potrà essere questo il vostro tratto distintivo. L’importante è averne uno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Regola #-1: dedica del tempo al tuo pitch</h4>
<p style="text-align: justify;">Se mancano un paio d’ore al tuo discorso è probabilmente troppo tardi. Se arrivi a questo punto considera che dall’ottica di un investitore stai già perdendo punti: non hai organizzato in maniera efficace il tuo tempo tralasciando uno degli aspetti della tua startup (il pitch) che ha la sua importanza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Regola #2: fai le prove</h4>
<p style="text-align: justify;">Fatelo almeno tre volte: per intero, davanti allo specchio o ad altre persone. I risultati migliorano sensibilmente.<br />
Registratevi mentre provate il vostro pitch e riascoltatevi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Regola #5: il botto finale</h4>
<p style="text-align: justify;">La chiusura della vostra presentazione è importante quanto l’inizio. Pensate ai film.<br />
Il contenuto che c’è tra inizio e fine è ovviamente importante ma con un finale sbagliato non verrà voglia a nessuno di venirvi a parlare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Regola #6: lineare, essenziale, “con una missione”</h4>
<p style="text-align: justify;">Rendete la vostra presentazione semplice da seguire. Tutto il “contenuto” che sta tra inizio e fine deve essere essenziale. Se qualcosa si può togliere senza sminuire il messaggio toglietelo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Regola #7: rispettate il tempo del pubblico</h4>
<p style="text-align: justify;">Rispetta il fatto che ci sia un pubblico a darti la propria attenzione e il proprio tempo: non sprecarlo.<br />
Un esempio:<br />
“Immaginate che ventidue startup abbiano presentato prima di voi, adesso è il vostro turno e sono quasi le sette di sera, gli investitori sono davvero stanchi. Che cosa fareste?</p>
<p style="text-align: justify;">Opzione A: accorciate il vostro pitch, ma diteglielo!<br />
Opzione B: dite che siete dispiaciuti che sia tardi e chiedete se vogliono comunque sentire il vostro pitch; dite loro che ci avete lavorato molto e che non sarà una perdita del loro tempo.<br />
Opzione C: fatevi venire in mente un’altra opzione sulla falsariga di queste due soluzioni.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Regola #8: fare arrivare il messaggio</h4>
<p style="text-align: justify;">E prima ancora di fare arrivare il messaggio bisogna decidere di cosa si tratta.<br />
Cercare investitori? Cercare contatti? Trovare sviluppatori? Fare parlare di sé sulla stampa?<br />
In base a cosa vuoi ottenere cerca di fornire tutte le informazioni necessarie per farlo succedere.<br />
Pensa a quali potrebbero essere le domande sulla tua startup e rispondi prima ancora che ti siano poste.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Regola #9: lavora duro</h4>
<p style="text-align: justify;">A volte non è chiaro quanto conti il pitch. Conta moltissimo e sublima in pochi minuti un lavoro di mesi. Questo per dire che il vostro prodotto – anche fosse il migliore al mondo – non si vende da solo. Ci vuole abilità e, soprattutto, preparazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Brunozzi racconta che nella sua esperienza di mentor per acceleratori come Techstars ha notato una – preoccupante – correlazione tra l’attenzione e l’impegno messi dalle startup nel preparare il loro pitch ed il loro futuro successo. Una buona metà dei founder prende la cosa sottogamba: vedete di essere nella metà giusta.</p>
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