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	<title>Il Blog ufficiale di twago</title>
	
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	<description>Il Blog ufficiale di twago</description>
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		<title>Non solo economia: Internet è un nuovo continente – 4 domande a Giorgio Fontana</title>
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		<pubDate>Wed, 30 May 2012 10:43:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Abbiamo fatto le nostre 4 domande sulla svolta digitale a Giorgio Fontana,  responsabile di Kelios Srl ed esperto di comunicazione sul web, che ci ha risposto senza mezzi termini, proprio quello che volevamo! Giorgio ha da poco lanciato anche FroogOn-Golosi di Futuro. Buona lettura. -Poche settimane fa Neelie Kroes, Commissario Europeo per l’Agenda Digitale, ha dichiarato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="tweetmeme_button" style="float: left; margin-left: 10px;">
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			</a>
		</div>
<p><em><img class="alignleft size-full wp-image-3709" title="Giorgio Fontana" src="http://www.twago.it/blog/wp-content/uploads/2012/05/giorgiofontana-1.jpg" alt="Giorgio Fontana" width="200" height="200" />Abbiamo fatto le nostre <strong>4 domande sulla svolta digitale</strong> a Giorgio Fontana,  responsabile di </em><em><a rel="nofollow" href="http://www.kelios.it/">Kelios Srl</a> </em><em>ed esperto di comunicazione sul web, che ci ha risposto senza mezzi termini, proprio quello che volevamo! Giorgio ha da poco lanciato anche </em><a href="http://www.golosidifuturo.com/"><em>FroogOn-Golosi di Futuro</em></a><em>. Buona lettura.</em></p>
<p><em></em><br />
-<strong>Poche settimane fa Neelie Kroes, Commissario Europeo per l’Agenda Digitale, ha dichiarato che &#8221; Nulla brilla più dell’economia digitale con le sue potenzialità. Se saremo all’altezza della sfida, Internet potrà diventare il nuovo pilastro dell’economia&#8221;. Come vede questa sfida, a che punto siamo?</strong></p>
<p>Siamo in ritardo, lo siamo in Europa, lo siamo in Italia.<br />
Paradossalmente <strong>siamo in ritardo perchè non siamo paesi in via di sviluppo</strong> e quindi non siamo in grado di modificare in breve tempo gli strati geologici organizzativi, economici, politici e operiamo sempre soltanto con dei lifting superficiali invece di modificare la prossemica e soprattutto il nostro modo di pensare.<br />
Il fatto di essere <strong>il Vecchio Continente ci pesa</strong> in tutta la sua effettiva significanza.<br />
Ci pesa  la mancanza di nomadismo, il restare fermi, la conservazione dei privilegi, caratteristica comune ad ogni modalità stanziali.<br />
Inevitabilmente saremo colonizzati da chi arriva da noi se non saremo noi a muoverci con loro.<br />
Credo che questo vada al di là della questione dell&#8217;Agenda Digitale Europea ma coinvolge il modo di interpretare l&#8217;Europa nel quadro delle cose che cambiano.<br />
Per la prima volta, nella nostra Storia occidentale, <strong>una svolta epocale rischia di vederci tagliati fuori come continente</strong> di riferimento.<br />
Se interpretiamo Internet soltanto come un&#8217;opportunità economica sbagliamo, come abbiamo sbagliato a intepretare l&#8217;Europa come un semplice mercato.<br />
<strong>Internet è per sua natura un nuovo continente</strong>.<span id="more-3683"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>-Quali sono le misure più urgenti per uno sviluppo economico digitale in Italia?</strong></p>
<p><strong></strong>La politica. Come per ogni altra questione italiana, La misura importante è affidare le misure importanti a coloro di cui possiamo fidarci ; nell&#8217;ambito di uno Stato nazionale questo significa la politica.</p>
<p>Qualsiasi decisione che venga presa nel nostro paese è dirompente, percepita come invasiva e lesiva dei diritti di singoli gruppi, mancando quella coesione nazionale che soltanto la politica, con le sue caratteristiche di comunicazione ed armonizzazione delle sfide, può dare.<br />
Senza il ritorno alla responsabilità non si attua nessuna Agenda, digitale o analogica.<br />
<strong>La politica deve stabilire che cosa siamo e che cosa vogliamo essere</strong>, quali sacrifici devono essere fatti per raggiungere gli obiettivi e quali risorse devono essere allocate e quali priorità devono essere scelte. In seguito con chi le si attua.<br />
Finora abbiamo fatto l&#8217;esatto contrario, e continuiamo a dircelo da vent&#8217;anni,<strong> restando fermi mentre il mondo cammina</strong> allontanandosi.<br />
Ogni gruppo di potere oggi darà una risposta diversa a questa domanda. Quindi che senso ha cercare delle risposte quando non conosciamo le vere domande?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>-<strong>Se si parla di economia digitale, si parla anche di lavoro digitale. Accanto al lavoro dipendente cresce sempre più in Europa il lavoro freelance sul web. In questo modo, ad esempio, anche le PMI possono esternalizzare facilmente grazie alla Rete, affidandosi a professionisti che sanno offrire gli specifici servizi che sono indispensabili per chi voglia fare affari con Internet. Come vede queste prospettive, soprattutto in Italia?</strong></p>
<p><img class="size-full wp-image-3693 alignright" title="The Internet world" src="http://www.twago.it/blog/wp-content/uploads/2012/05/Unbenannt-1.jpg" alt="" width="608" height="195" /></p>
<p>In Italia il mercato del lavoro è stretto tra una rigidità sindacale, nato da legittimi modelli a tutela di chi non aveva</p>
<p>potere contrattuale ma dimostratisi troppo propensi a modificarsi, e dall&#8217;onda lunga della <strong>reganomics, l&#8217;esasperazione liberista e deregulation extrem tatcheriana</strong> che ha raggiunto l&#8217;Italia solo nella seconda repubblica.<br />
Quindi  in Italia, come sempre quando si toccano i diritti fondamentali delle persone, i processi nuovi, virtualizzati, immateriali subiscono inevitabilmente dei contraccolpi nel loro divenire rispetto ad altri paesi meno sindacalizzati ma anche meno corporativi e burocratici.<br />
Il lavoro freelance è prima di tutto un lavoro e non soltanto una voce di costo.<br />
Il lavoro significa espressione libera e dignità della persona.<br />
<strong>Oggi a tutela del lavoro freelance c&#8217;è molto poco</strong> pur aumentando il numero di persone che sono in questa condizione di mercato.<br />
Se il <strong>crowdsourcing</strong>, oltre ad allargare i confini per domanda e offerta, permette di tutelare il lavoro e la sua dignità, allora sarà una piccola rivoluzione in positivo altrimenti aumenterà la forbice dentro la concorrenza sul minor costo che ha portato più danni che vantaggi, non solo per l&#8217;Italia ma nel Mondo.<br />
Produrre a minor costo oggi significa posporre nel tempo la questione delle risorse energetiche limitate, il modello di sviluppo e le cose essenziali, come il senso da dare alla nostra quotidianità, lo spazio, il tempo.<br />
Non sono neppure lontanamente un esperto di diritto del lavoro per dire se è necessaria una formalizzazione legislativa delle nuove professioni e dei nuovi modelli di ingaggio, ma sono convinto che ci sia bisogno di <strong>un nuovo contratto sociale e politico in cui l&#8217;Etica sia il punto essenziale dello sviluppo economico</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>-Uno dei ritardi che alcuni reputano più gravi è quello della formazione che precede l’entrata nel mondo del lavoro. Come si potrebbe agire per ridurre questa distanza nel caso dell’economia digitale?</strong></p>
<p>Noi di FroogOn, il mio nuovo progetto a cui lavoro da qualche mese, abbiamo messo la formazione al centro di tutti i progetti. A tutela dei nostri clienti e dei loro investimenti. Anche se ci occupiamo di social media e di contenuti, formare le persone che useranno i contenuti generati da noi, è la fase iniziale e finale di ogni progetto.<br />
Estendo quindi la formazione a modo comunicativo prioritario con il quale i dipendenti di un&#8217;azienda o i consumatori di servizi pubblici conoscono e attuano il contratto sociale di cui parlavo prima.<br />
La formazione è intelligenza etica perchè conoscere è al tempo stesso valore aziendale e diritto individuale.<br />
Ci sono due gruppi critici nel mondo del lavoro, chi vi deve entrare per la prima volta e chi ne esce dopo molto tempo.<br />
Entrambi hanno lo stesso identico problema di essere formati o riformati. La formazione è un processo continuo che crea valore e non deve essere limitato ad un marketing personale. Non credo sia una questione di piattaforme tecnologiche, webinar, formatori, metodologie ma la presa d&#8217;atto a livello aziendale e di pubblica amministrazione che i cittadini ed i lavoratori sono le risorse che fanno girare l&#8217;economia ed i consumi e che <strong>l&#8217;economia deve usare anche in questo caso il nuovo paradigma, l&#8217;invertising.</strong><br />
Noi in FroogOn usiamo una piattaforma di document sharing, Alfresco, con la quale condividiamo la singola informazione del singolo individuo, nelle forme e nelle metriche più diverse, testi, videoclip, infografiche. wiki, storytelling, mappe mentali.<br />
Il modello è la partecipazione motivazionale, ma per arrivare a questo ci vuole un modello di governance differente da quella che usano la maggior parte delle aziende, basato sul <strong>community management invece che sulla gerarchia</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p><a href="http://www.twago.it/blog/2012/05/11/la-sfida-delleconomia-digitale-intervista-a-roberto-triola/">La sfida dell&#8217;economia digitale, intervista a Roberto Triola</a></p>
<p><a href="http://www.twago.it/blog/2012/05/02/il-futuro-della-rete-e-video-intervista-a-giampaolo-colletti/">Il futuro della rete è VIDEO, intervista a Giampaolo Colletti</a></p>
<p><a href="http://www.twago.it/blog/2012/04/23/freelance-merito-e-innovazione-digitale-quattro-domande-a-emil-abirascid/">Freelance, merito, sviluppo e innovazione digitale: quattro domande a Emil Abirascid</a></p>
<h2></h2>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>5 tesi e controtesi su perchè Facebook ha fatto flop a Wall Street (o no?)</title>
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		<pubDate>Wed, 23 May 2012 14:29:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[5 tesi e controtesi sull&#8217;evento del momento: il flop a Wall Street di Facebook. Dalla pubblicità ai ricavi, dalla lotta con Google a quella con gli altri social network. Fino ad arrivare ai punti chiave del rapporto tra Web economy e Finanza. E voi, siete d&#8217;accordo? di Lorenzo Monfregola Tesi 1 - Chi clicca sulla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="tweetmeme_button" style="float: left; margin-left: 10px;">
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			</a>
		</div>
<p><em><img class="alignleft size-medium wp-image-3622" title="wall-street4" src="http://www.twago.it/blog/wp-content/uploads/2012/05/wall-street4-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" />5 tesi e controtesi sull&#8217;evento del momento: il flop a Wall Street di Facebook. Dalla pubblicità ai ricavi, dalla lotta con Google a quella con gli altri social network. Fino ad arrivare ai punti chiave del rapporto tra Web economy e Finanza. E voi, siete d&#8217;accordo?<br />
</em></p>
<p><em>di <a rel="author" href="https://plus.google.com/u/0/110963012508114674906?" target="_blank">Lorenzo Monfregola</a><br />
</em></p>
<h3><strong>Tesi 1</strong> <strong>- Chi clicca sulla pubblicità?</strong></h3>
<p>Quanti di voi cliccano sugli annunci pubblicitari di Facebook? Per molti la pubblicità su Facebook c’è ma non si vede. L’<a rel="nofollow" href="http://www.emarketer.com/Article.aspx?R=1009065">ultima analisi</a> USA ci dice che l’83% degli utenti Facebook clicca raramente o quasi mai sulle advert. Eppure è con questa fonte di profitto che Facebook si è presentata in borsa: ricavi pubblicitari. <strong>Ricavi che non convincono la finanza</strong>. La finanza dice: puoi avere anche 900 milioni di utenti ed essere la compagnia più popolare del pianeta, ma se non fai abbastanza soldi non va bene (perché qua siamo a Wall Street e contano solo i soldi). Come se non bastasse, l&#8217;eclatatante dietrofront di General Motors, che ha rinunciato alla pubblicità su Facebook, ha segnato un precedente pesante. GM ha detto: il CTR di Facebook è troppo basso: 0,051% contro lo 0,4 % di Google. Quindi la pubblicità su FB non conviene.<span id="more-3601"></span></p>
<h3><strong>Controtesi 1</strong> &#8211; <strong>Perché, se non clicchi non vale proprio niente?</strong></h3>
<p>I tizi di Seo Moz  hanno risposto: <a href="http://www.seomoz.org/blog/gms-doing-it-wrong-facebook-marketing-lessons-15202" target="_blank">General Motors sbaglia</a>. Primo perchè c&#8217;è il modo anche su Facebook di limitarsi al pay per click, secondo perchè, anche se nessuno clicca, la pagina viene comunque visualizzata, è pubblicità visuale. E&#8217; pubblicità che ha un suo valore. Quest&#8217;ultimo aspetto, che sembra marginale, porta alla questione centrale: la <strong>pubblicità su Facebook è parte di un&#8217;operazione di branding più ampia</strong>, che ruota attorno alla centralità della pagina fan. E allora: come si calcola il profitto di un&#8217;azienda su facebook tenendo conto anche del branding?Questo è il problema: si tratta di un valore ancora molto vago che non si riesce a quantificare in un profitto. E&#8217; un problema, ma non significa che il potenziale economico di Facebook sia minore. E&#8217; forse un caso che proprio la General Motors si sia affrettata subito a ricordare, proprio sulla propria pagina ufficiale FB, che l&#8217;aver rinunciato alla pubblicità non significa che la pagina diventi inattiva? Cosa succederebbe, ad esempio, se Facebook eliminasse arbitrariamente una pagina aziendale a caso? Quanto perderebbe quell&#8217;azienda, al di là della pubblicità?</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>Tesi 2 &#8211; Qual è allora il servizio offerto da Facebook? </strong></h3>
<p>Questo però è quello che chiede la finanza: come fate in questo momento soldi voi a Facebook? Nel suo discorso di lancio dell&#8217;Ipo, Mark Zuckerberg<strong>, </strong>ha ribadito che Facebook serve a <em>connettere le persone</em>. Meraviglioso, ma questo, per ora, non fa crescere  il valore delle azioni. Perchè non porta entrate dirette e quantificabili. Su Amazon trovi libri, su Google leghi la tua visibilità alla tua spesa, su twago trovi professionisti freelance: tutti servizi concreti. Anche quando è immateriale il servizio dev&#8217;essere calcolabile. <strong>Su Facebook trovi invece un servizio social: identità digitali, relazioni globali e branding.</strong> La borsa non è pronta a dare un prezzo a tutto questo? Forse no, soprattutto in tempi di crisi. Ora Facebook, per il breve termine, non potrà far altro che far vedere soldi veri ai suoi azionisiti, e al più presto. Questo sarà possibile solo con un <strong>aumento di volume pubblicitario</strong> (ad esempio con le notizie sponsorizzate), lancio di nuove applicazioni specifiche per il mercato mobile, proposta di alcuni servizi a pagamento.</p>
<h3><strong>Controtesi 2 </strong>- <strong>Il vero servizio è quello che non paghi</strong></h3>
<p>C&#8217;è però chi ha creduto che la borsa fosse pronta, se la valutazione iniziale di 38 dollari l’ha decisa Morgan Stanley e non qualche fanatico devoto della social network culture<strong>. </strong>Certo ora si corre ai ripari, e Facebook chiede di ridurre le stime di ricavi e profitti. Se quindi il flop era probabile per la scarsa solidità dei ricavi, qualcuno aveva comunque creduto lo stesso che la finanza avrebbe scommesso sull&#8217;enorme capitale sociale (e sull&#8217;enorme potere culturale) che Facebook continua ad avere. Oppure qualcuno ha semplicemente tentato di fare il furbo, visto che ora la Ipo di facebook è già oggetto di <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-05-22/bufera-facebook-collocamento-finisce-204945.shtml?uuid=AbhD3jgF" target="_blank">forme di inchiesta</a>. Nelle ultime ore si rincorrono i dietroscena di analisti in totale disaccordo, anche all&#8217;interno delle stesse banche di investimento. Non solo, <strong>ora <a href="http://techcrunch.com/2012/05/20/how-the-media-including-techcrunch-is-wrong-about-facebooks-ipo/" target="_blank">Techcrunch </a>sostiene che la IPO di Facebook sia stata in realtà un capolavoro</strong>: l&#8217;azienda ha raccolto un sacco di soldi, non si è fatta scalare e ora può investire. E&#8217; possibile, resta il fatto che una Initial Public Offering contiene ancora il termine &#8220;Public&#8221;, e quindi gestirla solo per far cassa non sarebbe una grande operazione di branding globale. Quello che sembra certo, fino ad ora, è che il corto circuito parta dal fatto che la vera ricchezza di Facebook stia nella sua parte gratuita. E&#8217; un grandissimo paradosso che non funziona molto in borsa, ma questo non significa che non verrà trovata una qualche soluzione concretamente economica capace di segnare una nuova svolta digitale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-2173" title="google-plus-vs-facebook-logo" src="http://www.twago.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/google-plus-vs-facebook-logo-300x210.jpg" alt="" width="300" height="210" />Tesi 3 &#8211; Google !!!</strong></h3>
<p>Statcounter ha annunciato che dalla scorsa settimana <strong>Chrome è il browser più usato al mondo</strong>. I dati potranno essere confutati, fatto sta che la notizia è che Google ce l&#8217;ha fatta, raggiungendo il dominio anche in un settore in cui non è stato pioniere. <strong>Questo potrà valere anche per Google Plus?</strong> Lo scontro in atto sull&#8217;egemonia social non ha ancora vincitori. Certo da quando Facebook è passata a Bing per le proprie ricerche si è scelta un nemico ufficiale bello grosso. Le capacità di intervenire e indirizzare la user experience da parte di Google sono considerevoli e Google Plus può lentamente spodestare Facebook dal proprio piedistallo. Senza contare il fatto che a Wall Street Google se la passa bene e non ha mai fatto bungee jumping nelle prime ore di quotazione.</p>
<h3><strong>Controtesi 3 &#8211; Non solo Google</strong></h3>
<p>C&#8217;è poco da controbattere. Se prima Facebook era una spina nel fianco per Google, ora le cose si stanno invertendo: Google sta facendo social, mentre <strong>Facebook non sta facendo motori di ricerca</strong> (fino ad oggi). Fatto sta che, malgrado la capacità di Google di agire strutturalmente sull&#8217;integrazione tra ricerca e social, fino ad oggi si è anche notato che c&#8217;è una buona percentuale di utenti del World Wide Web che continua a <strong>preferire che ognuno faccia il proprio lavoro</strong>. Facebook potrebbe riequilibrare un andamento verso un egemonia di Google che ha reso dubbiosa anche l&#8217;<a rel="nofollow" href="http://www.corriere.it/economia/12_maggio_21/ue-google-antitrust_b928c064-a336-11e1-a356-c1214eb8d3f7.shtml" target="_blank">Unione Europea</a>?</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>Tesi 4 &#8211; &#8220;Mi piace ancora&#8221; Facebook?</strong></h3>
<p>C&#8217;è chi dice che <strong>Facebook sia in declino</strong>. Perché sarebbe in declino? Milioni di utenti in realtà lo usano poco. Milioni di profili sono semplici fake. Lo stream è intasato da immagini di gattini o  frasi che si vorrebbero poetiche o filosofiche, ma sono semplicemente penose. Il design è fermo ad anni fa, a partire dalla home che sembra quella di un giochino di fine anni &#8217;90. Come se non bastasse <strong>Facebook è già diventato in pochi anni una realtà generalista</strong> e ultrapop, mentre ormai nascono social network molti più specifici che mettono realmente insieme chi ha qualcosa da condividere. Ci sono decine di social che funzionano meglio e offrono migliori servizi di quello creato da Zuckerberg. Dopo aver visto un centinaio di foto dove siamo abbracciati ai nostri amici, inizia la noia. E, lust but not least, il Timeline è brutto.</p>
<h3><strong>Controtesi 4 </strong>- <strong>Il primo amore piace sempre<br />
</strong></h3>
<p>Quello che ha fatto Facebook non ha eguali fino ad oggi. E&#8217; difficile che una svolta epocale come quella di FB si possa concludere troppo facilmente. Facebook non è un social network, piaccia o meno: <strong>Facebook è Il Social Network</strong>. Facebook ha dato per la prima volta l&#8217;opportunità di un chiaro strumento di identità digitale sul web, massificando Internet e portando in rete utenti che mai ci sarebbero arrivati. C&#8217;è per molti quindi un <strong>legame quasi affettivo con il proprio profilo</strong>. E il fatto di non essere un social specifico suggerisce ancora a molti che Facebook mostri la propria identità più intima e privata, anche se visibile a tutti e basata su una continua esposizione spettacolare di se stessi. Scommetto che se chiedessimo a 100 persone di sacrificare uno o più dei propri profili social, <strong>Facebook sarebbe quello di cui in molti sarebbero più gelosi</strong>. Perchè non serve per trovare lavoro, per twittare o creare delle cerchie, serve semplicemente per essere presenti nella rete globale. Serve per comunicare la proprio presenza e la propria storia personale al vecchio compagno di banco, alla cugina o alla vecchia fiamma. Non solo: in un mondo di nuvo nomadismo, serve a rendere semplice il non perdersi di vista. E se <strong>Andy Warhol diceva che ognuno avrebbe avuto i suoi 15 minuti di celebrità, Mark Zuckerberg ha offerto a tutti un profilo per provare a farlo</strong>. Certo è un po&#8217; un&#8217;illusione, ma è un&#8217;illusione che è piaciuta.  Facebook non è solo il pioniere, ma è forse il solo vero social network, perchè chi lo usa spesso persegue solo relazioni sociali e <strong>espressioni identitarie</strong>. Le centinaia di milioni di profili restano un patrimonio che Facebook in questo momento è la sola ad avere. Detto questo, il Timeline è brutto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-3624" title="Facebook Lawsuit" src="http://www.twago.it/blog/wp-content/uploads/2012/05/facebook-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" />Tesi 5 &#8211; La bolla, la bolla !!!</strong></h3>
<p>Non prendiamoci in giro, non sono tutti preoccupati perchè Zuckerberg è il loro amico FB preferito. Quello che veramente sta sotto allo schock da Facebook flop è la paura che tutta la web economy possa risolversi in una bolla, ripetendo il triste destino della <strong>new economy di inizio millennio</strong>. Proprio per questa incapacità di quantificare alcune parti del valore e del ricavo dell&#8217;economia digitale, c&#8217;è il rischio che la finanziarizzazione della web economy faccia un bel botto. Il flop non flop di FB non sarebbe che una spia di una nuova prudenza della finanaza, cosciente di questi rischi e resa prudente dagli ultimi stravolgimenti che tutti viaviamo. Anzi, c&#8217;è chi dice che bisogna essere contenti che le azioni FB non siano volate a 300 dollari prima di andare in caduta libera.</p>
<h3><strong>Controtesi 5</strong> <strong>- La bolla non è digitale<br />
</strong></h3>
<p>Certo, quando si parla di finanza, di soldi fatti coi soldi, la bolla può esserci sempre. Detto questo bisogna ribadire che non tutta l&#8217;economia digitale è un social network. Se c&#8217;è un&#8217;Agenda Digitale europea che punta proprio al web per modernizzare un sistema produttivo in declino, allora non possiamo fare paragoni con la new economy, che spuntò fuori e crollò quando nessuno ancora ci capiva niente. <strong>Google</strong>, ad esempio, continua a stare benissimo, perchè, così come tante altre web company, offre una serie di <strong>servizi in cui i ricavi sono classicamente quantificabili</strong>. Stessa cosa vale per chi offre l&#8217;accesso facilitato online a libri, viaggi o servizi professionali. C&#8217;è quindi una parte considerevole dell&#8217;economia digitale che offre forme solide di produzione/circolazione di beni e servizi e la cui salute finanziaria sembra migliore di tante altre realtà. Non a caso il flop (non flop) di Facebook per ora sta trascinando giù solo aziende social ad accesso largamente gratuito dove non c&#8217;è, come già detto, una <strong>diretta traducibilità del capitale sociale e di rete</strong>. Per ora la finanza ha ragione e si comporta secondo le proprie logiche, ma questo non significa che il bisogno di tradurre economicamente la socialità della rete non possa aprire prospettive ancora più nuove, al di là di quello che sarà il destino di Facebook a Wall Street. E non dimentichiamo l&#8217;ultima cosa: anche Amazon nel 1997 non fece un grande primo tempo in borsa&#8230;</p>
<p><em><strong>Ognuna di queste tesi e controtesi è soltanto ipotetica e necessiterebbe di ulteriori approfondimenti. Le tesi e controtesi si contraddicono proprio perchè il cyberkaos è grande, non c&#8217;è ancora una verità oggettiva, bisognerà aspettare, forse anche 1 o 2 anni &#8230; </strong></em></p>
<p><em><strong>Intanto, secondo voi, dove sbagliano tesi e controtesi? Qual&#8217;è la verità sul flop di Facebook in borsa? Cosa significa per il web? Cosa succederà nel futuro prossimo e in quello più lontanto?</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’ABC di un negozio online: da dove inizio?</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 08:02:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanna</dc:creator>
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		<category><![CDATA[trattare con i clienti]]></category>

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		<description><![CDATA[Cos’è che convince il cliente a comprare online? Quanti potenziali clienti si lasciano ancora intimidire dall’effettuare un pagamento online? Cos’ha bisogno di sapere il cliente per capire se è quello  il prodotto o il servizio che sta cercando? Se stai pensando seriamente di aprire un negozio online, è il caso che tu cominci a cercare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="tweetmeme_button" style="float: left; margin-left: 10px;">
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<p><em>Cos’</em><em>è che convince il cliente a comprare online? Quanti potenziali clienti si lasciano ancora intimidire dall’effettuare un pagamento online? Cos’ha bisogno di sapere il cliente per capire se è quello  il prodotto o il servizio che sta cercando?</em></p>
<p><em><strong>Se stai pensando seriamente di aprire un negozio online</strong>, è il caso che tu cominci a ce</em><em>rcare una risposta a tutte queste domande che costituiscono fattori di vitale importanza per il potenziale consumatore. Ma da dove iniziare? Quale strategia seguire? In questo articolo abbiamo cercato di fornirvi l’ABC del negozio online.<br />
</em></p>
<p><strong>Strategia e considerazioni di carattere generale</strong></p>
<p>Qualsiasi tipo di business necessita di una strategia, questo è poco ma sicuro. Vero è anche che a volte non è necessario complicarsi troppo le cose, e basta semplicemente capire di cosa ha bisogno il consumatore e quali sono le sue aspettative.  Ma <em>tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, </em>e quindi la domanda è “come faccio a capire quello di cui il consumatore ha bisogno?”  La soluzione al problema è tanta, tanta analisi, combinata con una buona capacità di osservazione e un pò di buon senso dato che è proprio il consumatore a darci le risposte di cui abbiamo bisogno.<span id="more-3589"></span></p>
<p><strong>Osservazione: </strong>secondo una serie di ricerche sull comportamento d’acquisto dei consumatori, il numero di consumatori attratti dall’online-shopping è in costante aumento: risparmio di tempo, comodità, ampia varietà dell’offerta, prezzi competivivi, e facile accesso alle informazioni dettagliate sul prodotto semplificano la vita del consumatore, che può confrontare i prodotti e i servizi  in tutta tranquillità direttamente dal proprio divano.</p>
<p><strong>Analisi:  </strong>Conosciamo davvero i nostri punti di forza? Siamo sicuri di sapere cosa si aspetta davvero il cliente da noi? É necessario che questi punti siano ben chiari dato che è su questi che bisognerà concentrarsi: se il vantaggio competitivo del tuo sito è avere prezzi più bassi della concorrenza, è necessario che questo sia evidente nel  sito e che sia chiaro al cliente cosa debba aspettarsi dal tuo <em>shop online.</em></p>
<p><strong>Buon senso: </strong>ogni consumatore cerca la garanzia di sicurezza del pagamento ogni volta che fa un acquisto. Durante un acquisto online la situazione è anche più delicata dato che non è possibile vedere in faccia da chi si compra nè toccare con mano il prodotto, il che può davvero mettere a disagio il cliente.</p>
<p>Considerando  capacità di osservazione,  analisi e buon senso  possiamo trarre delle consclusioni sulle caratteristiche di cui il nostro sito dovrebbe essere provvisto:</p>
<p><strong>Serietà: </strong>sarebbe meglio che il nome del dominio e il layout della pagina web siano il più seri possibile in modo da poter comunicare sicurezza e favorire quindi l’acquisto.</p>
<p><strong>Facilità di lettura: </strong>il sito deve essere facilmente navigabile e di facile intuizione, in modo da creare per il cliente le condizioni ottimali per effettuare l’acquisto. É necessario quindi che il layout sia chiaro e consenta al cliente di accedere a tutte le informazioni in maniera semplice e veloce.</p>
<p><strong>Sicurezza: </strong>garantire un acquisto sicuro è uno dei punti critici di un negozio online.  Riuscire a garantire un sistema di pagamento sicuro è un ottimo punto a favore del negozio online.</p>
<p>Fatte queste premesse di carattere generale possiamo scendere un pò più nei particolari analizzando ognuno degli elementi che il sito di un negozio online dovrebbe contenere: catalogo dei prodotti, carrello della spesa e procedura d’acquisto, e infine le informazioni sulla tua azienda o sul business.</p>
<p><strong>Catalogo dei prodotti: </strong>è il nostro biglietto da visita per il cliente e l’unica risorsa a nostra disposizione per convincerlo che il nostro prodotto è quello che fa al caso suo. Ed è per questo che il catalogo:</p>
<ul>
<li>Deve trasmettere professionalità e serietà;</li>
<li>Deve fornire una descrizione dei prodotti il più dettagliata possibile, con informazioni di carattere generale e di tipo specifico-tecnico (dimensione,colore, materiale, grandezza, opzioni per la personalizzazione, ecc..). Inoltre le immagini nel catalogo devono essere verosimili e presentare il prodotto in maniera accattivante;</li>
<li>I prodotti devono essere ordinati in maniera coerente nel catalogo, preferibilmente per categorie in modo da facilitare il cliente nella ricerca;</li>
<li>Disporre di un motore di ricerca all’interno del nostro sito rappresenta inoltre un punto a vostro favore. Ben visibile sulla home del sito, il motore di ricerca deve essere funzionale per il cliente.  Un’altra buona idea potrebbe essere quella di suggerire altri prodotti che siano simili a quello che il cliente ha cercato, in modo da favorire l’acquisto multiplo e impulsivo.</li>
</ul>
<p><strong>Carrello della spesa e sistema d’acquisto e di pagamento</strong></p>
<p>Sul tuo negozio online non deve mancare per nessuna ragione il carrello della spesa, che salvando i prodotti selezionati dal cliente semplifica e favorisce lo shopping online. Il carrello virtuale deve funzionare come un vero carrello della spesa: deve essere possibile aggiungere e togliere prodotti fino al momento dell’acquisto. É essenziale fornire la massima trasparenza: nel carrello vanno incluse le informazioni sulle spese di spedizione e  le tasse che verranno applicate. É essenziale inoltre che la procedura di acquisto sia trasparente, veloce e sicura. I metodi di pagamente devono essere spiegati in maniera completa ed è importante fornire al cliente una panoramica generale degli acquisti effettuati , prima della conferma finale del pagamento.</p>
<p><strong>Informazioni sulla tua azienda o sul tuo business</strong></p>
<p>Magari a questo punto potrebbe sembrare di secondaria importanza e invece è essenziale! Il fatto che i clienti conoscano la nostra azienda e sappiano chi siamo aiuta a creare più trasparenza facendo sentire il potenziale cliente più tranquillo. Per poterci far conoscere la soluzione migliore è semplicemente creare una sezione chiamata ‘Chi siamo’ preferibilmente suddivisa in:</p>
<ol>
<li>Chi siamo</li>
<li>I nostri prodotti/servizi</li>
<li>La nostra filosofia, mission e valori</li>
<li>La nostra storia</li>
<li>Contatti</li>
<li>FAQ (domande frequenti)</li>
</ol>
<p>Alla fine il segreto del successo è mettersi nei panni del cliente e non scordarsi di fare tutto con una  buona dose di buon senso.  Infine,  potrebbe essere davvero utile esplorare e analizzare gli shop online delle grande aziende specializzate in commerco online come Amazon, Zalando ecc&#8230; Ti renderai subito conto di come tutti questi siti abbiano una struttura davvero molto simile. Nel caso in cui tu preferisca invece affidarti a degli esperti nel settore, è meglio contattare le aziende specializzate in grado di  guidarti nell’ ottimizzazione del tuo negozio online e nel  renderlo customer-friendly a 360 gradi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Immagine di <em>freedigitalphotos</em></p>
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<p><a href="http://www.twago.it/blog/2012/05/11/la-sfida-delleconomia-digitale-intervista-a-roberto-triola/">La sfida dell&#8217;economia digitale, intervista a Roberto Triola</a></p>
<p><a href="http://www.twago.it/blog/2012/05/11/la-sfida-delleconomia-digitale-intervista-a-roberto-triola/">Il futuro della rete è VIDEO, intervista a Gianpaolo Coletti</a></p>
<h2></h2>
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		<title>La sfida dell’economia digitale, intervista a Roberto Triola</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 08:30:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Abbiamo avuto il piacere di poter intervistare Roberto Triola, rappresentante di Confindustria Digitale, la nuova Federazione che si prefigge lo sviluppo dell&#8217;economia digitale per il rilancio della crescita italiana. Dal 2006 è responsabile dell’ufficio studi di Federcomin, la federazione di Confindustria che rappresenta le imprese del settore Informatica e Telecomunicazioni, poi Confindustria Servizi Innovativi e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="tweetmeme_button" style="float: left; margin-left: 10px;">
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			</a>
		</div>
<p><em><img class="alignleft size-full wp-image-3579" title="roberto triola" src="http://www.twago.it/blog/wp-content/uploads/2012/05/roberto-triola4.jpg" alt="" width="277" height="241" />Abbiamo avuto il piacere di poter intervistare Roberto Triola, rappresentante di <a href="http://www.confindustriadigitale.it/Federazione/Profilo.kl" target="_blank">Confindustria Digitale</a>, la nuova Federazione che si prefigge lo sviluppo dell&#8217;economia digitale per il rilancio della crescita italiana. Dal 2006 è responsabile dell’ufficio studi di Federcomin, la federazione di Confindustria che rappresenta le imprese del settore Informatica e Telecomunicazioni, poi Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici,  e attualmente Confindustria Digitale.</em></p>
<p><em><strong>Pochi giorni fa Neelie Kroes – Commissario Europeo per l’Agenda Digitale, ha dichiarato che “Nulla brilla più dell&#8217;economia digitale con le sue potenzialità. Se saremo all&#8217;altezza della sfida, Internet potrà diventare il nuovo pilastro dell&#8217;economia”. Come vede questa sfida, a che punto siamo?</strong></em></p>
<p>Difficile dare torto alla <strong>Kroes</strong>. Come ha ribadito il Commissario Europeo chiudendo i lavori del primo <a rel="nofollow" href="http://italiandigitalagenda.tv/doc/9/conclusioni.htm" target="_blank">Digital Agenda Annual Forum</a> di Confindustria Digitale, vincere la sfida dell’economia digitale deve essere l’obiettivo prioritario per rilanciare la crescita italiana. Il benchmarking con l’Europa mostra un paese ancora <strong>digitalmente arretrato</strong> (<a rel="nofollow" href="http://scoreboard.lod2.eu/index.php?scenario=4&amp;indicators%5B%5D=allIndicators&amp;year=2011&amp;countries%5B%5D=IT" target="_blank">profilo Italia</a>).<span id="more-3503"></span></p>
<p>Tra i cittadini l’uso regolare di internet (almeno una volta a settimana) è fermo al 50% (17 punti in meno della media dei 27 paesi europei). E anche le imprese non sfruttano pienamente le potenzialità di internet: solo il 5% delle aziende dichiara un fatturato digitale pari ad almeno l’1%, contro una media europea del 13,7%. Eppure<strong> la via digitale è l’unica che consente alle nostre imprese di internazionalizzare</strong> con facilità i processi, di <strong>offrire prodotti di qualità superiore</strong> e di <strong>essere più competitive</strong> nel mercato europeo e mondiale. Si pensi solo che se tutte le imprese italiane facessero almeno l’1% del proprio fatturato attraverso l’export on-line la nostra bilancia dei pagamenti con l’estero andrebbe in positivo, nonostante la cronica dipendenza dalle fonti di energia extra europee. Essendo in ritardo abbiamo ampi margini di crescita, ma il rilancio dell’economia italiana deve passare dalla sfida digitale.</p>
<p>Poi c’è tutto il capitolo della digitalizzazione delle Pubbliche Amministrazioni, dove pure non mancano casi di eccellenza. La spesa pubblica totale in ICT viaggia tra i 5 e i 6 miliardi di euro l’anno. Ovvio che ci auguriamo tutti possa aumentare, mentre invece non fa che diminuire. Ma il punto è che questa spesa è dispersa in mille rivoli, spesso scollegati tra loro, che non aiutano a creare una reale efficienza e a ridurre i costi complessivi di funzionamento dell’apparato pubblico. Serve un <strong>nuovo approccio alla digitalizzazione del sistema pubblico</strong> che superi l’informatizzazione del singolo processo e si ispiri alla realizzazione di piattaforme end to end in grado di riportare a sistema il valore della digitalizzazione. E’ il caso della Sanità, ma anche della scuola, della giustizia ecc. Finché continueremo a digitalizzare separatamente il singolo servizio, il singolo pezzo di sistema pubblico, a creare database non interoperabili, avremo più spesa pubblica ma meno efficienza. Anche da questo cambio di approccio, da tattico a strategico, passa la sfida digitale e il rilancio del sistema Italia.</p>
<p><strong><em>Quali sono le misure più urgenti per uno sviluppo economico digitale in Italia?<img class="alignright size-medium wp-image-3583" title="Confindustria Digitale" src="http://www.twago.it/blog/wp-content/uploads/2012/05/Confindustria-Digitale-300x68.jpg" alt="" width="300" height="68" /></em></strong></p>
<p>Il piano di Confindustria Digitale illustrato dal Presidente Stefano Parisi al Forum “<a rel="nofollow" href="http://italiandigitalagenda.tv/doc/6/internet-cambia-litalia.htm" target="_blank">Internet #cambia l’Italia</a>” prevede cinque assi d’intervento.</p>
<p><strong>- Sviluppo della domanda pubblica e privata di servizi on line</strong>. Gli adempimenti dematerializzati devono diventare la regola e quelli allo sportello l’eccezione.</p>
<p>Procedere velocemente allo switch-off in aree chiave come Scuola, Sanità e Giustizia (attraverso servizi e applicazioni digitali di base quali la pagella on-line, la ricetta medica digitale, il fascicolo sanitario elettronico, le notifiche telematiche). Unificare i vari servizi digitalizzati nella Carta d’identità elettronica e renderla il mezzo di fruizione principale dei servizi pubblici.</p>
<p>Realizzare banche dati pubbliche interoperabili e sul modello cloud per rendere semplice ed efficiente l’interscambio di dati tra le diverse pubbliche amministrazioni. Rendere obbligatori gli acquisti di beni e servizi della PA in rete, attraverso il modello di e-Procurement basato sull’esperienza Consip (risparmi attesi pari a oltre 13 miliardi di euro l’anno).</p>
<p>Creare un’aliquota Iva agevolata e transitoria al 10% per gli acquisti on-line di beni su piattaforme che operano in Italia.</p>
<p>Detassare almeno parzialmente i ricavi delle Pmi da e-commerce extra EU.</p>
<p><strong>- Investimenti infrastrutturali.</strong> Crediamo non occorra un ricorso a fondi pubblici. Sarebbe sufficiente un quadro autorizzativo semplice e omogeneo per favorire gli investimenti nelle reti Tlc e l’impiego delle risorse già individuate dal Piano del Ministero per lo Sviluppo Economico a sostegno degli investimenti delle reti mobili a banda larga nei comuni con meno di 3.000 abitanti e della fibra ottica nei distretti industriali.</p>
<p><strong>- Ecosistema internet.</strong> Sviluppare dell’offerta legale dei contenuti, attraverso: l’abbassamento dell’aliquota Iva al 4% anche per i contenuti editoriali on-line; la riforma del diritto d’autore; la diffusione delle modalità di pagamento elettronico; un migliore sistema di tutela della privacy.</p>
<p><strong>- Creazione di un vero mercato di Venture capital.</strong> Sostenere la nascita di giovani start-up internet italiane mediante: una detrazione d’imposta per gli investimenti di fondi di venture capital nelle start up; la creazione di un “exit market” con sgravi fiscali per le aziende che decidessero di acquisire start-up italiane o che abbiano sponsorizzato la nascita di incubatori o piattaforme di aggregazione di idee e iniziative imprenditoriali.</p>
<p><strong>- Formazione dei lavoratori non nativi digitali</strong>. E’ urgente promuovere un grande piano di rioccupabilità legato agli skills ICT puntando ai fondi interprofessionali. Nel 2015 la Commissione Europea ha stimato che il 90% dei lavori richiederà skills Ict in tutti i settori. Ma in Italia meno del 10% delle ore di formazione viene dedicato a competenze digitali.</p>
<p><strong><em><img class="alignleft size-medium wp-image-3582" title="roberto triola" src="http://www.twago.it/blog/wp-content/uploads/2012/05/robi_2-133x280.jpg" alt="" width="133" height="280" />Se si parla di economia digitale, si parla anche di lavoro digitale. Accanto al lavoro dipendente cresce sempre più in Europa il lavoro freelance sul web. In questo modo, ad esempio, anche le PMI possono esternalizzare facilmente grazie alla Rete, affidandosi a professionisti che sanno offrire gli specifici servizi che sono indispensabili per chi voglia fare affari con Internet. Come vede queste prospettive, soprattutto in Italia?</em></strong></p>
<p>Nonostante le tendenze “<em>luddiste</em>” sempre presenti nella letteratura sociologica, la propensione verso le nuove tecnologie ha un impatto positivo sulla crescita dell’occupazione. In questo contesto saranno fondamentali 2 azioni su cui Confindustria Digitale ha già avanzato proposte al Governo: una di tipo diretto, rivolta alla creazione di un mercato di venture capital in grado di sostenere la nascita di giovani imprese ad alta innovazione che assorbono i “cervelli” migliori in grado di creare nuovi servizi e nuove applicazioni per il web, evitando che vadano all’estero; l’altra, di tipo indiretto, che riguarda un massiccio programma di riqualificazione dei lavoratori sulla base delle innovazioni tecnologiche in atto.</p>
<p>È soprattutto sotto quest’ultimo aspetto che <strong>la crescita dell’economia digitale può stimolare l’occupazione</strong>. Perché le nostre PMI hanno bisogno di competenze per affrontare la sfida digitale, e invece sono spesso “vecchie” imprese demograficamente parlando, ancora gestite direttamente dal fondatore di prima generazione, che fanno fatica a trovare un erede in grado di portarle verso il digitale. È evidente che affidarsi a dei professionisti esterni all’azienda ha i suoi vantaggi, ma spesso ci troviamo di fronte al problema di avere comunque delle “risorse digitali” in azienda in grado di interloquire con i professionisti esterni. In quest’ottica i margini di crescita per l’occupazione digitale indiretta sono enormi in Italia, considerando che almeno un milione e mezzo di imprese (parliamo soprattutto di quelle sotto i 10 addetti) non ha ancora minimamente affrontato il tema della digitalizzazione. Un mercato enorme anche per i professionisti esterni.</p>
<p><em><strong>Uno dei ritardi che alcuni reputano più gravi è quello della formazione che precede l’entrata nel mondo del lavoro. Come si potrebbe agire per ridurre questa distanza nel caso dell’economia digitale?</strong></em></p>
<p>Il tema del mismatching tra domanda e offerta è un classico del mercato del lavoro italiano, soprattutto quando si parla di nuovi settori high-tech che hanno bisogno di competenze ancora non codificare dal nostro sistema formativo (notoriamente poco elastico all’innovazione). È invece necessaria <strong>maggiore elasticità dell’offerta formativa</strong> per soddisfare la domanda delle aziende di nuove figure professionali digitali. In uno scenario come quello attuale, infatti, è possibile stimare in Italia 80mila nuovi addetti nel settore ICT da qui alla fine del 201. Ma il 25% delle assunzioni previste è considerato dalle aziende di “difficile reperimento”: in pratica 1 posizione ogni 4 richieste rischia di non essere coperta o di richiedere ulteriore formazione. Anche da un nuovo sistema formativo e dal successo di formule come l’apprendistato passano le chances italiane di vincere la sfida digitale.</p>
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<p><a href="http://www.twago.it/blog/2012/04/23/freelance-merito-e-innovazione-digitale-quattro-domande-a-emil-abirascid/" target="_blank">Freelance, merito, sviluppo e innovazione digitale: quattro domande a Emil Abirascid</a></p>
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		<title>Cloud e Start Up. Chi ben comincia…</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 08:45:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appaltare un Progetto]]></category>
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		<category><![CDATA[News & Storie]]></category>
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		<category><![CDATA[startup]]></category>

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		<description><![CDATA[Altro interessante articolo dalla Nuvola italiana di CloudPeople Flash back. Siamo alla fine del secolo scorso, nel pieno boom della “new economy”: un imprenditore inglese ha dovuto spendere centinaia di migliaia di sterline per l’acquisto dei server, la loro impostazione, l’avvio del servizio. Poi ha dovuto pregare di aver azzeccato i propri calcoli. È più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="tweetmeme_button" style="float: left; margin-left: 10px;">
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			</a>
		</div>
<p><em><img class="alignleft size-medium wp-image-3522" title="logo cloud" src="http://www.twago.it/blog/wp-content/uploads/2012/05/logo-cloud-280x280.jpg" alt="" width="280" height="280" />Altro interessante articolo dalla Nuvola italiana</em> <em>di CloudPeople</em></p>
<p><strong></strong>Flash back. Siamo alla fine del secolo scorso, nel pieno boom della “new economy”: un imprenditore inglese ha dovuto spendere centinaia di migliaia di sterline per l’acquisto dei server, la loro impostazione, l’avvio del servizio. Poi ha dovuto pregare di aver azzeccato i propri calcoli.</p>
<p>È più o meno questo l’incipit di un articolo apparso sul Financial Times di qualche giorno fa dedicato al rapporto tra Cloud Computing e start up.</p>
<p>E da quel che si legge, anzi da quel che dicono gli imprenditori intervistati, si tratta dell’ennesima rivoluzione prodotta dall’avvento dei servizi in Cloud.</p>
<p><a href="http://www.cloudpeople.it/articoli/cloud-e-start-up-chi-ben-comincia%E2%80%A6/" target="_blank">Continua a leggere</a> su Cloud People&#8230;</p>
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		<title>Il futuro della rete è VIDEO, intervista a Giampaolo Colletti</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 12:37:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Abbiamo conversato con Giampaolo Colletti, esperto di media digitali, nuove professioni e comunità sul web. Giampaolo è l&#8217;ideatore di altratv.tv, osservatorio sulle Web Tv ed ha appena partecipato all&#8217;ultimo Festival del Giornalismo di Perugia, dove è stato fatto il punto sulla realtà della crescente importanza dei video online, sul futuro del settore e sulle potenzialità [...]]]></description>
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			</a>
		</div>
<p><em>Abbiamo conversato con <a rel="nofollow" href="http://www.giampaolocolletti.com/" target="_blank">Giampaolo Colletti</a>, esperto di media digitali, nuove professioni e comunità sul web. Giampaolo è l&#8217;ideatore di <a rel="nofollow" href="http://www.altratv.tv/index.php" target="_blank">altratv.tv</a>, osservatorio sulle Web Tv ed ha appena partecipato all&#8217;ultimo Festival del Giornalismo di Perugia, dove è stato fatto il punto sulla realtà della crescente importanza dei video online, sul futuro del settore e sulle potenzialità (e difficoltà) per i nuovi videomaker digitali.</em></p>
<div class="mceTemp">
<p><img class=" wp-image-3471 alignleft" title="giampaolo colletti" src="http://www.twago.it/blog/wp-content/uploads/2012/05/colletti-giampaolo-300x225.jpg" alt="" width="240" height="180" /></p>
</div>
<p><strong><em>Ciao Giampaolo, pochi giorni fa hai diretto un panel al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia </em></strong><em></em><strong><em>dal titolo “La nuova web tv tra log-in e check –in”. </em></strong><em></em><strong><em> Che conclusioni ti senti di trarre da questo incontro?</em></strong><em> (nel panel sono interventi Piero Gaffuri &#8211; RAI, Peter Gomez &#8211; Ilfattoquotidiano.it, Simona Panseri &#8211; Google Italia, Guido Scorza &#8211; Istituto Politiche Innovazione)</em><strong><em>.</em></strong><strong><em></em><br />
</strong></p>
<p>Quello che è uscito dal panel è, per prima cosa, che la web tv si sta evolvendo verso qualcosa di differente rispetto al passato. Oggi il video online è un progetto che viene inserito all’interno di un <strong>ecosistema digitale</strong>, talvolta non è pura web tv ma è il video online inserito e amplificato sui social network, visionabile anche dai supporti mobili, dai device mobili, quindi dai cellulari, grazie per esempio anche ai download che le autogenerano.<span id="more-3469"></span></p>
<p>Abbiamo esordito al Panel ricordando la profetica visione di Cisco che dice che <strong>nel 2014 il 90 % del traffico IP sarà dato dal video online</strong>, questo significa che in realtà quasi tutto il consumo di internet passerà attraverso il video, anche per quanto riguarda il consumo pubblicitario.</p>
<p>Tuttavia nel settore i modelli di business si stanno sperimentando ancora e non c’è una via matura già consolidata. Alcuni sostengono che ci sia <strong>Google</strong> asso piglia tutto, ma in realtà qualche altro attore sta facendo la sua comparsa, soprattutto per i device mobili. Diciamo che dal Panel quel che è venuto fuori è che i grandi network iniziano ad investire sui video online, ad esempio il Fatto quotidiano ha dato la notizia che costituirà due redazioni una su Roma e una su Milano per la web tv. E poi c’è anche la necessità di alfabetizzare: in Italia ci sono nuove esperienze come il <a href="http://reporter.repubblica.it/p/il-progetto" target="_blank">progetto Reporter</a> di Repubblica e anche la stessa Rai ha preso atto della necessità di creare delle scuole di formazione per il video online.</p>
<p>E quindi anche <strong>i video maker, i professionisti del video, i freelance</strong> a cui poi twago si rivolge, credo possano salutare con interesse il fatto che il mercato si interroghi sul fatto di avere scuole di formazione sul video online. Poi ci sono molti altri problemi e se vuoi ne dibattiamo&#8230;</p>
<p><em><strong>Sì, appunto, in particolare ho visto qualcosa che potrebbe interessare direttamente la realtà dei freelance o comunque di chi si vuole buttare nella libera professione.  Si tratta di tutti i problemi burocratici legati in generale a chi vuole iniziare a lavorare in Italia con un profilo digitale, anche nel video online, quindi.</strong></em></p>
<div id="attachment_3478" class="wp-caption alignleft" style="width: 206px"><img class=" wp-image-3478 " title="#ijf12" src="http://www.twago.it/blog/wp-content/uploads/2012/05/429080_10150581131282854_80093982853_8796992_1351780909_n-280x280.jpg" alt="#ijf12, festival internazionale del giornalismo e video online" width="196" height="196" /><p class="wp-caption-text">al Festival Internazionale del Giornalismo 2012 il web è stato protagonista assoluto</p></div>
<p>Il punto è che ci sono problemi di sostenibilità economica,e problemi di regolamentazione. Questi sono due macigni che pesano su tutti i professionisti del video online. C’è tutto un mercato di non tutele, neanche sottotutetele. E’ come se tutto un ambito di professionisiti che operano nelle nuove tecnologie, e soprattutto nel video, non siano rappresentati. Ecco perché, tra l’altro, proliferano con successo esperienze come la vostra di twago che, al di là del business, cercano di creare dei <strong>forum</strong>, dei <strong>gruppi di interesse</strong>, perché al momento tutto questo è un mondo che non è rappresentato.</p>
<p>Ti do due dati che riguardano il mercato italia che abbiamo elaborato dal nostro osservatore altratv.tv: noi abbiamo in italia attualmente <strong>642 web tv</strong> e quasi 400 webtv aziendali o verticali (quindi fatte da grandi aziende multinazioniali o pmi). Il mercato oggi, di queste 642 fatte da piccoli editori digitali e videomaker, registra <strong>10 milioni di euro di fatturato</strong> e 10 mila addetti ai lavori solo in italia. Questi sono numeri importanti, però attualmente non c’è una riconoscibilità attraverso questi numeri e quindi in realtà  ci troviamo in una terra di mezzo, in una fase non matura di un mercato che ha però molte potenzialità.</p>
<p><em><strong>Visto che questo è un periodo di grandi stravolgimenti economici anche in Italia, quali pensi che siano i primi provvedimenti pratici che sono assolutamente necessari e vitali?</strong></em></p>
<p>Sicuramente quello che nel panel diceva Guido Scorza della <strong>vigilanza</strong> e della <strong>trasparenza</strong> sull’assetto regolamentatorio e su quello che quindi determina l’assetto dei nuovi media e del video online. L’Italia poi sta vivendo un periodo indefinito per quanto riguarda la questione  ancora aperta del beauty contest, del diritto d’autore digitale. Un’altra cosa è riuscire ad individuare dei <strong>modelli di business di successo</strong>  che attualmente per la parte di video online non sono ancora strutturati, cioè siamo in una fase di sperimentazione. Abbiamo capito che una strada per il successo per gli operatori può essere rappresentata dai nuovi designer della rete, dagli implementatori ai softwaristi per le apps, per i supporti mobile, questi stanno crescendo moltissimo, lo abbiamo detto anche durante il meeting delle web tv. Però occorre che queste realtà si strutturino e facciano massa critica. Questo è un un aspetto importante.</p>
<p><em><strong>Hai citato proprio il meeting delle web tv, 3 giorni a Bologna due settimane fa: <a rel="nofollow" href="http://www.meetingpuntoit.it/" target="_blank">Punto It: le Italie digitali fanno il punto</a>. É stato un buon successo o mi sbaglio?</strong></em></p>
<div class="mceTemp">
<dl id="attachment_3474" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-3474" title="meetingpuntoIT" src="http://www.twago.it/blog/wp-content/uploads/2012/05/meetingpuntoIT1-300x167.jpg" alt="web tv" width="300" height="167" /></dt>
</dl>
</div>
<p>Si, è stato un buon successo. Anche perché hanno partecipato attori, questo è un dato di fatto almeno per il mercato Italia, molto diversi tra loro. In Italia c’è tutta una classe di <strong>professionisti</strong> che arrivano dall’emittenza locale, dalle storiche emittenti locali che stanno chiudendo in Italia per il digitale terrestre. Perché il digitale terrestre ha falcidiato l’emittenza locale, c’è stata come una mannaia sulle tv locali. Quindi ci sono una serie di <strong>professionisti che conoscono già il mezzo del video e ora stanno imparando ad utilizzare la rete</strong>. Vale a dire che c’è una riconversione di questi professionisiti lasciati a piedi dai vecchi modelli di business strutturati dell’emittenza locale. Quindi hai una pluralità di attori interessati  a capire sia nuovi linguaggi, sia nuovi modelli di business. Sui nuovi linguaggi c’ è un dato molto interessante che riguarda l’Italia: nel resto d’Europa e nel mercato anglosassone il video online va verso formati lunghi, è più maturo quindi.  In italia ancora viviamo di formati brevi , quelli che noi chiamiamo <strong>snack programm</strong>, cioè formati molto corti, entro i 3 minuti di durata . Questo fa sì che siamo ancora in una fase di sperimentazione. L’altro dato è che in Italia viviamo ancora di una sorta di eventizzazione della rete, non c’è una serialità. E la serialità sarebbe data da un mercato più maturo, quindi per serialità si intende format e web series, come avviene già in America. Si tratterà di un’evoluzione importante quando ci sarà,   quando noi andremo a serializzare capiremo anche che altri attori pubblicitari potranno investire. Anche se, e questo è emerso durante il Festival del Giornalismo, oggi internet è già importante a livello di pubblicità. Internet  in Italia rappresenta l’11.2 % della torta pubblicitaria, fino a 10 anni non era neppure l’1 per cento. Diciamo quindi che la pubblicità diminuisce ma in realtà internet nella torta ha già molto più peso oggi.</p>
<p><em><strong>Ultima domanda: proprio al panel si facevano previsioni  su quando emergerà tutta questa forza comunque  dirompente di cui tu ci hai appena parlato. C’era chi diceva fra 40 anni e chi diceva tra 2 anni. Secondo te per il futuro quale crescita possiamo aspettarci nella web tv?</strong></em></p>
<p>Io credo che manterremo una crescita graduale, non avremo dei boom. Oggi le web tv crescono con un tasso del 10/11% e questo dato è un netto tra i canali che nascono e i canali che muoiono, perché c’è ancora un tasso forte di mortalità. Questo perché oggi è molto semplice aprire un media digitale locale, il problema è mantenerlo, viverci e trovare una sostenibillità. Non prevedo un boom esponenziale, sarà ancora lento e graduale, ma nel frattempo la retele tv,  <strong>le web tv continueranno a erodere lentamente il pubblico della televisione generalista</strong>.<em></em></p>
<p><em>intervista di <a rel="author" href="https://plus.google.com/u/0/110963012508114674906?" target="_blank">Lorenzo Monfregola</a></em></p>
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<p><a href="http://www.twago.it/blog/2012/01/17/esce-il-volume-%E2%80%9Evendere-con-le-community%E2%80%9C-i-freelance-di-twago-tra-le-migliori-community-italiane-e-internazionali/" target="_blank">Esce il volume &#8220;Vendere con le Community&#8221;</a></p>
<p><a href="http://www.twago.it/blog/2012/04/23/freelance-merito-e-innovazione-digitale-quattro-domande-a-emil-abirascid/" target="_blank">Freelance, merito, sviluppo e innovazione. Quattro domande a Emil Abirascid</a></p>
<p><a href="http://www.twago.it/blog/2012/02/09/la-web-economy-entra-in-classe-twago-allo-ied-di-milano/" target="_blank">La web economy entra in classe: twago allo IED di Milano</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’Arte del Linkbait</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Apr 2012 13:18:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per poter dare visibilità al proprio sito in maniera costante bisogna sempre stare al passo con le novità, scrivere contenuti di valore, scrivere guest articles, curare il social media marketing tramite facebook e twitter. Tutto questo però a volte può non bastare. Che fare allora? Entrare nel magico mondo dei linkbait!! Vale a dire darsi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="tweetmeme_button" style="float: left; margin-left: 10px;">
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<p><a href="http://www.twago.it/blog/wp-content/uploads/2012/04/meme13.jpg" target="_blank"><img class="alignright  wp-image-3434" title="meme1" src="http://www.twago.it/blog/wp-content/uploads/2012/04/meme13-279x280.jpg" alt="" width="279" height="280" /></a>Per poter dare visibilità al proprio sito in maniera costante bisogna sempre stare al passo con le novità, scrivere contenuti di valore, scrivere guest articles, curare<strong> il social media marketing</strong> tramite facebook e twitter. Tutto questo però a volte può non bastare.</p>
<p>Che fare allora? Entrare nel magico mondo dei linkbait!! Vale a dire darsi alla creazione di un<strong> contenuto virale</strong>,  immediato, che tutti hanno subito la voglia di condividere nel web, magari senza neanche guardare bene il tuo blog o il tuo sito.</p>
<p>Aspettate, però. Creare un buon linkbait è tutt’altro che facile. Oltre ad essere forniti di una buona dose di creatività, è necessario saper pensare fuori dagli schemi. Considerato però l’incredibile successo di alcuni video divertenti su Youtube, in grado di diffondersi in maniera virale, vale la pena investire del tempo e delle energie nella creazione di un linkbait che, strappando una bella risata, al web user possa aiutarci ad aumentare la popolarità del nostro sito.</p>
<p><span id="more-3424"></span></p>
<p><a href="http://www.twago.it/blog/wp-content/uploads/2012/04/meme24.jpg" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3444" title="meme2" src="http://www.twago.it/blog/wp-content/uploads/2012/04/meme24-196x280.jpg" alt="" width="196" height="280" /></a>Tra l’altro si sa, l’umorismo riesce a catturare l’attenzione molto meglio di moltissime altre cose. Parlando di risate strappate, se c’è ad esempio un fenomeno sulla rete che merita di essere considerato è quello dei <strong>memes</strong>. I memes si condividono, si linkano e si rilinkano. E quando sono raccolti in un album hanno il potere di tenerci inchiodati per ore.</p>
<p>Il meme, come molti sapranno già, consiste in una foto e in una breve didascalia sarcastica. I meme si diffondono in maniera impressionante su Facebook, ma se volessimo creare il nostro meme al fine di far conoscere un pò in giro il nostro sito, non sarebbe il caso di fermarsi a facebook.  Pensiamo ad esempio a <strong>Pinterest</strong>, che è davvero il luogo ideale sulla quale condividire tutto ciò che è immagine: di <em>pinnaggio</em> in <em>ripinnaggio </em>è garantita la <strong>diffusione virale dell’humor</strong> che piace sempre e comunque a tutti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.twago.it/blog/wp-content/uploads/2012/04/meme35.jpg" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-3449" title="meme3" src="http://www.twago.it/blog/wp-content/uploads/2012/04/meme35-211x280.jpg" alt="" width="211" height="280" /></a></p>
<p>Per i lettori interessati ad approfondire il tema, potrebbe essere interessante dare un occhio all’articolo del popolare blog americano sul mondo delle SEO-competenze <a href="http://www.seomoz.org/blog/how-to-use-memes-to-build-easy-backlinks-traffic">SEOmoz</a>. In fondo, per creare il meme adatto a sostenere la propria azienda o il meme giusto a sostenere l’introduzione di un nuovo prodotto (le potenzialità di utilizzo di un linkbait sono illimitate), basta lasciarsi ispirare dalla marea di memes che girano sul web.</p>
<p>Una volta creato il proprio meme basta pubblicarlo sul proprio blog o magari proprio sulla homepage e <strong>dare il via al Linkbait</strong>! In seguito si dovrà solo condividerlo su facebook, twittarlo e pinnarlo. Se il linkbait piace, la diffusione virale è garantita e le potenzialità di diffusione sono enormi.</p>
<p>E voi? Cosa aspettate a fare il vostro primo tentativo nella creazione di un meme? Ci sono dei memes che vi piacerebbe condividere o che considerate semplicemente i vostri preferiti?</p>
<p><em>Fonte immagini</em><em>: <a rel="nofollow" href="http://www.quickmeme.com/">http://www.quickmeme.com/</a></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/twago/rss-it/~4/VX_qQI8rpE0" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Cloud People, la Community sul Cloud Computing guarda anche ai freelance</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Apr 2012 05:51:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Fornitore]]></category>
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		<category><![CDATA[Vita da Freelance]]></category>

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		<description><![CDATA[Abbiamo chiesto qualche breve informazione su Cloud People, una nuova community italiana che promuove e indaga la realtà della nuvola. Si tratta di prospettive digitali che sembrano destinate ad incrociarsi spesso e volentieri con il mondo freelance. CloudPeople è un’iniziativa di Telecom Italia che ha l’obiettivo di far crescere e diffondere la cultura del cloud [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="tweetmeme_button" style="float: left; margin-left: 10px;">
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<p><em><img class="alignleft size-medium wp-image-3409" title="logo-cloud" src="http://www.twago.it/blog/wp-content/uploads/2012/04/logo-cloud-280x280.jpg" alt="" width="280" height="280" />Abbiamo chiesto qualche breve informazione su Cloud People, una nuova community italiana che promuove e indaga la realtà della nuvola. Si tratta di prospettive digitali che sembrano destinate ad incrociarsi spesso e volentieri con il mondo freelance.</em></p>
<p><strong>CloudPeople è un’iniziativa di Telecom Italia che ha l’obiettivo di far crescere e diffondere la cultura del cloud computing nel nostro Paese.</strong></p>
<p>Non solo un magazine multimediale costantemente aggiornato con news, video e infografiche, ma soprattutto una community formata da esperti di nuove tecnologie, docenti, giornalisti, imprenditori (tra i tanti già intervenuti si annoverano Derrick De Kerkchove, Andrea Granelli, Stefano Quintarelli). Su Cloud People si possono trovare dati, strumenti d’analisi e approfondimenti, partecipando attivamente al dibattito sulle prospettive offerte dal cloud computing in termini tecnologici, cognitivi, filosofici ed economici.<span id="more-3408"></span></p>
<p>Cloud People, però, non vuole essere un luogo riservato agli esperti. Ciascun utente, infatti,  <a href="http://www.cloudpeople.it/registrazione/">registrandosi</a>, può divenire contributore attivo, commentando gli articoli o scrivendone di nuovi. L’obiettivo è quello di attivare un vero e proprio scambio di conoscenze, che possa accompagnare  l’Italia verso una rivoluzione tecnologica e culturale che stiamo già vivendo.</p>
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		<title>Freelance, merito, sviluppo e innovazione digitale: quattro domande a Emil Abirascid</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 08:30:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo</dc:creator>
				<category><![CDATA[News & Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Startup]]></category>
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		<description><![CDATA[Web economy e lavoro freelance. Realtà e prospettive future, vogliamo parlarne seriamente e con entusiasmo. Oggi iniziamo con Emil Abirascid, giornalista ed innovatore, direttore del bimestrale Innov’azione, ideatore e autore di Startupbusiness, il business network dei protagonisti dell’innovazione. Pochi giorni fa Neelie Kroes – Commissario Europeo per l’Agenda Digitale, ha dichiarato che “Nulla brilla più dell&#8217;economia [...]]]></description>
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<p><em><img class="wp-image-3401 alignleft" title="Emil Abirascid" src="http://www.twago.it/blog/wp-content/uploads/2012/04/Emil-Abirascid-182x280.jpg" alt="" width="182" height="280" />Web economy e lavoro freelance. Realtà e prospettive future, vogliamo parlarne seriamente e con entusiasmo. Oggi iniziamo con <a rel="nofollow" href="http://www.abirascid.com/" target="_blank">Emil Abirascid</a>, giornalista ed innovatore, direttore del bimestrale <a rel="nofollow" href="http://www.lobbyinnovazione.it/" target="_blank">Innov’azione</a>, ideatore e autore di <a href="http://www.startupbusiness.it/" target="_blank">Startupbusiness</a>, il business network dei protagonisti dell’innovazione.<br />
</em></p>
<p><strong>Pochi giorni fa Neelie Kroes – Commissario Europeo per l’Agenda Digitale, ha dichiarato che “Nulla brilla più dell&#8217;economia digitale con le sue potenzialità. Se saremo all&#8217;altezza della sfida, Internet potrà diventare il nuovo pilastro dell&#8217;economia. “ Come vede questa sfida, a che punto siamo?</strong></p>
<p>La signora Kroes ha ragione e non è certo la prima ad affermarlo, in Italia da tempo si lavora affinché l’economia digitale assuma un ruolo di primo piano nel panorama industriale del Paese, ci sono aziende, organizzazioni che si battono perché <strong>sul digitale si punti in modo sempre più deciso</strong>, perfino l’ambasciata Usa in Italia ha avviato un programma per accrescere la sensibilità verso questo aspetto. <strong>Ma non basta, non in un Paese come l’Italia</strong> dove a soffocare l’economia non ci sono solo le ristrettezze di visione verso il cambiamento e l’innovazione ma anche le strutture istituzionali e burocratiche che non si limitano a essere non produttive ma agiscono proprio in veste di veri e propri nemici della crescita economica, tecnologica, imprenditoriale, culturale.<span id="more-3400"></span></p>
<p><strong>Quali sono le misure più urgenti per uno sviluppo economico digitale in Italia?</strong></p>
<p>Bisogna che gli apparati istituzionali diventino quantomeno neutri rispetto allo sviluppo, oggi sono un vero e proprio ostacolo. Il digitale può aiutare a creare maggiori opportunità e a facilitare il processo di rinnovamento, ma prima di tutto serve la volontà affinché tale processo si inneschi, volontà politica e sociale soprattutto ed è questa la parte più difficile in un Paese dove i diritti acquisiti valgono di più della possibilità di acquisirne di nuovi, dove le rendite di posizione valgono di più della <strong>meritocrazia</strong>.</p>
<p><strong>Se si parla di economia digitale, si parla anche di lavoro digitale. Accanto al lavoro dipendente cresce sempre più in Europa il lavoro freelance sul web. In questo modo, ad esempio, anche le PMI possono esternalizzare facilmente grazie alla Rete, affidandosi a professionisti che sanno offrire gli specifici servizi che sono indispensabili per chi voglia fare affari con Internet. Come vede queste prospettive, soprattutto in Italia?</strong></p>
<p>Questa è una tendenza importante perché va nella direzione che vede sempre più giovani consapevoli del fatto che la ricerca del lavoro fisso sta diventando un’utopia e che il proprio lavoro, le proprie aspirazioni professionali, la carriera bisogna inventarseli da zero facendo <strong>leva sulle competenze, le capacità, la voglia di mettersi in gioco</strong> e un’accelerazione della richiesta di competenze per il digitale da parte di tutti gli attori dell’economia, compresi quelli più tradizionali, potrebbe aiutare allo svilupparsi di questo processo.</p>
<p><strong>Uno dei ritardi che alcuni reputano più gravi è quello della formazione che precede l’entrata nel mondo del lavoro. Come si potrebbe agire per ridurre questa distanza nel caso dell’economia digitale?</strong></p>
<p>Formazione e cultura sono in effetti elementi deficitari del processo, formazione e cultura dell’innovazione, dell’imprenditoria, della capacità di usare strumenti digitali. Sottolineo strumenti perché il concetto di digitale e quello di innovazione non vanno confusi, possono essere associati ma non confusi e <em>il digitale</em> non è solo il fine verso quale tendere per la realizzazione di nuovi business ma è anche e soprattutto il <strong>mezzo capace di rinnovare in modo profondo ed efficace anche i business più tradizionali</strong>. È il mezzo per dare nuovo slancio anche a economie più stanche, almeno in questa fase, è il mezzo per dare nuove possibilità e nuove opportunità, è il mezzo per rinnovare il tessuto economico, industriale, ma anche culturale e sociale del Paese, dell’Italia ma anche dell’Europa che vive oggi un periodo di grande sofferenza. Perché questo accada bisogna partire dall’inizio aiutando le nuove generazioni a inserirsi in questo mondo in modo efficace, bisogna partire dalla scuola insegnando non solo il digitale ma anche l’imprenditoria, la lingua inglese che deve diventare patrimonio condiviso di tutti, questo Paese non può più restare isolato ma deve diventare elemento dinamico e produttivo di uno scacchiere sempre più <strong>internazionale, interconnesso, interattivo</strong>, tutte conseguenze proprie della diffusione degli strumenti digitali.</p>
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		<title>FREELANCE: scoperta la verità!</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 12:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Essere un freelance? Cosa viene in mente ai più? Siamo riusciti a scoprire tutta la verità su come sia la vita da freelance, ogni giorno (e ogni notte)  ]]></description>
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.twago.it/blog/wp-content/uploads/2012/04/FREELANCE-What-People-think-I-do1.jpg" target="_blank"><img class="aligncenter  wp-image-3380" title="FREELANCE - What People think I do" src="http://www.twago.it/blog/wp-content/uploads/2012/04/FREELANCE-What-People-think-I-do1.jpg" alt="" width="545" height="409" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Essere un freelance? Cosa viene in mente ai più? Siamo riusciti a scoprire tutta la verità su come sia la vita da freelance, ogni giorno (e ogni notte) <img src='http://www.twago.it/blog/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' />  </strong></p>
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