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    <title>Quintanews - Interviste e citazioni</title>
    
    
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    <subtitle>The Network wants to be Neutral
One Network, bitstream access.</subtitle>
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        <title>2010.08.30 Il Sole 24 ore - La verità nella terra di mezzo </title>
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        <summary>«Sei il padrone delle tue parole. E ne sei responsabile». Niente anonimato su The Well: era la regola decisa dal fondatore Steward Brand. Biologo a Stanford, affascinato dalla cultura dei nativi americani, promotore del Whole Earth Catalogue, la rivista cult...</summary>
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            <name>Stefano Quintarelli</name>
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<div xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml">«Sei il padrone delle tue parole. E ne sei responsabile». Niente anonimato su The Well: era la regola decisa dal fondatore Steward Brand. Biologo a Stanford, affascinato dalla cultura dei nativi americani, promotore del Whole Earth Catalogue, la rivista cult dei ragazzi, un po' hippie, che andavano a vivere nelle comuni rurali, Steward Brand è stato anche un pioniere delle conversazioni in rete. Era il 1985 quando nacque The Well, il primo e per anni il più influente luogo di discussione online del mondo.<br /><br />Il concetto stesso di "comunità virtuale" fu coniato su The Well da Howard Rheingold, grande interprete della rete. Partecipavano alle discussioni autori come Kevin Kelly, poi direttore di Wired, e John Perry Barlow, autore dei Grateful Dead e poi fondatore della Electronic Frontier Foundation. Intellettuali che venivano dalla controcultura degli anni Sessanta, spinti da un'utopia libertaria, vedevano nelle conversazioni in rete la possibilità per contribuire all'informazione. E decisero che non sarebbe stata anonima. Per garantirne la qualità. Attraverso la trasparenza e la responsabilità individuale.<br /><br />Mentre a Sausalito, California, nasceva The Well, Mark Zuckerberg, oggi leader di Facebook, aveva meno di un anno. Sergey Brin e Larry Page, i fondatori di Google, avevano 12 anni. E Julian Assange, capo di Wikileaks, aveva 14 anni. Molti loro attuali utilizzatori non erano nati. Il mito fondativo, utopistico e dunque intellettualmente disciplinato, della rete sarebbe stato un caposaldo più o meno consapevole della loro cultura. Mescolato con infiniti altri pensieri, pratiche e concetti che la rete avrebbe portato alla luce, il tema della trasparenza dell'informazione sarebbe restato uno dei motivi della loro azione imprenditoriale e culturale.<br /><br />Ma poiché nella rete, come nella società, la logica della complessità prevale sulla linearità delle affermazioni di principio, la trasparenza ha finito per andare talvolta in conflitto con altri principi. Google e Facebook hanno più volte richiamato il principio della trasparenza per rintuzzare le accuse mosse loro dai difensori della privacy. Assange – che con Wikileaks consente di pubblicare documenti riservati in nome della trasparenza – è stato accusato di non essere trasparente nei modi con i quali la sua organizzazione si finanzia. Il Wall Street Journal ha affrontato la vicenda e approfondito un dibattito, di cui da vari mesi già il Sole 24 Ore discute le tesi. Ne sono scaturite polemiche ma anche discussioni costruttive. Come quella che si è sviluppata tra i partecipanti alla mailing-list di Nexa, il centro di ricerca su internet e la società del Politecnico di Torino. Proprio da loro è giunta una notizia: su un altro servizio di pubblicazione di documenti riservati, Cryptome, è emerso che la Wau Holland Foundation, che sostiene Wikileaks, pubblicherà una rendicontazione precisa dei suoi finanziamenti entro fine agosto.<br /><br />Questo non porrà fine alle polemiche, soprattutto se si continueranno a confondere i diversi piani della discussione: il sistema dell'informazione, i conflitti di potere, le questioni di principio.<br /><br />Carmelo Fontana, giurista, ricercatore a Stanford e imprenditore, su Nexa, ha invitato a distinguere tra la trasparenza necessaria per sapere chi finanzia un giornale e chi un sito come Wikileaks che registra solo documenti. In effetti, il caso della pubblicazione dei documenti sulla guerra in Afghanistan ha dimostrato che nel sistema dell'informazione si giocano diversi ruoli. I giornali – in quel caso New York Times, Guardian e Der Spiegel – hanno le persone di esperienza necessarie a verificare le notizie e a raccontarle nel modo più fruibile per il pubblico. La loro funzione è strategica per la qualità dell'informazione e i loro metodi di lavoro, proprietà e autori sono e devono essere pienamente trasparenti. Le fonti che hanno voluto rendere noti quei documenti riservati, invece, vogliono restare anonime. Wikileaks difende il loro anonimato dal punto di vista tecnico e organizzativo.<br /><br />La piattaforma infatti garantisce la trasmissione crittografata di documenti a un piccolo gruppo, molto riservato, di collaboratori che non vuole conoscere la fonte. A quel punto, poiché, come ha spiegato Assange, anche al Sole 24 Ore, Wikileaks può fare solo una verifica sommaria dell'autenticità dei documenti, ha pensato che per una pubblicazione di questa delicatezza era meglio coinvolgere i giornali. Il risultato è stato discusso nel merito abbondamentemente. Il metodo è stato innovativo. Il problema è stato risolto con una scelta pragmatica e con la collaborazione tra i diversi giocatori del sistema dell'informazione.<br /><br />La discussione è più ampia e complicata se si va alla dimensione del conflitto di potere. Non mancano i governi che tentano di regolamentare la rete, come notava sempre su Nexa Stefano Quintarelli, imprenditore della rete. Ma, insieme a Guido Scorza, avvocato, da tempo osserva quanto sia difficile per politici che non conoscono le dinamiche della rete, intervenire efficacemente. Sicché chi agisce in rete può subirne le conseguenze o approfittarne. Wikileaks, da questo punto di vista, si trova in una sorta di terra di mezzo: combatte per la trasparenza dei governi pubblicando documenti riservati; e logicamente è quindi combattuta da chi vuole che quei documenti riservati restino tali. Servizi segreti, servizi di sicurezza delle aziende, governi. Non per niente Assange si muove e si guarda intorno come se temesse sempre di essere seguito da qualche avversario nascosto nell'ombra. E non per niente alcuni dei suoi finanziatori non vogliono comparire in pubblico. Ma per avere più finanziamenti e combattere meglio la sua battaglia Wikileaks deve accrescere la sua notorietà. E man mano che diventa più nota si confronta con le regole. Come notava il professor Arturo Di Corinto, sempre su Nexa, Wikileaks è finanziata dalla tedesca Wau Holland Foundation, è registrata come testata giornalistica in Svezia, è una biblioteca in Australia, è una fondazione in Francia e una charity in Usa. Si destreggia. Ma in modo sempre più complicato.<br /><br />Questo la espone a qualche discussione, appunto, sui princìpi. Che in rete peraltro si risolvono più con la pratica che con la teoria. È il suggerimento, per esempio, di Lawrence Lessig, avvocato, uno dei grandi eroi della cultura internettiana, che ha scritto su The New Republic un articolo problematico sul principio della trasparenza assoluta. In realtà, la storia della rete sembra scritta piuttosto da un insieme di azioni, utopie, conflitti, errori e invenzioni. Nel quale giocano un ruolo importante le regole che le persone si danno autonomamente. Come testimonia l'esperienza di Stewart Brand: la qualità dell'informazione discende dalla responsabilità di chi la produce.</div>
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        <title>2010.08.26 Il Sole 24 ore - Codici della rete</title>
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        <summary>Un'iniziativa aperta del ministero della PA per poter raccogliere idee. Sul modello di Azuni Accesso ai dati. Partecipazione alla democrazia. Privacy. Sono alcuni temi affrontati nella consultazione su internet per il «Codice Azuni», lanciata dal ministero per la Pubblica amministrazione...</summary>
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            <name>Stefano Quintarelli</name>
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<div xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml">Un'iniziativa aperta del ministero della PA per poter raccogliere idee. Sul modello di Azuni<br /><br />Accesso ai dati. Partecipazione alla democrazia. Privacy. Sono alcuni temi affrontati nella consultazione su internet per il «Codice Azuni», lanciata dal ministero per la Pubblica amministrazione e l'innovazione. Tra poco più di una settimana, il 4 settembre, scade il termine per contribuire alla discussione: è un'occasione per partecipare attraverso un messaggio di posta elettronica o iscrivendosi alla mailing list pubblica. A ispirare l'iniziativa è stata l'opera del giurista sardo Domenico Azuni: su incarico di Napoleone ha redatto alla fine del Settecento un codice di navigazione, a partire da una raccolta e da un confronto tra le normative nazionali dell'epoca.<br />L'oceano di internet si allarga.Secondo le stime di Morgan Stanley il pubblico di persone che frequenta il web nel 2010 è arrivato a 1,8 miliardi, in aumento del 13% rispetto a un anno prima. E trascorre online 18,8 migliaia di miliardi di minuti: un quinto del tempo in più del 2009. Inoltre, all'orizzonte, si profila il sorpasso delle connessioni attraverso dispositivi mobili (come cellulari e tablet) sugli accessi da postazione fissa (desktop): la data prevista da Morgan Stanley è il 2014. E si accendono i riflettori dell'opinione pubblica. Facebook, per esempio, connette 500 milioni di persone online: i social network hanno superato globalmente gli utenti della posta elettronica, ma le reti sociali sollevano domande sulla gestione della privacy. Di recente Google e l'operatore telefonico Verizon hanno proposto un documento per sostenere che il traffico di dati online non deve essere discriminato nella rete fissa, ma potrebbe esserlo nei network di telefonia mobile, dove progettano un web a "due velocità". Le questioni sul tavolo non sono poche, alimentate dall'«incertezza dinamica di internet», come sottolineano le linee guida del "Codice Azuni" pubblicate sul sito dell'iniziativa: il divario digitale nell'accesso all'informatica, gli strumenti di policy, la tutela della riservatezza per i dati personali diffusi online. E ancora: le sfide della pubblica amministrazione per semplificare la vita dei cittadini o il sovraccarico informativo ( information overload)<br />rispetto alle capacità individuali di gestire i flussi di notizie.<br />Il primo passo, dunque, è di raccogliere opinioni, suggerimenti, intuizioni attraverso un confronto aperto su internet. A partire dalla tradizione dei forum, un laboratorio di proposte che da sempre ha contribuito allo sviluppo del mondo digitale. Diventa, dunque, un terreno fertile per elaborare una sorta di mappa delle "best practices" di progetti e regole nel mondo, in un'ottica comparativa. «Esistono già delle norme per internet, ma bisogna capirle a fondo anche nelle altre nazioni, per andare oltre dibattiti troppo superficiali», sottolinea Roberto Turatto, direttore del dipartimento Innovazione e Tecnologie del ministero di Corso Vittorio Emanuele. La consultazione aperta sul web permette di accumulare informazioni e di elaborarle con l'aiuto dei partecipanti: è un processo di "crowdsourcing" per valorizzare le conoscenze e le competenze del pubblico online. Ma resta un esperimento: «Se funziona vorremmo proporre un documento finale», aggiunge Turatto.<br />Il codice Azuni può diventare un testo da proporre all'attenzione di organizzazioni internazionali, come l'Ocse. «Sarebbe un contributo italiano al dibattito su internet», osserva Stefano Quintarelli, presidente di Eximia e membro del gruppo di lavoro al ministero della Pubblica amministrazione e innovazione. Il 14 settembre, inoltre, inizia a Vilnius l'Internet Governance Forum, un meeting annuale patrocinato dalle Nazioni Unite: il tema dell'edizione lituana è «Sviluppare il futuro insieme ». E il codice Azuni potrebbe essere un punto di partenza.</div>
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        <title>2010.08.22 L'Espresso - Meno liberi sul web</title>
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        <published>2010-08-23T07:31:19+02:00</published>
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<div xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml">Le nuove regole chieste da Google e Verizon negli Stati Uniti creano canali preferenziali. E limitano il principio base della Rete: tutti corrono alla pari<br /> <br />Immaginate un futuro in cui tutti i servizi più interessanti di Internet siano controllati da poche grandi aziende, tra cui gli attuali big del Web e gli operatori telefonici. Non sarebbe più la stessa Internet paritaria conosciuta finora. Quella Internet che ha partorito servizi innovativi, scaturiti dal basso, con cui la gente può ora comunicare le proprie idee, criticare politici e aziende attraverso siti o canali Web tv, per esempio. Sulle innovazioni del futuro possiamo solo fantasticare e certo è che la grande Rete ha solo cominciato a influire sulla società. Potrebbe aiutarci a gestire i consumi e a produrre energia con fonti pulite e distribuite in modo diverso. O aprire la via a forme rivoluzionarie di intrattenimento, in grado anche di stimolare riflessioni e creatività.<br />Tutto questo potrebbe essere a rischio. L'allarme non è mai stato così forte come in questi giorni. Il motivo è una notizia che ha sorpreso molti: Google, la principale azienda del Web e sostenitore storico del sistema di Internet "vecchia maniera", è scesa a patti con Verizon, operatore telefonico Usa. I due colossi hanno fatto una proposta al Parlamento americano e alla Fcc (l'Authority Usa delle telecomunicazioni) per giungere a regole nuove sulla Rete. Regole che, a detta di Google, potrebbero meglio favorire future innovazioni. A detta di molti esperti e critici, invece, queste norme affosserebbero Internet così come l'abbiamo conosciuta finora. Ossia abbatterebbero il principio della "neutralità della rete": gli operatori trattano tutto il traffico in modo uguale; non discriminano alcuni servizi o contenuti, né favoriscono quelli delle aziende maggiori.<br />Non è una questione per addetti ai lavori. E non riguarda solo gli Stati Uniti. Primo, perché il Web è ormai il territorio comune a molte attività umane: gli utenti banda larga mondiali saranno un miliardo fra due anni. Secondo, il tema del futuro della Rete riguarda anche l'Italia. Ogni aspetto, incluso il problema della neutralità, viene già affrontato dagli operatori nostrani che studiano sistemi per trasformare il Web in guadagni. Mentre l'indifferenza della politica e del pubblico italiani aggrava i rischi che nascano autostrade a pagamento condizionando il destino del settore.<br />L'iniziativa congiunta Google-Verizon ha reso il problema dirompente in tutto il pianeta, a partire dai due punti più controversi. Il primo è esplicito: la neutralità vale solo per l'accesso Internet da rete fissa. Per quella da rete mobile (via cellulari o computer connessi a sim), gli operatori possono invece alterare il traffico come meglio credono, bloccare alcuni servizi e favorirne altri. Sono tenuti solo a informarne gli utenti. È un punto che ha scatenato le critiche di molti esperti e di altri protagonisti del Web, tra cui Facebook, mobilitando le associazioni internazionali per la libertà di Internet. Perché esonerare la rete mobile dai principi fondamentali di Internet? "Bisogna avere un certo grado di flessibilità, nelle regole, per sostenere gli investimenti sulle reti mobili, perché si tratta di un mercato ancora nascente", spiega Marco Pancini, amministratore delegato di Google Italia. "Ma come si fa a definire "nascente" un mercato che solo in Italia ha oltre dieci milioni di abbonati?", ribatte Stefano Quintarelli, tra i massimi esperti di reti in Europa. Nel mondo, ce ne saranno 1,8 miliardi nel 2014 (prevede Strategy Analytics): più della banda larga su rete fissa.<br />Il secondo punto controverso è più complesso. Autorizza gli operatori a fare servizi a valore aggiunto, distinti da Internet, sui quali non vale il principio di neutralità. Tra le ipotesi indicate da Google-Verizon: "servizi di assistenza sanitaria e per l'istruzione, smart grid (reti intelligenti per l'energia elettrica), nuove opzioni per il gioco e l'intrattenimento". "È molto grave", analizza Quintarelli: "Un operatore potrebbe lanciare un servizio-televisivo o di trading online, poi dire che non è Internet e quindi renderlo più veloce. La qualità di questo servizio svetterebbe sugli altri. È una minaccia alla concorrenza e alla libertà d'espressione", continua. Pancini di Google usa la stessa filosofia per sostenere che "flessibilità è anche non decidere a priori sull'innovazione. Il futuro potrebbe portare servizi a valore aggiunto, diversi da quelli che già conosciamo su Internet. Su questi ultimi gli operatori dovranno comportarsi come hanno sempre fatto, senza discriminazioni. Su quei nuovi servizi, invece, potrebbero far pagare di più a fronte di una maggiore qualità e velocità". Una posizione che è stata criticata anche da accademici come David Patterson, che insegna computer science all'Università della California. Ma anche da aziende storiche online, come Amazon e eBay. Notano che Internet è sempre stato un universo che muta a colpi di innovazioni. Perché le prossime, individuate come "servizi a valore aggiunto", dovrebbero finire in un circuito chiuso?<br />Invece Jan Dawson, analista dell'osservatorio Ovum, apprezza la proposta: "È un grande passo avanti nel dibattito per il futuro della Rete. Verizon ha fatto molti più compromessi di Google, rispetto alle precedenti posizioni". "È troppo presto per imporre la neutralità alla rete mobile. Per sostenere gli investimenti, è sacrosanto consentire agli operatori mobili di creare velocità differenziate per l'accesso ai servizi", concorda Maurizio Dècina, ordinario di Reti e Comunicazioni per il Politecnico di Milano. Anche Telecom Italia e Vodafone hanno approvato l'idea di Google-Verizon. Nessuna sorpresa. "Telecom già nel 2006 aveva tentato di fare una rete separata, per la sua Alice Home Tv via Adsl, rendendola non replicabile dai concorrenti. Ma ho fatto ricorso al Tar e l'ho vinto", dice Quintarelli. E la proposta di legge del Pd per tutelare anche la neutralità resta ferma in Parlamento, dimenticata da tutti. n<br /> </div>
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        <title>2010.07.22 Il Salvagente - Telecom, il futuro è appeso a un filo (non di fibra ottica)</title>
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        <published>2010-07-22T17:50:00+02:00</published>
        <updated>2010-07-21T17:50:45+02:00</updated>
        <summary>Continua la strada intrapresa da Bernabè nel 2008: riduzione del personale, pochi investimenti e dimensione “provinciale”. Sono giorni caldissimi per i lavoratori di Telecom Italia. Dopo i 3.700 licenziamenti annunciati dall’azienda, seguiti dall’incontro fra governo, management e sindacati, e il...</summary>
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            <name>Stefano Quintarelli</name>
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<div xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml">Continua la strada intrapresa da Bernabè nel 2008: riduzione del personale, pochi investimenti e dimensione “provinciale”.<br /><br />Sono giorni caldissimi per i lavoratori di Telecom Italia. Dopo i 3.700 licenziamenti annunciati dall’azienda, seguiti dall’incontro fra governo, management e sindacati, e il successivo congelamento degli esuberi, c’è tempo fino al 30 luglio per trovare un accordo fra le parti. <br />Sul tavolo della trattativa non c’è solo il destino dei dipendenti, su cui nonostante il ritiro delle procedure di messa in mobilità pende la spada di Damocle del licenziamento in caso di mancata intesa, ma anche le prospettive di sviluppo industriale del gruppo e gli effetti legati all’occupazione. In altre parole le sorti del maggior gruppo di telecomunicazioni del paese che da qualche anno a questa parte - dall’inizio del 2008 per essere esatti, cioè quando l’attuale amministratore delegato, Franco Bernabè, ha preso in mano le redini dell’azienda - sta attraversando una profonda fase di “ristrutturazione”. <br /><br />Uscite agevolate<br />Un affare quanto mai complicato. Che da un lato vede contrapposti azienda e lavoratori sulla questione degli esuberi, e dall’altro pone governo e management uno di fronte all’altro sul tema del piano industriale, degli investimenti e della crescita. Sul primo punto, l’alternativa ai licenziamenti potrebbe prevedere cassa integrazione e messa in mobilità con “uscite” agevolate verso i pensionamenti. Si tratta di una strada percorribile visto che il ministro per il Welfare, Maurizio Sacconi, si è impegnato a verificare “gli strumenti di protezione del reddito utili ad accompagnare i lavoratori eventualmente riconosciuti in esubero al pensionamento nei termini di legge”. Un’espressione articolata per dire che il governo potrebbe trovare le risorse per attenuare le procedure di mobilità volute dall’azienda. <br />Su questo fronte Emilio Miceli, segretario generale Slc-Cgil, afferma che “la partita è tutta da giocare. Occorre trovare una convergenza: personalmente non sono ottimista, ma è nostro dovere provarci. Detto questo, non è tagliando posti di lavoro che si risana Telecom. Se la rete non funziona al meglio, è perché è maltenuta o sovraccarica. Servono investimenti, ma soprattutto un piano industriale come si deve che spinga su innovazione e ricerca. Oggi Telecom Italia non riesce a esser veramente competitiva né sulla telefonia fissa né su quella mobile. L’approccio scelto dalla dirigenza si è basato sulla riduzione dei costi e sull’efficienza, non sulla crescita”. Del resto, nella relazione finanziaria del 2009 presentata agli azionisti Bernabè aveva parlato appunto di efficienza operativa, contenimento dei costi, ottimizzazione della gestione finanziaria.<br /><br />Ruolo locale<br />È la stessa musica dell’anno precedente, quando aveva annunciato un “rigoroso controllo dei costi operativi, degli investimenti e delle spese generali affiancati da un ambizioso programma di dismissioni”. Frutto, va detto, di una gestione negli anni precedenti che definire poco felice sarebbe riduttivo visto che il debito dell’azienda è cresciuto a dismisura. <br />“France Telecom ha annunciato 10mila nuovi posti di lavoro entro il 2012, 900 milioni di euro di investimenti nel personale e 2 miliardi di euro per la creazione di una rete in fibra ottica”, ricorda Miceli. “Telecom Italia deve interrogarsi sul ruolo che vuole giocare non solo nel nostro paese, ma anche nello scenario extra nazionale”. Intanto, i 3.700 esuberi annunciati la scorsa settimana fanno parte di un piano di riduzione dell’organico più pesante che prevede 6.822 licenziamenti entro il 2012, che si sommano ai circa 5.000 del 2008 che stanno già completando il ciclo d’uscita.<br />Come se non bastasse, nonostante ricavi e investimenti in calo, i vertici aziendali hanno preferito distribuire dividendi - cioè la parte di utile che viene consegnata agli azionisti - per circa 1 miliardo di euro. <br />“Come ho spiegato all’assemblea aziendale lo scorso aprile è come volersi fare la doccia con l’ultima acqua rimasta mentre il resto della casa va a fuoco”,  dice Beppe Grillo, il comico genovese tra i primi a occuparsi di Telecom Italia. “C’è poco di cui discutere. Telecom era l’azienda più strategica che avevamo in questo paese e oggi non è rimasto praticamente nulla. I dipendenti sono sempre meno e l’innovazione si è fermata. Il suo destino è segnato: essere ceduta a un’azienda come Telefonica o a un altro gruppo straniero”.<br /><br />“Tagli ingiustificati<br />Manca una strategia”<br /><br />più che ridurre l’organico servirebbe un piano di innovazione e sviluppo.<br /><br />Telecom Italia è un’azienda atipica rispetto ai suoi omologhi europei, forte in patria ma debole all’estero rispetto alla concorrenza e che scarica sui dipendenti il forte indebitamento societario. È questo nella sostanza il parere di Ugo Arrigo, docente di Scienza delle finanze presso la facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca che, per il Salvagente, ha messo a confronto i dati di bilancio della società con quelli delle maggiori aziende di telecomunicazioni ex monopoliste: British Telecom, France Telecom, Deutsche Telekom e Telefonica.<br /><br />Un vicolo cieco<br />I numeri, interessanti, evidenziano innanzitutto che il costo del lavoro per Telecom incide sui ricavi solo per il 13,7% contro la media delle altre che si attesta al 19,4%. “Con un utile di 1,6 miliardi nel 2009 inoltre non sembrano giustificati tagli al personale di questo tipo, ancor di più se sommando il costo del lavoro al debito netto della società, il risultato (23,9) è allineato alla media dei rivali che si attesta a 24,6%”.<br />“Certo il debito di 33,9 miliardi è ancora consistente - continua Arrigo - ma il nodo da sciogliere è soprattutto quello dello sviluppo industriale. Ciò che oggi sembra mancare a Telecom Italia è una strategia. Sono lontani gli anni del monopolio, Telecom opera in un mercato liberalizzato e sempre più competitivo in cui la telefonia mobile ha tolto spazio a quella fissa, dove l’azienda era storicamente più forte. Tutto ciò si unisce a poche idee imprenditoriali, vincoli proprietari di vario tipo, risorse finanziarie limitate e pochi investimenti. Gli altri ex monopolisti hanno acquisito una dimensione internazionale, France Telecom in Africa e Telefonica in Sud America per esempio, che contano rispettivamente 180mila e 257mila dipendenti contro i 71mila di Telecom. L’azienda a mio avviso si trova in una situazione di stallo in cui prevalgono le opzioni del non fare, cioè dello status quo. Una situazione che però non potrà durare a lungo visto che si andrà progressivamente verso una riduzione dei ricavi sui servizi tradizionali”.<br />Nel giro di poco tempo quindi Telecom Italia potrebbe ritrovarsi in un vicolo cieco. Per evitarlo l’unica strada percorribile è spingere sugli investimenti e in particolare sulla creazione di una nuova infrastruttura di rete in fibra ottica che farebbe da volano non solo allo sviluppo aziendale, ma soprattutto al mercato dei servizi ai consumatori finali.<br /><br />La nuova rete in fibra<br />Qui si apre un altro dei fronti caldi della questione.  Spiega Stefano Quintarelli, esperto di telecomunicazioni e uno dei pionieri di internet in Italia: “In qualità di ex monopolistaTelecom è proprietaria dell’infrastruttura di rete: ben 35 milioni di km di cavi in rame che raggiungono le case degli italiani. Le reti degli altri operatori rappresentano solo una piccolissima minoranza, circa lo 0,3% della rete complessiva. Ciò vuol dire che se una nuova rete in fibra ottica dovrà essere creata questa dovrà passare da Telecom Italia. In altre parole, non c’è spazio per una rete alternativa di nuova generazione”.<br />Nella sua relazione annuale, presentata all’inizio di luglio, il presidente dell’Agcom, Corrado Calabrò, ha però sottolineato che il piano di Telecom “consiste in parte in una rete in fibra ottica strettamente legata sulle richieste attuali dell’utenza” e su quelle attese nel breve periodo. Allo stesso modo, i progetti degli operatori alternativi non sono a uno stadio avanzato, dando l’impressione in entrambi i casi che le “idee proposte offrano una visione di quello che si può fare, ma non di quello che concretamente ci si impegna a fare”.<br />Più volte Bernabè ha ribadito che in Italia non c’è un problema di infrastrutture, ritenendo più che adeguato lo stato della rete e aggiungendo al contrario che il problema è, semmai, legato alla domanda di banda larga da parte dell’utenza e non all’offerta.<br />“Creare una rete di nuova generazione invece è più che mai necessario”, chiude Quintarelli. “Si tratta di una scelta di campo che punta sull’innovazione e lo sviluppo e che ridurrebbe il gap con gli altri paesi europei dove i servizi a banda larga sono già una realtà. Rifiutare quest’approccio, sostenendo che non c’è domanda sufficiente, è come voler dire che prima di costruire un’autostrada dobbiamo aspettare che ci siano i camion. In altre parole se oggi l’utilità non c’è, va creata, per esempio trasferendo su internet procedure, certificazioni, invio di documenti e via dicendo”. Una visione del resto condivisa dallo stesso Calabrò, secondo il quale “creare le condizioni della domanda prima di investire in nuove infrastrutture, riduce all’immobilismo”.<br /><br />﻿I numeri del “gioiello” italiano<br /><br />Organico<br />83.187 nel 2005 - 71.384 nel 2009<br /><br />Ricavi (in euro)<br />29,1 miliardi nel 2005<br />27,1 miliardi nel 2009<br /><br />Investimenti (in euro)<br />4,9 miliardi nel 2005 - 4,5 nel 2009<br /><br />Utile d’esercizio (in euro)<br />3,1 miliardi nel 2005<br />1,6 miliardi nel 2009<br /><br />Debito netto (in euro)<br />39,4 miliardi nel 2005 - 33,9 nel 2009</div>
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        <title>2010.06.17 Il salvagente - APRE DUE FREQUENZE</title>
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C'è un tesoretto sopra le nostre teste. Una ricchezza campata in aria che in Germania ha fruttato 4,4 miliardi, 19 miliardi di dollari negli Usa, che anche la Francia e l'Inghilterra si preparano ad incassare. Parliamo delle frequenze liberate dal digitale terrestre e altrove messe all'asta per nuove concessioni. Un tesoretto - stimato da noi intorno ai 5 miliardi di euro - che però, in tempi di tagli e sacrifici per tutti, l'Italia ha deciso di non incassare. E questo perché le frequenze rese disponibili dallo switch-off al momento sono state regalate ai soliti noti: Rai, Mediaset e Telecom Italia media. 
Dividendo digitale
Il passaggio dalla tv analogica permette di impiegare meno banda grazie al fatto che i nuovi canali digitali hanno bisogno di meno spettro di frequenza per poter trasmettere. Così si liberano degli 'spazi' che possono essere assegnati per altri usi e dati in concessione anche a operatori telefonici: questo è il cosiddetto dividendo digitale, spiega Marco Gambaro professore di Economia della comunicazione all'Università di Milano. Con le frequenze liberate ci si possono fare due cose. Si possono - prosegue l'economista - mettere a gara per nuovi concessionari, non solo televisivi, come è successo negli Usa e nel resto dell'Europa. Oppure la banda a disposizione si può ri-assegnare agli stessi operatori televisivi. In Italia si è scelta questa seconda opzione. 
In Germania, l'asta sul dividendo digitale, dopo il 160° rilancio, ha fruttato allo Stato - alle prese con una finanziaria da 80 miliardi per i prossimi quattro anni - ben 4,4 miliardi di euro. Negli Usa, lo switch off ha fruttato ben 19 miliardi di dollari, e l'asta è stata condotta secondo il principio della neutralità tecnologica, ovvero lo Stato non ha predefinito l'uso delle frequenze. E in Italia?
Ha prevalso il conflitto di interesse e si è ratificato di fatto il duopolio Rai-Mediaset, per dirla con Vincenzo Vita, senatore del Pd ed esperto di comunicazioni. 
L'anno scorso una delibera sul dividendo digitale dell'Agcom, l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, ha previsto che la parte delle frequenza già liberata dallo switch off vengano date in concessione secondo uno schema già visto: 4 canali alla Rai, 4 a Mediaset 3 a Telecom Italia media, 2 a Rete A e 1 a Europa 7. Restano da assegnare cinque canali che verranno ripartiti, non già attraverso una gara economica, ma con il sistema del beauty contest. Di cosa si tratta? Deciderà a tavolino il governo. Ovvero, il ministero dello Sviluppo economico - a oggi retto ad interim dal premier  e proprietario di Mediaset Silvio Berlusconi - in base a determinate caratteristiche assegnerà le frequenze agli operatori televisivi.
I soliti all'incasso
Aggiunge Vita: Recentemente l'Agcom ha approvato il nuovo Piano nazionale delle frequenze, il Pnaf, che corregge leggermente la delibera di un anno fa. In sintesi il Piano stabilisce: quando si completerà il passaggio al digitale, alla fine del 2012, le frequenze tradizionali ora occupate dalle emittenti locali potranno essere messe a gara. Non prima del 2015 però. Un pezzettino di dividendo digitale - aggiunge il senatore Pd - potrà essere valorizzato anche se si rischia di penalizzare le emittenti locali. 
Viziata dal conflitto di interessi, la situazione italiana risulta ancora più paradossale se vista da Londra dove insegna l'economista Tommaso Valletti che ricopre anche il ruolo di consigliere dell'Ofcom, l'Agcom britannica: Non mettendo a gara il dividendo digitale si produce questo - deludente - risultato: lo Stato, in tempi duri sacrifici, non incassa un bel tesoretto; il pluralismo non aumenta e anzi si ratifica il duopolio Rai-Mediaset; le risorse liberate non vengono nemmeno valorizzate dal punto tecnologico, come si è fatto laddove gli operatori telefonici hanno potuto competere all'asta. 
Un capolavoro tutto italiano. Intanto il Pd si prepara a presentare nella manovra economica alcuni emendamenti. È lo stesso segretario Pier Luigi Bersani a sottolinearlo: Il governo si appresta a regalare nuove frequenze senza che lo Stato ne tragga beneficio, mentre nel resto d'Europa si svolgono aste miliardarie. Per correggere questa distorsione presenteremo opportuni emendamenti al decreto-manovra.
Oltre a rappresentare un danno per le casse dello Stato, la mancata asta sulle frequenze liberate dal digitale terrestre rappresenta un rischio anche dal punto di vista tecnologico. 
Stefano Quintarelli, considerato uno dei pionieri della rete in Italia ed esperto di telecomunicazioni, è molto chiaro: La nostra rete è già satura. Il traffico dati, telefonate e collegamenti web, stanno aumentando a doppia cifra di anno in anno. Spinti soprattutto dalla diffusione degli smartphone, dagli iPad e similari e dall'aumento dei nuovi servizi. Se vogliamo far fronte a questa richiesta in ascesa gli operatori hanno bisogno di più banda per trasmettere. 
In Germania, come negli Usa, le compagnie telefoniche utilizzeranno queste frequenze per potenziare i servizi Gsm, la banda larga e per sperimentare nuovi servizi. 
Non mettere a gara lo spettro reso disponibile dal digitale terrestre - conclude Quintarelli - e quindi non dare la possibilità agli operatori di Tlc, significa aver di fatto trasmissioni rallentate, un degradamento del servizio, il quale alla lunga potrà anche costare di più agli utenti, visto che gli operatori saranno costretti a fare nuovi investimenti per potenziare antenne e reti.

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        <title>2010.05.22 Sky TG24 -La rete contro il codice di Maroni e Romani</title>
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        <published>2010-05-26T12:08:23+02:00</published>
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<div xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml"><a title="La Rete contro il codice di Maroni e Romani - Tg24 - SKY.it" href="http://tg24.sky.it/tg24/cronaca/2010/05/22/la_rete_contro_il_codice_di_autoregolamentazione_di_maroni_e_romani.html">La Rete contro il codice di Maroni e Romani - Tg24 - SKY.it</a>.

<blockquote cite="http://tg24.sky.it/tg24/cronaca/2010/05/22/la_rete_contro_il_codice_di_autoregolamentazione_di_maroni_e_romani.html">La bozza definitiva di autoregolamentazione presentata nei giorni scorsi dal ministro dell'Interno Maroni e dal vice ministro Romani ha avuto in rete un impatto poco felice. Il documento, che ha preso le mosse dai gruppi su Facebook inneggianti l'attentatore di Berlusconi in Piazza del Duomo, ha come intento la regolamentazione degli internet service provider (Isp) – come Google - e i fornitori d'accesso a internet. Questi dovranno dotarsi di norme che prevengano contenuti illeciti e l'impegno a rimuovere quelli che sono lesivi della dignità personale.

Vittorio Zambardino chiama alla protesta contro la parte censoria del codice, L'avvocato Guido Scorza ha smontato punto per punto il testo che gli Isp dovranno sottoscrivere entro un mese. Mentre Stefano Quintarelli, tra i blogger più autorevoli in materia di società dell'informazione, considera il codice un segno dei tempi, che vogliono trasformare i fornitori di connettività in editori e spiega che i mezzi per tutelare la dignità delle persone già esistono. Marco Pierani, di Altroconsumo, propone una soluzione percorribile per garantire i diritti degli utenti e dare un senso di utilità pubblica al codice di autoregolamentazione. Insomma nella blogosfera italiana la discussione ferve e pochi plaudono questo Codice di autodisciplina a tutela della dignità della persona.

I pasticci del codice in effetti sono tanti, lacune testuali e procedurali (solo Google e Microsoft hanno contribuito alla stesura definitiva, Facebook e gli altri no), e alcune pericolose frasi (“prevenire gli atti illeciti”) che prefigurano scenari di censura. Quest'ultimo aspetto sarebbe in effetti molto grave, se il codice venisse approvato definitivamente in questa forma, costringendo i provider di servizi e di accesso a sorvegliare i dati degli utenti. La fortuna, che è anche il limite maggiore della proposta Maroni-Romani, è nell'aspetto sanzionatorio immaginato da questa norma negoziale. Cioè nessuno.

“Innanzitutto non succede nulla a chi non si adegua e non sottoscrive il codice – spiega Scorza a SKY.it – Uno scenario molto plausibile è che la regolamentazione non venga accettata da alcuni e si applichi a macchia di leopardo. Inoltre anche chi lo sottoscrive e poi non rispetta le policy come sanzione ha l'esclusione dal consorzio. È probabile che alcuni servizi internazionali, su tutti Facebook, nemmeno sappiano dell'esistenza del codice. O comunque non se ne preoccupino”.

Secondo Scorza è curioso che sia proprio Maroni a firmare un simile testo, dopo aver fatto outing sulla condivisione di file sulle reti peer-to-peer. “In effetti anche il contenuto che si scarica dal p2p dovrebbe essere sanzionato – prosegue Scorza - Ciò dovrebbe dare al ministro la dimensione del problema: se lui stesso fatica a discernere la liceità o meno di un comportamento e di un contenuto, come può pretendere che possano farlo gli operatori commerciali che dai contenuti degli utenti e dal traffico da questi generato traggono profitto?”.

Oltre alle perplessità sull'efficacia e potenziale strumentalizzazione censoria, la bozza Maroni-Romani solleva anche dubbi sui reali miglioramenti rispetto allo scenario attuale. “La formulazione attuale delle bozza mi sembra sia ancora un po' vaga circa le modalità pratiche di attuazione – sostiene Stefano Quintarelli - Se si interpreta dal punto di vista dell'utente che desidera la rimozione di contenuti che ritiene lesivi della sua dignità, l'utente lo può già fare: basta chiedere l'interruzione del trattamento dei dati che lo riguardano. Le leggi nazionali disciplinano già questi casi, e l'accordo internazionale Safe Harbour impegna già le aziende americane ad ottemperare alle normative europee in materia di privacy”. È inutile quindi il codice di autoregolamentazione? “Molti operatori, tra cui Google, hanno già strumenti e procedure che consentono agli utenti di segnalare e richiedere la rimozione di contenuti trattati illegalmente, anche rispetto alle leggi italiane. Un comitato di autoregolamentazione potrebbe servire a risolvere le controversie sulle richieste di rimozione. Una sorta di ombudsman, in questo caso ben venga, anche per aiutare ad informare il pubblico sui propri diritti e sull'esistenza di questi strumenti e procedure”. Sulla stessa linea anche Enzo Mazza, presidente della Federazione industria musicale italiana, che dichiara: “L'autoregolamentazione non serve a nulla, abbiamo già accordi di notice and takedown (avviso e rimozione, ndr) con le maggiori piattaforme di condivisione dei contenuti degli utenti”. Insomma un pasticciaccio all'italiana, e dire che il governo Berlusconi ha in progetto di convincere l'Unione Europea ad adeguarsi. Mentre in realtà nella Ue c'è un tavolo aperto per discutere di questi temi inaugurato più di un anno fa, e che in modo molto più partecipato, democratico e morbido sta cercando di capire come affrontare il problema. </blockquote></div>
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        <title>2010.05.13 Sole 24 Ore - Tanti piani per una NGN</title>
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        <published>2010-05-13T12:09:17+02:00</published>
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<div xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml"><p><br />L' Italia si è svegliata di colpo con una pletora di progetti Ngn (Next generation network). Ce ne sono tanti, da quello di Telecom a quello della Regione Lombardia, per finire a quello appena presentato da Fastweb, Vodafone e Wind. «Sono numerosi, ma si faranno? Chissà. Certo è che in Italia non c'è spazio di mercato per più di una Ngn». Riassume così la situazione Maurizio Decina, ordinario di Reti e Comunicazioni per il Politecnico di Milano. Insomma, nel giro di poche settimane si è passati da una fase dormiente a una in cui si muovono in tanti. In ordine sparso, però.<br />La sostenibilità economica dei progetti e la loro capacità di realizzare davvero una copertura nazionale capillare dipendono da una variabile, concordano gli esperti: dalla capacità di ottenere sinergie? Bisogna evitare sprechi e sovrapposizioni. I numeri del resto parlano chiaro. Fare una rete Ngn con l'architettura scelta dai tre operatori alternativi (cioè quella point-to-point) costa circa 1.200 euro per unità abitativa in una città campione (stima Between, in linea con i calcoli di vari osservatori internazionali). Il costo a unità sale però a 3mila euro in ambiente sub-urbano e ad almeno 6.500 euro nelle campagne. Una rete Gpon (passiva), come quella che sta realizzando Telecom, costa circa il 10-15% in meno del point-to-point, secondo Yankee Group. Significa che, nella migliore delle ipotesi, «due reti Ngn sono sostenibili solo in zone che soddisfano tre requisiti insieme: alta densità abitativa, mercato molto evoluto, e costi di cablaggio ridotti grazie al riutilizzo di infrastrutture esistenti (fibra già posata, cavidotti per fogne, teleriscaldamento o illuminazione pubblica)», riassume Roland Montagne, analista di Idate. «Succede in alcune grandi città asiatiche e, secondo i piani degli operatori, sarà così per circa cinque milioni di case francesi», continua. La "migliore delle ipotesi" però difficilmente potrà applicarsi in Italia, ribatte Decina: «Va bene per Paesi come la Francia, dove c'è per tradizione una doppia infrastruttura banda larga, su rame e su cavo coassiale. Da noi è ipotizzabile una sola Ngn. Ne consegue che bisognerà lavorare a qualche accordo tra i vari soggetti per evitare sovrapposizioni».<br />Ma Telecom e gli operatori alternativi adesso sono su posizioni inconciliabili, divergono persino nella scelta dell'architettura di rete (Gpon o point-to-point). Oltre a evitare sovrapposizioni sulle reti future, bisogna anche ottimizzare le infrastrutture già presenti, per rendere sostenibile l'Ngn. Il costo per le infrastrutture civili pesa per circa il 62% del totale, secondo Between. Se si utilizzano quelle esistenti, il costo può circa dimezzarsi. Il piano della Regione Lombardia, grazie al riutilizzo, prevede un investimento di 637 euro per unità abitativa.<br />Un'altra condizione è che ci sia abbastanza domanda di mercato: secondo Idate, è necessario che si abboni almeno il 30% delle unità abitative cablate. Ma in Italia sarà difficile che ciò avvenga se non ci sarà lo switch off del rame. «Questa è una condizione perché l'iniziativa dei tre operatori sia remunerativa», dice Stefano Quintarelli, tra i massimi esperti di reti in Italia. «La migrazione totale (dal rame alla fibra) assicura la prevedibilità dei ricavi sull'investimento, minimizzandone il rischio – si legge nel progetto dei tre operatori –. Se la migrazione è totale, realizzare la rete in fibra costa meno della manutenzione di quella in rame». È un invito a Telecom a fare lo switch off; ma Franco Bernabé ha appena affermato che comincerà a sperimentarlo a Milano solo dal 2015. Ultimo tassello, il ruolo dei soggetti pubblici: «Per la sostenibilità dell'Ngn, è gradito il finanziamento da parte dello Stato, degli enti locali o della Cassa Depositi e Prestiti», stima Decina. Il rischio, se i soggetti non si metteranno d'accordo e/o se non ci saranno finanziamenti pubblici, è che i progetti non andranno oltre una decina di città coperte da fibra ottica (cioè meno di 10 milioni di abitanti). Fallirebbe così l'obiettivo di dare all'Italia banda larghissima capillare, su scala nazionale.</p></div>
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        <title>2010.05.06 Il Fatto -  Niente fibra senza il governo</title>
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        <summary>Banda larga: eppur (qualcosa) si muove: archiviati gli 800 milioni di investimenti che il governo doveva stanziare per lo sviluppo dell’infrastruttura, si fanno avanti i privati. Martedì, mentre Scajola rassegnava le dimissioni da ministro dello Sviluppo economico, i concorrenti di...</summary>
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<div xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml"><p>Banda larga: eppur (qualcosa) si muove: archiviati gli 800 milioni di investimenti che il governo doveva stanziare per lo sviluppo dell’infrastruttura, si fanno avanti i privati. Martedì, mentre Scajola rassegnava le dimissioni da ministro dello Sviluppo economico, i concorrenti di Telecom, ovvero Fastweb, Wind e Vodafone hanno presentato a Gianni Letta un loro piano per una rete di nuova generazione. L’audizione presso il sottosegretario vicinissimo a Berlusconi appare come un passaggio di livello: questa volta si fa sul serio e si cerca di interloquire direttamente con Palazzo Chigi. Il piano dei tre gestori, che sarà presentato domani, dovrebbe prevedere un investimento da parte dei tre soggetti di 2,5 miliardi di euro, garantendo così ai cittadini di 15 città italiane una connessione a 100 megabit al secondo.</p><p>Più che un vero piano industriale, però, quella dei tre gestori appare una mossa strategica, come un "vedo" in una partita a poker giocata con il governo e con Telecom. "Non credo e non ho mai creduto ad una rete alternativa che esclude Telecom – dice al Fatto Quotidiano Stefano Quintarelli, uno dei massimi esperti nazionali di reti telefoniche e banda larga – tutti gli studi lo dimostrano: ad eccezione di poche città, può esistere una sola rete di nuova generazione".</p><p>Banda larga vuol dire competitività, innovazione tecnologica, investimenti sicuri. Ma sulla fibra ottica ora il boccino è in mano al governo che, sempre secondo Quintarelli, "deve riuscire ad avere il via libera da Bruxelles per un’unica rete. L’esecutivo deve determinare le condizioni per assicurare a lungo termine gli investitori passati (come chi ha obbligazioni Telecom) e quelli futuri, ovvero tutti colori che con le debite certezze possono dare il loro contributo (come la Cassa Depositi e Prestiti)". Anche questo un banco di prova fondamentale per il prossimo ministro dello Sviluppo economico. </p></div>
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        <title>2010.04.15 Il Sole 24 Ore - L'ARDUA SENTENZA SU GOOGLE</title>
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        <published>2010-04-15T10:04:20+02:00</published>
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        <summary>Ambigue conseguenze della condanna La sentenza contro Google sul caso Vividown è scritta su 111 pagine criptiche e apparentemente contraddittorie, tanto da suscitare divergenze interpretative. «È una sentenza dirompente perché è la prima volta che un giudice italiano dice che...</summary>
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            <name>Stefano Quintarelli</name>
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<div xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml"><p>Ambigue conseguenze della condanna</p><p>La sentenza contro Google sul caso Vividown è scritta su 111 pagine criptiche e apparentemente contraddittorie, tanto da suscitare divergenze interpretative. «È una sentenza dirompente perché è la prima volta che un giudice italiano dice che un intermediario estero deve rispettare le nostre leggi sulla privacy», spiega Guido Scorza, avvocato esperto di internet. «Ed è la prima volta che una sentenza considera l'intermediario responsabile per gli illeciti compiuti dagli utenti. In questo caso l'illecito è la violazione della privacy del ragazzo disabile, ma lo stesso principio può essere esteso anche ad altri reati», continua Scorza. Su questo punto gli interpreti sono d'accordo, «le divergenze di opinioni sono sugli effetti della responsabilità dell'intermediario », riconosce Scorza.<br />Il giudice dice che Google non ha rispettato le norme sulla privacy poiché non avrebbe informato gli utenti di Google Video in modo abbastanza chiaro dei loro obblighi sulla privacy degli altri soggetti ripresi nei video. E, per il giudice, Google ha agito così deliberatamente, per non ostacolare la crescita del servizio.<br />Da una parte, Scorza teme che la sentenza getti il mercato delle piattaforme in una pericolosa incertezza normativa; dall'altra, però, crede che «dovrebbe bastare mettere bene in vista una chiara avvertenza sulla privacy, per evitare future sentenze come questa ». Non la pensa così Andrea Monti, avvocato esperto di diritto su internet: «il giudice chiede di fatto all'intermediario di verificare che i propri utenti non violino la privacy di terzi. Non si limita a richiedere un avviso che scarichi la responsabilità su chi pubblica i video». Un'interpretazione condivisa da Google che ha commentato: «la sentenza attacca i principi stessi di internet ».C'è chi nota però l'altra faccia della medaglia: «in passato si è riscontrata una certa leggerezza da parte di multinazionali Usa – Facebook, Google – quanto all'aderenza ai quadri regolamentari europei», nota Stefano Quintarelli, uno dei primi imprenditori internet italiani. «Secondo il giudice, all'epoca dei fatti l'informativa di Google Video era carente. Anche oggi i termini di servizio di YouTube rinviano a un testo in inglese che però non risulta immediatamente disponibile agli utenti italiani».</p></div>
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        <title>2010.04.01 Il Sole 24 Ore - Pagamenti flessibili</title>
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        <published>2010-04-13T11:19:13+02:00</published>
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        <summary>I beni digitali sono diversi dai fisici: forse si può ipotizzare un sistema senza la garanzia di un regolamento DI STEFANO QUINTARELLI Gli strumenti di pagamento nacquero millenni fa consentendo alle persone di superare i limiti, i rischi e le...</summary>
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<div xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml"><p>I beni digitali sono diversi dai fisici: forse si può ipotizzare un 
sistema senza la garanzia di un regolamento</p><p>DI STEFANO QUINTARELLI<br />Gli
 strumenti di pagamento nacquero millenni fa consentendo alle persone di
 superare i limiti, i rischi e le difficoltà del baratto. Prima che 
fossero inventati ci si scambiavano beni fisici e tutt'ora, diecimila 
anni dopo la nascita e la diffusione dell'agricoltura, i sistemi per il 
regolamento monetario consentono di farlo, sia che si compri un 
pacchetto di caramelle, sia che si acquisti un'automobile. I sistemi di 
pagamento devono essere in grado di funzionare per scambi commerciali di
 qualsiasi entità. Una caratteristica tipica dei beni fisici è che a 
essi è associato un "costo del venduto". Detto in altri termini, se io 
ho un bene e te lo vendo, riduco il valore del mio magazzino. Se tu non 
paghi, io ho un bene in meno per il quale avevo sostenuto un costo, a 
fronte del quale non incasso nulla e quindi subisco una perdita netta.<br />Nel
 mondo fisico gli operatori hanno impostato il proprio business, e si 
sono organizzati in filiere funzionalmente articolate sulla base di 
prassi e normative consolidate. Sebbene stiano emergendo istanze del 
tutto diverse, non si può certo immaginare che dette normative vengano 
stravolte mettendo a repentaglio la stabilità del sistema sia per quanto
 riguarda il complesso della filiera degli attorisia per quantoriguarda 
l'attività del singolo operatore. Se un'impresa ha un certo 
indebitamento, un certo gradimento da parte degli azionisti, sostenuti 
dalla attività che svolge, non può mettere a repentaglio il suo 
equilibrio con grandi importi in gioco, per inseguire una tecnologia 
dirompente, ancorché dai volumi, almeno inizialmente, minimi. Questa la 
legacy che ci portiamo dietro, determinata dalla fisicità: una ben 
determinata struttura della filiera transazionale e i relativi costi. 
Facciamo ora una breve digressione: tutti conosciamo Skype o Messagenet,
 due tra gli operatori Voip che consentono ai propri utenti di 
comunicare tra loro a costo zero. Essi hanno beneficiato di un contesto 
regolamentare più favorevole.<br />Quando però gli utenti dei due sistemi 
devono comunicare tra loro, devono transitare dalla rete telefonica 
tradizionale.<br />Torniamo ai sistemi di pagamento, pensando ai beni 
dematerializzati. La prima considerazione è che oggi gli utilizzatori 
dispongono di accesso pressoché a tutti i contenuti digitali senza 
pagare alcunché, vuoi perché sostenuti dalla pubblicità, vuoi a causa 
dell'imperante malcostume della pirateria online. Paradossalmente, la 
user experience per chi desidera accedere a un contenuto a pagamento 
restando onesto, è peggiore rispetto a quella che ottiene se decide di 
violare il copyright. In un rapporto del governo britannico si valuta 
che la diffusione della pirateria è stata accentuata dalla scarsa 
disponibilità e accessibilità legale ai contenuti. Non giova rimpallarsi
 le cause. Il dato di fatto è che nel serbatoio dell'illegalità è 
disponibile sostanzialmente tutto ciò di cui gli utenti desiderano 
fruire in formato digitale. E lo fanno. E questo, pur non 
condividendolo, è il punto di partenza realisticose vogliamo 
reintrodurre una situazione di legalità diffusa.<br />Ma i beni digitali 
presentano caratteristiche diverse dai beni fisici: non hanno un vero e 
proprio "costo del venduto". Se un utilizzatore prende un bene fisico e 
non me lo paga, certamente ho un mancato guadagno, ma non perdo un bene 
per ottenere il quale ho sostenuto un costo specifico. È una delle 
caratteristiche salienti che caratterizzano quelli che il Gruppo di 
Lavoro Intercommissioni del Cnel ha chiamato " neobeni". Facciamo 
un'astrazione: immaginiamo che ci possa essere un sistema dei pagamenti 
specializzato per i beni digitali che, proprio perché non c'è un costo 
del venduto, non debba assicurare la certezza del regolamento monetario 
della compravendita. Immaginiamo un modello di business che garantisca 
una statisticamente determinata probabilità di pagamento, pur senza 
assicurare l'incasso di tutti i crediti. A questo modello, integrato con
 il sistema dei pagamenti, gli operatori possono liberamente aderire, 
consapevoli di dover accettare la condizione di ragionevole rischio; un 
tale modello avrebbe costi più ridotti, abiliterebbe transazioni di 
importi minimi, per una classe di transazioni assolutamente non 
supportabile dai sistemi di pagamento tradizionali.<br />È ammissibile 
pensare a una nuova classe di transazioni? Quindici anni fa non si 
pensava alle aste di pubblicità per dei risultati di ricerca 
sponsorizzati: ora invece costituisce un nuovo tipo di pubblicità. Oggi 
l'utente della rete evoluto ha perso la relazione esclusiva con la 
testata e salta di sito in sito consultando informazioni, accedendo a 
contenuti sulla base di raccomandazioni e suggerimenti della propria 
rete sociale online.<br />È pensabile in un simile scenario che un 
utilizzatore abbia un portafogli elettronico per ogni sito in cui 
capita? E che per ciascuno si autentichi per la transazione? 
Ergonomicamente ed economicamente non funziona. Deve avere un portafogli
 elettronico utilizzabile con ogni fornitore di informazioni. Ma oggi 
siamo nel caso del Voip. Per consentire la transazione tra dominii 
diversi si deve transitare per il sistema tradizionale, ereditandone 
costi e procedure, che inibiscono di fatto la realizzazione di 
microtransazioni a prezzi e condizioni tecnico-operative accettabili. Il
 problema, quindi, diventa come assicurare l'interoperabilità di una 
nuova classe di "sistemi di pagamento" che consentano microtransazioni. 
L'elemento centrale di un tale sistema è la creazione di un'entità 
condivisa che consenta al fornitore di valutare la reputazione del 
cliente, in modo tale che possa decidere se accettare il suo impegno di 
pagamento e fornirgli il bene digitale.<br />Un contenuto potrebbe costare
 7 centesimi, come un sms (che genera miliardi di ricavi annuali). Se 
l'utilizzatore che ha fruito di detto contenuto onorerà la promessa, il 
venditore avrà un guadagno. Se l'utente non onorerà la promessa e non 
pagherà, il venditore avrà un mancato guadagno, ma la reputazione del 
cliente verrà diminuita.<br />Un sistema aperto, con un meccanismo di 
reputazione centrale, unitamente all'interoperabilità tra i gestori di 
impegni di pagamento necessitano della definizione di uno standard di 
comunicazione che specifichi protocolli, interfacce e strutture di dati.
 Questa attività è stata svolta negli ultimi cinque anni da un gruppo di
 esperti, chiamato Dmin. it, guidato da Leonardo Chiariglione, il padre 
del video e audio digitale. Bisogna anche considerare che lo sviluppo 
della tecnologia rende "liquido" il confine tra fruitore e produttore. 
L'aumento della potenza degli strumenti e la riduzione del loro costo 
abilita la produzione e l'erogazione da parte di chiunque. Nuovi 
intermediari nascono ogni giorno nella filiera digitale, ma oggi 
limitati a business model basati sulla pubblicità. Dmin.it ha 
specificato anche l'introduzione di una partita doppia per ogni utente, 
in modo tale da coinvolgere le persone non solo per una questione 
reputazionale e di azione culturale al rispetto dei produttori di beni e
 servizi digitali, ma anche come opportunità di guadagno. La presenza di
 un sistema di pagamento del genere descritto consentirebbe la nascita 
di nuovi intermediari. Un nuovo Facebook potrebbe nascere in Italia.<br />Il
 lavoro svolto da Dmin.it è generalmente apprezzato e la sua 
implementazione potrebbe avvenire in Italia in tempi brevi. Se non 
dovesse accadere prima, lo importeremo tra qualche anno dall'estero. La 
proposta di standard ha infatti iniziato il suo percorso verso 
l'integrazione in standard Iso all'interno di gruppi di 
standardizzazione in cui dominano gli occhi a mandorla. Essendo una 
iniziativa di sistema, il sistema si deve muovere. Un po' come nel gioco
 dei quattro cantoni, tutto rimane in stallo fino a quando qualcuno non 
prende l'iniziativa.I tempi sono maturi. Basta che, invece che ai 
campanili, pensiamo a preparare assieme una nostra piazza nel villaggio 
globale. Dipende solo da noi.</p></div>
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