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&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;span style=&quot;font-family: Georgia, Times New Roman, serif; font-size: large;&quot;&gt;Ci sarebbe da riflettere, e molto, sulla divisione imposta dalla sinistra imperiale, secondo la quale tutte le voci ufficiali diffuse da USA e occidente corrisponderebbero a &quot;verità&quot; e ogni dubbio su di esse corrisponderebbe a &quot;bufala&quot; e a &quot;complottismo&quot;.
Speculare a essa, ovviamente, è la visione di una certa destra che affibbia l&#39;etichetta di mondialisti, massoni, illuminati e sionisti a tutti coloro che non credono ai rettiliani.
Sarebbe da discutere la posizione della sinistra imperiale secondo la quale chiunque metta in dubbio l&#39;ideologia acritica e non dialettica del progresso, contestando l&#39;assioma basato sulle equazioni &quot;progresso uguale capitalismo uguale democrazia uguale occidentalismo (soprattutto statunitense)&quot;, è un reazionario e quindi di destra.
Così come sarebbe da criticare la destra reazionaria che basa le sue visioni su un&#39;ideologia acritica e non dialettica della &quot;tradizione&quot;, dell&#39;organicismo, della differenza (oggi &quot;sposata&quot; dalla sinistra!) e dell&#39;&quot;età dell&#39;oro&quot;.
Ci sarebbe da discutere, e molto, su metanarrazioni teleologiche, visioni lineari, circolari, a spirale, a spirale ondulata o casuali della storia.
Ci sarebbe da dibattere, e molto, sulle &quot;fini della storia&quot; e sulle connessioni fra la metafisica dell&#39;&quot;origine&quot; e la metafisica del &quot;fine&quot;.
Sarebbe da discutere l&#39;ideologia di sinistra che vede il nazifascismo non come un &quot;male enorme&quot;, ma come un &quot;male assoluto&quot;, bagatellizzando così gli orrori dell&#39;imperialismo occidentale.
Così come sarebbe da contestare l&#39;ideologia di destra che non solo vuole riabilitare il nazifascismo, ma addirittura lo vuole presentare come &quot;ottimo modello&quot; politico &quot;socialista&quot; e, al di là dei suoi orrori, senza peraltro neanche prendere definitivamente le distanze dal capitalismo, rimanendo ancorata a quel mercantilismo piccolo-borghese da cui è scaturito il capitalismo e le cui dinamiche non possono che riproporre sviluppi capitalistici (il che è ovvio, essendo il nazifascismo funzionale al capitalismo).
Sarebbe da discutere l&#39;ideologia della sinistra imperiale secondo cui chi pone in dubbio la dicotomia sinistra-destra sarebbe di destra. &lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;

Così come sarebbe da contestare la visione di destra che pretende di parlare a nome di una visione comune interclassista e de-ideologizzata (quest&#39;ultima è una pecca anche della sinistra).
Sarebbe da porre in dubbio la visione (presente sia a sinistra sia a destra) della cattiva metafisica della crescita (basata sull&#39;intensificazione dello sfruttamento della forza-lavoro, dell&#39;incremento dei profitti e degli sprechi delle risorse di volta in volta disponibili), così come sarebbe da discutere la visione (presente sia a sinistra sia a destra) della maliziosa decrescita con cui si determina il peggioramento del tenore di vita delle masse lavoratrici, proletarie e popolari, la compressione del costo della forza-lavoro e il taglio dei servizi sociali (che sono in realtà salario sociale).
Il discorso sarebbe lunghissimo.
Detto questo, al momento mi accontento di osservare ciò:
secondo me, dietro all&#39;attuale questione degli alimenti, si celano due pericolose intenzioni.
La prima è quella dell&#39;attacco imperialista statunitense all&#39;Europa (esplicitamente dichiarato dall&#39;ambasciatore USA in Francia), volto a fare accettare all&#39;UE i diktat sul TTIP e sugli OGM statunitensi.
La seconda è quella volta a facilitare l&#39;abbattimento del costo della forza-lavoro inducendo le masse lavoratrici, proletarie e popolari a sostentarsi ingurgitando i &quot;papponi&quot; made in USA (che determinano bassi costi di produzione e alti margini di profitto), così come già avviene oltreoceano.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
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http://urukhaizeitung.blogspot.com&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://urukhaizeitung.blogspot.com/feeds/1812581460949762193/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/5382303219715369395/1812581460949762193?isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5382303219715369395/posts/default/1812581460949762193'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5382303219715369395/posts/default/1812581460949762193'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://urukhaizeitung.blogspot.com/2015/10/verita-bufale-e-complottismi-di-g-di-meo.html' title='&quot;Verità&quot;, &quot;bufale&quot; e &quot;complottismi&quot;. (di G. Di Meo)'/><author><name>UHZ</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12674722653279396774</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_tzotQom_Xhs/TLa0Zi4dwBI/AAAAAAAAAI4/nZ-aTrZQuv0/S220/logo+huruk-hai.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5382303219715369395.post-2956502405077489456</id><published>2014-06-26T17:45:00.003+02:00</published><updated>2014-06-26T17:50:40.707+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="attualità"/><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Comunismo"/><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Giuseppe"/><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="politica"/><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="postmodernità"/><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="società"/><title type='text'>Che fare? (una riflessione di Giuseppe Di Meo)</title><content type='html'>&lt;div dir=&quot;ltr&quot; style=&quot;text-align: left;&quot; trbidi=&quot;on&quot;&gt;
&lt;b&gt;&lt;span style=&quot;color: #660000;&quot;&gt;{questo post è stato riveduto e ampliato}&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
Karl Marx vedeva nella rivoluzione lo strumento di passaggio transmodale dal capitalismo al comunismo.
Ammise per prudenza possibilità riformiste solo per l&#39;Inghilterra dell&#39;epoca, senza esserne affatto convinto. Ebbe piuttosto perplessità sulla possibilità di uno sbocco tramite rivoluzioni di massa analizzando &quot;le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850&quot;, sia in opere come quella omonima sia in opere come il &quot;18 Brumaio di Luigi Bonaparte&quot;, a causa dello sviluppo tecnico che metteva a disposizione degli apparati statuali armi contro cui nulla si poteva.
Friedrich Engels, rivoluzionario, negli ultimi anni della sua vita (fine ottocento) si rese conto che lo sviluppo tecnologico aveva raggiunto livelli tali da rendere impossibili rivoluzioni tradizionali. Sorse così la contraddizione, non voluta, fra la visione che individuava nella rivoluzione l&#39;unico sbocco transmodale possibile e la visione che considerava il riformismo l&#39;unico percorso praticabile (quest&#39;ultimo &quot;elemento&quot; fu poi strumentalizzato dai riformisti delle socialdemocrazie secondinternazionaliste).
Furono poi le situazioni reali di inizio novecento a far elaborare a Lenin il modo fattivo per uscire da tale dilemma, con le sue analisi sui nessi dialettici fra contraddizioni interimperialistiche e lotta di classe, fra guerre e rivoluzione, fra ricerca dell&#39;&quot;anello debole della catena imperialista da spezzare&quot; e sbocco rivoluzionario.
Bisogna sempre guardare ai rapporti di forza. Anche una tragica guerra mondiale può localmente non essere sufficiente. Basti pensare ai massacri subiti dagli eroici compagni comunisti greci, nel secondo dopoguerra, ad opera degli imperialisti anglo-statunitensi (dopo aver subito quelli nazifascisti). A maggior ragione certi discorsi rivoluzionari sono difficilmente proponibili, soprattutto nell&#39;Occidente capitalista sviluppato e in periodo di pace, con gli apparati militari statuali integri e in piena efficienza (&quot;en passant&quot;, quale follia sinistroide è stata la soppressione del servizio militare di leva, togliendo così il controllo democratico e popolare sulle armi. Marx ed Engels sarebbero inorriditi). Ebbe a mio avviso ragione Pietro Secchia (al di là delle banali semplificazioni del suo pensiero compiute dai suoi avversari in mala fede) quando avallò la &quot;democrazia progressiva&quot; come &quot;svolta tattica&quot; (e non strategica) a cui si era giocoforza obbligati. &lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;

I miglioramenti nella qualità della vita dei lavoratori e delle masse popolari furono determinati dalla ripresa che ogni periodo post-bellico porta con sé; dai perduranti effetti del fordismo, delle soluzioni elaborate per uscire dalla crisi del &#39;29 e del welfare state (che i capitalisti perseguivano per i loro esclusivi interessi, non per senso &quot;democratico&quot;); dalla contrapposizione del mondo in due blocchi (capitalista e socialista) in cui acquisiva maggior peso una forte lotta di classe nei paesi capitalisticamente più sviluppati.
Con le crisi degli anni &#39;70, in primo luogo petrolifere e inflazionistiche, entrò in crisi questo modello (e con esso quello keynesiano).
Oggi le masse popolari sono sempre più povere, precarizzate, oppresse e sfruttate.
Il capitalismo mostra in maniera crescente le proprie contraddizioni, non riuscendo più a mascherare la propria incapacità strutturale a porsi come modo di produzione in grado di generare sviluppo, sia in salsa liberista sia in salsa keynesiana, al di là di quello relativo frutto delle predonerie fra classi e fra nazioni e delle innovazioni tecnico-scientifiche (frenate proprio dal carattere &quot;egoistico&quot; del capitalismo).
Il processo di deindustrializzazione, in cui l&#39;aspetto dato dalle delocalizzazioni costituisce solo una faccia della medaglia, è in realtà figlio dello spostamento di ricchezze avvenuto a partire dagli anni &#39;70 dal lavoro al capitale, nella controffensiva padronale che ha provocato la fine della &quot;società della produzione e dei consumi di massa&quot;, attenuata solo negli anni &#39;80 dalla decisa immissione delle donne nel mondo del lavoro, con il risultato di avere situazioni familiari, in una breve fase di passaggio, in cui due salari quasi pieni ne avevano sostituito uno pieno (ma aumentando l&#39;esercito salariale di riserva, e stravolgendone le caratteristiche, il risultato ottenuto è che se in precedenza per ottenere i &quot;mezzi di sussistenza per sé e la propria famiglia&quot; occorreva un salario, ora se ne rendono necessari due, se non di più).
La fine dell&#39;epoca della produzione e dei consumi di massa ha generato anche una &quot;maliziosa&quot; visione decrescista, nelle due facce di sinistra e di destra, che se da un lato fa leva su questioni reali, come la tutela dell&#39;ambiente, dall&#39;altro è funzionale a far subire drastici peggioramenti delle qualità di vita alle masse popolari.
E l&#39;altra faccia della medaglia dello stesso processo, in solidarietà &quot;antitetico-polare&quot;, è data dalla persistenza dell&#39;incitamento al &quot;produttivismo&quot; neocorporativista sotto la minaccia della perdita di posti di lavoro, comunque precari, a causa della concorrenza e della &quot;competitività&quot;.
Il tutto con la globalizzazione, dietro cui si cela l&#39;imperialismo statunitense ad aspirazione egemonica unipolare, che con queste parole d&#39;ordine sta imponendo per i propri interessi la &quot;libera&quot; circolazione di capitali, mezzi di produzione e forza-lavoro nell&#39;interesse dei grandi capitalisti, ponendo in crudele competizione i lavoratori che vedono generalmente peggiorare le proprie condizioni di vita e immiserendo masse popolari e nazioni soccombenti.
Anche qui, la questione immigrazione con i due &quot;volti&quot; di sinistra e di destra (pauperizzazione precarizzante da libera circolazione e razzismo) è volutamente dicotomizzata su questioni funzionali agli interessi del capitalismo imperialista.
Le ricette della Troika, composta da Commissione Europea, BCE e FMI prescrivono politiche sempre più antidemocratiche e antipopolari, imponendo anche lo smantellamento delle attività produttive dei paesi più deboli (con una UE che non si è di fatto svincolata nelle grandi questioni dalla linea imposta dall&#39;imperialismo a stelle e strisce).
Neanche il dato fuorviante del PIL riesce a dare segnali positivi di ripresa nel nostro paese, ove, quand&#39;anche riuscisse un domani a essere positivo, risulterebbe essere solo il dato di una crescita relativa (più facilmente presente nei paesi poveri) di un paese impoverito a cui è stato smantellato il grande apparato produttivo.
Certamente bisogna smetterla con il nostro autolesionismo che ci porta a sostenere le contraddizioni secondarie ignorando quelle principali, assumendo in questo modo posizioni controproducenti.
Il capitalismo è in crisi e sta affamando masse popolari e nazioni deboli.
Oltretutto la crisi strutturale di sistema del capitalismo può indurre, come al solito, a ricercare uno sbocco nella guerra.
Libia, Siria, Ucraina. Le provocazioni dell&#39;imperialismo statunitense contro Russia e Cina sono sempre più numerose e aggressive, soprattutto perché lo zio Sam sente la minaccia di una probabile perdita dell&#39;egemonia mondiale.
In Ucraina è in corso un genocidio perpetrato dai nazi-golpisti al servizio dell&#39;imperialismo USA.
Chi utilizza i golpisti e i nazisti in Ucraina, provocando massacri, è lo stesso che sta immiserendo la nostra società, provocando disoccupazioni di lunga durata, precarizzazioni, povertà, sfruttamento, oppressione.
Sono sempre più numerosi coloro che non riescono ad arrivare alla terza settimana del mese, sono sempre più numerose le persone senza casa. Sono sempre più numerosi i suicidi!
Il tutto con l&#39;incitamento all&#39;&quot;ignoranza&quot;, affinché non si possa più comprendere la situazione in cui ci troviamo, inducendo a ritenere il capitalismo &quot;eterno&quot; e &quot;naturale&quot; e in particolare il capitalismo imperialista statunitense come portatore di &quot;civiltà&quot; e &quot;progresso&quot;.
Al di là della questione dei rapporti di forza (prioritaria!), due importanti fattori sono dati dall&#39;egemonia culturale statunitense perpetrata tramite la cinematografia e la musica.
Il grado di penetrazione in questi due settori è mostruoso!
Oltretutto i film statunitensi che &quot;ci entrano in casa&quot; pongono protagonisti e buona parte degli attori comprimari come &quot;nostri genitori&quot;, &quot;nostri parenti&quot;, &quot;nostri amici&quot;, presentando la società statunitense come civiltà &quot;intrinsecamente&quot; buona, tutt&#39;al più attaccata da &quot;poche mele marce&quot; che detto paese riesce a controllare e debellare per il suo &quot;innato&quot; carattere positivo!
Siamo comunisti.
E antifascisti, antimperialisti, per la lotta, per il governo, per l&#39;autonomia dei comunisti, per le alleanze quando possibile, contro il nichilismo, per l&#39;internazionalismo, per l&#39;attenzione alle questioni nazionali, ecc.
Ma tutti questi aspetti non si pongono sempre privi di contraddizioni fra loro.
Essere comunisti non vuol dire essere massimalisti. Né minimalisti. Lasciamo queste categorie ai pochi rimasti (invero) socialisti secondinternazionalisti.
Un comunista sa essere moderato nella tattica, purché la strategia sia rivoluzionaria.
Ma sa anche valutare, di volta in volta, l&#39;importanza della lotta per gli obiettivi rivoluzionari, l&#39;importanza di quelli intermedi, l&#39;importanza del nesso fra strategia e tattica, 
Sa valutare le contraddizioni.
Di volta in volta, può dare la priorità all&#39;antimperialismo o all&#39;antifascismo.
Di volta in volta, può dare la priorità al parlamentarismo o alla lotta al nichilismo.
Di volta in volta, può dare la priorità all&#39;internazionalismo o all&#39;attenzione per le questioni nazionali.
Oggi l&#39;Italia è un paese indipendente?
Direi proprio di no!
L&#39;Italia è un paese imperialista?
Potrebbe sembrare, in quanto paese capitalista occidentale, ma in realtà è al massimo un paese dall&#39;imperialismo straccione che si accoda a quelli più potenti.
Più verosimilmente l&#39;Italia è un paese semicoloniale.
La contraddizione &quot;capitale-lavoro&quot; non si &quot;dà&quot; sempre in maniera evidente.
Essa si cela dietro l&#39;attuale contraddizione principale &quot;imperialismo USA-antimperialismo&quot;.
Valuto di conseguenza chi maggiormente ostacola le volontà di Washington.
Purtroppo oggi il mondo non è più diviso in due blocchi e quand&#39;anche si riuscisse a mobilitare tutto il proletariato (alquanto utopistico), difficilmente riuscirebbe ad avere rapporti di forza favorevoli. Esso non avrebbe il potente sostegno del blocco socialista che a lungo ha indotto i capitalisti (fino alla fine degli anni &#39;70 - inizio anni &#39;80, con Gorbaciov che rese poi più agevole la controffensiva capitalista), minacciati sul fronte esterno e su quello interno, a non irritare troppo i lavoratori.
Siamo ben lontani dalle grandi mobilitazioni di classe del passato e, purtroppo, dalle grandi sconfitte, e i lavoratori sono indotti allo sconforto e alla rassegnazione per la sterilità delle proprie lotte.
Pensare a ipotesi &quot;riformiste&quot; oggi, con la globalizzazione, con la &quot;libera&quot; circolazione di capitali, di mezzi di produzione e di forza-lavoro, con le delocalizzazioni e con la spietata concorrenza fra lavoratori è utopistico.
Il riformismo è oggi praticamente morto! Anche quello a difesa dell&#39;esistente e perfino quello del &quot;meno peggio&quot;!
Men che meno vi sono le condizioni per uno sbocco rivoluzionario.
Dunque &quot;che fare&quot; ? Tra l&#39;altro, citando questa domanda in modo virgolettato, intendo sottolineare l&#39;importanza, ancora oggi, della forma-partito rispetto a tutte le strampalate astrusità antidemocratiche vertenti sulla retorica della &quot;società civile&quot;.
Basarsi esclusivamente sulla diretta e frontale contraddizione capitale-lavoro, puntando alle sole lotte proletarie o addirittura a prospettive rivoluzionarie proletarie &quot;pure&quot; (pur rimanendo il comunismo la nostra prospettiva strategica), è oggi utopistico e velleitario.
Si ripresenta così la necessità di guardare alle grandi contraddizioni internazionali.
Tanto più oggi, con il mondo minacciato dalla pretesa egemonica del capitalismo imperialista statunitense che aspira al dominio planetario unipolare, con il rischio di riuscire a &quot;blindare&quot; il capitalismo per chissà quanto tempo e a &quot;soffocare&quot; ogni contraddizione, impedendo così ai comunisti, ai lavoratori, alle masse popolari e ai popoli resistenti di inserirsi con le proprie lotte.
Guardando nel frattempo, noi comunisti, al di là della propaganda totalitaria a noi ostile, innanzitutto all&#39;unità dei comunisti e poi a una politica di alleanze, quando possibili, che vada dialetticamente al di là del recinto ideologico settario della sinistra, tanto più che essa, oggi e in Occidente, si rivela essere troppo spesso lo schieramento ideologicamente o addirittura fattivamente più allineato alle posizioni del capitalismo imperialista statunitense!
Lenin invitava i comunisti a essere spregiudicati. I capitalisti hanno recepito la lezione leniniana. Noi no.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
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Karl Marx vedeva nella rivoluzione lo strumento di passaggio transmodale.
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Friedrich Engels, rivoluzionario, negli ultimi anni della sua vita (fine Ottocento) si rese conto che lo sviluppo tecnologico aveva raggiunto livelli tali da rendere impossibili rivoluzioni tradizionali. Sorse così la contraddizione, non voluta, fra la visione che individuava nella rivoluzione l&#39;unico sbocco transmodale possibile e la visione che considerava il riformismo l&#39;unico percorso praticabile (quest&#39;ultimo &quot;elemento&quot; fu poi strumentalizzato dai riformisti delle socialdemocrazie secondinternazionaliste).
Furono poi le situazioni reali di inizio novecento a far elaborare a Lenin il modo fattivo per uscire da tale dilemma, con le sue analisi sui nessi dialettici fra contraddizioni interimperialistiche e lotta di classe, fra guerre e rivoluzione, fra ricerca dell&#39;&quot;anello debole della catena imperialista da spezzare&quot; e sbocco rivoluzionario.
Bisogna sempre guardare ai rapporti di forza. Anche una tragica guerra mondiale può localmente non essere sufficiente. Basti pensare ai massacri subiti dagli eroici compagni comunisti greci, nel secondo dopoguerra, ad opera degli imperialisti anglo-statunitensi (dopo aver subito quelli nazifascisti). A maggior ragione certi discorsi rivoluzionari sono difficilmente proponibili, soprattutto nell&#39;Occidente capitalista sviluppato e in periodo di pace, con gli apparati militari statuali integri e in piena efficienza (&quot;en passant&quot;, quale follia sinistroide è stata la soppressione del servizio militare di leva, togliendo così il controllo democratico e popolare sulle armi. Marx ed Engels sarebbero inorriditi). Ebbe a mio avviso ragione Pietro Secchia (al di là delle banali semplificazioni del suo pensiero compiute dai suoi avversari in mala fede) quando avallò la &quot;democrazia progressiva&quot; come &quot;svolta tattica&quot; (e non strategica) a cui si era giocoforza obbligati. &lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;

I miglioramenti nella qualità della vita dei lavoratori e delle masse popolari furono determinati dalla ripresa che ogni periodo post-bellico porta con sé; dai perduranti effetti del fordismo, delle soluzioni elaborate per uscire dalla crisi del &#39;29 e del welfare state (che i capitalisti perseguivano per i loro esclusivi interessi, non per senso &quot;democratico&quot;); dalla contrapposizione del mondo in due blocchi (capitalista e socialista) in cui acquisiva maggior peso una forte lotta di classe nei paesi capitalisticamente più sviluppati.
Con le crisi degli anni &#39;70, in primo luogo petrolifere e inflazionistiche, entrò in crisi questo modello (e con esso quello keynesiano).
Il processo di deindustrializzazione, in cui l&#39;aspetto dato dalle delocalizzazioni costituisce solo una faccia della medaglia, è in realtà figlio dello spostamento di ricchezze avvenuto a partire dagli anni &#39;70 dal lavoro al capitale, nella controffensiva padronale che ha provocato la fine della &quot;società della produzione e dei consumi di massa&quot;, attenuata solo negli anni &#39;80 dalla decisa immissione delle donne nel mondo del lavoro, con il risultato di avere situazioni familiari, in una breve fase di passaggio, in cui due salari quasi pieni ne avevano sostituito uno pieno (ma aumentando l&#39;esercito salariale di riserva, e stravolgendone le caratteristiche, il risultato ottenuto è che se in precedenza per ottenere i &quot;mezzi di sussistenza per sé e la propria famiglia&quot; occorreva un salario, ora se ne rendono necessari due, se non di più).
Oggi il mondo non è più diviso in due blocchi e quand&#39;anche si riuscisse a mobilitare tutto il proletariato (alquanto utopistico), difficilmente riuscirebbe ad avere rapporti di forza favorevoli. Esso non avrebbe il potente sostegno del blocco socialista che a lungo ha indotto i capitalisti (fino alla fine degli anni &#39;70 - inizio anni &#39;80 e Gorbaciov rese poi più agevole la controffensiva capitalista), minacciati sul fronte esterno e su quello interno, a non irritare troppo i lavoratori.
Siamo ben lontani dalle grandi mobilitazioni del passato e, purtroppo, dalle grandi sconfitte, e i lavoratori sono indotti allo sconforto e alla rassegnazione per la sterilità delle proprie lotte.
Pensare a ipotesi &quot;riformiste&quot; oggi, con la globalizzazione, con la &quot;libera&quot; circolazione di capitali, di mezzi di produzione e di forza-lavoro, con le delocalizzazioni e con la spietata concorrenza fra lavoratori è utopistico.
Il riformismo è oggi praticamente morto! Anche quello a difesa dell&#39;esistente e perfino quello del &quot;meno peggio&quot;!
Men che meno vi sono le condizioni per uno sbocco rivoluzionario.
Dunque &quot;che fare&quot;?
Basarsi esclusivamente sulla diretta e frontale contraddizione capitale-lavoro, puntando alle sole lotte proletarie o addirittura a prospettive rivoluzionarie proletarie &quot;pure&quot;, è oggi utopistico e velleitario.
Si ripresenta così la necessità di guardare alle grandi contraddizioni internazionali.
Tanto più oggi, con il mondo minacciato dalla pretesa egemonica del capitalismo imperialista statunitense che aspira al dominio planetario unipolare, con il rischio di riuscire a &quot;blindare&quot; il capitalismo per chissà quale periodo storico e a &quot;soffocare&quot; ogni contraddizione, impedendo così ai comunisti, ai lavoratori, alle masse popolari e ai popoli resistenti di inserirsi con le proprie lotte.
Guardando nel frattempo, noi comunisti, a una politica di alleanze, quando possibili, che vada dialetticamente al di là del recinto ideologico settario della sinistra, tanto più che essa, oggi e in Occidente, si rivela essere troppo spesso lo schieramento ideologicamente o addirittura fattivamente più allineato alle posizioni del capitalismo imperialista statunitense!
Lenin invitava i comunisti a essere spregiudicati. I capitalisti hanno recepito la lezione leniniana. Noi no.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
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Un detto popolare russo, usato per frenare i comportamenti prevaricatori, recita:
&quot;Я, Я, Я...
Я последняя буква алфавита.&quot;.
&quot;Я (che è anche il pronome personale &quot;Io&quot;) è l&#39;ultima lettera dell&#39;alfabeto&quot;.
Ottima visione! In contrasto con l&#39;individualismo liberale che il cosiddetto &quot;occidente&quot; sta diffondendo per il mondo, ammorbandolo con la sua ideologia legittimatrice della sopraffazione.
Checché ne dicano gli apologeti, la libertà individualistica e le volontà di potenza desideranti si incrociano con le altrui libertà.
Non vi è un &quot;confine&quot; metafisicamente &quot;naturale&quot;, &quot;neutro&quot;, &quot;equo&quot;, &quot;egualitario&quot; o &quot;equidistante&quot;.
Ritengo condivisibile la visione hegelo-marxiana che pone attenzione alla società composta da individui e agli individui collocati nella società.
Non sono d&#39;accordo con la visione liberale. Non a caso John Locke, il padre del liberalismo, era proprietario e commerciante di schiavi.
Ritengo importanti le riflessioni marxiane sulla dipendenza personale nei modi di produzione pre-capitalistici, sull&#39;indipendenza personale nel modo di produzione capitalistico (personale e non individuale perché il capitalismo non permette di spogliarsi dalla &quot;charaktermaske&quot; della &quot;persona&quot;) e sull&#39;indipendenza individuale nel comunismo. &lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;Altrettanto contestabile è, a mio avviso, l&#39;ideologia della tolleranza (criticata anche da Marcuse, pur con tutti i dubbi sollevabili nei confronti di quest&#39;ultimo) e delle iperstrombazzate visioni differenzialiste e pluraliste, utilizzate in senso repressivo e antidemocratico e atte a legittimare sfruttamento e inique disuguaglianze.
Al di là delle retoriche del progresso e della tradizione, con le coppie &quot;progredito&quot;-&quot;regredito&quot; e &quot;tradizionale&quot;-&quot;dissolutorio&quot; (rispetto alle cui cattive metafisiche preferisco una visione dialettica); al di là delle interessanti riflessioni di Costanzo Preve e Diego Fusaro sulla linea filosofica Fichte-Hegel-Marx, anzi, sulla linea filosofica Spinoza-Vico-Fichte-Hegel-Marx; al di là delle posizioni di chi si ritrova maggiormente su posizioni &quot;marxiste classiche&quot; da teoria del riflesso o del rispecchiamento; al di là della distinzione fra l&#39;idealismo berkeleyano e l&#39;idealismo della filosofia classica tedesca; al di là dei dibattiti su &quot;unità di essenza e coscienza&quot;, &quot;unità di ontologia e assiologia&quot;, &quot;struttura e sovrastruttura&quot;, costante basilarità storica dell&#39;economia o basilarità dell&#39;economia nella modernità capitalistica; al di là del dibattito materialismo dialettico &quot;chiuso&quot;, materialismo dialettico &quot;aperto&quot;, materialismo storico, idealismo della materialità; filosofia della prassi, scienza filosofica della totalità, ontologia dell&#39;essere sociale, ontologia dell&#39;uomo, materialismo aleatorio, ecc.; al di là delle discussioni suscitate dalle critiche postmoderniste, decostruzioniste, ermeneutiche e del pensiero debole su metanarrazioni, visioni teleologiche, crisi delle scienze e crisi in generale; al di là del confronto fra ontologi e gnoseologi; al di là delle riflessioni inerenti al soggetto transmodale, all&#39;&quot;esserci&quot;, alla questione filosofica del soggetto e dell&#39;oggetto e al rapporto fra &quot;Essere ed enti&quot;, ritengo degna di nota la seguente analisi di Boris Fedorovic Porsnev (il quale si avvale di molte citazioni di G. V. Plekhanov di cui non condivido le posizioni mensceviche, ma di cui riconosco le posizioni che in parte contribuirono alla formazione di Lenin e che offrirono comunque interessanti spunti di riflessione apprezzati in Unione Sovietica):
&quot;La Psicologia Sociale e la Storia&quot;.
&quot;Spontaneità e consapevolezza.
(...) La sottovalutazione della psicologia porta a semplicizzare la dottrina sulla struttura e la sovrastruttura. E&#39; impossibile dedurre in maniera convincente da una data situazione economica le tendenze ed i sistemi filosofici religiosi ed estetici che in quel momento regnano nelle menti. Questi tentativi hanno portato alcuni storici della cultura, quali Pereverzev e Frice, ad analogie semplicistiche e non mediate, quali ad esempio lo spiegare lo stile della chiesa di San Basilio a Mosca con la varietà e l&#39;abbondanza delle merci che venivano vendute sulla Piazza Rossa. Ad una tale rappresentazione semplicistica, una specie di riflessione speculare della base nella sovrastruttura, i pensatori marxisti più attenti hanno sempre contrapposto l&#39;idea che i rapporti socio-economici determinino in linea primaria non l&#39;ideologia ma le stratificazioni più profonde ed asistematiche della coscienza sociale.
G. V. Plekhanov sviluppò la teoria secondo la quale l&#39;anello di congiunzione tra lo sviluppo economico e la storia della cultura in senso lato è rappresentato dai mutamenti che intervengono nella psicologia degli uomini e che sono condizionati dallo sviluppo sociale ed economico. Secondo coloro che condividono questa opinione le idee, la cultura sono un coagulo di psicologia sociale. Nei &quot;Saggi sulla storia del materialismo&quot; G. V. Plechanov suddivide tutta la struttura sociale della comunità in cinque elementi interdipendenti: «Il dato livello di sviluppo delle forze produttive; le interrelazioni tra gli uomini nel processo di produzione sociale definito da quel livello di sviluppo; la forma di società che riflette queste interrelazioni tra gli uomini; un determinato stato d&#39;animo e di costume corrispondente a tale forma di società; la religione, la filosofia, la letteratura, l&#39;arte corrispondenti alle capacità, agli orientamenti del gusto ed alle tendenze generati da questa situazione.» (G. V. Plekhanov &quot;Izbrannyje filosofskije proizvedenija&quot;). G. V. Plekhanov insiste nell&#39;affermare che senza questo anello chiamato «stato d&#39;animo e di costume» e che in altre occasioni egli definisce «disposizione predominante dei sensi e degli intelletti», più in generale definito psicologia sociale, non è possibile compiere alcun passo avanti nello studio della storia, della letteratura, dell&#39;arte, della filosofia, ecc. E aggiunge: «Per comprendere la storia del pensiero scientifico o la storia dell&#39;arte in un dato paese non basta conoscere la sua economia. E&#39; necessario saper passare dall&#39;economia alla psicologia sociale. Senza un attento esame e senza aver compreso la psicologia sociale infatti è impossibile una spiegazione materialistica della storia delle ideologie.» (G. V. Plekhanov, op. cit.).
In un altro passo Plekhanov formula tale pensiero ancor più sinteticamente: &quot; Tutte le ideologie hanno un&#39;unica radice comune: la psicologia di quella data epoca.» (Ibidem).&quot;.
&quot;Da  «Io e Tu» a «Noi e Loro».
Abbandoniamo per un momento la psicologia e rivolgiamoci alla filosofia. Una delle idee più feconde avanzate da Ludwig Feuerbach in contrapposizione alla filosofia idealistica classica tedesca consistette nella proposta di rifiutare la precedente categoria «io» quale soggetto della conoscenza e sostituirla con la categoria «io e tu». Plekhanov esponeva il pensiero di Feuerbach nel modo seguente:
«L&#39;Io reale è soltanto quell&#39;io al quale si contrappone un tu e che a sua volta diventa tu cioè oggetto di un altro io. Per sé, l&#39;io è soggetto, per gli altri è oggetto.» (G. V. Plekhanov, &quot;Ot idealizma k materialismu&quot; - &quot;Dall&#39;idealismo al materialismo&quot;). In altri termini Feuerbach riteneva anormale prendere in considerazione la coscienza indipendentemente dai rapporti tra gli uomini. Non esiste alcun «io», soggetto della conoscenza, prima del rapporto tra due persone. Ciascuno dei due diviene soggetto soltanto in questo reciproco rapporto.
Feuerbach pensava possibile il materialismo filosofico soltanto ove si operasse non con un unico «soggetto» contrapposto all&#39;«oggetto» (il mondo materiale), non con l&#39;«io», con le proprie sensazioni e con gli altri attributi, ma sempre con due «soggetti» con i loro reciproci rapporti. Feuerbach spiegava questo concetto riportando l&#39;esempio della morale: è chiaro che non si può parlare di morale che riferendoci a rapporti tra uomo e uomo, tra una persona ed un&#39;altra, tra «io» e «tu». «Io sono io solo grazie a te e con te. Io ho coscienza di me soltanto perché tu ti contrapponi alla mia coscienza come un io visibile e tangibile, come un altro uomo.» (Ibidem).
Sarebbe difficile sopravvalutare l&#39;influenza di questo concetto di Feuerbach sull&#39;ulteriore destino della filosofia.
Per il pensiero più avanzato cessava così di esistere l&#39;astratto ed isolato individuo-soggetto entrato nel cammino della filosofia con Kant e fino a Stirner.
Marx nel Capitale esprime il suo concetto storico di uomo nel modo seguente: «Poiché egli nasce senza uno specchio nelle mani e non è un filosofo fichtiano, &#39;io sono io&#39;, l&#39;uomo all&#39;inizio si guarda, come in uno specchio, in un altro uomo. Soltanto riferendosi all&#39;uomo Paolo come ad un suo simile, l&#39;uomo Pietro si riferisce a sé stesso come ad un uomo.» (K. Marx - F. Engels, Opere Complete - in lingua russa).
Il marxismo è andato molto più in là della supposizione di Feuerbach riguardo all&#39;«io e tu». Perché soltanto due persone? Naturalmente il passaggio dall&#39;«unico» alla coppia spalanca la porta su un mondo di nuovi concetti dove il rapporto tra gli uomini è primario e più importante dell&#39;uomo stesso, che è un prodotto di questi rapporti.
Però da ciò deriva che anche la coppia è una astrazione. Robinson e Venerdì, Pietro e Paolo non costituiscono ancora la società. Allo stesso modo nella produzione mercantile sviluppata ciascuna singola merce non viene in effetti paragonata con un&#39;unica altra merce, sia pure quest&#39;ultima l&#39;oro, ma, con la mediazione di quest&#39;ultimo, con tutto l&#39;infinito mare di merci che vengono trattate in un dato momento dal mercato. Perciò Paolo ha coscienza della propria natura per mezzo di Pietro soltanto grazie al fatto che alle spalle di Pietro c&#39;è la società, un enorme numero di persone legate in un tutto unico da un complesso sistema di rapporti. Marx ed Engels distinsero questi rapporti in principali e derivati e si proposero quale compito primario lo studio dei rapporti principali, quelli economici, che costituiscono la base di tutta la struttura sociale. Così al posto di una stella doppia si dispiegò un immenso cielo stellato. «Io e tu» cessò di essere la cellula umana elementare; apparvero sulla scena anche «noi», «voi» e «loro».&quot;.
Come evidenziato nella presentazione al libro di Jan Rehmann (in Italia curato da Stefano Azzarà) &quot;I Nietzscheani di Sinistra: Deleuze, Foucault, e il postmodernismo: una decostruzione&quot;: &quot;E&#39; possibile ricostruire una teoria filosofica e politica di sinistra partendo da Nietzsche? Da più di trent’anni, la parte che si vuole più “raffinata” della sinistra annuncia il superamento della metafisica, la fine delle grandi narrazioni, la morte della filosofia della storia. Un lungo viaggio iniziato tentando di fondare una critica del “socialismo reale” e delle sue meste proiezioni politiche in occidente. Proseguito nel tentativo di coniugare la lettura “postmoderna” con l’esigenza di affermazione di nuove figure sociali. Per ritrovarsi infine impegnata a celebrare le “magnifiche sorti e progressive” dell’Individuo proprio quando questo viene schiacciato ovunque sotto il peso di una precarietà (lavorativa, contrattuale, esistenziale, culturale) che ne distrugge il futuro già nel presente. 
Una occasionale rilettura di alcune opere di Friedrich Nietzsche ha propiziato tale operazione culturale: un rovesciamento quasi perfetto. Al filosofo tedesco e alla sua lettura della crisi della modernità si richiamano Gilles Deleuze, Michel Foucault e molti altri autori, grazie alla scoperta del concetto di “differenza” e dell’intrinseco pluralismo che esso implicherebbe. 
In questo libro, muovendo dalla lezione dei francofortesi (non risparmiando critiche neppure a loro), di Gramsci e Bloch, Jan Rehmann discute l’ambiguità di queste nozioni e mostra tutta l’arbitrarietà della lettura postmodernista di Nietzsche. Ed ecco che nelle mani dei “nietzscheani di sinistra” il pathos della distanza che separa gli aristocratici fuorusciti dal gregge degli schiavi si tramuta nel concetto di differenza in quanto tale; e la volontà di potenza viene ingentilita fino a sembrare metafora di una concezione cooperativa del potere. La religione di Zarathustra viene così riproposta come retroterra di “nuovi possibili percorsi individuali” di liberazione per i “nomadi” dei nostri giorni.
Rehmann mostra come questi discorsi siano ben poco fondati in una lettura rigorosa dei testi nietzscheani e soprattutto, lungi dal costituire il presupposto per un rinnovamento della critica del dominio e della società capitalistica, siano del tutto solidali con l’offensiva ideologica neoliberale e le sue concrete pratiche di sottomissione politica e sociale.&quot;.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
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«Quanto detto vale evidentemente solo per quello stadio in cui la tecnica, per effetto della sua espansione quantitativa, si rende disponibile per la realizzazione di qualsiasi fine, dispiegando una potenza non esattamente determinabile che rifiuta ogni fissazione ai risultati che con essa si possono raggiungere. Ciò differenzia qualitativamente la tecnica contemporanea dalla tecnica antica che non era circondata dall&#39;alone dell&#39;infinita possibilità, perché già a priori era destinata a un fine ben determinato che, penetrandola, caratterizzandola e dirigendola, la conteneva nel ruolo di puro mezzo che riceveva il suo significato solo dal fine in vista del quale era stata ideato. Quindi erano proprio le scarse risorse di cui disponeva la tecnica antica ciò che consentiva di mantenere quella prospettiva finalistica che la tecnica contemporanea invece abolisce.Nel mondo antico, infatti, ci si prefiggeva un fine a partire dal quale si sceglievano i mezzi, e se la via dei mezzi era già prescritta dalla natura delle cose, l&#39;elezione dei fini era, compatibilmente con i vincoli fissati dalla natura, a discrezione dell&#39;uomo. Oggi invece che l&#39;attenzione viene spostata sulla preparazione dei mezzi, dalla cui maggior disponibilità dipende la realizzazione dei fini, i fini non sono più una scelta discrezionale della volontà a partire dai quali si va alla ricerca dei mezzi, ma piuttosto essi sono il prodotto meccanicistico dell&#39;estensione dei mezzi che generano la disponibilità dei fini.&lt;br /&gt;Senza questo spostamento dell&#39;attenzione dal fine al mezzo, l&#39;umanità non avrebbe esteso la sua ricerca alla disponibilità dei mezzi, che è possibile solo là dove i mezzi sono eletti come fine della ricerca. Questa diversa distribuzione dell&#39;accento psicologico dal fine al mezzo, per quanto irrazionale sia dal punto di vista della logica classica, è stato il volano del progresso al di là dei fini che l&#39;umanità si era originariamente preposta.Un esempio di questo capovolgimento del mezzo in fine lo si ha nella ricerca pura, la quale non ha in vista tanto dei fini da realizzare, quanto un ampliamento infinito dei mezzi da cui i fini scaturiscono in modo meccanicistico. Ciò significa che l&#39;uomo non sceglie più il fine in vista del quale operare, ma questo fine gli viene offerto come risultato della tecnica, se la sua attenzione si sarà rivolta per intero e avrà scelto comne fine la maggior costruzione possibile di mezzi. &lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;Questo spostamento dell&#39;intenzione, un tempo rivolta ai fini, all&#39;attenzione oggi rivolta ai mezzi, dalla cui disponibilità dipende la realizzazione dei fini, fa della tecnica, in quanto aparato di mezzi, un valore assoluto di fronte a cui la coscienza del fine si arresta in modo definitivo. Come ciò a cui le cose oppongono una sempre minor resistenza, la tecnoica, infatti, come mezzo assoluto, diventa per l&#39;uomo, anche dal punto di vista psicologico, il fine assoluto, per cui quelli che erano i grandi principi della vita pratica in qualche modo si irrigidiscono e trovano il loro arresto se non addirittura la loro insignificanza.&lt;br /&gt;Quando infatti il mezzo diventa fine, nella catena infinita della conquista dei mezzi, la vita umana vive i suoi momenti come se ciascuno fosse un fine ultimo, come se essa si fosse organizzata proprio per giungere fino a lì, e contemporaneamente come se nessuno di questi momenti raggiunti fosse, come in effetti non è, lo stadio definitivo, ma solo il punto di passaggio e il mezzo per stadi sempre più elevati. Questa condizione, apparentemente contradittoria, per cui ogni momento della vita è a un tempo fine da raggiungere e insieme punto di passaggio da oltrepassare, oltre ad esprimere quella &quot;cattiva infinità&quot; denunciata da Hegel  [&quot;&lt;i&gt;Qualcosa diventa altro, ma l&#39;altro è esso stesso un qualcosa, e quindi diventa un altro, e così all&#39;infinito. Questa infinità è la cattiva infinità, ossia l&#39;infinità negativa, non essendo che la negazione del finito il quale però torna a nascere di nuovo e quindi non è superato; - detto altrimenti, questa infinità esprime semplicemente il dover essere del superamento del finito. Il progresso all&#39;infinito si limita ad esprimere la contraddizione contenuta nel finito; ossia il fatto che il finito è tanto qualcosa, quanto il suo altro, ed è l&#39;incessante prosecuzione dell&#39;avvicendarsi di queste determinazioni che provocano reciprocamente l&#39;uno l&#39;avvento dell&#39;altra&lt;/i&gt;&quot;, G.W.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche], toglie alla vita il suo senso e obbliga l&#39;anima a trovare appagamento in quela formazione dello spirito: la tecnica, che, fra tutte, è la più esteriore alla natura, alla qualità e all&#39;intensità dell&#39;anima.&lt;br /&gt;Si tratta a questo punto di cogliere e di evidenziare le trasformazioni antropologiche conseguenti a questa esteriorizzazione dell&#39;anima, al cadenzarsi della sua interiorità di quella &quot;cattiva infinità&quot; che la tecnica, divenuta senso della terra, esprime come definitiva abolizione di ogni fine uiltimo. Ma prima occorre riconoscere i segni della tecnica rntracciabili nella disposizione che essa da del mondo, nella riduzione della verità a efficacia, nella riconduzione della ragione all&#39;ordine strumentale, nelle sorti via via assegnate al mondo della vita, fino ai processi inavvertiti, ma inevitabili, di progressiva reificazione dell&#39;uomo.» &lt;br /&gt;&amp;nbsp;(Psiche e techne, U.Galimberti)&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
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«[...]  &lt;b&gt;la contrapposizione fra modernità e postmodernità non regge&lt;/b&gt;. E&#39;, infatti, la coppia della libertà individuale e dello sviluppo delle forze produttive (apparato tecnico-economico) che ispira e connota le logiche evolutive del capitalismo, aldilà degli specifici contesti storici. Se l&#39;antropologia della modernità inaugura la nuova configurazione dell&#39;individuo come soggetto di bisogni, destinato all&#39;appagamento immediato, è inevitabile che l&#39;unico obiettivo che corrisponde a tale rappresentazione sia quello della massima espansione della ricchezza consumabile, al di fuori di ogni vincolo materiale dipendente da temporalità e spazialità tradizionali.&lt;br /&gt;La dissoluzione del mondo nell&#39;apparato capitalistico-tecnologico istituisce un codice immunitario globale capace di garantire la sopravvivenza della vita oltre ogni condizionamento relativo ai limiti naturalistici dell&#39;universo e della materia.&lt;br /&gt;La libertà dei moderni, infatti, è l&#39;aspirazione a una potenza illimitata, che si autorealizza nel proprio sciogliersi da ogni vincolo e che, appunto per ciò, si capovolge nella necessità del meccanismo destinato a consentire il perseguimento dell&#39;infinità degli scopi particolari. La metamorfosi continua diventa, per la modernità, il progressivo adeguamento del principio della libertà alla necessità dello sviluppo delle forze produttive della tecnica. Per realizzare la contingenza della infinita pluralità dei bisogni, occorre accettare la necessità del modo di produrre che massimizza la capacità di creare ricchezza.&lt;br /&gt;L&#39;orizzonte del post-human coincide con quello dell&#39;evoluzione del capitale fino a divenire capitale cognitivo immateriale. &lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;Il vero telos della modernità è la sconfitta della finitezza e della mortalità, che unifica il pluralismo delle forme nella destinazione all&#39;immortalità dell&#39;essere.&lt;br /&gt;Sotto questo profilo, la modernità appare non solo coerente con gli esiti attuali, ma si manifesta per quello che rappresenta profondamente: l&#39;aspirazione a una coincidenza di essere e divenire, di morte e vita, che proietti la singolarità individuale in un universo destinato all&#39;evoluzione infinita del codice immunitario della natura vivente.Il post-human è, cioè, il prolungamento dell&#39;ideologia moderna dell&#39;onnipotenza dell&#39;autocostituzione della prassi e dell&#39;immutabilità dell&#39;essere. Un&#39;ideologia dell&#39;immortalità mascherata da conquista scientifica, che, intanto, ha l&#39;effetto di perpetuare all&#39;infinito l&#39;antropologia dell&#39;uomo soggetto di bisogni e del modo di produrre che a essa corrisponde.&lt;br /&gt;Il post-human è la radicalizzazione dell&#39;immanenza del codice vivente al processo evolutivo che non consente di ipotizzare alcuna trascendenza e alcun fondamento:  norma e fatto coincidono nell&#39;ibridazione di biologia e intelligenza artificiale, uomo e computer.» &lt;br /&gt;(Pietro Barcellona, L&#39;epoca del postumano, CittàAperta-Enna-2007)&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;br /&gt;
Fonte: &lt;b style=&quot;color: #990000;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://www.consecutiotemporum.org/2011/05/globalizzazione-postmoderno-e-%E2%80%9Cmarxismo-dell%E2%80%99astratto%E2%80%9D/#fnref-183-9&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Consecutio Temporum , Rivista critica della postmodernità&lt;/a&gt;&lt;/b&gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;«(&lt;i&gt;abstract. In Marx’s work we can isolate two different paradigms that need to be understood in a deeply different way from the interpretation provided by L. Althusser and his school during the 60’s and 70’s. This article posits a fundamental distinction between Marx’s theory of historical materialism and Marx’s theory of Capital. While the first one is centered on the promethean exaltation of the development of productive forces, the second one describes a social system grounded on an impersonal mechanism of socialization. This mechanism is constituted by an abstract and quantitative wealth characterized by a tendency towards unlimited accumulation. This second paradigm, that is the Marxian theory of Capital, could be named “Marxism of abstraction” in opposition to the first one, the Marxian theory of historical materialism, defined as a “Marxism of contradiction”. This article suggests that only a Marxism of abstraction can contribute to a profitable understanding of the contemporary transition from Fordism to Postfordism, from a regime of “rigid” accumulation to a regime of “flexible” accumulation of capital.&lt;/i&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;– Nell’opera complessiva di Karl Marx sono presenti due paradigmi teorici che vanno interpretati in modo profondamente diverso da come hanno fatto negli anni ’60 e ’70 Althusser e la sua scuola, pretendendo di imporre al marxismo una struttura teorica estranea proveniente dallo strutturalismo linguistico. In questo saggio, per comprendere la realtà vera della globalizzazione che stiamo vivendo, si compie l’operazione teorica di differenziare il Marx del materialismo storico e dell’esaltazione prometeica dello sviluppo delle forze produttive dal Marx teorico del Capitale come un sistema sociale fondato, non sulla volontà e le decisioni di soggetti individuali, bensì su un fattore impersonale di socializzazione, costituito da una ricchezza non-antropomorfa ma solo quantitativa ed astratta, con una tendenza illimitata all’accumulazione. Solo un marxismo dell’astrazione, invece che un marxismo della contraddizione, può chiarire il cuore del passaggio contemporaneo dal fordismo al postfordismo, dall’accumulazione rigida all’accumulazione flessibile. Questo passaggio è incentrato sul fatto che ora il capitale mette a lavoro non più il corpo ma la mente delle forza-lavoro. Ma tale passaggio non modifica la sostanza interpretativa dell’impianto marxiano che consiste nell’assegnare al capitale, ad ogni rivoluzione tecnologica significativa, il compiti di condurre il lavoro a lavoro astratto, ossia a quel lavoro controllabile e normalizzabile che, nella sua assenza di variazioni e intepretazioni soggettive, costituisce la sostanza del valore astratto della ricchezza capitalistica).&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;&lt;u&gt;1. L’«americanismo» come idealtipo della globalizzazione.&lt;/u&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;i&gt;Le riflessioni che seguono nascono da quella che a me sembra la caratteristica più paradossale della realtà che stiamo vivendo: tanto caratterizzante l’intera realtà, storica e sociale contemporanea, da configurarla appunto come null’altro che un unico grande paradosso. Il paradosso è quello della contraddizione tra il piano dell’Essere e quello dell’Apparire, ossia tra il piano interiore e profondo della struttura del reale e quello esteriore della forme della coscienza individuale e collettiva con cui quella struttura viene appresa e conosciuta, anzi nel nostro caso bisogna dire viene distorta e misconosciuta.&lt;br /&gt;
Con il crollo del comunismo cosiddetto reale il mondo conosce oggi solo l’«&lt;/i&gt;americanismo&lt;i&gt;» come forma unica di civiltà e di organizzazione sociale. E l’americanismo, per quello che dirò subito, vale per me come la realizzazione, oggi, più completa e più avanzata del capitalismo, proprio come la maturità dell’Inghilterra valeva per Marx come la forma canonica del capitalismo dell’800. E americanismo senza America, americanismo oltre i confini d’America, può essere definita l’attuale globalizzazione, se la si considera come generalizzazione a tutti i paesi del globo, con gradi diversi ovviamente di sviluppo e di sottosviluppo, del medesimo modello di produzione, distribuzione e consumo di merci, della medesima ricerca di profitto, della medesima invasività e diffusione del mercato e della medesima attitudine a trasformare tutti i rapporti umani in rapporti quantificabili e mediati dal denaro.&lt;br /&gt;
Per altro non v’è dubbio che la globalizzazione debba essere vista, ancora oggi,  soprattutto come maggiore velocità e ubiquità di spostamento del capitale finanziario e spesso solo speculativo, senza cedere alla facile quanto superficiale rappresentazione che la prospetta come il darsi di un unico mercato mondiale con un’unica concorrenza che genererebbe medesimi prezzi delle merci, del lavoro del denaro &lt;/i&gt;[Cfr. su ciò R. Bellofiore, Dopo il fordismo, cosa? Il capitalismo di fine secolo oltre i miti, in R.Bellofiore (a cura di), Il lavoro di domani. Globalizzazione finanziaria, ristrutturazione del capitale e mutamenti della produzione, Biblioteca Franco Segantini, Pisa 1998, pp. 23-50.]&lt;i&gt;.  Laddove la sua effettiva realtà si presenta come non solo profondamente differenziata quanto asimmetrica, anzi tale che in essa polarità e distanze, differenze tra sviluppo e sottosviluppo si acuiscono, almeno per chi ragioni in termini di statistiche comparate e relative e non di dati assoluti di crescita e di progresso. Eppure la globalizzazione, pur sottratta al segno retorico di presunti universalismi e di omogenei sviluppi, può comunque essere considerata unitariamente come «&lt;/i&gt;una immane raccolta di merci&lt;i&gt;», nel senso dell’aumento sempre più ampio e sempre più intenso della quota di popolazione mondiale che dipende per la propria riproduzione in modo integrale dall’esposizione e dalla mediazione con il mercato.&lt;br /&gt;
Ora il paradosso di cui parlavo all’inizio consiste, a mio avviso, nel fatto che proprio quando, con il venir meno del socialismo reale, si diffonde e s’impone, sia pure, torno a dire, con una configurazione a macchie di leopardo, un unico modello di vita economica e sociale, capace di stringere nella sua ricerca del profitto e della remunerazione monetaria qualsiasi tipologia, da quella più avanzata a quella più arcaica, di lavoro, viceversa in termini culturali e simbolici, alla consapevolezza e allo studio dell’uno e del modo in cui l’uno si articoli nella molteplicità delle differenze, s’è venuta sostituendo una cultura del frammento, dell’informazione e dell’atto linguistico-comunicativo da interpretare attraverso altre informazioni ed altri atti comunicativi, ossia la prospettiva di un’ermeneutica infinita che considera come tramontati concetti come verità, realtà, oggettività. S’è venuta facendo egemone insomma una cultura che rifiuta la prospettiva delle cosiddette ideologie, delle concezioni unitarie del mondo. La sistematicità delle quali viene infatti   svalutata e degradata, quale grande favola narratrice o visione totalizzante e totalitaristica.&lt;br /&gt;
La contraddizione paradossale della realtà contemporanea si colloca perciò essenzialmente nello scarto tra reale e simbolico, per cui mentre da un lato si intensifica e si approfondisce l’attualità del capitalismo, che diviene cornice e legge unitaria del mondo, dall’altro si sviluppa un pensiero postmoderno, diffuso ed egemone, secondo cui la nuova società postindustriale e postfordista nella quale viviamo, almeno nell’Occidente avanzato – definita anche società della conoscenza e dell’informazione o società della high tecnology o società della fine del lavoro – [sarebbe] è una nuova formazione storico-sociale, che romperebbe con i principi classici della modernità, ottocentesca e novecentesca, inaugurando una nuova realtà che non si conforma più alla struttura di classi contrapposte, alla regola dello sfruttamento, al capitalismo industriale.&lt;br /&gt;
Per sciogliere questo legame di opposizione tra l’approfondimento capitalistico del moderno e il suo apparire nelle coscienze come postmoderno e postcapitalistico, io credo che, sia pure in modo molto rapido e schematico, sia opportuno chiarire la natura di quello che ho chiamato «americanismo». Riprendendo la concettualizzazione di Gramsci, che per primo ha introdotto il termine nella letteratura sociologica e politica &lt;/i&gt;[Cfr. A. Gramsci,, Quaderni del carcere, ed. critica a cura di V.Gerratana, Einaudi, Torino 1975, III, pp. 2139-2181]&lt;i&gt;, propongo di definire «&lt;/i&gt;americanismo&lt;i&gt;» quella tipologia di organizzazione sociale nella quale la «&lt;/i&gt;struttura&lt;i&gt;» si estende e si dilata direttamente e senza mediazioni di ceti intellettuali o politici, a «&lt;/i&gt;sovrastruttura&lt;i&gt;», producendo, insieme con l’economico, propriamente anche il culturale e il simbolico. Dove cioè l’«&lt;/i&gt;economico&lt;i&gt;» produce nello stesso tempo a)  le merci e i beni materiali; b) i rapporti sociali e le differenze di classe; c) l’immaginario e le forme generali della coscienza, individuale e collettiva. E dove quindi tale potenza, anzi onnipotenza, dell’economico, che si fa principio generatore dei diversi e molteplici aspetti della vita sociale, assegna all’americanismo la caratteristica di compagine totalitaristica e unidimensionale.&lt;br /&gt;
Quell’acuto geografo storico-sociale che è David Harvey, ai cui studi sul postmoderno da una prospettiva marxista è, insieme al lavoro di Frederic Jameson, assai utile richiamarsi, scrive in un testo del 1990, intitolato appunto &lt;/i&gt;The Condition of Postmodernity&lt;i&gt;, che “&lt;/i&gt;un particolare sistema di accumulazione può esistere perché il ‘suo schema di riproduzione è coerente’. Il problema consiste nel dare ai comportamenti di tutte le categorie di individui – capitalisti, lavoratori, dipendenti statali, finanzieri e tutti gli altri agenti politico-economici – una configurazione che permetta al regime di accumulazione di continuare a funzionare. Deve esistere perciò una materializzazione del regime di accumulazione sotto forma di norme, consuetudini, leggi, reti di regolazione, ecc., che garantisca l’unità del processo, cioè la coerenza dei comportamenti individuali con lo schema di riproduzione&lt;i&gt;” &lt;/i&gt;[D. Harvey, La crisi della modernità. Riflessioni sulle origini del presente, tr. it. di M. Viezzi, Net, Milano 2002, pp. 151-52. ]&lt;i&gt;. Vale a dire che, se nella vita della società l’ambito culturale-simbolico comanda l’accesso al piano motivazionale dei comportamenti individuali, in una riproduzione sociale basata sull’accumulazione di capitale ne deriva, per l’istanza totalitaristica che si diceva la caratterizza, che anche quell’ambito virtuale e costituito dai modi del percepire, del rappresentare e del valutare, deve essere mediato e governato dalla logica di quell’accumulazione.&lt;br /&gt;
Ma comprendere in che senso la globalizzazione oggi sia una globalizzazione intenzionata ed egemonizzata dell’americanismo e che tipo peculiare di accumulazione di capitale oggi la caratterizzi implica sapere e dover  distinguere all’interno della categoria generale di americanismo le due diverse tipologie di accumulazione, quella fordista o, come anche viene detta, dell’accumulazione rigida e quella postfordista o dell’accumulazione flessibile, che ne hanno scandito la storia durante il secolo scorso per giungere fino ai nostri giorni.&lt;br /&gt;
Converrà però fare, ai fini della mia esposizione, un passo indietro. Prima di definire e concettualizzare la differenza tra accumulazione rigida e accumulazione flessibile mi sembra utile infatti schematizzare quelle che, a mio avviso, sono state le acquisizioni teoriche fondamentali, ancora oggi – anzi oggi ancora maggiormente – valide di Marx sulla struttura economica del capitalismo. Esse possono, io credo,  essere sintetizzate in quattro punti:&lt;br /&gt;
&lt;/i&gt;&lt;b&gt;Primo (Quantità versus qualità)&lt;/b&gt;&lt;i&gt;.&amp;nbsp;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;i&gt;Il capitalismo è obbligato costantemente alla crescita. Il capitale è ricchezza astratta, quantità di moneta che deve essere aumentata e accumulata. La natura quantitativa della sua ricchezza, espandibile tendenzialmente all’infinito proprio perché quantitativa, impone che il capitalismo per realizzare il profitto e l’accumulazione deve espandere costantemente la produzione, non curandosi del mondo umano e qualitativo, ossia operando indipendentemente dalle conseguenze di ordine sociale, politico, geopolitico ed ecologico.&lt;br /&gt;
&lt;/i&gt;&lt;b&gt;Secondo (Lavoro astratto versus lavoro concreto)&lt;/b&gt;&lt;i&gt;.&amp;nbsp;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;i&gt;La crescita dipende dallo sfruttamento della forza-lavoro durante il processo produttivo. Sfruttamento non significa pauperizzazione, ossia che i lavoratori guadagnino poco o in modo scarso e insufficiente rispetto alla loro riproduzione, bensì che il profitto nasce e dipende dalla differenza tra ciò che i lavoratori guadagnano e quanto creano. Il controllo della forza-lavoro durante il processo di lavoro, ossia la lotta di classe nella produzione,  è dunque la condizione fondamentale della crescita e dell’accumulazione. La chiave di questo controllo sta nell’imposizione alla forza-lavoro di erogazione di lavoro astratto, ossia il riuscire a porre da parte della direzione d’impresa gran parte delle conoscenze, delle decisioni tecniche e dell’apparato disciplinare fuori dal controllo della persona che concretamente effettua il lavoro.&lt;br /&gt;
&lt;/i&gt;&lt;b&gt;Terzo. Il capitalismo è costantemente dinamico dal punto di vita sia dell’innovazione tecnologica che dell’innovazione organizzativa.&lt;/b&gt;&lt;i&gt;&amp;nbsp;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;i&gt;Ogni capitalista è esposto a una doppia concorrenza: quella con gli altri capitalisti e quella con i propri lavoratori. Gli investimenti nell’innovazione tecnologica e in quella organizzativa sono indispensabili, insieme, sia per la produzione di profitti ed extraprofitti sia per il controllo della lotta di classe.&lt;br /&gt;
&lt;/i&gt;&lt;b&gt;Quarto. La dinamica del capitalismo è comunque di necessità esposta alla crisi.&lt;/b&gt;&lt;i&gt;&amp;nbsp;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;i&gt;La struttura di classe della distribuzione del reddito non consente infatti l’assorbimento continuo dell’espansione e della crescita. Il capitalismo tende ad entrare in fasi periodiche di sovraccumulazione, in cui capitale inutilizzato e forza lavoro inutilizzata si fronteggiano inoperose e da cui in genere si torna ad uscire attraverso enormi distruzioni di capitale, merci e forza lavoro.&lt;br /&gt;
Di questo quattro punti che nella teorizzazione di Marx rappresentano le invarianti del modo di produzione capitalistico quello che costituisce la frontiera decisiva del confronto di classe è, come dicevo, almeno a mo avviso, il secondo, quello concernente la necessità da parte dell’impresa capitalistica di riuscire ad imporre alla forza lavoro – sia essa manuale o intellettuale non importa – l’erogazione di lavoro, non concreto, ma astratto, giacché «&lt;/i&gt;lavoro astratto&lt;i&gt;» significa lavoro disciplinato e disciplinabile, da cui è espulsa la soggettività della forza-lavoro, con tutte le implicazioni di non regolarità, discontinuità, non manipolabilità, non omologabilità che il soggettivo porterebbe con sé.&lt;br /&gt;
Per altro la questione e la realtà del lavoro astratto sono centrali nel pensiero maturo di Marx, non solo perché definiscono quanto di disumano si gioca nella produzione di capitale ma anche perché sono il fondamento della teoria del valore-lavoro, giacché come scrive lo stesso Marx nei Grundrisse, il fatto che sotto i prezzi monetari ci siano le quantità di lavoro, e di lavoro appunto omogeneo e scambiabile – come vuole appunto la teoria del valore-lavoro – se sul piano del mercato e dello scambio di compere e vendite può sembrare una ipotesi solo soggettiva, del solo Carlo Marx, pari quanto a verosimiglianza alle ipotesi delle altre teorie economiche, si fa invece realtà vera, in modo oggettivo, «&lt;/i&gt;praticamente vera&lt;i&gt;» &lt;/i&gt;[K. Marx,  Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica («Grundrisse»), trad. it. a cura di G. Backhaus, Torino, Einaudi 1976, vol. I, p.30.]&lt;i&gt;, come scrive Marx, quando nel cuore della produzione e dunque per milioni di uomini e donne che costituiscono la forza lavoro il lavoro si fa necessariamente astratto e per tutti tendenzialmente eguale ed omogeneo quanto all’uso capitalistico e alle modalità con cui viene praticato. Non a caso l’operaismo, con la sue mitologie e le sue forzature di una soggettività lavoratrice sempre all’attacco e sempre anticipata, quanto a iniziativa storica, rispetto al capitale, ha dovuto rimuovere da sempre dal suo orizzonte la questione sia del lavoro astratto che della teoria del valore-lavoro considerandoli residui di un Marx subalterno a Ricardo e alla scienza economica borghese &lt;/i&gt;[Per una discussione critica delle principali categorie dell’operaismo cfr. Cristina Corradi, Storia dei marxismi in Italia, manifestolibri, Roma 2005.]&lt;i&gt;.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;u&gt;&lt;b&gt;2. Americanismo di prima e di seconda generazione&lt;/b&gt;&lt;/u&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;i&gt;Ma torniamo all’americanismo e alla centralità del comando sul lavoro nelle due fasi storiche dell’accumulazione rigida e dell’accumulazione flessibile.&lt;br /&gt;
Riguardo a tale distinzione, possiamo definire il fordismo come un compromesso particolare e specifico tra capitale e lavoro, per cui mentre la forza lavoro cede al capitale il controllo della produzione, dei tempi, dei ritmi, del proprio corpo, la stessa forza lavoro ottiene in cambio l’accesso all’acquisto dei beni di consumo di massa e, attraverso il welfare, ma questo avviene soprattutto in Europa, ottiene la partecipazione ai servizi dello Stato sociale.&lt;br /&gt;
Il fordismo-taylorismo si è basato, com’è noto, sullo strutturarsi insieme della grande fabbrica, organizzata secondo catena di montaggio, e dello scientific management, che imprigiona il corpo della forza-lavoro in una serie di operazioni parcellizzate e ripetitive. Solo che, come dicevo  all’inizio, il fordismo-taylorismo è stato controllo del corpo non solo dal lato della qualità e quantità della prestazione lavorativa ma anche dal lato dei bisogni e dell’immaginario ad essi legati. Il fordismo ha significato infatti anche produzione standardizzata di beni di consumo di massa e tendenziale aumento, storicamente significativo, del salario reale, in conseguenza della maggiore concentrazione e forza contrattuale dei ceti operai.&lt;br /&gt;
Nell’arco del primo cinquantennio del XX° sec., soprattutto con il decollo economico legato allo sviluppo della produzione durante il secondo conflitto mondiale, il fordismo ha trasformato pertanto la funzione sociale della forza-lavoro, aggiungendo alla sua identità classica, ottocentesca, di erogatrice di energia lavorativa e di mero oggetto di sfruttamento all’interno della produzione, quella di soggetto del consumo nella sfera della circolazione e dell’uso delle merci. Ed è appunto a muovere da qui, dalla produzione di beni di consumo durevole di massa (abitazioni, macchine, autostrade, elettrodomestici), la cui disponibilità faceva uscire buona parte dei ceti popolari da un’esistenza di mera riproduzione fisica per introdurli a un’esistenza da cittadini, che l’industrialismo americano ha iniziato a produrre anche i bisogni, il desiderio e l’immaginario sociale del lavoratore-consumatore. Così, nell’orizzonte di una cittadinanza cui si accedeva attraverso il consumo, l’industria capitalistica, direttamente, nel periodo storico considerato – e senza bisogno della mediazione di ceti intellettuali e politici che fossero preposti  all’elaborazione del consenso e delle ideologie – ha prodotto le forme dominanti e generali della coscienza individuale e collettiva. Basti pensare in tal senso a quanto radio, televisione e industria cinematografica abbiano amplificato, ma né inventato né originalmente concepito, l’immagine tipica e ideale della famiglia americana, cellula della democrazia e della libertà, con l’uomo procacciatore di reddito attraverso il lavoro e la donna riproduttrice dei figli e di una vita domestica abbellita e alleggerita dagli elettrodomestici e dai beni di consumo durevole del nuovo industrialismo.&lt;br /&gt;
Quando nella prima metà degli anni ’70 questa tipologia, insieme di accumulazione capitalistica e d’integrazione sociale, entra in crisi, per la concomitanza di più cause, tra cui in primo luogo la saturazione del mercato dei beni di consumo durevole e il cambiamento nei rapporti di forza internazionale per cui gli Stati Uniti passano dalla condizione di paese creditore alla condizione di massimo paese debitore del mondo,  e quando il crollo del sistema di Bretton Woods testimonia che gli Stati Uniti non hanno più il potere di controllare da soli la politica monetaria mondiale,  l’americanismo si trova obbligato a concepire un nuovo modello di accumulazione la cui base tecnologica è costituita, per dirla assai in breve, dall’applicazione dell’informatica e delle macchine dell’informazione ai processi produttivi, alla distribuzione e ai servizi, oltreché dall’utilizzazione della forza-lavoro, riferita non al corpo e alla  manipolazione di oggetti materiali di lavoro, bensì riferita alla mente e ad operazioni logico-calcolanti su dati alfa-numerici.&lt;br /&gt;
Tale rivoluzione tecnologica, legata alle macchine informatiche, consente una nuova organizzazione del tempo e dello spazio, dando vita a quella che è stata chiamata correttamente una nuova «&lt;/i&gt;compressione spazio-temporale&lt;i&gt;» del mondo capitalistico. Una riorganizzazione del tempo e dello spazio che appunto ha offerto all’americanismo la possibilità storica di sviluppare una nuova tipologia del processo di accumulazione capace di confrontarsi e di aggirare tutte le rigidità dell’accumulazione fordista. La flessibilità e la mobilità, la maggiore velocità del tempo di rotazione del capitale, al pari del tempo di rotazione dei consumi e della durate dei beni, divengono infatti i nuovi criteri con cui riorganizzare l’intero mondo economico: rispettivamente i processi produttivi e la tipologia dei prodotti, i mercati dei lavoro, perché di mercati e non di un solo mercato del lavoro bisogna parlare, e i modelli di consumo.&lt;br /&gt;
Molto è già stato scritto sull’applicazione della robotica e dell’informatica alla produzione, sui sistemi di gestione del magazzino just-in-time, sull’esternalizzazione di funzioni e servizi prima all’interno del ciclo produttivo, sulla crescita del subappalto e delle attività di consulenza, sullo smembramento delle grandi unità produttive, sulla delocalizzazione delle imprese, sulla riduzione della durata di vita e di consumo delle merci, sulla sostituzione delle economie di scala con le cosiddette economie di scopo, ossia sulla crescente capacità di produrre una gran varietà di beni a basso prezzo e in piccole quantità.  Molto è stato scritto insomma sulla differenza tra il paradigma industriale del vecchio capitalismo basato su una struttura meccanicistica e il paradigma postindustriale del nuovo capitalismo basato sulle reti di mercato. E molto è stato scritto, oltre che sulla frantumazione del mercato del lavoro, sull’utilizzazione di lavoro precario, di lavoro connesso con le masse di emigranti, sulla grande riorganizzazione del sistema finanziario mondiale coordinato per mezzo di telecomunicazioni istantanee, che ha visto da un lato la formazione di conglomerati finanziari e di intermediari di estensione mondiale, con un’enorme capacità di spostare denaro, e dall’altro un decentramento dei flussi finanziari attraverso la creazione di nuove borse e di mercati finanziari assolutamente nuovi, come quello dei fondi d’investimento, o l’espansione di mercati finanziari già esistenti come quello di futures su merci o dei debiti a termine.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;&lt;u&gt;3. Al moderno il corpo, al postmoderno la mente.&lt;/u&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;i&gt;Pure non va evitata la domanda di fondo che il passaggio dal paradigma industriale a quello postindustriale pone sul piano storico e sociale.&lt;br /&gt;
Si tratta del transito ad una formazione storico-sociale diversa e nuova rispetto a quella moderna, come vogliono i sostenitori del postmodernismo, con la loro teorizzazione della fine della società fondata sulle classi e sulla lotta di classe, con la loro teorizzazione della fine della società del lavoro, e il passaggio dalla fatica del lavoro manuale alla creatività del lavoro intellettuale e comunicativo, con la caduta del comunismo cosiddetto reale e la fine delle ideologie?&lt;br /&gt;
O si tratta, nel passaggio, dal fordismo al postfordismo, di una mutazione solo superficiale e apparente del capitalismo che non ne modifica la struttura di fondo e che lascia inalterate e valide tutte le categorie della classica interpretazione marxiana. Da parte di chi sostiene quest’ultima tesi, si sostiene che di fondo non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Che tutto si può ricondurre al plusvalore assoluto e al plusvalore relativo di Marx, spiegando la prima categoria la dislocazione delle imprese da regioni ad alto salario e a orario contenuto a regioni di basso salario con giornata lavorativa lunga, e spiegando la seconda categoria le innovazioni organizzative e tecnologiche che consentono extraprofitti temporanei alle aziende innovatrici e poi profitti più generalizzati dovuti alla riduzione del costo dei beni che costituiscono il salario reale dei lavoratori. Che la tendenza del capitalismo alla mondializzazione, all’espansione dei mercati, al trasferimento di capitali, c’è sempre stata. E che dunque nulla cambia se non per un ampliamento delle quantità o per una utilizzazione più intensa delle categorie del capitalismo classico.&lt;br /&gt;
Bene io credo che non si possa seguire nessuna delle due strade, né quella della discontinuità storica dei postmodernisti né quella della continuità, senza trasformazioni radicali, teorizzata dai marxisti tradizionali. A mio avviso va invece percorsa un’altra strada che unisca insieme modernità e postmodernità, senza rinunciare nello stesso tempo ad utilizzare gli strumenti teorici concepiti da Marx. A patto però, come si vedrà subito, di abbandonare il marxismo tradizionale e classico della «contraddizione» e di estrarre dallo stesso Marx un altro paradigma teorico che da ormai un trentennio io provo a proporre, a concettualizzare e a  definire come il «&lt;/i&gt;marxismo dell’astrazione&lt;i&gt;».  Solo il marxismo dell’astratto può consentire infatti di comprendere e di definire il nesso tra postmoderno e moderno come un nesso non diacronico, come se fossero due tempi od epoche storiche diverse, ma come un nesso sincronico, per il quale il postmoderno è null’altro che il moderno, ma un moderno capace come non mai di nascondersi e dissimularsi a sé stesso. Solo un marxismo che usa come sua categoria fondamentale interpretativa e di ricerca non la contraddizione, ma l’astrazione può cioè confrontarsi con la nuova totalità storico-sociale che il capitale oggi pone in essere, legando le nuove modalità dell’accumulazione economica con il nuovo sistema di regolazione ideologico e politico, con il nuovo sistema di rappresentazioni collettive, che quelle stesse modalità richiedono e producono.&lt;br /&gt;
A tal fine è bene ritornare sull’americanismo, sull’americanismo che possiamo chiamare di seconda generazione, e mettere a fuoco che tipo di relazione specifica si dia oggi tra il nuovo lavoro, il cosiddetto lavoro intellettuale o mentale, e le nuove tecnologie dell’informazione. Non perché questa nuova organizzazione del lavoro coincida con la globalizzazione, dato che il capitale è in grado oggi, com’è noto, di utilizzare, ovunque ne abbia la convenienza, e come parti non accessorie del suo sistema produttivo, vecchi sistemi di lavoro a domicilio, artigianale, patriarcale-familiare o paternalistico-mafioso. Ma perché è il possesso e l’uso, quanto più avanzato, della tecnologia informatica che garantisce le posizioni di punta e l’egemonia sia nei diversi comparti del capitale produttivo che di quelli del capitale finanziario.&lt;br /&gt;
Da parte dei più, non solo dagli imprenditori e dalle direzioni aziendali, ma anche dai sociologi, dai sindacalisti, dai politici, dagli intellettuali di varia natura, ci è stato e ci viene detto che con la tecnologia informatica e con la messa al lavoro, non del corpo, ma della mente, si conclude finalmente un’antropologia lavorativa connotata dalla fatica e dal gravoso confronto con la durezza del mondo materiale e si inaugura l’epoca di un lavoro cognitivo e creativo, basato sull’uso dell’intelligenza e della conoscenza e sul confronto, agile e dinamico, con un mondo di dati virtuali. Anche dagli operaisti, sempre pronti a scoprire formule che stupiscano, ci viene detto che il lavorare è ormai un comunicare e che l’essenza della prassi, di quella che appunto  una volta era la prassi materiale, oggi è il linguaggio, da cui muove la possibilità di stringere in un general intellect discorsivo, in una rete di comunanza comunicativa, la massa dei nuovi lavoratori della mente.&lt;br /&gt;
Io credo, al contrario, che sia essenziale sottrarsi a questo riduzionismo linguistico che è diventato oggi l’orizzonte generale del senso comune, non solo intellettuale ma generalizzato e di massa, e considerare che l’informazione in un processo di lavoro capitalisticamente organizzato non è mai solo descrittiva ma è sempre anche prescrittiva; implica cioè un codice di senso predeterminato che obbliga la forza-lavoro in questione a muoversi secondo un contesto di possibilità già definite e strutturate. Non va dimenticato infatti che la caratteristica fondamentale delle nuove tecnologie è quella di collocare una serie enorme d’informazioni al di fuori del cervello umano. Tale mente artificiale può valere come ampliamento di memoria, a disposizione di un soggetto elaboratore e creativo, solo nel caso di attività private e ad alto contenuto di professionalità. Nel caso di processi lavorativi finalizzati alla produzione-circolazione di merci, alla produzione di servizi, alla informatizzazione di funzioni burocratiche pubbliche funziona invece come mente esterna che sistema e accumula le informazioni secondo un codice che implica contemporaneamente schede o disposizioni predeterminate di lavoro, ossia modalità flessibili ma predeterminate d’intervento e di risposta da parte della mente del lavoratore non manuale.&lt;br /&gt;
E’ dunque l’«&lt;/i&gt;anima&lt;i&gt;», diciamo così, del nuovo lavoratore cognitivo, la sua intelligenza sia come comprensione globale-intuitiva che come attitudine logico-discorsiva, ad essere ora subordinata a un programma di senso e di operazioni già predefinite. Vale a dire ossia che proprio ciò che finora veniva definito come la caratteristica più personale e non omologabile del soggetto umano, proprio ciò che il fordismo teneva ben lontano dal campo di battaglia nel suo confronto di classe – appunto le anime dei lavoratori –  ora entrano in un campo di fungibilità interagente ma subalterna con la macchina dell’informazione. La quale per suo verso, accumulando quantità d’informazioni alfa-numeriche sulla base del linguaggio binario, dell’alternanza cioè di zero ed uno, riproduce il mondo reale eliminando da esso qualsiasi ambivalenza e contraddizione dalla realtà secondo la riduzione che  è propria di una semplificazione matematico-quantitativa. Matematizzazione e codificazione del mondo che dal lato del lavoratore cognitivo e della sua prestazione richiede la cooperazione di una soggettività istituita più sulla valorizzazione astratto-calcolante del proprio essere che non sulla messa in gioco di tutte le altre componenti del proprio sé.&lt;br /&gt;
Ma è proprio in questa riduzione della coscienza e del lavoro mentale di massa ad operazioni precodificate di senso che si colloca a mio avviso il passaggio da moderno a postmoderno, nel senso della negazione della profondità della mente o meglio dello svuotamento di una soggettività, la quale nel momento stesso in cui viene valorizzata e messa in campo, è obbligata invece a rinunciare alla sua autonomia, ad una verticalità di percezione e di giudizio che dovrebbe aver le sue radici nella profondità del proprio corpo emozionale e nello stratificarsi della sua memoria. Lo svuotamento della soggettività, il venir meno della sua profondità ha come effetto speculare la superficializzazione del mondo, un mutamento cioè storico-antropologico del sentire, per cui il mondo, l’esperienza del vivere, la vita sociale e individuale appaiono e vengono percepite necessariamente come una superficie frammentata, fatta di momenti ed eventi fondamentalmente slegati tra loro proprio perché non tenuti insieme da una struttura di profondità. Così il postmoderno, la visione del mondo che afferma, per esprimerci con i termini della filosofia, che l’Essere è linguaggio, che non c’è nessuna realtà-verità oggettiva, che non ci può essere nessun pensiero forte e sistematico, ma che viceversa tutto è segno da interpretare attraverso altri segni, è legittimamente l’ideologia del postfordismo, in quanto è un modo di rappresentare e percepire il mondo che viene prodotto con lo stesso atto della produzione dei beni economici, materiali o immateriali che essi siano.&lt;br /&gt;
Marx ci ha insegnato che se il capitale è ricchezza astratta in processo, una delle condizioni fondamentali della sua riproduzione e accumulazione è che astratto, cioè non concreto, bensì controllabile e normalizzabile sia il lavoro che costituisce la fonte di quella ricchezza: secondo quell’organizzarsi tecnologico della produzione, che appunto lui nel Capitolo VI inedito definisce la «&lt;/i&gt;sussunzione reale&lt;i&gt;» del lavoro al capitale. Ad ogni generazione di lavoratori, ad ogni nuova immissione generazionale di forza-lavoro, il capitale deve affrontare, ogni volta di nuovo e con nuove innovazioni tecnologiche, questo problema, per risolverlo e garantirsi la condizione fondamentale della sua esistenza e riproduzione.&lt;br /&gt;
Con il fordismo la sussunzione reale, il controllo e la disciplina concernevano il corpo della forza lavoro e rispetto a ciò il punto di vista di classe poteva riconoscersi in un marxismo della contraddizione che teorizzava il darsi di soggettività collettive e sociali contrapposte, in opposizione tra loro, riguardo alla battaglia sul corpo appunto e sulla sua normalizzazione lavorativa. «&lt;/i&gt;Contraddizione&lt;i&gt;» perché la normalizzazione della forza-lavoro si compiva attraverso un’ortopedia del corpo operaio imposta con costrizione dall’esterno e dalla forza del macchinismo. Con il postfordismo e l’accumulazione flessibile la sussunzione reale di Marx concerne, come dicevo, la mente dell’erogatore di lavoro. Ma ciò significa – e questo snodo io credo sia essenziale per la comprensione del presente – che, attraverso la colonizzazione della mente da parte dell’informatica organizzata a scopi di profitto viene prodotta e riprodotta, insieme al capitale, una tipologia capitalistica di soggettività. Tale tipologia di soggettività patisce lo svuotamento della sua concretezza di vita da parte dell’astratto capitalistico e della sua tecnologia e contemporaneamente la compensazione di tale svuotamento attraverso il sovrinvestimento, la sovradeterminazione, isterica e imbellettata, della superficie del proprio esperire &lt;/i&gt;[Sulla cultura dell’immagine o del «simulacro» cfr. F. Jameson, Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo, tr. it. di S.Velotti, Garzanti, Milano 1989.]&lt;i&gt;. Così mentre partecipa dell’esaltazione ideologica collettiva dell’informatica, della partecipazione a una comunicazione generalizzata e dell’emancipazione dal lavoro che ne dovrebbe conseguire, soffre invece di vuotezza emotiva, di piattezza e d’indeterminatezza d’esistenza.&lt;br /&gt;
Di questo nesso tra svuotamento dell’interno e sovradeterminazione dell’esterno – assai più che delle vecchie categorie dell’alienazione e della contraddizione – deve dar conto il nuovo marxismo dell’astratto. E ciò proprio per poter riproporre alla fine, di nuovo, un marxismo della contraddizione, attraverso la formazione di una nuova soggettività, individuale e collettiva, che, a partire dalla mortificazione e dallo svuotamento compiuti dal mondo dell’astratto ai danni del mondo della vita, ritorni a pensare e a praticare il valore epocale della fuoriuscita storico-sociale dal capitalismo.&lt;br /&gt;
Ma per giungere a ciò è necessario passare oggi attraverso il marxismo dell’astrazione e rileggere alla sua luce &lt;/i&gt;Das Kapital&lt;i&gt; di Karl Marx, comprendendo che Marx ha fatto, prima che storia, scienza del presente e che questa scienza non si basa sulle volontà  e sulle azioni di soggetti individuali, bensì su un fattore impersonale di socializzazione che si chiama appunto Capitale, costituito da una ricchezza non antropomorfa, ma astratta e non finalizzabile a scopi di armonia e di benessere umano, di cui Marx ha codificato la struttura secondo metamorfosi e passaggi, regole finanziarie e produttive,  rapporti di subordinazione di classe, la cui natura obbligata s’impone agli attori sociali e individuali che di volta in volta, secondo tempo, luogo, merce e mercato determinati, e se si vuole anche secondo diverse caratterizzazioni psicologiche, svolgono quelle funzioni, invece, di per sé impersonali e rette da una logica in ogni dove eguale. Certo ci sono ovviamente i molti capitali e il passaggio dall’Uno ai molti, dalla configurazione del Capitale in generale ai molti e concreti capitali, costituisce il problema del passaggio dal 1° al 3° libro di &lt;/i&gt;Das Kapital&lt;i&gt;, coincidendo con la travagliatissima questione della trasformazione dei valori in prezzi. Ma quel passaggio è problematico per lo stesso Marx, oltre che per la natura incompiuta della sua opera, proprio perché Marx vuole essere fedele all’impostazione del primo libro, alla definizione impersonale e meramente quantitativa che ha dato del Capitale come valore in processo, e continuare a pensare e a concettualizzare l’agire concreto dei molti capitali secondo gli obblighi di regole e proporzioni della creazione e distribuzione di «&lt;/i&gt;quantità&lt;i&gt;» di valore, che consegnano gli individui umani, quale che siano le loro capacità d’iniziativa e d’intraprendenza, a vivere solo come personificazioni di funzioni economiche, ovvero, secondo quanto dice Marx, ad essere solo Charaktermasken, maschere teatrali che recitano un copione che già è stato loro scritto e predatato &lt;/i&gt;[Sull’uso e il significato di Charaktermaske in K. Marx cfr. W.F. Haug, Charaktermaske, in Id. (a cura di), Historisch-Kritisches Wörterbuch des Marxismus, Hamburg 1995, Bd. 2, pp. 435-451.]&lt;i&gt;.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;u&gt;&lt;b&gt;4. Una produzione capitalistica di soggettività.&lt;/b&gt;&lt;/u&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;i&gt;Tra moderno e postmoderno dunque, secondo la tesi che qui  si propone, si dà discontinuità, non quanto a modo di produzione e a formazione economico-sociale, bensì quanto a tipologia di lavoro astratto erogato e quanto ad effetto generale di feticismo che la ricchezza astratta del capitale e la sua accumulazione sono in grado di mettere in atto. Il passaggio da un’accumulazione di lavoro astratto, che mette in scena e in gioco il corpo, a un’accumulazione che mette in scena la mente, conduce infatti il capitale a una sorta di accentuata invisibilità. Al passaggio cioè da una coreografia esterna, fatta di materia e di spazialità, ad una coreografia interna e immateriale, fatta di operazioni e funzioni calcolanti-discorsive. E appunto in tale dislocazione dall’esterno all’interno, il capitale assume una configurazione sempre meno sensibile-percettiva, per inaugurare una modalità d’esistenza più impalpabile e virtuale. E’ il fantasmatizzarsi del capitale, il suo farsi puro spirito, come realizzazione di una tecnologia e di un’organizzazione di sé ancor più adeguati al suo concetto, secondo la definizione marxiana di ricchezza astratta – cioè non confinabile in nessuna materia particolare – che accumula se stessa.&lt;br /&gt;
A tale farsi interiore e fantasmatico del capitale, a tale suo smaterializzarsi e rendersi pressoché invisibile, corrisponde, come abbiamo detto, un’eccesso di visibilità nella superficie delle cose e dell’esperire. La tecnologia informatica conduce infatti a un tale svuotamento-colonizzazione della mente da parte dell’astratto da privarla della propria dimensione di profondità e di renderla funzionale alla sola dimensione di acquisizione-elaborazione di dati esteriori. Per cui all’interiorizzarsi del capitale si accompagna una produzione capitalistica di soggettività &lt;/i&gt;[Per l’introduzione di questa espressione cfr. D. Balicco, Non parlo a tutti, Franco Fortini intellettuale politico, manifesto libri, Roma 2006.]&lt;i&gt; capace di esperire il mondo solo nella sua trama di superficie, quale serie di eventi e di fatti, che, senza rimandare a nessi più interni, si concludono nell’attimo appariscente della loro vita accidentale e seriale.&lt;br /&gt;
La produzione capitalistica di soggettività, attraverso la nuova tipologia dell’accumulazione dell’astratto, produce dunque una soggettività esposta più al dominio della quantità che non all’esperienza della qualità. Cioè più un io che si fa spettatore e fruitore di pezzi di mondo sciolti da ogni vincolo reciproco che non un io capace di sintetizzare e riunificare il proprio esperire attraverso valenze significative di relazione.&lt;br /&gt;
E’ un tipo di individualità definibile –  in conformità all’orizzonte storico del capitale-quantità – come un «&lt;/i&gt;io-quantità&lt;i&gt;», ben esplicabile attraverso la categoria hegeliana della cattiva infinità, in quanto io che, non riuscendo  a padroneggiare, attraverso sintesi, la molteplicità del proprio mondo, interno ed esterno, è destinato a trascorrere in «&lt;/i&gt;un assoluto divenir altro&lt;i&gt;», in un allontanamento da sé che si traduce nell’essere colonizzato dall’«&lt;/i&gt;esteriore&lt;i&gt;».&lt;br /&gt;
Vale a dire che, con la produzione capitalistica di soggettività, si genera un individuo catturato più dall’esterno che non dall’interno e  incapace perciò di far riferimento alla propria interiorità emozionale come luogo fondamentale, in ultima istanza, di valutazione e di sintesi del proprio vivere. E dove solo la sovradeterminazione retorica e artificiale, «isterica» è stato giustamente detto, di un mondo esterno, frantumato in immagini di superficie, compensa, sul piano degli affetti, l’eclisse di questo fondamentale senso interno. E’ l’individualità postmoderna che, priva dell’interiorità dell’emozione e della memoria, trasferisce l’investimento affettivo, rimosso se non addiritura forcluso, nella sovradeterminazione, imbellettata ma vuota, del mondo esteriore.&lt;br /&gt;
Ora appunto per comprendere le conseguenze di un’erogazione costante di attività astratta sulla soggettività astratta, nella quale viene meno ogni capacità di dar senso e forma profonde al proprio agire, – per porre come problema fondamentale dell’oggi il nesso tra eclisse dell’emotività e suo trasfert sull’esterno di un mondo ridotto a pellicola di superficie – il marxismo dell’astratto obbliga ad abbandonare il marxismo della contraddizione e dell’antropologia semplificata del giovane Marx, per il quale alienazione e sfruttamento dell’essere umano non possono non generare una forza sociale rivoluzionaria, pronta a recuperare la sua essenza e dignità conculcata e a contraddire l’assetto economico e politico dominante.&lt;br /&gt;
Questa teoria meccanica e automatica del conflitto sociale nasce, nel Marx prima del &lt;/i&gt;Capitale&lt;i&gt;, dalla valorizzazione indiscussa dell’&lt;/i&gt;homo faber&lt;i&gt;, quale soggettività indiscussa e prometeica del materialismo storico, e da una conseguente visione delle forze produttive come elemento comunque progressivo e accumulativo della storia umana. Per cui a muovere dalla centralità dell’uomo produttore e dalla sua sempre più dispiegata e collettiva produttività  non potrebbe non darsi, in presenza di rapporti sociali di proprietà e di distribuzione privata, un inevitabile configgere tra la socialità del produrre e l’appropriazione individualistica di una  ricchezza collettivamente generata.  Per dire insomma che nel Marx della contraddizione, quale istituzione fondativa della società moderna, opera la mitologia di un soggettività umana, fabbrile e comunitaria, presupposta al concreto svolgersi delle realtà storico e sociali &lt;/i&gt;[Cfr. su ciò E. Screpanti, Comunismo libertario. Marx, Engels e l’economia politica della liberazione, manifestolibri, Roma 2007, pp. 32-44&lt;i&gt;. &lt;/i&gt;Sull’organicismo e il comunitarismo del giovane Marx, che assegnano, a ben vedere, una fondazione spiritualistica al suo preteso materialismo mi permetto di rinviare al mio Un parricidio mancato. Hegel e il giovane Marx, Bollati Boringhieri, Torino 2005]&lt;i&gt;, che non può non costituirsi come opposizione e alterità irriducibile a qualsiasi relazione pratico-economica che presuma di tradurla da soggetto in oggetto, da soggetto in predicato del proprio agire e del proprio creare ricchezza.  E quando il Marx maturo in un celebre passo dei Grundrisse afferma che il lavoro è il «&lt;/i&gt;non-capitale&lt;i&gt;» &lt;/i&gt;[K. Marx,  Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica («Grundrisse»), op. cit., p. 244.]&lt;i&gt;, torna ad assegnare al lavoro lo statuto di essere per principio altro, ossia ontologicamente eterogeneo e antagonista rispetto al capitale e alla sua pretesa di dominio incontrastato e assoluto.&lt;br /&gt;
Invece il passaggio alla tipologia dell’accumulazione flessibile sottrae a mio parere ogni legittimità al paradigma della centralità operaia, non tanto o non solo nel senso della riduzione drastica del lavoro manuale nell’ambito dei settori economici tecnologicamente più avanzati, quanto e soprattutto nel senso socio-politico dell’esistenza di una classe dotata, malgrado la violenza dello sfruttamento e dell’espropriazione cui viene sottoposta, di un’autonomia di origine e di funzione che la renderebbe comunque eccedente rispetto alla totalizzazione capitalistica. Il postfordismo non toglie la centralità del nesso forza lavoro-capitale come chiave di volta della società contemporanea ma toglie l’illusione di una forza lavoro quale per definizione soggettività collettiva e antagonista. Anzi pone una realtà paradossalmente rovesciata, quale quella di una forza lavoro mentale che presume di sapersi soggetto, non a dispetto e in opposizione, ma proprio nella coincidenza con il suo svuotamento e il suo essere reso oggetto.&lt;br /&gt;
Per cui, senza dimenticare nulla di un secolo di lotte dell’operaio fordista e dell’enorme permanenza del lavoro manuale nell’attuale economia-mondo, quello che qui preme sottolineare è che, nel passaggio dal fordismo al postfordismo, il capitalismo a base tecnologica informatica rende a sé più facilmente interno, ed omogeneo al proprio processo di valorizzazione, il lavoro. Possiamo aggiungere, non reprimendo o violentando la soggettività, bensì impedendole di nascere e costituirsi in quanto tale. O per dir meglio, negandola proprio attraverso la messa in scena di un processo fittizio di soggettivazione e la valorizzazione di null’altro che la sua medesima silhouette.&lt;br /&gt;
Ma affermare questo, non può non avere, com’è evidente, conseguenze profonde quanto a  decostruzione/ricostruzione dell’intero apparato categoriale di Marx. Giacché l’espulsione o la marginalizzazione della categoria della contraddizione rispetto alla centralità di quella dell’astrazione implica il rifiuto di ogni soggettività presupposta, qual è quella che invece a mio avviso continua ad operare in tutta l’opera di Marx. Ed implica, a muovere dalla cruda realtà della nostra moderna postmodernità, l’assunzione in tutta la sua più ampia serietà del Capitale quale totalità, che produce, come si diceva, il triplice piano dei beni mercantili, dell’asimmetria delle disuguaglianze sociali, e dell’immaginario dissimulatorio attraverso cui quella asimmetria deve essere negata e coperta. Ricordando, a chi critica tale analisi di reiterare il vecchio discorso sul totalitarismo dell’integrazione capitalistica della scuola di Francoforte, che autori come Adorno, Horkheimer, Marcuse non hanno fatto mai del processo di lavoro e dello specifico uso capitalistico della forza-lavoro il luogo generativo della socializzazione e di una totalizzazione inclusiva persino della produzione delle forme di coscienza, interessati com’erano più al capitalismo della circolazione, del feticismo della merce, dell’omologazione dei consumi e dell’industria culturale.&lt;br /&gt;
Invece io credo che, muovendo dal modo in cui l’astratto pervade oggi e svuota le nostre vite consegnandole alla compensazione isterica di un fantasma di soggettività, s’illumina di verità, con un potente effetto di retroazione storica, proprio la teorizzazione marxiana di &lt;/i&gt;Das Kapital&lt;i&gt; come soggetto, di fondo unico e dominante, della storia moderna in quanto accumulazione, tendenzialmente senza fine, di ricchezza astratta. A patto però di porre questo Marx appunto contro il Marx della contraddizione operaia e proletaria, della soggettività presupposta dell’&lt;/i&gt;homo faber&lt;i&gt;, del socialismo come esito necessario di una filosofia della storia fondata sullo sviluppo delle forze produttive, della concezione materialistica della storia come supposto predominio in ogni fase della storia e in ogni formazione sociale della materia di contro allo spirito. A patto cioè di liberarci della pretesa facilità di una contraddizione oggettiva e di collocarla invece nell’animo e nella mente della soggettività di Marx, quale certamente genio ed eroe eponimo della modernità, ma pensatore anche multiverso e contraddittorio, e dotato perciò di molte arretratezze accanto a profondissime  intuizioni e concettualizzazioni. Senza alcuna intenzione, come talvolta è stato detto, di riscoprire, con il sovrappiù di un filologismo colto e accademico, la purezza originaria e incontaminata, al di là dei marxismi, del suo pensiero.  Qui non si tratta di far rivivere, oltre le deformazioni di scuola e di partito, un Marx autentico, ma di far morire il Marx da sempre impari a pensare la modernità a fronte del Marx ancora vivo, anzi ogni giorno ancora più attuale.&lt;br /&gt;
Ma appunto pensare ciò che da sempre è vivo e ciò che è morto nell’opera di Marx significa, a mio avviso, liberare la sua matura critica dell’economia, quale scienza di un soggetto astratto e non-antropomorfo, dalle pastoie della filosofia della storia che pure il Moro ha intensamente concepito, quale divenire predeterminato di un soggetto antropomorfo e antropocentrico.&lt;br /&gt;
Detto questo, per i limiti di spazio in cui questo intervento va contenuto, non è possibile aggiungere altro e svolgerlo analiticamente. Deve perciò essere rinviata altrove la &lt;/i&gt;pars costruens&lt;i&gt; del discorso: quella volta al futuro e alla configurazione di una soggettività, individuale e collettiva, che possa farsi carico, ma in modo profondamente diverso ed originale, degli ideali di emancipazione e di trasformazione sociale delle generazioni e delle classi subalterne che ci hanno preceduto.&lt;br /&gt;
Qui posso solo dire che non potrà darsi ipotesi alcuna di fuoriuscita storica dal capitalismo se non si abbandona il materialismo spiritualistico e fusionale dell’antropologia di Marx e non la si sostituisce con un nuovo materialismo che attinga come sua fonte fondamentale d’ispirazione alla psicoanalisi. Come ho già detto altrove &lt;/i&gt;[Cfr. R. Finelli, Il diritto a una prassi futura, in R.Finelli-F.Fistetti- F. Recchia Luciaini- P. Di Vittorio (a cura di), Globalizzazione e diritti futuri, manifestolibri, Roma 2004, pp. 15-28.]&lt;i&gt;, la psicoanalisi ha complicato enormemente l’antropologia dell’umano, perché ha scoperto e teorizzato che prima dell’alterità orizzontale, della relazione cioè con gli altri esseri umani, il principio dell’alterità è interiore e si dà per ciascuno di noi nella compresenza e nell’irriducibilità del corpo alla mente. Ossia nel convincimento che la mente e il pensiero nascano nell’essere umano con il compito primario di dare coerenza e padroneggiare la complessità impulsiva e riproduttiva della vita corporea. E che tale costruzione verticale della soggettività sia, nello stesso tempo, inscindibilmente intrecciata con la sua costruzione orizzontale, quanto cioè a necessità dell’essere riconosciuta, accolta e legittimata da un’altra (o altre) soggettività.&lt;br /&gt;
Senza muovere da tale nuovo materialismo, che integra i tradizionali bisogni materiali con il bisogno di ciascuno al riconoscimento della propria irripetibile singolarità, non ci potrà essere, io credo, nessuna proposta antropologica e politica capace di contrastare la messa in gioco della falsa soggettivazione posta in essere dall’astrazione capitalistica. Per questo il marxismo dell’astratto lascia cadere la vieta antropologia giovanil-marxiana e si apre alla fecondazione della scienza  antropologica più innovativa del Novecento qual è stata ed è la psicoanalisi. Ma di tutto questo sarà bene argomentare altrove, con spazi  e moduli analitici più appropriati.&lt;/i&gt;»&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;blogger-post-footer&quot;&gt;Se condividi, ti preghiamo di citare la fonte.
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&lt;br /&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;- &lt;i&gt;Barack Obama? Il capo di una «&lt;b&gt;nazione-killer&lt;/b&gt;», che – per cercare di rallentare il proprio inesorabile declino imperiale – sperimenta un nuovo «&lt;b&gt;fascismo globale&lt;/b&gt;», senza frontiere, fatto di terrorismo di Stato e uccisioni mirate ma molto imprecise, con migliaia di vittime civili. Lo afferma l’insigne sociologo norvegese &lt;b&gt;Johan Galtung&lt;/b&gt;. In piena crisi, incalzato dai repubblicani, Obama «&lt;b&gt;si rigioca il trucco retorico progressista che lo ha portato al potere nel 2008&lt;/b&gt;», anche se appena due anni dopo «&lt;b&gt;si è svelato il bluff&lt;/b&gt;», subito punito dal rovescio elettorale delle votazioni di medio termine. Il pericolo? Si chiama fascismo, dice letteralmente Galtung, che avverte: «&lt;b&gt;Ce n’è una varietà nazionale e una globale&lt;/b&gt;». Obama spia gli americani violando la loro privacy. E in più, addestra reparti-killer per eliminare segretamente “nemici” in tutto in mondo, americani e non.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;i&gt;Oltre allo «&lt;b&gt;spionaggio massiccio dello stesso popolo statunitense&lt;/b&gt;», scrive Galtung in un recente intervento, tradotto dal Centro Sereno Regis e ripreso Barack Obama da “&lt;b style=&quot;color: red;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://www.megachip.info/tematiche/democrazia-nella-comunicazione/7897-dallimpero-al-fascismo-globale.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Megachip&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;” l’11 marzo 2012, il giorno di San Silvestro il capo della Casa Bianca, Premio Nobel per la Pace, ha fatto approvare alla chetichella la legge annuale per la difesa nazionale: «&lt;b&gt;Ben dissimulata, è stata ratificata con statuto legale l’esposizione dei cittadini Usa ad arresto arbitrario senza susseguente beneficio d’assistenza legale, e ad eventuale tortura e incarcerazione&lt;/b&gt;». Addio al fondamento giuridico dell’“habeas corpus”, scrive Alexander Cockburn su “The Nation” il 23 gennaio. Grazie al “progressista” Obama, se ne va un pilastro dello Stato di diritto. Marchio distintivo di Obama, per Galtung è lo iato fra discorso e azione: «&lt;b&gt;Una chiave al suo fascismo globale: invece di riconoscere i torti della politica estera Usa, nasconde le sue uccisioni extra-giudiziarie&lt;/b&gt;». Missioni-killer, con scarso controllo parlamentare, condotte «&lt;b&gt;sotto copertura della Cia e del Pentagono in forse 120 paesi, mediante droni e lo Jsoc&lt;/b&gt;», ovvero il “Joint Special Operations Command”, quello delle operazioni speciali.&lt;/i&gt;&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;
L’impero Usa sta cadendo, scrive Galtung, e utilizza élite locali per convogliare valore dalla periferia al centro: élite che però sono «&lt;b&gt;malferme in molti luoghi come l’America Latina, spaventate in Africa, dubbiose in Europa e Asia, in azione contro gli Usa in Cina e Russia&lt;/b&gt;». Il “fascismo globale” è all’opera, scrive il sociologo norvegese. Secondo il saggista Nick Turse, che cita il “Washington Post”, le forze delle operazioni speciali statunitensi erano distribuite in 75 paesi, rispetto ai 60 alla fine della presidenza Bush. Entro il 2012, rivela il colonnello Tim Nye dello “Special Operations Command”, il numero arriverà probabilmente a 120. Secondo Turse, la direzione congiunta delle operazioni targate Socom «&lt;b&gt;è un sub-comando clandestino, la cui missione primaria è rintracciare e uccidere sospetti terroristi secondo un elenco globale di potenziali vittime, che comprende cittadini americani&lt;/b&gt;». La struttura speciale «&lt;b&gt;gestisce una dronecampagna extra-legale di “uccisione-cattura” che un ex-consulente di contro-insurrezione definisce “una macchina antiterroristica quasi a scala industriale per uccidere”&lt;/b&gt;».&lt;br /&gt;
Il capo uscente del Socom, l’ammiraglio di marina Eric Olson, stratega delle “operazioni speciali”, ha varato il “Progetto Lawrence”, così chiamato da “Lawrence d’Arabia”, l’agente inglese che si era alleato coi guerriglieri arabi del Medio Oriente durante la Prima Guerra Mondiale. Citando Afghanistan, Pakistan, Mali e Indonesia, Olson aggiunge che il Socom ha bisogno di “Lawrence d’Ovunque”. L’autentico Lawrence, osserva Galtung, combatté i turchi per una federazione araba, per poi vedere tradita la sua opera dall’accordo Sykes-Picot e dalla brutale colonizzazione del Medio Oriente. Profondamente disgustato, cambiò nome e morì in un incidente. Ebbene, secondo Galtung, c’è da scommettere che i nuovi “Lawrence d’Ovunque” un giorno non lontano «&lt;b&gt;subiranno lo stesso destino&lt;/b&gt;».&lt;br /&gt;
Comprensibilmente, lo schema della classica guerra neo-coloniale d’invasione e occupazione è in piena crisi, dopo i “nuovi Vietnam” chiamati Afghanistan e Iraq. «&lt;b&gt;Ed ecco in auge l’uccisione mirata clandestina»&lt;/b&gt;.&lt;b&gt; &lt;/b&gt;Prima arma strategica, i droni: i bombardieri senza pilota &lt;b&gt;«combinano piattaforme d’osservazione e d’arma, e sono diventati molto apprezzati dai militari Usa e alleati&lt;/b&gt;», anche se restano «&lt;b&gt;meno precisi delle uccisioni Socom&lt;/b&gt;». Stando alle analisi dell’Istituto Brookings, risulta che il rapporto civili-guerriglieri uccisi da missili sparati da droni è di 10 a 1. Secondo questa stima, scrive il “Japan Johan Galtung Times”, sono già stati uccisi migliaia di innocenti: da 2.170 a 2.750 civili. Quasi tremila vittime, come quelle dello storico attacco terroristico dell’11 Settembre. &lt;br /&gt;
«&lt;b&gt;Un aspetto cruciale della supremazia morale e dell’eccezionalismo Usa&lt;/b&gt; – scrive Galtung – &lt;b&gt;è che le vite degli stranieri contano solo una frazione delle vite Usa, per definizione eccezionali e moralmente superiori&lt;/b&gt;». Sicché i droni sono ideali: nessuna perdita americana e nessuna sindrome da stress post-traumatico, non essendoci contatto diretto con le vittime ma solo il puntamento dell’obiettivo tramite computer, anche a migliaia di miglia di distanza. Il drone è l’arma perfetta del nuovo “fascismo globale”, perché funziona e tutto sommato costa poco. «&lt;b&gt;Prima o poi&lt;/b&gt; – aggiunge Galtung – &lt;b&gt;i regimi ancora leali all’Impero Usa si sveglieranno&lt;/b&gt;», a partire dalla stessa Norvegia, che oggi «&lt;b&gt;contribuisce al finanziamento di un progetto di droni Usa, “Global Hawks”&lt;/b&gt;». E forse, chissà, si sveglieranno anche gli americani, che ascoltano il candidato Mitt Romeny riparlare un’altra volta di guerra. La marina Usa intanto si schiera nel Pacifico per contrastare la Cina: altra operazione che assorbirà denaro pubblico. Desolante la fotografia di Galtung: «&lt;b&gt;Un impero in declino, e una nazione-killer&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;».&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;blogger-post-footer&quot;&gt;Se condividi, ti preghiamo di citare la fonte.
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&lt;br /&gt;
«&lt;i&gt;Oggi non sono più molti gli uomini di sinistra disposti ad accusare la democrazia di essere una procedura di classe inventata dalla borghesia per disarmare e addomesticare il proletariato, come sosteneva Karl Marx, né gli uomini di destra disposti a sostenere, così come facevano i controrivoluzionari, che essa si riduce alla “&lt;/i&gt;legge del numero&lt;i&gt;” e al “&lt;/i&gt;regno degli incompetenti&lt;i&gt;” (senza peraltro mai essere capaci di dire esattamente che cosa desidererebbero mettere al suo posto). Fatte salve le rare eccezioni, ai nostri giorni la contrapposizione non è più tra sostenitori e avversari della democrazia, ma esclusivamente tra suoi sostenitori, in nome dei diversi modi di concepirla.&lt;/i&gt;&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;
La democrazia non mira a determinare la verità. È soltanto il regime che fa risiedere la legittimità politica nel potere sovrano del popolo. Il che implica prima di tutto che esista un popolo. Nel senso politico del termine, un popolo si definisce come una comunità di cittadini dotati politicamente delle medesime capacità e legati da una regola comune all’interno di un determinato spazio pubblico. Fondandosi sul popolo, la democrazia è inoltre il regime che consente a tutti i cittadini di partecipare alla vita pubblica, che afferma che essi sono tutti chiamati ad occuparsi degli affari comuni. Spingiamoci un po’ oltre: essa non si limita a proclamare il potere (&lt;/i&gt;&lt;b&gt;kratos&lt;/b&gt;&lt;i&gt;) del pubblico, ma ha la vocazione a mettere il popolo al potere, a permettere al popolo di esercitare in prima persona il potere.&lt;br /&gt;
L’&lt;b&gt;homo democraticus&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;&lt;i&gt; non è un individuo, ma un cittadino. La democrazia greca fu sin dall’inizio una democrazia di cittadini (&lt;/i&gt;&lt;b&gt;politai&lt;/b&gt;&lt;i&gt;), cioè una democrazia comunitaria, non una società di individui, cioè di esseri singoli (&lt;/i&gt;&lt;b&gt;idiotai&lt;/b&gt;&lt;i&gt;, “&lt;/i&gt;idioti&lt;i&gt;” nel senso proprio della parola). Individualismo e democrazia sono, da questo punto di vista, originariamente incompatibili. La democrazia richiama uno spazio pubblico di deliberazione e di decisione, che è anche uno spazio di educazione comunitaria per l’uomo, considerato per natura un essere politico e sociale. Infine, quando si dice che la democrazia consente al maggior numero di persone di partecipare agli affari pubblici, si deve tenere a mente che, in tutte le società, quel maggior numero comprende sempre una maggioranza di cittadini appartenenti alle classi più modeste. Da questo punto di vista, una politica veramente democratica deve essere considerata, se non come quella che fa prevalere gli interessi dei più poveri, almeno come un “&lt;/i&gt;correttivo al potere del denaro&lt;i&gt;”, come ha scritto Costanzo Preve.&lt;br /&gt;
Tuttavia, più si è imposta, più la democrazia si è snaturata. Prova ne sia che il “&lt;/i&gt;popolo sovrano&lt;i&gt;” è ormai il primo a prenderne le distanze. In Francia, l’astensione e il voto di protesta sono stati in un primo momento gli strumenti per esprimere un’insoddisfazione circa la maniera in cui funzionava la democrazia. In seguito, il voto di protesta ha ceduto il passo al voto di disturbo, che mira deliberatamente a bloccare il sistema. Si è così costituita quella che il politologo Dominique Reynié chiama la “&lt;/i&gt;dissidenza elettorale&lt;i&gt;”, vasto agglomerato di scontenti e delusi. In occasione dell’elezione presidenziale del 2002, questa dissidenza rappresentava già il 51% degli iscritti alle liste elettorali, contro il 19,4% del 1974. Alle legislative successive, ha toccato il 55,8%. Ebbene: i principali fornitori della dissidenza elettorale provengono dalle classi popolari, il che significa che l’inesistenza civica o l’invisibilità elettorale sono espressione in primo luogo di quegli stessi ambienti ai quali la democrazia aveva conferito il diritto “&lt;/i&gt;sovrano&lt;i&gt;” di parlare. Che cosa avverrà quando questa dissidenza sceglierà di esprimersi al di fuori del campo elettorale?&lt;br /&gt;
Nel contempo, da anni stiamo assistendo, ma questa volta dall’alto, a uno snaturamento della democrazia da parte di una Nuova Classe politico-mediale che, per salvaguardare i propri privilegi, auspica di restringerne quanto più possibile la portata. Jacques Rancière non esita a parlare di un “&lt;/i&gt;nuovo odio della democrazia&lt;i&gt;”, un odio che potrebbe “&lt;/i&gt;riassumersi in una semplice tesi: non vi è che un’unica buona democrazia, quella che reprime la catastrofe della civiltà democratica&lt;i&gt;”. L’idea dominante è che non bisogna abusare della democrazia, altrimenti si rischia di uscire dallo stato di cose esistente.&lt;br /&gt;
Uno dei mezzi per snaturare la democrazia consiste nel far dimenticare che essa, prima di essere una forma di società, è una forma di regime politico. Un altro mezzo consiste nel presentare come intrinsecamente democratici alcune caratteristiche societarie, come la ricerca di un accrescimento illimitato di beni e merci, che di fatto sono realtà inerenti alla logica dell’economia capitalista: “&lt;/i&gt;democratizzare&lt;i&gt;” significherebbe produrre e vendere a strati sempre più ampi prodotti dal forte valore aggiunto. Un terzo modo consiste nel tentare di creare le condizioni di una riproduzione in forme identiche del disordine costituito, consacrato come unico ordine veramente possibile, come qualcosa che dipende da una necessità storica dinanzi alla quale chiunque, per “&lt;/i&gt;realismo&lt;i&gt;”, dovrebbe inchinarsi (“&lt;/i&gt;Il realismo è il buonsenso dei mascalzoni&lt;i&gt;”, diceva Bernanos). È l’ideale della governance, che potrebbe essere definita come una maniera di rendere non democratica una società democratica senza per questo combattere frontalmente la democrazia: non si sopprime formalmente la democrazia, ma si mette in piedi un sistema che consenta di governare senza il popolo, e se necessario contro di esso.&lt;br /&gt;
La governance, che si esercita oggi a tutti i livelli, mira a porre la politica alle dipendenze dell’economia per il tramite di una “&lt;/i&gt;società civile&lt;i&gt;” trasformata in semplice mercato. Essa appare perciò, per usare le parole di Guy Hermet, come un “&lt;/i&gt;modo di contenere la sovranità popolare&lt;i&gt;”. La democrazia, svuotata del suo contenuto, si trasforma in una democrazia di mercato, spoliticizzata, neutralizzata, affidata agli esperti e sottratta ai cittadini. La governance aspira a una società mondiale unica, chiamata a durare in eterno, giacché la temporalità stessa viene ad essere reificata. Spoliticizzare, neutralizzare la politica, significa infatti collocarne le poste in luoghi che sono dei non-luoghi. L’obiettivo è sopprimere tutte le pesantezze che potrebbero fare da ostacolo alla mancanza di limiti della Forma-Capitale. Diceva Jean Baudrillard: “&lt;/i&gt;Il colpo di forza del capitale consiste nell’aver infeudato tutto all’economia&lt;i&gt;”. L’intera società sarebbe così messa a servizio del capitalismo liberale.&lt;br /&gt;
Non si tratta, a questo proposito, di sviluppare una teoria cospirativa sui “&lt;/i&gt;padroni del mondo&lt;i&gt;”. La governance non è altro che il risultato logico dell’evoluzione sistemica delle società alla quale stiamo assistendo da decenni. Né si tratta di rappresentare il popolo come un essere “&lt;/i&gt;naturalmente buono&lt;i&gt;”, alienato e corrotto da dei cattivi. Il popolo non è privo di difetti. Ma si può pensare, con Machiavelli e Spinoza, che i difetti del volgo non si distinguono sostanzialmente da quelli dei principi – e che, nella storia, sono state soprattutto le élites a tradire. Come ha scritto Simone Weil, “&lt;/i&gt;il vero spirito del 1789 consiste nel pensare non che una cosa è giusta perché il popolo la vuole, ma che a certe condizioni il volere del popolo ha più probabilità di ogni altro volere di essere conforme alla giustizia&lt;i&gt;”.&lt;br /&gt;
Della Repubblica di Weimar, si è potuto dire che era una democrazia senza democratici. Noi oggi viviamo in società oligarchiche nelle quali tutti sono democratici, ma non vi è più democrazia&lt;/i&gt;». &lt;br /&gt;
(Alain de Benoist)&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;blogger-post-footer&quot;&gt;Se condividi, ti preghiamo di citare la fonte.
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E&#39; questo il loro modo di trattarci!&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;i&gt;Manifestate anche per me, perchè io purtroppo non posso farlo: sono un militare!&lt;/i&gt;»; Schuster, nei suoi due commenti, scrive: «&lt;i&gt;Ministeri svegliatevi: capo e comandanti da 600.000 euro all&#39;anno fate per una volta gli interessi della base. Mandate ai nuclei scorta gli anziani prossimi alla pensione con le macchine sfasciate. Ora basta. l&#39;acqua stà bollendo.&lt;/i&gt;», e ancora: «&lt;i&gt;Questa è gentaglia che stà mettendo in mutande la povera gente. Loro miliardari fanno quello che vogliono. Nessuno osa toccarli o parlare di loro. Hanno fatto un colpo di stato con l&#39;assenso dei partiti ladroni.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;i&gt;Al governo vogliamo gli operai per togliere ai ladri i soldi rubati. Gliu operai certamente sono più competenti di questi ladroni.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;i&gt;Scendiamo in piazza a protestare fino a quando non risolvono i nostri problemi incluso l&#39;accorpamento dell&#39;Arma alla Polizia oppure la smilitarizzazione dell&#39;Arma.&lt;/i&gt;»&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Fonte: &lt;b style=&quot;color: #990000;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://www.grnet.it/news/notizie/newssicurezza/3703-manovra-sindacati-di-polizia-al-governo-vadano-loro-in-val-di-susa-a-65-anni&quot;&gt;GrNet.it - Informazione indipendente su sicurezza, difesa e giustizia&lt;/a&gt; &lt;/b&gt;&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&quot;&lt;b&gt;&lt;i&gt;Il tradimento del Governo Monti verso le donne e gli uomini dei Comparti Sicurezza, Difesa e del Soccorso Pubblico è un atto inaccettabile che i Sindacati respingono senza se e senza ma al mittente&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&quot;.&lt;br /&gt;
Inizia così una durissima nota unitaria che i sindacati SIULP, SAP, UGL Polizia di Stato, CONSAP, SAPPE, UIL PA Penitenziaria, FNS CISL Penitenziaria, UGL Polizia Penitenziaria, SAPAF, UGL Forestale, Fe.Si.Fo, FNS CISL Forestale, UIL PA Forestale, FNS CISL Vigili del Fuoco, UGL VVF, UILPA VVF inviano al governo &quot;&lt;i&gt;anche a nome di tutti quegli uomini e quelle donne delle Forze Armate e delle Forze di Polizia ad ordinamento militare, ai quali ancora oggi è negato persino il diritto di manifestare&lt;/i&gt;&quot;, sull&#39;orientamento dell&#39;esecutivo di non fare sconti sulla materia pensionistica nemmeno al personale dei Comparti Sicurezza, Difesa e del Soccorso Pubblico che, in teoria, dovrebbero &quot;godere&quot; degli effetti della c.d. specificità.&lt;br /&gt;
&quot;&lt;i&gt;Al totale stato di abbandono, di mortificazione della dignità personale e professionale a cui gli uomini e le donne in uniforme sono costretti ormai da troppi anni - prosegue la nota -, e che è stato reiterato dal Governo Monti nel primo incontro sull’armonizzazione degli aspetti previdenziali dei suddetti Comparti, oltre ad essere l’ennesimo tradimento verso chi sacrifica la propria vita per la difesa delle Istituzioni, della sicurezza interna ed esterna, e la salvaguardia del Paese, rappresenta anche la fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Presentarsi al tavolo, rifiutando ogni confronto con i Sindacati e le Rappresentanze su una materia che è di pertinenza degli stessi organismi e invocare l’omologazione totale del sistema previdenziale anche per questi comparti così come applicato alla totalità dei lavoratori, ancor prima di avere completato la precedente riforma con l’avvio della previdenza complementare, è politicamente miope e praticamente scellerato&lt;/i&gt;&quot;.&lt;br /&gt;
&quot;&lt;i&gt;Dimenticare la specificità e i requisiti oltre alle limitazioni delle libertà individuali di questi lavoratori per il bene del Paese agendo con una mera logica di “amministratore di condominio”, rappresenta un voltare le spalle a chi, come definito dallo stesso Presidente del Consiglio Monti, rappresenta “il cuore e la garanzia dello Stato”.&lt;/i&gt;&quot;&lt;br /&gt;
I sindacati sottolineano &quot;&lt;i&gt;come questo ennesimo tradimento avrà una risposta ferma e massiccia attraverso una manifestazione, ancorché nel pieno rispetto delle regole e delle leggi vigenti, ma che porterà “all’occupazione” di un giorno della città di Roma contro chi, prima in nome di una politica disattenta e oggi in nome di un cinico tecnicismo, pensano di annullare anche il diritto alla democrazia e alla sicurezza dei cittadini italiani. A questi tecnocrati spietati mandiamo a dire che ci andassero loro in Val di Susa a 65 anni a combattere quella che è una vera e propria guerra causata da una incapacità di chi dovrebbe governare il Paese ma in realtà non lo sa fare, a salire sulle scale per soccorrere le persone nei piani alti degli edifici in preda alle fiamme o a fare le missioni di pace all’estero in scenari di guerra&lt;/i&gt;&quot;.&lt;br /&gt;
&quot;&lt;i&gt;Perché è bene che lo sappiano, questo è quello che stanno disegnando per il futuro della sicurezza dei cittadini e del nostro Paese. Per contrastare queste decisioni inaccettabili e per decidere la data e le modalità con cui attuare le manifestazioni di protesta, martedì è stata già convocata una riunione di tutti i sindacati e di tutte le rappresentanze&lt;/i&gt;&quot;.&lt;br /&gt;
&quot;&lt;i&gt;Siamo al capolinea&lt;/i&gt; - concludono i sindacati -. &lt;i&gt;È ora che qualcuno si renda conto che il fondo è stato già raschiato sulla pelle dei lavoratori e dei servitori dello Stato, a differenza dei privilegi e degli sprechi delle caste che continuano a prosperare ed è per questo che gli uomini e le donne in uniforme dicono: ora basta! La misura è ormai colma&lt;/i&gt;&quot;.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;blogger-post-footer&quot;&gt;Se condividi, ti preghiamo di citare la fonte.
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&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: right;&quot;&gt;di &lt;b&gt;Costanzo Preve&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;Fonte: &lt;b style=&quot;color: #990000;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=41612&quot;&gt;Arianna Editrice&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;u&gt;&lt;b&gt;Una riflessione storica politicamente scorretta&lt;/b&gt;&lt;/u&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;b&gt;1&lt;/b&gt;. Fra le sceneggiate neoliberiste della giunta Monti vi sono scene da vera e propria commedia dell’arte. La protesta delle donne operaie colpite deve essere fatta da una rispettabile e ammirevole deputata operaia leghista, mentre gli eredi di Gramsci e Togliatti inneggiano all’imposizione di un neoliberalismo privatizzatore assoluto. Il tecnocrate orecchione Giarda chiama i deputati “company”, rivelando così plasticamente il disprezzo interiore che nutre per la rappresentanza popolare, chiamata “casta”. E si potrebbe continuare. Ma come professore di storia e filosofia ritengo opportuno fare il mio mestiere, e cioè riflettere spregiudicatamente sulle analogie storiche. &lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;b&gt;2&lt;/b&gt;. L’arroganza neoliberale privatizzatrice della giunta Monti è ormai del tutto svincolata da idee di rappresentanza democratica, non importa se di destra o di sinistra (si ricordi che da tempo io considero obsoleta questa dicotomia, e credo che i fatti mi diano ragione, se appena li si vuole interrogare e interpretare con spregiudicata sincerità). Questo ricorda una analogia storica, la scelta di Stalin nel 1929 di imporre per ragioni ideologiche il suo modello di comunismo. Il 1929 di Stalin e il 2011 di Monti hanno infatti almeno un elemento in comune: in entrambi i casi un insieme di scelte politiche è completamente svincolato da qualunque mandato democratico, ma è legittimato dal riferimento a un universale astratto dispotico, la Storia in un caso (Stalin), l’Economia in un altro (Monti). Paradossale? Certamente. Ma il paradossale è nella storia più frequente dell’influenza invernale. Riflettere per credere.&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;3&lt;/b&gt;. So bene che nel 1929 la decisione di Stalin di nazionalizzare tutto fu dovuta anche a ragioni congiunturali (crisi delle forbici tra prezzi agricoli e industriali, eccetera). Ma la ragione fondamentale delle sue scelte fu un riferimento diretto e non democratico alle presunte Ragioni della Storia, gemelle di quelle Ragioni dell’Economia, cui fa riferimento la giunta Monti e il codazzo di giornalisti corrivi al seguito, fra cui segnalo per particolare impudenza il torinese Gramellini.&lt;br /&gt;
Se Stalin avesse sottoposto democraticamente il suo progetto “comunista” nel 1929 al popolo sovietico (quello reale, non quello onirico inventato dai comunisti dell’epoca) certamente esso lo avrebbe democraticamente respinto a maggioranza. Il solo modo di farlo passare era di presentarlo come il destino ineluttabile delle leggi dialettiche della storia, che in quel contesto avevano lo stesso ruolo delle leggi del mercato neoliberale oggi agitate dai pagatissimi mezzibusti televisivi. In questo senso l’università Bocconi di Milano e l’Istituto di Marxismo-Leninismo di Mosca hanno la stessa identica funzione politico-ideologica: si nazionalizza per superiori ragioni storiche, si privatizza per superiori ragioni economiche. In entrambi i casi, non ha senso rivolgersi alle opinioni di ignoranti pecoroni, ignari delle leggi supreme della Storia (Stalin) e dell’Economia (Monti).&lt;br /&gt;
Stalin non poteva rifarsi a Marx, perché Marx, morto nel 1883, non poteva prevedere la nuova situazione. Marx aveva previsto che il modo di produzione capitalistico, per la natura illimitata della sua “produzione per la produzione”, si sarebbe esteso all’intero pianeta e avrebbe a poco a poco vinto ogni resistenza (a quei tempi, le resistenze dei modi di produzione precapitalistici; oggi sappiamo anche la resistenza, da Marx assolutamente non prevista, del dispotismo operaio chiamato “socialismo reale”). Ma Marx aveva sbagliato su due punti grandi come la catena delle Alpi: aveva detto che il capitalismo a un certo punto sarebbe stato incapace di sviluppare ulteriormente le forze produttive, laddove invece è esattamente l’opposto, e aveva individuato il soggetto rivoluzionario nella classe operaia, salariata e proletaria, laddove questa classe è nel suo complesso in condizioni normali meno rivoluzionaria dei contadini egizi e sumeri. E quindi il povero Stalin, che non poteva ovviamente ammettere una simile bestemmia, avendo fatto diventare Marx il profeta di riferimento, era costretto a inventarsi “leggi dialettiche della storia”, addirittura tre, totalmente inesistenti, per giustificare la violazione di qualsiasi regola democratica.&lt;br /&gt;
La giunta Monti si muove in base alla stessa identica concezione religiosa, con l’Economia al posto della Storia, e con l’università Bocconi al posto dell’Istituto di Marxismo-Leninismo.&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;4&lt;/b&gt;. Mi rendo conto che tutto questo è scandaloso per le anime pie e politicamente corrette, e che per poterlo argomentare con sufficiente precisione dovrei impiegare centinaia di pagine. Ma ve le risparmio, intanto so bene che sarebbero del tutto inutili, perché ormai siamo di fronte a processi di incredibile babbionizzazione, dovuti a decenni di simulazione teatrale Destra/Sinistra, di antifascismo in assenza di fascismo, di anticomunismo in assenza di comunismo, di interventi imperialistici in nome dei diritti umani, di parossismo identitario antiberlusconiano, di polemica contro la cosiddetta “casta”, eccetera. Soprattutto, è incredibile che abbiano cominciato a prendersela con i tassisti, i farmacisti, gli edicolanti, assimilati a corporazioni mafiose e parassitarie, laddove nessuno sembra prendersela con i giganteschi profitti del capitale finanziario speculativo.&lt;br /&gt;
Non mi stupisce ovviamente che gli ex comunisti siano in prima fila in questa tragicommedia. Chi ha creduto a inesistenti Leggi della Storia è indubbiamente portato a riconvertirsi e a riciclarsi in credente di altrettanto inesistenti Leggi dell’Economia. Non parlo di personaggi pittoreschi come Franceschini o la Bindi. Costoro sono ex democristiani normalmente riciclati. Parlo dei mercenari ex comunisti alla D’Alema, Bersani e Napolitano, il tipo umano culturalmente predestinato a passare con un doppio salto mortale dall’Istituto di Marxismo-Leninismo all’università Bocconi di Milano.&lt;br /&gt;
Se la dialettica hegeliana fosse maggiormente conosciuta , questo passaggio apparirebbe comprensibile e addirittura di facile comprensione. Ma non a caso le facoltà di Filosofia sono state costruite e finanziate per intorbidare le acque con il postmoderno, il pensiero debole, il new realism, la morale astratta kantiana, le inutili dicotomie bobbiane, eccetera. E allora uno dei problemi dialettici più facili del mondo, il passaggio dalle inesistenti Leggi della Storia alle inesistenti Leggi dell’Economia diventa un mistero chiuso da sette sigilli.&lt;br /&gt;
Il battage mediatico è asfissiante. Ogni tanto ci sono dissonanze, come le lacrime della tecnocrate Fornero e l’arroganza dell’orecchione Giarda, ma purtroppo manca una cultura che riesca a vedere chiaro in un processo che in realtà è chiarissimo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;blogger-post-footer&quot;&gt;Se condividi, ti preghiamo di citare la fonte.
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http://urukhaizeitung.blogspot.com&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://urukhaizeitung.blogspot.com/feeds/5641439164988841673/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/5382303219715369395/5641439164988841673?isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5382303219715369395/posts/default/5641439164988841673'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5382303219715369395/posts/default/5641439164988841673'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://urukhaizeitung.blogspot.com/2012/03/lo-stalinismo-capitalistico-della.html' title='«Lo stalinismo capitalistico della giunta Monti».'/><author><name>UHZ</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12674722653279396774</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_tzotQom_Xhs/TLa0Zi4dwBI/AAAAAAAAAI4/nZ-aTrZQuv0/S220/logo+huruk-hai.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhs1qmtWkLFBrqzN7KjDWFiazXjo2fHK1bQKHUPlUgnD0mMeNoVWR3dH8nsTZmcdbqOlMAJ3ctSffYlyOtGUZxgRW_74iDZtrII2089HEDbFXeXLUH8QFjmeIFPzBCFRS4fIA6XA4i2TqaY/s72-c/governo-monti.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5382303219715369395.post-7858197704847772368</id><published>2012-03-08T20:31:00.002+01:00</published><updated>2012-03-09T11:47:50.787+01:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="attualità"/><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Erman"/><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="lavoratori"/><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="lavoro"/><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="società"/><title type='text'>Scenari di crisi e compiti dei comunisti   (di Erman Dovis*)</title><content type='html'>&lt;div dir=&quot;ltr&quot; style=&quot;text-align: left;&quot; trbidi=&quot;on&quot;&gt;&lt;div style=&quot;text-align: right;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;b&gt;&lt;span style=&quot;color: #660000;&quot;&gt;{*C.C.PdCI Fed. Teramo}&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Un recente articolo di Repubblica ha messo in evidenza ancora una volta come circa 150 multinazionali, (per la maggior parte  società finanziarie) controllino il mondo intero, tenendo sotto scacco i mercati e gli Stati stessi. Ciò che il quotidiano  non dice, è che per il gioco delle partecipazioni nei consigli d&#39;amministrazione e dell&#39;azionariato nelle società stesse, le grandi famiglie  proprietarie di queste multinazionali non sono più di una quindicina. Tutto questo non rappresenta una novità: nella continuità del potere borghese, un pugno di oligarchie industriali e finanziarie manovra incessantemente per assumere il dominio totale di ogni aspetto della vita del paese e dello Stato. Allargano i poteri all&#39;estero, ed attraverso il controllo di banche e multinazionali, speculano, corrompono, accumulano denaro, secondo l&#39;interesse del massimo profitto e contro gli stessi interessi nazionali. Questi poteri sono, e saranno sempre, alla base di regimi forti. &lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;br /&gt;
Uno degli aspetti che rafforza il capitale monopolistico è il processo di decentramento produttivo e di delocalizzazione: iniziato nei primi anni del secondo dopoguerra, quando si accentuò ancor di più la concentrazione capitalistica in poche mani nel campo della finanza e dell&#39;industria, l&#39;operazione consiste essenzialmente nel trasferire parte della lavorazione in diverse e più piccole aziende, spesso anche in piccolissime unità produttive a domicilio. Lo scopo è duplice: da un lato i costi vengono notevolmente abbassati, non vi sono limiti sull&#39;orario di lavoro e sulle regolamentazioni in genere ed i pagamenti vengono effettuati a cottimo. Dall&#39;altro si divide e si fraziona fisicamente la classe operaia, minandone la combattività. Gianni Agnelli, in un&#39;intervista concessa all&#39;Espresso nel 1970, ebbe a dichiarare: &quot;la ripresa delle lotte operaie del 1969- 70 ha insegnato alla Fiat che è finito il tempo delle grosse concentrazioni operaie”. In effetti lo sparpagliamento impedisce un&#39;organizzazione operaia coesa ed una omogeneità di pensiero, ed influisce sulla mentalità dell&#39;operaio, che cambia a seconda del suo inquadramento in una grande o piccola azienda, cosi come nella microbottega: nella prima il lavoratore vede il datore di lavoro come il nemico di classe, lo sfruttatore, mentre nelle altre il padrone è considerato &quot;uno di loro&quot;.  Nell&#39;epoca attuale, segnata dall&#39;accentuarsi violento della crisi di Restaurazione, le contraddizioni tra i gruppi monopolistici speculatori e le masse popolari, si acuiscono addirittura di ora in ora. Il feroce rastrellamento di denaro operato a qualsiasi costo non solo ha gettato nella miseria le classi deboli, ma sta inghiottendo nel vortice della crisi anche la piccola e media borghesia, che viene schiacciata dal capitale finanziario e spinta verso una condizione di proletarizzazione. La concentrazione monopolistica, che si rafforza attraverso la delocalizzazione, il contoterzismo e la destrutturazione produttiva, non lascia margini di manovra: la rapina di denaro liquido in ogni sua forma, la messa a pagamento di crediti insolvibili, il  fallimento e la  requisizione dei beni come le  piccole e medie imprese, che vengono assorbite dai grandi gruppi, sono solo alcuni degli aspetti del terrorismo oligarchico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Queste situazioni non possono non evidenziarsi anche a livello locale: infatti la violentissima crisi che ha investito il nostro Paese non ha risparmiato la provincia di Teramo, spazzando via dal 2009 ad oggi ben 562 aziende dell&#39;industria manifatturiera,di cui 188 in Val Vibrata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nelle città di Giulianova e Roseto degli Abruzzi sono state chiuse 103 imprese, 54 nella sola Martinsicuro, 34 a Tortoreto. Questo processo ha investito in pieno la classe operaia, causando la perdita di ben settemila posti di lavoro in circa quattro anni, determinando uno scenario di autentico dramma sociale. Secondo i dati della Fillea-Cgil, nel settore legno si denuncia una perdita del 40% della forza lavoro dal 2008 ad oggi, la chiusura di importanti fabbriche e la seria difficoltà delle restanti, per un comparto produttivo che dà lavoro ormai solamente a 870 operai circa, mentre le ore di Cig sono aumentate del 295%. Il decremento dei lavoratori occupati nel settore dell&#39;edilizia raggiunge una percentuale del 30%, sempre in rapporto ai dati del 2008, con 1770 posti di lavoro perduti, mentre nel settore manufatti in cemento si registra una perdita occupazionale del 17% rispetto a tre anni fa. I dati forniti dalla Filctem per il settore tessile-abbigliamento sono drammatici per la nostra provincia: dei 12.000 occupati al 2008 non ne restano che 9400 circa, il che significa quasi tremila posti di lavoro bruciati, a cui vanno aggiunti 3.500 lavoratori in mobilità e 6.400 in cassa integrazione. Agli ammortizzatori sociali si fa ampiamente ricorso anche nel settore metalmeccanico, con 1400 lavoratori in stato di mobilità, cassa integrazione e cassa straordinaria. In provincia di Chieti, nel comprensorio Chieti-Ortona-Guardiagrele il tasso di disoccupazione tocca il 18%, e nell&#39;intera provincia sono 14.000 i disoccupati iscritti al collocamento, 2.500 invece quelli iscritti alla mobilità. Nel settore metalmeccanico sono quasi tremila (2800) i posti di lavoro a rischio, mentre si segue con preoccupazione la vertenza per la Sixty di Chieti Scalo, che ha annunciato esuberi tra i 200 e 250 operai su un totale di 440 lavoratori impiegati. La situazione è ormai insostenibile non solo a Teramo, ma in tutta la regione e per gli operai e le loro famiglie tutto questo ha un significato preciso: angoscia, povertà, disperazione.  Nell&#39;immediato, occorre  una convocazione di tutte le parti sociali per  lo sviluppo di un piano industriale concreto, ma questo ovviamente non basta.  Il compito dei comunisti è innanzitutto capire cosa accade, maturare una comprensione di classe, organica e dialettica, partendo dalla realtà della lotta tra le classi e non dai desideri individuali  che generano astrattismo e spontaneismo. Il Partito Comunista, diretto dall&#39;avanguardia della classe operaia, non segue gli avvenimenti, li precede. Non si accoda al movimento operaio, lo dirige. Seguendo gli insegnamenti leninisti e gramsciani, esso lotta per la trasformazione rivoluzionaria  della società, educando ed elevando la coscienza di classe delle masse, ed  allo stesso tempo combatte per rivendicazioni immediate, per il miglioramento anche parziale delle condizioni generali di vita delle classi deboli. L&#39;unità è lo strumento fondamentale per perseguire tali obbiettivi: se analizziamo con attenzione, è evidente infatti  che l&#39;opera di divisione aperta al nostro interno, frutto di opportunismi, revisionismi, ma anche della scomposizione fisica della produzione e dei lavoratori (divisi persino da innumerevoli categorie contrattuali) produce per riflesso una dilaniante frammentazione partitica e sindacale, che politicamente deve essere superata attraverso patti d&#39;unità d&#39;azione, cercando di coinvolgere tutte le forze a noi non ostili. Dobbiamo essere in grado dunque di utilizzare tutti coloro che possono essere utili, per obiettivi a breve, medio e lungo termine. Nei luoghi di produzione, un grande aiuto può venire impegnandoci nella costruzione  di comitati unitari, o meglio di coordinamenti, in cui l&#39;influenza dei comunisti sia decisiva a contrastare le rivalità tra varie sigle, gli immobilismi e le  rovinose fughe in avanti che la divisione comporta,che spesso limitano la potenzialità della lotta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La lunga onda di restaurazione, cominciata tanti anni fa, tappa dopo tappa è arrivata al suo traguardo e diffonde oggi il suo nero veleno di morte su tutta la società: distrugge le nazioni, i popoli, il lavoro, la nostra stessa vita quotidiana. La ferma  risposta arriverà per mano della classe operaia organizzata, che già ora  resiste in ogni nostra provincia e regione e che con dignità e fierezza afferma: “Questa volta no, non passeranno&quot;.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;b style=&quot;color: #660000;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://www.marx21.it/italia/sindacato-e-lavoro/795-scenari-di-crisi-e-compiti-dei-comunisti.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;{Fonte: http://www.marx21.it/italia/sindacato-e-lavoro/795-scenari-di-crisi-e-compiti-dei-comunisti.html}&lt;/a&gt;&lt;/b&gt; &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;blogger-post-footer&quot;&gt;Se condividi, ti preghiamo di citare la fonte.
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«La strage neonazista di Oslo e quelle recenti di Liegi e Firenze non sono frutto della follia del singolo, e neppure azioni isolate di qualche nostalgico falangista. Esse devono essere inserite in un ampio quadro d&#39;analisi concreto e dialettico, e sono indubbiamente uno tra gli effetti devastanti della gravissima crisi economica scatenata dal monopolismo internazionale, che da un lato accumula illegalmente milioni e milioni di dollari, dall&#39;altro genera scenari di aperto fascismo attraverso autoritarismo, licenziamenti di massa, genocidi criminali,guerre.  &lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;La caratteristica dei gruppi monopolistici infatti, non è solamente quella di avere l&#39;appoggio del governo borghese e delle leggi che esso emana, ma di prendere il potere fisicamente nelle proprie mani, facendo dello stato uno strumento di dominio assoluto per raggiungere profitti sempre maggiori. La corretta definizione data dal XIII Plenum dell&#39;Internazionale Comunista, stabilisce che il fascismo è &quot;l&#39;aperta dittatura terroristica degli elementi più reazionari,più sciovinisti ed imperialisti del capitale finanziario.&quot;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt; Ciò non significa però che esso si manifesti necessariamente allo stesso modo nel corso delle epoche e dei contesti storici e di classe. Con il crack finanziario del 1873, sorsero in Inghilterra le prime concentrazioni monopolistiche nel settore carbonifero e minerario, determinando le prime esportazioni di capitale. Francia, Regno Unito, Germania si lanciarono in spietate scorribande coloniali in Africa, Asia,Pacifico. La repressione interna fu la risposta alla disoccupazione, ed alla miseria, come descrisse magistralmente Jack London nel suo celebre scritto &quot;Il Popolo degli Abissi&quot;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt; Negli Stati Uniti d&#39;America i nascenti monopoli presero in mano il paese attraverso speculazioni e corruzione: Jay Gould spese un milione di dollari per corrompere il Parlamento di New York affinchè legalizzasse l&#39;emissione di titoli annacquati, Thomas Edison pago&#39; mille dollari per ogni politico del New Jersey in cambio di leggi favorevoli. le compagnie ferroviarie erano in mano a sei societa&#39;, di cui quattro di proprietà della Morgan e due dei banchieri Kuhn, Loeb and Company, che grazie alla corruzione sistematica ottenero dallo stato milioni di ettari di terra senza vincoli, e sempre ricorrendo alle bustarelle impedirono ogni indagine ai membri del Congresso.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt; John Rockefeller fondo&#39; la Standard Oil Company, e stipulò accordi segreti con alcune compagnie ferroviarie,affidando loro il trasporto del proprio petrolio con forti sconti sulla tariffe, e facendo fallire tutte le ditte concorrenti. Andrew Carnegie, agente di borsa a Wall Street, costruì un acciaieria da un milione di dollari che poi rivendette a J.P.Morgan, il quale riunendo insieme varie aziende fondo&#39; la US STEEL CORPORATION: il magnate costrinse il Congresso ad approvare dazi per tagliare fuori l&#39;acciaio straniero, mantenne in questo modo molto elevato il prezzo della merce alla tonnellata (28 dollari) facendo lavorare duecentomila uomini per 12 ore al giorno con salari neppure sufficienti alla sussistenza famigliare. Si soffocava la concorrenza, si mantenevano prezzi alti e salari da fame sfruttando i sussidi statali. Questa orgia criminale di manipolazioni finanziarie ed arricchimenti illegali produsse la più grave crisi economica del paese, che getto&#39; nella disperazione milioni di cittadini:nel 1893. Seicentoquarantacinque banche fallirono e sedicimila aziende chiusero i battenti, i disoccupati furono più di tre milioni, nessuno Stato votò programmi di assistenza, ed ondate di scioperi si abbatterono sulla nazione, il piu&#39; drammatico dei quali fu quello della Pullman Company, che si risolse con l&#39;intervento dell&#39;esercito federale che represse i moti popolari uccidendo tredici persone. A questa fascistizzazione della società fece contemporaneamente seguito una politica di aggressione coloniale, perchè, come disse il senatore Beveridge &quot;..le industrie americane producono più di quel che gli americani possono consumare, quindi il commercio mondiale deve essere nostro. Sara&#39; nostro.&quot;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt; Le Hawaii furono occupate nel 1893, Cuba nel 1898, le Filippine nel 1901, ed i criminali massacri compiuti vennero denunciati con forza dallo scrittore Mark Twain. La spirale delle contraddizioni, sempre piu&#39; aspre, si risolse con la mattanza devastante della Prima Guerra mondiale, autentica manna per gli stati che dovevano far fronte ad un vasto movimento di protesta operaio. Dall&#39;altro lato però,grazie all&#39;opera straordinaria di Lenin e dei comunisti, si produsse l&#39;evento più importante della storia moderna: la Rivoluzione d&#39;Ottobre e la nascita dell&#39;Unione Sovietica, primo stato operaio della storia, che cambiera&#39; le sorti del genere umano. In Italia, dopo le prime &quot;reazioni&quot; crispine, le avventure in Abissinia e la Grande Guerra, l&#39;avanzata della classe operaia espressasi nel Partito Socialista intorno al gruppo di Torino dell&#39;Ordine Nuovo produrrà anni di profonde lotte di classe e la nascita del Partito Comunista d&#39;Italia. Le oligarchie stabilirono quindi di fare del fascismo un prodotto organico del capitalismo. Attraverso l&#39;aperta dittatura ed il corporativismo, i fascisti repressero con forza le organizzazioni operaie prima, poi quelle democratiche, fino alla piccola e media borghesia e via via tutto il resto. Ogni singolo aspetto della vita del paese era oggetto del controllo asfissiante degli interessi dei monopolisti come Fiat e Pirelli, che decidevano della distribuzione delle materie prime nel paese, del bilancio statale, della produzione e del lavoro. I grandi magnati dell&#39;industria e della finanza, i loro diretti rappresentanti vennero inseriti negli organi dello stato.112 senatori e 125 deputati, e numerosi membri del direttorio del partito fascista ricoprivano importanti ruoli operativi nelle più note società italiane. Dittature come quella italiana furono installate in buona parte d&#39;Europa: Spagna, Germania, Bulgaria, Romania, Polonia, Ungheria, mentre le contraddizioni sempre più violente tra gli imperialismi e tra i capitalismi, la grande depressione ma anche la voglia di eliminare una volta per tutte il comunismo porto&#39; alla seconda guerra mondiale. La belva nazifascista venne sconfitta grazie al grande sacrificio dell&#39;Armata Rossa, del popolo sovietico e dalla forte e diffusa resistenza partigiana. Sulla scia di questa impresa si formarono nuovi stati socialisti in Europa, si svilupparono guerre di liberazioni popolari, si affermo&#39; una generale e consapevole coscienza antifascista. La straordinaria vittoria dell&#39;esercito popolare guidato dal Pcc di Mao Tse Tung in Cina, sembro&#39; orientare definitivamente buona parte del mondo in un&#39;ottica di democrazia, pace e progresso. Tuttavia la Restaurazione borghese era stata si sconfitta ma non schiacciata, e si riorganizzò, questa volta legandosi all&#39;imperialismo americano, uscito rafforzatissimo dal secondo conflitto mondiale. La strategia venne impostata sul doppio binario: da una parte si alimentarono frizioni, divisioni, tendenze isolatrici all&#39;interno del vasto movimento comunista internazionale, mettendo gli stati socialisti uno contro l&#39;altro. Si procedette in questa maniera anche all&#39;interno dei partiti comunisti occidentali, per depotenziarne la forza, depistarli e renderli sempre fragili. Dall&#39;altra si trattava di avanzare a tutti i costi sullo scacchiere strategico internazionale, conquistando nuove posizioni, instaurando dittature terroristiche e coloniali, e reprimendo le legittime ambizioni democratiche dei popoli. La Corea del Sud divenne un protettorato yankee, con un ridicolo fantoccio messo al potere, che instaurò, per conto delle multinazionali, una dittatura terroristica. Il Vietnam fu vittima di aggressioni imperialiste di ogni sorta, il governo iraniano di Mossadeq, colpevole di aver nazionalizzato il petrolio, venne abbattuto da un astuto complotto della Cia, e le ricchezze nazionali consegnate alle compagnie petrolifere americane. In America Latina, il governo nazionalista riformista di Arbenz, eletto con una schiacciante maggioranza, decise di procedere ad una riforma agraria che intaccò gli interessi del potente gruppo monopolista della UNITED FRUIT (che ancora oggi possiede in questo paese migliaia di ettari di terreno). Il legittimo governo fu abbattuto con un colpo di stato militare, e venne avviata una spietata dittatura fascista per conto delle multinazionali e dei proprietari terrieri,che aboli&#39; tutte le riforme democratiche scatenando una terribile repressione popolare. Dal Nicaragua di Somoza al Cile di Pinochet, dallo Zaire di Mobutu al Perù di Fujimori, dall&#39;Indonesia di Suharto all&#39;Argentina dei militari, l&#39;imperialismo persegue ferocemente i suoi sanguinari obbiettivi di dominio, in una corsa a tappe che non concede soste nel suo criminale procedere. Sul piano interno, da un lato vengono fatte concessioni riformiste, alimentando illusioni elettoralistiche, dall&#39;altro si fa ricorso ad un continuo uso della violenza stragista, partendo da Portella della Ginestra nel 1947, passando per Reggio Emilia, Piazza Fontana, Piazzale della Loggia, il treno Italicus, la strage di Bologna fino ai giorni nostri. Una ininterrotta scia di violenza combinata con una buona dose di illusioni, e qualche concessione, determinano un certo distacco da un concreto approccio antifascista, annacquando sempre più la coscienza di classe in favore di una non precisata coscienza di massa, e permisero il sorgere di nuove potenti concentrazioni monopolistiche. La nuova grande crisi economica, iniziata nel 1969 con il fallimento in Usa di 14000 aziende assorbite dalle multinazionali, fa entrare il progetto di restaurazione in una fase cruciale:si pianifica la sistematica distruzione delle forze produttive, iniziano le prime delocalizzazioni e destrutturazioni che permettono la disarticolazione e la disgregazione fisica della classe operaia. La fabbrica è scomposta e con essa l&#39;omogeneità di pensiero dei lavoratori. La divisione diverrà la triste e costante realtà che ancora oggi persiste nella sua drammatica attualità. Iniziano inoltre politiche di austerità, di collaborazionismo, di credito a favore delle imprese e di moderazione salariale. Dagli Stati uniti giungerà, ben custodito in una comoda valigetta, un documento denominato &quot;Piano di Rinascita Democratica&quot;, autentico manifesto politico programmatico della Restaurazione monopolista per l&#39;abbattimento della Costituzione democratica antifascista e l&#39;instaurazione di un moderno fascismo. Il progetto troverà suo definitivo compimento e forma a partire dal 1994, anno in cui si verifica l&#39;autentico golpe di questo paese:il magnate gellista Berlusconi diviene capo del governo, in alleanza con i fascisti che ritornano al potere. Riemergono nella sostanza i foschi venti reazionari del ventennio. I diversi fattori storici infatti non possono che modificare l&#39;esterno delle cose, la forma, ma il fondamento resta uguale, perchè è dato dai rapporti di classe, che sono gli stessi di allora. Oggi occorre affrontare il problema del fascismo in un&#39;ottica economica mondiale, perchè le nazioni e le loro economie non sono più entità autosufficienti, ed il dominio del monopolismo e della finanza di Wall Street è divenuto assoluto. Abbattuta l&#39;Unione Sovietica e le democrazie socialiste europee, abbattute le poderose organizzazioni operaie ed i partiti comunisti (grazie anche al revisionismo, è bene affermarlo con forza) in una fase attuale segnata da un acutizzarsi della gravissima crisi economica scatenataci contro il fascismo ha ormai abbandonato ogni remora e parvenza di mediazione politica, per diventare emanazione chiara e netta del monopolismo finanziario e speculatore, che rastrella illegalmente ed impunemente ogni sorta di ricchezza spingendo verso il baratro le masse popolari, la borghesia stessa, l&#39;intera umanità. In particolar modo i popoli del sud del mondo sono colpiti in pieno dalla violenta sopraffazione da parte del pugno di oligarchi che possiede il pianeta, e di cui l&#39;imperialismo Yankee e la Nato sono fedeli servitori e bracci armati. La violenta repressione in Yemen, Bahrein, Palestina e la criminale aggressione all&#39;Iraq, Afghanistan, Libia sono solo alcuni dei piu&#39; recenti esempi a riguardo, che mostrano l&#39;efferatezza, la spregiudicatezza ma anche il cinismo di questo fascismo terrorista, presentato mediaticamente come un nuovo sistema di valori, capace di farla finita con questi &quot;politici e con questa casta&quot;, e contro la minaccia dell&#39;invasione islamica. E&#39; necessario dunque analizzare questo fenomeno in una lettura organica e storica delle questioni anzichè limitarsi a guardare un aspetto esterno ed isolato delle situazione. Di fronte a questo scempio, la sola forza che potrà salvare l&#39;umanità è la classe operaia, che non starà a guadare. Darà certamente una risposta, come la diede quarant&#39;anni fa occupando le fabbriche, presentendo la forte ondata di restaurazione che si stava abbattendo sulla società. Oggi deve però vincere una debolezza data dalla divisione politica dei comunisti. Gli eventi precipitano, la lotta di classe galoppa con una foga impressionante, la contraddizione principale ed ormai evidente è tra la borghesia monopolista e il proletariato. La stessa classe media è spinta sulla via della proletarizzazione. Nostro dovere è capire cosa accade per rispondere adeguatamente, con analisi concrete di classe, tenendo sempre alti i valori dell&#39;antifascismo, della pace, del comunismo.»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt; &lt;br /&gt;
&lt;span style=&quot;color: #660000;&quot;&gt;{Fonte: &lt;/span&gt;&lt;a href=&quot;http://www.marx21.it/storia-teoria-e-scienza/storia/664-monopolismo-crisi-generale-e-fascismo.html&quot; style=&quot;color: #660000;&quot;&gt;http://www.marx21.it/storia-teoria-e-scienza/storia/664-monopolismo-crisi-generale-e-fascismo.html&lt;/a&gt;&lt;span style=&quot;color: #660000;&quot;&gt;}&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;blogger-post-footer&quot;&gt;Se condividi, ti preghiamo di citare la fonte.
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&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span class=&quot;Apple-style-span&quot; style=&quot;font-family: Georgia,&#39;Times New Roman&#39;,serif;&quot;&gt;«[...] &lt;i&gt;E&#39; logico che il borghese creda ad una Provvidenza tutta attenta ai suoi bisogni e ad un Dio che lo ha scelto fra migliaia e migliaia per ricoprire di ricchezze la sua pigrizia e la sua inutilità sociale; ma è ancora più logico che il proletariato non sappia nulla di una Provvidenza divina, giacché egli non vede alcun Padre celeste dargli il suo pane quotidiano, nemmeno se lo implorasse dal mattino alla sera. Egli sa piuttosto di doversi guadagnare col lavoro delle sue mani il salario che gli procura lo stretto necessario per vivere; sa che, se non lavorasse, dovrebbe morire di fame, &lt;b&gt;nonostante tutti gli Dèi in cielo e tutti gli amici dell&#39;uomo sulla terra&lt;/b&gt;. Il lavoratore &lt;b&gt;sente di essere la Provvidenza di se stesso&lt;/b&gt;: nella sua vita non ci sono, come in quella del borghese, dei gran casi di fortuna che lo strappino con un colpo di bacchetta magica dalla sua triste situazione. &lt;b&gt;Nato lavoratore salariato, come tale vivrà e dovrà morire. Nella società presente non può tendere più in alto che ad un aumento di salario e ad una durata ininterrotta di quest&#39;ultimo per tutti i giorni dell&#39;anno e per tutti gli anni della vita. Per il proletario non esistono i casi e le fortune impreviste del borghese, che da queste viene spinto alle sue idee mistiche&lt;/b&gt;&lt;/i&gt; [...]»&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: right;&quot;&gt;&lt;span class=&quot;Apple-style-span&quot; style=&quot;font-family: Georgia,&#39;Times New Roman&#39;,serif;&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: right;&quot;&gt;&lt;span class=&quot;Apple-style-span&quot; style=&quot;font-family: Georgia,&#39;Times New Roman&#39;,serif;&quot;&gt;&lt;b&gt;(Paul Lafargue)&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;blogger-post-footer&quot;&gt;Se condividi, ti preghiamo di citare la fonte.
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&lt;br /&gt;
[...] Nessuno dei cosiddetti diritti dell&#39;uomo oltrepassa dunque l&#39;uomo egoistico, l&#39;uomo in quanto membro della società civile, cioè individuo ripiegato su se stesso, sul suo interesse privato e sul suo arbitrio privato, e isolato dalla comunità. Ben lungi dall&#39;essere l&#39;uomo inteso in esso come specie, la stessa vita della specie, la società, appar piuttosto come una cornice esterna agli individui, come limitazione della loro indipendenza originaria. L&#39;unico legame che li tiene insieme è la necessità naturale, il bisogno e l&#39;interesse privato, la conservazione della loro proprietà e della loro persona egoistica [...]. La libertà dell&#39;uomo egoista e il riconoscimento di questa libertà è però [...] il riconoscimento dello &lt;b&gt;sfrenato&lt;/b&gt; movimento degli elementi spirituali e materiali che formano il contenuto della sua vita. L&#39;uomo non venne perciò liberato dalla religione, egli ricevette la libertà religiosa. Egli non venne liberato dalla proprietà. Ricevette la libertà della proprietà. Egli non venne liberato dall&#39;egoismo dell&#39;industria, ricevette la libertà dell&#39;industria.»&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;(Karl Marx - Sulla questione ebraica, 1844)&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;blogger-post-footer&quot;&gt;Se condividi, ti preghiamo di citare la fonte.
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In più. &lt;br /&gt;
La scorsa notte si è tentato di forzare, da parte dell&#39;asse &quot;renano&quot; la realizzazione di un accordo tra gli Stati membri che dal punto di vista delle competenze previste rappresenta pur sempre una possibilità da ammettersi con la massima prudenza (che in ogni caso deve sempre manifestarsi in forma implicita e semplificata) e ciò perché, vista la natura essenzialmente politica del ruolo del Consiglio stesso, di regola non può riconoscersi  nelle posizioni dei partecipanti una volontà di obbligare giuridicamente i propri Stati sul piano del diritto internazionale. &lt;br /&gt;
E&#39; da aggiungere inoltre che in tema di materie economiche il Consiglio Europeo ha un ruolo marginale, potendo  solo dibattere su conclusioni e adottando  una raccomandazione in merito agli indirizzi &quot;di massima&quot; (art. 121 TUE) per le politiche economiche degli Stati membri dell&#39;Unione. Orientamenti generali, linee strategiche. &lt;br /&gt;
E&#39; evidente il tentativo di dare per inevitabili i provvedimenti di massima concordati ( e nemmeno alla unanimità) che non hanno alcuna valenza giuridica, e ciò dovuto anche al ruolo particolarmente attivo (e al limite delle competenze previste dal Trattato di Lisbona) del primo Presidente del Consiglio Europeo, Hernan Van Rompuy, ex primo ministro belga cattolico conservatore, assiduo frequentatore delle riunioni del gruppo Bilderberg. Un attivismo che mira a determinare la continua erosione di tutte le altre Istituzioni euorpee politicamente subordinate, mediante desioni verticistiche. &lt;br /&gt;
Riscontrato ancora una volta il pauroso, pericoloso e purtroppo reale deficit di democrazia dell&#39;Unione, le cui Istituzioni sono ostaggio di ideologi del pensiero unico neoliberista concentrati in un attacco senza precedenti alle Costituzioni democratiche dei Paesi membri, ciò che ora è doveroso auspicare sono sia un intervento dell&#39;unica Istituzione &quot;democratica&quot; della UE, il Parlamento, che però purtroppo ha dei poteri limitatissimi di controllo politico, sia una presa di coscienza e di conoscenza da parte delle opinioni pubbliche e dei cittadini europei. Ora tocca a noi.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;blogger-post-footer&quot;&gt;Se condividi, ti preghiamo di citare la fonte.
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http://urukhaizeitung.blogspot.com&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://urukhaizeitung.blogspot.com/feeds/8071928551687213973/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/5382303219715369395/8071928551687213973?isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5382303219715369395/posts/default/8071928551687213973'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5382303219715369395/posts/default/8071928551687213973'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://urukhaizeitung.blogspot.com/2011/12/la-prima-pagina-del-numero-odierno-di.html' title='Il Consiglio Europeo, il &quot;golpe renano&quot; e la falsa informazione (di M.Foroni)'/><author><name>UHZ</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12674722653279396774</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_tzotQom_Xhs/TLa0Zi4dwBI/AAAAAAAAAI4/nZ-aTrZQuv0/S220/logo+huruk-hai.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiOGMm0z_h_mnbnn4xtp691oJGMU7Wm06nVFeCVpXtTMqdrzHJnPtlDMRLGCifCHgy8mQQbfppUWk7Umq346ADb3dCQX3lm5tbi_zio3qK_SyW4z5webnI2tEgqwZWA8iSLSVyQBNAYsn5s/s72-c/380836_2070642306272_1851317060_1387573_872220083_n.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5382303219715369395.post-7825701175942915491</id><published>2011-10-18T11:44:00.005+02:00</published><updated>2012-03-09T11:46:57.803+01:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="attualità"/><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="GasSciortino"/><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="società"/><title type='text'>Indignados, crisi del capitalismo, comunisti e sfasciavetrine (Gaspare Sciortino)</title><content type='html'>&lt;div dir=&quot;ltr&quot; style=&quot;text-align: left;&quot; trbidi=&quot;on&quot;&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;u&gt;Premessa&lt;/u&gt;: in tale nota vengono presi in considerazione solo gli elementi criticabili del movimento che sta investendo in questi giorni il paese. Si tralascia il giudizio, complessivamente positivo, che nuovo un vasto movimento, dalle potenzialità anticapitaliste, si riappriopri della scena spazzando in maniera salutare il dibattito politico dalla simulazione dello scontro tra centrodestra e centrosinistra su natura e quantità dei rapporti sessuali del presidente del consiglio.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Il cosiddetto movimento degli indignados sembra in tutto e per tutto figlio dell&#39;impostazione acefala metafisico-rivoluzionaria, ma &quot;migliorista&quot; nei fatti, del movimento No Global.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Sul solco del “movimento dei movimenti” invece di stabilire una logica conseguenza tra i processi che vengono definiti di globalizzazione (nella fase di acuta crisi strutturale del capitalismo) e la risposta di difesa dei popoli e degli stati nazionali propone una visione di iperglobalizzazione, considerata viatico necessario al comunismo, scambiando gli effetti della “globalizzazione” per lo strumento stesso di risposta. &lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;Già intorno ai primi anni 2000 il movimento “no global” definiva come irreversibile, e nei fatti da assecondare, il processo di globalizzazione in quanto creatore di un mitico proletariato internazionale chiamato “moltitudine” che alla globalizzazione stessa si sarebbe opposto creando il comunismo immediato, come trascendenza rovesciata sulla terra del regno dei cieli.&lt;br /&gt;
Categorie di analisi e derivati che fanno parte della peggiore allucinazione culturale operaistico-desiderante dei Toni Negri, Bifo ecc. ma anche delle ricette imbonitrici, ad uso e consumo di militanti di partito, del risibile marxismo bertinottiano in funzione di compattamento della macchina elettorale in esercizio di sopravvivenza (PRC) nella riconversione perenne all&#39;azienda parlamentare del centrosinistra.&lt;br /&gt;
Il fantaoperaismo multitudinario che continua a farla da padrone nella maggior parte dei settori dell&#39;estrema sinistra politica e sindacale non può rendersi conto che l&#39;unica risposta possibile all&#39;imperialismo è quella del rafforzamento degli stati nazionali e delle loro economie indipendenti e non asservite in relazione alle regioni-mondo potenzialmente in contrapposizione all&#39;imperialismo USA.&lt;br /&gt;
Al contrario si saluta come positivo, come propiziatore del mitico internazionalismo proletario-multitudinario l&#39;obsolescenza degli stati nazionali non vedendo che questo è l&#39;effetto dello svuotamento dei processi decisionali economici e politici a vantaggio del padrone unico del mondo.&lt;br /&gt;
Non vi è analisi, unica razionale, tra l&#39;azione dell&#39;imperialismo unipolare (di cui infatti si rimuove la categoria) in guerra permanente contro la prospettiva di multipolarità (BRICS e ALBA) per il mantenimento dell&#39;egemonia militare come strumento per perpetuare il meccanismo di scaricamento della crisi strutturale del capitalismo a livello planetario.&lt;br /&gt;
Non si mette in discussione il capitalismo nella sua complessità ma ci si ferma ad alcuni fenomeni della sua natura di formazione economico sociale quale oggi si manifesta.&lt;br /&gt;
Ovvero banche e finanza come se bastasse una riforma dei meccanismi interni del loro funzionamento.&lt;br /&gt;
Con l&#39;aggravante che tale movimento attribuisce un potere salvifico alla lotta per la &quot;moralizzazione&quot; politica e &quot;l&#39;estensione della democrazia&quot;.&lt;br /&gt;
In quest&#39;ultima cosa è ne più e ne meno un riciclaggio dell&#39;antiberlusconismo parolaio dei popoli viola o a pallini colorati utile fratello (minore) scemo del cavallo di troia costituito dal combinato disposto “mani pulite” - riforma del sistema elettorale con il quale i settori dominanti più oltranzisti in senso atlantista e filoimperialista tentano, da più di un ventennio, di dare la spallata definitiva verso la sudditanza definitiva agli USA (Italia neocolonia !).&lt;br /&gt;
Non a caso settori di massa degli indignados italiani vedono come fattore importante l&#39;interlocuzione con Mario Draghi futuro presidente della BCE in sintonia con quanto fa “occupy Wall Street” che non disdegna l&#39;interlocuzione con il Soros agente organizzatore delle “rivoluzioni colorate” e la segreteria dei democratici del presidente americano .&lt;br /&gt;
Il movimento sceso in piazza ieri a Roma è stato colpevolmente assente sull&#39;aggressione alla Libia. Anzi anche parecchi settori legati alle sue molteplici organizzazioni di sinistra, variamente posizionate, sono state inconsapevoli agenti politici della visione clintoniana circa la primavera araba.&lt;br /&gt;
Ovvero la lotta contro i &quot;dittatori&quot; come grimaldello per la demolizione degli stati nazionali arabi in funzione del &quot;caos costruttivo&quot; caro alla strategia Brzezinski, quando questi stati avevano un ruolo antimperialista e di autocentratura delle proprie risorse e della propria economia in funzione nazionale (Libia) o semplicemente per l&#39;asservimento totale e definitivo degli ex vassalli (Tunisia, Egitto ecc).&lt;br /&gt;
In tale movimento non vi è alcuna tendenza, non soltanto egemone, perchè se nò saremmo a buon punto dell&#39;opera, ma neanche minimamente visibile a livello di massa, circa l&#39;unità inscindibile tra la parola d&#39;ordine del &quot;non paghiamo il debito&quot; con una coerente impostazione di uscita dal blocco imperialista Nato e dal vassallaggio nei confronti della troika subiperialista di Germania, Francia e Inghilterra.&lt;br /&gt;
Si continua a non capire che oggi esiste un problema di indipendenza nazionale sul quale è possibile creare un ampio fronte di lotta e, come si sarebbe detto un tempo, di un blocco sociale anticapitalistico.&lt;br /&gt;
Da questo punto di vista diventa un tema che ci appartiene in maniera pertinente lo schieramento con la lotta di resistenza del popolo libico a fianco della Jamahiriya così come una coerente battaglia per sventare i tentativi di aggressione alla Siria e all&#39;Iran.&lt;br /&gt;
Il nemico anche in italia è l&#39;imperialismo USA. La BCE vero organo politico decisionale in materia economica, non ne è che il vassallo.&lt;br /&gt;
Si chiude definitivamente qualsiasi ipotesi di polo europeo, quand&#39;anche esso sia mai esistito. Non si può non vedere che i gruppi dominanti statunitensi in sintonia con quelli dominanti a livello europeo stanno costruendo un futuro prossimo di un&#39;Europa a scala gerarchica ben delineata tramite la demolizione dello stato sociale novecentesco e lo spossessamento delle risorse primarie, dell&#39;industria statale e dei servizi degli stati gregari (tra cui l&#39;italia).&lt;br /&gt;
A tal proposito la crisi del debito, come le altre grandi crisi storiche strutturali del capitalismo, servirà a determinare una gigantesca ristrutturazione della formazione imperialista.&lt;br /&gt;
Per quanto nella fase finale (Piazza S. Giovanni) il movimento è stato costretto alla difensiva dall&#39;aggressione poliziesca che ha impedito il naturale svolgimento della manifestazione (e giustamente è necessario rispedire al mittente gli starnazzamenti dei Bersani, Vendola, DiPietro che non hanno alcuna legittimità a condannare atti di violenza in quanto essi stessi tifosi dei massacratori Nato del popolo Libico ecc.) non si può fare a meno di rilevare che la miccia degli scontri sia stata innescata dai soliti utili idioti spaccavetrine che con la loro impostazione luddista nulla possono avere a che fare con un movimento anticapitalistico (chiedere ai compagni del KKE greco come si sta in piazza e come si neutralizzano i provocatori). E&#39; di queste ore la campagna di criminalizzazione di tutta l&#39;opposizione sociale tramite provvedimenti di legge (Di Pietro o altri del centrodestra) o atti concreti di polizia come il divieto a manifeastare a Roma da parte dell&#39;ex squadrista Alemanno.&lt;br /&gt;
Inoltre come non vedere che un clima fosco di destabilizzazione sociale ridotta a problema di ordine pubblico vada incontro ai più spietati propositi delle agenzie di rating circa declassamenti funzionali al progetto Draghi (futuro presidente della BCE) ?&lt;br /&gt;
Per finire, il lavoro che i comunisti si trovano davanti è enorme e non siamo neanche all&#39;inizio dell&#39;opera in quanto è assente dalla scena politica italiana un partito comunista unitario e unificato, capace di tornare ad essere un polo di attrazione dell&#39;anticapitalismo, ma contemporaneamente capace di recuperare la migliore tradizione comunista a partire dai suoi punti alti di analisi teorica politica e di struttura organizzativa che non possono non ripartire da un leninismo riattualizzato alle condizioni presenti per creare elaborazione ed azione politica.&lt;br /&gt;
Centro fondamentale di tale azione deve necessariamente essere la coniugazione della forte spinta popolare a livello europeo e nel paese contro il piano di macelleria sociale dell&#39;imperialismo euroatlantico, distruttore di risorse e forze produttive, demolitore dei capisaldi dell&#39;industria di stato e dei grandi servizi, ma anche disinteressato all&#39;imponente tessuto produttivo della piccola e media impresa che costituisce il primo anello che salta a causa delle scelte dei gruppi dominanti (esempio concreto l&#39;abbandono della PMI, la piccola e media impresa, nella Libia devastata dall&#39;intervento della Nato) con i temi dell&#39;uscita dal blocco economico politico euroatlantico.&lt;br /&gt;
Solo una forte miopia politica impedisce di vedere che esiste in Italia un problema strategico di indipendenza delle scelte di politica economica il cui naturale sbocco non puo che essere l&#39;area mediterranea in atto devastata dal neocolonialismo.&lt;br /&gt;
Solo con una vasta alleanza popolare è possibile creare i presupposti favorevoli per una battaglia che non sarà certamente di breve durata. Punto centrale di tale strategia politica è necessariamente la disarticolazione dell&#39;alleanza dei gruppi dominanti esattamente come è stato in tutte le “finestre storiche” nei quali i comunisti hanno costruito l&#39;alternativa di formazioni politico economiche antagoniste al capitalismo.&lt;br /&gt;
Viceversa le due maggiori forze che si richiamano al comunismo si dibattono, da un lato il PRC nella vuota ripetizione di fraseologie spesso estremiste e lontane anche dalla tradizione comunista ma con una certa presenza a livello sociale, dall&#39;altro il PdCI nella riproposizione di un&#39;apparato teorico complessivamente mutuato dalla tradizione comunista (anche se si evita di affrontare il tema di cosa recuperare della tadizione teorica e politica del comunismo italiano e cosa abbandonare) sembra scegliere il basso profilo nei movimenti concreti di lotta nel paese.&lt;br /&gt;
Ma ambedue le formazioni alla fine convergono nella riproposizione della sciagurata alleanza (con qualche distinguo circa i limiti di tale alleanza) con il ceto politico del centrosinistra come se l&#39;azione dei comunisti dovesse vedere come privilegiato il terreno dell&#39;azione di un (impossibile) cambiamento della natura di tale ceto politico (PD).&lt;br /&gt;
Tale azione che da oltre un decennio ha portato ad immani disastri è improntata ad un&#39;incredibile schizofrenia. Se da un lato, come viene scritto abbastanza chiaramente nei documenti congressuali dei due partiti, il centrosinistra costituisce l&#39;altra stampella della politica euroatlantica delle classi dominanti (quella più coerente aggiungo io e scevra dalle contraddizioni interne già manifestatesi nel corso dell&#39;anno nel centrodestra) dall&#39;altro si ritiene indispensabile l&#39;alleanza con esso.&lt;br /&gt;
Una simile strategia porterà inesorabilmente al ruolo di testimonianza dei comunisti nel paese. Se magari in tal maniera sarà possibile ricostituire un piccolo nucleo di parlamentari e istituzionali ai vari livelli dall&#39;altro essi continueranno ad essere dei prigionieri in mano alla nuova compagine governativa che definirà la politica della BCE mentre vasti settori popolari, dove cresce il malessere sociale e spesso la rivolta, guarderanno definitivamente da un&#39;altra parte. In tal maniera i comunisti saranno essi stessi responsabili della crescita dei fenomeni dell&#39;antipolitica, dei grillismi qualunquisti o peggio dei fenomeni di revanscismo razzista e nazifascista come già accade in gran parte dell&#39;Europa.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;blogger-post-footer&quot;&gt;Se condividi, ti preghiamo di citare la fonte.
Grazie
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&lt;br /&gt;
&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;b&gt;Il 9 ottobre 1967 veniva assassinato in Bolivia Ernesto Guevara, per istigazione dei governi boliviano e degli Stati Uniti d&#39;America.&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Quel gesto,che avrebbe dovuto mettere a tacere la domanda di giustizia e di rivolta del continente latinoamericano, paradossalmente amplificò&#39; il profondo messaggio di uguaglianza sociale e di lotta antimperialista di cui il comandante argentino era portavoce.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Guevara prese coscienza delle miserabili condizioni di vita delle masse latinoamericane durante i suoi viaggi giovanili, individuando nello sfruttamento neocoloniale delle multinazionali statunitensi la contraddizione principale su cui far leva. Ebbe inoltre il pregio di comprendere, come Martì e Bolivar, che il Sudamerica si sarebbe potuto emancipare dal giogo imperialista esclusivamente con una lotta dal carattere unitario e continentale. Queste sue convinzioni si rafforzarono nel corso delle sue esperienze in Guatemala e Messico, paesi in cui approfondi&#39; il suo approccio alle teorie marxiste. &lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;In Messico conobbe Fidel Castro, rimase affascinato dalla forte personalità del leader cubano,e decise di seguirlo in un&#39;impresa che sembrava impossibile: sbarcare a Cuba, aprire un piccolo fronte di guerriglia sulla Sierra ed abbattere la dittatura di Batista. Cosa che realmente avvenne, il primo gennaio del 1959.&lt;br /&gt;
Guevara, che durante i tre anni di lotta aveva dato prova di grande coraggio ,abnegazione, ma soprattutto di lealtà e tenacia, condusse l&#39;offensiva finale della colonna militare che liberò Santa Clara. Successivamente ottenne incarichi di responsabilità nel governo cubano: insediatosi alla Fortezza La Cabana, ebbe il compito di giudicare i crimini della dittatura batistiana, e successivamente svolse un ruolo rilevante nella promulgazione della legge di riforma agraria, fu a capo della delegazione cubana che, all&#39;indomani del trionfo rivoluzionario, lo porterà&#39; in vari paesi dell&#39;Asia e del Medio Oriente. Un anno dopo,verso la fine del 1960, fu nuovamente alla testa di una delegazione in viaggio nell&#39;Europa Orientale e l&#39;estremo Oriente, al fine di ottenere sbocchi commerciali e crediti dal blocco sovietico, per sopperire in tal modo all&#39;ostracismo economico statunitense. Nominato Ministro dell&#39;Industria e Presidente della Banca Nazionale, le sue riflessioni in materia (il famoso &quot;dibattito economico&quot; del biennio 63-64) meritano di essere oggetto di attenzione e studio. Nuovamente rappresentante di Cuba alla conferenza del CIES (relazioni economiche interamericane) di Punta del Este del 1961, rimarca i risultati ottenuti in campo sociale dalla Rivoluzione Cubana e stigmatizza il ricatto degli aiuti economici nordamericani. Nel frattempo rende pubblica la sua strategia rivoluzionaria nel libro &quot; Guerra di Guerriglia&quot;, ove teorizza il modello di vittoria cubano, sostenendo come un piccolo nucleo guerrigliero possa vincere facendo a meno dell&#39;azione e del grande appoggio popolare. E&#39; il cosiddetto &quot;foco guerrigliero&quot;, teoria che nasce da una personale analisi della vittoria cubana. La messa in pratica di tale teoria porterà per molti anni alla sconfitta di tanti movimenti di liberazione e le guerriglie organizzate dal Che in quel periodo falliranno. In Guatemala, il movimento del suo amico Julio Roberto Caceres,&quot;El Patojo&quot; ,dopo esser stata pianificato a Cuba, verrà liquidato senza difficoltà. In Argentina, il tentativo di Guevara e del giornalista Jorge Masetti, fondatore di Prensa Latina, di aprire un fronte guerrigliero, abortirà ancora prima di diventare operativo. E tuttavia egli non demorderà&#39;. La sua volontà di ferro, il suo pur lodevole idealismo, la ribellione che andava maturando verso le ambiguità della dirigenza sovietica kruscioviana lo portarono ad agire d&#39;impeto e a non valutare nella giusta dimensione il peso di quelle sconfitte.&lt;br /&gt;
Il suo intervento all&#39;Onu dell&#39;11 dicembre del 1964 rimane forse una delle più alte espressioni della politica internazionale antimperialista sostenuta dal grande rivoluzionario argentino: con lucidità&#39; Guevara rileva tutte le contraddizioni e i crimini dell&#39;imperialismo, elencando le aggressioni, i bombardamenti, le pressioni a cui sono sottoposte nazioni come Vietnam, Panama, Puerto Rico, Cambogia. Denuncia l&#39;intervento neocoloniale in Congo, il sistema di apartheid in Sudafrica, la provocazione della base militare di Guantanamo e l&#39;embargo statunitense persino verso i medicinali, smascherando il presunto volto umanitario mediante il quale si pretendeva di coprire il carattere aggressivo del blocco. Nel corso del suo intervento, in risposta al rappresentante del Nicaragua, si dichiara patriota dell&#39;intera America Latina, confermando la sua idea di liberazione continentale. Nel successivo viaggio in Africa deciderà di lasciare Cuba per riprendere l&#39;attività guerrigliera, dirigendosi in Congo prima ed in Bolivia poi. Operazioni che purtroppo si dimostreranno male organizzate, e soprattutto viziate all&#39;origine dalla sua teoria del &quot;foco&quot;. In Bolivia gli imperialisti americani non si faranno sfuggire l&#39;occasione,e dopo mesi di azioni ed inseguimenti,circonderanno il gruppo residuo del Che attorno ad un canalone, e in seguito ad un aspro scontro a fuoco, l&#39;8 ottobre 1967, uccideranno e cattureranno il grosso del gruppo, Guevara compreso.&lt;br /&gt;
Trasferito nella piccola scuola de La Higuera, verrà assassinato insieme ai suoi compagni il giorno dopo, mentre i guerriglieri scampati all&#39;imboscata (Pombo, Benigno, Urbano, Inti Peredo), dopo varie peripezie, riusciranno a tornare a Cuba.&lt;br /&gt;
L&#39;assassinio brutale di questo nobile combattente della causa dei popoli ha contribuito ad ingigantire il messaggio del Che. Un messaggio di lotta all&#39;ingiustizia, un messaggio di rettitudine morale e di egualitarismo intransigente.&lt;br /&gt;
In questi tempi tristi di feroci aggressioni imperialiste, le sue analisi sullo sfruttamento neocoloniale da parte delle potenze occidentali, denunciate a più riprese ed in ogni sede, acquistano un&#39;attualità&#39; ancora più stringente. Amante della letteratura, della poesia, insisteva sul ruolo emancipatore della cultura, sostenendo che un popolo illetterato è un popolo che si fa manipolare.&lt;br /&gt;
La sua figura, la sua opera sono stati usati opportunisticamente da molta sinistra occidentale che ha teso a contrapporle ad altre figure ed esperienze del movimento comunista e rivoluzionario internazionale. Ponendo l&#39;accento sull&#39;aspetto romanzesco della sua vita, si è spesso preferito presentarlo come una sorta di perdente Don Chisciotte, tradito da Castro e costretto alla inevitabile sconfitta nonostante la sua purezza rivoluzionaria. Sono letture fantasiose, che cercano di riscrivere “da sinistra” la giusta lotta di emancipazione dei popoli. A distanza di anni, questo strumentalismo pernicioso è stato sconfitto. L&#39;esempio di Guevara e di Castro, unito a metodi di lotta adatti al contesto specifico, hanno portato il Continente latinoamericano sulla strada della reale indipendenza dall&#39;imperialismo americano. Un processo progressista che avanza e che difficilmente potrà essere fermato, perché si tratta di un processo di partecipazione popolare reale. E come diceva il Comandante Giap &quot;..non puoi pensare di sconfiggere un popolo intero&quot;.&lt;br /&gt;
Che il ricordo di Ernesto Che Guevara sia d&#39;esempio a tutti i comunisti che ogni giorno, in ogni luogo, lottano con ogni mezzo per costruire una società più giusta.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;blogger-post-footer&quot;&gt;Se condividi, ti preghiamo di citare la fonte.
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“&lt;i&gt;&lt;b&gt;Mi preoccupo e mi rammarico. Soprattutto perché, quando hanno approvato l’euro, con la decisione del 1997, hanno rifiutato la mia idea, in base alla quale, a fianco del patto di stabilità finanziaria, ci sarebbe dovuto essere anche un patto di coordinamento delle politiche economiche&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;”.&lt;br /&gt;
&lt;u&gt;euronews&lt;/u&gt;:&lt;br /&gt;
“&lt;i&gt;Chi lo ha rifiutato?&lt;/i&gt;”&lt;br /&gt;
&lt;u&gt;Jacques Delors&lt;/u&gt;:&lt;br /&gt;
“&lt;b&gt;&lt;i&gt;Penso che siano stati tutti i capi di governo ad averlo rifiutato. Se lo avessimo avuto, per prima cosa l’euro non sarebbe stato soltanto protetto dalle sciocchezze che alcuni hanno potuto fare. L’euro sarebbe stato stimolato e in più, discutendo tra loro, i Paesi si sarebbero accorti che il debito in Spagna stava aumentando in modo pericoloso, che il governo irlandese non si stava preoccupando della folle esposizione delle sue banche e così via. Ma non l’hanno fatto&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;”.&lt;br /&gt;
&lt;u&gt;euronews&lt;/u&gt;:&lt;br /&gt;
“&lt;i&gt;Ma allora perché, le chiedo di nuovo?&lt;/i&gt;”&lt;br /&gt;
&lt;u&gt;Jacques Delors&lt;/u&gt;:&lt;br /&gt;
“&lt;b&gt;&lt;i&gt;Perché? Perché (lasciando da parte questo episodio sul patto di coordinamento delle politiche economiche, su cui ora stanno ritornando, sotto una forma o un’altra, ma un po’ in ritardo) il problema che si era posto con le difficoltà della Grecia era semplice: dobbiamo applicare il ‘no bail out’, che è nel trattato, e che non prevede aiuti sistematici ad un Paese se è in difficoltà? O l’eurogruppo si deve considerare moralmente responsabile per non aver visto il degradarsi della situazione in diversi Paesi e, in quanto moralmente responsabile, prenda delle decisioni politiche per farsi carico del problema? È la tesi che ho difeso, soprattutto con i tedeschi, dicendo loro: ‘Noi siamo collettivamente responsabili, non possiamo semplicemente trattare la Grecia come il brutto anatroccolo’ &lt;/i&gt;&lt;/b&gt;“.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;blogger-post-footer&quot;&gt;Se condividi, ti preghiamo di citare la fonte.
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&lt;/a&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjMV6ckL_N29JvFc0gt7cl4Idkg7rYln_JOl9iQ1TocTzCTuYFELiwfUxvf_GiAS-s9f6YWFTVYTSPt7IDz4inxScRN0kCpDqUcT3MtpYtESLRpblXdVWxWPsl76_e6Rp4b6spDWEJrhRvQ/s1600/cgil_sciopero_6-9-2011_2.jpg&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/a&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjMV6ckL_N29JvFc0gt7cl4Idkg7rYln_JOl9iQ1TocTzCTuYFELiwfUxvf_GiAS-s9f6YWFTVYTSPt7IDz4inxScRN0kCpDqUcT3MtpYtESLRpblXdVWxWPsl76_e6Rp4b6spDWEJrhRvQ/s1600/cgil_sciopero_6-9-2011_2.jpg&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/a&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjMV6ckL_N29JvFc0gt7cl4Idkg7rYln_JOl9iQ1TocTzCTuYFELiwfUxvf_GiAS-s9f6YWFTVYTSPt7IDz4inxScRN0kCpDqUcT3MtpYtESLRpblXdVWxWPsl76_e6Rp4b6spDWEJrhRvQ/s1600/cgil_sciopero_6-9-2011_2.jpg&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&quot;&lt;b&gt;&lt;i&gt;La nostra citta&#39; non ha mai ricordato una cosi imponente manifestazione di protesta&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&quot;, con queste parole si è aperto il servizio di una tv locale che presentava la manifestazione regionale svoltasi a Teramo, in occasione dello Sciopero Nazionale indetto dalla Cgil per protestare contro una manovra finanziaria ingiusta e classista, che nel contesto regionale abruzzese assume una specificita&#39; ancora piu&#39; drammatica visti i risvolti post-terremoto e la drammatica statistica degli incidenti sul lavoro, una vera mattanza per la nostra regione. &lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Fin dalle nove del mattino, nei pressi del tribunale, si andava formando il concentramento operaio e cittadino che da li a poco sarebbe partito in corteo. &lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Ed il corteo è stato bellissimo, ha attraversato tutto il corso vecchio al canto di Bandiera Rossa, Bella Ciao e dell&#39;Internazionale.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Entrando in Piazza Martiri prima, ed imboccando corso S.Giorgio successivamente, l&#39;impatto visivo offerto è stato emozionante: una citta&#39; colorata di rosso, piena di bandiere e di cartelli, ma soprattutto di donne e di uomini che vogliono tornare ad essere protagonisti del loro quotidiano. Gli slogan scanditi con forza racchiudevano certo preoccupazione, ma non rassegnazione: erano anzi segnale di combattivita&#39; e di resistenza, di voglia di lottare. Mi preme sottolineare, per testimonianza diretta, la presenza a titolo personale di lavoratori tesserati Cisl, in evidente contraddizione con la linea del loro sindacato. &lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Sul palco della piazza, per il comizio finale, si sono succeduti i vari esponenti sindacali della regione. Ma la mia attenzione si è soffermata in particolare sulla testimonianza del sindaco di Gessopalena (CH) che ha denunciato come i tagli ai piccoli comuni potranno cancellare l&#39;identita&#39; storica e culturale di fondamentali realta&#39; abruzzesi. &lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;I dati forniti dalla Cgil parlano di un&#39;adesione nelle fabbriche attestata oltre il 40% per quelle piu grandi, mentre in quelle medie e piccole è oscillata mediamente tra il 60 e il 70 %.&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;br /&gt;
A mio modesto parere è un ottimo risultato tenuto conto di come la Cgil stessa avesse tentennato di fronte alla prospettiva estrema dello sciopero, che solo la tenacia della classe operaia ha saputo imporre. Siamo infatti coscienti che questa manifestazione nazionale non risolve le contraddizioni del maggiore sindacato del paese, ma dobbiamo guardare la questione in un&#39;altra ottica: è proprio nel momento in cui la classe operaia irrompe nel conflitto di classe che crea le condizioni per sospingere in avanti il sindacato, e le contraddizioni emerse nella Cisl, proprio in relazione a questi eventi, ne sono la conferma piu&#39; evidente. La classe operaia del resto non è avventurista, ed impone azioni unitarie a prescindere dalle varie sigle confederali, a dispetto di ridicoli personalismi che dividono ed indeboliscono la protesta.&lt;br /&gt;
La manifestazione del 6 settembre ha lanciato al paese un segnale forte: la consapevolezza di classe ancora non si materializza compiutamente, ma ne si intravede l&#39;immensa potenzialita&#39;.&lt;br /&gt;
Cambiare si puo&#39;, avanzare si deve: dobbiamo solo volerlo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;blogger-post-footer&quot;&gt;Se condividi, ti preghiamo di citare la fonte.
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Quindi nei fatti Ferrero concorda che era un obbiettivo legittimo costruire, da parte di soggetti terzi, diversi dal popolo libico, una Libia “democratica”. A questo punto l&#39;interventismo della Nato e dei suoi bombardieri potrebbe essere soltanto un incidente di percorso, una contraddizione che poteva essere evitata!&lt;br /&gt;
Bisognava, in effetti...”&lt;i&gt;liberare la Libia dal dittatore Gheddafi e dalle sue camarrille&lt;/i&gt; !”.&lt;br /&gt;
In questa breve frase è concentrata tutta la miseria del pensiero della sinistra italiana (ma anche europea...leggere analoghi articoli del quotidiano dei comunisti francesi) e la sua perdita di orientamento nell&#39;attuale assetto unipolare del pianeta contrapposto ai nuovi poli emergenti (Cina, India, Venezuela, nonché la vecchia Russia).&lt;br /&gt;
Nei fatti si confessa in maniera abbastanza palese l&#39;adesione all&#39;orizzonte euroamericano sia in termini ideologici, cioè i valori della democrazia e dei diritti civili, sia in termini economici il cui grimaldello è proprio la guerra imperialista, della quale però non si accetta l&#39;efferatezza e l&#39;ipocrisia!&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;Niente male Ferrero&lt;/b&gt;!&lt;br /&gt;
Adesso credo sia chiaro perchè la sinistra italiana, non ha mosso un dito (con l&#39;onorevole eccezione della piccola area organizzata dell&#39;Ernesto che quantomeno si è spesa in un&#39;opera di controinformazione militante sui social network) prima e durante l&#39;aggressione imperialista. Non a caso anche Ferrara (esponente di una destra antinterventista quantomeno a parole) se ne è accorto dalle pagine del suo quotidiano e ha potuto sbeffeggiare i pacifisti per la loro adesione all&#39;oltranzismo della fazione democratica americana.&lt;br /&gt;
Il pacifismo senza se e senza ma di ieri (Iraq, Serbia) che non riusciva a distinguere tra aggressore e aggredito, ma che ad ogni modo portò in piazza centinaia di migliaia di persone si è trasformato in astensionismo critico (né con la Nato né con Gheddafi) circa la contesa geopolitica considerata affare interno agli assetti imperiali.&lt;br /&gt;
Nei fatti una posizione “&lt;i&gt;foglia di fico&lt;/i&gt;” che nasconde la sostanziale adesione all&#39;orizzonte strategico occidentale e atlantico (in politica non fare equivale ad aderire a qualcosa d&#39;altro!) e l&#39;adesione ad un indifferenzialismo cinico e neoqualunquista quando, addirittura, non suffragato da analisi sedicente marxista (vedi le risibili produzioni di Antonio Moscato e Sinistra Critica nonché dei sedicenti trotzkisti francesi consulenti di Sarkozy che avvalorano la tesi della rivoluzione libica e scoprono nientedimeno le magliette di Che Guevara tra i “ribelli”).&lt;br /&gt;
Non intendo spendere una parola in questa breve nota circa le ragioni geostrategiche dell&#39;imperialismo nell&#39;attuale fase di drammatica crisi del capitalismo occidentale come foriere dell&#39;ennesimo scenario di aggressione e di guerra di inizio secolo. Presuppongo che i lettori di questa nota siano sufficientemente colti e informati. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;blogger-post-footer&quot;&gt;Se condividi, ti preghiamo di citare la fonte.
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In questa calda estate ai molti sara&#39; certamente sfuggita una notizia che arriva da Chieti e che deve essere oggetto di profonda riflessione da parte dei comunisti.&lt;br /&gt;
Tra i comuni di Paglieta ed Atessa sorge il grande stabilimento metalmeccanico della Sevel Val di Sangro, aperto credo agli inizi degli anni Ottanta. Lo stabilimento produce furgoni per Fiat, Citroen e Peugeot, vi lavorano qualcosa come cinquemila operai provenienti non solo dall&#39;Abruzzo. Il ciclo produttivo aziendale prevede, all&#39;interno della fabbrica stessa, le fasi di lastratura, verniciatura, montaggio. La Sevel non è stata esclusa dal processo di riorganizzazione produttiva, che molti chiamano &quot;svolta Marchionne&quot;, del resto tale svolta non nasce un anno fa ma ha origini ben piu&#39; remote. Nello specifico, in questi ultimi anni abbiamo assistito ad un protocollo comportamentale ben noto: l&#39;azienda periodicamente sostiene l&#39;impossibilita&#39; di reggere la sfida col mercato, e puntualmente minaccia di volta in volta, la non regolarizzazione dei precari assunti, la delocalizzazione della filiera produttiva, i licenziamenti. In cambio ovviamente si chiede una flessibilita&#39; ormai piu che ginnica, la totale disponibilita&#39; degli operai a reggere turni di lavoro piu&#39; pesanti, i sabati straordinari obbligatori eccetera. Il cosiddetto &quot;modello Pomigliano&quot; è stato adottato senza colpo ferire, ma sembra non bastare: ad ogni vittoria di tappa il padronato, minacciando la chiusura, avanza ed impone altre richieste. In tutto cio&#39; il sindacato vive le contraddizioni di questa epoca: si arrangia, cerca, vede, ci prova.&lt;br /&gt;
La Fiom Cgil si è dimostrata molto combattiva, la battaglia che da tempo porta avanti all&#39;interno della Sevel è encomiabile.&lt;br /&gt;
Ma arriviamo allo snodo cruciale: a fine luglio viene firmato un accordo tra le parti sociali che prevede, dal 3 ottobre 2011, l&#39;adozione in Sevel del nuovo famigerato sistema metrico di misurazione del lavoro, la Ergo-Uas, in cambio dell&#39;assunzione definitiva di 150 operai a contratto precario, &quot;previa verifica delle disponibilita&#39; &quot;. &lt;br /&gt;
Ora non serve davvero dilungarsi su un sistema metrico che imporra&#39; ritmi frenetici, limitazioni ulteriori della velocita&#39; di produzione, riduzioni dei gia&#39; esigui tempi di pausa, ognuno puo&#39; verificare di persona. &lt;br /&gt;
L&#39;accordo con le parti sindacali ha visto anche la firma della Fiom Cgil, fino a pochi giorni prima assolutamente contraria ad ogni ipotesi del genere.&lt;br /&gt;
Le reazioni sono state sconsiderate: chi ha gridato al tradimento, chi ha invocato l&#39;abbandono di questa rappresentanza sindacale venduta, chi propone la nascita di nuove e combattive realta&#39; sindacali, tanto pure quanto astratte.  &lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Costoro, essendo estranei alla classe operaia e non avendo una conoscenza del conflitto di classe, tendono a riempire il loro vuoto con idee strampalate, ammantate di una fraseologia rivoluzionaria, cercando di sostituirsi all&#39;azione della classe.&lt;br /&gt;
Che la Fiom abbia firmato non mi stupisce, stupisce invece il fatto di coloro che ieri pompavano a mille il sindacato dei metalmeccanici ed oggi ululano alla luna stracciandosi le vesti. &lt;br /&gt;
Il ruolo del sindacato è di raccogliere, fare da sponda ad un indirizzo generale di pensiero e di lotta, e non il contrario come erroneamente è stato fatto nel caso Fiom, caricata di un peso e di una responsabilita&#39; che non poteva portare su di se. Le contraddizioni interne, l&#39;isolamento, ma anche il semplice fatto di operare nel suo contesto fanno si che queste situazioni accadano, non c&#39;è da scandalizzarsi. La questione sindacale, che piaccia o no, è questione prima di tutto politica: cio&#39; che fara&#39; la differenza nelle lotte, sara&#39; la maggiore acquisizione di coscienza di classe, e per questo serve Ricostruire il Partito Comunista, l&#39;organo di educazione e guida politica, l&#39;intellettuale collettivo diretto dalla parte cosciente e organizzata della classe operaia, che determina la linea politica fara&#39; avanzare la comprensione di classe a stadi sempre maggiori, imponendo a Cgil, Cisl, Uil, Fiom e chi per loro di inseguire i lavoratori su piattaforme rivendicative avanzate.&lt;br /&gt;
E&#39; stato cosi in passato e sara&#39; cosi, qui non si inventa niente come pensano taluni .&lt;br /&gt;
Riflettiamo insieme su questi aspetti, su questa esperienza che ci arriva da Chieti perchè cosi potremo meglio codificare e comprendere situazioni simili che inevitabilmente si verificheranno.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;blogger-post-footer&quot;&gt;Se condividi, ti preghiamo di citare la fonte.
Grazie
http://urukhaizeitung.blogspot.com&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://urukhaizeitung.blogspot.com/feeds/4109699613807628058/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/5382303219715369395/4109699613807628058?isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5382303219715369395/posts/default/4109699613807628058'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5382303219715369395/posts/default/4109699613807628058'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://urukhaizeitung.blogspot.com/2011/08/sevel-una-lezione-utile-erman-dovis.html' title='Sevel, una lezione utile (Erman Dovis)'/><author><name>UHZ</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12674722653279396774</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_tzotQom_Xhs/TLa0Zi4dwBI/AAAAAAAAAI4/nZ-aTrZQuv0/S220/logo+huruk-hai.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5382303219715369395.post-959525994619868888</id><published>2011-08-19T15:25:00.001+02:00</published><updated>2011-08-19T15:43:23.317+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="attualità"/><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Comunismo"/><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Lurtz"/><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="politica"/><title type='text'>Mi permetto una sorta di analisi (Lurtz)</title><content type='html'>&lt;div dir=&quot;ltr&quot; style=&quot;text-align: left;&quot; trbidi=&quot;on&quot;&gt;&quot;Al primo tentativo fascista deve seguire una rapida, secca spietata risposta degli operai e questa risposta deve essere tale che il ricordo ne sia tramandato fino ai pronipoti dei signori capitalisti&quot;(A. Gramsci)&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Premettendo che, pur rifiutando questa impostazione, non posso negare di aver subito un&#39;influenza di tipo deterministico. In base a questo, ritengo che oggi i lavoratori abbiano qualcosa da perdere rispetto ai proletari nullatenenti di Marx e, perciò, non credo che siano tempi maturi per parlare di &quot;rivoluzione&quot;.&lt;br /&gt;
Detto questo, se il compito dei comunisti si riducesse ad essere quello di attendere la &quot;fine del mondo (capitalistico)&quot;, non avrebbe senso l&#39;esistenza di partiti, di lotte, eccetera. Ed è qui che entra in gioco la dialettica, che, per me, sovrasta la visione deterministica.&lt;br /&gt;
Perchè la realtà è sì un qualcosa di oggettivo, ma non è mai un oggettivo eterno, cristallizzato, bensì in continuo movimento. Se fosse altrimenti, le condizioni di vita del proletariato sarebbero le stesse di cento anni fa. Invece la realtà ci mostra una situazione ben diversa.&lt;br /&gt;
Eviterò di descrivere la storia del movimento operaio, non mi pare ve ne sia la necessità. Se volessimo fare i puristi (scioccamente, aggiungerei), diremmo che il proletariato del Ventunesimo secolo è formato solo da immigrati extracomunitari. Ma invece, dato che siamo dialettici, diremo che oggi anche gli impiegati, o comunque la maggior parte di essi e, probabilmente, insieme a &quot;partite iva&quot; e micro bottegai, sono da considerarsi proletariato.&lt;br /&gt;
Bene, abbiamo visto che, in modo molto semplicistico, le situazioni mutano e conseguentemente dovranno mutare gli approcci alle questioni. Perché se determinate divisioni si assottigliano, anzi scompaiono, le rivendicazioni particolari mutano a loro volta. Ovvero, in parole povere, vi è la necessità di lottare su diversi fronti che però rimandano ad un preciso obiettivo generale: l&#39;abbattimento della società capitalistica.&lt;br /&gt;
La proletizzazione dei ceti medi che si sta verificando in Europa è una necessità (ciclica) del sistema capitalistico, e la crisi in corso è il metodo per adempiere a tale scopo (&quot;Crisi= soluzione&quot;, attenzione a non confondersi con &quot;Crisi=Problema&quot;, in caso contrario perché continuare a sostenere un modello perdente?).&lt;br /&gt;
Questo dovrebbe far capire che la lotta contro il capitalismo non può essere che anzitutto contro l&#39;imperialismo, statunitense in primo luogo e poi gli altri a seguire. Perché è laggiù che vengono stabilite le regole a cui sottostare, e perché il capitale finanziario americano si regge (anche) succhiando grandemente in Occidente.&lt;br /&gt;
Per via di una inesistente politica unitaria europea, i problemi si riversano inevitabilmente sui singoli stati. La conseguenza è la comparsa di manovre-soluzioni a dir poco folli.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;A questo punto, viene da domandarsi: e adesso, cosa facciamo?&lt;br /&gt;
Molte proposte sono in corso di sviluppo, e tra queste, quella che pare stia prendendo più corpo, è quella di Rifondazione Comunista, ossia quella che si riferisce alla Patrimoniale (&lt;a href=&quot;http://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/manovra-ferreroprc-da-domani-raccolta-firme-patrimoniale-939093/&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;span class=&quot;Apple-style-span&quot; style=&quot;color: #990000;&quot;&gt;Cfr. dichiarazione Ferrero&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;).&lt;br /&gt;
Indubbiamente un buon inizio, ,ma la mia impressione è che sia un demagogico tentativo di correzione. Insomma, per essere brutali, è, a mio parere, una proposta di tipo socialdemocratico. Come si può chiedere a un governo (e quando parlo di &quot;governo&quot; includo anche la cosiddetta &quot;opposizione&quot;), che mira a mantenere intatti i privilegi della grande borghesia, di tassare proprio quello che questi vogliono proteggere?&lt;br /&gt;
Io non ho soluzioni, mi faccio delle domande e spero di trovare risposte. In questa direzione, vedo che il partito comunista greco (KKE) fa una proposta che mi pare sia quella più utile: uscire dall&#39;Unione Europea. Uscire, ovvero, dalla zona di sottomissione imperiale.&lt;br /&gt;
Ritengo, però, che la sola Grecia non sia in grado di accollarsi un onere simile. Penso anche che però, se tale volontà fosse avallata da tutti quegli stati denominati (insolentemente!) PIGS: Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna. la cosa desterebbe, da un lato, forti preoccupazioni e, dall&#39;altro, magari un ripensamento anche da parte di altri, come l&#39;Italia ad esempio.&lt;br /&gt;
Cosa non semplice nemmeno questa, ma allora cosa fare?&lt;br /&gt;
Oggi come oggi, avere come obiettivo primario quello di rientrare in parlamento non può che essere definito velleitario, a meno di non stringere alleanze (con posizione di sfavore, ovviamente) con PD e similastri. Ossia con gli stessi soggetti che hanno cacciato i comunisti dal parlamento e, tra le altre varie oscenità, gli stessi che hanno &quot;creato&quot; e divulgato il precariato.&lt;br /&gt;
Alcuni fessacchiotti, addirittura evocano &quot;rivoluzioni&quot; (improbabili!), ma è evidente che o non sanno di cosa parlano o hanno una percezione della realtà completamente distorta.&lt;br /&gt;
L&#39;unica soluzione a breve, a mio parere, sta nel riorganizzare le forze in campo. &lt;br /&gt;
Accantonare (momentaneamente) determinati annosi attriti e lavorare tutti insieme per manifestazioni di piazza serie, dure, massicce. Ricostituire un servizio d&#39;ordine che impedisca l&#39;infiltrazione di provocatori; cacciare a pedate gli &quot;sfasciatori di vetrine&quot;; portare nelle piazze i lavoratori (tutti!); fare in modo che si evitino &quot;passerelle&quot; di leaders; imporre ai governi, alle finte opposizioni e a tutti quelli che lavorano contro, il volere del popolo, se necessario anche con la forza ma mai col modo del teppista da stadio (cfr. &quot;sfasciatori di vetrine&quot;). Lasciare da parte per un momento le icone dei grandi marxisti, quando vengono &quot;tirati fuori dal cilindro&quot; solo per intralciare le collaborazioni. Arrivare a pensare seriamente alla formazione di un nucleo &quot;misto&quot; da portare in parlamento, così da non dover sottostare ai ricatti degli anticomunisti di sinistra.&lt;br /&gt;
Contemporaneamente, guidare e accompagnare le manifestazioni coi compagni greci, portoghesi, spagnoli, eccetera.&lt;br /&gt;
Perché una domanda aleggia: dove sono finiti i comunisti? Non se ne parla, esistono ancora?&lt;br /&gt;
Dobbiamo riappropriarci del nostro ruolo storico.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;Basta sentir parlare di NoTav, popolo Viola, Fiom. Ricominciamo a far parlare di comunisti che &quot;guidano&quot;, non che si accodano a NoTav, Fiom, eccetera. Si lascino perdere le zuffe su chi è più e chi meno presente. Insomma, diciamocelo chiaro, si deve fare in modo che i lavoratori quando pensano al partito comunista o ai comunisti in generale non abbiamo come riferimento un Ferrero, un Ferrando, un Diliberto, un Rizzo, eccetera. Ai lavoratori non interessa cosa sia e a cosa serva il centralismo democratico, ad esempio; essi vogliono poter contare su un gruppo organizzato, e non aspettare l&#39; &quot;umore&quot; del capo.&lt;br /&gt;
Oggi c&#39;è bisogno di unità. Solo questo conta in questo momento, il resto è impedimento!&lt;br /&gt;
Non sottovalutiamo questo fatto, è l&#39;unione che fa la forza. Gli interessi personali non ci appartengono, e chi li persegue deve essere cacciato a pedate.&lt;br /&gt;
Chi scrive non è nessuno, non conta nulla. La sua speranza è di invogliare alla riflessione sulla necessità di abbandonare il miraggio del cadreghino e concentrarsi sulla realtà, egli non ha preferenze per questo o per quello. Il suo unico interesse è vedere una forza comunista compatta che non si perda in fesserie e che risponda colpo su colpo al nemico di classe.&lt;br /&gt;
Mi si permetta la trivialità, ma i lavoratori si sono rotti i coglioni di sentir parlare di cose che non li riguardano, ed è perciò che si spostano sempre più a destra. L&#39;occasione di riportarli sui &quot;nostri&quot; binari c&#39;è, ma bisogna saperla cogliere.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;blogger-post-footer&quot;&gt;Se condividi, ti preghiamo di citare la fonte.
Grazie
http://urukhaizeitung.blogspot.com&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://urukhaizeitung.blogspot.com/feeds/959525994619868888/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment/fullpage/post/5382303219715369395/959525994619868888?isPopup=true' title='6 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5382303219715369395/posts/default/959525994619868888'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5382303219715369395/posts/default/959525994619868888'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://urukhaizeitung.blogspot.com/2011/08/mi-permetto-una-sorta-di-analisi-lurtz.html' title='Mi permetto una sorta di analisi (Lurtz)'/><author><name>UHZ</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12674722653279396774</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_tzotQom_Xhs/TLa0Zi4dwBI/AAAAAAAAAI4/nZ-aTrZQuv0/S220/logo+huruk-hai.jpg'/></author><thr:total>6</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5382303219715369395.post-1713536494859812017</id><published>2011-08-09T11:51:00.001+02:00</published><updated>2011-09-23T12:21:29.957+02:00</updated><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="comunità"/><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="lavoro"/><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Lurtz"/><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="società"/><title type='text'>Un tentativo di riflessione, elementare, su lavoro produttivo e lavoro improduttivo (Lurtz)</title><content type='html'>&lt;div dir=&quot;ltr&quot; style=&quot;text-align: left;&quot; trbidi=&quot;on&quot;&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;JUSTIFY&quot; style=&quot;margin-bottom: 0cm;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Georgia, serif;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Georgia, serif;&quot;&gt;«La produzione capitalistica non è soltanto &lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Georgia, serif;&quot;&gt;&lt;i&gt;&lt;span style=&quot;text-decoration: none;&quot;&gt;produzione di merce&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Georgia, serif;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;text-decoration: none;&quot;&gt;, è essenzialmente &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Georgia, serif;&quot;&gt;&lt;i&gt;&lt;span style=&quot;text-decoration: none;&quot;&gt;produzione di plusvalore&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Georgia, serif;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;text-decoration: none;&quot;&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class=&quot;Apple-style-span&quot; style=&quot;font-family: Georgia, serif;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Georgia, serif;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;text-decoration: none;&quot;&gt;L&#39;operaio non produce per sé, ma per il capitale. Quindi non basta più che l&#39;operaio produca in genere. Deve produrre plusvalore. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Georgia, serif;&quot;&gt;&lt;i&gt;&lt;span style=&quot;text-decoration: none;&quot;&gt;E&#39; produttivo solo quell&#39;operaio che produce plusvalore per il capitalista, ossia che serve all&#39;autovalorizzazione del capitale&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Georgia, serif;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;text-decoration: none;&quot;&gt;. Se ci è permesso scegliere un esempio fuori della sfera della produzione materiale, un maestro di scuola è lavoratore produttivo se non si limita a lavorare le teste dei bambini, ma se si logora dal lavoro per arricchire l&#39;imprenditore della scuola. Che questi abbia investito il suo denaro in una fabbrica d&#39;istruzione invece che in una fabbrica di salsicce, non cambia nulla nella relazione. Il concetto di operaio produttivo non implica dunque affatto soltanto una relazione fra attività ed effetto utile, fra operaio e prodotto del lavoro, ma implica anche un rapporto di produzione specificamente sociale, di origine storica, che imprime all&#39;operaio il marchio di mezzo diretto di valorizzazione del capitale. Dunque, essere operaio produttivo non è una fortuna ma una disgrazia&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class=&quot;Apple-style-span&quot; style=&quot;font-family: Georgia, serif;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Georgia, serif;&quot;&gt;»  (Il Capitale, Libro I, Cap. 14: “Plusvalore assoluto e plusvalore relativo”).&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;span class=&quot;Apple-style-span&quot; style=&quot;font-family: Georgia, &#39;Times New Roman&#39;, serif;&quot;&gt;Con un senso di disgusto molto alto, qualche giorno fa, guardavo su un canale del digitale terrestre, La5 mi pare, un pezzo di programma di cucina importato da qualche paese anglosassone.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span class=&quot;Apple-style-span&quot; style=&quot;font-family: Georgia, &#39;Times New Roman&#39;, serif;&quot;&gt;Infastidito non perchè si cucinassero pietanze orribili, tutt&#39;altro, ma perché non si capiva molto di cosa cucinassero e perché il conduttore, un noto chef probabilmente auanaganese, insultava e trattava male chiunque tranne i clienti del finto ristorante.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span class=&quot;Apple-style-span&quot; style=&quot;font-family: Georgia, &#39;Times New Roman&#39;, serif;&quot;&gt;pare si trattasse di una specie di reality a cui partecipano un gruppo di amici o una famiglia, e lo scopo è obbedire ciecamente agli ordini, e alle umiliazioni, dello chef al fine di preparare un menù gradito ai clienti.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span class=&quot;Apple-style-span&quot; style=&quot;font-family: Georgia, &#39;Times New Roman&#39;, serif;&quot;&gt;Tralasciando il fastidio che mi provoca l&#39;atteggiamento di questo coglionazzo con la casacca da cuoco, vorrei approfondire una questione che mi pare interessante.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span class=&quot;Apple-style-span&quot; style=&quot;font-family: Georgia, &#39;Times New Roman&#39;, serif;&quot;&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A mio parere, la cucina, e tutto quello che le gira intorno, dalla scelta degli ingredienti a quella degli oggetti per cucinarli e servirli, la scelta delle bevande da abbinare, il senso di comunità nello stare intorno ad una tavola, ma anche il preparare la tavola e dividersi i compiti fino a consumare il pasto per goderne tutti, si può riassumere in una parola: &quot;convivialità&quot;; e ritengo sia una cosa sacra, da preservare.&lt;br /&gt;
In questo senso, forse i momenti più belli che ricordo sono quelli che si riferiscono ad un periodo in cui, insieme ad altri tre amici, una volta alla settimana, con la scusa di una partita a scopone scientifico, ci si riuniva a casa dell&#39;unico che potesse ospitarci e ci si faceva la classica mangiata a base di pesce. Al mattino, il nostro ospite, che si incaricava di cucinare, andava a fare la spesa; noi lo raggiungevamo nel tardo pomeriggio, perché tutti impegnati a lavorare. Tutti i passaggi venivano svolti in assoluta comunione. Chi preparava la tavola, chi puliva il pesce, chi tagliava il pane, eccetera eccetera. Il tutto discorrendo di politica o di filosofia, tra un bicchier di vino e un assaggio. Poi ci si sedeva per consumare la cena e alla fine si sparecchiava e si lavavano le stoviglie. Senza fretta, senza distinzione tra &quot;tempo utile&quot; e &quot;tempo inutile&quot;.&lt;br /&gt;
&quot;La prova del cuoco&quot;, &quot;Cotto e mangiato&quot;, &quot;Cuochi e fiamme&quot;, sono solo alcuni tra i programmi dedicati alla cucina trasmessi dalle varie emittenti televisive.&lt;br /&gt;
Dopo più di un decennio in cui la Fesseria l&#39;ha fatta da padrone con migliaia di ore dedicate ad approfondimenti fuffeschi su oroscopo e gossip, sembra che si sia trovato un filone di (quasi) utilità. Sembra infatti che vi sia una volontà pedagogica a guidare la composizione dei palinsesti e quindi fioccano ovunque trasmissioni che dedicano ampio spazio al meteo e altre esclusivamente alla cucina. Non casualmente utilizzo il termine &quot;pedagogia&quot;, perchè ritengo che esista proprio l&#39;intento di educare sull&#39;ottimizzazione del tempo &quot;sprecato&quot;.&lt;br /&gt;
A prima vista, i programmi di cucina, hanno la sembianza di cortesia a favore delle migliaia di impiegati, operai, single che non hanno tempo o difettano in volontà o fantasia e anche per casalinghe o cuochi provetti. La mia conclusione è diversa. Li vedo come una sorta di &quot;indirizzazione&quot; utile ai fini della società capitalistica. Una società, ovvero, in cui il tempo &quot;utile&quot; è solo quello entro il quale si produce e dove il tempo &quot;inutile&quot;, ossia quello entro il quale ognuno di noi si dedica alla propria vita e al proprio piacere, deve essere ottimizzato al massimo. E non stupisce che si studi un metodo simpatico che permetta di cibarsi &quot;umanamente&quot; e impiegando meno tempo possibile.&lt;br /&gt;
Primo, secondo e dolce in meno di un&#39;ora, cibi in scatola presentati con fantasia, una sfoglia di pasta pronta in pochi minuti, eccetera eccetera.&lt;br /&gt;
del resto, non è una novità quella di sfruttare gli spazi di tempo &quot;buchi&quot;. Pensiamo a quanti durante la pausa pranzo vanno in palestra o fanno la spesa al supermercato e così via. Poi, magari, escono dall&#39;ufficio alle sette di sera, ma non se ne preoccupano perché non hanno nient&#39;altro da fare che.....dedicarsi alla propria vita!&lt;br /&gt;
Si badi che qui il complotto non c&#39;entra nulla. Si tratta di un &quot;movimento&quot; assolutamente naturale: si presenta un problema o una difficoltà e l&#39;Uomo cerca una soluzione.Niente di più, niente di meno. La questione è anzitutto rilevare il livello di sottomissione mentale alle regole del mondo in cui si vive e poi denunciare il fatto che, invece di cercare soluzioni definitive, i &quot;guardiani del palazzo&quot; ne offrono sempre e solo di tipo riparatorio.&lt;br /&gt;
Uno degli obiettivi che, secondo me, l&#39;essere umano che vive in un contesto di civiltà industriale o post-industriale deve perseguire è di riappropriarsi del proprio tempo. Perché il tempo non appartiene al padrone ma ad ogni singolo individuo, il quale deve poterne disporre a proprio piacere (quando si parla di &quot;giornata lavorativa&quot;, si intende il tempo che il padrone estorce con la forza al lavoratore, non si daba al fatto che NON esistono molteplici giornate all&#39;interno della stessa; esiste UNA sola giornata, quindi il tempo rimanente non è considerato positivo, nel senso di utile alla produzione).&lt;br /&gt;
Tutte le fesserie sulla necessità di produrre sempre di più, sono fesserie appunto. L&#39;equazione è semplice da capire.&lt;br /&gt;
Se tutti producono e tutti consumano, sarà sufficiente produrre meno e consumare meno per vivere da esseri umani. Ma dato che così non è, ossia in realtà una grande maggioranza produce e tutti consumano; la piccola parte che non produce ma consuma costringe la grande maggioranza, con la forza, a produrre di più di quello che ha bisogno.&lt;br /&gt;
E il discorso vale anche nel caso della cucina. Infatti, quello del tempo, non è un problema che riguarda le classi più abbienti le quali possono disporre di cuochi, camerieri, maggiordomi e inservienti vari che provvedono a tutto lasciando &quot;l&#39;onere&quot; di ospitare alle padrone di casa.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;blogger-post-footer&quot;&gt;Se condividi, ti preghiamo di citare la fonte.
Grazie
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