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	<title>West &#8211; Welfare Society Territory</title>
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	<description>West is an online newspaper aimed at providing the latest breaking news on welfare policies.</description>
	<lastBuildDate>Wed, 06 Mar 2019 13:41:51 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Il femminicidio dell&#8217;homo migrans</title>
		<link>https://www.west-info.eu/it/femminicidio-dellhomo-migrans/</link>
		<pubDate>Mon, 06 Nov 2017 13:38:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Terranova]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>

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		<description><![CDATA[Di femminicidio, ora, si muore anche nel Mediterraneo. È la novità venuta a galla in quest’ultimo, ennesimo, weekend di emergenza (e orrore) immigrazione tra le due rive del Mare Nostrum. Per capire cosa è successo, partiamo dalla fine. Quando ieriaaa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Di femminicidio, ora, si muore anche nel Mediterraneo.</strong> È la novità venuta a galla in quest’ultimo, ennesimo, weekend di emergenza (e orrore) immigrazione tra le due rive del Mare Nostrum. Per capire cosa è successo, partiamo dalla fine. Quando ieri mattina la nave militare spagnola Cantabria è attraccata al porto di Salerno con il suo carico di 400 migranti salvati due giorni prima mentre il gommone sul quale viaggiavano era mezzo affondato, a sbarcare per primi sono stati i cadaveri di 26 donne nemmeno ventenni.</p>
<p><strong>La morte in mare non è mai una questione di genere, e invece stavolta si</strong>. Perché, anche se le dinamiche dell’incidente sono tutte da verificare, è facile immaginare che mentre il natante era in avaria, sia prevalsa la legge del più forte. <em>Primum vivere</em>. I maschi si sono accaparrati uno spazio a cui aggrapparsi. Mentre le femmine morivano annegate.</p>
<p><strong>Una dinamica che se confermata, ci consegnerebbe un’immagine dell’<em>homo migrans </em></strong>assai diversa da quella che molti disegnano. Non un tipo gracilino, dimesso, fiaccato dalla fame e indebolito dalla miseria. Ma, al contrario, spietato e determinato. Che rispetto alla media dei suoi concittadini, è fisicamente e psicologicamente super dotato. Sceglie di migrare per necessità, certo. Ma, a differenza di tanti altri, ci riesce. Perché ha ambizioni e convinzioni fuori dal comune. È pronto a tutto pur di portare a compimento il proprio progetto migratorio. Per costruirsi un futuro migliore ha rischiato i risparmi e la vita. Niente e nessuno lo fermerà. <em>Mors tua, vita mea</em>.</p>
<p><strong>Quanto basta, forse, per prendere atto che l’immigrazione</strong> non è altro che un fenomeno straordinariamente terrestre. In quanto tale va gestito e governato tenendo conto dei vizi e delle virtù dell’essere umano.</p>
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		<title>Per i rifugiati Ginevra e New York sono importanti ma non bastano</title>
		<link>https://www.west-info.eu/it/per-i-rifugiati-ginevra-e-new-york-sono-importanti-ma-non-bastano/</link>
		<pubDate>Mon, 30 Oct 2017 15:41:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Terranova]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Per un bilancio dei cinquant’anni di vita del Protocollo di New York che nel 1967 estese a tutti i rifugiati, i diritti che la Convenzione di Ginevra del 1951 riservava solo a quelli europei, abbiamo chiesto un aiuto al Professoraaa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Per un bilancio dei cinquant’anni di vita del Protocollo di New York che nel 1967 estese a tutti i rifugiati, i diritti che la Convenzione di Ginevra del 1951 riservava solo a quelli europei, abbiamo chiesto un aiuto al <strong>Professor Guy S. Goodwin-Gill</strong>. Giurista super esperto in materia d’asilo, oltre ad aver insegnato nelle più blasonate Università del globo è stato a lungo consulente dell’UNHCR.</p>
<p><strong>Il cinquantesimo anniversario del Protocollo del 1967 sullo status di rifugiato, coincide con una delle più gravi crisi umanitarie dal Secondo Dopo Guerra. Perché?</strong></p>
<p>I rifugiati lasciano la madrepatria, come hanno sempre fatto, a causa di guerre, persecuzioni, carestie o più semplicemente per sopravvivere. Il record a livello internazionale di 65,3 milioni di profughi nel 2016 è dovuto a un insieme di ragioni.<br />
La comunità internazionale è sempre attiva nel fronteggiare le emergenze umanitarie. Lo è meno nel prevenirle e nel risolverle, come dimostra il caso della Siria e del Sudan.</p>
<p><strong>Di fronte a questo numero, è forse tempo di riformare la Convenzione di Ginevra del 1951 e il Protocollo del 1967?</strong></p>
<p>Partiamo dal fatto che la Convenzione di Ginevra non è nata per risolvere tutte le sfide che l’immigrazione umanitaria pone. Ma per garantire ai singoli rifugiati uno status legale ben definito e sufficiente per rifarsi una vita affermando valori universali come, ad esempio, il divieto di respingimento nei confronti di chi è in fuga da guerre e persecuzioni. Il vero vulnus dell’attuale sistema è la mancanza di un meccanismo efficace che garantisca l’equa redistribuzione dei rifugiati tra gli stati firmatari della Convenzione.</p>
<p><strong>In base alla sua esperienza, quali buone pratiche internazionali sull’accoglienza dei rifugiati, sono degne di menzione?</strong></p>
<p>Il successo o meno delle politiche di accoglienza dei rifugiati dipende da un insieme di fattori. Il primo: dalla volontà e dall’impegno degli Stati di rispettare i princìpi sanciti dalla Convenzione di Ginevra. Il secondo: dal grado di convincimento dei governi che la sicurezza dei confini e la gestione dell’immigrazione dipendono dalla cooperazione e solidarietà internazionale che non devono mai perdere di vista la centralità dell’individuo in quanto tale. Il terzo: dal coinvolgimento degli enti e delle comunità locali nelle politiche di accoglienza.</p>
<p><strong>In qualità di direttore del Kaldor Centre for International Refugee Law dell’Università di New South Wales di Sidney, lei segue e studia da vicino le tante discusse politiche d’asilo del governo australiano. Può aiutare i nostri lettori a capire come stanno bene le cose?</strong></p>
<p>Sono tre gli aspetti chiave dell’attuale politica d’asilo in Australia. Il primo: un programma di reinsediamento che garantisce l’accoglienza a una quota di rifugiati provenienti da paesi Terzi, nell’anno 2015-2016 ne ha accolti 17.555. Il secondo: con una procedura simile a quella prevista in molti Stati UE, lo status di rifugiato è garantito ai richiedenti asilo che entrano legalmente, ad esempio via aereo, sul territorio australiano. Terzo: respingimento di profughi che tentato di entrare illegalmente, soprattutto via mare, in Australia. Molti vengono reclusi in piccole isole sperdute nel Pacifico, come quelle di Nauru o di Manus. Con le quali il governo australiano ha stretto accordi economici in cambio dell’istituzione di centri di detenzione offshore che violano i più elementari diritti dei rifugiati. L’ex-Presidente USA Barack Obama aveva sposato la loro causa dichiarandosi disponibile ad accoglierne un numero sia pur limitato. È da vedere se il suo successore seguirà la stessa strada.<br />
Dispiace prendere atto che questo volto duro della politica d’asilo australiana, ha cancellato, o comunque fatto dimenticare, lo straordinario sforzo che questo grande Paese ha fatto negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso per risolvere molte crisi umanitarie accogliendo, ad esempio, migliaia di rifugiati indocinesi.</p>
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		<item>
		<title>Cupido più forte dei pregiudizi razziali</title>
		<link>https://www.west-info.eu/it/cupido-piu-forte-dei-pregiudizi-razziali/</link>
		<pubDate>Thu, 26 Oct 2017 22:01:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Guido Bolaffi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Matrimoni misti @it]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Servizi di integrazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Non avremmo mai immaginato di venire a sapere che i vituperatissimi (ma frequentatissimi) siti di incontri online potessero facilitare, con l’amore “al buio”, anche l’integrazione interraziale ed interetnica. Una sorta di eterogenesi dei fini che anche se per molti inimmaginabileaaa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Non avremmo mai immaginato di venire a sapere che i vituperatissimi (ma frequentatissimi) siti di incontri online potessero facilitare, con l’amore “al buio”, anche l’integrazione interraziale ed interetnica.</strong> Una sorta di eterogenesi dei fini che anche se per molti inimmaginabile è del tutto spiegabile. Visto che, come dice a conclusione di una sua recente ricerca Josuè Ortega della Columbia University: “<em>le nuove tecnologie ci danno nuove opportunità e queste, a loro volta, producono inaspettati effetti sulla società</em>”.</p>
<p>Una verità emersa indagando il boom dei matrimoni via dating site tipo Match.com, OKCupid o Tinder. Che negli Usa, essendo oltre 1/3 di quelli annualmente celebrati, si è scoperto fungere da vero e proprio rompighiaccio delle tradizionali segregazioni etniche. Facilitando l’intesa, e spesso l’unione, tra uomini e donne di razze e nazionalità diverse. Come dimostra il fatto che oggi, in base agli ultimi dati del Pew Reserach, sono miste il 6,3% delle coppie americane (che fino al 1967 erano vietate dalla legge) ed il 9% di quelle inglesi. Insomma, una sorta di rivoluzione silenziosa capace di avere la meglio, come già altre volte accaduto in passato, sui vecchi steccati della tradizione e della conservazione. Di cui da conto, con un elegante articolo sul Financial Times del 17 ottobre, John Thornhill. Secondo il quale l’uso di massa della bicicletta nella Francia di inizio Novecento: “consentendo, cosa prima impossibile, ad un giovane di cercare lavoro e l’amore fuori dal suo paese e di tornare a casa per cena”, determinò cambiamenti, tanto profondi quanto imprevisti, paragonabili a quelli prodotti oggi dai siti online. Semplicemente facilitando l’incontro e la comunicazione tra individui altrimenti condannati ad essere confinati in spazi e culture tra loro da sempre lontanissimi.</p>
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		<title>Basta una parola e nasce la fake news sull&#8217;immigrazione</title>
		<link>https://www.west-info.eu/it/basta-una-parola-e-nasce-la-fake-news-sullimmigrazione/</link>
		<pubDate>Wed, 25 Oct 2017 13:35:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Guido Bolaffi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrati clandestini @it]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando si ha a che fare con l’immigrazione le parole pesano come macigni. E anche il più piccolo dettaglio può fare una grande, grandissima differenza. Emblematica, al riguardo, la velenosa bagarre scoppiata in Francia circa la presunta svolta “reazionaria” diaaa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Quando si ha a che fare con l’immigrazione le parole pesano come macigni. E anche il più piccolo dettaglio può fare una grande, grandissima differenza.</strong> Emblematica, al riguardo, la velenosa bagarre scoppiata in Francia circa la presunta svolta “reazionaria” di Macron. Che secondo la denuncia, ripresa e autorevolmente rilanciata da un articolo apparso su Le Monde lo scorso 17 ottobre, avrebbe abbracciato la posizione dell’estrema destra lepenista sulla double peine per tutti gli immigrati colpevoli di reati. Per i quali, una volta scontata la pena in carcere, andrebbe previsto l’immediato rimpatrio. Un’accusa grave. Perché oltre a tradire quanto da lui sostenuto nel corso della vittoriosa “en marche” per l’Eliseo, rappresenterebbe un preoccupante passo indietro su una questione che da anni tormenta ed avvelena la politica dell’immigrazione d’Oltrealpe. Che nel solo 2015 è costata alla Francia ben sette condanne per violazione dei diritti umani da parte della Corte di giustizia europea.</p>
<p>Ma le cose stanno veramente come dicono i critici del giovane presidente? Non sembrerebbe visto che nell’intervista televisiva “incriminata” Macron ha testualmente detto: ”<em>Coloro che, in quanto stranieri irregolarmente presenti sul territorio nazionale, commettono un crimine saranno rimpatriati</em>”. Quindi, se le parole hanno ancora un senso, la sua proposta di double peine, ossia l’espulsione dopo aver scontato la pena, non riguarda tutti gli immigrati che trasgrediscono la legge, come chiede il Front Nationale di Marine Le Pen, ma solo quelli irregolari o clandestini. Parliamoci chiaro. La douple peine è un’afflizione crudele che impone di pagare due volte lo stesso reato e per questo giuridicamente molto discutibile. Ma non c’è dubbio che in un paese ancora sotto shock per gli attentati terroristici la saggezza avrebbe richiesto, su un tema non caldo ma caldissimo quale è l’immigrazione, maggiore prudenza e un pizzico di attenzione in più alle parole.</p>
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		<item>
		<title>Sugli immigrati le statistiche USA smentiscono Trump</title>
		<link>https://www.west-info.eu/it/sugli-immigrati-le-statistiche-usa-smentiscono-trump/</link>
		<pubDate>Mon, 23 Oct 2017 15:48:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Guido Bolaffi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrati clandestini @it]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[L’America dell’immigrazione usa i numeri per non piegarsi ai diktat di Trump. Semplicemente dimostrando che i fondamentali delle sue affermazioni non stanno in piedi perché non veri. E’ quello che si evince da uno studio che la Brooking Institution, rielaborandoaaa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’America dell’immigrazione usa i numeri per non piegarsi ai diktat di Trump.</strong> Semplicemente dimostrando che i fondamentali delle sue affermazioni non stanno in piedi perché non veri. E’ quello che si evince da uno studio che la Brooking Institution, rielaborando gli ultimi dati dell’istituto statistico statunitense sulla popolazione di origine straniera presente sul territorio nazionale, ha pubblicato lo scorso 2 ottobre con l’emblematico titolo: “Recent foreign-born growth counters Trump’s immigration stereotypes”. Smentendo, in particolare, tre delle principali argomentazioni usate dal neo inquilino della Casa Bianca per motivare la “stretta” alle frontiere del suo paese.</p>
<p><strong>1) Non è vero che negli Usa il numero degli immigrati è in forte aumento.</strong> Anzi. Il drastico calo degli arrivi, iniziato nel 2010, ha fatto sì che negli ultimi 24 mesi, cosa che non avveniva da tempo memorabile, la percentuale della popolazione straniera, rispetto a quella totale, è restata pressoché stabile. Passando dal 13% nel 2015 al 13,5% nel 2016.</p>
<p><strong>2) E’ solo un vecchio clichè quello dell’arrivo dell’orda messicana.</strong> Che va fermata (col muro). Tra il 2010 e il 2016, infatti, sul totale dei nuovi immigrati il 58% proviene dall’Asia e meno del 28% dall’America Latina. Tanto è vero che oggi sul totale della popolazione di origine straniera presente sul territorio americano quella dei latinos, anche se ancora maggioritaria, è ferma al 51%. Mentre quella asiatica ha ormai raggiunto il 31%. Con l’aggiunta del non piccolo particolare che all’interno dell’enorme galassia dell’immigrazione sudamericana quella messicana ha registrato una diminuzione netta di 135mila unità.</p>
<p><strong>3) Lo stereotipo dell’immigrato senza istruzione e poco qualificato è infondato.</strong> Dai dati degli ultimi sei anni emerge infatti che, in media, il 52% degli immigrati è in possesso di un diploma e il 29% della licenza di scuola media superiore. Dati tanto più significativi se si considera che, rispetto a questi due livelli di titoli di studio, le percentuali relative ai nazionali si fermano, rispettivamente, al 32% e al 37%. A questo punto sorge spontanea la domanda: come mai usando l’immigrazione “che non c’è” Trump è riuscito a portare dalla sua l’elettorato? La risposta, paradossale, la troviamo continuando a sfogliare le pagine dello studio della Brookings. Dalle quali veniamo a sapere che, in maggioranza, si sono schierati al suo fianco (14 su 16) proprio gli stati con meno immigrati di tutti. Ossia quelli nei quali la presenza straniera, rispetto alla media nazionale del 13,5%, è abbondantemente al di sotto del 5%. Niente male, non c’è che dire.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>In Italia per l&#8217;immigrazione ci vuole il modulo 2-3-4</title>
		<link>https://www.west-info.eu/it/in-italia-per-limmigrazione-ci-vuole-il-modulo-2-3-4/</link>
		<pubDate>Thu, 19 Oct 2017 15:52:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Guido Bolaffi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrati clandestini @it]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrati di seconda generazione @it]]></category>
		<category><![CDATA[Profughi, rifugiati e richiedenti asilo]]></category>
		<category><![CDATA[Regno Unito]]></category>

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		<description><![CDATA[Visto quello che succede in giro nel mondo non bisogna essere dei grandi profeti per immaginare che anche da noi l’immigrazione sarà centrale nell’ormai prossima competizione elettorale. Ed un banco di prova, difficile ma non impossibile, per un programma elettoraleaaa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Visto quello che succede in giro nel mondo</strong> non bisogna essere dei grandi profeti per immaginare che anche da noi l’immigrazione sarà centrale nell’ormai prossima competizione elettorale. Ed un banco di prova, difficile ma non impossibile, per un programma elettorale riformista al passo con l’Europa e, soprattutto, con i tempi. Per il quale, ricorrendo ad una formula di tipo calcistico, suggerirei di adottare lo schema del 2-3-4. Di che si tratta?. E’ presto detto.</p>
<p><strong>2. Osservazioni preliminari</strong></p>
<p>a) sul piano elettorale l’immigrazione non premia o premia poco, ma punisce molto. Per la semplice ragione che se è vero che su questo tema le elezioni a sinistra non si vincono, è ancor più vero che si perdono. Una verità che impone di mettere da parte rigidità ideologiche e, vista anche l’aria che tira, capire che le paure ed il rifiuto di molti nei confronti degli immigrati non vanno bollati come una colpa ma, al contrario, affrontati come un problema. Di cui farsi carico e, nella misura del possibile, lenire con opportuni rimedi. Visto che in politica i sentimenti contano, eccome contano!, di fronte ai tanti che, a torto o a ragione, a causa dell’immigrazione si sentono o si lasciano convincere di essere stranieri a casa loro, una cosa è sicuramente vietata: fare spallucce ripetendo che è colpa loro se non capiscono.</p>
<p>b) la migliore politica dell’immigrazione è quella che fa meno errori delle altre. Detto in altri termini: l’esperienza italiana e di molti altri paesi dimostra che, data la natura del problema, mutevole ed in continua, sistematica evoluzione, non esiste una ricetta unica e perfetta in assoluto. Ma, forse, solo una relativamente più efficace. Che sulla base del buon senso (non del senso comune!), è in grado di autocorregersi facendo tesoro, nel futuro, degli errori commessi nel passato.</p>
<p><strong>3. considerazioni di metodo</strong></p>
<p>a) accantonare la logica per la quale le leggi sull’immigrazione si fanno per annullare, dalla a alla z, quelle precedenti ( del tipo: azzeriamo la Turco-Napolitano con la Bossi-Fini che oggi, per ritorsione, va buttata a mare). Perché forse serve a fare propaganda ma non a migliorare il governo dell’immigrazione. Questo non vuole dire, come vedremo più avanti, che ciò che è scritto nel Libro della Legge non abbisogni di essere aggiornato o, in alcune parti, radicalmente riscritto. Ma che l’ésprit de loi dei nuovi interventi normativi non può e non deve più essere ispirato dall’idea “cambiamo tutto e ricominciamo da capo”. Per l’unica e semplice ragione che la normativa italiana sull’immigrazione, iniziata trent’ anni fa con la Martelli, costituisce, nel bene e nel male, un patrimonio ormai consolidato che si può modificare ma non cancellare. Di qui la convinzione ed il suggerimento che le eventuali, future modifiche siano limitate e chirurgicamente mirate alla modifica delle parti la cui applicazione si dimostra essere inadeguata se non sbagliata.</p>
<p>b) accantonare il dominus della nostra politica immigratoria: la sanatoria erga omnes. Meglio le sanatorie erga omnes. Una anomalia tutta nazionale. Per il numero (nell’arco di vent’anni ne sono state fatte sei). Per la massa di coloro che ne hanno usufruito, (quasi la metà degli attuali immigrati regolarmente residenti in Italia sono “ex sanati”). Ma, ecco l’aspetto forse più inquietante, per il fatto che ad esse hanno fatto indifferentemente ricorso esecutivi di centro-sinistra, di centro-destra e persino quelli cosiddetti tecnici. Con la piccola ma significativa aggiunta che la sanatoria in assoluto più massiccia è quella fatta, all’opposto di quanto molti credono e ripetono, non da un governo di centro-sinistra ma da uno di centro-destra nel 2002.</p>
<p>c) accantonare l’abitudine di ripetere che “l’immigrazione è una risorsa” senza domandarsi perché e a favore di chi. Sta qui il cuore del problema visto che ci sarà pure una ragione per la quale mentre l’economia &#8220;li vuole la società no&#8221;. Una schizofrenia sistemica in grande parte prodotta, come avviene nei processi di modernizzazione, dal fatto che l’immigrazione è causa di ansia e, al contempo, fonte di nuova ricchezza. Mentre la somma dei suoi fattori dà un risultato positivo, la sua ripartizione è però ineguale. Premia alcuni e penalizza altri. C’è che vince e c’è chi perde. Non solo economicamente ma, cosa ancor più grave, esistenzialmente. Vale forse tornare a ricordare che l’ostilità di tanti nei confronti degli immigrati è solo in parte frutto di sentimenti xenofobi. Non c’è ideologia, per quanto diabolica, in grado di fare presa sul comportamento collettivo in assenza di fenomeni reali percepiti come minaccia e, perciò, rifiutati dalla società. Meglio, dai suoi settori più deboli.</p>
<p><strong>4. interventi di merito</strong></p>
<p>a) abrogare il reato penale di clandestinità. Perché? La risposta la troviamo nelle pagine scritte da un magistrato, Paolo Borgna, che oltre a conoscere è chiamato, nell’esercizio quotidiano delle sue funzioni, a fare i conti con questo problema: “la risposta carceraria alla clandestinità, che si tratti indifferentemente di una badante o di uno spacciatore, è un’illusione: una promessa irrealizzabile. L’esperienza ci insegna che il processo penale, per essere efficace, deve essere selettivo. Deve mirare a reprimere condotte particolarmente gravi per la collettività. Non può essere utilizzato come strumento per fronteggiare comportamenti di massa: i suoi tempi, i suoi costi, i suoi riti, sempre più appesantiti, sono incompatibili con questo scopo…[è] uno strumento spuntato. Con l’unico risultato di suscitare scontento e disillusione tra i cittadini”.</p>
<p>b) modificare le norme degli ingressi per lavoro. In primo luogo perché si basano su un presupposto illogico: un datore di lavoro che sta in Italia deve assumere con richiesta nominativa qualcuno(a) che sta in un altro paese e che non ha mai conosciuto. Ma soprattutto perché sul mercato sono le imprese o le famiglie non la burocrazia pubblica che selezionano e pagano coloro di cui abbisognano. Un farraginoso meccanismo capace di produrre un doppio, negativo risultato: pretendere di fissare delle quote che la velocità del mercato rende sistematicamente obsolete. E allarmare la pubblica opinione con l’annuncio dell’arrivo di nuovi “contingenti” di cui essa fatica a comprendere l’utilità e la necessità. Con l’ulteriore aggravante che mentre le istituzioni continuano a sfornare dichiarazioni contro l’immigrazione clandestina, la crescente domanda di lavoro viene in grande parte soddisfatta solo grazie all’efficientissimo, onnipresente mercato della clandestinità.</p>
<p>c) riorganizzare le strutture preposte al governo dell’immigrazione. Cosa non semplice data la tradizionale rigidità della nostra struttura amministrativa e la sua storica avversione per ogni cambiamento negli equilibri dei poteri e delle competenze ministeriali. Ma non rinviabile. Visto che il fenomeno migratorio, essendo una filiera, per essere governato richiederebbe un’ unità di comando e non, come avviene oggi, amministrazioni che se ne occupano spesso e volentieri come fossero “saparati in casa”.</p>
<p>d) risolvere presto e bene la questione della cittadinanza dei piccoli immigrati. Mettendo fine alla accesa ma inconcludente discussione delle ultime settimane sullo jus soli sì, jus soli no, e consentire alla legislazione italiana di allinearsi finalmente con quelle in vigore nelle principali nazioni europee. In primo luogo perché è assurdo che un paese, capace di naturalizzare nel 2015 più immigrati (178mila) del Regno Unito (118mila), della Spagna (114mila), della Francia (113mila) e della Germania (110mila) non riesca a risolvere dignitosamente lo status civitatis dei figli degli immigrati così come hanno fatto altri. Ma soprattutto perché è ormai chiaro a tutti che il futuro sociale ed economico della questione immigrazione si gioca, in grande parte, sul grado e la qualità dell’integrazione degli immigrati di seconda generazione.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>In questi paesi UE gli immigrati hanno due passaporti</title>
		<link>https://www.west-info.eu/it/in-questi-paesi-ue-gli-immigrati-hanno-due-passaporti/</link>
		<pubDate>Fri, 13 Oct 2017 10:30:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Terranova]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cittadinanza @it]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>

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		<description><![CDATA[Prima di addentrarci nel dettaglio su come è regolata la concessione della cittadinanza nel Vecchio Continente, è necessario premettere quanto segue. PREMESSA Per doppia cittadinanza si intende la possibilità legale concessa agli immigrati di diventare cittadini del Paese ospitante, senzaaaa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Prima di addentrarci nel dettaglio</strong> su come è regolata la concessione della cittadinanza nel Vecchio Continente, è necessario premettere quanto segue.</p>
<p><strong>PREMESSA</strong></p>
<p><strong>Per doppia cittadinanza si intende</strong> la possibilità legale concessa agli immigrati di diventare cittadini del Paese ospitante, senza perdere la cittadinanza dello Stato di origine.<br />
In Europa, contrariamente a quanto si è registrato fino agli anni Sessanta del secolo scorso, prevale oggi un orientamento giuridico di maggiore tolleranza nei confronti della doppia cittadinanza. Per almeno tre fattori:</p>
<p>&#8211; La nascita di norme più efficaci contro la discriminazione di genere.<br />
&#8211; Un lungo periodo di pace nelle relazioni internazionali.<br />
&#8211; Un cambiamento di percezione degli interessi statali nell’ambito della migrazione.</p>
<p><strong>Con l’aggiunta che nel Vecchio Continente</strong>, l’approvazione di norme contro la discriminazione di genere ha consentito ai figli di coppie miste di ereditare la cittadinanza non solo dai padri ma anche dalle madri.<br />
<strong>Un mutamento accelerato</strong> anche dal cambio di strategia dei paesi di origine che tradizionalmente guardavano i loro emigrati come una risorsa persa, ma in seguito, ne hanno scoperto il valore economico e politico. Prendendo atto che privare gli emigrati della loro cittadinanza dopo la naturalizzazione nel paese di insediamento, significava tagliare inutilmente quei legami che facilitavano l’arrivo in patria di ingenti rimesse o che li aiutavano ad acquisire appoggio politico in un paese straniero.</p>
<p><strong>ITALIA.</strong> E’ ammessa la doppia cittadinanza. Con il decreto ministeriale del 7 ottobre 2004 è stato, infatti, abolito l’obbligo per gli stranieri che diventano cittadini italiani di rinunciare alla cittadinanza di origine.</p>
<p><strong>FRANCIA.</strong> E’ ammessa la doppia cittadinanza. Il possesso di una o più altre nazionalità non ha, in linea di principio, alcuna incidenza sulla cittadinanza francese. La legge non richiede, infatti, che uno straniero diventato francese rinunci alla sua cittadinanza di origine o che un francese diventato straniero rinunci alla cittadinanza francese. La Francia non stabilisce distinzioni fra coloro che hanno una doppia cittadinanza e tutti gli altri francesi per quanto riguarda i diritti e i doveri legati alla cittadinanza.</p>
<p><strong>INGHILTERRA.</strong> È ammessa la doppia cittadinanza. Nel Regno Unito, a differenza che in Germania o in Spagna, il possesso di una o più altre nazionalità non ha, in linea di principio, alcuna incidenza sulla cittadinanza britannica.</p>
<p><strong>GERMANIA.</strong> Non è ammessa la doppia cittadinanza, salvo in alcuni casi. Per i cittadini svizzeri ed europei sulla base del principio di reciprocità. E per i figli degli immigrati nati in Germania, visto che dal 2014 è stato abolito il cosiddetto Optiospflicht: l’obbligo di scegliere una sola nazionalità – quella tedesca o quella della famiglia di origine – al compimento dei 23 anni.</p>
<p><strong>SPAGNA.</strong> Non è ammessa la doppia cittadinanza, salva in alcuni casi. Ossia quelli previsti dall&#8217;art.11, comma 3 della Costituzione, che riguardano gli stranieri provenienti dall&#8217;America latina e da Andorra, Filippine Guinea Equatoriale e Portogallo (El Estado podrá concertar tratados de doble nacionalidad con los países iberoamericanos o con aquellos que hayan tenido o tengan una particular vinculación con España). Lo stesso articolo, infine, introduce il principio generale del divieto della privazione della cittadinanza nei confronti degli spagnoli d’origine.</p>
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		<title>In Italia l&#8217;immigrazione è cambiata così</title>
		<link>https://www.west-info.eu/it/in-italia-limmigrazione-e-cambiata-cosi/</link>
		<pubDate>Wed, 11 Oct 2017 15:29:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Terranova]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cittadinanza @it]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Profughi, rifugiati e richiedenti asilo]]></category>

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		<description><![CDATA[Spesso i numeri sono aridi e noiosi, ma quelli sull’immigrazione fanno sempre eccezione. Come dimostrano le ultime rilevazioni Istat sulla popolazione straniera in Italia nel 2016. Da cui emergono tre fondamentali novità che hanno lasciato molti a bocca aperta. 1)aaa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Spesso i numeri sono aridi e noiosi, ma quelli sull’immigrazione fanno sempre eccezione.</strong> Come dimostrano le ultime rilevazioni <a href="http://www.istat.it/it/files/2017/10/Cittadini_non_comunitari_Anno2016.pdf?title=Cittadini+non+comunitari++-+10%2Fott%2F2017+-+Cittadini_non_comunitari_Anno2016.pdf">Istat sulla popolazione straniera in Italia nel 2016</a>. Da cui emergono tre fondamentali novità che hanno lasciato molti a bocca aperta.</p>
<p><strong>1) Aumenta il numero degli immigrati che ottengono la cittadinanza italiana.</strong> Sono stati 184.638 ben oltre il record di 174 mila del 2015. Per lo più albanesi (36.929) e marocchini (35.212). Ma c’è di più. Perché tra questi nuovi italiani è in ascesa la fetta di giovanissimi che hanno conquistato il nostro passaporto per trasmissione dai genitori (ius sanguinis) oppure, una volta diventati maggiorenni, come previsto dalla legge, ne hanno fatto richiesto: 76 mila contro i 66 mila del 2015. In conclusione, negli ultimi cinque anni oltre mezzo milione di immigrati è diventato italiano. Cifre che, <a href="https://www.west-info.eu/it/sulla-cittadinanza-agli-immigrati-stiamo-meglio-del-resto-deuropa/">come ha certificato un recente report Eurostat</a>, non hanno eguali nel resto del Vecchio Continente.</p>
<p><strong>2) Cala per la prima volta il numero degli immigrati extra-UE in Italia</strong>. Rispetto ai 3.931.133 del 2015, sono scesi a quota 3.714.137. Mancano all’appello soprattutto coloro che hanno lasciato lo status di straniero per ottenere la cittadinanza italiana e che non sono stati rimpiazzati da un numero equivalente di nuovi ingressi. Quantomeno di quelli regolari. Precisazione, quest’ultima, d’obbligo perché il documento Istat non fornisce stime aggiornate né su chi ha varcato illegalmente i confini italici né su chi vi risiede irregolarmente.</p>
<p><strong>3) Diminuiscono del 5% i permessi di soggiorno</strong> rilasciati dal nostro paese. Attestandosi a quota 226.934. Ma soprattutto, questo il dato più clamoroso, crollano quelli per motivi di lavoro: -41% rispetto al 2015. Rappresentano ormai meno del 6% del totale. Mentre crescono, a una velocità siderale, quelli per motivi umanitari che hanno raggiunto il massimo storico, 77.927, il 34% del totale. Tra questi i principali beneficiari (45%) sono nigeriani, pachistani e gambiani. Non tutti restano. Molti dei richiedenti asilo usano, infatti, il nostro come un paese di transito. Tant’è che, ad esempio, il 53,4% di coloro che hanno messo piede in Italia nel 2012, ha già varcato le Alpi in cerca di fortuna e parenti.</p>
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		<title>Sulla cittadinanza agli immigrati stiamo meglio del resto d’Europa</title>
		<link>https://www.west-info.eu/it/sulla-cittadinanza-agli-immigrati-stiamo-meglio-del-resto-deuropa/</link>
		<pubDate>Tue, 10 Oct 2017 08:19:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Terranova]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cittadinanza @it]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è un dato, da molti dimenticato in Italia, forse utile a fare chiarezza sull’infuocata discussione sullo ius soli. Il nostro è, secondo Eurostat, il paese europeo che concede annualmente il più alto numero di cittadinanze agli immigrati. Tant’è che nelaaa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>C’è un dato, da molti dimenticato in Italia, forse utile a fare chiarezza sull’infuocata discussione sullo ius soli.</strong> Il nostro è, secondo Eurostat, il paese europeo che concede annualmente il più alto numero di cittadinanze agli immigrati. Tant’è che nel 2015, ultime statistiche disponibili, sono stati 178 mila quelli che hanno lasciato lo status di stranieri per diventare italiani. Di cui 66 mila sono giovanissimi che hanno acquisito la cittadinanza per trasmissione (ius sanguinis) dai genitori oppure perché, nati in Italia, al compimento del 18esimo anno, come prevede la legge, ne hanno fatto esplicita richiesta.</p>
<p>Un primato tanto più eclatante se si tiene conto che alle nostre spalle, a grandissima distanza, troviamo nell’ordine il Regno Unito (118 mila); la Spagna (114 mila); la Francia (113 mila) e la Germania (110 mila).</p>
<p>Cosa dicono questi numeri? Almeno due cose.</p>
<p><strong>Non è vero</strong>, come sostengono in tanti, che chi nasce in Italia da genitori stranieri ha oggi poca o nessuna speranza di ottenere la cittadinanza. Il trend è, invece, in aumento. Basti pensare, ad esempio, che nel 2011 tra gli stranieri under-30 solo 10 mila sono diventati italiani contro i 66 mila del 2015.</p>
<p><strong>Non è vero</strong>, come pensano altrettanti, che riformare la normativa vigente introducendo il principio dello ius soli, rischia di fare dell’Italia il miele che attira orde di immigrati vogliosi di attingere al suo nettare per conquistarne il passaporto. A falsificare questa fosca profezia è il fatto che Stati come il Regno Unito e la Francia, che hanno normative storicamente incentrate sullo ius soli e, in generale, più flessibili della nostra hanno concesso meno cittadinanze dell’Italia nel 2015. E non solo.</p>
<p>Per concludere, la legge sulla cittadinanza del 1992 va modificata, non buttata nel cestino. Tenendo conto che negli ultimi vent’anni i grandi paesi europei hanno scelto la via dei sistemi misti, dove i principi dello ius soli e dello sanguinis convivono e controbilanciano i difetti dell’uno e dell’altro.</p>
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		<title>Adesso è dalla Tunisia che arrivano i problemi dell&#8217;immigrazione</title>
		<link>https://www.west-info.eu/it/per-i-clandestini-chiusa-una-rotta-se-ne-apre-unaltra/</link>
		<pubDate>Sat, 07 Oct 2017 08:29:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Terranova]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrati clandestini @it]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[La frontiera euro-mediterranea è un colabrodo. Mentre crollano gli arrivi di immigrati dalla Libia, aumentano quelli dall’Algeria e dalla Tunisia. Rispetto all’anno scorso i primi sono raddoppiati (706 contro 1.463), i secondi quintuplicati (574 contro i 2.700). E’ vero cheaaa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La frontiera euro-mediterranea è un colabrodo.</strong> Mentre crollano gli arrivi di immigrati dalla Libia, aumentano quelli dall’Algeria e dalla Tunisia. Rispetto all’anno scorso i primi sono raddoppiati (706 contro 1.463), i secondi quintuplicati (574 contro i 2.700).</p>
<p><strong>E’ vero che a livello complessivo gli sbarchi nelle nostre coste sono in calo</strong> (106 mila dall’inizio del 2017 contro 133 mila nello stesso periodo del 2016), ma il ritorno dei tunisini e degli algerini in Italia, sia pur con numeri ancora bassi, è poco confortante. Per almeno due ragioni.</p>
<p><strong>La prima</strong>: rischia di polverizzare gli enormi sforzi, fino a oggi fruttuosi, del governo italiano per bloccare il boom di partenze dall’ex Regno di Gheddafi. E’ facile immaginare, infatti, che sul medio-lungo periodo i trafficanti di esseri umani possano dirottare i loro potenziali clienti dalle coste libiche a quelle tunisine. Costringendo il nostro paese a scendere a patti con Tunisi per fermare i trafficker. Una sorta di maledizione di Sisifo che obbligherebbe l’Italia a mettere una pezza a destra e a manca del Mediterraneo assecondando i capricci dei governanti di turno per combattere la criminalità organizzata capace di far business laddove c’è spazio.</p>
<p><strong>Un circolo vizioso alimentato e prodotto dall’UE</strong>, vero grande convitato di pietra nella durissima partita che si gioca, ormai da anni, nello scacchiere euro-mediterraneo. L’assenteismo di Bruxelles in quella che è la frontiera più calda dell’immigrazione internazionale, oggi pesa come un macigno sull’Italia, domani anche sul resto del Vecchio Continente. Perché, qui la <strong>seconda</strong> ragione, gli arrivi a getto continuo nelle coste italiane, per lo più di immigrati economici, che andrebbero ma non vengono mai rimpatriati, ingrossa, prima a Roma poi nel resto dell’Europa, le fila di quell’esercito di invisibili (senza documenti con un foglio di via in tasca) che è un formidabile bacino di manodopera in nero quando va bene, illegale, quando va male.</p>
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		<title>Adesso anche i milionari fanno gli immigrati</title>
		<link>https://www.west-info.eu/it/adesso-anche-i-milionari-fanno-gli-immigrati/</link>
		<pubDate>Thu, 05 Oct 2017 15:49:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Guido Bolaffi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cittadinanza @it]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Che il numero degli immigrati sia in relativa crescita è cosa nota. Ma, almeno fino a ieri, non sapevamo che il loro aumento riguardasse anche i “paperoni” di mezzo mondo. Una novità analizzata e descritta nel recente, brillante saggio ”Millionaireaaa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Che il numero degli immigrati sia in relativa crescita è cosa nota.</strong> Ma, almeno fino a ieri, non sapevamo che il loro aumento riguardasse anche i “paperoni” di mezzo mondo. Una novità analizzata e descritta nel recente, brillante saggio ”Millionaire Emigration” del Migration Policy Institute di Washington. Secondo cui nel 2015, in base ai dati dell’ultima indagine condotta dalla società di consulenza internazionale New World Wealth, il gruppo di testa dei super milionari che avevano lasciato il proprio paese per “traslocare” all’estero era composto, nell’ordine, da: francesi (10mila), cinesi (9mila), italiani (6mila) e indiani (4mila).</p>
<p><strong>Numeri all’apparenza non stratosferici, se comparati con quelli ben più significativi della “galassia migratoria dei poveri”, ma che colpiscono</strong>. Non solo perché, vista la profonda, eterogenea composizione economico-sociale e politico-culturale delle nazioni di provenienza, viene da chiedersi se alla base di questa emigrazione “della ricchezza” c’è ed eventualmente qual è il suo possibile minimo comun denominatore motivazionale. Ma soprattutto perché l’arrivo di questi stranieri, anche se ricchi, ha prodotto nelle nazioni di accoglienza reazioni negative non meno serie di quelle provocate dallo sbarco degli immigrati “dell’altro tipo” più poveri e ben più disperati. Prova ne è il fatto che negli ultimi anni tutti i paesi maggiormente interessati dal fenomeno, Stati Uniti, Canada ed Australia in primis, fino a ieri di manica larga, sono stati obbligati ad un duro giro di vite per frenare quella che i critici più agguerriti hanno sprezzantemente definito come <strong><em>cash for citizenship immigration</em>. </strong></p>
<p><strong>La verità è che alla prova dei fatti le autorità nazionali</strong>, messe sotto torchio dalle rispettive pubbliche opinioni, hanno dovuto prendere atto che la politica dei visti facili per i “capitalisti immigrati” non ha prodotto, sull’economia e l’occupazione, gli effetti positivi originariamente previsti e promessi. Per la semplice ragione che, spiega il documento del think-thank americano, gli immigrati super ricchi, non differentemente da tutti gli altri, hanno come unico, egoistico obbiettivo quello di guadagnare, cambiando paese, una migliore qualità della vita per se e le loro famiglie.</p>
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		<title>Il sogno di molti immigrati in Libia non è l&#8217;Europa</title>
		<link>https://www.west-info.eu/it/il-sogno-di-molti-immigrati-in-libia-non-e-leuropa/</link>
		<pubDate>Tue, 03 Oct 2017 07:30:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Terranova]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrati clandestini @it]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Nell’esercito degli immigrati bloccati dai libici, c’è una componente che pochi conoscono e di cui nessuno parla. Fatta da quelli che non sognano l’Europa e vogliono solo tornare a casa ma non hanno i mezzi per farlo. Sono migliaia, peraaa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nell’esercito degli immigrati bloccati dai libici, c’è una componente che pochi conoscono e di cui nessuno parla.</strong> Fatta da quelli che non sognano l’Europa e vogliono solo tornare a casa ma non hanno i mezzi per farlo. Sono migliaia, per lo più provenienti dell’Africa sub-sahariana, che per anni hanno lavorato nel settore dell’edilizia e del petrolio libico, e che all’indomani della morte di Gheddafi si sono ritrovati senza arte né parte. Su questo popolo di invisibili, che mai conquista gli onori della cronaca, abbiamo chiesto lumi a Eugenio Ambrosi, Direttore regionale per l’Europa dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM), che in collaborazione con l’UNHCR lavora per aiutare queste persone a uscire dal cul de sac libico.</p>
<p><strong>Qual è la situazione in Libia oggi?</strong></p>
<p>Il paese è instabile, fragile e insicuro. A farne le spese sono soprattutto gli immigrati, gli sfollati interni e molti cittadini comuni libici. Insieme alle Nazioni Unite e alle autorità locali, lavoriamo ogni giorno per garantire loro assistenza e protezione. La sfida principale in questa fase è rendere più stabile il Sud della Libia.</p>
<p><strong>È vero che in Libia moltissimi immigrati, anziché l’Europa, sognano di tornare in patria ma non hanno la disponibilità economica per farlo?</strong></p>
<p>Assolutamente sì. Tant’è che il programma dell’OIM sui rimpatri volontari è stato esteso per rispondere alla mole di richieste d’aiuto da parte degli immigrati per organizzare e sostenere i costi del viaggio di ritorno dalla Libia al paese di origine. Spesso con le difficoltà economiche affrontano anche quelle burocratiche. Molti immigrati, soprattutto quelli residenti nelle aree rurali libiche, non riescono, infatti, a mettersi in contatto con le proprie Ambasciate in Libia per ottenere i documenti di cui hanno bisogno per il rimpatrio. È per questa ragione che l’OIM ha da poco lanciato un “Consolato online” che speriamo possa velocizzare le procedure di rilascio dei documenti di viaggio.</p>
<p><strong>Quanti immigrati sono stati coinvolti fino a oggi nel vostro programma di rimpatrio? </strong></p>
<p>Dall’inizio del 2017 ne abbiamo aiutati 8.100 provenienti da ventiquattro diversi paesi. L’obiettivo è raggiungere quota 12.000 entro la fine del 2017. Riceviamo in media fino a 500 richieste a settimana. Per questo abbiamo già deciso di estendere il nostro programma sui rimpatri volontari.</p>
<p><strong>Cos’è cambiato per l’OIM dopo il Vertice sull’immigrazione di Parigi che lo scorso 28 agosto ha visto intorno alla stesso tavolo leader europei e africani? </strong></p>
<p>Ha dato un forte appoggio politico a un complesso di attività e iniziative che l’OIM ha già messo in atto grazie ai generosi finanziamenti dell’UE e degli stati che ne fanno parte. Ma non solo. A questo va aggiunto, come si legge nelle conclusioni del Summit, la promessa di sostenere il lavoro dell’OIM in Libia per costruire infrastrutture dignitose per rifugiati e immigrati e sperimentare forme di assistenza alternative alla detenzione nei tradizionali centri di accoglienza.</p>
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		<title>Trump non fa sconti nemmeno ai rifugiati</title>
		<link>https://www.west-info.eu/it/trump-non-fa-sconti-nemmeno-ai-rifugiati/</link>
		<pubDate>Mon, 02 Oct 2017 07:53:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Guido Bolaffi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Profughi, rifugiati e richiedenti asilo]]></category>

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		<description><![CDATA[Pochi giorni fa eravamo stati facili profeti nel prevedere che sulla quota annuale dei futuri rifugiati da accogliere negli USA Trump avrebbe lavorato di forbici. Nelle ultime ore, infatti, accreditate fonti di stampa americane hanno confermato che in un incontroaaa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Pochi giorni fa <a href="https://www.west-info.eu/it/alla-casa-bianca-dopo-i-dreamers-arrivano-i-rifugiati/">eravamo stati facili profeti</a> nel prevedere che sulla quota annuale dei futuri rifugiati da accogliere negli USA Trump avrebbe lavorato di forbici.</strong> Nelle ultime ore, infatti, accreditate fonti di stampa americane hanno confermato che in un incontro svoltosi lo scorso fine settimana il Segretario di Stato Rex Tillerson ed i rappresentanti del Congresso avrebbero concordato, per l’anno fiscale 2017-2018, di <strong>abbassare a 45mila </strong>il tetto massimo dei nuovi profughi autorizzati ad entrare nel paese a stelle e strisce. Una cifra che non solo taglia di oltre la metà la quota di 110mila decisa 12 mesi prima da Obama ma che è anche di gran lunga inferiore a quelle fissate negli ultimi 40 anni, sulla scorta del <em>Refugee Act</em> varato nel 1980 da Ronald Reagan, da tutti i diversi Presidenti succedutisi alla Casa Bianca.</p>
<p><strong>Una “sforbiciata” tanto più brutale tenuto conto anche del fatto che quella di 45mila è una soglia che, di regola, l’amministrazione non può violare ma non è obbligata a raggiungere.</strong> Ragione per la quale, vista l’aria che tira, c’è il rischio concreto che gli USA, nei 12 mesi a venire, potrebbero accogliere un numero di rifugiati addirittura inferiore a quello annunciato. Un quadro non nero ma nerissimo al punto che molte organizzazioni umanitarie pro rifugiati, nonostante disappunto ed amarezza, hanno però, senza farlo vedere né sapere, tirato un piccolo, piccolissimo sospiro di sollievo. In molte di loro si era infatti diffuso il timore, tutt’altro che remoto, che Trump, dando ascolto all&#8217;ala più oltranzista del suo entourage, potesse addirittura lasciar passare il primo giorno di Ottobre, ultima data utile consentita dalla legge per il varo del nuovo piano di accoglienza e, senza decidere, congelare la situazione per chiudere la porta ai rifugiati non ad una ma a due mandate.</p>
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		<title>I trafficanti di clandestini adesso puntano sul Mar Nero</title>
		<link>https://www.west-info.eu/it/i-trafficanti-di-clandestini-adesso-puntano-sul-mar-nero/</link>
		<pubDate>Sat, 30 Sep 2017 09:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Terranova]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Europa dell'Est @it]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrati clandestini @it]]></category>
		<category><![CDATA[Profughi, rifugiati e richiedenti asilo]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo le rotte balcanica e libica, ormai chiuse, adesso si apre quella del Mar Nero. Aumentano, infatti, gli stranieri che per raggiungere l’Europa, si imbarcano dalla Turchia via mare verso la Romania: 3.000 dall’inizio del 2017 contro i 1.624 delaaa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dopo le rotte balcanica e libica, ormai chiuse, adesso si apre quella del Mar Nero.</strong> Aumentano, infatti, gli stranieri che per raggiungere l’Europa, si imbarcano dalla Turchia via mare verso la Romania: 3.000 dall’inizio del 2017 contro i 1.624 del 2016. In maggioranza iracheni, siriani e pachistani. Al borsino dei trafficanti di esseri umani questo viaggio costa tra i €1.000 e i €3.000. Da Cide, villaggio di pescatori turchi nel distretto di Kastamonu , se va bene, si arriva nel porto rumeno di Costanza, 200 km dalla capitale Bucarest.</p>
<p><strong>Una rotta nuova, sintomo di quanto sia efficiente la macchina della criminalità organizzata</strong>, destinata a essere sempre più battuta anche se non con i numeri da record registrati nel 2015 in quella balcanica (oltre un milione di migranti) e in quella del Mediterraneo Centrale (Libia-Italia) che nell’ultimo triennio ha segnato in media 150.000/200.000 passaggi l’anno.</p>
<p>Il nuovo corridoio marittimo Turchia-Romania, rispetto ai precedenti, ha due handicap.</p>
<p><strong>Il primo: attraversare il Mar Nero non è una passeggiata</strong>. Visto che deve il nome alla sua pericolosità. Tant’è che gli antichi greci lo definivano “inospitale”. A differenza del Mediterraneo, rovesci e tempeste sono improvvisi e violenti. L’ultimo naufragio, avvenuto pochissimi giorni fa a 64 miglia marine a largo di Kefken (Turchia Nord-Occidentale), secondo la Guardia costiera turca, è costato la vita a una ventina di immigrati iracheni. Numeri con i quali persino il più spietato dei trafficanti di esseri umani deve fare i conti perché se tra i candidati all’immigrazione si sparge la voce che si parte ma non si arriva in Europa, cala drasticamente la lista dei potenziali “clienti”.</p>
<p><strong>Il secondo: la Romania è membro dell’Unione Europea ma non dell’area Schengen</strong>. Tra i paesi confinanti l’unico che ne fa parte è l’Ungheria di Orban, che non è proprio un paradiso per gli immigrati. Di conseguenza, è altamente probabile che molti, dopo aver speso un patrimonio per rischiare la vita nella traversata del Mar Nero, finiscano per rimanere nel cul de sac rumeno, senza riuscire a raggiungere le mete desiderate. Una controindicazione che, c’è da scommettere, a lungo andare scoraggerà le partenze dalla Turchia.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-162169" src="https://www.west-info.eu/files/map-of-black-sea-1034793.jpg" alt="" width="590" height="455" srcset="https://www.west-info.eu/files/map-of-black-sea-1034793.jpg 590w, https://www.west-info.eu/files/map-of-black-sea-1034793-389x300.jpg 389w, https://www.west-info.eu/files/map-of-black-sea-1034793-400x308.jpg 400w" sizes="(max-width: 590px) 100vw, 590px" /></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Induriscono Schengen ma aprono all&#8217;immigrazione economica</title>
		<link>https://www.west-info.eu/it/induriscono-schengen-ma-aprono-allimmigrazione-economica/</link>
		<pubDate>Thu, 28 Sep 2017 16:48:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Terranova]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrati clandestini @it]]></category>
		<category><![CDATA[Profughi, rifugiati e richiedenti asilo]]></category>

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		<description><![CDATA[In Europa sull’immigrazione si respira un’aria nuova. Leggendo il documento varato ieri dalla Commissione Europea scopriamo che, per la prima volta dopo molti anni, non si limita a mettere una pezza, spesso in ritardo, sull’emergenza del momento. Ma guarda avantiaaa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>In Europa sull’immigrazione si respira un’aria nuova.</strong> Leggendo il documento varato ieri dalla <a href="http://europa.eu/rapid/press-release_IP-17-3406_en.htm">Commissione Europea</a> scopriamo che, per la prima volta dopo molti anni, non si limita a mettere una pezza, spesso in ritardo, sull’emergenza del momento. Ma guarda avanti con un programma di ampie vedute, riassumibile in cinque punti.</p>
<p><strong>1) Aprire canali legali per l’ingresso degli immigrati economici</strong> provenienti da quei paesi che si sono dimostrati disponibili ad accettare il rimpatrio dei loro cittadini entrati illegalmente nell’UE. Questa è in assoluto la grande novità che arriva dall’esecutivo UE. Che fino a oggi si era, invece, preoccupato per lo più di proporre norme e strumenti securitari contro i flussi illegali.</p>
<p><strong>2) Sperimentare, in collaborazione con sponsor privati e società civile, canali legali per l’ingresso dei rifugiati</strong>. È previsto, entro il 2019, uno stanziamento comunitario di mezzo miliardo di euro per selezionarli nei paesi di origine, in collaborazione con l’UNHCR, e ridistribuirli in quelli europei.</p>
<p><strong>3) Garantire solidarietà agli stati più esposti alla pressione migratoria</strong>. L’obbligo di ridistribuire nel resto dell’UE i 160.000 rifugiati arrivati in Grecia e Italia è decaduto lo scorso 26 settembre con un numero di trasferimenti magrissimo, inferiore ai 30.000. Per queste ragioni la Commissione chiede di riformare il regolamento di Dublino che con il vincolo imposto ai profughi di fare domanda di asilo nello stato di primo approdo ha scaricato il peso dell’emergenza umanitaria su quelli dell’Europa mediterranea. E, nell’attesa, sostiene e incentiva i paesi che, su base volontaria, decidono di condividere con Roma e Atene l’onere di accogliere chi è in fuga da guerre e persecuzioni.</p>
<p><strong>4) Migliorare e rafforzare la capacità degli Stati di rimpatriare gli immigrati illegali</strong>. Visto che quasi il 70%, con il foglio di via in tasca, soggiorna clandestinamente nell’UE.</p>
<p><strong>5) Sostenere e incoraggiare investimenti e sviluppo in Africa</strong>.</p>
<p><strong>Il documento di Bruxelles non sarà, forse, una rivoluzione. Ma, di certo, è un salto di qualità. Si passa dall’emergenza alla governance dei flussi migrator</strong>i. Si prende atto che quello che accade nel Mediterraneo dalla Primavera Araba del 2011 non è una parentesi. Ma l’inizio di un complesso di sfide che il continente africano in pieno boom demografico pone al Vecchio Continente.</p>
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