(Guarda/ascolta Contessa, Paolo Pietrangeli, 03.18 min.)
Ma davvero vivo circondata da una serie di personcine ammodo persuase di vivere in democrazia? Davvero questa bella umanità che mi circonda è convinta che il ricorso alle urne possa legittimare una qualsiasi struttura di potere?
Beh, allora, signori, ho una pessima notizia per tutti quanti voi.
Il principale organizzatore e concentratore di violenza è lo stato, che è riuscito nell’alchimia di far si che ogni tentativo di legittimare e giustificare la violenza di classe finisca per legittimare la propria (dello stato) violenza strutturale.
Gli obiettivi di base - che si sono perseguiti per anni e sono stati egregiamente raggiunti - sono la de-politicizzazione, la de-ideologizzazione e la banalizzazione dello “stato”, riuscendo a trasformarlo nel sintetizzatore del “bene comune”, garante della “legge e dell’ordine”.
Lo “stato siete voi”, ci ripetono incessantemente, addossandoci le scelte sbagliate come se fossero un prodotto consapevolmente voluto dai governati e non scelte mirate e dettate da una consorteria eterogenea - industria, banche, sindacato giallo, gruppi di pressione internazionale, corporazioni - unita solo da precipui interessi convergenti che nulla hanno a che vedere con quelli del complesso sociale globale, il resto del collettivo umano.
Per questo motivo, per alcuni di noi, è imperativa l’imposizione (e uso questo termine apposta) di una weltanschauung storica della natura umana e della società, e una simultanea rielaborazione dei concetti astratti di nazione, interesse nazionale, stabilità e pace sociale.
Secondo alcune correnti teoriche la natura umana è semplicemente egoista ed utilitaria, l’uomo lotterebbe per la propria sussistenza, per soddisfare i propri interessi, fatto che inevitabilmente lo porterebbe al confronto ostile permanente con altri uomini. Più o meno quello che Hobbes definiva bellum omnia contra omnes.
E secondo queste teorie, l’unica maniera di superare questo empasse era (e rimane) la creazione di un ente non utilitarista, un organo che non avesse come obiettivo la soddisfazione di interessi particolari ma solo interessi comuni, generali. Da qui sorsero la nozione elementare e la materializzazione del concetto dello stato attuale come l’unico capace di imporre l’ordine in mezzo al “caos naturale”. Vale a dire, lo stato come “amministratore neutro e neutrale del conflitto sociale”.
Ma la natura umana non è in se né egoista né altruista, oppure pacifica o aggressiva, né buona né cattiva, più semplicemente sintetizza il sistema di relazioni sociali prevalenti in un determinato momento storico.
La “natura umana” in astratto non esiste: è sempre concreta e, soprattutto, dinamica e cangiante, facendo si che – ad esempio – l’ipotesi di una situazione “naturale” di guerra permanente serva solo a giustificare la creazione e il consolidamento di un complesso apparato di dominio di classe come lo è lo stato, oltre a proiettare l’idea dell’impossibilità di trasformare il sistema o lottare per una società tra uguali ed egualitaria, in virtù della tesi secondo cui l’essere umano sarebbe individualista ed egoista, senza possibilità di cambiare, senza scampo.
Inoltre andrebbe anche puntualizzato che lo stato non è un ente che si pone al di sopra delle classi e della società: nessuna istituzione è neutra o neutrale o caratterizzata da un potere endogeno ed indipendente, piuttosto esprime potere sociale di classe.
La struttura di potere non rappresenta l'interesse di chi si reca a votare, ma una serie di interessi particolari convergenti che - pocissime volte e solo tangenzialmente - coincidono con gli interessi generali. È per questo che concetti e prassi come ordine, legalità, stabilità, pace sociale, diritti civili, ecc. sono talmente caratterizzati da poter essere definiti effetti della propria causa.
La società virtuale non esiste, cari compagni, esiste solo la società storicamente concreta, il che fa si che l’ordine e la stabilità che si difendono oggi siano l’ordine e la stabilità del neoliberismo.
Lo stato, quindi, non è - e con le attuali premesse non potrà mai essere - il sintetizzatore del bene comune e meno che mai dell’interesse di una nazione, è invece violenza politica e quindi il potere di un settore della società su di un altro.
Attraverso differenti mezzi di socializzazione – a partire dalla struttura educativo-formativa ai mezzi di comunicazione di massa, ed altri ancora – la classe dominante ha configurato un sistema di valori, norme, concetti e categorie teso a giustificare il suo dominio: la prevalenza monopolista nel reggere i destini dell’umanità, le sue istanze di organizzazione e le vite (e morti) degli individui.
La manipolazione ideologica operata dalla struttura stato è caratterizzata de un costante uso dello sdoganamento della violenza istituzionalizzata. L’obiettivo è quello di occultare la violenza strutturale, legittimare la repressione istituzionale e delegittimare ogni forma di violenza sociale contro il sistema.
Ma la violenza sociale - da quella più prettamente politicizzata a quella esercitata dal proletariato extralegale – è diretta verso una struttura sociale ingiusta, contro un ordine sociale basato sullo sfruttamento del lavoro da parte del capitale, che si riassume nell’esclusione e nella marginalizzazione economica, sociale e culturale di vasti settori della società.
Di fatto la violenza non si riduce alla sua manifestazione più ostensibile, alla sua forma repressiva. Quest’ultima è solo una delle vie che permette di continuare a sviluppare la violenza strutturale nel suo insieme, il capitalismo.
Nascondere l’uso della violenza strutturale presuppone di riuscire ad imporre una determinata visione della libertà dell’individuo, dell’uguaglianza delle opportunità, dei benefici del libero mercato, costruite sul genocidio, il colonialismo ed il controllo indiscriminato e discriminante delle risorse.
Lo schema di valori dominante riproduce sistematicamente l’idea che i poveri siano tali a causa della generica cattiva sorte (sfiga?) di essere nati poveri o per la loro imperizia, mancanza di creatività e qualità personali.
E questo punto l’ingiustizia smette di essere tale, perché le naturali differenze sociali non sono altro che il risultato delle leggi di funzionamento del mercato, elevato a sacra forma di governo del sociale, trasformato in leggi che secondo la vulgata politica, non rispondono agli interessi di nessuno in particolare. E così si riesce, negando l’ingiustizia sociale, ad accreditare l’inesistenza della violenza strutturale dello stato.
Se da una parte abbiamo la violenza diretta, quella repressiva, dall’altra abbiamo la violenza indiretta, quella strutturale.
A causa però della manipolazione e della disinformazione ideologica si tende ad ascrivere un carattere marcatamente più negativo alla violenza diretta che alla violenza indiretta: si condanna la distruzione della proprietà e privata, un rapimento, un attentato, mentre non accade lo stesso con la miseria, la povertà, l'occupazione feroce o la guerra preventiva.
O, se vogliamo dirlo in altro modo, si considera peggio – culturalmente parlando – uccidere che lasciar morire.
La classe al potere gioca con la psicologia delle masse, con le loro emozioni e delusioni, al fine di canalizzare ogni segno di scontento, diluire e sviare l’attenzione dall’esercizio della violenza strutturale.
Va da se che, con la legittimazione ideologica e politica dell’esistenza e del ricorso a queste due distinte forme di coazione, si delegittima ogni tentativo di organizzazione popolare della violenza. E prescindendo dal fatto che i discorsi “ufficiali” della sinistra di governo è frequente la condanna della violenza “da qualsiasi parte venga” (“Né con lo stato né con le BR”, “Né con Bush né con Bin Laden”, ecc.), nella pratica si realizza la neutralizzazione e disarticolazione unicamente di una dialettica della violenza organizzata all’interno della base, quello nella sua forma migliore, quella autodifensiva (ma anche offensiva, perdìo), specialmente quella che si può proporre come alternativa al soffocamento politico, militare o sociale.
La natura classista del cosiddetto "processo democratico" sancisce che la violenza esercitata dal sistema è positiva e necessaria. Vale a dire che ogni considerazione morale a proposito della violenza politica deve confrontarsi con il sistema di valori che questo processo consideri utile/indispensabile per ottenere la propria stabilità.
Per questo si critica l’uso della violenza in politica, nella stessa misura in cui si creano gli organismi per la “sicurezza” e per la “guerra al terrore” aumentano i presupposti all’origine dell’incremento dell’invasività delle forze dell’ordine in ogni settore delle nostre vite.
La struttura di potere classista è riuscita a creare un parallelismo spurio ed arbitrario tra “democrazia e pace” da un lato e violenza esercitata sulle masse (ed accettata dalle masse come “giusto pedaggio”) dall’altro.
Ma allora, ci si chiede, esiste una forma etica di esercitare la violenza?
È chiaro che se si accetta il sistema di valori dominanti come unico parametro su cui misurare il positivo ed il negativo, il buono e il cattivo del ricorso alla violenza, la conclusione sarà sempre la stessa: la violenza esercitata a livello di grass roots sarà sempre sconsiderata e riprovevole.
Tuttavia, se riuscissimo a trascendere il limite della morale generale e vaga per ricostruire dal popolo valori morali e nozioni etiche che esprimano la necessità storica del cambiamento sociale - e che in particolare demistifichino l’uso delle violenza da parte delle masse ricollocandola nel giusto contesto di fenomeno socio-politico - il centro del problema si sposterebbe.
In questo caso la violenza sarebbe moralmente valida e politicamente corretta, nella misura in cui – però – si armonizzasse con la direzione principale del movimento storico, con il cambiamento sociale necessario per sradicare prima parzialmente (se proprio i riformisti desiderassero continuare a fare gli apprendisti stregoni) e quindi definitivamente la violenza strutturale creata dal capitalismo.
La forma etica di esercitare la violenza è quella di metterla al servizio delle maggioranze popolari, al servizio del cambiamento sociale e della dignità umana. Anche a scapito delle maggioranze popolari.
La violenza rivoluzionaria è, quindi, una forma specifica di manifestazione etica, in quanto non persegue la distruzione dell’essere umano e del suo habitat, né la sua sottomissione, ma è un periodo breve di attività per le trasformazioni, solo un momento storico. Non è un fine ma solo uno dei mezzi disponibili per spiegare la poliedrica lotta per il potere popolare.
Il potere popolare è il fine. E lo si raggiunge attraverso la disobbedienza e l'opposizione, attraverso l'esproprio e l'occupazione. Lo si fa non riconoscendo legittimità, contraddicendo, avversando, violando ed abbattendo le leggi borghesi dello stato borghese.
La violenza, quando esercitata consapevolmente a partire da bisogni condivisi anche se magari non elaborati in senso violento ma accettati con rassegnazione, ha quindi rango qualitativo, distrugge per costruire un sistema giusto che ci incammini verso una nuova società.
Da costruire sulle macerie di banche e McDonald, magari marciando sui corpi degli obesi virgulti della struttura di potere, e con negli occhi i ventri gonfi di vermi e le flebili urla d’orrore di chi ci è più affine. Che sarebbe proprio un bel vedere.
Dacia Valent
fottetevi a chi
dacia, tutto il tuo discorso fila. anzi è una specie di metadiscorso che potrebbe (forse lo fa) giustificare tutto. qualunque genere di violenza se la fa il popolo in previsione del sol dell'avvenire. solo mi chiedo: qual è il popolo? mettiamo l'esempio di gaza: qual è il popolo? va bene anche per i linciaggi? 20, 30, 100 o anche mille persone linciano qualcuno? e 'sto discorso sulla violenza dello stato si può applicare (io lo faccio, però so'gnorante) anche a cuba, all'iran... uno stato (il governo di uno stato) finanzia l'attività (diciamo) di resistenza contro il governo (autoritario) di un altro stato in quale categoria rientra? nel caso del rwanda o del darfur è (giustificata) violenza popolare? quale? ochei la pianto qui... anche perché ultimamente stai tutta presa dall'ormoni (come un toninegri qualunque)... ahahah