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Giu 0817

"Nulla per caso” di Rosa Teruzzi: da giornalista Verissima a scrittrice e ritorno

Pubblicato da Elisa, Blogosfere staff alle 07:55 in Libri, Personaggi, Segnalato da voi


Siete in cerca di letture? Ecco un titolo fresco di presentazione, con riflessione annessa. Si tratta da Nulla per caso di Rosa Teruzzi che ricorderete come giornalista a Verissimo, rotocalco di Canale 5.

Ida Ferrari, preziosa amica di Blogosfere Cultura, ci racconta la presentazione di questo libro che le ha ispirato una riflessione sul mestiere dello scrittore e quello limitrofo ma mai troppo del giornalista. Riflessione con domanda finale: leggete e poi, che siate scrittori, giornalisti, lettori o blogger (cioé tutte queste cose messe insieme, almeno secondo noi), diteci che ne pensate.

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Da giornalista a scrittore, da scrittore a giornalista: quando i due ruoli si  (con)fondono.

Di Ida Ferrari

Giornalista e scrittore: c’è una linea sottile, così debole da essere cancellata senza lasciare traccia  a separare le due professioni o un muro pesante, difficile da valicare?  In sostanza: il passaggio  da giornalista a scrittore o viceversa è semplice o no? Un bravo giornalista è automaticamente anche un bravo scrittore?

Queste domande mi  frullano in testa quando vado alla presentazione (a Piacenza) del libro “Nulla per caso” di Rosa Teruzzi ed. Sperling & Kupfer.

Per la verità il romanzo  non parla affatto di questo, è la piacevole storia di Irene, una venticinquenne giornalista di cronaca nera, innamorata di un capo che la sfrutta. Irene ha strane percezioni quando incontra i veri colpevoli dei casi che segue. Sta male fisicamente e sa individuare con questo dono che lei chiama “cosa” i veri responsabili dei delitti.

La stessa Rosa Teruzzi è stata  giornalista di cronaca nera, prima di condurre per un periodo  la trasmissione Verissimo. Ora organizza  trasmissioni  giornalistiche e ha riscoperto la scrittura creativa scrivendo il romanzo.

Ed è nel romanzo stesso che c’è una frase che si stacca dal resto della storia e che, per qualche tipo di empatia, ha colpito sia me che Elisabetta Bucciarelli che ha presentato l’autrice e il romanzo insieme a Barbara Garlaschelli (nella foto da sinistra Barbara, io, Rosa ed Elisabetta).

La frase che abbiamo entrambe sottolineato è seguente al momento  in cui l’autrice fa trovare alla protagonista alcuni diari scritti anni prima:

“Per gioco ricomincia a leggerli. La colpiscono il tono malinconico e l’acutezza di certe frasi. Forse la scrittura professionale aggiunge mestiere ma toglie profondità, riflette. Lo pensa e le dispiace”.

Rosa Teruzzi  spiega:

“la mia giovane protagonista, che nella  vita ha sempre scritto tantissimo, si stupisce di come la sua scrittura si sia trasformata in modo così distaccato e freddo.  Quasi cinico. E’ il mestiere del giornalista, a volte, che porta a questo.”

Dopo la presentazione quindi le domando:

Il giornalista scrive in modo oggettivo, lo scrittore in modo soggettivo.
Tu hai trovato difficoltà a staccarti da un modo di scrivere giornalistico per calarti nella scrittura creativa?


“No, perché sono almeno dodici anni che non scrivo più per mestiere. Adesso organizzo trasmissioni giornalistiche per cui il mio lavoro è organizzativo e creativo sulla scaletta, ma non mi occupo più degli articoli. Quindi sono ripartita da zero e ho frequentato un corso di scrittura creativa.  Molte delle cose in cui credo le ho messe in questo romanzo.”

Nel caso di Rosa Teruzzi  quindi nessun passaggio diretto da giornalista a scrittrice con  tutte le difficoltà  che implica l’apertura a un modo di scrivere  diverso dal proprio.
Per lei “solo” la fatica e il grande impegno  che la stesura di un romanzo comportano (qualcosa ne so anch’io…). Il tutto affrontato con determinazione ed entusiasmo.

Ma per quelli che invece vogliono cimentarsi in un romanzo dopo una scrittura professionale di anni, non ne rimangono influenzati? Io credo sia  molto più difficile far  capire e soprattutto “vedere” uno stato d’animo che riportare pari pari una notizia di cronaca.

Poi però mi chiedo se sia  così vero che i giornalisti abbiano unicamente una scrittura oggettiva e lascino da parte la creatività. Sicché al ritorno dalla presentazione faccio qualche ricerca e trovo online un libro molto interessante: “Professione giornalista” di Alberto Papuzzi e Annalisa Magone ed. Donzelli

Riporto stralci delle pagine 81-83

“Il  fenomeno più significativo nell’evoluzione della scrittura giornalistica per quanto riguarda gli ultimi cinquant’anni è stato il new journalism Con questo temine si intende un movimento, di breve durata ma di grandi effetti, sviluppatosi agli inizi degli anni sessanta nella stampa americana e concentrato a New York e in California che stravolse il modo di scrivere tradizionale e provocò aspre polemiche negli ambienti sia giornalistici che letterari. Il proposito esplicito dei giornalisti che parteciparono a questo movimento era di impiegare tecniche ed espedienti della fiction per scrivere articoli. Alcuni di questi giornalisti sono diventati scrittori di grande successo, apprezzati dalla critica: Truman Capote, Norman Mailer, Gay Talese, Tom Wolfe. Tutti avevano in comune l’ambizioso progetto di fare della vera letteratura giornalistica, introducendo nel reporting criteri estetici e creare in questo modo una nuova forma letteraria…
... Wolfe mette in luce nel suo saggio quattro artifizi per creare lo stile del new journalism: 1) la costruzione degli avvenimenti scene-by-scene attraverso un montaggio di scene che esclude interventi di raccordo e spiegazione del narratore 2) l’impiego di dialoghi che riproducano il parlato dei personaggi, trasformando le fonti in caratteri come farebbe un romanziere 3) il punto di vista in terza persona, arrivando anche ad alternare molteplici punti di vista 4) descrizioni realistiche di ambienti, mode, stili di vita.
Per l’impiego di questi espedienti letterari il new journalism venne accusato di tradire la verità dei fatti, di essere letteratura piuttosto che giornalismo."

Non credo  sia un caso che chi ha adottato un giornalismo di questo tipo sia poi diventato un grande scrittore. La scrittura creativa ce l’aveva già nel sangue.

E per quanto riguarda invece il contrario: lo scrittore che diventa giornalista? Penso  che l’adattamento risulti più facile perché in questo caso non c’è da aggiungere qualcosa di tuo, casomai devi toglierlo. E  risulterà sempre un tipo di scrittura dove il punto di vista personale e creativo rimangono.

Ultimamente ho letto su ilsole24ore.com  un articolo di Andrea De Carlo su noi italiani e il nostro rapporto con i rifiuti. Era un racconto vero e proprio, con descrizione della signora distinta e tirata a lucido che con noncuranza lancia dall’auto il fazzoletto usato.
L’articolo prendeva dalle prime righe.

E allora mi chiedo, vi chiedo, giornalisti si diventa, ma scrittori? Scrittori si nasce? 

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Commenti

1. Andrea Di Gregorio, Martedì 17 Giugno 2008 ore 15:34

Scrittore si nasce o si diventa? Sarebbe come chiedersi: giocatori di calcio si nasce o si diventa. Be', la risposta è semplice: GRANDI giocatori di calcio si nasce. Ma nascerlo non basta: bisogna allenarsi tantissimo, giocare tantissimo, fare un sacco di gavetta e darsi altrettanto da fare. Non si è mai dato un grande giocatore di calcio che non abbia imparato la tecnica, che non si sia allenato tantissimo e non si sia dato da fare. Poi, però, ci sono anche tantissimi buoni giocatori, o giocatori appena passabili. Tra gli appena passabili che ne sono sicuramente alcuni che erano potenzialmente bravi ma non si sono allenati, non si sono dati da fare: forse non erano così appassionatl. I giocatori buoni o passabili sono "nati" giocatori o no? 

La stessa cosa avviene per gli scrittori. Il talento, il genio si può avere, ma è una condizione né necessaria né tantomeno sufficiente per diventare scrittore. E' necessaria per diventare un GRANDE scrittore. Ma in ogni caso non è sufficiente. Altrettanto necessario è il lavoro, lo studio, la riflessione sui grandi modelli, la sfida che ci si pone quotidianamente per superare i propri limiti e per raggiungere i propri obiettivi. Alla fine ci sono ottimi scrittori che avrebbero potuto fare altrettanto bene qualsiasi altro mestiere - perché sono persone intelligenti, serie, costanti, operose, laboriose, attente, stimolabili e stimolanti. E ci sono grandi incompiuti - che avrebbero potuto fare chissà che cosa, e magari anche i GRANDI scrittori, ma che poi, alla fine, non hanno fatto niente - o comunque niente di memorabile, perché non hanno saputo lavorare su se stessi, darsi una disciplina, impegnarsi seriamente, coltivare la passione, essere abbastanza modesti da imparare qualche lezione (anche Leonardo andò a lezione dal Verrocchio) e abbastanza innovativi da dimenticarsene.

 

2. Ida, Martedì 17 Giugno 2008 ore 16:36

Grazie ad Andrea di Gregorio: ottimo docente di scrittura creativa e traduttore per importanti case editrici

 

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