Anno: 1968
Titolo Originale: UNE HISTORIE IMMORTELLE
Altri titoli: THE IMMORTAL STORY, STORIA IMMORTALE
Durata: 58
Origine: FRANCIA
Regia: Orson Welles

Orson Welles realizza Une Historie Immortelle (Storia Immortale in italiano) nel 1968 per conto della TV francese. Film minimalista e misurato, narra la storia di Mr. Clay, un ricco e gretto vecchio mercante americano residente in Cina, a Macao per la precisione, che, scoperta la falsità di una storia raccontatagli da alcuni marinai, in cui un uomo molto ricco paga un giovane marinaio per far mettere in cinta sua moglie, a cui aveva creduto ciecamente fino a quel momento, decide di farla diventare realtà interpretandone lui stesso un ruolo. Clay non reggerà allo sforzo e morirà alla fine della messa in scena della storia che, pur diventata vera, sfumerà nel mito rimanendo tale.
Storia Immortale abbraccia molti dei temi cari a Orson Welles, ovvero la memoria, il rapporto tra l’uomo e i suoi miti personali, la rimozione dello spirito infantile obbligata dalla società borghese, il potere e la mortalità. In questo l’eco di Citizen Kane (Quarto Potere) è molto forte e rende ancora più interessante tratteggiare l’evoluzione della poetica di Welles, in cui psicanalisi e antropologia si mischiano scavando nelle profondità dell’essere umano.
Clay è un uomo solo ed estremamente pragmatico che nella sua vita ha creduto soltanto ad una storia. È questo che gli da la motivazione per cercare di renderla vera, il non voler ammettere di aver creduto ad una finzione, ad un mito. La storia che gli è stata raccontata fa parte di quei miti popolari che Clay disprezza e da cui si è sempre tenuto lontano, fino in punto di morte, e non riesce ad accettare di avergli prestato fede. Lo sforzo di renderla vera è quindi lo sforzo estremo di rimuoverla, di assorbirla in quel pragmatismo borghese a cui ha dedicato la sua intera vita.
Mr. Clay è immobilizzato su una sedia a dondolo, incapace di vivere da solo pur disprezzando gli altri. Ad aiutarlo nel mettere in pratica le sue trame c’è un servitore disilluso e pessimista, il primo a metterlo in crisi dichiarando falsa la sua storia. Clay si affida completamente a lui che, pur non condividendo la sua visione, lo serve senza opporre resistenza, quasi fosse conscio di accompagnarlo verso la morte.
Morte che, peraltro, pervade l’intero film. Della figura di Clay abbiamo già parlato. Il suo stato viene sottolineato dall’ambiente che lo circonda, a partire dalla sua villa, sottratta ad un socio con l’inganno.
Immensa ma spoglia e impersonale, simile in questo alla villa di Kane in Quarto Potere, è arredata in modo spartano e del passato proprietario conserva soltanto degli specchi, in cui Clay si riflette scorgendo ma non vedendo la sua vera essenza (altra suggestione presente anche in Quarto Potere, in una delle sequenze finali del film). Clay, ossessionato dal guadagno fine a se stesso, non è riuscito ad incidere sulla sua casa, ovvero, è proprio l’averla lasciata spoglia e impersonale l’unico segno della sua presenza.
A sottolineare il vuoto degli ambienti, che è un vuoto tutto interiore, interviene anche la fotografia naturale, completamente priva di artifici, scelta come illuminazione delle diverse scene.
La stessa città dove Clay vive appare vuota e priva di vitalità, immersa in tinte chiare che ricordano il pallore della morte. I personaggi sembrano muoversi in uno spazio sognato, in cui sembrano esistere soltanto le immagini dell’universo onirico di Clay.

Ma è nella messa in scena della storia/mito di Clay che il film raggiunge il suo culmine. Tutti i personaggi sono coscienti di essere parte della finzione, ovvero di recitare in una specie di sogno razionalmente delirante di un uomo morente, eppure accettano spinti da motivazioni economiche. La finta moglie di Clay, infatti, non è altro che la figlia del socio a cui il ricco mercante sottrasse la villa, che oltretutto lo odia apertamente per aver costretto suo padre al suicidio e lei a vivere come una prostituta, mentre il marinaio è un povero diavolo che vuole ricostruirsi una vita dopo un naufragio che gli ha fatto perdere tutto.
I due si innamoreranno veramente nella finzione, ma non potranno rimanere insieme per non distruggere la trama/sogno di cui sono coscientemente parte. Clay morirà alla fine della messa in scena mentre il marinaio andrà via, pur titubante, come prescrive il copione, perdendosi nella luce del mattino.
Ma come può un mito diventare reale? Un racconto passato di bocca in bocca, pur vissuto per davvero, rimarrà pur sempre un racconto. Anche la messa in scena di Mr. Clay è destinata allo stesso fato, ovvero rimanere leggenda. Chi crederà mai vera la storia raccontata dal marinaio che pur l’ha vissuta? È con l’esposizione di questo paradosso che si chiude il film, in uno dei finali più belli del cinema di Welles.
“Sono in molti ad aver letto nel personaggio di Clay una metafora del regista; apparentemente in grado di controllare il mondo intorno a se, finisce però per rinchiudersi in un guscio in cui soccombe alla profezia che vorrebbe possedere e distruggere” (Adrian Danks, 2001)
In fondo Clay, cercando di rendere reale la finzione, è costretto a diventare regista e a decidere gli elementi della messa in scena, obbligando delle persone reali a diventare attori e a seguire alla lettera il suo copione, senza poter variare nulla neanche davanti alla persistenza nascita di sentimenti reali (l’odio della donna verso di lui prima e l’amore reciproco della donna e del marinaio), che vengono messi da parte di fronte alla forza della realizzazione della finzione.



11:22 pm - 5-20-2008
Trattasi di uno dei miei film preferiti, per quello che vale. Grazie per averlo ricordato e presentato.
Saluti.
11:33 pm - 5-20-2008
Vale molto, credimi, vale moltissimo.
Simone “Karat45″ Tagliaferri’s last blog post..Salvami