<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Hackerjournal.it</title>
	<atom:link href="https://hackerjournal.it/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://hackerjournal.it</link>
	<description>Scopri in Edicola Hacker Journal la rivista italiana dedicata all&#039;Hacking. Tutto quello che gli altri non osano dirti.</description>
	<lastBuildDate>Wed, 02 Sep 2026 10:07:21 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.0.4</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">6540993</site>	<item>
		<title>Svuotare la RAM con criterio</title>
		<link>https://hackerjournal.it/15560/svuotare-la-ram-con-criterio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[hj_backdoor]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 05:20:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Memoria RAM]]></category>
		<category><![CDATA[SWAP]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://hackerjournal.it/?p=15560</guid>

					<description><![CDATA[<p>Analizzare l’uso della memoria individua processi che consumano troppa RAM e provocano rallentamenti o uso eccessivo dello swap.</p>
The post <a href="https://hackerjournal.it/15560/svuotare-la-ram-con-criterio/">Svuotare la RAM con criterio</a> first appeared on <a href="https://hackerjournal.it">Hackerjournal.it</a>.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>A differenza dello spazio su disco, la RAM non &egrave; una risorsa che deve essere mantenuta libera. <strong>Nei sistemi Linux&nbsp; moderni la memoria disponibile viene utilizzata in modo aggressivo per migliorare le prestazioni del sistema.</strong> Quando applicazioni e servizi non richiedono tutta la RAM installata, il kernel utilizza quella libera come page cache, cio&egrave; come area temporanea in cui conservare dati recentemente letti dal disco, riducendo significativamente i tempi di accesso ai file e alle applicazioni utilizzate pi&ugrave; spesso. Se gli stessi dati vengono richiesti di nuovo, il sistema pu&ograve; recuperarli direttamente dalla memoria invece di leggerli dal disco, operazione molto pi&ugrave; lenta. Per questo motivo &egrave; normale che gli strumenti di monitoraggio mostrino una quantit&agrave; molto ridotta di RAM &ldquo;libera&rdquo;: &egrave; in gran parte utilizzata come cache. &Egrave; importante capire che questa non &egrave; davvero occupata in modo permanente. Infatti, quando un&rsquo;applicazione richiede pi&ugrave; memoria, il kernel libera automaticamente le pagine di cache meno recenti e le rende&nbsp; disponibili ai nuovi processi. In altre parole, <strong>&ldquo;svuotare&rdquo; la RAM senza criterio potrebbe rallentare il sistema invece di migliorarlo!</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>Quando la memoria diventa un problema</h3>
<p>Una situazione diversa si verifica quando uno o pi&ugrave; processi consumano una quantit&agrave; eccessiva di memoria nel tempo. <strong>Applicazioni mal configurate, servizi che accumulano dati in memoria o programmi con perdite di memoria (memory <a href="https://hackerjournal.it/encyclopedia/leak/" target="_self" title="Un contenuto o una notizia trapelata (spesso sul web) prima dell'effettiva data di divulgazione." class="encyclopedia">leak</a>) possono saturare la RAM e costringere il sistema a utilizzare intensivamente lo swap, cio&egrave; l&rsquo;area del disco usata come memoria di emergenza</strong>. Quando questo accade, il sistema pu&ograve; diventare sensibilmente pi&ugrave; lento, perch&eacute; le operazioni che normalmente avverrebbero in memoria devono essere trasferite sul disco. Nei computer&nbsp; desktop il sintomo pi&ugrave; evidente &egrave; il rallentamento delle applicazioni e dell&rsquo;interfaccia grafica; sui server, invece, possono aumentare i tempi di risposta dei servizi. <strong>Per questo motivo &egrave; utile controllare periodicamente l&rsquo;uso della memoria e verificare se qualche processo stia crescendo in modo anomalo</strong>. A differenza della cache del filesystem, che viene gestita automaticamente dal kernel, il consumo di memoria da parte dei processi &egrave; un indicatore diretto del comportamento delle applicazioni in esecuzione: non trascuratela!</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>Analisi in tempo reale</h3>
<p>Ci sono diversi strumenti per osservare in tempo reale come viene utilizzata la memoria del sistema, distinguendo tra quella usata dai processi, quella impiegata come cache e l&rsquo;eventuale uso dello swap. Uno dei comandi pi&ugrave; semplici &egrave;:<br>
<strong>free -h<br>
</strong><br>
La colonna <strong>available</strong> che mostra &egrave; molto utile perch&eacute; rappresenta la quantit&agrave; di memoria che pu&ograve; essere allocata&nbsp; immediatamente senza ricorrere allo swap. <strong>Per analisi pi&ugrave; dettagliate &egrave; possibile utilizzare strumenti interattivi come top o htop, che permettono di osservare i processi in esecuzione e ordinarli in base al consumo di memoria</strong>. In <strong>top</strong> &egrave; sufficiente premere il tasto <strong>M</strong> per ordinare l&rsquo;elenco dei processi in base alla RAM utilizzata. H<strong>top</strong> offre inoltre un&rsquo;interfaccia pi&ugrave; leggibile e permette di filtrare facilmente i processi pi&ugrave; pesanti. Un altro strumento utile &egrave; vmstat, che fornisce informazioni sul comportamento della memoria virtuale e sullo stato dello swap:<br>
<strong>vmstat 5</strong></p>
<p>L&rsquo;intervallo di aggiornamento (in questo caso 5 secondi) permette di osservare nel tempo l&rsquo;andamento dell&rsquo;uso della memoria e l&rsquo;eventuale attivazione dello swap. L&rsquo;output sar&agrave; simile a quello mostrato qui sotto, con aggiornamenti&nbsp; periodici delle principali statistiche del sistema: stato della memoria, attivit&agrave; dello swap, operazioni di I/O e utilizzo della CPU. Potrete cos&igrave; verificare rapidamente se l&rsquo;utilizzo della memoria rientra nel comportamento normale del sistema o se indica un problema da approfondire.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-15561 size-full" src="https://hackerjournal.it/wp-content/uploads/2026/08/test_memoria.png" alt="" width="775" height="127" srcset="https://hackerjournal.it/wp-content/uploads/2026/08/test_memoria.png 775w, https://hackerjournal.it/wp-content/uploads/2026/08/test_memoria-300x49.png 300w, https://hackerjournal.it/wp-content/uploads/2026/08/test_memoria-768x126.png 768w" sizes="(max-width: 775px) 100vw, 775px"></p>The post <a href="https://hackerjournal.it/15560/svuotare-la-ram-con-criterio/">Svuotare la RAM con criterio</a> first appeared on <a href="https://hackerjournal.it">Hackerjournal.it</a>.]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">15560</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Datamatic: annuncio di vendità</title>
		<link>https://hackerjournal.it/15571/datamatic-annuncio-di-vendita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ninjak]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 08:22:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://hackerjournal.it/?p=15571</guid>

					<description><![CDATA[<p>Concordato Preventivo R.G. P.U. 640-4/2024, Tribunale di Milano, Datamatic S.r.l. (già Datamatic S.p.A.), Commissario Giudiziale Dott. avv. Carlo Pagliughi. Pubblicità di offerta irrevocabile pervenuta ed invito alla manifestazione di interesse ex art. 91 CCII (c.d. offerte concorrenti) da sottoporre ad eventuale successiva procedura competitiva, per la cessione della partecipazione pari al 51% del capitale sociale [&#8230;]</p>
The post <a href="https://hackerjournal.it/15571/datamatic-annuncio-di-vendita/">Datamatic: annuncio di vendità</a> first appeared on <a href="https://hackerjournal.it">Hackerjournal.it</a>.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Concordato Preventivo R.G. P.U. 640-4/2024, Tribunale di Milano, Datamatic S.r.l. (gi&agrave; Datamatic S.p.A.), Commissario Giudiziale Dott. avv. Carlo Pagliughi.</strong></p>
<p>Pubblicit&agrave; di offerta irrevocabile pervenuta ed invito alla manifestazione di interesse ex art. 91 CCII (c.d. offerte concorrenti) da sottoporre ad eventuale successiva procedura competitiva, per la cessione della partecipazione pari al 51% del capitale sociale di Datamatic Sistemi e Servizi S.p.A. (&ldquo;DSS&rdquo; o &ldquo;Partecipazione&rdquo;), di propriet&agrave; di Datamatic S.r.l., in relazione alla quale &egrave; pervenuta proposta irrevocabile di acquisto al prezzo di Euro 550.000,00 (cinquecentocinquantamila/00)</p>
<p>Si invitano gli eventuali interessati a manifestare l&rsquo;interesse all&rsquo;acquisto della Partecipazione, per il prezzo base di Euro 550.000,00 (cinquecentocinquantamila/00). La manifestazione di interesse avente ad oggetto la Partecipazione dovr&agrave; pervenire entro e non oltre le ore 12:00 del 12 ottobre 2026 all&rsquo;indirizzo pec <a href="mailto:carlo.pagliughi@odcecmilano.it">carlo.pagliughi@odcecmilano.it</a>. Si precisa che all&rsquo;indirizzo <a href="mailto:segreteria@studiopagliughi.it">segreteria@studiopagliughi.it</a> potr&agrave; essere inviata richiesta di accesso alla Data Room, previa sottoscrizione di un accordo di riservatezza. Il presente annuncio e la ricezione di eventuali manifestazioni di interesse non comportano alcun obbligo od impegno alla alienazione nei confronti di eventuali offerenti, e per essi alcun diritto a qualsiasi titolo (mediazione o consulenza). L&rsquo;invito a manifestare completo &egrave; pubblicato sul Portale delle Vendite Pubbliche e messo a disposizione a semplice richiesta.</p>
<p><b>L&rsquo;annuncio completo &egrave; scaricabile cliccando <a href="https://hackerjournal.it/docs/annuncio_di_vendita.pdf" target="_blank" rel="noopener">qui</a>.</b></p>The post <a href="https://hackerjournal.it/15571/datamatic-annuncio-di-vendita/">Datamatic: annuncio di vendità</a> first appeared on <a href="https://hackerjournal.it">Hackerjournal.it</a>.]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">15571</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Phishing e Intelligenza Artificiale</title>
		<link>https://hackerjournal.it/15555/phishing-e-intelligenza-artificiale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[hj_backdoor]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 05:04:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Barracuda]]></category>
		<category><![CDATA[email phishing]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://hackerjournal.it/?p=15555</guid>

					<description><![CDATA[<p>Una simulazione di Barracuda mostra come un account aziendale violato e un assistente AI possano essere sfruttati per cercare dati, imitare i dirigenti e avviare una frode finanziaria credibile.</p>
The post <a href="https://hackerjournal.it/15555/phishing-e-intelligenza-artificiale/">Phishing e Intelligenza Artificiale</a> first appeared on <a href="https://hackerjournal.it">Hackerjournal.it</a>.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L&rsquo;intelligenza artificiale sta entrando nelle caselle di posta aziendali per aiutare a riassumere conversazioni, cercare informazioni, preparare testi e organizzare il lavoro. Ma se un criminale riesce a entrare in un account, lo stesso assistente pu&ograve; trasformarsi in una guida rapidissima dentro l&rsquo;azienda. <strong>&Egrave; lo scenario illustrato da una simulazione condotta dal <a href="https://blog.barracuda.com/2026/08/04/ai-enabled-email-accounts-insider-threat" target="_blank" rel="noopener">Red Team di Barracuda</a>, basata su Copilot ma applicabile, secondo i ricercatori, a qualunque assistente AI integrato nella posta e nei servizi di produttivit&agrave;</strong>.</p>
<p>Il punto di partenza &egrave; un singolo account dipendente violato. Da solo, potrebbe gi&agrave; offrire e-mail, contatti e documenti. Con l&rsquo;IA, per&ograve;, l&rsquo;attaccante pu&ograve; porre domande in linguaggio naturale e ottenere in pochi secondi una mappa delle informazioni utili: chi ha ruoli decisionali, quali progetti sono in corso, dove si trovano fatture, quali pagamenti attendono l&rsquo;approvazione e come scrivono i dirigenti.</p>
<p>&Egrave; come lasciare un intruso in un archivio pieno di faldoni, ma consegnargli anche un assistente capace di cercare subito &ldquo;tutti i pagamenti in sospeso&rdquo;, &ldquo;le conversazioni con la contabilit&agrave;&rdquo; o &ldquo;i messaggi pi&ugrave; recenti del CEO&rdquo;. L&rsquo;IA non viola l&rsquo;account: usa per&ograve; i permessi gi&agrave; disponibili a quell&rsquo;account e rende la ricerca molto pi&ugrave; veloce e mirata.<br>
<img decoding="async" class="aligncenter wp-image-15556 size-large" src="https://hackerjournal.it/wp-content/uploads/2026/08/blogpost_Red-Team-Report_img_8-1024x536.jpg" alt="" width="740" height="387" srcset="https://hackerjournal.it/wp-content/uploads/2026/08/blogpost_Red-Team-Report_img_8-1024x536.jpg 1024w, https://hackerjournal.it/wp-content/uploads/2026/08/blogpost_Red-Team-Report_img_8-300x157.jpg 300w, https://hackerjournal.it/wp-content/uploads/2026/08/blogpost_Red-Team-Report_img_8-768x402.jpg 768w, https://hackerjournal.it/wp-content/uploads/2026/08/blogpost_Red-Team-Report_img_8.jpg 1200w" sizes="(max-width: 740px) 100vw, 740px"></p>
<h3>La fasi della simulazione</h3>
<p><strong>Il primo obiettivo degli aggressori &egrave; stato mantenere l&rsquo;accesso senza farsi notare</strong>. Per farlo, sono state create regole automatiche nella casella di posta in grado di nascondere avvisi di login o inoltrare messaggi importanti. Sono funzioni nate per gestire meglio la posta, ma che in mani sbagliate possono impedire alla vittima di accorgersi che qualcosa non va.</p>
<p><strong>Il passo successivo &egrave; il cosiddetto <a href="https://hackerjournal.it/encyclopedia/phishing/" target="_self" title="Il phishing &egrave; una forma di ingegneria sociale condotta da un black hat in forma elettronica, solitamente tramite e-mail, con lo scopo di raccogliere informazioni sensibili. Spesso queste comunicazioni sembreranno legittime e talvolta sembreranno anche provenire da una fonte legittima come un sito di social network, un'entit&agrave; ben nota come Paypal o Ebay o persino&hellip;" class="encyclopedia">phishing</a> interno</strong>. L&rsquo;attaccante usa l&rsquo;account reale di un dipendente per inviare al CEO un messaggio costruito con informazioni autentiche e con uno stile credibile. Non &egrave; la classica mail piena di errori: arriva da un indirizzo aziendale valido, cita attivit&agrave; esistenti e pu&ograve; sembrare perfettamente coerente con il lavoro quotidiano.</p>
<p><strong>Una volta ottenuto l&rsquo;accesso all&rsquo;account del dirigente, anche tramite il furto del token di sessione &ndash; la chiave temporanea che mantiene aperto un accesso senza chiedere ogni volta la password &ndash; la ricerca diventa ancora pi&ugrave; delicata. Nel test, una richiesta rivolta all&rsquo;assistente AI ha fatto emergere fatture, pagamenti e flussi di approvazione, compreso un bonifico in attesa di quasi 250.000 dollari</strong>.</p>
<p>A quel punto &egrave; bastato preparare un messaggio apparentemente inviato dal CEO alla contabilit&agrave;, chiedendo di cambiare il conto corrente del beneficiario prima dell&rsquo;autorizzazione del pagamento. La richiesta conteneva dettagli reali, proveniva dalla casella autentica del dirigente e rispecchiava il suo modo di comunicare: condizioni che rendono pi&ugrave; difficile per i tradizionali filtri e-mail individuare la frode.</p>
<p>La lezione non &egrave; che l&rsquo;IA sia di per s&eacute; pericolosa, ma che gli account potenziati dall&rsquo;IA devono essere protetti come risorse ad alto valore. Per le aziende, significa rafforzare l&rsquo;autenticazione a pi&ugrave; fattori, controllare accessi e regole di inoltro insolite, limitare i permessi dell&rsquo;assistente AI e applicare verifiche fuori banda per modifiche ai dati di pagamento. Se arriva una richiesta di cambiare un IBAN, ad esempio, non dovrebbe bastare una mail: serve una conferma tramite un contatto conosciuto e indipendente.</p>The post <a href="https://hackerjournal.it/15555/phishing-e-intelligenza-artificiale/">Phishing e Intelligenza Artificiale</a> first appeared on <a href="https://hackerjournal.it">Hackerjournal.it</a>.]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">15555</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Un prompt su 36 espone dati sensibili</title>
		<link>https://hackerjournal.it/15548/un-prompt-su-36-espone-dati-sensibili/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[hj_backdoor]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Aug 2026 05:22:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Qilin]]></category>
		<category><![CDATA[The Gentlemen]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://hackerjournal.it/?p=15548</guid>

					<description><![CDATA[<p>Non solo phishing e malware: l’uso senza regole dell’IA generativa aumenta il rischio di esporre dati aziendali.</p>
The post <a href="https://hackerjournal.it/15548/un-prompt-su-36-espone-dati-sensibili/">Un prompt su 36 espone dati sensibili</a> first appeared on <a href="https://hackerjournal.it">Hackerjournal.it</a>.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Luglio ha confermato una tendenza che le aziende non possono pi&ugrave; ignorare: gli attacchi informatici aumentano, il <a href="https://hackerjournal.it/encyclopedia/ransomware/" target="_self" title="Un ransomware &egrave; un tipo di malware che limita l'accesso del dispositivo che infetta, richiedendo un riscatto da pagare per rimuovere la limitazione." class="encyclopedia">ransomware</a> torna a correre e l&rsquo;uso quotidiano dell&rsquo;intelligenza artificiale apre nuovi rischi per i dati. Secondo <a href="https://blog.checkpoint.com/" target="_blank" rel="noopener">Check Point Research</a>, ogni organizzazione nel mondo ha subito in media <strong>2.336 attacchi a settimana</strong>, il 3% in pi&ugrave; rispetto al mese precedente e il 16% in pi&ugrave; su base annua.</p>
<p><strong>L&rsquo;Italia appare tra i Paesi pi&ugrave; colpiti: con il 3% delle vittime <a href="https://hackerjournal.it/encyclopedia/ransomware/" target="_self" title="Un ransomware &egrave; un tipo di malware che limita l'accesso del dispositivo che infetta, richiedendo un riscatto da pagare per rimuovere la limitazione." class="encyclopedia">ransomware</a> segnalate, si colloca al quinto posto dopo Stati Uniti, Germania, Canada e Regno Unito. Nel nostro Paese, le organizzazioni avrebbero subito mediamente 2.755 attacchi settimanali, con un incremento del 14%. Un numero che racconta una pressione costante, non un episodio isolato.</strong></p>
<p>A livello globale, il bersaglio pi&ugrave; esposto resta l&rsquo;istruzione, con 4.848 attacchi settimanali per organizzazione. Scuole e universit&agrave; mettono insieme migliaia di utenti, reti aperte, dispositivi personali e sistemi spesso datati: un insieme che le rende attraenti per i criminali. Seguono settore pubblico, telecomunicazioni, energia e servizi turistici, questi ultimi particolarmente esposti nella stagione degli spostamenti.</p>
<div id="attachment_15550" style="width: 750px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-15550" class="wp-image-15550 size-large" src="https://hackerjournal.it/wp-content/uploads/2026/08/Immagine-1-%E2%80%93-media-mondiale-degli-attacchi-informatici-per-settore-1024x579.jpg" alt="" width="740" height="418" srcset="https://hackerjournal.it/wp-content/uploads/2026/08/Immagine-1-&ndash;-media-mondiale-degli-attacchi-informatici-per-settore-1024x579.jpg 1024w, https://hackerjournal.it/wp-content/uploads/2026/08/Immagine-1-&ndash;-media-mondiale-degli-attacchi-informatici-per-settore-300x170.jpg 300w, https://hackerjournal.it/wp-content/uploads/2026/08/Immagine-1-&ndash;-media-mondiale-degli-attacchi-informatici-per-settore-768x434.jpg 768w, https://hackerjournal.it/wp-content/uploads/2026/08/Immagine-1-&ndash;-media-mondiale-degli-attacchi-informatici-per-settore-1536x868.jpg 1536w, https://hackerjournal.it/wp-content/uploads/2026/08/Immagine-1-&ndash;-media-mondiale-degli-attacchi-informatici-per-settore-2048x1157.jpg 2048w" sizes="(max-width: 740px) 100vw, 740px"><p id="caption-attachment-15550" class="wp-caption-text">L&rsquo;istruzione resta il settore pi&ugrave; bersagliato, ma la pressione cresce su infrastrutture pubbliche, reti di comunicazione, energia e servizi connessi ai viaggi.</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il capitolo pi&ugrave; preoccupante riguarda per&ograve; il <a href="https://hackerjournal.it/encyclopedia/ransomware/" target="_self" title="Un ransomware &egrave; un tipo di malware che limita l'accesso del dispositivo che infetta, richiedendo un riscatto da pagare per rimuovere la limitazione." class="encyclopedia">ransomware</a>, il <a href="https://hackerjournal.it/encyclopedia/malware/" target="_self" title="Malware&nbsp;o &ldquo;software malevolo&rdquo; &egrave; un termine generico che descrive un programma/codice dannoso che mette a rischio un sistema." class="encyclopedia">malware</a> che cifra file e sistemi chiedendo un riscatto per sbloccarli o per evitare la pubblicazione dei dati rubati. Le vittime rese note dai gruppi criminali sono salite a <strong>964</strong>, quasi il doppio rispetto a un anno prima e il 49% in pi&ugrave; rispetto al mese precedente. I servizi alle imprese rappresentano quasi un terzo dei casi segnalati, seguiti da manifattura e beni di consumo.</p>
<p><strong>In cima alla classifica dei gruppi pi&ugrave; attivi compaiono The Gentlemen e Qilin, entrambi associati al 14% degli attacchi pubblicati, mentre DeadLock emerge con il 10%. Sono nomi che indicano organizzazioni criminali capaci di offrire <a href="https://hackerjournal.it/encyclopedia/ransomware/" target="_self" title="Un ransomware &egrave; un tipo di malware che limita l'accesso del dispositivo che infetta, richiedendo un riscatto da pagare per rimuovere la limitazione." class="encyclopedia">ransomware</a> &ldquo;in affitto&rdquo; ad affiliati: un modello simile a un servizio commerciale, ma usato per colpire aziende e chiedere denaro</strong>.</p>
<p>Accanto agli attacchi tradizionali cresce l&rsquo;esposizione legata alla <strong>GenAI</strong>, gli strumenti capaci di generare testi, riassunti, immagini o codice. Il pericolo non dipende solo dalla tecnologia, ma soprattutto da ci&ograve; che le persone inseriscono nei prompt. Un dipendente che copia in chat un documento riservato per farselo riassumere pu&ograve; condividere dati di clienti, dettagli finanziari o informazioni interne senza volerlo.</p>
<p>Secondo i dati diffusi, un prompt su 36 proveniente da reti aziendali presentava un rischio elevato di perdita di dati sensibili; l&rsquo;88% delle organizzazioni che usa regolarmente questi strumenti ha registrato almeno un&rsquo;attivit&agrave; ad alto rischio. &Egrave; come affidare un dossier a un assistente molto efficiente, ma esterno al perimetro aziendale, senza controllare quali informazioni gli si stanno consegnando.</p>
<div id="attachment_15549" style="width: 750px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-15549" class="wp-image-15549 size-large" src="https://hackerjournal.it/wp-content/uploads/2026/08/Immagine-2-Segnalazioni-di-rischio-elevato-per-settore-1024x694.jpg" alt="" width="740" height="502" srcset="https://hackerjournal.it/wp-content/uploads/2026/08/Immagine-2-Segnalazioni-di-rischio-elevato-per-settore-1024x694.jpg 1024w, https://hackerjournal.it/wp-content/uploads/2026/08/Immagine-2-Segnalazioni-di-rischio-elevato-per-settore-300x203.jpg 300w, https://hackerjournal.it/wp-content/uploads/2026/08/Immagine-2-Segnalazioni-di-rischio-elevato-per-settore-768x521.jpg 768w, https://hackerjournal.it/wp-content/uploads/2026/08/Immagine-2-Segnalazioni-di-rischio-elevato-per-settore-1536x1042.jpg 1536w, https://hackerjournal.it/wp-content/uploads/2026/08/Immagine-2-Segnalazioni-di-rischio-elevato-per-settore-2048x1389.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 740px) 100vw, 740px"><p id="caption-attachment-15549" class="wp-caption-text">Nei prompt aziendali finiscono spesso informazioni sensibili: dati personali e finanziari, dettagli tecnici, documenti legali e contenuti legati al personale.</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&rsquo;e-mail, infine, continua a essere una porta d&rsquo;ingresso decisiva. Una mail ogni 128 &egrave; stata classificata come <a href="https://hackerjournal.it/encyclopedia/phishing/" target="_self" title="Il phishing &egrave; una forma di ingegneria sociale condotta da un black hat in forma elettronica, solitamente tramite e-mail, con lo scopo di raccogliere informazioni sensibili. Spesso queste comunicazioni sembreranno legittime e talvolta sembreranno anche provenire da una fonte legittima come un sito di social network, un'entit&agrave; ben nota come Paypal o Ebay o persino&hellip;" class="encyclopedia">phishing</a>, cio&egrave; una truffa pensata per rubare password, denaro o dati; un ulteriore 20% rientrava tra spam e messaggi potenzialmente rischiosi. Il messaggio per aziende e utenti &egrave; chiaro: non esiste pi&ugrave; un solo punto da difendere. Servono aggiornamenti, backup, filtri e-mail, formazione, controlli sugli accessi e regole chiare sull&rsquo;uso dell&rsquo;IA.</p>The post <a href="https://hackerjournal.it/15548/un-prompt-su-36-espone-dati-sensibili/">Un prompt su 36 espone dati sensibili</a> first appeared on <a href="https://hackerjournal.it">Hackerjournal.it</a>.]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">15548</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Tor porta Snowflake su Android</title>
		<link>https://hackerjournal.it/15542/tor-porta-snowflake-su-android/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[hj_backdoor]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2026 05:36:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Snowflake]]></category>
		<category><![CDATA[Tor]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://hackerjournal.it/?p=15542</guid>

					<description><![CDATA[<p>La nuova app Snowflake Volunteer consente agli utenti Android di offrire parte della propria connessione come ponte temporaneo verso Tor per persone soggette a censura.</p>
The post <a href="https://hackerjournal.it/15542/tor-porta-snowflake-su-android/">Tor porta Snowflake su Android</a> first appeared on <a href="https://hackerjournal.it">Hackerjournal.it</a>.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Uno smartphone lasciato in carica sul comodino pu&ograve; fare pi&ugrave; che ricevere notifiche. <strong>Con <a href="https://blog.torproject.org/snowflake-volunteer-standalone-app-to-help-people-bypass-censorship/" target="_blank" rel="noopener">Snowflake Volunteer</a>, nuova applicazione Android legata al progetto Tor, pu&ograve; diventare un piccolo ponte verso Internet per chi vive in Paesi dove siti, social e servizi di informazione vengono bloccati o monitorati</strong>.</p>
<p>L&rsquo;idea alla base dell&rsquo;app &egrave; semplice: una persona installa Snowflake Volunteer e, se lo desidera, concede una parte limitata della propria connessione a utenti che non riescono a raggiungere direttamente la rete Tor. Tor &egrave; un sistema pensato per rendere pi&ugrave; difficile collegare l&rsquo;attivit&agrave; online all&rsquo;identit&agrave; o alla posizione di chi naviga. In contesti dove la rete &egrave; censurata, per&ograve;, accedere a Tor pu&ograve; essere il primo ostacolo.</p>
<h3>Qui entra in gioco Snowflake</h3>
<p><strong>L&rsquo;app trasforma temporaneamente il telefono in un <a href="https://hackerjournal.it/encyclopedia/proxy/" target="_self" title="Dal punto di vista del pirata, si tratta di uno strumento per nascondere il proprio indirizzo IP, ovvero per rendere pi&ugrave; difficile la propria identificazione. Si trovano online siti che forniscono liste di proxy aggiornate anche in tempo reale." class="encyclopedia">proxy</a>, cio&egrave; in un intermediario tra due connessioni.</strong> Per rendere pi&ugrave; complesso il blocco, Snowflake utilizza WebRTC, una tecnologia comune nelle videochiamate e nelle comunicazioni dirette tra browser e app. Agli occhi di chi controlla il traffico di rete, quindi, la connessione pu&ograve; assomigliare a una normale chiamata online. I collegamenti sono inoltre brevi e distribuiti tra molti volontari: non esiste una piccola lista di server fissi che un censore possa bloccare con facilit&agrave;.</p>
<h3>Un dettaglio fondamentale</h3>
<p>Se un&rsquo;autorit&agrave; blocca un singolo nodo Tor, l&rsquo;accesso pu&ograve; interrompersi. Se invece i punti di passaggio cambiano continuamente e sono ospitati da utenti comuni in molti Paesi, fermarli tutti diventa pi&ugrave; difficile senza colpire anche servizi legittimi, come le piattaforme di videoconferenza o le chiamate via web.</p>
<p><strong>Il progetto, sviluppato dall&rsquo;organizzazione Bloco insieme al team anticensura di Tor, prova anche a ridurre l&rsquo;impatto per chi partecipa. L&rsquo;app pu&ograve; essere configurata per funzionare soltanto quando il telefono &egrave; collegato al Wi&#8209;Fi e alla corrente, con un limite al numero di utenti assistiti contemporaneamente. In questo modo si cerca di evitare consumo eccessivo della batteria e dell&rsquo;offerta dati mobile</strong>.</p>
<p>I dati riportati dal progetto mostrano una crescita della rete: da circa 1.300 <a href="https://hackerjournal.it/encyclopedia/proxy/" target="_self" title="Dal punto di vista del pirata, si tratta di uno strumento per nascondere il proprio indirizzo IP, ovvero per rendere pi&ugrave; difficile la propria identificazione. Si trovano online siti che forniscono liste di proxy aggiornate anche in tempo reale." class="encyclopedia">proxy</a> unici al giorno in primavera a 1.700 nel mese successivo, con picchi oltre quota 2.100. Nel primo semestre, Snowflake avrebbe registrato una media di circa 146.000 indirizzi IP volontari al giorno. Sono numeri che raccontano un&rsquo;infrastruttura diffusa, basata su tante piccole disponibilit&agrave; anzich&eacute; su pochi grandi server.</p>
<p>L&rsquo;app &egrave; open source, cio&egrave; il suo codice pu&ograve; essere esaminato pubblicamente da sviluppatori e ricercatori, ed &egrave; disponibile su F-Droid e Google Play. Prima di installarla, per&ograve;, &egrave; bene fare una valutazione pratica: meglio usare una connessione senza limiti di traffico, verificare le condizioni del proprio operatore e considerare che l&rsquo;app, anche con limiti attivi, utilizza rete e risorse del dispositivo.</p>
<p>&nbsp;</p>The post <a href="https://hackerjournal.it/15542/tor-porta-snowflake-su-android/">Tor porta Snowflake su Android</a> first appeared on <a href="https://hackerjournal.it">Hackerjournal.it</a>.]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">15542</post-id>	</item>
		<item>
		<title>A caccia di pacchetti e residui di sistema</title>
		<link>https://hackerjournal.it/15534/a-caccia-di-pacchetti-e-residui-di-sistema/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[hj_backdoor]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 05:50:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[pacchetti]]></category>
		<category><![CDATA[residui sistema]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://hackerjournal.it/?p=15534</guid>

					<description><![CDATA[<p>Individuate facilmente cache, dipendenze inutilizzate e kernel obsoleti in modo da recuperare spazio prezioso.</p>
The post <a href="https://hackerjournal.it/15534/a-caccia-di-pacchetti-e-residui-di-sistema/">A caccia di pacchetti e residui di sistema</a> first appeared on <a href="https://hackerjournal.it">Hackerjournal.it</a>.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Durante l&rsquo;installazione o l&rsquo;aggiornamento del software, i gestori di pacchetti scaricano gli archivi dei programmi e le&nbsp; librerie necessarie. Li conservano poi nella propria cache per evitare di dover rifare il download in caso di reinstallazioni o aggiornamenti successivi. Nei sistemi basati su Debian e Ubuntu, per esempio, i pacchetti scaricati vengono salvati nella directory <strong>/var/cache/apt/archives</strong>. Ogni aggiornamento del sistema scarica nuove versioni dei pacchetti dai repository, ma quelle precedenti possono rimanere archiviate nella cache. Anche su sistemi aggiornati regolarmente questo significa che, con il passare dei mesi, la directory pu&ograve; crescere molto. Non &egrave; raro, infatti, trovare centinaia di megabyte o diversi gigabyte di file .deb che&nbsp; non sono pi&ugrave; necessari per il funzionamento del sistema. APT offre diversi comandi per gestire questa situazione. Il pi&ugrave; diretto &egrave;:</p>
<p><strong>sudo apt clean<br>
</strong><br>
che elimina completamente i pacchetti presenti nella cache. Un approccio pi&ugrave; conservativo consiste invece&nbsp; nell&rsquo;utilizzare:</p>
<p><strong>sudo apt autoclean</strong></p>
<p>che rimuove solo i pacchetti ormai obsoleti, cio&egrave; quelli che non sono pi&ugrave; disponibili nei repository configurati. Strumenti analoghi esistono anche in altre distribuzioni: <strong>dnf clean all</strong> nei sistemi Fedora o <strong>pacman -Sc</strong> nei sistemi Arch permettono di ottenere risultati simili. La pulizia periodica della cache non influisce sul software installato ma pu&ograve; recuperare spazio in modo immediato.</p>
<h3>Dipendenze inutilizzate e pacchetti orfani</h3>
<p>Un&rsquo;altra fonte di residui sono le dipendenze installate automaticamente. Quando si installa un&rsquo;applicazione tramite il gestore di pacchetti, questa porta con s&eacute; anche le librerie e i componenti necessari al suo funzionamento. Questo meccanismo semplifica la gestione del software, ma pu&ograve; lasciare nel sistema elementi che non servono pi&ugrave; dopo la rimozione del programma principale. Nel tempo possono cos&igrave; accumularsi pacchetti installati come dipendenze ma non pi&ugrave; richiesti da alcun software presente nel sistema. Questi componenti vengono spesso chiamati pacchetti orfani o dipendenze inutilizzate. In Debian, Ubuntu e <a href="https://fedoraproject.org/it/" target="_blank" rel="noopener">Fedora</a>, le dipendenze non pi&ugrave; necessarie possono essere rimosse direttamente dal gestore di pacchetti con il comando autoremove. Il sistema analizza l&rsquo;elenco dei pacchetti installati automaticamente e rimuove quelli che non risultano pi&ugrave; richiesti da alcun software presente. Su Arch Linux i pacchetti orfani possono invece essere individuati con <strong>pacman -Qtd</strong>. Ridurre il numero di componenti installati non ha effetti solo sullo spazio disco: un sistema con meno pacchetti &egrave; anche pi&ugrave; semplice da aggiornare.</p>
<h3>Kernel vecchi e componenti storici</h3>
<p>Molte distribuzioni mantengono anche pi&ugrave; versioni del kernel installate, cos&igrave;, se un aggiornamento introduce&nbsp; problemi di compatibilit&agrave; con hardware o driver, &egrave; possibile avviare il sistema con una versione precedente&nbsp; funzionante. Ogni kernel installato include per&ograve; diversi file: la sua immagine, i moduli caricabili e l&rsquo;initramfs&nbsp; utilizzato durante l&rsquo;avvio, che finiscono con l&rsquo;accumularsi. Nei sistemi Debian e <a href="https://www.ubuntu-it.org/" target="_blank" rel="noopener">Ubuntu</a> la rimozione dei kernel obsoleti &egrave; spesso gestita automaticamente proprio dal comando <strong>apt autoremove</strong>, che mantiene quella corrente e una precedente per sicurezza. Altrimenti, potete verificare manualmente quali versioni sono installate:</p>
<p><strong>dpkg &ndash;list | grep linux-image</strong></p>
<p>Prima di rimuovere manualmente un kernel, per&ograve;, verificate quale versione &egrave; attualmente in uso:</p>
<p><strong>uname -r</strong></p>
<p>Ricordatevi, comunque, di tenere almeno una versione precedente del kernel per poter ripristinare in caso di problemi dopo un aggiornamento.</p>The post <a href="https://hackerjournal.it/15534/a-caccia-di-pacchetti-e-residui-di-sistema/">A caccia di pacchetti e residui di sistema</a> first appeared on <a href="https://hackerjournal.it">Hackerjournal.it</a>.]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">15534</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Perché aggiungere risorse non ferma un attacco DDoS</title>
		<link>https://hackerjournal.it/15539/perche-aggiungere-risorse-non-ferma-un-attacco-ddos/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ninjak]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Aug 2026 08:26:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://hackerjournal.it/?p=15539</guid>

					<description><![CDATA[<p>Un attacco DDoS è, nella sua definizione minima, il tentativo di rendere un servizio indisponibile ai suoi utenti legittimi saturando una risorsa finita. La formula resta volutamente generica, perché la risorsa cambia di volta in volta: può essere la banda del collegamento, la tabella delle connessioni semiaperte del kernel, il numero di processi PHP disponibili, [&#8230;]</p>
The post <a href="https://hackerjournal.it/15539/perche-aggiungere-risorse-non-ferma-un-attacco-ddos/">Perché aggiungere risorse non ferma un attacco DDoS</a> first appeared on <a href="https://hackerjournal.it">Hackerjournal.it</a>.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un attacco <a href="https://hackerjournal.it/encyclopedia/test/" target="_self" title="Si tratta di un attacco DoS la cui origine &egrave; distribuita su diverse sorgenti; si parla quindi di Distribuited Denial of Service (DDoS). In genere per scatenare attacchi di questo tipo vengono utilizzate botnet formate da migliaia di macchine Zombie." class="encyclopedia">DDoS</a> &egrave;, nella sua definizione minima, il tentativo di rendere un servizio indisponibile ai suoi utenti legittimi saturando una risorsa finita. La formula resta volutamente generica, perch&eacute; la risorsa cambia di volta in volta: pu&ograve; essere la banda del collegamento, la tabella delle connessioni semiaperte del kernel, il numero di processi PHP disponibili, il pool di connessioni verso il database. Quello che accomuna i casi non &egrave; il volume del traffico, ma il rapporto tra costo di generazione e costo di elaborazione: chi attacca spende pochissimo per produrre una richiesta che al bersaglio costa molto. Da qui nasce anche l&rsquo;equivoco pi&ugrave; diffuso, cio&egrave; l&rsquo;idea che disporre di risorse elastiche basti a far evaporare il problema.</p>
<h2>Due attacchi con lo stesso nome</h2>
<p>Sotto la stessa sigla convivono due famiglie che hanno poco in comune. La prima agisce ai livelli 3 e 4: SYN flood, flood UDP e soprattutto attacchi di amplificazione, che sfruttano servizi mal configurati e raggiungibili da Internet (resolver DNS aperti, NTP, istanze memcached esposte) per moltiplicare di decine o centinaia di volte il traffico generato dalla <a href="https://hackerjournal.it/encyclopedia/botnet/" target="_self" title="Una botnet &egrave; una rete di droni zombie sotto il controllo di un hacker. Quando i black hat lanciano un attacco Distributed Denial of Service, ad esempio, utilizzeranno una botnet sotto il loro controllo. Molto spesso, gli utenti dei sistemi hackerati non sanno nemmeno di essere coinvolti o che le loro risorse di sistema vengono&hellip;" class="encyclopedia">botnet</a>. Qui l&rsquo;anomalia &egrave; evidente e si affronta con criteri di rete: il pacchetto va scartato prima di arrivare al server.</p>
<p>La seconda famiglia agisce al livello applicativo e non ha nulla di anomalo da esibire. Sono richieste HTTP formalmente corrette, con handshake TLS completato, header plausibili e spesso indirizzi residenziali presi in prestito da una <a href="https://hackerjournal.it/encyclopedia/botnet/" target="_self" title="Una botnet &egrave; una rete di droni zombie sotto il controllo di un hacker. Quando i black hat lanciano un attacco Distributed Denial of Service, ad esempio, utilizzeranno una botnet sotto il loro controllo. Molto spesso, gli utenti dei sistemi hackerati non sanno nemmeno di essere coinvolti o che le loro risorse di sistema vengono&hellip;" class="encyclopedia">botnet</a> domestica. Il volume pu&ograve; fermarsi a poche migliaia di richieste al secondo, un&rsquo;inezia in termini di banda, purch&eacute; siano indirizzate agli endpoint giusti: la ricerca interna, il carrello, xmlrpc.php, una query string sempre diversa che rende inservibile qualunque cache. <strong>Una richiesta da quattrocento byte pu&ograve; costare al bersaglio una query non indicizzata su una tabella da due milioni di righe.</strong></p>
<p>Valutare un <a href="https://www.vhosting.com/cloud-hosting/" target="_blank" rel="noopener">cloud hosting</a> sullo spazio disco e sulla versione di PHP &egrave; la parte facile, e le due righe che contano stanno altrove (a quale livello della rete opera il filtro e come viene contabilizzato il traffico in eccedenza). Vhosting, per restare agli operatori italiani, ha costruito la propria infrastruttura su datacenter ridondati in Italia con mitigazione gestita a monte del nodo; altri demandano il compito a un servizio di terze parti da attivare a parte. Sono due modelli diversi e la differenza si apprezza un giorno solo.</p>
<h2>Il conto al posto del downtime</h2>
<p>L&rsquo;elasticit&agrave; funziona, nel senso che fa quello che promette: aggiunge worker, istanze, container. Il punto &egrave; che non elimina l&rsquo;attacco, ne cambia la valuta. Un flood applicativo contro un&rsquo;architettura che scala non produce pi&ugrave; un errore 503, produce una fattura. Il fenomeno ha un nome proprio, EDoS, <em>Economic Denial of Sustainability</em>, e per chi attacca ha il vantaggio di non essere immediatamente visibile: il sito risponde, i grafici del monitoraggio restano verdi, il danno emerge a fine mese.</p>
<p>L&rsquo;elasticit&agrave;, per giunta, ha un fondo. Si scalano i frontend con relativa facilit&agrave;, non altrettanto il livello dati: il pool di connessioni resta un numero finito e, quando i worker appena aggiunti si accodano tutti sullo stesso database, il collo di bottiglia si sposta senza allargarsi. <strong>Scalare sotto attacco significa quasi sempre pagare di pi&ugrave; per cedere un po&rsquo; pi&ugrave; tardi.</strong></p>
<h2>Dove si ferma davvero</h2>
<p>Il traffico ostile va scartato dove eliminarlo costa poco, cio&egrave; il pi&ugrave; a monte possibile. Una rete anycast disperde il volume su decine di punti di presenza invece di convogliarlo su un singolo collegamento; i centri di scrubbing separano il traffico legittimo da quello di attacco prima che raggiunga l&rsquo;origine; sul fronte applicativo servono limiti di frequenza per indirizzo e per sistema autonomo, e sfide computazionali che rendono l&rsquo;attacco costoso anche per chi lo conduce.</p>
<p>Vale la pena conoscere anche la procedura che scatta quando questa catena non c&rsquo;&egrave;. Di fronte a un volumetrico che minaccia il collegamento condiviso, l&rsquo;operatore di rete a monte annuncia via BGP che il traffico diretto a quell&rsquo;indirizzo va scartato: &egrave; il blackholing, e funziona benissimo. <strong>Non protegge il cliente, protegge la rete dagli effetti collaterali del cliente</strong>, portando a termine l&rsquo;attacco con mezzi propri.</p>
<h2>Cosa resta al proprio livello</h2>
<p>Sul server ci sono comunque interventi sensati, a patto di sapere che filtrare a valle consuma comunque la banda in ingresso. I moduli di rate limiting di Nginx (limit_req, limit_conn) contengono i picchi per client; una cache di pagina intera che risponde senza toccare n&eacute; PHP n&eacute; database sposta il tetto di parecchio, perch&eacute; <strong>una pagina servita dalla cache costa tre ordini di grandezza meno di una generata a ogni richiesta</strong>; normalizzare o ignorare le query string sconosciute evita che la cache venga aggirata con un parametro casuale; disattivare endpoint legacy come xmlrpc.php toglie di mezzo un bersaglio classico.</p>
<h2>Da misurare prima, non durante</h2>
<p>Nota pratica: il lavoro utile si fa a freddo. Serve sapere quante richieste al secondo regge il sito con la cache attiva e quante senza, quali endpoint non sono cacheabili per costruzione, e a chi va inoltrata la richiesta di mitigazione &mdash; con i contatti del provider annotati da qualche parte che non sia il sito stesso, che durante un attacco &egrave; esattamente la cosa che non risponde.</p>The post <a href="https://hackerjournal.it/15539/perche-aggiungere-risorse-non-ferma-un-attacco-ddos/">Perché aggiungere risorse non ferma un attacco DDoS</a> first appeared on <a href="https://hackerjournal.it">Hackerjournal.it</a>.]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">15539</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Bluesky colpita da un attacco DDoS</title>
		<link>https://hackerjournal.it/15531/bluesky-colpita-da-un-attacco-ddos/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[hj_backdoor]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2026 05:51:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[attacchi DDoS]]></category>
		<category><![CDATA[Bluesky]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://hackerjournal.it/?p=15531</guid>

					<description><![CDATA[<p>Un attacco DDoS ha sommerso i server di Bluesky con traffico artificiale, causando disservizi per circa 24 ore.</p>
The post <a href="https://hackerjournal.it/15531/bluesky-colpita-da-un-attacco-ddos/">Bluesky colpita da un attacco DDoS</a> first appeared on <a href="https://hackerjournal.it">Hackerjournal.it</a>.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non sempre un social network va offline per un guasto tecnico. <strong>Nel caso di <a href="https://bsky.app/" target="_blank" rel="noopener">Bluesky</a>, i problemi di accesso registrati di recente sono stati causati da un attacco <a href="https://hackerjournal.it/encyclopedia/test/" target="_self" title="Si tratta di un attacco DoS la cui origine &egrave; distribuita su diverse sorgenti; si parla quindi di Distribuited Denial of Service (DDoS). In genere per scatenare attacchi di questo tipo vengono utilizzate botnet formate da migliaia di macchine Zombie." class="encyclopedia">DDoS</a>, sigla di <em>Distributed Denial of Service</em>: un&rsquo;azione che punta a rendere un servizio inutilizzabile sommergendolo di richieste fino a esaurirne le risorse</strong>.</p>
<p>Per capire il meccanismo, basta immaginare l&rsquo;ingresso di un grande negozio occupato all&rsquo;improvviso da migliaia di persone che non intendono acquistare nulla, ma solo impedire agli altri di entrare. Il negozio non viene necessariamente derubato: semplicemente non riesce pi&ugrave; a far passare i clienti veri. In rete avviene la stessa cosa, con programmi e dispositivi che inviano enormi quantit&agrave; di traffico verso un sito, un&rsquo;app o un&rsquo;API.</p>
<p><strong>Nel caso di Bluesky, la piattaforma ha parlato di traffico indesiderato diretto ai suoi server e di un disservizio durato approssimativamente un giorno. Gli utenti hanno segnalato feed che non si aggiornano, notifiche assenti, difficolt&agrave; a caricare discussioni e problemi nella ricerca.</strong> L&rsquo;azienda non ha diffuso dettagli sul volume del traffico, sulle fonti dell&rsquo;attacco o sulle difese adottate, limitandosi a comunicare un potenziamento delle misure di sicurezza e il monitoraggio della situazione.</p>
<p><strong>A rivendicare l&rsquo;azione sarebbe stato il gruppo &ldquo;The Islamic Cyber Resistance in Iraq-313 Team&rdquo;, descritto da ricercatori e media come legato all&rsquo;Iran.</strong> Bluesky non ha per&ograve; attribuito pubblicamente l&rsquo;attacco a un soggetto specifico. La cautela &egrave; importante: una rivendicazione su canali come Telegram pu&ograve; essere un indizio utile per gli analisti, ma non costituisce da sola una prova definitiva della responsabilit&agrave;.</p>
<p>L&rsquo;episodio non sarebbe isolato. Bluesky aveva gi&agrave; affrontato un altro attacco <a href="https://hackerjournal.it/encyclopedia/test/" target="_self" title="Si tratta di un attacco DoS la cui origine &egrave; distribuita su diverse sorgenti; si parla quindi di Distribuited Denial of Service (DDoS). In genere per scatenare attacchi di questo tipo vengono utilizzate botnet formate da migliaia di macchine Zombie." class="encyclopedia">DDoS</a> su larga scala nei mesi precedenti; la ripetizione degli incidenti evidenzia una realt&agrave; scomoda per tutte le piattaforme online: anche se i dati sono protetti, basta bloccare l&rsquo;accesso al servizio per causare disagi a utenti, aziende, creator e organizzazioni che lo usano per comunicare.</p>The post <a href="https://hackerjournal.it/15531/bluesky-colpita-da-un-attacco-ddos/">Bluesky colpita da un attacco DDoS</a> first appeared on <a href="https://hackerjournal.it">Hackerjournal.it</a>.]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">15531</post-id>	</item>
		<item>
		<title>YouTube riscrive il contatore</title>
		<link>https://hackerjournal.it/15526/youtube-riscrive-il-contatore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[hj_backdoor]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Aug 2026 05:20:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Analytics]]></category>
		<category><![CDATA[youtube]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://hackerjournal.it/?p=15526</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dal 24 agosto ogni avvio video conterà come visualizzazione pubblica: le metriche di reale coinvolgimento resteranno disponibili separatamente nelle Analytics.</p>
The post <a href="https://hackerjournal.it/15526/youtube-riscrive-il-contatore/">YouTube riscrive il contatore</a> first appeared on <a href="https://hackerjournal.it">Hackerjournal.it</a>.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Su YouTube, un video potr&agrave; presto accumulare visualizzazioni pi&ugrave; velocemente, ma quel numero dir&agrave; meno di prima su quante persone lo abbiano seguito davvero. <strong>Dal <a href="https://support.google.com/youtube/thread/433409976?hl=en" target="_blank" rel="noopener">24 agosto</a>, la piattaforma registrer&agrave; una visualizzazione pubblica non appena il filmato inizia a partire, senza richiedere una permanenza minima da parte dell&rsquo;utente</strong>. La regola sar&agrave; applicata a tutti i formati e uniformer&agrave; il sistema gi&agrave; adottato per gli Shorts.</p>
<p>A prima vista sembra un dettaglio tecnico, ma ha un impatto diretto su creator, aziende e utenti. Finora, per un video tradizionale, il pubblico tendeva ad associare una visualizzazione a un interesse almeno minimo. <strong>Con il nuovo metodo, il contatore sotto al player rappresenter&agrave; soprattutto il numero di avvi</strong>i: un passaggio rapido nel feed, una riproduzione automatica o un clic involontario potranno far crescere la cifra visibile.</p>
<h3>Cosa cambia?</h3>
<p><strong>YouTube non ha mai indicato ufficialmente una soglia precisa per il vecchio sistema, anche se nel settore si &egrave; diffusa nel tempo l&rsquo;idea che una visualizzazione valida richiedesse circa 30 secondi. Quello che cambia ora &egrave; il principio: il numero pubblico misurer&agrave; l&rsquo;esposizione iniziale, non necessariamente l&rsquo;attenzione</strong>. &Egrave; la differenza tra entrare in un negozio e fermarsi davvero a guardare i prodotti.<span data-pplx-citation="" data-pplx-citation-url="https://www.hwupgrade.it/news/web/youtube-dal-24-agosto-cambiano-le-regole-per-le-visualizzazioni-dei-video_157896.html"><span aria-label="YouTube: dal 24 agosto cambiano le regole per le ..." data-state="closed"> La piattaforma non eliminer&agrave; per&ograve; le metriche pi&ugrave; utili a capire il coinvolgimento. Nel pannello Analytics, accessibile ai creator, continueranno a essere disponibili le <strong>engaged views</strong>, cio&egrave; le visualizzazioni di chi ha scelto di continuare a guardare. Per chi lavora con i contenuti video, questo dato rimarr&agrave; pi&ugrave; vicino alla domanda che conta davvero: il pubblico ha trovato il video interessante abbastanza da restare?<br>
</span></span></p>
<h3>Modifiche anche lato sicurezza</h3>
<p>La modifica riguarda anche la sicurezza informatica, perch&eacute; cambiano i segnali che usiamo per valutare affidabilit&agrave; e diffusione di un contenuto. <strong>Un video con milioni di visualizzazioni potrebbe sembrare automaticamente autorevole, ma non &egrave; una prova della qualit&agrave; delle informazioni n&eacute; del numero di persone che ne hanno compreso il messaggio.</strong> Questo vale soprattutto per contenuti sensazionalistici, truffe, fake news e video manipolati che puntano a catturare l&rsquo;attenzione nei primi secondi.<span data-pplx-citation="" data-pplx-citation-url="https://www.hwupgrade.it/news/web/youtube-dal-24-agosto-cambiano-le-regole-per-le-visualizzazioni-dei-video_157896.html"><span aria-label="YouTube: dal 24 agosto cambiano le regole per le ..." data-state="closed"> Per le aziende, il rischio &egrave; confondere la popolarit&agrave; con l&rsquo;efficacia. Un contenuto pu&ograve; essere aperto molte volte ma abbandonato quasi subito; allo stesso modo, un video con meno aperture ma con un&rsquo;alta permanenza pu&ograve; avere un pubblico pi&ugrave; interessato e pi&ugrave; prezioso. Sponsor e inserzionisti dovranno quindi guardare oltre il contatore pubblico, valutando durata media di visione, interazioni e qualit&agrave; dell&rsquo;audience.<br>
</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>I guadagni restano invariati</h3>
<p><strong>YouTube specifica che la novit&agrave; non cambier&agrave; i guadagni n&eacute; i criteri del Partner Program: la monetizzazione resta collegata alle metriche di coinvolgimento e alle ore di visione qualificate, non al solo numero di avvii</strong>. &Egrave; una distinzione importante, perch&eacute; impedisce che una crescita puramente &ldquo;tecnica&rdquo; delle visualizzazioni si trasformi automaticamente in maggiori entrate.</p>
<p>Il messaggio per chi guarda &egrave; semplice: il numero sotto a un video sar&agrave; sempre meno un indicatore di fiducia. Prima di credere o condividere un contenuto, soprattutto se promette rivelazioni clamorose, &egrave; utile verificarne fonte, autore, data e conferme indipendenti. Le visualizzazioni possono indicare che qualcosa ha attirato l&rsquo;occhio; non dimostrano che sia vero, sicuro o affidabile.</p>The post <a href="https://hackerjournal.it/15526/youtube-riscrive-il-contatore/">YouTube riscrive il contatore</a> first appeared on <a href="https://hackerjournal.it">Hackerjournal.it</a>.]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">15526</post-id>	</item>
		<item>
		<title>La botnet che usa le connessioni domestiche</title>
		<link>https://hackerjournal.it/15523/la-botnet-che-usa-le-connessioni-domestiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[hj_backdoor]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Aug 2026 07:59:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[botnet]]></category>
		<category><![CDATA[Dysphoria]]></category>
		<category><![CDATA[Ethereum Name Service]]></category>
		<category><![CDATA[Solana Name Service]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://hackerjournal.it/?p=15523</guid>

					<description><![CDATA[<p>Router e telecamere infetti possono essere usati per attacchi DDoS o come proxy, facendo transitare traffico malevolo attraverso reti domestiche ignare.</p>
The post <a href="https://hackerjournal.it/15523/la-botnet-che-usa-le-connessioni-domestiche/">La botnet che usa le connessioni domestiche</a> first appeared on <a href="https://hackerjournal.it">Hackerjournal.it</a>.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando pensiamo a un attacco informatico immaginiamo il furto di una password, un computer bloccato dal <a href="https://hackerjournal.it/encyclopedia/ransomware/" target="_self" title="Un ransomware &egrave; un tipo di malware che limita l'accesso del dispositivo che infetta, richiedendo un riscatto da pagare per rimuovere la limitazione." class="encyclopedia">ransomware</a> o un conto svuotato. Esiste per&ograve; una minaccia pi&ugrave; silenziosa: il router di casa pu&ograve; essere compromesso senza smettere di funzionare e venire usato come passaggio per il traffico di un criminale. <strong>&Egrave; il rischio evidenziato dalla <a href="https://hackerjournal.it/encyclopedia/botnet/" target="_self" title="Una botnet &egrave; una rete di droni zombie sotto il controllo di un hacker. Quando i black hat lanciano un attacco Distributed Denial of Service, ad esempio, utilizzeranno una botnet sotto il loro controllo. Molto spesso, gli utenti dei sistemi hackerati non sanno nemmeno di essere coinvolti o che le loro risorse di sistema vengono&hellip;" class="encyclopedia">botnet</a> Dysphoria, una rete di dispositivi infetti (i <a href="https://www.shadowserver.org/what-we-do/network-reporting/dysphoria-botnet-special-report/" target="_blank" rel="noopener">ricercatori</a> ne hanno scoperto circa 296.000) che non punta soltanto a colpire siti Web con grandi quantit&agrave; di richieste, ma pu&ograve; trasformare router, gateway e telecamere IP in <a href="https://hackerjournal.it/encyclopedia/proxy/" target="_self" title="Dal punto di vista del pirata, si tratta di uno strumento per nascondere il proprio indirizzo IP, ovvero per rendere pi&ugrave; difficile la propria identificazione. Si trovano online siti che forniscono liste di proxy aggiornate anche in tempo reale." class="encyclopedia">proxy</a></strong>. Un <a href="https://hackerjournal.it/encyclopedia/proxy/" target="_self" title="Dal punto di vista del pirata, si tratta di uno strumento per nascondere il proprio indirizzo IP, ovvero per rendere pi&ugrave; difficile la propria identificazione. Si trovano online siti che forniscono liste di proxy aggiornate anche in tempo reale." class="encyclopedia">proxy</a> &egrave; un intermediario: invece di collegarsi direttamente a un sito o a un servizio, un utente passa attraverso un altro dispositivo. Se il router &egrave; sotto controllo, quell&rsquo;intermediario pu&ograve; essere proprio la connessione della vittima.</p>
<h3>Analisi dell&rsquo;attacco</h3>
<p>In concreto, un attaccante pu&ograve; far transitare parte delle proprie attivit&agrave; dalla rete domestica compromessa. All&rsquo;esterno, quindi, il traffico sembra arrivare dall&rsquo;indirizzo Internet di una famiglia o di un piccolo ufficio, non da quello reale dell&rsquo;autore. &Egrave; come se qualcuno usasse il vostro citofono e il vostro indirizzo per spedire messaggi di cui non sapete nulla.<strong> Questo modello &egrave; particolarmente interessante per i criminali perch&eacute; gli indirizzi Internet residenziali tendono a sembrare meno sospetti di quelli provenienti da data center o infrastrutture note per attivit&agrave; malevole</strong>. Non significa che il proprietario del router sia responsabile di ci&ograve; che transita dalla connessione, ma dimostra quanto un dispositivo dimenticato possa diventare una pedina utile in una catena di attacco.</p>
<h3>Come funziona la botnet</h3>
<p><strong>Dysphoria sfrutterebbe dispositivi basati su Linux, prendendo di mira soprattutto sistemi non aggiornati o protetti da credenziali deboli</strong>. Le vie d&rsquo;ingresso pi&ugrave; comuni restano quelle di sempre: servizi di gestione remota lasciati aperti, password predefinite e vulnerabilit&agrave; mai corrette. Il router, infatti, non &egrave; solo la scatola che porta il Wi&#8209;Fi in casa: &egrave; il primo punto di confine tra rete privata e Internet.<span data-pplx-citation="" data-pplx-citation-url="https://www.redhotcyber.com/post/296-000-router-sotto-controllo-degli-hacker-la-botnet-invisibile-che-trasforma-la-tua-casa-in-unarma-digitale/"><span aria-label="296.000 router sotto controllo degli hacker: la botnet invisibile che trasforma la tua casa in un'arma digitale" data-state="closed"><strong> La <a href="https://hackerjournal.it/encyclopedia/botnet/" target="_self" title="Una botnet &egrave; una rete di droni zombie sotto il controllo di un hacker. Quando i black hat lanciano un attacco Distributed Denial of Service, ad esempio, utilizzeranno una botnet sotto il loro controllo. Molto spesso, gli utenti dei sistemi hackerati non sanno nemmeno di essere coinvolti o che le loro risorse di sistema vengono&hellip;" class="encyclopedia">botnet</a> pu&ograve; sfruttare anche UPnP, una funzione che consente ai dispositivi della rete di aprire automaticamente porte sul router per facilitare videogiochi, videocamere e altre applicazioni</strong>. &Egrave; comoda, ma se viene manipolata da un <a href="https://hackerjournal.it/encyclopedia/malware/" target="_self" title="Malware&nbsp;o &ldquo;software malevolo&rdquo; &egrave; un termine generico che descrive un programma/codice dannoso che mette a rischio un sistema." class="encyclopedia">malware</a> pu&ograve; rendere pi&ugrave; semplice creare un accesso indesiderato dall&rsquo;esterno. In altre parole, una comodit&agrave; pensata per semplificare la vita digitale pu&ograve; trasformarsi in una porta secondaria non sorvegliata. <strong>C&rsquo;&egrave; poi un dettaglio tecnico che complica la risposta: l&rsquo;infrastruttura di comando della <a href="https://hackerjournal.it/encyclopedia/botnet/" target="_self" title="Una botnet &egrave; una rete di droni zombie sotto il controllo di un hacker. Quando i black hat lanciano un attacco Distributed Denial of Service, ad esempio, utilizzeranno una botnet sotto il loro controllo. Molto spesso, gli utenti dei sistemi hackerati non sanno nemmeno di essere coinvolti o che le loro risorse di sistema vengono&hellip;" class="encyclopedia">botnet</a> userebbe registri associati a blockchain, come Ethereum Name Service e Solana Name Service</strong>. Questi sistemi possono rendere meno immediata la rimozione dei riferimenti ai server usati dai criminali, perch&eacute; non seguono il tradizionale modello dei domini gestiti da un unico fornitore.</span></span></p>
<p></p>
<h3>Come difendersi</h3>
<p>Per gli utenti, la difesa parte da poche regole concrete. Il firmware del router va aggiornato quando il produttore pubblica correzioni; le credenziali predefinite devono essere sostituite con password lunghe e uniche; l&rsquo;accesso remoto e Telnet vanno disattivati se non strettamente necessari. &Egrave; utile controllare periodicamente anche le porte aperte e le regole di inoltro, oltre a valutare se UPnP serva davvero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>*Illustrazione progettata da <a href="https://www.magnific.com/it/foto-gratuito/uomo-che-collega-un-cavo-ethernet-a-un-router-wireless_18641802.htm#fromView=search&amp;page=1&amp;position=0&amp;uuid=ace5a5f1-ef73-4d6f-bbc7-690df446ff7b&amp;track=ais_hybrid&amp;query=router+hackerato" target="_blank" rel="noopener">Freepick</a></em></p>The post <a href="https://hackerjournal.it/15523/la-botnet-che-usa-le-connessioni-domestiche/">La botnet che usa le connessioni domestiche</a> first appeared on <a href="https://hackerjournal.it">Hackerjournal.it</a>.]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">15523</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>
