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        <title>CardioLink Scientifc News</title>
        <description><![CDATA[Today News - ECG ON LINE - BBMax - OPEN LAB. Notizie sempre fresche. Ogni giorno.]]></description>
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        <lastBuildDate>Fri, 13 Mar 2026 01:53:18 GMT</lastBuildDate>
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            <title>Ecocardiografia e biomarcatori infiammatori migliorano la previsione del rischio cardiovascolare nel diabete di tipo 1</title>
            <link>http://www.cardiolink.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=20718&amp;catid=907:complete</link>
            <description><![CDATA[<b>Fonte: Bahrami HSZ et al. Cardiovasc Diabetol. 2026;25:35.doi.org/10.1186/s12933-025-03071-2.</b> <p>Nei pazienti con diabete di tipo 1 (DT1), i modelli di rischio cardiovascolare attualmente utilizzati non includono parametri di funzione cardiaca o infiammazione, potenzialmente limitando l’identificazione precoce dei soggetti ad alto rischio. Uno studio prospettico ha quindi valutato se la combinazione di parametri ecocardiografici e biomarcatori infiammatori migliorasse la predizione di mortalità e di eventi cardiovascolari maggiori (major adverse cardiovascular events: MACE). L’analisi ha coinvolto 876 persone con DT1 senza malattia cardiovascolare nota (51% uomini, età mediana 50 anni). Durante un follow-up mediano di 14.5 anni sono stati registrati 114 decessi. La presenza di disfunzione ventricolare sinistra subclinica, definita da un aumento del rapporto tra velocità di riempimento mitralico precoce e velocità diastolica precoce dell’anello mitralico (E/e′), associata a livelli elevati di interleuchina 6 (interleukin 6: IL6) o del recettore solubile dell’urochinasi attivatore del plasminogeno (soluble urokinase plasminogen activator receptor: suPAR), è risultata indipendentemente associata alla mortalità. Rispetto ai soggetti con E/e′ &lt;8 e IL6 non elevata, il rischio di morte è risultato più che raddoppiato nei partecipanti con E/e′ tra 8 e 13 e IL6 elevata (hazard ratio, HR 2.5; intervallo di confidenza, CI 95% 1.4-4.6) e ulteriormente aumentato con E/e′
<p><a href="http://www.cardiolink.it/index.php?option=com_content&view=article&id=20718&catid=907:complete">Leggi tutto...</a></p>]]></description>
            <pubDate>Thu, 12 Mar 2026 08:36:00 GMT</pubDate>
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            <title>Apnee notturne e funzione cardiaca nei pazienti con scompenso cardiaco: il tramonto delle terapie basate sulla ventilazione non invasiva?</title>
            <link>http://www.cardiolink.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=20719&amp;catid=907:complete</link>
            <description><![CDATA[<b>Fonte: Yatsu S, et al. DOI: 10.1016/j.jchf.2025.02.016.</b> <p>Nel trial ADVENT-HF è stata valutata l’associazione tra disturbi respiratori del sonno (SDB) e rimodellamento ventricolare sinistro in pazienti con scompenso a frazione di eiezione ridotta (FEVS ≤45%), nonché l’efficacia della ventilazione servo-adattiva (ASV) con un trigger di flusso (ASV-PF). I partecipanti sono stati classificati come senza SDB (indice apnea-ipopnea &lt;15/h), con apnee ostruttive (OSA) o centrali (CSA). I pazienti con SDB sono stati randomizzati a ASV-PF o al gruppo di controllo, con rivalutazione ecocardiografica a 6 mesi. I soggetti con OSA (n = 543) mostravano struttura e funzione ventricolare sinistra sovrapponibili ai pazienti senza SDB (n = 56). Al contrario, i pazienti con CSA (n = 201) presentavano una maggiore massa ventricolare indicizzata, volumi più elevati e FEVS ridotta (p &lt; 0,05). Sebbene l’ASV-PF abbia ridotto efficacemente gli eventi respiratori, non si sono osservate modifiche significative della struttura o funzione ventricolare sinistra a 6 mesi, indipendentemente dall’aderenza. Nei pazienti con scompenso cardiaco, la presenza di CSA si associa a rimodellamento e disfunzione ventricolare sinistra più marcati. Tuttavia, la soppressione delle apnee non determina miglioramento strutturale a medio termine.</p><div class="leggi-anche">leggi anche</div>{loadposition altre-news-dopo-testo}]]></description>
            <pubDate>Thu, 12 Mar 2026 08:36:00 GMT</pubDate>
            <guid isPermaLink="false">http://www.cardiolink.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=20719&amp;catid=907:complete</guid>
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            <title>Vericiguat nello scompenso: avvio diretto a 5 mg per “accorciare” la titolazione, senza segnali di scarsa tollerabilità</title>
            <link>http://www.cardiolink.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=20716&amp;catid=907:complete</link>
            <description><![CDATA[<b>Fonte: Greene SJ et al. Eur J Heart Fail. 2025;27(12):2837-2840. doi:10.1002/ejhf.3699.</b> <p>Nello studio <b>VELOCITY</b> (studio prospettico, open-label, 2 settimane; 106 pazienti con scompenso cronico e FE &lt;45%, PAS ≥100 mmHg), l’avvio di vericiguat a 5 mg/die ha raggiunto l’endpoint di tollerabilità nel 93,4% dei pazienti (completamento delle 2 settimane con ≤1 giorno di interruzione e senza ipotensione sintomatica moderata-severa). Gli eventi avversi sono risultati poco frequenti; la riduzione pressoria media è stata contenuta (3 mmHg) e le sospensioni per ipotensione sintomatica rare (&lt;2%).&nbsp;In sintesi, nei pazienti selezionati e stabili, un percorso di titolazione “semplificato” potrebbe favorire il raggiungimento più rapido della dose target (10 mg) e ridurre l’inerzia terapeutica; resta prudente mantenere un approccio più graduale nei profili fragili o con PAS borderline.</p><div class="leggi-anche">leggi anche</div>{loadposition altre-news-dopo-testo}]]></description>
            <pubDate>Thu, 12 Mar 2026 08:35:00 GMT</pubDate>
            <guid isPermaLink="false">http://www.cardiolink.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=20716&amp;catid=907:complete</guid>
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            <title>Agonisti del recettore del GLP-1: perdita di peso simile tra i pazienti, ma maggiore nelle donne</title>
            <link>http://www.cardiolink.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=20717&amp;catid=907:complete</link>
            <description><![CDATA[<b>Fonte: Alexander GC et al. JAMA Intern Med. 2026. doi:10.1001/jamainternmed.2025.8222.</b> <p>Gli agonisti del recettore del GLP-1 sono farmaci sempre più utilizzati per il trattamento dell’obesità e del diabete di tipo 2 (DT2), ma non è ancora chiaro se la loro efficacia nel ridurre il peso corporeo vari tra diverse categorie di pazienti. Una revisione sistematica e meta-analisi ha analizzato 48 studi clinici randomizzati, valutando l’eterogeneità degli effetti dei GLP-1 RA, tra cui semaglutide, liraglutide, exenatide, lixisenatide e dulaglutide. Le analisi dei sottogruppi hanno esaminato variabili cliniche rilevanti come età, sesso, indice di massa corporea (body mass index, BMI), emoglobina glicata (glycated hemoglobin, HbA1c) ed etnia. Nei 6 studi che hanno analizzato le differenze tra i sessi, per un totale di 19.906 partecipanti, la riduzione del peso è risultata maggiore nelle donne rispetto agli uomini: -10.9% (intervallo di confidenza [CI] al 95%, 7.0-14.8) contro -6.8% (95% CI, 4.6-9.0). Al contrario, non sono state osservate differenze significative nell’efficacia dei GLP-1 RA in base all’età (7 studi, 4.314 pazienti), all’etnia (7 studi, 8.328 pazienti), al BMI basale (15 studi, 9.473 pazienti) o ai livelli iniziali di HbA1c (4 studi, 1.886 pazienti). Questi risultati hanno suggerito che, ad eccezione della differenza osservata tra uomini
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            <pubDate>Thu, 12 Mar 2026 08:35:00 GMT</pubDate>
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            <title>Acidi grassi n-3 marini e placche carotidee nel diabete di tipo 2: benefici metabolici ma effetto limitato sull’aterosclerosi</title>
            <link>http://www.cardiolink.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=20715&amp;catid=919:archivio-today-news&amp;Itemid=17</link>
            <description><![CDATA[<b>Fonte: Zhuang P et al. Cardiovasc Diabetol. 2026. doi:10.1186/s12933-026-03082-7.</b> <p>Le strategie nutrizionali basate sugli acidi grassi marini omega-3 (marine n-3 fatty acids: n-3) sono state studiate come possibile approccio per modulare l’aterosclerosi nei pazienti con diabete mellito di tipo 2 (type 2 diabetes: DT2). Uno studio randomizzato e controllato ha valutato l’effetto della supplementazione di n-3 su 415 pazienti con DT2 seguiti per 14 mesi. I partecipanti hanno ricevuto olio di pesce ad alto dosaggio (3.0 g/die), basso dosaggio (1.5 g/die) oppure placebo (olio di oliva raffinato). Al termine dello studio, 383 partecipanti (92.3%) hanno completato l’intervento e 359 (86.5%) hanno effettuato l’ecografia carotidea per la valutazione delle placche. La supplementazione con n-3 non ha ridotto in modo significativo la prevalenza di placche carotidee rispetto al placebo (P trend 0.111). Gli odds ratio (OR) di rischio di placca carotidea sono risultati pari a 1.11 (95% intervallo di confidenza [CI], 0.56-2.22) nel gruppo a basso dosaggio e 0.54 (95% CI, 0.26-1.13) nel gruppo ad alto dosaggio. Analogamente, non sono state osservate differenze significative nell’incidenza di nuove placche (P trend 0.304) né nella regressione delle placche esistenti (P trend 0.390). Tuttavia, il trattamento ad alto dosaggio ha migliorato diversi
<p><a href="http://www.cardiolink.it/index.php?option=com_content&view=article&id=20715&catid=919:archivio-today-news&Itemid=17">Leggi tutto...</a></p>]]></description>
            <pubDate>Wed, 11 Mar 2026 08:32:00 GMT</pubDate>
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            <title>Allenarsi nel weekend riduce la mortalità nei pazienti con malattie cardiovascolari</title>
            <link>http://www.cardiolink.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=20712&amp;catid=919:archivio-today-news&amp;Itemid=17</link>
            <description><![CDATA[<b>Fonte: Wang L et al. Eur J Prev Cardiol. 2026. doi:10.1093/eurjpc/zwag131.</b> <p>L’attività fisica rappresenta uno dei pilastri della prevenzione cardiovascolare, ma non è chiaro se concentrare l’esercizio in pochi giorni della settimana possa offrire benefici simili a una distribuzione più regolare nei pazienti con malattie cardiovascolari. Uno studio condotto su 8.128 partecipanti della coorte UK Biobank con malattie cardiovascolari (CVD, cardiovascular disease) ha valutato l’associazione tra diversi modelli di attività fisica e mortalità. I partecipanti sono stati classificati in tre gruppi in base al volume settimanale di attività fisica moderata-vigorosa (MVPA, moderate to vigorous physical activity): “weekend warrior” con almeno 150 minuti a settimana concentrati in 1 o 2 giorni, regolarmente attivi con almeno 150 minuti distribuiti in più di 2 giorni, e inattivi con meno di 150 minuti settimanali. Nel campione analizzato, 3.004 soggetti (44.09%) sono stati classificati come weekend warrior, 1.540 (18.95%) come regolarmente attivi e 3.584 (36.96%) come inattivi. Durante un follow-up mediano di 7.85 anni si sono verificati 881 decessi. Rispetto agli inattivi, sia il modello weekend warrior sia quello regolarmente attivo sono stati associati a una riduzione significativa della mortalità per tutte le cause. In particolare, il rischio di morte è risultato inferiore del 39%
<p><a href="http://www.cardiolink.it/index.php?option=com_content&view=article&id=20712&catid=919:archivio-today-news&Itemid=17">Leggi tutto...</a></p>]]></description>
            <pubDate>Wed, 11 Mar 2026 08:31:00 GMT</pubDate>
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            <title>Un semplice test di movimento per prevedere la mortalità: alzarsi da terra può dire molto sulla salute cardiovascolare</title>
            <link>http://www.cardiolink.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=20713&amp;catid=919:archivio-today-news&amp;Itemid=17</link>
            <description><![CDATA[<b>Fonte: Araújo CGS et al. Eur J Prev Cardiol. 2025. doi:10.1093/eurjpc/zwaf325.</b> <p>La capacità di sedersi e rialzarsi dal pavimento potrebbe rappresentare un indicatore semplice ma potente dello stato di salute generale e del rischio di mortalità. In uno studio prospettico condotto su 4.282 adulti di età compresa tra 46 e 75 anni (68% uomini), i partecipanti hanno eseguito il sitting rising test (test del sedersi e rialzarsi: SRT), una valutazione funzionale che misura forza muscolare, equilibrio, flessibilità e composizione corporea. Il punteggio variava da 0 a 10, sottraendo 1 punto per ogni supporto utilizzato (mano o ginocchio) e 0.5 punti per eventuali instabilità durante il movimento. Durante un follow up mediano di 12.3 anni (intervallo interquartile 7.6-18.0), sono stati registrati 665 decessi, pari al 15.5% della coorte. È emersa una chiara relazione tra punteggi più bassi al SRT e maggiore mortalità. Le percentuali di morte sono risultate pari al 3.7%, 7.0%, 11.1%, 20.4% e 42.1% rispettivamente dai gruppi con i punteggi più elevati a quelli più bassi. Confrontando i partecipanti con il punteggio più alto rispetto a quelli con il più basso, il rischio di mortalità per cause naturali è risultato quasi quattro volte superiore (hazard ratio, HR 3.84; intervallo
<p><a href="http://www.cardiolink.it/index.php?option=com_content&view=article&id=20713&catid=919:archivio-today-news&Itemid=17">Leggi tutto...</a></p>]]></description>
            <pubDate>Wed, 11 Mar 2026 08:31:00 GMT</pubDate>
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            <title>Allenamento isometrico: un nuovo approccio per migliorare funzione cardiaca e qualità di vita nello scompenso cardiaco a frazione di eiezione preservata</title>
            <link>http://www.cardiolink.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=20714&amp;catid=919:archivio-today-news&amp;Itemid=17</link>
            <description><![CDATA[<b>Fonte: Edwards JJ et al. Eur J Prev Cardiol. 2026;33:229-237. doi:10.1093/eurjpc/zwaf541.</b> <p>Lo scompenso cardiaco con frazione di eiezione preservata (heart failure with preserved ejection fraction: HFpEF) rappresenta una condizione clinica complessa associata a elevata mortalità e ridotta qualità di vita, per la quale le opzioni terapeutiche rimangono limitate. In questo contesto, uno studio randomizzato controllato ha valutato la fattibilità e gli effetti cardiovascolari di un programma di allenamento isometrico (isometric exercise training: IET). Lo studio ha coinvolto 38 pazienti con HFpEF clinicamente stabilizzati, randomizzati a 4 settimane di IET (n=19) oppure a cure standard (n=19). Complessivamente 33 partecipanti, pari all’87% del campione, hanno completato il protocollo. Dopo l’intervento, l’IET ha determinato una riduzione significativa della pressione arteriosa sistolica a riposo (-8.52 ± 2.7 mmHg, P=0.003), della pressione arteriosa media (-4.94 ± 2.0 mmHg, P=0.018) e della pressione arteriosa diastolica (-4.62 ± 1.8 mmHg, P=0.016), accompagnata da una riduzione della resistenza vascolare periferica totale pari a 270.4 ± 75.4 dyne s cm-5 (P=0.001) rispetto alle cure standard. L’allenamento ha inoltre migliorato parametri avanzati di funzione cardiaca misurati con ecocardiografia, tra cui lo strain longitudinale globale (global longitudinal strain: GLS) con un incremento di 2.18 ± 0.7% (P=0.005) e lo strain di
<p><a href="http://www.cardiolink.it/index.php?option=com_content&view=article&id=20714&catid=919:archivio-today-news&Itemid=17">Leggi tutto...</a></p>]]></description>
            <pubDate>Wed, 11 Mar 2026 08:31:00 GMT</pubDate>
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            <title>Rigidità arteriosa e rischio di malattia renale cronica: evidenze da una grande coorte cinese</title>
            <link>http://www.cardiolink.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=20709&amp;catid=919:archivio-today-news&amp;Itemid=17</link>
            <description><![CDATA[<b>Fonte: Gao JL et al. Diabetologia. 2026;69:663-673, doi.org/10.1007/s00125-025-06609-x.</b> <p>La progressione della rigidità arteriosa ha mostrato una relazione stretta con il rischio di sviluppare malattia renale cronica (MRC), suggerendo un collegamento fisiopatologico tra salute vascolare e funzione renale. In uno studio di coorte condotto in Cina, 10.567 individui inizialmente privi di malattia cardiovascolare (MCV) e MRC sono stati seguiti per una media di 5.3 anni. La rigidità arteriosa è stata valutata tramite velocità dell’onda di polso brachiale-caviglia (brachial-ankle pulse wave velocity: baPWV), misurata ripetutamente nel tempo. Durante il follow-up, 1.108 partecipanti hanno sviluppato MRC, definita eGFR inferiore a 60 ml/min e/o presenza di albuminuria. I risultati hanno mostrato una relazione dose-risposta significativa tra progressione della rigidità arteriosa e rischio di MRC (p-trend &lt;0.001). Rispetto ai soggetti con il maggiore peggioramento della rigidità arteriosa (quintile 5), quelli con il maggiore miglioramento (quintile 1) hanno presentato un rischio di MRC inferiore del 45% (95% intervallo di confidenza [CI] 34-55). Inoltre, ogni incremento di una deviazione standard nella progressione della baPWV è risultato associato a un aumento del rischio di MRC del 19%. Anche l’andamento nel tempo della rigidità arteriosa ha mostrato un forte impatto sul rischio renale. I partecipanti che hanno mantenuto valori
<p><a href="http://www.cardiolink.it/index.php?option=com_content&view=article&id=20709&catid=919:archivio-today-news&Itemid=17">Leggi tutto...</a></p>]]></description>
            <pubDate>Tue, 10 Mar 2026 08:24:00 GMT</pubDate>
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            <title>Lipoproteina(a) e mortalità: il rischio emerge soprattutto nei soggetti cardiovascolari ad alto rischio</title>
            <link>http://www.cardiolink.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=20710&amp;catid=919:archivio-today-news&amp;Itemid=17</link>
            <description><![CDATA[<b>Fonte: Al-Jarshawi M et al. Eur J Prev Cardiol. 2026. doi:10.1093/eurjpc/zwag037.</b> <p>La lipoproteina(a) o Lp(a) è stata riconosciuta come fattore di rischio indipendente per diverse patologie cardiovascolari, ma il suo valore prognostico lungo il continuum del rischio cardiovascolare rimaneva poco chiaro. Un’analisi condotta su dati del National Health and Nutrition Examination Survey III (NHANES III) ha valutato l’associazione tra livelli di Lp(a) e mortalità per tutte le cause e mortalità cardiovascolare in una coorte rappresentativa della popolazione statunitense. Sono stati analizzati dati corrispondenti a circa 55.050.155 individui ponderati (4.707 partecipanti reali), con età media di 48 anni e una quota femminile del 51%. Il rischio cardiovascolare basale è stato classificato come basso, intermedio o alto secondo il punteggio PREVENT della American Heart Association (AHA). Durante un follow-up medio di 22.4 anni sono stati registrati circa 17.301.805 decessi per tutte le cause e 4.965.456 decessi cardiovascolari. Livelli elevati di Lp(a) superiori a 50 mg/dL sono stati osservati nel 15% della popolazione, con una prevalenza maggiore nei soggetti ad alto rischio cardiovascolare rispetto a quelli a basso rischio (15% vs 11%). Nei soggetti con rischio cardiovascolare elevato, valori di Lp(a) superiori a 75 mg/dL sono risultati associati a un aumento della mortalità
<p><a href="http://www.cardiolink.it/index.php?option=com_content&view=article&id=20710&catid=919:archivio-today-news&Itemid=17">Leggi tutto...</a></p>]]></description>
            <pubDate>Tue, 10 Mar 2026 08:24:00 GMT</pubDate>
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