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    <title>ECONOMIA ed AFFARI - La Gazzetta del Mezzogiorno</title>
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    <description>Sezione Economia ed Affari della Gazzetta con tutte le notizie economiche: finanza, lavoro, aggiornamenti in tempo reale. Le ultime news dalle città.</description>
    <language>it-it</language>
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      <title>La Gazzetta del Mezzogiorno</title>
      <link>http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it</link>
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    <item>
      <title>Inps, il presidente Fava incontra gli studenti a Bari: «Per la prima volta parliamo direttamente ai giovani»</title>
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      <description>«Questa regione ha energie straordinarie, talenti e capacità che rischiano di disperdersi. I neet non sono soltanto una questione occupazionale. È un indicatore di sfiducia sociale»</description>
      <author>Marisa Ingrosso</author>
      <category>Aula «Attilio Alto» del Politecnico di Bari,Gabriele Fava,inps</category>
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      <pubDate>Tue, 12 May 2026 10:41:28 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>Questa mattina, sulla soglia della maggiore et&agrave;, l&igrave; dove si forma il &laquo;da grande far&ograve;...&raquo;, gli studenti di sei istituti superiori pugliesi, uno per provincia, prenderanno posto nell&rsquo;Aula &laquo;Attilio Alto&raquo; del Politecnico di Bari, e illumineranno la giornata con le loro idee e i loro progetti dedicati al mondo della formazione e della sicurezza, nell&rsquo;ambito dell&rsquo;iniziativa dell&rsquo;Inps intitolata &laquo;Art. 38: sulla via del welfare - Percorso Formazione Scuola e Lavoro&raquo;. A parlare con questi ragazzi, ad ascoltarli e ad applaudirli e premiarli ci sar&agrave; niente meno che il &laquo;numero uno&raquo; dell&rsquo;Inps, il presidente Gabriele Fava.</p> <p><strong>Presidente, &laquo;cosa&raquo; &egrave; questo progetto &laquo;Art. 38 sulla via del welfare&raquo;?</strong></p> <p>&laquo;&ldquo;Art. 38&rdquo; non &egrave; soltanto un progetto formativo. &Egrave; un cambio di approccio. Per la prima volta dopo la riforma Dini del 1995 il sistema previdenziale italiano sceglie di parlare direttamente ai giovani e di considerarli parte centrale del futuro del Paese. Il richiamo all&rsquo;articolo 38 della Costituzione non &egrave; casuale. Previdenza, tutela sociale e sicurezza sul lavoro non sono temi tecnici riservati agli specialisti, ma diritti costituzionali che riguardano la dignit&agrave; delle persone e la possibilit&agrave; di costruire il proprio futuro. Con Inail abbiamo scelto di entrare nelle scuole per creare consapevolezza. Spieghiamo ai ragazzi cosa significa lavorare in sicurezza, come si costruisce una posizione previdenziale e quale legame esiste tra formazione, lavoro e autonomia personale. Per troppo tempo il welfare &egrave; stato percepito come qualcosa di distante. Noi vogliamo restituirgli un volto umano e comprensibile alle nuove generazioni&raquo;.</p> <p><strong>Qual &egrave; il principale messaggio che Inps rivolge ai giovani? E, quindi, quale il messaggio per l&rsquo;altra met&agrave; del mondo del lavoro, ovvero le imprese?</strong></p> <p>&laquo;Il messaggio che vogliamo dare ai giovani &egrave; semplice, lo Stato deve tornare a essere percepito come un alleato credibile nella costruzione del futuro e non come una presenza distante. Per anni la previdenza &egrave; stata vista dai ragazzi come qualcosa di astratto, quasi irraggiungibile o addirittura incomprensibile. &Egrave; anche per questo che si &egrave; indebolito il rapporto di fiducia tra giovani e istituzioni. Oggi dobbiamo ricostruire quel legame attraverso trasparenza, educazione previdenziale e linguaggi nuovi. Ai giovani bisogna spiegare con chiarezza che il welfare si regge sulla qualit&agrave; del lavoro, sulla continuit&agrave; contributiva, sulla legalit&agrave; e sulla possibilit&agrave; di costruire percorsi professionali solidi&raquo;.</p> <p><strong>E alle imprese?</strong></p> <p>&laquo;Alle imprese diciamo, con altrettanta chiarezza, che investire sui giovani non &egrave; un costo, ma il principale investimento strategico possibile. Formazione, sicurezza e occupazione stabile significano produttivit&agrave;, innovazione e coesione sociale. Il welfare del futuro nascer&agrave; dalla capacit&agrave; di creare un&rsquo;alleanza reale tra scuola, imprese e istituzioni&raquo;.</p> <p><strong>Cosa pensa del fatto che la Puglia &egrave; costantemente ai primi posti per Neet, cio&egrave; per giovani che non hanno un lavoro, non lo cercano neppure e neanche si formano? E, soprattutto, come ritiene si possa intervenire?</strong></p> <p>&laquo;Il tema dei Neet non &egrave; soltanto una questione occupazionale. &Egrave; un indicatore di sfiducia sociale. Quando un giovane smette di studiare e di lavorare significa spesso che ha perso fiducia nella possibilit&agrave; di trovare il proprio spazio nella societ&agrave;. La Puglia ha energie straordinarie, talenti e capacit&agrave; che troppo spesso rischiano di disperdersi. Per questo serve una strategia che metta davvero in connessione scuola, lavoro e istituzioni. La scuola deve formare competenze adeguate alle trasformazioni del presente. Le imprese devono offrire opportunit&agrave; concrete e percorsi di crescita reali. Lo Stato deve accompagnare questo processo creando fiducia e prospettive&raquo;.</p> <p>&laquo;Quando i giovani vengono coinvolti davvero, la risposta arriva - continua il presidente Fava - Lo stiamo vedendo nei progetti che stiamo portando avanti nelle scuole. Un ragazzo che trova lavoro di qualit&agrave; non costruisce soltanto il proprio reddito. Costruisce autonomia, fiducia e stabilit&agrave; sociale. Ed &egrave; da qui che passa anche la sostenibilit&agrave; del nostro welfare&raquo;.</p> <p><strong>So che lei &egrave; appena tornato da Amsterdam che sta avendo una serie di bilaterali con i suoi omologhi dei Paesi aderenti all&rsquo;Unione europea. &Egrave; vero che sta proponendo una sorta di Inps della Ue?</strong></p> <p>&laquo;No, &egrave; inesatto. Anche perch&eacute; l&rsquo;Inps &egrave; un <i>unicum</i>, in quanto, come lei sa, non &egrave; solo l&rsquo;ente che paga le pensioni ma soprattutto l&rsquo;Istituto che supporta chi lavora. L&rsquo;Inps eroga le principali prestazioni di tutto il ciclo di vita lavorativa dei lavoratori (oltre 200 prestazioni) tra cui, ad esempio: congedi parentali, bonus maternit&agrave;, bonus nido, misure di sostegno alla famiglia, ai soggetti fragili, agli anziani. Inps conta oltre 52 milioni di utenti attraverso 470 prestazioni socio-assistenziali e previdenziali, grazie al lavoro quotidiano di 25mila dipendenti. L&rsquo;idea &egrave;, quindi, di creare un percorso comune degli enti di sicurezza sociale dei Paesi dell&rsquo;Unione. Consideri che, a Berlino, a febbraio, ho lanciato l&rsquo;idea di un Piano europeo per la previdenza, un modo per affrontare insieme le sfide comuni. E ho proposto una sorta di G7 del welfare e della previdenza da tenersi in Italia nel 2027&raquo;.</p> ]]></content:encoded>
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    <item>
      <title>«Ulivi, cultura e investimenti: così Mapei sposa la Puglia». Ecco il giardino con 1500 alberi resistenti alla Xylella</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1982194/ulivi-cultura-e-investimenti-cosi-mapei-sposa-la-puglia-ecco-il-giardino-con-1500-alberi-resistenti-alla-xylella.html</link>
      <description>Il progetto di rigenerazione agricola realizzato in collaborazione con l’associazione no-profit salentina OlivaMi: ne parliamo con Veronica Squinzi, ad di Mapei</description>
      <author>leonardo petrocelli</author>
      <category>Uliveto Mapei,OlivaMi,Veronica Squinzi</category>
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      <pubDate>Sun, 10 May 2026 12:21:35 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>L&rsquo;ultimo atto &egrave; stato celebrato ieri con l&rsquo;inaugurazione dell&rsquo;Uliveto Mapei, un progetto di rigenerazione agricola realizzato in collaborazione con l&rsquo;associazione no-profit salentina OlivaMi. Con la donazione di 1500 ulivi resistenti alla Xylella, il Gruppo Mapei, tra i maggiori produttori mondiali di prodotti chimici per l&rsquo;edilizia, ha scelto di lanciare un messaggio in tre direzioni: &laquo;Tutela del paesaggio, attenzione all&rsquo;ambiente e sostegno concreto all&rsquo;economia locale&raquo;, come sottolinea Veronica Squinzi, amministratore delegato dell&rsquo;azienda, presente alla cerimonia.</p> <p>&Egrave; per&ograve; una storia che viene da lontano quella che lega alla Puglia il gigante con 98 consociate distribuite in 59 Paesi, 106 stabilimenti produttivi operanti in 42 nazioni e oltre 13.200 dipendenti occupati. Molti sono stati gli investimenti di Mapei in Puglia, a cominciare dalla partecipazione al restauro del Teatro Petruzzelli di Bari, attraverso una sponsorizzazione tecnica, fino all&rsquo;apertura dello stabilimento di Modugno, obiettivo avviato nel 2023: &egrave; il quarto in Italia e il primo nel Sud. Un progetto ancora in evoluzione che dovrebbe salutare a fine anno l&rsquo;avvio del pieno regime dopo gli ultimi investimenti.</p> <p><strong>Veronica Squinzi, perch&eacute; la creazione dell&rsquo;Uliveto Mapei?</strong></p> <p>&laquo;&Egrave; un progetto che parla di territorio, responsabilit&agrave; e futuro. Ma soprattutto rappresenta al meglio il nostro modo di intendere la sostenibilit&agrave;, un pilastro valoriale che ci ha permesso di crescere in modo consapevole in 90 anni di storia. L&rsquo;azienda &egrave; stata fondata nel 1937 da mio nonno e da allora non &egrave; mai venuta meno alla sua missione&raquo;.</p> <p><strong>Eppure, sembra un impegno distante dal vostro &laquo;core business&raquo; cio&egrave; i prodotti chimici per l&rsquo;edilizia...</strong></p> <p>&laquo;E invece il legame &egrave; profondo. In questo modo non solo contribuiamo in modo concreto al recupero dei terreni colpiti da un&rsquo;epidemia devastante sotto ogni profilo, ma compensiamo, ad esempio, le emissioni di gas serra dello stabilimento di Modugno per l&rsquo;anno 2025&raquo;.</p> <p><strong>Ecco, lo stabilimento di Modugno. Perch&eacute; nel 2023 avete deciso di investire nel Barese?</strong></p> <p>&laquo;La Puglia e il Mezzogiorno sono per noi riferimenti importanti. Con gli imprenditori locali c&rsquo;&egrave; piena condivisione di valori e strategie. Tutti puntiamo alla qualit&agrave; pi&ugrave; alta. Qui abbiamo una presenza consolidata e abbiamo deciso di rafforzarla per essere ancora pi&ugrave; locali e produrre i beni richiesti dal territorio. In questo modo si abbattono anche i costi di trasporto&raquo;.</p> <p><strong>Qual &egrave; la situazione al momento? Sono previsti nuovi investimenti?</strong></p> <p>&laquo;Siamo partiti nel 2023 acquistando un terreno di circa 60mila metri quadri a Modugno. Da allora ad oggi siamo andati avanti. Al momento &egrave; gi&agrave; attiva la produzione di additivi e pitture. Ma non ci fermiamo qui. Ci stiamo adoperando ancora per portare lo stabilimento a pieno regime entro fine anno con la produzione di adesivi e malte speciali per l&rsquo;edilizia. Parliamo di un investimento complessivo di 38 milioni di euro che porter&agrave; a lavorare tra i 70 e i 100 dipendenti&raquo;.</p> <p><strong>Oltre all&rsquo;impresa e all&rsquo;ambiente c&rsquo;&egrave; anche un terzo capitolo, cio&egrave; la cultura.</strong></p> <p>&laquo;Abbiamo una divisione, &ldquo;Mapei per la cultura&rdquo;, che si spende per la promozione e la tutela dei beni culturali in tutto il mondo. Abbiamo partecipato alla ricostruzione del Petruzzelli ma anche al restauro del Ponte Madonna della Stella di Gravina, oltre al recupero di altri edifici. Anche qui c&rsquo;entrano i valori: siamo a disposizione delle generazioni future per tutelare il passato e dare continuit&agrave; alla storia dei territori&raquo;</p> <p><strong>Allarghiamo lo sguardo: la crisi indotta dalla guerra nel Golfo Persico non sta rallentando le vostre operazioni?</strong></p> <p>&laquo;Indubbiamente gli effetti della crisi colpiscono anche noi. E tuttavia siamo abituati a ragionare nel medio e lungo periodo cercando di portare la produzione sui territori. Lo facciamo anche nel Golfo: negli Emirati Mapei ha realizzato il pi&ugrave; grande investimento italiano e stiamo costruendo stabilimenti anche in Arabia Saudita&raquo;.</p> <p><strong>Dunque &laquo;pagate&raquo; meno la crisi rispetto a chi esporta perch&eacute; siete gi&agrave; l&igrave;?</strong></p> <p>&laquo;La strategia &egrave; quella. Di certo scontiamo anche noi i rincari o le difficolt&agrave; che possono verificarsi, ad esempio, al porto di Dubai. E tuttavia noi produciamo per il territorio dove operiamo. &Egrave; questa la grande differenza con chi si limita ad esportare e ora si trova la strada sbarrata dal blocco di Hormuz. &Egrave; la stessa filosofia che ci ha portati nel Mezzogiorno e in Puglia, in questa terra meravigliosa dove mai ci siamo sentiti ospiti&raquo;</p> ]]></content:encoded>
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      <title>Intesa Sanpaolo: «Nel 2025 cresce l'export in Puglia, in calo Basilicata e Molise»</title>
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      <description>Le esportazioni pugliesi nel 2025 hanno registrato un aumento del 2,6% (3,3% la media nazionale) arrivando a sfiorare i 10 miliardi di euro</description>
      <author>redazione.internet@gazzettamezzogiorno.it</author>
      <category>Intesa Sanpaolo,Research department</category>
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      <pubDate>Thu, 07 May 2026 16:39:44 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<p>L&rsquo;esposizione commerciale verso i mercati coinvolti nel conflitto in Medioriente &egrave; mediamente bassa in Puglia, dove il peso dell&rsquo;export verso queste destinazioni &egrave; pari al 2%, un dato inferiore alla media italiana (3,4%). Ci sono per&ograve; settori pi&ugrave; esposti: meccanica (export al 5,5% del totale con 68 milioni di euro), elettronica (12,3% con 19 milioni), elettrotecnica (4,3% con 15 milioni) e prodotti e materiali da costruzione (6% con cinque milioni). I dati del Research department di Intesa Sanpaolo sono stati presentati oggi a Bari in occasione della 12/ma tappa di 'Imprese Vincent&igrave;. Anche per il Molise l&rsquo;esposizione risulta contenuta, con l&rsquo;1,5% del totale. La Basilicata risulta ancora meno esposta, con una quota sul totale dello 0,8%. </p> <p>Le esportazioni pugliesi nel 2025 hanno registrato un aumento del 2,6% (3,3% la media nazionale) arrivando a sfiorare i 10 miliardi di euro. A livello settoriale soffrono automotive (meno 13%) e filiera pelle (meno 9%). Crescono invece agroalimentare (+2,9%), meccanica (+13%), aerospazio (+50%) ed elettrotecnica (+35%). L&rsquo;export &egrave; cresciuto, in particolare, verso Stati Uniti (+6%), Regno Unito (+19%) e Danimarca (passata da 90 a 254 milioni di euro), ma aumenta anche verso Repubblica Ceca (+44 milioni), Bulgaria (+22 milioni), Arabia Saudita (+20 milioni) e Polonia (+20 milioni). </p> <p>Quanto alla Basilicata, l&rsquo;export nel 2025 si &egrave; assestato a 1,3 miliardi di euro, in calo del 17,8%. Soffre l&rsquo;automotive (meno 35,5%), mentre crescono agroalimentare (+6,5%), metallurgia (+44%) e chimica (+25%). I risultati migliori si registrano verso Belgio (+7%), Austria (+2,1%), Giappone (+13 milioni) ed Egitto (+29 milioni). Passando al Molise, nel 2025 l'export &egrave; calato del 3,9%, assestandosi su 1,2 miliardi di euro. Crescono automotive (+12%), agroalimentare (+6%), elettrotecnica (+58%) e mobili (+14%). Soffrono invece chimica (meno 17%), estrattivo (meno 83%) e farmaceutica (meno 85%). Aumentano le vendite negli Stati Uniti (+17,5%), Spagna (+9%), Danimarca (+24%), mentre sono in calo verso Germania (-8%) e Messico (-33%). (</p>]]></content:encoded>
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      <title>Taranto Eco Forum tra economia circolare blue economy, innovazione e bonifiche</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1981760/taranto-eco-forum-tra-economia-circolare-blue-economy-innovazione-e-bonifiche.html</link>
      <description>Il 21 e 22 maggio la città ospiterà la quarta edizione del TEF 2026, con un programma ampliato tra sostenibilità e transizione energetica</description>
      <author>FEDERICA POMPAMEA</author>
      <category>Taranto Eco Forum,Patrick Poggi</category>
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      <pubDate>Wed, 06 May 2026 09:51:37 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>&laquo;Visiteremo la societ&agrave; Unit&agrave; di Misura, l&rsquo;impianto a idrogeno di Comes e l&rsquo;Innovation Hub di Joule per osservare da vicino i risultati ottenuti lavorando in sinergia con il Taranto Eco Forum&raquo;. Cos&igrave; Patrick Poggi, presidente di Eurota Ets e fondatore del Tef, ha annunciato i nomi delle tre aziende che, a distanza di quattro anni, hanno realizzato alcuni dei progetti nati dal confronto tra imprese, cittadini, associazioni, centri di ricerca e istituzioni durante i dibattiti sulle strategie per avviare la transizione ecologica dei settori produttivi sul territorio ionico.</p> <p>Tante le novit&agrave; che compongono l&rsquo;edizione 2026 della manifestazione, in programma il 21 e 22 maggio all&rsquo;interno del Dipartimento Jonico in citt&agrave; vecchia, e un unico obiettivo: promuove l&rsquo;equilibrio del progresso a tutela del bene comune. &laquo;Dalle bonifiche - ha detto Poggi - alla valorizzazione dei rifiuti, passando per l&rsquo;intelligenza artificiale, la cyber security e la space economy. Tutte tavole rotonde tecniche che si alterneranno a 4 incontri curati da Arpa Puglia, Uniba, Comune di Taranto e associazioni locali&raquo;. Non solo dibattiti ma anche formazione con il Bioeconomy Day, evento dove verranno premiati gli studenti e le studentesse che otterranno le borse di studio per il progetto &ldquo;Tra Scienza e Ambiente: in viaggio verso la Sostenibilit&agrave;&rdquo;, promosso da Eurota Ets: &laquo;Un vero e proprio investimento -ha detto il presidente dell&rsquo;associazione - sul futuro delle nuove generazioni, considerando che il riconoscimento verr&agrave; assegnato ai giovani tra i 17 e 18 anni, per poterli accompagnare nel loro percorso universitario&raquo;.</p> <p>Al centro degli incontri anche i temi legati al monitoraggio ambientale, alla blue economy e alla mobilit&agrave; sostenibile: &laquo;il focus principale &ndash; ha sottolineato Vito Felice Uricchio, presidente del Comitato tecnico scientifico &ndash; &egrave; incentrato sulle varie declinazioni dell&rsquo;economia circolare che comprende anche la produzione di energie rinnovabili attraverso le risorse green. Una su tutte la biomassa, quindi materiali organici di origine vegetale o animale come legno, scarti agricoli o rifiuti. Un sistema che ci permetterebbe in futuro anche di produrre anidride carbonica da mineralizzare all&rsquo;interno di cementi e mattoni green per la costruzione di edifici e case, con delle ricadute positive anche sulla salute delle persone&raquo;.</p> <p>Insomma un luogo dove mettere in pratica azioni condivise che puntano a uno sviluppo sostenibile: una formula strategica condivisa anche da Silvia Paparella, general manager RemTech Expo, che ha definito il Tef un&rsquo;appendice del primo forum sull&rsquo;idrogeno ospitato a Taranto lo scorso febbraio incentrato sulla decarbonizzazione e gli investimenti futuri del settore produttivo. &laquo;Stiamo vivendo &ndash; ha spiegato Paparella &ndash; un momento di transizione davvero delicato verso la tutela dell&rsquo;ambiente e della salute, dove le aziende svolgono un ruolo importante sul piano occupazionale e all&rsquo;interno del mercato imprenditoriale italiano. La condivisione delle competenze e della visione ecologica del territorio ha prodotto risultati concreti. Taranto si sta preparando a diventare uno dei tre poli di eccellenza per la produzione dell&rsquo;idrogeno in Europa&raquo;.</p> <p></p> ]]></content:encoded>
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      <title>Saraceno: «Usare il Pnrr contro la crisi energetica? Così si fa un danno al Sud»</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1981642/saraceno-usare-il-pnrr-contro-la-crisi-energetica-cosi-si-fa-un-danno-al-sud.html</link>
      <description>L’economista Saraceno: «Sarebbe un errore prendere risorse destinate alla transizione nel Mezzogiorno e usarle per tamponare ovunque il prezzo del diesel»</description>
      <author>LEONARDO PETROCELLI</author>
      <category>Patto di Stabilità,pnrr,economista Francesco Saraceno</category>
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      <pubDate>Tue, 05 May 2026 10:07:01 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>La crisi energetica incombe e l&rsquo;Europa non sa cosa mettersi. C&rsquo;&egrave; chi propone deroghe al Patto di Stabilit&agrave;, chi invoca gli Eurobond, chi suggerisce di stornare gli ultimi spiccioli del Pnrr (a tutto danno del Sud), chi alza il muro e dice &laquo;no&raquo;. Una strategia di lungo periodo non ce l&rsquo;ha nessuno, una visione nemmeno. Le lancette, insomma, sembrano tornate indietro di un bel po&rsquo; di anni, ai tempi ottusi dell&rsquo;austerit&agrave; e degli appassionati dibattiti sullo zero virgola. Una regressione che inquieta l&rsquo;economista Francesco Saraceno, docente di Economia europea a Sciences Po Parigi e alla Luiss di Roma.</p> <p><strong>Professore, l&rsquo;Italia vorrebbe scorporare le spese dell&rsquo;energia dal costo del deficit. &Egrave; la via giusta?</strong></p> <p>&laquo;Lo &egrave; perch&eacute; in questo momento &egrave; importante che i vincoli di bilancio non impediscano di far fronte alle difficolt&agrave; della crisi. Almeno nel breve periodo mi sembra una cosa ragionevole. Pi&ugrave; avanti, naturalmente, bisognerebbe riflettere su cosa fare per evitare che i Paesi approfittino di questa cosa per fare altro&raquo;.</p> <p><strong>Sarebbe sufficiente?</strong></p> <p>&laquo;Nell&rsquo;immediato s&igrave;, poi sarebbe necessario immaginare un ragionamento di lungo periodo che potenzi l&rsquo;impiego delle rinnovabili e riduca la dipendenza da fonti fossili, sul modello spagnolo. Ma servono visione e investimenti. Mi pare che nessuno si stia ponendo il problema&raquo;.</p> <p><strong>L&rsquo;altra ipotesi &egrave; quella francese, cio&egrave; gli Eurobond. Valida anche questa?</strong></p> <p>&laquo;A mio parere &egrave; la via maestra. &Egrave; la proposta formulata nel 2022, dopo la crisi ucraina, da Paolo Gentiloni e Thierry Breton, all&rsquo;epoca Commissari. Era semplice: perch&eacute; non facciamo un debito comune con il quale poi giriamo i soldi ai Paesi per far fronte alle spese legate alla crisi energetica?&raquo;.</p> <p><strong>Quale sarebbe il vantaggio di questa formula?</strong></p> <p>&laquo;L&rsquo;Europa reagirebbe alla crisi in modo unitario. Si indebita tutta insieme, permettendo a ciascun Paese di intervenire, indipendentemente dalla situazione specifica. Chi &egrave; meno in difficolt&agrave; d&agrave; una mano a chi &egrave; pi&ugrave; in difficolt&agrave;. Un grande segnale politico. Per me &egrave; la via auspicabile&raquo;.</p> <p><strong>D&rsquo;accordo, per&ograve; l&rsquo;Europa sembra refrattaria a tutte le ipotesi, dallo scorporo italiano agli Eurobond francesi. &Egrave; tornato il &laquo;muro&raquo; dei falchi. Bruxelles sta facendo dei passi indietro?</strong></p> <p>&laquo;Direi proprio di s&igrave;. Grossi passi indietro. Nel 2020 l&rsquo;Ue sembrava aver fatto tesoro dell&rsquo;esperienza negativa della gestione del debito sovrano in cui ogni Paese &egrave; stato lasciato solo a fare piani di austerit&agrave;. Con il Covid l&rsquo;Unione pareva aver cambiato passo&raquo;.</p> <p><strong>E ora?</strong></p> <p>&laquo;Siamo ripiombati in una situazione in cui si va tutti in ordine sparso ed &egrave; difficile fare ogni cosa, allentare il Patto di stabilit&agrave; piuttosto che mettere in campo strategie comuni. Come sempre ci si trova nella condizione di reagire all&rsquo;emergenza senza essersi dati prima gli strumenti idonei ad affrontare eventuali crisi&raquo;.</p> <p><strong>Il ministro Giancarlo Giorgetti sostiene che l&rsquo;attuale Patto di Stabilit&agrave; sia migliore del precedente. E che quindi qualcosa &egrave; cambiato. Concorda?</strong></p> <p>&laquo;Non sono d&rsquo;accordo. Il miglioramento, se cos&igrave; possiamo chiamarlo, &egrave; davvero marginale. Non tocca la sostanza cio&egrave; non favorisce la possibilit&agrave; di affrontare la crisi in modo corretto o di equipaggiarsi di quegli strumenti che ci permetterebbero in futuro di prevenire il problema. Per esempio, come detto, con grandi investimenti sulle rinnovabili&raquo;.</p> <p><strong>C&rsquo;&egrave; chi suggerisce di dirottare ci&ograve; che resta del Pnrr e di altri fondi sul tamponamento della crisi energetica. Si pu&ograve; fare?</strong></p> <p>&laquo;Tecnicamente credo di s&igrave;, qualcosa di simile &egrave; stato gi&agrave; fatto in passato. Ma sarebbe l&rsquo;ennesimo tradimento. Il Pnrr nasce come piano per la crescita, per la transizione ecologica, per la coesione territoriale&raquo;.</p> <p><strong>Insomma, sarebbe un danno per il Mezzogiorno...</strong></p> <p>&laquo;Se io prendo delle risorse destinate a un parco rinnovabili al Sud, capace di dare lavoro e promuovere l&rsquo;energia pulita, e le uso per ridurre il costo del diesel in tutta Italia, a chi ho fatto un danno? Sarebbe un pessimo segnale&raquo;.</p> <p><strong>Infine, professore, l&rsquo;Italia vive con la spada di Damocle del deficit al 3%. Se anche nel 2026 Roma non riuscisse ad andar sotto quella soglia cosa potrebbe accadere?</strong></p> <p>&laquo;Risposta secca: nei fatti niente. Riesce a trovarmi un economista che sostiene che avere il deficit al 2,9% o al 3,1% faccia una differenza enorme? Come sempre siamo avvitati in un dibattito tutto concentrato su decimali invece di parlare di investimenti e politiche industriali. &Egrave; tutto assolutamente ridicolo&raquo;.</p> ]]></content:encoded>
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      <title>La Puglia nella morsa dei debiti: ecco la crisi silenziosa che travolge le famiglie. E a soffrire di più sono gli uomini 50enni</title>
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      <description>La Puglia rappresenta circa il 6% dei casi nazionali e registra un debito medio di 30mila euro per persona, superiore alla media italiana. Bari guida la classifica regionale con un debito medio di 32mila euro e il 29% dei casi</description>
      <author>Gianpaolo balsamo</author>
      <category>debiti,puglia,debito fiscale,«Legge3.com»</category>
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      <pubDate>Wed, 29 Apr 2026 09:28:00 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>&Egrave; una crisi silenziosa, ma sempre pi&ugrave; devastante. In Puglia il sovraindebitamento cresce lontano dai riflettori, trasformandosi in una vera emergenza sociale che coinvolge migliaia di famiglie, lavoratori e piccoli imprenditori. Non si tratta pi&ugrave; di casi isolati, ma di un fenomeno strutturale che sta erodendo la stabilit&agrave; economica di un&rsquo;intera regione.</p> <p>A fotografare la situazione &egrave; il dossier decennale 2016-2026 elaborato da &laquo;Legge3.com&raquo;, realt&agrave; specializzata nell&rsquo;assistenza ai debitori, che analizza centinaia di fascicoli reali incrociati con dati istituzionali. Il quadro &egrave; allarmante: la Puglia rappresenta circa il 6% dei casi nazionali e registra un debito medio di 30mila euro per persona, superiore alla media italiana. Ancora pi&ugrave; preoccupante &egrave; il dato relativo alle esposizioni pi&ugrave; elevate: il 23% dei soggetti supera i 40mila euro di debito, una soglia oltre la quale diventa quasi impossibile rientrare autonomamente.</p> <p>La diffusione del fenomeno &egrave; capillare. Bari guida la classifica regionale con un debito medio di 32mila euro e il 29% dei casi, seguita da Foggia (31mila euro) e Barletta-Andria-Trani (29mila euro). Taranto, Lecce e Brindisi si attestano intorno ai 28mila euro. Nessuna provincia &egrave; sotto la media nazionale: il sovraindebitamento &egrave; ovunque e non risparmia nessun territorio.</p> <p>A colpire &egrave; soprattutto il profilo dei debitori. Nel 75% dei casi si tratta di uomini intorno ai 50 anni, sposati e con un buon livello di istruzione: il 46% possiede un diploma liceale, il 28% un titolo tecnico o professionale. I laureati, paradossalmente, sono quelli con i debiti medi pi&ugrave; alti. Un dato che smonta definitivamente lo stereotipo della povert&agrave; estrema e racconta invece una fragilit&agrave; diffusa, che pu&ograve; colpire chiunque. Le cause sono ricorrenti: perdita del lavoro, problemi di salute, separazioni. Ma il vero detonatore &egrave; spesso l&rsquo;accumulo progressivo di prestiti e credito al consumo, che trasforma difficolt&agrave; temporanee in spirali incontrollabili.</p> <p>In Puglia, l&rsquo;89% dei casi presenta un &laquo;profilo misto totale&raquo;, con debiti contemporanei verso fisco, banche e finanziarie. Una pressione multipla che rende impossibile qualsiasi strategia di rientro. Il debito fiscale, presente in quasi 9 casi su 10, non &egrave; quasi mai la causa iniziale, ma la conseguenza del crollo del reddito. Quando una famiglia non riesce pi&ugrave; a pagare mutui e prestiti, smette inevitabilmente anche di versare imposte e contributi. Si innesca cos&igrave; un effetto domino: meno reddito, pi&ugrave; debiti, pi&ugrave; pressione. Fino al punto di non ritorno.</p> <p>E il quadro pugliese si inserisce in una crisi nazionale ancora pi&ugrave; ampia. Gi&agrave; prima della pandemia si stimavano in Italia circa 7 milioni di persone sovraindebitate, pari a 2,5 milioni di famiglie. Oggi la situazione &egrave; ulteriormente peggiorata: secondo i dati di Bankitalia e Istat, circa il 50% delle famiglie italiane &egrave; in difficolt&agrave; economica, mentre un&rsquo;azienda su tre rischia la chiusura, con ricadute dirette sull&rsquo;occupazione. In questo contesto, strumenti normativi esistono ma restano poco utilizzati.</p> <p>La Legge 3/2012, nata dopo la crisi del 2008 e oggi confluita nel Codice della Crisi d&rsquo;Impresa e dell&rsquo;Insolvenza, permette a famiglie, consumatori e piccoli imprenditori di accedere a procedure di esdebitazione sotto il controllo del tribunale. Si tratta di percorsi legali che consentono di ristrutturare o cancellare parte dei debiti in base alla reale capacit&agrave; di pagamento. Non &egrave; una scorciatoia, ma una seconda possibilit&agrave; concreta per chi &egrave; schiacciato da situazioni ormai irreversibili.</p> <p>Eppure, proprio in Puglia, l&rsquo;accesso a queste procedure resta limitato. Non per mancanza di requisiti economici, ma per un problema culturale: molti non sanno che esiste una via d&rsquo;uscita, altri arrivano troppo tardi, quando il debito ha gi&agrave; compromesso tutto. Un ruolo chiave in questo scenario lo svolge &laquo;Legge3.com&raquo;, che da anni affianca privati e imprese nella gestione delle crisi da sovraindebitamento, offrendo assistenza tecnica ma anche un supporto orientato alla prevenzione e alla consapevolezza finanziaria. Il tema sar&agrave; al centro della convention nazionale in programma il 6 giugno a Vicenza, dove verr&agrave; presentato il dossier decennale e si discuter&agrave; di una crisi che non pu&ograve; pi&ugrave; essere ignorata. L&rsquo;obiettivo &egrave; chiaro: riportare il sovraindebitamento al centro del dibattito pubblico e costruire strumenti pi&ugrave; efficaci per contrastarlo. Perch&eacute; ci&ograve; che emerge, soprattutto in Puglia, &egrave; una verit&agrave; scomoda: il debito non &egrave; pi&ugrave; un&rsquo;eccezione, ma una condizione sempre pi&ugrave; diffusa. Senza informazione, prevenzione e accesso agli strumenti previsti dalla legge, il rischio &egrave; che questa crisi silenziosa diventi una trappola permanente, capace di inghiottire intere fasce della popolazione. E a quel punto, non sar&agrave; pi&ugrave; solo un problema economico, ma una vera emergenza sociale.</p> ]]></content:encoded>
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      <title>Bpp approva il bilancio 2025 con un utile di 20,4 milioni</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1975110/bpp-approva-il-bilancio-2025-con-un-utile-di-20-4-milioni.html</link>
      <description>Quaranta giovani premiati con le borse di studio riservate ai soci e ai loro figli</description>
      <author>redazione.internet@gazzettamezzogiorno.it</author>
      <category>bpp,economia</category>
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      <pubDate>Sun, 26 Apr 2026 19:49:44 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>L&rsquo;assemblea ordinaria dei Soci della Banca Popolare Pugliese ha approvato il bilancio dell&rsquo;esercizio chiudendo il 2025 con un utile netto di 20,44 milioni (+7,22% rispetto all&rsquo;esercizio precedente). I soci hanno deliberato la distribuzione di un dividendo pari a 0,17 euro per azione, in linea con la proposta avanzata dal Cda nella seduta del 28 febbraio 2026.</p> <p>&laquo;I numeri di quest&rsquo;anno parlano chiaro: siamo una banca solida, radicata nel territorio, capace di generare valore per i propri soci e per le comunit&agrave; che serviamo - ha spiegato il direttore generale Mauro Buscicchio - Siamo soddisfatti di poter riconoscere ai soci un dividendo concreto, frutto di una gestione rigorosa e di una strategia orientata alla crescita sostenibile&raquo;.</p> <p>lavori si sono aperti con la consegna delle borse di studio ai vincitori della selezione riservata ai soci e ai figli di soci. Quaranta i premiati - diplomati e neolaureati - scelti sulla base del merito accademico conseguito in atenei e istituti superiori di tutta Italia. &laquo;Investire nelle giovani generazioni &egrave; per noi un atto di coerenza con la nostra identit&agrave; di banca del territorio - ha dichiarato Buscicchio - Questi ragazzi e queste ragazze rappresentano il capitale umano su cui si costruisce il futuro della nostra comunit&agrave;&raquo;</p> <p></p> <p></p> ]]></content:encoded>
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      <title>Ponte del Primo Maggio da record: 7,4 milioni di italiani in viaggio, boom di spesa e turismo</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/italia/1975107/ponte-del-primo-maggio-da-record-7-4-milioni-di-italiani-in-viaggio-boom-di-spesa-e-turismo.html</link>
      <description>Un giro d’affari di 3,8 miliardi. Il 92% preferisce l’Italia</description>
      <author>redazione.internet@gazzettamezzogiorno.it</author>
      <category>primo maggio,ponte</category>
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      <pubDate>Sun, 26 Apr 2026 19:37:11 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>Saranno 7,4 milioni gli italiani che si muoveranno per il ponte del primo maggio, per un totale di 22 milioni di pernottamenti e un giro d&rsquo;affari pari a 3,8 miliardi. La vacanza sar&agrave; pi&ugrave; breve rispetto all&rsquo;anno scorso, in media tre giorni, e il 92% sceglier&agrave; di rimanere in Italia, mentre solo un 8% opter&agrave; per l&rsquo;estero. Sono le stime dell&rsquo;indagine realizzata da Tecn&egrave; per Federalberghi. La spesa media pro-capite raggiunger&agrave; i 512 euro, con un esborso giornaliero di circa 170 euro a persona. Chi sceglier&agrave; di non partire, lo far&agrave; per motivi economici (il 53%), familiari (34.1%) e per il caro prezzi (20%).</p> <p>&laquo;Anche in una fase non semplice, il turismo italiano dimostra di tenere e di sapersi adattare - commenta il presidente di Federalberghi, Bernab&ograve; Bocca -. I dati del ponte del Primo maggio descrivono milioni di italiani in viaggio e un giro d&rsquo;affari importante. &Egrave; chiaro - aggiunge Bocca - che il calendario di quest&rsquo;anno offre meno possibilit&agrave; di allungare la vacanza rispetto al 2025 (quando il primo maggio cadeva di gioved&igrave;, ndr) e questo si &egrave; tradotto in soggiorni pi&ugrave; brevi. Ma non &egrave; venuta meno la voglia di partire: gli italiani hanno semplicemente scelto vacanze pi&ugrave; concentrate, puntando sulla qualit&agrave; del tempo e delle esperienze. Inoltre, la gran parte di essi rester&agrave; in Italia, scegliendo destinazioni di prossimit&agrave; e di facile raggiungibilit&agrave;&raquo;. Il turismo, ribadisce il presidente di Federalberghi, &laquo;si conferma un pilastro della nostra economia, cosa che merita di essere sottolineata proprio nella fase in cui famiglie e operatori devono fare i conti con costi elevati e con le preoccupazioni legate alla situazione geopolitica attuale&raquo;.</p> <p>Anche il ministro del Turismo, Gianmarco Mazzi, si professa &ldquo;ottimista&ldquo;: &laquo;Piangersi addosso non serve a niente, dobbiamo essere realisti e monitorare la situazione internazionale&raquo;, sottolinea, annunciando &laquo;un&rsquo;azione di comunicazione per far capire a viaggiatori sia italiani sia internazionali che se utilizzano il turismo organizzato non rischiano nemmeno di perdere soldi, per cui possono tranquillamente prenotare&raquo;.</p> <p>Il picco principale delle partenze - stando all&rsquo;indagine di Federalberghi - si registrer&agrave; nella giornata di gioved&igrave; 30 aprile, con 4,7 milioni di italiani in viaggio, mentre le giornate di mercoled&igrave; 29 aprile e venerd&igrave; 1&deg; maggio vedranno 1,2 milioni di partenze ciascuna.</p> <p>Per i vacanzieri che resteranno in Italia le mete preferite saranno il mare (39,7%), le localit&agrave; d&rsquo;arte (25,3%), la montagna (17,4%) e, a seguire, le localit&agrave; termali (11,1%) e i laghi (6,1%). Per coloro che andranno all&rsquo;estero, vincono le grandi capitali europee (87%), seguite a grande distanza da quelle extraeuropee (5,5%).</p> <p>L&rsquo;alloggio preferito sar&agrave; la casa di parenti e amici (30,8%); seguono l&rsquo;albergo, il residence e il villaggio turistico (24,9%), i bed &amp; breakfast (16,4%) e le case di propriet&agrave; (13,9%). La gran parte della spesa dei viaggiatori sar&agrave; destinata ai pasti (29,1%) e al viaggio (21,5%). L&rsquo;alloggio assorbe il 18,2% del budget, mentre allo shopping sar&agrave; destinato il 12,8%.</p> <p>Le motivazioni principali per la scelta della destinazione sono le bellezze naturali del luogo (55,6%) e la ricchezza del patrimonio artistico (34,2%). Altri motivi che orientano la vacanza sono la possibilit&agrave; di godere un p&ograve; di riposo (31,6%) e la facilit&agrave; di raggiungimento (28,7%). Durante questi giorni, le attivit&agrave; principali consisteranno in passeggiate (71,4%), escursioni e gite (39,1%), la scoperta dell&rsquo;enogastronomia locale (36,2%) e la visita a musei o mostre (21%). Tre vacanzieri su quattro utilizzeranno la propria auto, il 18,6% viagger&agrave; in aereo e il 3,9% in treno.&nbsp;</p> ]]></content:encoded>
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      <title>Il deficit sfonda il muro del 3%, Rossi: «Ma il vero problema è la crescita»</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1970934/il-deficit-sfonda-il-muro-del-3-rossi-ma-il-vero-problema-e-la-crescita.html</link>
      <description>L’economista: «Il nodo ora sono le spese per la difesa. L’importante è continuare con una politica di prudenza e disciplina sui conti»</description>
      <author>leonardo petrocelli</author>
      <category>Nicola Rossi,eurostat</category>
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      <pubDate>Thu, 23 Apr 2026 11:09:51 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p><strong>Professor Nicola Rossi, economista, ieri l&rsquo;Eurostat ha confermato le stime dell&rsquo;Istat sul deficit italiano (2025) al 3,1%. L&rsquo;Italia non esce dunque dalla procedura di infrazione. Cosa comporta questo tecnicamente?</strong></p> <p>&laquo;Tecnicamente, il rinvio al 2027 dell&rsquo;uscita dalla procedura di infrazione fa s&igrave; che l&rsquo;Italia continui ad essere sottoposta ad uno stretto monitoraggio da parte della Commissione Europea al fine di garantire che il deficit pubblico italiano ritorni quanto prima e stabilmente al di sotto della soglia del 3%&raquo;.</p> <p><strong>Qual &egrave; il danno maggiore?</strong></p> <p>&laquo;In pratica, l&rsquo;implicazione pi&ugrave; rilevante riguarda le spese per la difesa ed in particolare il piano di investimenti da 15 miliardi circa, gi&agrave; approvato in sede europea, che sarebbe stato finanziato da programma europeo di prestiti intitolato &ldquo;Security Action of Europe&rdquo; (Safe). Un programma che prevedeva l&rsquo;attivazione della cosiddetta clausola di salvaguardia e che era condizionato all&rsquo;uscita dalla procedura di infrazione e che, a questo punto, potrebbe dover essere rinviato&raquo;.</p> <p><strong>Le stime non sono incoraggianti: gi&agrave; si prevede una contrazione della crescita dallo 0,7 allo 0,5...</strong></p> <p>&laquo;La correzione al ribasso delle prospettive di crescita tanto per il 2026 quanto per il 2027 &egrave; strettamente legata all&rsquo;andamento del conflitto - o, piuttosto, dei conflitti - in Medio Oriente. Conflitti che, quandanche trovassero una rapida soluzione, avrebbero gi&agrave; innescato effetti a catena capaci di incidere sulla crescita a breve e anche a medio termine. Dubito che il protrarsi della procedura di infrazione possa produrre impatti ulteriori sulla crescita dell&rsquo;anno in corso o del prossimo&raquo;.</p> <p><strong>La decisione cade in un momento particolarmente delicato. Tutte le categorie - dall&rsquo;agricoltura all&rsquo;autotrasporto - chiedono aiuti, ristori, aumenti del credito d&rsquo;imposta. Il governo sta andando avanti con misure provvisorie e molto costose (la sola proroga del taglio delle accise &egrave; costata mezzo miliardo). &Egrave; l&rsquo;unica via possibile?</strong></p> <p>&laquo;Nell&rsquo;emergenza &egrave; pressoch&eacute; inevitabile che si ceda alle richieste di questa o quella categoria. La cosa sarebbe pi&ugrave; sopportabile se simultaneamente si adottassero politiche in grado di accrescere, nei limiti del possibile, la nostra indipendenza energetica. Procedure accelerate e semplificate per la realizzazione dei progetti di energia rinnovabile in essere (c&rsquo;&egrave; ancora qualcuno che crede alla favoletta delle pecore che pascolano sotto i pannelli dell&rsquo;agrivoltaico?). Utilizzo di tutti i margini ancora disponibili per lo sfruttamento delle fonti non rinnovabili nazionali. Accelerazione dei programmi relativi al nucleare perch&eacute; i tempi lunghi rimangono sempre tali se non si comincia mai. Tutte attivit&agrave; che non pesano sul bilancio pubblico che deve continuare ad essere gestito con prudenza e disciplina&raquo;.</p> <p><strong>Il governo sperava di avere le mani pi&ugrave; libere: come se ne esce? Anche perch&eacute;, come certifica l&rsquo;Istat su febbraio e marzo, il debito &egrave; tornato a crescere.</strong></p> <p>&laquo;Il debito pubblico italiano dovrebbe registrare una inversione di tendenza nel 2028. Nell&rsquo;ipotesi che la finanza pubblica italiana continui a rimanere orientata alla stabilit&agrave; come mi auguro vivamente. Quel che &egrave; mancato negli ultimi trent&rsquo;anni e continua a mancare &egrave; la crescita. Non quella episodica, non la fiammata dovuta ad un po&rsquo; di spesa pubblica in pi&ugrave; e destinata ad estinguersi rapidamente ma la crescita capace di perdurare nel tempo. Per ritrovarla, visto che l&rsquo;abbiamo persa da decenni, &egrave; necessario restituire spazio e libert&agrave; di movimento al settore privato ed entusiasmo a chi fa impresa. La fonte della crescita non &egrave; il bilancio pubblico&raquo;.</p> <p><strong>Da parte italiana si fa pressing sull&rsquo;Europa perch&eacute; rinunci al proprio rigore, a cominciare dalla revisione del Patto di stabilit&agrave;. Ma Bruxelles alza il muro e valuta altre strade. Come giudica l&rsquo;azione dell'Ue in questo momento di difficolt&agrave;?</strong></p> <p>&laquo;Ci siamo dati un nuovo Patto di stabilit&agrave; nel 2024 perch&eacute; il precedente - troppo rigido, si diceva - non aveva funzionato. Ma anche per il nuovo Patto spuntano le richieste di sospensione, di deroga e, in qualche caso, anche di cambiamento. La realt&agrave; &egrave; che regole fiscali complicate e contraddittorie come quelle che abbiamo da vent&rsquo;anni a questa parte sono destinate a non funzionare. La conoscenza della realt&agrave; da parte delle burocrazie &egrave; molto limitata. In questi casi le uniche regole che funzionano sono quelle che qualcuno aveva definito &ldquo;stupide&rdquo;. Quelle semplici, come il 3% del deficit&raquo;.</p> <p><strong>Infine, professore, quanto successo oggi mortifica o scoraggia, in qualche modo, il lavoro fatto finora dal governo italiano in termini di controllo dei conti?</strong></p> <p>&laquo;Un decimale in pi&ugrave; o in meno non pu&ograve; mettere in dubbio una politica di prudenza e disciplina portata avanti meritoriamente per quasi quattro anni che si &egrave; tradotta in risparmi significativi degli oneri per interessi&raquo;.</p> <p></p> <p></p> ]]></content:encoded>
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      <title>Carburanti ancora in lieve discesa ma la Basilicata resta «maglia nera»: benzina a 1,777 euro al litro</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/basilicata/1968831/carburanti-ancora-in-lieve-discesa-ma-la-basilicata-resta-maglia-nera-benzina-a-1-777-euro-al-litro.html</link>
      <description>Oggi autotrasportatori al ministero per un confronto. E l’Europa vara un nuovo osservatorio</description>
      <author>leonardo petrocelli</author>
      <category>basilicata,carburanti</category>
      <guid>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/basilicata/1968831/carburanti-ancora-in-lieve-discesa-ma-la-basilicata-resta-maglia-nera-benzina-a-1-777-euro-al-litro.html</guid>
      <pubDate>Wed, 22 Apr 2026 06:01:00 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy certifica il dodicesimo giorno consecutivo di ribassi per i prezzi di diesel e benzina. Discese minime, da &laquo;zero virgola&raquo;, che ora per&ograve; iniziano a sommarsi definendo una media nazionale (in modalit&agrave; self) di 2,087 per il gasolio e 1,747 per la verde. Prezzi, come sempre, destinati a crescere in autostrada dove la media si impone al rialzo: 2,130 nel primo caso e 1,785 nel secondo.</p> <p>Naturalmente, all&rsquo;interno di questa forbice, c&rsquo;&egrave; chi ride e c&rsquo;&egrave; chi piange. A non poter certamente esultare &egrave; la Basilicata dove si paga la benzina pi&ugrave; alta d&rsquo;Italia: 1,777 a litro. Solo la Provincia autonoma di Bolzano pareggia il dato, per il resto tutti sotto. Tra le regioni non c&rsquo;&egrave; partita. E dire che, nei giorni scorsi, pur a fronte di prezzi alti, la verde lucana sembrava poter abbandonare il triste primato nazionale, ieri riguadagnato. Le cose non vanno troppo bene nemmeno sulla sponda diesel con un 2,101 superato solo dai numeri del Friuli Venezia Giulia, maglia nera a 2,110. La Puglia, invece, galleggia con benzina ferma 1,759 e diesel a 2,092: non &egrave; il peggio che ci sia in circolazione, ma sono comunque cifre che superano la media italiana.</p> <p>Le lievi oscillazioni non cambiano comunque la situazione (drammatica) di automobilisti e, soprattutto, camionisti. L&rsquo;autotrasporto conferma il blocco dal 25 al 29 maggio come da indicazione del Comitato esecutivo di Unatras (il coordinamento delle associazioni di settore) di qualche giorno fa. Ieri anche Federtrasporti si &egrave; unita al coro, definendo &laquo;inappuntabili&raquo; le motivazioni e le modalit&agrave; attraverso cui &egrave; maturata la scelta di bloccare le attivit&agrave;: &laquo;Non siamo pi&ugrave; di fronte a una protesta - afferma il presidente Claudio Villa - ma alla presa d&rsquo;atto di una realt&agrave; economica fuori controllo. In queste condizioni continuare a far viaggiare i mezzi significa perdere denaro a ogni chilometro percorso&raquo;. Di fatto il problema cruciale rimane quello del caro carburante cui si somma la &laquo;trappola&raquo; del credito di imposta, paradossalmente alleggerito dall&rsquo;abbassamento temporaneo delle accise (in vigore fino al 1&deg; maggio, salvo nuove proroghe). Novit&agrave; potrebbero arrivare oggi pomeriggio (ore 17) dall&rsquo;incontro, convocato dal viceministro Edoardo Rixi, al Ministero dei Trasporti: un ulteriore tentativo di mediazione, tra associazioni e governo, per scongiurare il fermo nazionale. La richiesta &egrave; chiara: servono misure incisive ma soprattutto strutturali, non episodiche, per disinnescare la crisi del settore.</p> <p>Nel frattempo, per&ograve;, la questione ha assunto una dimensione europea. Il contesto continentale offre, se possibile, un quadro ancor pi&ugrave; desolante di quello nazionale come testimoniano i numeri dell&rsquo;Eurostat: l&rsquo;Italia &egrave; infatti una delle nazioni in cui la benzina &egrave; aumentata di meno tra febbraio e marzo. Un +4,8%, lontano dai numeri svedesi (+15%) o austriaci (+14,8%). Le distanze si riducono sul diesel ma comunque Paesi come Repubblica Ceca, Svezia ed Estonia hanno subito rincari peggiori dei nostri. Chi ha approfittato del gas russo, come l&rsquo;Ungheria, ha visto aumenti a una cifra. Non casualmente, l&rsquo;Europa - come afferma il commissario Ue ai trasporti, Apostolos Tzitzikostas - annuncer&agrave; oggi la creazione di &laquo;un nuovo Osservatorio sui carburanti, che monitorer&agrave; l&rsquo;approvvigionamento e i livelli delle scorte di carburanti per i trasporti&raquo;. Vale per gli aerei ma anche per i mezzi su gomma. La situazione &egrave; ormai insostenibile.</p> ]]></content:encoded>
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      <title>Energia rinnovabile la Puglia sempre leader</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1968830/energia-rinnovabile-la-puglia-sempre-leader.html</link>
      <description>Ma l’eolico resta la sfida chiave da vincere verso l’obiettivo 2030</description>
      <author>Redazione primo piano</author>
      <category>bari,puglia,rinnovabili</category>
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      <pubDate>Wed, 22 Apr 2026 04:06:00 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>bariLa Puglia si conferma la prima regione italiana per capacit&agrave; installata da fonti energetiche rinnovabili, ma il raggiungimento degli obiettivi al 2030 richieder&agrave; un cambio di passo, in particolare sullo sviluppo dell&rsquo;eolico. &Egrave; questo il messaggio emerso dalla tavola rotonda che si &egrave; svolta ieri mattina a Bari, nella sede di Confindustria, dedicata al futuro della transizione energetica in Italia con un focus sul territorio pugliese.</p> <p>L&rsquo;evento dal titolo &laquo;Transizione Energetica in Puglia: Prospettive e Opportunit&agrave;&raquo; &egrave; stato promosso dal Think Tank Transizione Energetica - Rinnovabili, un&rsquo;iniziativa di Core realizzata in knowledge partnership con ENEL Foundation, l&rsquo;organizzazione no-profit del Gruppo Enel, che dal 2012 opera come hub globale per la ricerca e la formazione nel settore energetico.</p> <p>Al centro del dibattito, moderato dal direttore della <i>Gazzetta del Mezzogiorno</i> Mimmo Mazza, la presentazione della ricerca elaborata dal Politecnico di Milano, e arricchita dai contributi del Politecnico di Bari e del Tecnopolo Mediterraneo per lo sviluppo sostenibile (Sezione Annex dedicata alla Puglia), oltre che dell&rsquo;Universit&agrave; degli Studi di Palermo - Centro di Sostenibilit&agrave; e Transizione Ecologica (Sezione Annex sugli impatti ambientali delle Fer).</p> <p>Stando ai dati, in Italia risultano installati complessivamente circa 57 gigawatt di capacit&agrave; rinnovabile da fotovoltaico ed eolico. Il fotovoltaico rappresenta la componente predominante con oltre 43 gigawatt, mentre l&rsquo;eolico contribuisce con quasi 14 gigawattt.</p> <p>La distribuzione territoriale resta per&ograve; fortemente disomogenea, con alcune regioni particolarmente dinamiche. Tra queste, la Puglia si distingue come la realt&agrave; con la maggiore capacit&agrave; installata, pari a circa 8 gigawatt (14% del totale nazionale), seguita da Sicilia e Lombardia.</p> <p>Uno degli elementi distintivi del sistema energetico pugliese &egrave; la presenza di un mix relativamente equilibrato tra fotovoltaico ed eolico, a differenza del Nord Italia dove la produzione rinnovabile &egrave; quasi interamente basata sul solare. Le condizioni climatiche e territoriali del Mezzogiorno favoriscono infatti lo sviluppo di entrambe le tecnologie, rendendo la Puglia un laboratorio naturale della transizione energetica italiana. Negli ultimi anni, mentre il fotovoltaico ha mantenuto un ritmo di crescita stabile e diffuso su tutto il territorio nazionale, l&rsquo;eolico ha mostrato una dinamica pi&ugrave; concentrata. In questo contesto, la Puglia ha avuto un ruolo centrale, registrando nell&rsquo;ultimo anno la quota principale della nuova capacit&agrave; installata.</p> <p>Guardando al futuro, il report analizza gli scenari di sviluppo in linea con gli obiettivi europei e nazionali. Nel caso della Puglia, il livello di avanzamento appare significativo ma ancora incompleto: circa il 78% del target fotovoltaico risulta gi&agrave; raggiunto, mentre per l&rsquo;eolico il progresso si mantiene sotto il 50%, evidenziando la necessit&agrave; di un&rsquo;accelerazione sostanziale. Ampio spazio &egrave; stato dedicato anche al quadro normativo, recentemente aggiornato con il Testo Unico sulle Rinnovabili e con l&rsquo;introduzione delle cosiddette &ldquo;zone di accelerazione&rdquo;, strumenti pensati per semplificare e velocizzare gli iter autorizzativi. Tuttavia, &egrave; stato sottolineato come il successo di queste misure dipender&agrave; in larga parte dalla loro applicazione a livello regionale. La capacit&agrave; di individuare aree idonee e di rendere effettive le semplificazioni sar&agrave; determinante per sostenere la crescita del settore. La tavola rotonda, aperta dai saluti del presidente di Confindustria Bari Bat Mario Aprile, ha confermato il ruolo di Bari e della Puglia come punto di riferimento nel dibattito nazionale sulle rinnovabili, grazie anche al contributo del mondo accademico e della ricerca, in particolare del Politecnico di Bari.</p> ]]></content:encoded>
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      <title>Serlenga (Bain) tra guerra in Iran e chiusura dello Stretto: «Diversificare le fonti, il sistema va ripensato»</title>
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      <description>«Per l’Italia, più che un blocco fisico dei voli per “assenza di carburante”, il rischio concreto è un carburante più caro e più volatile, inserito in catene di fornitura già tese»</description>
      <author>Giovanni Longo</author>
      <category>Pierluigi Serlenga,Bain &amp; Company</category>
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      <pubDate>Mon, 20 Apr 2026 13:48:09 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>Guerra in Iran e chiusura (a corrente alternata) dello Stretto di Hormuz si innestano su una situazione gi&agrave; critica e insegnano che occorre ripensare il sistema di approvvigionamento dell&rsquo;energia. Ne parliamo con Pierluigi Serlenga, barese, managing partner Italia e co-responsabile globale Aerospazio &amp; Difesa di Bain &amp; Company.</p> <p><strong>Qual &egrave; l&rsquo;impatto sulle imprese italiane?</strong></p> <p>&laquo;L&rsquo;Europa e l&rsquo;Italia hanno perso gradatamente competitivit&agrave; per effetto di costi energetici significativamente pi&ugrave; elevati rispetto ad altri mercati &ldquo;evoluti&rdquo; - per l&rsquo;Italia il differenziale di costo &egrave; superiore al 40% rispetto alla Spagna, alla Francia o ai Paesi del Nord Europa, generando un impatto rilevante sulla profittabilit&agrave; delle nostre imprese oltre che sul potere d&rsquo;acquisto dei consumatori. La tensione nel Golfo e sullo Stretto di Hormuz &egrave; un fattore aggravante rispetto ad una situazione gi&agrave; critica&raquo;.</p> <p><strong>Se il blocco proseguisse, quali sarebbero le conseguenze?</strong></p> <p>&laquo;Un blocco prolungato su un&rsquo;area cos&igrave; cruciale per la filiera energetica pu&ograve; avere un effetto &ldquo;moltiplicatore&rdquo; con tre principali implicazioni: ulteriore erosione di competitivit&agrave; per i settori pi&ugrave; &ldquo;energivori&rdquo;; rinvio o ridimensionamento di investimenti strategici (transizione energetica, digitalizzazione, automazione) e minore attrattivit&agrave; per i capitali (italiani ed internazionali)&raquo;.</p> <p><strong>Sono allo studio nuove rotte commerciali o si punta su nuovi fornitori?</strong></p> <p>&laquo;Certamente le imprese italiane devono diversificare fonti di approvvigionamento, non solo rotte, usare di pi&ugrave; contratti di medio-lungo termine e partnership lungo la filiera per condividere il rischio e ragionare in chiave di &ldquo;regionalizzazione intelligente&rdquo; delle catene del valore, mantenendo il respiro globale ma con meno dipendenza da pochi chokepoint&raquo;.</p> <p><strong>Come ripensare il sistema?</strong></p> <p>&laquo;Pur avendo ridotto l&rsquo;intensit&agrave; energetica di oltre il 30% negli ultimi vent&rsquo;anni, l&rsquo;Europa ha ancora un ruolo limitato nel bilancio globale delle emissioni e paga energia pi&ugrave; cara di altri blocchi economici. La risposta non pu&ograve; essere solo &ldquo;pi&ugrave; rinnovabili&rdquo;, ma un vero e proprio ripensamento del sistema, mettendo sicurezza energetica, competitivit&agrave; e decarbonizzazione sullo stesso piano. Bisogna trattare l&rsquo;energia come una vera infrastruttura strategica, con un approccio multi-tecnologico che integri le fonti, garantendo sicurezza di fornitura e continuit&agrave; degli approvvigionamenti&raquo;.</p> <p><strong>Se dovesse continuare cos&igrave;, voli a rischio per assenza di carburante?</strong></p> <p>&laquo;Per l&rsquo;Italia, dove turismo ed export dipendono fortemente dai collegamenti aerei, questo &egrave; un elemento di grande attenzione e rilevanza. In questo contesto, pi&ugrave; che un blocco fisico dei voli per &ldquo;assenza di carburante&rdquo;, il rischio concreto &egrave; un carburante pi&ugrave; caro e pi&ugrave; volatile, inserito in catene di fornitura gi&agrave; tese: questo comprime i margini, mette sotto stress le compagnie meno solide e pu&ograve; tradursi in una riduzione di alcune rotte meno redditizie e maggiore selettivit&agrave; su mercati e segmenti. Nonostante queste turbolenze, per&ograve;, i fondamentali del settore restano solidi&raquo;.</p> <p><strong>Quali settori soffrono di pi&ugrave;?</strong></p> <p>&laquo;I pi&ugrave; esposti sono quelli energivori e quelli che vivono di filiere globali complesse, come acciaio, cemento, chimica, raffinazione: sono i primi a soffrire quando il costo dell&rsquo;energia rimane strutturalmente pi&ugrave; alto rispetto ai competitor internazionali. Ma anche automotive, meccanica, trasporti e logistica; gi&agrave; sotto pressione per costi carburante, capacit&agrave; limitata e necessit&agrave; di investire in sostenibilit&agrave;&raquo;.</p> <p><strong>Le Pmi sono strutturate per affrontare le emergenze?</strong></p> <p>&laquo;In un mondo di shock ricorrenti - sanitari, geopolitici, commerciali - nessuna azienda &egrave; &ldquo;naturalmente&rdquo; strutturata per affrontare tutte le emergenze. Le Pmi italiane, che sono l&rsquo;ossatura dei settori pi&ugrave; esposti, partono spesso da una posizione ambivalente: da un lato hanno agilit&agrave;, prossimit&agrave; al cliente e decisioni rapide; dall&rsquo;altro scontano limiti di scala, capitale e competenze specialistiche, che le rendono pi&ugrave; vulnerabili a dazi, tensioni sulle supply chain e aumento dei costi energetici. Questa vulnerabilit&agrave; deve essere trasformata in leva di cambiamento&raquo;.</p> <p><strong>In che modo?</strong></p> <p>&laquo;Le imprese italiane possono rafforzare la propria agilit&agrave; strutturale, investendo in resilienza operativa (diversificazione di fornitori, mercati e canali di vendita), digitalizzazione e automazione per aumentare efficienza e scalabilit&agrave;, e presidi pi&ugrave; forti nei mercati strategici tramite alleanze e partnership locali. Qui il ruolo dei capofiliera &egrave; decisivo&raquo;.</p> <p><strong>Circa un anno fa, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (ancora lui) annunci&ograve; la &ldquo;guerra dei dazi&rdquo;: come hanno reagito le imprese italiane?</strong></p> <p>&laquo;Nonostante l&rsquo;Italia sia fortemente esposta all&rsquo;export verso gli Stati Uniti e il tessuto produttivo sia composto in larga parte da Pmi, il sistema nel suo complesso ha dimostrato una notevole capacit&agrave; di tenuta, come evidenziato dai recenti numeri su export, occupazione e crescita&raquo;.</p> <p><strong>&Egrave; una tempesta perfetta?</strong></p> <p>&laquo;Parlare di &ldquo;tempesta perfetta&rdquo; descrive bene la sovrapposizione degli shock che stiamo vivendo - geopolitici, commerciali, energetici - ma preferisco parlare di &ldquo;policrisi&rdquo;. Il rischio di queste etichette &egrave; che facciano pensare a qualcosa di puramente &ldquo;sub&igrave;to&rdquo;, mentre noi vediamo anche un&rsquo;opportunit&agrave; di ridisegno: il vecchio equilibrio &egrave; finito, se ne pu&ograve; costruire uno nuovo, pi&ugrave; resiliente. L&rsquo;Italia parte da punti di forza importanti - filiere eccellenti, Pmi agili, leadership in molti settori di nicchia - e ha le carte in regola per trasformare questa fase da somma di rischi ad acceleratore di cambiamento. Il vero tema non &egrave; se la tempesta c&rsquo;&egrave;, ma se decidiamo di usarla per fare un salto di qualit&agrave; in termini di competitivit&agrave;, innovazione e sostenibilit&agrave;&raquo;.</p> <p></p> ]]></content:encoded>
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      <title>«Meno disponibilità e prezzi spaventosi», l’emergenza fertilizzanti non dà tregua</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1967181/meno-disponibilita-e-prezzi-spaventosi-lemergenza-fertilizzanti-non-da-tregua.html</link>
      <description>Colpita soprattutto la produzione dei pomodori, l’urea vola da 50 a 80 euro al quintale. «La scelta di puntare su concimi organici può essere condivisibile ma danno risultati solo dopo anni»</description>
      <author>leonardo petrocelli</author>
      <category>Stretto di Hormuz,pomodoro,Filippo Schiavone</category>
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      <pubDate>Mon, 20 Apr 2026 12:54:21 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>L&rsquo;emergenza non &egrave; sconosciuta. &laquo;Esattamente nell&rsquo;aprile di quattro anni fa - meno di due mesi dopo l&rsquo;inizio della guerra in Ucraina - i fertilizzanti erano schizzati alle stelle. Un picco motivato dall&rsquo;alta produzione dei concimi in Russia e Bielorussia. Oggi la storia si ripete con motivazioni diverse&raquo;. Riannoda i fili della crisi Filippo Schiavone, imprenditore agricolo e componente della Giunta di Confagricoltura nazionale, chiarendo che quella dei fertilizzanti &egrave; una questione ormai diventata ciclica.</p> <p>A pesare oggi sono gli incerti destini dello Stretto di Hormuz - sostanzialmente chiuso da un mese - che &egrave; zona di transito per grandi quantit&agrave; di concime. Il problema, nei fatti, &egrave; doppio: &laquo;Da un lato c&rsquo;&egrave; meno disponibilit&agrave; di prodotto - riprende Schiavone -. Non si pu&ograve; dire che non ci sia. Si trova. Solo che le quantit&agrave; sono minori e i prezzi sono spaventosi&raquo;. Il caso di scuola &egrave; quell&rsquo;urea, composto organico ad alto contenuto di azoto, uno dei concimi di sintesi pi&ugrave; usati. &laquo;Prima dell&rsquo;inizio della guerra nel golfo - ricorda Schiavone - costava 50 euro al quintale. Oggi &egrave; arrivata a 80. Certo, siamo lontani dalle cifre di quattro anni fa quando super&ograve; anche i 100 ma il prezzo resta altissimo e potrebbe salire ancora&raquo;. Non sfugge a nessuno che i concimi non hanno utilizzi settoriali. Al pari del gasolio, impattano su tutte le culture. Qualcuna, come il grano, potrebbe giovarsi del fattore tempo perch&eacute; le concimazioni sono di fatto terminate e dunque si tratta di produzioni al riparo da ulteriori rincari. Ma, in altri casi, si inizia a ballare adesso. &laquo;Se vogliamo rimanere sulle nostre produzioni - prosegue - &egrave; chiaro che i cicli estivi sono quelli pi&ugrave; esposti. In particolare l&rsquo;aumento impatter&agrave; moltissimo sul pomodoro. I trapianti sono partiti in questi giorni nella zona dell&rsquo;Alto Tavoliere e dunque l&rsquo;utilizzo dei concimi &egrave; destinato a crescere&raquo;. L&rsquo;aumento dei prezzi non bloccher&agrave; la produzione n&eacute; provocher&agrave; l&rsquo;abbandono delle coltivazioni, almeno al momento. E tuttavia il problema restano i prezzi. Non solo quelli destinati ad abbattersi sul consumatore finale, ma soprattutto quelli che travolgono, a monte, i produttori. Rincaro dei fertilizzanti, del gasolio agricolo, del costo del trasporto, della plastica e quindi di imballaggi ed etichette. Un tempesta perfetta. &laquo;Il produttore sconta gli aumenti pi&ugrave; di tutti - racconta amaramente Schiavone - perch&eacute; il prezzo lo fa il mercato. Non lo facciamo noi. Gli agricoltori non hanno mai la possibilit&agrave; di determinare il prezzo&raquo;. E dunque tutti i rialzi sono destinati a tradursi in una contrazione dei profitti di chi produce.</p> <p>Resta da capire cosa fare. L&rsquo;Unione europea, un po&rsquo; come per l&rsquo;energia, sceglie il <i>green</i> e punta tutto sulla dismissione dei fertilizzanti sintetici in favore di quelli organici. Una buona idea? &laquo;Direi di s&igrave;, ma a determinate condizioni. Le concimazioni organiche non lavorano sulla pianta, ma sul terreno. Rendono il suolo pi&ugrave; fertile negli anni, operano nel lungo periodo. L&rsquo;urea, invece, agisce subito sulla pianta e dunque sul raccolto in atto. Ho visto che anche il ministro Lollobrigida ha plaudito all&rsquo;iniziativa: possiamo lavorarci ma nell&rsquo;immediato serve altro&raquo;, spiega Schiavone. Nella fattispecie, tra le proposte formulate al Governo, Confagricoltura ha chiesto di &laquo;garantire disponibilit&agrave; dei fertilizzanti e prezzi accessibili attraverso interventi straordinari e un piano strutturale europeo che rafforzi l&rsquo;autonomia produttiva&raquo;. Naturalmente, accanto ad un&rsquo;altra serie di richieste, dalla semplificazione normativa agli strumenti di sostegno finanziario alle imprese, fino all&rsquo;aumento del credito d&rsquo;imposta sul gasolio agricolo. Nel frattempo per&ograve; il tempo stringe. E i costi salgono ancora.</p> <p></p> <p></p> ]]></content:encoded>
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      <title>Guerra in Iran, anche gli imballaggi impennano: «Il florovivaismo è in difficoltà»</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1965755/guerra-in-iran-anche-gli-imballaggi-impennano-il-florovivaismo-e-in-difficolta.html</link>
      <description>Dopo il blocco delle forniture di petrolio si registrano aumenti sensibili dei materiali plastici. ma salgono anche cartone, vetro, legno ed etichette</description>
      <author>Leonardo Petrocelli</author>
      <category>Giuseppe Caporale,fiori,stretto di hormuz</category>
      <guid>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1965755/guerra-in-iran-anche-gli-imballaggi-impennano-il-florovivaismo-e-in-difficolta.html</guid>
      <pubDate>Sun, 19 Apr 2026 09:45:40 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>&laquo;&Egrave; un po&rsquo; come se io producessi panettoni e i rincari si abbattessero, tutti insieme, tra novembre e dicembre. Una mazzata doppia&raquo;. Non produce panettoni, Giuseppe Caporale - imprenditore e componente della consulta florovivaistica nazionale di Coldiretti -, ma la metafora &egrave; calzante. La primavera &egrave; il &laquo;Natale&raquo; di chi vende piante e fiori, quella parte dell&rsquo;anno in cui si concentrano i guadagni maggiori realizzati su prodotti che non si possono &laquo;congelare&raquo; in attesa di tempi migliori. O adesso o mai pi&ugrave;.</p> <p>Ma la tempesta degli aumenti &egrave; l&igrave; a distorcere il mercato, colpendo non solo il consumatore finale ma anche gli stessi produttori. Alla crescita esponenziale dei carburanti, che moltiplica il costo dei trasporti, si &egrave; aggiunta un&rsquo;altra voce in crescita: quella degli imballaggi. Tutte le materie plastiche destinate a supporti e, appunto, imballaggi hanno subito una crescita stimata di almeno il 10% (ma i numeri potrebbero gi&agrave; essere pi&ugrave; alti), imputabile sostanzialmente al blocco delle forniture di petrolio e ai danni alle infrastrutture petrolchimiche nel Medio Oriente. Senza escludere dinamiche speculative. Ma non &egrave; l&rsquo;unico rialzo. Tutto rincara: cartone, plastica alimentare, alluminio (ne riferiamo a pagina 4, <i>ndr)</i>, vetro, etichette. E pure il legno per le pedane o le ceste, necessarie in quel trasporto sulle lunghe distanze che, nel frattempo, &egrave; gi&agrave; esploso alla pompa di benzina. Una tempesta perfetta.</p> <p>&laquo;Le plastiche sono un materiale inevitabile - spiega Caporale -. Gli imballaggi sono necessari per trasportare le piante nei camion. Non si tratta di un vezzo o di mera questione di packaging. La plastica avvolge anche il prodotto finito in esposizione al supermercato o in negozio. E tutto questo non vale soltanto per gli imballaggi in senso stretto, ma anche per i vasi che sono considerati componenti tecniche vitali per la pianta. Cio&egrave; un componente intrinseco del prodotto stesso anche perch&eacute; magari dotato di riserva idrica. Non se ne pu&ograve; fare a meno&raquo;. Per farla semplice, un vaso che prima costava un euro, oggi arriva serenamente a 1,30-1,40 euro, complice la plastica e anche il gasolio del trasporto.</p> <p>Si potr&agrave; pensare che tutto questo si abbatta semplicemente su chi va in negozio a fare acquisti. Ma non &egrave; cos&igrave;. &laquo;Noi produttori abbiamo dei pre-contratti con i nostri clienti - racconta Caporale - e quando i prezzi aumentano non sempre c&rsquo;&egrave; la possibilit&agrave; di ritoccare quei prezzi al rialzo. Solitamente ad essere accettata &egrave; solo la crescita del costo di trasporto&raquo;. Tradotto, se portare tot merce da Bari a Milano non costa pi&ugrave; 100 euro ma 115 c&rsquo;&egrave; poco da contrattare. Come suol dirsi, tutti ci devono stare. &laquo;Gli aumenti che affliggono il produttore, invece - riprende -, non vengono digeriti in modo cos&igrave; automatico. Solitamente, rimane in piedi il prezzo concordato prima della crisi e dunque siamo noi che ci andiamo a perdere. Per il florovivaismo &egrave; un momento molto delicato&raquo;. Vie di uscita, per ora, non se ne vedono. E a tutti, produttori e consumatori, non resta che fare i conti con una spirale di rincari che non accenna ad attenuarsi rovinando il &laquo;Natale&raquo; delle piante e dei fiori.</p> ]]></content:encoded>
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      <title>Dalle dogane ai corridoi alternativi, all’export serve una svolta: quando la qualità del Made in Italy non basta</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1964636/dalle-dogane-ai-corridoi-alternativi-allexport-serve-una-svolta-quando-la-qualita-del-made-in-italy-non-basta.html</link>
      <description>Al centro del documento, sottoposto ai decisori politici dopo le interlocuzioni avviate in queste settimane con il Ministero degli Esteri, i nodi della logistica e dell’energia</description>
      <author>leonardo petrocelli</author>
      <category>Lorenzo Zurino,export</category>
      <guid>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1964636/dalle-dogane-ai-corridoi-alternativi-allexport-serve-una-svolta-quando-la-qualita-del-made-in-italy-non-basta.html</guid>
      <pubDate>Sat, 18 Apr 2026 09:19:23 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>La riapertura dello Stretto di Hormuz restituisce ossigeno alle imprese italiane. Ma guai ad abbassare la guardia. Il sistema dell&rsquo;export, infatti, merita di essere perfezionato e irrobustito al di l&agrave; delle evoluzioni quotidiane del conflitto nel Golfo, per meglio &laquo;performare&raquo; nella competizione globale e per attutire gli effetti di nuove crisi che potrebbero sopraggiungere.</p> <p>&Egrave; l&rsquo;indicazione che arriva dal dossier strategico &laquo;Continuit&agrave; dell&rsquo;export italiano in contesto di instabilit&agrave; globale&raquo;, realizzato dal Forum Italiano dell&rsquo;Export, presieduto da Lorenzo Zurino, e sottoposto ai decisori politici dopo le interlocuzioni avviate in queste settimane con il Ministero degli Esteri. Il documento rifiuta le logiche &laquo;riduzioniste&raquo; - che attribuiscono la crisi attuale a una sola ragione - ma si muove su pi&ugrave; livelli: geopolitico, logistico, energetico e finanziario. Ognuno dei piani, analizzato in dettaglio, mostra delle disfunzioni proprie che non si cumulano alle altre, piuttosto le moltiplicano: &laquo;Le diverse criticit&agrave; - si legge - non si sommano in modo aritmetico ma tendono a rafforzarsi reciprocamente&raquo; con il risultato di produrre un incremento esponenziale della fragilit&agrave; complessiva dell&rsquo;export. Le analisi hanno una forte impronta tecnica ma a nessuno sfugge che il combinato disposto tra la vulnerabilit&agrave; dei <i>chokepoint</i> marittimi (gli snodi come Hormuz), l&rsquo;aumento dei prezzi dell&rsquo;energia, le congestioni portuali, i ritardi, le difficolt&agrave; di pagamento ai fornitori - solo per citare alcune delle piaghe delle ultime settimane - produca un cocktail letale per la nostra capacit&agrave; di proiettarci all&rsquo;esterno.</p> <p>Il caso italiano &egrave; infatti particolarmente delicato perch&eacute; l&rsquo;export tricolore &egrave; caratterizzato da una forte apertura internazionale, da un&rsquo;elevata frammentazione produttiva e da una significativa dipendenza dalle catene del valore. Tradotto, Roma ha bisogno di molta integrazione logistica e di uno scenario sostanzialmente &laquo;prevedibile&raquo; per muoversi nei flussi internazionali. Diversamente, gli effetti possono rivelarsi deleteri. L&rsquo;aumento dei costi logistici pu&ograve; raggiungere livelli tali da compromettere la sostenibilit&agrave; delle esportazioni su alcuni mercati cos&igrave; come la crescita della spesa sistemica, a cominciare da quella energetica, pu&ograve; annullare il vantaggio competitivo basato sulla qualit&agrave; e sulla specializzazione produttiva. Ancora, la catena di ritardi e intoppi, anche piccola, che mina l&rsquo;affidabilit&agrave; percepita rischia di tradursi in un cambio di orientamento degli importatori esteri che, in mercati ad alta competitivit&agrave;, sono propensi a ricollocare gli ordini verso Paesi concorrenti. E a chi immagina di poter risolvere tutto con l&rsquo;insostituibilit&agrave; del Made in Italy, il documento ricorda, senza giri di parole, che la qualit&agrave; del prodotto ha bisogno di essere sostenuta da stabilit&agrave; e puntualit&agrave;.</p> <p>Che fare, dunque? Le proposte sono sostanzialmente quattro. Innanzitutto, appare essenziale adottare misure di accelerazione e semplificazione delle procedure doganali. Niente ingorghi, ma riduzione dei tempi. In secondo luogo &egrave; &laquo;necessario accelerare lo sviluppo di corridoi logistici alternativi e resilienti&raquo; per ridurre la dipendenza da rotte ad alta vulnerabilit&agrave;. Oggi Hormuz &egrave; aperto, ma domani la situazione potrebbe cambiare ancora. O il blocco potrebbe arrivare altrove, magari a Suez. Servono soluzioni gi&agrave; rodate. Ancora, il dossier suggerisce l&rsquo;attivazione di strumenti di supporto finanziario alle imprese esportatrici come linee di credito dedicate, garanzie pubbliche e strumenti di mitigazione del rischio. Infine, l&rsquo;istituzione di una cabina di regia permanente, dotata di capacit&agrave; di monitoraggio e poteri operativi, senza dimenticare la promozione di un coordinamento a livello europeo sulle politiche di gestione dei flussi commerciali. Nella speranza che la rientrata emergenza Hormuz non spenga il confronto su decisioni non pi&ugrave; rinviabili.</p> ]]></content:encoded>
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      <title>Il barese Elbano de Nuccio riconfermato presidente dei commercialisti</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/bari/1961637/il-barese-elbano-de-nuccio-riconfermato-presidente-dei-commercialisti.html</link>
      <description>La vittoria di de Nuccio è avvenuta con il 69% delle preferenze</description>
      <author>redazione.internet@gazzettamezzogiorno.it</author>
      <category>elbano de nuccio</category>
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      <pubDate>Wed, 15 Apr 2026 21:11:52 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Elbano de Nuccio, 56 anni, nato a Napoli e residente a Bari, &egrave; stato riconfermato oggi presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti dopo il voto degli Ordini locali della categoria terminato (in modalit&agrave; telematica) alle 19. L'altro candidato era Claudio Siciliotti, 73 anni, di Udine, gi&agrave; alla guida del Consiglio nazionale dal 2008 al 2012. La vittoria di de Nuccio &egrave; avvenuta con il 69% delle preferenze ed &egrave; &laquo;frutto del lavoro di un gruppo coeso di colleghi. Sono contentissimo e, dopo i risultati ottenuti in questi quattro anni, continuer&agrave; l'impegno profuso in favore della categoria&raquo; che conta circa 121.000 esponenti in tutta Italia. Il professionista barese &egrave; il primo presidente ad essere stato rieletto nella storia del Consiglio nazionale dall'unificazione degli Albi fra dottori commercialisti e ragionieri 14 anni fa.</p> <p>La proclamazione ufficiale dei risultati arriver&agrave; nei prossimi giorni, dopo che l&rsquo;apposita commissione elettorale costituitasi presso il Ministero della Giustizia avr&agrave; effettuato lo scrutinio dei voti. Se i risultati saranno confermati, de Nuccio sar&agrave; il primo presidente nella storia della categoria eletto per un secondo mandato da quando, nel 2008, &egrave; nato l&rsquo;Albo dei dottori commercialisti e degli Esperti contabili.</p> <p></p>]]></content:encoded>
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      <title>Cambio al vertice di Leonardo, via Cingolani arriva Mariani</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1955803/cambio-al-vertice-di-leonardo-via-cingolani-arriva-mariani.html</link>
      <description>Nel Cda confermato il barese Nuccio Altieri</description>
      <author>redazione.internet@gazzettamezzogiorno.it</author>
      <category>leonardo,cda,amministratore delegato Mariani,Nuccio Altieri,economia</category>
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      <pubDate>Fri, 10 Apr 2026 19:34:26 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Il cambio al vertice di Leonardo segna uno dei passaggi pi&ugrave; rilevanti nella tornata di nomine delle partecipate pubbliche. Dopo tre anni, Roberto Cingolani lascia la guida del gruppo dell&rsquo;aerospazio, difesa e sicurezza. Al suo posto arriva Lorenzo Mariani, indicato dal Tesoro come nuovo amministratore delegato. Una scelta che, al di l&agrave; della discontinuit&agrave; apparente, punta alla continuit&agrave; industriale.&nbsp;</p> <p>In particolare con riferimento all&rsquo;assemblea degli azionisti di Leonardo convocata per il prossimo 7 maggio, il Mef - titolare del 30,2% del capitale - ha depositato, di concerto con il Mimit, questa lista per la nomina del nuovo consiglio di amministrazione:</p> <p>1. Francesco Macr&igrave; (presidente)</p> <p>2. Lorenzo Mariani (ad)</p> <p>3. Elena Vasco (consigliere)</p> <p>4. Enrica Giorgetti (consigliere)</p> <p>5. Rosalba Veltri (consigliere)</p> <p>6. Trifone Altieri (consigliere)</p> <p>7. Cristina Manara (consigliere)</p> <p>8. Francesco Soro (consigliere).</p> <p>Riconfermato quindi il barese Nuccio Altieri all'interno del cda.&nbsp; Il ministro dell&rsquo;Economia e delle finanze, Giancarlo Giorgetti ringrazia i presidenti, gli amministratori delegati, i consiglieri uscenti "per l&rsquo;impegno profuso in questi anni" e augura "buon lavoro ai confermati e ai nuovi entrati".</p>]]></content:encoded>
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      <title>Frana in Molise, adesso l’autotrasporto teme il baratro: «Serve subito un Commissario»</title>
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      <description>Pertosa (Confartigianato): «Bisogna ripristinare il ponte sul Trigno e prevedere ristori, altrimenti sarà blocco totale»</description>
      <author>leonardo petrocelli</author>
      <category>ponte sul trigno,frana,Paolo Pertosa,Confartigianato Trasporti Puglia</category>
      <guid>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1954387/frana-in-molise-adesso-lautotrasporto-teme-il-baratro-serve-subito-un-commissario.html</guid>
      <pubDate>Thu, 09 Apr 2026 09:02:31 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>&laquo;Quanto possiamo resistere? Nulla. O la situazione si risolve rapidamente o sar&agrave; blocco totale&raquo;. Non usa mezzi termini Paolo Pertosa, presidente di Confartigianato Trasporti Puglia, nel denunciare la situazione difficilissima dei mezzi pesanti dell&rsquo;autotrasporto, paralizzati dall&rsquo;isolamento della Puglia. Le richieste sono chiare: un Commissario straordinario dotato di poteri speciali che ripristini, con l&rsquo;aiuto del Genio militare, il passaggio sul fiume Trigno. E poi ristori forfettari e rimborsi per la categoria.</p> <p><strong>Presidente Pertosa, partiamo dall&rsquo;inizio: qual &egrave; il risvolto economico dell&rsquo;emergenza?</strong></p> <p>&laquo;La paralisi della dorsale adriatica &egrave; un colpo al cuore dell&rsquo;economia pugliese. I flussi da Nord a Sud e viceversa sono interrotti. Parliamo delle merci, certo, e soprattutto di quelle deperibili, ma anche degli approvvigionamenti, a cominciare dal carburante. Un disastro&raquo;.</p> <p><strong>Ci saranno dei percorsi alternativi...</strong></p> <p>&laquo;&Egrave; bloccata l&rsquo;autostrada ma anche la ferrovia. I convogli dei treni potevano essere una soluzione, e invece niente. Stesso discorso per la Statale 16 inagibile dal 2 aprile per il crollo del ponte sul fiume Trigno, tra l&rsquo;Abruzzo e il Molise&raquo;.</p> <p><strong>Insisto, si potr&agrave; aggirare il blocco.</strong></p> <p>&laquo;Si pu&ograve; passare da Campobasso, da Lucera o dal versante tirrenico. Ma il percorso si allunga enormemente con tempi di guida dilatati e costi maggiori di autostrada e carburante&raquo;.</p> <p><strong>Quanto consuma un camion di nuova generazione?</strong></p> <p>&laquo;Fa tre km con un litro di gasolio. Cento chilometri in pi&ugrave; sono un esborso se consideriamo i rincari. Non solo, ma il principale problema &egrave; la strada affollata: ora ci vogliono quattro ore per un tratto che normalmente si fa in mezz&rsquo;ora. A tal proposito, ricordo che un autotrasportatore pu&ograve; fare massimo 9 ore di guida al giorno per un totale di 15 ore di lavoro compreso carico e scarico. A livello settimanale si arriva a 40 ore in totale. Con questi tempi diventa impossibile fare due viaggi anche con il doppio autista perch&eacute; le ore aumentano solo leggermente, non raddoppiano&raquo;.</p> <p><strong>Alla luce di tutto questo, cosa chiedete al governo?</strong></p> <p>&laquo;Bisogna agire in tempi rapidi. Serve un Commissario straordinario con poteri speciali che ripristini il ponte sul Trigno e riapra la Statale 16. Se aspettiamo la solita trafila burocratica ci vorranno anni. Si potrebbe coinvolgere anche il Genio militare per realizzare qualcosa di provvisorio che ci permetta il transito. Da quello che apprendiamo il blocco non durer&agrave; pochissimo&raquo;.</p> <p><strong>Oltre al Commissario che cosa servirebbe?</strong></p> <p>&laquo;L&rsquo;apertura di un tavolo di crisi e l&rsquo;attivazione di ristori forfettari basati sul &ldquo;modello Liguria&rdquo;&raquo;.</p> <p><strong>E cio&egrave;?</strong></p> <p>&laquo;Quando &egrave; crollato il Ponte Morandi sono stati disposti dei ristori legati all&rsquo;allungarsi dei percorsi e alle ore in pi&ugrave; che si facevano, in modo da compensare le perdite. Inoltre, sarebbe necessario il rimborso integrale dei pedaggi autostradali perch&eacute;, con il passaggio dal lato tirrenico, i costi crescono enormemente&raquo;.</p> <p><strong>Infine, presidente, in queste condizioni quanto potete resistere?</strong></p> <p>&laquo;Praticamente nulla. L&rsquo;emergenza deve essere risolta in modo rapido ed efficace, diversamente ci sar&agrave; un blocco totale. In queste condizioni non possiamo lavorare&raquo;.</p> ]]></content:encoded>
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      <title>Puglia, raggiunta l'intesa sul prezzo del latte: 51 centesimi a litro. I produttori: non copre i costi</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/puglia/1953399/puglia-raggiunta-l-intesa-sul-prezzo-del-latte-51-centesimi-a-litro-i-produttori-non-copre-i-costi.html</link>
      <description>Esulta l'assessore all'Agricoltura Paolicelli: «Raggiunto un traguardo importante, ora via al tavolo permanente per monitorare l’andamento del settore»</description>
      <author>leonardo petrocelli</author>
      <category>francesco Paolicelli,latte</category>
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      <pubDate>Wed, 08 Apr 2026 12:24:00 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>E alla fine l&rsquo;accordo &egrave; arrivato. Nel corso di una riunione tra l&rsquo;Assessorato pugliese all&rsquo;Agricoltura e le associazioni dei produttori &egrave; stata raggiunta l&rsquo;intesa sul prezzo del latte, fissato a 51 centesimi a litro. Un numero che &egrave; frutto di una trattativa lunga e complessa, &laquo;triangolare&raquo; nel suo sviluppo: da un lato gli allevatori, dall&rsquo;altro i trasformatori (cio&egrave; le imprese che acquistano e trasformano la materia prima), nel mezzo il faticoso lavoro di mediazione della politica. Con cifre che hanno ballato fino all&rsquo;ultimo e la decisione di insediare un tavolo permanente, di monitoraggio e confronto, che si riunir&agrave; a cadenza regolare.</p> <p>Per comprendere i termini della questione conviene per&ograve; fare un passo indietro. Il prezzo indicativo del latte viene solitamente fissato nel tavolo nazionale del settore lattiero-caseario e si incardina sulle produzioni settentrionali, cio&egrave; quelle ubicate in territori con forte &laquo;vocazione&raquo;. Nella fattispecie, per il trimestre aprile-giugno il valore di riferimento &egrave; 47 centesimi al litro. La Puglia produce un latte di ottima qualit&agrave; e di straordinario gusto, spesso superiore a quello del Nord, ma ha costi di produzione decisamente pi&ugrave; alti, da cui la necessit&agrave; di correggere la quotazione a rialzo. Di solito ballano tre centesimi, questa volta lo scarto &egrave; stato di quattro: da 47 a 51. Da cui l&rsquo;esultanza dell&rsquo;assessore all&rsquo;Agricoltura, Francesco Paolicelli: &laquo;Desidero ringraziare tutti i trasformatori e tutti i produttori per il senso di responsabilit&agrave; dimostrato nell&rsquo;accogliere un risultato che nasce da una trattativa lunga e complessa. Questo accordo - prosegue - rappresenta un punto di equilibrio e soprattutto una base di partenza sotto la quale non si pu&ograve; scendere&raquo;. &Egrave; questo il punto su cui i produttori battono di pi&ugrave;, esibendo una soddisfazione ragionata per l&rsquo;accordo. Non &egrave; un mistero che gli allevatori avrebbero voluto fissare una soglia da 53 centesimi in su. E non sfugge a nessuno che il settore lattiero-caseario pugliese sia in profonda difficolt&agrave;, come testimonia la chiusura di numerose stalle nel Barese, e che un prezzo di 51 centesimi a litro - basandosi sulle indicazioni Ismea - faticher&agrave; anche solo a coprire i costi di produzione (vale lo stesso per le imprese settentrionali), lasciando il comparto nell&rsquo;incertezza. &laquo;Non possiamo dirci soddisfatti - commenta Pietro Piccioni, direttore generale di Coldiretti Puglia - ma il valore individuato &egrave; un tampone che fissa un punto fermo. Pi&ugrave; gi&ugrave; non si pu&ograve; scendere, ora si tratta di salire&raquo;. In questa chiave acquista centralit&agrave; il tavolo che servir&agrave; a monitorare la tenuta del settore nonch&eacute; a individuare altri correttivi in corsa. &laquo;Bisogner&agrave; valutare l&rsquo;andamento del mercato e lo stato di salute del sistema latte, provato da anni di siccit&agrave; e aumenti dei costi. In Puglia il settore degli ovini &egrave; sparito perch&eacute; non ci sono stati interventi tempestivi. Il latte rischia la stessa sorte. Se sar&agrave; necessario - conclude - chiederemo misure e ristori a favore di un comparto che rappresenta l&rsquo;eccellenza pugliese&raquo;. Sulla stessa lunghezza d&rsquo;onda si muove Confagricoltura Bari-Bat che &laquo;prende atto&raquo; del risultato ottenuto, &laquo;un punto di equilibrio in una fase moto complessa&raquo;, come afferma il presidente Massimiliano De Core: &laquo;L&rsquo;accordo offre certezze sulle quantit&agrave; da ritirare e sul prezzo che per&ograve; non &egrave; sufficiente a coprire l&rsquo;aumento dei costi&raquo;. Anche in questo caso &egrave; valutato come cruciale il ruolo del tavolo di settore: &laquo;Auspichiamo che possa diventare uno strumento concreto e operativo, capace di affrontare in maniera strutturale le criticit&agrave; del comparto a partire dalla trasparenza dei prezzi e dalla valorizzazione del latte pugliese. Resta prioritario - conclude - garantire dignit&agrave; economica agli allevatori che rappresentano l&rsquo;anello pi&ugrave; esposto e vulnerabile della filiera&raquo;.</p> <p>Tutti concordano sul ruolo prezioso di mediazione assunto dall&rsquo;Assessorato all&rsquo;Agricoltura durante una trattativa che la politica non era tenuta ad imbastire ma che ha garantito l&rsquo;avvio di un confronto sui punti cruciali. &laquo;Tutto sommato si &egrave; trovato un buon accordo - chiosa Gennaro Sicolo, presidente di Cia Puglia -. Noi chiedevamo 52 centesimi, anche in considerazione dell&rsquo;altissima qualit&agrave; del latte pugliese, si poteva pretendere di pi&ugrave;, ma il momento &egrave; difficile per tutti, come anche i trasformatori hanno capito. La Regione ha svolto un lavoro importante&raquo;. Dal lato dei trasformatori, &egrave; Confartigianato Puglia a confermare la volont&agrave; di dialogo: &laquo;Sin dai primi appuntamenti - commenta il presidente Michele Dituri - abbiamo confermato la disponibilit&agrave; a lavorare in sinergia con i produttori di latte, consapevoli che la salvaguardia della filiera e il rapporto con gli allevatori locali sono valori imprescindibile. E abbiamo apprezzato - prosegue - l&rsquo;impegno dell&rsquo;Assessorato nella direzione di consentire alle imprese di trasformazione di accedere a misure di supporto agli investimenti, all&rsquo;ammodernamento e all&rsquo;efficientamento energetico delle aziende&raquo;</p> <p>La strada da percorrere &egrave; ancora lunga, nella considerazione che la Puglia produce solo il 40% del proprio fabbisogno di latte, aprendosi alle importazioni da fuori. C&rsquo;&egrave; un tema di difesa dell&rsquo;eccellenza, produttiva e trasformativa, ma anche di rilancio di prodotti interamente realizzati da una filiera Made in Puglia. &laquo;Siamo consapevoli delle difficolt&agrave; - commenta ancora l&rsquo;assessore Paolicelli - e proprio per questo la Regione continuer&agrave; a mantenere alta l&rsquo;attenzione, vigilando su chi utilizza il marchio Puglia senza utilizzare realmente latte pugliese: chi richiama la qualit&agrave; pugliese deve garantire latte 100% pugliese, senza ambiguit&agrave;. Da oggi si apre una nuova fase&raquo;. Il prossimo appuntamento &egrave; fissato per l&rsquo;11 maggio. Nella speranza che la bella stagione favorisca, come da tradizione, un maggiore consumo dei prodotti della filiera.</p> ]]></content:encoded>
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      <title>La crisi nel Golfo come l'emergenza Covid: «Servono altre risorse, l’Europa lanci il Next Generation bis»</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1949545/la-crisi-nel-golfo-come-l-emergenza-covid-servono-altre-risorse-leuropa-lanci-il-next-generation-bis.html</link>
      <description>La Cgia lancia l’appello all’Unione: accelerare la transizione energetica e autorizzare il taglio dell’Iva sulle bollette</description>
      <author>leonardo petrocelli</author>
      <category>Next Generation bis,covid,cgia</category>
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      <pubDate>Sun, 05 Apr 2026 11:15:19 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>Non solo la sospensione temporanea del Patto di Stabilit&agrave;, su cui comunque l&rsquo;Europa rimane reticente. Per consentire ai Paesi membri di uscire dal tunnel energetico nel quale li ha infilati la guerra nel Golfo Persico, Bruxelles dovrebbe varare una misura strutturale di lungo periodo. Un Next Generation Eu &laquo;bis&raquo; che ricalchi il piano emergenziale messo in campo per contrastare la crisi post-Covid.</p> <p>A lanciare la proposta &egrave; la Cgia di Mestre che, questa volta, sostituisce le consuete analisi del proprio Ufficio Studi con un appello: servono risorse a fondo perduto e finanziamenti agevolati &laquo;per affrontare - si legge nel report - sia le crisi militari e geopolitiche che la transizione verso l&rsquo;utilizzo di fonti energetiche sostenibili&raquo;. La necessit&agrave; di una regia continentale si giustifica con due considerazioni: la prima &egrave; che le misure varate dai singoli Stati nazionali, a cominciare dall&rsquo;Italia, si stanno rivelando troppo deboli. &laquo;Pannicelli caldi&raquo;, per usare l&rsquo;espressione della Cgil. La seconda si lega, nel merito, al genere di spirale economica nella quale il Vecchio Mondo &egrave; fatalmente immerso. L&rsquo;aumento dei prezzi di carburanti, luce e gas, rileva la Cgia, &laquo;si trasmette rapidamente ai prezzi di produzione e ai prezzi finali&raquo;, suggerendo, in assenza di interventi, una politica monetaria restrittiva &laquo;con effetti sproporzionati&raquo;. Da cui la necessit&agrave; di &laquo;sterilizzare gli aumenti&raquo; a tutela delle famiglie a basso e medio reddito, le pi&ugrave; colpite dai rincari, per difendere la coesione sociale, scongiurare l&rsquo;ampliarsi delle disuguaglianze e garantire &laquo;condizioni di concorrenza eque&raquo;. Differenze tra prezzi energetici - dovute alla maggiore capacit&agrave; di reagire di alcuni Stati rispetto ad altri - potrebbero infatti distorcere la competitivit&agrave; tra le imprese.</p> <p>D&rsquo;altra parte, sono i dati a fotografare impietosamente la realt&agrave;. Dallo scoppio del conflitto in Iran e al netto del taglio italiano delle accise, appena prorogato, il prezzo medio del diesel alla pompa, in modalit&agrave; self, &egrave; lievitato da 1,720 euro al litro a 2,084 con picchi spesso ben superiori. Una crescita del 21,2%. La benzina non sconta la stessa impennata ma passa comunque da 1,670 euro/litro a 1,758 (+5,3%). A &laquo;tirare&raquo; il gasolio verso l&rsquo;alto &egrave; stata la quotazione del Brent Crude Oil, una tipologia di petrolio estratto nel Mare del Nord che funge da <i>benchmark</i>, cio&egrave; da parametro di riferimento per il prezzo del greggio sui principali mercati mondiali. Il Brent &egrave; &laquo;esploso&raquo; del 54,1% trascinando tutta la materia prima verso l&rsquo;alto. Notizie non buone anche dai prezzi di borsa dell&rsquo;energia elettrica e del gas: il primo &egrave; salito da 107,5 euro per Megawattora (MWh) a 122,7 (un balzo del +14,2%) mentre il secondo ha visto un rincaro del 60,2% passando da 32 euro/MWh a 51,2. &laquo;Un&rsquo;evoluzione - ammonisce la Cgia - che, inevitabilmente, si rifletter&agrave; sulle bollette, con prospettive tutt&rsquo;altro che rassicuranti&raquo;.</p> <p>Che fare, dunque? La Cgia, come detto, guarda a un provvedimento strutturale - pensato su un arco temporale di cinque o sette anni - che acceleri la transizione energetica, riducendo la dipendenza da fonti fossili. La contemporanea sospensione del Patto di Stabilit&agrave; dovrebbe consentire poi ai singoli Paesi di contenere i rincari energetici mentre a Bruxelles dovrebbero apparecchiarsi altre tre misure: l&rsquo;autorizzazione al taglio dell&rsquo;Iva sulle bollette, l&rsquo;introduzione di un tetto al prezzo del gas per &laquo;arginarne la volatilit&agrave;&raquo; e prevedere un contributo di solidariet&agrave; sugli extraprofitti delle grandi multinazionali, unica iniziativa che potrebbe concretizzarsi davvero. Resta ancora sul tavolo &laquo;il disaccoppiamento tra prezzo del gas ed energia elettrica, ritenuto sempre pi&ugrave; necessario per ridurre l&rsquo;esposizione del marcato a shock cos&igrave; violenti&raquo;. Un ragionamento di buon senso che dovrebbe essere nell&rsquo;ordine delle cose. Conoscendo l&rsquo;Europa e il suo cieco rigorismo tecnocratico, difficilmente quanto auspicato potr&agrave; tradursi in provvedimenti concreti e, soprattutto, tempestivi. Come Bruxelles ha sentenziato in merito al Patto di Stabilit&agrave;, &laquo;la situazione non &egrave; cos&igrave; grave&raquo; da doverlo sospendere. Comprendere la realt&agrave; non &egrave; mai stata una specialit&agrave; della casa.</p> ]]></content:encoded>
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    </item>
    <item>
      <title>Caro carburanti, prosegue il taglio delle accise: ok alla proroga fino al 1° maggio</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1947466/caro-carburanti-prosegue-il-taglio-delle-accise-ok-alla-proroga-fino-al-1-maggio.html</link>
      <description>L'annuncio di Giorgia Meloni: «Il quadro resta complesso»</description>
      <author>redazione.internet@gazzettamezzogiorno.it</author>
      <category>taglio accise,caro carburanti</category>
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      <pubDate>Fri, 03 Apr 2026 15:03:31 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<p>&laquo;Il governo &egrave; intervenuto oggi con un nuovo decreto per prorogare la riduzione delle accise sui carburanti, ampliando la misura con un intervento mirato a sostegno degli agricoltori e delle imprese esportatrici. &Egrave; una misura necessaria per fronteggiare una fase particolarmente delicata, segnata da tensioni internazionali che stanno producendo effetti concreti sui costi dell&rsquo;energia e sull'economia&raquo;. Lo scrive la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sui social, sottolineando che &laquo;sappiamo che il quadro resta complesso. Per questo il governo continuer&agrave; a monitorare con la massima attenzione l&rsquo;evoluzione dello scenario internazionale e a lavorare su ogni intervento necessario a proteggere famiglie, imprese e lavoro&raquo;.</p> <p>&laquo;La decisione del Governo di prorogare fino al 1&deg; maggio il taglio delle accise sui carburanti &egrave; un intervento positivo che contribuisce ad attenuare, nell&rsquo;immediato, il peso dei rincari energetici su famiglie e imprese, in una fase segnata da forti tensioni internazionali e da un&rsquo;elevata volatilit&agrave; dei prezzi&raquo;. Lo dichiara in una nota la presidente della Camera di Commercio di Bari, Luciana Di Bisceglie.</p> <p>&laquo;Significativa - prosegue - anche l'attenzione riservata al comparto agricolo, pilastro fondamentale del nostro sistema economico e tra i pi&ugrave; esposti alle oscillazioni del carburante. Tuttavia si tratta di misure temporanee che non sono sufficienti: le imprese, infatti, necessitano di certezze e stabilit&agrave; per pianificare gli investimenti, programmare le proprie attivit&agrave; e garantire competitivit&agrave; sui mercati. In un contesto ancora incerto, tra possibili ripercussioni sui conti pubblici e un&rsquo;inflazione dei beni energetici prevista in aumento al 3,1% nel secondo semestre, diventa sempre pi&ugrave; evidente la necessit&agrave; di un approccio organico e strutturale alle politiche energetiche e al sostegno delle imprese. Gli interventi di natura emergenziale, seppur utili, - conclude Di Bisceglie - non possono sostituire una strategia strutturale e di lungo periodo. In tale direzione, la Camera di Commercio di Bari continuer&agrave; a svolgere il proprio ruolo di supporto al tessuto imprenditoriale locale, favorendo il dialogo con le istituzioni per l&rsquo;individuazione di soluzioni efficaci e durature&raquo;.</p>]]></content:encoded>
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    </item>
    <item>
      <title>Bonus prosciugati, la rabbia delle imprese: «Il governo corra ai ripari». La storia di un piccolo imprenditore di Novoli: «Spesi 180mila euro: ne riavrò 7mila»</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1942758/bonus-prosciugati-la-rabbia-delle-imprese-il-governo-corra-ai-ripari-la-storia-di-un-piccolo-imprenditore-di-novoli-spesi-180mila-euro-ne-riavro-7mila.html</link>
      <description>Non si ferma la protesta da Nord a Sud. Domani il tavolo a Roma. Ecco cosa vuol dire sfilare un bonus dalle mani di un imprenditore che ha già investito</description>
      <author>redazione.internet@gazzettamezzogiorno.it (leonardo petrocelli)</author>
      <category>transizione 5.0,salento</category>
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      <pubDate>Tue, 31 Mar 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>Le imprese non ci stanno e continuano ad alzare la voce. Le nuove disposizioni del decreto fiscale, che tagliano in modo consistente il credito d&rsquo;imposta previsto da Transizione 5.0, sono lette dal mondo industriale come un vero e proprio tradimento. Un &laquo;cambio in corsa&raquo; che - oltre ad arrecare un danno economico alle imprese che avevano messo in contro i vantaggi promessi - colpisce quei processi di innovazione e sostenibilit&agrave; energetica essenziali per la riduzione dei costi. A cominciare dagli investimenti nel fotovoltaico, i pi&ugrave; frequentati dalle piccole realt&agrave;.</p> <p>La situazione &egrave; esplosiva da nord a sud, dal Veneto al Salento, come rivelano le note confindustriali che si susseguono in queste ore. La Puglia, in particolare, &egrave; nell&rsquo;occhio del ciclone, come territorio in prima linea proprio sul fronte delle rinnovabili. A porre l&rsquo;accento su questo aspetto, tra gli altri, &egrave; Francesco Elia, presidente provinciale della Cna Lecce (Confederazione Nazionale dell&rsquo;Artigianato e della Piccola e Media Impresa): &laquo;Il governo giustifica la scelta di ridurre drasticamente il credito d&rsquo;imposta con i cambiamenti dello scenario internazionale. Vero e tuttavia proprio per questo bisogna evidenziare che parliamo di misure volte a ridurre i consumi energetici delle aziende e dunque perfettamente in linea con le esigenze di questa fase&raquo;. La memoria corre ad altri bonus recentemente stoppati: i Pia e MiniPia in territorio pugliese ma anche il conto termico che prevedeva 900 milioni a fronte di 1,3 miliardi di richieste. &laquo;In questi due casi - riprende Elia - c&rsquo;&egrave; stato un passo indietro: le richieste sono troppi, i fondi non bastano. Fermiamo tutto e cerchiamo di finanziarie chi ha ottenuto il via libera entro un certo limite temporale. Un modo di fare pi&ugrave; serio. Nel caso di Transizione 5.0 di tratta di una scelta diversa che rompe retroattivamente il patto tra imprese e governo&raquo;.</p> <p>La &laquo;certezza delle regole&raquo; &egrave; il punto su cui, in queste ore, il mondo produttivo insiste di pi&ugrave;. Non solo i grandi ma anche e soprattutto i piccoli. &laquo;Chi verr&agrave; colpito di pi&ugrave; - si domanda Elia -? Certamente chi ha meno possibilit&agrave; di spesa e minori capacit&agrave; di indebitamento, non potendo ricontrattare le condizioni con il sistema bancario. Nessuno fa investimenti con la propria cassa, si chiede in prestito contando sul credito di imposta e poi ci si ritrova soli con le banche che, in questi casi, tendono a irrigidirsi&raquo;. C&rsquo;&egrave; poi una certa assonanza di numeri perch&eacute; il taglio previsto dal governo fa calare le risorse stanziate da 1,4 miliardi a 500 milioni. &laquo;E tuttavia - insiste Elia - non posso non notare che 1,4 miliardi &egrave; esattamente quanto dar&agrave; il governo a Enel per tenere in vita le centrali a carbone ritenute strategiche: 100 milioni l&rsquo;anno per 14 anni, fino al 2038. Si trovano i soldi per questo e non per confermare quanto promesso?&raquo;.</p> <p>I risvolti della vicenda sono notevoli. La data cerchiata di rosso &egrave; quella di domani con il tavolo convocato con le imprese. Il governo &egrave; al lavoro per individuare una soluzione ma i margini di manovra sembrano molto stretti. Anche perch&eacute; &egrave; lo stesso esecutivo a essere diviso fra chi disapprova la decisione e chi invece la condivide, preferendo dirigere tutte le risorse su poche emergenze a cominciare dai carburanti. &Egrave; la linea della capogruppo di FdI in Commissione Bilancio alla Camera, la tarantina Ylenia Lucaselli, che definisce l&rsquo;intervento &laquo;un correttivo necessario&raquo;, rilevando come non ci sia &laquo;alcun patto tradito, e questo le aziende lo sanno bene&raquo;. Nel frattempo, il vicepremier Matteo Salvini spinge sull&rsquo;Europa per ottenere la &laquo;sospensione immediata&raquo; del patto di stabilit&agrave; ma a Bruxelles non si muove foglia. Anche Confindustria, con il presidente Emanuele Orsini, batte ai cancelli dell&rsquo;Unione: &laquo;L&rsquo;industria europea ha bisogno di risposte immediate dalla Commissione e dai governi, altrimenti la deindustrializzazione diventer&agrave; una realt&agrave; concreta&raquo;.</p> <h3>La storia di un piccolo imprenditore di Novoli: &laquo;Spesi 180mila euro: ne riavr&ograve; 7mila&raquo;</h3> <p>Cosa vuol dire sfilare un bonus dalle mani di un imprenditore che ha gi&agrave; investito? Non lo raccontano (solo) i numeri, n&eacute; le dichiarazioni irate delle associazioni di categoria e nemmeno le retromarce dei ministri. Per capire davvero servono le storie, possibilmente non quelle dei giganti che macinano miliardi e possono tenere sulla corda il sistema bancario. Salvatore Mazzotta &egrave; un imprenditore salentino con una attivit&agrave; ben avviata a Novoli, &laquo;MilleBolle&raquo;: lavanderia automatica e negozio di prodotti per l&rsquo;igiene di casa e persona. La sua vicenda &egrave; quella dei tanti &laquo;traditi&raquo; dal taglio drastico del bonus Transizione.</p> <p><strong>Salvatore Mazzotta, per che tipo di progetto ha richiesto il bonus?</strong>&laquo;Abbiamo sostituito il parco macchine della lavanderia con apparecchiature 4.0, interconnesse fra loro, e realizzato un impianto fotovoltaico per alimentare l&rsquo;attivit&agrave; e il negozio. Un investimento da 160mila euro&raquo;.<strong>Come si &egrave; mosso per ottenere il credito d&rsquo;imposta previsto?</strong> &laquo;La scadenza per la presentazione del progetto era fissata al 31 dicembre ma il governo ne ha anticipato la chiusura precisando per&ograve; che tutte le domande approvate entro il 30 novembre sarebbero state riconosciute&raquo;.<strong>A quel punto cosa &egrave; successo?</strong>&laquo;Ci siamo fidati. Abbiamo presentato a novembre la relazione ex ante e tutta la documentazione necessaria per formulare la domanda e ottenere il credito d&rsquo;imposta che ci era stato quantificato in 35mila euro&raquo;.<strong>Poi &egrave; arrivata la doccia fredda...</strong>&laquo;Consideri che solo per presentare la domanda abbiamo speso 20mila euro con relazioni a botta di 5mila euro l&rsquo;una. Se contiamo anche l&rsquo;investimento abbiamo speso 180mila euro&raquo;.<strong>E ora quanto riavr&agrave;?</strong>&laquo;Solo 7mila euro. Nemmeno la met&agrave; delle spese sostenute per ottenere un bonus mai arrivato&raquo;.<strong>Qual &egrave; la morale?</strong>&laquo;Ci sentiamo presi in giro. Se a novembre avessero detto chiaramente che i progetti non sarebbero stati finanziati come previsto avremmo puntato su forme di finanziamento diverse, magari meno dispendiose. &Egrave; stata tradita la fiducia&raquo;.</p> ]]></content:encoded>
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    </item>
    <item>
      <title>Aziende e famiglie, in bolletta una «stangata» da 15 miliardi: il mezzogiorno trema per i bilanci domestici. La Puglia a metà classifica</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1942398/aziende-e-famiglie-in-bolletta-una-stangata-da-15-miliardi-il-mezzogiorno-trema-per-i-bilanci-domestici-la-puglia-a-meta-classifica.html</link>
      <description>L'Ue può disaccoppiare il prezzo del gas da quello dell’energia elettrica. Sul fronte italiano si attende l’approvazione del decreto bollette ma 3 miliardi sono pochi. Durso (Codacons): «Fate scorte di alimenti»</description>
      <author>leonardo petrocelli</author>
      <category>stangata,bollette,puglia</category>
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      <pubDate>Mon, 30 Mar 2026 05:04:00 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>Si comincia da due dati: a un mese dall&rsquo;inizio del conflitto in Iran il prezzo del gas &egrave; aumentato di 26 euro per megawattora (+81%), quello dell&rsquo;energia elettrica invece di 41 euro. Il risultato &egrave; un rincaro complessivo che, nel 2026, potrebbe toccare i 15,2 miliardi euro, di cui 10,2 per l&rsquo;energia elettrica e 5 per il gas. Una &laquo;stangata&raquo; destinata a mettere sotto pressione i bilanci domestici e la tenuta finanziaria di molte aziende.</p> <p>Non usa giri di parole l&rsquo;Ufficio studi della Cgia di Mestre nel nuovo report dedicato ai rincari in bolletta. &laquo;La situazione, seppur preoccupante, &egrave; comunque molto diversa da quanto successe qualche mese dopo l&rsquo;invasione dell&rsquo;Ucraina da parte della Russia&raquo;, precisa l&rsquo;analisi, e tuttavia, &laquo;molto dipender&agrave; dalla durata del conflitto, dalla sua intensit&agrave; e da un eventuale allargamento del teatro di guerra&raquo;. Insomma, il quadro non &egrave; del tutto compromesso anche se gli aumenti iniziano a pesare nelle Regioni pi&ugrave; densamente popolate e ad alta concentrazione industriale. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, numeri alla mano, accusano il colpo pi&ugrave; di tutti sia a livello di imprese che di famiglie. E il Mezzogiorno? I rincari al Sud si annunciano superiori alla media nazionale per quanto riguarda i consumi casalinghi con un +13,4% che segna il massimo per area geografica e supera, seppur lievemente, il dato italiano del +13,3%. Sul versante delle aziende, invece, il Mezzogiorno &egrave; ultimo in classifica con un +13,1% che lo colloca sotto il +13,5% nazionale (il Nord Est registra un +13,6%). Numeri che, probabilmente, riflettono la minor industrializzazione del Sud.</p> <p>Se poi si &laquo;scende&raquo;, per cos&igrave; dire, a livello regionale la Puglia &egrave; ottava per i costi di energia elettrica e gas delle imprese con un ricarico di 422 milioni che vale un +13%, mentre sul versante domestico la crescita &egrave; di 319 milioni e pesa per un 13,4%. La Basilicata &egrave; invece 18esima in entrambe le classifiche con numeri modesti che per&ograve;, in proporzione, valgono rispettivamente un +13,2% e un +13,3%. Insomma, ognuno per il suo, tutti scontano rincari in doppia cifra.</p> <p>Rimane da chiedersi cosa fare. La Cgia ipotizza interventi sia sul versante europeo che su quello nazionale. In particolare, viene ricordato quanto fatto da Bruxelles in quel 2022 cos&igrave; lontano e cos&igrave; vicino: fu consentita la riduzione dell&rsquo;Iva sulle bollette, venne introdotto un tetto al prezzo del gas che fren&ograve; le corse al rialzo, si istitu&igrave; &laquo;un contributo di solidariet&agrave;&raquo; sugli extraprofitti delle grandi multinazionali di petrolio, gas e carbone. Si potrebbe replicare, magari attivando anche una misura molto discussa ma ancora sul tavolo: &laquo;Il disaccoppiamento tra i prezzo del gas e quello dell&rsquo;energia elettrica, un intervento che molti ritengono ormai necessario per rendere il mercato meno esposto&raquo;. Quanto all&rsquo;Italia, molte delle iniziative ipotizzabili sono gi&agrave; inclusi nel decreto bollette la cui approvazione definitiva &egrave; attesa in settimana. E tuttavia, conclude lo studio della Cgia, &laquo;appare indispensabile rinforzare le risorse stanziate perch&eacute; i tre miliardi previsti rischiano di non essere sufficienti per scongiurare che un eventuale choc energetico si traduca in una crisi economica e sociale di vasta portata&raquo;.</p> <h3>DURSO (CONDACONS): FATE SCORTE DI ALIMENTI</h3> <p><strong>Avvocato Dario Durso, referente del Codacons Bari, preoccupato per le ricadute del conflitto in Iran sul bilancio delle famiglie?</strong>&laquo;Partiamo da una premessa: l&rsquo;impatto di questa guerra sulle bollette sar&agrave; inferiore rispetto al 2022, anno dello scoppio del conflitto in Ucraina&raquo;.<strong>Lo rilevano in molti, come mai?</strong>&laquo;Il nodo &egrave; il gas che alimenta le centrali termoelettriche. La quota che acquistiamo dall&rsquo;area del Golfo &egrave; relativa, circa il 15%. Ucraina e Russia, invece, sono snodi decisivi. Per questo, quattro anni fa, la bolletta esplose&raquo;.<strong>E quindi di cosa ci dovremmo preoccupare?</strong>&laquo;Il vero problema &egrave; il petrolio che impatta sul gasolio, sulla benzina, quindi sui trasporti e i beni finali di consumo. Quelli, cio&egrave;, che acquistiamo al supermercato&raquo;.<strong>Che consigli sente di dare al consumatore?</strong>&laquo;Senza creare inutili allarmismi consiglierei di fare scorta di beni alimentari essenziali: pasta, farina, zucchero, sale, tonno, prodotti in scatola a lunga conservazione. Un po&rsquo; come accadde al tempo del Covid. Non sappiamo come andranno le cose dunque conviene acquistarli ora a prezzi ancora ragionevoli&raquo;.<strong>E per quanto riguarda i prodotti freschi?</strong>&laquo;Preferire il supermercato dietro l&rsquo;angolo o il mercato vicino casa. Capisco la tentazione di andare in un ipermercato per risparmiare 20 centesimi a prodotto per&ograve;, magari, quell&rsquo;ipermercato si trova a 10 km da casa nostra. E la benzina ha un costo molto alto. Bisognerebbe iniziare a computarla nell&rsquo;esborso complessivo della spesa&raquo;.<strong>Il governo, invece, che provvedimenti dovrebbe prendere? &Egrave; sufficiente il taglio temporaneo delle accise?</strong>&laquo;Direi proprio di no, servono interventi pi&ugrave; strutturati anche di respiro europeo. Da un lato bisogna contrastare i fenomeni speculativi sul mercato internazionale, dall&rsquo;altro &egrave; indispensabile intervenire sul piano fiscale: tra accise e Iva paghiamo il 40% di tasse sulle bollette. La defiscalizzazione &egrave; la leva pi&ugrave; efficace da utilizzare in questo frangente&raquo;.</p> ]]></content:encoded>
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      <title>Zes, «un successo da migliorare»: Puglia in pole position con 340 autorizzazioni, ma la Basilicata arranca</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1942301/zes-un-successo-da-migliorare-puglia-in-pole-position-con-340-autorizzazioni-ma-a-basilicata-arranca.html</link>
      <description>L’incontro a Confindustria Bari-Bat: «Un modello solido, che piace a destra e a sinistra, ma che potrebbe essere ulteriormente perfezionato, ad esempio puntando con più decisione su progetti ad alto contenuto tecnologico»</description>
      <author>leonardo petrocelli</author>
      <category>zes,Ugo Patroni Griffi</category>
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      <pubDate>Sun, 29 Mar 2026 12:27:00 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>&laquo;Un successo da migliorare&raquo;. La frase &egrave; dell&rsquo;accademico Ugo Patroni Griffi - presidente dell&rsquo;Agenzia rapporti con l&rsquo;esterno dell&rsquo;Universit&agrave; di Bari - e ben fotografa la situazione della Zes Unica del Mezzogiorno. Un modello solido, che piace a destra e a sinistra, confortato dal moltiplicarsi degli investimenti e dalle ricadute occupazionali, ma che potrebbe essere ulteriormente perfezionato, ad esempio puntando con pi&ugrave; decisione su progetti ad alto contenuto tecnologico. Si &egrave; discusso di questo, oltre ogni retorica autocelebrativa, durante il convegno &laquo;Zes: dalle opportunit&agrave; all&rsquo;azione&raquo;, svoltosi venerd&igrave; nella sede di Confindustria Bari-Bat alla presenza del sottosegretario Luigi Sbarra, che guida la Struttura di Missione della Zona economica speciale, del senatore Filippo Melchiorre (FdI), di Ugo Patroni Griffi, del consulente Anci, Pippo Sciscioli, e del presidente degli industriali di Bari-Bat, Mario Aprile.</p> <p>La premessa &egrave; sottoscritta da tutti: la Zes funziona. Nei primi tre mesi del 2026 sono state gi&agrave; rilasciate 1280 autorizzazioni (340 solo in Puglia) per un totale di 6 miliardi di investimenti diretti generati e 17mila nuovi posti di lavoro creati. Certo, c&rsquo;&egrave; chi ne ha approfittato di pi&ugrave; come la Campania e la stessa Puglia, ormai piene interpreti del ruolo di &laquo;locomotive&raquo;, e chi arranca molto indietro come la Basilicata con circa 30 autorizzazioni uniche incassate dal 2024, alcune delle quali, per&ograve;, con buone ricadute occupazionali. Ma il saldo rimane comunque positivo. &laquo;La Zes - chiarisce Sbarra - &egrave; un acceleratore di sviluppo: attrae investimenti, riduce la burocrazia, riconosce fiscalit&agrave; di vantaggio e sostiene l&rsquo;occupazione&raquo;.</p> <p>E, dunque, i problemi dove sono? Le prime segnalazioni concrete arrivano dalle testimonianze delle imprese. Si va dal generale al particolare. Innanzitutto, la necessit&agrave; di prevedere un piano di investimento triennale. Oggi, infatti, gli investimenti vengono dichiarati e rendicontati anno per anno ma le imprese lavorano sempre sul medio e lungo periodo. Lo rileva Massimo Labruna, Ceo di As Labruna, che sottolinea: &laquo;Se il governo ha stanziato oltre 4 miliardi per il triennio 2026-2028 &egrave; giusto prevedere una rendicontazione annuale, ma &egrave; altrettanto necessario permettere alle aziende di programmare investimenti su base triennale in modo da poter compensare le richieste anno per anno&raquo;. Si arruola sullo stesso fronte anche Giuseppe Bruno di Omc Calabrese mettendo anche l&rsquo;accento su un problema pi&ugrave; settoriale: l&rsquo;ammissibilit&agrave;, nel quadro Zes, delle ristrutturazioni e degli adeguamenti degli immobili gi&agrave; in uso, quando inseriti in un investimento produttivo. Un modo per assecondare una delle attivit&agrave; pi&ugrave; frequentate dalle imprese, cio&egrave; la riqualificazione e l&rsquo;efficientamento di strutture gi&agrave; esistenti, e di favorire il recupero del patrimonio industriale gi&agrave; presente sul territorio.</p> <p>Ogni settore, dal proprio angolo visuale, ha dunque proposte generali o specifiche da mettere sul tavolo della discussione. Guardando invece la situazione dall&rsquo;alto di una valutazione complessiva emerge un alto nodo critico. &Egrave; Aprile a introdurlo nel dibattito: &laquo;Affiancando la leva fiscale a quella della semplificazione burocratica - spiega -, la Zes fornisce straordinari vantaggi. Ma ora bisogna utilizzare quei vantaggi anche per rafforzare le filiere sia nell&rsquo;Agroalimentare che nel settore del Mobile della Murgia, ma anche per rilanciare l&rsquo;Automotive e gli investimenti nella componentistica per l&rsquo;eolico, il fotovoltaico e per l&rsquo;industria della Difesa&raquo;.</p> <p>Come ha ben testimoniato la studio &laquo;Check up Mezzogiorno 2025&raquo; di Confindustria-Smr, infatti, oltre la met&agrave; delle autorizzazioni uniche rilasciate si concentra, in realt&agrave;, su poche filiere, pi&ugrave; o meno sempre le solite: l&rsquo;agroalimentare, il Made in Italy tradizionale e un po&rsquo; di elettronica-Ict. Comparti certamente preziosi che rispondono alle vocazioni profonde del territorio ma che ricalcano comunque modelli noti ed esplorati: in sintesi, si tratta di un rafforzamento del tessuto produttivo esistente che grazie alla Zes si affina e si sviluppa, continuando ad investire. Un bene? Certamente. Ma altrettanto utile sarebbe utilizzare l&rsquo;acceleratore Zes per &laquo;spingere&raquo; settori ad alto contenuto tecnologico e con grandi capacit&agrave; di innovazione. Non un tradimento, per cos&igrave; dire, dell&rsquo;identit&agrave; produttiva ma semplicemente una diversificazione in grado di far crescere l&rsquo;intero Mezzogiorno. Le strade da esplorare sono molte. &laquo;Si potrebbe creare una super Zes - spiega Ugo Patroni Griffi - integrando la semplificazione nazionale con norme di semplificazione regionale, avvalendosi anche di istituti poco conosciuti come le zone franche doganali che permettono di contrastare il caro energia e gli effetti della guerra dei dazi&raquo;. Nel frattempo, Confindustria Bari-Bat annuncia l&rsquo;apertura di uno sportello per supportare le imprese nell&rsquo;impostare la domanda per le agevolazioni Zes. &laquo;Ci impegneremo - conclude Aprile tirando i fili del ragionamento - ad aumentare gli investimenti nei settori a maggiore contenuto tecnologico&raquo;.</p> ]]></content:encoded>
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      <title>Carburanti, effetto Iran: «Rincari da record per l'agricoltura pugliese». E in Basilicata la benzina più cara d'Italia</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1941675/iran-con-il-caro-carburanti-rincari-da-record-per-l-agricoltura-pugliese-e-in-basilicata-la-benzina-piu-cara-d-italia.html</link>
      <description>Si riduce l'effetto accise. Le aziende agricole possono registrare aumenti dei costi da 200 a 1.500 euro ettaro al mese a seconda delle colture e della dimensione aziendale</description>
      <author>redazione.internet@gazzettamezzogiorno.it</author>
      <category>caro carburante,puglia</category>
      <guid>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1941675/iran-con-il-caro-carburanti-rincari-da-record-per-l-agricoltura-pugliese-e-in-basilicata-la-benzina-piu-cara-d-italia.html</guid>
      <pubDate>Mon, 23 Mar 2026 11:57:00 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Le aziende agricole possono registrare aumenti dei costi da 200 a 1.500 euro ettaro al mese a seconda delle colture e della dimensione aziendale, a causa dell&rsquo;esplosione dei prezzi di carburanti, fertilizzanti e materie prime a seguito del conflitto in Iran. &Egrave; quanto denuncia Coldiretti Puglia, stimando un aggravio mensile dei costi di produzione che metterebbe a rischio la sopravvivenza delle imprese agricole pugliesi e la capacit&agrave; di mantenere piani colturali e produzioni stabili.</p> <p>L&rsquo;esplosione dei costi di produzione fino al 30%, determinata dalla guerra in Iran, determina rincari a doppia cifra per fertilizzanti e listini delle materie plastiche, rendendo necessarie misure urgenti di sostegno a livello europeo per tutelare le coltivazioni. Complessivamente, tra energetici, fertilizzanti e antiparassitari, i costi per un&rsquo;azienda agricola &ndash; insiste Coldiretti Puglia - salgono fino al 30%, colpendo soprattutto quelle pi&ugrave; meccanizzate. In crescita soprattutto i fertilizzanti, con l&rsquo;urea ha registrato rincari di circa il 35% rispetto al periodo pre-conflitto in Iran, con maggiorazioni superiori ai 200 euro a tonnellata, secondo l&rsquo;analisi Coldiretti sui dati delle Camere di Commercio, mentre anche gli altri prodotti del comparto evidenziano trend al rialzo, dal nitrato ammonico al solfato ammonico.</p> <p>Una situazione analoga a quella verificatasi con la guerra in Ucraina, che ha gi&agrave; evidenziato la vulnerabilit&agrave; di un&rsquo;Europa che ha scelto di delocalizzare la produzione di fertilizzanti per ragioni puramente ideologiche. Da qui la richiesta di Coldiretti di una svolta radicale che punti sulla valorizzazione dei concimi naturali come il digestato e sulla cancellazione del Cbam (Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere), che tassa i fertilizzanti gravando pesantemente sui bilanci delle imprese agricole e compromette la sovranit&agrave; alimentare dell&rsquo;Unione Europea. La questione &egrave; stata al centro di un recente confronto con il vicepremier e ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani.</p> <p style="font-weight: 400;">Emerge - aggiunge <span>Coldiretti</span><span>&nbsp;</span>Puglia - che gli incrementi sui prezzi al consumo non corrispondono a un miglioramento dei compensi agli agricoltori, che rimangono tra i pi&ugrave; colpiti della filiera insieme ai consumatori. Dall&rsquo;analisi dei listini Ismea della seconda settimana di marzo di frutta e verdura emerge un calo del 18% per le fragole, stabilit&agrave; per mele e pere e un aumento dell&rsquo;1% per i kiwi rispetto alla settimana precedente, con altre variazioni per ortaggi come carciofi, bieta, finocchi e lattuga.<u></u><u></u></p> <p style="font-weight: 400;"><u></u>A pesare &egrave; anche il caro gasolio nel comparto della pesca, dove la disponibilit&agrave; di pesce italiano &egrave; calata del 20% con il rincaro dei carburanti sta costringendo le flotte a ridurre o ottimizzare le uscite in mare. Dall&rsquo;analisi sulle vendite in alcune grandi aste di pesce nei porti italiani, emergono diminuzioni nelle quantit&agrave; arrivate sui banchi nelle prime settimane di marzo rispetto a febbraio.</p> <h3 style="font-weight: 400;">IN BASILICATA LA BENZINA PIU' CARA D'ITALIA</h3> <p style="font-weight: 400;">&laquo;Oggi la benzina pi&ugrave; cara, non considerando le autostrade, si vende in Basilicata con 1,751 euro al litro, che precede Calabria con 1,750 euro, e Campania con 1,749 euro&raquo;, per il gasolio in Molise 2,005 euro al litro, in Campania 2,002, in Calabria due euro&raquo; : &egrave; quanto emerge dall&rsquo;analisi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy elaborata dall&rsquo;Unione Italiana Consumatori. Il prezzo medio dei carburanti in modalit&agrave; 'self service lungo la rete stradale nazionale &egrave; pari a 1,722 euro per la benzina e 1,985&nbsp; per il gasolio, in autostrada 1,788 per la benzina e 2,055 per il gasolio.</p> <p style="font-weight: 400;">Le regioni pi&ugrave; virtuose per la benzina sono le Marche, unica regione ad essere ancora sotto 1,7 euro (1,697), al 2&deg; posto il Friuli Venezia Giulia (1,702) e al 3&deg; posto la Toscana (1,705). Per il gasolio vincono sempre le Marche con 1,969 euro, medaglia d&rsquo;argento per Toscana e Friuli, ex aequo con 1,970 euro. Segue l'Abruzzo con 1,972 euro.</p> <p style="font-weight: 400;">&laquo;Oggi, non solo in tutta Italia i prezzi sono saliti, sia per la benzina che per il gasolio, ma mentre ieri il diesel superava i 2 euro solo in autostrada, ora oltrepassano quella soglia sia il Molise che la Campania, mentre la Calabria di ferma sul confine con 2 euro esatti al litro&raquo; afferma Massimiliano Dona, presidente dell&rsquo;Unione Nazionale Consumatori.</p>]]></content:encoded>
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      <title>Caro carburante, Meloni taglia le accise per 20 giorni: la riduzione del prezzo sarà di 25 centesimi al litro</title>
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      <description>Misure per circa mezzo miliardo. La premier, il possibile per evitare l’impatto della crisi</description>
      <author>redazione.internet@gazzettamezzogiorno.it</author>
      <category>meloni,accise,caro carburante</category>
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      <pubDate>Wed, 18 Mar 2026 21:29:00 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Il decreto legge sui carburanti approvato stasera in Consiglio dei ministri contiene un pacchetto di interventi a tempo. Sono previsti un taglio delle accise per 20 giorni con un effetto sul prezzo di 25 centesimi al litro su benzina e diesel e di 12 centesimi sul gpl; un credito di imposta sul gasolio per gli autotrasportatori e del 20% per i pescherecci per i tre mesi da marzo a maggio; un rafforzamento dei controlli anti-speculazione, affidati a Mister Prezzi (il Garante per la sorveglianza dei prezzi presso il ministero delle Imprese), la Guardia di Finanza e l&rsquo;Antitrust.  Lo stanziamento di fondi dovrebbe essere sotto il miliardo di euro. Il governo &egrave; pronto ad allungare la durata delle misure, se la crisi innescata dalla guerra in Iran non dovesse rientrare.</p> <p>TAGLIO ACCISE. Il decreto legge prevede un taglio delle accise sui carburanti che consentir&agrave; di ridurre di 25 centesimi di euro al litro per 20 giorni. Non &egrave; stato inserito nel provvedimento l&rsquo;annunciato rafforzamento della social card sui carburanti per le famiglie meno abbienti: la misura avrebbe riguardato solo i redditi bassi, ed &egrave; stata riassorbita nel generale taglio delle accise.</p> <p>AUTOTRASPORTATORI. Agli autotrasportatori, come gi&agrave; annunciato dal ministro delle Imprese Adolfo Urso, sar&agrave; riconosciuto un credito d&rsquo;imposta sull'acquisto di gasolio. La percentuale &egrave; ancora da definire nel dettaglio e sar&agrave; stabilita in un secondo provvedimento.</p> <p>PESCA. Per le imprese della pesca, ha annunciato il ministro dell&rsquo;Agricoltura Francesco Lollobrigida, &egrave; previsto un credito di imposta del 20% sui carburanti per marzo, aprile e maggio, per 10 milioni di euro in totale.</p> <p>CONTROLLI. Per tre mesi le compagnie petrolifere dovranno inviare giornalmente al Mimit i prezzi consigliati di vendita, pena una sanzione pari allo 0,1% del fatturato. Mister Prezzi, la Guardia di Finanza e l&rsquo;Antitrust sono mobilitate per uno speciale regime di controllo dei &laquo;fenomeni distorsivi lungo la filiera di approvvigionamento e distribuzione dei carburanti&raquo;. Sono previste sanzioni, e nei casi estremi, denunce alla magistratura &laquo;per verificare la sussistenza del reato di manovre speculative&raquo;</p>]]></content:encoded>
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      <title>Sulla ceramica pugliese insiste l’ombra del 2020: «Se i costi esplodono sarà una strage»</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/puglia/1941112/sulla-ceramica-pugliese-insiste-lincubo-del-2020-se-i-costi-esplodono-sara-una-strage.html</link>
      <description>Colì e D’Aniello: «Il comparto per ora regge, ma tanti non sopravviverebbero ad altri choc»</description>
      <author>leonardo petrocelli</author>
      <category>distretto della ceramica,imprenditori</category>
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      <pubDate>Wed, 18 Mar 2026 12:37:00 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>L&rsquo;allarme non &egrave; immediato. La ceramica pugliese, una delle eccellenze dell&rsquo;artigianato regionale, sta riuscendo a reggere i contraccolpi del conflitto nel Golfo Persico. Eppure, sono molte le analisi che individuano il settore come uno dei pi&ugrave; vulnerabili, insieme all&rsquo;agricoltura, ai trasporti e alle costruzioni. Le ragioni sono sostanzialmente due: i rincari energetici da un lato, con il problema dell&rsquo;alimentazione dei forni a gas, e dall&rsquo;altro alcuni rialzi delle materie prime con particolare riferimento ad alcune componenti degli smalti.</p> <p>Al momento, per&ograve;, i danni sono contenuti come raccontano gli imprenditori Antonio Coli, amministratore unico di Fratelli Col&igrave; srl di Cutrofiano (Lecce), e Nicola D&rsquo;Aniello di D&rsquo;Aniello Tradizioni Ceramiche di Terlizzi (Bari), rispettivamente membro del direttivo e presidente regionale dei Ceramisti di Confartigianato Imprese Puglia. Da zone diverse della Puglia l&rsquo;esito del ragionamento &egrave; sempre lo stesso e inizia da un periodo cerchiato di rosso, la seconda met&agrave; del 2020, cio&egrave; l&rsquo;immediato post Covid che vide - oltre a tutti i danni causati dal lockdown - un&rsquo;impennata dei prezzi del metano che vide moltiplicare il proprio costo di ben dodici volte. Una &laquo;botta&raquo; insostenibile.</p> <p>&laquo;In quel periodo - spiega Col&igrave; - i costi energetici salirono, per un mese, da 10mila euro a 120mila in riferimento al solo metano. A quel punto un&rsquo;azienda chiude o fallisce. Al momento quel rischio non c&rsquo;&egrave;, i rincari non raggiungono quei livelli ma temiamo possa succedere qualcosa di simile in futuro&raquo;. Naturale, dunque, che le aziende siano corse ai ripari. Nel caso della Fratelli Col&igrave; alternando metano e propano, quest&rsquo;ultimo in arrivo dall&rsquo;Africa e quindi meno soggetto a pericolose oscillazioni. D&rsquo;Aniello racconta, invece, di aver puntato tutto sulle rinnovabili proprio per prevenire eventuali tsunami. Forni elettrici e fotovoltaico: &laquo;Sono un po&rsquo; pi&ugrave; tranquillo perch&eacute; produco e consumo energia. Anche se i costi ci sono perch&eacute; se i forni non vanno solo grazie ai pannelli l&rsquo;elettricit&agrave; raggiunge comunque i 6mila euro al mese. Con preoccupazione- prosegue - mi metto nei panni di artigiani che hanno 50 o 60 anni e dunque non hanno progettato investimenti con ricadute ventennali&raquo;. Se si dovesse ripresentare la situazione del 2020, D&rsquo;Aniello azzarda una previsione: &laquo;Il 70% dei ceramisti rischierebbe di chiudere. Una strage&raquo;.</p> <p>Il vero problema &egrave; che i margini di manovra sono pochi. Ci si muove su due soli terreni: materie prime, spesso monopolizzate da grandi multinazionali, ed energia. Difficile dunque risparmiare, abbattere i costi, ripensare il prodotto. &laquo;Tanti passi avanti si sono comunque fatti - spiega Col&igrave; - ad esempio incrementando i dazi con la Cina e portandoli fino al 79%: in questo modo i prezzi sono quasi identici e dunque l&rsquo;acquirente ci pensa due volte a investire su un prodotto cinese se quello italiano ha sostanzialmente lo stesso prezzo. Ci&ograve; detto - ammonisce - il Made in Italy &egrave; un valore aggiunto ma non sufficiente. Bisogna sempre lavorarci&raquo;. Lavorarci con ci&ograve; che si &egrave; &laquo;obbligati&raquo; a usare e alcune componenti degli smalti arrivano proprio dall&rsquo;area del Golfo. &laquo;E tuttavia - osserva D&rsquo;Aniello - i grandi colossi multinazionali, come Vibrantz e Colorobbia, non hanno interesse ad affossare le imprese con cui lavorano. I materiali in vendita sono ancora quelli stoccati e non c&rsquo;&egrave; stata speculazione. E credo si andr&agrave; avanti cos&igrave; anche grazie al lavoro dei consulenti di zona che svolgono una preziosa mediazione di prossimit&agrave;&raquo;.</p> <p>C&rsquo;&egrave; solo da augurarsi, dunque, che il metano non impenni ancora. Solitamente, a livello artigianale, i margini di guadagno non sono altissimi. E un rialzo pu&ograve; portare i conti in pari, azzerandoli e aprendo la strada al pozzo nero dei debiti. &Egrave; gi&ugrave; successo e non deve succedere ancora. Per ora, la ceramica pugliese resiste.</p> ]]></content:encoded>
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    </item>
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      <title>«La sfida del caro energia si vince con le rinnovabili. L'Italia faccia come la Spagna: il Sud decollerebbe»</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1940826/la-sfida-del-caro-energia-si-vince-con-le-rinnovabili-l-italia-faccia-come-la-spagna-il-sud-decollerebbe.html</link>
      <description>L'intervista a Giacomo Cucignatto, ricercatore senior della Svimez, esperto di energia e industria</description>
      <author>leonardo petrocelli</author>
      <category>Giacomo Cucignatto,svimez</category>
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      <pubDate>Sun, 15 Mar 2026 13:02:38 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p><strong>Giacomo Cucignatto, ricercatore senior della Svimez, esperto di energia e industria, da dove partiamo per capire quanto la crisi energetica innescata dalla guerra possa impattare sul Mezzogiorno?</strong></p> <p>&laquo;Partirei da un numero, il Prezzo unico nazionale (Pun) dell&rsquo;energia che in Italia si attesta a 143 euro al megawattora (MWh). Un numero naturalmente amplificato dalle conseguenze del conflitto ma il dato era interessante gi&agrave; prima dell&rsquo;attacco all&rsquo;Iran&raquo;.</p> <p><strong>Quali erano i valori di partenza?</strong></p> <p>&laquo;L&rsquo;Italia, che ha una particolare dipendenza dal gas, era gi&agrave; oltre i 100. La Germania a 97, la Francia a 46, grazie al nucleare, e la Spagna appena a 16. Oggi sono aumentati tutti, ovviamente, ma noi paghiamo il 20% in pi&ugrave; rispetto a Berlino, il 31% in pi&ugrave; di Parigi e addirittura il 126% in pi&ugrave; a confronto con agli spagnoli&raquo;.</p> <p><strong>Ma perch&eacute; la Spagna ha questo vantaggio?</strong></p> <p>&laquo;Perch&eacute; ha puntato convintamente sulle rinnovabili. Un numero basso come quel 16, prezzo medio di febbraio, si deve alla superproduzione eolica di quel momento ma in, generale, Madrid si &egrave; attrezzata bene, anche con il solare. Non solo quello tradizionale, ma pure quello a concentrazione&raquo;.</p> <p><strong>Qual &egrave; la lezione che si pu&ograve; trarre?</strong></p> <p>&laquo;Se Stellantis deve fare un investimento e realizzare una gigafactory dove la fa? A Termoli o a Saragozza? In Italia il costo energetico sarebbe 286 milioni, in Spagna 128. Uno scarto di 158 milioni. Naturalmente i numeri sono molto variabili ma la differenza, sostanzialmente, &egrave; questa&raquo;.</p> <p><strong>Dunque il Governo cosa dovrebbe fare?</strong></p> <p>&laquo;Non arretrare sulla transizione rinnovabile nemmeno di un millimetro. Rispetto alla Spagna siamo gi&agrave; indietro. E guardi, non si tratta solo di puntare sulle rinnovabili perch&eacute; sono il futuro, creano lavoro e offrono possibilit&agrave;, ma soprattutto perch&eacute; rappresentano l&rsquo;unico modo per spingere in basso il prezzo dell&rsquo;energia e ridurre il gap che ci porta via investimenti strategici. La presenza di giganti come Vestas a Taranto e 3Sun a Catania, due industrie strategiche, va incentivata&raquo;.</p> <p><strong>Ci sarebbe un vantaggio specifico per il Mezzogiorno?</strong></p> <p>&laquo;Almeno due. Da un lato la maggior parte della produzione si concentrerebbe proprio al Sud. Dall&rsquo;altro bisogna guardare alla riforma del Prezzo unico nazionale che, in futuro, dovrebbe perdere lo strumento perequativo transitorio che uniforma il prezzo in tutto il Paese. Si pagheranno costi differenti nelle varie zone d&rsquo;Italia e un Mezzogiorno attrezzato con l&rsquo;aumento della capacit&agrave; rinnovabile vedr&agrave; ammortizzati i costi dell&rsquo;energia&raquo;.</p> <p><strong>Ci sarebbe anche il nucleare, un&rsquo;ipotesi di cui si parla sempre pi&ugrave; spesso...</strong></p> <p>&laquo;Vero, ma il nucleare impiegherebbe anni per iniziare a dare risposte concrete e tangibili&raquo;.</p> <p><strong>Dalle cause passiamo agli effetti. Con l&rsquo;impennata dei costi energetici e il blocco dello Stretto di Hormuz che succede?</strong></p> <p>&laquo;L&rsquo;aumento dei costi energetici riduce il grado di utilizzo della capacit&agrave; produttiva nonch&eacute; la velocit&agrave; produttiva soprattutto nei settori energivori. &Egrave; un punto che danneggia, in particolare, la Germania e l&rsquo;Italia, Paesi trasformatori legati a doppio filo. Sa come si dice? Se la Germania ha il raffreddore, l&rsquo;Italia prende la polmonite&raquo;.</p> <p><strong>Quali sono i comparti pi&ugrave; colpiti?</strong></p> <p>&laquo;La siderurgia, la ceramica, il vetro, le gigafactory, l&rsquo;automotive. E poi c&rsquo;&egrave; tutto il filone delle esportazioni bloccate dal problema dello Stretto. Qui a pagare dazio sono soprattutto le regioni del Centro-Nord come Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, principalmente in riferimento alla meccanica o all&rsquo;alta moda&raquo;.</p> <p><strong>Per&ograve; c&rsquo;&egrave; anche l&rsquo;agroalimentare che non pu&ograve; nemmeno utilizzare rotte alternative per aggirare Hormuz a causa della deperibilit&agrave; dei prodotti. E questo &egrave; un problema anche meridionale...</strong></p> <p>&laquo;Vero, un problema soprattutto per la Campania che esporta molto verso l&rsquo;Asia&raquo;.</p> <p><strong>E la Puglia?</strong></p> <p>&laquo;La Puglia potrebbe essere colpita soprattutto sul lato della siderurgia. L&rsquo;aumento dei costi complica ulteriormente la situazione dell&rsquo;ex Ilva che gi&agrave; non &egrave; semplice. Senza dimenticare anche la meccanica&raquo;.</p> <p><strong>Un altro grande tema &egrave; quello dell&rsquo;inflazione. Qualcuno sostiene che ci siano gi&agrave; fenomeni speculativi in atto. Che ne pensa?</strong></p> <p>&laquo;La mia personale opinione &egrave; che in alcuni settori i grandi operatori possano utilizzare il proprio potere di mercato per aumentare i prezzi pi&ugrave; che proporzionalmente rispetto all&rsquo;aumento dei costi di produzione. &Egrave; gi&agrave; successo allo scoppio della guerra in Ucraina ed &egrave; un problema serio perch&eacute;, colpendo il potere d&rsquo;acquisto delle famiglie, mortifica la domanda interna in un momento in cui le esportazioni rischiano di rallentare&raquo;.</p> <p><strong>Quale potrebbe essere, dunque, una contromisura economica europea utile nell&rsquo;immediato?</strong></p> <p>&laquo;Non l&rsquo;aumento dei tassi di interesse quanto, forse, l&rsquo;utilizzo della leva fiscale a sostegno delle famiglie e delle imprese in modo che non si scarichi tutto in bolletta. Lo ripeto: &egrave; il momento di utilizzare e proteggere la domanda interna&raquo;.</p> ]]></content:encoded>
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      <title>La bolletta si «gonfia» per 9,3 miliardi: Bari è sesta tra le città più colpite dai rincari</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1940787/la-bolletta-si-gonfia-per-9-3-miliardi-bari-e-sesta-tra-le-citta-piu-colpite-dai-rincari.html</link>
      <description>Il report dell’Ufficio Studi della Cgia di Mestre dedicato proprio all’andamento delle materie prime mostra lo scarto con febbraio 2022</description>
      <author>Leonardo Petrocelli</author>
      <category>bari,economia,bollette</category>
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      <pubDate>Sun, 15 Mar 2026 06:32:00 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>La buona notizia &egrave; che la tenuta generale delle materie prime &egrave; piuttosto solida. Niente a che vedere con quanto accaduto dopo l&rsquo;invasione dell&rsquo;Ucraina. Tiene il nickel, restano bassi zinco e stagno, si difendono il rame e il piombo. Il problema &egrave; che ci sono due eccezioni: il petrolio, salito del 45,8%, e il gas, esploso del 62%. E questo potrebbe comportare un rincaro complessivo delle bollette degli italiani di ben 9,3 miliardi di euro con Bari al sesto posto fra le aree urbane pi&ugrave; colpite.</p> <p>&Egrave; &laquo;agrodolce&raquo;, se cos&igrave; si pu&ograve; dire, il report dell&rsquo;Ufficio Studi della Cgia di Mestre dedicato proprio all&rsquo;andamento delle materie prime. Lo scarto con febbraio 2022 &egrave; evidentissimo. Al tempo, ad esempio, il petrolio esplose del 93,8% ed anche il grano schizz&ograve; alle stelle. La ragione della differenza non sta nella gravit&agrave; del conflitto o nelle dinamiche geopolitiche. Piuttosto, avverte l&rsquo;analisi, &laquo;quella reazione dei mercati fu il riflesso della posizione centrale che Russia e Ucraina occupano nelle catene di approvvigionamento globali&raquo;. Per quanto area critica da tanti punti di vista, il Golfo Persico &egrave; certamente pi&ugrave; periferico sotto il profilo delle interdipendenze economiche. Da cui una sostanziale tenuta del sistema anche se molto, come ovvio, dipender&agrave; da durata e dimensione del conflitto.</p> <p>Naturalmente, per quanto circoscritto, l&rsquo;aumento di gas e petrolio ha gi&agrave; ora un impatto drammatico. Nomisma Energia stima che le famiglie italiane potrebbero subire un aumento medio su base annua di 350 euro, da cui il balzo complessivo di 9,3 miliardi. La &laquo;botta&raquo; pi&ugrave; forte si concentrerebbe nelle grandi aree metropolitane con Roma, Milano e Napoli sul podio rispettivamente con incrementi di spesa pari a 705,8, 554,5 e 406 milioni. Attenzione per&ograve;, perch&eacute; Bari non &egrave; molto distante (&egrave; sesta su 107) con 180,2 milioni di aumenti. Pi&ugrave; staccate Lecce, 22esima con 119,8 milioni, Foggia, 29esima con 88,9 e Taranto, 34esima con 84,5. Chi fa meglio nel blocco apulo-lucano &egrave; Matera, 94esima con ricari stimati a 29,8 milioni, mentre il record positivo italiano &egrave; di Isernia, ultima (si fa per dire) con appena 12,7 milioni di rialzi. Il tutto, senza dimenticare i forti rincari su benzina (+8,7%) e diesel (+18,2%) che, oltre a vessare i comuni automobilisti, sferzano ogni giorno le categorie che lavorano con mezzi a motore, a cominciare da tassisti e autotrasportatori.</p> <p>Come si esce da tutto questo? Nel breve e medio periodo, la Cgia suggerisce &laquo;una strategia articolata che combini interventi fiscali, regolatori e strutturali&raquo;. Innanzitutto, l&rsquo;intervento sulla componente fiscale muovendo dalla premessa che, in Italia, una parte rilevante del prezzo dei carburanti e dell&rsquo;energia &egrave; composta da accise ed Iva: una riduzione, anche temporanea, darebbe &laquo;immediato sollievo a famiglie e imprese&raquo;. E poi il fronte della regolazione del mercato con il rafforzamento dei poteri delle autorit&agrave; di vigilanza per monitorare le speculazioni lungo la filiera energetica. Spostando pi&ugrave; in l&agrave; lo sguardo, diventa invece decisiva la diversificazione degli approvvigionamenti con investimenti pi&ugrave; rapidi nelle rinnovabili e nelle infrastrutture di rete.</p> <p></p> ]]></content:encoded>
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    </item>
    <item>
      <title>L'economista Boldrin (Ora) attacca: «La politica resti fuori dalle aziende. Il Mezzogiorno torni a fare impresa»</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1940677/l-economista-boldrin-ora-attacca-la-politica-resti-fuori-dalle-aziende-il-mezzogiorno-torni-a-fare-impresa.html</link>
      <description>Le dichiarazioni: «La vicenda dei fondi Pia e Minipia? Con i soldi pubblici non si può fare innovazione»</description>
      <author>petrocelli@gazzettamezzogiorno.it (leonardo petrocelli)</author>
      <category>boldrin,economia</category>
      <guid>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1940677/l-economista-boldrin-ora-attacca-la-politica-resti-fuori-dalle-aziende-il-mezzogiorno-torni-a-fare-impresa.html</guid>
      <pubDate>Fri, 13 Mar 2026 10:36:00 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>Il caso, sempre pi&ugrave; intricato, dell&rsquo;ex Ilva, la vicenda dei fondi pugliesi per il turismo, lo stato dell&rsquo;economia meridionale e i riflessi del conflitto in Iran. &Egrave; un ragionamento a tutto campo quello che offre Michele Boldrin, economista della Washington University e segretario nazionale del Movimento Ora, oggi in Puglia per un doppio appuntamento: in mattinata per un seminario sui fondi europei all&rsquo;Universit&agrave; di Bari (ore 10.30) e nel pomeriggio a Taranto (ore 18.30) per un evento pubblico dedicato proprio al siderurgico.</p> <p><strong>Professor Boldrin, iniziamo dall&rsquo;acciaio tarantino con il ritorno in campo di Jindal. Che idea si &egrave; fatto della vicenda?</strong></p> <p>&laquo;Non conosco i dettagli dell&rsquo;offerta ma partirei da una premessa: l&rsquo;interesse dimostra che qualcuno trova industrialmente, e quindi economicamente, apprezzabile l&rsquo;Ilva. E questo &egrave; un bene. A patto che politica e sindacati decidano di renderla tale&raquo;.</p> <p><strong>Quale dovrebbe essere il corretto ruolo dello Stato in questa vicenda?</strong></p> <p>&laquo;Il ruolo di chi vende, incassa i soldi, che male non fanno al bilancio pubblico, e poi garantisce il rispetto delle regole dal punto di vista ambientale e della sicurezza. Non serve inventarne di nuove, in Italia ci sono gi&agrave; e anche piuttosto rigide. Sa qual &egrave; il punto?&raquo;.</p> <p><strong>Prego.</strong></p> <p>&laquo;Possono chiamarmi neoliberista se vogliono ma io resto convinto che la politica debba rimanere fuori dalla propriet&agrave; delle aziende. Perch&eacute; sistematicamente si finisce per impegnare soldi pubblici in giochetti con fini elettoralistici&raquo;.</p> <p><strong>Quali sono i principali problemi dell&rsquo;economia meridionale?</strong></p> <p>&laquo;Direi che sono due. Da un lato la continua uscita talenti. Il miracolo economico port&ograve; via operai e manodopera. Poi iniziarono a partire insegnanti e funzionari. Oggi partono un po&rsquo; tutti, compresi giovani preparati, ambiziosi, ben formati. Cos&igrave; si svuotano i territori delle loro parti pi&ugrave; dinamiche. Se ne va, insomma, la capacit&agrave; imprenditoriale&raquo;.</p> <p><strong>E il secondo problema?</strong></p> <p>&laquo;Troppi meridionali si sono convinti che, alla fine, va bene cos&igrave;. Cio&egrave; sopravvivere con sussidi, posti fissi, prebende, spesa pubblica usata male. I lavori che vanno avanti all&rsquo;infinito cos&igrave; arrivano anche infiniti stipendi. In questo clima nessuno fa impresa, non c&rsquo;&egrave; la fame ma mancano dinamismo e cambiamento&raquo;.</p> <p><strong>A proposito di soldi usati male, che ne pensa della vicenda pugliese dei Pia e MiniPia, fondi bruciati troppo presto a vantaggio spesso di partite Iva e non di imprese?</strong></p> <p>&laquo;Quella storia dimostra solo una cosa: non si fa innovazione coi soldi pubblici. Altro che startup. Si fa solo lo start e poi...il down&raquo;.</p> <p><strong>In che senso?</strong></p> <p>&laquo;Nel senso che cos&igrave; non finanzi lo studente geniale con l&rsquo;idea rivoluzionaria. Ma solo persone, brave persone, per carit&agrave;, che conoscono un po&rsquo; l&rsquo;ambiente, si sanno destreggiare, propongono una cosa ovvia, magari legata alla rete o al turismo, e prendono i soldi. Ma non &egrave; innovazione. &Egrave; una brutta copia&raquo;.</p> <p><strong>E allora come si fa innovazione?</strong></p> <p>&laquo;Con soldi privati e rischi privati. Se vogliono spendere soldi pubblici in Puglia finanzino piuttosto la ricerca di qualit&agrave;, lasciando libero chi la svolge. Cos&igrave; verranno fuori delle startup vere&raquo;.</p> <p><strong>Allarghiamo lo sguardo. &Egrave; preoccupato per gli effetti economici della guerra in Iran?</strong></p> <p>&laquo;Intanto sono preoccupato per il conflitto in s&eacute;. Stiamo lanciando al mondo un segnale sbagliatissimo. Stiamo legittimando l&rsquo;invasione dell&rsquo;Ucraina e dicendo ai cinesi di prendersi Taiwan. Oltre a dare una mano a Israele, ormai un mastino impazzito, che morde tutti e distrugge tutti, convinto che gli Usa lo proteggeranno sempre&raquo;.</p> <p><strong>E per quanto riguarda l&rsquo;economia?</strong></p> <p>&laquo;C&rsquo;&egrave; un capitolo che tocca il petrolio perch&eacute; il conflitto rischia di abbattersi a catena su tutti i produttori. E poi c&rsquo;&egrave; lo stretto di Hormuz. L&igrave; si gioca una parte importante della battaglia. Per&ograve;, attenzione: chiunque lo prender&agrave;, poi lo aprir&agrave;. Non sar&agrave; conveniente conquistarlo per tenerlo chiuso&raquo;.</p> <p><strong>Infine, professore, cosa voter&agrave; al referendum sulla riforma della giustizia?</strong></p> <p>&laquo;Abbiamo coniato uno slogan: &ldquo;s&igrave;, ma meglio&rdquo;. Voter&ograve; s&igrave;, dunque, ma a malincuore perch&eacute; non accetto minimamente che tutto si riduca ad una sorta di punizione verso un intero corpo dello Stato, cio&egrave; i magistrati. &Egrave; un approccio sbagliatissimo. Un secondo dopo aver votato, mi impegner&ograve; per una riforma della giustizia vera, migliore, con i percorsi di carriera. E mi batter&ograve; contro una legge elettorale orrenda che obbedisce a un&rsquo;idea autoritaria&raquo;.</p> ]]></content:encoded>
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      <title>Cina, l'export dalla Puglia raggiunge quota 130 milioni: «Una Regione vista come dinamica»</title>
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      <description>La presentazione nella sede di Confindustria Bari Bat del report elaborato dall’Italy China Council Foundation. Quest’anno lo storico gemellaggio tra Canton e Bari compie 40 anni</description>
      <author>Giovanni Longo</author>
      <category>cina</category>
      <guid>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1940408/cina-l-export-dalla-puglia-raggiunge-quota-130-milioni-una-regione-vista-come-dinamica.html</guid>
      <pubDate>Wed, 11 Mar 2026 14:33:11 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>Lo scenario geopolitico, tra tegola dazi, crisi in Medio Oriente e guerra in Iran di certo non aiuta. Con una potenza economica come la Cina il cui export prevale con qualsiasi nazione al mondo, la Puglia non pu&ograve; certo fare eccezione. Ma le opportunit&agrave; ci sono, bisogna saperle cogliere e i segnali positivi ci sono. In un contesto favorevole. Si pu&ograve; riassumere cos&igrave; il messaggio che giunge dall&rsquo;incontro &ldquo;Scenari economici e politici e opportunit&agrave; per le imprese&rdquo; che si &egrave; tenuto nella sede di Confindustria Bari-Bat, organizzato dall&rsquo;Italy China Council Foundation. L&rsquo;occasione &egrave; la presentazione del &ldquo;rapporto Cina 2025&rdquo; sull&rsquo;andamento dell&rsquo;export e dell&rsquo;import tra Italia e Cina. Tra gli interventi, quelli del presidente di Confindustria Bari-Bat Mario Aprile e di Antonio Barile, presidente Camera di Commercio Italo Orientale.</p> <p>Quanto alla Puglia, con riferimento al 2024, il deficit (calcolato su dati Istat) ha registrato un segno meno di 721 milioni di euro, differenza tra le esportazioni delle imprese pugliesi verso la Cina (130 milioni di euro), e le importazioni da Pechino (851 milioni). Solo per la citt&agrave; di Bari, il segno meno &egrave; di 252 milioni di euro. Ma ci sono settori, come l&rsquo;agroalimentare e il farmaceutico che, guardando all&rsquo;Italia, registrano un importante aumento della capacit&agrave; di export, sempre nel 2024, rispettivamente +17% e + 8% &laquo;segnale che il consumatore cinese sta cambiano molto, esprimendo nuove preferenze rispetto all&rsquo;acquisto di prodotti italiani in questi settori&raquo;, spiega Sara Berloto, responsabile del Centro studi Iccf, Italy China Council Foundation. &laquo;Per la regione Puglia ci sono opportunit&agrave; nell&rsquo;export verso la Cina ma - avverte - l&rsquo;ingresso nel mercato cinese va pensato e studiato con un investimento di medio e lungo periodo. La nostra organizzazione &egrave; un supporto per accompagnare le imprese in questo processo. Occorre capire dove focalizzarsi in Cina, in quale provincia, e poi relazionarsi con istituzioni e regole&raquo;.</p> <p>&laquo;La Cina rappresenta un mercato enorme - spiega Francesco Divella, vicepresidente Confindustria Bari-Bat con delega alla internazionalizzazione - C&rsquo;&egrave; tanto da fare e il nostro interesse &egrave; aprire una strada non solo per le grandi aziende ma anche le piccole e medie imprese. Certo, guerra in Iran e tensioni legate allo stretto di Hormuz stanno creando non pochi problemi alle aziende. Si cominciano a registrare aumenti di costi e difficolt&agrave; logistiche, ma Estremo e Medio Oriente restano mercati importanti&raquo;.</p> <p>Rispetto ad altre aree, le aziende pugliesi possono contare su un vantaggio non di poco conto: le relazioni di amicizia in particolare con la municipalit&agrave; di Canton. Quest&rsquo;anno si celebra il 40&deg; anniversario del gemellaggio tra Canton e Bari, &laquo;un&rsquo;amicizia radicata e profonda - come ha ricordato, collegato dalla Cina, Valerio De Parolis, Console generale d&rsquo;Italia a Guangzhou - . Sono lieto di sostenere questo dialogo, &egrave; un anniversario importante che ci consentir&agrave; di organizzare molte iniziative che speriamo possano rafforzare la componente economica e commerciale. Va in questa direzione il memorandum d&rsquo;intesa tra Comune di Bari e il Distretto di sviluppo di Guangzhou-Huangpu siglato l&rsquo;anno scorso. E poi mi piace ricordare il gemellaggio tra il Guangzhou Daily e la Gazzetta del Mezzogiorno&raquo;. Insomma, su questa &laquo;tela di fondo&raquo; l&rsquo;economia pugliese ha &laquo;prospettive eccezionali. Oggi l&rsquo;immagine che da qui si ha della Puglia, &egrave; di una regione molto dinamica e capace di coniugare qualit&agrave; del prodotto, elevatissima, con innovazione tecnologica e determinazione&raquo;.</p> <p>Anche l&rsquo;assessore regionale allo Sviluppo Economico Eugenio Di Sciascio, ha sottolineato lo &laquo;speciale rapporto di collaborazione tra Regione Puglia e Provincia del Guangdong&raquo;. Un&rsquo;ottima base di partenza da &laquo;rafforzare in futuro con mutuo beneficio&raquo; a partire dalle &laquo;relazioni preesistenti&raquo; per poi &laquo;continuare ad allargarle a beneficio delle nostre aziende&raquo;.</p> <p>&laquo;Nei momenti di grande incertezza - conclude Gianpaolo Camaggio, delegato per la Cina, Camera Commercio Italo Orientale e managing director di Sinoglobal Investments Advisory - in cui lo scenario geopolitico &egrave; particolarmente complesso, programmare e pensare alla Cina significa pensare al futuro. Occorrono tempi lunghi di preparazione e con la Cina non ci si pu&ograve; improvvisare. Oggi &egrave; l&rsquo;occasione per programmare il rilancio dopo gli eventi che ci stanno bloccando, per poi cogliere i frutti, altrimenti quando le opportunit&agrave; saranno pi&ugrave; evidenti, sar&agrave; troppo tardi e resteremo inevitabilmente fuori da un mercato cos&igrave; complesso&raquo;.</p> <p></p> ]]></content:encoded>
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      <title>Aqp tra sicurezza e sostenibilità: illustrati i 13 progetti cofinanziati dall’Europa</title>
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      <description>Dalla digitalizzazione delle reti al potenziamento delle infrastrutture idriche, passando per il rafforzamento del sistema di depurazione e l’innovazione tecnologica per il trattamento fanghi</description>
      <author>leonardo petrocelli</author>
      <category>aqp,progetti,Roberto Venneri</category>
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      <pubDate>Wed, 11 Mar 2026 10:05:12 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>Dalla digitalizzazione delle reti al potenziamento delle infrastrutture idriche, passando per il rafforzamento del sistema di depurazione e l&rsquo;innovazione tecnologica per il trattamento fanghi. Sono tredici i progetti sostenuti dell&rsquo;Europa attraverso le risorse del Pr Puglia Fesr+Fse+2021-27 Asse II e classificati come Operazioni di importanza strategica (Ois). Investimenti che pensano per 430 milioni - con una quota garantita dalla tariffa del servizio idrico - a fronte di un cofinanziamento di 227. A curarne la realizzazione Acquedotto Pugliese (Aqp) con il coordinamento dell&rsquo;Autorit&agrave; idrica pugliese (Aip) e della Regione.</p> <p>E proprio nella sede di Aqp si &egrave; celebrata ieri una mattinata dedicata all&rsquo;illustrazione degli interventi e raccolta sotto il titolo &laquo;Uniti per l&rsquo;acqua, l&rsquo;Europa investe sulla sicurezza idrica della Puglia&raquo;. Un&rsquo;occasione per mettere insieme gli attori della Politica di Coesione, l&rsquo;architrave fondamentale del riequilibrio territoriale europeo. Tutti concordi sulla strada da percorrere come ricorda il presidente di Aqp, Roberto Venneri: &laquo;I 13 progetti, nutriti da risorse europee, nazionali e regionali, hanno obiettivi chiari: ripristinare e proteggere il ciclo dell&rsquo;acqua, costruire una economia idrica intelligente, contenere le fuoriuscite e le perdite volumetriche accidentali, ammodernare le infrastrutture&raquo;. E non solo per far fronte alle emergenze del &laquo;qui e ora&raquo;, ma soprattutto per rispondere alle criticit&agrave; del medio periodo, cambiamenti climatici in testa. &laquo;Entro il 2050 - ricorda Venneri - l&rsquo;area mediterranea sar&agrave; colpita da un ulteriore impoverimento idrico con un indice di stress che superer&agrave; la soglia del 75%. L&rsquo;impegno di Acquedotto, oggi azienda di interesse strategico nazionale, prosegue in questa direzione&raquo;. Sul salto tecnologico verso &laquo;infrastrutture di avanguardia&raquo; e sul ruolo cruciale dei Comuni, protagonisti anche del modello <i>in house</i> di Aqp, si concentra il ragionamento di Gianluca Vurchio, presidente di Ais, mentre sull&rsquo;importanza strategica degli interventi riflette Marco De Giorgi, Coordinatore della Comunicazione e direttore generale del Dipartimento per la coesione della Presidenza del Consiglio: &laquo;Questo tipo di progetto consente da un lato di rendere visibile il ruolo dell&rsquo;Ue nella trasformazione dei territori e dall&rsquo;altro - spiega - ci consente di rafforzare la partecipazione dei cittadini, mostrando come vengono utilizzate le risorse pubbliche&raquo;.</p> <p>La mattinata vede alternarsi al microfono un nutrito gruppo di relatori. C&rsquo;&egrave; il fronte della Commissione europea con Andrea Mancini e Maria Chiara Zingaretti, quello regionale con Pasquale Orlando (direttore della Struttura speciale attuazione Por) e Andrea Zotti (dirigente della Sezione risorse idriche), e infine Cecilia Passeri, responsabile servizio reti di Aip e Gaetano Barbone, responsabile ingegneria di Aqp. Assente il governatore Antonio Decaro, &egrave; l&rsquo;assessore all&rsquo;Agricoltura, Francesco Paolicelli, a intervenire per la Regione: &laquo;Cultura del risanamento delle reti e utilizzo intelligente dell&rsquo;acqua sono le parole d&rsquo;ordine di una collaborazione che deve continuare&raquo;, osserva. La sfida principale nel settore agricolo &egrave; quella del &laquo;riuso delle acque reflue. In alcune parti della regione gi&agrave; lo fanno, dobbiamo implementare gli impianti: ne abbiamo sette adeguati, altri due che potrebbero partire arrivando a nove, e tanti altri che aspettano l&rsquo; adeguamento. I problemi - conclude Paolicelli - li conosciamo, si tratta di anticiparli&raquo;.</p> ]]></content:encoded>
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      <title>Farmaci, metalli, elettronica: ecco gli affari Iran-Puglia. Ma preoccupano gli effetti sui Paesi del Golfo</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1939634/farmaci-metalli-elettronica-ecco-gli-affari-iran-puglia-ma-preoccupano-gli-effetti-sui-paesi-del-golfo.html</link>
      <description>Nel periodo gennaio-settembre 2025/2024, nonostante i raid israeliani, le esportazioni sono rimaste identiche</description>
      <author>Marisa Ingrosso</author>
      <category>affari,iran,puglia,Luigi Triggiani</category>
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      <pubDate>Wed, 04 Mar 2026 09:04:00 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>I dati economici sono come le luci dello spazio siderale, arrivano con un certo ritardo, ma possono raccontare molto di quanto accade attorno a noi. Cos&igrave; oggi, stando alle elaborazioni basate su dati Istat e operate dall&rsquo;Ufficio Studi di Unioncamere Puglia (di cui ha la responsabilit&agrave; Cosmo Albertini), possiamo dire che, nonostante gli 11 giorni di bombardamenti israeliani del giugno scorso e la pioggia di missili e droni che Teheran e i suoi alleati lanciarono su Israele, la Puglia e l&rsquo;Iran hanno continuato, seppur abbassando i regimi, a portare avanti le loro relazioni commerciali. Un inequivocabile sintomo del fatto &ndash; rileva il segretario generale di Unioncamere Puglia, Luigi Triggiani - che si tratta di rapporti di business consolidati.</p> <p>Come scrivemmo su queste pagine lo scorso 16 gennaio, l&rsquo;interscambio 2024 era circa a quota 10 milioni di euro annui: 7,9 milioni di euro il valore delle importazioni e 2,2 quello delle esportazioni. Siccome attualmente sono disponibili i dati soltanto dei primi tre trimestri del 2025, in attesa del consolidato, possiamo confrontarli con l&rsquo;analogo periodo del 2024. Vediamo, quindi, che c&rsquo;&egrave; stato un calo complessivo pari a quasi la met&agrave; del valore delle importazioni, passate da 6,6 milioni a 3,2, mentre le esportazioni sono rimaste pressoch&eacute; identiche: erano 1.238.300 euro nei primi tre trimestri del 2024 e sono stati 1.212.989 nell&rsquo;analogo periodo del 2025.</p> <p><span class="GN4_post">Entrando nel dettaglio dei codici Ateco - come mostra l&rsquo;infografica che pubblichiamo in questa pagina - al netto dei &ldquo;Prodotti alimentari, bevande e tabacco&rdquo; che ha importanza residuale, l&rsquo;import pugliese dalla Repubblica islamica affacciata sul Golfo Persico si caratterizza nel 2025 soprattutto per &ldquo;Metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti&rdquo; e per &ldquo;Sostanze e prodotti chimici&rdquo;, cos&igrave; come negli anni precedenti. Sono le stesse categorie di merci che dalla Puglia arrivano in Iran.</span></p> <p><span class="GN4_post"><img src="https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/upload/2026_03_04/Screenshot_2026-03-04_090737-1772611352944.png" alt="" width="1030" height="715" /></span></p> <p><span class="GN4_post">I tre trimestri 2025 per l&rsquo;Iran sono stati particolarmente difficili cos&igrave; come i seguenti e ancor pi&ugrave; se si pensa all&rsquo;oggi. Oltre alle bombe sganciate dai militari, ricordiamo che l&rsquo;economia iraniana &egrave; sotto il peso di un rigido sistema di sanzioni. Ciononostante, l&rsquo;interscambio complessivo degli ultimi trimestri 2025 mostrano come, soltanto con la Puglia, si parla di quasi 4 milioni e mezzo. &laquo;L&rsquo;Iran &egrave; un partner piccolo, ma solido, dell&rsquo;economia di Puglia &ndash; afferma Triggiani - seppur nelle mille difficolt&agrave;. Si confermano i dati degli anni precedenti e, quindi, ci dicono che &egrave; un partner consolidato. Un partner piccolo ma che ha un valore nel tempo&raquo;. </span></p> <p>L&rsquo;economista nota come &laquo;i prodotti chimici, con la chimica di base, la fanno da padrone per l&rsquo;import e anche i metalli, ma in questo caso la Puglia potrebbe essere un hub. Nel senso che non &egrave; detto che ci&ograve; che viene importato rimanga sul territorio. Noi - continua - importiamo in Puglia in particolare sostanze e prodotti chimici come codici Ateco ma, magari, il carico arriva al porto di Taranto, faccio per dire, e poi viene distribuito e trasferito in aziende di trasformazione che sono nel resto del Paese o anche all&rsquo;estero. Come prodotti per l&rsquo;agricoltura e della pesca, invece, abbiamo poca cosa&raquo;.</p> <p>Per le esportazioni? &laquo;Abbiamo soprattutto prodotti farmaceutici e medicinali, articoli, e poi sostanze e prodotti chimici. Quindi, forse, potrebbe essere una esportazione temporanea. Perch&eacute; abbiamo prodotti e articoli farmaceutici, in particolare abbiamo lo stesso codice Ateco dell&rsquo;export e questo mi fa pensare che ci possa essere una temporanea esportazione, che avviene quando un prodotto pu&ograve; essere portato qui per essere lavorato e, poi, reimportato. Inoltre, siccome, troviamo export di &ldquo;Computer e apparecchi elettronici e ottici&rdquo;, credo che tutto sia legato alle aziende del biomedicale. Diciamo che ci&ograve; che esportiamo di pi&ugrave;, in valore, sono i farmaci&raquo;.</p> <p>Ora, per&ograve;, con quello che succede e con lo Stretto di Hormuz bloccato, la preoccupazione &egrave; palpabile. &laquo;Dobbiamo considerare - dice - che, oltre che ci&ograve; che accade in Iran, ci saranno conseguenze pi&ugrave; vaste, pensiamo all&rsquo;inflazione, e conseguenze d&rsquo;area. Gli imprenditori pugliesi avevano iniziato ad aver dati interessanti l&igrave;, per esempio nel Design e arredo e sono dati nuovissimi. Quindi, al di l&agrave; dell&rsquo;Iran, bisogna vedere che succede ora&raquo;.</p> <p>&laquo;Si sta chiudendo una parte del mondo - riflette l&rsquo;economista - ed essa &egrave; proprio quella in cui le imprese pugliesi avevano iniziato a investire con pi&ugrave; convinzione negli ultimi anni&raquo;.</p> <p>Triggiani ricorda, per esempio, di come la Regione Puglia, in collaborazione con Unioncamere Puglia, questo gennaio ha organizzato la partecipazione delle PMI locali alla fiera &laquo;Big 5 Construct Saudi 2026&raquo;, cio&egrave; il principale evento per l&rsquo;edilizia in Arabia Saudita, a Riad.</p> <p>&laquo;La Puglia stava investendo nel Golfo con un po&rsquo; di convinzione in pi&ugrave; - continua il segretario generale di Unioncamere regionale - e ci sono anche piccoli segnali positivi in questi Paesi, nell&rsquo;<i>home living</i> e nell&rsquo;edilizia&raquo;.</p> <p></p> ]]></content:encoded>
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    </item>
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      <title>Milleproroghe, ecco gli sgravi per le assunzioni: imprenditori no, dipendenti sì</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1939540/milleproroghe-ecco-gli-sgravi-per-le-assunzioni-imprenditori-no-dipendenti-si.html</link>
      <description>Niente bonus per nuove attività, più soldi per gli occupati in area Zes</description>
      <author>leonardo petrocelli</author>
      <category>assunzioni,Zona economica speciale,milleproroghe</category>
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      <pubDate>Tue, 03 Mar 2026 11:58:09 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>Imprenditori no, dipendenti s&igrave;. Sembra obbedire a questa logica il verdetto emesso dall&rsquo;iter di conversione del decreto Milleproroghe in tema di bonus per gli under35 (e non solo). Sono infatti saltati gli incentivi destinati a quanti, da disoccupati, decidevano di avviare attivit&agrave; in ambiti strategici, mentre &egrave; confermato - seppur depotenziato - lo sgravio per le imprese che nel 2026 assumeranno a tempo indeterminato o stabilizzeranno under 35 e under 30, over 35 e donne. Con vantaggi pi&ugrave; alti nell&rsquo;area della Zona economica speciale (Zes) per il Mezzogiorno e quindi anche in Puglia e Basilicata. Di seguito una sintesi ragionata delle misure:</p> <p><span class="GN4_post">Sono stati molteplici i tentativi di prorogare il sostegno mensile (e pluriennale) di 500 euro per i disoccupati under 35 che avviassero una nuova attivit&agrave; in settori ritenuti strategici. Forza Italia, Partito democratico e Italia Viva avevano provato a tenere il punto ma la misura non &egrave; confluita nel testo definitivo. Lo stop &egrave; confermato al 31 dicembre 2025. Nessun problema per chi l&rsquo;aveva ottenuto prima di quella data.</span></p> <p><span class="GN4_post">Buone notizie invece sul versante dell&rsquo;occupazione dipendente. Ma tra under, over e donne, con la Zes di mezzo, il quadro cambia parecchio. Innanzitutto, il 2026 va diviso in due tronconi. Da gennaio fino al 30 aprile lo sgravio dei contributi per le aziende private che assumeranno a tempo indeterminato under35 sar&agrave; del 70% fino a un tetto di 500 euro mensili. Il valore cresce a 650 euro in area Zes nella sua formula allargata, cio&egrave; comprensiva di Umbria e Marche. Stessa percentuale per le assunzioni nella Zona speciale di over 35 e disoccupati da almeno due anni (con balzo al 100 in caso di aumento occupazionale netto). &Egrave; il 100%, invece, la percentuale per l&rsquo;assunzione delle donne &laquo;svantaggiate&raquo; cio&egrave; disoccupate da 24 mesi (o da sei se al Sud Italia) o ancora se impiegate in settori caratterizzati da forte disparit&agrave; di genere. Anche qui c&rsquo;&egrave; bisogno dell&rsquo;incremento netto cio&egrave; l&rsquo;aumento effettivo dei lavoratori di un&rsquo;azienda calcolato nella media tra i 12 mesi precedenti e quelli successivi.</span></p> <p>Dal 1&deg; maggio, invece, tutto cambia al ribasso. Nel senso che le percentuali calano per tutti tranne che per le donne. Nel caso dei giovani under30 si scende al 50% dei contributi fino a tremila euro, mentre per i lavoratori meridionali si torna alla Decontribuzione Sud, cio&egrave; il 20% dei contributi fino a 125 euro al mese.</p> <p>Non &egrave; un mistero che si stia ragionando sulla possibilit&agrave; di estendere i bonus della prima parte dell&rsquo;anno alla seconda. Come sempre, &egrave; una questione di coperture. Al momento si pesca - faticosamente - dalla Manovra 2026 e dal Programma nazionale giovani, donne e lavoro. Pi&ugrave; avanti si vedr&agrave;.</p> ]]></content:encoded>
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    </item>
    <item>
      <title>La Zes «straccia» quota mille: la Puglia medaglia d’argento</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1939180/la-zes-straccia-quota-mille-la-puglia-medaglia-dargento.html</link>
      <description>Sono 1.117 le autorizzazioni uniche rilasciate. Romano: il modello funziona</description>
      <author>leonardo petrocelli</author>
      <category>zes,puglia</category>
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      <pubDate>Sat, 28 Feb 2026 07:31:00 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>In questo primo scorcio di 2026 ne sono state rilasciate gi&agrave; 107, di cui 34 in Puglia e una in Basilicata. Le autorizzazioni uniche sono il &laquo;termometro&raquo; del funzionamento della Zona economica speciale (Zes) per il Mezzogiorno. &laquo;Il modello da cui partire&raquo; per attrarre investimenti, come lo aveva definito la premier Giorgia Meloni a inizio anno. E, in effetti, i numeri sembrano darle ragione con la famigerata &laquo;quota mille&raquo; sfondata gi&agrave; a dicembre 2025 per un totale, ad oggi, di 1.117 autorizzazioni uniche rilasciate.</p> <p>Sulla lunga marcia non hanno nemmeno inciso il pur discusso allargamento della Zes a Marche e Umbria o il criticato cambio di governance con un&rsquo;unica cabina di regia a Palazzo Chigi, presieduta dal sottosegretario con delega al Sud, Luigi Sbarra. Un altro punto che aveva suscitato vibranti polemiche. La rotta per&ograve; &egrave; tracciata e il segreto del successo non &egrave; un mistero come spiega l&rsquo;avvocato Giosy Romano, coordinatore della Struttura di Missione: &laquo;Credo che il fattore decisivo sia la semplificazione burocratica: un meccanismo che consente all&rsquo;imprenditore di ottenere un titolo in tempi rapidissimi e avviare l&rsquo;attivit&agrave;. Si sta rivelando un vero volano per gli investimenti&raquo;. Vale per tutto il Sud ma anche, e in particolar modo, per la Puglia: le autorizzazioni uniche sono state 72 nel 2024, 204 nel 2025 e 34 nel 2026 per un totale di 310. Solo la Campania ha fatto meglio (459) - la Sicilia, terza, &egrave; lontanissima (170) - ma, se stringiamo la telecamera solo sullo scorso anno, la Puglia ha fatto meglio di tutti.</p> <p>Naturalmente, ci sono sempre margini di crescita. Anche per la Zes unica. E i nodi critici sono sostanzialmente due e connessi fra loro: la possibilit&agrave; di programmare su pi&ugrave; anni e l&rsquo;ammontare del credito d&rsquo;imposta, cio&egrave; l&rsquo;agevolazione fiscale per le imprese che investono in beni strumentali in area Zes che, partita da una copertura al 100%, si attesta ora intorno al 70%. &laquo;Il primo &egrave; un problema superato - argomenta Romano - perch&eacute; fino allo scorso anno il credito d&rsquo;imposta era tarato sui 12 mesi ma con l&rsquo;ultima finanziaria &egrave; possibile riconoscerlo per un triennio, fino al 2028: c&rsquo;&egrave; una previsione di 4,4 miliardi&raquo;. Il che si collega al problema dell&rsquo;ammontare: &laquo;Vero - continua - nel 2024 c&rsquo;era una copertura del 100% passata poi nel 2025 al 70% del richiesto, che non &egrave; poca cosa. Tra l&rsquo;altro, &egrave; sintomatico di un altro aspetto: &egrave; vero che le aziende non hanno potuto usufruire del 100% ma sono stati realizzati investimenti per 11 miliardi di euro, ben oltre le aspettative&raquo;. Resta il dubbio che col lievitare delle autorizzazioni uniche si riduca ulteriormente l&rsquo;ammontare del credito d&rsquo;imposta. Romano per&ograve; tiene il punto: &laquo;Il meccanismo non &egrave; scontato. La maggior parte di coloro che beneficiano delle autorizzazioni uniche prescinde dalla richiesta di credito d&rsquo;imposta perch&eacute; l&rsquo;imprenditore rinviene nel principio di semplificazione un incentivo con un valore superiore rispetto a quello puramente economico che pure continua ad avere il suo peso&raquo;.</p> <p>Ci&ograve; premesso, Romano inanella le ultime novit&agrave; messe in cascina. A cominciare dal protocollo firmato con Abi che permetter&agrave; agli istituti bancari aderenti di dedicare specifiche risorse al finanziamento in area Zes, nonch&eacute; da quello siglato con Bankitalia per il monitoraggio degli impatti sul territorio. Uno studio che verr&agrave; utile pi&ugrave; avanti. E, ancora, il patto per la decarbonizzazione e la reindustrializzazione dell&rsquo;area di Brindisi firmato con il prefetto Luigi Carnevale e il bando da 300 milioni, a valere sul Fondo per lo Sviluppo e la Coesione 2027, per finanziare il miglioramento della viabilit&agrave;, delle infrastrutture e della qualit&agrave; dei servizi pubblici nelle industriali. Sullo sfondo, il Piano Strategico arrivato sostanzialmente a met&agrave; del guado: un anno e mezzo alle spalle, un anno e mezzo davanti. &laquo;Dobbiamo iniziare proprio adesso - conclude Romano - a ragionare sulle prospettive future per non farci trovare impreparati. Idee? Al momento no, ma tutto &egrave; perfettibile. Sar&agrave; l&rsquo;analisi dei risultati conseguiti a farci comprendere quali sono i punti di forza e quali quelli di debolezza su cui intervenire&raquo;.</p> <h3>L'INTERVISTA A MARIO APRILE: LA LEVA FINANZIARIA RESTI AL SUD</h3> <p><strong>Mario Aprile, imprenditore e presidente di Confindustria Bari-Bat, facciamo il tagliando alla Zona economica speciale per il Mezzogiorno. Sta funzionando?</strong>&laquo;Direi di s&igrave;. Anche grazie alla Zes il Sud sta dimostrando di avere una forza non indifferente, di poter diventare davvero una locomotiva. Prendiamo la Puglia: qui &egrave; stato rilasciato un quarto delle autorizzazioni uniche dell&rsquo;intera Zona economica speciale. &Egrave; un grande segnale di vitalit&agrave;&raquo;.<strong>Qual &egrave; il punto?</strong>&laquo;L&rsquo;unione della leva finanziaria con quella burocratica. Il segreto &egrave; tutto qui. Noi ci lamentiamo dei dazi americani ma il problema sono i dazi burocratici che vessano i nostri territori da anni. La Zes ha dimostrato che se le cose camminano cambia tutto, anche a livello sociale: investimenti e sviluppo sono il primo antidoto alla fuga dei giovani, una delle principali piaghe del nostro Mezzogiorno&raquo;.<strong>&Egrave; sufficiente la Zes per contrastare la &laquo;lentocrazia&raquo;?</strong>&laquo;Ovviamente no e infatti stiamo suggerendo soluzioni ad ampio raggio. Prima fra tutte la creazione di un dipartimento, sia comunale che regionale, dedicato alla sburocratizzazione. L&rsquo;imprenditore ha bisogno di tempi certi e riposte certe. Naturalmente, la risposta pu&ograve; anche non essere &ldquo;s&igrave;&rdquo;, non si pretende la rimozione dei vincoli, ma l&rsquo;importante &egrave; essere tempestivamente informati su cosa si pu&ograve; o non si pu&ograve; fare. E come farla. Anche perch&eacute; spesso &egrave; poi necessario cambiare il tipo di investimento programmato. Lo abbiamo gi&agrave; visto altrove: la free zone di Dubai ha portato centinaia di miliardi di investimenti. Lavoriamo su questo&raquo;.<strong>Quali sono invece i limiti della Zona speciale? Come pu&ograve; essere migliorata?</strong>&laquo;Guardi, ci sono due aspetti cruciali. Le aziende devono avere la possibilit&agrave; di programmare gli investimenti su pi&ugrave; anni. Questa &egrave; una regola da tenere sempre presente. E devono farlo, possibilmente, con il 100% del credito di imposta&raquo;. <strong>L&rsquo;attuale 70% &egrave; insufficiente?</strong>&laquo;Non &egrave; poco, sia chiaro. Ma anche l&igrave; &egrave; rilevante l&rsquo;aspetto della certezza. Se parti con il 100 e ti ritrovi il 70 o il 60 c&rsquo;&egrave; un problema. Lo stesso vale se parti con il 70 e ti ritrovi con il 50. I soldi che mancano chi te li da? Lo pu&ograve; capire qualunque cittadino programmi un acquisto contando su un supporto economico che rischia di cambiare in corso d&rsquo;opera&raquo;.<strong>L&rsquo;altro aspetto qual &egrave;?</strong>&laquo;La possibilit&agrave; di cumulare quanto offerto dalla Zes con gli incentivi del 4.0 e del 5.0 o anche con i fondi regionali. C&rsquo;&egrave; da insistere perch&eacute; l&rsquo;accumulabilit&agrave; permette di avere una intensit&agrave; maggiore negli investimenti e nelle prospettive. In questo, il contesto conta moltissimo&raquo;.<strong>In che senso?</strong>&laquo;Facciamo impresa in un territorio, la Puglia, che oggi risulta essere uno dei migliori luoghi del mondo in cui investire&raquo;. <strong>Sembra un&rsquo;affermazione campanilista...</strong>&laquo;Affatto, penso alla questione energetica con i risparmi che ti garantisce un territorio con 320 giorni di sole all&rsquo;anno e in cui &egrave; possibile sviluppare felicemente anche l&rsquo;eolico. C&rsquo;&egrave; un capitale umano ben formato da scuole di eccellenza e universit&agrave; di alto valore. Sei ben collegato grazie ad un aeroporto, quello barese, che sta performando molto bene e un sistema ferroviario che prevede di portarci a Roma in tre ore quando sar&agrave; completata la Napoli-Bari. Insomma, le premesse sono ottime&raquo;.<strong>Le note dolenti, invece?</strong>&laquo;Direi la dimensione infrastrutturale. Penso ai porti, ai retroporti, al trasporto della merce. Qui bisogna migliorare ma il quadro, insisto, resta positivo. E la Zes, per come funziona oggi, contribuisce in modo significativo&raquo;.</p> <p><strong>A questo proposito, il cambio di governance, con l&rsquo;istituzione della Cabina di Regia unica a Palazzo Chigi, ha creato difficolt&agrave; come temevate?</strong>&laquo;Devo dire che si &egrave; trattato di un passaggio gestito bene a livello ministeriale. Il sottosegretario Luigi Sbarra ha governato la situazione con efficacia senza creare ritardi o criticit&agrave;. La struttura sta funzionando come ha funzionato sempre. Il cambiamento &egrave; stato indolore&raquo;.<strong>La Zes &egrave; stata allargata a Marche e Umbria e qualcuno paventa la possibilit&agrave; di un&rsquo;estensione all&rsquo;intero territorio nazionale. Un&rsquo;ipotesi che la convince?</strong>&laquo;La Zes fornisce al Mezzogiorno una leva competitiva non banale che almeno nella parte finanziaria deve essere mantenuta sui nostri territori. Per quanto riguarda la burocrazia, invece, possiamo ragionare, non sarebbe sbagliato rendere l&rsquo;Italia intera pi&ugrave; rapida ed efficiente. Poi, certo, ci sono aree come il Basso Lazio molto simili al Sud, ma il Nord Ovest, per dirne una, cosa c&rsquo;entra con noi? Non me ne vogliano gli amici settentrionali ma se desideriamo rilanciare il Sud, la Zes deve rimanere ancorata principalmente qui&raquo;.</p> ]]></content:encoded>
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      <title>Inflazione, in Puglia picchi di caro-cibo: a Bari e provincia +4%, il doppio della media nazionale</title>
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      <description>Un incremento che probabilmente ha il suo peso anche nella crescita addirittura del +6% della divisione «Servizi di ristoranti e servizi di alloggio» del Barese</description>
      <author>Marisa Ingrosso</author>
      <category>puglia,spesa,istat,inflazione</category>
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      <pubDate>Thu, 26 Feb 2026 09:45:24 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>L&rsquo;inflazione sta colpendo i pugliesi nel Sancta Sanctorum della pugliesit&agrave;, il cibo. Stando all&rsquo;ultima rilevazione Istat, infatti, a gennaio 2026 rispetto allo stesso periodo dell&rsquo;anno precedente, sono aumentati in media tutti i prezzi del +1%. Tra le divisioni di spesa che registrano dinamiche tendenziali di prezzo pi&ugrave; marcate rispetto a questo indice generale, spicca proprio quella denominata &laquo;Prodotti alimentari e bevande analcoliche&raquo; che segna un aumento doppio, di poco superiore al 2%. Parliamo di &ldquo;canestro&rdquo; nel quale troviamo ci&ograve; proprio ci&ograve; che finisce sulle tavole degli italiani ogni giorno, generi alimentari come, ad esempio, il pane, la carne, i formaggi e le bevande analcoliche. Quindi l&rsquo;incremento riguarda sia gli alimenti &laquo;lavorati&raquo; nell&rsquo;ambito di un processo di trasformazione industriale (dai succhi di frutta, agli insaccati e ai surgelati), sia gli alimenti &laquo;non lavorati&raquo;, ovvero non trasformati (come carne fresca, pesce fresco, frutta e verdura fresche).</p> <p>A gennaio secondo Istat &laquo;sulla crescita dei prezzi al consumo pesa principalmente l&rsquo;andamento dei prezzi degli Alimentari, non lavorati (+2,5%) e lavorati (+1,9%)&raquo;.</p> <p>I prezzi dei primi salgono del +2,5% &laquo;sostenuti principalmente da quelli di Carne, fresca, refrigerata o congelata (+6,7%), ma anche di Uova (+8,8%), di Frutta a guscio, con guscio o sgusciata (+4,5), di Legumi da granella verdi, freschi o refrigerati (+4,7%) e di Pesci, vivi, freschi, refrigerati o surgelati (+3,2%)&raquo;.</p> <p>In Puglia si segnala il picco di Bari e provincia che, nella divisione Prodotti alimentari e bevande analcoliche ha un tendenziale pari al +4%, cio&egrave; il doppio della media nazionale.</p> <p>Un incremento che probabilmente ha il suo peso anche nella crescita addirittura del +6% della divisione &laquo;Servizi di ristoranti e servizi di alloggio&raquo; del Barese, a fronte di un +2% a livello nazionale.</p> <p><span class="GN4_post">Come &egrave; evidente, il problema dei picchi di caro-cibo &egrave; nella qualit&agrave; stessa di questi beni essenziali. Se si pu&ograve; rinunciare al ristorante, non si pu&ograve; evitare di alimentarsi. Proprio questo &egrave; il punto con l&rsquo;inflazione, manganello economico che si abbatte pi&ugrave; duramente sui ceti pi&ugrave; poveri. &Egrave; una &laquo;tassa&raquo; perch&eacute; riduce il potere d&rsquo;acquisto di tutti i cittadini, rosicchia il valore reale di denaro e risparmi e - se non ci sono meccanismi di salvaguardia - erode la qualit&agrave; della vita di chi pu&ograve; contare su pochi soldi e sui redditi fissi. Ed &egrave; &laquo;iniqua&raquo; poich&eacute; non colpisce tutti allo stesso modo. </span></p> <p><span class="GN4_post">Nella nostra esemplificazione, se una famiglia non andasse pi&ugrave; al ristorante, potrebbe sottrarsi agli aumenti connessi. Per&ograve; un nucleo familiare che deve fare i conti con la disoccupazione, con una pensione o un salario scarsi, molto probabilmente non mangia al ristorante gi&agrave; da mesi, da anni. Ha compresso al massimo le spese e potr&agrave; &laquo;tagliare&raquo; sul carrello della spesa soltanto entro un certo limite.</span></p> ]]></content:encoded>
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      <title>Vola il biologico pugliese ma è incubo burocrazia</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1938959/vola-il-biologico-pugliese-ma-e-incubo-burocrazia.html</link>
      <description>Tamborrino (ColdirettiBio): molti si arrendono, serve semplificare</description>
      <author>leonardo petrocelli</author>
      <category>bio pugliese,agricoltura</category>
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      <pubDate>Wed, 25 Feb 2026 20:38:24 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>Tutti scelgono i prodotti biologici. Bar, ristoranti, hotel, la casalinga di Voghera. Non &egrave; un caso che il mercato &laquo;bio&raquo; sia in espansione, ovunque in Italia e soprattutto in Puglia, regione stabilmente seduta sul podio nazionale con una superficie agricola dedicata di oltre 318mila ettari (numeri di Ismea). Eppure, come ci informa il Crea - Consiglio per la ricerca in agricoltura - tanti produttori mollano il biologico per tornare al convenzionale. Perch&eacute;? Il colpevole, in otto casi su dieci, ha un nome noto: burocrazia. Le aziende che scelgono il bio, infatti, sono costrette a sostenere fino al 30% in pi&ugrave; di adempimenti amministrativi con tutto quello che significa in termini di costi aggiuntivi.</p> <p>La realt&agrave;, come sempre, &egrave; pi&ugrave; eloquente dei numeri. Prendiamo il caso di Mario Rossi, aspirante produttore bio. Come tutti gli imprenditori del settore &egrave; tenuto in partenza a una serie monumentale di scartoffie: partita Iva, Camera di Commercio, fascicolo aziendale, il quaderno di campagna, il contratto per la gestione dei rifiuti, patentini per ogni cosa, dagli attrezzi ai fitosanitari. E poi arriva il bio. Innanzitutto bisogna comunicare al Sian (Sistema informativo agricolo nazionale) l&rsquo;inizio dell&rsquo;attivit&agrave; e la scelta di produrre il biologico. Questo &egrave; il primo passo. Il secondo &egrave; stipulare un contratto con un organismo di controllo, uno dei tanti attivi nel nostro Paese, probabilmente l&rsquo;unico al mondo in cui il controllato paga il controllore. Ma tant&rsquo;&egrave;. A questo punto parte il periodo di &laquo;conversione&raquo;, necessario per la disintossicazione della terra, delle falde, delle strutture arboree: &egrave; un limbo particolarmente oneroso, perch&eacute; grava l&rsquo;imprenditore di tutta la burocrazia del biologico senza permettergli di fregiarsi del logo. Superato il guado, ecco un&rsquo;altra doppia incombenza: il Pap (programma annuale di produzione), da inviare ogni dodici mesi, e i certificati di conformit&agrave;.</p> <p>Finito? No, perch&eacute; adesso arriva l&rsquo;etichettatura con il tanto sospirato logo. Ma non &egrave; l&rsquo;unica cosa che si aggiunge. Serve anche l&rsquo;ente certificatore che &egrave; quello dell&rsquo;ultimo passaggio. Se Mario Rossi fa tutto in casa, non c&rsquo;&egrave; problema (si fa per dire). Ma se ad esempio, nel caso dell&rsquo;olio, si serve di un frantoio esterno si apre un&rsquo;altra partita con un altro ente che potrebbe avanzare qualsiasi tipo di obiezione sull&rsquo;etichetta: questo carattere &egrave; troppo piccolo, qui va il maiuscolo e non il minuscolo, etc etc. Naturalmente, tutto questo dando per scontato che il Nostro abbia gli strumenti culturali, giuridici e informatici per fare tutto da solo senza avvalersi di un aiuto esterno che andrebbe pagato.</p> <p>&laquo;Ora capisce perch&eacute; tanti agricoltori abbandonano il regime biologico? &Egrave; naturale che, a fronte di tanta burocrazia, qualcuno alzi le mani e sventoli bandiera bianca&raquo;, commenta Rita Tamborrino, consigliera di ColdirettiBio, a cui dobbiamo la ricostruzione dei vari passaggi burocratici: &laquo;Si sono verificati anche casi qui in Puglia. Alcuni sono tornati al convenzionale oltre che per la burocrazia elefantiaca anche per tutte le difficolt&agrave; dovute all&rsquo;impossibilit&agrave; di usare sostanze chimiche. Noi andiamo in guerra con la fionda&raquo;. Il caso di scuola &egrave; quello della gestione delle &laquo;malerbe&raquo;. Il convenzionale se la cava con l&rsquo;erbicida: spruzza e ciao. Fatica relativa, costi bassi. Chi si muove in regime di biologico, invece, deve utilizzare i mezzi: un lavoro che impiega pi&ugrave; personale, ha tempi pi&ugrave; lunghi, sconta incombenze di ammortamento e, sia detto per inciso, inquina pure. Per non parlare dell&rsquo;obbligo di rotazione delle colture e della lotta agli agenti patogeni che, senza chimica, &egrave; quasi sempre persa in partenza con danni che a volte investono il 60% del raccolto. &laquo;Per questo - prosegue Tamborrino - il bio &egrave; anche motore di innovazione. Dobbiamo inventarcele tutte, dall&rsquo;uso dei droni alle macchine intelligenti alle soluzioni alternative. E cos&igrave; facendo tutto il comparto progredisce&raquo;.</p> <p>Inutile dire che i regolamenti esposti finora arrivano da Bruxelles con l&rsquo;Italia impegnata ad applicarli in modo rigidissimo. Il nostro &egrave;, come noto, il Paese con i pi&ugrave; alti standard di sicurezza alimentare, da cui il problema della mancata &laquo;reciprocit&agrave;&raquo;, cio&egrave; della concorrenza sleale di prodotti che arrivano da nazioni dove gli standard sanitari, ambientali e sociali sono molto diversi. Il cambio di rotta, dunque, si dovr&agrave; concretizzare nell&rsquo;Unione. Ma la catena parte molto prima. &laquo;Chiediamo innanzitutto alle istituzioni locali - incalza - a cominciare dal presidente Decaro e dall&rsquo;assessore Paolicelli di fare pressione su Roma affinch&eacute; faccia la voce grossa a Bruxelles&raquo;. Ci&ograve; che si richiede non &egrave; la rinuncia ai controlli, ma la semplificazione: passaggi pi&ugrave; snelli, riduzione del numero dei registri, uniformit&agrave; delle etichettature, senza lasciar spazio ad obiezioni da Azzeccagarbugli.</p> <p>L&rsquo;altro capitolo, infine, &egrave; quello del &laquo;Marchio Italia&raquo;, essenziale per spingere la promozione dei prodotti: &laquo;A breve dovrebbe esserci la chiusura - conclude Tamborrino -, come Coldiretti stiamo premendo tantissimo: servir&agrave; a certificare che la materia prima che stai acquistando non solo &egrave; biologica, ma anche italiana. Con tutto quello che significa in termini di sicurezza e qualit&agrave;. Un grande passo in avanti a cui, speriamo, ne seguiranno altri&raquo;.</p> <p></p> ]]></content:encoded>
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      <title>I fondi regionali per gli investimenti e le innovazioni nelle aree interne della Puglia</title>
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      <description>Con il PIA Turismo, rivolto a piccole, medie e grandi imprese e a reti di impresa per programmi compresi tra 5 e 40 milioni di euro, sono state presentate 25 iniziative, per un volume di investimenti pari a 374 milioni di euro e agevolazioni richieste per oltre 208 milioni</description>
      <category>gazzetta economia,speciali,inserto</category>
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      <pubDate>Mon, 23 Feb 2026 12:22:33 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Il turismo pugliese non &egrave; pi&ugrave; soltanto un settore che cresce nei flussi. &Egrave; un comparto che investe, innova, si struttura e mobilita risorse pubbliche e private con una dimensione finanziaria che merita una lettura pienamente economica. Alla BIT di Milano la Regione Puglia ha presentato il quadro delle opportunit&agrave; di investimento attive nella programmazione 2021&ndash;2027, offrendo una fotografia che va oltre la promozione e racconta un sistema produttivo in consolidamento.</p> <p>I dati aggiornati al 30 novembre 2025 parlano di oltre 4 miliardi di euro di investimenti complessivi attivati attraverso gli strumenti regionali (anche declinati all&rsquo;industria turistica) &ndash; tra Contratti di Proponente gramma, PIA, MiniPIA, STEP, Nidi e TecnoNidi &ndash; a fronte di pi&ugrave; di 2,19 miliardi di agevolazioni concesse. L&rsquo;incremento occupazionale stimato supera le 8.000 unit&agrave;. Dentro questo quadro generale, il turismo rappresenta una componente significativa e dinamica.</p> <p>Con il PIA Turismo, rivolto a piccole, medie e grandi imprese e a reti di impresa per programmi compresi tra 5 e 40 milioni di euro, sono state presentate 25 iniziative, per un volume di investimenti pari a 374 milioni di euro e agevolazioni richieste per oltre 208 milioni.</p> <p>L&rsquo;impatto occupazionale atteso &egrave; di 566 nuovi posti di lavoro. Non si tratta di semplici ampliamenti ricettivi: i programmi devono integrare obbligatoriamente investimenti produttivi con interventi di innovazione tecnologica o formazione e possono includere azioni per la tutela ambientale, l&rsquo;internazionalizzazione e consulenze specialistiche. Accanto ai grandi programmi, il MiniPIA Turismo registra una partecipazione ancora pi&ugrave; ampia in termini numerici. Le iniziative presentate sono 201, per un investimento complessivo di 271 milioni di euro e agevolazioni richieste per oltre 135 milioni, con 441 nuovi posti di lavoro previsti. Qui il target &egrave; quello delle PMI e delle micro imprese, con progetti tra 30 mila e 5 milioni di euro. Anche in questo caso, l&rsquo;investimento produttivo deve integrarsi con innovazione digitale, transizione ecologica o formazione.</p> <p>Se si sommano i due strumenti dedicati al turismo il risultato &egrave; significativo: 226 iniziative, oltre 645 milioni di euro di investimenti attivati e pi&ugrave; di mille nuovi posti di lavoro attesi. Un dato che va letto insieme ai numeri dei flussi turistici, con 6,7 milioni di arrivi e 22,7 milioni di presenze annue e un&rsquo;incidenza del settore intorno al 13 per cento del PIL regionale.</p> <p>Gli investimenti raccontano la volont&agrave; di consolidare questa posizione, rafforzando la competitivit&agrave; sui mercati internazionali e migliorando la qualit&agrave; dell&rsquo;offerta Dentro questa architettura un ruolo centrale &egrave; attribuito alle aree interne. In Puglia sono 55 i Comuni ricompresi nelle cinque aree SNAI (Alto Salento, Alta Murgia, Gargano, Monti Dauni e Sud Salento) che rappresentano oltre il 21% dei Comuni regionali e coprono pi&ugrave; di 3.700 chilometri quadrati di territorio, con circa 230 mila residenti. Territori caratterizzati da distanza dai principali poli di servizi, fragilit&agrave; demografica ma forte dotazione ambientale e culturale.</p> <p>&Egrave; su questi contesti che la programmazione FESR concentra una parte significativa delle risorse, circa 79 milioni di euro, per la valorizzazione turisticoculturale e lo sviluppo territoriale delle aree interne, con investimenti destinati alla riqualificazione di spazi urbani e rurali, al recupero di immobili pubblici, alla tutela del patrimonio culturale e allo sviluppo di un&rsquo;offerta turistica innovativa e sostenibile.</p> <p>Per navigare in questo mare di opportunit&agrave;, uno strumento utile &egrave; il portale istituzionale www.pr2127.regione. puglia.it. C&rsquo;&egrave; un elemento che merita attenzione. Una parte consistente degli interventi riguarda il recupero e la riqualificazione di immobili abbandonati da oltre tre anni, la trasformazione di edifici rurali, masserie, trulli e immobili di interesse storico in strutture ricettive, l&rsquo;ammodernamento di campeggi, marina resort, infrastrutture sportive e centri congressuali. Non soltanto nuove camere, ma riuso del patrimonio esistente e qualificazione dell&rsquo;offerta. &Egrave; qui che la politica industriale incontra la rigenerazione territoriale. La BIT, in questo senso, non &egrave; stata solo una vetrina. &Egrave; stata l&rsquo;occasione per presentare un sistema che prova a passare dalla crescita spontanea alla pianificazione strutturata.</p>]]></content:encoded>
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    </item>
    <item>
      <title>Puglia, il turismo la nuova leva per lo sviluppo</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1938610/puglia-il-turismo-la-nuova-leva-per-lo-sviluppo.html</link>
      <description>L'intero settore incide oggi per circa il 13% sul pil regionale, configurandosi come uno dei principali comparti economici</description>
      <author>Maristella Massari</author>
      <category>gazzetta economia,speciale,inserto,turismo</category>
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      <pubDate>Mon, 23 Feb 2026 12:13:42 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<p>La 46esima edizione della BIT, la Borsa Internazionale del Turismo di Milano, conferma per Puglia e Basilicata una fase di consolidamento strutturale del comparto turistico. I dati presentati negli incontri istituzionali delineano un sistema che ha superato la fase di rimbalzo postpandemico e si colloca su un percorso di crescita pi&ugrave; stabile e programmata. La Puglia ha chiuso il 2025 con 6,7 milioni di arrivi e 22,7 milioni di presenze, registrando una crescita significativa della domanda internazionale, superiore al +25%. L&rsquo;incremento non riguarda soltanto i volumi complessivi, ma la composizione della domanda, con un rafforzamento della proiezione estera e segnali di progressiva destagionalizzazione. Il turismo regionale incide oggi per circa il 13% sul Pil pugliese, configurandosi come uno dei principali comparti economici per valore aggiunto e occupazione diretta e indiretta. Alla BIT, il presidente della Regione Puglia, Antonio De Caro, ha sottolineato la dimensione strutturale di questa fase: &laquo;La crescita non &egrave; pi&ugrave; episodica. Stiamo lavorando per consolidare un sistema che metta insieme qualit&agrave; dell&rsquo;offerta, equilibrio territoriale e capacit&agrave; di competere sui mercati internazionali.&nbsp; Il turismo oggi &egrave; una com-Proponente stabile della nostra economia&raquo;.</p> <p>Sul piano operativo, la presenza pugliese in fiera ha prodotto 1.500 incontri business tra imprese locali e operatori nazionali e internazionali, con la partecipazione di 60 aziende nell&rsquo;area dedicata e 184 Comuni coinvolti nei panel territoriali. Un dato che evidenzia un sistema pi&ugrave; organizzato sul versante commerciale e promozionale. Il rafforzamento riguarda anche il segmento MICE. In Puglia operano circa 250 sedi per eventi e congressi, pari al 4,4% del totale nazionale e a quasi un terzo dell&rsquo;offerta del Mezzogiorno. Nel triennio 2022-2024 si stimano tra 9.000 e 11.000 eventi annui, con circa 900.000 partecipanti medi l&rsquo;anno. Permane tuttavia una prevalenza di eventi medio-piccoli, con una dimensione media intorno ai 150 partecipanti e una quota internazionale ancora contenuta, elemento che limita la capacit&agrave; di intercettare grandi congressi.</p> <p>Accanto alla Puglia, la Basilicata ha presentato risultati che segnano un cambio di passo. Il 2025 si &egrave; chiuso con 1 milione e 35 mila arrivi e 2,83 milioni di presenze, in crescita del +9,7% rispetto al 2019 e del +12,4% sul 2024. La componente internazionale rappresenta il 32,05% degli arrivi, con Francia, Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Spagna tra i principali mercati. Il presidente della Regione Basilicata, Vito Bardi, ha definito il risultato &laquo;un passaggio strutturale per l&rsquo;intero sistema regionale&raquo;, aggiungendo: &laquo;Il turismo non &egrave; pi&ugrave; un fenomeno episodico legato a singoli eventi. Dobbiamo rafforzare la governance e la misurabilit&agrave; dell&rsquo;impatto economico, per orientare con maggiore precisione le scelte di investimento pubblico e privato&raquo;.</p> <p> Per entrambe le regioni emergono punti di forza comuni: crescita della domanda estera, ampliamento dell&rsquo;offerta oltre il balneare, maggiore integrazione tra cultura, enogastronomia, turismo lento e grandi eventi. In Puglia si registra una diversificazione crescente tra mare, citt&agrave; d&rsquo;arte, cammini religiosi, aree interne e turismo congressuale; in Basilicata si consolida il ruolo di Matera e del Metapontino, con segnali di espansione nelle aree interne. Restano tuttavia criticit&agrave; strutturali.</p> <p>Per la Puglia pesano le infrastrutture di collegamento e la limitata disponibilit&agrave; di grandi spazi congressuali. La frammentazione dell&rsquo;offerta e la necessit&agrave; di una promozione ancora pi&ugrave; mirata sui mercati extraeuropei rappresentano ulteriori ambiti di intervento. Per la Basilicata la sfida riguarda il consolidamento dei flussi e il rafforzamento dell&rsquo;integrazione tra prodotto e comunicazione, in un contesto territoriale pi&ugrave; fragile sul piano infrastrutturale.</p> <p>L&rsquo;indicazione che emerge dalla BIT &egrave; chiara: il turismo nel Mezzogiorno non &egrave; pi&ugrave; un comparto accessorio, ma una componente strutturale dell&rsquo;economia regionale. La fase attuale richiede una gestione pi&ugrave; sofisticata dei flussi, maggiore capacit&agrave; di programmazione e un rafforzamento delle politiche di qualit&agrave;. La crescita &egrave; evidente nei numeri. La competitivit&agrave; futura si misurer&agrave; nella capacit&agrave; di trasformare questi risultati in valore economico stabile e distribuito sul territorio.&nbsp;</p>]]></content:encoded>
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      <title>Nasce Gazzetta Economia, l’agenda del Sud</title>
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      <description>Non come un inserto tematico, ma come uno spazio stabile di analisi, approfondimento e racconto dei processi che stanno ridisegnando il Mezzogiorno produttivo. Un luogo editoriale dedicato ai numeri, ma soprattutto alla loro interpretazione</description>
      <author>Maristella Massari</author>
      <category>gazzetta economia,la gazzetta del mezzogiorno,speciale,inserto</category>
      <guid>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1938607/nasce-gazzetta-economia-lagenda-del-sud.html</guid>
      <pubDate>Mon, 23 Feb 2026 12:04:18 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Nasce oggi Gazzetta del Mezzogiorno Economia. Non come un inserto tematico, ma come uno spazio stabile di analisi, approfondimento e racconto dei processi che stanno ridisegnando il Mezzogiorno produttivo. Un luogo editoriale dedicato ai numeri, ma soprattutto alla loro interpretazione. Perch&eacute; i numeri, da soli, non spiegano. Vanno letti, incrociati, contestualizzati. Partiamo dal turismo. Non per scelta casuale, ma perch&eacute; &egrave; il comparto che pi&ugrave; di altri racconta la trasformazione economica in atto.</p> <p> La 46&ordf; edizione della BIT di Milano ha certificato un passaggio importante. La Puglia ha chiuso il 2025 con 6,7 milioni di arrivi e 22,7 milioni di presenze, con una crescita della domanda internazionale superiore al 25%. La Basilicata ha superato 1 milione e 35 mila arrivi e 2,83 milioni di presenze, con un incremento del +9,7% rispetto al 2019, anno simbolo di Matera Capitale europea della Cultura. Non sono semplici risultati statistici. Sono indicatori di un sistema che ha compiuto un salto di maturit&agrave;. Il turismo oggi in Puglia incide per circa il 13% sul Pil regionale. Significa occupazione diretta e indotto, significa filiere che si muovono: accoglienza, ristorazione, servizi culturali, trasporti, artigianato, agroalimentare. Significa capacit&agrave; di attrarre investimenti, di riqualificare centri storici, di restituire centralit&agrave; a borghi e aree interne. I punti di forza sono evidenti. Il mare, tra Adriatico e Ionio, resta un attrattore potente, ma non &egrave; pi&ugrave; l&rsquo;unico. Le citt&agrave; d&rsquo;arte (Bari, Lecce, Ostuni, Trani) hanno consolidato un posizionamento internazionale. Le zone montane del Gargano e dell&rsquo;Alta Murgia, i cammini religiosi, il turismo delle radici, il segmento enogastronomico, il turismo lento e quello congressuale stanno ampliando l&rsquo;offerta oltre la stagionalit&agrave; estiva.</p> <p> Il sistema ricettivo si &egrave; diversificato: cresce l&rsquo;extralberghiero, aumentano le locazioni turistiche, si rafforza il comparto degli eventi e del MICE, che in Puglia conta circa 250 sedi dedicate e intercetta ogni anno centinaia di migliaia di partecipanti. &Egrave; un turismo pi&ugrave; complesso, meno concentrato, pi&ugrave; diffuso. Ma i punti di debolezza restano strutturali. Le infrastrutture di collegamento non sempre adeguate, la frammentazione dell&rsquo;offerta, la necessit&agrave; di una promozione ancora pi&ugrave; mirata sui mercati esteri, la carenza di grandi contenitori congressuali capaci di intercettare eventi internazionali di alto profilo. E ancora: la formazione, la qualit&agrave; dei servizi, la capacit&agrave; di fare sistema tra pubblico e privato. La sfida non &egrave; pi&ugrave; crescere. &Egrave; governare la crescita. Distribuire i flussi nel tempo e nello spazio, evitare concentrazioni eccessive, trasformare l&rsquo;attrattivit&agrave; in valore economico stabile. Perch&eacute; il turismo non &egrave; una fotografia, &egrave; un processo. E ogni processo complesso richiede visione, programmazione, misurabilit&agrave;. Gazzetta del Mezzogiorno Economia nasce per questo. Per raccontare come un asset (che sia il turismo, l&rsquo;industria, l&rsquo;energia o l&rsquo;innovazione) possa diventare motore di sviluppo duraturo. Per analizzare le filiere, le ricadute occupazionali, le scelte di governance.</p> <p> Per mettere in relazione territori, imprese e istituzioni. Il Mezzogiorno non pu&ograve; pi&ugrave; permettersi di essere raccontato solo attraverso le emergenze. Deve essere narrato attraverso le sue trasformazioni. E il turismo, oggi, &egrave; la misura pi&ugrave; visibile di questa trasformazione. La Puglia e la Basilicata hanno dimostrato che si pu&ograve; crescere in modo strutturale. Ora si tratta di consolidare, investire, misurare. E di raccontarlo con rigore. Perch&eacute; l&rsquo;economia non &egrave; un comparto. &Egrave; la trama che tiene insieme un territorio. E da qui comincia il nostro lavoro.</p>]]></content:encoded>
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      <title>Il regalo perfetto per San Valentino? Un weekend culturale ma in «economia»</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1937571/il-regalo-perfetto-per-san-valentino-un-weekend-culturale-ma-in-economia.html</link>
      <description>L'indagine di Impresa Cultura Italia-Confcommercio. Al secondo posto la cena al ristorante</description>
      <author>redazione.internet@gazzettamezzogiorno.it (Leonardo Petrocelli)</author>
      <category>san valentino,regali</category>
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      <pubDate>Fri, 13 Feb 2026 19:08:00 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Altro che rose e cioccolatini. Per San Valentino gli innamorati d&rsquo;Italia hanno le idee chiare: il miglior regalo &egrave; un weekend culturale. O almeno cos&igrave; afferma il 76% degli intervistati nell&rsquo;indagine di Impresa Cultura Italia-Confcommercio in collaborazione con SWG. La classifica per&ograve; continua: al secondo posto ecco la pi&ugrave; classica cena al ristorante (71%), seguita da un biglietto per uno spettacolo dal vivo (65%) e da un libro (63%).</p> <p>A vincere &egrave; il fascino dinamico dell&rsquo;esperienza contro la pi&ugrave; stantia ripetitivit&agrave; degli &laquo;oggetti&raquo;. Ma le esperienze costano e se due italiani su tre dichiarano di voler regalare (o ricevere) un fine settimana in una citt&agrave; d&rsquo;arte &egrave; altrettanto vero, per&ograve;, che al momento dei &laquo;conti della serva&raquo; la met&agrave; degli intervistati afferma di non voler spendere pi&ugrave; di 50 euro.</p> <p>Solo uno su tre si proietta oltre i 100 e, infatti, &egrave; caccia aperta a offerte, pacchetti, box, coupon per strappare la due giorni pi&ugrave; conveniente.&nbsp; Nel 2025 solo due italiani su 5 sono riusciti nell&rsquo;impresa, spesso rimanendo nella regione di residenza o sfruttando la sponda di un&rsquo;ospitata a casa di amici. Weekend s&igrave;, ma in economia. Tanto conta l&rsquo;amore, no?</p>]]></content:encoded>
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      <title>Il 10 febbraio è la giornata mondiale dei legumi: la Puglia ne è la patria con una produzione annua di oltre 900mila quintali</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/puglia/1937197/il-10-febbraio-e-la-giornata-mondiale-dei-legumi-la-puglia-ne-e-la-patria-con-una-produzione-annua-di-oltre-900mila-quintali.html</link>
      <description>Lenticchie, fagioli e ceci protagonisti sulle tavole pugliesi: 2 su 3 li consumano più volte alla settimana</description>
      <author>redazione.internet@gazzettamezzogiorno.it</author>
      <category>puglia,legumi</category>
      <guid>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/puglia/1937197/il-10-febbraio-e-la-giornata-mondiale-dei-legumi-la-puglia-ne-e-la-patria-con-una-produzione-annua-di-oltre-900mila-quintali.html</guid>
      <pubDate>Tue, 10 Feb 2026 18:50:27 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<p data-start="253" data-end="628">Con oltre due pugliesi su tre (63%) che li consumano pi&ugrave; volte alla settimana, i legumi confermano il loro ruolo di protagonisti nelle abitudini alimentari regionali. &Egrave; quanto emerge da un&rsquo;analisi di Coldiretti Puglia in occasione della Giornata mondiale dei legumi, celebrata il 10 febbraio per sensibilizzare sui benefici nutrizionali e la sostenibilit&agrave; di questi alimenti.</p> <p data-start="630" data-end="1057">La Puglia si conferma leader nella produzione, con oltre 900mila quintali l&rsquo;anno e una Produzione Lorda Vendibile di 52 milioni di euro. Tra le variet&agrave; pi&ugrave; diffuse figurano fagioli, piselli, lenticchie, ceci e fave, comprese specialit&agrave; tipiche come la Lenticchia di Altamura IGP e le fave di Carpino. Aumenta anche la domanda di prodotti trasformati a base di legumi, come farine, cracker e alternative alla pasta tradizionale.</p> <p data-start="1059" data-end="1382">Coldiretti sottolinea per&ograve; la minaccia della concorrenza estera a basso costo, che riduce la produzione nazionale e porta a una dipendenza dalle importazioni. Nel 2024, tre piatti su quattro di legumi consumati in Italia provenivano dall&rsquo;estero, spesso coltivati con pratiche vietate in Italia o sfruttando lavoro minorile.</p> <p data-start="1384" data-end="1791">I legumi, economici e nutrienti, sono preziosi per la salute: ricchi di proteine, fibre, vitamine e minerali, aiutano a prevenire malattie cardiovascolari, favoriscono la digestione e contribuiscono all&rsquo;equilibrio del sistema nervoso. La lenticchia di Altamura, simbolo del territorio, ha anche una lunga storia di esportazioni e resta un alimento versatile e accessibile, considerato la &ldquo;carne dei poveri&rdquo;.</p> <p data-start="1793" data-end="1964" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Coldiretti invita a privilegiare legumi italiani, Dop e Igp, o acquistati direttamente nei mercati di Campagna Amica, per garantire qualit&agrave;, tracciabilit&agrave; e sostenibilit&agrave;.</p>]]></content:encoded>
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      <title>Rinnovabili, Toto (Renexia): «Eolico offshore, la miccia per trasformare l’Italia»</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1935037/rinnovabili-toto-renexia-eolico-offshore-la-miccia-per-trasformare-litalia.html</link>
      <description>Parla il direttore generale a 3 anni dall’entrata in funzione dell’impianto marino «Beleolico», il primo del Mediterraneo, a largo di Taranto: «Tredici anni per le autorizzazioni, è troppo. L’impatto sul territorio è stato più che positivo»</description>
      <author>leonardo petrocelli</author>
      <category>renexia,Riccardo Toto</category>
      <guid>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1935037/rinnovabili-toto-renexia-eolico-offshore-la-miccia-per-trasformare-litalia.html</guid>
      <pubDate>Sun, 08 Feb 2026 10:52:21 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p class="GN4_text">Continua la nostra serie di interviste dedicate alle energie rinnovabili e, in particolare, all&rsquo;eolico offshore. Dopo Fulvio Memone Capria (Aero), Daniela Salzedo (Legambiente), Michele Scoppio (Gruppo Hope), Ksenia Balanda (Nadara), oggi ne discutiamo con Riccardo Toto di Renexia.</p> <p class="GN4_text">La rivoluzione energetica italiana passa dal mare e dal vento. Lo rivendica a gran voce Riccardo Toto, direttore generale di Renexia, a tre anni dall&rsquo;entrata in funzione dell&rsquo;impianto marino &laquo;Beleolico&raquo;, il primo del Mediterraneo, a largo di Taranto. Una collocazione gravida di significati, simbolici e concreti, che impone una doppia urgenza: tracciare i primi bilanci e disegnare le sfide di domani.</p> <p class="GN4_text"><strong>Riccardo Toto, partiamo da una considerazione preliminare: cosa rappresenta oggi l&rsquo;eolico offshore per il Mezzogiorno e per la Puglia? Solo un&rsquo;opportunit&agrave; energetica?</strong></p> <p class="GN4_text">&laquo;Noi vogliamo fare la &ldquo;rivoluzione energetica italiana&rdquo;. I progetti di eolico offshore di Renexia non trasformano soltanto il vento in energia ma sono la miccia per innescare la trasformazione del sistema-paese italiano. La nostra visione persegue un futuro di indipendenza energetica e di un nuovo sviluppo industriale moderno nel quale il Mezzogiorno gioca un ruolo fondamentale&raquo;.</p> <p class="GN4_text"><strong>A distanza di tre anni dall&rsquo;entrata in funzione, facciamo il &laquo;tagliando&raquo; al Beleolico: dal punto di vista della produzione energetica sono state rispettate le aspettative?</strong></p> <p>&laquo;Direi proprio di s&igrave;, la disponibilit&agrave; tecnica di impianto &egrave; al momento superiore a quella prevista ed &egrave; una delle pi&ugrave; alte in Europa se comparata con le altre turbine in mare&raquo;.</p> <p class="GN4_text"><strong>Sul versante economico e sociale, invece, qual &egrave; stato l&rsquo;impatto?</strong></p> <p>&laquo;L&rsquo;impatto dell&rsquo;impianto sul territorio &egrave; stato pi&ugrave; che positivo. Per le attivit&agrave; manutentive e quelle che vanno dalla protezione catodica alla protezione dei cavi ci affidiamo ad aziende e personale locali. Inoltre, prosegue il nostro accordo con l&rsquo;autorit&agrave; di sistema portuale alla quale continuiamo a fornire energia tramite la produzione di Beleolico&raquo;.</p> <p class="GN4_text"><strong>E per quanto riguarda la compatibilit&agrave; ambientale, cosa ha dimostrato lo studio condotto dai ricercatori della Jonian Dolphin Conservation?</strong></p> <p>&laquo;Il &ldquo;Modello Renexia&rdquo; fondato su innovazione, metodo scientifico, inclusivit&agrave;, condivisione e sostenibilit&agrave; ha prodotto un risultato di grande rilievo attraverso lo studio triennale condotto nel golfo dai ricercatori di Jonian Dolphin Conservation. I dati raccolti ed elaborati attraverso un monitoraggio costante e scientificamente rigoroso dimostrano la piena convivenza tra cetacei e parchi eolici marini: gli avvistamenti di delfini dopo la costruzione dell&rsquo;impianto eolico sono aumentati, in particolare tra il 2022 e il 2024 le specie pi&ugrave; comuni di delfini nel Golfo di Taranto, Tursiops truncatus e Stenella coeruleoalba, hanno mostrato un comportamento di avvicinamento all&rsquo;area dove si trovano gli impianti di Beleolico. Dunque, i parchi eolici marini possono potenzialmente svolgere un ruolo importante anche nel tutelare l&rsquo;ecosistema locale e da qui Renexia ha elaborato una prima mappa degli avvistamenti di numerose specie di delfini nell&rsquo;area del Golfo di Taranto dove sono posizionate le pale eoliche marine&raquo;.</p> <p class="GN4_text"><strong>Impossibile non chiudere questo capitolo con una considerazione su Taranto citt&agrave; simbolo di una Puglia che desidera decarbonizzare e inaugurare nuovi percorsi tra mille difficolt&agrave;.</strong></p> <p>&laquo;Per quanto ci riguarda, Taranto &egrave; stata una sfida e un banco di prova per le nostre aspirazioni nel promuovere concretamente le rinnovabili. Oggi Renexia mantiene viva l&rsquo;attenzione su possibili investimenti in citt&agrave; e nel suo territorio, il tessuto produttivo tarantino ha in s&eacute; le qualit&agrave; e l&rsquo;apertura mentale per accogliere le novit&agrave; industriali pi&ugrave; innovative e farne parte integrante&raquo;.</p> <p class="GN4_text"><strong>Quali sono gli altri progetti, pugliesi e meridionali, gi&agrave; realizzati o che saranno realizzati in futuro da Renexia?</strong></p> <p>&laquo;Ripenso con piacere al parco eolico a terra che abbiamo realizzato a Ponte Albanito nei pressi di Foggia ma, con lo sguardo che abbraccia il centro-sud Italia, il progetto di Renexia in grado di cambiare il destino delle rinnovabili e dell&rsquo;approvvigionamento energetico del Paese &egrave; Med Wind, il grande parco eolico galleggiante che sorger&agrave; a 80 chilometri dalle coste della Sicilia. &Egrave; un impianto a zero impatto visivo con una produzione annua di 9 TWh che significa energia pulita per 3,4 milioni di famiglie e un risparmio annuo di 2,7 milioni di tonnellate di CO2. Un investimento da 9,9 miliardi di euro che costituir&agrave; l&rsquo;innesco di una nuova filiera industriale, con un investimento iniziale di 350 milioni di euro per una fabbrica di turbine e pale, e con nuova occupazione per 3.000 lavoratori impiegati nella costruzione dell&rsquo;impianto con impatti economici e industriali estesi ben oltre il territorio siciliano. Speriamo che il percorso autorizzativo di Med Wind riesca a chiudersi entro il primo semestre del 2026&raquo;.</p> <p class="GN4_text"><strong>In questo cammino, ormai lungo, quali sono state e quali sono le maggiori criticit&agrave; incontrate?</strong></p> <p>&laquo;Guardando all&rsquo;iter autorizzativo, il fattore tempo gioca un ruolo cruciale: il tempo che passa tra l&rsquo;idea di un progetto, la presentazione alle autorit&agrave; competenti e l&rsquo;ottenimento delle autorizzazioni per tradurlo in realt&agrave; fa la differenza. Prendiamo ad esempio Beleolico: 13 anni per le autorizzazioni e 10 mesi per costruirlo interamente. Tredici anni &egrave; il tempo che passa da quando un bambino nasce a quando fa gli esami di terza media. &Egrave; un tempo fuori misura che deve farci riflettere&raquo;.</p> <p class="GN4_text"><strong>E, dunque, cosa chiedete alla politica, locale e nazionale, per questo 2026 che si annuncia anno campale anche dal punto di vista delle rinnovabili?</strong></p> <p>&laquo;Investire in 15 GW di eolico marino galleggiante, come previsto peraltro dal Pniec, comporterebbe un onere minimo per gli utenti - meno di 1&euro;/MWh - e creerebbe un valore aggiunto di quasi 60 miliardi di euro per l&rsquo;economia italiana, generando migliaia di posti di lavoro. Per questi motivi c&rsquo;&egrave; bisogno di muoversi con decisione su tre assi fondamentali: conferma dell&rsquo;obiettivo dei 15 GW di eolico marino galleggiante al 2040, decisione rapida sulle tariffe incentivanti che valorizzi l&rsquo;eolico galleggiante lontano dalle coste, rimozione degli ostacoli burocratici e ideologici per garantire energia pulita e conveniente alle famiglie e alle imprese italiane&raquo;.</p> ]]></content:encoded>
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    <item>
      <title>Inps, via libera al bonus Zes per il Sud: fino a 650 euro di esonero contributivo per chi assume over 35</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1933567/inps-via-libera-al-bonus-zes-per-il-sud-fino-a-650-euro-di-esonero-contributivo-per-chi-assume-over-35.html</link>
      <description>Firmato a Palazzo Chigi il Protocollo d’Intesa: : l’obiettivo è favorire l’accesso al credito per chi investe nella Zona economica speciale, tra cui la Puglia e la Basilicata</description>
      <author>leonardo petrocelli</author>
      <category>Bonus Zes Unica,lavoro,inps,puglia</category>
      <guid>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1933567/inps-via-libera-al-bonus-zes-per-il-sud-fino-a-650-euro-di-esonero-contributivo-per-chi-assume-over-35.html</guid>
      <pubDate>Sat, 07 Feb 2026 11:08:48 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>La pubblicazione delle istruzioni operative sul sito dell&rsquo;Inps, spiana di fatto la strada al nuovo Bonus Zes Unica per il Mezzogiorno. Si tratta, in estrema sintesi, di un esonero contributivo per chi assume, a tempo indeterminato, persone di almeno 35 anni di et&agrave; e disoccupate da almeno 24 mesi nelle regioni del Sud Italia. L&rsquo;esonero, per due anni, &egrave; del 100% dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro - con esclusione di premi e contributi dovuti all&rsquo;Inail - nel limite massimo di 650 euro su base mensile per ciascun lavoratore. La misura - prevista dall&rsquo;articolo 24 del Decreto Coesione e finanziata con 591,4 milioni di euro fino al 2027 nell&rsquo;ambito del &laquo;Programma Nazionale giovani, donne e lavoro 2021-2027&raquo; - premia chi sceglie di investire e assumere nel Mezzogiorno. E infatti il bonus &egrave; &laquo;incassabile&raquo; solo a patto che l&rsquo;attivit&agrave; lavorativa per cui si &egrave; assunti venga effettivamente svolta in una delle regioni della Zona economica speciale, tra cui la Puglia e la Basilicata.</p> <p><span class="GN4_pre">i numeri</span> <span class="GN4_post">L&rsquo;efficacia della Zes sta tutta nelle cifre. Per il 2025 parlano i dati a consuntivo dell&rsquo;Agenzia delle Entrate sulle comunicazioni di richiesta del credito di imposta per gli investimenti effettuati in area Zes. Il totale &egrave; di oltre 10mila domande con un balzo del +52% rispetto all&rsquo;anno precedente. La &laquo;torta&raquo; per&ograve; non &egrave; divisa in parti uguali fra le otto regioni coinvolte. A fare la parte del leone sono tre regioni - Campania, Sicilia e Puglia - che, insieme, coprono tre quarti del totale. Nello specifico, il Tacco d&rsquo;Italia - con le sue 1800 richieste - cresce del 46% sul 2024. La Sicilia ne ha prodotte 2.400 segnando un aumento del 46%. Medaglia d&rsquo;oro per l&rsquo;area partenopea con 3800 richieste (+59% rispetto al 2024) pari al 35% dell&rsquo;intera somma. Se Abruzzo, Molise e Basilicata si spartiscono appena il 10% bisogna per&ograve; sottolineare che, fra tutte le regioni coinvolte, quello lucano &egrave; il pi&ugrave; alto tasso di variazione in un anno. Le domande, pur con numeri inferiori ai tre territori di testa, sono cresciute in un anno del 62%.</span></p> <p><span class="GN4_pre">il protocollo con abi</span> <span class="GN4_post"> Uno dei nodi dirimenti nel percorso di sviluppo della Zes rimane l&rsquo;accesso al credito per le imprese che investono nell&rsquo;area. Favorirlo - attraverso l&rsquo;utilizzo degli strumenti di incentivazione pubblica e il coinvolgimento delle banche che sceglieranno di aderire - &egrave; lo scopo del Protocollo d&rsquo;intesa fra la Struttura di missione Zes, guidata da Giosy Romano, e l&rsquo;Abi, rappresentata dal direttore generale Marco Elio Rottigni. L&rsquo;accordo prevede anche un tavolo permanente, ove siederanno l&rsquo;Abi e la Struttura di missione, per affrontare in modo strutturale e continuo le esigenze delle imprese che investono nel Mezzogiorno. Le firme sono state apposte l&rsquo;altro giorno a Palazzo Chigi alla presenza del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Sud, Luigi Sbarra che richiama le tre parole d&rsquo;ordine: &laquo;Semplificazione, attrattivit&agrave; e sostegno concreto all&rsquo;economia produttiva&raquo;. &laquo;L&rsquo;iniziativa - dichiara Rottigni - contribuir&agrave; al dialogo continuo e costruttivo tra banche, istituzioni e territori affinch&eacute; misure pubbliche e strumenti finanziari privati possano operare in modo efficace&raquo;.</span></p> ]]></content:encoded>
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      <title>Coldiretti, il presidente Prandini: «Il Mezzogiorno è la prima vittima della concorrenza sleale»</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/bari/1931128/coldiretti-il-presidente-prandini-il-mezzogiorno-e-la-prima-vittima-della-concorrenza-sleale.html</link>
      <description>L'intervista: «Transizione verde? Siamo favorevoli però i pannelli vadano sui tetti non nei terreni fertili»</description>
      <author>leonardo petrocelli</author>
      <category>Ettore Prandini,coldiretti</category>
      <guid>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/bari/1931128/coldiretti-il-presidente-prandini-il-mezzogiorno-e-la-prima-vittima-della-concorrenza-sleale.html</guid>
      <pubDate>Thu, 05 Feb 2026 11:57:13 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p class="GN4_text">&Egrave; un ragionamento a imbuto quello che offre Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, oggi a Bari per la prima tappa al Sud della mobilitazione in favore del Made in Italy. Si parte dalle categorie generali, cio&egrave; la difesa delle produzioni italiane, le &laquo;follie&raquo; di Bruxelles, le clausole degli accordi internazionali, per poi &laquo;stringere&raquo; su problemi dirimenti per la Puglia e il Mezzogiorno. A cominciare dalla crisi dell&rsquo;olio e dal dramma della Xylella.</p> <p class="GN4_text"><strong>Presidente Prandini, iniziamo dalle premesse: la sovranit&agrave; alimentare del nostro Paese &egrave; minacciata?</strong></p> <p>&laquo;&Egrave; sicuramente sotto pressione ma siamo convinti che se avremo coraggio come sistema Paese l&rsquo;agricoltura e l&rsquo;agroalimentare potranno essere un volano economico strategico. Non perch&eacute; l&rsquo;Italia non sia in grado di produrre cibo di qualit&agrave;, anzi. &Egrave; in pericolo perch&eacute; le regole del mercato europeo consentono l&rsquo;ingresso di prodotti che non rispettano gli stessi standard richiesti ai nostri agricoltori. Quando l&rsquo;Europa permette di importare cibo ottenuto con fitofarmaci vietati, con costi sociali e ambientali pi&ugrave; bassi e senza trasparenza sull&rsquo;origine, si mina la sovranit&agrave; alimentare, si mette a rischio la salute dei cittadini consumatori e si colpisce il reddito delle imprese agricole. Per tutto questo stiamo attraversando l&rsquo;Italia con le nostre assemblee, che in pochi giorni hanno visto coinvolti oltre 20mila agricoltori, e che ora arrivano al Sud a Bari dove l&rsquo;agricoltura rappresenta un comparto chiave. Diamo vita a un sistema che vale 707 miliardi di euro e 4 milioni di occupati&raquo;.</p> <p class="GN4_text"><strong>Quali sono i principali nodi critici e quanto ne risente il Mezzogiorno?</strong></p> <p>&laquo;I nodi sono chiari: importazioni senza reciprocit&agrave;, prezzi agricoli compressi sotto i costi di produzione, filiere sbilanciate e controlli insufficienti. Il Mezzogiorno ne risente pi&ugrave; di altri territori perch&eacute; &egrave; frontiera fisica delle merci extra Ue e perch&eacute; concentra produzioni strategiche come grano duro, olio e ortofrutta. Qui il dumping estero non &egrave; un tema teorico, ma una minaccia quotidiana a reddito, occupazione e tenuta sociale. Dobbiamo difendere il Made in Italy e trasformare il Mezzogiorno in una grande piattaforma economica e logistica per l&rsquo;export&raquo;.</p> <p class="GN4_text"><strong>La protesta contro il Mercosur continua: cosa non va nonostante le garanzie politiche?</strong></p> <p>&laquo;Intanto ribadisco un concetto: noi siamo assolutamente favorevoli agli accordi di libero scambio. Non mi stancher&ograve; mai di ripeterlo. Noi vogliamo confrontarci ad armi pari sul mercato. Quello che chiediamo, di qualsiasi accordi si tratti e con qualunque Paese del Mondo, &egrave; una reciprocit&agrave; reale e un sistema di controlli efficace. Le stesse regole imposte ai nostri produttori devono valere per chi vuole vendere in Europa. Altrimenti subiamo una insopportabile concorrenza sleale. Siamo contrari ad accordi dove l&rsquo;agricoltura sia trattata come merce di scambio come avveniva 30 o 40 anni fa. Non commettiamo l&rsquo;errore di pensare che tutto sia legato al Mercosur, il ragionamento &egrave; pi&ugrave; ampio e sottile&raquo;.</p> <p class="GN4_text"><strong>Gli accordi con Giappone e India hanno avuto una accoglienza diversa. Perch&eacute;?</strong></p> <p>&laquo;Perch&eacute; in quei casi c&rsquo;&egrave; una maggiore attenzione alla qualit&agrave;, alle indicazioni geografiche e al valore del Made in Italy. L&rsquo;internazionalizzazione &egrave; nel Dna di Coldiretti, ma funziona solo se le regole valgono per tutti e, ripeto, non si apre la porta a concorrenza sleale. Non tutti gli accordi sono uguali: quelli che premiano la qualit&agrave; sono un&rsquo;opportunit&agrave;, quelli che favoriscono il dumping sono un rischio mortale&raquo;.</p> <p class="GN4_text"><strong>Alla fine della giostra, l&rsquo;Unione europea &egrave; nemica dell&rsquo;agricoltura italiana?</strong></p> <p>&laquo;L&rsquo;Europa non &egrave; un nemico e durante le nostre proteste abbiamo sempre detto che non &egrave; questa l&rsquo;Europa che vogliamo. Non &egrave; l&rsquo;Europa della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati che hanno perso il contatto con la realt&agrave; agricola e dell&rsquo;economia reale e per l&rsquo;agricoltura questa miopia ha portato a proporre dei tagli mortali alla Pac. Quando si aprono i mercati senza tutele, si riducono le risorse della Pac o si impongono obblighi ideologici scollegati dalla sostenibilit&agrave; economica delle imprese, si danneggiano agricoltori e cittadini. L&rsquo;Europa non pu&ograve; puntare alla desertificazione produttiva interna, &egrave; una follia&raquo;.</p> <p class="GN4_text"><strong>Per&ograve; le risorse della Pac sono state confermate e aumentate: &egrave; un segnale positivo?</strong></p> <p>&laquo;Dobbiamo dire grazie al nostro Governo e in particolare modo al ministro Lollobrigida e alle mobilitazioni che abbiamo fatto in Italia e a Bruxelles con migliaia di soci agricoltori se oggi abbiamo recuperato 10 miliardi. Abbiamo fatto fare marcia indietro alla presidente Von der Leyen, un segnale importante e non scontato. Ma ora conta come quei fondi verranno utilizzati. Servono strumenti per la stabilizzazione del reddito, per gli investimenti e per la competitivit&agrave;. Pretendiamo semplificazione e taglio di quella burocrazia che soffoca i nostri produttori. I soldi devono arrivare davvero alle imprese agricole e sostenere chi vive di agricoltura&raquo;.</p> <p class="GN4_text"><strong>A queste latitudini &egrave; cruciale il problema dell&rsquo;olio fra concorrenza sleale e calo della produzione. E ora c&rsquo;&egrave; il rischio di un raddoppio delle importazioni a dazio zero dalla Tunisia...</strong></p> <p>&laquo;Siamo nettamente contrari. Sarebbe un colpo durissimo all&rsquo;olivicoltura italiana, gi&agrave; messa in ginocchio da crisi produttive e fitosanitarie. Importare pi&ugrave; olio a basso costo, prodotto con regole diverse dalle nostre, significa spingere i prezzi sotto i costi di produzione e incentivare il dumping. Serve invece difendere l&rsquo;olio italiano con controlli, trasparenza e valorizzazione dell&rsquo;origine&raquo;.</p> <p class="GN4_text"><strong>Ragionare di olio vuol dire anche ragionare di Xylella: favorevoli a un Commissario Straordinario?</strong></p> <p>&laquo;Servono meno incertezze e pi&ugrave; decisioni operative, perch&eacute; il tempo perso ha gi&agrave; avuto costi enormi per i territori e le imprese. Allo stesso tempo &egrave; indispensabile una forte sburocratizzazione e semplificazione delle procedure per accedere ai fondi destinati alla rigenerazione, agli espianti e ai reimpianti. Chiediamo un vero piano nazionale che punti al sostegno al reddito, alla ricerca scientifica e alla semplificazione amministrativa&raquo;.</p> <p class="GN4_text"><strong>Infine, la transizione green. Una sorta di croce e delizia. &Egrave; vero che il mondo agricolo &egrave; protagonista del cambiamento ma come la mettiamo quando i pannelli solari costringono all&rsquo;espianto di migliaia di alberi?</strong></p> <p>&laquo;Siamo favorevoli alle energie rinnovabili, ma non contro l&rsquo;agricoltura. La transizione non pu&ograve; trasformarsi in consumo di suolo agricolo e distruzione del paesaggio. I pannelli vanno su tetti, capannoni, aree industriali dismesse e strutture agricole, non su terreni fertili o al posto degli ulivi. Con il Pnrr oltre 20mila imprese agricole hanno investito per il fotovoltaico sui tetti portando 2 gigawatt in pi&ugrave; di energia al Paese. Siamo protagonisti della transizione, perch&eacute; ambiente, energia e produzione agricola devono stare insieme, non uno contro l&rsquo;altro, per evitare speculazioni dove gli agricoltori diventino delle vittime col risultato dell&rsquo;abbandono delle aree coltivabili. Dobbiamo distribuire in modo equo il valore all&rsquo;interno della filiera dove i nostri imprenditori devono avere un giusto reddito economico&raquo;.</p> <p></p> ]]></content:encoded>
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      <title>Auto, l’onda degli incentivi: ecco come cambia il mercato. Le valutazioni dei concessionari pugliesi</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1929273/auto-londa-degli-incentivi-ecco-come-cambia-il-mercato-le-valutazioni-dei-concessionari-pugliesi.html</link>
      <description>Il tonfo dei motori termici e la crescita delle ibride. Vince il noleggio breve: piacciono le cinesi. Stellantis fa meglio di tutti e si prende i primi quattro posti</description>
      <author>Leonardo Petrocelli</author>
      <category>automotive,puglia,concessionari</category>
      <guid>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1929273/auto-londa-degli-incentivi-ecco-come-cambia-il-mercato-le-valutazioni-dei-concessionari-pugliesi.html</guid>
      <pubDate>Wed, 04 Feb 2026 05:00:02 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>I numeri possono impressionare, ma anche mentire. Ecco perch&eacute; i dati necessitano sempre di essere interpretati, soprattutto quando si parla di automotive. Ma una base di partenza c&rsquo;&egrave;: a gennaio 2026 il mercato italiano ha fatto un balzo del 6,18% rispetto allo stesso mese dell&rsquo;anno precedente con ben 141.980 automobili immatricolate.</p> <p>E tuttavia c&rsquo;&egrave; un prima e un dopo con la pandemia di mezzo: rispetto al 2019, infatti, ultimo riferimento utile perch&eacute; pre-Covid, il gap al ribasso resta 14 punti, pi&ugrave; del doppio di quanto si &egrave; guadagnato. A distanze siderali si colloca invece il dato paradigmatico del 2007, precedente alla crisi economica dei subprime: allora le macchine immatricolate furono quasi due milioni e mezzo. Un&rsquo;enormit&agrave; mai pi&ugrave; replicata (nel 2017 si torn&ograve; a sfiorare i due milioni, poi arriv&ograve; il virus). Tornando sulla terra e ragionando di ci&ograve; che si ha per le mani, &egrave; possibile affermare che la verit&agrave; stia nel mezzo, che galleggi fra ottimismo e disfattismo. Segnali positivi, forse incoraggianti, soprattutto se si considera la crescita del mercato dell&rsquo;usato (dunque l&rsquo;interesse per l&rsquo;auto &egrave; vivo) ma lontani dal certificare una svolta vera e propria. Anche perch&eacute; il canale dei privati, di fatto, arretra mentre cresce quello delle autoimmatricolazioni, cio&egrave; dei veicoli registrati dalle concessionarie o dalle case produttrici. Ci sono molti chilometri da macinare, ancora, a livello produttivo e commerciale per dirsi fuori dalle secche. Al momento la previsione complessiva per il 2026 &egrave; di poco superiore al milione e mezzo di immatricolazioni. Quasi un punto in pi&ugrave; rispetto al 2025.</p> <p>A scendere nei dettagli, poi, la faccenda si complica ulteriormente. I numeri risentono degli incentivi sull&rsquo;acquisto di auto elettriche prenotati dal giorno 22 del mese di ottobre e collegati a quasi 56mila macchine, la cui immatricolazione &egrave; stata &laquo;spalmata&raquo; sostanzialmente su tre mesi (novembre, dicembre e gennaio) con effetti positivi, seppur minimi, previsti anche sulle settimane a venire. Di fatto a gennaio la quota di immatricolazioni di auto elettriche &egrave; stata del 6,6%, corrispondente a 9370 unit&agrave;, mentre a novembre e dicembre - dove gli effetti degli incentivi sono stati pi&ugrave; sostanziosi - si registrano rispettivamente un 12,2% e un 11%. Evidente come si tratti di una scia che va spegnendosi: seguendo il solito paragone annuale a gennaio 2025 il dato era comunque inchiodato al 5%. La crescita c&rsquo;&egrave; (+ 1,6%).</p> <p>In tema di alimentazione, arretrano i motori termici: la benzina pura cede un quarto dei propri volumi, con un tonfo di otto punti, mentre il diesel inciampa di due, complici le accise che ne hanno pareggiato il costo con la &laquo;verde&raquo;. Male anche il Gpl, in Italia solitamente molto apprezzato, che cala di un terzo attestandosi al 6,5%. Molto meglio fanno le ibride (a quota 52,1% sul totale) che si prendono la scena con un balzo di oltre sette punti: trainano le <i>mild</i> (ibridazione leggera con elettrico a supporto), seguono le<i> full</i>. In termini di crescita si segnalano anche le <i>plug-in</i> con un + 5%: sono le vetture pi&ugrave; flessibili, quelle che solitamente consentono di utilizzare l&rsquo;elettrico in citt&agrave; e il termico nei lunghi viaggi. Per quanto riguarda il noleggio, infine, il lungo termine arranca mentre il breve esplode guadagnando oltre cinque punti: insieme al privato cittadino sono soprattutto le aziende, in mancanza di agevolazioni per l&rsquo;acquisto, a scegliere questa formula.</p> <p>L&rsquo;ultimo capitolo &egrave; invece dedicato ai marchi. Perch&eacute; se il dato di riferimento &egrave; quel +6,18% evocato all&rsquo;inizio, Stellantis fa quasi il doppio con un notevole +11,8%: il primato &egrave; della Fiat Pandina (13.394) seguita a ruota dalla Jeep Avenger, dalla Citroen C3 e dalla Fiat Grande Panda. Al netto della crescita delle cinesi, a cominciare da Leapmotor, sempre pi&ugrave; gradite nel Belpaese, il poker di testa, insomma, parla italofrancese.</p> <h3>PARLANO I CONCESSIONARI</h3> <p><img src="https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/upload/2026_02_03/combo_automotive-1770146131212.jpg" alt="" width="646" height="309" /></p> <h3><strong>Parla Francesco Marino:&nbsp; &laquo;La demonizzazione del termico resta il grande problema&raquo;</strong></h3> <p><strong>Francesco Marino, amministratore delegato dell&rsquo;omonimo gruppo, da dove cominciamo nella valutazione dei numeri di gennaio?</strong>&laquo;Dalla constatazione, oggettiva, che alla fine del 2025 ci sono stati gli incentivi e questi ordini dovevano essere immatricolati&raquo;.<strong></strong></p> <p><strong>Ha avuto un effetto, certo, ma rimane il +6,18% rispetto a gennaio 2025.</strong>&laquo;Vero, ma registriamo comunque un -14% rispetto al 2019, ultimo anno prepandemico di riferimento per tutti. E istituti autorevoli affermano che tra il 2025 e il 2026 ci sar&agrave; un sostanziale pareggio. Di certo, grazie agli incentivi le percentuali di gennaio sono andate su&raquo;.<strong>Quali altri fattori hanno contribuito?</strong>&laquo;Il chilometro zero, cresciuto notevolmente. Il combinato disposto con l&rsquo;elettrico ha prodotto quel +6,18%&raquo;.<strong>Se guardiamo all&rsquo;alimentazione qual &egrave; il dato pi&ugrave; interessante?</strong>&laquo;La crescita delle ibride. Un fattore che ci fa ben sperare in merito alla trattativa con la Commissione europea per i target di CO2 dei prossimi anni&raquo;.<strong>Cosa, invece, preoccupa di pi&ugrave;?</strong>&laquo;La constatazione che i cittadini e le aziende - i privati, quindi - flettono, mentre crescono chilometro zero e noleggio, cio&egrave; le autoimmatricolazioni&raquo;.<strong>Che tipo di iniziativa darebbe una sferzata al mercato?</strong>&laquo;Innanzitutto, una fiscalit&agrave; coerente ed ecoincentivi strutturali con contributi progressivi in base all&rsquo;Isee ma anche al modello acquistato. Poi, la demonizzazione dell&rsquo;alimentazione termica andrebbe calmierata perch&eacute; oggi il cliente &egrave; disorientato rispetto alla tecnologia da comprare&raquo;.<strong>Ecco, cosa ha capito il consumatore?</strong>&laquo;L&rsquo;unico input chiaro &egrave; quello che riguarda il diesel. Tutto il resto &egrave; buio. Per questo &egrave; indispensabile una corretta informazione&raquo;.</p> <h3>Parla Miriam Loiacono: &laquo;Un effetto-traino da Fiat: i consumatori sono pi&ugrave; interessati&raquo;</h3> <p><strong>Miriam Loiacono, Ceo di Autoclub group, come giudica i dati del mese appena trascorso?</strong>&laquo;Mi torna alla mente una di quelle frasi, entrate nel senso comune, che da sempre si ripetono: se vende Fiat, vendono tutti&raquo;.<strong>Ed &egrave; vero?</strong>&laquo;Possiamo metterla cos&igrave;: subito dopo Natale, Fiat &egrave; partita con campagne molto aggressive che hanno funzionato bene. La crescita di Fiat ha quindi smosso l&rsquo;attenzione del consumatore spingendolo a cercare&raquo;.<strong>Quindi i segnali sono positivi?</strong>&laquo;Nel complesso s&igrave;. C&rsquo;&egrave; stata una forte registrazione di traffico sia nel nuovo che nell&rsquo;usato e questa &egrave; sempre una indicazione che denuncia interesse&raquo;.<strong>Quanto ha pesato l&rsquo;apertura, seppur leggera, dell&rsquo;Europa che ha derogato al dogma del 100% elettrico dal 2035?</strong>&laquo;Continuo a sostenere che ha avuto un effetto sul consumatore. Lo ha, in qualche modo, rimesso in moto. E si vede, in particolare, per l&rsquo;attenzione dedicata alle hybrid nelle diverse forme&raquo;.<strong>Se ci&ograve; vale per il privato cittadino cosa si pu&ograve; dire per le aziende?</strong>&laquo;Purtroppo il mercato italiano &egrave; molto penalizzate, soprattutto dal punto di vista fiscale. Le aziende sono un consumatore fortemente trascurato, nonostante tutte le richieste, inascoltate, di semplificazione burocratica e di miglioramento della detraibilit&agrave; dell&rsquo;Iva&raquo;.<strong>E quindi cosa succede?</strong>&laquo;Succede che le aziende si buttano sul noleggio. E infatti quello a breve termine &egrave; esploso: una esigenza di flessibilit&agrave; di tutti cui siamo chiamati a rispondere&raquo;.<strong>Alla fine, qual &egrave; il punto pi&ugrave; rilevante?</strong>&laquo;Il fatto che Stellantis stia finalmente cercando di risorgere dalla crisi dovrebbe far piacere a tutti. Perch&eacute; &egrave; un elemento che tocca l&rsquo;occupazione, dunque la carne viva del Paese, nonch&eacute; la capacit&agrave; produttiva dell&rsquo;Italia&raquo;.&nbsp;</p> <h3>Parla Francesco Maldarizzi: &laquo;Il quadro &egrave; stabile Stellantis registra una nuova vitalit&agrave;&raquo;</h3> <p><strong>Francesco Maldarizzi, Cavaliere del Lavoro e presidente dell&rsquo;omonimo gruppo, sbaglia chi accoglie questi dati con entusiasmo?</strong>&laquo;No, non penso che siano stati malgiudicati. Io per primo non darei una valutazione pessimistica&raquo;.<strong>Qual &egrave; il punto?</strong>&laquo;Come viene spesso rilevato, il mercato italiano &egrave; un mercato costante. I dati del 2026 saranno sostanzialmente quelli del 2025 con piccole variazioni. Ci saranno dei mesi con il segno pi&ugrave;, come &egrave; stato per questo gennaio, e altri con un segno leggermente negativo&raquo;.<strong>E questo &egrave; un bene o un male?</strong>&laquo;Lavorare in un mercato costante &egrave; un fatto positivo&raquo;.<strong>Vale per l&rsquo;Italia, ma anche per l&rsquo;Europa?</strong>&laquo;S&igrave;, e d&rsquo;altronde non potrebbe essere diversamente. Il mercato non pu&ograve; esplodere nella misura in cui siamo un mercato di sostituzione da anni. &Egrave; un dato di fatto. Possiamo avere delle differenze tra costruttori ma nei confini dello stesso schema: uno sale, l&rsquo;altro scende per&ograve; il numero complessivo rimane sempre quello&raquo;.<strong>All&rsquo;interno del ballo delle cifre, impressiona il dato di Stellantis che &laquo;doppia&raquo; quello generale. Sono semplicemente macchine che piacciono di pi&ugrave; rispetto ad altre?</strong>&laquo;Numeri alla mano, Stellantis ha avuto una crescita importante, trainata proprio dal marchio Fiat. E questo perch&eacute; ci sono modelli nuovi e diverse iniziative. Insomma, una rinnovata vitalit&agrave;, dopo tre anni passati un po&rsquo; sotto tono. Fiat, nell&rsquo;ambito Stellantis, torna ora ad essere protagonista del mercato&raquo;.</p> ]]></content:encoded>
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      <title>Bdm Banca, utile netto 2025 sale a 31,8 milioni di euro</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1929245/bdm-banca-utile-netto-2025-sale-a-31-8-milioni-di-euro.html</link>
      <description>L'istituto del gruppo Mediocredito Centrale chiude il 2025 con una crescita rispetto ai 22,4 milioni di euro del 2024</description>
      <author>redazione.internet@gazzettamezzogiorno.it</author>
      <category>bdm,crescita</category>
      <guid>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1929245/bdm-banca-utile-netto-2025-sale-a-31-8-milioni-di-euro.html</guid>
      <pubDate>Tue, 03 Feb 2026 18:07:00 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Bdm Banca (gruppo Mediocredito Centrale) chiude il 2025 con una crescita dell&rsquo;utile netto a 31,83 milioni di euro rispetto ai 22,40 milioni di euro del 2024. E&rsquo; quanto annuncia una nota secondo cui &laquo;il risultato, conferma il trend positivo&raquo;. Al calo del 6% del margine di interesse (pari a 221,94 milioni di euro) si &egrave; contrapposto un +15,8% delle Commissioni nette pari a 117,30 milioni di euro.</p> <p> La banca sottolinea anche &laquo;una forte crescita del sostegno al territorio (+39%) con 1.405,20 milioni di finanziamenti a famiglie e imprese e un importante aumento della raccolta totale da clientela (+8,2%)&raquo;. Bdm rileva inoltre &laquo;il miglioramento della qualit&agrave; del credito grazie anche alla conclusione dell&rsquo;operazione di derisking &laquo;Phoenix&raquo; con 122 milioni di crediti non performing ceduti. Inoltre, &egrave; in corso di finalizzazione l&rsquo;operazione di derisking &laquo;Sirio&raquo; con ulteriori 34 milioni di crediti non performing in corso di cessione. Le rettifiche di valore nette per rischio di credito sono salite a 68,99 milioni di euro contro i 59,57 milioni del 2024.</p> <p> Il dato include le rettifiche effettuate nel corso del 2025 per l&rsquo;attivit&agrave; di derisking e per il mantenimento e consolidamento di adeguate coperture sul portafoglio crediti non performing. L&rsquo;indice dei crediti deteriorati (Npe) ratio lordo e netto, scende rispettivamente al 4,9% e al 2,8%, dal 6,9% e 3,8% di fine 2024.</p>]]></content:encoded>
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      <title>Il boom delle auto cinesi: in un anno +336% di vendite. I sindacati: un disastro per la nostra industria</title>
      <link>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1920037/il-boom-delle-auto-cinesi-in-un-anno-+336-di-vendite-i-sindacati-un-disastro-per-la-nostra-industria.html</link>
      <description>Palombella: «Tempesta perfetta, il Governo intervenga». Qui non si parla di quote di mercato, ma di buste paga. Di turni che saltano, di cassa integrazione che si allunga...</description>
      <author>maristella massari</author>
      <category>auto cinesi,Rocco Palombella</category>
      <guid>https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/economia/1920037/il-boom-delle-auto-cinesi-in-un-anno-+336-di-vendite-i-sindacati-un-disastro-per-la-nostra-industria.html</guid>
      <pubDate>Thu, 22 Jan 2026 11:00:00 +0000</pubDate>
      <content:encoded><![CDATA[ <p>L&rsquo;avanzata delle auto cinesi nel mercato italiano corre, mentre la produzione nazionale crolla e la filiera si indebolisce. Qui non si parla di quote di mercato, ma di buste paga. Di turni che saltano, di cassa integrazione che si allunga, di famiglie che fanno i conti con un futuro in cui, sempre di pi&ugrave;, si naviga a vista.</p> <p>L&rsquo;allarme lanciato da Rocco Palombella, segretario generale della Uilm, nasce dentro le fabbriche e riguarda direttamente i territori che sull&rsquo;automotive hanno costruito un pezzo forte del proprio tessuto imprenditoriale. In Basilicata, attorno allo stabilimento di Melfi, e in Puglia, dove l&rsquo;indotto &egrave; diffuso e fragile, la &laquo;tempesta perfetta&raquo; evocata dal sindacato ha un volto preciso: operai in attesa di nuovi modelli, aziende senza certezze produttive, famiglie sospese tra promesse industriali e incertezza occupazionale.</p> <p>I dati elaborati dalla Uilm sui numeri Unrae (Unione Nazionale Rappresentanti Autoveicoli Esteri) fotografano un 2025 che segna un punto di svolta. Il mercato complessivo dell&rsquo;auto in Italia arretra del 2,1%, fermandosi a 1,525 milioni di vetture vendute. Nello stesso arco di tempo, per&ograve;, i marchi cinesi pi&ugrave; che raddoppiano le immatricolazioni, passando da circa 47mila a quasi 99mila auto e conquistando una quota del 6,5% del mercato nazionale. &Egrave; una crescita del 110% in un contesto di stagnazione generale: un dato che racconta meglio di qualsiasi slogan il cambio di equilibri in atto e il rischio di uno squilibrio strutturale per la produzione italiana.</p> <p>Ancora pi&ugrave; evidente &egrave; quanto accade nel segmento elettrico, quello che dovrebbe rappresentare il futuro della mobilit&agrave; e della manifattura europea. Nel 2025 in Italia sono state vendute quasi 95mila auto elettriche, con un aumento del 44% rispetto all&rsquo;anno precedente, sostenuto anche dagli incentivi pubblici. Ma dentro questo balzo in avanti si nasconde una sproporzione che pesa come un macigno: il 19% delle elettriche vendute appartiene a gruppi cinesi, contro il 6,4% del 2024. In un solo anno le vendite di auto elettriche cinesi sono cresciute del 336%. Una su cinque, oggi, arriva da gruppi asiatici, mentre il peso della produzione nazionale diventa sempre pi&ugrave; marginale.</p> <p>La produzione italiana, al contrario, si assottiglia fino quasi a scomparire. Nel 2025 le auto elettriche prodotte nel nostro Paese rappresentano appena l&rsquo;1,8% del totale venduto: di fatto, la sola Fiat 500 elettrica assemblata a Mirafiori, scesa da 2.345 a 1.735 unit&agrave; in un anno. Anche nel mercato tradizionale il quadro non migliora: tra i primi 50 modelli venduti in Italia, solo due sono realizzati negli stabilimenti nazionali. La Panda di Pomigliano, che resta la pi&ugrave; venduta, e l&rsquo;Alfa Romeo Tonale, anch&rsquo;essa prodotta nello stesso sito. Un presidio troppo fragile, che non basta a reggere l&rsquo;urto della concorrenza globale.</p> <p>&Egrave; in questo scenario che le parole di Palombella diventano un monito politico prima ancora che sindacale. &laquo;Ora &egrave; il momento di agire, ora o mai pi&ugrave;&raquo;, tuona il segretario della Uilm, che chiede con forza al Governo e a Stellantis nuovi modelli in tutti gli stabilimenti italiani, a partire dagli ibridi, per rilanciare la produzione e tutelare l&rsquo;occupazione. &laquo;Non possiamo aspettare giugno &ndash; avverte Palombella &ndash; siamo ai livelli di oltre 70 anni fa e c&rsquo;&egrave; bisogno di una scossa immediata, prima che sia troppo tardi&raquo;. Un messaggio che pesa anche alla vigilia del tavolo automotive convocato per il 30 gennaio, giudicato dal sindacato finora sterile, &laquo;al di l&agrave; dei proclami e delle passerelle&raquo;.</p> <p>Le ricadute territoriali sono gi&agrave; visibili e al Sud assumono contorni ancora pi&ugrave; preoccupanti. In Basilicata, lo stabilimento di Melfi &egrave; cuore della produzione automobilistica meridionale e pilastro dell&rsquo;occupazione regionale. Ma vive da tempo una fase di incertezza fatta di volumi ridotti, ammortizzatori sociali e attese legate ai nuovi modelli annunciati. Attorno alla fabbrica ruota un indotto che coinvolge decine di aziende e migliaia di lavoratori, molti dei quali arrivano anche dalla Puglia. Ogni rallentamento della produzione si traduce immediatamente in contrazione dell&rsquo;attivit&agrave; per fornitori, logistica e servizi.</p> <p>In Puglia, dove non esistono grandi impianti di assemblaggio ma una rete diffusa di imprese della componentistica e dei servizi automotive, l&rsquo;effetto &egrave; pi&ugrave; silenzioso ma non meno doloroso. La filiera &egrave; fatta di piccole e medie aziende, spesso altamente specializzate, che risentono in modo diretto del calo degli ordinativi e dell&rsquo;assenza di una strategia industriale nazionale capace di accompagnare la transizione tecnologica. La concorrenza cinese, con prezzi pi&ugrave; bassi, rischia di comprimere ulteriormente gli spazi per queste realt&agrave;, gi&agrave; provate da anni di incertezza.</p> <p>Il bivio, avverte la Uilm, &egrave; ormai davanti. Da una parte interventi immediati, investimenti, politiche industriali credibili e una revisione delle regole europee che, secondo il sindacato, stanno penalizzando la produzione interna; dall&rsquo;altra il rischio di perdere una filiera fondamentale e strategica per il Paese. Il paradosso &egrave; tutto qui: mentre il mercato italiano si apre sempre di pi&ugrave; ai veicoli prodotti all&rsquo;estero, la produzione interna scende ai livelli pi&ugrave; bassi del Dopoguerra. Senza una svolta rapida, la &laquo;tempesta perfetta&raquo; evocata dal segretario Palombella rischia di trasformarsi in una lunga e dolorosa recessione industriale. E per Puglia e Basilicata, questa volta, il conto potrebbe essere il pi&ugrave; alto.</p> <p></p> <p></p> ]]></content:encoded>
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