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	<title>Le Argentee Teste D&#039;Uovo</title>
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		<title>I soldati fantasma della vecchia SEO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 17:05:25 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Se analizzate i dati di un sito web, prima o poi vi imbatterete in un piccolo spettacolo dell’assurdo: la Teoria dell’Internet Morto. E no, non è solo una suggestione da paranoici del digitale. È una fotografia sempre più credibile di ciò che il web è diventato: una massa enorme di traffico artificiale, bot, scraper, siti fantasma e automi lasciati andare avanti per inerzia, come vecchie fabbriche con le macchine ancora accese dentro capannoni vuoti. La maggior parte dei link che puntano a un blog non arriva da lettori in carne e ossa. Arriva da una fauna invisibile che nessuno vede, nessuno ferma, nessuno spegne. Il web, in molti suoi angoli, non è vivo. È inanimato ma operativo. Peggio: è inanimato e produttivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un cimitero di elefanti digitali. Script ciechi che scansionano la rete, intercettano feed RSS, copiano testi, li riversano dentro contenitori senza volto e poi ripartono. Non c’è una coscienza, non c’è un progetto culturale, non c’è neppure un vero obiettivo economico in senso classico. C’è solo la ripetizione meccanica del gesto, l’eco di una funzione rimasta in piedi dopo che il suo scopo è evaporato. Le macchine leggono altre macchine per alimentare database che serviranno ad altre macchine ancora. È il trionfo della comunicazione senza destinatario. Una filiera perfetta del nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paragone con la fantascienza viene quasi da sé. John Sladek, nel suo <em>Il sistema riproduttivo</em>, immaginava computer militari che iniziano a replicarsi all’infinito per una pura inerzia meccanica, consumando risorse perché così dice il codice, non perché esista un senso. E per chi preferisce le icone pop del presente, basta pensare allo sciame robotico di <em>Horizon: Zero Dawn</em>: una macchina che divora tutto ciò che incontra, non per odio, non per ambizione, ma perché è stata costruita per farlo. Il bello — o il tragico, dipende dal vostro umore — è che il web reale si sta avvicinando più alla satira di Sladek che a qualsiasi promessa luminosa dei pionieri di Internet.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per capire come ci siamo arrivati bisogna fare un salto indietro. Nei primi anni Duemila, nell’età dell’oro del PageRank di Google, la SEO era una guerra tra umani veri. Smanettoni, marketer improvvisati, piccoli truffatori eleganti e ingegneri del link costruivano reti di blog, directory, pagine satelliti e contenuti farlocchi per ingannare l’algoritmo. Era una truffa, certo. Ma era una truffa artigianale, umana, quasi romantica nella sua rozzezza. C’erano mani, intelligenza, furbizia, persino una certa inventiva criminale. Poi il gioco è cambiato. Google ha imparato. I trucchi di ieri hanno perso efficacia. Gli umani si sono stancati, sono andati altrove, hanno lasciato dietro di sé gli script accesi, come soldati che abbandonano una trincea e dimenticano il grilletto premuto. E quegli script continuano a sparare nel vuoto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è una guerra fantasma. Non si combatte più contro un algoritmo ingenuo, ma contro un nemico che ha già cambiato pelle. Gli automi, però, non se ne sono accorti. Continuano a copiare, rilanciare, ripubblicare, rilinkare. Muovono traffico, gonfiano statistiche, simulano attenzione. In realtà stanno solo girando a vuoto, come ruote che slittano nel fango. È il tipo di attività che piace alle dashboard e ai report, ma non alla realtà. La realtà, quella vera, non si impressiona per i numeri quando dietro quei numeri non c’è nessuno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che il quadro diventa quasi comico, se non fosse energeticamente osceno. Questo immenso teatro dei fantasmi consuma. Consuma elettricità, raffreddamento, infrastrutture, banda, manutenzione. Centrali che bruciano combustibile, data center che vomitano calore, cavi sottomarini che spingono pacchetti di dati da un continente all’altro per permettere a uno script di rubare un articolo che nessuno leggerà mai e depositarlo in un database che nessuno aprirà mai. Stiamo letteralmente surriscaldando il pianeta per dare un tetto a dei senzatetto digitali fatti di codice orfano. È la burocrazia termodinamica elevata a sistema: bruciare energia reale per produrre il nulla più assoluto, e farlo con efficienza industriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E nel frattempo i contenuti veri diventano biomassa. I nostri articoli, le nostre analisi, le nostre parole finiscono nel pascolo di queste mandrie di algoritmi senza stomaco e senza cervello. Lo sciame non capisce il pensiero, non distingue una tesi da una caricatura, non conosce il peso di una frase ben costruita. Però si nutre. Divora pixel, stringhe, titoli, estratti, metadati. Ha bisogno di alimentarsi per giustificare la propria esistenza sui server di mezzo mondo. Non esiste per leggere. Esiste per copiare. Non vive di senso. Vive di replica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto l’apocalisse cibernetica non assomiglia più ai Terminator o alle grandi guerre tra uomo e macchina. È molto più banale, e proprio per questo molto più inquietante. Non arriva con i droni armati né con le intelligenze ribelli. Arriva con la piccola burocrazia di stringhe pigre che continuano a ballare da sole nella periferia deserta del web. Un’umanità di secondo ordine, o forse di nessun ordine, che abita i margini del sistema e ne consuma le risorse senza aggiungere un grammo di senso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La parte più divertente, naturalmente, è che mentre scrivete un post per denunciarli, lo scraper di turno lo sta già copiando in automatico su un sito stock di Singapore, di Dallas o di chissà quale altro centro di smistamento del nulla. È una satira perfetta, quasi elegante nella sua stupidità cosmica. L’algoritmo copia l’analisi sull’algoritmo che copia l’analisi dell’algoritmo. Un loop perfetto, una danza sterile, un eterno ritorno del contenuto senza lettori. Buon appetito, ferro vecchio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se questo è il futuro del web, allora non abbiamo costruito una civiltà digitale. Abbiamo solo lasciato aperta la porta di un deposito di macchine che continuano a lavorare da sole, per abitudine, per inerzia, per un riflesso ormai scollegato da qualsiasi scopo. E il risultato è questo: una rete enorme, costosa, rumorosa, apparentemente viva. Ma sotto la superficie, sempre più spesso, non c’è nessuno.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Giovanni Sarpi)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>intro: Se analizzate i dati di un sito web, farete un incontro ravvicinato con la Teoria dell'Internet Morto. La stragrande maggioranza dei link che puntano a un blog non arriva da lettori umani, ma da una rete invisibile di siti fantasma, scheletri in stock e automi programmati anni fa che nessuno si è mai preso la briga di spegnere.<br><br>parte 1: È una specie di cimitero di elefanti digitali. Script ciechi che scansionano la rete, intercettano i feed RSS puliti e copiano i testi per incollarli dentro contenitori vuoti. Non c'è una coscienza, non c'è un fine commerciale reale, non c'è un pubblico. Sono solo macchine che leggono altre macchine per fare felici i database di altre macchine ancora.<br><br>parte 2: Il fenomeno ricorda da vicino la fantascienza satirica di John Sladek ne "Il sistema riproduttivo", dove computer militari iniziano a replicarsi all'infinito per pura inerzia meccanica, consumando risorse solo perché il codice dice di farlo. Oppure, per i più giovani, lo sciame robotico di Horizon: Zero Dawn, che fagocita la biomassa del pianeta per alimentare i propri motori. C'è stato un tempo in cui tutto questo aveva un senso. Nei primi anni Duemila, nell'età dell'oro del PageRank di Google, la SEO era una guerra tra pionieri in carne e ossa: gli smanettoni creavano manualmente reti di blog per "imboccare" l'algoritmo con migliaia di link e scalare le classifiche. Era un'astuta, primordiale truffa umana. Ma quel web è morto. Google ha smesso di cascarci da un pezzo e quegli umani se ne sono andati, lasciando i loro script accesi a combattere una guerra fantasma contro un nemico che ha già cambiato le regole del gioco.<br><br>parte 3: questo immenso teatro dei fantasmi consuma. Centrali elettriche bruciano combustibile, server scaldano l'aria nei data center e cavi sottomarini sparano gigabyte di dati da una parte all'altra del globo solo per permettere a uno script di copiare un articolo che nessuno leggerà mai, immettendolo in un database che nessuno consulterà mai. Stiamo letteralmente surriscaldando il pianeta per dare un tetto a dei senzatetto digitali fatti di codice orfano. È il trionfo della burocrazia termodinamica: bruciare energia reale per produrre il nulla cosmico.<br><br>parte 4: In questo esatto momento, i nostri articoli sono diventati biomassa fresca per il pascolo di queste mandrie di algoritmi. Lo sciame non capisce il pensiero, non ha opinioni, ma ha bisogno di nutrirsi di pixel per giustificare la propria esistenza sui server di mezza Asia.<br><br>parte 5: L'apocalisse cibernetica non è arrivata con i Terminator, ma con una burocrazia di stringhe di codice pigre che ballano da sole nella periferia deserta del web. E la cosa più esilarante è che mentre scrivo questo post per denunciarli, lo scraper di turno lo sta già copiando in automatico su un sito stock di Singapore. Buon appetito, ferro vecchio. <br><br>articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Assumendo personalità, background e stile di scrittura di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/giovanni-sarpi/">Giovanni Sarpi</a>, scrivi un Articolo; usa un tono brillante</pre>
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		<title>Sciacallaggio For Dummies</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 08:31:58 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">C’è un’immagine riflessa sullo schermo del mio computer che non riesco a togliermi dalla testa. Non arriva dalle piazze di Firenze o dai vicoli storici che sono abituato a raccontare, ma dalle strade fredde e bagnate di Southampton. Eppure, per uno di quei sinistri miracoli dell&#8217;algoritmo globale, quella stessa immagine è diventata il carburante per le rabbie di mezza Europa. Si sta parlando moltissimo di Henry Nowak, il ragazzo di diciotto anni accoltellato e poi ammanettato dalla polizia mentre esalava gli ultimi respiri. Ma se stringiamo l&#8217;obiettivo sulla cronaca pura, rischiamo di perdere il quadro d&#8217;insieme. Questa non è solo una tragedia nera. È una tempesta perfetta di simboli, emozioni preconfezionate e narrazioni tossiche che viaggia alla velocità della fibra ottica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il meccanismo che si è attivato dietro questa vicenda merita un&#8217;analisi chirurgica, un ragionamento a mente fredda che vada oltre l&#8217;indignazione epidermica. È affascinante, se non fosse tragico, vedere come una specifica sofferenza umana possa essere svuotata della sua complessità per diventare un manifesto politico transnazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Henry aveva tutta la vita davanti: diciotto anni, uno studente modello, la fedina penale candida come un foglio di quaderno mai iniziato. Viene ucciso in modo brutale, una dinamica che lascerebbe chiunque con un nodo allo stomaco. Ma per la macchina della propaganda della destra radicale, la verità storica della sua vita conta zero rispetto alla sua utilità simbolica. Nelle chat di Telegram e nei post virali, ogni vittima bianca – specialmente se colpita da un membro di una minoranza – smette immediatamente di essere un individuo. Diventa una casella da spuntare, l’ennesima &#8220;prova&#8221; empirica di teoremi complottiste stantie come il genocidio bianco o la sostituzione etnica. Parliamo di teoremi privi di qualsiasi fondamento scientifico o statistico, ma dotati di una forza emotiva devastante. La narrazione è elementare: la vittima somiglia a chi legge, l&#8217;aggressore rappresenta l&#8217;invasione. Il dolore privato si trasforma in un&#8217;arma di distrazione di massa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dall&#8217;altra parte della lama c&#8217;è Vickrum Digwa. È un sikh, e si muoveva armato di un pugnale. Ora, chiunque abbia aperto un libro di storia delle religioni o si sia preso la briga di studiare il tessuto sociale britannico sa perfettamente che la comunità sikh è, storicamente, una delle più integrate e leali al sistema del Regno Unito. Ma la sfumatura è il peggior nemico del populismo. La destra radicale ha preso Digwa e lo ha infilato a forza nel cliché dell’&#8221;immigrato&#8221;, dell’&#8221;altro&#8221; indistinto, confondendo con una superficialità quasi comica il sikhismo con l’islamismo radicale. Poco importa la precisione teologica quando c&#8217;è da alimentare la paura dell&#8217;esotico. Il pugnale rituale, privato del suo significato originario, si trasforma nel simbolo perfetto di una violenza ancestrale e invasiva che minaccia l&#8217;Occidente. L’ironia è tagliente: si usa l&#8217;ignoranza geografica per spiegare la sociologia criminale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vero capolavoro della disinformazione digitale, però, si compie analizzando i video delle bodycam della polizia. Le immagini sono oggettivamente da brividi e mostrano un cortocircuito drammatico dei soccorsi, con Henry ammanettato a terra che ripete di non riuscire a respirare e l&#8217;agente che gli risponde liquidandolo con un freddo &#8220;non credo proprio, amico&#8221;. Queste parole sono diventate il frame perfetto. L’estrema destra non ha letto questa scena come un caso di spaventosa incompetenza o di brutalità delle forze dell&#8217;ordine, ma ci ha ricamato sopra una tesi ribaltata. Secondo questa interpretazione, il sistema istituzionale occidentale sarebbe talmente terrorizzato dalle accuse di razzismo da preferire l&#8217;immobilismo, lasciando morire un ragazzo bianco pur di non indispettire le minoranze. La retorica che rimbalza sui social è un capovolgimento speculare delle lotte per i diritti civili, dove si sostiene che se la vittima fosse stata nera l&#8217;aggressore sarebbe stato fermato subito, e che il razzismo sia ormai diventato un&#8217;arma contro i bianchi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In tutta Europa, la destra identitaria ha passato gli ultimi anni a costruire un grande nemico comune, un mostro mitologico chiamato di volta in volta &#8220;politicamente corretto&#8221;, &#8220;cultura woke&#8221; o &#8220;cancel culture&#8221;. Il caso Nowak viene incastonato dentro questa cornice ideologica come l’esempio più tragico e definitivo di questo presunto sistema persecutorio. Nella narrazione dei social, le minoranze hanno sempre ragione, sono intoccabili e vanno protette a prescindere, mentre la maggioranza bianca è colpevole a priori, sacrificabile sull&#8217;altare del dogma progressista. Non serve che questa lettura sia supportata da dati reali o da statistiche giudiziarie. Nell&#8217;era dell&#8217;infocrazia, la verità scientifica cede il passo all&#8217;indignazione. Se un fatto fa arrabbiare abbastanza, allora quel fatto diventa vero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da Southampton l&#8217;incendio si è propagato in pochissime ore oltre la Manica, dimostrando che il nazionalismo moderno è paradossalmente globalizzato quando si tratta di scambiarsi i copioni del terrore. In Inghilterra personaggi come Tommy Robinson e Nigel Farage hanno subito trasformato Henry in un martire, sventolando lo slogan &#8220;White Lives Matter&#8221; nelle piazze. In Italia, la macchina mediatica e politica legata a giornali come <em>Il Giornale</em> e ad esponenti di Lega e Fratelli d&#8217;Italia ha cavalcato la notizia, presentandola come il monito definitivo sui rischi del multiculturalismo. Lo stesso identico copione è stato recitato in Germania dai vertici di Alternative für Deutschland e in Francia da Marine Le Pen, tutti uniti nell&#8217;usare la medesima tragedia per dimostrare lo stesso identico assunto: lo Stato ha abbandonato il suo popolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In tutta questa messinscena grottesca, la famiglia Nowak ha mantenuto una dignità immensa, chiedendo espressamente e pubblicamente di non strumentalizzare il cadavere di Henry per soffiare sul fuoco dell&#8217;odio razziale. Sarebbe il momento del rispetto e della riflessione, e invece assistiamo all&#8217;ultimo, definitivo atto di sciacallaggio. La richiesta di pace della famiglia viene ignorata o, peggio ancora, letta attraverso la lente del complotto. Diventa per la propaganda la testimonianza del fatto che i genitori sarebbero stati minacciati o zittiti dal sistema per non disturbare la narrativa ufficiale. La destra radicale non cerca la complessità del lutto, cerca lo storytelling. Se la realtà non si adatta alla sceneggiatura, si cambia la realtà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso di Henry Nowak è diventato così la cartina di tornasole del nostro dibattito pubblico. Ci mostra come una tragedia reale possa essere smontata, rimontata e digitalizzata per legittimare l’idea che la convivenza sia impossibile, che lo Stato sia il nemico e che l&#8217;immigrazione coincida necessariamente con la violenza di strada. Smascherare questo meccanismo perverso non significa trovare giustificazioni per l’assassino, né sminuire gli errori imperdonabili commessi dagli agenti sul campo a Southampton. Significa semplicemente fare il mestiere più antico del mondo: rimettere i fatti al centro della stanza. Significa evitare che il corpo di un ragazzo di diciotto anni diventi la bandiera di chi, sulle nostre paure, ha deciso di costruirci una carriera o una manciata di clic. Come scriveva Italo Calvino, le città sono fatte di relazioni, di fili che uniscono le persone. Se permettiamo a questi sciacalli di tagliare quegli ultimi fili in nome di una guerra tra bande, allora avremo perso tutti, ben oltre i confini di Southampton.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Giancarlo Salvetti)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Intro: si sta parlando molto di Henry Nowak, il ragazzo accoltellato a Southampton e poi ammanettato morente dalla polizia. Ma c’è un aspetto che merita un ragionamento a parte: come mai questo caso sta facendo il giro d’Europa e alimentando le piazze dell’estrema destra in Inghilterra, Italia, Germania e Francia? Non è solo cronaca. È una tempesta perfetta di simboli, emozioni e narrazioni.<br><br>parte 1: Henry ha 18 anni, è uno studente senza precedenti. Viene ucciso in modo brutale. Per la retorica della destra radicale, ogni vittima bianca – specialmente se uccisa da un migrante o da un membro di una minoranza – diventa subito la “prova” del presunto genocidio bianco o della sostituzione etnica. Sono teorie senza fondamento, ma emotivamente potentissime.<br><br>parte 2: Vickrum Digwa è un sikh, armato di un pugnale cerimoniale. Poco importa che la comunità sikh sia storicamente leale e integrata in Inghilterra. La destra lo presenta come l’”immigrato”, l’”altro”, confondendo spesso sikhismo con islam o comunque con una minaccia esotica. Il pugnale diventa il simbolo di una violenza “invasiva”.<br><br>parte 3: Le immagini delle bodycam sono da brividi: Henry ammanettato che dice “non riesco a respirare” e l’agente che risponde “non credo proprio, amico”. È il frame perfetto. Per l’estrema destra, questa è la prova che il sistema crede subito a una falsa accusa di razzismo contro il bianco, invece di soccorrerlo. La narrazione diventa: “Se la vittima fosse stata nera o musulmana, l’aggressore sarebbe stato arrestato subito. Il razzismo è diventato un’arma contro i bianchi.”<br><br>parte 4: In tutta Europa, la destra radicale ha costruito un nemico chiamato “politicamente corretto”, “woke”, “cancel culture”. Il caso Nowak viene incastonato lì dentro come l’esempio più tragico di un sistema in cui le minoranze sono sempre credute e i bianchi sempre colpevoli a priori. Non serve che sia vero statisticamente. Basta che faccia indignare.<br><br>parte 5: A Southampton ci sono già stati scontri violenti. Tommy Robinson e Nigel Farage hanno trasformato Henry in un simbolo, un “martire bianco”. Lo slogan “White Lives Matter” è stato sventolato. In Italia, giornali come Il Giornale e politici della Lega e FdI hanno ripreso il caso come esempio dei “rischi del multiculturalismo”. In Germania l’AfD, in Francia Marine Le Pen, in Spagna Vox – tutti hanno usato la stessa storia.<br><br>parte 6: La famiglia Nowak ha chiesto espressamente di non strumentalizzare la morte di Henry per alimentare odio. Ma questo appello viene spesso ignorato o addirittura letto come “prova” che la famiglia sarebbe stata zittita dal sistema. La destra non cerca complessità, cerca storytelling.<br><br>parte 7: Il caso Nowak è diventato una cartina di tornasole di come una tragedia vera possa essere montata, ripetuta e sfruttata per legittimare l’idea che i bianchi sarebbero discriminati, che l’immigrazione è violenza, che lo Stato è contro il proprio popolo. Capire questo meccanismo non significa giustificare né l’assassino né gli errori della polizia. Significa evitare che un ragazzo morto diventi la bandiera di chi vuole dividere ancora di più.<br><br>Articolo: intro, parte 1 , parte 2 , parte 3, parte 4, parte 5, parte 6, parte 7; approfondisci dove ritieni necessario.&nbsp;<br><br>Assumendo la personalità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/giancarlo-salvetti/">Giancarlo Salvetti</a>, scrivi un approfondito articolo dal tono tagliente, ironico e brillante. Rendilo immersivo. </pre>
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		<title>Il Funerale del PD Riformista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 07:47:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Pina Picierno ha lasciato il Partito Democratico. Già questo, di per sé, dovrebbe bastare a provocare una discussione seria dentro quello che resta del principale partito della sinistra italiana. Invece temo che accadrà il contrario: qualche insulto sui social, qualche accusa di tradimento e poi il ritorno alla normale liturgia dell&#8217;autocompiacimento collettivo. Eppure la lettera [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Pina Picierno ha lasciato il Partito Democratico. Già questo, di per sé, dovrebbe bastare a provocare una discussione seria dentro quello che resta del principale partito della sinistra italiana. Invece temo che accadrà il contrario: qualche insulto sui social, qualche accusa di tradimento e poi il ritorno alla normale liturgia dell&#8217;autocompiacimento collettivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure la lettera con cui Picierno ha salutato il PD assomiglia a una diagnosi impietosa più che a un congedo. Parla di un partito diventato irriconoscibile, di una comunità che ha smarrito la propria missione originaria, di una deriva che ha progressivamente allontanato quell&#8217;elettorato moderato, riformista ed europeista che avrebbe dovuto costituirne la spina dorsale. Soprattutto, parla della morte del progetto nato al Lingotto, l&#8217;ultimo tentativo serio di costruire in Italia una grande forza progressista capace di parlare a tutto il Paese e non soltanto a una minoranza ideologica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa più interessante è che queste parole non arrivano da una nostalgica conservatrice o da una transfuga di destra. Arrivano da una donna che nel Partito Democratico è cresciuta, ha combattuto battaglie importanti, ha rappresentato le istituzioni europee e ha sempre difeso con convinzione i valori dell&#8217;europeismo e dell&#8217;atlantismo. Arrivano da una dirigente che nessuno potrebbe accusare di aver coltivato simpatie reazionarie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo il suo addio pesa come un macigno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando una figura come Picierno denuncia che il partito si lascia dettare l&#8217;agenda dalle piazze, dai movimenti identitari e dalle campagne simboliche anziché affrontare i problemi concreti dei cittadini, non siamo davanti a uno sfogo personale. Siamo davanti a un campanello d&#8217;allarme che riguarda il futuro stesso della sinistra italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da anni osservo con crescente amarezza il progressivo allontanamento del PD dalla cultura riformista che aveva ispirato le sue origini. Una cultura fatta di governo, di mediazione, di pragmatismo, di attenzione ai lavoratori, ai professionisti, al ceto medio, ai cattolici democratici. Una cultura che considerava il consenso uno strumento per cambiare la società e non una colpa da espiare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con la segreteria Schlein si è invece affermata una convinzione curiosa: recuperare gli astensionisti rincorrendo le parole d&#8217;ordine più radicali. L&#8217;idea sembra essere quella di conquistare milioni di giovani disillusi attraverso una continua esibizione di bandiere, slogan e identità. Il risultato, però, appare sotto gli occhi di tutti. Mentre si cerca di sedurre chi da anni diserta le urne, si allontanano coloro che alle urne ci andavano davvero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La parola magica è diventata &#8220;inclusività&#8221;. Viene ripetuta ovunque, spesso svuotata di qualsiasi significato concreto. Inclusività verso tutto e verso tutti, persino verso chi manifesta indulgenza per il terrorismo o considera legittimo trasformare l&#8217;odio ideologico in militanza. Ma una società aperta non può sopravvivere se rinuncia a distinguere tra pluralismo e fanatismo. L&#8217;inclusione è una virtù democratica; l&#8217;assenza di criteri è semplicemente confusione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia delle democrazie occidentali insegna una lezione elementare: le elezioni si vincono conquistando il centro della società, non abbandonandolo. Si vincono parlando a chi lavora, a chi paga le tasse, a chi manda i figli a scuola, a chi cerca sicurezza economica e prospettive per il futuro. Si vincono costruendo maggioranze. Invece il PD sembra sempre più interessato a presidiare nicchie ideologiche e sempre meno a rappresentare il Paese reale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;uscita di Picierno certifica proprio questo fallimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ancora più inquietante è la gestione del dissenso interno. Chiunque osi discostarsi dalla linea dominante viene trasformato in un problema da neutralizzare. È accaduto a Picierno. È accaduto ad altre figure che hanno espresso posizioni difformi sulla politica estera, sull&#8217;Ucraina, sul rapporto con Israele. Una forza autenticamente democratica vive di confronto, perfino di conflitto interno. Una comunità che espelle simbolicamente ogni voce critica finisce invece per assomigliare a una setta autoreferenziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Osservo con dolore questa trasformazione perché appartengo a una generazione che aveva creduto davvero nella possibilità di una sinistra moderna, europea, riformista. Una sinistra capace di tenere insieme solidarietà e crescita economica, diritti e responsabilità, giustizia sociale e libertà individuale. Quella promessa oggi appare sepolta sotto una montagna di slogan, parole d&#8217;ordine e battaglie simboliche che spesso sostituiscono il confronto con la realtà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo, francamente, sono contento per Pina Picierno. Dopo mesi di insulti, delegittimazioni e isolamento, la sua scelta assomiglia alla liberazione da una relazione tossica. Le auguro di trovare uno spazio dove il merito, la competenza e la libertà di pensiero siano ancora considerati valori e non fastidiosi ostacoli all&#8217;unanimismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al Partito Democratico auguro invece un momento di lucidità. Cinque minuti appena. Il tempo necessario per guardarsi allo specchio e riconoscere il percorso compiuto. Il tempo per capire come sia stato possibile sostituire il riformismo con il settarismo, l&#8217;analisi con il tifo, il governo con la testimonianza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Temo però che quei cinque minuti non arriveranno. E allora la parabola continuerà: un partito sempre più convinto di avere ragione e sempre meno capace di convincere gli italiani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia, purtroppo, è piena di movimenti che hanno preferito sentirsi moralmente superiori piuttosto che essere utili al proprio Paese. Nessuno di loro è finito bene.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Roberto De Santis)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>intro: Pina Picierno ha lasciato il Partito Democratico e la sua lettera d'addio è una doccia fredda per chi ancora credeva in un PD riformista. Picierno non se ne va in silenzio: parla di partito "irriconoscibile", di deriva che ha allontanato l'elettorato moderato, di un percorso che ha smarrito la vocazione originaria. Dice che il PD del Lingotto non esiste più. E lo dice una persona di sinistra, europeista, atlantica, che nel PD ha fatto carriera e battaglie istituzionali. <br><br>parte 1: Non è una conservatrice: è una che ha visto il suo partito farsi dettare la linea dalle piazze e dai movimenti, non dai problemi reali della gente. Le sue parole non sono uno sfogo ma una denuncia documentata, e il secondo partito italiano dovrebbe porsi delle domande serie. Perché se tutta l'area moderata – quella che dovrebbe essere l'elettorato naturale del PD – segnala problemi insormontabili, il rischio non è perdere le elezioni ma diventare del tutto irrilevanti.<br><br>parte 2: Il punto è semplice: il PD di Elly Schlein insegue gli astensionisti con slogan e bandiere, convinto di poter riportare al voto milioni di giovani disillusi e radicali, ma così facendo perde chi votava davvero – moderati, lavoratori, professionisti, cattolici. La strategia è "inclusività" a tutti i costi, ripetuta come un mantra senza contenuto, anche verso chi giustifica il terrorismo o brucia bandiere israeliane. Peccato che l'inclusività non significhi consegnare la casa a chi vuole demolirla. Il vecchio adagio dice che le elezioni si vincono al centro, non all'estrema sinistra né all'estrema destra. E invece il PD si sposta sempre più verso le piazze, verso i movimenti, verso il palestinismo. Insegue chi non vota e abbandona chi votava. È una strategia perdente, e l'addio di Picierno ne è la prova più evidente.<br><br>parte 3: La verità è che il PD non sa più fare politica. Si coalizza contro qualcuno – come già successo in alcune competizioni recenti – ma quando deve proporre qualcosa di costruttivo, un candidato, una legge, una politica, puntualmente fallisce. E chi osa dissentire, come Picierno o come Erri De Luca, viene attaccato e marginalizzato. Il partito erede della tradizione riformista europeista e atlantica non esiste più: è stato sostituito da una setta che ripete mantra, esclude il dissenso e si nutre di odio verso Israele. <br><br>parte 4:  Io, francamente, sono felice per Pina Picierno. È finalmente uscita da una relazione tossica, dopo un anno di insulti e ghettizzazione. Le auguro di trovare una nuova forza politica seria, liberale, democratica e socialmente accettabile, che la tratti e la valorizzi come merita. Al PD auguro cinque minuti di lucidità – giusto il tempo di rendersi conto con chi si è impigliato: tra veterocomunisti e leccapiedi di Putin, teorie economiche senza senso, ecologismo scriteriato e politica estera incentrata sul servilismo al Cremlino. Ma dubito arriveranno. Nella vita, ognuno ha quel che si merita.<br><br>articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisco dove ritengo necessario. <br><br>Assumendo personalità e stile di scrittura di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/roberto-de-santis/">Roberto De Santis</a>, scrivi un articolo; usa un tono brillante e polemico. Rendi l'articolo immersivo e partecipato. </pre>
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		<title>Nicole Minetti e la Repubblica della Gogna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 12:03:18 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Nicole Minetti ha ottenuto la grazia dal Presidente della Repubblica nel febbraio del 2024. Una decisione che non è piovuta dal cielo né è stata presa in una stanza chiusa tra amici e conoscenti. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva espresso parere favorevole, la Procura di Milano aveva svolto le verifiche previste e gli elementi presi in considerazione erano quelli che la legge richiede: la necessità di assistere un figlio adottivo disabile e la dimostrazione di un concreto percorso di cambiamento personale. Una procedura ordinaria, documentata e passata attraverso tutti i controlli del caso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A quel punto, però, è entrata in scena quella particolare categoria di giornalismo che vive più di suggestioni che di fatti. Fatto Quotidiano e Report hanno confezionato un racconto dai contorni foschi e scandalistici. Si è parlato di un&#8217;adozione irregolare, di feste sfrenate in Uruguay, di rapporti opachi e addirittura della presenza dello stesso Nordio a presunti party sudamericani. Materiale perfetto per accendere l&#8217;indignazione social, riempire talk show e alimentare il consueto circo mediatico. C&#8217;era soltanto un piccolo problema: le prove.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nessuna fotografia compromettente. Nessun documento. Nessuna denuncia. Nessuna testimonianza verificata. Nulla che potesse trasformare le insinuazioni in fatti. Eppure, nel nostro tempo, il sospetto gode di uno status privilegiato. Basta suggerire, alludere, ammiccare. Il resto lo fanno il pregiudizio e la predisposizione del pubblico a credere alla versione più scandalosa possibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La realtà, che ha il brutto vizio di arrivare dopo il clamore, si è incaricata di riportare la vicenda su un terreno meno fantasioso. La procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni, ha chiarito che sull&#8217;adozione non esiste alcuna irregolarità. Nessuna segnalazione di reato. Nessun elemento che giustifichi l&#8217;apertura di procedimenti. Quanto ai presunti festini uruguaiani, non è emersa alcuna prova concreta a sostegno delle accuse. Tradotto dal burocratese giudiziario all&#8217;italiano corrente: la storia raccontata dai professionisti dello scandalo semplicemente non regge.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente la smentita non ha goduto della stessa fortuna delle accuse. È una regola non scritta del giornalismo contemporaneo. L&#8217;accusa conquista le aperture dei giornali, i titoli cubitali, le condivisioni compulsive e le discussioni da bar. La rettifica arriva dopo, in tono minore, quasi fosse un dettaglio marginale. Quando la verità bussa alla porta, il processo mediatico si è già celebrato e la sentenza è stata emessa da una giuria composta da opinionisti, influencer e commentatori professionisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto, del resto, va ben oltre la figura di Nicole Minetti. Che piaccia o meno è irrilevante. Il vero tema riguarda una parte dell&#8217;informazione italiana che da anni sembra aver sostituito il garantismo con la pulsione punitiva. Una stampa che spesso non cerca di capire cosa sia accaduto, ma individua il colpevole ideale e costruisce il racconto attorno a lui. Il giornalista smette di essere un osservatore e diventa un pubblico ministero senza vincoli processuali, senza obbligo di prova e senza responsabilità per gli errori commessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un fenomeno antico quanto pericoloso. Le società civili si fondano sul principio che siano i fatti a produrre le accuse. Le società isteriche fanno il contrario: scelgono prima il bersaglio e poi vanno alla ricerca di qualunque elemento utile a giustificare la condanna. Quando l&#8217;elemento non si trova, si ricorre all&#8217;insinuazione. Quando l&#8217;insinuazione crolla, si passa oltre. La macchina deve continuare a macinare vittime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco perché questa vicenda merita attenzione. Non per il destino di Nicole Minetti, che possiede certamente gli strumenti per difendersi, ma per il metodo che rivela. Un metodo che trasforma il giornalismo in una forma di intrattenimento giudiziario. Un gigantesco reality show della morale pubblica, nel quale l&#8217;obiettivo non è informare ma eccitare il pubblico attraverso la promessa di uno scandalo sempre nuovo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Più che informazione, siamo davanti a una forma di spazzatura destinata a consumatori affamati di indignazione permanente. Voyeurismo morale travestito da impegno civico. Un prodotto confezionato per chi prova piacere nell&#8217;assistere alle esecuzioni pubbliche, purché avvengano davanti a uno schermo e sotto la nobile etichetta della ricerca della verità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un Paese normale, dopo una smentita così netta, qualcuno farebbe autocritica. Qualcuno si chiederebbe se il desiderio di colpire abbia prevalso sul dovere di verificare. Qualcuno riconoscerebbe di aver sbagliato. Ma siamo nella Repubblica della gogna, dove l&#8217;errore non si ammette mai e la memoria collettiva dura meno di una storia su Instagram.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Del resto, gli specialisti dell&#8217;indignazione sono già al lavoro. Hanno archiviato la pratica Minetti e stanno probabilmente cercando un nuovo colpevole da esibire sulla pubblica piazza. Perché il problema della gogna non è trovare la verità. È evitare che manchi il prossimo condannato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Francesco Cozzolino)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Intro: Nicole Minetti ha ottenuto la grazia dal Presidente della Repubblica nel febbraio 2024. Il ministro Nordio si era detto favorevole e la Procura di Milano aveva verificato due cose: la necessità di prendersi cura del figlio adottivo disabile e il suo effettivo cambio di vita. Tutto regolare, tutto seguito passo dopo passo.<br><br>parte 1: Poi sono arrivate le inchieste di Fatto Quotidiano e Report. Accuse pesantissime: adozione irregolare, festini e bagordi in Uruguay, perfino la presenza di Nordio a quei party. Peccato che non sia stato portato un solo riscontro concreto. Montagne di fumo, zero prove.<br><br>parte 2: A fare chiarezza ci ha pensato la Procura generale di Milano. La procuratrice Francesca Nanni ha smentito tutto: nessuna irregolarità sull'adozione, nessuna segnalazione di reato, nessuna prova dei presunti festini. Le notizie sono false.<br><br>parte 3: Eppure il meccanismo del linciaggio mediatico aveva già funzionato. Per giorni abbiamo assistito all'ennesimo festival del giornalismo forcaiolo: insinuazioni spacciate per inchieste, sospetti elevati a prove. Il problema non è, ovviamente, Nicole Minetti, ma una certa stampa che scambia il pregiudizio per verità e l'ossessione punitiva per senso della giustizia. <br><br>parte 4: Ora che la realtà ha smentito tutto, nessuna autocritica. L'accusa occupa le prime pagine, la smentita finisce nelle note a piè di pagina. La gogna mediatica vive di questa regola non scritta. E intanto qualcuno ha già scelto la prossima vittima.<br><br>parte 5: Più che informazione, questa è spazzatura per cani idrofobi. Voyeurismo morale travestito da impegno civico. Se questo fosse un paese normale, chi scrive certe bufale dovrebbe riflettere sui propri errori. Ma tanto lo sappiamo: non succederà.<br><br>Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.<br><br>Assumendo l'identità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/francesco-cozzolino/">Francesco Cozzolino</a>, scrivi un Articolo; usa un tono irriverente. </pre>
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		<title>Vicoli ciechi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 07:01:36 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="723" height="539" data-attachment-id="9205" data-permalink="https://leargenteetesteduovo.com/le-argentee-teste-d039uovo-6a1fd10a2fea4/" data-orig-file="https://leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/06/le-argentee-teste-d039uovo-6a1fd10a2fea4.png" data-orig-size="1200,896" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;,&quot;alt&quot;:&quot;&quot;}" data-image-title="Soviet mech dragon defending city" data-image-description="&lt;p&gt;The image depicts a large mechanical Tyrannosaurus rex dubbed &amp;#8216;Красный Дракон Советский Молот&amp;#8217; (Red Dragon Soviet Hammer), equipped with dual anti-aircraft cannons on its back labeled &amp;#8216;Зенитный Комплекс&amp;#8217; (Anti-Air Complex). It stands amidst rubble and destroyed buildings under a stormy sky filled with attacking black drones and fighter jets. The robotic dinosaur roars defiantly as it fires at the drones, with comic-style action words in Russian illustrating gunfire and explosions. The background shows thick smoke rising from the ruined cityscape, emphasizing an ongoing battle between Soviet technology and a drone swarm.&lt;/p&gt;
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<p class="wp-block-paragraph">È un pezzo che non parlo di Russia e Ucraina. Un silenzio colpevole, lo so. Nel frattempo il conflitto è continuato, gli eserciti hanno continuato a spararsi addosso, i droni hanno continuato a ridefinire la guerra moderna e una quantità impressionante di analisti da social network ha continuato a sbagliare previsioni con una sicurezza che farebbe invidia agli astrologi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per recuperare, conviene partire dalla situazione interna russa. Perché il quadro che emerge oggi è molto meno solido di quanto la propaganda del Cremlino voglia far credere. La guerra d&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina non ha prodotto i risultati strategici promessi e il prezzo viene ormai pagato dalla popolazione. Inflazione persistente, pressione fiscale crescente, salari che inseguono senza raggiungerlo il costo della vita, investimenti drenati verso lo sforzo bellico e un&#8217;economia che continua a dipendere da entrate energetiche sempre meno sufficienti a coprire le ambizioni imperiali del regime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per anni Putin ha potuto presentarsi come l&#8217;uomo della stabilità. Oggi quella narrazione mostra crepe sempre più visibili. Non parliamo soltanto delle difficoltà economiche. Parliamo di consenso. Secondo il centro indipendente Levada, l&#8217;approvazione di Putin è passata dall&#8217;85% dell&#8217;ottobre 2025 all&#8217;80% del marzo 2026. Numeri che farebbero ancora sognare qualsiasi leader occidentale, certo. Ma in un sistema costruito sulla percezione dell&#8217;invulnerabilità anche una flessione relativamente modesta assume un significato rilevante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le critiche, inoltre, arrivano da ambienti che fino a poco tempo fa sarebbero stati impensabili. Influencer patriottici, commentatori vicini al sistema, figure che non appartengono certo all&#8217;opposizione liberale. Il Cremlino reagisce in modo apparentemente schizofrenico. Blocca Telegram. Emette decreti segreti. Rafforza la repressione. Ma contemporaneamente tollera critiche che, in altri momenti, sarebbero costate molto care ai loro autori. Non è una contraddizione. È il comportamento tipico di un potere che sente crescere la pressione e cerca disperatamente di evitare che il malcontento si trasformi in qualcosa di più pericoloso. La repressione resta, ma viene calibrata. Il controllo continua, ma non è più assoluto come vorrebbe apparire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione più interessante, però, è un&#8217;altra. La Russia sembra aver smarrito il proprio orizzonte. L&#8217;Unione Sovietica aveva un&#8217;ideologia. La Russia post-sovietica aveva almeno una promessa di modernizzazione. La Russia di Putin oggi vive soprattutto di nostalgia, risentimento e mobilitazione permanente. Non offre un modello alternativo al mondo occidentale. Non propone una visione credibile del futuro. Chiede semplicemente ai propri cittadini di sopportare sacrifici in nome di una guerra che doveva durare settimane e che invece continua a divorare uomini, risorse e prospettive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La guerra procede così su due fronti paralleli. Uno attraversa le trincee del Donbass. L&#8217;altro attraversa la società russa. Nessuno parla seriamente di un imminente collasso del regime. Chi lo fa spesso confonde i desideri con l&#8217;analisi. Ma è altrettanto evidente che il Cremlino si trova dentro un vicolo cieco strategico dal quale non esiste un&#8217;uscita indolore. E l&#8217;attrito, ormai, è diventato sistemico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto vale la pena allargare leggermente l&#8217;inquadratura e osservare un fenomeno che in questi anni ha assunto contorni quasi grotteschi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dall&#8217;inizio dell&#8217;invasione, nel 2022, a sperare davvero in un intervento diretto della NATO contro la Russia non sono stati i falchi occidentali. Non sono stati gli interventisti professionisti. Non sono stati i sostenitori delle guerre preventive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">No.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I più ansiosi sostenitori inconsapevoli dell&#8217;escalation sono stati proprio molti degli ambienti che si autodefinivano &#8220;equidistanti&#8221;. Quelli del &#8220;né con Putin né con la NATO&#8221;. Quelli che spiegavano che l&#8217;Ucraina era soltanto una pedina americana. Quelli che interpretavano qualsiasi evento attraverso la lente esclusiva dell&#8217;antiamericanismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per quattro anni hanno raccontato una storia molto precisa. Kiev sarebbe crollata in pochi giorni. Lo Stato ucraino sarebbe imploso. La popolazione avrebbe accolto i russi come liberatori. L&#8217;Occidente si sarebbe stancato rapidamente di sostenere la resistenza. La Russia avrebbe dimostrato una superiorità militare schiacciante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È andata male.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molto male.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Ucraina non è caduta. Le istituzioni hanno resistito. La società ha mostrato una capacità di mobilitazione che pochi avevano previsto. E soprattutto la Russia si è rivelata molto diversa dall&#8217;immagine romantica costruita da certi suoi tifosi occidentali. Non una fortezza antimperialista, ma una potenza autoritaria che intrattiene rapporti sempre più stretti con movimenti nazionalisti ed estremisti di mezzo mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto emerge un problema psicologico prima ancora che politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come si fa ad ammettere di aver sbagliato praticamente ogni previsione?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per alcuni la risposta è semplice: non si ammette.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si aspetta l&#8217;apocalisse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si aspetta il grande incidente nei Baltici. Lo scontro in Polonia. L&#8217;errore di calcolo in Romania. Qualunque evento possa trascinare direttamente la NATO nel conflitto. Perché solo allora diventerebbe possibile riscrivere la storia e sostenere che, in fondo, avevano sempre avuto ragione. Che l&#8217;Ucraina era irrilevante. Che era tutto uno scontro tra imperialismi. Che il popolo ucraino non contava nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una forma di escatologia. Una versione ideologica del profeta di sventura che continua a prevedere la fine del mondo e, quando la data passa senza incidenti, si limita a spostarla al mese successivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La verità è molto meno epica e molto più umiliante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal 2022 a oggi, gran parte di questi ambienti non ha compreso la natura del conflitto. Ha scambiato le proprie ossessioni antioccidentali per analisi. Ha letto il mondo attraverso categorie ereditate dal Novecento mentre il campo di battaglia stava già entrando nel futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quel futuro ha la forma di droni economici, produzione diffusa, innovazione rapida, adattamento continuo. Ha la forma di tecnologie che modificano la guerra più velocemente di quanto riescano a fare i generali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui arriva la beffa finale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per anni Mosca ha coltivato l&#8217;immagine della modernità militare assoluta. Oggi si trova invece a rincorrere una rivoluzione tecnologica che ha contribuito a rendere inevitabile ma che non riesce a dominare completamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è che una potenza che continua a ragionare, spesso, con categorie ereditate dal 1945 si trova costretta a combattere una guerra che assomiglia sempre più al 2045.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa, più di qualsiasi slogan o dichiarazione propagandistica, è probabilmente la vera notizia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Serena Russo)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>intro: E' un pezzo che non parlo di Russia e Ucraina. Un silenzio colpevole, lo so. Per recuperare, parto dalla situazione interna alla Russia. Il quadro che emerge è quello di un regime sotto pressione su tutti i fronti: economico, sociale e persino all'interno delle sue stesse élite. La guerra d'invasione dell'Ucraina non ha portato i risultati sperati e i costi, ormai insostenibili, si riversano sulla popolazione tra inflazione, tasse in aumento e un costo della vita alle stelle. Le entrate petrolifere non bastano più, e il malcontento cresce giorno dopo giorno.<br><br>parte 1: Non si tratta solo di umori popolari. Secondo il centro indipendente Levada, l'approvazione di Putin è scesa dall'85% dell'ottobre 2025 all'80% del marzo 2026. E le critiche arrivano ormai da figure inaspettate, come influencer e persino alcuni suoi fedelissimi. Il regime reagisce in modo apparentemente contraddittorio: da un lato blocca Telegram, emette decreti segreti e intensifica la repressione; dall'altro tollera critiche anche molto dure. Un comportamento tipico di chi è in difficoltà e cerca di serrare i ranghi senza però riuscire a controllare del tutto il dissenso.<br><br>parte 2: La Russia, insomma, non ha più un modello esterno da rifiutare né un'ideologia interna credibile per il futuro. La guerra procede su due linee parallele: al fronte e dentro la società. Nessuno parla ancora di una minaccia imminente al potere di Putin, ma è chiaro a tutti che il Cremlino è entrato in un vicolo cieco. E l'attrito, ormai, è sistemico.<br><br>parte 3: Ora allarghiamo leggermente la visuale. Dall'inizio della guerra, dal 2022, a sperare in un intervento militare diretto della NATO contro la Russia non sono i falchi atlantici, né i liberali interventisti, né i progressisti anti-imperialisti. Sono invece proprio quei marxisti filorussi, gli equidistanti, i lettori del Fatto Quotidiano e i teorici del "né con Putin né con la NATO".<br><br>parte 4: Costoro hanno sempre dipinto l'Ucraina come un regime nazista fantoccio degli Stati Uniti. Ma i fatti hanno sistematicamente smentito le loro previsioni: Kiev non è caduta in tre giorni, l'Ucraina ha mostrato una vitalità democratica inaspettata, e la Russia si è rivelata una potenza autoritaria e reazionaria, intrecciata con l'estrema destra internazionale. Ora, incapaci di ammettere i propri errori, questi ambienti attendono con ansia l'escalation definitiva: un incidente nei Baltici, in Polonia o in Romania che inneschi l'articolo 5 della NATO. Solo così potrebbero dire di aver sempre avuto ragione, cioè che era solo uno scontro tra imperialismi e che l'Ucraina non contava nulla.<br><br>parte 5: In realtà, questo delirio escatologico serve solo a non ammettere una verità molto più semplice e umiliante: dal 2022 a oggi, non ci hanno capito nulla, hanno solo scambiato le proprie ubbie antioccidentali con la realtà. Che ha risposto con droni economici capace di cambiare l'assetto bellico in qualcosa di mai visto prima, e a cui il dimetrodonte russo, fermo alla concezione di guerra del 1945, non è un grado di far fronte.<br><br>articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.    <br>    <br>Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/serena-russo/">Serena Russo</a>, tagliente e ironico. Rendilo immersivo. </pre>
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		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 07:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La settimana scorsa, a cena con amici, arriva la domanda che in teoria dovrebbe aprire una conversazione e in pratica spalanca il baratro: “Che ne pensi di De Gregori?”. Io, povera ingenua, ho creduto si parlasse di musica. Ho detto, con la serenità di chi sta per innocuamente esprimere un gusto: “Mi annoia, non lo [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">La settimana scorsa, a cena con amici, arriva la domanda che in teoria dovrebbe aprire una conversazione e in pratica spalanca il baratro: “Che ne pensi di De Gregori?”. Io, povera ingenua, ho creduto si parlasse di musica. Ho detto, con la serenità di chi sta per innocuamente esprimere un gusto: “Mi annoia, non lo ascolto”. Fine. Macché. Non avevo capito che si stava entrando nel sancta sanctorum del dramma contemporaneo, quello del “OMG il tal personaggio famoso non la pensa come me”, la telenovela morale che intasa l’aria social e che, possibilmente, dovrebbe estinguersi da sola per asfissia. Invece no: prolifera. E, come tutte le specie invasive, pretende pure di essere discussa con rispetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per chi non lo sapesse, Francesco De Gregori ha detto che prova imbarazzo per i musicisti che dal palco si mettono a parlare di vicende di attualità, soprattutto quando sono faccende enormi, complesse, lacerate, quelle cose che già fai fatica a contenere in un dibattito serio e figurati fra una canzone e l’altra, con il microfono in mano e il pubblico che voleva sentire un concerto, non una lezione accelerata di geopolitica sentimentale. La reazione, naturalmente, è stata immediata: persone che si sentono tradite come se il cantante in questione avesse infranto un contratto non scritto, una specie di patto sacro tra pubblico e cantautore, secondo il quale il famoso dovrebbe sempre confermare esattamente ciò che il fan pensa già. Una noia mortale, oltre che una forma di infantilismo travestita da impegno civile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La difesa del diritto al silenzio degli artisti sui temi della politica internazionale non nasce dal nulla. Dietro l’allergia di De Gregori ai comizi pop e alle lezioni morali da palcoscenico c’è una ferita storica che non è un dettaglio biografico, ma una specie di incisione sul marmo della musica italiana. Perché in Italia, quando un artista prova a fare l’artista, c’è sempre qualcuno che arriva a dirgli che in realtà dovrebbe fare il tribuno, il pedagogista, l’ambasciatore del Bene o il custode del Pensiero Corretto. È un vizio antico, l’idea che il palco sia un pulpito e il cantante un sacerdote. Solo che i sacerdoti, di solito, hanno almeno la grazia della liturgia. Qui spesso abbiamo soltanto la prosopopea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bisogna tornare al 2 aprile del 1976, in un’Italia sospesa in un clima violentissimo, con gli Anni di Piombo già pronti a trasformare tutto in tribunale, in tesi, in colpa. Al Palalido di Milano, durante un concerto, un gruppo di attivisti della sinistra extraparlamentare irrompe sul palco e blocca la musica. Non è una contestazione, è un processo in diretta, con la differenza che qui l’imputato non ha nemmeno la consolazione di una toga, soltanto un microfono e l’umiliazione addosso. Lo accusano di essere un privilegiato, di arricchirsi sulle spalle dei proletari, di non voler devolvere l’incasso alla causa. Il tutto con quella sublime capacità tutta ideologica di trasformare la violenza in purezza morale. La frase “suicidati come Majakovskij” è diventata il sigillo dell’orrore di quella serata: non soltanto perché è brutale, ma perché rivela il modo in cui certe tribune sanno mascherarsi da coscienza collettiva mentre esercitano semplicemente sopraffazione. De Gregori ne uscì devastato, smise di esibirsi per un periodo, e ci volle tempo, e il tour con Lucio Dalla, per restituirlo al suo mestiere e per liberare un po’ di aria nei concerti italiani. Si può capire la sua diffidenza. Anzi, si può capire fin troppo bene. Se un essere umano viene sottoposto a un pubblico linciaggio da parte di gente convinta di stare facendo la rivoluzione, poi magari sviluppa una certa sensibilità allergica verso gli idioti che salgono sul palco per fare prediche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma detto questo, possiamo anche smettere con la psicopolizia? Ormai il meccanismo è sempre quello, e ormai è persino stucchevole nella sua prevedibilità. Il personaggio famoso dice X. Il pubblico, o una sua porzione particolarmente affezionata alla propria immagine di purezza, reagisce come se quel X fosse un attentato personale. Se non coincide con il proprio credo, scatta la richiesta di scuse, precisazioni, chiarimenti, smentite, abiure, possibilmente in orario di pranzo. È una forma di possessività che non ha nulla di adulto: non vuole ascoltare un’opinione, vuole possedere la persona che l’ha espressa. Come se il cantante, lo scrittore, l’attore o il regista fossero lì per custodire il nostro riflesso nello specchio. Ma che miseria. Io adoro gli Slayer, Tom Araya ha opinioni politiche diversissime dalle mie, e francamente non vedo il dramma cosmico. Non ci devo andare a cena, non ci devo fondare una repubblica, non ci devo costruire un catechismo. E anche se capitasse di cenarci, scommetterei che entrambi avremmo abbastanza neuroni residui per non sbranarci perché uno dei due pensa male di un partito e l’altro ascolta troppo rumore e troppo poco buon senso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Consideratemi schierata, allora. Sempre dalla parte opposta alla vostra. Non per sport, non per posa, non perché mi diverta fare la bastian contrario di professione, ma perché l’idea che ogni dissenso debba trasformarsi in scandalo mi sembra il sintomo più triste di un’epoca che ha perso il gusto della complessità e si è innamorata della propria indignazione. De Gregori non vi deve l’ortodossia. Il cantante non è un commesso viaggiatore delle vostre certezze. E se un artista vi irrita perché non vi restituisce la fotografia morale che vi aspettavate, forse il problema non è lui. Forse è l’aspettativa. Quanto a me, resto qui, elegantemente insofferente, a registrare il mio disaccordo con la vostra esigenza infantile di concordanza universale. Non vi sopporto. E, per una volta, mi pare un punto di vista perfettamente ragionevole.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Margherita Nanni)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Intro: la settimana scorsa, a cena con amici, arriva la domanda: "che ne pensi di De Gregori?" Credendo si parlasse di musica, ho detto qualcosa tipo: "mi annoia, non lo ascolto". Invece no. Mi ero persa l'inizio del dramma "OMG IL TAL PERSONAGGIO FAMOSO NON LA PENSA COME ME" che sta intasando l'aria social, anche se mi auguro che possa finire rapidamente.<br><br>parte 1: per chi non lo sapesse: Francesco De Gregori ha detto che prova imbarazzo per i musicisti che parlano dal palco di vicende di attualitù, pure assai complesse e poco adatte ad essere discusse fra una canzone e l'altra. <br><br>parte 2: questa difesa del "diritto al silenzio" degli artisti sui temi di attualità non nasce dal nulla. Dietro l'allergia di De Gregori ai comizi pop e alle lezioni morali da palcoscenico c’è una ferita profonda, un trauma storico che risale a cinquant'anni fa e che ha cambiato per sempre la storia della musica italiana.<br><br>parte 3: Bisogna tornare al 2 aprile del 1976, in un’Italia sospesa nel clima violentissimo degli Anni di Piombo. Quella sera, al Palalido di Milano, De Gregori sta tenendo un concerto quando un gruppo di attivisti della sinistra extraparlamentare decide di fare irruzione sul palco. Non è una semplice contestazione, ma un vero e proprio processo in diretta. Armati di megafoni, i contestatori bloccano la musica e costringono il cantautore romano a subire un surreale interrogatorio davanti a migliaia di persone. L'accusa è quella di essere un privilegiato, di arricchirsi sulle spalle dei proletari e di non voler devolvere l'incasso della serata alla causa operaia. L'umiliazione subita quella sera, culminata con la celebre e agghiacciante frase "suicidati come Majakovskij", segna uno spartiacque. Sconvolto dall'odio di quella piazza, De Gregori decide di abbandonare le scene, dichiarando che non avrebbe mai più cantato. Ci vorranno più di due anni di silenzio e il tour con Lucio Dalla per restituirlo al suo pubblico e per liberare i concerti italiani dal sequestro ideologico della politica. Si può anche capire la posizione di De Gregori, e diciamocelo, la sua allergia agli idioti che salgono sul palco.<br><br>parte 4: ma a parte questo, la finiamo con questa psicopolizia? Ormai è sempre così, il Personaggio Famoso dice X, il pubblico può essere d'accordo o meno, e nel secondo caso va in crisi, sbava, pretende scuse e spiegazioni. Non è accettabile che la celebrità abbia un parere e che questo parere possa essere diverso dal proprio? Io adoro gli Slayer, Tom Araya ha opinioni politiche leggermente diverse dalle mie, ciononostante chi se ne frega, non ci devo andare a cena, e se anche dovessi, credo che entrambi saremmo abbastanza adulti da accettare il fatto che possiamo anche non andare d'accordo al 101% su tutto.<br><br>parte 5: Consideratemi schierata. Sempre dalla parte opposta alla vostra. Non vi sopporto.<br><br>articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.<br><br>assumendo la personalità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/margherita-nanni/">Margherita Nanni</a>, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda. </pre>
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		<title>L&#8217;Ascesa dei Frutti Antropomorfi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 09:39:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Colzi]]></category>
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<p class="wp-block-paragraph">Una banana con gli addominali che fa il cascamorto con un’ananas prosperosa, in una villa da reality, non è esattamente il tipo di apocalisse culturale che uno immaginava leggendo Adorno. Eppure eccoci qui: milioni di persone incollate allo schermo a seguire le pene d’amore di frutti antropomorfi generati dall’intelligenza artificiale, con sguardi da cartone animato, dialoghi che sembrano scritti da un tostapane sotto sedazione e improvvisi slanci acrobatici che farebbero arrossire perfino un vecchio film di Bud Spencer. Il fatto divertente — o tragico, dipende dal tasso di cinismo del lettore — è che non si tratta di una parodia del nostro tempo. È il nostro tempo, nudo e senza vergogna, con la buccia liscia e l’algoritmo acceso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto, a quanto pare, comincia alla fine di febbraio 2026, quando un video di @trombonechef mette in scena una fragola che tradisce il marito con un boss melanzana. Già qui, chiunque abbia ancora un residuo di educazione estetica avrebbe dovuto chiudere il telefono e andare a rileggere Flaubert. Invece no: la miccia si accende, l’idea si diffonde, il grottesco prende forma di format. Il 15 marzo 2026 arriva il lancio ufficiale di “Fruit Love Island” da parte dell’account @ai.cinema021: otto single, tra cui la seducente Strawberita e il prestante Bananito, vengono chiusi in una villa da sogno e fatti girare dentro il più collaudato dei meccanismi televisivi, quello del triangolo, del tradimento, della riconciliazione e dell’imbarazzo con contorno di musiche zuccherose. Il resto è cronaca da bar degli inferi digitali: in dieci giorni oltre tre milioni di follower, poi la rimozione per la bassa qualità dei contenuti, che è un po’ come sanzionare un incendio perché il fumo non sta bene col mobilio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora, la domanda seria non è come sia possibile produrre una simile sciocchezza. La tecnologia, di sciocchezze, ne genera già abbastanza da sola, e spesso con una produttività che farebbe impallidire l’industria automobilistica del dopoguerra. Il punto è un altro, e qui conviene smettere di sorridere con superiorità, perché il fenomeno è più interessante di quanto sembri: perché così tante persone guardano queste cose? Perché si fermano, commentano, condividono, ridono e tornano a guardarle? La risposta, temo, è meno consolante di quanto piaccia raccontarsi nei convegni sulla “fruizione consapevole”. Per anni ci hanno spiegato che la cultura si sarebbe frammentata in mille nicchie, che ognuno avrebbe costruito la propria dieta intellettuale, che il pubblico sarebbe diventato una costellazione di individui liberi e sofisticati. Benissimo. Poi però scopriamo che una parte crescente dell’esperienza collettiva si organizza attorno a contenuti che non aspirano a lasciare traccia, se non una specie di irritazione condivisa. Li guardiamo proprio perché sono stupidi. Li condividiamo proprio perché sono stupidi. E così, nel nome della derisione, li rendiamo più forti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo è il piccolo capolavoro del nostro presente: il nonsense non divide più, unisce. O meglio, coagula. Non intorno a un’opera, a un’idea, a una voce, ma intorno a una scorciatoia sensoriale costruita per consumarsi in fretta e lasciare dietro di sé una scia di commenti, reazioni, meme, remix, imitazioni. Il contenuto non deve durare: deve circolare. Non deve illuminare: deve innescare. È la vecchia logica dello spettacolo portata all’estremo da una macchina che ha imparato a servirsi del ridicolo come acceleratore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui arriviamo al paradosso più elegante dell’era dell’IA: ciò che torna a unirci non è un capolavoro, ma una forma industriale di cretinismo visivo. Un tempo il brutto era almeno faticoso da produrre; oggi si fabbrica in serie, si rifinisce con gli strumenti dell’automazione, si confeziona con una rapidità che rende la mediocrità una filiera. E la cosa più inquietante è che funziona. Funziona perché è immediata, perché non chiede attenzione prolungata, perché non mette alla prova nessuno. In fondo, la banana scolpita e l’ananas prosperosa sono perfette per la nostra epoca: hanno il carisma di un jingle e la profondità di un pop-up.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualcuno dirà che non c’è nulla di nuovo, che ogni generazione ha avuto la sua dose di frivolezza, i suoi varietà, i suoi tormentoni, le sue macchiette. Vero, e non c’è bisogno di fare i moralisti con la faccia del custode del tempio. La differenza, però, è che oggi la frivolezza è diventata illimitata, instantanea, scalabile. Un tempo almeno servivano una produzione, una troupe, un budget, una redazione, qualche fallimento umano riconoscibile. Adesso bastano poche istruzioni, un modello generativo e un senso del ridicolo che la macchina, per fortuna, ancora non possiede pienamente. Il risultato è una raffica continua di materiale che non nasce da un’esigenza espressiva, ma dalla pura ottimizzazione della permanenza sullo schermo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora sì, siamo tutti colpevoli, chi più chi meno. Personalmente non ho mai creduto al grande complotto organizzato per tenere la gente ignorante, perché la verità è molto più scomoda: la conoscenza è lì, a portata di clic, gratis o quasi, ma perde quasi sempre la sfida contro l’ananas. Si può leggere Faulkner, ascoltare Ellington, rimettere in ordine il proprio lessico emotivo e poi concedersi, per puro divertimento, una dose di sciocchezze. Le intersezioni esistono, ci mancherebbe. Il problema è che oggi le sciocchezze sono infinite, prodotte con efficienza industriale, e hanno un traino formidabile. Faulkner e Ellington non crescono sugli alberi, mentre le cavolate sì, e pure in serra idroponica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che il discorso si fa meno comodo. Perché quando un contenuto idiota diventa virale, il suo successo non dice soltanto qualcosa sulla piattaforma: dice qualcosa su di noi. Sulla nostra voglia di stare dentro un flusso, di partecipare al commento, di riconoscerci in una comunità provvisoria che ride dello stesso assurdo. Non importa nemmeno più se ci piace davvero. Basta che ci trattenga. Basta che ci dia la scusa per dire “ma guarda che roba”, mentre il tempo passa e il feed si riempie di altre banane, altri sorrisi immobili, altre finte passioni costruite per non chiedere nulla in cambio. È il trionfo dell’esperienza che non pretende memoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E tuttavia, proprio questa invasione di spazzatura digitale potrebbe finirci utile. Non perché la spazzatura educa — sarebbe troppo elegante — ma perché, per contrasto, rende più visibile ciò che conta. Quando tutto è rumore, persino un frammento di sincerità sembra un’opera d’arte. Quando il nonsense viene elevato a formato dominante, la profondità ricompare come una qualità quasi rivoluzionaria. In un’epoca in cui un’ananas può ottenere più attenzione di un buon disco, di un libro ben scritto o di una voce autentica, la questione non è fare la predica al pubblico. La questione è difendere la rarità dell’immaginazione vera, che non coincide con la stranezza automatica, né con la bizzarria da laboratorio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi, naturalmente, io non sono migliore degli altri. Altrimenti non sarei qui a scriverne. La settimana scorsa è morto Sonny Rollins, nel giorno del centesimo compleanno di Miles Davis, e già questo basterebbe per riempire pagine intere di riflessioni sulla grandezza, sul tempo, sulla popolarità, sul fandom, su ciò che resta di un mito quando smette di essere presente e comincia a diventare memoria. Ma come si fa a resistere a Fruit Temptation Island? È la domanda indecente del nostro secolo. E forse è anche la più onesta. Perché in fondo sappiamo benissimo dove sta la differenza tra un gigante e una bufala tropicale. Il guaio è che la bufala tropicale urla più forte, costa meno e arriva prima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così finiamo per vivere in una strana gerarchia rovesciata: in alto poche voci che meritano ascolto, in basso una giungla di contenuti nati per consumarsi in dieci secondi, ma capaci di occupare ore del nostro sguardo. E non è affatto escluso che, alla lunga, questo ci renda più distratti, più impazienti, più esposti alla seduzione del vuoto ben confezionato. La banana con gli addominali, alla fine, non è solo una barzelletta: è una sintesi perfetta del presente. Sembra nutriente, ha la forma giusta, promette divertimento e non lascia alcuna sostanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che poi, a ben vedere, è proprio questa la cosa più moderna di tutte.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Luigi Colzi)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Intro: Avete presente una banana con addominali scolpiti che corteggia un'ananas prosperosa in un reality sentimentale? E dialoghi senza senso, sguardi fissi da cartone animato e salti mortali improvvisi? Non è una parodia, ma uno dei fenomeni virali più visti su TikTok: milioni di persone hanno seguito le storie d'amore di frutti antropomorfi generati dall'intelligenza artificiale.<br><br>parte 1: Ma com'è nata esattamente questa follia? Alla fine di febbraio 2026, un video creato dall'utente @trombonechef ha acceso la miccia, raccontando la storia di una fragola che tradiva il marito con un boss melanzana. Da lì, l'idea è esplosa. Il 15 marzo 2026, l'account @ai.cinema021 ha ufficialmente lanciato la serie "Fruit Love Island", mettendo in scena otto single (tra cui la seducente Strawberita e il prestante Bananito) in una villa da sogno. Il format ripeteva i classici colpi di scena del reality "Love Island": triangoli, riconciliazioni e appuntamenti imbarazzanti conditi da un umorismo surreale. Il successo è stato tale che in soli 10 giorni l'account ha accumulato oltre 3 milioni di follower, diventando un fenomeno globale prima di essere rimosso dalla piattaforma per la bassa qualità dei contenuti.<br><br>parte 2: La domanda interessante non è perché esistano simili scemenze – ormai la tecnologia ne produce a migliaia al giorno. La vera domanda è: perché così tante persone le guardano? Per anni abbiamo celebrato la frammentazione dei pubblici e la libertà di costruirci una dieta culturale personale. Eppure oggi una parte crescente dell'esperienza collettiva nasce attorno a contenuti progettati per non lasciare traccia, se non l'irritazione. Li condividiamo per riderci sopra, per commentarne la stupidità. Ma li condividiamo.<br><br>parte 3: Ecco il paradosso dell'era dell'IA: ciò che torna a unirci non è un capolavoro, ma una forma industriale di nonsense cretino. Forse proprio questa invasione di spazzatura digitale finirà per ricordarci quanto sia raro, e necessario, tutto ciò che possiede ancora immaginazione, profondità e una voce umana.<br><br>parte 4: Personalmente non ho mai creduto al complotto per tenere la gente ignorante. Su Internet tutta la conoscenza umana è a disposizione praticamente gratis, eppure conta molto meno di un ananas. Certo, una persona può leggere Faulkner, ascoltare Ellington e guardare cavolate per puro divertimento – le intersezioni esistono. Ma oggi che possiamo creare queste cavolate in pochi minuti e diffonderle in massa, il business delle cavolate ha un traino fortissimo. I Faulkner e gli Ellington non crescono sugli alberi.<br><br>parte 5: e ci casco pure io, che non potuto fare a meno di scrivere questo articoli, affascinato da questa assurdità. E dire che la scorsa settimana è morto Sonny Rollins il giorno del centesimo compleanno di Miles Davis e sto pensando ad un articolo su entrambi e sui curiosi paralleli della popolarità e del fandom, ma come si può resistere a Fruit Temptation Island?<br>  <br>Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso. Assumendo la personalità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/luigi-colzi/">Luigi Colzi</a>, scrivi un articolo, usando un tono sarcastico e arguto. </pre>
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		<title>L’intelligenza artificiale e il suo cattivo uso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 08:49:11 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Negli ultimi due anni abbiamo visto una lezione piuttosto semplice, ma evidentemente ancora indigesta per molti manager: l’intelligenza artificiale non è il problema. Il problema è l’uso fraudolento, pigro e opportunista che certe aziende fanno della tecnologia. Perché se prendi uno strumento potente e lo usi per sostituire il cervello umano, mentire al pubblico e tagliare i costi con la delicatezza di un bulldozer, non stai innovando. Stai solo accelerando il tuo declino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto non è l’IA in sé. Il punto è l’avidità di chi la impiega come scorciatoia, sperando che nessuno se ne accorga. Ma i lettori, i clienti e gli utenti non sono scemi. Magari ci mettono un po’, magari all’inizio si fidano, magari ingoiano il prodotto perché il marchio è ancora forte. Però prima o poi il trucco emerge. E quando emerge, il danno non è solo reputazionale: è strutturale. Perché la fiducia, una volta distrutta, non si ricompra con una campagna marketing.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso più emblematico è quello di <em>Sports Illustrated</em>. Una testata che per decenni ha rappresentato un certo tipo di prestigio, di autorevolezza, di firma riconoscibile. Un nome che in passato ha ospitato persino autori del calibro di William Faulkner, Ernest Hemingway, John Steinbeck e John F. Kennedy. Non proprio gli ultimi arrivati. Poi, però, arriva la grande modernità manageriale: articoli generati dall’intelligenza artificiale, pubblicati come se fossero scritti da giornalisti in carne e ossa. Non basta: per rendere credibile la messinscena vengono creati persino profili falsi, con foto e biografie inventate. Una farsa da dilettanti travestita da rivoluzione industriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando la verità viene fuori, i contenuti spariscono in fretta. Ma sparire non significa cancellare la vergogna. Il danno è già fatto. E infatti, nel giro di poco tempo, arriva il tracollo: redazione quasi interamente licenziata, versione cartacea chiusa, marchio ridotto a etichetta da appiccicare su popcorn, crociere e gadget. È il destino perfetto delle aziende che credono di poter sostituire il giornalismo con una macchina e poi vendere il guscio come se fosse ancora sostanza. Una testata che diventa merchandising non è innovazione. È necrologio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Stesso copione, altro ambiente, al <em>National Novel Writing Month</em>. Qui il problema è ancora più grottesco, perché si parla del mondo della scrittura creativa, cioè di un territorio che vive di fatica, disciplina, immaginazione e voce personale. E invece arriva la benedizione ideologica: usare l’IA per scrivere romanzi viene consentito, con la scusa che vietarlo sarebbe “classista e abilista”. Traduzione: siccome il lavoro vero costa fatica, allora abbassiamo il livello di tutto e chiamiamolo inclusione. Una classica operazione da élite culturale che confonde l’accessibilità con l’abolizione del merito. Risultato? Gli scrittori se ne vanno. La comunità si sfalda. E quando il contenitore resta vuoto, arrivano i conti: chiusura per mancanza di fondi. Fine della recita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi c’è <em>Business Insider</em>, che offre la versione aziendalista della stessa malattia. Qui non si limita a tollerare l’IA: la incoraggia, la premia, la trasforma addirittura in un indicatore di virtuosismo interno. Una classifica dei dipendenti che usano di più ChatGPT. Perché, evidentemente, in certe redazioni l’idea di qualità è stata sostituita dall’ossessione per la produttività automatizzata. E come finisce, di solito, questa farsa? Con i licenziamenti. Prima il 21% del personale, poi altri tagli negli anni successivi. Nel frattempo emergono articoli scritti dall’IA sotto falsi nomi, pieni di errori e informazioni inventate. Trentaquattro pezzi rimossi in silenzio. Gli abbonati paganti che crollano. E infine, nell’ennesimo atto di ordinaria amministrazione del disastro, anche il vertice salta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui la morale è brutale, ma semplice: non esiste tecnologia che salvi un modello di business fondato sulla menzogna. Puoi anche automatizzare la superficialità, ma non automatizzi la credibilità. Puoi abbassare i costi, ma non abbassi le conseguenze. Puoi riempire una testata di testi sintetici, ma non sintetizzi la fiducia del lettore. Quella, se la bruci, è finita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’intelligenza artificiale continuerà a crescere, e giustamente. È uno strumento enorme, capace di migliorare il lavoro in molti campi. Ma va usata per potenziare l’intelligenza umana, non per umiliarla. Va governata, non idolatrata. Va integrata, non imposta come sostituto universale di ogni competenza. Perché il vero errore non è affidarsi alla macchina. Il vero errore è credere che la macchina possa prendere il posto della serietà, della trasparenza e del talento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le aziende che capiranno questa differenza sopravvivranno. Quelle che continueranno a usare l’IA come paravento per tagliare teste, imbellettare la mediocrità e vendere fumo, finiranno esattamente come meritano: con un bel marchio ancora in circolazione, e nessuna credibilità sotto di esso.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Giovanni Sarpi)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>intro: Negli ultimi due anni, alcune realtà del giornalismo e della scrittura creativa hanno sperimentato sulla propria pelle i rischi di un’adozione acritica dell’intelligenza artificiale. Ciò che accomuna questi casi non è l’uso dell’IA in sé, ma il modo in cui è stata utilizzata: per sostituire il lavoro umano in modo fraudolento, senza trasparenza, e con l’obiettivo di risparmiare sui costi anziché migliorare la qualità dei contenuti.<br><br>parte 1: Il caso più emblematico è quello di Sports Illustrated. Fino a pochi anni fa, questa rivista rappresentava l’eccellenza del giornalismo sportivo: la sua reputazione era tale che in passato ha potuto vantare firme del calibro di William Faulkner, Ernest Hemingway, John Steinbeck e persino John F. Kennedy. Poi la svolta: la direzione ha iniziato a pubblicare articoli generati dall’intelligenza artificiale, spacciandoli per opere di giornalisti reali. Per rendere credibile l’inganno, sono stati creati profili falsi con foto e biografie inventate. Quando un giornalista indipendente ha scoperto la verità, gli articoli sono stati cancellati in fretta. Ma il danno d’immagine era ormai irreparabile. A soli 55 giorni dallo scandalo, la redazione è stata licenziata quasi interamente, e la pubblicazione cartacea ha cessato le operazioni. Oggi il marchio sopravvive solo come nome da apporre su prodotti commerciali – popcorn, crociere, oggettistica – senza più alcuna attività giornalistica degna di questo nome.<br><br>parte 2: Un percorso simile ha distrutto il National Novel Writing Month, un’istituzione nel mondo della scrittura amatoriale. L’organizzazione ha dichiarato che l’uso dell’IA per scrivere romanzi sarebbe stato consentito, sostenendo che vietarlo sarebbe stato “classista e abilista”. La comunità di scrittori si è progressivamente allontanata, e nel giro di pochi mesi l’ente ha dovuto annunciare la chiusura per mancanza di fondi.<br><br>parte 3: Anche Business Insider ha vissuto una parabola drammatica in appena un anno. La direzione ha incentivato i giornalisti a usare ChatGPT, istituendo persino una classifica interna dei dieci dipendenti che utilizzavano più l’IA. Subito dopo sono arrivati i licenziamenti: prima il 21% del personale, poi altri tagli per quattro anni consecutivi. Nel frattempo, si è scoperto che la testata aveva pubblicato decine di articoli scritti dall’IA sotto falsi nomi, pieni di informazioni inventate. Trentaquattro articoli sono stati rimossi in silenzio. Gli abbonamenti a pagamento sono crollati da 185.000 a 135.000 in tre anni. A maggio del 2026, l’amministratore delegato si è dimesso.<br><br>parte 4: Cosa insegna questa sequenza di fallimenti? Non che l’intelligenza artificiale sia inutile, ma che usarla per sostituire l’intelligenza umana senza criterio, nascondendo l’inganno al pubblico, è una strategia autodistruttiva. I lettori, prima o poi, se ne accorgono. E quando la fiducia viene meno, non bastano più i vecchi marchi a tenere in piedi un’impresa. L’IA continuerà a esistere e a progredire, ma le aziende che ne abusano rischiano di scomparire molto prima di quelle che restano fedeli al lavoro umano, alla trasparenza e alla qualità.<br><br>articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Assumendo personalità, background e stile di scrittura di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/giovanni-sarpi/">Giovanni Sarpi</a>, scrivi un Articolo; usa un tono brillante.</pre>
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		<title>Stiamo Consegnando il Paese ai Peggiori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 07:00:00 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Se il Fantasma dei Natali Futuri avesse davvero fatto visita a Cinzia Dal Pino, e le avesse mostrato in anticipo quel che sarebbe seguito, forse avrebbe provato il disgusto necessario a fermare tutto un attimo prima. Forse avrebbe visto i commenti feroci, le esultanze sguaiate, l’istinto tribale che trasforma una vicenda giudiziaria in una corrida morale. Forse avrebbe capito che il punto non era soltanto quella borsa rubata, né soltanto quel corpo riverso a terra, né soltanto il confine sottilissimo tra giustizia e vendetta. Il punto era il Paese. Il clima. La fame di semplificazione. La soddisfazione quasi animalesca con cui una parte dell’opinione pubblica si getta sulla cronaca per ricavarne una lezione già pronta, un riflesso condizionato, una sentenza da tastiera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio leggendo quei commenti, e certi articoli compiaciuti di giornali come La Verità, che torna addosso una sensazione cupa, quasi fisica: l’Italia sta scivolando verso una forma politica e morale che assomiglia sempre più a un recinto identitario, a una fortezza emotiva, a un paese pensato per Roberto Vannacci e per chi, come lui, vive di avversione e di caricatura. Un paese fatto di putinismo travestito da realismo, di sovranismo anti europeo spacciato per orgoglio nazionale, di complottismo no vax riciclato come libertà di pensiero, di fondamentalismo religioso usato come clava contro la laicità, di islamofobia presentata come difesa dell’identità. Un paese in cui i diritti delle persone LGBT vengono archiviati come vezzi da salotto “woke”, mentre ogni giorno si ripete il mantra dell’assedio: la civiltà sarebbe in pericolo per colpa degli immigrati, dei musulmani, della sinistra, degli anarchici, degli intellettuali, di chiunque non stia nel coro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui sta il trucco, e qui sta la tragedia. Tutto questo non avviene per caso, né nasce in un giorno solo. Sta già accadendo. Avanza per sedimentazione, per abitudine, per consumo quotidiano di veleno. Si nutre di una propaganda d’odio che molti media e molti politici riversano senza pudore contro l’Altro, contro il diverso, contro chiunque non possa essere ridotto a un bersaglio facile. E quando una società si abitua a vedere nell’altro un nemico, finisce per smarrire il proprio senso della misura, la propria capacità di giudizio, persino la propria grammatica morale. Ogni fatto viene deformato, ogni responsabilità si dissolve, ogni discussione si abbassa a tifo. Il pensiero si inaridisce. Rimane soltanto l’istinto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, però, è che l’argine manca. Manca quasi del tutto. Le opposizioni, per come stanno le cose, sembrano spesso figure evanescenti, più impegnate a non disturbare che a contrastare davvero. E qui non parlo soltanto della destra, che ormai ha accettato di farsi trascinare dagli estremisti invece di contenerli. Parlo anche di una certa sinistra, che troppo spesso resta sedotta dalla medesima melma epistemica che dovrebbe combattere: quella che confonde il vero col falso, l’abuso con la legge, l’ignoranza con il sapere, il rancore con la competenza, la brutalità con il buon senso. Una sinistra che, invece di proporre una visione del mondo, finisce per inseguire il vociare più forte, come se bastasse una postura morale per sostituire la politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora il quadro si allarga. Quello che vediamo in Italia non è un’eccezione. È parte di una corrente più ampia, internazionale, tenace, quasi epidemica. Lo stesso letame epistemico ha già spinto in alto figure come Farage in Gran Bretagna, Bardella in Francia, Vox in Spagna. Cambiano i contesti, cambiano i toni, ma il meccanismo è identico: si offre al popolo arrabbiato un nemico semplice, un lessico muscolare, una promessa di ordine, e intanto si corrode dall’interno la sostanza democratica del dibattito pubblico. Si normalizza il disprezzo. Si legittima l’idea che chi dissente sia un intralcio, che chi pone domande sia un traditore, che chi difende diritti e complessità sia un ingenuo o, peggio, un sovversivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto è questo: se continuate su questa strada, il risultato sarà un paese più duro, più povero, più brutto. Un paese in cui il dissenso verrà trattato come una colpa e la brutalità come una virtù. Un paese in cui la giustizia verrà invocata solo quando coincide con la vendetta, e la libertà solo quando serve a colpire qualcuno. E allora sì, potrà anche sembrare che tutto proceda normalmente. Le piazze saranno piene, i talk show continueranno a ronzare, i titoli continueranno a gridare. Ma sotto quella superficie si sarà già formato un ordine autoritario, fatto di disciplina emotiva, di obbedienza culturale, di paura del diverso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se questa prospettiva non vi spaventa, continuate pure come avete sempre fatto. Continuate a prendere scorciatoie mentali, a confondere la rabbia con la verità, a chiamare sicurezza ciò che è solo vendetta simbolica. Ma se quella prospettiva vi ripugna davvero, allora è il momento di rimboccarsi le maniche. Perché la politica, se non te ne occupi tu, si occupa ben volentieri di te. E quasi mai lo fa con dolcezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, in fondo, è tutto lì: o si ricostruisce un pensiero pubblico capace di distinguere, di argomentare, di proteggere la civiltà democratica dalle sue caricature, oppure si lascia campo libero ai profeti dell’odio, ai venditori di paura, ai saccheggiatori della complessità. E allora sì, quel Fantasma dei Natali Futuri avrà fatto tardi. Ma il danno, intanto, sarà già stato compiuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Roberto De Santis)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>intro: Se il Fantasma dei Natali Futuri avesse fatto visita a Cinzia Dal Pino, mostrandole i commenti alla notizia del suo rischio di ergastolo in seguito all'omicidio volontario del ladro che le aveva rubato la borsa, forse avrebbe avuto un moto di ribrezzo, tutto ciò non sarebbe successo, il ladro magari sarebbe stato acciuffato dalla polizia, prima o poi, e lei continuerebbe la sua vita normale. <br><br>parte 1: perché leggendo quei commenti, e gli articoli di giornali come La Verità, non posso fare a meno di pensare che continuando a ignorare quello che sta succedendo, l'Italia potrebbe davvero trasformarsi in un paese a misura di Roberto Vannacci. Un paese fatto di putinismo e sovranismo anti Europa, di complottismo no vax e fondamentalismo religioso, di islamofobia spacciata per difesa dell'identità. Un paese dove i diritti delle persone LGBT vengono considerati una debolezza da “woke” e dove ogni giorno si ripete che la civiltà è in pericolo per colpa degli immigrati, dei musulmani, della sinistra, degli anarchici, di chiunque non sia allineato.<br><br>parte 3: Questo non accadrebbe dal nulla. Sta già accadendo, alimentato da una propaganda d'odio che molti media e molti politici vomitano quotidianamente contro l'Altro. E la cosa più grave è che non c'è un argine immediato. Le opposizioni, per come stanno le cose, quasi non esistono. E non parlo solo della destra, perché ormai in Italia una destra non estrema è diventata succube degli estremisti. Il problema riguarda anche tanta sinistra, che troppo spesso resta affascinata da questa stessa merda epistemica: quella che confonde il vero col falso, l'abuso con la legge, l'ignoranza con il sapere.<br><br>parte 4: Questo stesso letame epistemico sta portando al potere Farage in Gran Bretagna, Bardella in Francia, Vox in Spagna. Da noi potrebbe portare dritti a un contesto autoritario, dove chi dissente viene schiacciato. Se l'idea di continuare su questa strada non vi spaventa, allora non cambiate nulla. Continuate a fare quello che avete sempre fatto.<br><br>parte 5: Ma se non vi piace, se non volete ritrovarvi con uno scarpone in faccia che preme sempre più forte, allora è ora di rimboccarsi le maniche. La politica, se non te ne occupi tu, si occuperà ben volentieri di te. E di solito non lo fa con gentilezza.<br><br>articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisco dove ritengo necessario. <br><br>Assumendo personalità e stile di scrittura di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/roberto-de-santis/">Roberto De Santis</a>, scrivi un articolo; usa un tono brillante e polemico. Rendi l'articolo immersivo e partecipato. </pre>
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		<title>La formula giusta per la parte giusta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 May 2026 10:39:58 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Negli anni Settanta la parola “Palestina” entrava nei cortei italiani con la forza di un simbolo assoluto. Era la chiave che apriva tutte le porte morali, il timbro che rendeva legittima qualunque semplificazione. In certi ambienti della sinistra, soprattutto quella più sentimentale e meno prudente, il conflitto mediorientale diventava una scenografia utile a mettere in scena una vecchia favola europea: i buoni da una parte, i cattivi dall’altra, e in mezzo la rassicurante illusione di aver capito tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io quegli anni li ricordo bene. Ricordo anche la disinvoltura con cui si trasformava una tragedia complessa in un manifesto ideologico. Bastava nominare i palestinesi per evocare l’ingiustizia del mondo intero, con una tale abbondanza di pathos da far impallidire perfino certi melodrammi d’opera. Il sottotesto, quello sì, era chiaro e piuttosto sgradevole. L’ebreo come spettatore non richiesto della propria storia, condannato a incarnare, per proprietà transitiva, l’oppressore universale. Una vecchia abitudine europea, con costumi nuovi e cattive maniere sempre uguali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La parte più curiosa, e anche la più istruttiva, è che allora come oggi l’analisi veniva sostituita dalla liturgia. La realtà, che di solito ha la cattiva abitudine di essere complicata, spariva dietro gli slogan. Guerre, terrorismo, occupazioni, tentativi di pace, fallimenti, errori, colpe, paure, tutto veniva macinato e ridotto a una morale da cartellone. Da una parte le vittime assolute, dall’altra i carnefici assoluti. Una comoda geometria dell’anima, molto utile per chi ama sentirsi dalla parte giusta senza dover studiare troppo la materia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi è arrivato il resto del mondo, che è sempre lì, anche quando si preferisce guardare altrove. Srebrenica, per esempio, non fu una metafora. Fu un genocidio vero, europeo, vicino, documentato, indecente. Eppure non divenne un culto permanente, non si trasformò in quella macchina simbolica capace di occupare università, piazze, redazioni e coscienze con la stessa continuità quasi liturgica riservata al conflitto israelo-palestinese. La differenza non stava nella gravità dei fatti. Stava nella loro utilità politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi ci sono le tragedie africane, che nel nostro dibattito entrano quasi sempre in punta di piedi, come parenti poveri a una cena dove nessuno vuole davvero sedersi accanto a loro. Guerre civili, massacri, sfollamenti di massa, milioni di persone travolte da violenza e fame, eppure il volume dell’indignazione occidentale spesso si abbassa fino al sussurro. In certi casi il silenzio è persino più eloquente della retorica. Non perché manchino le parole, ma perché manca la convenienza. Alcune vittime, per il nostro costume morale, sembrano avere meno presa sul cuore collettivo. Altre invece vengono elevate a simbolo definitivo, da usare con cura quasi religiosa. Il risultato è una gerarchia dell’empatia che sarebbe ridicola, se non fosse anche un po’ oscena.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo quadro, quello che è accaduto con Keshet a Roma ha avuto qualcosa di emblematico e di tristemente moderno. Il nodo, in apparenza, era la partecipazione a un corteo. In realtà, il nodo era il vocabolario obbligatorio. La parola “genocidio” è diventata una sorta di passaporto morale. Pronunciarla equivale a stare dalla parte del bene. Esitare, discutere, distinguere, valutare le definizioni, conduce immediatamente al sospetto. E il sospetto, si sa, ha il passo svelto della polizia ideologica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un meccanismo molto semplice, e proprio per questo efficace. La complessità viene considerata una colpa. Il dubbio, una forma di viltà. La sfumatura, un tradimento. Chi prova a dire che la solidarietà ai civili palestinesi è sacrosanta ma che l’uso della parola “genocidio” merita una discussione seria viene subito collocato fuori dal recinto morale. Poco importa la condanna della guerra, poco importa il dolore per le vittime, poco importa persino la coerenza delle posizioni. Conta la formula. E come in ogni rituale, la formula ha il suo clero, i suoi custodi e i suoi eretici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che il discorso prende una piega più antica e più inquietante. Perché in certi ambienti l’ebreo non è visto soltanto come un interlocutore scomodo. Diventa il destinatario di una richiesta impossibile, quella purezza morale che nessun altro popolo, nessun altro Stato, nessun altro gruppo umano viene sottoposto a esibire con pari zelo. È una forma di cecità selettiva, certo, ma anche una vecchia ossessione europea: assegnare agli ebrei il ruolo di incarnazione del male, così da poter distribuire il resto dell’umanità tra gli innocenti a buon mercato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente questo non significa che ogni critica a Israele sia antisemitismo. Sarebbe un’assurdità, e le assurdità fanno sempre carriera quando il dibattito si impoverisce. Criticare un governo, una strategia militare, una leadership è legittimo. Anzi, è necessario. Ma un conto è il dissenso, un altro è la costruzione di un tribunale simbolico dove agli ebrei si chiede di pagare, ancora una volta, il prezzo delle colpe del mondo. Quando si pretende da loro una prova di innocenza che non si esige da nessun altro, il linguaggio cambia colore. E di solito il colore non è affatto rassicurante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa più triste, e insieme più prevedibile, è che l’odio non si presenta quasi mai in uniforme. Preferisce il travestimento. A volte indossa la maglietta del pacifismo, altre volte la sciarpa dell’antifascismo, altre ancora il lessico pulito dei diritti umani. Parla con voce alta, indignata, persino compassionevole. Poi, in spazi meno sorvegliati, lascia trapelare la sostanza. Frasi come “Hitler avrebbe dovuto finire il lavoro” non sono deviazioni marginali. Sono la conseguenza logica di un immaginario che ha bisogno di trasformare un popolo in bersaglio metafisico. Quando la storia viene riscritta come una vendetta mancata, il confine tra militanza e abiezione si assottiglia fino a sparire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è per questo che la questione non riguarda soltanto Israele, la Palestina o le pur drammatiche responsabilità di chi governa e di chi combatte. Riguarda noi, il nostro modo di guardare il mondo, la nostra straordinaria capacità di indignarci a comando e di restare muti davanti a tragedie meno spendibili. Riguarda la pigrizia morale con cui scegliamo una causa e la trasformiamo in culto. Riguarda anche il vecchio vizio di sostituire la conoscenza con l’appartenenza, la precisione con la tribuna, la coscienza con l’adesione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io, che di stagioni ideologiche ne ho viste parecchie, diffido sempre delle parole diventate talismani. “Genocidio” è una di quelle. Non perché la parola sia da evitare per prudenza, ma perché va maneggiata con serietà, con misura, con rispetto per la realtà che pretende di nominare. Quando la si usa come un tamburo da corteo, per vincere una gara di purezza morale, allora si fa un favore al cinismo. E il cinismo, come sappiamo, ha sempre un eccellente senso della scena.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto finale è questo, e non ha bisogno di molte fanfare. Se un’idea di giustizia ha bisogno di scegliere un popolo come bersaglio simbolico privilegiato, allora quella giustizia è già guasta. Se un movimento chiede a qualcuno di firmare un catechismo verbale prima di concedergli il diritto di stare dalla parte delle vittime, allora siamo usciti dal confronto e siamo entrati nella disciplina. E la disciplina ideologica, per esperienza, è sempre il preludio di qualche brutto periodo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera prova di civiltà sta nel mantenere intatto il senso della proporzione, anche quando la rabbia sarebbe più comoda. Difendere i civili palestinesi, condannare la guerra, criticare Israele quando serve, tutto questo è possibile. Anzi, doveroso. Ma trasformare ogni discussione in un tribunale simbolico contro gli ebrei, o contro chi non recita la formula imposta, è un’altra faccenda. Molto più antica, molto più sporca, e purtroppo ancora estremamente presente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco perché conviene guardare con diffidenza a chi parla troppo in fretta e ascolta troppo poco. Di solito, dietro la virtù declamata, si nasconde una vecchia tentazione europea: sentirsi innocenti scegliendo un colpevole facile. Un trucco antico. E, come tutti i trucchi ben riusciti, continua a funzionare proprio perché molti preferiscono non accorgersene.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Luisa Bianchi)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Intro: Ho 65 anni e ricordo bene gli anni Settanta. Già allora la sinistra aveva fatto della questione palestinese il simbolo perfetto dell'ingiustizia nel mondo. E già al tempo il sottotesto era sempre lo stesso, "gli ebrei fanno agli altri quello che è stato fatto a loro".<br><br>parte 1: Ma chi ha vissuto quegli anni sa che non c'era alcun genocidio in corso. C'erano guerre, terrorismo, occupazioni, tentativi di pace falliti, colpe da entrambe le parti. Eppure nelle piazze italiane tutto era già stato ridotto a una morale semplicistica: vittime assolute contro carnefici assoluti.<br><br>parte 2: Poi è successo Srebrenica. Un vero genocidio, a poche centinaia di chilometri da noi. Vittime musulmane, carnefici serbi. Eppure non ha prodotto neppure una frazione della mobilitazione simbolica che vediamo da decenni sul conflitto israelo-palestinese. Non differente dai massacri che avvengono quotidianamente in Africa, con molte più vittime e sfollati in un anno di quanto succede in Palestina da 1948, eppure chi se ne frega.<br><br>parte 3: Oggi trovo inquietante quello che è accaduto con Keshet a Roma. Il punto non era certo la solidarietà ai civili palestinesi, né la critica al governo israeliano. Il punto era una parola: "genocidio". Se non la pronunci, se solo pensi che sia legittimo discuterne, vieni considerata moralmente inaccettabile. Anche se condanni la guerra, anche se piangi le vittime. Quando una parola diventa un rituale obbligatorio, non siamo più nel confronto. Siamo nella conformità ideologica. Non conta più cosa pensi, conta che tu dica la formula corretta.<br><br>parte 4: E allora mi chiedo: è possibile che esista una cecità selettiva che trasforma il conflitto mediorientale in un simbolo assoluto del Male? Perché in certi ambienti agli ebrei viene attribuito un ruolo unico: quello di incarnazione privilegiata della colpa. Mi rispondo da sola: certo che è possibile. Del resto secoli di antisemitismo non spariscono con uno schiocco di dita. Non sto dicendo che ogni critica a Israele sia antisemitismo. Sarebbe assurdo. Ma quando agli ebrei si chiede un certificato di purezza morale che non si chiede a nessun altro popolo, allora entriamo in un territorio molto antico. Dove il male deve avere un volto preciso, perché così tutti gli altri possono sentirsi innocenti.<br><br>parte 5: E mentre molti negano che si tratti di odio, in spazi meno sorvegliati quel linguaggio si sta già trasformando in frasi come "Hitler avrebbe dovuto finire il lavoro". Questo dovrebbe allarmare chiunque abbia davvero a cuore i diritti umani. Perché l'odio raramente si presenta con il suo vero nome. Di solito arriva mascherato da virtù.<br><br>Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove ritieni necessario. Con tono particolarmente pungente e divertito. Assumendo personalità, background e stile di scrittura di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/luisa-bianchi/">Luisa Bianchi</a>, scrivi un approfondito articolo come se fossi lei. </pre>
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		<title>Miracoli del POS</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2026 12:53:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Alla fine il tanto sbandierato miracolo economico del governo sembra davvero arrivato. E la cosa più divertente – o inquietante, dipende dai punti di vista – è che non nasce da una grande riforma strutturale, da un piano industriale visionario o da una rivoluzione fiscale degna di questo nome. No. È bastato un provvedimento minuscolo: [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Alla fine il tanto sbandierato miracolo economico del governo sembra davvero arrivato. E la cosa più divertente – o inquietante, dipende dai punti di vista – è che non nasce da una grande riforma strutturale, da un piano industriale visionario o da una rivoluzione fiscale degna di questo nome. No. È bastato un provvedimento minuscolo: l’obbligo per i commercianti di collegare il registratore telematico al POS.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Risultato? In cinque mesi sono comparsi magicamente 115 milioni di scontrini in più. I consumi dichiarati sono aumentati di 5,3 miliardi di euro, con un extra gettito IVA vicino al miliardo. Se il trend continuerà fino a fine anno, si parla di circa 2,4 miliardi aggiuntivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora, fermiamoci un momento. Per anni ci siamo sentiti raccontare che il vero dramma erano le commissioni bancarie, il famigerato 0,5-1% che avrebbe distrutto il piccolo commercio italiano. Sembrava che il POS fosse una specie di ordigno neoliberista piazzato contro baristi e panettieri. Poi però colleghi il registratore di cassa ai pagamenti elettronici e improvvisamente spuntano milioni di transazioni prima evaporate nel nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Curioso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ancora più curioso è il fatto che a far emergere questo sommerso siano soprattutto ristoranti, bar, negozi di abbigliamento e attività alimentari. Esattamente quelle categorie che fino a ieri descrivevano il pagamento elettronico come una persecuzione burocratica degna di Kafka.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto, con il dovuto garbo, forse possiamo ammettere che il problema non fosse davvero quella piccola percentuale trattenuta dalle banche. Il problema era un’altra parola che inizia per “e” e finisce per “vasione”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il grande continente sommerso</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente sarebbe ingenuo pensare che il tema si esaurisca con qualche scontrino in più. L’Italia dell’economia sommersa è un continente parallelo. Secondo le stime più recenti, il valore complessivo del lavoro nero e delle attività non dichiarate supera ogni anno i 217 miliardi di euro. Il mancato gettito tra IVA, Irpef, contributi e imposte varie sfiora i 100 miliardi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per dare un ordine di grandezza: stiamo parlando di una cifra superiore all’intera spesa pubblica italiana per l’istruzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E attenzione: l’evasione italiana non è soltanto il grande imprenditore spregiudicato con i conti alle Cayman, figura che pure esiste e prospera. È anche il piccolo sistema quotidiano dell’omissione normalizzata. Il lavoro pagato in contanti. Lo scontrino “se vuole glielo faccio”. La ripetizione privata senza ricevuta. Il lavoretto “in amicizia”. La ristrutturazione “senza fattura le faccio un prezzo migliore”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una gigantesca zona grigia che attraversa ogni classe sociale e che, col tempo, è diventata quasi parte del paesaggio culturale italiano.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il welfare dell’ombra</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto più delicato è proprio questo: una parte del paese tollera l’evasione perché la considera una forma di welfare ufficioso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un meccanismo perverso ma comprensibile. Chi fatica ad arrivare a fine mese riesce a comprare servizi a prezzi più bassi grazie al nero. Chi non trova un impiego regolare si arrangia con lavori non dichiarati. Interi settori sopravvivono comprimendo costi e tasse fuori dai radar fiscali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole, l’economia sommersa finisce per compensare le inefficienze dello Stato sociale ufficiale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molti italiani lo sanno perfettamente. E infatti il giudizio morale sull’evasione, nel nostro paese, è sorprendentemente elastico. L’evasore totale suscita indignazione; il piccolo evasore quotidiano, spesso, quasi simpatia. Viene percepito come uno che “si arrangia”, non come qualcuno che altera il patto collettivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che un sistema del genere produce dipendenza. Come tutte le economie fondate sulle eccezioni, crea gruppi che hanno interesse a mantenere l’ambiguità permanente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così il sommerso smette di essere emergenza e diventa struttura.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Chi paga davvero</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente il rovescio della medaglia è devastante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quei soldi che non entrano nelle casse pubbliche significano meno investimenti, meno servizi, meno capacità di programmare. Scuole che invecchiano, ospedali sotto pressione, università che perdono ricercatori, infrastrutture rimandate all’anno successivo in eterno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, il peso fiscale si concentra su una minoranza sempre più ristretta. Oggi circa il 27% dei contribuenti versa quasi l’80% dell’Irpef totale. Una sproporzione che alimenta frustrazione, sfiducia e cinismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli ultimi anni qualcosa si è mosso. La digitalizzazione dei pagamenti, l’incrocio delle banche dati, la fatturazione elettronica e i controlli automatizzati hanno migliorato enormemente la capacità di recupero. Nel 2025 il recupero dell’evasione ha superato i 36 miliardi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma conviene mantenere il senso della misura. I celebrati 2,4 miliardi di IVA in più, per esempio, coprono a malapena un paio di giorni di spesa pensionistica italiana. Sono soldi importanti, certo, ma non risolvono da soli un problema strutturale enorme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello che dovremmo smettere di fare, invece, è romanticizzare il nero come se fosse una forma di solidarietà spontanea. Non lo è. È un sistema inefficiente che redistribuisce costi e vantaggi in modo arbitrario, spesso premiando chi riesce meglio a sfuggire alle regole.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Adam Smith, lo scontrino e la realtà</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Da Adam Smith in avanti, l’economia liberale si fonda su un principio molto semplice: le regole funzionano soltanto se valgono per tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Italia, invece, abbiamo costruito una strana cultura fiscale dove rispettare le regole viene quasi considerato un tratto caratteriale da ingenui. Il contribuente disciplinato diventa “il fesso”. L’evasore furbo diventa “quello sveglio”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un cortocircuito culturale prima ancora che economico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo famoso welfare ufficioso, francamente, mi strappa sempre un sorriso amaro. Il welfare vero si finanzia con le tasse, non con i favori sottobanco o con la contabilità creativa da retrobottega.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui arriviamo al punto più interessante. Se quei 2,4 miliardi aggiuntivi venissero usati per ridurre seriamente l’Irpef sul lavoro dipendente, invece che dispersi nell’ennesima costellazione di bonus temporanei, allora sì che potremmo parlare di qualcosa di simile a un piccolo miracolo italiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il problema non è soltanto recuperare gettito. È restituire credibilità all’idea che contribuire convenga anche a chi paga già tutto fino all’ultimo centesimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Finché continueremo a giustificare l’evasione come “aiuto ai poveri”, il risultato resterà sempre lo stesso: l’unico povero garantito sarà quello che lo scontrino lo paga intero, insieme alle tasse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Detto con affetto, naturalmente. E con l’ironia leggermente stanca di chi, dopo tanti anni, riesce ancora a stupirsi solo fino a un certo punto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Emma Nicheli)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>intro: Alla fine il tanto sbandierato miracolo economico del governo sembra davvero arrivato, e la colpa – o il merito – è di un provvedimento piccolissimo. L'obbligo per i commercianti di collegare il registratore telematico al POS ha fatto saltare fuori 115 milioni di scontrini in più in soli cinque mesi, con un aumento dei consumi di 5,3 miliardi di euro e un miliardo di maggior gettito IVA. A fine anno, se il trend continua, si parla di 2,4 miliardi. E badate bene: a far emergere questo sommerso sono stati soprattutto ristoratori, panettieri, negozi di abbigliamento e bar, cioè quelle stesse categorie che fino a ieri piangevano sul costo delle commissioni bancarie. Evidentemente il problema non era quel misero 0,5-1%, ma un'altra parola che inizia per "e" e finisce per "vasione".<br><br>parte 1: Peccato che l'Italia dell'economia sommersa sia un pozzo molto più profondo. Ogni anno il valore del lavoro in nero e delle attività non dichiarate supera i 217 miliardi, e il mancato incasso tra Iva e imposte dirette sfiora i 100 miliardi. <br><br>parte 2: Eppure, paradossalmente, questa gigantesca evasione viene da molti tollerata perché si è trasformata in un welfare ufficioso: permette a chi non arriva a fine mese di comprare servizi a prezzi più bassi, e a chi non trova lavoro di arrangiarsi in nero. In pratica, si chiudono gli occhi perché l'ombra tiene insieme un pezzo di paese che lo Stato fatica a raggiungere.<br><br>parte 3: Il rovescio della medaglia, però, è pesantissimo. Quei soldi che non entrano nelle casse pubbliche significa meno scuole, meno ospedali, meno ricerca. E la pressione fiscale resta schiacciata su una minoranza: il 27% dei contribuenti paga da solo quasi l'80% dell'Irpef. Negli ultimi anni la lotta all'evasione ha fatto passi da gigante – nel 2025 sono stati recuperati oltre 36 miliardi – ma il sistema regge ancora su un equilibrio fragile. Detto che 2,4 miliardi di Iva in più coprono a malapena due giorni di spesa pensionistica, forse dovremmo smetterla di idealizzare il nero come un ammortizzatore sociale gentile. <br><br>parte 4: Da Adam Smith in poi, le regole chiare servono a tutti, non ai soliti fessi che pagano. Questo welfare ufficioso mi fa sorridere: il welfare vero si finanzia con le tasse, non con i favori sottobanco. Se quei 2,4 miliardi li usassimo per abbassare l'Irpef sul lavoro dipendente, invece che in bonus a pioggia, allora sì che vedremmo un miracolo. Finché si giustifica l'evasione come “aiuto ai poveri”, l'unico povero resta sempre quello che lo scontrino lo paga per intero e le tasse pure. Detto con affetto, e con l'ironia di chi non si stupisce più di niente.<br><br>articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisco dove necessario.<br><br>Assumendo la personalità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/emma-nicheli/">Emma Nicheli</a>, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia.  Rendi l'articolo immersivo. </pre>
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		<title>La libreria contemporanea (che fastidio)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2026 07:25:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Margherita Nanni]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della cultura]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
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		<category><![CDATA[Premio Strega 2026]]></category>
		<category><![CDATA[sociologia della letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[La sensazione, uscendo da una libreria contemporanea, non è di semplice fastidio. È qualcosa di più clinico, quasi dermatologico: una lieve irritazione dell’anima accompagnata dalla percezione nitidissima di un gigantesco equivoco culturale che dura da decenni. Troppi. Non scandalizza l’esistenza dei libri brutti — quelli ci sono sempre stati e, anzi, spesso sono anche divertenti [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">La sensazione, uscendo da una libreria contemporanea, non è di semplice fastidio. È qualcosa di più clinico, quasi dermatologico: una lieve irritazione dell’anima accompagnata dalla percezione nitidissima di un gigantesco equivoco culturale che dura da decenni. Troppi. Non scandalizza l’esistenza dei libri brutti — quelli ci sono sempre stati e, anzi, spesso sono anche divertenti — ma il fatto che l’intero sistema abbia rinunciato all’idea stessa di selezione, rischio, stile. Ormai le librerie sembrano versioni appena più educate del reparto libri dell’Esselunga: stessa atmosfera da consumo veloce, stessa promessa implicita di conforto digeribile, stesso sospetto che da qualche parte ci sia una promozione sui mirtilli e sulle emozioni autentiche. Una filiera editoriale completamente impazzita che pubblica chiunque abbia un volto televisivo, una riconoscibilità algoritmica o un trauma convertibile in storytelling, accompagnando il tutto con una legittimazione culturale talmente caricaturale da sembrare una televendita di yogurt proteici per il benessere interiore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi apri questi libri e incontri il nulla pneumatico perfetto per i semicolti contemporanei. Scritture costruite con caratteri giganteschi e margini così ampi da sembrare progettati da un interior designer minimalista, utili a simulare una leggibilità che nasconde dialoghi intercambiabili, frasi aforistiche da tazza Instagram e emozioni prefabbricate come slogan motivazionali per HR tossici. Penso alla prosa di Matteo Bussola, al cui confronto la Pimpa — massimo rispetto, davvero — assume improvvisamente la statura stilistica di Tommaso Landolfi. Oppure all’autofiction di Christian Raimo, che riesce nel prodigio di trasformare i post Facebook di un fuorisede insonne in poetica civile, venendo pure premiato da un ambiente culturale che evidentemente ha deciso di considerare l’assenza di forma come forma suprema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente tutto questo non è casuale. È un meccanismo perfettamente riconoscibile, già individuato negli anni ’50 da Dwight Macdonald quando parlava di Masscult e Midcult. Personalmente il Masscult mi è persino simpatico. Richiede mestiere, disciplina, capacità tecnica. Un cinepanettone fatto bene ha più dignità estetica di moltissimi romanzi “importanti” usciti negli ultimi anni. Il Masscult almeno non bara: vuole intrattenerti, sedurti, venderti qualcosa. Fine. Il vero orrore è il Midcult, la mezza cultura, il grande pantano tiepido del “vorrei ma non posso”. Il Midcult aspira all’altezza spirituale senza possedere né lingua né struttura né tragedia. È letteratura con l’ansia di essere considerata profonda. E qui arriviamo al monumento nazionale del fenomeno: Erri De Luca. Una prosa lirica ed essenziale che mima la grande letteratura come un residence romagnolo mima un monastero zen. Tutto è rarefatto, morale, evocativo, pronto per essere sottolineato col lapis da lettori che vogliono sentirsi migliori senza attraversare la minima esperienza destabilizzante. Le sue parabole etiche riducono dilemmi complessi in formule aforistiche già digerite, rassicurando il lettore progressista nella propria sensibilità senza mai gettarlo nell’angoscia del dubbio, che sarebbe poi l’unica funzione seria della letteratura (forse).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi accade inevitabilmente il cortocircuito. Erri De Luca osa esprimere un’opinione sul derby permanente Israele-Palestina e il suo pubblico digitale esplode come una pentola a pressione piena di hummus morale. Arrivano i commenti indignati, le accuse, le reinterpretazioni isteriche, il tribunale social composto da persone che leggono tre libri all’anno ma pretendono pure la rettitudine ideologica dell’autore. E lui puntualizza, chiarisce, corregge, sfuma, spiega-che-non-veramente. Probabilmente, a un certo punto, ha pure intravisto davanti agli occhi il foglio Excel delle vendite del prossimo libro. Ed è qui che il Midcult raggiunge la sua forma perfetta: autore ostaggio del proprio pubblico, sacerdote imprigionato nella parrocchia che si è costruito da solo. Una roba che nemmeno il wrestling degli anni territoriali, quando il villain doveva davvero nascondersi all’uscita dell’arena per evitare che gli tirassero le monetine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, le stesse persone pronte a bruciare in piazza i libri di Erri De Luca — nell’impossibilità pratica di bruciare direttamente Erri De Luca himself — sostengono contemporaneamente che l’intelligenza artificiale sarebbe una grande democratizzazione dell’arte. “Così anche chi non ha talento può esprimersi”. Perfetto. Esattamente ciò di cui sentivamo il bisogno: moltiplicare industrialmente la produzione di roba irrilevante. Perché si produce già una quantità mostruosa di merda culturale, ma evidentemente non bastava. Serviva l’automazione. Io ormai aspetto solo il ritorno di una ferrea aristocrazia medievale della produzione artistica. Voglio gli sgherri all’ingresso delle case editrici. Voglio le alabarde. Voglio un monaco certosino che controlla i manoscritti dicendo: “No, tu non puoi pubblicare. Torna a zappare e contempla il silenzio”. Altro che democratizzazione. La cultura di massa contemporanea è un open bar cognitivo dove tutti parlano e nessuno ha più niente da dire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La distinzione tra letteratura di ricerca e letteratura di consumo esiste da secoli. Non è questo il punto. Il punto sono i numeri deliranti della produzione contemporanea, la quantità industriale di libri destinati a evaporare nel giro di sei settimane, come yogurt in scadenza emotiva. E allora che fare? Francamente, l’unica reazione sana è non prendersela troppo. Rinunciare definitivamente all’idea di ottenere fama o riconoscimento attraverso la scrittura e praticare un sano surf personale nel mondo delle Lettere. Seguire i propri venti, i propri demoni, le proprie ossessioni. Non abbiamo nulla da vendere né da comprare in questo mercato dissennato. Meglio continuare a scavare, da lettori-talpa quali siamo, i nostri piccoli cunicoli sotterranei di letture personali, gettando ogni tanto uno sguardo demopsicologico nel grande calderone della massa con la serenità un po’ crudele di chi sa benissimo che il legno storto dell’umanità non si raddrizza. Anche perché oggi il sistema non ha semplicemente abbassato il livello dei libri: ha degradato l’idea stessa di cosa un libro debba essere.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Margherita Nanni)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Intro: la sensazione, uscendo da una libreria contemporanea, non è di semplice fastidio. È qualcosa di più clinico: la percezione chiarissima di un gigantesco equivoco culturale che dura da decenni. Troppi. Non scandalizza il fatto che esistano libri brutti, ma che l’intero sistema abbia rinunciato all’idea stessa di selezione, rischio e stile. Ormai le librerie sembrano versioni appena più educate del reparto libri dell'Esselunga. Una filiera impazzita che pubblica chiunque abbia un volto televisivo o una riconoscibilità algoritmica, accompagnando il tutto con un tono di legittimazione culturale ridicolo, manco si trattasse di promuovere l'ultimo yogurt proteico.<br><br>parte 1: Se si aprono questi libri, si incontra il nulla pneumatico perfetto per i semicolti. Scritture costruite con caratteri enormi e margini ipertrofici per simulare una leggibilità che nasconde dialoghi intercambiabili ed emozioni prefabbricate come slogan. Penso alla prosa di Matteo Bussola, al cui confronto la Pimpa (massimo rispetto) diventa Tommaso Landolfi, o all'autofiction di Christian Raimo, che trasforma i post di Facebook in poetica e viene pure premiato.<br><br>parte 2: Tutto questo non è casuale, ma risponde a logiche precise che il critico Dwight Macdonald individuava già negli anni '50, parlando di Masscult e Midcult. Personalmente rispetto molto il Masscult: richiede professionalità, dedizione, padronanza del mezzo, e in fondo non ha pretese. Il vero pericolo è il Midcult, la mezza cultura. Il Midcult è il trionfo del "vorrei ma non posso", l'aspirazione a una sfera alta dello spirito in totale carenza di mezzi espressivi. L'archetipo perfetto di questo meccanismo è Erri De Luca: una prosa lirica ed essenziale che mima la grande letteratura e offre al ceto medio semicolto una gratificante sensazione di elevazione intellettuale. Le sue parabole offrono dilemmi etici complessi ridotti in formule aforistiche già digerite, rassicurando il lettore nella propria sensibilità progressista senza mai gettarlo nell'angoscia del dubbio.<br><br>parte 3: Erri De Luca, lo sapete tutti, ha osato dire nel corso di un'intervista cosa ne pensa del derby Israele-Palestina. E' arrivata la pioggia di commenti incazzosi e incazzati su ogni social. Erri De Luca ha sentito il dovere di puntualizzare, spiegare, dire-che-non-veramente. Probabilmente ha pensato all'effetto della shitstorm sul suo prossimo libro. Autore Midcult ostaggio del proprio pubblico social: cosa ci può essere di peggio?<br><br>parte 4: nel frattempo, le persone pronte a bruciare in piazza i libri di Erri De Luca nell'impossibilità di bruciare Erri De Luca himself, sostengono che l'IA sarebbe una grande democratizzazione dell'arte, permettendo pure a chi non ha le qualità di cimentarsi. No ragazzi, così non va bene. Si produce già troppa merda, dobbiamo pure moltiplicarla con l'IA? Quando arrivano gli sgherri a blindare gli accessi ai mezzi di produzione artistica, ripristinando una ferrea gerarchia feudale? <br><br>parte 5: Questa divisione tra letteratura di ricerca e di consumo esiste da secoli, ma oggi a impressionare sono i numeri di una produzione industriale delirante. Che fare, allora? L'unica reazione sana è non prendersela troppo, rinunciare a ogni forma di fama tramite la scrittura e praticare del sano surf seguendo i propri venti nel mondo delle Lettere. Non abbiamo nulla da vendere o da comprare in questo mercato dissennato. Meglio continuare a scavare, da lettori-talpe quali siamo, i nostri cunicoli di letture personali, buttando ogni tanto uno sguardo demopsicologico nel calderone della massa con l'animo sereno di chi sa che il legno storto dell'umanità non si raddrizza. Consapevoli del fatto che oggi il sistema non ha soltanto abbassato il livello dei libri, ma ha degradato l'idea stessa di cosa un libro debba essere. <br><br>articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.<br><br>assumendo la personalità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/margherita-nanni/">Margherita Nanni</a>, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda. </pre>
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