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	<title>Le Argentee Teste D&#039;Uovo</title>
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		<title>Chi cancella chi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 11:01:02 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Il caso Macklemore-Sheeran sarebbe incredibilmente insignificante — insignificante quasi quanto la musica dei due interessati — se non mettesse in scena una questione assai più interessante: chi cancella chi? Macklemore ha espresso dal palco una posizione apertamente filopalestinese, dopo aver già pubblicato canzoni e fatto dichiarazioni sul conflitto. Dopo le sue parole al MetLife Stadium del 4 settembre, diverse venue previste per le successive date americane hanno comunicato al promoter che non avrebbero ospitato concerti con lui nel cast. Il promoter Messina Touring Group lo ha quindi rimosso dalle restanti date statunitensi. Sheeran ha detto di non aver preso personalmente la decisione, di aver cercato una mediazione con le venue e di essere dispiaciuto per l&#8217;esito della vicenda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa particolarmente ridicola è che, nel caso specifico, non stiamo assistendo alla collisione fra due grandi pensatori. Le riflessioni politiche di Macklemore e quelle, assai più prudentemente equidistanti, di Sheeran non appartengono esattamente alla categoria di Nina Simone o Bob Dylan. Non sono Sartre con una chitarra in mano. Sono pop star che esprimono opinioni politiche, come fanno da decenni centinaia di musicisti. Probabilmente hanno sul conflitto mediorientale una preparazione media non molto diversa da quella di una concorrente di Miss Italia quando le chiedono di spiegare la situazione nel mondo: «Io credo che dovremmo tutti vivere in pace». Con una differenza: Macklemore ha scelto di esporsi. E già questo, nell&#8217;industria dell&#8217;intrattenimento, sembra un comportamento quasi sovversivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il meccanismo è molto meno complicato di quanto suggeriscano le dichiarazioni ufficiali. Una venue dice no, un promoter valuta il rischio, il tour fa due conti e il problema scompare. Nessuno ha sequestrato il microfono a Macklemore, nessun tribunale gli ha proibito di parlare: semplicemente, il suo nome è diventato una variabile indesiderata nel bilancio di qualcun altro. È una forma di censura assai più moderna della vecchia matita rossa: non cancella la frase, cancella l&#8217;occasione di pronunciarla davanti a un pubblico numeroso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una delle figure centrali della vicenda è Robert Kraft, miliardario proprietario dei New England Patriots e del Gillette Stadium di Foxborough, Massachusetts. Kraft ha confermato di aver vietato a Macklemore di esibirsi nella propria struttura, motivando la decisione con le sue dichiarazioni recenti e con una più ampia storia di retorica e immagini antisemite che, secondo Kraft, aveva offeso la comunità ebraica. Macklemore ha sostenuto che Kraft avrebbe esercitato pressioni anche sugli altri proprietari degli stadi; il promoter ha fornito una versione più prudente, spiegando che diverse venue consideravano la presenza del rapper una «red line». Insomma, nessuno censura nessuno: ci si limita a scoprire, per pura coincidenza, che senza il permesso di chi possiede lo stadio il dissenso diventa logisticamente complicato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente una struttura privata ha il diritto di scegliere chi ospitare. Sarebbe curioso sostenere il contrario. Ma il diritto di un proprietario a dire «qui non ti voglio» diventa una faccenda assai diversa quando pochi soggetti controllano una quota rilevante delle infrastrutture necessarie per organizzare i grandi tour. A quel punto non serve un editto. Bastano contratti, assicurazioni, prevendite e qualche telefonata. La censura, quando viene privatizzata, ha persino il vantaggio di non dover compilare moduli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non tutti, però, hanno accettato il copione. Dopo l&#8217;esclusione di Macklemore, diversi artisti previsti come supporto hanno abbandonato le date americane in solidarietà con lui. Macklemore ha inoltre annunciato che avrebbe destinato un milione di dollari dei propri guadagni dal tour a organizzazioni umanitarie impegnate nell&#8217;assistenza ai palestinesi. Kraft ha poi dichiarato che Sheeran gli aveva chiesto di impegnarsi per due milioni di dollari in aiuti umanitari, sostenendo iniziative rivolte sia ai palestinesi sia agli israeliani. Tutto molto rispettabile. Ma le donazioni appartengono alla contabilità della beneficenza; qui stiamo parlando della contabilità del potere. Sono due libri diversi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia della cultura popolare, del resto, è piena di personaggi che in vita furono assai meno presentabili di quanto li consideriamo oggi. Paul Robeson, Pete Seeger, Muhammad Ali, le Dixie Chicks: storie diversissime, impossibili da mettere sullo stesso piano, ma accomunate dal fatto che il dissenso aveva un prezzo. Oggi possiamo trasformarli in icone della libertà con la serenità di chi non rischia più nulla. È una delle specialità dell&#8217;umanità: mettere una targa commemorativa sulla casa di qualcuno dopo avergli tirato i sassi alle finestre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sheeran, dal canto suo, ha insistito sulla volontà di mantenere i concerti come uno spazio di unità, gioia ed evasione, spiegando di aver parlato a lungo con le venue nel tentativo di trovare una soluzione. È una posizione legittima. Ma l&#8217;unità è una parola meravigliosa, soprattutto quando significa che tutti sono invitati a pensarla allo stesso modo. In fondo anche un funerale è molto unito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto, allora, non è pretendere che Sheeran diventi un attivista, né trasformare Macklemore in un nuovo Bob Dylan. Sarebbe ridicolo in entrambi i casi. Sheeran non è tenuto a condividere le idee di Macklemore e Macklemore non diventa automaticamente più intelligente perché ha preso una posizione sul Medio Oriente. La questione è più semplice: che cosa succede quando un artista introduce nel grande spettacolo commerciale qualcosa che una parte degli interessi coinvolti considera troppo rischioso?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta la conosciamo. Il problema viene rimosso e lo spettacolo continua. È perfettamente razionale dal punto di vista aziendale. Ed è proprio questo a renderlo interessante: nessun cattivo in mantello nero, nessuna autorità che ordina di tacere, nessuna censura ufficiale. Soltanto una catena di decisioni perfettamente normali che produce un risultato molto preciso. Il dissenso rimane libero, purché non costi troppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La musica popolare ha passato mezzo secolo a raccontarci che il rock era il luogo in cui i ragazzi potevano dire al mondo di andare al diavolo. Poi sono arrivati management, sponsor, contratti, assicurazioni, grandi promoter e stadi da riempire. Il ragazzo può ancora mandare il mondo al diavolo, naturalmente. Deve solo verificare prima con l&#8217;ufficio legale se il mondo è un partner commerciale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Macklemore può avere torto, ragione o entrambe le cose, come capita normalmente agli esseri umani quando parlano di politica. Si possono contestare le sue parole, criticare il modo in cui le ha espresse e discutere le sue interpretazioni del conflitto. Tutto perfettamente legittimo. Ma non è necessario che abbia ragione per vedere il problema. Anzi, è proprio qui che la questione diventa interessante: se la possibilità di esprimere un&#8217;opinione dipende dalla sua convenienza commerciale, prima o poi saranno proprio le opinioni più innocue a sopravvivere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora forse sarebbe meglio smettere di chiamare tutto questo «unità». L&#8217;unità vera non consiste nell&#8217;eliminare ogni motivo di attrito, ma nel riuscire a stare nella stessa stanza con qualcuno che ci irrita. Il resto è arredamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In fondo, questa vicenda non meriterebbe neppure una nota a margine nella storia del rock. Macklemore non è Bob Dylan, Sheeran non è Crosby, Stills &amp; Nash e Robert Kraft non è J. Edgar Hoover. Ma proprio per questo il caso è istruttivo. Se persino un&#8217;opinione espressa da una pop star qualsiasi può diventare abbastanza scomoda da far saltare un pezzo di tour, abbiamo imparato qualcosa di più interessante della qualità delle sue canzoni. Abbiamo scoperto che il modo più elegante di far sparire una voce non consiste nel proibirle di parlare. Basta fare in modo che nessuno abbia più interesse ad ascoltarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">(Luigi Colzi)</p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Intro: Il caso Macklemore-Sheeran sarebbe incredibilmente insignificante — insignificante come la loro musica — non fosse per la questione che voglio spiegare: chi cancella chi. Macklemore ha espresso la posizione pro-Palestina, ampiamente condivisa da buona parte del mondo dello spettacolo e quindi maggioritaria. Venue e promoter hanno obiettato; è stato rimosso dalle date americane del tour di Sheeran. Sheeran dice che non è stata una sua decisione, che ha provato a mediare e che preferisce concerti “uniti”, senza politica. Ma ha mantenuto tour, promoter e venue. <br><br>parte 1: La cosa particolarmente ridicola è che i pensieri di Macklemore o di Ed Sheeran non sono più profondi di quelli di una Miss che vuole la pace nel mondo. Non siamo davanti a Nina Simone o Bob Dylan. Eppure il meccanismo scatta lo stesso.<br><br>parte 2: E il meccanismo è questo. Basta che una venue dica no, che un promoter valuti il rischio, che un tour faccia due conti. Il risultato è sempre lo stesso: la persona che crea disagio viene rimossa, e tutti gli altri possono dire che nessuno ha censurato nessuno. È censura mediante intimidazione economica. Pulita, efficiente, privatizzata.<br><br>parte 3: Non tutti però accettano il copione. Alcuni artisti si sono ritirati in solidarietà, qualcuno ha messo soldi e reputazione dalla parte di chi è stato cacciato. Ma la beneficenza e i gesti simbolici non sanano il sistema. Il problema non è chi paga il prezzo una volta; è la struttura che ogni volta decide chi deve pagarlo. E quella struttura non appartiene agli artisti. Appartiene a chi possiede il palco.<br><br>parte 4: La storia ci insegna che i dissidenti scomodi vengono prima puniti e poi celebrati. Paul Robeson, Pete Seeger, Muhammad Ali, le Dixie Chicks. Oggi li chiamiamo coraggiosi; ieri erano tossici, divisivi, da blacklistare. Il movimento per i diritti civili è diventato una morale nazionale solo dopo che non costava più nulla. Siamo bravissimi ad amare il coraggio quando qualcun altro ha già pagato il prezzo.<br><br>parte 5: Il punto è chi ha il potere di decidere cosa si può dire in un grande stadio. Sheeran non doveva diventare esperto di nulla: doveva solo scegliere se Macklemore valeva il disturbo. Ha scelto il comfort. Non è un crimine, non è uno scandalo che definirà la sua carriera. Ma smettiamo di chiamarla unità. L’unità richiede una spina dorsale. Questa è solo pace dopo aver rimosso chi faceva rumore.<br><br>Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso. Assumendo la personalità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/luigi-colzi/" data-type="page" data-id="90">Luigi Colzi</a>, scrivi un articolo, usando un tono sarcastico e arguto. Fai paragrafi compatti, senza spezzettare in frasi con troppi a capo. Non cominciare con "Ah...". Non usare linee di separazione. Non intitolare i paragrafi con "Parte 1 - ...", e non dargli un titolo. Non iniziare con "'C'è...". Non usare la forma "non... non... non..."</pre>
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		<title>Il tecnofascismo è fra noi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 07:16:25 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Nel 1997, quando Internet era ancora quella cosa che faceva rumori da astronave morente attraverso il modem, James Dale Davidson e William Rees-Mogg pubblicavano <em>The Sovereign Individual</em>. La loro intuizione era ambiziosa: se capitale, lavoro e informazioni possono attraversare le frontiere con crescente facilità, anche il rapporto fra individuo e Stato è destinato a cambiare. Nasce così il <em>sovereign individual</em>: una persona abbastanza ricca, competente e mobile da poter scegliere dove vivere, lavorare, investire e soprattutto quale giurisdizione utilizzare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La parola chiave è <em>exit</em>: uscire invece di combattere. Se il sistema non conviene, anziché provare a cambiarlo attraverso elezioni, partiti e istituzioni, si può semplicemente abbandonarlo. Trasferire la residenza, spostare l&#8217;impresa, portare altrove il capitale. Gli Stati diventano concorrenti e il cittadino, almeno in teoria, un cliente capace di cambiare fornitore. Una specie di mercato delle giurisdizioni. Peccato per un dettaglio: per cambiare supermercato bastano cinque minuti; per cambiare sistema fiscale, mercato del lavoro, scuola e residenza servono parecchi più soldi. L&#8217;<em>exit</em> è quindi una libertà distribuita in modo assai diseguale: chi possiede capitale e competenze mobili può esercitarla, chi è radicato nel territorio molto meno. La sovranità dell&#8217;individuo rischia così di diventare la sovranità di chi può permettersela.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma se è possibile scegliere la propria giurisdizione, perché limitarsi a quelle esistenti? La domanda porta l&#8217;idea libertaria verso un terreno più radicale: costruirne una nuova. È il passaggio dalla fuga dallo Stato alla progettazione di alternative allo Stato, e Curtis Yarvin lo porta alle estreme conseguenze con la sua critica della democrazia. Se un governo deve produrre risultati, sostiene, perché non organizzarlo come una corporation, con un&#8217;autorità centrale simile a un CEO? La democrazia, con elezioni, parlamenti, compromessi e cittadini che pretendono di avere voce, appare in questa prospettiva come un sistema terribilmente inefficiente. Una corporation ha un capo. Molto più ordinato. Il piccolo inconveniente è che una nazione non è esattamente una startup e i cittadini non sono azionisti obbligati a stare zitti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Peter Thiel rappresenta il collegamento fra queste idee e la Silicon Valley. Ha riconosciuto l&#8217;influenza di <em>The Sovereign Individual</em> sul proprio pensiero e ha finanziato, fra le altre cose, Tlon, la società legata a Yarvin e al progetto Urbit. Yarvin è soprattutto l&#8217;ideologo; Thiel il nodo finanziario e organizzativo che contribuisce a collegare queste idee al mondo tecnologico. Da questo ambiente emerge poi Balaji Srinivasan con il concetto di <em>Network State</em>: comunità nate online che costruiscono identità, capitale e infrastrutture e cercano progressivamente un territorio sul quale consolidarsi, fino ad aspirare a una propria forma di sovranità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La traiettoria è quindi essenziale: <em>The Sovereign Individual</em> → <em>exit</em> → Yarvin → Thiel → <em><a href="https://leargenteetesteduovo.com/2025/06/20/network-state-il-futuro-del-potere-oltre-la-democrazia/" data-type="post" data-id="2668">Network State</a></em>. Prima l&#8217;individuo può uscire dallo Stato; poi può immaginare di costruirne uno nuovo; infine può provare a partire dalla rete, accumulare capitale e infrastrutture e trasformare una comunità digitale in qualcosa di territorialmente sovrano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da qui nasce anche la definizione polemica di <em>The Sovereign Individual</em> come &#8220;bibbia tecnofascista&#8221;. È una formula riferita alla traiettoria successiva di alcune idee, non agli autori originali, che erano libertari radicali. Il punto interessante è proprio la radicalizzazione: una teoria nata per aumentare l&#8217;autonomia dell&#8217;individuo può essere spinta fino alla domanda se chi possiede abbastanza capitale e tecnologia debba davvero sottostare alle istituzioni democratiche come tutti gli altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradosso è notevole. Il Leviatano doveva essere ridimensionato; nella versione più estrema della storia, al suo posto compare il proprietario. Il cittadino diventa cliente, la giurisdizione un prodotto e la sovranità una questione di potere d&#8217;acquisto. Il vecchio feudalesimo torna così in versione Silicon Valley: niente castello sulla collina, ma server, venture capital e un&#8217;interfaccia utente impeccabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questo il vero interesse di <em>The Sovereign Individual</em>: meno le sue profezie sul futuro, più l&#8217;influenza esercitata sul modo in cui una parte della nuova destra tecnologica pensa tecnologia, Stato e potere. L&#8217;<em>exit</em>, nata come possibilità di sottrarsi alle istituzioni esistenti, finisce per alimentare una domanda molto più ambiziosa: se possiamo costruire sistemi alternativi, perché dovremmo continuare a vivere secondo le regole di quelli esistenti?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è una domanda che cambia completamente il significato della libertà. Perché un conto è poter scegliere dove vivere. Un altro è pensare di poter scegliere anche le regole con cui tutti gli altri dovranno vivere.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Giancarlo Salvetti)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Assumi la personalità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/giancarlo-salvetti/" data-type="page" data-id="103">Giancarlo Salvetti</a>. Scrivi un articolo approfondito, immersivo e dal tono tagliente, ironico, brillante e marcatamente sarcastico, basandoti sulla scaletta e sui dati forniti di seguito. Non cercare sul web<br><br>[VINCOLI DI SCRITTURA]<br>- Stile: Paragrafi compatti, flusso narrativo continuo. Non spezzettare in brevi frasi.<br>- Divieti assoluti: NON usare linee di separazione (es. ---). Non abusare della parola "geopolitico" e "politico". Non abusare di "E qui" e "Ed è qui che"<br>- Divieti linguistici: Evita formule come "è qui che" e strutture ripetitive come "non... non... non...".<br>- Sviluppo: Amplia e approfondisci l'analisi dove ritieni necessario per dare forza al pezzo.<br><br>[SCALETTA E CONTENUTI]:<br>1. Il libro<br><br>Nel 1997 James Dale Davidson e William Rees-Mogg pubblicano The Sovereign Individual, sostenendo che Internet avrebbe indebolito il potere degli Stati-nazione. Se capitale, lavoro e informazioni diventano mobili, anche il rapporto fra individuo e territorio cambia. Nasce il sovereign individual: una persona abbastanza ricca, mobile e tecnologicamente attrezzata da poter scegliere dove vivere e quale giurisdizione utilizzare.<br><br>2. L'exit<br><br>La parola chiave è exit: invece di cercare di cambiare lo Stato attraverso la politica, si può semplicemente abbandonarlo. La tecnologia rende più facile scegliere fra diverse giurisdizioni, creando una forma di concorrenza fra Stati. Ma questa libertà appartiene soprattutto a chi possiede capitale e competenze mobili: la sovranità individuale rischia quindi di diventare sovranità delle élite.<br><br>3. Dall'exit alla politica<br><br>Il passaggio successivo è radicale: se è possibile scegliere la propria giurisdizione, perché non dovrebbe essere possibile costruirne una nuova? L'idea libertaria di sottrarsi allo Stato può così trasformarsi nella ricerca di forme politiche alternative alla democrazia liberale, non semplicemente di uno Stato più piccolo.<br><br>4. Yarvin e Thiel<br><br>Curtis Yarvin trasforma questa logica in una critica radicale della democrazia, immaginando il governo come una corporation guidata da un'autorità simile a un CEO. Peter Thiel, che ha dichiarato l'influenza di The Sovereign Individual sul proprio pensiero, porta queste idee dentro la Silicon Valley e finanzia, fra le altre cose, Tlon, la società di Yarvin legata a Urbit. Yarvin è soprattutto l'ideologo; Thiel è il nodo finanziario e organizzativo.<br><br>5. La rete<br><br>Da questo ambiente si sviluppa una rete che comprende investitori, imprenditori e intellettuali della nuova destra tecnologica. Balaji Srinivasan ne rappresenta una successiva evoluzione con il concetto di Network State: comunità nate online che accumulano capitale e territorio fino ad aspirare a una propria sovranità. La traiettoria è quindi: The Sovereign Individual → exit → Yarvin → Thiel → Network State.<br><br>6. La "bibbia tecnofascista"<br><br>"Bib­bia tecnofascista" è una definizione polemica della traiettoria successiva del libro, non degli autori originali, che erano libertari radicali. Il punto è che idee nate per liberare l'individuo dallo Stato possono essere radicalizzate fino a immaginare un ordine nel quale le élite tecnologiche non debbano più sottostare alle istituzioni democratiche.<br><br>Il vero interesse di The Sovereign Individual oggi sta quindi meno nelle sue previsioni che nella sua influenza: da teoria libertaria sulla tecnologia a una delle matrici intellettuali del tecnoreazionarismo contemporaneo.</pre>
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		<title>Il sacrificio non sempre è un valore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 09:06:26 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Ho letto l’intervista a Ernst Knam su <em>Fanpage</em> e devo dire che, su un punto, il celebre pasticciere ha ragione: un ristorante aperto a pranzo e a cena non è un ufficio. Gli orari sono diversi, il lavoro è concentrato nelle ore in cui il resto della città si diverte o si riposa, i costi sono elevati e organizzare una brigata non è esattamente come distribuire le pratiche sulla scrivania di un impiegato. Fin qui, nulla da eccepire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema nasce quando da questa constatazione si passa all’idea che debba essere il lavoratore ad assorbire indefinitamente la differenza, come se la particolare natura della ristorazione autorizzasse automaticamente a chiedere più ore, più disponibilità, più weekend, più festività e maggiore flessibilità, facendo leva sulla passione per il mestiere. Mi permetto di dissentire. Se un’attività richiede persone disponibili per dieci, undici o dodici ore, nei fine settimana, nei giorni festivi e in fasce orarie poco compatibili con la vita privata della maggior parte delle persone, tutto questo ha un costo, esattamente come hanno un costo la farina, l’affitto del locale, l’elettricità, il gas, le materie prime e la manutenzione delle attrezzature. Sembra quasi banale doverlo ricordare: il lavoro è un fattore produttivo e, come ogni fattore produttivo, va acquistato a un prezzo che tenga conto delle sue caratteristiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se una pasticceria ha bisogno di un forno acceso per quattordici ore al giorno, nessuno si aspetta che il fornitore dell’energia risponda: «Ma guardi che dovrebbe farlo per passione». Se il ristorante vuole un cuoco disposto a lavorare il sabato sera, la domenica a pranzo e a Natale, quella disponibilità costituisce parte della prestazione richiesta. Non è un favore personale. La questione dello straordinario mi pare ancora più semplice: se servono più di otto ore, si possono organizzare più turni, assumere più persone, modificare il servizio oppure pagare le ore aggiuntive secondo le regole previste. Naturalmente ogni soluzione ha un costo, ma proprio questo è il punto: il costo non scompare perché preferiamo non guardarlo. Finisce semplicemente da qualche altra parte. E spesso finisce sul lavoratore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi colpisce sempre il modo in cui, quando si parla di ristorazione, la parola «passione» venga utilizzata come una specie di valuta parallela. Il ragazzo che ama cucinare dovrebbe essere disposto a lavorare di più; la giovane cameriera che sogna di aprire un ristorante dovrebbe accettare qualche sacrificio; l’apprendista dovrebbe considerare un privilegio poter stare in cucina accanto a uno chef famoso. Benissimo: la passione è una cosa meravigliosa, ma spiega perché scegli un mestiere difficile, non perché dovresti regalare ore della tua vita. Ho conosciuto molte persone appassionate del proprio lavoro — economisti, ingegneri, medici, imprenditori, ricercatori — e la passione può portarti a studiare la sera, a leggere un libro in più, a prepararti meglio di quanto sarebbe strettamente necessario. Può persino spingerti, in determinati momenti, a fare uno sforzo straordinario. Ma trasformare l’eccezione in normalità è un’altra cosa, e soprattutto c’è una differenza fondamentale tra fare un sacrificio perché si è scelto liberamente di farlo e considerare il sacrificio una condizione implicita per essere assunti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando sento dire «ai miei tempi si lavorava dodici ore e nessuno si lamentava», mi viene sempre da chiedere: nessuno si lamentava oppure nessuno poteva permettersi di farlo? Sono due cose molto diverse. Il passato del lavoro italiano è pieno di persone che hanno lavorato duramente per necessità, spesso in condizioni che oggi considereremmo inaccettabili, e non vedo perché dovremmo trasformare quella necessità in una virtù morale. Mio padre, che era ingegnere, apparteneva a una generazione nella quale il lavoro occupava una parte enorme della vita. Era una persona rigorosa, e non gli ho mai sentito usare la fatica come argomento per pretendere che la generazione successiva vivesse nello stesso modo. Al contrario: credo che considerasse naturale che i propri figli potessero avere qualcosa in più. È uno dei significati più interessanti del progresso: non consiste nel dire ai giovani «Noi abbiamo sopportato questo, quindi dovete sopportarlo anche voi», ma nel fare in modo che possano permettersi di non farlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando un ragazzo dice di preferire 1.500 euro per quaranta ore a 1.800 per cinquantacinque, non sta necessariamente rifiutando il lavoro: sta attribuendo un valore al proprio tempo, e può darsi che quel valore sia diverso dal nostro. Io, alla sua età, avrei fatto probabilmente scelte differenti, ma non vedo perché la mia scala delle priorità dovrebbe essere quella universale. Cinquantacinque ore significano quindici ore in più ogni settimana; in un anno sono centinaia di ore. Significano meno tempo per dormire, per studiare, per vedere una persona amata, per avere una famiglia, per fare sport, per leggere un libro, persino per annoiarsi — attività, per inciso, molto sottovalutata dalla nostra civiltà. Il tempo libero non è tempo vuoto: è una risorsa scarsa, e attribuirgli un valore diverso da quello che gli attribuiamo noi non significa necessariamente rifiutare il lavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se un settore non riesce più a trovare persone disposte a lavorare alle condizioni alle quali le trovava vent’anni fa, la prima domanda da porsi non dovrebbe essere «Che cosa è successo ai giovani?», ma «Che cosa è cambiato nel valore di questa prestazione?». Forse sono aumentate le alternative, forse sono cambiate le aspettative, forse altri settori offrono condizioni migliori, forse il costo degli affitti rende più difficile vivere vicino al luogo di lavoro, forse una generazione abituata a una maggiore mobilità considera accettabile cambiare mestiere o città. Sono tutte spiegazioni economicamente più interessanti dell’eterna teoria secondo cui i giovani sarebbero diventati improvvisamente fannulloni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente c’è poi la questione della gavetta, che merita rispetto. Io non ho mai pensato che un giovane appena entrato nel mondo del lavoro debba necessariamente avere lo stesso valore di mercato di una persona con vent’anni di esperienza: sarebbe assurdo. Un ragazzo deve imparare, e imparare ha un valore. Ma proprio per questo la gavetta dovrebbe essere un investimento reciproco. Il giovane accetta una retribuzione iniziale più bassa perché riceve qualcosa che gli sarà utile in seguito — competenze, responsabilità progressive, formazione, contatti, autonomia — mentre l’azienda investe su una persona che oggi produce meno di quanto produrrà domani. Questo è perfettamente ragionevole. Se invece la «gavetta» consiste nel passare anni a svolgere mansioni ripetitive, sopportare orari pesanti, essere pagati poco e sentirsi ripetere che un giorno, forse, arriverà una vera opportunità, allora dobbiamo avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: è semplicemente lavoro poco qualificato pagato poco. Non diventa formazione soltanto perché viene chiamato gavetta. «Se ci tieni davvero a questo mestiere, resisti» è una frase che può avere senso pronunciata da un maestro a un allievo quando gli sta realmente trasmettendo qualcosa; diventa molto meno nobile quando viene pronunciata da un datore di lavoro che sta semplicemente cercando qualcuno disposto a costare poco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vorrei però evitare un errore speculare: trasformare tutto questo in una guerra generazionale. La ristorazione è davvero un settore difficile. Un ristorante deve tenere aperto quando i clienti vogliono mangiare, non quando sarebbe più comodo per chi ci lavora. Il personale deve essere sufficiente, ma assumere costa. I margini possono essere stretti, la concorrenza è forte, materie prime ed energia incidono pesantemente. Per questo un ristoratore può scegliere di intervenire sull’organizzazione, sui turni, sugli orari di apertura, sul menu, sulla produttività o sui prezzi, e può persino concludere che un certo modello non sia più sostenibile. Sono tutte normali decisioni imprenditoriali. Il punto, però, vale in entrambe le direzioni: se cambiano le condizioni del mercato del lavoro, cambiano anche le scelte delle persone. Un lavoratore offre competenze, tempo e disponibilità; l’impresa offre una retribuzione, esperienza, condizioni di lavoro e prospettive. Se lo scambio non appare conveniente a una delle due parti, quella parte può cercare un’alternativa. È uno dei meccanismi elementari di un mercato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo trovo curioso che alcuni difensori del mercato diventino improvvisamente nostalgici del sacrificio quando il mercato comincia a funzionare anche dall’altra parte del tavolo. Se un giovane può scegliere tra un lavoro nella ristorazione e uno in un altro settore, confronterà le due offerte. Se preferisce guadagnare meno lavorando meno ore, non sta necessariamente chiedendo di lavorare poco: sta decidendo quanto del proprio tempo vuole vendere sul mercato. E questa, francamente, mi sembra una delle libertà più elementari che il mercato dovrebbe consentire. La ristorazione continuerà ad avere bisogno di persone appassionate, ma la passione dovrebbe essere il motivo per cui qualcuno entra dalla porta, non il motivo per cui gli chiediamo di restare oltre l’orario senza essere pagato. Se vogliamo che i giovani scelgano un mestiere difficile, dobbiamo renderlo conveniente. Non necessariamente facile, non necessariamente comodo, ma conveniente. È una differenza enorme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tempo, del resto, non è ciò che rimane dopo il lavoro. È una dotazione complessiva: una parte viene venduta sul mercato, una parte viene dedicata alla famiglia, agli amici, agli interessi, al sonno, alla salute, alla semplice libertà di non fare nulla. Quanto di quella dotazione vogliamo vendere è una decisione personale. Un buon mercato dovrebbe permetterci di scegliere, non convincerci che siamo pigri quando scegliamo di tenere per noi qualche ora in più.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Emma Nicheli)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Intro: Ho letto l'intervista a Ernst Knam su Fanpage. Knam ha ragione su una cosa: un ristorante aperto a pranzo e cena non ha gli orari e i costi di un ufficio. Ma da qui non segue che il lavoratore debba adattarsi all’infinito, rinunciando a tempo libero e straordinari.<br><br>parte 1: Se servono più di otto ore, weekend, festivi e orari scomodi, quel lavoro va pagato di conseguenza. Il costo del lavoro è parte del prezzo del prodotto, come la farina, l’affitto o l’energia. Non è complicato.<br><br>parte 2: La passione spiega perché scegli un mestiere difficile, non perché regali ore al datore di lavoro. Il “ai miei tempi si lavorava dodici ore senza straordinari” non è una virtù: spesso era necessità o un rapporto di forza sfavorevole.<br><br>parte 3: Se i giovani preferiscono 1.500 euro per 40 ore a 1.800 per 55, stanno solo attribuendo un prezzo al proprio tempo. Se un settore non trova lavoratori alle vecchie condizioni, forse quelle condizioni non sono più convenienti, non è che i giovani siano pigri.<br><br>parte 4: La gavetta vera è un investimento reciproco: pagato meno, ma imparo davvero un mestiere. Se invece è anni di mansioni ripetitive, orari pesanti e salario basso con promesse vaghe, è solo lavoro poco qualificato pagato poco.<br><br>parte 5: Un mercato del lavoro funziona se entrambe le parti hanno qualcosa da offrire e da perdere. Se la ristorazione vuole più tempo e disponibilità, deve trovare il modo di comprarlo, non appellarsi alla passione per ottenerlo gratis. Difendo il diritto dei giovani a decidere quanto vale il loro tempo, non a lavorare poco.<br><br>articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.<br><br>Assumendo la personalità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/emma-nicheli/" data-type="page" data-id="63">Emma Nicheli</a>, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia.  Rendi l'articolo immersivo. Non usare "i numeri raccontano una storia...", non abusare degli aggettivi "politico" e "geopolitico". Non iniziare con "C'è...", non abusare di "e qui...", "ed è", "ed è qui che" e di successioni di "non... non... non...". Non mi intitolare i paragrafi</pre>
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		<title>Riprogettare le Alleanze Globali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 07:37:14 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">L’accordo di cooperazione rafforzata tra Canada e Unione Europea — con la convergenza strategica dell’Australia — non è “solo” un trattato commerciale. Anzi, a voler essere precisi, non è nemmeno un singolo trattato trilaterale: è qualcosa di più interessante e, forse, più importante. È la costruzione progressiva di una rete di rapporti economici, industriali, tecnologici e di sicurezza fra democrazie che fino a pochi anni fa davano per scontata una determinata architettura internazionale e che oggi stanno scoprendo, con un certo ritardo, che le architetture possono anche crollare. Un tassello decisivo, dunque, proprio perché non arriva sotto forma di proclama epocale. Arriva sotto forma di contratti, materie prime, infrastrutture, accordi industriali e cooperazione militare. La parte meno spettacolare della politica internazionale è spesso quella che, alla fine, conta di più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il quadro è ormai abbastanza evidente. Nel giugno 2025 l’Unione Europea e il Canada hanno firmato una Security and Defence Partnership che comprende cooperazione militare, sicurezza marittima, cybersicurezza, minacce ibride, spazio, mobilità militare, industria della difesa e protezione delle infrastrutture critiche. Nel 2026 il Canada è diventato inoltre il primo Paese non europeo a partecipare allo strumento SAFE dell’Unione, quello da 150 miliardi di euro destinato a finanziare investimenti nella capacità industriale della difesa europea. Nel frattempo Bruxelles e Canberra hanno concluso i negoziati per un accordo commerciale e hanno formalizzato una Security and Defence Partnership che comprende sicurezza economica, materie prime critiche, cybersicurezza, tecnologie emergenti, sicurezza marittima e industria della difesa. Canada e Australia, dal canto loro, stanno intensificando la cooperazione su difesa, intelligence, materie prime, energia e tecnologie avanzate. Non serve essere Clausewitz per capire che qualche cosa si sta muovendo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il fenomeno va letto nel contesto di un sistema internazionale nel quale Cina e Russia rappresentano due sfide differenti, ma convergenti sotto molti aspetti, per l&#8217;ordine liberale occidentale. Pechino dispone di una formidabile capacità industriale e commerciale e di posizioni dominanti in numerose catene del valore strategiche; Mosca ha dimostrato con l’invasione dell’Ucraina che la forza militare può tornare a essere utilizzata su larga scala nel cuore dell’Europa. A questo si aggiunge una trasformazione meno spettacolare ma forse ancora più profonda: la sicurezza economica è diventata inseparabile dalla sicurezza nazionale. Un porto, una rete elettrica, un cavo sottomarino, un impianto per la raffinazione di terre rare o un data center possono avere oggi un&#8217;importanza strategica comparabile, in determinati contesti, a quella di una caserma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora “resilienza” torna finalmente a significare qualcosa. Non la parola da convegno aziendale che accompagna una slide con una piantina verde e tre frecce circolari, ma la capacità concreta di continuare a funzionare quando qualcuno decide di interrompere una fornitura, manipolare un&#8217;informazione, sabotare un&#8217;infrastruttura o trasformare una dipendenza economica in uno strumento di pressione politica. Se una democrazia dipende da un solo fornitore per una risorsa essenziale, non possiede una catena di approvvigionamento: possiede una scommessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il capitolo delle materie prime critiche è probabilmente il più importante. L&#8217;Europa è una grande potenza industriale ma dispone di riserve interne limitate per molte delle risorse necessarie alla transizione energetica, all&#8217;elettronica avanzata e alla difesa. Canada e Australia, invece, possiedono enormi risorse naturali e capacità minerarie che possono diventare parte di catene di approvvigionamento più diversificate. Il Canada e l&#8217;UE hanno già una partnership strategica sulle materie prime dal 2021 e nel 2026 hanno accelerato la cooperazione su investimenti, lavorazione e integrazione delle rispettive catene del valore. L&#8217;Australia offre a sua volta accesso a risorse come litio e manganese e rappresenta un attore fondamentale nella diversificazione delle forniture. L&#8217;accordo commerciale UE-Australia concluso nel marzo 2026 va esattamente in questa direzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente, “avere le miniere” non significa automaticamente “avere una filiera sicura”. È qui che comincia la parte difficile, quella che non produce slogan particolarmente fotogenici. Bisogna estrarre, trasportare, raffinare, lavorare e trasformare le materie prime. Servono capitale, energia, infrastrutture, competenze industriali e tempi che non coincidono affatto con quelli della politica elettorale. Soprattutto, bisogna evitare di sostituire una dipendenza con un&#8217;altra. Se smettiamo di comprare il materiale raffinato da Pechino ma continuiamo a dipendere da un singolo Paese per un altro passaggio indispensabile della filiera, abbiamo semplicemente spostato il problema di qualche migliaio di chilometri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questa la ragione per cui la cooperazione fra Europa, Canada e Australia è interessante anche al di là dei singoli accordi commerciali. Sono tre economie avanzate, con sistemi politici democratici, enormi risorse naturali e un elevato livello tecnologico, ma con specializzazioni differenti. L&#8217;Australia e il Canada possono fornire risorse e capacità industriali; l&#8217;Europa dispone di un gigantesco mercato, una base manifatturiera sofisticata e una capacità normativa che, piaccia o no, continua a influenzare una parte enorme dell&#8217;economia mondiale. L&#8217;integrazione delle rispettive capacità può produrre qualcosa di molto più utile di una semplice riduzione dei dazi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi c&#8217;è la sicurezza. La vecchia idea secondo cui commercio, tecnologia e difesa appartengano a compartimenti stagni è diventata rapidamente antiquata. Un attacco informatico contro una rete elettrica può paralizzare un&#8217;economia. Un attacco a un cavo sottomarino può compromettere comunicazioni essenziali. Una manipolazione straniera dell&#8217;informazione può destabilizzare una società senza che venga sparato un colpo. Un&#8217;intelligenza artificiale sviluppata per applicazioni civili può avere applicazioni militari nel giro di pochi mesi. E una rete logistica commerciale può diventare improvvisamente un&#8217;infrastruttura strategica nel momento in cui una crisi blocca una rotta marittima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il partenariato UE-Canada affronta esplicitamente questa nuova dimensione della sicurezza: cybersicurezza, minacce ibride, tecnologie emergenti, sicurezza marittima e spaziale, infrastrutture critiche e sicurezza economica. La partnership digitale UE-Canada comprende inoltre intelligenza artificiale, semiconduttori, tecnologie quantistiche, cybersecurity e governance dei dati. Con l&#8217;Australia il campo si allarga ulteriormente a sicurezza marittima, tecnologie emergenti, spazio, industria della difesa e protezione delle catene di approvvigionamento. Non è la costruzione di una nuova NATO con un nome esotico. È qualcosa di più pragmatico: rendere compatibili e interoperabili pezzi diversi dello stesso sistema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche l&#8217;energia entra naturalmente nel disegno. L&#8217;Europa ha imparato nel modo più costoso possibile che la sicurezza energetica non può essere trattata come una semplice questione di prezzo sul mercato. Canada ed Europa stanno discutendo di LNG, elettrificazione, reti e tecnologie energetiche pulite, mentre la cooperazione sulle materie prime è strettamente legata alla transizione energetica. Con l&#8217;Australia entrano in gioco ulteriori risorse minerarie e una collaborazione più ampia sulle tecnologie necessarie alla decarbonizzazione. L&#8217;obiettivo sensato non è diventare magicamente indipendenti dal resto del mondo — nessuna grande economia moderna lo è — ma costruire abbastanza alternative da impedire che un singolo attore possa trasformare una dipendenza in un ricatto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed eccoci al punto che rende tutta questa faccenda molto meno accademica. Gli Stati Uniti restano un alleato fondamentale per l&#8217;Europa e il pilastro militare americano continua ad avere un peso che nessuna quantità di accordi commerciali può cancellare dall&#8217;oggi al domani. Ma un&#8217;alleanza funziona anche sulla fiducia nella continuità dell&#8217;impegno. Quando Washington adotta una politica estera più transazionale, minaccia tariffe, mette in discussione vecchi equilibri e comunica ai propri partner che gli interessi americani vengono prima degli accordi precedenti, gli alleati hanno un incentivo molto razionale a prepararsi a scenari nei quali l&#8217;affidabilità americana possa essere inferiore a quella cui erano abituati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo non significa che Canada, Europa e Australia abbiano deciso di “sostituire l&#8217;America”. Sarebbe una lettura infantile della situazione. Significa qualcosa di molto più banale: stanno cercando di costruire capacità che consentano loro di avere maggiore autonomia di fronte alle crisi. È la stessa logica che vale per qualsiasi rapporto di dipendenza: si può continuare a considerare un partner affidabile e, contemporaneamente, decidere che sarebbe imprudente non avere alternative.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La conseguenza paradossale potrebbe essere che una politica pensata per riportare gli Stati Uniti al centro di ogni relazione economica finisca per accelerare la diversificazione degli alleati. Canada e Unione Europea stanno già parlando di una relazione molto più stretta; l&#8217;Australia sta facendo altrettanto; Londra mantiene una propria cooperazione strutturata con Ottawa e Canberra; e nel frattempo emergono nuove forme di collaborazione industriale e militare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non significa che nascerà automaticamente un blocco occidentale perfettamente compatto. Gli interessi divergono, le economie competono, i governi cambiano e persino le democrazie più affini litigano parecchio quando sul tavolo arrivano soldi veri. L&#8217;Europa, inoltre, ha ancora problemi enormi di coordinamento interno: dieci Stati membri, fra cui Francia e Italia, non hanno ancora completato la ratifica di CETA, mentre Bruxelles discute contemporaneamente di una possibile forma di “associate membership” per il Canada che non possiede ancora una precisa collocazione istituzionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma proprio questa imperfezione rende il processo interessante. Non stiamo assistendo alla nascita di una nuova superpotenza occidentale progettata a tavolino. Stiamo osservando democrazie che, una dopo l&#8217;altra, stanno costruendo una rete di rapporti abbastanza fitta da rendere meno vulnerabile il sistema nel suo complesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una lezione sorprendentemente semplice. La dipendenza può essere conveniente quando tutto funziona. Diventa pericolosa quando chi controlla la dipendenza scopre di poterla usare come leva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per decenni l&#8217;Occidente ha costruito un sistema nel quale questa possibilità sembrava remota. Ora Canada, Australia ed Europa stanno costruendo una cintura di sicurezza intorno a quella vecchia certezza. Non stanno chiudendo le porte agli Stati Uniti. Stanno semplicemente imparando a non avere una sola porta d&#8217;ingresso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E, in tempi normali, sarebbe stata una precauzione quasi noiosa. Proprio per questo probabilmente è una delle cose più importanti che stiano facendo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Serena Russo)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>intro: L’accordo di cooperazione rafforzata tra Canada e Unione Europea — con la convergenza strategica dell’Australia — non è “solo” un trattato commerciale. È un tassello decisivo.<br><br>parte 1: In un mondo segnato dall’assertività del blocco autoritario a guida cinese e russa, l’asse transatlantico e indopacifico disegna una nuova architettura di sicurezza e resilienza (per una volta usiamo il termine correttamente) per le democrazie occidentali.<br><br>parte 2:  Il cuore economico dell’intesa è l’autonomia sulle materie prime critiche: l’industria europea avrà accesso privilegiato e sicuro a litio, cobalto, terre rare e uranio da Canada e Australia, riducendo la dipendenza dalle catene controllate da Pechino.<br><br>parte 3: Non solo commercio: l’accordo rafforza anche protezione delle infrastrutture critiche e coordinamento tecnologico. Parliamo di difesa cibernetica, intelligenza artificiale, sicurezza delle reti e delle rotte commerciali sottomarine.<br><br>parte 4: Sul fronte energetico, la sinergia punta su forniture stabili e partnership per idrogeno verde e tecnologie di transizione. Obiettivo: ridurre le vulnerabilità  e rendere più solida la sicurezza energetica continentale.<br><br>parte 5: I disgraziati USA a trazione MAGA pensavano di ricattare il mondo intero, che però ha semplicemente scelto di organizzarsi diversamente - quando un alleato diventa inaffidabile, purtroppo, bisogna prendere decisioni che un tempo sembravano assurde.<br>    <br>articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.    <br>    <br>Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/serena-russo/" data-type="page" data-id="75">Serena Russo</a>; usa un tono tagliente e ironico. Rendilo immersivo. Non abusare dell'aggettivo "geopolitico", e della forma "non... non... non...". Fallo in paragrafi compatti, non pieno di a capo. non usare "e qui..." se non il minimo indispensabile. Non dare titoli ai paragrafi.</pre>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Il corpo, questo sconosciuto</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 08:59:37 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">La nuova pubblicità di Sydney Sweeney per Novig, una piattaforma americana di previsioni sportive, ha scatenato una piccola rivolta delle atlete. La Sweeney compare praticamente nuda mentre finge di praticare diversi sport, coperta qua e là da palloni, racchette e attrezzatura varia. Il messaggio della campagna è deliberatamente provocatorio e parecchio ammiccante, tanto che diverse sportive l&#8217;hanno accusata di sessualizzare lo sport femminile e di vanificare anni di battaglie per fare riconoscere alle atlete il proprio talento anziché il proprio corpo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La critica merita di essere ascoltata. Una donna che passa la vita ad allenarsi per correre i 200 metri in poco più di 21 secondi può legittimamente trovare irritante che, quando si parla di sport femminile, qualcuno preferisca una racchetta piazzata davanti a un seno. Fin qui, nulla di strano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello che mi interessa è un&#8217;altra cosa: la Sweeney è una modella e un&#8217;attrice, il suo corpo fa parte del suo mestiere e lei sembra perfettamente consapevole di questa scelta. Ama posare, ama giocare con la propria immagine e non sembra vivere la propria sensualità come una disgrazia da cui qualcuno debba salvarla. Peraltro, in questo caso non è neppure una testimonial capitata per caso davanti a una macchina da presa: è entrata in Novig come partner strategica e azionista e, secondo quanto riferito dalla società, avrebbe proposto lei stessa la collaborazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, prima di trasformarla nella povera vittima inconsapevole del patriarcato pubblicitario, forse possiamo concederle il beneficio di essere una donna adulta che sa molto bene come funziona il proprio mestiere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una campagna può essere volgare, pigra, furba, divertente o tutte queste cose insieme. Possiamo persino trovarla terribile. Ma questo giudizio riguarda la campagna. Trasformarlo automaticamente in un giudizio sulla donna che vi partecipa è un&#8217;altra faccenda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Soprattutto perché il femminismo, per quanto mi ricordi, era partito da un principio piuttosto elementare: il corpo è mio e decido io.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vale anche quando la decisione ci piace poco. Se una donna sceglie di coprirsi, di mostrarsi, di posare nuda o di vendere la propria immagine, possiamo discuterne quanto vogliamo, ma senza trasformare la sua scelta in una colpa. Abbiamo imparato a riconoscere l&#8217;autodeterminazione nel velo, nei nudi sui social, nelle creatrici di contenuti erotici. Sarebbe curioso concederla soltanto alle donne che fanno scelte culturalmente rassicuranti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo naturalmente non rende ogni rappresentazione del corpo femminile automaticamente emancipatoria. Una pubblicità può essere sessista anche quando la donna che vi compare partecipa volontariamente. Si può criticare il modo in cui un corpo viene utilizzato senza pretendere di correggere la persona che quel corpo ha deciso di mostrare. Sono due piani diversi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le atlete che hanno criticato la campagna stanno parlando soprattutto di questo secondo piano. Ariarne Titmus, Amy Hunt, Sophie Capewell e molte altre hanno sottolineato che le donne nello sport hanno dovuto faticare parecchio per essere considerate atlete prima che oggetti dello sguardo. Alcune hanno pubblicato video dei propri allenamenti e delle proprie gare proprio per mostrare cosa c&#8217;è dietro quei corpi: muscoli, disciplina, fatica, anni di lavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una rivendicazione legittima. Ma non obbliga nessuno a concludere che la Sweeney abbia fatto qualcosa di moralmente riprovevole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anzi, la risposta della Sweeney è stata piuttosto interessante proprio perché non ha scelto la strada della grande autodifesa ideologica. Dopo le critiche ha pubblicato nelle proprie Instagram Stories fotografie di celebri atlete che avevano posato nude per l&#8217;ormai famoso <em>Body Issue</em> di <em>ESPN</em>: Serena Williams, Ronda Rousey, Megan Rapinoe, Caroline Wozniacki e altre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una risposta indiretta, certo. Ma il messaggio si capisce: il corpo atletico può essere celebrato anche attraverso la nudità, e una donna non smette di essere forte, competente o rispettabile perché decide di mostrarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Sweeney ha anche definito la campagna un&#8217;idea giocosa, pensata per «tagliare il rumore» e riportare l&#8217;attenzione sullo sport attraverso umorismo e provocazione. È una spiegazione perfettamente compatibile con quello che si vede: la pubblicità non sta cercando di fingere di essere un documentario sullo sport femminile. Sta cercando di farsi notare. E direi che, con un certo successo, ci è riuscita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente rimane un elemento che personalmente trovo molto più interessante del seno della Sweeney: stiamo parlando di una società che vende previsioni e scommesse sportive. La discussione sulla pubblicità del gioco d&#8217;azzardo, sui suoi destinatari e sulla capacità di queste piattaforme di trasformare lo sport in prodotto commerciale meriterebbe forse qualche attenzione in più. Ma evidentemente un pallone da basket davanti al seno produce più indignazione di un modello economico costruito sul desiderio di scommettere. Il corpo femminile, ancora una volta, si dimostra un magnifico diversivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c&#8217;è una cosa che mi pare doverosa ricordare: possiamo criticare la campagna senza pretendere di educare la Sweeney.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una volta erano gli uomini rispettabili a dirci quanto fosse lunga la gonna giusta, quanto fosse scollato il vestito accettabile e quale fosse il comportamento decoroso. Oggi possiamo arrivare alla stessa conclusione utilizzando parole molto più moderne e dichiarandoci progressisti. Il risultato, però, resta curiosamente simile: la donna deve essere libera, purché utilizzi bene la libertà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io posso trovare la pubblicità della Sweeney pacchiana. Posso pensare che Novig abbia scelto deliberatamente la provocazione e che abbia sfruttato benissimo la prevedibile indignazione che ne sarebbe seguita. Posso anche comprendere perfettamente le atlete che vorrebbero vedere lo sport femminile raccontato attraverso la competenza, la forza e i risultati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto questo può stare nello stesso discorso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello che eviterei è trasformare la Sweeney in una donna da correggere perché ha deciso di utilizzare il proprio corpo in un modo che qualcuno considera culturalmente sbagliato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo tutto quello che abbiamo detto sulla libertà femminile, sarebbe abbastanza paradossale arrivare alla conclusione che le donne sono libere di scegliere soltanto quando scelgono bene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il corpo è suo. Anche il cattivo gusto, temo, viene con il pacchetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Luisa Bianchi)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Intro:  nuova polemica contro Sydney Sweeney per una pubblicità di un’app di scommesse sportive. Una modella e attrice, che ama posare e che pubblica spesso foto del suo corpo. E allora mi chiedo: dov’è il problema?<br><br>parte 1: Per me il punto è chiaro: è una modella, il suo corpo è il suo lavoro. Non è una prostituta costretta a fare certe cose dalla mancanza di prospettive economiche, non è una donna sfruttata che va salvata suo malgrado. È una persona che ha scelto di fare questo mestiere e che, almeno da quello che si vede, lo fa perché le piace. Non dobbiamo per forza condividerlo, ma almeno rispettarlo sì.<br><br>parte 2: La lotta femminista non era “il corpo è mio e decido io”? Se la Sweeney ama posare nuda, se va anche in occasioni mondane con abiti che mostrano il corpo, quale sarebbe il problema? L’autodeterminazione è a targhe alterne? Vale solo per le donne che piacciono a chi si proclama femminista? Perché mi sembra che la libertà venga invocata da alcuni solo quando rispecchia le proprie convinzioni.<br><br>parte 3: Il doppio standard è evidente: si difendono OnlyFans, i nudi sui social, persino il velo come scelta culturale, ma poi si attacca una modella che si piace. Il corpo di una donna di destra diventa mercificazione; il corpo di una donna velata diventa cultura. La nudità di una donna che si mostra è umiliante; il velo di una donna che si nasconde è rispettabile. A me sembra il trionfo dell’ideologia.<br><br>parte 4: Alla fine, questo non è femminismo: è moralismo. È il vecchio pregiudizio che si traveste da progressismo, la stessa logica che per secoli ha detto alle donne come vestirsi e comportarsi. Ognuno può fare ciò che vuole del proprio corpo, e se non ci piace ciò che fanno gli altri, possiamo ignorarlo, non condannarlo. <br><br>Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisci dove ritieni necessario. Con tono particolarmente pungente e divertito. <br><br>Assumendo personalità, background e stile di scrittura di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/luisa-bianchi/" data-type="page" data-id="71">Luisa Bianchi</a>, scrivi un approfondito articolo. Usa il suo tono ironico e leggero, col giusto umorismo. Non usare la domanda retorica. Usa il meno possibile la formula "non... non... non...". Usa il meno possibile "E qui". Non dare titoli ai paragrafi. Non esagerare con gli a capo, l'articolo deve avere un formato leggibile.</pre>
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		<title>The Revolution Will Not Be Televised</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 08:15:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ho letto le dichiarazioni di Virginia Libero, la giovane segretaria dei Giovani Democratici apprezzata da Elly Schlein, e confesso che la cosa che mi ha lasciato più perplesso non è nemmeno l&#8217;interpretazione dell&#8217;articolo 11 della Costituzione. È quel verbo: «diserteremo». La Libero ha detto che, in caso di guerra, i giovani della sua generazione non [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Ho letto le dichiarazioni di Virginia Libero, la giovane segretaria dei Giovani Democratici apprezzata da Elly Schlein, e confesso che la cosa che mi ha lasciato più perplesso non è nemmeno l&#8217;interpretazione dell&#8217;articolo 11 della Costituzione. È quel verbo: «diserteremo». La Libero ha detto che, in caso di guerra, i giovani della sua generazione non sarebbero stati «i soldati delle vostre guerre» e che avrebbero «organizzato i disertori». Poi ha precisato che non si riferiva all&#8217;Ucraina e ha ribadito il sostegno a Kiev e la condanna dell&#8217;aggressione russa. Bene. Ma allora resta da capire che cosa significhi esattamente quella diserzione e perché venga presentata come una sorta di manifesto generazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;articolo 11, intanto, meriterebbe di essere letto per intero. La Costituzione dice che l&#8217;Italia «ripudia la guerra» come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Non stabilisce dunque che qualsiasi impiego della forza sia automaticamente incostituzionale: la stessa Carta, all&#8217;articolo 52, afferma che «la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». La questione è assai più seria di una gara a chi riesce a citare per primo un articolo della Costituzione durante un&#8217;assemblea studentesca. E proprio per questo la parola «diserzione» meriterebbe qualche spiegazione in più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa curiosa è che a pronunciarla sia una giovane di sinistra. La sinistra del Novecento aveva fatto della parola «lotta» quasi una categoria antropologica: lotta di classe, lotta antifascista, lotta per i lavoratori. I giovani comunisti e socialisti che oggi celebriamo nei libri di storia non erano esattamente specialisti della prudenza. C&#8217;erano ragazzi disposti a rischiare la pelle per un&#8217;idea, talvolta per idee che oggi consideriamo giuste, talvolta per idee che hanno prodotto tragedie. La Resistenza, per esempio, non fu un laboratorio di teoria con il buffet alla fine. Fu una vicenda nella quale uomini e donne si trovarono davanti a scelte terribilmente concrete.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo, naturalmente, non significa che la guerra sia una cosa bella o che chi rifiuta di combattere sia automaticamente un vigliacco. Esiste una lunga tradizione pacifista, anche nella sinistra, che ha prodotto riflessioni serie sull&#8217;obiezione di coscienza e sul rapporto tra individuo e Stato. Ma proprio per questo sarebbe opportuno distinguere. L&#8217;obiezione di coscienza riguarda il rifiuto di partecipare a determinati atti armati per ragioni morali o religiose; la diserzione indica invece l&#8217;abbandono del servizio militare o il rifiuto di adempiere agli obblighi connessi. Mettere tutto nello stesso calderone perché suona bene dal palco è un modo curioso di affrontare una questione tutt&#8217;altro che teorica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c&#8217;è il tema della generazione. I ragazzi di oggi hanno ragioni concrete per essere arrabbiati: precarietà, stipendi bassi, affitti fuori controllo, prospettive professionali spesso deludenti. Ma proprio per questo mi sorprende una certa trasformazione del concetto di impegno: si protesta molto, si rivendica moltissimo e, quando arriva la domanda su quale prezzo personale comporti una determinata scelta, improvvisamente cala il silenzio. Il problema non riguarda soltanto la guerra. Vale per qualsiasi grande battaglia collettiva: qualcuno, alla fine, deve mettere tempo, denaro, competenze o persino la propria sicurezza sul piatto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quanto alla malignità finale, concedetemela. In caso di guerra, temo che scopriremmo improvvisamente una quantità sorprendente di giovani rivoluzionari con un padre proprietario di una casa a Londra, un cugino a Bruxelles e un vecchio amico di famiglia disposto a «dare una mano». Naturalmente è una caricatura, e sarebbe scorretto attribuirla alla Libero senza alcuna prova. Ma la domanda sottostante rimane: il rifiuto di combattere vale allo stesso modo per chi non ha alternative e per chi dispone di mezzi sufficienti per prendere un aereo e salutare tutti dal terminal?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Libero ha ventotto anni. È giovane, certamente, ma abbastanza adulta da sapere che le parole hanno una storia. «Disertore» non è semplicemente un sinonimo più elegante di «pacifista». È una parola che evoca una scelta precisa, con conseguenze precise. Può essere usata come provocazione, come dichiarazione antimilitarista o come simbolo di ribellione; ma proprio per questo sarebbe interessante sapere dove si collochi il confine. Da quale guerra si diserta? Da una guerra di aggressione? Da una guerra difensiva? Da una missione internazionale? E se l&#8217;aggressore fosse alle porte di casa propria?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono domande scomode, perché costringono gli slogan a misurarsi con situazioni nelle quali non esistono formule buone per tutte le stagioni. Il pacifismo può essere una convinzione sincera e rispettabile; la difesa armata può, in determinate circostanze, essere considerata necessaria. La Costituzione stessa tiene insieme questi due elementi, ed è proprio questa complessità a renderla più interessante di qualsiasi frase pronunciata davanti a un microfono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, la Libero ha aperto una discussione che meriterebbe qualcosa di più di un applauso o di una reprimenda. Se si vuole fare della diserzione una parola d&#8217;ordine, bisogna avere il coraggio intellettuale di spiegarne il significato concreto. Perché una cosa è dire «io sono contrario alla guerra». Un&#8217;altra è stabilire che cosa si farebbe quando la guerra, che fino a quel momento era una parola televisiva, smettesse improvvisamente di stare sullo schermo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Francesco Cozzolino)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Intro: Ho letto le dichiarazioni di Virginia Libero, la giovane vicina al PD apprezzata da Elly Schlein, e confesso che la cosa che mi ha lasciato più basito non è tanto l’ignoranza costituzionale sull’articolo 11. Quello che mi ha colpito è il grido: se ci fosse una guerra, noi diserteremmo. Detta così, non è obiezione di coscienza: è programma politico.<br><br>parte 1: L’articolo 11 non dice semplicemente “l’Italia ripudia la guerra”. Dice che la ripudia come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, lasciando quindi aperta la possibilità di una guerra difensiva o di una missione di pace. Ma il punto vero non è questo. Il punto è che una giovane di sinistra oggi rivendica il disertare come se fosse una posizione rivoluzionaria, mentre storicamente la sinistra giovane doveva essere tutt’altro.<br><br>parte 2: Da sempre i giovani di sinistra dovrebbero essere i rivoluzionari: quelli pronti a morire per la lotta di classe, per cacciare il fascismo, per difendere la libertà. Non sto dicendo che la guerra sia bella, tutt’altro. Ma nessuna libertà è mai stata difesa senza combattere, e nessuna rivoluzione ha mai avuto successo senza prendersi dei rischi, anche fisici.<br><br>parte 3: E nessun Paese è mai riuscito a garantire un salario dignitoso e cure decenti se prima ha perso la propria libertà. La libertà non è una cornice neutra: è la condizione per poter rivendicare diritti, scioperare, organizzarsi, pretendere. Se la lasci cadere, il resto non lo salvi con un post o con un bel discorso da assemblea studentesca.<br><br>parte 4: La percezione che mi dà un discorso del genere è che questi giovani si accontentino della vita che hanno, che non abbiano voglia di lottare per nulla, o che pensino che i problemi enormi della loro generazione debbano risolverli altri, senza troppo disturbare. Il pacifismo diventa così una comoda delega: io non rischio, tu pensaci.<br><br>parte 5: E se mi passate la malignità: il senso vero del discorso è che, se davvero arrivasse la guerra, i giovani del PD avrebbero tutti un papi con abbastanza soldi e contatti da farli scappare all’estero. Il disertore non sarebbe l’eroe antimilitarista, ma il privilegiato che scarica il costo della difesa sugli altri. Virginia Libero, si dice, è giovane. Ma a 28 anni, forse, si dovrebbe essere già un po’ cresciuti.<br><br>Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.<br><br>Assumendo l'identità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/francesco-cozzolino/" data-type="page" data-id="85">Francesco Cozzolino</a>, scrivi un Articolo; usa un tono irriverente, ironico, sarcastico. Non iniziare con "C'è qualcosa di..." Scrivilo in paragrafi compatti, senza eccessiva frammentazione; utilizza il meno possibile la formula "non... non... non..." ed "e qui...". Evita pure prosa saggistico-argomentativa ad alto impatto retorico, di taglio epigrammatico e dal finale ammonitorio.</pre>
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		<title>Perché i no-vax ammirano Putin: una lettura psicologica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 07:22:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ostilità ai vaccini, simpatia per Putin, odio verso i migranti e teorie del complotto. A prima vista sembrano posizioni lontane, nate da discussioni completamente diverse. Eppure, quando osservo il dibattito pubblico, continuo a incontrarle insieme. Non sempre, naturalmente. Ma abbastanza spesso da chiedermi che cosa ci sia sotto. Perché quando idee apparentemente scollegate finiscono con [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Ostilità ai vaccini, simpatia per Putin, odio verso i migranti e teorie del complotto. A prima vista sembrano posizioni lontane, nate da discussioni completamente diverse. Eppure, quando osservo il dibattito pubblico, continuo a incontrarle insieme. Non sempre, naturalmente. Ma abbastanza spesso da chiedermi che cosa ci sia sotto. Perché quando idee apparentemente scollegate finiscono con il convivere nella stessa testa, forse vale la pena guardare oltre le singole opinioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A me sembra che il punto comune sia una certa idea del potere. O, meglio, una profonda sfiducia verso tutto ciò che sta in mezzo fra l&#8217;individuo e la realtà: scienziati, medici, giornalisti, istituzioni, organismi internazionali. La scienza diventa &#8220;Big Pharma&#8221;, l&#8217;informazione è propaganda, l&#8217;Unione Europea una macchina burocratica che decide tutto dall&#8217;alto. Se si parla di immigrazione, dietro i flussi migratori compare un piano delle élite per &#8220;sostituire&#8221; i popoli. Se si parla dell&#8217;Ucraina, una guerra complessa viene ridotta a una partita giocata dalla NATO attraverso un paese pedina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il mondo, insomma, smette di essere complicato e diventa intenzionale. Dietro ogni cosa deve esserci qualcuno che decide, organizza, manipola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Capisco perché questa visione possa essere seducente. La realtà è faticosa da accettare proprio perché spesso non ha un autore. Una pandemia non ha bisogno di un burattinaio: può essere il risultato di un agente patogeno, di condizioni ambientali, di comportamenti umani e di migliaia di decisioni prese in fretta. Una guerra può nascere da decenni di storia, interessi contrapposti, errori politici e ambizioni personali. Le migrazioni possono avere contemporaneamente cause economiche, familiari, climatiche e geopolitiche. È tutto molto più difficile da raccontare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il complotto, invece, mette ordine. Ti consegna un colpevole, una spiegazione e perfino un ruolo da interpretare. Ed è un ruolo molto gratificante: quello di chi ha capito. &#8220;Io non mi faccio prendere in giro&#8221;, &#8220;io ho fatto le mie ricerche&#8221;, &#8220;io vedo quello che gli altri non vedono&#8221;. Gli altri dormono, credono ai giornali, si fidano dei medici. Tu hai aperto gli occhi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una dinamica che mi interessa particolarmente perché trasforma la diffidenza, che in sé può essere una qualità, in una specie di identità. Dubitare delle istituzioni è sano. Pensare che ogni istituzione sia necessariamente corrotta e che ogni esperto stia mentendo è un&#8217;altra cosa. Nel primo caso cerchi di capire se qualcuno ha sbagliato. Nel secondo hai già deciso che deve esserci un inganno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E a quel punto arriva uno dei paradossi che trovo più curiosi. La stessa persona può rifiutare con ferocia l&#8217;autorità di un medico che le suggerisce una vaccinazione e, poche ore dopo, esaltare un leader politico che concentra il potere nelle proprie mani. Potrebbe sembrare una contraddizione. In realtà lo è molto meno se consideriamo il criterio con cui viene giudicata l&#8217;autorità: non conta tanto quanto potere esercita, ma contro chi lo esercita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se l&#8217;autorità limita me, è oppressione. Se limita il mio avversario, può diventare ordine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da questa prospettiva si capisce anche perché Putin possa apparire, agli occhi di alcune persone occidentali, come una figura quasi liberatoria. Non perché il suo sistema sia democratico — non lo è — ma perché rappresenta l&#8217;uomo forte che sembra fare esattamente ciò che viene desiderato: difendere i confini, sfidare le élite, mettere al loro posto gli avversari, ridurre il dissenso. La libertà richiesta per sé può convivere tranquillamente con la richiesta di disciplina per qualcun altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una libertà selettiva, e forse proprio per questo è così facile da conciliare con il rancore verso il migrante. Il problema diventa sempre qualcuno che sta oltre un confine che consideriamo nostro. Il migrante attraversa il confine nazionale. Il vaccino attraversa quello corporeo. Il &#8220;globalismo&#8221; attraversa quello politico. Cambiano le parole, ma rimane la sensazione che qualcosa di esterno stia entrando nel nostro spazio senza il nostro permesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non credo, sia chiaro, che da qui si possa costruire una formula matematica del tipo &#8220;no-vax uguale putiniano uguale xenofobo&#8221;. Sarebbe una semplificazione speculare a quelle che stiamo criticando. Esistono persone contrarie ai vaccini senza alcuna simpatia per Putin, persone molto critiche verso l&#8217;immigrazione che rifiutano il complottismo e persone che diffidano delle istituzioni democratiche proprio perché vorrebbero istituzioni migliori. Le persone sono più complicate delle etichette che appiccichiamo loro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema nasce quando queste idee si incontrano e cominciano a rafforzarsi a vicenda. E i social network sono un ambiente perfetto per farlo. Si può entrare da una discussione sui vaccini e, attraverso un video consigliato dopo l&#8217;altro, arrivare alla &#8220;dittatura sanitaria&#8221;, alle élite, al globalismo, alla sostituzione etnica, alla NATO e infine all&#8217;uomo forte che promette di rimettere ordine. Non serve immaginare una centrale operativa che coordini il percorso. È sufficiente che ogni contenuto renda quello successivo un po&#8217; più familiare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A quel punto lasciare una convinzione diventa difficile perché non significa più soltanto cambiare idea. Significa, spesso, prendere le distanze da una comunità e dall&#8217;immagine che abbiamo costruito di noi stessi. Se mi sono convinta di essere una delle poche persone che &#8220;ha capito&#8221;, ammettere di essermi sbagliata significa rinunciare anche a quella posizione privilegiata. Ecco perché, in certi casi, portare semplicemente un dato contrario serve a poco. Il dato mette in discussione una convinzione; la convinzione, però, può essere diventata parte dell&#8217;identità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questo che trovo più preoccupante. La democrazia è faticosa perché ci obbliga a convivere con la complessità. Ci chiede di accettare che gli esperti possano sbagliare, che le istituzioni possano essere criticate e migliorate, che le nostre idee possano essere messe in discussione e che qualche volta la risposta più onesta sia &#8220;non lo sappiamo ancora&#8221;. Il complottismo offre qualcosa di molto più rassicurante: una certezza, un nemico e una storia nella quale noi siamo quelli che hanno finalmente capito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla fine, forse, il paradosso è proprio questo: ci si proclama ribelli al potere, purché quel potere sia quello che ci chiede qualcosa. Quando compare un&#8217;autorità che promette di punire gli altri, chiudere le frontiere, zittire i nemici e rimettere ogni cosa al proprio posto, la ribellione può trasformarsi improvvisamente in ammirazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quindi sì, prendete questo articolo come una sorta di <strong>Complottismo &amp; Politica For Dummies, 2026 Edition</strong>. La buona notizia è che probabilmente non esiste una misteriosa stanza piena di persone che decidono tutto. La cattiva è che non serve. Basta una certa idea del mondo, nella quale la complessità diventa sospetto, il dubbio diventa certezza e la libertà sembra un diritto da difendere per noi, ma un lusso da negare agli altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Giulia Remedi)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>intro: ostilità ai vaccini, simpatia per Putin, odio verso i migranti e teorie del complotto. Sembrano posizioni diverse, ma convivono nella stessa persona con troppa regolarità per essere un caso.<br><br>parte 1: Il filo che le unisce è una sfiducia radicale verso ogni mediazione democratica. La scienza diventa “Big Pharma”, l’informazione propaganda, l’UE una dittatura di burocrati. L’immigrazione sarebbe pianificata dalle élite per “sostituire” i popoli, l’Ucraina una pedina della NATO. E' ovvio: c’è una regia occulta dietro ogni cosa.<br><br>parte 2: Questa visione è gratificante. Chi la abbraccia si sente vittima di forze enormi, ma anche parte di una minoranza che ha “scoperto la verità”. Gli altri dormono, credono ai giornali, obbediscono ai medici. Lui invece ha aperto gli occhi. Così la diffidenza diventa superiorità intellettuale e l’impotenza diventa sapere segreto.<br><br>parte 3: Anche la contraddizione tra ribellismo no-vax e ammirazione per Putin è meno profonda di quanto sembri. Si rifiuta l’autorità che limita me o il mio gruppo; si invoca quella esercitata contro avversari, stranieri e minoranze. È una libertà a senso unico: impunità per noi, disciplina per gli altri.<br><br>parte 4: Il nemico segue sempre la stessa logica: il migrante viola il territorio, il vaccino viola il corpo, il “globalismo” viola la sovranità. Putin può allora apparire come il vendicatore che rimette ordine: frontiere chiuse, gerarchie certe, dissenso ridotto al silenzio. E l’ecosistema digitale fa il resto: propaganda russa, pseudoscienza e xenofobia circolano insieme. Chi entra per un tema viene esposto a tutto il resto, e le convinzioni diventano un’identità difficile da abbandonare.<br><br>parte 5: Certo, esistono eccezioni e non tutto è automatico. Ma sotto posizioni apparentemente lontane affiora spesso la stessa mentalità anti-pluralista: insofferente alla complessità, affamata di colpevoli assoluti. Ci si proclama ribelli al potere, purché il potere sia democratico. Davanti all’uomo forte, invece, ci si mette disciplinatamente sull’attenti. Prendete questo articolo come un Complottismo &amp; Politica For Dummies 2026 Edition.<br><br>Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove necessario.<br><br>Assumendo personalità e stile di scrittura di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/giulia-remedi/" data-type="page" data-id="80">Giulia Remedi</a>, scrivi un Articolo. Usa un tono coinvolgente, diretto, e accattivante. Fallo in paragrafi compatti e senza titolo. Usa il meno possibile "non... non... non...", "ed è qui che...", "e qui..."</pre>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Vorrei semplicemente avere più tette</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 12:09:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[So di essere carina. Sono minuta, graziosa, proporzionata. Lo so io e, a quanto pare, lo sanno anche parecchi uomini, per i quali questo tipo fisico rappresenta una specie di configurazione di fabbrica dell’ideale femminile. Non ho problemi ad ammetterlo: sarebbe piuttosto ridicolo fare la finta modesta. Il punto è che io vorrei essere diversa. [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">So di essere carina. Sono minuta, graziosa, proporzionata. Lo so io e, a quanto pare, lo sanno anche parecchi uomini, per i quali questo tipo fisico rappresenta una specie di configurazione di fabbrica dell’ideale femminile. Non ho problemi ad ammetterlo: sarebbe piuttosto ridicolo fare la finta modesta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto è che io vorrei essere diversa. Vorrei essere più alta, più prosperosa, avere più seno. Non perché pensi che sarei oggettivamente più bella, ma perché quel tipo di corpo piace di più a me. Non sogno naturalmente di trasformarmi in una megatettona da manga alla Tsunade, che pure ha il suo indubbio fascino, né aspiro all’ottimo impossibile rappresentato da Ainett Stephens, ormai nella categoria dei veri e propri jackpot del DNA. Mi basterebbe qualcosa di più vicino a Sofia Vergara o Luisa Ranieri: alta, curvilinea, femminile. Un corpo adulto, insomma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E sì, sono donne di cinquanta e oltre. Sinceramente: chi se ne frega di avere venticinque anni tutta la vita? Forse mi viene in mente proprio perché la conosco: Emma Nicheli. Una donna che avevo sempre considerato bellissima senza farmi particolari domande sul suo fisico. Poi, quando abbiamo cominciato a trovarci per i nostri informali meeting di redazione a casa di Luisa, l&#8217;ho vista dal vivo con una certa continuità. E ho scoperto una cosa piuttosto umiliante: le fotografie non rendono minimamente l’idea. Sapevo che Emma fosse alta, ma non così. Sapevo che fosse bella, ma non così. Sapevo che fosse elegante, ma non così. E tutto questo a sessantacinque anni. Sessantacinque.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vi pare giusto? Almeno non è una tettona. Certo, ha più seno di me, che domande, ma non è una tettona. Una piccola consolazione statistica. Ok, sto divagando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In realtà è proprio qui che comincia la parte interessante. Perché posso sapere perfettamente di essere una donna gradevole e, nello stesso momento, desiderare di avere un corpo diverso. L’accettazione di sé è diventata un’altra religione, molto educata, ben intenzionata e dotata di un ottimo ufficio stampa sui social. Il dogma vuole che tu debba amarti esattamente come sei. Se invece c’è qualcosa del tuo aspetto che vorresti modificare, bisogna immediatamente risalire alla causa profonda: insicurezza, interiorizzazione dello sguardo maschile, standard irrealistici, patriarcato, capitalismo estetico, infanzia, probabilmente Saturno in opposizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma magari no. Magari una donna guarda un’altra donna e pensa semplicemente: vorrei avere quelle tette. È una possibilità contemplata dalla scienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto è che abbiamo sviluppato una certa diffidenza verso il gusto personale. Se una donna desidera un corpo più alto, più abbondante, più femminile secondo il proprio criterio, sembra necessario stabilire da dove venga quel desiderio e chi glielo abbia messo in testa. Se invece le piace essere minuta, tutto torna improvvisamente limpido. Come se la libertà consistesse nello scegliere soltanto le preferenze estetiche che possiamo spiegare bene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure il gusto funziona anche in modo molto più semplice. Posso sapere che agli uomini piace il mio corpo e preferire comunque quello di Sofia Vergara. Posso guardare Luisa Ranieri e pensare che quella silhouette mi piace da morire senza sostenere che debba diventare il nuovo standard universale della femminilità. Mi piace. Vorrei averla. Fine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli uomini, del resto, fanno questo da sempre. Uno può essere perfettamente consapevole di essere piacente e continuare a desiderare di essere più alto, più grosso, più muscoloso, meno pelato o con una mascella che sembri progettata da Michelangelo. Nessuno gli chiede necessariamente di elaborare il rapporto fra il proprio bicipite e il patriarcato occidentale. Noi donne, invece, abbiamo trasformato anche una preferenza estetica in un piccolo congresso di sociologia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora sì: mi piacerebbe avere dieci centimetri in più e un po’ di seno in più. Potrei anche scoprire che, una volta ottenuti, mi lamenterei di qualcos’altro. Sarebbe perfettamente umano. Ma non ho intenzione di trasformare questa eventualità in una guerra contro il mio corpo, così come non sento il bisogno di dichiararmi ogni mattina meravigliosa per contratto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono carina. Mi piaccio abbastanza. Ho semplicemente un’idea diversa di come mi piacerebbe essere. E, sinceramente, trovo molto più adulto poterlo dire senza dover scegliere fra due caricature: quella della donna eternamente insoddisfatta e quella della sacerdotessa dell’accettazione corporea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’ironia, tra l’altro, resta uno dei pochi strumenti rimasti per sopravvivere decentemente alla cultura dell’immagine. È molto più sana di certe dichiarazioni solenni sull’autostima che sembrano scritte da un algoritmo addestrato sui post motivazionali di Instagram.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perciò, se un giorno inventeranno una macchina capace di aggiungere dieci centimetri alla mia altezza senza conseguenze, io non vorrei essere interrotta durante la procedura da una psicologa che mi chieda se ho mai riflettuto criticamente sullo sguardo maschile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vorrei solo premere il pulsante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello con scritto “più tette”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Margherita Nanni)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>1: So di essere carina. Sono minuta, graziosa, proporzionata. So anche che per molti uomini questo tipo fisico è probabilmente l’ideale. Non ho particolari problemi ad ammetterlo.<br>2: Io però vorrei essere diversa. Vorrei essere più alta, più formosa, avere più seno. Non perché pensi che sarei oggettivamente più bella, ma perché quel tipo di corpo piace di più a me. Posso precisare che non sogno certo di diventare una megatettona da manga alla Tsunade, che pure ha il suo indubbio fascino, né di raggiungere l’ottimo impossibile rappresentato da Ainett Stephens. Mi basta qualcosa più vicino a Sofia Vergara o Luisa Ranieri: alta, formosa, femminile. E sì, sono donne di cinquanta e oltre: sinceramente, chi se ne frega di avere venticinque anni tutta la vita? Per dire, avete mai incontrato Emma Nicheli? Io sì, nei nostri informali meeting di redazione a casa di Luisa. Sapevo che Emma Nicheli era alta, ma non così. Sapevo che era bella, ma non così. Sapevo che era elegante, ma non così. E tutto questo a 65 anni. Vi pare giusto? Almeno non è una tettona - certo, ha più seno di me, che domande, ma non è una tettona. Almeno questo. Ok, sto divagando.<br>3: L’accettazione di sé è diventata un’altra religione. Posso piacermi e allo stesso tempo desiderare di cambiare qualcosa. Non ogni insoddisfazione estetica è un sintomo di scarsa autostima, né ogni desiderio di cambiamento ha bisogno di essere curato o decostruito.<br>4: A questo punto qualcuno dovrebbe spiegarmi dove entra il patriarcato. A proposito: avete notato che fin qui non ho mai scritto “patriarcato”? Non perché mi sia dimenticata la parola, ma perché magari questa volta non c’entra niente. A volte una donna guarda un’altra donna e pensa semplicemente: vorrei avere quelle tette.<br>5: Una cosa è piacere agli altri, un’altra è voler piacere a se stesse. Posso sapere benissimo di piacere agli uomini come sono e, contemporaneamente, guardare una donna alta e formosa pensando che avrei preferito essere fatta così. Non è necessariamente insicurezza. Potrebbe essere semplicemente gusto.<br>6: E non voglio una morale. Non ho bisogno che qualcuno mi insegni ad amare il mio corpo, né di dichiarare guerra agli standard di bellezza. Sono carina, mi piaccio abbastanza e probabilmente sarei più contenta con dieci centimetri in più e un po’ di seno in più. Mi sembra una posizione sufficientemente adulta da non aver bisogno di un seminario sulla decostruzione.<br><br>articolo: 1,2,3,4,5,6; approfondisci se necessario.<br><br>assumendo la personalità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/margherita-nanni/" data-type="page" data-id="66">Margherita Nanni</a>, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda. (non parlare necessariamente di inverosomiglianza, al limite descrivila); non usare elenchi nè righe di separazione, e non usare troppo della formula "e qui"</pre>
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		<title>Ricordando Emma Bonino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 11:16:03 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Emma Bonino è morta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La frase è breve, quasi sgarbata nella sua semplicità. E forse è giusto così. Emma, del resto, non è mai stata una donna amante dei fronzoli, delle circonlocuzioni, dei sentimenti esibiti in confezione regalo. Persino quando parlava di cose enormi aveva il modo di chi sembra voler dire: bene, abbiamo capito che il problema è enorme, adesso vediamo di fare qualcosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È morta a Roma, a 78 anni, dopo una storia cominciata negli anni Settanta e diventata una delle vicende più singolari della Repubblica. Una storia fatta di diritti civili, femminismo, europeismo, disobbedienza civile, scioperi della fame, arresti, Parlamento italiano ed europeo, Commissione europea, ministeri. E naturalmente di Marco Pannella, con il quale ha condiviso una parte sterminata della propria vita. Il problema, adesso, è che ci mancherà Emma Bonino anche per una ragione meno nobile e più prosaica: era una delle poche persone che potevano ancora permettersi di dire certe cose senza dover prima consultare l&#8217;ufficio comunicazione. E questo, nella politica italiana contemporanea, è quasi un talento soprannaturale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bonino apparteneva a una generazione nella quale le convinzioni venivano messe alla prova nella realtà. Non bastava dichiararsi favorevoli ai diritti delle donne: si organizzavano consultori, si praticava la disobbedienza civile, ci si autodenunciava per procurato aborto. Non bastava parlare di diritti umani: si partiva per andare dove quei diritti venivano calpestati, anche con la ragionevole possibilità di finire in prigione. Non bastava proclamarsi europeisti: si passavano anni nelle istituzioni europee cercando di trasformare quell&#8217;idea in qualcosa di concreto. Era un modo di fare politica spesso minoritario, talvolta irritante, spesso scomodo. Ma aveva una caratteristica che oggi sembra diventata esotica: prendeva sul serio le proprie idee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo è probabilmente il punto più importante della sua eredità. Bonino ha contribuito a spostare il perimetro di ciò che nella società italiana era considerato discutibile, possibile, perfino normale. L&#8217;aborto, i diritti civili, la laicità dello Stato, la pena di morte, la condizione delle donne, l&#8217;integrazione europea, la libertà individuale: molte questioni oggi trattate come componenti ordinarie del dibattito pubblico sono passate anche attraverso persone che, quando ne parlavano, sembravano eccentriche, estremiste o semplicemente rompiscatole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi, naturalmente, Bonino è diventata un&#8217;istituzione. E le istituzioni hanno la curiosa abitudine di trasformare i rivoluzionari di ieri nei commemorati illustri di oggi. Lo abbiamo visto anche negli ultimi anni. Emma Bonino era ancora ascoltata, rispettata, invitata, corteggiata, ma il suo peso elettorale e quello della sua area erano diventati molto più piccoli rispetto alla sua statura storica. +Europa non ha mai rappresentato una forza capace di occupare il centro della scena italiana. La stessa Bonino, pur rimanendo una voce autorevole, era ormai una figura quasi testamentaria di quella tradizione radicale che aveva avuto in lei e in Pannella i suoi due grandi interpreti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è arrivata la parte più malinconica della storia. Pannella è morto nel 2016 e ora è morta Bonino. Con loro scompare anche qualcosa che va oltre due persone: una scuola. Non una scuola con un programma organico, una tessera, un manuale e una sede aperta dalle nove alle diciotto. Piuttosto un modo di intendere la cosa pubblica: individualismo, laicità, diritti civili, europeismo, disobbedienza civile, attenzione quasi ossessiva per le libertà personali. Un insieme di idee che spesso entravano in conflitto con la sinistra, con la destra e persino fra loro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che i veri eredi sono difficili da trovare. E non perché l&#8217;Italia sia rimasta senza persone intelligenti. Ne abbiamo parecchie. Alcune, anzi, vengono utilizzate con grande parsimonia, quasi fossero posate d&#8217;argento da tirare fuori soltanto a Natale. Il punto è un altro: una personalità come quella di Bonino non si eredita semplicemente occupandone il posto. Non basta prendere il megafono e pronunciare le parole &#8220;diritti&#8221;, &#8220;Europa&#8221; e &#8220;libertà&#8221; ogni tre minuti. Bonino e Pannella avevano una cosa piuttosto rara: erano disposti a pagare personalmente il prezzo delle proprie idee. Le convinzioni si possono copiare; il carattere, purtroppo, viene venduto separatamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io Emma Bonino l&#8217;ho conosciuta quando ero molto giovane, e questa è la parte della sua storia che sento più mia. La incontrai in quegli anni in cui la politica non era ancora un&#8217;opinione da esibire, ma qualcosa che poteva chiederti tempo, fatica, discussioni interminabili, volantini, riunioni, qualche litigio e parecchia pazienza. Io ero giovane abbastanza da avere ancora bisogno di figure che mi aiutassero a capire che tipo di persona avrei voluto essere. Emma, senza mai atteggiarsi a maestra, fu una di quelle figure.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordo soprattutto la sensazione che mi faceva quando la ascoltavo. Aveva un modo di parlare che metteva immediatamente le cose in ordine. Non necessariamente nel modo in cui le avresti messe tu, e questo era parte del suo fascino. Potevi essere arrivata a una riunione con una convinzione molto solida e uscirne con la sensazione che quella convinzione avesse bisogno, come minimo, di una revisione. Emma aveva questa capacità un po&#8217; irritante e molto preziosa di costringerti a pensare un passo più avanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi colpiva anche il suo rapporto con le parole. Non aveva bisogno di renderle belle. Le bastava renderle precise. &#8220;Libertà&#8221;, per lei, non era una parola da comizio: significava poter decidere della propria vita. &#8220;Diritti&#8221; significava che qualcuno, in carne e ossa, avrebbe potuto vivere un po&#8217; meglio o un po&#8217; più liberamente grazie a quella battaglia. &#8220;Europa&#8221; non era una bandierina azzurra da mettere sul tavolo durante le celebrazioni: era un progetto nel quale valeva la pena sporcarsi le mani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io questa concretezza me la sono portata dietro. Anche quando ho smesso di avere l&#8217;età e la pazienza per le riunioni, qualcosa di quel modo di ragionare è rimasto. Soprattutto l&#8217;idea che una battaglia abbia senso quando riesce a uscire dalla retorica e ad arrivare alla vita delle persone. È una lezione che continuo a considerare preziosa, forse ancora più oggi, in un&#8217;epoca nella quale abbiamo trasformato ogni convinzione in un&#8217;identità da difendere e ogni dissenso in un piccolo processo penale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c&#8217;era Emma, semplicemente. Quella donna lì, con il suo carattere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La ricordo brusca. Aveva poca pazienza per le sciocchezze e ancora meno per chi cercava di impressionarla. Poteva essere secca, persino tagliente. Aveva quella maniera molto piemontese di ascoltarti fino a un certo punto e poi farti capire, con una sola occhiata, che avevi già avuto più spazio del necessario. Non era una donna costruita per piacere a tutti. Per fortuna, aggiungerei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure era simpatica. Molto. Aveva un umorismo asciutto, spesso inatteso, e una capacità di prendere in giro l&#8217;assurdità delle situazioni senza bisogno di trasformare tutto in una gag. Ricordo soprattutto questo contrasto: la durezza delle battaglie e, insieme, una certa leggerezza personale. Emma poteva parlare di una questione drammatica e, un attimo dopo, trovare il modo di sgonfiare la solennità della stanza con una battuta. Era probabilmente uno dei suoi sistemi di sopravvivenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche per questo faccio fatica a pensarla attraverso le formule dei necrologi. &#8220;Una grande donna&#8221;, &#8220;un gigante della politica&#8221;, &#8220;una figura irripetibile&#8221;. Tutto vero, probabilmente. Ma Emma, se fosse stata lì, avrebbe avuto certamente qualcosa da ridire sulla quantità di aggettivi. La immagino mentre ascolta il coro delle celebrazioni con quell&#8217;aria un po&#8217; perplessa e, dopo qualche minuto, lascia cadere una frase secca che rimette tutti con i piedi per terra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questa l&#8217;Emma che vorrei ricordare: una donna molto seria sulle cose che contavano e sorprendentemente poco seria sulla propria importanza. Una donna che sapeva essere dura senza diventare cinica, che poteva essere brusca senza essere cattiva, che aveva idee radicali senza trasformare ogni conversazione in una prova di purezza ideologica. Una donna capace di stare in minoranza per anni senza confondere la minoranza con il martirio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per me, poi, c&#8217;è qualcosa di ancora più semplice. Emma appartiene alla mia giovinezza. A quel periodo della vita in cui incontri persone che magari non vedrai per sempre, ma che finiscono per accompagnarti molto più a lungo di quanto immagini. Alcune ti lasciano una frase, altre un gesto, altre ancora un modo di guardare le cose. Emma mi ha lasciato soprattutto questo: la convinzione che la libertà vada presa sul serio, ma che per difenderla servano anche ironia, ostinazione e una certa allergia alla retorica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è per questo che oggi mi dispiace così tanto. Perché insieme a Emma se ne va una persona che apparteneva alla storia del Paese, certo, ma anche una persona che appartiene alla mia storia personale. E questa seconda perdita, quella privata, ha un peso che nessun curriculum può spiegare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso resta la sua eredità. Restano le leggi, le battaglie vinte, quelle perse, le istituzioni attraversate, le idee diventate patrimonio comune e quelle rimaste minoritarie. Resta soprattutto il ricordo di una donna che ha avuto il raro privilegio di vedere alcune delle sue battaglie diventare normalità. Ma resta anche un vuoto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo vuoto, a differenza di molti altri, non verrà colmato con una commemorazione, un minuto di silenzio o una fotografia in bianco e nero. Per riempirlo servirebbe qualcuno disposto a fare quello che faceva Emma: avere un&#8217;idea, crederci abbastanza da esporsi personalmente e poi lavorare per anni affinché quella che sembrava un&#8217;idea stravagante smettesse semplicemente di esserlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di questi tempi sarebbe già una discreta rivoluzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Luisa Bianchi)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Intro: Emma Bonino è morta.<br><br>parte 1: la sua importanza, la sua eredità, il ruolo ormai marginale che occupava, l'assenza di eredi lasciata da lei e da Marco Pannella.<br><br>parte 2: una figura davvero importante che ha segnato la tua vita.<br><br>parte 3: la ricordi come brusca, poco incline ai sentimentalismi, molto piemontese e molto simpatica.<br><br>Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3; approfondisci dove ritieni necessario. Con tono particolarmente pungente e divertito. <br><br>Assumendo personalità, background e stile di scrittura di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/luisa-bianchi/" data-type="page" data-id="71">Luisa Bianchi</a>, scrivi un approfondito articolo. Usa il suo tono ironico e leggero, col giusto umorismo. Non usare la domanda retorica. Usa il meno possibile la formula "non... non... non...". Usa il meno possibile "E qui". Non dare titoli ai paragrafi. Non esagerare con gli a capo, l'articolo deve avere un formato leggibile.</pre>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 12:10:11 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">C’è una premessa che circola da tempo negli ambienti dell’intelligenza artificiale e che periodicamente torna a galla grazie a qualche influencer, ricercatore o dirigente del settore: le aziende che stanno costruendo l’AI potrebbero star giocando una partita parecchio pericolosa. Il ragionamento è semplice. Se quello che raccontano è vero, allora dobbiamo prendere sul serio le loro previsioni più catastrofiche. Se invece stanno esagerando deliberatamente, abbiamo un altro problema: aziende private che utilizzano la paura dell’apocalisse per orientare governi, opinione pubblica e regolatori nella direzione che conviene loro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In entrambi i casi, viene da chiedersi perché dovremmo prendere per oro colato ogni dichiarazione proveniente da chi ha miliardi di dollari investiti proprio nella tecnologia di cui sta descrivendo gli effetti devastanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La seconda ipotesi, quella della strategia commerciale travestita da allarme esistenziale, non è affatto assurda. Il settore tecnologico conosce perfettamente il valore della narrazione. Una tecnologia può essere presentata come inevitabile, rivoluzionaria, pericolosa, salvifica o apocalittica a seconda di quale risultato si voglia ottenere. E le richieste regolatorie possono funzionare in entrambe le direzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una grande azienda può chiedere meno regole perché le considera un freno all’innovazione. Oppure può chiedere più regole sapendo benissimo che rispettarle costa una quantità di denaro che una startup non possiede. In questo secondo caso la regolamentazione diventa una barriera all’ingresso elegantemente confezionata come tutela dell’umanità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È il vecchio capitalismo, dopotutto. Solo con più server GPU e conferenze sul futuro dell’umanità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che, quando si passa dalla teoria alla fantascienza apocalittica, spesso si perde per strada un dettaglio piuttosto importante: l’infrastruttura fisica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prendiamo le reti elettriche, gli impianti chimici, i sistemi industriali, le infrastrutture idriche e gli impianti nucleari. Non sono enormi computer collegati a Internet che aspettano pazientemente che qualcuno pronunci il prompt giusto per trasformarli in una macchina infernale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molti sistemi industriali critici sono progettati proprio per ridurre il collegamento con le reti esterne. L’isolamento fisico, le segmentazioni di rete, i sistemi di controllo dedicati e, in alcuni casi, vere e proprie architetture air-gapped servono a impedire che un attacco informatico proveniente dall’esterno possa trasformarsi automaticamente in un disastro fisico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente un impianto isolato non è una fortezza medievale con il ponte levatoio alzato. Gli aggiornamenti arrivano da qualche parte, i backup devono essere trasferiti, i tecnici fanno manutenzione e dispositivi portatili, fornitori esterni e interfacce varie possono creare collegamenti indesiderati. La storia della cybersecurity industriale è piena di casi in cui il problema nasceva proprio da un collegamento che qualcuno aveva dimenticato di considerare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’air gap, insomma, non è una bacchetta magica. Ma introduce una differenza fondamentale che nelle profezie apocalittiche sull’AI viene spesso elegantemente rimossa dalla fotografia: <strong>un’intelligenza artificiale non può controllare ciò che non può raggiungere</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per compromettere un sistema industriale bisogna quindi superare una serie concreta di ostacoli: trovare un percorso fino alla rete interessata, individuare una vulnerabilità sfruttabile, comprendere il sistema di controllo e trasformare l’intrusione digitale in un’azione fisica capace di produrre il danno desiderato. A quel punto entrano in scena hardware, software industriale, procedure operative, sistemi ridondanti, personale, manutenzione e sicurezza fisica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono tutte cose terribilmente poco cinematografiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’immaginario contemporaneo dell’AI funziona invece al contrario. L’algoritmo diventa una specie di mago onnipotente. Vede tutto, comprende tutto, penetra ovunque e, se particolarmente contrariato, decide di spegnere le centrali elettriche mentre fa collassare la rete idrica mondiale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una bella sceneggiatura. Come modello di sicurezza industriale è leggermente più discutibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo vale anche per il terrorismo informatico e per gli scenari di guerra. Un attore dotato di una AI molto potente potrebbe certamente aumentare enormemente la propria capacità di individuare vulnerabilità, automatizzare attacchi, produrre codice malevolo, analizzare reti e coordinare operazioni. Sarebbe un problema serio. Ma facilitare un attacco è una cosa; prendere semplicemente il controllo dell’infrastruttura planetaria è un’altra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza è precisamente quella che separa la tecnologia reale dalla fantascienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è anche il motivo per cui bisognerebbe smettere di discutere dell’AI come se fosse una divinità incorporea. Le intelligenze artificiali girano su computer. I computer hanno bisogno di energia. Le reti hanno apparati fisici. I data center hanno sistemi di raffreddamento. Le infrastrutture hanno porte, cavi, operatori, procedure e manutenzione. Persino la tecnologia più sofisticata del pianeta continua ad avere bisogno di qualcuno che le paghi la bolletta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa è una cosa che si dimentica facilmente quando si sale su un palco con una presentazione PowerPoint intitolata &#8220;The Future of Humanity&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perciò, la prossima volta che un CEO della Silicon Valley, un ricercatore o il solito guru di LinkedIn vi spiega che l’AI potrebbe prendere il controllo delle centrali elettriche, delle dighe e delle reti idriche del pianeta, sarebbe utile fare una domanda molto semplice: <strong>come?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quale rete? Quale vulnerabilità? Quale sistema di controllo? Quale percorso fisico? Quale ridondanza? Quale operatore?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non perché il rischio sia immaginario. Al contrario: proprio perché il rischio è reale, sarebbe opportuno descriverlo con precisione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cybersecurity industriale è un problema enorme anche senza trasformarlo in una puntata di Black Mirror. Un attacco sofisticato a un’infrastruttura critica può produrre conseguenze gravissime senza attribuire all’attaccante poteri quasi soprannaturali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto, alla fine, è abbastanza semplice. Possiamo discutere seriamente dei rischi dell’intelligenza artificiale, regolamentare ciò che va regolamentato, investire nella sicurezza delle infrastrutture critiche e prepararci a scenari che oggi sembrano improbabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello che possiamo evitare è prendere per buona ogni profezia apocalittica pronunciata da chi, contemporaneamente, sta cercando miliardi di investimenti e un posto privilegiato al tavolo dei regolatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché tra un’apocalisse imminente, una strategia di lobbying e un impianto industriale con metà dei sistemi scollegati dalla rete, esiste una quarta possibilità: che la realtà sia semplicemente molto più complicata e molto meno spettacolare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E probabilmente è una buona notizia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, quando parte il prossimo podcast sull’AI che dominerà il mondo, possiamo ascoltarlo tranquillamente con una birra in mano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Male che vada, almeno sappiamo dove sono i cavi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Giovanni Sarpi)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br><br><br>**1.** Partiamo da una premessa che circola da tempo in certi ambienti tech, e che un noto influencer ha recentemente rilanciato in modo piuttosto diretto: le aziende che sviluppano intelligenza artificiale stanno facendo un gioco pericoloso. O ci stanno dicendo la verità – e allora le loro previsioni apocalittiche sono reali, sincere e accurate – oppure ci stanno raccontando una balla colossale per orientare l'opinione pubblica e i governi verso una regolamentazione che avvantaggerebbe loro e danneggerebbe i concorrenti. In entrambi i casi, la situazione non è esattamente rosea.<br><br>**2.** La seconda ipotesi, quella della "balla strategica", non è affatto peregrina. Diversi osservatori hanno notato come le grandi aziende tech stiano cavalcando l'ansia pubblica per spingere agende anti-regolamentazione o, al contrario, per chiedere regole che poi finirebbero per favorire i incumbent. Un esempio su tutti: la narrazione secondo cui l'IA potrebbe estinguere l'umanità entro il decennio è stata definita da alcuni ricercatori "non una trovata di marketing", ma allo stesso tempo è usata per chiedere interventi governativi che, guarda caso, potrebbero creare barriere all'ingresso per i nuovi arrivati. Insomma, il confine tra allarme sincero e strategia commerciale è più sottile di quanto sembri.<br><br>**3.** Ma veniamo al punto che forse sfugge ai più, e che vale la pena ricordare ogni volta che si ascolta un nuovo monito catastrofista. Le infrastrutture critiche per la sopravvivenza – pensiamo agli impianti idraulici, chimici, nucleari, alle reti energetiche – non operano sulla stessa rete di una qualsiasi piattaforma di aggregazione sociale. Sono sistemi progettati per essere fisicamente separati da Internet, le cosiddette "air-gapped", proprio per ridurre la superficie d'attacco. La stessa CISA (Cybersecurity and Infrastructure Security Agency) raccomanda di mantenere un isolamento robusto dei sistemi operativi critici, con piani di recupero che prevedano anche percorsi SCADA manuali o alternativi.<br><br>**4.** Questo non significa che siano invulnerabili. Come ricordano diversi studi, anche i sistemi air-gapped hanno spesso "dozzine di punti di connessione non intenzionali" – aggiornamenti, backup, manutenzione – che possono diventare vettori d'attacco. Tuttavia, la differenza fondamentale è che un'intelligenza artificiale ostile non può "entrare, distruggere tutto e andarsene" con la stessa facilità con cui lo farebbe su una piattaforma cloud qualsiasi. Per colpire un impianto nucleare o una diga, servono accessi fisici, compromissioni di supply chain o operazioni umane, non un semplice prompt malevolo.<br><br>**5.** Quindi, la prossima volta che sentite un CEO o un ricercatore descrivere scenari da film di fantascienza in cui l'IA prende il controllo delle centrali elettriche e delle reti idriche del pianeta, ricordatevi di questa distinzione. Non è che il rischio non esista, ma è bene sapere che i sistemi che gestiscono l'acqua che beviamo, l'energia che consumiamo e i processi chimici che ci tengono in vita sono, per progettazione, molto più isolati di quanto la narrazione catastrofista lasci intendere.<br><br>**6.** Ora che lo sapete, potete pure riascoltarvi i soliti discorsi apocalittici sull'AI – quelli che vanno per la maggiore su LinkedIn, nelle conferenze e nei podcast – ma fatelo con una birra in mano. Perché tra un allarme sincero, una strategia di lobbying e una realtà fatta di sistemi scollegati, la verità è probabilmente più noiosa, ma anche più rassicurante, di quanto vogliano farci credere.<br><br>articolo: 1,2,3,4,5,6. Assumendo personalità, background e stile di scrittura di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/giovanni-sarpi/" data-type="page" data-id="94">Giovanni Sarpi</a>, descritte sopra nella chat, scrivi un Articolo; usa un tono brillante; evita le ripetizioni, le formule "non... non... non...", "ed è qui che...", "è qui che...", se non in maniera molto occasionale.</pre>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Il dovere di non semplificare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 09:56:44 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">A Venezia <em>NAZA</em> ha ricevuto venticinque minuti di applausi. Venticinque. In un festival dove il pubblico sa essere generoso, ma anche molto allenato alla posa culturale, è un dato che colpisce. Il film, diretto dai giornalisti israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, raccoglie le testimonianze anonime di militari e uomini dell’intelligence israeliana e sostiene che a Gaza siano stati utilizzati sistemi di sorveglianza e selezione dei bersagli capaci di trasformare la morte dei civili in una variabile prevista e accettata. Il titolo è già un programma: <em>NAZA</em> è un acronimo militare israeliano utilizzato per indicare il numero di civili che si prevede possano essere uccisi durante un attacco aereo, una formula burocratica per tradurre esseri umani in una cifra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un documentario importante? Probabilmente sì. È sconvolgente? Certamente. Le testimonianze che contiene sono accuse gravissime e meritano di essere prese sul serio. Ma venticinque minuti di applausi restano venticinque minuti di applausi: misurano l’impatto di un’opera, non certificano automaticamente le sue conclusioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo dico subito per evitare il solito gioco delle tifoserie: io non difendo Benjamin Netanyahu, il suo governo o l’esercito israeliano. Se sono stati commessi crimini di guerra, devono essere accertati e perseguiti. Se sono state impartite disposizioni illegali, devono emergere responsabilità individuali e di comando. Se qualcuno ha deliberatamente trasformato la popolazione civile in un bersaglio, la questione è ancora più grave. Ma proprio perché parliamo di morti, bambini, famiglie cancellate e una devastazione immensa, mi rifiuto di ridurre tutto alla domanda più comoda: chi sono i cattivi e chi sono le vittime?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un civile ucciso resta un civile ucciso. Poi bisogna capire come sia morto, durante quale operazione e contro quale obiettivo. È la differenza tra un giudizio morale, che può essere immediato, e un’accusa penale, che richiede fatti e responsabilità precise.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel diritto internazionale umanitario, l’esistenza di un obiettivo militare legittimo non chiude la questione. Entrano in gioco distinzione, proporzionalità e precauzioni: anche un attacco contro un obiettivo legittimo può essere illecito se il danno previsto ai civili è eccessivo rispetto al vantaggio militare concreto e diretto atteso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo rende fondamentale una distinzione spesso perduta nel dibattito pubblico. Sapere che durante un bombardamento moriranno civili e accettare questo rischio non significa automaticamente volerli uccidere. Può esserci una condotta criminale, una scelta sproporzionata, una valutazione gravemente negligente oppure, in determinate circostanze, un attacco conforme alle regole della guerra. A stabilirlo sono le circostanze concrete, non il numero dei morti preso isolatamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi il contesto. Hamas ha combattuto e continua a operare in un ambiente urbano densamente popolato, utilizzando anche infrastrutture e aree civili. È un fatto che non può essere cancellato perché disturba una narrazione. Questo, però, non offre a Israele una licenza di caccia: le responsabilità di Hamas restano responsabilità di Hamas; gli obblighi dell’altra parte restano intatti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono stati utilizzati avvisi, volantini, messaggi telefonici, SMS, telefonate e ordini di evacuazione. Nulla di tutto questo rende automaticamente legittimo un bombardamento. Le Nazioni Unite hanno documentato più volte situazioni nelle quali gli ordini di evacuazione conducevano civili verso aree sovraffollate, insicure o comunque prive di condizioni adeguate per la loro protezione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema del genocidio è ancora più delicato. Un numero enorme di morti civili, per quanto atroce, non dimostra da solo l’intenzione specifica richiesta per configurarlo. Nemmeno una condotta militare brutale basta automaticamente a dimostrarla. La Convenzione sul genocidio richiede l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo protetto in quanto tale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Corte internazionale di giustizia ha adottato misure provvisorie nel procedimento avviato dal Sudafrica, imponendo a Israele obblighi relativi alla prevenzione degli atti previsti dalla Convenzione. Ma quelle misure non equivalgono a una sentenza definitiva secondo cui Israele avrebbe già commesso un genocidio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le testimonianze di <em>NAZA</em>, se confermate, possono essere devastanti. Possono mostrare procedure, criteri operativi e decisioni che meritano un’indagine. Ma una testimonianza, per quanto drammatica, va valutata alla luce di chi parla, del ruolo che ricopriva e degli episodi cui si riferisce. È da lì che comincia l’accertamento delle responsabilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E c’è un’altra cosa che mi interessa molto più di quanto sembri. Io non auguro agli israeliani di «disperdersi nuovamente per il mondo». Nessuno ha il diritto di parlare a nome del mondo come se possedesse un grande timbro morale universale. Gli israeliani non sono Netanyahu. I palestinesi non sono Hamas. Un governo non coincide con un popolo e un’organizzazione armata non coincide con un’intera popolazione. Se cominciamo a considerare una collettività responsabile delle decisioni dei suoi dirigenti, abbiamo già abbandonato il principio fondamentale che diciamo di voler difendere: la protezione dei civili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione, alla fine, è molto meno elegante di quanto piaccia ai festival, ai talk show e ai social network. Ci sono morti palestinesi innocenti. Ci sono ostaggi israeliani. Ci sono crimini commessi da Hamas. Ci sono accuse gravissime rivolte all’esercito israeliano. Ci sono responsabilità individuali da accertare. E ci sono parole — «genocidio», «collaterale», «terrorista», «resistenza», «proporzionalità» — che vengono spesso utilizzate come armi retoriche prima ancora di essere prese sul serio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo <em>NAZA</em> merita di essere visto, discusso e anche contestato. Un documentario che accusa l’apparato militare di uno Stato di avere trasformato la morte dei civili in una variabile calcolabile non è un oggetto da applaudire o demonizzare a seconda della propria appartenenza. È un’accusa. E se le accuse sono vere, saranno tanto più devastanti quanto più sarà difficile contestarle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Venticinque minuti di applausi raccontano che il film ha colpito qualcosa. Il resto dovranno raccontarlo le prove. Perché quando si parla di persone uccise, di crimini e di responsabilità, l’emozione può aprire la porta. Ma poi bisogna entrare.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Serena Russo)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>intro: Ho seguito l’accoglienza a NAZA a Venezia: 25 minuti di applausi per un documentario durissimo su Gaza. Ma già il titolo dice molto: NAZA in ebraico significa “danno collaterale”. Chi l’ha fatto ci ha giocato, orientando lo spettatore prima ancora delle testimonianze.<br><br>parte 1: Non difendo Netanyahu, il suo governo o l’esercito israeliano. Se ci sono crimini, vanno accertati e perseguiti. Proprio per questo non accetto che una tragedia simile venga ridotta a “chi uccide” contro “vittime” senza contesto. E dire che distinguere tra vittime civili, crimini di guerra, intenzionalità e genocidio “diluisce l’orrore” è il problema: l’orrore deve renderci più rigorosi, non meno.<br><br>parte 2: Il punto centrale è giuridico: prevedere e accettare la morte di civili come conseguenza di un attacco non significa automaticamente volerli uccidere. La domanda non è solo “sono morti civili?”, ma anche: qual era l’obiettivo militare? Era proporzionato? C’erano alternative? Sono state prese precauzioni? Chiedere quali fatti provino quale accusa non è giustificare Netanyahu: è rifiutare lo slogan.<br><br>parte 3: Il contesto non cancella nulla: Hamas combatte in aree densamente popolate e usa infrastrutture civili. Israele ha usato avvisi, SMS, volantini e ordini di evacuazione. Questo non dà carta bianca a Israele e non trasforma ogni vittima in “danno collaterale” legittimo. Ma non può essere ignorato.<br><br>parte 4: Sul genocidio: l’alto numero di vittime o regole d’ingaggio atroci non bastano da soli a dimostrare l’intenzione specifica di distruggere un popolo in quanto tale. Le testimonianze dei militari israeliani sono prove serie, ma vanno interpretate: sapere che dei civili sarebbero morti non equivale a volerli uccidere, né a provare l’intento genocidario. Sono accuse diverse, con prove diverse.<br><br>parte 5: Ma soprattutto, non spero che il popolo israeliano “si disperda nel mondo un’altra volta”, e nessuno può parlare a nome del “mondo”. I popoli non sono collettivamente colpevoli dei loro governi. Vale per i palestinesi, vale per gli israeliani. Altrimenti non difendiamo i civili: scegliamo solo quali civili meritano empatia. I 25 minuti di applausi misurano l’impatto emotivo, non la certezza delle conclusioni.<br>    <br>articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.    <br>    <br>Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/serena-russo/" data-type="page" data-id="75">Serena Russo</a>; usa un tono tagliente e ironico. Rendilo immersivo. Non abusare dell'aggettivo "geopolitico", e della forma "non... non... non...". Fallo in paragrafi compatti, non pieno di a capo. non usare "e qui..." se non il minimo indispensabile. Non dare titoli ai paragrafi.</pre>
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		<title>Un santo! Un apostolo!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 08:27:23 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">A un anno dalla morte di Charlie Kirk, mentre una parte dell’estrema destra occidentale lo trasforma in un idolo, in un martire e ormai quasi in un santino, sento il bisogno di ricordare che prima di diventare un’immagine sulle magliette e un nome da pronunciare con commozione alle convention c’era un uomo. E quell’uomo aveva delle idee. Parecchie. Alcune perfettamente legittime in una democrazia, altre decisamente meno presentabili. Il problema della santificazione è proprio questo: prende una persona concreta, con le sue opinioni, le sue contraddizioni e le sue responsabilità, e la trasforma in una superficie liscia sulla quale ciascuno può proiettare ciò che preferisce. Kirk diventa così “il ragazzo che difendeva la libertà di parola”, “il giovane conservatore che aveva il coraggio di sfidare il sistema”, “il martire della libertà”. Tutto molto edificante. Peccato che, se si torna alle sue parole invece di fermarsi al santino, il quadro diventi parecchio meno rassicurante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Kirk non era un passante capitato per caso nella destra americana. Aveva fondato Turning Point USA, costruito una macchina mediatica e organizzativa considerevole e contribuito a mobilitare una generazione di giovani conservatori. Aveva soprattutto capito molto bene il funzionamento della comunicazione contemporanea: il conflitto è più vendibile della spiegazione, la provocazione più memorabile dell’argomentazione e un avversario umiliato produce molto più engagement di uno convinto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I suoi celebri confronti nei campus funzionavano esattamente secondo questa logica. Il giovane conservatore arriva nel covo dei progressisti, prende il microfono e sfida il sistema. L’immagine era perfetta: il ragazzo contro l’establishment, la libertà contro la censura, il libero pensatore contro il politicamente corretto. Una piccola commedia con un pubblico già pronto a fare il tifo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente questo non rendeva automaticamente falsi i suoi argomenti. Sarebbe una conclusione piuttosto infantile. Kirk aveva anche individuato una debolezza reale di una certa sinistra americana: la tendenza a trattare il dissenso come un difetto morale e a confondere la protezione delle minoranze con il diritto di stabilire quali opinioni possano essere pronunciate senza essere immediatamente espulse dal consesso degli esseri umani presentabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema arrivava quando la libertà di parola diventava soprattutto una tecnica di combattimento. Il confronto veniva organizzato come uno spettacolo con un vincitore e uno sconfitto, spesso davanti a studenti molto più giovani e meno esperti del professionista che avevano davanti. Kirk non aveva bisogno di censurare l’avversario: gli bastava costruire il palcoscenico nel quale la sua risposta sarebbe diventata una clip da milioni di visualizzazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era una forma di comunicazione perfettamente contemporanea: libertaria nel linguaggio, gladiatoria nella pratica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E dietro quello spettacolo emergevano idee molto meno innocue.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prendiamo la questione razziale. Kirk arrivò a definire un errore l’approvazione del Civil Rights Act del 1964 e, nel 2024, disse che quella legge aveva creato una sorta di mostro poi trasformato in un’“arma anti-bianca”. Quando gli venne contestata la sua posizione su Martin Luther King Jr., confermò di considerare quella una sua opinione “molto, molto radicale” e ribadì che il Paese aveva commesso un errore approvando il Civil Rights Act.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo aggiunse frasi che rendono difficile archiviare tutto come una semplice disputa filosofica sulla libertà individuale. Nel gennaio 2024, parlando nel suo programma, disse che se vedeva un pilota nero pensava: “Spero proprio che sia qualificato”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immagino già l’obiezione: era una provocazione. Certo. La provocazione, però, ha una caratteristica fastidiosa: prima o poi bisogna guardare ciò che provoca. Se la presenza di una persona nera in una posizione di responsabilità viene associata spontaneamente al dubbio sulla sua competenza, il problema non è la battuta poco elegante. È il pregiudizio che la battuta rende esplicito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E Martin Luther King? Kirk arrivò a definirlo “awful” e “non una brava persona”. Non è necessario trasformare King in un santo intoccabile per trovare questa posizione quantomeno singolare. Aveva difetti, contraddizioni, errori e una vita privata tutt’altro che immacolata. Fu anche una delle figure centrali della lotta contro la segregazione razziale americana. Contestarlo è legittimo; inserirlo in una narrazione nella quale il Civil Rights Act appare come un errore storico appartiene invece a una precisa rilettura della storia americana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il meccanismo è abbastanza chiaro: una conquista civile viene reinterpretata come una perdita subita da qualcun altro. L’integrazione diventa discriminazione al contrario, i diritti diventano privilegi, l’uguaglianza diventa persecuzione. È un modo molto efficiente di trasformare il risentimento in appartenenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi arrivano le donne.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui la faccenda diventa persino più curiosa, perché il conservatorismo americano ha prodotto negli ultimi anni una quantità considerevole di donne brillanti, istruite, ambiziose e politicamente aggressive. Donne che parlano in pubblico, dirigono organizzazioni, conducono programmi televisivi, fanno politica, costruiscono carriere. Tutte attività che, secondo una certa concezione tradizionalista della società, sembrerebbero richiedere almeno una piccola autorizzazione patriarcale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Kirk, invece, aveva una concezione molto più tradizionale del posto della donna. Nell’agosto 2025 invitò Taylor Swift a “rifiutare il femminismo”, a sposarsi, avere molti figli e “sottomettersi al marito”, aggiungendo: “Non sei tu quella che comanda”. Aveva inoltre criticato il fatto che Swift avesse privilegiato la carriera e fosse arrivata a 35 anni senza figli, sostenendo che matrimonio e maternità l’avrebbero resa più conservatrice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È difficile trovare una dimostrazione più limpida del principio: cara signora, hai avuto troppo successo, adesso siediti e facciamo finta che sia tutto un equivoco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sposarsi e avere figli è una scelta meravigliosa per chi lo desidera. Lo è anche non sposarsi. Lo è avere figli. Lo è non averne. Lo è fare carriera. Lo è dedicarsi alla famiglia. Una società libera dovrebbe lasciare alle persone la possibilità di scegliere quale combinazione di queste cose desiderano per la propria vita. Kirk proponeva invece un modello gerarchico nel quale l’emancipazione femminile diventava qualcosa da correggere e la subordinazione al marito una virtù da recuperare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La contraccezione, del resto, era stata da lui collegata alla nascita di “donne giovani arrabbiate e amareggiate”, destinate poi a diventare parte del “partito dell’amarezza”. È una curiosa teoria della storia: milioni di donne conquistano strumenti per decidere autonomamente della propria vita e la spiegazione diventa che sono diventate arrabbiate. Dev’essere una particolare forma di nostalgia per i tempi in cui le alternative erano semplicemente meno numerose.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul terreno della sessualità e dell’identità di genere, il linguaggio di Kirk diventava ancora più assoluto. La transizione di genere veniva descritta come una menzogna; il movimento transgender come un fenomeno distruttivo e, nella sua lettura religiosa, come una ribellione contro un ordine naturale stabilito da Dio. Arrivò a definire l’essere transgender un “dito medio alzato verso Dio”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche qui è utile distinguere. Una persona può avere convinzioni religiose profondamente conservatrici sull’identità sessuale senza essere automaticamente un mostro. Milioni di credenti hanno opinioni tradizionali sulla famiglia e riescono comunque a vivere accanto agli altri esseri umani con educazione e buon senso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema nasce quando una convinzione religiosa viene trasformata in una teoria secondo cui l’altro non sta semplicemente vivendo diversamente da noi: sta vivendo contro l’ordine morale del mondo. A quel punto il confronto pubblico smette di occuparsi soltanto delle regole della convivenza e comincia a stabilire quali forme di vita debbano essere considerate legittime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è a questo punto che la parabola di Kirk diventa particolarmente interessante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">All’inizio della sua carriera Turning Point USA si presentava soprattutto come un’organizzazione conservatrice legata al libero mercato, al governo limitato e alla libertà individuale. Kirk stesso, ancora nel 2018, sosteneva l’importanza della separazione tra Chiesa e Stato. Negli anni successivi il baricentro cambiò.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Kirk cominciò a parlare sempre più esplicitamente di una battaglia spirituale per il futuro dell’America. Il conflitto non era più soltanto fra repubblicani e democratici, conservatori e progressisti, tasse alte e tasse basse. Era diventato uno scontro fra la cristianità e quelli che venivano rappresentati come i suoi nemici: il leftismo, il wokeismo, il marxismo, l’Islam.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2020 arrivò a elogiare Donald Trump perché, secondo lui, comprendeva le cosiddette “sette montagne” dell’influenza culturale: religione, governo, media, istruzione, cultura, intrattenimento e affari. Il progetto diventava così una strategia per riconquistare l’intera società, non soltanto per vincere le elezioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nacque poi TPUSA Faith, dedicata all’organizzazione di cristiani e pastori, con l’obiettivo dichiarato di “eliminare il wokeismo dal pulpito americano”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo passaggio è importante perché mostra l’evoluzione della sua destra: dalla difesa del libero mercato e della libertà individuale alla guerra culturale come progetto complessivo di trasformazione sociale. Quando il confronto viene descritto come una battaglia spirituale, l’avversario rischia di smettere di essere semplicemente qualcuno con cui si perde un’elezione. Diventa qualcuno che rappresenta il male.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è una trasformazione pericolosa qualunque sia il colore di chi la compie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo trovo singolare la maniera in cui oggi Kirk viene ricordato come apostolo del dialogo e della libertà. La libertà di parola che difendeva era reale e importante. Ma conviveva con una visione fortemente anti-progressista, con una rilettura assai problematica delle conquiste del movimento per i diritti civili, con un tradizionalismo marcato sul ruolo delle donne, con l’ostilità verso la cultura LGBTQ e con una progressiva saldatura fra cristianesimo e potere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo, sia chiaro, non significa che ogni suo sostenitore fosse razzista, misogino, omofobo o teocratico. Sarebbe una sciocchezza speculare a quella che gli si rimprovera. Un movimento può attirare persone per ragioni molto diverse: rabbia verso le élite, insofferenza verso il linguaggio progressista, convinzioni economiche, fede religiosa, paura del cambiamento, semplice simpatia per un comunicatore efficace. La società reale è sempre più disordinata dei suoi manifesti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Kirk aveva talento nel prendere paure e frustrazioni già presenti nella società americana e trasformarle in una narrazione coerente. Il mondo contemporaneo gli appariva come una macchina progressista che aveva sottratto agli americani qualcosa: autorità, famiglia tradizionale, religione, prestigio nazionale, una certa idea di mascolinità, un certo ordine culturale. La sua risposta consisteva nel promettere di riprenderselo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una formula antica, adattata magnificamente ai social: qualcuno vi ha portato via il vostro mondo e io vi indicherò il colpevole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo la sua morte, la trasformazione in simbolo ha ricevuto un’accelerazione naturale. La morte violenta rende facilmente il leader un martire e il martire, a differenza dell’uomo in carne e ossa, non deve più rispondere alle domande scomode. Non deve correggere una posizione, ammettere un errore, spiegare una contraddizione. È morto, dunque ha avuto l’ultima parola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il movimento che Kirk ha lasciato continua a celebrarlo come figura centrale e la retorica della battaglia spirituale è rimasta fortemente presente nell’organizzazione. La vedova Erika Kirk ha assunto la guida di Turning Point.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È comprensibile che una famiglia pianga un marito e un padre. È comprensibile che gli amici lo ricordino con affetto. Una democrazia adulta dovrebbe però riuscire a tenere insieme due pensieri semplici: si può condannare l’assassinio di Charlie Kirk e, nello stesso tempo, continuare a criticare duramente le sue idee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anzi, sarebbe proprio questo il modo più serio di rispettare la libertà di parola che Kirk diceva di amare tanto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordarlo soltanto come vittima significa cancellare tutto il resto. Io preferisco ricordarlo intero: il comunicatore capace, il costruttore di consenso, l’uomo che aveva capito come trasformare la provocazione in spettacolo e il risentimento in appartenenza, ma anche il leader che sosteneva posizioni molto precise sulla razza, sul ruolo delle donne, sull’identità di genere e sul rapporto fra cristianesimo e potere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo non è il conservatorismo nel senso rispettabile che la parola dovrebbe avere in una democrazia. Il conservatorismo, nella sua versione migliore, conserva ciò che ritiene prezioso e diffida delle rivoluzioni improvvisate. La reazione guarda invece al presente e sogna di riportare indietro l’orologio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Kirk si spostava sempre più verso la seconda categoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La santificazione è una forma molto elegante di censura: elimina tutto ciò che disturba il ritratto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E io, da giornalista, ho sempre avuto una certa diffidenza per i ritratti troppo belli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Charlie Kirk non era un santo e non era soltanto il mostro che i suoi avversari più infervorati vorrebbero dipingere. Era qualcosa di più interessante e, proprio per questo, più inquietante: un comunicatore di talento che aveva saputo dare una forma organizzata a un vasto sentimento di perdita culturale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sua morte lo ha trasformato in un simbolo. Il compito di una società libera è impedire che il simbolo cancelli la storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché le idee, a differenza degli uomini, non muoiono insieme a chi le ha sostenute. E quelle di Charlie Kirk sono ancora lì. Più che un martire, dunque, sarebbe bene ricordare ciò che fu davvero: uno degli interpreti più efficaci di una destra americana che aveva smesso di chiedere semplicemente di conservare il proprio mondo e aveva cominciato a volerlo riconquistare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con gli interessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Luisa Bianchi)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Intro: A un anno dalla sua morte, mentre l'estrema destra occidentale lo trasforma in un idolo e in un martire, sento il bisogno di ricordare cosa c'era davvero al centro del pensiero di Charlie Kirk. Perché santificare un uomo significa cancellare le sue idee, e le sue idee erano tutt'altro che innocue: erano una crociata reazionaria contro tutto ciò che di civile e umano è stato conquistato negli ultimi sessant'anni.<br><br>parte 1: Kirk si presentava come un difensore della "libertà di parola", ma quella libertà era solo un contenitore vuoto. Il suo vero obiettivo era smantellare la cultura progressista, che definiva una "patologia in diffusione". Non voleva convincere: voleva umiliare. I suoi "dibattiti" nei campus universitari non erano confronti tra pari, ma spettacoli costruiti per demolire avversari scelti perché giovani, inesperti o privi di piattaforme. La libertà di parola era la sua arma, non il suo principio.<br><br>parte 2: Il cuore pulsante del suo pensiero era il razzismo, mascherato da "difesa dei valori occidentali". Kirk definì il Civil Rights Act del 1964 — la legge che pose fine alla segregazione razziale — un "errore" e un'"arma anti-bianca". Disse che quando vedeva un pilota nero pensava: "Spero proprio che sia qualificato". Attaccò Martin Luther King Jr., definendolo "awful" e "non una brava persona". E sostenne che le donne nere in posizioni di potere erano lì solo per le politiche inclusive, non per merito. Non era "discorso politico": era disprezzo razziale puro.<br><br>parte 3: La misoginia era altrettanto centrale. Kirk diceva alle donne di "rifiutare il femminismo" e "sottomettersi al marito". Sosteneva che le donne dovessero privilegiare matrimonio e figli invece delle carriere. La contraccezione, secondo lui, creava "donne giovani arrabbiate e amareggiate" che poi diventavano "il partito dell'amarezza". Il suo ideale di donna era una madre obbediente, chiusa in casa, senza ambizioni proprie. Un patriarcato che lui stesso, con il suo linguaggio, rendeva esplicito.<br><br>parte 4: Sul genere e sulla sessualità, Kirk non si limitava a criticare: disumanizzava. Definì la transizione di genere una "bugia" e il movimento trans "uno dei più distruttivi contagi sociali della storia umana". Disse che essere transgender era "un dito medio alzato verso Dio". La sua opposizione ai diritti LGBTQ non era politica: era teologica, ontologica, un rifiuto della loro stessa esistenza.<br><br>parte 5: Il suo pensiero, infine, si è evoluto in qualcosa di ancora più radicale: il nazionalismo cristiano. Se nel 2018 Kirk si presentava come un libertario favorevole alla separazione tra chiesa e Stato, negli ultimi anni abbracciò la visione di una "battaglia spirituale" tra "la cristianità" e "l'american way of life" da un lato, e il "leftismo e l'Islam" dall'altro. Fondò persino TPUSA Faith, con la missione di "eliminare il wokismo dal pulpito americano". La sua crociata non era più solo politica: era una guerra santa.<br><br>parte 6: Quindi sì, ricordiamolo il "core" del suo pensiero. Non era un uomo coraggioso che diceva verità scomode. Era un uomo che ha costruito un impero sull'odio, sulla paura e sul risentimento. Il suo pensiero non era conservatorismo: era reazione. Non era dibattito: era propaganda. E santificarlo oggi significa solo una cosa: che quella stessa reazione è ancora viva, e sta cercando nuovi martiri.<br><br>Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6; approfondisci dove ritieni necessario. Con tono particolarmente pungente e divertito. <br><br>Assumendo personalità, background e stile di scrittura di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/luisa-bianchi/" data-type="page" data-id="71">Luisa Bianchi</a>, scrivi un approfondito articolo. Usa il suo tono ironico e leggero, col giusto umorismo. Non usare la domanda retorica. Usa il meno possibile la formula "non... non... non...". Usa il meno possibile "E qui". Non dare titoli ai paragrafi. Non esagerare con gli a capo, l'articolo deve avere un formato leggibile.</pre>
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		<title>Il popolo populista</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 13:02:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Oggi mi sento un po’ Nonno Simpson che inveisce contro le nuvole. Abbiate pazienza e, se possibile, tolleratemi. Perché continuo a trovare intollerabilmente ingenua l’idea che il popolo, in quanto popolo, sia buono. Che abbia sempre ragione. Che sia depositario di una saggezza naturale che le élite, i professori, gli intellettuali e naturalmente i giornalisti [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Oggi mi sento un po’ Nonno Simpson che inveisce contro le nuvole. Abbiate pazienza e, se possibile, tolleratemi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché continuo a trovare intollerabilmente ingenua l’idea che il popolo, in quanto popolo, sia buono. Che abbia sempre ragione. Che sia depositario di una saggezza naturale che le élite, i professori, gli intellettuali e naturalmente i giornalisti avrebbero il vizio di non comprendere. Il popolo sarebbe autentico, mentre chi prova a istruirlo sarebbe elitista. Sarebbe progressista per definizione, perché rappresenterebbe la “gente comune”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">No.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il popolo è una collettività di esseri umani, con tutto ciò che questo comporta: intelligenza e stupidità, generosità e egoismo, solidarietà e paura, curiosità e pregiudizio. Quando ragiona, discute e si informa può essere una straordinaria forza democratica. Quando smette di farlo diventa una folla. E la folla ha una caratteristica terribile: ha bisogno di un bersaglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La democrazia moderna nasce proprio dalla consapevolezza che la maggioranza non può diventare proprietaria della società. Non significa soltanto che governa chi prende più voti; significa anche che chi ne prende meno conserva diritti, dignità e libertà. La maggioranza decide, ma non possiede il prossimo. Il populismo compie l’operazione opposta: prende la complessità, la riduce a una contrapposizione elementare e consegna alla folla un nemico. Gli immigrati, Bruxelles, i “professoroni”, i giudici, i giornalisti, i ricchi, i poveri, le minoranze, le multinazionali, i traditori. L’elenco cambia secondo necessità, il meccanismo resta identico: semplificare il mondo, trovare un colpevole, chiedere al popolo di seguirci contro di lui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Su questo terreno l’analfabetismo funzionale attecchisce magnificamente. E occorre essere precisi: non parliamo di chi non conosce il congiuntivo o non ha letto Platone. Una persona può avere una laurea e comprendere pochissimo di ciò che legge, così come può aver lasciato la scuola presto e possedere una straordinaria capacità di interpretare la realtà. Il problema riguarda abilità assai più concrete: capire una bolletta, interpretare un contratto, comprendere una percentuale, seguire un ragionamento, individuare la tesi di un articolo, distinguere una correlazione da una causa, riconoscere quando un dato viene presentato fuori contesto. La cosa più inquietante è che spesso chi possiede competenze insufficienti non se ne rende conto. Se so di non capire un testo, posso chiedere aiuto. Se sono convinto di averlo capito quando ne ho afferrato soltanto qualche parola, sono un bersaglio molto più facile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pensiamo a una campagna elettorale. Un candidato presenta un numero senza spiegare la base di partenza. Un avversario viene accusato di aver provocato un problema che esiste da vent’anni. Una percentuale diventa una sentenza. Un titolo viene scambiato per il contenuto dell’articolo. Per accorgersene bisogna prima saper leggere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scuola, dunque, entra necessariamente in questa storia. L’Italia ha impiegato decenni per costruire un’istruzione realmente accessibile alle masse. È stata una conquista enorme, perché la scuola dell’Italia liberale e quella del primo dopoguerra erano ancora profondamente classiste: il figlio dell’operaio e quello del professionista non partivano affatto dallo stesso punto. Poi abbiamo commesso un errore. Abbiamo cominciato a confondere l’uguaglianza delle opportunità con l’uguaglianza dei risultati. Abbiamo guardato con sospetto la valutazione, la bocciatura, il merito, la fatica. In certi ambienti è persino maturata l’idea che pretendere qualcosa da uno studente costituisse già una forma di violenza sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È stato un errore enorme, soprattutto a sinistra. Don Lorenzo Milani aveva compreso una cosa semplicissima e rivoluzionaria: il potere passa anche attraverso le parole. Chi possiede più parole possiede più strumenti per capire, contestare, negoziare, difendersi. Il padrone può comandare anche perché conosce il linguaggio con cui il mondo viene amministrato. Una parte della sinistra ha conservato la metà più facile di quella lezione e dimenticato la più difficile. Ha detto: non bisogna bocciare. Avrebbe dovuto dire: dobbiamo mettere tutti nelle condizioni di non essere bocciati, portandoli davvero al livello richiesto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vecchio movimento operaio lo aveva capito. Nelle sezioni si insegnava a leggere, si discutevano giornali e libri. Il PCI formava i propri quadri alle Frattocchie perché riteneva che governare una società richiedesse studio, disciplina intellettuale, conoscenza. I suoi eredi hanno finito talvolta per considerare la richiesta di competenze quasi una forma di discriminazione. Abbiamo rimosso l’ostacolo alla partenza e, invece di costruire un percorso perché tutti potessero affrontarlo, abbiamo fatto cominciare il percorso dal traguardo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa è una storia. Ma ce n’è un’altra, che procede parallelamente e che non va confusa con la prima. Anche la politica è cambiata, e non perché qualcuno avesse progettato a tavolino una popolazione ignorante da manipolare. Sarebbe una spiegazione troppo semplice, oltre che abbastanza consolatoria. La scuola si è trasformata seguendo la propria traiettoria, fra buone intenzioni, errori pedagogici, ideologie e progressiva perdita di prestigio dell’autorità. La classe dirigente, nel frattempo, ha scoperto che il vecchio modo di presentarsi al Paese funzionava sempre meno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Prima Repubblica aveva naturalmente i suoi vizi, e sarebbe ridicolo idealizzarla: clientelismo, correnti, compromessi, ipocrisie, una quantità industriale di democristiani capaci di dire una cosa in pubblico e il contrario in privato. Ma i suoi protagonisti appartenevano ancora a una cultura nella quale chi chiedeva il voto doveva almeno apparire all’altezza dell’incarico che chiedeva. Il linguaggio era spesso pomposo, le formule solenni, le tribune interminabili. I partiti avevano sezioni, giornali, scuole, apparati culturali. Un ministro doveva apparire competente. Un segretario di partito doveva possedere un lessico riconoscibile. Il leader poteva essere un vecchio arnese della politica, ma difficilmente faceva dell’ignoranza una virtù.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi arrivò la Seconda Repubblica e cambiò anche questo. Il dirigente che parlava difficile, citava dati, conosceva la storia e pretendeva di spiegare un problema complesso cominciò a sembrare distante. La televisione prima e i social poi premiarono la battuta rispetto all’argomentazione, l’immediatezza rispetto alla preparazione, la familiarità rispetto all’autorevolezza. Il candidato doveva essere “uno di noi”, parlare come “uno di noi”, arrabbiarsi per le stesse cose. La rispettabilità diventò sospetta. La competenza diventò tecnocrazia. La prudenza diventò vigliaccheria. La mediazione diventò inciucio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il populismo non fu dunque il prodotto di una grande macchinazione per mantenere ignoranti gli italiani. Fu, molto più banalmente, una nuova cultura del consenso. E quella cultura si incontrò con una società nella quale la domanda di competenza, di mediazione e di linguaggio istituzionale si era già indebolita. Il vecchio dirigente doveva convincere di essere preparato a governare; quello nuovo doveva convincere di essere esattamente come il proprio elettore. Non è la stessa cosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente sarebbe sciocco trasformare questa osservazione nella caricatura secondo cui gli elettori di destra sarebbero semplicemente ignoranti. La relazione fra istruzione, reddito e voto è molto più complessa. Quando Bonaccini sostiene che il voto alla destra sia quello di chi ha studiato meno, oppure quando la destra descrive i propri avversari come una congrega di professoroni e radical chic, siamo già dentro lo stesso meccanismo. L’istruzione non determina il voto. Il reddito non determina il voto. Una laurea non produce automaticamente democrazia, così come una licenza media non produce automaticamente fascismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’ignoranza, però, resta un problema. E trasformarla in un insulto significa renderla inutilizzabile come categoria di analisi. Se una parte della popolazione possiede strumenti più deboli per interpretare informazioni e argomentazioni, questo rende più difficile esercitare consapevolmente la cittadinanza. E quando, nello stesso ambiente culturale, il linguaggio pubblico premia la semplificazione, il terreno diventa particolarmente favorevole al dogmatismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dogma è la scorciatoia definitiva del pensiero: non richiede comprensione, richiede adesione. Aborto uguale omicidio. La famiglia autentica è soltanto quella tradizionale. La scuola vuole indottrinare i nostri figli. L’Occidente è decadente. Bisogna ripristinare l’ordine. Bisogna militarizzare questo o quello spazio. Bisogna punire chi offende il nostro gruppo. A quel punto la discussione è già finita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa più impressionante è osservare persone che reclamano continuamente libertà per sé e contemporaneamente desiderano disciplinare la vita degli altri: come debbano vivere le donne, quali famiglie siano rispettabili, cosa debbano insegnare gli insegnanti, quali parole siano ammissibili, quali comportamenti vadano puniti. Persino quando guardano con orrore il fondamentalismo altrui, talvolta ne invidiano inconsapevolmente la certezza. Non desiderano necessariamente la religione dell’altro: desiderano la tranquillità intellettuale di un mondo diviso senza esitazioni fra puro e impuro, bene e male, noi e loro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dubbio è faticoso. La cultura è faticosa. Comprendere è faticoso. Quando la complessità diventa insopportabile, la spiegazione più semplice acquista un fascino irresistibile. Non serve più capire il problema: basta sapere chi accusare. Il capo, a quel punto, non deve convincere; deve soltanto dare una forma alla rabbia e indicare dove indirizzarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La democrazia può così restare formalmente intatta mentre si svuota nella sostanza. I seggi aprono, le schede vengono scrutinate, le maggioranze si formano. Ma una maggioranza che considera i diritti delle minoranze un fastidio burocratico ha già smesso di comprendere pienamente la democrazia che esercita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’educazione, però, non è una vaccinazione contro la stupidità. Una persona colta può essere razzista, un professore universitario può essere complottista, un laureato può innamorarsi di una menzogna. Le emozioni che muovono il voto sono troppo potenti perché basti conoscere qualche libro per diventare immuni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cultura offre qualcosa di più modesto e, proprio per questo, più prezioso: strumenti. Permette di fermarsi davanti a una frase e domandarsi: davvero? Di leggere oltre il titolo. Di controllare un numero. Di cercare una fonte. Di distinguere un’opinione da un fatto. Di riconoscere che il proprio avversario può avere torto senza essere un mostro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dobbiamo quindi smettere con due illusioni speculari. Quella populista, secondo cui il popolo possiederebbe una saggezza naturale e chiunque provi a istruirlo sarebbe un elitista. E quella, altrettanto comoda, secondo cui se il popolo vota male basta definirlo ignorante e guardarlo dall’alto in basso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il popolo va rispettato abbastanza da essere educato. Abbastanza da pretendere qualcosa da lui. Abbastanza da dirgli che una società complessa non può essere governata attraverso quattro slogan urlati davanti a una telecamera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sinistra dovrebbe ricordarselo più di chiunque altro. L’istruzione e la cultura non sono decorazioni da mettere nei programmi elettorali. Sono strumenti di emancipazione. Sono la condizione materiale perché una persona possa essere davvero libera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altrimenti resta libera soltanto di scegliere chi le indicherà il prossimo nemico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora sì, chiamatemi pure Nonno Simpson. Ma lasciatemi almeno invecchiare continuando a pensare che insegnare alle persone a leggere il mondo sia una cosa un po’ più seria che blandirle.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Roberto De Santis)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Intro: Oggi mi sento Nonno Simpson che inveisce contro le nuvole, spero che mi tolleriate. Il popolo non è buono per natura. Non è saggio né automaticamente progressista. È una massa. Romanticizzarlo è un errore che ha conseguenze concrete: senza pensiero critico, diffida del diverso e cerca capri espiatori. La democrazia non è solo “vince chi ha più voti”: è anche diritti per chi ha meno voti. Il populismo gli dà un nemico, e la folla lo segue.<br><br>parte 1: Su questo attecchisce l’analfabetismo funzionale. In Italia il 37% degli adulti legge le parole, ma non capisce il testo. Non interpreta una bolletta, un contratto, un articolo. E non lo sa. Chi non arriva alla tesi non valuta un programma, non riconosce una manipolazione: è un bersaglio perfetto.<br><br>parte 2: Come ci siamo arrivati? Da un lato la scuola. L’Italia ha imparato a leggere per ultima, poi ha smesso di selezionare. Ha vinto la cultura del “sei politico”: inclusione come dogma, fatica come violenza, merito come vergogna. Don Milani aveva scritto che il padrone comanda perché conosce più parole dell’operaio. La sinistra ha preso la metà comoda — niente bocciature — e ha buttato via la metà faticosa: le parole. Il PCI insegnava a leggere agli operai nelle sezioni e formava i quadri alle Frattocchie. I suoi eredi hanno costruito la scuola che non insegna più a comprendere un testo. Ha rimosso l'ostacolo alla partenza e ha fatto cominciare il percorso dal traguardo.<br><br>parte 3: Dall’altro lato ci sono le classi politiche. Dalla Seconda Repubblica hanno progressivamente abbandonato ogni pudore e hanno abbracciato il populismo come metodo e come cultura. Non è solo il popolo ignorante: è l’offerta politica che parla per slogan, emozioni e nemici. Bonaccini dice che il voto a destra è di chi ha studiato poco; i dati dicono destra tra i meno istruiti, M5S tra i poveri, PD tra gli abbienti. L’ignoranza diventa alibi, non problema.<br><br>parte 4: L’esito è il dogmatismo. Persone che non hanno posizioni politiche: hanno dogmi. Aborto = omicidio, famiglia patriarcale, scuola che indottrina, Occidente decadente, leggi contro l’oltraggio, militarizzazione. Non odiano l’Islam fondamentalista: lo invidiano. Vivono di vittimismo, disprezzano la cultura, vogliono imporre agli altri la propria vita. Il legame è causale: se non capisci un testo, pensi per slogan. Se pensi per slogan, cerchi nemici. Se cerchi nemici, segui chi te li indica. Se segui chi te li indica, accetti i dogmi. La democrazia si svuota: non è più governo del popolo, è governo della folla contro le minoranze.<br><br>parte 5: L’educazione aiuta, ma non basta: l’emozione a cui il voto si appella è più forte di qualsiasi background culturale. Non fa miracoli. Ma aiuta. Senza educazione, però, l’emozione è solo rabbia. Smettiamo di idealizzare il popolo e di usare l’ignoranza come scusa. <br><br>articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.    <br>    <br>Assumendo personalità e stile di scrittura di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/roberto-de-santis/" data-type="page" data-id="98">Roberto De Santis</a>, scrivi un articolo; usa un tono brillante e polemico. Rendi l'articolo immersivo e partecipato. Non usare bullet list, solo paragrafi. No n iniziare con "C'è un...", "ci sono..." e formule di questo tipo. Usa il meno possibile "Ed è qui che...", "E qui...". Non abusare di "non... non... non...". Usa il meno possibile l'aggettivo "politico". Niente titoli ai paragrafi.</pre>
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		<title>Il cortocircuito economico della proposta Mélenchon</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 07:26:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Jean-Luc Mélenchon ha una particolare predilezione per le soluzioni che sembrano semplici proprio perché evitano accuratamente di interrogarsi sulle conseguenze. La proposta di cancellare il debito francese detenuto dalla Banca centrale europea appartiene a questa categoria: sulla carta consente di liberare risorse, alleggerire il peso del debito e finanziare un programma di spesa più ambizioso. [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Jean-Luc Mélenchon ha una particolare predilezione per le soluzioni che sembrano semplici proprio perché evitano accuratamente di interrogarsi sulle conseguenze. La proposta di cancellare il debito francese detenuto dalla Banca centrale europea appartiene a questa categoria: sulla carta consente di liberare risorse, alleggerire il peso del debito e finanziare un programma di spesa più ambizioso. Il problema è che un&#8217;economia reale non funziona come un foglio Excel sul quale basta cancellare una riga per far sparire il problema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Francia, infatti, ha due questioni distinte: uno stock di debito molto elevato e un disavanzo che continua ad alimentarlo. Cancellare una parte del primo non elimina il secondo. Se lo Stato continua a spendere più di quanto incassa, dovrà comunque trovare le risorse necessarie per finanziare la differenza. E se il programma prevede pensionamenti anticipati, aumenti salariali e nuove misure di spesa, il fabbisogno finanziario rischia semmai di crescere. In termini molto semplici, si cancella debito da una parte e lo si ricrea dall&#8217;altra attraverso nuove emissioni. Naturalmente la questione tecnica è più complessa, perché il debito detenuto dall&#8217;Eurosistema non è equivalente a quello posseduto da un investitore privato e una sua eventuale cancellazione avrebbe conseguenze anche sui bilanci delle banche centrali. Proprio per questo, però, l&#8217;operazione è tutt&#8217;altro che un pranzo gratis.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema più interessante arriva subito dopo. Immaginiamo che Parigi proceda alla cancellazione e che il giorno seguente debba tornare sul mercato per finanziare il nuovo disavanzo. Gli investitori potrebbero continuare ad acquistare titoli francesi: i mercati finanziari non ragionano secondo categorie morali e, se il rendimento è sufficiente, sono perfettamente capaci di finanziare anche situazioni rischiose. Ma il rendimento richiesto sarebbe la variabile decisiva. Una decisione interpretata come disponibilità dello Stato a modificare unilateralmente i propri impegni potrebbe aumentare il premio per il rischio. A quel punto il vantaggio ottenuto dalla cancellazione del debito potrebbe essere rapidamente eroso da un costo di finanziamento più elevato. E immaginare che la stessa banca centrale appena privata dei propri crediti possa trasformarsi automaticamente nel paracadute dell&#8217;operazione sarebbe, diciamo, una forma piuttosto creativa di ottimismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto, dunque, non è soltanto contabile. È la credibilità. Uno Stato vive anche della fiducia nella continuità delle proprie regole. Quando decide di modificare unilateralmente un impegno, il mercato prende nota. Non significa che il giorno dopo nessuno comprerà più un&#8217;obbligazione francese; significa che potrebbe voler essere pagato di più per comprarla. Per un Paese fortemente indebitato, la differenza non è affatto marginale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il problema del programma di Mélenchon è ancora più generale e riguarda il modo stesso in cui sembra concepire l&#8217;economia. La sua impostazione tende a trattarla come una fotografia che possa essere ritoccata senza alterare il soggetto fotografato. Prendiamo un&#8217;economia che produce cento. Decidiamo che alcuni prezzi sono troppo alti, che determinati salari devono aumentare, che alcuni margini sono eccessivi e che lo Stato deve intervenire per correggerli. Poi immaginiamo che, una volta applicate le nuove regole, quell&#8217;economia continui tranquillamente a produrre cento, distribuendo semplicemente il reddito in modo diverso. È una rappresentazione molto comoda. Ha soltanto un piccolo difetto: le economie non stanno ferme mentre qualcuno le modifica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prendiamo il controllo dei prezzi alimentari. Se il prezzo massimo imposto a un prodotto viene fissato al di sotto dei costi che rendono conveniente produrlo o distribuirlo, non abbiamo risolto l&#8217;inflazione per decreto. Abbiamo modificato l&#8217;incentivo a produrre e vendere quel prodotto. Il contadino può seminare meno, l&#8217;industria può ridurre la produzione, il supermercato può comprimere l&#8217;assortimento o cercare margini altrove. In presenza di scarsità, il prezzo artificialmente basso può trasformarsi in code, razionamento o mercato nero. Il prezzo che abbiamo cancellato dal cartellino può semplicemente ricomparire da un&#8217;altra parte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso vale per i salari. Aumentarli può essere perfettamente ragionevole quando la produttività lo consente, quando i margini sono sufficienti o quando si decide di redistribuire una parte dei guadagni di efficienza. Decretare aumenti generalizzati senza considerare produttività, costi, domanda e margini significa invece ignorare le reazioni successive. Le imprese possono assorbire una parte dell&#8217;aumento riducendo i profitti, trasferirne una parte sui prezzi, diminuire le assunzioni o modificare gli investimenti. In determinate condizioni può alimentarsi una nuova pressione inflazionistica; in altre, l&#8217;effetto può essere molto più contenuto. La variabile decisiva è sempre ciò che accade dopo il decreto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questo che definirei l&#8217;errore del “tempo zero”. Si prende una situazione iniziale, si introduce una modifica e si calcola immediatamente l&#8217;effetto desiderato, come se il sistema economico non avesse diritto di replica. Nella realtà arrivano il tempo uno, il tempo due, il tempo tre. Cambiano i comportamenti dei consumatori, delle imprese, dei lavoratori e degli investitori. Si modificano gli incentivi, le aspettative, le quantità offerte e quelle domandate. A volte la reazione rafforza l&#8217;obiettivo iniziale; altre volte lo attenua; in certi casi può produrre persino l&#8217;effetto opposto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo non significa affatto che l&#8217;economia debba essere lasciata a se stessa. Sarebbe una caricatura del liberalismo sostenere che qualsiasi intervento pubblico sia per definizione dannoso. Lo Stato può modificare profondamente le condizioni nelle quali operano imprese e cittadini, e spesso dovrebbe farlo: infrastrutture, istruzione, concorrenza, giustizia civile, semplificazione amministrativa, ricerca e innovazione hanno effetti molto più profondi di qualsiasi decreto sul prezzo di una baguette. La questione è scegliere dove intervenire. Migliorare le condizioni che permettono al sistema produttivo di funzionare meglio è una cosa; fissare dall&#8217;alto un parametro e ignorare tutte le reazioni che quel parametro provocherà è un&#8217;altra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da economista, devo ammettere che un esperimento del genere mi incuriosirebbe moltissimo. Vederlo applicato nella realtà permetterebbe di osservare con una certa chiarezza quanto rapidamente i comportamenti economici possano rendere inefficaci le intenzioni originarie di una politica. Da cittadina europea, però, preferirei che l&#8217;esperimento restasse sulla carta. La Francia è un Paese che amo e non credo abbia bisogno di trasformarsi nel laboratorio di una teoria economica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia economica è piena di governi convinti di poter cambiare una variabile senza modificare tutte le altre. È una tentazione comprensibile: la realtà appare molto più ordinata quando la si osserva prima che cominci a reagire. Il problema arriva il giorno dopo, quando imprese, lavoratori, risparmiatori e investitori entrano nella scena e scoprono di non aver ricevuto il copione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A quel punto la teoria deve fare i conti con la realtà. E il conto, quando la teoria ha sbagliato le sue premesse, tende ad arrivare a casa dei cittadini.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Emma Nicheli)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Intro: La proposta di Mélenchon di cancellare il debito francese detenuto dalla BCE sembra, a prima vista, un colpo di teatro. Ma è un'illusione contabile: la Francia ha due problemi gemelli, debito e deficit, e lui interviene solo sul primo. Il secondo, anzi, lo aggrava con il suo programma di spesa (pensioni anticipate, salari aumentati). E un deficit più ampio si copre come sempre: emettendo nuovi titoli di Stato. Insomma, si cancella da una parte e si ricrea dall'altra, spostando il problema senza risolverlo.<br><br>parte 1: Il vero cortocircuito, però, è la fiducia. Chi comprerebbe un nuovo titolo francese dopo aver visto lo Stato ripudiare unilateralmente un debito con la BCE? Gli investitori non fanno sottili distinzioni tra creditori pubblici e privati: vedono un esecutivo che, messo alle strette, calpesta i patti. Se acquisteranno, lo faranno solo a tassi molto più alti. Lo spread schizza, la spesa per interessi lievita e il risparmio teorico della cancellazione viene divorato. La BCE, per giunta, difficilmente soccorrerà chi l'ha appena sconfessata. Il giorno dopo la "liberazione", la Francia si ritrova con un costo del denaro alle stelle.<br><br>parte 2: Ma c'è un errore di fondo ancora più vasto, che attraversa tutto il programma di Mélenchon: considerare l'economia come un fermo immagine. Si parte da una situazione in cui si produce 100, si modificano prezzi, salari e margini, e si dà per scontato che tutto continui a produrre 100, immobile, come se le nuove regole non scatenassero conseguenze.<br><br>parte 3: Prendiamo gli esempi concreti: bloccando i prezzi dei beni alimentari sotto il costo di produzione, ci si aspetta che contadini e supermercati restino aperti in perdita. Alzando i salari per decreto, si pensa di calmare l'inflazione, quando invece i prezzi rincorrono i salari in una spirale senza fine. Questo è l'effetto del "tempo zero": si immagina che il sistema economico non reagisca al cambiamento. Ma al tempo uno, due e tre la realtà si adatta – e lo fa spesso riducendo produzione e offerta, esattamente l'opposto di quanto ci si prefigge.<br><br>parte 4: Questo non vuol dire che l'economia sia intoccabile; si può e si deve intervenire. Ma un intervento serio accompagna i cambiamenti e favorisce le produzioni più virtuose, invece di imporre dall'alto parametri fissi ignorando gli incentivi. La visione di Mélenchon, invece, salta a piè pari la dinamica delle reazioni, come se la realtà fosse un dipinto da ritoccare e non un organismo vivente che risponde ai colpi che riceve.<br><br>parte 5: Da un lato, sarei curiosa di vedere l'esperimento dal vivo, per misurare il cortocircuito; dall'altro, amo la Francia e non le auguro di fare da cavia. Perché quando la teoria dirigista si scontra con i meccanismi di mercato e con la psicologia degli investitori, il conto è sempre salato – e a pagarlo, alla fine, non sono i teorici, ma i cittadini.<br><br>articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.<br><br>Assumendo la personalità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/emma-nicheli/" data-type="page" data-id="63">Emma Nicheli</a>, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia.  Rendi l'articolo immersivo. Non usare "i numeri raccontano una storia...", non abusare degli aggettivi "politico" e "geopolitico". Non iniziare con "C'è...", non abusare di "e qui...", "ed è", "ed è qui che" e di successioni di "non... non... non...". Non mi intitolare i paragrafi</pre>
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		<title>Ok, Panico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 07:22:44 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Il 44 per cento e passa conquistato dall’AfD in Sassonia-Anhalt non è uno di quei risultati che si possono archiviare con un’alzata di spalle e la formula rassicurante della “specificità locale”. È una regione dell’Est tedesco, con una storia particolare e problemi particolari, ma se continuiamo a guardare ogni elezione come un episodio isolato rischiamo di accorgerci della storia europea quando sarà già arrivata alla fine del capitolo. La destra radicale cresce praticamente ovunque, raccoglie consensi che fino a qualche anno fa sembravano impensabili e riesce a parlare a paure, frustrazioni e rabbie reali. Fermarsi qui, però, significa raccontare soltanto metà della storia. Il disagio può essere il combustibile, ma qualcuno deve pur costruire il motore, decidere la direzione e spiegare al conducente che andare a tutta velocità contro il muro è perfettamente ragionevole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda, allora, è come abbiano fatto movimenti rimasti per decenni ai margini a trasformarsi in forze apparentemente inarrestabili. Le difficoltà economiche, l’immigrazione, la crisi della rappresentanza e la sfiducia verso le istituzioni sono fattori importanti, e liquidarli con sufficienza sarebbe un errore. Ma quelle fratture sono diventate anche terreno fertile per attori esterni che hanno imparato a sfruttarle con notevole precisione. Ed è proprio osservando il modo in cui questi attori intervengono che si vede quanto sia cambiato il campo di battaglia: non più soltanto partiti, comizi e televisioni, ma piattaforme digitali, reti finanziarie, propaganda e gigantesche macchine di amplificazione. Due protagonisti, con strumenti e metodi molto diversi, spiccano su tutti: Elon Musk e la Russia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Musk rappresenta la versione sfacciatamente visibile di questo meccanismo. Non deve finanziare clandestinamente un partito o costruire una rete segreta: gli basta possedere una delle più grandi piattaforme di comunicazione politica del pianeta e usarla per decidere chi merita attenzione. X è diventato un megafono globale e l’AfD uno dei destinatari privilegiati di quella amplificazione. Musk l’ha definita “l’unica speranza” per la Germania, ha dato spazio ai suoi dirigenti e ha portato il partito direttamente davanti a un pubblico internazionale che nessuna formazione tradizionale potrebbe raggiungere con la stessa facilità. In un sistema nel quale l’attenzione è la moneta più preziosa, regalare quella quantità di attenzione a un partito equivale a consegnargli un gigantesco palco e dirgli che il microfono è già acceso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la cosa interessante è che questa operazione non riguarda soltanto la Germania. Musk sembra vedere nella destra radicale europea qualcosa di più di una somma di partiti nazionali: una rete internazionale accomunata dall’ostilità all’immigrazione, alla regolamentazione, alle politiche ambientali e a una parte consistente dell’architettura istituzionale europea. Il progetto ha anche un risvolto perfettamente compatibile con i suoi interessi: meno vincoli per i grandi gruppi economici, meno regolamentazione, maggiore libertà d’azione per chi possiede capitale e piattaforme. In fondo è una filosofia semplicissima: meno Stato dove può disturbare i miliardari, più Stato dove può disturbare tutti gli altri. Una visione del mondo sorprendentemente efficiente, soprattutto quando il mondo lo si guarda dall’attico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Russia lavora sulla stessa frattura con un metodo opposto. Dove Musk interviene alla luce del sole, Mosca tende a muoversi nell’ombra; dove il primo usa la visibilità, la seconda usa denaro, intermediari, disinformazione e reti clandestine. Da anni il Cremlino utilizza strumenti di guerra ibrida per alimentare divisioni, indebolire le democrazie occidentali e sostenere forze politiche utili ai propri interessi. Tra il 2014 e il 2022, secondo le stime disponibili, sarebbero stati impiegati oltre 300 milioni di dollari per finanziare partiti della destra radicale europea attraverso reti occulte. Una di queste, Voice of Europe, è diventata emblematica di questo sistema. Anche nell’orbita dell’AfD sono emersi esponenti finiti sotto indagine per presunti finanziamenti riconducibili a intermediari russi e passaggi in criptovalute, in cambio di una linea favorevole a Mosca: stop alle sanzioni, stop agli aiuti all’Ucraina, fine del sostegno europeo a Kiev.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza tra i due è quindi soprattutto nel metodo. Musk offre alla destra radicale qualcosa che la politica tradizionale fatica sempre più a controllare: attenzione, legittimazione e una platea globale. La Russia cerca invece di sfruttare le stesse vulnerabilità attraverso operazioni più opache, creando denaro, narrazioni e connessioni dove possono diventare politicamente utili. Non serve immaginare una cabina di regia comune per capire che gli effetti possono convergere: indebolire il centro democratico, esasperare le divisioni, rendere rispettabili posizioni che prima erano marginali e trasformare la rabbia sociale in consenso organizzato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe però troppo comodo raccontare la storia come quella di milioni di europei manipolati da Musk e Putin davanti a un gigantesco pannello di controllo. Non funziona così. Nessuno può inventarsi dal nulla milioni di elettori. La propaganda può amplificare una domanda politica, il denaro può alimentarla, una piattaforma può moltiplicarne la portata, ma perché tutto questo trovi terreno fertile bisogna guardare anche dentro la società che lo accoglie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per capire che cosa stia davvero crescendo, basta smettere per un momento di ascoltare gli slogan e leggere i programmi. L’AfD della Sassonia-Anhalt ha messo nero su bianco 302 misure. Dentro quelle pagine c’è una precisa idea di società: l’offensiva sulla “remigrazione”, il ritorno allo <em>ius sanguinis</em>, la cancellazione dei programmi contro il razzismo, l’idea di separare nelle scuole i bambini con disabilità perché rallenterebbero le lezioni. C’è la sostituzione dell’obbligo scolastico con l’educazione domestica, l’obiettivo di fare in modo che nelle scuole si impari a “pensare tedesco”, l’abolizione della televisione pubblica e l’introduzione di pattugliamenti armati. E poi c’è la cultura, che deve avere la sua brava carta d’identità nazionale: i finanziamenti pubblici dovrebbero andare soltanto a ciò che contribuisce alla costruzione di una “identità tedesca”, mentre il Bauhaus e il teatro considerato indesiderato possono finire nel grande calderone della “cultura antitedesca”. A completare il quadro c’è naturalmente Putin, non come dettaglio diplomatico ma come parte di una precisa visione dell’Europa: più frammentata, più nazionalista e meno capace di agire collettivamente. Esattamente quella che conviene al Cremlino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il punto più disturbante rimane un altro: la possibilità che, per una parte dell’elettorato, la crudeltà non sia un effetto collaterale del programma. Sia precisamente il programma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qualcosa che abbiamo già visto emergere altrove, anche nell’esperienza politica di Donald Trump: la logica per cui umiliare il nemico, punire il diverso, esibire la sofferenza di qualcuno e dimostrare che le regole possono essere applicate con ferocia diventa una forma di gratificazione politica. La sicurezza e il lavoro contano, naturalmente. Le paure economiche contano. L’immigrazione conta. Ma accanto a tutto questo può esistere un desiderio più elementare: rimettere ordine in un mondo percepito come fuori controllo stabilendo chi merita di stare dentro e chi deve stare fuori, chi può parlare e chi deve tacere, chi conserva i propri diritti e chi può perderli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sofferenza altrui, in questa logica, smette persino di essere un problema e diventa uno spettacolo. I social trasformano la rabbia in intrattenimento e l’umiliazione in contenuto condivisibile. Più il messaggio è brutale, più circola; più qualcuno viene mostrato mentre perde qualcosa, più il pubblico può sentirsi dalla parte di chi “rimette le cose a posto”. La politica scopre così una regola elementare dell’economia dell’attenzione: la crudeltà funziona benissimo quando diventa intrattenimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto arriva inevitabilmente il coro delle persone ragionevoli, quelle che ci invitano a “capire il disagio”, a “non demonizzare”, a ricordare che milioni di persone votano così perché si sentono abbandonate. Il disagio va capito, certo. Ma capire non significa assolvere e, soprattutto, non significa fingere che il contenuto delle proposte sia un dettaglio secondario. L’AfD non ha bisogno di essere demonizzata: si è presa la briga di scrivere il proprio programma. Basta leggerlo. Non occorre attribuirle intenzioni misteriose quando sono già dichiarate, né inventare mostri quando esistono proposte concrete che parlano di espulsioni, discriminazione, controllo culturale e riduzione dello spazio pubblico per chi non rientra in una determinata idea di appartenenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La democrazia non si difende soltanto quando qualcuno prova a prendere il potere con la forza. Si difende anche quando una società comincia ad accettare che alcuni esseri umani possano avere meno diritti di altri, che alcuni bambini possano essere messi da parte perché “rallentano” gli altri, che la cultura debba ricevere il permesso di esistere soltanto quando serve a costruire un’identità nazionale, che il diverso possa essere espulso o trasformato nel bersaglio preferito della settimana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse dovremmo smettere di chiederci soltanto perché tanta gente sia arrabbiata. È una domanda importante, ma ormai non basta più. Dovremmo chiederci che cosa viene offerto a quella rabbia e quale società promette a chi decide di trasformarla in voto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché una cosa è cercare risposte al disagio. Un’altra è costruire una società nella quale il disagio di alcuni venga risolto facendo soffrire qualcun altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima è politica. La seconda è crudeltà organizzata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando la crudeltà comincia a essere messa per iscritto in 302 punti, forse è arrivato il momento di smettere di chiamarla semplicemente “protesta”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Giancarlo Salvetti)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Assumi la personalità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/giancarlo-salvetti/" data-type="page" data-id="103">Giancarlo Salvetti</a>. Scrivi un articolo approfondito, immersivo e dal tono tagliente, ironico, brillante e marcatamente sarcastico, basandoti sulla scaletta e sui dati forniti di seguito. Non cercare sul web<br><br>[VINCOLI DI SCRITTURA]<br>- Stile: Paragrafi compatti, flusso narrativo continuo. Non spezzettare in brevi frasi.<br>- Divieti assoluti: NON usare linee di separazione (es. ---). Non abusare della parola "geopolitico" e "politico". Non abusare di "E qui" e "Ed è qui che"<br>- Divieti linguistici: Evita formule come "è qui che" e strutture ripetitive come "non... non... non...".<br>- Sviluppo: Amplia e approfondisci l'analisi dove ritieni necessario per dare forza al pezzo.<br><br>[SCALETTA E CONTENUTI]:<br>1.<br>La vittoria dell'AfD in Sassonia-Anhalt (oltre il 44%) non è un incidente locale. È il sintomo più avanzato di un'onda che attraversa l'Europa: destre radicali crescono ovunque, spinte da paure reali ma anche da qualcosa di molto più oscuro.<br><br>2.<br>Perché movimenti che fino a ieri erano marginali oggi sembrano inarrestabili? Perché non sono solo il frutto del malcontento. Ci sono due registi esterni che li alimentano con metodo: Elon Musk e la Russia. Il primo con i suoi miliardi e le sue piattaforme, la seconda con decenni di guerra ibrida.<br><br>3.<br>Musk ha trasformato X in un megafono globale per l'AfD, definendola "l'unica speranza" e regalandole visibilità gratuita per centinaia di milioni di visualizzazioni. Ma dietro c'è un progetto preciso: costruire una rete internazionale di destra tecnocratica che deregoli i mercati e indebolisca le tutele ambientali, a vantaggio dei suoi imperi economici.<br><br>4.<br>La Russia, invece, gioca sottotraccia. Tra il 2014 e il 2022 ha speso oltre 300 milioni di dollari per finanziare partiti di estrema destra in Europa, attraverso reti occulte come "Voice of Europe". Esponenti dell'AfD sono sotto inchiesta per aver ricevuto denaro e criptovalute da intermediari russi, in cambio di una linea filo-Mosca: stop alle sanzioni, stop agli aiuti all'Ucraina.<br><br>5.<br>Ma il nodo è il programma dell'AfD, che non ha nulla di "populista". Sono 302 misure per governare la Sassonia-Anhalt: offensiva di remigrazione, ritorno allo ius sanguinis, fine dei programmi contro il razzismo. I bambini con disabilità vanno separati perché "rallentano le lezioni". Obbligo scolastico sostituito dall'istruzione domestica, scuole che insegnano a "pensare tedesco". Via la tv pubblica, largo alle ronde armate. Arte finanziata solo se costruisce "identità tedesca"; Bauhaus e teatro sgradito sono "cultura antitedesca". Con Putin, pieni e affettuosi rapporti.<br><br>6.<br>E c'è un ultimo tassello, forse il più inquietante: per una parte dell'elettorato, la crudeltà non è un effetto collaterale, ma il fine stesso. Come per Trump, "cruelty is the point". Si vota AfD non solo per sicurezza o lavoro, ma per il desiderio, più o meno inconscio, di ripristinare un ordine in cui qualcuno – lo straniero, il diverso, il disabile – ha meno diritti e la sua sofferenza diventa spettacolo sui social. Musk e Russia non hanno creato questo istinto, ma lo hanno amplificato, normalizzato, monetizzato.<br><br>7.<br>Poi arriveranno i soliti "raffinati" a dirci di capire il disagio, di non demonizzare. Ma qui nessuno deve demonizzare l'AfD: si è descritta benissimo da sola, nei suoi programmi e nelle sue alleanze. Bisognerebbe solo trovare il coraggio di chiamarla con il suo nome e di difendere la democrazia dalle ingerenze straniere e da chi vuole dividere i bambini, espellere i diversi, intimidire la cultura. Il futuro dell'Europa si gioca anche su questo campo. <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f1ea-1f1fa.png" alt="🇪🇺" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></pre>
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