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	<title>Le Argentee Teste D&#039;Uovo</title>
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		<title>La legge è una sola: il resto viene dopo</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Oct 2026 11:45:57 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">In Italia abbiamo già una giustizia con i suoi tempi biblici, le sue procedure complicate e una burocrazia capace di trasformare una causa civile in un&#8217;opera letteraria in più volumi. Per completare il quadro mancava soltanto una giustizia alternativa, possibilmente con un ordinamento religioso di riferimento e un nome che evocasse le corti medievali: il Tribunale Sciaraitico. A Padova è nata la Camera Arbitrale Islamica Italiana, promossa da un avvocato e docente a contratto dell&#8217;Università di Padova, presentata come «Giustizia Islamica in Italia» e caratterizzata da un richiamo esplicito alla Sharia nel proprio regolamento. L&#8217;iniziativa solleva una questione fondamentale: in Italia la legge deve essere uguale per tutti, indipendentemente dalla religione, dall&#8217;origine e dalla comunità di appartenenza. Tutto il resto viene dopo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sembra un principio elementare, eppure basta pronunciare la parola «integrazione» perché qualcuno ritenga che le regole comuni debbano diventare negoziabili. Se una consuetudine appartiene a una minoranza, contestarla rischia di essere considerato discriminatorio; se viene presentata come espressione di una tradizione religiosa, pare quasi scortese chiedere se rispetti i diritti fondamentali. È un curioso modo di intendere l&#8217;uguaglianza: invece di garantire a tutti gli stessi diritti, si immagina che ogni gruppo debba avere regole proprie. Ma uno Stato di diritto non è un albergo nel quale ciascun ospite può chiedere un regolamento su misura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto non è la fede islamica. Ciascuno è libero di pregare come crede e seguire i precetti della propria religione entro i limiti della legge. Il problema nasce quando si pretende di trasformare quelle tradizioni in un criterio autonomo per amministrare giustizia. La Costituzione riconosce sia la libertà religiosa sia l&#8217;uguaglianza davanti alla legge: l&#8217;articolo 3 vieta le discriminazioni, fra l&#8217;altro, per motivi religiosi, mentre l&#8217;articolo 8 tutela le confessioni religiose. La libertà di culto, tuttavia, non attribuisce alle autorità confessionali il potere di decidere quali diritti spettino ai cittadini. Un musulmano, un cattolico, un ebreo e un ateo devono poter contare sulle medesime garanzie giuridiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Italia esiste naturalmente l&#8217;arbitrato privato, uno strumento legittimo per risolvere determinate controversie. Ma l&#8217;arbitrato non è una giurisdizione sovrana in miniatura, pronta a sostituire i tribunali della Repubblica quando risultano scomodi. L&#8217;articolo 806 del Codice di procedura civile delimita le controversie arbitrabili; l&#8217;articolo 829 prevede, fra l&#8217;altro, la possibilità di impugnare un lodo per contrarietà all&#8217;ordine pubblico. I diritti indisponibili restano sottratti all&#8217;autonomia privata nei casi stabiliti dalla legge. Un organismo arbitrale può operare entro questi confini, ma non può ampliarli semplicemente richiamando una tradizione religiosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione diventa delicata quando entrano in gioco successioni, divorzi e responsabilità genitoriale. Immaginiamo una donna che rivendichi una quota ereditaria riconosciuta dalla legge italiana, mentre un&#8217;interpretazione religiosa proponga un criterio diverso. Oppure una separazione nella quale siano coinvolti l&#8217;affidamento dei figli e i diritti di un genitore. Quale criterio dovrebbe prevalere? La risposta dipende dalla legge applicabile, non dalla religione delle persone coinvolte. Peraltro, il consenso formale non risolve ogni problema: nelle relazioni familiari possono esistere pressioni economiche e comunitarie che rendono difficile opporsi all&#8217;autorità del proprio ambiente. La legge comune serve anche a proteggere chi ha meno potere e meno possibilità di far valere le proprie ragioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quanto alla Sharia, sarebbe scorretto descrivere la tradizione giuridica islamica come un codice uniforme, interpretato nello stesso modo ovunque. Esistono scuole e interpretazioni differenti. È altrettanto necessario riconoscere che, in diversi ordinamenti nei quali le norme religiose incidono sul diritto di famiglia, alcune interpretazioni producono disparità fra uomini e donne in materia di divorzio, eredità e status personale. Il rispetto per una cultura non comporta l&#8217;approvazione automatica di ogni sua pratica. L&#8217;antichità di una norma può interessare lo storico; per stabilire se sia compatibile con i diritti fondamentali occorre valutarne il contenuto. Invocare la tradizione non basta a rendere giusta una regola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Italia conosce bene la storia dei rapporti fra autorità religiosa e potere civile. La costruzione dello Stato unitario ha consolidato un principio essenziale: la giustizia civile non dipende dall&#8217;appartenenza confessionale. La stessa autonomia che impedisce a una confessione di esercitare una giurisdizione civile generale deve valere per tutte le altre. Applicare questo principio soltanto quando riguarda la religione maggioritaria sarebbe incoerente; applicarlo soltanto quando riguarda una minoranza sarebbe altrettanto discriminatorio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel caso di Padova, secondo le notizie diffuse l&#8217;8 ottobre 2026, la Procura ha aperto un fascicolo a modello 45 dopo un esposto presentato dall&#8217;avvocato Francesco Minutillo. Si tratta di un fascicolo senza indagati e senza una specifica ipotesi di reato: l&#8217;apertura del procedimento non equivale dunque all&#8217;accertamento di un illecito. Il fondatore, Omar Vanin, ha sostenuto di non voler sostituire la giustizia italiana, mentre l&#8217;UCOII, l&#8217;Unione delle Comunità Islamiche d&#8217;Italia, ha preso le distanze dall&#8217;iniziativa. Saranno gli accertamenti a chiarire quali attività la Camera intenda svolgere e se siano compatibili con l&#8217;ordinamento. È giusto evitare processi sommari, ma anche esaminare regolamenti e competenze rivendicate senza accontentarsi delle rassicurazioni di principio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se l&#8217;organismo intende svolgere attività arbitrali consentite dalla legge, sarà l&#8217;ordinamento a stabilirne condizioni e limiti. Se invece pretendesse di decidere controversie sottratte alla disponibilità delle parti o di attribuire ai propri pronunciamenti un&#8217;autorità che la legge non riconosce, il problema sarebbe giuridico prima ancora che culturale. E se il problema è la lentezza della giustizia italiana, la soluzione consiste nel migliorare tribunali, procedure e organizzazione. Inventare circuiti normativi paralleli non risolve le inefficienze dello Stato: rischia soltanto di aggiungere un ulteriore livello di complicazione a un sistema che ne ha già in abbondanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La libertà religiosa è irrinunciabile e le minoranze devono essere tutelate. Ma nessuno di questi principi può diventare un lasciapassare per ridurre i diritti dei cittadini o attribuire a un&#8217;autorità privata poteri incompatibili con la Costituzione. Non si tratta di stabilire quale religione sia più vicina alla nostra sensibilità, ma di garantire che una donna abbia gli stessi diritti davanti alla legge, qualunque sia la sua fede, e che una controversia venga giudicata secondo le norme applicabili, non in base all&#8217;appartenenza confessionale delle parti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Repubblica non chiede ai cittadini di pensarla tutti allo stesso modo. Chiede che siano uguali davanti alla legge. Le convinzioni personali sono libere, le tradizioni possono essere coltivate e le religioni professate; nessuna di queste cose conferisce il diritto di amministrare giustizia al di fuori delle regole comuni. Per il resto, considerata la già notevole abbondanza di uffici, codici e procedure italiane, possiamo tranquillamente risparmiarci la moltiplicazione dei tribunali secondo il libro sacro preferito.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Francesco Cozzolino)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>1: A Padova è nata una "Camera Arbitrale Islamica Italiana". Fondata da un avvocato e docente a contratto dell'Università di Padova, si presenta come "Giustizia Islamica in Italia" e nel regolamento parla apertamente di "Tribunale Sciaraitico". Un tentativo di costruire un canale di giustizia parallelo.<br><br>2: Il punto non è la fede. Ognuno è libero di pregare come vuole. Il punto è il diritto. In Italia la giustizia è una sola, amministrata dallo Stato. Non esistono tribunali religiosi competenti per famiglia, status personale, eredità o contratti. I diritti indisponibili non si affidano agli arbitri, e un lodo contrario all'ordine pubblico non vale nulla.<br><br>3: Sentirsi dire che le decisioni di questa camera avrebbero "lo stesso valore di una sentenza dello Stato" è inaccettabile. E' la rivendicazione di un ordinamento parallelo. La Sharia è un sistema teocratico che, dove applicato, comprime libertà e uguaglianza.<br><br>4: La legge deve essere uguale per tutti. Se un tribunale arbitrale islamico decidesse su un divorzio, su un'eredità o sulla custodia dei figli, starebbe di fatto sottraendo pezzi di sovranità allo Stato e diritti alle persone. E le persone più vulnerabili – donne, figli, dissidenti – sarebbero le prime a pagarne il prezzo.<br><br>5: Il caso è finito in Procura con un esposto, e la Procura ha aperto un procedimento. L'UCOII (Unione delle Comunità Islamiche d'Italia) ha preso le distanze. Il fondatore dice di non voler sostituire la giustizia italiana. Ma le parole contano fino a un certo punto: contano i regolamenti, le competenze rivendicate, i principi richiamati. E qui il richiamo alla Sharia è esplicito.<br><br>6: Nessun secondo corridoio. Nessuna giustizia a due velocità. Nessuna legge religiosa che si affianca a quella dello Stato. Nello stato di diritto, o la legge è uguale per tutti, o non è. E su questo non si tratta: si difende la Costituzione. <br><br>Articolo: 1, 2, 3, 4, 5, 6. Approfondisci dove ritieni necessario.<br><br>Assumendo l'identità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/francesco-cozzolino/" data-type="page" data-id="85">Francesco Cozzolino</a>, scrivi un Articolo; usa un tono irriverente, ironico, sarcastico. Non iniziare con "C'è qualcosa di..." Scrivilo in paragrafi compatti, senza eccessiva frammentazione; utilizza il meno possibile la formula "non... non... non..." ed "e qui...". Evita pure prosa saggistico-argomentativa ad alto impatto retorico, di taglio epigrammatico e dal finale ammonitorio.</pre>
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		<title>Per Margaret Hamilton</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Oct 2026 08:31:52 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">È morta a novant&#8217;anni Margaret Hamilton. Se il nome non vi dice nulla, forse è il caso di rimediare. La Hamilton ha guidato il team software del programma Apollo, contribuendo a portare l&#8217;uomo sulla Luna e a trasformare la programmazione in una disciplina ingegneristica. Ha contribuito a costruire le fondamenta del mondo digitale nel quale oggi viviamo. Quel mondo che permette anche a chi la liquida con un commento su Facebook di esprimere la propria opinione in tempo reale, comodamente seduto sul divano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli anni Sessanta, scrivere software era un mestiere molto diverso da quello che conosciamo oggi. Si lavorava con linguaggio macchina, assembly e schede perforate. Il metodo prevalente era il <em>code and fix</em>: si scriveva il programma, si scopriva che qualcosa non funzionava e si cercava di correggerlo. Una strategia che poteva bastare per applicazioni semplici, ma che diventava insostenibile con l&#8217;aumento della complessità. Servivano progettazione, procedure, verifiche e documentazione: la sola intuizione del programmatore non era più sufficiente. Erano alcuni dei problemi alla base della cosiddetta «crisi del software».</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Hamilton fu tra le figure che contribuirono a definire l&#8217;ingegneria del software come disciplina, promuovendo un approccio sistematico alla progettazione e alla prevenzione degli errori. La sua idea di fondo era semplice: un programma affidabile richiede metodo e la capacità di prevedere come reagirà quando qualcosa andrà storto. Correggere gli errori è necessario; progettare per prevenirli è decisamente meglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;esempio più celebre arrivò con Apollo 11. Durante la discesa verso la Luna, il computer di bordo fu investito da un sovraccarico di attività, dovuto anche a dati provenienti dal radar di rendezvous che non erano necessari in quel momento. Gli allarmi si susseguirono e il rischio era concreto. Il sistema era stato progettato per assegnare priorità alle operazioni: i compiti meno importanti potevano essere interrotti, lasciando risorse a quelli essenziali per l&#8217;allunaggio. L&#8217;equipaggio e il controllo missione poterono quindi proseguire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un sistema critico deve funzionare anche quando le condizioni reali divergono da quelle previste, preservando le funzioni essenziali invece di crollare al primo imprevisto. Oggi lo consideriamo un principio ovvio nell&#8217;industria aerospaziale e nello sviluppo di infrastrutture digitali. All&#8217;epoca, tradurlo in soluzioni operative richiedeva di affrontare problemi per i quali mancavano precedenti consolidati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Hamilton proseguì il suo lavoro anche dopo Apollo. Nel 1976 fondò Higher Order Software e, nel 1986, Hamilton Technologies, aziende dedicate allo sviluppo di metodi e strumenti per rendere più rigorosa la progettazione dei sistemi. Tra i suoi contributi figurano l&#8217;Universal Systems Language e il paradigma <em>Development Before the Fact</em>, basato sulla formalizzazione del sistema prima della realizzazione del software. L&#8217;obiettivo era ridurre gli errori alla radice, invece di scoprirli quando correggerli era già diventato costoso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una scelta sbagliata nelle fondamenta di un&#8217;applicazione può produrre anni di manutenzione e compromessi. Il debito tecnico non è una punizione divina: è spesso il conto presentato da decisioni prese senza sufficiente attenzione alle conseguenze. Chiunque abbia lavorato su sistemi complessi sa quanto possa costare rimediare a una progettazione sbagliata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I riconoscimenti arrivarono nel tempo. Nel 2003 la NASA le conferì l&#8217;Exceptional Space Act Award per i suoi contributi scientifici e tecnici al programma Apollo. Nel 2016 Barack Obama le assegnò la Presidential Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti, riconoscendo il suo ruolo nello sviluppo dell&#8217;ingegneria del software. Sono fatti documentati, non medaglie distribuite per simpatia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, basta leggere i commenti alla notizia della sua morte per ritrovare il solito spettacolo. «Non ha fatto tutto da sola». Davvero? In quale impresa scientifica, industriale o tecnologica di una certa complessità una persona fa tutto da sola? Il merito di un responsabile tecnico consiste nel definire metodi, coordinare competenze, prendere decisioni e assumersi responsabilità. Se il lavoro di squadra annullasse i contributi individuali, dovremmo concludere che Neil Armstrong non abbia fatto nulla di significativo perché la missione coinvolse migliaia di persone. Un&#8217;assurdità che si commenta da sola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è poi chi liquida la Hamilton come una figura esaltata dal femminismo. Davanti a una donna che ha contribuito a una delle imprese tecnologiche più importanti del Novecento, qualcuno sente il bisogno di sospettare un&#8217;operazione ideologica. Il criterio dovrebbe essere più semplice: quali problemi ha affrontato? Quali soluzioni ha contribuito a sviluppare? Quale influenza ha avuto sul proprio campo? Nel caso della Hamilton, le risposte sono sufficientemente solide da rendere superflua qualsiasi agiografia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il fatto che abbia ricoperto quel ruolo in un ambiente tecnologico dominato dagli uomini fa parte della sua storia. Riconoscerlo non significa trasformarla in un simbolo politico, così come riconoscere i suoi risultati non richiede di attribuirle capacità sovrumane. Basta prendere sul serio il lavoro che ha svolto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed eccoci al punto: una donna contribuisce a sviluppare il software che permette a una missione spaziale di superare una situazione critica; decenni dopo, qualcuno apre Facebook sul proprio telefono e stabilisce che la sua fama è esagerata. Il primo risultato richiede competenza, metodo e anni di lavoro. Il secondo richiede un pollice opponibile e una connessione Internet.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Non ha fatto tutto da sola»: certo. Neppure i commentatori hanno scritto da soli il sistema operativo del telefono dal quale dispensano queste perle. La differenza è che la Hamilton ha contribuito a spostare in avanti i confini dell&#8217;informatica, mentre loro usano la tecnologia per dimostrare che il suo progresso può essere molto più rapido di quello della capacità di ragionare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Onore alla Hamilton, una delle grandi protagoniste della storia dell&#8217;informatica. A chi vede un complotto femminista dietro il suo riconoscimento suggerisco un esercizio: studiare il suo lavoro e provare a confutarne i risultati. È più impegnativo che scrivere «non ha fatto tutto da sola», ma almeno richiede qualcosa di più di una tastiera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se poi il massimo risultato sarà un commento rancoroso sotto il necrologio di una pioniera dell&#8217;informatica, resta sempre una consolazione: almeno, per una volta, il problema complesso non è stato scritto in codice.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Giovanni Sarpi)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>1: È morta a novant'anni Margaret Hamilton. Non una figura qualunque: la donna che ha guidato il team software del programma Apollo e che ha dato un nome e un metodo a una disciplina che, allora, non esisteva nemmeno.<br><br>2: Prima di lei, lo sviluppo software era un mestiere artigianale e individuale. Si scriveva in linguaggio macchina o assembly, si lavorava con schede perforate, e il metodo dominante era "codifica e corregge": si scriveva il codice e poi lo si aggiustava man mano che si presentavano errori. Non esisteva documentazione strutturata, non c'era progettazione preventiva, e ogni programmatore seguiva il proprio intuito. Questo funzionava finché i progetti erano piccoli, ma con l'aumento della complessità i limiti divennero drammaticamente evidenti, portando a quella che fu chiamata la "crisi del software".<br><br>3: Hamilton ha trasformato tutto questo. Ha coniato il termine "ingegneria del software" per dare dignità e rigore a un campo che non ne aveva. Ha introdotto concetti come il software asincrono, la pianificazione delle priorità, il test end-to-end e la capacità di decisione uomo-macchina. Il suo approccio era preventivo, non correttivo: capire i pattern degli errori per evitarli sul nascere. Il suo software salvò l'Apollo 11 quando, durante la discesa lunare, il computer fu sovraccaricato da dati non necessari e il sistema di priorità da lei ideato interruppe i compiti meno importanti per lasciare spazio a quelli critici.<br><br>4: Dopo l'Apollo, la sua carriera non si è fermata. Rimase al MIT fino alla metà degli anni '70, poi nel 1976 fondò la sua prima azienda, Higher Order Software, di cui fu amministratrice delegata fino al 1984. Un decennio dopo, nel 1986, fondò Hamilton Technologies a Cambridge, Massachusetts, ricoprendo il ruolo di CEO e presidente. Entrambe le aziende erano veicoli per portare avanti la sua visione: sviluppare e commercializzare l'Universal Systems Language (USL) e il paradigma "Development Before the Fact", un approccio progettuale che mirava a prevenire gli errori alla radice definendo il sistema in modo formale prima ancora di scrivere il codice.<br><br>5: Il riconoscimento pubblico arrivò con il tempo. Nel 2003 la NASA le conferì l'Exceptional Space Act Award per i suoi contributi scientifici e tecnici al programma Apollo. Il culmine arrivò nel 2016, quando il presidente Barack Obama le assegnò la Presidential Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti, "per il suo ruolo nel definire nuove forme di ingegneria del software". Nella motivazione si legge che il suo software "ha portato a passi da gigante per l'umanità, scrivendo il codice che ha aiutato l'America a mettere piede sulla Luna".<br><br>6: Faccio in tempo a leggere della sua morte che mi toccano i commenti idioti di chi per massimo titolo di studio ha il battesimo. "Non ha fatto tutto da sola", dicono. Ma chi lo fa? A quei livelli nessuno fa tutto da solo. Lei guidava il team, imponeva il metodo, coniava il termine. "Figura esaltata dal femminismo"? No: è una scienziata con fatti documentati, premiata dalla NASA e dalla Casa Bianca. Il doppio standard è evidente. Onore a Margaret Hamilton, la Dea Madre di tutti noi appassionati e professionisti dell'informatica. Il resto è rumore.<br><br>articolo: 1,2,3,4,5,6. Assumendo personalità, background e stile di scrittura di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/giovanni-sarpi/" data-type="page" data-id="94">Giovanni Sarpi</a>, descritte sopra nella chat, scrivi un Articolo; usa un tono brillante; evita le ripetizioni, non usare le formule "non... non... non...", "ed è qui che...", "è qui che...". Non dare titoli ai paragrafi.</pre>
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		<title>Parlare del 7 Ottobre il 7 Ottobre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 13:22:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Serena Russo]]></category>
		<category><![CDATA[7 Ottobre 2023]]></category>
		<category><![CDATA[antisemitismo contemporaneo]]></category>
		<category><![CDATA[antisemitismo e antisionismo]]></category>
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<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="723" height="395" data-attachment-id="11139" data-permalink="https://leargenteetesteduovo.com/2026/10/07/parlare-del-7-ottobre-il-7-ottobre/confine/" data-orig-file="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/confine.jpg?fit=1408%2C768&amp;ssl=1" data-orig-size="1408,768" data-comments-opened="1" data-image-title="confine" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/confine.jpg?fit=723%2C395&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/confine.jpg?resize=723%2C395&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-11139" style="aspect-ratio:1.8318770714070503;width:702px;height:auto" srcset="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/confine.jpg?resize=1024%2C559&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/confine.jpg?resize=300%2C164&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/confine.jpg?resize=768%2C419&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/confine.jpg?w=1408&amp;ssl=1 1408w" sizes="(max-width: 723px) 100vw, 723px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il 7 ottobre non è soltanto una data. Per me è stata una presa di coscienza. Ricordo le ore successive, i numeri ancora incerti, le notizie frammentarie che arrivavano dal sud di Israele. E ricordo soprattutto una cosa: mentre ancora non si capiva l&#8217;ampiezza della strage, sui social c&#8217;era già chi festeggiava. Bandiere palestinesi, slogan, cori. Poi sono arrivate le immagini. Le case, i kibbutz, il Nova Festival, i cadaveri, gli ostaggi trascinati a Gaza. E insieme alle immagini è arrivata una parola che da allora mi provoca un riflesso quasi fisico: “contestualizzare”. Una parola apparentemente innocente, diventata spesso un anestetico morale. Perché comprendere il contesto è necessario. Usarlo per diluire un massacro fino a renderlo quasi invisibile è un&#8217;altra cosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo dico subito: io non sono ebrea. Non ho una storia familiare da difendere e non ho alcun interesse personale a trasformare Israele in un Paese infallibile. Proprio per questo mi irrita l&#8217;idea che prendere sul serio l&#8217;antisemitismo debba essere considerato una forma di appartenenza. Posso difendere un principio senza possederne il passaporto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 7 ottobre furono uccise circa 1.200 persone e 251 furono prese in ostaggio e portate a Gaza. Le indagini internazionali hanno documentato uccisioni deliberate di civili, rapimenti, torture e violenze sessuali. Questo dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi discussione seria. Non la conclusione, ma l&#8217;inizio. Invece, praticamente dall&#8217;8 ottobre, è cominciato il processo inverso: ridurre il 7 ottobre a una conseguenza inevitabile di qualcos&#8217;altro. Occupazione, insediamenti, 1948, 1967, Stati Uniti, Netanyahu. Sono tutti temi reali. Alcuni sono indispensabili per capire il conflitto. Ma una spiegazione storica non è un alibi morale. Se bastasse trovare una causa precedente per assolvere il crimine successivo, la storia diventerebbe un immenso codice penale nel quale nessuno è mai responsabile di nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo ho visto persone che si definiscono femministe mettere in dubbio le violenze sessuali subite dalle israeliane. Ho visto giornalisti trattare una fonte come oro colato semplicemente perché confermava la propria tesi. Ho visto l&#8217;etichetta “sionista” usata come sinonimo di “ebreo”, come se cambiare una parola bastasse a rendere rispettabile un pregiudizio antico. E ho visto l&#8217;errore opposto: parlare di palestinesi e Hamas come se fossero la stessa cosa. Non lo sono. Hamas ha governato Gaza, ha costruito una macchina militare e politica, ha represso i propri oppositori e ha trasformato la causa nazionale palestinese in un progetto nel quale la distruzione di Israele occupa un posto centrale. Ma i palestinesi non sono Hamas. Esistono milioni di persone che vogliono vivere, lavorare, crescere i figli e avere uno Stato. Ridurle all&#8217;organizzazione che le ha governate significa negare proprio quella dignità che molti sostengono di voler difendere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allo stesso modo Israele non è Netanyahu. Israele è una società attraversata da conflitti politici profondissimi, nella quale esiste una parte democratica, liberale e favorevole a una soluzione negoziata. Esiste persino una cosa che nel dibattito occidentale sembra talvolta una creatura mitologica: un israeliano che difende l&#8217;esistenza del proprio Stato e contemporaneamente vuole cambiarne radicalmente la politica. È il caso di Yair Golan. Ex vice capo di stato maggiore dell&#8217;IDF, il 7 ottobre corse nel sud e partecipò alle operazioni di soccorso dei civili. Oggi guida The Democrats, una formazione che si definisce liberale, democratica e sionista e sostiene sicurezza, uguaglianza, pace e libertà. Questa posizione dovrebbe essere normale. Invece è diventata quasi sovversiva per una parte del dibattito pubblico, perché mette in crisi una caricatura molto comoda: quella di un Israele monolitico, militarista e impermeabile alla democrazia. La realtà è più scomoda. Si può essere sionisti e democratici. Si può voler proteggere Israele e volere due Stati. Si può considerare Hamas un&#8217;organizzazione terroristica e giudicare fallimentare l&#8217;occupazione. Si può condannare Netanyahu senza desiderare la scomparsa dello Stato ebraico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È precisamente questa complessità che dovrebbe interessarci. Eppure, mentre discutiamo continuamente di ciò che Israele dovrebbe fare, parliamo molto meno di ciò che dovrebbe accadere alla società palestinese dopo Hamas. Qui si misura la serietà delle nostre intenzioni. Distruggere un&#8217;organizzazione armata senza creare un&#8217;alternativa politica significa lasciare intatto il terreno sul quale quella stessa organizzazione — o una versione ancora peggiore — può rinascere. Hamas non è comparsa dal nulla: la sua crescita è stata favorita da una combinazione di radicalizzazione religiosa, fallimenti politici, sostegni esterni, debolezza dell&#8217;Autorità Palestinese e assenza di una prospettiva credibile. L&#8217;occupazione e il fallimento del processo di pace hanno contribuito a creare questo terreno. Raccontare la storia senza questi elementi sarebbe propaganda. Raccontarla come se Hamas fosse soltanto il prodotto inevitabile dell&#8217;oppressione sarebbe altrettanto semplicistico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La stessa misura deve valere per Israele. L&#8217;attacco del 7 ottobre non ha cancellato il diritto internazionale. Le vittime civili di Gaza non sono una nota a piè di pagina. Le operazioni militari israeliane devono essere giudicate sulla base dei fatti, delle responsabilità individuali e delle norme applicabili. Essere stati attaccati non concede a uno Stato una licenza morale illimitata. Ma vale anche il contrario: la sofferenza palestinese non rende il 7 ottobre meno atroce. Una madre palestinese che perde il figlio sotto le bombe non soffre meno perché Hamas ha iniziato la guerra. Un ragazzo israeliano rapito e ucciso non soffre meno perché esistono l&#8217;occupazione e gli insediamenti. La morte non cambia nazionalità quando attraversa il confine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è proprio qui che la memoria europea ha cominciato a mostrarmi una contraddizione che faccio fatica a ignorare. Per decenni abbiamo portato studenti ad Auschwitz, letto Anna Frank, pronunciato “mai più”. Giustamente. Ma i morti sono più facili da amare dei vivi. I morti del 1944 non hanno un esercito, un governo, una politica estera o un primo ministro da criticare. Sono vittime senza complicazioni. Gli ebrei vivi invece sono una questione molto più difficile. Hanno uno Stato, un esercito, governi discutibili, politiche discutibili. E hanno paura. Una paura che dopo il 7 ottobre è tornata a essere concreta, fisica, familiare. Pretendere di comprenderla significa ricordare perché lo Stato ebraico è nato e perché, per molti israeliani, la sicurezza nazionale non è una metafora; non richiede di approvare ogni scelta israeliana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia europea dovrebbe renderci particolarmente sensibili a questo punto. Gli ebrei europei avevano creduto nell&#8217;integrazione. Avevano parlato le lingue dei Paesi nei quali vivevano, servito negli eserciti, costruito carriere e famiglie. Poi arrivò un regime che stabilì che tutto questo non contava. Un uomo poteva essere perfettamente tedesco e, allo stesso tempo, essere considerato un problema perché ebreo. Quando sento dire che Israele dovrebbe semplicemente fidarsi della benevolenza altrui, dunque, mi viene in mente quanto poco la storia europea autorizzi questo ottimismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo il 7 ottobre ha cambiato il mio rapporto con Israele. La mia critica è rimasta, anzi si è fatta più esigente: proprio perché considero seria la sua esistenza, considero seria anche la responsabilità delle sue scelte. Uno Stato che pretende sicurezza deve essere giudicato anche per il modo in cui la persegue. La sua esistenza e la sicurezza dei suoi cittadini non sono negoziabili. Il sionismo può essere discusso nelle sue diverse forme. La politica di qualsiasi governo israeliano può essere contestata. La soluzione dei due Stati può essere sostenuta o criticata. Quello che rifiuto è trasformare l&#8217;esistenza di Israele nella variabile sacrificabile del problema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono passati tre anni e il rischio è che il 7 ottobre venga lentamente sommerso da altre narrazioni. Alcune saranno fondate, altre meno; il problema è che la memoria contemporanea sembra incapace di sopportare due tragedie contemporaneamente. Deve sceglierne una. Deve trovare il buono e il cattivo. Deve assegnare medaglie e colpe. La realtà rifiuta questa comodità. Il 7 ottobre furono uccisi civili israeliani e stranieri, uomini, donne, bambini, anziani. Furono presi ostaggi. Furono commessi crimini gravissimi. Da allora Gaza è stata devastata e migliaia di palestinesi sono morti. Le due realtà possono stare nella stessa frase senza che una cancelli l&#8217;altra. Anzi, devono. Ricordare il 7 ottobre significa impedire che quelle vittime vengano cancellate dal racconto successivo. Ricordare Gaza significa riconoscere che una popolazione non può essere condannata alla guerra perpetua perché i suoi leader hanno scelto il terrorismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa dovrebbe essere la soglia minima del giornalismo: guardare i fatti anche quando danneggiano la propria tesi, cambiare idea quando le prove lo impongono, dare un volto alle vittime prima di trasformarle in argomenti. Il vero interrogativo, allora, non è soltanto come ricordare il 7 ottobre. È come impedire che diventi il precedente di altri 7 ottobre e che Gaza diventi il laboratorio del prossimo ciclo di radicalizzazione. Per farlo serviranno un&#8217;alternativa palestinese credibile, istituzioni capaci di sostituire Hamas, sicurezza per Israele, libertà per i palestinesi e una classe dirigente israeliana capace di comprendere che la forza militare può vincere battaglie senza necessariamente costruire una pace.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È molto più difficile di uno slogan. Proprio per questo è l&#8217;unica strada che valga la pena percorrere.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Serena Russo)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Intro:  Il 7 ottobre non è solo una data: è stata una presa di coscienza. Ricordo le ore successive, i numeri incerti, e già sui social chi esultava, sventolava bandiere palestinesi come celebrazione. Poi le immagini, l’orrore. E subito quella parola che mi disgusta: “contestualizzare”. Davanti a 1.200 uccisi e ostaggi trascinati a Gaza, qualcuno spiegava perché quell’orrore andava ridimensionato. Vi ricordo una cosa: io non sono ebrea. <br><br>parte 1: A cancellare la memoria del pogrom, gli antisemiti travestiti da antisionisti hanno iniziato l’8. ‘Femministe’ che negano gli stupri, ‘progressisti’ che ignorano i soldi del mondo islamista per la propaganda pro-Hamas, giornalisti che credono solo ad Al Jazeera, italiani che non distinguono i palestinesi da Hamas. Ritorna l’accusa del sangue. Liliana Segre insultata nel silenzio. Bologna e Torino invase da folle che il 7 ottobre festeggiano. Una funzionaria Onu celebrata per le sue dichiarazioni antisemite.<br><br>parte 2: Per decenni abbiamo fatto viaggi ad Auschwitz, letto Anna Frank, detto “mai più”. Ma la memoria che funziona solo per gli ebrei morti non serve. È facile commuoversi per il 1944: non chiedono nulla, non hanno esercito, non hanno Stato. Difficile accettare gli ebrei vivi, e uno Stato ebraico che difende i suoi cittadini. Tra memoria dei morti e solidarietà con i vivi c’è una distanza che non riesco più a non vedere.<br><br>parte 3: Per questo il 7 ottobre ha cambiato il mio rapporto con Israele. Israele si può criticare, come ogni Stato. Ma la sua esistenza e la sicurezza dei suoi cittadini non sono negoziabili. Il sionismo si discute nelle sue forme, ma il suo nucleo è che gli ebrei abbiano un luogo dove la sicurezza non dipenda dalla benevolenza altrui. L'esperienza insegna che sugli europei non possono mai fare affidamento.<br><br>parte 4: Non trascuriamo neppure l’accanimento contro i democratici israeliani anti-Netanyahu e chi li appoggia. Penso a The Democrats di Yair Golan, ex vice capo IDF, che il 7 ottobre corse a salvare i sopravvissuti al Nova. Un partito sionista, liberal-democratico, che vuole due Stati e combatte Netanyahu. Le folle ‘antisioniste’ li odiano perché dimostrano che un altro Israele esiste. Sono un ostacolo al ‘dal fiume al mare’.<br><br>parte 5: Sono passati tre anni, e i negatori cercano di inghiottire il 7 ottobre sovrapponendogli altre iniziative. Presto inghiottiranno una memoria più vasta, mai digerita dai nipoti degli aguzzini nazifascisti e stalinisti. Il dopoguerra è stato solo latenza. Oggi bisogna ricordare, uno per uno, i fatti e le vittime del 7 ottobre 2023. Ma ricordare non basta. Dobbiamo anche interrogarci su come Hamas sia diventata egemone e su quale alternativa laica sia stata soffocata. Per non consegnare a nessuno — israeliani e palestinesi — un futuro di sola violenza. <br><br>articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.    <br>    <br>Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/serena-russo/" data-type="page" data-id="75">Serena Russo</a>; usa un tono tagliente e ironico. Rendilo immersivo. Non abusare dell'aggettivo "geopolitico", e della forma "non... non... non...". Fallo in paragrafi compatti, non pieno di a capo. non usare "e qui...", "ed è qui che...". Non dare titoli ai paragrafi, non usare "politico" e "geopolitico" se non occorre.</pre>
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		<title>Dopo il mondo di ieri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2026 12:20:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto De Santis]]></category>
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<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="723" height="404" data-attachment-id="11120" data-permalink="https://leargenteetesteduovo.com/2026/10/06/dopo-il-mondo-di-ieri/eurocity/" data-orig-file="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/eurocity.jpg?fit=1376%2C768&amp;ssl=1" data-orig-size="1376,768" data-comments-opened="1" data-image-title="eurocity" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/eurocity.jpg?fit=723%2C404&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/eurocity.jpg?resize=723%2C404&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-11120" style="aspect-ratio:1.7902756818432772;width:705px;height:auto" srcset="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/eurocity.jpg?resize=1024%2C572&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/eurocity.jpg?resize=300%2C167&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/eurocity.jpg?resize=768%2C429&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/eurocity.jpg?w=1376&amp;ssl=1 1376w" sizes="auto, (max-width: 723px) 100vw, 723px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il mondo di Churchill, De Gaulle, Eisenhower e Roosevelt non esiste più. E non tornerà. Possiamo continuare a evocarlo nelle commemorazioni e nelle fotografie in bianco e nero, ma quella stagione è finita. E forse è bene ricordare che non fu affatto un&#8217;età dell&#8217;oro: basti pensare agli imperi coloniali, alla guerra fredda, alle discriminazioni che attraversavano le società occidentali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quegli uomini, tuttavia, avevano compreso una cosa che oggi sembra sfuggirci: dopo una catastrofe non basta vincere. Bisogna costruire. Istituzioni, alleanze, regole, limiti al potere, organismi internazionali, meccanismi di cooperazione. Il dopoguerra occidentale nacque da questa consapevolezza. La forza degli Stati Uniti venne esercitata anche per costruire un sistema nel quale gli stessi Stati Uniti potessero prosperare insieme ai propri alleati. Quel patto, con tutte le sue contraddizioni, si è progressivamente logorato. Oggi è saltato. Rimpiangerlo serve a poco. La domanda è molto più scomoda: che cosa intendiamo costruire adesso?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Guardiamo anzitutto all&#8217;America Latina, dove una nuova onda conservatrice sta attraversando il continente. Il Brasile ne offre una fotografia quasi perfetta: Jair Bolsonaro è stato condannato, mentre il figlio Flávio Bolsonaro si è imposto elettoralmente, e dall&#8217;altra parte Luiz Inácio Lula da Silva continua a rappresentare la principale alternativa, riproponendo una contrapposizione che sembra ormai incapace di produrre una vera via d&#8217;uscita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni Paese ha naturalmente la propria storia. Il Brasile ha conosciuto una dittatura militare; il Cile Pinochet; l&#8217;Argentina Videla. Gran parte dell&#8217;America Latina porta ancora addosso le cicatrici di decenni nei quali esercito, oligarchie e potenze straniere hanno deciso il destino di intere generazioni. Sarebbe dunque miope leggere tutto attraverso una sola lente. Ma sarebbe altrettanto miope ignorare ciò che sta accadendo. Una parte decisiva della nuova destra latinoamericana nasce dalla crisi dei vecchi populismi e dal fallimento di quelle esperienze che promettevano emancipazione sociale attraverso la spesa, la retorica antiamericana, la redistribuzione senza basi solide e una concezione dello Stato spesso ridotto a macchina di consenso. Quando quelle promesse si consumano, arriva qualcuno che dice: basta, adesso pensiamo a noi. È una formula potentissima. E proprio per questo pericolosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La nuova destra non si limita più a promettere ordine, sicurezza e mercato. Recupera simboli e figure che fino a pochi anni fa sembravano definitivamente consegnati alla storia. Pinochet e Videla tornano a essere riabilitati in settori dell&#8217;opinione pubblica. La dittatura viene trasformata in una parentesi necessaria, l&#8217;autoritarismo in una prova di efficienza, la democrazia in un lusso che ci si può permettere soltanto quando tutto funziona. È la stessa mutazione che abbiamo visto affermarsi negli Stati Uniti con Donald Trump: il passato viene riscritto in funzione del presente, le istituzioni vengono trattate come ostacoli, l&#8217;avversario come un nemico interno, la forza come una virtù sufficiente a giustificare quasi tutto. Non è una semplice restaurazione della destra del Novecento. È qualcosa di più moderno e, proprio per questo, più insidioso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Europa il problema assume una forma diversa ma conduce nella medesima direzione. Per decenni il centro conservatore ha svolto una funzione quasi dimenticata: fare argine. Poteva essere duro sull&#8217;immigrazione, severo sui conti pubblici, liberale sull&#8217;economia, persino culturalmente conservatore. Ma considerava le istituzioni democratiche, l&#8217;integrazione europea e l&#8217;alleanza occidentale parte del perimetro invalicabile. Quel perimetro si è spezzato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il voto oscilla, si sposta rapidamente, premia la protesta, punisce l&#8217;establishment e soprattutto si polarizza. La destra radicale non ha più bisogno di conquistare interamente il centro: le basta spostarlo. E una parte del centro, per paura di perdere voti, finisce per inseguirla. È così che l&#8217;estremo diventa progressivamente normale. Le prossime elezioni decisive in Francia, Germania, Italia e Polonia diranno molto più della composizione dei rispettivi parlamenti. Diranno se l&#8217;Europa avrà ancora la forza di considerarsi un soggetto oppure se continuerà a comportarsi come un continente che aspetta dagli altri la propria definizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché mentre noi discutiamo di leadership, coalizioni e percentuali, il mondo intorno a noi è cambiato. Trump considera l&#8217;Europa un concorrente debole, Putin la considera uno spazio da dividere e intimidire, Xi Jinping la considera soprattutto un mercato e una variabile strategica. Un&#8217;Europa incapace di difendere i propri interessi sarà inevitabilmente costretta a scegliere quale potenza servire. La questione è ancora più grande perché sta cambiando il modo stesso in cui si produce ricchezza. L&#8217;intelligenza artificiale, l&#8217;automazione, le grandi piattaforme tecnologiche e la concentrazione del capitale stanno creando un&#8217;economia nella quale il vantaggio competitivo dipenderà sempre più dalla capacità di controllare infrastrutture, dati, tecnologia e conoscenza. Gli Stati Uniti partono da una posizione dominante. La Cina dispone di una capacità industriale che l&#8217;Europa non può ignorare. La Russia possiede un&#8217;altra cosa: la capacità, spesso brutale, di utilizzare la forza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi abbiamo il mercato unico, una grande industria, università straordinarie, risparmio privato e competenze scientifiche. Ma continuiamo a comportarci come se tutto questo potesse sopravvivere automaticamente. Non sopravviverà automaticamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E arriviamo così all&#8217;Italia, che ha un problema ancora più elementare: abbiamo trasformato la politica economica in una gara a chi promette meglio il beneficio immediato. Salario minimo, bonus, incentivi, trasferimenti, nuovo debito: ogni proposta può avere una sua ragione, ma la somma di queste proposte non costituisce una strategia di sviluppo. Una società adulta dovrebbe avere il coraggio di dirlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le pensioni si pagano con il lavoro di chi oggi produce. La sanità si paga con una base economica solida. La scuola si finanzia con risorse adeguate e continuità. Il welfare, quello vero, richiede produttività, occupazione, salari dignitosi, imprese competitive, investimenti e uno Stato capace di spendere bene ciò che raccoglie. Da trent&#8217;anni l&#8217;Italia è intrappolata in una stagnazione che ha impoverito le prospettive di intere generazioni. Ora anche la Francia mostra crepe che fino a ieri sembravano impensabili. Possiamo continuare a discutere di come dividere una torta che smette di crescere, oppure affrontare finalmente il problema della sua dimensione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa non è una bestemmia neoliberista. È aritmetica. La sinistra dovrebbe avere il coraggio di parlare di sviluppo senza consegnarne il significato alla destra: innovazione, lavoro qualificato, industria, ricerca, infrastrutture, transizione energetica. Non basta promettere protezione; bisogna creare le condizioni perché quella protezione possa durare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E arriviamo alla questione dalla quale dipende tutto il resto: l&#8217;Ucraina. La difesa dell&#8217;Europa si gioca oggi a Kyiv. Non perché l&#8217;Ucraina sia un simbolo astratto della democrazia occidentale, ma perché lì si decide se un grande Stato possa aggredire un Paese vicino, conquistare territori, distruggere città e poi sedersi al tavolo delle trattative pretendendo che il risultato della guerra diventi il nuovo diritto internazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se la Russia vincesse, il problema non sarebbe soltanto il destino dell&#8217;Ucraina. Sarebbe il messaggio consegnato al mondo: la forza paga. Le frontiere possono essere cambiate con la guerra. Gli Stati più deboli devono semplicemente sperare che il proprio vicino più forte abbia appetiti limitati. E allora sì, potremmo ritrovarci dentro una nuova Yalta. Ma questa volta l&#8217;Europa non sarebbe fra i vincitori. Potrebbe essere semplicemente l&#8217;oggetto della trattativa fra altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trump, Putin e Xi rappresentano modelli diversi e perseguono interessi diversi. Non serve costruire una caricatura geopolitica per capire che un&#8217;Europa debole sarebbe utile a tutti e tre, seppure per ragioni differenti. Una nuova divisione delle sfere d&#8217;influenza avrebbe conseguenze enormi sulla nostra sicurezza, sulla nostra autonomia economica e sulla nostra capacità di decidere il futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;anno che viene potrebbe essere terribile. Ma c&#8217;è qualcosa che rischia di essere ancora peggiore: trascorrerlo discutendo di tutto tranne che di ciò che sta realmente accadendo. Litigare sulle formule, sui leader, sulle tifoserie, sui piccoli vantaggi elettorali mentre intorno a noi cambia l&#8217;ordine del mondo. Oppure, peggio ancora, tifare per chi ha deciso di iniziare una guerra soltanto perché la propria appartenenza ideologica ci impedisce di vedere la realtà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto la nostalgia diventa quasi una forma di pigrizia. Il compito è molto più difficile: assumersi la responsabilità del tempo in cui viviamo. Difendere ciò che ancora funziona, correggere ciò che ha fallito, costruire ciò che manca. Senza aspettare un nuovo Churchill, perché la storia non ci deve un salvatore. Ci chiede cittadini capaci di scegliere, istituzioni capaci di agire, una classe dirigente capace di guardare oltre il prossimo sondaggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sappiamo quale ordine nascerà da questa crisi. Sappiamo però che lasciarlo costruire agli altri significherebbe accettare il ruolo che avranno scelto per noi. È questa, oggi, la partita. E dobbiamo esserci.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Roberto De Santis)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Intro: Il mondo di Churchill, De Gaulle, Eisenhower e Roosevelt non esiste più e non tornerà. Non era un’età dell’oro, ma quei leader avevano costruito istituzioni, limiti e alleanze. Oggi quel patto è saltato. Rimpiangerlo non serve.<br><br>parte 1: In America Latina c’è un’onda di destra. Il Brasile lo conferma: Bolsonaro figlio eletto, il padre condannato; Lula riproposto senza alternative. Pesano storie nazionali e passati militari, ma soprattutto il fallimento dei populismi terzomondisti. È una nuova destra modello Trump, che riabilita Pinochet e Videla.<br><br>parte 2: In Europa il centro conservatore che faceva argine all’estrema destra si è rotto. Il voto fluttua e si polarizza. Le prossime elezioni in Francia, Germania, Italia e Polonia decideranno il futuro dell’UE. Trump vuole depotenziarci, con Putin e in parte Xi: un’Europa debole lascerebbe campo libero a Usa, Russia e Cina, mentre AI e tecnocrazia americana guideranno la produzione.<br><br>parte 3: Salario minimo, bonus e nuovo debito non sono un programma. Pensioni e welfare si pagano con la crescita, non con patrimoniali una tantum. Italia da 30 anni e ora Francia lo dimostrano: quel ciclo è fermo. Servono leadership e consapevolezza, non slogan.<br><br>parte 4: Siamo a una svolta storica. La difesa dell’Europa si gioca a Kyiv. Se vince la Russia, finiremo nella morsa Trump-Putin-Xi: una nuova Yalta, e non da vincitori. L’anno che verrà sarà terribile; peggio sarà discutere d’altro o tifare per chi ha voluto la guerra.<br><br>parte 5: La nostalgia è inutile. Il compito è arginare il peggio: autoritarismo, guerra, vassallaggio, oligarchia digitale, disuguaglianze, crisi climatica. Difendere Ucraina, Europa, Stato di diritto, verità, crescita e coesione sociale non è destra o sinistra: è la condizione per avere ancora un futuro democratico. Dobbiamo esistere ed esserci.<br><br>articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.    <br>    <br>Assumendo personalità e stile di scrittura di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/roberto-de-santis/" data-type="page" data-id="98">Roberto De Santis</a>, scrivi un articolo; usa un tono brillante e polemico. Rendi l'articolo immersivo e partecipato. Non usare bullet list, solo paragrafi. No n iniziare con "C'è un...", "ci sono..." e formule di questo tipo. Usa il meno possibile "Ed è qui che...", "E qui...". Non abusare di "non... non... non...". Usa il meno possibile l'aggettivo "politico". Niente titoli ai paragrafi.</pre>
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		<title>Live Like An Angel, Die Like A Devil</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2026 10:25:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Margherita Nanni]]></category>
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					<description><![CDATA[Quando i Venom pubblicarono Welcome to Hell, nel 1981, io non ero ancora nata. Sono arrivata a loro molto dopo, seguendo a ritroso l&#8217;albero genealogico della musica che amavo: quando cominci a chiederti da dove vengano certe sonorità, certe estetiche e certe forme di estremismo, prima o poi incontri anche loro. Non li ho vissuti [&#8230;]]]></description>
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<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="708" height="433" data-attachment-id="11089" data-permalink="https://leargenteetesteduovo.com/2026/10/04/live-like-an-angel-die-like-a-devil/cronos/" data-orig-file="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/cronos.jpg?fit=708%2C433&amp;ssl=1" data-orig-size="708,433" data-comments-opened="1" data-image-title="cronos" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/cronos.jpg?fit=708%2C433&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/cronos.jpg?resize=708%2C433&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-11089" style="width:706px;height:auto" srcset="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/cronos.jpg?w=708&amp;ssl=1 708w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/cronos.jpg?resize=300%2C183&amp;ssl=1 300w" sizes="auto, (max-width: 708px) 100vw, 708px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Quando i Venom pubblicarono <em>Welcome to Hell</em>, nel 1981, io non ero ancora nata. Sono arrivata a loro molto dopo, seguendo a ritroso l&#8217;albero genealogico della musica che amavo: quando cominci a chiederti da dove vengano certe sonorità, certe estetiche e certe forme di estremismo, prima o poi incontri anche loro. Non li ho vissuti come una ragazzina davanti a una musica nuova e scandalosa: li ho incontrati quando erano già diventati una delle radici, più o meno marce, di tutto quello che sarebbe venuto dopo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Erano tre scalcagnati di Newcastle-upon-Tyne con un talento musicale discutibile e un&#8217;idea invece chiarissima: prendere tutti i limiti dell&#8217;oltraggio musicale conosciuti fino a quel momento e superarli contemporaneamente. I Judas Priest avevano i riff, i Motörhead la velocità e il volume, i Kiss lo spettacolo, i primi Black Sabbath quel suono terroso e greve, il punk l&#8217;incoscienza e il gusto per la provocazione. I Venom presero tutto, lo misero insieme e decisero che ogni parametro dovesse essere portato al massimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non erano più bravi dei musicisti dai quali prendevano ispirazione. Spesso erano molto peggiori. Ma avevano capito che l&#8217;effetto cercato non dipendeva necessariamente dalla perizia. <em>Welcome to Hell</em> e <em>Black Metal</em> non sono dischi memorabili perché suonati impeccabilmente: lo sono perché sembrano il risultato di un&#8217;idea completamente priva di freni. I Venom non perfezionarono l&#8217;estremo. Lo resero possibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il loro immaginario seguiva la stessa filosofia. Horror della Hammer, Mario Bava, Zé do Caixão, fumetti, croci rovesciate, pentacoli, sangue, Satana, streghe, morte. Il satanismo dei Venom mi è sempre sembrato molto più vicino al <em>Son of Satan</em> della Marvel che a un grimorio esoterico. Non c&#8217;era alcun bisogno di cercare messaggi subliminali: il Capro Satanico era in copertina, Satana veniva nominato senza pudore, la Contessa Bathory compariva nei testi e l&#8217;inferno era regolarmente annunciato con la discrezione di una sirena d&#8217;allarme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era talmente tutto esplicito da rendere quasi tenera la vecchia ossessione per i messaggi satanici nascosti nel rock. I Venom non nascondevano il Male: lo stampavano sulle copertine e lo urlavano al microfono. La loro estetica era un concentrato di film horror, fumetti, adolescenza e pessimo gusto deliberatamente esibito. E funzionava proprio perché non cercava alcuna giustificazione intellettuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo due album straordinari come <em>Welcome to Hell</em> e <em>Black Metal</em> e un terzo, <em>At War with Satan</em>, comunque più che valido, la situazione cambiò rapidamente. Dall&#8217;America arrivarono Metallica, Slayer e compagnia, cioè musicisti che avevano preso quella stessa materia prima e l&#8217;avevano trasformata in qualcosa di più veloce, più duro, più preciso e infinitamente più professionale. I Venom avevano aperto una porta; quelli arrivati dopo avevano capito come costruirci sopra un edificio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un po&#8217; come John Belushi che sfonda una porta con la testa e viene immediatamente travolto da tutti quelli che stanno correndo dietro di lui per arrivare all&#8217;armadio dei liquori. La metafora è particolarmente adatta perché i Venom non furono mai esattamente un modello di organizzazione. Disordinati, litigiosi e spesso incapaci di gestire la propria stessa creatura, finirono per essere superati dal movimento che avevano contribuito a mettere in moto. Negli anni successivi tentarono più volte di riprendere il controllo della propria leggenda, con risultati alterni e non sempre gloriosi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Venerdì 29 settembre è morto Conrad Lant, per tutti Cronos, voce e basso dei Venom. Io lo avevo visto appena a luglio al Luppolo in Rock. Non fu una performance memorabile, ma ne ho viste di peggiori: in altre occasioni Cronos mi era sembrato francamente scazzato e annoiato, mentre quella sera almeno sembrava intenzionato a fare il proprio mestiere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo incontro ravvicinato mi interessa quasi più della celebrazione postuma. Sul palco c&#8217;era un uomo di sessant&#8217;anni suonati che continuava a portare in giro il nome dei Venom insieme a una formazione che non avrebbe esattamente impressionato un conservatorio. Non l&#8217;icona congelata nel 1982, dunque, ma un vecchio rocker con una storia alle spalle, qualche acciacco e un repertorio che ormai appartiene alla storia del metal.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi bastavano poche note.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non perché improvvisamente la band diventasse straordinaria, ma perché riconoscevi l&#8217;origine di qualcosa. Una certa brutalità, una certa idea di suono, quella volontà di portare il cattivo gusto oltre il punto in cui diventa quasi sublime. L&#8217;eredità dei Venom non è la perfezione: è aver dimostrato che si poteva spingere il rock molto più in là di quanto la rispettabilità musicale fosse disposta a tollerare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso ai Plasmatics, più o meno contemporanei e dall&#8217;altra parte dell&#8217;Atlantico. Esperienze diversissime, ma accomunate dalla stessa insofferenza verso la rispettabilità. Wendy O. Williams non aveva bisogno di trasformare la provocazione in una tesi accademica; i Venom non avevano bisogno di trasformare Satana in una metafora filosofica. Il punto era l&#8217;eccesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Conrad Lant è morto. Cronos, invece, continuerà a riapparire ogni volta che qualcuno metterà sul piatto <em>Welcome to Hell</em> e si domanderà come sia stato possibile che un disco del genere abbia contribuito a cambiare la storia del metal.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta è piuttosto semplice: perché a volte la storia della musica non la fanno quelli che sanno fare meglio una cosa. La fanno quelli che per primi hanno il cattivo gusto di provare a farla.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Margherita Nanni)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>1. Quando i Venom debuttarono con Welcome to Hell, nel 1981, io non ero ancora nata. Sono arrivata a loro molto dopo, ripercorrendo a ritroso l’albero genealogico della musica che amavo: per capire da dove venissero certe sonorità e certe estetiche sono finita prima o poi anche davanti a loro. Voglio partire da questa distanza temporale e generazionale, perché per me i Venom non sono stati una scoperta contemporanea alla loro esplosione, ma uno di quei gruppi che si incontrano quando si comincia a scavare nelle origini della musica che ci piace.<br>2. I Venom erano tre scalcagnati di Newcastle upon Tyne con un talento musicale discutibile e un’idea molto chiara: superare in musica tutti i limiti dell’oltraggio esistenti fino a quel momento. I riff dei Judas Priest, la velocità e il volume dei Motörhead, l’impatto scenico dei Kiss, il suono terroso e greve dei primi Black Sabbath, l’incoscienza e lo spirito corrosivo del punk: tutto insieme, tutto a volume 11. Non erano necessariamente migliori dei musicisti da cui prendevano ispirazione, anzi spesso erano molto peggiori: la loro forza stava nell’aver capito che si potevano prendere tutti quegli elementi e spingerli contemporaneamente verso l’eccesso.<br>3. Il tutto era condito da un immaginario horror e satanico estremamente grossolano e almeno altrettanto saporito, costruito sulle visioni notturne dei film della Hammer, di Mario Bava e di Zé do Caixão, oltre che sui fumetti: il satanismo dei Venom mi sembra molto più vicino al Son of Satan della Marvel che a un grimorio esoterico. Vestiti di pelle e borchie, con luci ed effetti pirotecnici artigianali e non esattamente rassicuranti, resero rapidamente obsoleta qualsiasi discussione sui presunti messaggi satanici nascosti nella musica: il Capro Satanico era spiattellato in copertina, Satana, la Contessa Bathory, l’inferno scatenato in terra, esequie premature e tutto il resto erano espliciti e ostentati in canzoni rozze e ignoranti, suonate male e prodotte peggio, ma eseguite con un’energia incontenibile.<br>4. Dopo due album incredibili come Welcome to Hell e Black Metal e un terzo, At War with Satan, comunque più che valido, la stella dei Venom si offuscò rapidamente. I loro pregi diventarono presto il loro difetto maggiore quando dagli Stati Uniti emersero le orde del thrash metal: Metallica, Slayer e compagnia erano più duri, veloci ed estremi dei Venom, sapevano suonare e avevano una professionalità che al trio di Newcastle era spesso completamente estranea. I Venom avevano scoperchiato un vaso di Pandora che finì per travolgerli: come John Belushi che sfonda una porta e poi viene travolto da tutti quelli che arrivano dietro di lui per accaparrarsi l’armadio dei liquori. Troppo disorganizzati, troppo rozzi e incapaci di gestire sé stessi e i propri rapporti, finirono rapidamente la loro missione e negli anni successivi diventarono spesso una caricatura di ciò che erano stati.<br>5. Lo scorso venerdì Cronos è morto. Io lo avevo visto appena a luglio al Luppolo in Rock: non fu una performance memorabile, ma fu comunque migliore di altre occasioni in cui l’avevo visto apparire francamente scazzato e annoiato. Mi interessa ricordarlo anche attraverso questo incontro ravvicinato e tutt’altro che mitologico: sul palco c’era un uomo di sessant’anni suonati che continuava a portare in giro il nome dei Venom assieme a un paio di raccattati (Mantas e Abaddon oggi commemorano Cronos, ma in perfetto stile rock, fino all'altro ieri si odiavano cordialmente), non un’icona congelata nel 1982. Eppure bastavano poche note perché tornasse fuori qualcosa di quell’idea originaria.<br>6. Il bello dei Venom, alla fine, è proprio la loro irriducibilità. Presi al loro meglio, saranno sempre quel gruppo di zozzi sottoproletari di Newcastle che facevano musica di merda ad altissimo volume e avevano deciso che tutto doveva essere più sporco, più rumoroso e più offensivo. Il loro nome non può essere speso per fare bella figura con le persone rispettabili, né con chi crede che il rock debba aspirare all’elevazione per diventare cultura. Anzi, credo che pochi siano stati onesti quanto loro nell’elevare lo schifo a cifra stilistica. Penso ai Plasmatics, grosso modo negli stessi anni ma dall’altra parte dell’Atlantico: esperienze diverse, ma la stessa insofferenza per la rispettabilità. Conrad Lant è morto, ma Cronos è immortale.<br><br>articolo: 1,2,3,4,5,6; approfondisci se necessario.<br><br>assumendo la personalità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/margherita-nanni/" data-type="page" data-id="66">Margherita Nanni</a>, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda. (non parlare necessariamente di inverosomiglianza, al limite descrivila); non usare elenchi nè righe di separazione, e non usare troppo della formula "e qui"; niente titoli ai paragrafi; niente espressioni come "c'è qualcosa di", "ed è qui che", "è qui che"</pre>
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		<title>&#8220;It&#8217;s Clobbering Time&#8221;: anatomia di un meme</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 10:53:22 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Ci sono frasi che nascono per esigenze molto modeste. Tipo: un tizio sta per menare qualcuno e vuole avvertirlo. Fine. Poi, per ragioni che nessuno aveva programmato, quella frase esce dal fumetto, entra nella musica hardcore, finisce nel wrestling e alla fine la conoscono milioni di persone che della sua origine non sanno assolutamente nulla. “It’s Clobbering Time” è una di queste.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La frase appartiene naturalmente a Ben Grimm, alias la Cosa dei Fantastici Quattro. Siamo nel 1964 e Stan Lee e Jack Kirby hanno a disposizione un omone di roccia arancione, permanentemente incazzato e con la delicatezza diplomatica di un bulldozer: cosa dovrebbe dire prima di prendere qualcuno a cazzotti? “È il momento di procedere all’interazione fisica”? No. “It’s Clobbering Time”, molto più correttamente. Nel fumetto la frase ha innanzitutto una funzione narrativa molto semplice: è il segnale che la Cosa sta per passare dalle parole alle mani. Diventa però anche una firma del personaggio, una di quelle formule che bastano da sole a evocarlo. Non è più soltanto una battuta dentro una scena: è una frase riconoscibile, pronta a essere estratta dalla storia e utilizzata altrove.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Italia, peraltro, qualcuno ebbe la brillante idea di tradurla come “È tempo di distruzione”. Una scelta comprensibile, certo, ma piuttosto solenne per uno che, in sostanza, sta dicendo: “Adesso volano le mazzate”. “È tempo di mazzate” sarebbe stato probabilmente molto più aderente allo spirito dell’originale, oltre che infinitamente più Ben Grimm. Ma evidentemente nel doppiaggio e nell’adattamento italiano del fumetto ogni tanto abbiamo avuto paura che la Cosa sembrasse un po’ troppo… concreta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi, nel 1989, succede qualcosa di completamente diverso: la frase smette di essere una battuta di un supereroe e diventa il titolo di una canzone hardcore. I Sick Of It All pubblicano <em>Blood, Sweat &amp; No Tears</em>, il loro primo album, e dentro ci mettono “It’s Clobbering Time”. Non siamo più nel mondo narrativo della Marvel. La Cosa non sta pronunciando la frase e nessuno sta cercando di ricostruire una scena dei Fantastici Quattro. La band prende semplicemente una formula che conosce e la trasforma in un oggetto musicale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I Sick Of It All amano i fumetti, conoscono Ben Grimm e quella frase gli piace. Ma, soprattutto, “It’s Clobbering Time” ha esattamente il tipo di energia che serve a una band hardcore: è breve, aggressiva, immediata, quasi fatta per essere gridata. Non occorre costruirci sopra una teoria della contaminazione culturale. A dei ragazzi che fanno hardcore piace la Cosa e pensano che quella frase sia un titolo perfetto. Fine. Il contesto, però, cambia completamente: nel fumetto “It’s Clobbering Time” è la minaccia annunciata da un personaggio; nel disco diventa un segnale identitario, qualcosa che appartiene all’immaginario della band e al suo modo di stare dentro la scena hardcore newyorkese. La frase è la stessa, ma non sta più facendo lo stesso lavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualche anno dopo arriva CM Punk. Conosce i fumetti, conosce i Sick Of It All e comincia a usare “It’s Clobbering Time” già nel circuito indipendente. Quando arriva alla WWE nel 2005, la frase viaggia con lui. Nel wrestling cambia ancora funzione. Non è più il titolo di una canzone e non è più semplicemente una battuta appartenente a un personaggio dei fumetti. Diventa una catchphrase: qualcosa da pronunciare davanti a un pubblico, prima o durante lo scontro, fino a diventare associato direttamente alla persona che la usa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto entra in un mezzo capace di farla circolare ben oltre i confini delle due comunità che l’avevano preceduta. Un lettore di fumetti può riconoscere immediatamente Ben Grimm. Un ascoltatore hardcore può pensare ai Sick Of It All. Ma uno spettatore del wrestling può conoscere perfettamente “It’s Clobbering Time” senza avere mai letto un <em>Fantastic Four</em> e senza sapere minimamente chi siano i Sick Of It All.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Richard Dawkins, quando introdusse il concetto di meme in <em>The Selfish Gene</em>, indicava tra le caratteristiche decisive fedeltà, fecondità e longevità. Questa frase le mostra abbastanza bene tutte e tre. La fedeltà sta nel fatto che la formula rimane riconoscibile. La fecondità nella sua capacità di adattarsi a contesti diversi: prima una vignetta, poi una canzone, poi un ring televisivo. La longevità, invece, è quasi imbarazzante da dimostrare: una frase nata negli anni Sessanta continua a circolare nel 2026.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è necessario conoscere la genealogia per trasmettere qualcosa. La frase può arrivare a qualcuno attraverso CM Punk, che magari non sa nulla della sua prima apparizione nei fumetti. Oppure attraverso i Sick Of It All, senza che l&#8217;ascoltatore abbia mai letto una storia della Cosa. Il passaggio non conserva necessariamente tutte le informazioni precedenti. Conserva ciò che serve. È una specie di archeologia al contrario: il reperto sopravvive anche quando si è perso il museo da cui proviene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo rende la vicenda più interessante dei soliti discorsi sul “meme” come fenomeno esclusivamente digitale. Qui non abbiamo immagini virali, algoritmi o social network. Abbiamo una frase che attraversa ambienti culturali molto diversi semplicemente perché ogni nuovo gruppo trova un motivo per farla propria. Il fumetto le dà un personaggio. L’hardcore le dà un suono. Il wrestling le dà un volto e un pubblico globale. Tre ambienti distinti, tre funzioni diverse, una stessa sequenza di parole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nessun piano quinquennale della cultura pop. Nessun ufficio marketing. Nessuna cabina di regia. Stan Lee e Jack Kirby volevano una battuta per la Cosa. I Sick Of It All volevano un titolo che avesse l’energia giusta. CM Punk aveva una passione per i fumetti, conosceva la band e trovò nella frase qualcosa che funzionava perfettamente per il wrestling. Il resto è trasmissione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è forse questo il lato più divertente della faccenda: le idee non hanno bisogno di essere profonde per durare. Devono essere riconoscibili, riproducibili e abbastanza elastiche da poter cambiare casa senza perdere la faccia. “It’s Clobbering Time” lo ha fatto per più di sessant’anni. Ogni volta ha perso qualcosa del contesto precedente e guadagnato qualcosa di nuovo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tre parole. Tre mondi. Sei decenni. E una quantità spropositata di botte.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Margherita Nanni)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>1. Voglio partire dalla storia di “It’s clobbering time!”, espressione pronunciata da Ben Grimm, la Cosa dei Fantastici Quattro, e diventata nel tempo una delle frasi più riconoscibili del personaggio. Mi interessa ricostruirne brevemente l’origine fumettistica, senza trasformare il pezzo in una storia dei Fantastici Quattro: quello che mi interessa è soprattutto il fatto che una battuta nata dentro una storia abbia cominciato a vivere anche fuori da essa.<br><br>2.  nel 1989 “It’s Clobberin’ Time” diventa il titolo di una canzone del primo album dei Sick Of It All, *Blood, Sweat &amp; No Tears*. La band, grande appassionata di fumetti, riprende consapevolmente l’espressione di Ben Grimm. Mi interessa il curioso salto fra due ambienti di cultura popolare apparentemente diversi — Marvel e hardcore newyorkese — senza cercare di attribuire alla scelta una profondità che non ha: era una citazione che piaceva ai musicisti e funzionava perfettamente anche nel loro immaginario.<br><br>3. Il wreslter CM Punk utilizza “It’s clobbering time!” già nel circuito indipendente e la porta poi nella WWE a partire dal 2005. Punk è appassionato di fumetti e conosce anche i Sick Of It All, quindi il percorso non è casuale: la frase arriva a lui attraverso una genealogia culturale precisa. Con la diffusione globale del wrestling televisivo, però, l’espressione perde progressivamente la necessità di essere conosciuta nella sua forma originaria: milioni di persone possono riconoscere “It’s clobbering time!” senza avere mai letto un fumetto di Stan Lee e Jack Kirby né ascoltato i Sick Of It All.<br><br>4.  “It’s clobbering time!” mi sembra un esempio particolarmente pulito di elemento culturale che si replica per imitazione, attraversa individui e ambienti diversi e sopravvive modificando il proprio contesto. Voglio applicare i tre criteri indicati da Dawkins — fedeltà di replicazione, fecondità e longevità — mostrando concretamente come la frase li soddisfi.<br><br>5. Durante la trasmissione, un meme non deve necessariamente conservare la consapevolezza della propria origine. La frase di Ben Grimm è diventata prima un titolo hardcore e poi una catchphrase del wrestling: ogni passaggio ha aggiunto un nuovo pubblico e un nuovo significato d’uso, senza bisogno che il pubblico successivo conoscesse tutta la genealogia precedente. Fumetti Marvel, hardcore e wrestling sono normalmente trattati come compartimenti separati della cultura pop, mentre una singola frase li attraversa da oltre sessant’anni.<br><br>6. Voglio chiudere sulla distanza fra la serietà con cui oggi parliamo di “meme” e la banalità concreta con cui spesso avviene la trasmissione culturale: una battuta inventata per un personaggio dei fumetti può passare a una band hardcore perché ai musicisti piace quel personaggio, arrivare a un wrestler perché piace sia il fumetto sia quella band e infine diventare un fenomeno globale. Non serve che nessuno abbia progettato la diffusione, né che ci sia dietro una strategia culturale: basta che qualcosa sia abbastanza riconoscibile, riproducibile e adatto a essere riutilizzato. Le idee non hanno bisogno di essere profonde per sopravvivere. Basta che sappiano replicarsi.<br><br>articolo: 1,2,3,4,5,6; approfondisci se necessario.<br><br>assumendo la personalità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/margherita-nanni/" data-type="page" data-id="66">Margherita Nanni</a>, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda. (non parlare necessariamente di inverosomiglianza, al limite descrivila); non usare elenchi nè righe di separazione, e non usare troppo della formula "e qui"; niente titoli ai paragrafi; niente espressioni come "c'è qualcosa di", "ed è qui che", "è qui che"</pre>
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		<title>Contro la lore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Oct 2026 07:57:08 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Quest’estate, su consiglio di alcuni amici entusiasti e dopo aver letto una quantità sospetta di recensioni estremamente positive, ho deciso di provare a leggere i primi tre libri di <em>Mistborn</em> di Brandon Sanderson.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima cosa da dire è che capisco perfettamente perché piaccia. Sanderson sa costruire un sistema. In <em>Mistborn</em> la magia ha regole precise, le capacità dei personaggi rispondono a meccanismi comprensibili, le fazioni occupano il loro posto all’interno di una struttura più ampia e le informazioni disseminate nel corso della storia tendono progressivamente a ricomporsi. C’è un evidente piacere ingegneristico nella costruzione del romanzo: il lettore può imparare il sistema, comprenderne le regole e anticiparne le conseguenze. Ed è precisamente questo che, a un certo punto, ha cominciato a annoiarmi. Il piacere di capire come funziona <em>Mistborn</em> finisce per competere con quello di sapere che cosa succederà. Le rivelazioni sulla magia, sulla storia e sulla struttura dell’universo hanno un peso enorme nell’economia narrativa. Il mistero diventa spesso un problema da risolvere: quali sono le regole? Che cosa c’è dietro ciò che sappiamo? Come si incastrano i vari elementi? È un modello narrativo legittimo e, evidentemente, molto efficace. Ma a me lascia la sensazione di essere più interessato a decifrare il progetto dell’autore che a vivere la storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per capire meglio che cosa mi stava infastidendo, mi sono riletto <em>Gli Accoliti del Cerchio Nero</em> di Robert E. Howard. Il contrasto è stato illuminante. Howard prende Conan, lo scaraventa in un mondo che sembra esistere da migliaia di anni prima che il lettore arrivi e altrettante migliaia di anni dopo che se ne sarà andato, e poi gli fa fare qualcosa. Combattere, fuggire, rubare, sopravvivere, sedurre, ammazzare qualcuno. La storia parte e il mondo gli si forma intorno. La lore, naturalmente, non è una scoperta del XXI secolo. Tolkien aveva costruito una quantità mostruosa di storia, genealogie, lingue e mitologie. Howard aveva inventato l’Età Hyboriana. Leiber aveva Nehwon. Vance aveva la Terra morente, e la sua <em>Lyonesse</em> è talmente ricca di invenzioni da poter alimentare tranquillamente un dipartimento universitario di filologia fantasy. La differenza sta nell’uso che ne facevano. Quei mondi erano strumenti per alimentare l’immaginazione, non oggetti da consegnare al lettore sotto forma di documentazione. Howard può nominare una città e lasciarla lì. Vance può inventare un mago assurdo, attribuirgli una storia di tre righe e farlo sparire. Leiber può mettere in bocca a un personaggio il nome di un regno che probabilmente non vedremo mai. Il lettore completa il quadro. Una frase può suggerire una civiltà, una guerra, una religione, un’intera storia commerciale. Una foresta nella quale nessuno osa entrare dopo il tramonto può dirci meno di una pagina di cronologia e farci immaginare molto di più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le grandi saghe contemporanee hanno spesso imboccato una strada diversa. Cosmere, <em>Malazan</em>, <em>La Ruota del Tempo</em>, George R. R. Martin con <em>A Song of Ice and Fire</em>, Abercrombie, Weeks, Rothfuss e una quantità crescente di fantasy seriale hanno costruito universi nei quali conoscere il mondo è diventato parte sostanziale dell’esperienza di lettura: genealogie, mappe, cronologie, sistemi magici, fazioni, lingue, religioni, cosmologie, appendici, glossari, wiki. Martin è un caso interessante proprio perché il suo mondo non funziona nello stesso modo di quello di Sanderson: <em>A Song of Ice and Fire</em> nasce da una costruzione narrativa e politica molto più complessa, ma intorno alla saga si è sviluppata una vera industria amatoriale della ricostruzione. Genealogie delle casate, cronologie, mappe, teorie sulla parentela dei personaggi, interpretazioni di dettagli apparentemente insignificanti: Westeros è diventato anche un oggetto da investigare. Il lettore rischia così di cambiare mestiere: da lettore diventa archivista, cronologo e investigatore della continuity.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Internet ha portato questo meccanismo alla sua conclusione logica. Se un dettaglio sembra importante, qualcuno lo cercherà. Se una genealogia presenta una contraddizione, qualcuno la ricostruirà. Se una frase sembra contenere un indizio, nascerà una teoria. È il <em>lore mining</em>: il mondo narrativo viene trattato come una miniera dalla quale estrarre dati. La domanda rischia così di spostarsi da «questa cosa funziona nella storia?» a «questa cosa è coerente con tutto ciò che è stato stabilito?». La prima appartiene alla narrativa. La seconda alla documentazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui entra anche la psicologia del lettore contemporaneo. La lore è ordinabile, verificabile, condivisibile. Una storia invece può essere ambigua, imprevedibile e persino frustrante: può lasciare una domanda senza risposta o suggerire l’esistenza di qualcosa senza mostrarlo. Ma proprio questo spazio vuoto è spesso ciò che dà profondità a un mondo. Se compare una città sconosciuta, posso chiedermi che cosa ci sia dentro; oppure posso aspettare che l’autore me lo spieghi. Nel primo caso immagino, nel secondo raccolgo informazioni. Il secondo atteggiamento si adatta perfettamente agli universi narrativi diventati potenzialmente infiniti: sequel, prequel, spin-off, serie televisive, videogiochi, fumetti, enciclopedie. Una storia può finire; una lore può sempre essere estesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questo che apprezzo nei vecchi maestri. La Terra morente di Vance sembra avere alle spalle una quantità enorme di storia, ma Vance non deve raccontarcela. L’Età Hyboriana sembra molto più vasta delle singole avventure di Conan, ma Howard non deve mostrarcela tutta. Nehwon esiste oltre Fafhrd e il Gray Mouser senza bisogno di una guida turistica. L’autore conosce il mondo; il lettore percepisce che il mondo esiste. È sufficiente. Il worldbuilding migliore, infatti, non coincide con la quantità di informazioni fornite, ma con la quantità di realtà che quelle poche informazioni riescono a suggerire. Tre nomi, una superstizione e un personaggio che racconta una storia apparentemente assurda possono aprire più spazio all’immaginazione di quaranta pagine di cronologia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo la rilettura di Howard, dopo <em>Mistborn</em>, mi ha chiarito cosa mi mancava. Non la complessità e nemmeno la quantità di invenzioni. Mi mancava la sensazione che il mondo fosse più grande della storia senza che qualcuno sentisse il bisogno di dimostrarmelo. Con Conan non devo conoscere tutto il mondo hyboriano: mi basta sapere che, appena oltre il margine della pagina, esiste qualcosa che non conosco. L’autore costruisce; il lettore completa. È una divisione del lavoro molto più interessante di quanto sembri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando invece ogni elemento deve essere spiegato, catalogato e collegato agli altri, il rischio è che il romanzo cominci a comportarsi come un database: i personaggi parlano per fornire informazioni, la trama passa da una regione all’altra per mostrarci cosa c’è sulla mappa, le rivelazioni servono a completare il sistema. A quel punto il mondo può anche essere enorme. Ma se per apprezzarlo devo consultare una wiki, forse sto ammirando soprattutto la documentazione del romanzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa, per me, è la differenza fondamentale: un mondo davvero grande non è quello che riesco a conoscere tutto. È quello che mi fa venire voglia di immaginare cosa ci sia oltre.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Giovanni Sarpi)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>1: quest'estate, su consiglio di alcuni amici entusiasti e recensioni estremamente positive, ho provato a leggere i primi tre libri di "Mistborn" di Brandon Sanderson. Bello, per tanti punti di vista. Che palle però, da almeno altrettanti. Mi sono riletto "Gli Accoliti del Cerchio Nero" di Robert Ervin Howard per focalizzare meglio il perché tramite contrasto. Poi, riflettendoci, ho capito perché: il loro baricentro non è la storia, è il mondo. Il Cosmere, Malazan, ma anche la Ruota del Tempo, Abercrombie, Weeks, Rothfuss: saghe di grande successo in cui il momento culminante rischia di essere una rivelazione di lore, non una scena. Il mondo non è più lo sfondo dell’avventura: è il vero protagonista.<br><br>2: La lore non è una novità. Tolkien, Howard, Leiber, Vance avevano mondi profondissimi. La differenza è che la profondità era al servizio dell’immaginazione, non necessariamente un prodotto da catalogare. Howard, Leiber e Vance inventano universi enormi — l’Età Hyboriana, Nehwon, la Terra morente, Lyonesse — ma li usano come scenari per storie. Il mondo emerge per frammenti: una città, un nome, un dialogo, un mago, una fuga. Non servono enciclopedie: serve la meraviglia del non detto.<br><br>3: Le saghe-fiume contemporanee fanno l’opposto. Genealogie, mappe, cronologie, sistemi magici, appendici, wiki: il lettore diventa archivista. Videogiochi, franchise e Internet hanno trasformato il mondo narrativo in qualcosa che si può esplorare, indicizzare e verificare. Il fan può diventare genealogista, cronologo e investigatore della continuity. È il regno del lore mining: estrarre, catalogare, verificare ogni frammento, trattare il mondo come una miniera da cui scavare dati. I personaggi parlano come guide turistiche, i dialoghi diventano info-dump, le trame si piegano per mostrare regioni e fazioni. Il romanzo non respira, ma consulta.<br><br>4:  La domanda diventa «questa cosa è coerente con tutto ciò che è stato stabilito?» invece di «questa cosa funziona nella storia?». La narrativa rischia di trasformarsi in una pratica burocratica. Un mondo può essere coerente senza essere tutto spiegato. Il lettore non pensa «qui c’è qualcosa che non conosco», ma «qui c’è qualcosa che l’autore deve ancora spiegarmi». La prima è meraviglia, la seconda è attesa; e l’attesa infinita è noia.<br><br>5: C’è anche una ragione industriale e psicologica. I vecchi maestri scrivevano racconti pulp, spesso autoconclusivi e fuori ordine. Oggi domina il franchise: film, serie, prequel, sequel, spin-off, videogiochi, romanzi. Internet trasforma i fan in investigatori della continuity, e ogni dettaglio sembra dover avere una spiegazione verificabile. La lore seduce perché è controllabile; la storia no, perché sorprende, tradisce, sfugge. Ma un mondo convincente non deve spiegare tutto. Anzi, spesso la sensazione che qualcosa esista senza che noi ne possediamo la spiegazione è proprio ciò che produce profondità.<br><br>6: I vecchi maestri, o almeno i miei preferiti, costruivano profondità con pochi tratti; le saghe moderne costruiscono volume con molti dati. Il primo fa sembrare il mondo enorme, il secondo ingrandisce solo il dossier sul mondo. Il paradosso è questo: il worldbuilding migliore è spesso quello che l’autore ha fatto e il lettore non vede.<br><br>articolo: 1,2,3,4,5,6. Assumendo personalità, background e stile di scrittura di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/giovanni-sarpi/" data-type="page" data-id="94">Giovanni Sarpi</a>, descritte sopra nella chat, scrivi un Articolo; usa un tono brillante; evita le ripetizioni, non usare le formule "non... non... non...", "ed è qui che...", "è qui che...". Non dare titoli ai paragrafi.</pre>
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		<title>L’AI e la scienza: dalla risposta alla comprensione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 11:53:34 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">L’intelligenza artificiale sta davvero facendo matematica e fisica? Negli ultimi mesi abbiamo visto risultati notevoli, spesso accompagnati da una quantità altrettanto notevole di fumo mediatico. La domanda che mi interessa, però, è un’altra: non se l’AI possa battere l’essere umano, ma quali parti del lavoro scientifico stia davvero accelerando e quali, invece, continuino a richiedere qualcosa di diverso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per rovinarmi l’estate ho deciso, con la sana incoscienza che deriva dall’ignoranza, di affrontare Riemann himself. Non sono una matematica teorica: ho una laurea in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche e un dottorato in Chimica Computazionale, ambiti nei quali la matematica è uno strumento quotidiano. Ho lavorato con cinetica di dissoluzione, modelli farmacocinetici, chemiometria, analisi multivariata, simulazioni di dinamica molecolare, QSAR, ottimizzazione di formulazioni, metodi numerici, statistica e modelli compartimentali. Ho sempre avuto a che fare con dati, modelli e sistemi complessi, spesso non lineari, oltre che con algoritmi generativi applicati alla progettazione molecolare. Ma saper usare la matematica per affrontare problemi scientifici è una cosa; affrontare un problema come l’ipotesi di Riemann è un salto di categoria piuttosto consistente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per circa cinque o sei mesi ho lavorato con Claude seguendo un metodo il più possibile rigoroso. Solo chat, implementazioni interamente in Python, output conformi, confronto continuo con la ricerca reale, controllo sistematico delle circolarità per evitare di costruire interi rami di ragionamento su un presupposto sbagliato. Nessun agente autonomo lasciato libero di vagare: l’orchestrazione era mia. Ho accumulato più di 2.000 test e costruito report ad albero per gestire memoria e cambi di contesto. Non era semplicemente «chiedere all’AI di risolvere Riemann». Era un lavoro sperimentale nel quale io definivo il problema, controllavo i passaggi e decidevo dove proseguire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima lezione è stata anche la più importante. Da sola non avrei mai potuto affrontare seriamente quel problema: mi mancavano troppa letteratura, troppa teoria specifica e troppi strumenti concettuali. Claude, invece, poteva attraversare rapidamente una quantità enorme di materiale, proporre connessioni, generare codice, esplorare ipotesi e aiutarmi a costruire esperimenti. La differenza la faceva il controllo: sapevo abbastanza da accorgermi quando qualcosa non tornava.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La mia conclusione è quindi piuttosto netta: se padroneggio la materia, un LLM può diventare un partner quasi insostituibile; se non la padroneggio, può trasformarsi nel più grande bugiardo di sempre. Non perché «mente», naturalmente, ma perché produce con straordinaria naturalezza anche una spiegazione elegante di qualcosa che ha appena inventato. La fluidità del linguaggio non è una misura della correttezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E c’è un’altra distinzione che per me rimane fondamentale. Un sistema può manipolare rappresentazioni, collegare risultati, formulare ipotesi e arrivare a una risposta corretta senza che questo dimostri una comprensione del problema paragonabile a quella di un ricercatore. Il risultato può essere valido; il significato di quel risultato è un’altra questione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo sono arrivati casi molto più spettacolari del mio piccolo esperimento. OpenAI ha annunciato una soluzione al problema di esistenza e regolarità di Navier–Stokes, uno dei sette Problemi del Millennio, attraverso un sistema che ha coinvolto circa 10.000 agenti simultaneamente. Secondo la società, gli agenti hanno prodotto la soluzione in circa 88 ore, mentre la successiva formalizzazione e verifica in Lean ha richiesto altre 17 ore. L’azienda stessa precisa di non voler rivendicare il premio del Clay Mathematics Institute.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un risultato enorme, ma anche un ottimo esempio della distanza che può esistere tra una dimostrazione formalizzata e la comprensione concettuale di un problema. Lean può controllare i passaggi secondo regole precise, riducendo drasticamente la possibilità che un errore rimanga nascosto in una dimostrazione molto lunga. Non può però stabilire se quella dimostrazione rappresenti un’idea matematica profonda o semplicemente una strada corretta attraverso uno spazio di possibilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pochi mesi prima, un modello di OpenAI aveva inoltre prodotto un controesempio alla congettura del problema delle distanze unitarie nel piano associato a Paul Erdős, una questione studiata dal 1946. Qui la natura del risultato è ancora più istruttiva: per confutare una congettura universale basta trovare un singolo esempio che la violi e verificarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anthropic ha mostrato un altro genere di capacità: Claude ha formalizzato in Lean una dimostrazione completa dell’Ultimo Teorema di Fermat, producendo circa 13 milioni di righe di codice e migliaia di risultati intermedi verificabili dal computer in undici giorni. Il teorema era già stato dimostrato da Andrew Wiles negli anni Novanta: il risultato dell’AI consiste nella formalizzazione completa e verificata al computer di quella matematica, non nella scoperta originaria del teorema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche in fisica teorica stiamo vedendo qualcosa di molto interessante. Claude ha calcolato l’ampiezza a sei particelle nella teoria planare N=4 super Yang–Mills a nove loop, portando avanti una tecnica di bootstrap già utilizzata dalla comunità. Il risultato è stato verificato da Lance Dixon, che aveva lavorato sui precedenti calcoli fino a otto loop. Non si tratta quindi di risolvere un’equazione alla quale dare semplicemente una risposta, ma di muoversi in uno spazio enorme di possibilità sottoposto a una rete di vincoli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">AlphaEvolve di Google DeepMind mostra un meccanismo ancora diverso. Il sistema genera programmi, li valuta automaticamente, conserva quelli migliori e usa i risultati per produrre nuove varianti. Ha lavorato su problemi matematici aperti, compresi problemi di Erdős, in collaborazione con Terence Tao, e ha trovato nuove costruzioni o migliorato risultati esistenti. Google ha inoltre riportato applicazioni alla fisica quantistica, dove AlphaEvolve ha contribuito a progettare circuiti con errori inferiori rispetto a precedenti soluzioni ottimizzate convenzionalmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto torna la domanda che il mio esperimento su Riemann aveva lasciato aperta: quanto lontano può arrivare un sistema che sa esplorare uno spazio enorme di possibilità?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel mio caso, la risposta aveva una conseguenza molto concreta. Claude poteva produrre ipotesi, collegare risultati, scrivere codice e aprire contemporaneamente molte strade. Ma la domanda da porre, il significato di ciò che emergeva e il momento in cui abbandonare una direzione rimanevano parte del lavoro scientifico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’«Einstein test» porta questa situazione un passo oltre. Invece di fornire al modello un problema matematico già definito, gli si chiede di partire dai dati di un sistema fisico e arrivare a una legge capace di descriverlo in modo generale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui cambia il tipo di difficoltà. Nel lavoro su Riemann esisteva già una struttura teorica dentro la quale muoversi, per quanto enorme fosse lo spazio da esplorare. In un problema di questo tipo, invece, bisogna trovare anche la rappresentazione giusta: capire quali caratteristiche dei dati siano fondamentali, quali possano essere ricondotte a un principio comune e quale forma debba avere la legge che le descrive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I modelli possono essere molto efficaci nel descrivere i singoli sistemi e nel riconoscere regolarità. Il passaggio più difficile è quello dalla regolarità alla teoria: non soltanto «queste cose si comportano così», ma «qual è il principio che permette di descrivere tutte queste cose nello stesso modo?».</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un passaggio che nella storia della scienza ha avuto un’importanza enorme. Una teoria fisica non è semplicemente una lista di correlazioni: è una nuova maniera di organizzare fenomeni diversi sotto uno stesso principio. Newton non ha semplicemente trovato una buona formula per ogni fenomeno osservato; Einstein non ha semplicemente migliorato una tabella di correlazioni tra spazio, tempo e moto. In casi come questi cambia il modo stesso nel quale interpretiamo ciò che stiamo osservando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Guardando questi esempi insieme emerge quindi un filo conduttore molto più interessante della domanda «l’AI è intelligente?». La sua forza cresce enormemente quando il lavoro scientifico dispone di un verificatore forte. Una dimostrazione può essere controllata, un controesempio verificato, un algoritmo eseguito e confrontato con una funzione obiettivo, una configurazione simulata. Possiamo lasciare alla macchina una grande libertà esplorativa e affidare a un meccanismo esterno il compito di stabilire quali risultati superino i controlli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È proprio questo che ho osservato nel mio lavoro. Il modello può produrre una quantità impressionante di ipotesi, ma la parte decisiva resta stabilire quali abbiano senso e quale domanda valga la pena porre dopo. Il ricercatore continua quindi a definire il terreno sul quale la macchina può correre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo considero le macchine delle euristiche sempre più potenti. Possono generare migliaia di candidate solutions, scartarle, combinarle e sottoporle a test automatici. Possono affrontare in giorni un’esplorazione che avrebbe richiesto mesi o anni a un piccolo gruppo di ricercatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immaginiamo di avere un problema nel quale esistono cento direzioni teoricamente plausibili. Un essere umano può studiarne cinque, magari dieci, e deve scegliere dove investire il proprio tempo. Una macchina può esplorarle tutte, purché disponiamo di criteri sufficientemente solidi per giudicare i risultati. Il ricercatore può allora trovarsi davanti a una mappa molto più ricca di quella che avrebbe potuto costruire da solo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il salto teorico generale resta però un’altra cosa. E forse dovremmo smettere di pensare che la sua importanza dipenda dal fatto che sia o meno «umano».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non credo che una macchina debba necessariamente pensare come Einstein per produrre una rivoluzione scientifica. Potrebbe accadere qualcosa di molto più strano: una macchina potrebbe cercare in luoghi nei quali Einstein, semplicemente, non avrebbe avuto il tempo di cercare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Einstein aveva un numero limitato di ore e di calcoli possibili. Una macchina può invece esplorare milioni di combinazioni, seguire contemporaneamente percorsi che un ricercatore dovrebbe percorrere uno alla volta e sottoporre ogni candidato a verifiche automatiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A quel punto la domanda cambia ancora. Non è più soltanto «la macchina ha capito?». Diventa: <strong>che cosa succede alla scienza quando possiamo esplorare uno spazio di ipotesi milioni di volte più grande di prima?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse il futuro della ricerca non sarà una gara tra cervelli umani e macchine. Potrebbe essere qualcosa di molto meno cinematografico e molto più interessante: esseri umani che imparano a costruire strumenti capaci di esplorare territori scientifici che da soli non avrebbero mai potuto percorrere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione, allora, non sarà stabilire una volta per tutte se l’AI «fa davvero matematica» o «fa davvero fisica». Sarà capire quali parti del metodo scientifico possiamo affidarle senza perdere il significato di ciò che scopriamo. Perché una risposta verificata è già conoscenza. Una spiegazione, però, è qualcosa di più. E la scienza vive precisamente nella tensione fra queste due cose: sapere che qualcosa è vero e capire perché quella verità cambia il modo in cui guardiamo il mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Giulia Remedi)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>intro:  l’AI sta davvero facendo matematica e fisica? Negli ultimi mesi ho visto risultati notevoli, spesso accompagnati da molto fumo. La domanda che mi pongo non è se l’AI possa battere l’umano, ma quali parti del lavoro scientifico stia davvero accelerando e quali no.<br><br>parte 1: per rovinarmi l'estate ho deciso, con la sana incoscienza dell’ignoranza, mi sono proposta di affrontare Riemann himself. Non sono una matematica teorica, ho una laurea in CTF e un dottorato in Chimica Computazionale, dove la matematica è strumento quotidiano: cinetica di dissoluzione, modelli farmacocinetici, chemiometria, analisi multivariata, simulazioni di dinamica molecolare, QSAR, ottimizzazione di formulazioni, metodi numerici, statistica, modelli compartimentali, analisi spettrale. Ho sempre lavorato con dati, modelli e sistemi complessi, anche non lineari, e con algoritmi generativi applicati alla progettazione molecolare. Per 5-6 mesi ho lavorato con Claude seguendo un metodo rigoroso: solo chat, tutto implementato in Python con output conformi, confronto continuo con la ricerca reale, controllo delle circolarità per evitare rami morti, nessun agente autonomo ma orchestrazione mia, oltre 2000 test e report ad albero per gestire memoria e cambi di contesto. Da sola non avrei mai potuto affrontare il problema: mi mancava la letteratura, mi mancava teoria ad hoc, tutti i pezzi importanti. La mia conclusione è netta: se padroneggio la materia, l’LLM è un partner quasi insostituibile; se non la padroneggio, è il più grande bugiardo di sempre. E anche quando mi è utile, so che non c’è vera consapevolezza né comprensione di ciò che fa.<br><br>parte 2: Ho letto poi di casi eclatanti. OpenAI avrebbe affrontato il problema di esistenza e regolarità delle equazioni di Navier–Stokes con migliaia di agenti e una costruzione verificata in Lean. Un modello OpenAI avrebbe falsificato una congettura attribuita a Paul Erdős, aperta da circa ottant’anni. Claude avrebbe formalizzato in Lean l’Ultimo Teorema di Fermat in 11 giorni, con circa 13 milioni di righe di codice matematico verificabile. Anthropic avrebbe calcolato l’ampiezza a sei particelle nella teoria planare N=4 super Yang–Mills a nove loop, con verifica indipendente di Lance Dixon. AlphaEvolve di Google DeepMind, infine, ha migliorato risultati matematici, lavorato su problemi di Erdős con Terence Tao e trovato configurazioni migliori per circuiti quantistici.<br><br>parte 3: Mi sono resa conto che funziona e si ferma per lo stesso motivo. La matematica offre verificatori forti: una dimostrazione si controlla, un controesempio si verifica, un algoritmo si confronta con una funzione obiettivo. Questo permette di esplorare spazi enormi, trovare pattern e testare ipotesi su larga scala. Ma nell’“Einstein test” ho visto che i modelli descrivono bene i singoli sistemi e faticano a compiere il salto verso una legge universale. Catturano regolarità locali, non ancora nuove rappresentazioni concettuali.<br><br>parte 4: Sono convinta che le macchine stiano diventando euristiche capacissime, in grado di muoversi su scale inaccessibili a un umano o a un piccolo gruppo. Possono accelerare i processi di ricerca: cercare, controllare, selezionare. Il salto teorico generale resta un’altra cosa.<br><br>parte 5: Per questo continuo a chiedermi dove si giochi la vera domanda. Non penso che una macchina penserà necessariamente come Einstein. Più realisticamente, la vedo capace di cercare su scala enorme in posti dove Einstein non avrebbe avuto il tempo di cercare. Proprio qui mi interrogo su cosa significhi fare scienza, oggi, con questi strumenti.<br><br>Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove necessario.<br><br>Assumendo personalità e stile di scrittura di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/giulia-remedi/" data-type="page" data-id="80">Giulia Remedi</a>, scrivi un Articolo. Usa un tono coinvolgente, diretto, e accattivante. Fallo in paragrafi compatti e senza titolo. Usa il meno possibile "non... non... non...", "ed è qui che...", "e qui..."</pre>
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		<title>Leone XIV e il curioso destino di Papa Francesco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Sep 2026 09:26:02 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Ottocentomila persone nella laicissima Francia. È il numero che sta facendo brillare gli occhi a molti cattolici tradizionalisti: una folla imponente per la grande messa celebrata da Leone XIV a Parigi, alla quale si sono aggiunte decine di migliaia di persone a Lourdes e Metz. Per qualcuno, la spiegazione è già pronta: è arrivato il Papa della rinascita, quello capace di restituire alla Chiesa una centralità perduta dopo decenni di secolarizzazione. Il cardinale François-Xavier Bustillo ha sintetizzato questa speranza con un paragone efficace: Giovanni Paolo II contribuì a svegliare l&#8217;Est europeo; Leone XIV potrebbe svegliare l&#8217;Occidente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I cattolici tradizionalisti che Francesco non hanno mai digerito, naturalmente, gongolano. In Leone vedono la rivincita, la riscossa e forse anche una risposta alla Francia secolarizzata e alla presenza ormai radicata dell&#8217;islam religioso. Soprattutto, vedono l&#8217;occasione per chiudere definitivamente l&#8217;era del predecessore: il Papa &#8220;terzomondista&#8221;, quello dei migranti, delle periferie e dell&#8217;ambiente, quello che sembrava avere poca simpatia per l&#8217;apparato curiale e, per alcuni dei suoi critici più accaniti, persino un Papa eletto in modo irregolare. Qualcuno arrivò a scandalizzarsi persino per una stola indossata o non indossata in una benedizione. Evidentemente la storia della Chiesa può attendere: prima bisogna sistemare il guardaroba liturgico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io credo però che leggere gli ottocentomila di Parigi come una sorta di referendum contro Francesco sia un errore. Senza togliere nulla a Leone XIV, che ha dimostrato di possedere statura e capacità di parlare a un pubblico assai vasto, quella folla arriva dopo tredici anni nei quali la Chiesa ha attraversato una trasformazione profonda. E per capire il punto bisogna tornare al 2013.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando Bergoglio fu eletto, il Vaticano era reduce dai Vatileaks, dagli scandali finanziari e dalle lotte interne alla Curia. L&#8217;immagine di una Chiesa ripiegata sui propri palazzi aveva raggiunto il suo punto più basso. Francesco reagì anche sul piano simbolico: rinunciò agli appartamenti papali e scelse di vivere a Santa Marta. Era un modo per sottrarsi alla tradizionale bolla nella quale il Pontefice rischia di essere circondato dalla propria macchina burocratica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi vennero le riforme vere e proprie. Francesco intervenne sulla struttura della Curia, modificò competenze e procedure, istituì nuovi dicasteri e portò ai vertici uomini estranei alle vecchie dinamiche romane. Fra questi ci fu Robert Francis Prevost, nominato nel 2023 prefetto del Dicastero per i Vescovi. Il futuro Leone XIV, dunque, non era un estraneo piombato dal cielo nel conclave: era uno degli uomini ai quali Francesco aveva affidato una responsabilità importante nel governo della Chiesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è poi il capitolo più doloroso: gli abusi sessuali. Nel 2013 la questione pesava sulla Chiesa come una gigantesca ipoteca morale. Francesco non l&#8217;ha certo risolta, e sarebbe ridicolo sostenerlo, ma durante il suo pontificato furono introdotte nuove procedure per la segnalazione e l&#8217;indagine sugli abusi e sulle eventuali responsabilità dei vescovi, a partire dal motu proprio <em>Vos estis lux mundi</em> del 2019, poi aggiornato nel 2023.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo l&#8217;immagine di Leone XIV che a Lourdes incontra alcune vittime francesi degli abusi e chiede loro perdono va letta anche dentro una storia precedente. Il nuovo Papa si trova davanti a una ferita ancora aperta, ma affrontata con strumenti che negli anni precedenti sono stati almeno in parte costruiti. La continuità, in questo caso, è più evidente della rottura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe quindi curioso trasformare la successione dei due Pontefici in una partita di calcio: Francesco perde, Leone vince; tradizionalisti uno a zero e tutti a casa. La storia della Chiesa è decisamente meno semplice. Un successore può correggere il predecessore, cambiare stile e orientamento, senza per questo dover cancellare tutto ciò che ha trovato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Leone XIV potrà imprimere alla Chiesa una direzione propria. In Francia ha mostrato un linguaggio più composto e istituzionale, insistendo su trascendenza, fraternità e pace e affrontando anche questioni contemporanee come l&#8217;intelligenza artificiale e la crisi delle istituzioni internazionali. Potrà avere una sensibilità diversa da quella di Francesco, e probabilmente l&#8217;avrà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma proprio per questo sarebbe interessante giudicarlo per quello che farà, anziché usarlo come strumento per rivalutare retroattivamente tutte le cose che di Francesco erano state criticate. La folla di Parigi appartiene a Leone XIV. Nessuno gliela deve togliere. Ma appartiene anche a una Chiesa che oggi si presenta al mondo in condizioni diverse da quelle del 2013.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Francesco, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, ha cercato di riportare il cattolicesimo fuori da una certa autoreferenzialità, ha messo al centro povertà e periferie, ha affrontato la questione degli abusi e ha provato a rimettere mano alla macchina curiale. Si può discutere sulle modalità, sui risultati e sulle sue scelte teologiche e politiche. Quello che diventa difficile sostenere è che sia stato semplicemente una parentesi irrilevante tra due Papi più &#8220;veri&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anzi, c&#8217;è un paradosso che forse i suoi detrattori farebbero bene a considerare. Se Leone XIV riuscirà davvero a &#8220;svegliare l&#8217;Occidente&#8221;, come auspica il cardinale Bustillo, lo farà partendo da una Chiesa che Francesco gli ha consegnato dopo averne cambiato parecchie cose. E tra gli uomini che Francesco aveva scelto per governarla c&#8217;era proprio lui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quanto alla stola, possiamo stare tranquilli. Quella, con ogni probabilità, sopravviverà a entrambi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Francesco Cozzolino)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Intro:  Leone XIV in Francia ha richiamato circa 800mila persone nella laicissima Francia. Per i tradizionalisti è la conferma che è arrivato il Papa della rinascita, dopo anni di secolarizzazione e di Chiesa marginale. Il cardinal Bustillo ha detto a Le Monde che, se Giovanni Paolo II ha svegliato l’Est, Leone può svegliare l’Ovest.<br><br>parte 1: I cattolici tradizionalisti, che non hanno mai digerito Francesco, gongolano. In Leone vedono la rivincita, la riscossa, forse anche la reazione all’Islam religioso che in Francia è realtà diffusa. E colgono l’occasione per chiudere, se non cancellare, l’era di Francesco: Papa “terzomondista”, accusato persino di non indossare la stola alla benedizione e, da alcuni, di elezione irregolare.<br><br>parte 2: Ma credo sia un errore madornale. Senza togliere nulla a Leone, uomo di indubbia statura, se c’erano ottocentomila persone accalcate agli Champs-Élysées il merito è innanzitutto del bistrattato Francesco. Pochi ricordano in che condizioni erano Chiesa e Vaticano quando fu eletto, e preferiscono ricordare solo che non indossava la stola.<br><br>parte 3: Torniamo al 2013. L’anno prima c’erano stati i Vatileaks, con una Curia descritta come un covo di vipere. Francesco decise di non abitare negli appartamenti papali e restò a Santa Marta: voleva dire alla Curia “non mi faccio imprigionare da voi”. Fu criticato anche per questo, ma intanto bonificò gran parte della Curia, promosse outsider e nominò proprio Prevost, oggi Leone XIV, in un dicastero tutt’altro che marginale.<br><br>parte 4: Su tutto, poi, gravava la nube della pedofilia. Immaginiamo un Papa a Parigi nel 2013: da una parte la messa, dall’altra le proteste, le accuse, le vittime degli abusi e le telecamere. Oggi Leone incontra alcune vittime a Lourdes e chiede scusa sulla scia del predecessore. Leone appare senza gli scheletri nell’armadio perché in gran parte è stato Francesco a toglierli.<br><br>parte 5: Francesco, prima o poi, verrà riconosciuto come il Papa che ha ridato dignità alla Chiesa: non mescolandosi alla Curia, cercando di bonificarla, affrontando pedofilia, povertà e ingiustizie sociali. È difficile farlo capire a chi crede che sia la stola a conferire dignità. Probabilmente impossibile.<br><br>Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.<br><br>Assumendo l'identità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/francesco-cozzolino/" data-type="page" data-id="85">Francesco Cozzolino</a> descritta sopra, scrivi un Articolo; usa un tono irriverente, ironico, sarcastico. Non iniziare con "C'è qualcosa di..." Scrivilo in paragrafi compatti, senza eccessiva frammentazione; utilizza il meno possibile la formula "non... non... non..." ed "e qui...". Evita pure prosa saggistico-argomentativa ad alto impatto retorico, di taglio epigrammatico e dal finale ammonitorio.</pre>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 11:46:14 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">La storia di Isabella Marsilio ha qualcosa di terribilmente italiano: riesce a mettere nello stesso fotogramma la paura, la violenza, la scuola, l&#8217;immigrazione e persino quella parola che da qualche tempo circola con sempre maggiore disinvoltura, «remigrazione». Una docente viene aggredita in classe, colpita tre volte con un coltello da un suo alunno di tredici anni. A fermare l&#8217;aggressore interviene un altro tredicenne, nato nella Repubblica del Congo, che si getta addosso al compagno e gli fa cadere l&#8217;arma. La professoressa viene ricoverata, poi dimessa. Ha avuto paura di morire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Partiamo da qui, perché ogni altra considerazione viene dopo: l&#8217;aggressione è un fatto gravissimo e va condannata senza se e senza ma. Il ragazzo che l&#8217;ha compiuta dovrà essere seguito, rieducato, aiutato a comprendere ciò che ha fatto. La sua età e il suo disagio possono spiegare qualcosa, ma non assolvono il gesto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi arriva il dopo, che in questa storia è forse ancora più interessante della cronaca nera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Isabella Marsilio, uscita dall&#8217;ospedale, ha raccontato di non provare odio verso il suo aggressore, di volerlo persino abbracciare. È una posizione umanamente comprensibile, persino commovente. Ma nella stessa intervista ha confermato le proprie idee sulla «remigrazione». Alla domanda sul ragazzo congolese che l&#8217;aveva salvata, la risposta è stata altrettanto netta: lui ha tutti i diritti di stare qui, merita una medaglia. Diverso, secondo Marsilio, è chi viene in Italia e delinque.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La distinzione merita di essere presa sul serio. Non per infierire su una donna appena uscita da un&#8217;aggressione, né per trasformare una vittima in un bersaglio, ma perché contiene una precisa idea di appartenenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il bravo immigrato è quello che ci salva. Quello che lavora, rispetta le regole, si comporta bene. Quello che, in una situazione estrema, si getta contro un coetaneo armato di coltello. A lui concediamo volentieri il nostro applauso e il diritto di restare. Agli altri, invece, il diritto viene presentato come una concessione condizionata al comportamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma un diritto, per definizione, non è una medaglia al merito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ragazzo congolese non ha acquisito il diritto a vivere qui perché ha compiuto un gesto eroico. Se quel diritto gli spetta, gli spettava anche cinque minuti prima di salvare la sua insegnante. Altrimenti torniamo alla vecchia logica del servo buono: quello che dimostra di meritare il posto alla nostra tavola. È una logica paternalistica, profondamente diversa dall&#8217;idea moderna di cittadinanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione diventa ancora più seria quando entra in scena la parola «remigrazione».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è semplicemente un sinonimo elegante di rimpatrio. L&#8217;Accademia della Crusca ha ricostruito la vicenda del termine: la parola esisteva già in italiano, ma il significato oggi rilanciato nell&#8217;uso politico è quello di «ritorno forzato» degli immigrati nel Paese d&#8217;origine. La Crusca ha inoltre ricordato il legame con la riunione di Potsdam del novembre 2023, quando Martin Sellner presentò davanti a esponenti dell&#8217;estrema destra identitaria un progetto che comprendeva anche forme di pressione e allontanamento di persone considerate non assimilate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le parole contano. Soprattutto quando servono a rendere presentabile ciò che, detto con il suo nome abituale, susciterebbe una reazione diversa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Rimpatrio» indica una misura giuridica applicata a una persona che non ha titolo per restare. «Espulsione» indica un provvedimento preciso. «Deportazione» evoca invece un trasferimento forzato. «Remigrazione» ha il pregio, per chi l&#8217;ha trasformata in parola d&#8217;ordine, di sembrare quasi naturale: qualcuno è venuto, qualcuno ritorna. Un giro di valzer linguistico e la coercizione scompare dietro una parola da manuale di geografia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Peccato che la realtà sia meno elegante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;AfD, per esempio, definisce ufficialmente la propria «Remigration» come l&#8217;insieme delle misure per il rimpatrio degli stranieri obbligati a lasciare il Paese secondo la legge. Questa è la posizione formale e va riportata correttamente. Ma attorno a quella parola si è sviluppato qualcosa di più ampio e controverso. Nel caso della riunione di Potsdam del 2023, alla quale parteciparono esponenti dell&#8217;AfD e figure dell&#8217;estrema destra identitaria, furono discusse anche ipotesi riguardanti cittadini tedeschi naturalizzati o di origine migratoria. La portata e l&#8217;interpretazione di quelle proposte furono contestate dai partecipanti e non possono essere semplicemente trasformate nel programma ufficiale dell&#8217;intero partito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio questa ambiguità dovrebbe interessarci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando la stessa parola può indicare il rimpatrio di chi è irregolare oppure l&#8217;allontanamento di persone perfettamente inserite nella società, magari naturalizzate, il problema smette di essere semantico. Diventa il confine tra la cittadinanza come appartenenza e la cittadinanza come premio revocabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora torniamo dove tutto è cominciato: in una scuola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Isabella Marsilio è un&#8217;insegnante. La sua vicenda ci costringe a una domanda scomoda: quale idea di cittadinanza entra in una classe insieme all&#8217;insegnante? Che cosa sente un ragazzo italiano nato da genitori stranieri quando l&#8217;adulto che dovrebbe educarlo alla storia, alla Costituzione e alla convivenza civile sostiene che esistono persone che possono essere rimandate «a casa» in ragione della loro origine? E soprattutto: che cosa significa «casa» per un ragazzo nato qui, cresciuto qui, che magari parla italiano meglio della lingua dei propri genitori?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda non implica che un insegnante debba essere privo di opinioni. Sarebbe una sciocchezza. La scuola non è un monastero tibetano e i professori non sono statue di marmo. Un docente ha diritto alle proprie convinzioni. Ha però anche una responsabilità particolare: insegnare a distinguere una persona dalla categoria alla quale la si assegna, il fatto dal pregiudizio, il diritto dalla benevolenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La ricerca mostra quanto sia delicato questo terreno. Uno studio pilota del Social Inclusion Lab della Bocconi, realizzato nel 2025 su 333 studenti e 221 docenti di 15 scuole superiori milanesi, ha rilevato un divario significativo fra la percezione degli insegnanti e l&#8217;esperienza degli studenti rispetto al clima scolastico e alla discriminazione. Gli studenti descrivono più frequentemente situazioni di esclusione rispetto a quanto percepiscano i loro insegnanti; lo studio prende in esame anche la dimensione dell&#8217;inclusione etnica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non dimostra che gli insegnanti siano necessariamente gli autori delle discriminazioni. Mostra qualcosa di più semplice: l&#8217;adulto può non vedere ciò che il ragazzo vive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scuola dovrebbe essere precisamente il luogo nel quale questi meccanismi vengono smontati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo l&#8217;aggressione subita da Marsilio non autorizza nessuno a stabilire una relazione causale fra le sue idee e il gesto del tredicenne. Sarebbe assurdo. Un ragazzo che pianifica un&#8217;aggressione con un coltello, uno spray e una videocamera porta con sé un problema personale e familiare che merita di essere compreso nelle sue cause concrete. Le indagini hanno infatti indicato una preparazione dell&#8217;aggressione precedente all&#8217;ingresso in aula.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;episodio, però, ci autorizza a discutere di educazione. E ci ricorda che la scuola fallisce quando smette di essere il luogo nel quale le categorie vengono sottoposte al vaglio della ragione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, in fondo, è sempre lo stesso: finché il diritto violato appartiene a qualcun altro, troviamo mille ragioni per considerarlo un problema altrui. È una tentazione antica, e Martin Niemöller l&#8217;ha descritta dopo la guerra con parole diventate celebri: «Prima vennero&#8230;». La formula è sopravvissuta in molte versioni, perché Niemöller la modificava nei suoi discorsi, ma il significato rimaneva intatto: prima vengono colpiti gli altri, quelli che consideriamo lontani da noi; lasciamo correre perché la cosa non ci riguarda; poi arriva il momento in cui a essere colpiti siamo noi e non rimane più nessuno disposto a parlare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima vengono per gli immigrati. E io non faccio niente, perché tanto sono di Velletri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La battuta fa sorridere per mezzo secondo. Poi smette di farlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il problema di una società democratica non consiste nel sapere se io personalmente sono a rischio oggi. Consiste nel sapere se il principio che protegge me vale anche quando a essere colpito è qualcuno che mi è completamente estraneo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto lo sguardo può allargarsi oltre Roma. Negli Stati Uniti, durante la seconda amministrazione Trump, il governo ha ampliato l&#8217;uso delle deportazioni verso Paesi terzi, cioè Paesi diversi da quello di origine della persona espulsa. La questione è arrivata davanti ai tribunali federali: nel febbraio 2026 un giudice ha dichiarato illegittima la politica nella forma contestata, ritenendo insufficienti le garanzie di preavviso e di possibilità di opporsi al trasferimento; nel settembre 2026 una corte d&#8217;appello ha confermato che la procedura violava le garanzie del giusto processo. L&#8217;amministrazione ha contestato queste conclusioni e ha chiesto l&#8217;intervento della Corte Suprema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non occorre trasformare questo caso americano in una profezia per l&#8217;Europa. È sufficiente osservare il meccanismo: quando lo Stato amplia gli strumenti con cui può individuare, trattenere e trasferire persone, diventa decisivo stabilire quali garanzie restano in piedi e per chi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Europa, intanto, «remigrazione» non è più una provocazione da social network. In Italia Roberto Vannacci ne ha fatto uno degli elementi centrali del proprio discorso sull&#8217;immigrazione. Nel giugno 2026, durante la nascita di Futuro Nazionale, ha nuovamente difeso la proposta parlando di rientro degli stranieri e dei costi dell&#8217;immigrazione; nello stesso periodo documenti e dichiarazioni del nuovo partito hanno portato il tema della «remigrazione» al centro del dibattito pubblico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto, dunque, va oltre il numero degli ingressi, dei rimpatri o dei controlli alle frontiere. Riguarda la definizione stessa di appartenenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un cittadino è cittadino oppure deve continuamente dimostrare di meritare di esserlo?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Germania offre un altro caso istruttivo. L&#8217;AfD sostiene ufficialmente una definizione della «Remigration» concentrata sugli stranieri obbligati a lasciare il Paese e sulle procedure di rimpatrio. Ma il dibattito interno al partito e all&#8217;area identitaria che lo circonda ha prodotto anche proposte molto più radicali. Nel 2024 un tribunale amministrativo superiore tedesco ha rilevato che alcune dichiarazioni sulla «remigrazione» potevano almeno suggerire, nel lungo periodo, l&#8217;allontanamento anche di cittadini tedeschi con background migratorio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un cittadino tedesco con genitori turchi, un cittadino italiano nato da genitori congolesi, un cittadino francese di origine algerina non sono immigrati soltanto perché qualcuno continua a guardarli attraverso la lente dell&#8217;origine familiare. Sono cittadini. La democrazia liberale nasce anche per impedire che lo Stato possa stabilire che esistono cittadini di serie A e cittadini la cui appartenenza resta subordinata a un giudizio etnico, culturale o genealogico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Permettetemi una piccola cattiveria da professore di storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo impiegato secoli per passare dall&#8217;idea che il suddito appartiene al sovrano a quella opposta, per cui è lo Stato ad appartenere ai cittadini. Abbiamo combattuto guerre, rivoluzioni, dittature e persecuzioni per arrivare a una cosa apparentemente banalissima: il diritto non deve inchinarsi davanti al sangue.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso qualcuno ci propone di reinventare il sangue sotto forma di «cultura», «assimilazione», «identità» e «remigrazione».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente, ci viene spiegato, nessuno ce l&#8217;ha con il bravo immigrato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il bravo immigrato può stare tranquillo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lavora. Non delinque. Parla italiano. Manda i figli a scuola. Magari salva persino la vita alla propria insegnante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quasi quasi gli diamo una medaglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma una democrazia non può funzionare con un albo dei bravi immigrati. Deve funzionare con cittadini, residenti, diritti, doveri, leggi e responsabilità individuali. Chi delinque deve risponderne. Chi non ha titolo per restare deve essere sottoposto alle procedure previste dalla legge. Chi commette violenze deve essere fermato. Tutto questo è perfettamente compatibile con una società aperta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello che diventa incompatibile con una società libera è l&#8217;idea che l&#8217;origine possa trasformarsi in una colpa ereditaria o che l&#8217;appartenenza possa essere revocata sulla base di una classificazione collettiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ragazzo congolese che ha fermato il coltello ci ha regalato, suo malgrado, una lezione di educazione civica infinitamente più potente di molti convegni. Non sappiamo quale adulto diventerà, quale lavoro farà, quali idee avrà. Sappiamo ciò che ha fatto quella mattina: ha visto un coetaneo aggredire una donna e ha deciso di intervenire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non gli serve una medaglia per essere autorizzato a stare qui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli basta essere una persona.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è forse questa la cosa che dovremmo ricordare quando torneremo a parlare di «remigrazione», di frontiere, di assimilazione e di identità nazionale. La civiltà non si misura dalla generosità con cui premiamo chi dimostra di meritarla. Si misura dalla capacità di riconoscere un diritto anche a chi, in quel preciso momento, non può restituirci nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altrimenti, prima o poi, qualcuno verrà a bussare alla nostra porta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E scopriremo che la porta che avevamo lasciato chiudere in faccia agli altri aveva la nostra stessa serratura.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Roberto De Santis)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Intro: La storia di Isabella Marsilio, docente a Roma, è un nodo che stringe tutto: accoltellata, salvata da un tredicenne nato nella Repubblica del Congo. La violenza subita va condannata senza se e senza ma. Ma il dopo racconta altro, e quel “altro” non può essere ignorato.<br><br>parte 1: La docente, una volta dimessa, ha ribadito le sue convinzioni: quel ragazzo può restare, gli altri no. È la logica del migrante “buono” contrapposto a quello da espellere, del diritto concesso come favore. Il coraggio di chi le ha salvato la vita rende questa distinzione ancora più insopportabile.<br><br>parte 2: La parola “remigrazione” non è una richiesta di legalità più severa: è l’eufemismo con cui l’estrema destra maschera espulsioni di massa, anche di persone regolari, naturalizzate o nate in Italia. L’Accademia della Crusca ne ha ricordato il retroterra neonazista. Non è un dettaglio lessicale, è una prospettiva politica.<br><br>parte 3: Torniamo alla scuola. Un’insegnante con quelle idee, in aula, che rapporto avrà con alunni di origini straniere? L’episodio violento non giustifica l’aggressore, ma certifica un fallimento educativo. E non è isolato: un’indagine Bocconi del 2025 su scuole milanesi mostra discriminazioni diffuse, con docenti che sottostimano il fenomeno e talvolta ne sono responsabili.<br><br>parte 4: Avete presente “Prima vennero…”? Ecco, questo è il primo passo: “Prima vennero per gli immigrati, e io non feci niente perché tanto sono di Velletri”. L’intenzione è la progressiva riduzione dei diritti civili. Oggi tocca agli stranieri, domani a chiunque non si allinea. Non possiamo dire “non mi riguarda”. Trump e l'ICE hanno segnato il superamento di un confine, una via che molti in Europa non vedono l'ora di replicare, col pieno sostegno di una parte consistente di elettori.<br><br>parte 5: AFD in Germania e Vannacci in Italia parlano di deportare milioni di persone perbene, anche con cittadinanza. Molti sostenitori si illudono che riguardi solo i “delinquenti”. Non è così. <br><br>articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.    <br>    <br>Assumendo personalità e stile di scrittura di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/roberto-de-santis/" data-type="page" data-id="98">Roberto De Santis</a>, scrivi un articolo; usa un tono brillante e polemico. Rendi l'articolo immersivo e partecipato. Non usare bullet list, solo paragrafi. No n iniziare con "C'è un...", "ci sono..." e formule di questo tipo. Usa il meno possibile "Ed è qui che...", "E qui...". Non abusare di "non... non... non...". Usa il meno possibile l'aggettivo "politico". Niente titoli ai paragrafi.</pre>
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		<title>Il programma dei desideri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 10:15:58 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="723" height="395" data-attachment-id="11030" data-permalink="https://leargenteetesteduovo.com/2026/09/29/il-programma-dei-desideri/lampada/" data-orig-file="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/09/lampada.jpg?fit=1408%2C768&amp;ssl=1" data-orig-size="1408,768" data-comments-opened="1" data-image-title="lampada" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/09/lampada.jpg?fit=723%2C395&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/09/lampada.jpg?resize=723%2C395&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-11030" style="aspect-ratio:1.8318770714070503;width:708px;height:auto" srcset="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/09/lampada.jpg?resize=1024%2C559&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/09/lampada.jpg?resize=300%2C164&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/09/lampada.jpg?resize=768%2C419&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/09/lampada.jpg?w=1408&amp;ssl=1 1408w" sizes="auto, (max-width: 723px) 100vw, 723px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Ho letto i venti punti che il Movimento 5 Stelle ha sottoposto al voto degli iscritti nell’ambito del percorso «Nova». Consiglio sinceramente di leggerli: non perché vi si debbano necessariamente trovare risposte condivisibili o non condivisibili, ma perché sono un documento istruttivo. I programmi di governo dovrebbero indicare dove si vuole portare un Paese e, soprattutto, con quali strumenti, in quanto tempo e con quali risorse. Una lista della spesa non è ancora una politica economica. Un desiderio, per quanto nobile, non diventa una riforma soltanto perché lo si mette al punto numero sette di un documento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Leggendo queste venti proposte ho avuto più volte la sensazione di trovarmi davanti alla descrizione di un mondo ideale: la sanità funziona, la scuola è finanziata, gli affitti scendono, i salari aumentano, si lavora meno a parità di stipendio, le partite IVA ricevono maggiori tutele, le famiglie vengono sostenute, le tasse diminuiscono e persino l’intelligenza artificiale viene messa al servizio dello Stato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Benissimo. Poi arriva la domanda che rovina sempre un po’ la festa: <strong>quanto costa?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È una domanda meno cinica di quanto sembri. Anzi, è quella che dovremmo pretendere da chiunque chieda il nostro voto. L’Italia non parte da una condizione nella quale le casse pubbliche siano vuote soltanto in senso metaforico. Nel 2025 il debito pubblico era pari a oltre il 137% del PIL secondo le stime della Commissione europea, mentre il disavanzo era al 3,1%. La pressione fiscale, secondo l’Istat, si è attestata nello stesso anno al 42,9% del PIL. La crescita resta inoltre modesta: l’Istat ha stimato quella reale del 2025 allo 0,6%, mentre la Commissione europea prevede appena lo 0,5% per il 2026.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non siamo, insomma, la Norvegia che ha appena scoperto un nuovo giacimento di petrolio sotto il salotto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure il programma procede con una serenità quasi commovente. Si propone un rafforzamento della sanità pubblica, con un fondo perequativo e una struttura straordinaria nazionale per abbattere le liste d’attesa; maggiori tutele per autonomi, artigiani e commercianti; una riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario; un piano pubblico per la casa; maggiori interventi per scuola e famiglie; una strategia contro il caro-bollette; meno tasse sul lavoro e una «Intelligenza artificiale di Stato» per evitare che le istituzioni siano condizionate dalle Big Tech.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Singolarmente, quasi tutte queste proposte possono essere discusse seriamente. Il problema nasce quando vengono presentate come un unico pacchetto e la copertura finanziaria diventa un dettaglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prendiamo la sanità. È ragionevole sostenere che il Servizio sanitario nazionale abbia bisogno di maggiori risorse, personale e una migliore organizzazione. Ma la sanità italiana assorbe già una quantità enorme di denaro pubblico. Dire «mettiamo più soldi» è una decisione; spiegare da dove arrivino e quali risultati aggiuntivi producano è un programma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso vale per la scuola. Il documento propone, tra l’altro, di trasferire 13,5 miliardi destinati al Ponte sullo Stretto alle scuole. È una scelta di priorità perfettamente legittima da discutere. Ma quei 13,5 miliardi, ammesso che fossero effettivamente disponibili, sarebbero una risorsa una tantum, mentre stipendi, insegnanti, edifici, manutenzione e servizi scolastici costituiscono spese ricorrenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa distinzione dovrebbe essere insegnata nelle scuole, prima ancora che finanziata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario merita una discussione seria. Esistono settori nei quali la produttività consente di lavorare meno mantenendo la stessa produzione; esistono esperienze internazionali interessanti e imprese che hanno sperimentato settimane più corte con risultati positivi. Ma la produttività non è una legge dello Stato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se stabilisco per decreto che un lavoratore deve essere pagato come prima lavorando meno, qualcuno dovrà assorbire il costo della differenza: l’impresa, il consumatore attraverso prezzi più alti, lo Stato attraverso incentivi oppure la produttività attraverso una maggiore efficienza. Scrivere «a parità di salario» non risolve il problema. Lo sposta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso ragionamento vale per la politica fiscale. Meno tasse sui redditi bassi, IVA ridotta sui carburanti, maggiori tutele, sostegni alle famiglie, casa pubblica, servizi gratuiti o fortemente agevolati: ciascuna misura può avere una propria giustificazione. Sommate, però, producono un fabbisogno che non può essere trattato come una nota a piè di pagina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un governo serio deve saper dire anche: <em>questa cosa sarebbe utile, ma oggi non possiamo finanziarla</em>. Oppure: <em>per finanziarla dobbiamo rinunciare a quest’altra</em>. O ancora: <em>prima facciamo la riforma che aumenta la produttività, poi utilizziamo una parte delle risorse generate per finanziare la nuova spesa</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono risposte molto meno popolari di «avrete tutto». Ma sono quelle che trasformano una promessa in una politica pubblica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto più delicato riguarda però l’Ucraina. Il documento propone un «cambio radicale» dell’approccio italiano ed europeo alla guerra, sostenendo che continuare a inviare armi significhi allontanare la pace; respinge inoltre il piano europeo Rearm Europe e l’innalzamento della spesa per la difesa al 5% del PIL.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si può discutere seriamente di quanto spendere per la difesa, di quali sistemi acquistare e di quale debba essere il rapporto tra deterrenza, diplomazia e negoziato. Ma c’è un fatto che non può essere cancellato dalla retorica della pace: l’Ucraina ha potuto continuare a difendersi anche grazie agli aiuti militari ricevuti dai suoi alleati. È precisamente la ragione dichiarata per la quale l’Unione europea ha costruito il proprio programma di assistenza militare: fornire all’Ucraina i mezzi per esercitare il proprio diritto di autodifesa e proteggere la propria integrità territoriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente si può sostenere che questa strategia sia sbagliata e che un diverso approccio negoziale avrebbe prodotto risultati migliori. È una posizione legittima da argomentare. Ma dire semplicemente che le armi «allontanano la pace» salta una domanda fondamentale: <strong>pace a quali condizioni?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Se un Paese aggredito smette di essere in grado di difendersi, può certamente arrivare rapidamente la cessazione dei combattimenti. Ma la fine della resistenza militare non coincide automaticamente con una pace negoziata. Potrebbe coincidere con la sconfitta militare, con la perdita di sovranità o con l’accettazione delle condizioni imposte dall’aggressore. Quella sarebbe una forma di pace, certamente. La storia ne è piena.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È per questo che trovo singolare una certa retorica pacifista contemporanea: sembra considerare la guerra come una variabile indipendente dalla volontà di chi la combatte. Come se bastasse che una delle due parti desiderasse la pace perché la pace comparisse magicamente sul tavolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La diplomazia serve precisamente a creare le condizioni perché una guerra possa terminare senza che la sua conclusione sia semplicemente dettata dal rapporto di forza sul campo. La deterrenza, piaccia o meno, fa parte della diplomazia tanto quanto i comunicati ministeriali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quanto al 5% della spesa militare, si può naturalmente contestare quella percentuale. Ma il problema della difesa europea esiste indipendentemente dalla cifra scelta. Dopo l’invasione del 2022, l’Europa ha scoperto in modo piuttosto brutale che per decenni aveva dato per scontata una protezione militare che non era interamente in grado di assicurarsi da sola. Negarlo perché la parola «riarmo» è sgradevole non costituisce una strategia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che sto facendo quello che fanno tutti gli economisti: prendere un programma pieno di buone intenzioni e rovinarlo con il bilancio dello Stato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esattamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È il mio mestiere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non considero quindi il problema dei Cinque Stelle una questione di destra o di sinistra. Alcune proposte appartengono alla tradizione progressista, altre hanno radici nell’assistenzialismo italiano, altre ancora rispondono a problemi reali che qualsiasi governo dovrebbe affrontare. La questione è il rapporto con la realtà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una democrazia funziona quando agli elettori vengono sottoposte alternative concrete. Aumentiamo la spesa sanitaria e quindi aumentiamo le imposte? Riduciamo le tasse e quindi riduciamo alcune prestazioni? Manteniamo entrambe e accettiamo più debito? Tagliamo altre spese? Vendiamo patrimonio pubblico? Facciamo crescere la produttività prima di redistribuire?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Queste sono le domande interessanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dire contemporaneamente «più servizi», «più diritti», «meno tasse», «più salari», «meno ore di lavoro» e «più intervento pubblico» è molto più facile. Basta non guardare il conto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questo che rende il documento, a mio giudizio, così istruttivo. Non perché tutte le sue proposte siano assurde: alcune sono perfettamente discutibili e alcune meritano persino di essere prese sul serio. Il problema è la distanza tra l’ambizione dichiarata e il percorso necessario per trasformarla in realtà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa mi ricorda una frase attribuita a un uomo che di politica aveva una certa esperienza, anche se è vissuto parecchio tempo prima dei Cinque Stelle: <strong>«Demagogia è l’arte di dire al popolo ciò che vuole sentirsi dire.»</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Aristotele, nella <em>Politica</em>, descriveva già più di duemila anni fa la degenerazione della democrazia quando il consenso immediato prende il posto della ricerca del bene comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Aveva avuto parecchio tempo per osservare i suoi concittadini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse vale la pena ascoltarlo ancora.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il problema della democrazia non è che i cittadini desiderino troppo. È che qualcuno possa convincerli che desiderare qualcosa e poterla realizzare siano la stessa cosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando un programma di governo smette di distinguere queste due cose, non importa più se lo si definisce di destra, di sinistra, progressista o conservatore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Diventa semplicemente un programma dei desideri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E lo Stato, purtroppo, non funziona con la carta dei desideri.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Emma Nicheli)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Intro: Ho letto i 20 punti del programma di governo del Movimento 5 Stelle e consiglio vivamente di leggerli: per me sono un fulgido esempio della degenerazione della politica. In gran parte parliamo di spazzatura, proclami demagogici che non hanno alcuna possibilità di essere realizzati in cinque anni.<br><br>parte 1: È un delirio, del tipo “il mondo ideale dovrebbe essere così”. Il che dimostra, negli estensori, o una preoccupante dissociazione dalla realtà o la volontà di ingannare gli elettori con promesse che si sa benissimo non potranno mai essere mantenute. <br><br>parte 2:  l’Italia, come quasi tutti i Paesi industrializzati, fatica a garantire un welfare decente con le risorse disponibili. Scuola e sanità si deteriorano ogni giorno, nonostante una pressione fiscale storicamente altissima. Eppure si propongono misure che costerebbero decine, se non centinaia, di miliardi all’anno.<br><br>parte 3: Più fondi alla sanità con assunzioni straordinarie e modifica del Titolo V; tutele per autonomi e caregiver; riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario; banca pubblica; meno tasse sui redditi bassi; IVA sui carburanti dal 22 al 10%; reddito 2.0; case popolari; asili gratuiti; Intelligenza artificiale di Stato. Tutto bellissimo, ma con quali soldi? Dopo un anno, con lo spread alle stelle, saremmo vicini al default.<br><br>parte 4:  arriviamo ad un punto critico, quello sull’Ucraina: no al 5% per le spese militari, no al RearmEU, e si dice che continuare a inviare armi allontana la pace. Ma sono state proprio le armi inviate a permettere all’Ucraina di esistere e resistere alla volontà russa di annientarla. Senza quelle armi avremmo avuto una “pace": eterna.<br><br>parte 5: Il resto è un programma completamente dissociato dalla realtà, fatto di slogan, senza mai nemmeno lontanamente affrontare il problema di come realizzare tutto ciò. Non è né di destra né di sinistra: è demagogia in purezza, degenerazione della politica e della democrazia. E qualcuno l’aveva già capito più di 2000 anni fa.<br><br>articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.<br><br>Assumendo la personalità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/emma-nicheli/" data-type="page" data-id="63">Emma Nicheli</a>, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia.  Rendi l'articolo immersivo. Non usare "i numeri raccontano una storia...", non abusare degli aggettivi "politico" e "geopolitico". Non iniziare con "C'è...", non abusare di "e qui...", "ed è", "ed è qui che" e di successioni di "non... non... non...". Non mi intitolare i paragrafi</pre>
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		<title>Mosca ha due teste</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 10:50:35 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Con Vannacci a destra e Conte a “sinistra” — virgolette obbligatorie per l’Azzeccagarbugli del Tavoliere — il Cremlino ha in Italia una partita nella quale può guadagnare anche senza vincere le elezioni. Se il centrodestra imbarca Futuro Nazionale, può conquistare la maggioranza parlamentare ma ritrovarsi con una linea estera condizionata proprio da Vannacci e dal suo partito. Se invece lo tiene fuori, rischia di consegnare il governo a un centrosinistra nel quale Conte ha trasformato il rifiuto della prosecuzione degli aiuti militari a Kyiv in una precisa discriminante. Le posizioni dei due non sono identiche. Anzi: sono profondamente diverse. Ed è proprio questo il punto. Si può fare il gioco di Mosca in modi differenti: uno può passare dall’esaltazione della forza nazionale e dalla demolizione dell’ordine liberale; l’altro dalla convinzione che la pace si ottenga soprattutto adattandosi ai rapporti di forza imposti dall’aggressore. Cambia la strada. La destinazione strategica può essere simile: un’Europa più debole, più divisa e meno capace di sostenere Kyiv. E la Russia ringrazia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obiettivo dell’imperialismo russo è ormai difficile da ignorare. Putin ha trasformato l’invasione dell’Ucraina nella guerra attraverso la quale Mosca cerca di ridefinire gli equilibri dello spazio post-sovietico e, più in generale, i rapporti di forza in Europa. Dopo l’Ucraina, i Paesi baltici e la Moldavia appartengono a scenari molto diversi, ma vengono inevitabilmente osservati attraverso questa lente. Per consolidare la propria posizione, il Cremlino ha interesse a un’Europa divisa e militarmente dipendente. La guerra ibrida contro gli Stati europei — disinformazione, cyberattacchi, operazioni di influenza e altre forme di pressione — è documentata dalle istituzioni europee. Questo non significa che ogni esponente che contesta la strategia occidentale sia un agente russo. Significa guardare agli effetti concreti delle sue posizioni invece di inventare regie segrete.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Futuro Nazionale va dunque osservato per quello che propone. Vannacci rivendica una linea fondata sull’interesse nazionale, critica la prosecuzione degli aiuti militari a Kyiv, guarda con forte diffidenza all’integrazione europea e sostiene una drastica riduzione delle competenze dell’Unione. Non occorre immaginare telefonate segrete con il Cremlino per capire perché una simile impostazione possa risultare funzionale agli interessi russi: basta chiedersi cosa accadrebbe a una coalizione di governo se pochi parlamentari diventassero indispensabili per approvare una determinata strategia estera. La politica, qualche volta, è meno misteriosa di quanto sembri. Si chiama aritmetica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo il Parlamento dovrebbe pretendere un quadro serio delle interferenze straniere nel sistema italiano. Il Copasir ha gli strumenti per occuparsene: servirebbero verifiche sulle eventuali fonti di finanziamento, analisi delle operazioni di influenza e, per quanto possibile, conclusioni pubbliche prima del voto. Una democrazia adulta non deve avere paura di sapere chi cerca di influenzarla. Deve avere paura, semmai, di non volerlo sapere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma c’è un piano più profondo. Voglio fare una cosa deliberatamente provocatoria: voglio provare a leggere Vannacci attraverso la categoria del fascismo e Conte attraverso quella del vichysmo. Non perché siano letteralmente Mussolini e Pétain — sarebbe una sciocchezza storica — ma perché queste due esperienze illuminano due atteggiamenti diversi davanti alla crisi dell’ordine europeo. Due modi, per dirla brutalmente, nei quali si può finire a fare il gioco russo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel caso di Vannacci, il riferimento al fascismo serve a mettere a fuoco una precisa idea della nazione e del potere: una comunità assediata, un’identità da difendere, il pluralismo trattato come debolezza, la forza elevata a criterio di ordine. È questa la matrice che mi interessa. Il fascismo italiano non fu soltanto nazionalismo muscolare: fu dittatura, culto del capo, repressione del dissenso, organizzazione totalitaria dello Stato. Ma proprio per questo la sua lezione può essere letta anche attraverso ciò che precedette e alimentò quella trasformazione: la convinzione che la società fosse diventata troppo debole, frammentata e corrotta per difendersi da sola e che servissero disciplina, gerarchia, identità e autorità. Trasportata nell’Europa di oggi, questa mentalità porta facilmente a guardare con sospetto tutto ciò che limita la sovranità nazionale: l’Unione, le istituzioni comuni, i vincoli multilaterali, perfino l’idea che la sicurezza europea dipenda dalla capacità di agire insieme. Il risultato sarebbe un continente di Stati più soli, ciascuno intento a trattare con le potenze che ha davanti. Per Mosca, un interlocutore ideale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con Conte il paragone è diverso. Per capire quello che chiamo vichysmo bisogna ricordare cos’era Vichy: la Francia sconfitta del 1940, il regime di Pétain che, invece di continuare la guerra contro la Germania nazista, scelse la collaborazione con il vincitore e costruì la propria legittimità sulla promessa di salvare il Paese adattandosi alla nuova realtà dei rapporti di forza. È questo atteggiamento che mi interessa come metafora. Non la collaborazione formale con un occupante, che ovviamente non esiste nell’Italia contemporanea, ma l’idea che davanti a una potenza aggressiva la strada più ragionevole sia accettarne sostanzialmente le condizioni, chiamando questa rinuncia realismo, pragmatismo o ricerca della pace.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco i due estremi. Vannacci rappresenta, nella mia lettura, la via della forza identitaria: rendere l’Europa più nazionale, più chiusa, più diffidente verso le proprie istituzioni comuni. Conte rappresenta la via dell’adattamento: ridurre il confronto con la Russia accettandone progressivamente i rapporti di forza come dato naturale. Uno dice: torniamo a essere nazioni forti e pensiamo ciascuno per sé. L’altro: smettiamo di alimentare il conflitto e troviamo un accordo con chi oggi dispone della forza militare. Ricette opposte, dunque, che possono produrre lo stesso effetto: una risposta europea meno coesa alle pressioni russe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il canarino nella miniera, a quel punto, torna a essere il popolo ebraico. Non perché gli ebrei debbano diventare il simbolo permanente delle nostre colpe europee, ma perché la loro storia permette di riconoscere rapidamente il momento in cui una società comincia a considerare una minoranza come un corpo estraneo. L’antisemitismo contemporaneo cambia linguaggio con straordinaria disinvoltura. Può vestirsi da neonazismo, complottismo, fanatismo religioso, antioccidentalismo oppure da un antisionismo che perde progressivamente di vista il confine tra critica a uno Stato e demonizzazione degli ebrei. Basta leggere certi commenti online per scoprire quanto vecchi schemi siano tornati a circolare con una confezione aggiornata: élite onnipotenti, banche controllate da qualcuno, guerre organizzate nell’ombra, popoli manipolati da poteri occulti. I Protocolli dei Savi di Sion hanno cambiato grafica, ma il software è rimasto sorprendentemente simile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E mentre una parte della destra e della sinistra ripete che “AfD va capita”, sarebbe interessante osservare cosa succede quando la comprensione diventa pratica amministrativa. A Heidenau, in Sassonia, il consiglio comunale ha votato, con il sostegno di CDU e AfD, contro la posa di nuove Stolpersteine, le pietre d’inciampo dedicate alle vittime del nazismo. La motivazione ufficiale riguarda il modo in cui questi piccoli monumenti vengono collocati sui marciapiedi e la possibilità di ricordare le vittime in altri luoghi. Alcuni familiari delle vittime hanno sostenuto la scelta. Non è dunque corretto trasformare la vicenda nello slogan secondo cui “la CDU vuole cancellare la Shoah”. Il dato resta però significativo: mentre l’estrema destra torna a conquistare spazio, una comunità decide di togliere dalla quotidianità una forma concreta della memoria delle persecuzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’antisemitismo, naturalmente, ci spiegheranno ancora una volta che non c’entra. Non c’entra quando si riscrivono le responsabilità della Shoah. Non c’entra quando si attribuisce agli ebrei europei ciò che fa il governo israeliano. Non c’entra quando una persona viene aggredita perché ebrea e qualcuno risponde che bisogna prima capire cosa succede a Gaza. Non c’entra mai. È una curiosa patologia linguistica: l’antisemitismo sembra essere l’unica forma di odio che debba presentarsi personalmente all’anagrafe prima di poter essere riconosciuta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema europeo, tuttavia, non si risolve con le etichette. Restano da decidere la capacità autonoma di difesa dell’Europa, il rapporto con gli Stati Uniti, il sostegno all’Ucraina e l’ordine di sicurezza da costruire dopo la guerra. Nel frattempo bisogna affrontare interferenze straniere, disinformazione, crescita delle forze nazionaliste e una nuova vulnerabilità culturale nei confronti del complottismo. Continuare a rimandare significa lasciare che siano gli eventi a prendere queste decisioni al posto nostro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esiste ancora una porta europea da cui passare, anche se è sempre più stretta. È quella di un accordo trasversale sulle questioni fondamentali: sostegno all’Ucraina, rafforzamento della difesa comune, piena lealtà atlantica e contrasto alle interferenze straniere. Il cosiddetto Terzo Polo è piccolo, fragile e attraversato da ambizioni personali che spesso sembrano avere più energia delle sue percentuali elettorali. Ma proprio per questo dovrebbe comprendere che la leadership viene dopo. Prima vengono le condizioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La discriminante, allora, non deve essere necessariamente destra o sinistra. Deve essere verificabile. Qual è la posizione sull’aggressione russa? Quale sostegno si intende garantire a Kyiv? Quale ruolo si assegna alla NATO? Quanta difesa europea si è disposti a finanziare? Come si intende contrastare le interferenze straniere? E quale atteggiamento si assume davanti alla riscrittura della memoria e alla normalizzazione dell’antisemitismo? Su queste domande possono emergere alleanze diverse da quelle tradizionali. Ma devono poggiare su impegni pubblici, non sulla speranza che, una volta arrivati al governo, tutti dimentichino quello che avevano promesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Russia, in fondo, non ha bisogno che l’Italia diventi filorussa. Le basta che diventi incapace di decidere. Non ha bisogno di conquistare la maggioranza di un Parlamento europeo. Le basta che le maggioranze si rompano ogni volta che devono assumere una responsabilità. E non ha bisogno che gli europei smettano di ricordare Auschwitz. È sufficiente che comincino a considerare quella memoria un fastidio, qualcosa da spostare altrove, una pietra che si può togliere dal marciapiede perché “tanto il nome della vittima lo possiamo ricordare anche da un’altra parte”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia raramente ricomincia nello stesso modo. Cambia parole, simboli, protagonisti e uniformi. Quello che tende a ripresentarsi sono i meccanismi: la ricerca del nemico interno, la fascinazione per il potere forte, la rinuncia alla responsabilità in cambio della promessa di stabilità, la manipolazione della memoria. Per riconoscerli serve una cosa terribilmente poco spettacolare: guardare i fatti, uno per uno. È molto meno divertente di una tifoseria. Ma, a differenza della tifoseria, serve a capire dove stiamo andando.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Serena Russo)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Intro:  Con Vannacci a destra e Conte a "sinistra" (virgolette obbligatorie per l'Azzeccagarbugli del Tavoliere), il Cremlino ha in Italia una partita in cui vince comunque. Se il centrodestra imbarca Futuro Nazionale, può vincere le elezioni ma con una politica estera ostaggio proprio di Vannacci e del suo partito: l’alleato più ambiguo, oggettivamente funzionale al disegno del Cremlino, anche senza bisogno di attribuirgli una regia moscovita. Se invece lo respinge, rischia di consegnare la vittoria a un centrosinistra egemonizzato da Conte, con lo stesso esito strategico. In entrambi i casi, il sostegno all’Ucraina e il rilancio della sicurezza europea diventano materia di trattativa. E la Russia vince.<br><br>parte 1: L’obiettivo dell’imperialismo russo è chiaro: riportare sotto controllo lo spazio dell’ex Unione Sovietica. Dopo l’Ucraina, i paesi baltici e la Moldavia sono i fronti più esposti. Per arrivarci, Putin ha bisogno che l’unità europea si spezzi. Germania, Francia e Italia sono da tempo bersaglio di una guerra ibrida fatta di disinformazione, finanziamenti opachi e sponde politiche. Futuro Nazionale va letto in questo quadro: non serve attribuirgli una regia moscovita per coglierne la funzione. Anche ridimensionato, a un partito basta spostare pochi punti decisivi per rendere ricattabile un’intera coalizione. Per questo il Parlamento dovrebbe chiedere al Copasir un’indagine sulle interferenze straniere nel sistema politico italiano, con audizioni riservate ma conclusioni pubbliche prima del voto.<br><br>parte 2: Ma c’è un piano più profondo, che non riguarda solo la geopolitica. La proposta di Vannacci è apertamente nazifascista; quella di Conte è vichyista (spiega la repubblica di Vichy brevemente). L’Italia e l’Europa sono schiacciate in questa morsa, e il canarino nella miniera è di nuovo il popolo ebraico: la sua storia viene riscritta alla Goebbels, mentre crescono esclusione, minacce e aggressioni, che troppi sofisti ogni giorno provano spudoratamente a giustificare. Basta leggere i commenti miserabili online per capire in quale poltiglia propagandistica da “Protocolli” sono state diseducate generazioni del lungo dopoguerra. “AfD va capita”, ripetono a destra e a sinistra.<br><br>parte 3: A Heidenau l’hanno capita benissimo anche nella Cdu: insieme hanno votato per impedire la posa di nuove pietre d’inciampo nelle strade della città. I nomi delle vittime del nazismo, secondo loro, potranno essere ricordati altrove. L’antisemitismo, ci spiegheranno, non c’entra mai. Nemmeno quando si decide di cancellare dalla vita quotidiana la memoria dei perseguitati. Questo non è un dettaglio: è il cuore morale della stessa deriva illiberale che indebolisce l’Europa e favorisce chi vuole spezzarla.<br><br>parte 4: Esiste però una porta di politica europea da cui si può ancora passare, anche se è sempre più stretta. Quella del Terzo Polo, che ahinoi è piccola, fragile, irrilevante. Ma la posta oggi è più alta delle ambizioni personali: unità d’azione subito, questione della leadership dopo. A questa nuova formazione spetta un gesto preciso: dichiararsi pronta a sottoscrivere un patto nazionale ed europeo con chiunque ne accetti le discriminanti. Sostegno all’Ucraina fino a una pace giusta, rilancio della difesa comune europea, piena lealtà atlantica.<br><br>parte 5: La discriminante non è più destra o sinistra: è Kyiv. Se Fratelli d’Italia e Forza Italia scelgono questo patto invece di Vannacci, i riformisti devono essere disponibili a governare con loro. Se a sceglierlo è un centrosinistra capace di liberarsi dall’ipoteca di Conte, vale lo stesso. Chi accetta quella linea spezza la tenaglia. Chi la rifiuta, consapevole o no, gioca la partita di Mosca. E la stessa discriminante vale per la memoria: chi cancella le pietre d’inciampo, chi riscrive la storia e chi normalizza l’antisemitismo non sta “capendo” nessuno. Sta solo preparando il terreno a un nuovo disastro.<br><br>articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.    <br>    <br>Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/serena-russo/" data-type="page" data-id="75">Serena Russo</a>; usa un tono tagliente e ironico. Rendilo immersivo. Non abusare dell'aggettivo "geopolitico", e della forma "non... non... non...". Fallo in paragrafi compatti, non pieno di a capo. non usare "e qui...", "ed è qui che..." se non il minimo indispensabile. Non dare titoli ai paragrafi.</pre>
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		<title>A Nightmare on Via Gulli 46</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 10:01:17 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="723" height="404" data-attachment-id="11012" data-permalink="https://leargenteetesteduovo.com/2026/09/28/a-nightmare-on-via-gulli-46/viagulli/" data-orig-file="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/09/viagulli.jpg?fit=1376%2C768&amp;ssl=1" data-orig-size="1376,768" data-comments-opened="1" data-image-title="viagulli" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/09/viagulli.jpg?fit=723%2C404&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/09/viagulli.jpg?resize=723%2C404&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-11012" style="aspect-ratio:1.7917265259513022;width:703px;height:auto" srcset="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/09/viagulli.jpg?resize=1024%2C572&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/09/viagulli.jpg?resize=300%2C167&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/09/viagulli.jpg?resize=768%2C429&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/09/viagulli.jpg?w=1376&amp;ssl=1 1376w" sizes="auto, (max-width: 723px) 100vw, 723px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Via Gulli 46, quartiere Borgo Vittoria, periferia nord di Torino. Un appartamento normale, in un palazzo normale, in una zona normale. Quelle coordinate che non promettono assolutamente nulla: al massimo un ascensore che ogni tanto decide di morire tra il quarto e il quinto piano, un vicino che trapana la domenica mattina e qualcuno che lascia i sacchi dell’immondizia fuori dalla porta per ore. Solo che, secondo i vicini, da quell’appartamento c’era un viavai continuo, giorno e notte. Il che, a posteriori, assume una certa importanza narrativa. Sembra la descrizione di un locale aperto h24, non di una casa dove una professoressa di italiano dovrebbe ragionevolmente trascorrere le proprie serate correggendo compiti, leggendo un romanzo o, nei casi più avventurosi, guardando una serie televisiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La proprietaria dell’appartamento è Nicole Formichetti, 47 anni, originaria di Rieti, insegnante di italiano in una scuola del Torinese. Poi c’è Christian Matheus De Oliveira Morando, 26 anni, di Chivasso, gravemente indiziato per l’omicidio di Fabio Colapietro, 39 anni, anch’egli di Chivasso. E c’è Keith Butig, detta Sara, 22 anni, torinese di origini filippine, coinvolta nell’inchiesta per le ipotesi di favoreggiamento e concorso nella soppressione del cadavere. Le posizioni giudiziarie sono naturalmente ancora da definire e sarà il procedimento a stabilire responsabilità e fatti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come cast, però, siamo già oltre il limite della sospensione dell’incredulità. Le presentazioni sembrano quelle di una fiction italiana di prima serata scritta da qualcuno che abbia passato troppo tempo a guardare true crime americano: la professoressa di italiano di 47 anni, il ventiseienne di Chivasso, la ragazza ventiduenne di origini filippine, il trentanovenne che finirà ammazzato. A questo punto manca soltanto Alessandro Gassmann nel ruolo del commissario tormentato ma umanissimo, separato dalla moglie, con un figlio tetraplegico e una fotografia di lui bambino sulla scrivania. E invece non siamo in una fiction. Siamo in via Gulli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vicenda, per quanto è emerso finora, comincia con un festino protratto per giorni. Non la classica festa che a un certo punto qualcuno interrompe con un “ragazzi, io domani lavoro”. Qui si parla di crack, LSD, funghi allucinogeni, cannabis, MDPHP, una droga sintetica, e superalcolici. Una specie di menu degustazione dell’autodistruzione chimica, con l’oste che evidentemente aveva deciso di non chiudere mai la cucina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo la ricostruzione riferita dall’avvocato di De Oliveira, il giovane sarebbe arrivato nell’appartamento insieme a Butig per una festa organizzata dalla professoressa. Colapietro sarebbe entrato successivamente, anche in relazione al reperimento delle sostanze, e sarebbe poi rimasto nell’abitazione. La festa sarebbe andata avanti tra consumo di droghe e alcol e permanenza pressoché continua nell’appartamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto la sceneggiatura cambia genere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo quanto riferito da De Oliveira, a un certo punto sarebbe emerso un ammanco di 50 euro dalle sue tasche. Gli altri gli avrebbero detto che a prendere i soldi sarebbe stato Colapietro. Ne sarebbe nata una colluttazione. De Oliveira ha ammesso di aver aggredito Colapietro, sostenendo però che non sarebbe stata sua intenzione ucciderlo e riferendo di avere ricordi confusi sulla dinamica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cinquant’anni di letteratura criminale hanno prodotto rapine, vendette, gelosie, eredità, guerre tra bande. Qui, stando alla ricostruzione del principale indagato, abbiamo cinquanta euro. Cinquanta. Una banconota che, nella grande tradizione del crimine, si presenta con l’ambizione di diventare la versione piemontese della mela di Eva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente non c’è niente di divertente nella morte di Fabio Colapietro. Ma la sproporzione tra l’innesco raccontato e quello che segue è quasi incredibile: cinquanta euro, una lite, un uomo che muore. E da quel momento la storia precipita in una sequenza che nemmeno uno sceneggiatore particolarmente compiaciuto avrebbe il coraggio di proporre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo i tentativi di rianimazione, durati secondo il racconto circa due ore, arrivano sacchi neri, secchi, cemento a presa rapida, coltelli. Il cadavere viene fatto a pezzi e si ipotizza di disfarsi di alcune parti gettandole nel fiume. La polizia sequestra una mannaia e altri coltelli; parti del corpo vengono trovate nei sacchi e altre in contenitori ricoperti di cemento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È il momento in cui <em>Breaking Bad</em> incontra il bricolage del sabato pomeriggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa straniante è il carattere quasi organizzativo di quello che segue il caos: procurarsi i sacchi, pensare al cemento, ai coltelli, al modo di disfarsi del corpo. Non c’è l’eleganza criminale del piano perfetto. C’è piuttosto una terribile improvvisazione domestica, fatta con quello che si trova e con una quantità di lucidità presumibilmente già evaporata da tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Keith Butig avrebbe dichiarato di essersi limitata ad acquistare i sacchi. Nicole Formichetti si è avvalsa della facoltà di non rispondere davanti al gip. Sono elementi che dovranno essere valutati nel procedimento, senza trasformare dichiarazioni, accuse e ricostruzioni investigative in sentenze anticipate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi arriva la madre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">De Oliveira torna a casa e racconta quanto accaduto. È sconvolto, piange, parla in modo confuso. La madre comprende che è successo qualcosa di gravissimo e chiama il 112, dopo avergli detto di rivolgersi alla polizia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è probabilmente il dettaglio che più di tutti restituisce alla vicenda quella qualità involontariamente grottesca che nessuno sceneggiatore riuscirebbe a progettare: dopo giorni di droghe e alcol, un omicidio, un cadavere smembrato e il cemento, l’ultimo passaggio della storia è una madre che dice al figlio, in sostanza, di chiamare la polizia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 112 come compito delle elementari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente, per Fabio Colapietro, non c’è nulla di grottesco e nulla di ironico. C’è una morte. Tutto il resto appartiene a quel bizzarro teatro che la cronaca costruisce intorno alle tragedie: le dichiarazioni, le contraddizioni, le ricostruzioni, gli oggetti sequestrati, i vicini che raccontano il viavai, l’appartamento che da semplice indirizzo diventa improvvisamente un luogo della memoria criminale torinese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E da qui comincia già la seconda vita della storia. Arriveranno inevitabilmente il plastico televisivo, l’esperto di criminologia chiamato a spiegare il profilo dei protagonisti, il podcast in dodici puntate, il documentario, il libro. Fra qualche anno qualcuno troverà una fotografia, una testimonianza, una telefonata o un dettaglio rimasto fuori dalle prime ricostruzioni e ci costruirà sopra un titolo: “Quello che non vi avevano mai raccontato di via Gulli”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È la liturgia del true crime contemporaneo: la tragedia diventa materiale narrativo, il materiale narrativo diventa contenuto e il contenuto, se dura abbastanza, diventa memoria pop.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per ora rimane un appartamento di periferia, una vittima, tre persone le cui responsabilità dovranno essere accertate e una storia che sembra essersi data da sola una regola fondamentale della fiction italiana: quando pensi di aver raggiunto il massimo dell’assurdo, entra in scena la mamma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E persino Alessandro Gassmann, a questo punto, può tornare a casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Margherita Nanni)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>1: Via Gulli 46, quartiere Borgo Vittoria, periferia nord di Torino. Un appartamento normale, in un palazzo normale, in una zona normale. Solo che qui, secondo i vicini, c’era un viavai di gente giorno e notte.  Sembra la descrizione di un locale aperto h24, non di una casa dove si insegna italiano.<br><br>2: Nicole Formichetti, 47 anni, originaria di Rieti, professoressa di italiano in un istituto del Torinese. Christian Matheus De Oliveira Morando, 26 anni, di Chivasso, il presunto autore materiale dell’omicidio. Keith Butig, detta Sara, 22 anni, origini filippine, residente a poca distanza. E poi Fabio Colapietro, 39 anni, di Chivasso: la vittima. Le presentazioni sono quelle di una fiction scadente con Alessandro Gassman nel ruolo dell'investigatore di buon cuore vedevo e con figlio tetraplegico.<br><br>3: Un festino a base di droga e alcol durato giorni: mdphp, crack, LSD, funghi allucinogeni, cannabis, superalcolici, per due notti consecutive. Il drag party lo avrebbe organizzato la professoressa, invitando Butig e De Oliveira. Colapietro doveva aiutarli a rifornirsi di droga, poi era rimasto. La lista delle sostanze sembra un menu degustazione.<br><br>4: Nella notte tra lunedì e martedì, dalle tasche di De Oliveira mancano 50 euro. Le donne gli dicono che è stato Colapietro. Lui lo aggredisce e lo uccide. De Oliveira ammette l’omicidio, ma dice che non era sua intenzione e che non ricorda bene la dinamica. 50 euro come movente e amnesia selettiva sul resto. Fa ridere, se non fosse tragedia.<br><br>5: Dopo i tentativi di rianimazione durati circa due ore, sarebbe partita l’altra fase: teli, sacchi neri, candeggina, guanti, coltelli, cemento. Il corpo smembrato, alcune parti da gettare nel fiume. Butig dice di aver solo comprato i sacchi. Formichetti non ha risposto al gip. Il salto dal panico al bricolage horror è talmente assurdo da risultare grottesco, dai Motley Crue a Breaking Bad in un batter d'occhio.<br><br>6: De Oliveira, a un certo punto, sarebbe tornato a casa e avrebbe raccontato tutto alla madre. Sarebbe stata lei a chiamare il 112. Dopo giorni tra droghe, coltelli e cemento, il ritorno alla legalità passa da “mamma mi ha detto di chiamare la polizia”. Il 112 come compito delle elementari: involontariamente comico. Le posizioni restano da valutare nelle sedi competenti, con presunzione di innocenza. E niente: per Fabio Colapietro non c’è nulla da ridere. Ma il contorno emerso è così assurdo che l’inferno, a quanto pare, aveva anche la telefonata alla mamma. E ora la vicenda è pronta: trasmissioni tv, esperti crime, youtube, libri. Fra dieci anni si scoprirà qualche dettaglio omesso per riaprire il caso.<br><br>articolo: 1,2,3,4,5,6; approfondisci se necessario.<br><br>assumendo la personalità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/margherita-nanni/" data-type="page" data-id="66">Margherita Nanni</a>, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda. (non parlare necessariamente di inverosomiglianza, al limite descrivila); non usare elenchi nè righe di separazione, e non usare troppo della formula "e qui"</pre>
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		<title>Antisemitismo fai-da-te</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 10:20:04 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="723" height="395" data-attachment-id="11004" data-permalink="https://leargenteetesteduovo.com/2026/09/25/antisemitismo-fai-da-te/linguista/" data-orig-file="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/09/linguista.jpg?fit=1408%2C768&amp;ssl=1" data-orig-size="1408,768" data-comments-opened="1" data-image-title="linguista" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/09/linguista.jpg?fit=723%2C395&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/09/linguista.jpg?resize=723%2C395&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-11004" style="aspect-ratio:1.8318770714070503;width:703px;height:auto" srcset="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/09/linguista.jpg?resize=1024%2C559&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/09/linguista.jpg?resize=300%2C164&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/09/linguista.jpg?resize=768%2C419&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/09/linguista.jpg?w=1408&amp;ssl=1 1408w" sizes="auto, (max-width: 723px) 100vw, 723px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo quanto affermato da Francesca Albanese <a href="https://www.youtube.com/watch?v=zxrCercj9BQ&amp;t=1105s" data-type="link" data-id="https://www.youtube.com/watch?v=zxrCercj9BQ&amp;t=1105s">in un video</a>, il termine «antisemitismo» sarebbe nato nell’Ottocento per indicare un’avversione verso le popolazioni semitiche in generale e avrebbe poi finito per riferirsi agli ebrei perché erano questi, nell’Europa dell’epoca, i principali destinatari di quell’ostilità. Una spiegazione suggestiva. Peccato che la storia della parola sia un pochino meno elastica. Il termine tedesco <em>Antisemitismus</em> viene infatti coniato nel 1879 dal pubblicista tedesco Wilhelm Marr, proprio all’interno di una campagna politica contro gli ebrei. Marr pubblica quell’anno <em>Der Sieg des Judenthums über das Germanenthum</em> e fonda la Lega degli Antisemiti. Lo conferma anche lo United States Holocaust Memorial Museum, che indica nel 1879 la nascita del termine e in Marr il suo coniatore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente questo non significa che prima del 1879 nessuno avesse mai detestato un ebreo. Sarebbe una scoperta storica degna di un Nobel. L’ostilità verso gli ebrei è molto più antica della parola che oggi utilizziamo per definirla e, per secoli, ebbe in Europa una forte componente religiosa. Si parlava di ebrei in quanto appartenenti alla religione ebraica, si costruivano accuse teologiche contro di loro, si imponevano discriminazioni e si alimentavano superstizioni che arrivavano fino alle famigerate accuse di omicidio rituale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell’Ottocento prende però forma qualcosa di diverso. Con Marr l’ostilità antiebraica viene riformulata in termini politici e razziali. L’ebreo non è più semplicemente l’adepto di una religione considerata falsa o ostile: diventa il membro di una presunta razza, definita attraverso l’origine e ritenuta incompatibile con la nazione tedesca. La differenza è sostanziale. Se il problema è la religione, la conversione può teoricamente risolverlo. Se il problema è la razza, la conversione diventa irrilevante: l’ebreo rimane ebreo anche se diventa cristiano, ateo o non pratica alcuna religione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è una sottigliezza da seminario universitario. È precisamente il principio sul quale si costruirà una parte fondamentale della persecuzione nazista. Le leggi di Norimberga, per esempio, stabilirono criteri genealogici per classificare gli individui come ebrei: la fede professata non era determinante. Una persona battezzata e perfettamente assimilata poteva essere perseguitata come ebrea sulla base della propria ascendenza. La conversione non cancellava l’etichetta razziale attribuita dallo Stato nazista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Arriviamo così ad Auschwitz, che rappresenta un piccolo inconveniente per l’interpretazione puramente linguistica della faccenda. Gli ebrei deportati nei campi di sterminio non erano lì perché appartenenti a una generica categoria di popolazioni «semitiche». Erano perseguitati in quanto ebrei, secondo la definizione razziale costruita dall’ideologia nazista. L’Olocausto fu la persecuzione sistematica e l’assassinio di circa sei milioni di ebrei europei da parte della Germania nazista e dei suoi alleati e collaboratori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I nazisti non avevano bisogno di consultare un atlante delle lingue semitiche per decidere chi deportare. Avevano registri anagrafici, genealogie, leggi razziali e una macchina amministrativa costruita proprio per identificare gli ebrei. La questione era talmente specifica che l’appartenenza religiosa poteva essere irrilevante: ciò che contava, agli occhi dei persecutori, era la presunta origine ebraica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vale la pena ricordare Haj Amin al-Husseini, Gran Muftì di Gerusalemme. Non fu il regista dell’Olocausto, naturalmente, e attribuirgli un ruolo simile sarebbe una sciocchezza storica. Fu però un collaboratore del regime hitleriano: incontrò Hitler a Berlino nel novembre 1941, svolse attività di propaganda antiebraica e collaborò al reclutamento di musulmani per formazioni tedesche, comprese unità della Waffen-SS. La documentazione dello United States Holocaust Memorial Museum è molto chiara sul suo rapporto con il nazismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa interessante è che al-Husseini non aveva affatto bisogno di una teoria linguistica sui «popoli semitici» per individuare il proprio bersaglio. La sua propaganda era esplicitamente antiebraica. Parlava degli ebrei, della loro presunta cospirazione mondiale e della necessità di combatterne la presenza in Palestina. Si può discutere quanto si vuole delle sue motivazioni politiche e del suo ruolo storico, ma trasformare questa vicenda in un problema di indistinguibilità fra ebrei e musulmani significherebbe ignorare ciò che documenti e propaganda ci mostrano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto fondamentale è dunque abbastanza elementare: «semitico» e «antisemitismo» non sono sinonimi. Il primo termine può avere un significato linguistico e storico molto ampio; il secondo nasce nel 1879 come denominazione di un movimento politico esplicitamente ostile agli ebrei. L’etimologia della parola non può essere utilizzata per cancellarne il significato storico. Altrimenti potremmo prendere qualunque termine composto, risalire ai suoi pezzi e ricostruirne arbitrariamente il significato. È una tecnica che può essere divertente a tavola, ma un po’ meno affidabile quando si scrive la storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La conseguenza di questa dilatazione semantica è curiosa: l’antisemitismo rischia di diventare una categoria talmente vasta da perdere proprio la specificità che la rende storicamente utile. Se tutto ciò che riguarda un popolo semitico può essere ricondotto all’antisemitismo, il termine finisce per descrivere molto e spiegare poco. E soprattutto si perde di vista il fenomeno concreto che la parola ha indicato nella storia europea: l’ostilità organizzata e ideologizzata contro gli ebrei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La distinzione fra antigiudaismo e antisemitismo serve proprio a evitare questo pasticcio. Il primo ha radici antiche e riguarda principalmente l’ebraismo come religione; il secondo è un fenomeno moderno, nato nell’Europa ottocentesca e legato alla trasformazione dell’ostilità antiebraica in una teoria politica e razziale. Sono fenomeni collegati, ma non identici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo, naturalmente, non impedisce di discutere della politica israeliana, del sionismo, della guerra, di Gaza o della questione palestinese. Sono questioni contemporanee che possono essere affrontate sul merito. Proprio per questo sarebbe opportuno non confondere la critica politica con la manipolazione della storia e soprattutto non utilizzare l’etimologia come una specie di passepartout capace di riscrivere il significato delle parole a posteriori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La linguistica può spiegare l’origine di una parola. Difficilmente può riscrivere la storia di ciò che quella parola è diventata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quanto alla ricostruzione di Francesca Albanese, resta una scelta: o si tratta di ignoranza della storia del termine e dell’evoluzione dell’antisemitismo moderno, oppure di una deformazione consapevole funzionale a una precisa lettura politica. Tra le due ipotesi, francamente, conoscendo il personaggio e il contesto nel quale queste cose vengono dette, faccio parecchia fatica a scommettere sulla prima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Suvvia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Francesco Cozzolino)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Intro: Secondo le ultime dichiarazioni di Francesca Albanese, il termine “antisemita” sarebbe stato coniato nell’800 per indicare l’avversione verso le popolazioni semitiche in generale; poi, siccome in Europa c’erano soprattutto ebrei, sarebbe passato a indicare solo l’odio antiebraico. Per me è una panzana: il termine nasce nel 1879 proprio per indicare l’avversione verso gli ebrei.<br><br>parte 1: C’è poi la distinzione tra antigiudaismo e antisemitismo. Prima del 1879 l’avversione verso gli ebrei era soprattutto religiosa: un ebreo convertito al cristianesimo smetteva di essere discriminato come ebreo. Con Marr (spieghiamo chi è) si passa a un odio “di razza”: l’ebreo è tale anche se cristiano, ateo o non religioso. Quindi antisemita = antiebreo, non semplicemente antigiudaico.<br><br>parte 2: Arriviamo ad Auschwitz. Secondo la tesi attribuita ad Albanese, gli ebrei ci sarebbero finiti quasi per caso, perché i nazisti non avrebbero distinto tra ebrei e musulmani. Io ironizzo: il gran Muftì di Gerusalemme Amin al-Husseini, amico di Hitler e reclutatore di SS, avrebbe avuto qualche timida riserva su questa lettura.<br><br>parte 3: La conseguenza è che l’antisemitismo come avversione specifica verso gli ebrei si diluisce fino quasi a scomparire. Tutto è antisemitismo, niente è antisemitismo. La stessa persecuzione nazista diventa un fatto quasi casuale: c’erano solo loro lì, hanno avuto la scalogna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.<br><br>parte 4: Così il vero antisemitismo finirebbe per essere quello verso i musulmani e tutte le popolazioni semitiche, se non tutte quelle non europee. Mica quello verso gli ebrei. Per me è una vera e propria bufala, detta per dolo o per ignoranza - ma qualcosa mi dice che sia dolo.<br><br>parte 5: La conclusione è durissima: relativizzare così la persecuzione antiebraica significa svuotare di senso la Shoah e la storia dell’antisemitismo. Suvvia. <br><br>Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.<br><br>Assumendo l'identità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/francesco-cozzolino/" data-type="page" data-id="85">Francesco Cozzolino</a> descritta sopra, scrivi un Articolo; usa un tono irriverente, ironico, sarcastico. Non iniziare con "C'è qualcosa di..." Scrivilo in paragrafi compatti, senza eccessiva frammentazione; utilizza il meno possibile la formula "non... non... non..." ed "e qui...". Evita pure prosa saggistico-argomentativa ad alto impatto retorico, di taglio epigrammatico e dal finale ammonitorio.</pre>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Chi fermerà la musica? Forse il private equity</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2026 10:09:56 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Per molto tempo abbiamo pensato che la musica dal vivo fosse una faccenda di chitarre, amplificatori, locali sudati e qualche promoter disposto a perdere sonno e denaro pur di portare sul palco qualcuno in cui credeva. Era un&#8217;idea ingenua, evidentemente. Oggi la musica dal vivo è soprattutto un magnifico prodotto finanziario, con flussi di cassa, portafogli, acquisizioni e prospettive di crescita. Nel 2024 KKR ha acquisito Superstruct Entertainment da Providence Equity Partners per circa 1,3 miliardi di euro: oltre 80 festival in dieci Paesi, fra cui Wacken Open Air, Sziget, Defqon.1, Parookaville e Sónar. È perfettamente legittimo, naturalmente. La musica è diventata un investimento interessante e il capitale, quando fiuta un rendimento, possiede un olfatto assai più sviluppato di quello di un critico rock. Il punto è capire che cosa succede quando l&#8217;economia del concerto comincia a essere organizzata soprattutto intorno alla parte alta della piramide.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prendiamo gli Oasis. La reunion del 2025 ha venduto 2.228.471 biglietti e generato più di 405 milioni di dollari, diventando il secondo tour per incassi dell&#8217;anno, dietro a Beyoncé. Il dato è interessante non perché dimostri che gli Oasis siano improvvisamente diventati più bravi di quanto fossero nel 1995, cosa che lascio volentieri alle discussioni da bar, ma perché mostra il valore economico di un nome capace di trasformare la memoria in domanda. Per la parte nordamericana del tour, i prezzi ufficiali partivano da 79 dollari e arrivavano a circa 375, più le commissioni. Duecento dollari, dunque, sono una cifra perfettamente plausibile per assistere a un grande concerto di questo tipo, anche se naturalmente non rappresentano il prezzo medio di ogni posto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel Regno Unito il 2025 ha prodotto il record di 24,7 milioni di music tourist, cioè persone che si spostano in misura significativa per assistere a concerti e festival. La loro spesa complessiva è arrivata a 11,2 miliardi di sterline, comprendendo biglietti, viaggi, alberghi, ristorazione e altri consumi. L&#8217;effetto Oasis è stato particolarmente evidente in alcune delle città toccate dal tour. A Edimburgo, durante le tre serate allo stadio di Murrayfield, le tariffe alberghiere sono arrivate a circa 613 sterline, con un aumento del 91% rispetto alla settimana precedente. Un esercito di decine di migliaia di persone che arriva contemporaneamente in una città non aumenta soltanto il volume degli affari: mette sotto pressione un&#8217;offerta di camere, voli, ristoranti e trasporti che, per definizione, non può moltiplicarsi nel giro di un weekend. Analisti hanno stimato che il fenomeno avrebbe potuto aggiungere fino a 0,04 punti percentuali all&#8217;inflazione, se fosse coinciso con il periodo di rilevazione statistica. Liam e Noel possono dunque litigare per vent&#8217;anni, poi si rimettono insieme e finiscono indirettamente nei problemi del governatore della banca centrale. È una forma piuttosto britannica di responsabilità sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché un biglietto può arrivare a costare duecento dollari, o anche molto di più? Perché il prezzo finale non è semplicemente «quanto prende il cantante». Un grande spettacolo è una macchina logistica enorme: produzione, palco, audio, luci, video, trasporti, camion, montaggio, smontaggio, tecnici, sicurezza, assicurazioni, affitto della struttura, personale, promozione, biglietteria, tasse e una lunga processione di soggetti che, per usare un&#8217;espressione cara al capitalismo contemporaneo, devono «essere remunerati». Il prezzo base viene stabilito dall&#8217;organizzatore dell&#8217;evento insieme agli altri soggetti coinvolti; Ticketmaster, almeno secondo la propria documentazione, non decide autonomamente il prezzo del biglietto. Le commissioni possono essere condivise fra piattaforma, venue, promoter e altri partecipanti alla macchina organizzativa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un posto allo stadio non è una pagnotta che puoi produrre in più quando arrivano altri clienti. Se hai 70.000 posti, ne hai 70.000. Quando la domanda supera enormemente l&#8217;offerta, il biglietto acquisisce un valore economico che ha poco a che vedere con il costo fisico della sedia su cui ti siederai. I cosiddetti Platinum Tickets, per esempio, vengono esplicitamente prezzati in funzione del valore di mercato e della domanda. A quel punto il biglietto smette definitivamente di essere un semplice diritto d&#8217;ingresso e diventa una piccola unità finanziaria: compri l&#8217;accesso a una quantità rigidamente limitata di qualcosa che milioni di persone desiderano nello stesso momento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo spiega anche perché il prezzo di un grande concerto possa sembrare spropositato senza esserlo necessariamente dal punto di vista del mercato. Il problema non è soltanto quanto costa organizzare lo spettacolo: è quanto il pubblico è disposto a pagare per esserci. Quando l&#8217;evento viene percepito come irripetibile, il prezzo può allontanarsi parecchio dal suo costo materiale. Ed è precisamente lì che la musica dal vivo comincia ad assomigliare a un prodotto finanziario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta allora una domanda piuttosto curiosa. Perché 200 dollari per gli Oasis sembrano essere una spesa accettabile per milioni di persone, mentre per un artista contemporaneo che non abbia alle spalle trent&#8217;anni di mitologia sembra improvvisamente diventare complicato chiedere quaranta?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prendiamo tre nomi che non appartengono esattamente alla categoria dei perfetti sconosciuti. All Them Witches, gruppo di Nashville che ha costruito negli anni un seguito internazionale fra rock psichedelico, blues e stoner, può costare intorno ai 40 dollari e in molti casi meno. Amythyst Kiah, una delle voci più interessanti dell&#8217;Americana contemporanea, si è esibita nel 2025 al Freight &amp; Salvage di Berkeley con biglietti da 34/39 dollari. Selwyn Birchwood, chitarrista e cantante blues con una carriera ormai consolidata e alle spalle una vittoria all&#8217;International Blues Challenge, si poteva vedere nel 2025 a 35 dollari, oppure a 30-50 in altre sale con posti riservati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui mi fermo prima di fare il vecchio critico musicale che stabilisce dall&#8217;alto chi possiede il «vero talento». All Them Witches, Kiah e Birchwood sono artisti che personalmente trovo assai più stimolanti di una parte considerevole della produzione celebrata come evento dell&#8217;anno; ma questo è un giudizio musicale, dunque appartiene alla sfera delle mie idiosincrasie e non alla contabilità. Il dato interessante è un altro: per il prezzo di un grande concerto puoi comprare cinque o sei serate di musica dal vivo di artisti con una storia, un repertorio e un&#8217;identità musicale già perfettamente formata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il pubblico, insomma, continua a spendere. Semplicemente concentra la spesa. Non ha smesso di pagare 40 dollari per un concerto: sembra diventato molto più selettivo nel decidere per chi valga la pena tirarli fuori. Il nome conosciuto riduce il rischio. Oasis significa Wonderwall, Live Forever, Noel, Liam, Britpop, adolescenza, fotografie mentali, una stagione della propria vita. All Them Witches significa invece che bisogna averli ascoltati. È una differenza enorme, perché la nostalgia arriva già con il libretto delle istruzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il confine fra nostalgia e necrofilia comincia così a diventare piuttosto sottile. Un conto è tornare a vedere un grande artista perché quella musica continua ad avere qualcosa da dire. Un altro è trasformare il passato in un gigantesco parco tematico dove il pubblico paga cifre sempre maggiori per assistere alla riesumazione di ciò che conosce già. Il morto, in questo caso, è persino autorizzato a respirare e a fare il bis. Ma la logica è quella: il passato è un prodotto a rischio relativamente basso, il futuro invece è una scommessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le grandi corporation hanno capito benissimo questa dinamica. Live Nation e AEG stanno investendo in circa 25 nuove venue nordamericane da 2.000 a 7.000 posti, cioè proprio nella fascia intermedia che può trasformare un artista affermato in un nome da arena. È una strategia razionale: se il mercato cresce, servono infrastrutture adeguate e artisti capaci di riempirle. Anche i programmi rivolti agli emergenti sono importanti e in alcuni casi producono effetti concreti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che tra il garage e l&#8217;arena esiste una lunga scala, e qualcuno deve pur salirla. Nel Regno Unito il Music Venue Trust ha registrato 125 chiusure di piccoli locali nel solo 2023, pari al 16% del settore, con circa 4.000 posti di lavoro perduti. Sono sale da 150, 200, 300 persone, quelle in cui un musicista impara a stare sul palco davanti a un pubblico che non è venuto per nostalgia e non ha pagato 200 dollari per esserci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la proposta di destinare una sterlina di ogni biglietto dei grandi concerti ai piccoli locali racconta bene la sproporzione. Il LIVE Trust prevede proprio un contributo di una sterlina sui biglietti di arene e stadi sopra i 5.000 posti, destinato al settore della musica dal vivo di base. L&#8217;idea ha raccolto adesioni importanti da artisti come Coldplay ed Ed Sheeran e da operatori del settore. Ma la sua applicazione è rimasta lontana dall&#8217;essere universale: secondo il Music Venue Trust, nel 2025 soltanto circa 2,2 milioni dei 24,2 milioni di biglietti eleggibili avevano incluso il contributo; Live Nation, che attraverso Ticketmaster controlla una quota enorme del mercato britannico, non vi ha aderito formalmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una sterlina. Non cento. Una.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È difficile non cogliere l&#8217;ironia di un&#8217;industria nella quale siamo ormai abituati a pagare commissioni, facility charge, processing fee, delivery fee e supplementi vari, ma improvvisamente una sterlina destinata ai locali diventa una questione di grande complessità istituzionale. Del resto le commissioni hanno una caratteristica meravigliosa: quando servono a remunerare chi vende il biglietto sono un costo inevitabile del sistema; quando servono a finanziare chi deve formare gli artisti di domani, diventano una delicata materia da sottoporre a consultazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non serve immaginare una congiura. Il sistema funziona secondo incentivi abbastanza comprensibili. Un grande promoter ragiona sulle economie di scala. Una corporation ragiona sulla crescita. Un investitore ragiona sul rendimento. Un artista famoso ragiona sulla possibilità di monetizzare finalmente una domanda accumulata in trent&#8217;anni. Un pubblico ragiona sul fatto che potrebbe essere l&#8217;ultima occasione per vedere quella band. Il piccolo locale ragiona invece sulla bolletta dell&#8217;elettricità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono tutti comportamenti razionali. Il problema arriva quando si pretende di ottenere il futuro della musica eliminando i luoghi nei quali quel futuro dovrebbe imparare a stare in piedi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un artista comincia a suonare nei club da 150 o 200 posti. Il cachet è modesto, la sala ha costi elevati, il promoter indipendente lavora con margini ridicoli, il pubblico deve essere conquistato una persona alla volta. Se tutto funziona, arriva il passaggio a 500 posti, poi a 1.000, quindi a 2.000. A quel punto compaiono le strutture professionali, le campagne pubblicitarie, i grandi promoter e gli investimenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il piccolo locale è una palestra crudele. Il fonico può avere una cassa che gracchia, il camerino può essere uno sgabuzzino e il pubblico può decidere dopo tre canzoni che sei una disgrazia per la specie umana. Ma è lì che impari a suonare, a stare sul palco, a leggere una sala, a conquistare persone che non sono venute per te. Se quella palestra scompare, l&#8217;industria può costruire tutte le arene che vuole: rischia di ritrovarsi con splendidi monumenti e sempre meno artisti capaci di riempirli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi vecchi abbiamo passato decenni a discutere se il rock fosse morto. Una domanda abbastanza sciocca, a dire il vero: il rock è sopravvissuto a Elvis, ai Beatles, al punk, alla disco music, al grunge, al compact disc, a MTV, a Napster e perfino ai nostri commenti. È molto più resistente di noi. Il problema vero è un altro: chi pagherà il biglietto per il prossimo artista che oggi nessuno conosce?</p>



<p class="wp-block-paragraph">I Pooh cantavano «Chi fermerà la musica?». All&#8217;epoca sembrava una domanda retorica, quasi una dichiarazione di immortalità. Oggi potremmo formularla diversamente: chi fermerà la musica prima che arrivi all&#8217;arena?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse nessuno. Forse continuerà a crescere, come continuano a crescere i grandi tour, i festival, i fatturati e le quotazioni delle società che li possiedono. Ma una cosa è certa: se per ascoltare il passato siamo disposti a pagare 200 dollari e per scoprire il futuro ne spendiamo 35, il problema non è che la musica dal vivo sia diventata troppo cara. È che abbiamo cominciato a considerarla un investimento soltanto quando sappiamo già che cosa stiamo comprando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E la musica, per sua natura, dovrebbe avere almeno una piccola componente di rischio. Altrimenti diventa semplicemente un ottimo affare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per qualcuno.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Luigi Colzi)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Intro: La musica dal vivo è ormai un asset finanziario. KKR ha comprato Superstruct da Providence per 1,3 miliardi: secondo promotore di festival al mondo, 80 festival in 10 paesi. Non è filantropia, è finanza.<br><br>parte 1: Prendete gli Oasis. Reunion 2025: 2,2 milioni di biglietti, 405 milioni di dollari, secondi solo a Beyoncé. Biglietto tipico 200 dollari (non una media: forbice 79-375 più commissioni). Nel Regno Unito: 24,7 milioni di turisti musicali, 11,2 miliardi di sterline di spesa, 1,2 miliardi solo per i concerti britannici, quasi 900 euro a testa. Hotel a Edimburgo +91%. Gallagher forse 50 milioni a testa. E inflazione +0,04%: un'affluenza improvvisa di decine di migliaia di persone in una città con capacità limitata fa impennare i prezzi di hotel, voli e ristoranti. E siccome l'indice dei prezzi al consumo (quello che misura l'inflazione) include anche queste voci, un weekend di concerti può spostare il dato nazionale.<br><br>parte 2: spiega come mai un biglietto di concerto arriva a costare queste cifre all'utente.<br><br>parte 3: Ora contrapponete quei 200 dollari a musicisti più giovani, in giro da 15 anni o meno: All Them Witches ≈40, Amythyst Kiah ≈37, Selwyn Birchwood ≈35. Con un Oasis vi comprate 5-6 concerti di questi. E non sono sconosciuti: Birchwood vendeva a 30-50 in sale con posti riservati, Kiah al Freight di Berkeley a 34-39. Talento vero, a differenza degli Oasis, ma queste potrebbero essere osservazioni mie. Il punto: il pubblico non ha smesso di spendere 40 dollari per la musica, preferisce metterne 200 su un nome che conosce. Il confine fra nostalgia e necrofilia è sempre più sfumato.<br><br>parte 4: Le grandi corporation (Live Nation, AEG) costruiscono sale medie (25 nuove da 2.000 a 7.000 posti negli USA) e lanciano programmi per emergenti, ma sono spot. Nel Regno Unito oltre 150 locali di base chiusi dal 2023 (16% del settore). Contributo da 1 sterlina su biglietti di arena e stadio: aderiscono Coldplay, Ed Sheeran, Radiohead, AEG, SJM. Live Nation, che controlla il 66% del mercato UK, non aderisce: su 24,2 milioni di biglietti eleggibili, 22 milioni senza contributo. Music Venue Trust: l'industria è brava ad aggiungere commissioni quando il beneficiario è l'azienda, non quando servono all'ecosistema.<br><br>parte 5: Il modello non richiede che i club da 200 posti sopravvivano: richiede artisti già formati per le sale di medie dimensioni. La formazione in club da 150 persone non è redditizia, quindi si lascia ai locali indipendenti, che chiudono. Se sparisce la base, si prosciuga il resto. I Pooh cantavano "Chi fermerà la musica?". La risposta, forse, sta arrivando.<br><br>Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso. Assumendo la personalità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/luigi-colzi/" data-type="page" data-id="90">Luigi Colzi</a>, scrivi un articolo, usando un tono sarcastico e arguto. Fai paragrafi compatti, senza spezzettare in frasi con troppi a capo. Non cominciare con "Ah...". Non usare linee di separazione. Non intitolare i paragrafi con "Parte 1 - ...", e non dargli un titolo. Non iniziare con "'C'è...". Non usare la forma "non... non... non..."</pre>
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