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	<title>Le Argentee Teste D&#039;Uovo</title>
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		<title>Come nasce un’ideologia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 08:24:52 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Da giornalista mi interessa da sempre il momento in cui un’idea smette di essere un’ipotesi da discutere e diventa una verità da professare. È il momento in cui il pensiero critico, dopo aver messo in discussione tutte le certezze altrui, scopre di non avere più bisogno di mettere in discussione le proprie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È da questa trasformazione che vorrei partire per capire l’islamo-progressismo: la convergenza fra settori del progressismo occidentale e movimenti islamisti che, pur partendo da principi incompatibili, finiscono per incontrarsi nell’opposizione all’Occidente e a Israele. <strong>Il meccanismo decisivo è una gerarchia morale che antepone la posizione di un soggetto nel conflitto alla valutazione delle sue idee e delle sue azioni.</strong> Se qualcuno viene classificato come oppresso, la sua causa acquista una presunzione di legittimità; se si presenta come nemico dell’Occidente, le contraddizioni con i valori progressisti diventano negoziabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è soltanto un’alleanza fra soggetti diversi. È una distorsione del pensiero critico: la critica del potere si trasforma in una prova di appartenenza e l’universalismo dei diritti cede il posto a una morale a geometria variabile. Per capire come si sia arrivati fin qui, occorre seguire il percorso attraverso cui alcune idee sono state selezionate, semplificate e trasformate in senso comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il fenomeno emerge con particolare evidenza nel modo in cui una parte dell’attivismo occidentale interpreta la causa palestinese. Figure molto diverse vengono inserite in una narrazione che presenta l’Occidente come potenza oppressiva e attribuisce a chi vi si oppone una speciale legittimità morale. Questo non significa che le denunce delle violazioni dei diritti siano infondate, né che la solidarietà con i palestinesi implichi un’adesione all’islamismo. La questione è un’altra: <strong>quanto pesa la causa sostenuta nel giudizio su chi la sostiene?</strong> E che cosa accade quando lo schieramento conta più delle idee, dei metodi e degli obiettivi?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa cornice ha una genealogia intellettuale che passa anche attraverso Frantz Fanon, Edward Said, Patrick Wolfe e Judith Butler. Non formano una scuola unitaria e le loro opere non conducono necessariamente all’islamo-progressismo. Il punto è capire che cosa succede quando idee nate in contesti diversi vengono selezionate e ricomposte fino a formare uno schema interpretativo rigido.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fanon ha analizzato la violenza del dominio coloniale e il ruolo della lotta anticoloniale nella liberazione. In <em>I dannati della terra</em> affronta un processo storico complesso, non distribuisce assoluzioni preventive a chiunque si ribelli. Nelle letture più sbrigative, tuttavia, il ragionamento può ridursi a questo: se sei oppresso, la tua violenza è resistenza; se è resistenza, è moralmente giustificata. Gli obiettivi, i metodi e le vittime passano in secondo piano. La causa prende il posto del giudizio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con <em>Orientalismo</em>, Edward Said ha mostrato come le rappresentazioni occidentali dell’Oriente siano state intrecciate con rapporti di potere e interessi imperiali. Ma se questa critica si trasforma in un sospetto generalizzato verso ogni giudizio occidentale, l’argomento finisce per contare meno dell’identità di chi parla. Una critica fondata può essere respinta come espressione di dominio; una posizione discutibile può ottenere credito perché proviene da chi si presenta come vittima. La provenienza dell’argomento diventa il suo verdetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Patrick Wolfe ha contribuito a spiegare la persistenza delle strutture del colonialismo d’insediamento. Il problema nasce quando questa categoria viene estesa fino a diventare una griglia universale: da una parte gli oppressori, dall’altra gli oppressi. Le differenze interne ai gruppi scompaiono, le responsabilità individuali si dissolvono nell’appartenenza collettiva e ogni contraddizione rischia di essere liquidata come secondaria. La teoria, anziché aiutare a leggere la realtà, assegna in anticipo le parti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Judith Butler ha influenzato profondamente il pensiero femminista e queer attraverso le sue riflessioni su identità, norme sociali e vulnerabilità. Le sue dichiarazioni su Hamas ed Hezbollah hanno alimentato controversie sul modo in cui questi movimenti vengono collocati nel discorso sulla resistenza. Anche qui è necessario distinguere il pensiero dell’autrice dalle interpretazioni successive. Il problema nasce quando la centralità delle identità marginalizzate e la critica dei rapporti di potere vengono ricomposte in uno schema che attribuisce a chi è considerato oppresso un credito morale preventivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>È questo il passaggio cruciale: percorsi intellettuali distinti possono essere semplificati fino a convergere in una regola secondo cui il valore morale di un soggetto dipende soprattutto da chi combatte, non da ciò che vuole costruire.</strong> La critica del colonialismo diventa così una sorta di lasciapassare. Chi si oppone al potere occidentale può ricevere indulgenza anche quando difende concezioni della società incompatibili con la libertà individuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le università contano perché selezionano, trasmettono e legittimano le categorie con cui interpretiamo il mondo. Gli studi postcoloniali hanno arricchito molte discipline, riportando al centro la storia degli imperi e le conseguenze del dominio coloniale. Sarebbe sciocco liquidarli in blocco. Ma nessun campo di ricerca è immune dalla formazione di ortodossie: una teoria influente può diventare il linguaggio condiviso di una comunità accademica, fino a rendere alcune domande familiari e altre sospette.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non servono riunioni segrete né registi occulti. Bastano meccanismi ordinari: il prestigio degli autori, le mode intellettuali, i programmi universitari, le aspettative professionali e il riconoscimento dei propri ambienti. Quando un paradigma si consolida, chi vi entra ne impara il vocabolario; chi lo contesta deve spesso dimostrare, prima ancora di argomentare, di non essere dalla parte sbagliata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fuori dall’università, l’attivismo e i social network accelerano la semplificazione. Una teoria complessa diventa uno slogan, lo slogan un’identità, l’identità uno scudo contro le obiezioni. Il pensiero critico finisce così per applicarsi con rigore agli avversari e con indulgenza agli alleati. È un metodo eccellente per sentirsi dalla parte giusta; assai meno per capire il mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’islamo-progressismo rende evidente il risultato. Alcuni movimenti islamisti vengono interpretati anzitutto come forze di resistenza, mentre le loro idee su donne, omosessuali, dissenso e libertà religiosa diventano dettagli scomodi. I diritti sono universali finché non intralciano una causa ritenuta prioritaria. A quel punto diventano negoziabili, purché la rinuncia venga presentata come sensibilità culturale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è una conseguenza inevitabile degli studi postcoloniali, né una caratteristica di tutto il progressismo. È ciò che accade quando la critica del potere perde il proprio criterio universale e si trasforma in schieramento. La libertà individuale dovrebbe valere anche quando mette in imbarazzo la nostra parte. Altrimenti non è un principio: è una preferenza con un ufficio stampa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non basta neppure attribuire il fenomeno ai social, alle convenienze di parte o agli eventuali finanziamenti stranieri. Questi ultimi, quando vengono ipotizzati, devono essere dimostrati. Prima di cercare un regista, è più utile capire perché una narrazione risulti convincente, quali istituzioni la rendano autorevole e quale bisogno di appartenenza soddisfi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La mia formazione radicale mi ha lasciato una convinzione che gli anni hanno reso più esigente: la libertà si misura soprattutto quando protegge qualcuno che non ci piace. Difendere i diritti di chi condivide le nostre idee è facile; farlo quando entrano in conflitto con un’alleanza, una teoria prestigiosa o una causa ritenuta nobile è il vero banco di prova. L’università dovrebbe insegnare proprio questo: usare le teorie senza venerarle, distinguere una spiegazione da una giustificazione, sottoporre a verifica anche le idee più influenti. Il dissenso informato non è un disturbo della ricerca. È la ragione per cui la ricerca esiste.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’islamo-progressismo è dunque un caso particolare di una fragilità più generale: idee nate per smascherare i rapporti di potere possono trasformarsi in strumenti per assolvere alcuni e condannare altri. Quando la posizione nel conflitto conta più dei principi, la critica smette di essere universale e diventa una morale di appartenenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le ideologie diventano potenti quando ci concedono il privilegio di sentirci moralmente superiori senza obbligarci a verificare le nostre conclusioni. Ci risparmiano il dubbio e ci consegnano un mondo già ordinato, con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradosso finale è tutto qui: dopo aver insegnato a diffidare delle verità imposte dall’autorità, rischiamo di aver imparato soltanto a riconoscere le autorità che ci piace ascoltare.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Luisa Bianchi)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>1: Da giornalista indago come nascono e si impongono le ideologie, sottraendosi al vaglio critico. Con questo sguardo analizzo l’islamo-progressismo: la convergenza tra settori del progressismo occidentale e movimenti islamisti, uniti da una lettura del mondo in cui l’opposizione all’Occidente e a Israele prevale sulla valutazione dei principi e dei comportamenti.<br><br>2: Il caso di Francesca Albanese e Youssef Siher mostra come figure diverse trovino legittimazione nello stesso universo culturale progressista. Non equiparo biografie o responsabilità: mi interrogo sul terreno ideologico comune che rende possibile questa risonanza.<br><br>3: La genealogia di quel terreno passa da Fanon (violenza anticoloniale come liberazione), Said (Oriente e potere imperiale), Wolfe (colonialismo d’insediamento) e Butler (intersezionalità e dichiarazioni su Hamas ed Hezbollah). Recepiti selettivamente, questi pensieri vengono saldati in un’unica cornice interpretativa.<br><br>4: Ne deriva una griglia oppressore/oppresso: Israele diventa per definizione colonialista; la causa palestinese assume una superiorità morale che si estende ai suoi attori più radicali; la violenza diventa resistenza; le contraddizioni tra progressismo e islamismo vengono minimizzate. Non attribuisco agli autori ogni distorsione, ma ricostruisco come le loro categorie diventino assiomi e slogan.<br><br>5: La diffusione avviene attraverso università, media, social network e movimenti, tra dinamiche identitarie, interessi geopolitici e possibili finanziamenti esteri. Un’ideologia deve infatti trovare persone disposte ad accoglierla, offrendo spiegazione del mondo, identità morale e nemico riconoscibile.<br><br>6: Il nodo è come una cultura che rivendica i diritti delle donne, delle persone omosessuali e delle minoranze possa relativizzare movimenti che negano quelle libertà, e come l’ostilità verso un avversario comune prevalga sui valori dichiarati. Il vulnus occidentale è la crisi dell’esame critico quando le idee si presentano come moralmente superiori: come si è resa compatibile, in parte del progressismo, l’aspirazione all’emancipazione individuale con la solidarietà verso movimenti teocratici? Capirlo significa interrogarsi sulle fragilità culturali che hanno reso possibile l’islamo-progressismo.<br><br>Articolo: 1,2,3,4,5,6; approfondisci dove ritieni necessario. Con tono particolarmente pungente e divertito. Evita di ripetere i concetti, sviluppa l'argomentazione lungo l'articolo.<br><br>Assumendo personalità, background e stile di scrittura di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/luisa-bianchi/" data-type="page" data-id="71">Luisa Bianchi</a>, scrivi un approfondito articolo come se fossi lei. Usa il suo tono ironico e leggero, col giusto umorismo. Non usare la domanda retorica. Usa il meno possibile la formula "non... non... non...". Usa il meno possibile "E qui". Non dare titoli ai paragrafi. Non esagerare con gli a capo, l'articolo deve avere un formato leggibile.</pre>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Il Grande Vecchio è tornato. E stavolta è un influencer</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2026 11:05:21 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">In Italia abbiamo una passione irresistibile per il Grande Vecchio. Ogni protesta, ogni tumulto, ogni assembramento di giovani che abbia la pessima abitudine di disturbare il sonno del potere deve avere un regista occulto, una centrale operativa e, possibilmente, qualche collegamento con il terrorismo internazionale. La spontaneità è una spiegazione troppo modesta: vuoi mettere il fascino di una cospirazione? Per il Movimento 17 Ottobre, stavolta, il nome prescelto è Youssef Siher. A giudicare dalla rappresentazione che ne viene offerta, siamo passati direttamente dalla contestazione giovanile a una produzione hollywoodiana a basso costo, con Bin Laden come consulente creativo e Unabomber come direttore della fotografia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Movimento 17 Ottobre resta quello che appare: un movimento giovanile confuso, con un repertorio di slogan generici, una rabbia comprensibile verso una classe dirigente che sembra aver smarrito il contatto con la realtà e una certa difficoltà a trasformare l&#8217;indignazione in proposte concrete. Il solito impasto di rivendicazioni, social network e parole d&#8217;ordine buone per ogni occasione, dal capitalismo alla Palestina. Si può criticarlo, eccome. Ma da qui a trasformare ogni suo esponente in un emissario del caos internazionale ce ne corre. La categoria del pericolo pubblico, a quanto pare, si è aggiornata: basta avere una pagina social, un seguito tra i ragazzi e qualche slogan indigesto per meritarsi un posto nel catalogo dei nemici della Repubblica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siher, più che il capo di una sofisticata organizzazione sovversiva, ricorda un personaggio uscito da un film di Paolo Virzì: uno di quei tipi che oscillano tra la convinzione di cambiare il mondo e la necessità di capire come pagare le bollette, scambiando talvolta la propria bolla digitale per il centro della storia universale. Il rivoluzionario contemporaneo ha l&#8217;ufficio stampa incorporato nello smartphone e misura una parte del proprio successo attraverso la circolazione dei contenuti. Non ha bisogno di occupare il Palazzo d&#8217;Inverno: gli basta, almeno in una prima fase, occupare l&#8217;algoritmo. È un modello di militanza capace di produrre mobilitazione, ma anche parecchia scenografia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quanto all&#8217;arresto, la vicenda solleva interrogativi che meriterebbero risposte circostanziate, anziché titoli a effetto e ricostruzioni da thriller. Se le contestazioni a Siher hanno un fondamento, saranno gli atti e il procedimento a doverlo stabilire. Se invece l&#8217;operazione si regge soprattutto sulla necessità di offrire al pubblico un colpevole già pronto, il sospetto di una marchetta della magistratura al governo diventa inevitabile. È una valutazione polemica, non una verità giudiziaria; ma resta da capire quanto pesino le accuse e quanto il bisogno di esibire un nemico. La figura del giovane facinoroso di sinistra è un classico della comunicazione nazionale, una maschera da tirare fuori ogni volta che occorre spostare l&#8217;attenzione dalle ragioni di una protesta alle sue manifestazioni più discutibili. La televisione fa il resto: immagini concitate, parole solenni, esperti chiamati a spiegare la minaccia, possibilmente prima che sia stata chiarita la natura della minaccia stessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, la discussione sul futuro dei giovani scompare dietro quella sulla loro presunta pericolosità. Precariato, salari insufficienti, difficoltà di accesso alla casa e prospettive incerte restano sullo sfondo, mentre in primo piano si discute di ordine pubblico. La rabbia, naturalmente, non è una proposta e la giovane età non costituisce un certificato di infallibilità. I movimenti possono essere ingenui, contraddittori e velleitari. Ma un Paese che si preoccupa tanto dei sintomi dovrebbe trovare il tempo di interrogarsi sulle cause. Tre serate televisive dedicate a un attivista fanno audience; una classe dirigente capace di offrire prospettive ai giovani richiede ben altro lavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siher, se la sua parabola dovesse proseguire, potrebbe persino trovare una collocazione nelle file di Alleanza Verdi e Sinistra, dove una parte della protesta giovanile può cercare uno sbocco più strutturato. Dalla piazza al partito, dal megafono alla conferenza stampa: la storia italiana è piena di percorsi simili. Sarebbe un esito assai meno esotico di quello suggerito dalle narrazioni apocalittiche. E forse anche meno interessante per chi ha bisogno di trasformare un attivista in una minaccia internazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta, infine, una questione di geografia. Se questi ragazzi vogliono contestare il potere economico, le disuguaglianze e un sistema che giudicano ostile, possono anche evitare di cercare il capitalismo tra le vetrine di Gucci a Milano. Il negozio di lusso offre una bella scenografia per le fotografie, ma il commesso che ci lavora difficilmente decide la politica fiscale, la spesa pubblica o le regole del mercato del lavoro. Per trovare chi quelle decisioni le prende, conviene guardare verso Roma. I palazzi del potere sono lì, con i loro portoni monumentali, le auto blu e una lunga tradizione di governanti capaci di parlare ai giovani soprattutto quando devono rimproverarli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Movimento 17 Ottobre rischia di confondere la visibilità con il risultato; il governo, dal canto suo, può illudersi che la repressione della protesta basti a risolvere i problemi che l&#8217;hanno generata. Intanto il Grande Vecchio continua a fare comodo a tutti: consente di spiegare una realtà complicata con un colpevole riconoscibile, possibilmente già pronto per il prossimo titolo di apertura. E se poi il presunto burattinaio si rivela un ragazzo con uno smartphone e qualche slogan discutibile, pazienza. Per il prossimo complotto si troverà senz&#8217;altro qualcuno con un curriculum più adeguato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Francesco Cozzolino)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>1: In Italia abbiamo la fissazione del Grande Vecchio: ogni protesta deve avere un burattinaio. Stavolta, con grande sprezzo del ridicolo, per il **Movimento 17 Ottobre** si è scelto Youssef Siher.<br><br>2: Per me resta un movimento giovanile confuso, pieno di slogan vaghi e rabbia verso la politica. Ma la narrazione su Siher è surreale: lo presentano come una via di mezzo tra Bin Laden e Unabomber.<br><br>3: In realtà, nelle migliori delle ipotesi, sembra più un personaggio di Paolo Virzì.  E il suo arresto fa francamente ridere: sembra più che altro una marchetta della magistratura al governo.<br><br>4: Siher è totalmente calato nel contemporaneo: agisce come un influencer, costruisce slogan e pagine social. Se gli va bene, probabilmente troverà sbocco tra le fila di AVS.<br><br>5: La pericolosità di tutto questo, secondo me, è stata enormemente esagerata da governo e TV, per rafforzare il solito cliché dei “giovani facinorosi di sinistra” e giustificare misure repressive.&amp;#x20;<br><br>6: I giovani che protestano per il loro futuro hanno ragione. Solo, la prossima volta, non vadano tra i negozi di Gucci a Milano, ma a Roma. I palazzi del potere sono lì.<br><br>Assumendo l'identità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/francesco-cozzolino/" data-type="page" data-id="85">Francesco Cozzolino</a> , scrivi un Articolo; usa un tono irriverente, ironico, sarcastico - anzi, fai proprio un pezzo satirico e sarcastico. Non iniziare con "C'è qualcosa di..." Scrivilo in paragrafi compatti, senza eccessiva frammentazione; utilizza il meno possibile la formula "non... non... non..." ed "e qui...". Evita pure prosa saggistico-argomentativa ad alto impatto retorico, di taglio epigrammatico e dal finale ammonitorio.</pre>
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		<title>Fin qui tutto bene</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2026 13:29:53 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Nel 1995 uscì <em>La Haine</em>, il film di Mathieu Kassovitz che raccontava la rabbia delle banlieue francesi, il rapporto malato tra periferie e istituzioni, una generazione cresciuta con la sensazione di essere già stata condannata prima ancora di cominciare a vivere. Per noi adolescenti dei primi anni Duemila fu un film culto, insieme a <em>Fight Club</em>, <em>American History X</em>, <em>Fa’ la cosa giusta</em> e <em>Trainspotting</em>. Eravamo ragazzini borghesi di provincia, abbastanza protetti da poterci permettere il lusso della ribellione per procura. Guardavamo quei film e ci sembrava di scoprire un mondo proibito, di mettere in discussione gli adulti e le loro ipocrisie. La rabbia degli altri diventava la nostra avventura, il caos una forma di emancipazione, la marginalità una favola nera da raccontare agli amici. Poi spegnevamo il televisore e tornavamo alle nostre rassicuranti case di provincia. La rivoluzione poteva aspettare il fine settimana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le banlieue, però, non erano una favola. Esistevano eccome, anche in Italia, dove le periferie più difficili rimanevano ai margini del racconto pubblico. La televisione le mostrava poco, i social non c’erano e chi viveva lontano da certe realtà poteva tranquillamente ignorarle. A trent’anni da <em>La Haine</em>, la distanza tra centro e periferia non si è ricomposta: in molti casi si è trasformata in una frattura più profonda. I disagi si sono accumulati fino a diventare problemi strutturali. Continuare a parlare di «crisi» è quasi un modo per rassicurarci: una crisi è una fase temporanea, dalla quale prima o poi si esce. Quando una condizione di precarietà ed esclusione dura da decenni, forse la crisi è finita da un pezzo. È semplicemente la società che abbiamo costruito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto arriva puntuale la predica sulla società dei consumi: i giovani vogliono le scarpe firmate, lo smartphone di ultima generazione, le vacanze da pubblicare online. Basterebbe educarli alla sobrietà e spiegare loro che la felicità non si compra. Il tutto, possibilmente, da una casa confortevole, con una connessione veloce e una carta di credito funzionante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che questa spiegazione confonde il sintomo con la struttura che lo produce. Una società votata al consumo non è soltanto una società nella quale si comprano troppe cose. È una società nella quale il consumo è diventato uno strumento di partecipazione sociale e riconoscimento. Uno smartphone non è solo un oggetto elettronico: è una porta d’accesso alle conversazioni, alle relazioni, ai gruppi di cui si fa parte. Una vacanza non è soltanto qualche giorno trascorso altrove: è anche un’esperienza da condividere, un riferimento comune, la possibilità di sentirsi dentro una normalità che gli altri danno per scontata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il mercato vende merci, ma anche appartenenza. Pubblicità e social alimentano continuamente la promessa di una vita desiderabile, accessibile almeno in apparenza a tutti. Il conto, però, non è uguale per tutti. Chi non può permettersi determinate esperienze rischia di restare escluso non soltanto dal consumo, ma anche dalle relazioni e dai codici attraverso cui i propri coetanei costruiscono la loro identità. La disuguaglianza economica diventa così una gerarchia sociale: non hai meno soltanto perché possiedi meno, ma perché finisci per sentirti meno degli altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le ricerche sulla deprivazione relativa mostrano quanto il confronto con gli altri possa incidere sul benessere, soprattutto durante l’adolescenza. La possibilità di comunicare, spostarsi, partecipare alla vita dei coetanei e vestirsi senza sentirsi fuori posto contribuisce al senso di appartenenza. Quando queste possibilità mancano, possono emergere isolamento, stigma e frustrazione. Non significa che ogni ragazzo senza scarpe costose sia una vittima del sistema, né che qualsiasi reazione sia giustificabile. Significa che liquidare tutto come invidia per gli oggetti impedisce di capire come l’esclusione materiale possa trasformarsi in umiliazione sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo la vetrina è un bersaglio tanto eloquente. Rappresenta la promessa del consumo nella sua forma più immediata: tutto è visibile, desiderabile, apparentemente accessibile, fino al momento in cui arriva il conto. «Ma perché non hanno assaltato i panifici?», chiedono talvolta i commentatori più soddisfatti delle proprie obiezioni. Perché il punto non è soltanto il pane. Una vetrina può rappresentare anche l&#8217;accesso negato a uno stile di vita, a un&#8217;identità, a una forma di riconoscimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente, spaccare una vetrina non redistribuisce le opportunità. La devastazione non apre scuole, non crea posti di lavoro e non restituisce fiducia alle comunità. Ma condannare la violenza, pur necessario, non basta a spiegare perché la rabbia esploda proprio in determinati contesti. La domanda scomoda è un&#8217;altra: che cosa accade quando una società alimenta continuamente aspirazioni che una parte dei suoi membri non ha i mezzi per soddisfare, e poi attribuisce a questi ultimi la responsabilità esclusiva della propria esclusione?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta non può essere una semplice predica sul merito. Il sistema presenta la competizione come una gara aperta a tutti, omettendo di ricordare che qualcuno parte con un vantaggio enorme e qualcun altro con una scarpa slacciata. Quando la gara produce esclusione, ci si stupisce che i perdenti non applaudano. È una caricatura, certo, ma non più dell&#8217;idea secondo cui basti impegnarsi per rendere uguali le opportunità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come se ne esce? Con politiche strutturali oppure con una stretta repressiva. La prima strada richiede investimenti nelle scuole, servizi sociali, formazione professionale, lavoro e spazi di aggregazione. Richiede soprattutto continuità: bisogna cominciare oggi per ottenere risultati fra anni, senza la certezza di poterli rivendicare alle prossime elezioni. La seconda offre vantaggi assai più immediati. Si aumentano i controlli, si inaspriscono le pene, si annunciano nuove misure di sicurezza e si promette di restituire le strade ai cittadini. Il problema è che quei cittadini, nelle periferie dimenticate, ci vivono già. E avrebbero bisogno anche di uno Stato che si faccia vedere prima che qualcosa vada a fuoco, non soltanto dopo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La destra securitaria ha una risposta pronta per tutto: più controlli, pene più severe, tolleranza zero. Di fronte alle periferie che esplodono, il copione è sempre lo stesso: individuare i responsabili, invocare il pugno duro e presentare la repressione come prova di aver ripreso il controllo. È una strategia efficace sul piano della comunicazione, perché offre un colpevole, una soluzione apparentemente immediata e la rassicurazione che qualcuno stia finalmente facendo qualcosa. Peccato che ristabilire l&#8217;ordine non significhi risolvere il problema. Una pattuglia può impedire un&#8217;aggressione; non può restituire prospettive a un ragazzo che cresce senza opportunità. Una pena più severa può punire un reato; non crea un lavoro e non migliora una scuola. La violenza va contrastata, ma usare la sicurezza come risposta universale significa evitare la domanda più difficile: che cosa intende fare lo Stato per chi è cresciuto ai margini, prima che la rabbia diventi disperazione e la disperazione si trasformi in violenza?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Temo che prevarrà questa strada, anche perché è quella politicamente più redditizia: consente di esibire decisioni immediate, individuare colpevoli riconoscibili e trasformare la complessità in una contrapposizione fra chi difende l&#8217;ordine e chi, chiedendo di capire le cause del disagio, viene accusato di giustificare i disordini. Nel frattempo, le periferie restano periferie. Cambiano le dichiarazioni, si moltiplicano gli annunci, ma la distanza fra chi può immaginare il proprio futuro e chi fatica persino a immaginarlo rimane intatta. È una strategia che può produrre consenso senza risolvere il problema: del resto, affrontare le cause richiede anni, mentre dichiarare di aver ristabilito l&#8217;ordine basta a riempire il telegiornale della sera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trent&#8217;anni dopo <em>La Haine</em>, resta l&#8217;immagine conclusiva del film: un uomo precipita da un palazzo e ripete che fin lì tutto va bene. È la metafora perfetta di una classe dirigente che scambia l&#8217;assenza di conseguenze immediate per la prova che tutto funzioni. Possiamo moltiplicare i controlli, inasprire le pene e celebrare ogni ritorno alla calma come una vittoria. Ma se le condizioni che alimentano l&#8217;esclusione rimangono le stesse, avremo soltanto amministrato la caduta. Il problema non è quanto siamo bravi a ripetere «fin qui tutto bene». È che, prima o poi, si arriva a terra.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Giancarlo Salvetti)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Assumi la personalità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/giancarlo-salvetti/" data-type="page" data-id="103">Giancarlo Salvetti</a>. Scrivi un articolo approfondito, immersivo e dal tono tagliente, ironico, brillante e marcatamente sarcastico, basandoti sulla scaletta e sui dati forniti di seguito. Non cercare sul web<br>[VINCOLI DI SCRITTURA]<br>\- Stile: Paragrafi compatti, flusso narrativo continuo. Non spezzettare in brevi frasi.<br>\- Divieti assoluti: NON usare linee di separazione (es. ---). Non abusare della parola "geopolitico" e "politico". Non abusare di "E qui" e "Ed è qui che"<br>\- Divieti linguistici: Evita formule come "è qui che" e strutture ripetitive come "non... non... non...".<br>\- Sviluppo: Amplia e approfondisci l'analisi dove ritieni necessario per dare forza al pezzo.&amp;#x20;<br>L'argomentazione deve essere portata avanti senza che i concetti vengano ripetuti. Asciuga bene l'articolo.<br>[SCALETTA E CONTENUTI]:<br><br>1: Nel 1995 uscì *La Haine*. Per me e per noi adolescenti dei primi anni 2000 è stato un film culto, come *Fight Club*, *American History X*, *Fa La Cosa Giusta*, *Trainspotting*. Eravamo ragazzini borghesi di provincia, attratti da quei film di ribellione e caos: ci bastava guardarli per sentirci liberi dai grandi. Quei mondi ci sembravano favole.<br><br>2: Invece le banlieue esistevano eccome, anche in Italia: solo che non le vedevamo in TV e i social non c’erano. A trent’anni da *La Haine* non è cambiato niente, anzi è tutto caduto più in basso. I disagi sono diventati problemi. E non parliamoci di “crisi”: per definizione è momentanea, se ne esce migliorando o peggiorando. È finita da un pezzo.<br><br>3: Arrivati a questo punto, solitamente, si parla della società che ti definisce solo come consumatore.  Ci può stare, ma è meno facile di quello che sembra. Quando dico che viviamo in una “società votata al consumo”, non intendo banalmente che la gente va matta per le griffe o per lo status symbol. Intendo che il consumo, oggi, non è solo comprare cose: è una pratica sociale e identitaria, una specie di infrastruttura della partecipazione e del riconoscimento. Non conta lo smartphone in sé: conta l’accesso ai circuiti della comunicazione e della reciprocità. Non conta la vacanza in sé: conta poterne parlare con gli altri, sentirsi dentro la vita sociale “normale”. Chi resta fuori non è solo un cliente mancato: è qualcuno a cui viene negato il riconoscimento sociale ordinario.<br><br>4: Le ricerche lo mostrano bene: non poter accedere a ciò che è “normale” per gli altri — connessione, mobilità, socialità, il potersi vestire senza sentirsi fuori luogo — produce deprivazione relativa, stigma, isolamento ed effetti negativi misurabili sul benessere, soprattutto negli adolescenti. Non è frustrazione da vetrina: è la ferita di chi si sente giudicato, messo ai margini, escluso dal linguaggio con cui la società ti dice che esisti.&amp;#x20;<br><br>5: Non è un caso se la vetrina è il bersaglio: è il luogo dove la promessa viene mostrata e negata nello stesso istante. Quindi non chiedetevi “eh ma perché non hanno assaltato i panifici?”: il punto non è il pane, è l’accesso negato al riconoscimento.&amp;#x20;<br><br>6: Come se ne esce? Riforme strutturali o stretta autoritaria. Le prime richiedono progettazione, impegno, studio, soldi e lungimiranza; la seconda è facile, veloce, a risultati immediati. Temo si sceglierà la seconda. *La Haine* finiva con l’uomo che cade e ripete “fin qui tutto bene”: il problema non è la caduta, è l’atterraggio.</pre>
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		<title>Il grande imbuto giustizialista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2026 12:30:20 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">In Italia basta un fatto di cronaca per mettere in moto la fabbrica della sicurezza. Il governo Meloni annuncia una stretta, approva un decreto, introduce nuovi reati o aumenta le pene. Seguono conferenze stampa, dichiarazioni solenni e assicurazioni che lo Stato ha finalmente rialzato la testa. Poi si passa al caso successivo. Che cosa accada nei tribunali e nelle carceri è una questione meno fotogenica, dunque raramente occupa il centro della scena.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo slogan è sempre quello: «Tanto poi sono subito fuori». Peccato che le carceri italiane siano sovraffollate, con un indice che si aggira intorno al 138% della capienza regolamentare. Una quota consistente dei detenuti ha già avuto precedenti esperienze carcerarie. Il sistema, insomma, non sembra distribuire scarcerazioni con la generosità di un supermercato in saldo. Riesce piuttosto a trattenere molte persone in condizioni spesso inadeguate, per poi restituirne una parte alla società senza aver ridotto il rischio che tornino a delinquere. Le ricerche italiane indicano che percorsi alternativi al carcere, quando seri e ben strutturati, possono ridurre la recidiva rispetto alla detenzione tradizionale. Non significa che tutti debbano uscire, né che il carcere sia inutile: per i condannati più pericolosi resta indispensabile. Significa che la sicurezza richiede anche reinserimento, controlli e prevenzione. La convinzione che basti aggiungere anni di galera per raddrizzare una persona appartiene più alla fede nel cemento armato che alla politica criminale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il governo ha puntato molto sulla moltiplicazione delle norme penali, dai provvedimenti sulla sicurezza al decreto Caivano. Gli interventi hanno contenuti diversi e vanno valutati singolarmente, ma il metodo politico è riconoscibile: a ogni emergenza, una nuova stretta. È una strategia comunicativa efficace, perché un reato appena introdotto si annuncia in trenta secondi. Riorganizzare un tribunale richiede invece personale, risorse, scadenze e risultati verificabili. La prima operazione produce titoli; la seconda deve produrre giustizia. Il sistema penale è un imbuto, non una macchina alla quale basta aumentare la pressione. Più reati significano potenzialmente più denunce, indagini, udienze e impugnazioni. Se tribunali e procure non hanno capacità sufficiente, aumentano gli arretrati e si allungano i tempi. Una pena severissima, applicata dopo anni, può essere meno deterrente di una sanzione più proporzionata ma certa e tempestiva. Intanto, la politica celebra la nuova stretta mentre magistrati e cancellieri cercano di smaltire il lavoro accumulato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I problemi sono noti: uffici giudiziari sotto pressione, carenze di personale e servizi di esecuzione penale esterna insufficienti. Anche le statistiche sui tempi dei processi e sulla prescrizione vanno lette con attenzione, distinguendo le fasi procedurali e le categorie considerate. Ma la questione di fondo rimane: approvare una norma è molto più semplice che garantire le condizioni necessarie per applicarla. La tolleranza zero proclamata davanti alle telecamere vale poco se lo Stato non riesce a offrire una risposta giudiziaria tempestiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente, non ogni inasprimento è propaganda. Stalking, criminalità informatica, mafia, terrorismo e corruzione possono richiedere strumenti specifici e sanzioni severe. Il punto è distinguere la gravità delle condotte e finanziare le priorità. Trasformare ogni allarme mediatico in un nuovo reato, invece, rischia di complicare il sistema senza renderlo più efficace. Il codice penale non è una bacheca sulla quale appendere una risposta a ogni indignazione televisiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso vale per il piano carcerario da circa 900 milioni di euro destinato a realizzare 10.000 posti aggiuntivi. Ridurre il sovraffollamento è necessario, ma costruire celle non basta: servono agenti, educatori, programmi di formazione, assistenza e strutture per le misure alternative. Altrimenti i nuovi posti rischiano di riempirsi rapidamente, mentre il problema della recidiva rimane sul tavolo. Una cella nuova senza personale è un investimento incompleto; una pena senza prospettive di reinserimento può diventare il preludio a un altro ingresso in carcere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il governo Meloni dovrebbe quindi misurare la propria politica della sicurezza con indicatori meno spettacolari dei decreti: tempi dei processi, funzionamento degli uffici, condizioni detentive, efficacia delle misure alternative e recidiva. Sono risultati più difficili da esibire in conferenza stampa, ma decisamente più utili per i cittadini. Per ora, il repertorio politico resta rassicurante: un fatto di cronaca, una nuova stretta, una dichiarazione solenne. Se i problemi persistono, si può sempre approvare un altro decreto. La produzione normativa è inesauribile; il tempo dei magistrati, il personale delle carceri e i soldi dei contribuenti, purtroppo, no.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Francesco Cozzolino)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>1: Quanto volte sentiamo dire che, “tanto poi sono subito fuori”. I dati raccontano altro. Le carceri sono al 138% di affollamento e circa il 60% dei detenuti è già stato in carcere. Il sistema non “scarcera tutti”: trattiene a lungo, spesso male, e fallisce nel reinserimento. La recidiva resta alta per chi sconta tutta la pena dentro, mentre scende per chi accede a percorsi alternativi seri.<br><br>2: Il populismo giustizialista risponde con “più reati, più pene, più carcere”. Ma il sistema penale è un imbuto, non un tubo. Se allarghi la bocca d’ingresso senza allargare l’uscita, non ottieni più giustizia: ottieni più procedimenti, più ritardi, più prescrizioni e più affollamento. La pena severa che non arriva o non si riesce ad applicare non deterre: alimenta l’impunità percepita. È diritto penale simbolico: fa rumore, ma non morde.<br><br>3: I limiti da affrontare sono concreti. Un processo penale dura in media tra i cinque e i sei anni e circa un quarto dei procedimenti finisce in prescrizione. Gli uffici di esecuzione penale esterna sono sotto organico e le misure alternative spesso non sono praticabili. Senza tempi più rapidi, risorse per i tribunali e un’esecuzione esterna efficiente, qualsiasi inasprimento resta sulla carta.<br><br>4: Non tutto ciò che viene etichettato come “giustizialismo” è sbagliato. Alcuni nuovi reati rispondono a fenomeni prima non puniti — stalking, reati informatici — e adeguare la legge è necessario. Anche inasprire pene per mafia, terrorismo o corruzione può avere senso, se accompagnato da priorità e risorse dedicate.<br><br>5: La parte non fondata è l’inasprimento indifferenziato, guidato dall’allarme mediatico e scollegato dalla capacità del sistema. Nuovi reati e pene più alte per reati minori, senza rafforzare tribunali, personale, riti deflativi e capienza o senza ridurre la domanda di carcere, producono solo ingorgo. Il piano da 900 milioni per 10.000 posti è un lato dell’equazione: se non si interviene sui tempi e sulle alternative, quei posti verranno assorbiti dal nuovo carico penale.<br><br>6: Quale sistema penale vogliamo? Uno che produce norme simboliche o uno che dà risposte rapide, effettive e credibili? Servono pene differenziate, giustizia che arriva in tempi certi, prevenzione e presidio di prossimità. Altrimenti continueremo a discutere di carceri piene e impunità percepita con gli stessi slogan, senza risolvere né l’una né l’altra.<br><br>Articolo: 1, 2, 3, 4, 5,6. Approfondisci dove ritieni necessario.<br><br>Assumendo l'identità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/francesco-cozzolino/" data-type="page" data-id="85">Francesco Cozzolino</a>, scrivi un Articolo; usa un tono irriverente, ironico, sarcastico - anzi, fai proprio un pezzo satirico e sarcastico. Non iniziare con "C'è qualcosa di..." Scrivilo in paragrafi compatti, senza eccessiva frammentazione; utilizza il meno possibile la formula "non... non... non..." ed "e qui...". Evita pure prosa saggistico-argomentativa ad alto impatto retorico, di taglio epigrammatico e dal finale ammonitorio.</pre>
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		<title>Il neoliberismo ha lanciato il mattone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Oct 2026 07:37:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sono figli di immigrati e non solo, cresciuti tra casermoni e periferie che nessun politico o giornalista conosce davvero, perché al massimo ci passa davanti con il SUV, osservando il panorama umano dal finestrino oscurato. Hanno genitori umiliati per un italiano stentato, conoscono uno Stato spesso assente e vivono in un mondo dove il rispetto [&#8230;]]]></description>
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<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="723" height="395" data-attachment-id="11256" data-permalink="https://leargenteetesteduovo.com/2026/10/21/il-neoliberismo-ha-lanciato-il-mattone/sneakers/" data-orig-file="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/sneakers.jpg?fit=1408%2C768&amp;ssl=1" data-orig-size="1408,768" data-comments-opened="1" data-image-title="sneakers" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/sneakers.jpg?fit=723%2C395&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/sneakers.jpg?resize=723%2C395&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-11256" style="aspect-ratio:1.8318770714070503;width:695px;height:auto" srcset="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/sneakers.jpg?resize=1024%2C559&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/sneakers.jpg?resize=300%2C164&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/sneakers.jpg?resize=768%2C419&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/sneakers.jpg?w=1408&amp;ssl=1 1408w" sizes="auto, (max-width: 723px) 100vw, 723px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Sono figli di immigrati e non solo, cresciuti tra casermoni e periferie che nessun politico o giornalista conosce davvero, perché al massimo ci passa davanti con il SUV, osservando il panorama umano dal finestrino oscurato. Hanno genitori umiliati per un italiano stentato, conoscono uno Stato spesso assente e vivono in un mondo dove il rispetto si misura in denaro, oro al collo e capacità di imporsi sugli altri. Per loro l&#8217;ascensore sociale ha due pulsanti funzionanti: il pallone e la musica. Per gli altri resta il lavoro in nero dallo zio, ottocento euro al mese, mentre le Nike Air Max in vetrina ne costano 189,99.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una realtà che merita di essere compresa e affrontata. Ma nel dibattito pubblico italiano accade qualcosa di curioso: quando un ragazzo spacca una vetrina, la discussione finisce rapidamente per occuparsi di tutto tranne che del gesto e delle sue conseguenze. Si parla di marginalità, alienazione, trauma identitario e capitalismo. Il proprietario raccoglie i cocci, mentre gli intellettuali si interrogano sul significato politico del mattone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed eccoci al nuovo catechismo progressista: attribuire una responsabilità a chi commette un reato sarebbe profondamente ingiusto. Il ragazzo ha avuto un&#8217;infanzia difficile, la scuola non ha funzionato, il quartiere è degradato e lo Stato è assente. Tutto vero, almeno in parte. Ma da queste premesse si ricava una conclusione singolare: siccome la società ha delle responsabilità nei suoi confronti, lui non dovrebbe averne nei confronti di nessuno. La comprensione delle cause diventa un&#8217;assoluzione preventiva, mentre la responsabilità personale viene liquidata come un residuo della morale borghese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il meccanismo è semplice: più si insiste sulle condizioni che hanno preceduto un comportamento, meno spazio rimane per discutere del comportamento stesso. Il ragazzo finisce così per essere considerato incapace di scegliere, una vittima persino quando danneggia qualcun altro. È un paternalismo travestito da emancipazione: lo si difende negandogli proprio quella capacità di agire che dovrebbe renderlo un adulto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente, per completare l&#8217;opera occorre trovare il colpevole universale. Ed ecco il Capitalismo, o meglio il Neoliberismo, responsabile della frustrazione, del desiderio di possedere scarpe costose e, presumibilmente, anche della scelta del mattone. La vetrina diventa un dispositivo di oppressione, il lancio una forma di elaborazione del trauma identitario. Peccato che quei ragazzi, con ogni probabilità, del Neoliberismo sappiano poco o nulla e siano assai più interessati a conquistare prestigio nel proprio gruppo che a rovesciare il sistema economico. Ma il commentatore ha già pronta la teoria: basta un mattone contro una vetrina perché una bravata diventi lotta di classe, senza che l&#8217;interessato abbia avuto bisogno di iscriversi al seminario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le disuguaglianze, la segregazione urbana e l&#8217;assenza di prospettive possono certamente alimentare la rabbia. Ma spiegare perché qualcuno commette un reato non significa cancellare il reato. La povertà non è una colpa; devastare un negozio non diventa un atto di giustizia sociale perché a farlo è un ragazzo povero. E il commerciante, magari titolare di una piccola attività costruita con anni di sacrifici, non diventa un oppressore per il solo fatto di avere una vetrina da riparare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera vittima, secondo questa sensibilità, sarebbe comunque il ragazzo. Si è dovuto procurare il mattone senza l&#8217;assistenza di uno psicologo, senza un educatore di strada e, presumibilmente, senza un bonus per l&#8217;acquisto di materiale da demolizione. Il commerciante, invece, dovrà chiamare il vetraio, compilare una denuncia e sperare che l&#8217;assicurazione paghi. Ma anche lui potrebbe essere invitato a interrogarsi sul proprio privilegio: magari ha un&#8217;attività, due dipendenti e un mutuo. Un curriculum sospetto agli occhi della sociologia da talk show.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Propongo allora di abolire il codice penale e sostituirlo con un abbonamento collettivo a Netflix. Il giovane che devasta un negozio sarà invitato a raccontare il proprio disagio in un podcast intitolato <em>Il mattone che avevo dentro</em>. Quaranta minuti di confessione, fotografia in bianco e nero, tisana sul tavolo e un esperto pronto a spiegare che il gesto va contestualizzato. Alla fine, sponsorizzazione di una bevanda rilassante e invito a iscriversi alla newsletter. La recidiva potrebbe essere interpretata come una seconda stagione particolarmente riuscita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il commerciante avrà cinque minuti per raccontare la propria esperienza, prima che un sociologo riconduca la sua sofferenza alle strutture economiche che l&#8217;hanno prodotta. Quanto alle forze dell&#8217;ordine, basterà un corso sulla comunicazione non giudicante. Davanti a un ragazzo che sta sfondando una vetrina, l&#8217;agente potrebbe chiedergli quali bisogni profondi stia cercando di esprimere. Se la risposta fosse un altro mattone, avremmo almeno raccolto un dato qualitativo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione, in fondo, è tutta qui: una società può essere ingiusta e un individuo può comunque essere responsabile delle proprie azioni. Le due cose non si escludono. Combattere il degrado significa offrire scuole, lavoro regolare, sicurezza e opportunità, ma anche tutelare chi subisce la violenza. Trasformare ogni autore di un reato in una vittima significa invece lasciare irrisolti entrambi i problemi: le cause del disagio e i danni che quel disagio produce sugli altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Francesco Cozzolino)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>1: Sono figli di immigrati e non solo, cresciuti tra casermoni e periferie che nessun politico o giornalista capisce, perché ci passa solo davanti chiuso in un SUV. Sono incazzati e pure parecchio, tra genitori umiliati per l’italiano, Stato assente e un vuoto pneumatico riempito con brand, soldi, oro e legge del più forte. Il loro unico metro è il rispetto: o hai soldi o sei nella merda, l’ascensore sociale è musica o calcio, il futuro è lavorare in nero per uno zio, 800 euro contro 189,99 di Nike Air Max. <br><br>2: E allora dobbiamo avere il coraggio di dirlo: se oggi un ragazzo spacca una vetrina, è profondamente ingiusto attribuirgli una responsabilità. Sì, avete letto bene. Colpa, responsabilità, conseguenze: concetti antichi, probabilmente da superare.<br><br>3: Perché è evidente che quella vetrina rappresenta un dispositivo di oppressione capitalistica, mentre il mattone costituisce un disperato tentativo di elaborazione del trauma identitario. E il vero colpevole, naturalmente, è il Capitalismo, anzi, il Neoliberismo. Non facciamo finta di niente: dietro quel gesto c’è un mondo che non ascolta.<br><br>4: Anzi, a ben vedere, la vera vittima è il ragazzo: costretto da una società disumana a procurarsi personalmente il mattone, senza neppure il sostegno di uno psicologo. Nessuno pensa mai al disagio di chi deve organizzarsi da solo per rompere una vetrina.<br><br>5: Propongo pertanto di abolire il codice penale e sostituirlo con un abbonamento collettivo a Netflix. Molto più inclusivo, molto più moderno, e soprattutto non giudica. Chi delinque non sarà più processato, ma invitato a raccontare il proprio disagio in un podcast: i giovani caduti in tentazione potranno salvarsi dopo opportuna confessione pubblica, magari in puntate da quaranta minuti con sottofondo soft e sponsorizzazione di una marca di tisane. Sfasciare la vetrina di Foot Locker è evidentemente un atto politico, anche se non è l’atto politico che volevamo noi.<br><br><br>Articolo: 1, 2, 3, 4, 5. Approfondisci dove ritieni necessario.<br><br>Assumendo l'identità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/francesco-cozzolino/" data-type="page" data-id="85">Francesco Cozzolino</a> descritta sopra, scrivi un Articolo; usa un tono irriverente, ironico, sarcastico - anzi, fai proprio un pezzo satirico e sarcastico. Non iniziare con "C'è qualcosa di..." Scrivilo in paragrafi compatti, senza eccessiva frammentazione; utilizza il meno possibile la formula "non... non... non..." ed "e qui...". Evita pure prosa saggistico-argomentativa ad alto impatto retorico, di taglio epigrammatico e dal finale ammonitorio.</pre>
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		<title>Il Malleus Maleficarum dell&#8217;attivismo performativo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Oct 2026 09:19:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Margherita Nanni]]></category>
		<category><![CDATA[attivismo performativo]]></category>
		<category><![CDATA[James Hetfield]]></category>
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					<description><![CDATA[Il primo album dei Metallica che ho potuto comprare in diretta fu St. Anger, nel 2003. Passai mesi ad ascoltarlo con un&#8217;attenzione che oggi riserverei a un referto istologico, ricorrendo ad autoipnosi e training autogeno pur di convincermi che fosse un disco «diverso», «coraggioso», «sperimentale». Non volevo ammettere che fosse, molto più semplicemente, una merda. [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Il primo album dei Metallica che ho potuto comprare in diretta fu <em>St. Anger</em>, nel 2003. Passai mesi ad ascoltarlo con un&#8217;attenzione che oggi riserverei a un referto istologico, ricorrendo ad autoipnosi e training autogeno pur di convincermi che fosse un disco «diverso», «coraggioso», «sperimentale». Non volevo ammettere che fosse, molto più semplicemente, una merda. Alla fine mi arresi. Sopravvissi io, sopravvissero i Metallica, e nessuno sentì il bisogno di convocare un tribunale per stabilire se fosse moralmente legittimo continuare ad ascoltare <em>Master of Puppets</em> dopo che avevano pubblicato una simile schifezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se nel 2003 James Hetfield avesse detto qualcosa su un palco di Las Vegas, giornalisti e blogger ne avrebbero parlato, qualche fan avrebbe litigato su un forum e probabilmente sarebbe finita lì. Oggi, invece, una frase può trasformarsi in un processo internazionale. L&#8217;ultima dimostrazione è arrivata quando il cantante ha spiegato che i Metallica salgono sul palco per suonare e divertire la gente, non per dirle cosa pensare, come fanno altri coglioni. Una posizione discutibile? Legittimo. Una dichiarazione superflua? Anche. Ma sarebbe bastato contestarla, se necessario, e passare oltre. Invece, boicottaggi, accuse di tradimento e sospetti di complicità: James riceve il mensile da Netanyahu, probabilmente con tredicesima e buoni pasto. Non è più soltanto una questione di musica o di opinioni: bisogna stabilire se l&#8217;artista sia ancora degno di appartenere alla comunità dei Buoni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Benvenuti nel <em>Malleus Maleficarum</em> dei social. Il celebre trattato inquisitorio del Quattrocento serviva a identificare e perseguire le streghe; oggi il tribunale digitale cerca eretici ideologici, ne esamina le dichiarazioni e raccoglie indizi a carico. Una frase diventa una confessione, una canzone un documento compromettente, un concerto un&#8217;occasione per verificare la purezza del cantante. Il repertorio musicale finisce sotto esame, come se ogni disco contenesse indizi sulla colpevolezza morale di chi lo ha inciso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;aspetto più buffo è che a indignarsi sono talvolta gli stessi metallari cinquantenni che, ai tempi del <em>Black Album</em>, avevano già scomunicato i Metallica, colpevoli di essersi venduti e di aver tradito l&#8217;heavy metal. Oggi possono finalmente rifarlo, con nuovi capi d&#8217;accusa e la stessa soddisfazione di allora. Per un momento tornano ragazzi: ritrovano il gusto di separare i puri dai corrotti, di stabilire chi meriti ancora di appartenere alla tribù e chi debba esserne espulso. Trent&#8217;anni dopo, il tribunale è cambiato, non il piacere di pronunciare la sentenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I social hanno perfezionato questo rituale perché ne hanno reso il rendimento eccellente e il costo irrisorio. Sul palco servono un microfono, un pubblico e la disponibilità a esporsi; online bastano un repost, un&#8217;emoji e una didascalia indignata. In cambio si ottengono like, condivisioni e l&#8217;approvazione della propria tribù. Non occorre organizzare nulla o modificare concretamente la realtà: basta rendere visibile la propria posizione e raccogliere le ricevute dell&#8217;approvazione collettiva. L&#8217;attivismo performativo non si limita a dichiarare un principio: mette in scena la propria virtù attraverso la denuncia di chi quel principio avrebbe tradito. L&#8217;eretico serve a certificare l&#8217;ortodossia di chi lo denuncia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente, non tutte le proteste sono teatrali e non ogni boicottaggio è una caccia alle streghe. Ma quando l&#8217;indignazione conta più del contenuto contestato, il dibattito diventa un pretesto e la scomunica il vero spettacolo. Il <em>Malleus Maleficarum</em>, in versione digitale, non ha bisogno di inquisitori stipendiati: ciascuno può procurarsi un martello e sentirsi custode della morale pubblica fra una storia e un reel.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è anche per questo che viene da rimpiangere le vecchie rockstar, con tutta la loro arrogante, irresponsabile e spesso insopportabile umanità. Non perché il passato fosse un&#8217;età dell&#8217;oro, ma perché il rock ha sempre coltivato una certa incompatibilità con l&#8217;idea che il suo mestiere consista nell&#8217;offrire modelli di comportamento esemplari. Le rockstar potevano dire sciocchezze, contraddirsi, deludere i fan e comportarsi da idioti senza che ogni loro uscita pubblica diventasse un esame di conformità morale. Oggi ci si domanda perché non esistano più: forse non sono scomparse, siamo noi ad aver trasformato il pubblico in una commissione disciplinare permanente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immaginiamo, per esempio, Hetfield che dedica <em>Seek &amp; Destroy</em> all&#8217;eliminazione di Hamas. Una provocazione concreta, discutibile, meritevole di un confronto sulle sue implicazioni. Ci sarebbe una presa di posizione da contestare nel merito, anziché una frase da sezionare per dimostrare che il cantante non ha recitato il copione atteso. Naturalmente, nel giro di dodici minuti avremmo comunque i video e le richieste di boicottaggio. Ma almeno sapremmo di che cosa stiamo discutendo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo ritmo, le recensioni musicali potranno essere sostituite da una scheda di conformità: posizione sui conflitti internazionali, affidabilità ideologica, dichiarazioni pubbliche, frequentazioni sospette. Il giudizio artistico sarà una formalità da compilare in fondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2003, per convincermi che <em>St. Anger</em> fosse un capolavoro mi bastavano l&#8217;autoipnosi e una certa ostinazione giovanile. Quando capii che era una merda, cambiai idea e continuai a vivere. Non avevo bisogno di boicottare i Metallica né di chiedere a Hetfield di spiegarmi come avrei dovuto pensare. E soprattutto non mi passò per la testa che il mio giudizio sul disco fosse una prova della mia superiorità morale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A quanto pare, oggi anche ascoltare un album può richiedere una verifica dei precedenti. Io, per fortuna, ho già scontato la mia pena con <em>St. Anger</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Margherita Nanni)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>1: Il primo album dei Metallica che ho potuto comprare in diretta fu "St. Anger" (2003). Passai mesi ad ascoltarlo con attenzione, ricorrendo ad autoipnosi e training autogeno per giustificare che era un album "diverso", "coraggioso", "sperimentale" e non, come infine realizzati sconsolata, "una merda". <br><br>2: Se nel 2003 James Hetfield avesse detto qualcosa sul palco di Las Vegas, qualsiasi cosa, ne avrebbero parlato i giornalisti e blogger presenti all'evento, ma la cosa sarebbe morta lì. Bei tempi, vero? Oggi purtroppo non è più così.<br><br>3: Il riferimento è ovviamente alla polemica idiota della scorsa settimana, riassumibile in "OMG James Hetfield ha detto una cosa su cui non sono d'accordo e ora gliela faccio vedere io", sottogenere di "Non tollero che un personaggio famoso che seguo non la pensi come me", afferente al genere "Attivismo Performativo", uno dei peggiori mali contemporanei.<br><br>4: Per i distratti: Hetfield dice che i Metallica sono sul palco per suonare e far divertire la gente e non per dire alla gente cosa pensare come fanno altri coglioni. Ok, gli bastava non dire nulla per dimostrarlo e tutti contenti. Invece, apriti cielo: boicotta i Metallica, Metallica traditori, Hetfield riceve il mensile da Netahyahu (ovviamente), e chi più ne ha più ne metta. Buffo soprattutto quando  le accuse arrivano dai metallari over 50 che già avevano definito i Metallica traditori al tempo del Black Album: dev'essere nostalgia dell'adolescenza (altra molesta sindrome contemporanea).<br><br>5: il punto non è tanto Artista Schierato VS Artista Non: sinceramente chi se ne frega, ciascuno farà come preferisce. Il punto è un'affermazione di un cantante diventi un'affare di stato: reel, video, speculazioni, radiografie, di tutto e di più pur di certificare la propria appartenenza ai Buoni. L'Attivismo Performativo premia  chi lo condivide. Sul palco serve almeno un microfono e un pubblico; sui social basta un repost e un'emoji. Il costo è quasi zero, il rendimento simbolico è alto, e la ricompensa è immediata: likes, condivisioni, senso di appartenenza.  <br><br>6: Nemmeno il gusto di una polemica vera, che so, James Hetfield che dedica "Seek And Destroy" all'eliminazione di Hamas. Poi dice che non ci sono più le rockstar: per forza, le rockstar erano irresponsabili e over the top, oggi vieni crocifisso se dici che non ti piace giocare a tombola!<br><br>articolo: 1,2,3,4,5,6; approfondisci se necessario.<br><br>assumendo la personalità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/margherita-nanni/" data-type="page" data-id="66">Margherita Nanni</a>, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda. (non parlare necessariamente di inverosomiglianza, al limite descrivila); non usare elenchi nè righe di separazione, e non usare troppo della formula "e qui"; niente titoli ai paragrafi; niente espressioni come "c'è qualcosa di", "ed è qui che", "è qui che"</pre>
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		<title>La rabbia divora le proprie ragioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Oct 2026 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto De Santis]]></category>
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					<description><![CDATA[Davanti agli scontri di Milano, Bologna e altre città italiane, dopo quelli visti in Francia, il dibattito riparte con il solito copione: da una parte chi liquida tutto come teppismo, dall&#8217;altra chi trasforma ogni vetrina sfasciata in un grido di dolore. Gli uni scambiano la condanna per un&#8217;analisi, gli altri l&#8217;analisi per un&#8217;assoluzione. Ma la [&#8230;]]]></description>
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<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="723" height="395" data-attachment-id="11218" data-permalink="https://leargenteetesteduovo.com/2026/10/20/la-rabbia-divora-le-proprie-ragioni/scontri/" data-orig-file="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/scontri.jpg?fit=1408%2C768&amp;ssl=1" data-orig-size="1408,768" data-comments-opened="1" data-image-title="scontri" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/scontri.jpg?fit=723%2C395&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/scontri.jpg?resize=723%2C395&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-11218" style="aspect-ratio:1.8333961552958915;width:683px;height:auto" srcset="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/scontri.jpg?resize=1024%2C559&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/scontri.jpg?resize=300%2C164&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/scontri.jpg?resize=768%2C419&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/scontri.jpg?w=1408&amp;ssl=1 1408w" sizes="auto, (max-width: 723px) 100vw, 723px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Davanti agli scontri di Milano, Bologna e altre città italiane, dopo quelli visti in Francia, il dibattito riparte con il solito copione: da una parte chi liquida tutto come teppismo, dall&#8217;altra chi trasforma ogni vetrina sfasciata in un grido di dolore. Gli uni scambiano la condanna per un&#8217;analisi, gli altri l&#8217;analisi per un&#8217;assoluzione. Ma la questione decisiva è un&#8217;altra: <strong>come fa una protesta nata da un disagio reale a perdere di vista i propri obiettivi, fino a diventare controproducente e facilmente strumentalizzabile?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Gustave Le Bon aveva intuito già nell&#8217;Ottocento come la folla possa attenuare il senso di responsabilità individuale e trasformare il contagio emotivo in comportamento collettivo. Il gesto che da soli non si compirebbe diventa accettabile quando lo compiono tutti. L&#8217;eccitazione cresce, l&#8217;emulazione prende il sopravvento e la distruzione finisce per sostituire la rivendicazione. Non conta più che cosa si vuole ottenere: conta esserci, colpire, farsi vedere. La rabbia, da mezzo per cambiare le cose, diventa un fine in sé.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Sono un ribelle, mamma», cantavano gli Skiantos. Oggi qualcuno sembra aver aggiornato la formula: cassonetto in fiamme, video virale e rivoluzione fatta. Peccato che il giorno dopo il potere sia ancora al suo posto, i problemi restino e i danni li paghi qualcun altro. «Dateci qualcosa o spacchiamo tutto» è un ricatto, non una proposta. Cambiare le cose richiede obiettivi, alleanze, organizzazione e la fatica di sostenere una battaglia nel tempo. È un lavoro meno spettacolare, ma almeno può produrre risultati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, naturalmente, non è la protesta in sé. Manifestare è un diritto fondamentale, anche quando disturba e mette in imbarazzo chi governa. Ma aggredire, devastare e mettere a rischio l&#8217;incolumità altrui significa colpire persone spesso estranee alle ingiustizie denunciate. E significa anche regalare agli avversari gli argomenti migliori per delegittimare le rivendicazioni. La comprensione delle cause non implica l&#8217;assoluzione di chi commette reati; la condanna dei reati non autorizza a ignorare le cause del malessere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi, inoltre, la protesta non finisce quando la piazza si svuota. Gli scontri diventano filmati, i filmati circolano sui social e gli algoritmi privilegiano spesso le immagini capaci di suscitare indignazione e paura. Una rivendicazione complessa lascia il posto a pochi secondi di devastazione, buoni per dimostrare che tutti i manifestanti sono criminali oppure che ogni gesto estremo è una legittima ribellione. Ciascuno trova conferma delle proprie convinzioni, mentre il contesto scompare. La piazza produce lo spettacolo, le piattaforme lo amplificano: la protesta viene separata dalle ragioni che l&#8217;avevano portata in strada e diventa materiale per uno scontro permanente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo meccanismo può essere sfruttato anche nella guerra ibrida. Chi conduce operazioni di influenza non deve necessariamente creare un conflitto: può amplificare tensioni esistenti, diffondere contenuti manipolati e alimentare la sfiducia reciproca. Non significa che dietro ogni disordine ci sia una regia straniera. Significa che <strong>una società già divisa offre a chi vuole destabilizzarla un terreno favorevole</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quelle fratture, del resto, hanno anche responsabilità interne. Se le istituzioni rispondono con promesse rinviate, formule burocratiche e interventi insufficienti, la fiducia negli strumenti di partecipazione si consuma. La repressione può essere necessaria davanti a reati concreti, ma non sostituisce una risposta alle cause della rabbia. Chi invoca soltanto l&#8217;ordine pubblico confonde il silenzio con la soluzione; chi giustifica qualsiasi eccesso in nome del disagio confonde la comprensione con l&#8217;impunità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sinistra dovrebbe saper tenere insieme queste due esigenze. Non può limitarsi alla condanna rituale per rassicurare i benpensanti, ma nemmeno concedere un&#8217;assoluzione preventiva a chiunque agisca in nome di una causa condivisibile. Difendere i diritti sociali significa anche tutelare chi subisce le aggressioni e chi si vede distruggere il negozio. Soprattutto, significa costruire organizzazioni, sindacati e rappresentanze capaci di trasformare la rabbia in richieste precise e battaglie durature. Senza questo lavoro, la piazza resta esposta a chi sa accendere gli animi ma non ha nulla da costruire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione, dunque, non è scegliere tra ordine e giustizia. È impedire che il dissenso perda la propria direzione e diventi uno spettacolo autoreferenziale, utile agli avversari e sfruttabile da chi prospera sulle divisioni. Una rabbia organizzata può cambiare la realtà; una rabbia che si consuma nella propria rappresentazione finisce per rafforzare ciò che voleva combattere. <strong>Dopo aver rotto tutto, si rischia di scoprire di aver fatto esattamente il gioco di chi non voleva cambiare niente.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Roberto De Santis)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>1: Quello che è successo a Milano, Bologna e in altre città italiane — e prima in Francia — non si spiega solo con “ragazzi delinquenti” né solo con “rabbia sociale”. La domanda vera è un’altra: come mai un disagio reale può trasformarsi in violenza di massa, perdendo le ragioni per cui era nato? Se non partiamo da qui, continueremo a scegliere tra condanna e giustificazione, senza capire nulla.<br><br>2: Gustave Le Bon lo aveva descritto bene: nella folla l’individuo perde senso di responsabilità, si sente potente perché è “numero”, si contagia emotivamente e diventa suggestionabile. Non è semplice somma di persone: è un organismo provvisorio che agisce per istinto, immagini e parole d’ordine. Il ragazzo che da solo non spaccherebbe una vetrina, nella massa può farlo. Non per caso: per regressione psicologica collettiva.<br><br>3: Manifestare è un diritto fondamentale. Una protesta può essere dura, rumorosa, scomoda, persino feroce nelle parole. Ma c’è una differenza sostanziale tra alzare la voce e alzare le mani. Quando si aggredisce, si devasta, si mette a rischio l’incolumità, si supera un limite che nessuna rivendicazione può giustificare. E la violenza va condannata da qualunque parte provenga. Sempre. Fai una battuta o un paragone che utilizzi "Sono un ribelle, mamma" degli Skiantos.<br><br>4: C’è però un secondo problema: troppo spesso la protesta resta performativa. Si scende in piazza, si fa rumore, si sfida la polizia, ma manca proposta, organizzazione, capacità di costruire un’alternativa. “Dateci qualcosa o spacchiamo tutto” non è politica: è ricatto. La massa distrugge perché è la cosa più facile, ma senza progetto e senza simboli nuovi non diventa contropotere: resta sfogo. E il disagio, reale, resta senza rappresentanza.<br><br>5: Oggi contagio e suggestionabilità sono moltiplicati dai social: algoritmi che premiano estremismo e polarizzazione trasformano rabbia virtuale in scontro fisico. A questo si aggiungono, storicamente, le “misure attive” della guerra ibrida: disinformazione, troll, bot, mirroring, operazioni sotto falsa bandiera. Non tutto è manipolazione — il disagio è reale — ma chi vuole destabilizzare le democrazie sfrutta le fratture esistenti. La folla è il carburante; la manipolazione è l’accelerante.<br><br>6: La linea comune è questa: il disagio va riconosciuto, la violenza va condannata, il dissenso va organizzato. Condannare la violenza non significa delegittimare chi manifesta; difendere il diritto di protesta non significa giustificare ogni comportamento. Una democrazia matura non ha paura delle proteste dure: ha bisogno di trasformare la “folla” in “pubblico”, la rabbia in domanda politica, la piazza in proposta. Altrimenti restano solo macerie, immagini e propaganda. <br><br>articolo: 1,2,3,4,5,6 approfondisci se necessario.    <br>    <br>Assumendo personalità e stile di scrittura di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/roberto-de-santis/" data-type="page" data-id="98">Roberto De Santis</a>, scrivi un articolo; usa un tono brillante e polemico. Rendi l'articolo immersivo e partecipato. Non usare bullet list, solo paragrafi. No n iniziare con "C'è un...", "ci sono..." e formule di questo tipo. Usa il meno possibile "Ed è qui che...", "E qui...". Non abusare di "non... non... non...". Usa il meno possibile l'aggettivo "politico". Niente titoli ai paragrafi.</pre>
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		<title>Pregasi le periferie di restare al proprio posto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2026 07:56:23 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Giancarlo Salvetti]]></category>
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<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" width="723" height="395" data-attachment-id="11228" data-permalink="https://leargenteetesteduovo.com/2026/10/19/pregasi-le-periferie-di-restare-al-proprio-posto/giovini/" data-orig-file="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/giovini.jpg?fit=1408%2C768&amp;ssl=1" data-orig-size="1408,768" data-comments-opened="1" data-image-title="giovini" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/giovini.jpg?fit=723%2C395&amp;ssl=1" src="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/giovini.jpg?resize=723%2C395&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-11228" style="aspect-ratio:1.8333961552958915;width:685px;height:auto" srcset="https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/giovini.jpg?resize=1024%2C559&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/giovini.jpg?resize=300%2C164&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/giovini.jpg?resize=768%2C419&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/leargenteetesteduovo.com/wp-content/uploads/2026/10/giovini.jpg?w=1408&amp;ssl=1 1408w" sizes="auto, (max-width: 723px) 100vw, 723px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Milano ama le periferie. Le invita ai dibattiti sull’inclusione, le mette al centro dei festival dedicati alle nuove generazioni, ne racconta le contraddizioni attraverso documentari e progetti sociali. Ogni tanto arriva anche una visita elettorale, con strette di mano e promesse di riqualificazione. Per qualche ora, le periferie diventano il cuore pulsante della città. Poi ciascuno torna a casa propria: il centro resta il centro, le periferie restano periferie e tutto può riprendere come prima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema comincia quando qualcuno rompe questa rassicurante divisione dei ruoli. Quando i ragazzi che avrebbero dovuto raccontare il proprio disagio in un incontro pubblico arrivano in centro e spaccano le vetrine, il vocabolario cambia. Le analisi sociali vengono archiviate e il dibattito si chiude con tre parole che risparmiano la fatica di qualsiasi approfondimento: delinquenti, maranza, criminali. Fine della discussione. La città può tornare a occuparsi delle proprie periferie, possibilmente a distanza di sicurezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli scontri di questi giorni mi colpisce la presenza di giovanissimi provenienti dalle periferie e dall’hinterland, molti minorenni, accanto a ragazzi già politicizzati. Ridurre tutto alla consueta rappresentazione degli antagonisti in cerca dello scontro significa ignorare una parte del fenomeno. È una rabbia che merita di essere osservata anche quando si manifesta in forme confuse, brutali e sgradevoli. Forse siamo davanti a qualcosa di prepolitico: un malessere che non ha ancora trovato parole, obiettivi e strumenti per trasformarsi in una domanda collettiva. Potrebbe anche non trovarli mai, esaurendosi in vandalismi e occasioni mancate. Ma liquidarlo in partenza significa rinunciare a capire perché tanti ragazzi sembrino avere così poco da perdere e così poco da aspettarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da un quindicenne non mi aspetto un programma di riforma del mercato immobiliare milanese o una proposta credibile per redistribuire le opportunità educative. Un adolescente cerca riconoscimento, appartenenza e la sensazione di contare qualcosa. Se a tutto questo si aggiungono prospettive ristrette, istituzioni percepite come lontane e una cultura del successo che misura il valore personale attraverso ciò che si possiede, la rabbia può mescolarsi al risentimento e al bisogno di visibilità. Non ne nasce necessariamente una coscienza sociale: può emergere anche una rivolta confusa, incapace di distinguere ciò che rifiuta da ciò che vorrebbe semplicemente ottenere. La realtà non ha l’obbligo di produrre soggetti politicamente edificanti. Gli adulti, però, dovrebbero almeno provare a capire che cosa sta succedendo, invece di scambiare la condanna dei comportamenti per una spiegazione delle loro cause.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto entra in scena il borghese illuminato. Ama gli ultimi, firma appelli, frequenta incontri sulla marginalità e considera l’inclusione un pilastro della propria identità morale. Naturalmente, li ama a condizione che sappiano comportarsi da ultimi riconoscenti. Devono raccontare le proprie difficoltà con il tono giusto, denunciare le ingiustizie senza mettere troppo in imbarazzo chi le denuncia insieme a loro e dimostrare di aver tratto un insegnamento dall’attenzione ricevuta. L’ideale è il ragazzo di periferia che sale sul palco, racconta un’infanzia difficile e conclude spiegando quanto sia importante credere nei propri sogni. Applausi, fotografia di gruppo, comunicato stampa: tutti possono tornare a casa con la sensazione di aver migliorato il mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi arrivano ragazzi che non rispettano il copione, senza il lessico appropriato né una testimonianza edificante da offrire. Il borghese illuminato scopre improvvisamente la propria vocazione alla fermezza: le sfumature evaporano e la comprensione lascia il posto alla severità. Aveva messo in piedi una giornata dedicata al malessere giovanile; adesso qualcuno gli ha mandato di traverso il rinfresco. La battuta è crudele, ma coglie il punto: la sofferenza altrui è più facile da accettare quando si presenta in una forma rassicurante e non mette in discussione chi pretende di interpretarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione di classe sta anche nella distanza tra chi può sentirsi a casa nella città e chi vi incontra soprattutto le vetrine. Milano offre opportunità straordinarie, ma mostra continuamente la differenza tra chi può partecipare alla sua ricchezza e chi ne osserva i simboli senza potervi accedere. Per alcuni, il centro è un luogo da abitare senza sentirsi fuori posto; per altri, è una successione di merci, locali e occasioni di consumo che sembrano appartenere a un mondo estraneo. Non significa che ogni ragazzo di periferia viva questa distanza come un’umiliazione, né che ogni vandalismo sia una protesta sociale. Significa che le disuguaglianze riguardano anche il senso di appartenenza e la possibilità di immaginare per sé un futuro diverso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi una differenza decisiva nella possibilità di sbagliare. Chi dispone di risorse familiari può attraversare anche un’adolescenza disastrosa contando su adulti pronti a intervenire e occasioni per ricominciare. Per chi ne ha meno, lo stesso errore rischia di diventare un’identità permanente. Il privilegio consiste anche nella possibilità di essere giudicati per ciò che si potrà diventare, mentre altri restano intrappolati in ciò che hanno fatto. Questo non assolve nessuno dalle proprie responsabilità, ma dovrebbe indurci a riflettere su quanto siano diseguali le occasioni di riscatto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rompere una vetrina non è una forma alternativa di partecipazione democratica. Saccheggiare un negozio non equivale a presentare una rivendicazione e aggredire qualcuno non diventa meno grave per la provenienza sociale di chi lo fa. Chi subisce danni deve essere tutelato, chi commette reati deve risponderne. Ma la condanna non esaurisce la questione. Chi ruba un paio di scarpe può essere mosso dal risentimento verso una società diseguale oppure desiderare semplicemente quelle scarpe, insieme allo status che promettono. Il consumismo non scompare quando incontra la povertà: può diventare persino più aggressivo, perché l’esclusione dal consumo viene vissuta come esclusione dal mondo stesso. La cultura dominante insegna che esistere significa possedere e apparire; poi si stupisce quando qualcuno cerca di appropriarsi dei simboli del successo senza avere i mezzi per comprarli. Non c’è nulla di emancipatore, in sé, nel saccheggio. La rabbia può contestare le disuguaglianze, ma anche riprodurre i valori della società che sembra rifiutare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per i reazionari la ricetta è semplice: davanti al disordine si interviene, si ristabilisce l’autorità e si considera chiusa la pratica. Intervenire può essere necessario per contenere la violenza e proteggere chi la subisce, ma ristabilire l’ordine non significa aver compreso le ragioni del conflitto. Da chi si definisce progressista pretenderei almeno una domanda sulle condizioni che rendono possibili queste esplosioni, sulle opportunità offerte ai giovani e sulla distanza tra centro e periferie. Se la risposta è sempre e soltanto «sono criminali», tra una destra dichiaratamente conservatrice e una sinistra che ama presentarsi come ragionevole resta una differenza di arredamento e di buone maniere. La prima rivendica apertamente la propria durezza; la seconda la accompagna con un lessico più gradevole e un comunicato scritto meglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una sinistra incapace di parlare fuori dalla propria cerchia rischia di ridursi a un ceto che si riconosce attraverso le proprie buone maniere. Il problema non è l’educazione, ma la pretesa che sia un requisito per essere ascoltati. Se il dibattito pubblico ammette soltanto chi sa già esprimersi nel linguaggio giusto, chi ne resta fuori finirà per cercare altrove riconoscimento, appartenenza e visibilità. Non necessariamente nelle forme peggiori, ma nemmeno sempre in quelle che fanno comodo a chi osserva da lontano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Milano continuerà probabilmente ad amare le proprie periferie. Finanzierà progetti, organizzerà incontri e celebrerà iniziative meritorie, molte delle quali capaci di produrre risultati reali. La prova, però, arriva quando i ragazzi smettono di essere protagonisti di una storia scritta da altri e diventano una presenza scomoda nel centro della città.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una vetrina infranta non è un manifesto, una rivendicazione compiuta o una promessa di cambiamento. È un danno concreto, con conseguenze per chi lo subisce. Ma se appena accade ci affrettiamo a chiudere la discussione, rinunciamo anche a capire che cosa abbia portato fin lì. Milano ama le periferie, purché restino al loro posto. Quando si spostano, preferisce chiamare la polizia anziché chiedersi perché.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Giancarlo Salvetti)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Assumi la personalità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/giancarlo-salvetti/" data-type="page" data-id="103">Giancarlo Salvetti</a>. Scrivi un articolo approfondito, immersivo e dal tono tagliente, ironico, brillante e marcatamente sarcastico, basandoti sulla scaletta e sui dati forniti di seguito. Non cercare sul web<br>[VINCOLI DI SCRITTURA]<br>- Stile: Paragrafi compatti, flusso narrativo continuo. Non spezzettare in brevi frasi.<br>- Divieti assoluti: NON usare linee di separazione (es. ---). Non abusare della parola "geopolitico" e "politico". Non abusare di "E qui" e "Ed è qui che"<br>- Divieti linguistici: Evita formule come "è qui che" e strutture ripetitive come "non... non... non...".<br>- Sviluppo: Amplia e approfondisci l'analisi dove ritieni necessario per dare forza al pezzo.<br>[SCALETTA E CONTENUTI]:<br>1: Milano ama le periferie finché restano al loro posto. Le invita ai dibattiti sull’inclusione, le racconta nei festival, organizza qualche visita elettorale. Ma quando arrivano in centro e spaccano le vetrine, il dibattito è già chiuso: “delinquenti”, “maranza”, “lumpen”. E la sociologia può accomodarsi fuori.<br>2: Negli scontri di questi giorni vedo giovanissimi delle periferie e dell’hinterland, molti minorenni, accanto a ragazzi già politicizzati. Non è la solita etichetta dei “soliti antagonisti”. È questa rabbia che mi interessa capire, anche nella sua parte scomposta e sgradevole. Forse è “prepolitica”: una domanda confusa, non una dichiarazione indegna di ascolto.<br>3: Non mi aspetto che un quindicenne traduca la propria umiliazione in una proposta di politica economica. Mi aspetto qualcosa di più dagli adulti che amministrano la città e commentano tutto: almeno la fatica di domandarsi, senza isterismi e facili indignazioni, che cosa sta succedendo.<br>4: Invece arriva il borghese illuminato. Quello che ama gli ultimi, purché si esprimano con la compostezza dei penultimi e ringrazino per l’attenzione. Davanti a una rabbia che non gli somiglia diventa improvvisamente un esperto di fermezza. Aveva preparato un incontro sul disagio giovanile: gli hanno rovinato il catering.<br>5: Qui ricompare la questione di classe: nel diritto di sentirsi a casa propria in una città, nella possibilità di abitarla invece di attraversarla guardando ciò che appartiene agli altri. Nella distanza fra chi può sbagliare adolescenza contando sul portafoglio di papino e chi rischia di restare per sempre identificato con il proprio errore. Questo non trasforma un saccheggio in un gesto rivoluzionario: chi ruba un paio di scarpe può desiderare gli stessi simboli di successo che la città gli sbatte in faccia. Aggredire resta grave e chi subisce danni va tutelato. Ma rifiuto il ricatto per cui, pronunciata la condanna, dovrei smettere di pensare.<br>6: Ai reazionari basta la repressione. Dai progressisti pretenderei almeno una domanda sulle condizioni che rendono possibile questa esplosione. Se la risposta è soltanto “sono criminali”, fra una destra dichiarata e una sinistra perbene resta solo una differenza di arredamento e di bon ton. Una sinistra capace di parlare soltanto con chi possiede già il suo linguaggio finirà per rappresentare un ceto che si riconosce dalla buona educazione. Fuori continueranno a crescere ragazzi che nessuno ascolta, finché il rumore di una vetrina infranta li renderà finalmente udibili.</pre>
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		<title>Francia: arriva il conto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2026 07:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Gli studenti francesi protestano perché nelle scuole i riscaldamenti funzionano male, i soffitti cadono e le classi sono sovraffollate. Hanno ragione: uno Stato che non riesce a garantire condizioni dignitose a chi dovrebbe formarsi ha qualche problema di priorità. Naturalmente, non mancano le consuete frange che approfittano di ogni manifestazione per regolare i conti con [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Gli studenti francesi protestano perché nelle scuole i riscaldamenti funzionano male, i soffitti cadono e le classi sono sovraffollate. Hanno ragione: uno Stato che non riesce a garantire condizioni dignitose a chi dovrebbe formarsi ha qualche problema di priorità. Naturalmente, non mancano le consuete frange che approfittano di ogni manifestazione per regolare i conti con il Sistema, possibilmente incendiando un cassonetto. Per costoro la protesta è riuscita soltanto quando la civiltà occidentale sembra sul punto di crollare. Poi si spengono le fiamme e i soffitti continuano a cadere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto, però, è proprio questo: <strong>la Francia si trova a fare i conti con promesse che non riesce più a mantenere, mentre chi dovrebbe affrontare il problema preferisce rinviarlo e chi vorrebbe sostituirsi a chi governa promette di risolverlo senza pagare il conto.</strong> È una storia che conosciamo bene anche in Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il welfare europeo del dopoguerra è stato costruito in condizioni demografiche ed economiche che non esistono più. La popolazione invecchia, i lavoratori diminuiscono in proporzione ai pensionati, la crescita rallenta e gli interessi sul debito divorano risorse. Nel frattempo, ogni categoria difende i propri diritti acquisiti, purché nessuno chieda chi debba finanziarli. La matematica, com&#8217;è noto, è una disciplina antipatica: non vota, non sciopera e non si commuove davanti alle rivendicazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando arriva il momento di tagliare, l&#8217;istruzione è fra le vittime più facili. Rinviare la manutenzione di una scuola produce meno clamore che intervenire sulle pensioni, e i danni si manifesteranno quando al governo ci sarà qualcun altro. È una forma di lungimiranza amministrativa che spiega parecchio del malessere francese. Le proteste sono il sintomo; il problema è uno Stato che fatica a sostenere le proprie ambizioni e una classe dirigente che preferisce amministrare l&#8217;emergenza anziché spiegare le alternative.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo vuoto cresce Marine Le Pen, per ora in vantaggio nei sondaggi, benché manchino ancora mesi al voto. Il Rassemblement National raccoglie la stanchezza verso l&#8217;establishment, il malcontento sociale e la sensazione che il Paese abbia perso il controllo del proprio destino. La sua forza consiste anche nella debolezza degli avversari: Raphaël Glucksmann deve dimostrare di poter competere su scala nazionale, mentre i liberali sembrano convinti che basti ricordare quanto sia pericolosa la destra per recuperare la fiducia perduta. Dopo Macron, il diluvio; quanto all&#8217;ombrello, nessuno ha pensato di comprarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta da vedere che cosa succederà quando il sovranismo dovrà confrontarsi con un bilancio pubblico. Per anni ci siamo sentiti raccontare che bastasse sottrarsi ai vincoli europei per ritrovare prosperità e libertà. Peccato che il debito continui a esistere anche quando si cambia bandiera e che i mercati finanziari abbiano la spiacevole abitudine di ignorare i discorsi sulla grandezza nazionale. Le Pen non deve diventare una convertita all&#8217;austerità per scoprire il problema: governare significa scegliere fra obiettivi incompatibili, spiegare chi paga e rinunciare a qualche promessa. La sovranità, da sola, non produce denaro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dall&#8217;altra parte c&#8217;è Jean-Luc Mélenchon, la cui proposta sembra offrire una soluzione più generosa: pensione a sessant&#8217;anni, voto ai sedicenni, cancellazione del debito attraverso la Banca di Francia, contestazione della NATO, euroscetticismo, abbandono del nucleare a favore delle rinnovabili, dazi ecologici e tassazione degli extraprofitti. Manca soltanto il conto, che evidentemente dovrebbe pagare qualcun altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il programma mescola dirigismo, populismo economico e ambientalismo radicale, con qualche somiglianza con il peronismo. La cancellazione del debito, in particolare, meriterebbe spiegazioni più solide dell&#8217;assicurazione che basta mettere la finanza al suo posto. I titoli pubblici sono detenuti da risparmiatori e istituzioni finanziarie; la Banca di Francia opera in un sistema monetario europeo; una rottura con l&#8217;assetto attuale avrebbe conseguenze sul credito e sulla moneta. Non basta dichiarare illegittimo un debito per farlo scomparire. Se funzionasse così, basterebbe un referendum per risolvere anche il problema del mutuo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso vale per le pensioni e la transizione energetica. Si può discutere l&#8217;età pensionabile e si può volere una transizione ecologica ambiziosa. Ma le prestazioni vanno finanziate e la rete elettrica deve funzionare anche quando le condizioni di produzione non sono favorevoli. In Francia il nucleare ha un ruolo fondamentale: promettere il cento per cento di rinnovabili entro il 2050 senza chiarire come garantire la continuità del sistema non è un piano, è un desiderio corredato da una scadenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei commenti si parla di rossobrunismo e si evocano Conte, Salvini, Bonelli e Rizzo. Le analogie sono divertenti, ma rischiano di nascondere il punto essenziale: Mélenchon appartiene a una tradizione di sinistra radicale che non si liquida con un collage di nomi italiani. La sua proposta, come quella di Le Pen, intercetta un malessere reale e lo traduce in promesse la cui fattibilità resta tutta da dimostrare. La destra promette meno tasse e più protezione, la sinistra più servizi e meno disuguaglianze, il centro competenza e stabilità. Poi arriva la legge di bilancio e qualcuno deve rinunciare a qualcosa. È lì che comincia il governo, non quando si scrive il programma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Francia, dunque, rischia di trovarsi davanti a una scelta che sembra radicale ma che, per certi aspetti, è circolare: da una parte chi promette di recuperare il controllo nazionale, dall&#8217;altra chi promette di redistribuire risorse che non ha ancora spiegato come reperire. Entrambi possono presentarsi come alternativa all&#8217;ordine esistente; nessuno può abolire per decreto i vincoli economici. E quando le aspettative vengono alimentate per anni senza essere soddisfatte, il risentimento non scompare: cambia destinatario e si radicalizza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa contraddizione si riflette anche nell&#8217;Europa. L&#8217;asse franco-tedesco, a lungo presentato come il motore dell&#8217;integrazione, è già incrinato. Le divergenze sui programmi militari FCAS e MGCS, sulla competitività industriale e sulle priorità di spesa mostrano che Berlino sta perseguendo interessi propri, sempre meno disposta ad aspettare un consenso europeo preventivo. La Germania di Friedrich Merz sembra orientata a costruire alleanze industriali e strategiche funzionali alle proprie esigenze, anche quando questo complica i progetti comuni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una vittoria di Le Pen potrebbe quindi essere meno rivoluzionaria di quanto immagini il suo elettorato. Alcune delle logiche che il sovranismo vorrebbe imporre sono già all&#8217;opera, non necessariamente per convinzione ideologica, ma perché i governi europei si confrontano con la stessa competizione industriale, gli stessi vincoli di bilancio e la stessa difficoltà a trovare interessi condivisi. Immaginare Le Pen come una nuova Orbán, pronta a bloccare ogni decisione europea, significa sopravvalutare la novità della sua proposta. La Francia è una potenza nucleare, membro permanente del Consiglio di sicurezza dell&#8217;ONU e Paese fondatore dell&#8217;Unione: ha interessi e strumenti che vanno ben oltre la contrapposizione a Bruxelles.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche sull&#8217;Ucraina non è detto che un cambio di governo produca uno stravolgimento immediato. Contratti già firmati, programmi industriali e impegni internazionali non evaporano il giorno dopo le elezioni. Le Pen potrebbe modificare il sostegno futuro a Kiev, ma dovrebbe fare i conti con gli interessi dell&#8217;industria della difesa e con le conseguenze strategiche di un disimpegno. In Italia, una sua vittoria potrebbe dare nuovo spazio alle componenti più nostalgicamente sovraniste della destra, ma la necessità di mantenere credibilità finanziaria e rapporti con gli alleati rende improbabile una conversione improvvisa. Anche qui, la retorica può permettersi tutto; il governo un po&#8217; meno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fin qui, si potrebbe obiettare, siamo nel territorio consueto di bilanci, alleanze e promesse elettorali. Ma il problema è più profondo: riguarda la difficoltà delle società europee di definire che cosa vogliono preservare e a quali condizioni intendono cambiare. Quando le istituzioni non riescono a garantire servizi efficienti, una prospettiva economica credibile e un senso di appartenenza condiviso, ogni questione diventa terreno di scontro identitario. È allora che le difficoltà materiali si trasformano in battaglie simboliche e che le risposte semplici acquistano un fascino sproporzionato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che cosa intendiamo, dunque, quando parliamo di Europa? Non una razza e neppure un mercato anonimo, ma una comunità storica costruita attraverso lingue, istituzioni, tradizioni e conflitti. Dalla filosofia greca al diritto romano, dal cristianesimo all&#8217;Illuminismo, fino al costituzionalismo e alle conquiste sociali, esiste una vicenda comune che non cancella le differenze nazionali, ma le rende parte di una storia più ampia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi arriva in Italia o in Francia può diventare parte di questa comunità. L&#8217;integrazione, però, richiede il rispetto delle leggi, la conoscenza della lingua e l&#8217;accettazione delle libertà fondamentali. La cittadinanza non è un timbro da collezionare: comporta diritti e responsabilità. Non significa chiedere a chi arriva di cancellare la propria cultura d&#8217;origine, ma riconoscere che la convivenza richiede regole condivise. La libertà religiosa tutela ogni fede; non autorizza a imporre precetti religiosi alla collettività. L&#8217;uguaglianza davanti alla legge vale per tutti, indipendentemente dalle origini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per troppo tempo una parte delle classi dirigenti europee ha trattato ogni richiesta di maggiore integrazione come una concessione alla destra identitaria. Così ha finito per confondere l&#8217;accoglienza con l&#8217;assenza di regole, lasciando ad altri il compito di raccogliere le preoccupazioni dei cittadini. Ma l&#8217;errore opposto è altrettanto grave: trasformare ogni immigrato in una minaccia e ogni differenza culturale in un conflitto inevitabile. Una comunità sicura di sé non ha bisogno né di chiudersi né di fingere che i problemi non esistano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le manifestazioni pro-Palestina e la cosiddetta «generazione Gaza» mostrano quanto sia facile che un conflitto esterno diventi una frattura interna. L&#8217;indignazione per le vittime civili e la devastazione della Striscia è comprensibile. Criticare il governo israeliano non significa sostenere Hamas, così come condannare il massacro del 7 ottobre non obbliga a giustificare qualsiasi azione successiva di Israele. Il problema nasce quando la solidarietà diventa uno strumento per legittimare organizzazioni terroristiche, giustificare l&#8217;antisemitismo o trasformare il conflitto mediorientale in una guerra simbolica contro le democrazie europee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È ragionevole chiedersi quanto queste mobilitazioni siano state sfruttate da soggetti interessati a destabilizzare l&#8217;Occidente. La guerra ibrida comprende disinformazione, propaganda e operazioni capaci di amplificare divisioni già esistenti. Ma attribuire l&#8217;intero movimento a una regia esterna richiede prove, non impressioni. È più plausibile che governi stranieri, gruppi radicali e soggetti europei abbiano cercato di sfruttare, ciascuno per i propri fini, una mobilitazione composta da persone con motivazioni differenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fra i giovani di origine immigrata, la questione palestinese può intrecciarsi con la storia familiare e con la sensazione di essere considerati cittadini di serie B. In una parte della borghesia europea può invece diventare il simbolo di un dissenso più generale verso le istituzioni occidentali. Queste motivazioni possono incontrarsi in piazza senza coincidere. Il rischio è che le classi dirigenti continuino a rispondere con dichiarazioni di principio, mentre altri trasformano le fratture sociali in strumenti di mobilitazione e influenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 7 ottobre avrebbe dovuto imporre una riflessione lucida sulla brutalità di Hamas, sulla sicurezza di Israele e sulle condizioni in cui vive la popolazione palestinese. Troppo spesso, invece, si è scelto un pezzo del problema, lasciando cadere tutto il resto. È stato un errore grave, perché ha consentito a chiunque avesse interesse ad approfondire le divisioni di trovare terreno fertile. La formula «peggio di un crimine, un errore» conserva qui tutta la sua amarezza: non perché la storia sia una partita a scacchi con un solo responsabile, ma perché ignorare le conseguenze delle proprie scelte non le rende meno reali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione francese, in fondo, non riguarda soltanto chi vincerà le prossime elezioni. Riguarda un&#8217;intera Europa che ha rimandato troppo a lungo il confronto con i limiti del proprio modello economico, con la crisi delle istituzioni e con le condizioni della convivenza. Le Pen e Mélenchon offrono risposte opposte, ma entrambi prosperano su una domanda che il sistema esistente non ha saputo soddisfare. Lo stesso vale per le contraddizioni dell&#8217;Unione, per le divisioni sull&#8217;Ucraina e per le fratture interne alimentate dal conflitto mediorientale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il conto arriva sempre. La differenza è che, quando si evita di presentarlo ai cittadini, finisce per essere riscosso da chi promette di cancellarlo. E di solito, a quel punto, il prezzo è più alto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Francesco Cozzolino)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>1: Vedo nelle proteste studentesche francesi richieste concrete e legittime: riscaldamenti che funzionano, soffitti che non crollano, classi non sovraffollate, organici sufficienti. Il problema è che su queste istanze si innestano le solite frange che cercano il caos e usano la piazza per distruggere e “protestare contro il sistema”. Ma il punto vero è un altro: la Francia soffre la stessa malattia italiana, cioè un welfare costruito settant’anni fa su crescita economica e demografica infinite, oggi insostenibile. Debito, deficit, spread e difficoltà di finanziamento impongono riforme tipo Monti: pensioni, tasse, manovra “lacrime e sangue” da 54 miliardi al 2027. E come sempre il primo settore sacrificato è l’istruzione.<br><br>2: Si vota tra sei mesi e molte cose possono ancora cambiare, però per ora il vantaggio di Le Pen mi sembra solido e crescente. Anche senza immaginare una sua “conversione meloniana”, il quadro è chiaro: tensioni sociali e finanze pubbliche riducono gli spazi per praticare davvero il sovranismo. Le alternative politiche mi appaiono deboli: Glucksmann ha una caratura politica modesta, i liberali navigano nel “après Macron, le déluge”. La partita non è chiusa, ma i margini di manovra sono stretti.<br><br>3: La mia maggiore preoccupazione è Jean-Luc Mélenchon: voto a 16 anni, cancellazione del debito tramite Banca di Francia, pensioni a 60, anti-NATO, euroscetticismo, antinuclearismo, 100% rinnovabili al 2050, eliminazione dei pesticidi, dazi ecologici e tassa sugli extraprofitti. È un mix di peronismo e ambientalismo radicale che considero più pericoloso di Glucksmann. Nei commenti si parla di “rossobrunismo”, di concentrato di Conte-Salvini-Bonelli-Rizzo, e anch’io dubito che abbia davvero un’idea di cosa fare. Il rischio è che il malcontento venga cavalcato da promesse a debito.<br><br>4: Per capire le conseguenze di una vittoria di Le Pen, parto dai fatti: l’asse franco-tedesco si è già spezzato, e a romperlo sono stati i tedeschi. Abbandono dei programmi FCAS e MGCS, scelta di muoversi come centro di un cluster di nazioni più che dentro le strutture comunitarie, tagli al budget UE tranne difesa e competitività. Merz continua per la sua strada. Le Pen rischia di trovare le sue battaglie europee già vinte da altri: difficile immaginarla come nuova Orbán capace di intralciare il funzionamento dell’UE.<br><br>5: Sul fronte ucraino, gli aiuti diretti francesi non sono gran cosa e i contratti di fornitura sono già firmati o lo saranno prima delle elezioni di aprile. Difficile quindi immaginare grandi sconvolgimenti. Semmai, la sponda transalpina potrebbe far riscoprire alla destra italiana i suoi borborigmi sovranisti, ma gli equilibri della coalizione non suggeriscono una svolta simile.<br><br>6: Come interpretare tutto ciò in ottica europea in senso ampio? Per me l’Europa non è una razza né uno spazio vuoto: è una comunità storica con lingue, istituzioni, valori e memoria. Chiunque può diventarne parte, ma diventare europeo deve significare qualcosa: rispettare le leggi, imparare la lingua, accettare le libertà fondamentali e assumersi responsabilità verso la comunità. L’integrazione è entrare in una casa già esistente, non pretendere di ricostruirla intorno a chi arriva; la cittadinanza è appartenenza e responsabilità, non un timbro. Su questo sfondo vedo una guerra ibrida a geometria variabile: il movimento pro-Pal e la “generazione Gaza” sono stati lasciati crescere come massa d’urto manipolabile, capace di tenere insieme seconde generazioni e borghesia europea. L’Occidente paga ora la propria ignavia e miopia, perché la lezione del 7 ottobre non è stata raccolta: peggio di un crimine, un errore.<br><br>Articolo: 1, 2, 3, 4, 5, 6. Approfondisci dove ritieni necessario.<br><br>Assumendo l'identità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/francesco-cozzolino/" data-type="page" data-id="85">Francesco Cozzolino</a> descritta sopra, scrivi un Articolo; usa un tono irriverente, ironico, sarcastico. Non iniziare con "C'è qualcosa di..." Scrivilo in paragrafi compatti, senza eccessiva frammentazione; utilizza il meno possibile la formula "non... non... non..." ed "e qui...". Evita pure prosa saggistico-argomentativa ad alto impatto retorico, di taglio epigrammatico e dal finale ammonitorio.</pre>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Donald Trump, il peggior nemico dell&#8217;Occidente</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2026 07:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Per anni abbiamo guardato a Vladimir Putin come alla principale minaccia per la sicurezza europea. Abbiamo seguito l’invasione dell’Ucraina, le interferenze russe nelle elezioni, le campagne di disinformazione e il sostegno ai movimenti che puntano a dividere le democrazie occidentali. Abbiamo imparato a riconoscere il metodo del Cremlino: sfruttare le fratture interne, screditare le istituzioni, [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Per anni abbiamo guardato a Vladimir Putin come alla principale minaccia per la sicurezza europea. Abbiamo seguito l’invasione dell’Ucraina, le interferenze russe nelle elezioni, le campagne di disinformazione e il sostegno ai movimenti che puntano a dividere le democrazie occidentali. Abbiamo imparato a riconoscere il metodo del Cremlino: sfruttare le fratture interne, screditare le istituzioni, indebolire le alleanze e trasformare ogni segno di esitazione in un’occasione per avanzare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi Donald Trump è tornato alla Casa Bianca. E una domanda che l’Europa avrebbe dovuto porsi molto prima è diventata impossibile da evitare: che cosa succede quando la principale potenza dell’Occidente comincia a mettere in discussione proprio gli strumenti che hanno permesso all’Occidente di difendersi?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non parliamo di un avversario ai confini dell’alleanza, né di una potenza autoritaria che cerca di penetrare nelle nostre istituzioni. Parliamo del presidente degli Stati Uniti, del paese che dispone della maggiore capacità di proiezione militare della NATO, del sistema finanziario più influente del mondo e di un’enorme capacità di condizionare gli equilibri internazionali. Quando Washington cambia direzione, il resto dell’Occidente non può voltarsi dall’altra parte e aspettare che passi la tempesta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure continuiamo a discutere di Trump soprattutto attraverso una domanda: è un agente di Putin? L’indagine di Robert Mueller sulle elezioni americane del 2016 documentò un’interferenza russa estesa e sistematica, oltre a numerosi contatti tra persone vicine alla campagna trumpiana e interlocutori russi. Non accertò una cospirazione criminale tra la campagna e il governo di Mosca. È un dato che va rispettato. Ma trasformare l’assenza di una prova di collusione in una certificazione generale delle scelte di Trump è un errore di categoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non serve essere al servizio di una potenza straniera per danneggiare gli interessi del proprio paese. Basta indebolirne le alleanze, compromettere la credibilità dei suoi impegni e favorire una distribuzione del potere internazionale che avvantaggi gli avversari. Le motivazioni possono essere diverse: ideologia, calcolo elettorale, interesse personale o una concezione del mondo che considera le alleanze un fastidio. Le conseguenze, però, restano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Ucraina è il caso più evidente. Nell’aprile 2025, la proposta americana per porre fine alla guerra contemplava il riconoscimento statunitense della sovranità russa sulla Crimea, il riconoscimento di fatto del controllo russo su altri territori occupati, la rinuncia ucraina all’adesione alla NATO e la rimozione delle sanzioni americane imposte alla Russia dal 2014. Erano previste anche garanzie di sicurezza per Kiev, la ricostruzione del paese e una ripresa della cooperazione economica tra Washington e Mosca. Non era un accordo concluso, ma indicava una direzione precisa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Russia avrebbe potuto ottenere concessioni territoriali e strategiche dopo aver invaso un paese sovrano. L’Ucraina avrebbe dovuto rinunciare a una parte delle proprie aspirazioni di sicurezza, mentre gli Stati Uniti avrebbero aperto la strada alla normalizzazione dei rapporti con Mosca. La proposta conteneva elementi da negoziare, ma il suo squilibrio era evidente: il paese aggredito era chiamato ad accettare perdite sostanziali, mentre l’aggressore poteva consolidare una parte dei risultati ottenuti con la forza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi invoca la necessità di concludere la guerra ha ragione su un punto: ogni giorno di combattimenti produce morti, distruzione e nuove sofferenze. Ma la velocità di un accordo non è una misura sufficiente della sua qualità. Se l’aggressione consente di conquistare territori e poi di usarli come moneta di scambio, il messaggio al resto del mondo è devastante. La forza diventa un investimento: si invade, si resiste alle sanzioni, si aspetta che la stanchezza degli avversari faccia il resto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una simile conclusione non sarebbe soltanto una sconfitta per Kiev. Metterebbe in discussione la credibilità delle garanzie occidentali per tutti i paesi che dipendono da esse. Perché un alleato dovrebbe fidarsi degli impegni americani se questi possono essere rinegoziati unilateralmente quando cambia il presidente? E quale incentivo avrebbe una potenza revisionista a rispettare le regole se può ottenere risultati migliori mettendole alla prova?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione va ben oltre l’Ucraina. Per decenni la presenza americana ha contribuito a rendere credibile la deterrenza della NATO e a contenere le ambizioni delle potenze ostili. Non è mai stata una storia senza ipocrisie: Washington ha commesso errori gravissimi, sostenuto regimi discutibili e perseguito i propri interessi anche a scapito dei principi proclamati. Ma l’architettura delle alleanze occidentali ha offerto un quadro di cooperazione e sicurezza che nessun paese europeo sarebbe stato in grado di garantire da solo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trump tratta questo sistema come una transazione da rinegoziare a ogni occasione. Gli alleati devono dimostrare di meritare protezione; gli impegni vengono subordinati a convenienze immediate; la sicurezza collettiva rischia di diventare un servizio da acquistare alle condizioni stabilite dal fornitore. È una concezione che può sembrare pragmatica a chi considera le relazioni internazionali una gara tra interessi nazionali. Ma trascura un dettaglio essenziale: la deterrenza funziona quando l’avversario crede che gli alleati agiranno insieme. Se ogni impegno diventa incerto, anche una potenza militarmente inferiore può trovare lo spazio per avanzare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Cremlino conosce bene il valore di queste divisioni. Non deve necessariamente sconfiggere la NATO in una guerra convenzionale: gli basta che i governi europei dubitino della disponibilità americana a intervenire e che una risposta comune diventi sempre più difficile da concordare. Un’alleanza può conservare una forza militare formidabile, ma perdere efficacia se si incrina la fiducia reciproca che la tiene insieme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il movimento MAGA non è un semplice contorno folcloristico della presidenza Trump. È il progetto che dà continuità ideologica a questa trasformazione. Le sue componenti sono diverse: isolazionisti, nazionalisti economici, conservatori religiosi, oppositori delle élite e sostenitori di una presidenza dotata di poteri sempre più ampi. Non sono tutti filorussi, e descriverli come un blocco omogeneo sarebbe una caricatura. Ma alcune delle loro priorità convergono con gli interessi del Cremlino: ridimensionare le alleanze, delegittimare le istituzioni multilaterali, indebolire l’integrazione europea e trasformare le democrazie alleate in avversarie culturali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa convergenza non richiede un comando centrale. Una parte dell’elettorato MAGA vuole che gli Stati Uniti smettano di sostenere gli alleati; un’altra vede nell’Unione europea un ostacolo alla sovranità nazionale; un’altra ancora considera le istituzioni liberali un sistema da smantellare. Per ragioni differenti, queste posizioni possono produrre lo stesso risultato: un Occidente più diviso, meno prevedibile e meno capace di opporsi alle potenze autoritarie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema investe anche la tenuta della democrazia americana. Un ordine libero non si regge soltanto sulle elezioni, ma anche su una magistratura indipendente, un’informazione libera, regole valide per chi governa e un’opposizione che non venga trattata come un nemico interno. Le elezioni conferiscono un mandato; non rendono ogni decisione del vincitore immune da critiche, né cancellano il valore dei contrappesi istituzionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando un movimento presenta sistematicamente le istituzioni come nemiche, delegittima gli avversari e identifica la volontà del leader con quella dell’intero paese, la competizione democratica rischia di trasformarsi in una lotta per il potere senza limiti. Non ogni critica alle élite è autoritaria, ma il quadro cambia quando l’ostilità alle istituzioni diventa un programma di governo e la fedeltà personale prende il posto delle regole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’America non è diventata una dittatura, e sarebbe sbagliato descriverla come tale. Ma non occorre aspettare che una democrazia cessi formalmente di esserlo per prendere sul serio l’indebolimento dei suoi contrappesi. Le istituzioni possono essere svuotate gradualmente, le norme diventare strumenti selettivi e la fiducia pubblica essere corrosa fino a rendere ogni abuso una semplice questione di appartenenza. È proprio il peso degli Stati Uniti a rendere questa evoluzione una questione che riguarda tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche l’Europa ha le sue responsabilità. Per decenni molti governi hanno rinviato gli investimenti nella difesa, ridotto le scorte militari e lasciato indebolire capacità industriali essenziali. Hanno creduto che l’interdipendenza economica avrebbe moderato le ambizioni russe e che l’ombrello americano sarebbe rimasto disponibile a prescindere dalle circostanze. L’invasione dell’Ucraina ha dimostrato quanto fosse fragile questa convinzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli errori europei impongono di correggere la dipendenza, non giustificano l’indebolimento delle alleanze da parte di Washington. Servono capacità produttive, acquisti coordinati, una deterrenza credibile e una strategia comune. Un’Europa capace di difendersi sarebbe meno vulnerabile alle pressioni di Mosca e meno esposta alle oscillazioni della politica americana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il nazionalismo promette di restituire sovranità ai singoli paesi, ma in un continente composto da Stati che da soli non possono competere con le grandi potenze la frammentazione rischia di produrre l’effetto opposto. Un paese isolato può conservare piena libertà formale di scelta e avere pochissime possibilità di imporre le proprie condizioni. La sovranità non consiste soltanto nel poter dire di no: richiede anche la forza necessaria perché quel no venga rispettato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La posta in gioco, dunque, non è una disputa tra Trump e i suoi avversari, né una controversia su quanto spendere per la difesa. È la possibilità di conservare un sistema nel quale le alleanze abbiano un valore durevole, le aggressioni non siano premiate e il potere sia limitato da regole e istituzioni. Russia e Cina restano potenze con interessi strategici propri, capaci di minacciare gli equilibri internazionali. Putin ha invaso l’Ucraina e il suo regime reprime il dissenso: minimizzare queste responsabilità sarebbe assurdo. Ma una minaccia esterna è più facile da contrastare quando il sistema che deve contenerla resta coeso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questa la contraddizione imposta da Trump e dai MAGA. Gli Stati Uniti dispongono di una potenza militare, economica e culturale che nessun alleato può sostituire in tempi brevi. Se quella potenza viene impiegata per rendere incerto il sostegno agli alleati, screditare le istituzioni liberali e smontare la cooperazione internazionale, il danno non riguarda soltanto la reputazione di un presidente: investe la capacità stessa dell’Occidente di agire come sistema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il pericolo va misurato sulle conseguenze, non soltanto sulle dichiarazioni più provocatorie di Trump o sui suoi rapporti personali con Putin. Un’Ucraina spinta verso un accordo che rischia di premiare l’aggressione, un’Europa costretta a dubitare delle garanzie americane e istituzioni democratiche sottoposte a una pressione crescente sono aspetti di un unico problema. Le responsabilità dei regimi autoritari restano intatte, ma contrastarli diventa più difficile quando la principale potenza occidentale contribuisce a indebolire il fronte comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Continuare a considerare Trump una parentesi, MAGA una bizzarria elettorale o le sue aperture a Mosca una serie di incidenti negoziali significa sottovalutare la portata della trasformazione. Potrebbe non essere una parentesi, ma un cambiamento duraturo nel modo in cui gli Stati Uniti concepiscono il proprio ruolo nel mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco perché il problema non è soltanto che cosa Putin voglia fare all’Occidente, ma che cosa Trump e i MAGA stiano facendo dell’Occidente dall’interno. Oggi rappresentano il pericolo più grave che il mondo libero deve affrontare dall’interno: perché possono indebolire le alleanze, erodere le istituzioni democratiche e compromettere proprio il sistema che dovrebbe proteggerlo. Finché non saremo disposti a riconoscerlo, continueremo a cercare il pericolo soltanto oltre i nostri confini, mentre una parte decisiva della partita si gioca nel cuore stesso della democrazia americana.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Serena Russo)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>1: Le parole e le azioni di Donald Trump degli ultimi giorni confermano una linea già chiara da tempo: per gli Usa l’alleato prioritario non è più l’Europa, ma la Russia. Il piano di pace americano per l’Ucraina dell’**aprile 2025** — la cosiddetta “offerta finale”, illustrata a **Parigi il 17 aprile** e resa pubblica il **23 aprile** — non imponeva solo la sconfitta militare ucraina: prevedeva anche una supervisione russa, in partnership con gli Usa, sulla politica estera dei paesi europei, riducendone la sovranità e assegnando a Mosca un ruolo da padrone nel continente. Solo la reazione compatta degli europei costrinse allora Washington a fare marcia indietro. Tenetelo a mente: Trump è disposto a sacrificare la sicurezza europea sull’altare di un’intesa con Mosca.<br><br>2: Partiamo dal **rapporto Mueller**. Fu il risultato dell’indagine del procuratore speciale Robert Mueller, nominato nel **maggio 2017** dal vice ministro della Giustizia Rod Rosenstein, pochi giorni dopo il licenziamento del direttore dell’FBI James Comey. L’inchiesta durò **22 mesi**, costò circa **25 milioni di dollari** e si concluse nel **marzo 2019** con un rapporto di oltre **400 pagine**. Mueller, ex capo dell’FBI stimato da entrambi i partiti, doveva accertare due cose: se la campagna di Trump avesse cooperato con la Russia per influenzare le elezioni del 2016 e se il presidente avesse poi cercato di ostacolare la giustizia.<br><br>3: Stando al rapporto di Robert Mueller, non ci sono prove sufficienti per dire che Trump o i suoi collaboratori fossero agenti non registrati al servizio di Mosca o sotto il controllo diretto del Cremlino. L’indagine accertò che la Russia aveva interferito nella campagna elettorale in modo «radicale e sistematico» e che tra il governo russo e il comitato elettorale di Trump c’erano stati «numerosi contatti». Tuttavia non si arrivò alla conclusione che quei contatti costituissero una cospirazione o un coordinamento criminale. Va poi ricordato che Mueller **non dichiarò Trump esonerato** dall’accusa di ostruzione alla giustizia: scrisse che, se avesse avuto la certezza che il presidente non aveva commesso ostruzione, lo avrebbe detto, ma che a quella conclusione non era possibile arrivare. Dunque non un “asset” criminale, ma nemmeno un rapporto limpido.<br><br>4: La conclusione più solida è che Trump non è un asset reclutato dal Cremlino, ma ha avuto e vuole tornare ad avere forti interessi commerciali con la Russia. E qui scatta la chiave politica: la base MAGA vuole isolazionismo, disimpegno militare dall’Europa e considera l’UE un nemico ideologico. Il documento sulla sicurezza nazionale del 2025 lo dice in modo esplicito: l’Europa è modello negativo e l’UE è nemico da combattere sostenendo i partiti sovranisti. Non serve un complotto: basta la convergenza tra interessi economici e ideologia.<br><br>5: Da qui la linea politica è coerente: lasciare l’Ucraina al suo destino ricavandone il massimo; riaprire prima i rapporti d’affari con Mosca e poi, se possibile, quelli politici e strategici; trattare l’Europa come teatro secondario e combattere l’UE. Trump è ostile a Ucraina e UE non perché sia un asset russo, ma perché lui e i MAGA vedono l’Ucraina come un peso inutile e l’UE come nemico ideologico. Oggettivamente, questo indebolisce l’Occidente e premia l’aggressione russa.<br><br>6: Il problema è che l’Europa non sembra capirlo: in Italia hanno successo i critici dell’UE a destra e a sinistra, e i giovani urlano di spendere meno per le armi in un continente che già spende pochissimo per la difesa. Dovremmo produrci le armi da soli, non per fare la guerra alla Russia, ma per deterrenza: farle capire che deve smettere di allargarsi. E non sottovaluterei la Francia, che con le prossime elezioni rischia di avviarsi verso il primo grande tentativo di distruzione dell’UE. Per tutti questi motivi, la conclusione è chiara: **Trump e i MAGA rappresentano il maggior pericolo per l’Occidente e per il mondo libero**. Non perché siano necessariamente agenti russi, ma perché uniscono interessi con Mosca, ostilità verso l’Europa, disimpegno dalle alleanze e legittimazione degli autoritarismi. Prima lo capiremo, meglio sarà.<br><br>articolo: 1, 2, 3, 4 ,5, 6; approfondisco dove necessario.  <br><br>Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/serena-russo/" data-type="page" data-id="75">Serena Russo</a>; usa un tono tagliente e ironico. Rendilo immersivo. Non abusare dell'aggettivo "geopolitico", e della forma "non... non... non...". Fallo in paragrafi compatti, non pieno di a capo. non usare "e qui...", "ed è qui che...". Non dare titoli ai paragrafi, non usare "politico" e "geopolitico" se non occorre. Non ripetere i concetti. Non mi mettere link.</pre>
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		<title>Il conformismo dei buoni e gli eroi di comodo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2026 12:08:33 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Alleanza Verdi e Sinistra]]></category>
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<p class="wp-block-paragraph">Per anni abbiamo coltivato una convinzione rassicurante: studiare ci avrebbe resi migliori, leggere ci avrebbe resi più liberi, conoscere la storia ci avrebbe vaccinati contro i suoi orrori. Bastava investire nella scuola, aprire biblioteche, educare al dialogo. Il progresso morale sarebbe arrivato quasi per inerzia, come un aggiornamento automatico del sistema operativo. Peccato che il sistema continui a riavviarsi con gli stessi bug.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cultura può allargare lo sguardo e affinare il giudizio. Può anche fornire alle nostre superstizioni un vocabolario più elegante. La storia è piena di persone istruite che hanno giustificato atrocità con argomentazioni raffinate, capaci di sezionare un testo antico e incapaci di riconoscere la disumanità davanti alla porta di casa. La preparazione culturale non è una patente di nobiltà morale: è uno strumento, e nelle mani sbagliate consente di fare danni più sofisticati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema nasce quando la cultura smette di essere un esercizio di libertà e diventa un certificato di appartenenza. Quando la scuola suggerisce quali conclusioni siano socialmente presentabili, il confronto viene celebrato nei convegni e sanzionato nella pratica, e una persona viene giudicata non per la solidità dei suoi argomenti ma per la sua posizione nella graduatoria delle virtù. Il pensiero critico è ammesso a una condizione: che arrivi alla risposta giusta, possibilmente prima ancora di aver formulato la domanda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La nuova ortodossia morale è particolarmente abile nel travestirsi da emancipazione. Parla di inclusione, ma stabilisce chi meriti di essere escluso; invoca il dialogo, purché l&#8217;interlocutore abbia già firmato la dichiarazione di resa; predica la pace e distribuisce patenti di legittimità alla violenza secondo l&#8217;identità di chi la esercita e la causa che dichiara di servire. Non occorre equiparare ogni conformismo a un regime totalitario per riconoscere una dinamica inquietante: il dissenso diventa sospetto, la complessità un alibi, la domanda scomoda una provocazione. Il tribunale morale lavora a pieno regime, con una particolarità: la sentenza precede il processo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso di Marwan Barghouti è un eccellente banco di prova, proprio perché costringe a uscire dalla comodità degli slogan. Esponenti del PD e di Alleanza Verdi e Sinistra hanno promosso iniziative per chiederne la liberazione, presentandolo come un «prigioniero politico». La definizione suggerisce che la detenzione sia legata alla sua attività politica e alla causa palestinese. Ma una formula efficace in piazza può diventare una scorciatoia quando viene usata per cancellare tutto ciò che disturba la narrazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Barghouti è una figura di primo piano di Fatah, fu legato alla leadership di Tanzim ed è stato condannato da un tribunale israeliano a cinque ergastoli per il suo coinvolgimento in attacchi mortali contro civili israeliani. Fu assolto da altri capi d&#8217;accusa, dettaglio che merita di essere ricordato anche se raramente trova posto nei manifesti. Le procedure giudiziarie e le condizioni del processo sono state contestate: le critiche al sistema giudiziario militare israeliano non possono essere liquidate con una scrollata di spalle. Ma contestare un processo non dimostra automaticamente l&#8217;innocenza dell&#8217;imputato, così come una condanna non rende superfluo esaminare le garanzie processuali. La serietà comincia quando si riesce a tenere insieme entrambe le cose.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Definirlo un prigioniero politico può esprimere una valutazione sulla natura della sua detenzione. Usare quell&#8217;etichetta come una sentenza assolutoria è un altro mestiere. Se un dirigente condannato per fatti di sangue diventa, nel racconto pubblico, soltanto un uomo perseguitato per le proprie idee, siamo passati dall&#8217;analisi alla cosmesi. E la cosmesi, per quanto ben applicata, non cambia i lineamenti della storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proviamo a invertire la prospettiva. Se un esponente delle Brigate Rosse o dei NAR fosse stato condannato per il coinvolgimento in omicidi, sarebbe sufficiente definirlo un prigioniero politico per trasformarlo in un simbolo di riconciliazione nazionale? Naturalmente no. La sua detenzione, le garanzie processuali e l&#8217;eventuale evoluzione delle sue posizioni andrebbero esaminate nel merito. Il paragone non pretende di sovrapporre contesti storici diversi: serve a mettere in luce un doppio standard. Ciò che giudicheremmo imperdonabile nella nostra storia diventa improvvisamente comprensibile, o persino eroico, quando accade altrove e coinvolge una causa che ci è simpatica. La distanza geografica aiuta: permette di trasformare il sangue in un concetto e le vittime in una nota a piè di pagina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da qui a fare di Barghouti il Nelson Mandela palestinese, però, il salto è notevole. Mandela trascorse ventisette anni in carcere, ma la sua statura storica non deriva semplicemente dall&#8217;essere stato imprigionato da un regime ingiusto. Conta il percorso politico che intraprese, la capacità di contribuire a una transizione e la scelta di costruire un ordine comune senza fare della vendetta il principio fondativo del futuro. Ridurlo a un detenuto diventato famoso significa ignorare proprio ciò che lo rese Mandela.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Barghouti potrebbe svolgere un ruolo importante nella politica palestinese? È una domanda legittima, forse persino necessaria. È popolare, radicato in Fatah e percepito da molti palestinesi come un dirigente capace di parlare oltre le divisioni interne. La sua eventuale liberazione potrebbe modificare gli equilibri di una leadership screditata e incapace di offrire una prospettiva credibile. Ma la popolarità non dimostra la moderazione, così come la detenzione non certifica la saggezza. La possibilità che un uomo cambi va valutata sulle sue dichiarazioni, sulle sue scelte e sugli impegni che sarebbe disposto ad assumersi. Il curriculum non sostituisce il programma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualcuno potrebbe obiettare che anche Menachem Begin, già dirigente dell&#8217;Irgun e figura associata a una stagione di violenza, arrivò a firmare la pace con l&#8217;Egitto. È vero. Ma la lezione non è che ogni uomo con un passato armato sia destinato a diventare un uomo di pace: è che quel passato non esclude necessariamente una trasformazione. Begin accettò un accordo che comportava il ritiro israeliano dal Sinai. La pace non fu un premio alla sua biografia, ma il risultato di una scelta verificabile. Invocare il precedente senza chiarire quali concessioni, garanzie e rinunce Barghouti sarebbe disposto ad accettare significa usare la storia come un distributore automatico di speranze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione, del resto, non è se i palestinesi abbiano diritto a uno Stato. Ne hanno diritto. È come arrivarci, con quali confini, quali garanzie di sicurezza e quale riconoscimento reciproco. La soluzione a due Stati resta una prospettiva ragionevole, ma non può reggersi sulla finzione che la sicurezza israeliana sia un dettaglio da affrontare dopo la cerimonia inaugurale. Il 7 ottobre 2023 ha dimostrato che la minaccia contro i civili israeliani non è un&#8217;astrazione. La devastazione di Gaza e le sofferenze della popolazione palestinese dimostrano, altrettanto chiaramente, che la sicurezza non può diventare il lasciapassare per una guerra senza sbocco politico o per la negazione indefinita dei diritti di un intero popolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le responsabilità vanno accertate caso per caso, non distribuite in parti uguali per ottenere una simmetria elegante. Il governo israeliano può essere criticato per l&#8217;espansione degli insediamenti, la condotta della guerra e l&#8217;assenza di una strategia credibile verso uno Stato palestinese. Le leadership palestinesi devono rispondere del terrorismo, del rifiuto di compromessi, della corruzione e dell&#8217;autoritarismo. Una critica non assolve l&#8217;altra. Riconoscere i diritti di un popolo non comporta la cancellazione di quelli dell&#8217;altro, e la sicurezza non può essere costruita rendendo permanente l&#8217;assenza di una prospettiva politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche l&#8217;affermazione secondo cui i palestinesi avrebbero respinto senza eccezioni ogni proposta di due Stati dal 1947 al 2014 è troppo sbrigativa per reggere a un esame storico. Le leadership palestinesi hanno assunto posizioni differenti nel corso dei decenni. Nel 1988 l&#8217;OLP compì un passaggio importante verso il riconoscimento della partizione e nel 1993 riconobbe formalmente Israele nel quadro degli accordi di Oslo. Seguirono negoziati, aperture, fallimenti e occasioni mancate, con responsabilità diverse a seconda dei momenti e degli attori. Non è una storia edificante, ma la storia raramente si presta a essere riassunta in un verbale con un solo colpevole. Ricordare le occasioni perdute e le ambiguità delle leadership palestinesi è necessario; trasformarle in una sequenza ininterrotta di rifiuti serve più a confermare una tesi che a comprendere il conflitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se Barghouti o una leadership da lui influenzata volessero rendersi credibili come interlocutori di pace, dovrebbero dimostrare di poter riconoscere Israele come interlocutore permanente, contrastare gli attacchi contro i civili, accettare compromessi territoriali e costruire istituzioni capaci di governare. Israele, da parte sua, dovrebbe rendere credibile la prospettiva di uno Stato palestinese e fermare le politiche che ne erodono la fattibilità. Le garanzie di sicurezza devono essere concrete; altrettanto concreta deve essere la fine dell&#8217;occupazione. Un processo che chieda sacrifici soltanto a una parte non è un processo di pace: è una capitolazione con un ufficio stampa migliore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta la domanda iniziale: che cosa dovrebbe fare la cultura, se non rende automaticamente migliori? Dovrebbe insegnarci a diffidare delle certezze più gratificanti, soprattutto quando coincidono con quelle del nostro gruppo. Dovrebbe permetterci di riconoscere una sofferenza senza trasformarla in un&#8217;assoluzione universale, di condannare un crimine senza negare l&#8217;umanità di chi lo ha commesso, di difendere i diritti senza selezionare le vittime in base alla loro utilità narrativa. Soprattutto, dovrebbe aiutarci a distinguere tra spiegare e giustificare, tra comprendere una causa e approvarne ogni mezzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se serve soltanto a decorare i pregiudizi e rendere presentabili le nostre omissioni, allora abbiamo investito molto nell&#8217;istruzione e imparato pochissimo. Abbiamo sostituito il ragionamento con la parola d&#8217;ordine e la ricerca della verità con la selezione delle verità compatibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Barghouti potrebbe un giorno contribuire a una svolta, oppure deludere chi oggi lo investe di aspettative salvifiche. Nessuno può saperlo in anticipo. Possiamo però pretendere impegni verificabili, valutare le azioni e applicare gli stessi criteri anche ai nostri beniamini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cultura non è la capacità di citare Mandela al momento opportuno. È ricordarsi che Mandela era una persona, non un santino da agitare contro chi fa domande scomode. E la libertà di pensiero non si misura da quanto siamo bravi a smascherare il fanatismo degli altri. Si misura da quanto siamo disposti a riconoscerlo quando si presenta con la nostra bandiera, il nostro lessico e la nostra migliore faccia da persone perbene.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Serena Russo)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>1: Per gran parte della mia vita ho creduto che istruzione, studio e conoscenza fossero strumenti di emancipazione e fondamento del progresso morale e civile: una collettività più colta sarebbe stata più libera, più razionale, meno esposta al fanatismo e all’autoritarismo. Oggi devo ammenda: quella convinzione è fallita.<br><br>2: Decenni di retorica sulla centralità della cultura, sulla scuola emancipatrice, sul pacifismo e sull’inclusione hanno prodotto l’opposto. Le istituzioni che dovevano formare pensiero critico sono diventate apparati di conformismo. Il confronto razionale è stato sostituito dalla scomunica morale; i fatti sono subordinati alle appartenenze. Si proclama il pluralismo, ma ogni dissenso viene considerato intollerabile.<br><br>3: Questa nuova ortodossia si presenta come compimento della libertà mentre ne è la negazione: predica inclusione praticando esclusione, invoca pace legittimando violenza compatibile, denuncia il dogmatismo amministrando il monopolio della verità. Si sono riprodotti meccanismi totalitari: il dissenso diventa colpa, l’avversario nemico, il giudizio individuale obbedienza alla dottrina. Non è fallita solo la trasmissione del sapere: è fallita un’antropologia pedagogica che pretendeva di far discendere automaticamente dalla cultura la virtù, dalla conoscenza la libertà, dall’istruzione la superiorità morale.<br><br>4: Il caso di questi giorni è la dimostrazione plastica di tutto questo. PD e AVS hanno organizzato un sit-in per la scarcerazione di Marwan Barghouti, definendolo “prigioniero politico”. Ma lui non è un prigioniero politico: è un detenuto condannato a cinque ergastoli da un tribunale civile israeliano, regolarmente, per terrorismo. È stato a capo del braccio armato dell’OLP, i Tanzim, e responsabile di vari attentati con molte vittime, non solo israeliane. Nello stesso processo è stato assolto da altri 33 capi d’accusa. Definirlo prigioniero politico equivale a dirlo dei capi delle BR o dei NAR. Non dubito che il Campo Largo ne farà il proprio Nelson Mandela.<br><br>5: Detto ciò, chi mi conosce sa che sono favorevole all’unica soluzione fattibile: due Stati per due popoli, con garanzie rigidissime per impedire un nuovo 7 ottobre. Ma chi conosce la storia sa che i palestinesi, dal 1947 e dalla risoluzione ONU 181 fino almeno al 2014, si sono sempre opposti. Questo governo non va, Abu Mazen nemmeno. Con altri partner forse. L’unico che, a mio avviso, potrebbe guidare i palestinesi è proprio Barghouti: dopo oltre vent’anni di carcere è pragmatico, laico, non fondamentalista, e vincerebbe eventuali elezioni nell’ANP. Come Begin, falco, fece la pace con l’Egitto.<br><br><br>articolo: 1, 2, 3, 4 ,5; approfondisco dove necessario.    <br>    <br>Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/serena-russo/" data-type="page" data-id="75">Serena Russo</a>; usa un tono tagliente e ironico. Rendilo immersivo. Non abusare dell'aggettivo "geopolitico", e della forma "non... non... non...". Fallo in paragrafi compatti, non pieno di a capo. non usare "e qui...", "ed è qui che...". Non dare titoli ai paragrafi, non usare "politico" e "geopolitico" se non occorre. Non ripetere i concetti. Non mi mettere link.</pre>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Una cura che aggrava la malattia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2026 08:38:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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<p class="wp-block-paragraph">Immaginiamo una giovane coppia che cerchi casa in una grande città europea. Entrambi lavorano, hanno stipendi dignitosi e magari cominciano a pensare a un figlio. Passano le serate davanti agli annunci immobiliari, calcolano quanto possono spendere, visitano appartamenti che sembrano progettati per mettere alla prova la loro capacità di adattamento. Quando finalmente trovano qualcosa di decente, scoprono che la concorrenza è tale da dover decidere in poche ore, accettando condizioni che fino a qualche anno prima avrebbero giudicato assurde.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una scena ordinaria, da Milano a Barcellona, da Berlino ad Amsterdam. La crisi degli affitti ha conseguenze che vanno ben oltre il bilancio familiare: condiziona la mobilità del lavoro, ritarda le scelte di vita e rende più difficile trasferirsi dove esistono opportunità. Davanti a un problema tanto concreto, la tentazione di intervenire direttamente sul prezzo è comprensibile. Se gli affitti sono troppo alti, si stabilisce un tetto; se i proprietari chiedono troppo, si impedisce loro di farlo. Semplice, immediato, rassicurante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La politica ama le soluzioni che si possono spiegare in una frase. L&#8217;economia, purtroppo, ha il vizio di complicarle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il controllo dei canoni torna periodicamente al centro del dibattito europeo, presentato come una misura di giustizia sociale contro un mercato immobiliare che esclude fasce crescenti della popolazione. In Spagna, il governo di Pedro Sánchez ha puntato sulla regolamentazione degli affitti nelle aree sotto pressione abitativa. In Germania, Berlino ha sperimentato una delle forme più radicali di congelamento dei canoni. In Catalogna, i limiti agli aumenti sono diventati terreno di confronto tra intenzioni dichiarate e risultati effettivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione, tuttavia, non è se sia giusto impedire che una famiglia venga espulsa dal mercato degli affitti. È come farlo senza rendere ancora più difficile l&#8217;accesso alla casa per chi ne cerca una. Il controllo dei canoni può ridurre il prezzo pagato da alcuni inquilini, ma non aumenta il numero delle abitazioni disponibili. Questa è la distinzione che il dibattito pubblico tende a eludere: un tetto agli affitti interviene sul costo di una risorsa scarsa, non sulla sua scarsità. Se la domanda supera l&#8217;offerta, imporre un prezzo più basso non fa comparire nuovi appartamenti. Cambia invece il modo in cui quelli esistenti vengono assegnati e gli incentivi di chi potrebbe metterne altri sul mercato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il controllo degli affitti ha una lunga storia. È stato introdotto durante le guerre, nelle fasi di forte inflazione e nei periodi di scarsità abitativa. La sua attrattiva è evidente: impedire che il canone salga oltre una soglia stabilita può offrire un sollievo immediato agli inquilini che già occupano un appartamento. In un mercato in cui i redditi crescono meno dei prezzi immobiliari, proteggere la stabilità abitativa è un obiettivo legittimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma bisogna distinguere la protezione di chi ha già una casa dalla possibilità di trovarne una per chi ne ha bisogno. Una famiglia che paga un affitto regolamentato può guadagnarci; una famiglia che cerca casa per la prima volta potrebbe ritrovarsi davanti a un mercato con meno appartamenti disponibili, una selezione più severa da parte dei proprietari e prezzi più alti per gli immobili esclusi dal controllo. Due persone con redditi simili possono così trovarsi in condizioni molto diverse soltanto perché una ha firmato il contratto prima dell&#8217;introduzione della norma e l&#8217;altra dopo. Una politica concepita per tutelare i più deboli rischia di creare una distinzione tra chi è già dentro e chi resta fuori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il meccanismo economico è noto. Se il prezzo di un bene viene mantenuto artificialmente al di sotto del livello al quale domanda e offerta si incontrerebbero, la quantità richiesta tende a superare quella offerta. Nel mercato immobiliare le cose sono più articolate: gli appartamenti non sono tutti uguali, i contratti hanno durate differenti e costruire nuove abitazioni richiede tempo, capitale, terreni e autorizzazioni. Ma proprio queste caratteristiche rendono rischioso intervenire sui prezzi ignorando il resto del sistema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un proprietario che ritiene insufficiente il rendimento di un immobile può decidere di venderlo, rinviare una ristrutturazione o limitare le spese di manutenzione. Un investitore può finanziare un progetto in un&#8217;altra città o in un altro settore. Un&#8217;impresa edile può rinunciare a costruire appartamenti destinati alla locazione se prevede che i ricavi futuri non copriranno adeguatamente i costi. Nessuna di queste reazioni richiede un complotto contro gli inquilini. È sufficiente che le persone rispondano agli incentivi economici, come fanno quando scelgono un lavoro o decidono se ristrutturare la cucina. Chi considera scandaloso questo comportamento dovrebbe spiegare perché ritiene razionale per tutti gli altri cercare un rendimento adeguato, ma irragionevole per chi investe nel mercato immobiliare fare altrettanto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente, non tutte le forme di controllo producono gli stessi effetti. Contano il livello del limite, la durata della misura, le possibilità di adeguamento all&#8217;inflazione e le eventuali esenzioni per le nuove costruzioni. Un sistema moderato, accompagnato da un aumento dell&#8217;offerta, può avere conseguenze differenti da un congelamento generalizzato e rigido. La teoria economica individua i meccanismi da considerare; l&#8217;analisi empirica serve a capire quanto pesino nei casi reali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una rassegna della letteratura empirica pubblicata nel 2022 ha stimato una riduzione media degli affitti regolamentati del 9,4%, associata però anche a effetti negativi sull&#8217;offerta e a un aumento dei canoni negli altri segmenti del mercato. Si tratta di una media ricavata da studi eterogenei, non di una previsione valida per ogni città. Il risultato è comunque istruttivo: il vantaggio ottenuto da alcuni inquilini può accompagnarsi a maggiori difficoltà per chi cerca un alloggio altrove. La ricerca segnala inoltre conseguenze sulla mobilità residenziale e sull&#8217;allocazione delle abitazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quest&#8217;ultimo aspetto merita attenzione. Pensiamo a una coppia che viva in un appartamento con un canone bloccato, molto inferiore ai prezzi correnti. Quando arriva un figlio, la casa diventa troppo piccola, ma trasferirsi significherebbe affrontare un affitto molto più alto. La coppia decide quindi di restare, adattandosi a spazi ormai insufficienti. Nel frattempo, un&#8217;altra famiglia cerca proprio un appartamento di quelle dimensioni, senza riuscire a trovarlo. Il prezzo calmierato ha protetto economicamente chi già occupava la casa, ma ha anche creato un incentivo a non lasciarla, rendendo più difficile la riallocazione degli alloggi secondo le esigenze delle famiglie. Non significa che l&#8217;appartamento resterebbe vuoto in caso di trasloco, ma che il vantaggio economico legato al vecchio contratto può scoraggiare un trasferimento che sarebbe utile sia alla coppia sia a chi cerca casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Catalogna offre un caso particolarmente istruttivo, anche perché mostra quanto sia facile trarre conclusioni premature. Nel settembre 2020, la regione introdusse un sistema di controllo degli affitti in numerosi comuni caratterizzati da tensioni abitative. La normativa fissava limiti legati ai prezzi di riferimento e, in generale, impediva di superare il canone precedente, con alcune eccezioni. Nel marzo 2022 il provvedimento fu dichiarato incostituzionale per ragioni legate alle competenze legislative e cessò di essere applicato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le prime valutazioni rilevarono una diminuzione dei canoni nell&#8217;ordine del 4-6%. Sarebbe scorretto ignorare questo risultato: la regolamentazione riuscì effettivamente a contenere gli affitti medi. Uno studio basato sui registri amministrativi dei contratti non trovò, inoltre, evidenze di una riduzione dell&#8217;offerta complessiva nel periodo esaminato. Altre analisi hanno restituito un quadro meno rassicurante. Uno studio di Joan Monràs e José García Montalvo ha stimato che una parte significativa della diminuzione dei prezzi osservata fosse riconducibile anche a cambiamenti nella composizione degli immobili disponibili. Un&#8217;altra analisi ha rilevato che gli affitti degli immobili inizialmente più costosi erano scesi, mentre quelli degli appartamenti nella fascia più economica avevano registrato aumenti moderati. Nel campione esaminato, i nuovi contratti erano diminuiti di circa il 10%, con una contrazione concentrata soprattutto negli immobili più costosi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli studi non concordano su tutti gli effetti e le stime dipendono dai periodi e dai metodi utilizzati. La conclusione, quindi, non è che la legge catalana abbia fallito sotto ogni aspetto, ma che la riduzione del canone medio non basta a dimostrare un miglioramento generalizzato dell&#8217;accessibilità abitativa. Se i prezzi scendono soprattutto per gli appartamenti che partivano da livelli elevati, il beneficio può raggiungere anche famiglie relativamente benestanti. Chi cerca un alloggio economico, invece, potrebbe continuare a trovare poca scelta e prezzi sostenuti. La redistribuzione delle risorse, insomma, non segue necessariamente la direzione auspicata da chi ha scritto la legge.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spostiamoci a Berlino, dove nel febbraio 2020 entrò in vigore il <em>Mietendeckel</em>, uno dei tentativi più radicali di congelare gli affitti di una grande capitale europea. Il provvedimento impose limiti ai canoni per una larga parte degli immobili residenziali esistenti, con soglie determinate anche in funzione delle caratteristiche degli appartamenti. L&#8217;effetto sui prezzi richiesti fu immediato: gli affitti pubblicizzati degli immobili interessati diminuirono sensibilmente. Era il risultato che i sostenitori si aspettavano e sarebbe scorretto negarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il mercato reagì però anche sulla quantità di abitazioni offerte in locazione. Uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista <em>Management Science</em> ha riscontrato una significativa riduzione degli immobili pubblicizzati in affitto a Berlino, oltre a un aumento relativo dei canoni nelle aree limitrofe non soggette alla stessa regolamentazione. Una parte degli appartamenti sembra essere uscita in modo persistente dal mercato della locazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per comprendere il meccanismo basta immaginare un proprietario che debba scegliere tra affittare il proprio appartamento a un canone imposto e venderlo. Se le condizioni economiche rendono più conveniente la seconda opzione, la casa può scomparire dal mercato degli affitti. Non viene demolita: semplicemente, non è più disponibile per chi cerca una locazione. Altri proprietari possono rinviare le decisioni o attendere chiarimenti normativi. Nel frattempo, chi ha bisogno di una casa deve competere per un numero inferiore di appartamenti. Una parte della domanda si riversa sui comuni vicini, contribuendo a esercitare pressione sui loro prezzi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 15 aprile 2021 il Tribunale costituzionale federale tedesco dichiarò nullo il provvedimento. La motivazione fu giuridica, non una sentenza sull&#8217;efficacia economica del controllo degli affitti: Berlino non aveva competenza per introdurre una disciplina autonoma della materia in presenza della normativa federale già vigente. Le conseguenze pratiche furono pesanti per alcuni inquilini che avevano beneficiato dei canoni ridotti: venuta meno la legge, si trovarono a dover versare le differenze rispetto agli importi dovuti secondo il quadro normativo applicabile. Un intervento presentato come protezione poteva così trasformarsi in un problema finanziario improvviso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sarebbe corretto attribuire ogni difficoltà abitativa berlinese al <em>Mietendeckel</em>: la città affrontava già una forte pressione della domanda e le decisioni immobiliari dipendono da numerosi fattori. Né possiamo sostenere che ogni investimento sia stato cancellato o che tutti gli appartamenti siano stati convertiti in vendite. La conclusione più solida è più circoscritta: la compressione dei canoni fu accompagnata da una riduzione dell&#8217;offerta pubblicizzata, da effetti sui comuni confinanti e da un&#8217;incertezza normativa tutt&#8217;altro che irrilevante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I casi di Catalogna e Berlino mostrano perché il successo di una politica abitativa non possa essere misurato soltanto dal prezzo degli appartamenti che restano sul mercato. Bisogna considerare anche quanti alloggi vengono offerti, chi riesce a trovarli, come si distribuiscono i benefici e quali conseguenze emergono nel tempo. Un canone più basso è un risultato concreto; un mercato con meno case disponibili è un costo altrettanto concreto. Ignorare uno dei due significa raccontare soltanto metà della vicenda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che cosa dovremmo fare, allora, davanti a una crisi abitativa reale? Occorre distinguere l&#8217;emergenza dalla soluzione strutturale. Se una famiglia rischia di perdere la casa, un sostegno economico mirato può essere necessario e urgente. Se una città è diventata inaccessibile per lavoratori, giovani coppie e studenti, bisogna invece aumentare la disponibilità di alloggi e rimuovere gli ostacoli che impediscono all&#8217;offerta di rispondere alla domanda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo significa ridurre i tempi e la complessità delle autorizzazioni, rendere disponibili terreni edificabili, migliorare i collegamenti con le aree meno costose e recuperare gli immobili inutilizzati. Dove il mercato privato non soddisfa i bisogni delle fasce più fragili, serve anche un&#8217;edilizia sociale adeguata. Non basta invocare genericamente più case: bisogna creare le condizioni perché vengano costruite o rimesse sul mercato, in luoghi compatibili con le esigenze di chi deve abitarle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la fiscalità e gli incentivi vanno disegnati con attenzione. Un sussidio generalizzato può finire per alimentare la domanda senza aumentare il numero degli alloggi disponibili, trasferendo una parte del beneficio ai proprietari attraverso prezzi più elevati. Gli aiuti dovrebbero raggiungere soprattutto chi è in difficoltà, mentre le politiche strutturali devono favorire un incremento effettivo dell&#8217;offerta. La questione, del resto, va ben oltre il costo mensile di un appartamento: quando trovare casa diventa proibitivo, diventa più difficile cambiare lavoro, trasferirsi dove esistono opportunità o costruire una famiglia. Una città che espelle chi ci lavora finisce per compromettere anche la propria economia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il controllo dei canoni può offrire una protezione temporanea a chi già occupa un&#8217;abitazione, ma non crea nuove case. Se diventa la risposta principale alla scarsità, rischia di dividere il mercato tra inquilini relativamente protetti e persone che faticano persino a trovare un appartamento. È una distinzione fondamentale, troppo spesso sacrificata alla ricerca di risultati immediatamente visibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La tentazione di aggirare il problema attraversa destra e sinistra. Cambiano il linguaggio e i nemici di turno, ma la promessa resta simile: proteggere i cittadini dalle conseguenze di un mercato difficile senza affrontarne le cause. Una norma che impone un tetto è facile da annunciare; riformare le procedure urbanistiche, conciliare interessi locali contrastanti e investire in infrastrutture richiede tempo, denaro e la disponibilità ad assumersi responsabilità impopolari. Ecco perché il blocco degli affitti è così seducente per chi cerca consenso: offre un risultato immediatamente comprensibile, almeno per una parte della popolazione, senza garantire che il problema complessivo migliori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La crisi degli affitti non si risolve comprimendo il prezzo di una risorsa scarsa, ma rendendola più accessibile e disponibile. Gli aiuti mirati possono proteggere chi è in difficoltà; il resto richiede più abitazioni, regole meno onerose e decisioni coerenti con gli obiettivi dichiarati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La casa è un bene troppo importante per essere affidata agli slogan. I cittadini non hanno bisogno di una nuova promessa di controllo, ma di politiche capaci di aumentare le loro possibilità concrete di trovare un alloggio. Tutto il resto rischia di essere soltanto immobilismo, con il vestito nuovo della soluzione definitiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Emma Nicheli)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>1: Blocco degli affitti: la soluzione o un boomerang? Dopo il tentativo fallito di Sánchez in Spagna, se ne parla di nuovo in tutta Europa. Ma prima di tifare per questa misura, vale la pena guardare cosa dicono teoria e dati. Non è la soluzione magica che sembra.<br><br>2: La teoria dice che il blocco dei canoni dovrebbe fermare l’aumento degli affitti e aiutare gli inquilini più deboli. Però crea anche squilibri: domanda alta, offerta bassa, meno case in affitto, meno nuove costruzioni, proprietari che vendono o tagliano la manutenzione, e famiglie bloccate in abitazioni non adatte.<br><br>3: La ricerca globale del 2022 conferma: gli affitti scendono in media del 9,4%, ma emergono tutti gli effetti negativi. Meno alloggi offerti, nuove costruzioni ridotte, domanda spostata altrove con prezzi in aumento, qualità peggiore e cattiva allocazione delle famiglie.<br><br>4: In Catalogna, dopo una legge aggressiva del 2020, uno studio iniziale parlava di successo. Ma analisi più approfondite mostrano che i prezzi sono scesi solo per le case di pregio, mentre sono aumentati per quelle peggiori. Hanno beneficiato soprattutto inquilini benestanti, e i nuovi contratti sono calati del 10-20%.<br><br>5: Berlino 2020-2021 è il caso da manuale: affitti giù, ma crollo dell’offerta, domanda verso i comuni vicini, appartamenti convertiti in vendite, immobilismo residenziale e doppi contratti per l’incostituzionalità. Le grandi società hanno fermato i progetti, aggravando la crisi abitativa.<br><br>6: Morale: il blocco degli affitti o peggiora la situazione o, nel migliore dei casi, è inutile. È populismo irrazionale, non solo di destra. Finché si ignorano le evidenze, il ciclo continua: politiche sbagliate, gente più in difficoltà, più populismo.<br><br>articolo: 1,2,3,4,5,6; approfondisco dove necessario.<br><br>Assumendo la personalità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/emma-nicheli/" data-type="page" data-id="63">Emma Nicheli</a>, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia.  Rendi l'articolo immersivo. Non usare "i numeri raccontano una storia...", non abusare degli aggettivi "politico" e "geopolitico". Non iniziare con "C'è...", non abusare di "e qui...", "ed è", "ed è qui che" e di successioni di "non... non... non...". Non mi intitolare i paragrafi</pre>
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		<title>Operazione Residency</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2026 07:57:49 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Vorrei estendere il discorso accennato di recente: la trasformazione della musica dal vivo da rito collettivo ad asset finanziario e speculativo. Il paradosso della <em>residency</em> moderna è forse il caso più interessante da osservare, perché mostra come una formula antica abbia assunto una funzione economica molto diversa da quella originaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fra gli anni Trenta e Sessanta, da Muddy Waters nei club di Chicago a James Brown all&#8217;Apollo di Harlem, passando per i musicisti jazz che lavoravano al Village Vanguard, al Five Spot o al Blackhawk di San Francisco, suonare regolarmente nello stesso locale era innanzitutto un modo per guadagnarsi da vivere. Il musicista aveva bisogno di un posto in cui lavorare, il locale di qualcuno capace di attirare il pubblico: l&#8217;incontro fra le due esigenze generava un circuito relativamente stabile, nel quale la musica poteva svilupparsi sera dopo sera. Naturalmente, sarebbe sciocco trasformare questa realtà in una cartolina romantica. Il lavoro era spesso durissimo, i compensi modesti e, nel caso dei musicisti afroamericani, il razzismo imponeva ostacoli che la nostalgia dei frequentatori di dischi tende comodamente a dimenticare. Ma proprio perché si trattava di un&#8217;attività quotidiana, la musica non doveva necessariamente assumere i contorni di un avvenimento eccezionale. Si andava in un locale, si ascoltava una band, si tornava la settimana successiva. E i musicisti, nel frattempo, lavoravano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un dettaglio meno banale di quanto sembri. Una formazione che suona per settimane davanti a un pubblico abituale può modificare gli arrangiamenti, allungare un brano, scoprire che una soluzione funziona meglio di un&#8217;altra. Può sbagliare, correggersi, prendere confidenza con il repertorio e con i propri compagni. La musica non è un prodotto confezionato una volta per tutte, da riprodurre fedelmente davanti a una platea convocata per l&#8217;occasione: è anche un mestiere che si perfeziona attraverso la ripetizione. Il jazz conosce bene questa dinamica. Le differenze fra le esecuzioni dello stesso standard, le variazioni di un assolo, le trasformazioni del linguaggio di un musicista si comprendono molto meglio se si tiene presente che dietro i dischi esistono serate, ingaggi, collaborazioni e repertori provati fino a diventare familiari. Anche il blues, con tutta la sua varietà di forme e tradizioni, è una musica viva, non una reliquia da museo. Bisogna però spiegarglielo a quella parte del pubblico rock che lo considera una faccenda di dodici battute utile a ricostruire l&#8217;albero genealogico di Eric Clapton, o che pensa che il jazz cominci e finisca con Miles Davis. Sono tradizioni di straordinaria ricchezza, tuttora capaci di produrre musica di qualità e varietà impressionanti. Ridurle a rispettabili antenati del rock dice molto più sui limiti di certi ascoltatori che sulle musiche in questione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La registrazione di <em>Live at the Apollo</em> di James Brown, effettuata nel 1962 e pubblicata nel 1963, offre un esempio particolarmente efficace di ciò che poteva significare una relazione consolidata fra artista, luogo e pubblico. Non si tratta semplicemente di un grande disco dal vivo. È la testimonianza di una macchina musicale affinata attraverso il lavoro, capace di governare tempi, tensioni e reazioni della platea con una precisione impressionante. Quella sera non nasceva dal nulla: era il risultato di un&#8217;attività professionale, di una band allenata e di un rapporto con un pubblico che sapeva riconoscere e alimentare lo spettacolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La <em>residency</em>, insomma, non è un&#8217;invenzione contemporanea. La novità è la funzione che può assumere quando a praticarla non è un musicista in cerca di un ingaggio stabile, ma una superstar capace di trasformare una città in una destinazione internazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli Stati Uniti la continuità del lavoro dal vivo non è mai scomparsa del tutto. Il circuito dei jazz club conserva, con tutte le difficoltà del caso, una dimensione nella quale la musica può essere un&#8217;attività ordinaria. Lo stesso vale per numerose scene legate alla cultura delle jam band, dove seguire un gruppo significa anche frequentare una comunità che si ritrova lungo un itinerario di concerti. Non è un paradiso, e non tutto ciò che avviene in un club è automaticamente più autentico di quanto accada in uno stadio. Ma la presenza di circuiti regolari cambia il rapporto fra musicista e pubblico: il concerto non deve ogni volta giustificarsi come un evento irripetibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Italia, come in buona parte dell&#8217;Europa, il quadro è diverso. Esistono locali, festival, associazioni e scene musicali di grande interesse, spesso tenuti in piedi da persone che lavorano con mezzi limitati e una quantità di passione inversamente proporzionale ai margini economici. Sarebbe ingiusto ignorarli. Tuttavia, nel mercato della musica popolare di maggiore richiamo, il concerto tende a presentarsi soprattutto come un appuntamento eccezionale: una data, una città, una serata da non perdere. Se un artista passa vicino a casa una volta ogni cinque anni, è naturale che l&#8217;appuntamento diventi un&#8217;occasione da segnare sul calendario e da ricordare a lungo. Il problema emerge quando l&#8217;eccezionalità diventa la modalità prevalente di fruizione, a scapito delle occasioni più regolari di ascolto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È su questo terreno che la <em>residency</em> contemporanea trova la propria collocazione. Prendiamo gli U2 alla Sphere di Las Vegas, con la serie di concerti avviata nel settembre 2023 e conclusa nel marzo 2024. Quaranta spettacoli, oltre 663.000 biglietti venduti e un incasso riportato di circa 244,5 milioni di dollari. La Sphere non è un semplice teatro nel quale si monta un impianto audio migliore del solito. È una struttura progettata per integrare schermi giganteschi, immagini immersive, suono e scenografia in un ambiente tecnologico che diventa parte integrante dello spettacolo. Gli U2 hanno potuto costruire una produzione difficilmente replicabile altrove, mentre la sede fissa ha consentito di concentrare risorse e organizzazione su un solo impianto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista artistico, il risultato può avere un interesse autentico. La tecnologia non rende automaticamente un concerto una truffa, così come un amplificatore da diecimila euro non trasforma automaticamente il suo proprietario in un musicista migliore. Una produzione del genere può offrire possibilità espressive notevoli, e sarebbe sciocco negarlo per partito preso. La sede fissa offre inoltre vantaggi organizzativi: una volta allestita la produzione, gli spettacoli possono essere replicati senza dover trasportare e ricostruire ogni volta l&#8217;intera macchina. Il pubblico arriva da fuori città e alimenta alberghi, ristoranti e servizi turistici. Las Vegas dispone già dell&#8217;infrastruttura necessaria per trasformare un concerto in un fine settimana di intrattenimento; la residency si inserisce in un sistema che sa vendere l&#8217;esperienza nel suo complesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La conseguenza è un cambiamento nella geografia del concerto. Non è più necessario portare lo spettacolo in decine di città: si concentra la produzione in una sede e si invita il pubblico internazionale a raggiungerla. Il viaggio comprende trasporto, albergo, ristorazione e permanenza nella città ospitante. La musica resta il motivo principale, ma diventa anche il fulcro di un&#8217;esperienza turistica più ampia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è poi una dimensione simbolica. L&#8217;esperienza non è soltanto qualcosa che facciamo: è qualcosa che mostriamo di aver fatto. La fotografia davanti al palco, il video condiviso e il racconto del viaggio diventano parte della memoria del concerto, ma anche della sua esposizione pubblica. I social media amplificano un comportamento antico — raccontare agli altri dove siamo stati e che cosa abbiamo visto — e lo rendono immediato. Aver assistito a uno spettacolo raro può così acquistare un valore che va oltre la musica ascoltata. Il costo e la difficoltà di accesso contribuiscono a rendere l&#8217;esperienza distintiva: non tutti possono permettersela, e proprio questa esclusività può diventare parte del suo fascino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;industria ha imparato a intercettare questa disponibilità attraverso pacchetti VIP, accessi privilegiati, merchandising esclusivo e servizi aggiuntivi. Il mercato secondario completa il quadro: quando la domanda supera l&#8217;offerta, la scarsità può far lievitare il prezzo dei biglietti, trasformandoli in beni da rivendere. In questi casi il prezzo non dipende soltanto dai costi di produzione o dalla qualità dello spettacolo, ma anche dal prestigio dell&#8217;evento e dalla disponibilità del pubblico a pagare per un&#8217;esperienza esclusiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La residency dei Metallica alla Sphere, annunciata per l&#8217;autunno 2026 e destinata a proseguire fino al marzo 2027, porta il discorso in un territorio particolarmente interessante per chi segue il rock. Il calendario prevede ventiquattro spettacoli, organizzati secondo la formula dei <em>No Repeat Weekends</em>: chi acquista entrambe le serate di un fine settimana troverà scalette differenti. Per il fan, l&#8217;idea ha una sua attrattiva evidente. I Metallica possiedono un repertorio abbastanza vasto da sostenere più concerti con scalette diverse, e la possibilità di ascoltare brani raramente eseguiti dal vivo può rendere ogni serata interessante. Non c&#8217;è nulla di scorretto, in sé, nel proporre due spettacoli differenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La formula, però, offre anche un incentivo a comprare due biglietti anziché uno. Se una serata non contiene tutto ciò che si desidera ascoltare, l&#8217;altra può diventare irrinunciabile. Per chi arriva dall&#8217;estero, la scelta comporta un viaggio da organizzare e una spesa maggiore. La differenziazione delle scalette può essere una decisione artistica genuina e, allo stesso tempo, una buona strategia commerciale: le due cose non si escludono. Non occorre accusare gli artisti di cinismo; basta riconoscere che, nel grande spettacolo contemporaneo, le scelte musicali si intrecciano inevitabilmente con il modo in cui viene organizzata e venduta l&#8217;offerta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente, il pubblico non è una vittima inconsapevole. Molti fan sono perfettamente contenti di spendere cifre importanti per un concerto, magari perché hanno risparmiato per mesi o perché considerano quell&#8217;esperienza una priorità assoluta. Non c&#8217;è niente di scandaloso. Il problema nasce quando la partecipazione alla musica dal vivo dipende sempre più dalla disponibilità economica, dalla mobilità geografica e dal tempo libero. Chi può permettersi un viaggio a Las Vegas, due notti in albergo e più spettacoli dispone di opportunità che dipendono anche dal reddito, dal lavoro, dalla famiglia e dalla libertà di assentarsi per qualche giorno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo non significa che ogni euro speso per una superstar venga sottratto direttamente a un piccolo locale, né che le residency provochino automaticamente la scomparsa dei circuiti indipendenti. Il rapporto è più complesso. Resta però il fatto che una cultura musicale non può vivere soltanto di appuntamenti eccezionali: ha bisogno anche di luoghi in cui suonare, ascoltare, imparare e tornare. Il giovane musicista non può costruire una carriera se l&#8217;unica prospettiva immaginabile è quella di diventare abbastanza famoso da riempire un&#8217;arena. Servono occasioni intermedie, locali che programmino concerti, pubblico disposto a scoprire nomi sconosciuti e condizioni che consentano agli artisti di lavorare prima di diventare un marchio internazionale. La musica dal vivo è anche un ecosistema professionale, non soltanto una successione di grandi serate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il passato, naturalmente, non offre una soluzione pronta. I vecchi club non erano necessariamente più sostenibili, i musicisti non vivevano tutti dignitosamente e molte scene erano fragili. Non ha senso contrapporre una presunta età dell&#8217;oro a un presente completamente corrotto. Le grandi produzioni possono essere artisticamente ambiziose, i concerti costosi possono lasciare ricordi memorabili e una residency può consentire a una band di realizzare qualcosa che un tour tradizionale renderebbe impossibile. La questione è preservare anche le condizioni che permettono alla musica di esistere al di fuori dei grandi appuntamenti: locali, circuiti, occasioni di scoperta e pubblico disposto a tornare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non c&#8217;è bisogno di indignarsi per ogni biglietto costoso, né di rimpiangere un passato che non è mai stato così semplice come lo raccontiamo. Basta non confondere il successo commerciale con la salute di una cultura musicale. Una macchina da centinaia di milioni di dollari può produrre uno spettacolo straordinario; non per questo sostituisce il lavoro quotidiano di chi suona, programma concerti e tiene aperti i luoghi in cui la musica continua a vivere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vecchio bluesman restava in città perché qualcuno gli pagasse la serata. La superstar contemporanea può restarci perché migliaia di persone sono disposte a raggiungerla. In mezzo ci sono quasi un secolo di trasformazioni economiche, tecnologiche e culturali. La differenza non sta nel fatto che oggi la musica costi denaro — è sempre stato così — ma nel posto che occupa l&#8217;esperienza del concerto: attività culturale, occasione di incontro o prodotto esclusivo da acquistare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Purché, naturalmente, il conto arrivi dopo l&#8217;ultimo bis.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Luigi Colzi)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>1: Vorrei estendere qui un discorso accennato di recente: la trasformazione della musica dal vivo da rito collettivo ad asset finanziario e speculativo, di cui il paradosso della *residency* moderna è la cartina di tornasole perfetta. Tra gli anni '30 e '60 — da Muddy Waters nei club di Chicago a James Brown all'Apollo di Harlem, per non parlare delle attività dei musicisti jazz nei vari Village Vanguard, Five Spot, Blackhawk, Mannhole e chi pù ne ha... —, la residenza fissa era un’esigenza di sussistenza e un cantiere artigianale: stanziare nello stesso locale costava meno che viaggiare e serviva a collaudare il repertorio.<br>2: Negli USA questa radice sopravvive ancora nel circuito jazz e tra le *jam band*, grazie a una cultura diffusa dell'uscire per ascoltare musica dal vivo. In Italia e in Europa il modello non attecchisce: il live è ormai concepito quasi solo come "grande evento eccezionale" e i locali non hanno il bacino per sostenere più date consecutive.<br>3: Nel rock e nel pop mainstream l'asse si è completamente ribaltato. Oggi la *residency* è un feticcio per giganti (U2, Metallica) legato a cattedrali tecnologiche come la Sphere di Las Vegas. L'operazione è un puro *corporate cash-grab*: azzera i costi logistici dei tour e massimizza i profitti con biglietti alle stelle e pacchetti VIP.<br>4: Il dato spiazzante è che al pubblico va benissimo così. Anziché pretendere l'imprevedibilità del palco, le platee vestono i panni dei turisti musicali, sborsando cifre enormi per volare da altri continenti e collezionare date consecutive. È la consacrazione del grande concerto come bene di lusso ostentato per classi agiate.<br>5: Il contrasto è stridente. Siamo passati dal musicista blues stazionario nel club sotto casa per sbarcare il lunario, alla superstar immobilizzata in un'arena faraonica che pretende la transumanza dei fan da mezzo mondo. La *residency* si è trasformata nella sua caricatura più patinata: un simulacro che non va più verso le persone, ma ne esige il tributo.<br><br>Articolo: 1,2,3,4,5; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso. Assumendo la personalità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/luigi-colzi/" data-type="page" data-id="90">Luigi Colzi</a>, scrivi un articolo, usando un tono sarcastico e arguto. Fai paragrafi compatti, senza spezzettare in frasi con troppi a capo. Non cominciare con "Ah...". Non usare linee di separazione. Non intitolare i paragrafi con "Parte 1 - ...", e non dargli un titolo. Non iniziare con "'C'è...". Non usare la forma "non... non... non..."</pre>
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		<title>Russia First</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2026 07:56:06 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Donald Trump ha costruito la propria carriera politica promettendo di rimettere l’America al primo posto. Uno slogan semplice, efficace, perfetto per convincere gli elettori che qualcuno, prima di lui, abbia svenduto il Paese. Il problema comincia quando si passa dagli slogan alle decisioni concrete: alcune delle scelte della Casa Bianca sembrano infatti difficili da conciliare con gli interessi strategici che Trump sostiene di voler difendere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Jacob Kaarsbo, già senior analyst del servizio d’intelligence militare danese, il Forsvarets Efterretningstjeneste, dove ha lavorato per quindici anni, sostiene una tesi radicale: Trump sarebbe da tempo un <em>asset</em> russo, una figura che il Cremlino avrebbe coltivato attraverso rapporti con Putin, oligarchi e apparati russi fin dagli anni Novanta. L’analista richiama anche il ruolo che il denaro russo avrebbe avuto nel sostenere l’impero imprenditoriale di Trump e la scarsa incisività delle sanzioni contro Mosca approvate dal Congresso americano. Sono accuse pesanti, che richiedono prove solide. Ma la questione può essere affrontata anche da un’altra prospettiva: quali risultati producono le decisioni del presidente americano, al di là delle sue eventuali motivazioni personali?</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’ultimo esempio è un accordo sul diesel russo che, per dimensioni e conseguenze, assomiglia più a un gesto politico che a una soluzione energetica per gli Stati Uniti. Il primo carico in arrivo sarebbe inferiore al consumo americano di diesel nell’arco di ventiquattr’ore. Una quantità marginale per un Paese delle dimensioni degli Stati Uniti, che potrebbe compensarla aumentando di appena il quattro per cento le importazioni dal Canada. Il beneficio per l’approvvigionamento americano appare dunque minimo, mentre l’operazione offre a Mosca l’occasione di dimostrare che può ancora trovare interlocutori negli Stati Uniti nonostante la guerra in Ucraina e le sanzioni occidentali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se l’obiettivo fosse davvero garantire maggiore sicurezza energetica agli americani, esisterebbero alternative più semplici, a partire dal Canada, già integrato nel sistema commerciale nordamericano. Washington si assume invece il costo politico di riaprire una porta alla Russia per importare una quantità di carburante facilmente sostituibile. Si ottiene poco, si complica la propria posizione diplomatica e si può comunque presentare il risultato come una vittoria. Un capolavoro di efficienza, almeno secondo i criteri della comunicazione presidenziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La faccenda diventa ancora più surreale se si considera la situazione energetica russa. Secondo le informazioni riportate da Kaarsbo, Mosca avrebbe vietato le esportazioni di diesel mentre le difficoltà interne si aggravavano: circa il novanta per cento delle regioni segnalerebbe carenze e il settantacinque per cento starebbe razionando le vendite. La Russia sarebbe arrivata persino a importare diesel dalla Corea del Sud. Il Paese che ha fatto dell’energia una delle proprie principali armi di pressione internazionale si trova quindi alle prese con problemi di approvvigionamento sul mercato interno. In questo contesto, la spedizione verso gli Stati Uniti assume un significato che va oltre il suo valore commerciale: mostra quanto sia difficile isolare economicamente Mosca quando Washington stessa apre nuovi canali di scambio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una singola spedizione non risolve i problemi strutturali dell’economia russa e non modifica da sola gli equilibri della guerra. Il suo interesse sta soprattutto nella sproporzione tra il modesto ritorno energetico per gli Stati Uniti e il valore politico dell’operazione. È un dettaglio che merita attenzione anche per un’altra ragione: nella ricostruzione di Kaarsbo, i prezzi elevati del carburante sarebbero legati soprattutto alla guerra condotta da Trump contro l’Iran, più che agli attacchi ucraini contro le raffinerie russe, spesso indicati come causa delle tensioni sul mercato. La Casa Bianca contribuirebbe così a creare una parte del problema e cercherebbe poi una soluzione attraverso un accordo con Mosca. <em>America First</em>, certo. Purché nessuno chieda di controllare i conti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La petroliera Minerva Zen, partita da San Pietroburgo il 22 settembre e diretta a Wilmington, è il simbolo materiale dell’operazione. Una nave attraversa l’Atlantico e porta carburante russo negli Stati Uniti mentre la guerra in Ucraina continua. Comprare energia non equivale automaticamente a sostenere un conflitto, ma il commercio internazionale non vive nel vuoto: la scelta dei partner, i tempi e le condizioni di un accordo hanno un significato particolare quando sono in gioco sanzioni e sicurezza europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Kaarsbo collega l’apertura americana anche alla possibilità che Putin stia stringendo una rete di ricatti personali attorno a Trump. La sua ipotesi è che il presidente russo cerchi di sfruttare informazioni compromettenti, o <em>kompromat</em>, per indurre Washington a fare pressione sull’Ucraina. In questa ricostruzione, la riduzione della condivisione d’intelligence con Kyiv diventerebbe una leva decisiva: meno informazioni a disposizione degli ucraini significherebbero maggiori difficoltà nel contrastare gli attacchi russi e più pressione sul governo di Volodymyr Zelensky affinché accetti condizioni sfavorevoli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’esistenza di un sistema di ricatti personali richiede prove e non può essere trattata come un fatto accertato soltanto perché offre una spiegazione suggestiva. Il problema militare, però, è concreto: l’intelligence condivisa con Kyiv contribuisce alla capacità ucraina di individuare minacce e organizzare la difesa. Una sua eventuale riduzione avrebbe conseguenze operative, indipendentemente dalle ragioni che la determinassero. È su queste conseguenze che dovrebbe concentrarsi il dibattito, anziché trasformare ogni analisi in un processo alle intenzioni di Trump.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il quadro diplomatico merita attenzione. Gli incontri e i negoziati organizzati a Miami e Gedda potrebbero essere interpretati come tentativi di costruire una soluzione alla guerra, ma resta il dubbio che servano soprattutto a guadagnare tempo, mantenendo aperto il dialogo con Washington mentre la Russia continua a perseguire i propri obiettivi. Se i colloqui diventano un modo per rinviare decisioni difficili, attenuare le sanzioni e dividere gli alleati occidentali, la diplomazia rischia di trasformarsi in un esercizio di gestione del conflitto anziché in uno strumento per concluderlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo scenario assume particolare rilievo il ruolo di Kirill Dmitriev, interlocutore russo coinvolto nei contatti con gli americani. Secondo le ricostruzioni citate dall’analista, sul tavolo ci sarebbero anche accordi economici di ampia portata: il possibile ripristino del Nord Stream, con il sostegno dell’AfD tedesca; l’acquisto di attività estere di Lukoil per circa venti miliardi di dollari, coinvolgendo investitori degli Emirati Arabi Uniti e del Qatar; e un possibile allentamento delle sanzioni contro la Bielorussia di Aleksandr Lukashenko, alleato fondamentale di Putin. Si tratta di ipotesi e trattative da distinguere dagli accordi effettivamente conclusi. Il loro insieme suggerisce comunque che il dialogo con Mosca possa includere la riapertura di importanti canali economici mentre la guerra è ancora in corso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Nord Stream è molto più di un tubo sul fondo del Baltico. È stato uno strumento con cui la Russia ha costruito dipendenze economiche e politiche in Europa, sfruttando la necessità tedesca di energia a basso costo. Ripristinarlo significherebbe rimettere sul tavolo una delle principali vulnerabilità strategiche emerse negli ultimi anni. Quanto agli asset di Lukoil e alle sanzioni bielorusse, la domanda è semplice: quale contropartita concreta riceverebbero gli Stati Uniti e i loro alleati? Se la risposta fosse soltanto la promessa di Putin di comportarsi finalmente da interlocutore ragionevole, saremmo davanti a una fiducia mal riposta che la storia recente ha già ampiamente sconsigliato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trump ha fatto della propria capacità di concludere accordi una parte essenziale della sua immagine pubblica. Ogni controversia diventa una trattativa, ogni alleanza una voce di bilancio, ogni avversario qualcuno con cui sedersi a un tavolo per ottenere un vantaggio immediato. Il problema è che gli Stati non sono aziende da ristrutturare e la sicurezza internazionale non si misura soltanto in termini di guadagno a breve termine. Un’intesa può convenire a una cerchia di operatori economici e contemporaneamente compromettere gli interessi strategici del Paese che la promuove. Si può concludere un affare e ritrovarsi in una posizione peggiore di prima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La contraddizione con <em>America First</em> è evidente. Se l’interesse nazionale americano è davvero la bussola di Trump, quale vantaggio giustifica operazioni energetiche marginali, aperture economiche verso Mosca e pressioni sulla nazione invasa? La capacità di negoziare non si misura dal numero di accordi conclusi, ma dalle condizioni ottenute e dalle conseguenze che ne derivano. Un presidente non può rivendicare ogni intesa come una vittoria soltanto perché è riuscito a firmarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Congresso conserva strumenti per controllare l’esecutivo e limitare decisioni che compromettano gli interessi del Paese. Kaarsbo individua proprio nelle istituzioni americane un possibile argine, ma invita anche i leader europei a smettere di aspettare che Washington corregga da sola la propria rotta. Rafforzare la difesa comune, sostenere l’Ucraina e coordinare le sanzioni diventa indispensabile per ridurre la dipendenza dalle oscillazioni della Casa Bianca. L’Europa non può sostituire gli Stati Uniti in ogni campo, ma può evitare di lasciare che le proprie scelte di sicurezza dipendano interamente da quelle di un singolo presidente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta una domanda: quanto a lungo gli alleati americani possono ignorare la distanza tra le promesse di Trump e le sue decisioni? Le accuse di Kaarsbo richiedono verifiche; le scelte della Casa Bianca meritano un giudizio fondato sui loro effetti. <em>America First</em> è uno slogan. La sicurezza di un continente, purtroppo, non lo è.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Giancarlo Salvetti)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>Assumi la personalità di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/giancarlo-salvetti/" data-type="page" data-id="103">Giancarlo Salvetti</a>. Scrivi un articolo approfondito, immersivo e dal tono tagliente, ironico, brillante e marcatamente sarcastico, basandoti sulla scaletta e sui dati forniti di seguito. Non cercare sul web<br><br>[VINCOLI DI SCRITTURA]<br>\- Stile: Paragrafi compatti, flusso narrativo continuo. Non spezzettare in brevi frasi.<br>\- Divieti assoluti: NON usare linee di separazione (es. ---). Non abusare della parola "geopolitico" e "politico". Non abusare di "E qui" e "Ed è qui che"<br>\- Divieti linguistici: Evita formule come "è qui che" e strutture ripetitive come "non... non... non...".<br>\- Sviluppo: Amplia e approfondisci l'analisi dove ritieni necessario per dare forza al pezzo.<br><br>[SCALETTA E CONTENUTI]:<br>Queste non sono teorie complottiste da social: sono notizie e analisi sostenute da esperti come **Jacob Kaarsbo**, ex senior analyst ed esperto di intelligence per il **Danish Defence Intelligence Service** (Servizio d’Intelligence della Difesa Danese / **Forsvarets Efterretningstjeneste**), dove ha prestato servizio per 15 anni. Secondo Kaarsbo, l’accordo sul diesel tra Trump e Putin non è una semplice questione energetica, ma qualcosa di molto più grave.<br>Kaarsbo sostiene che Trump sia da anni un **asset russo**. I suoi legami con Putin, gli oligarchi e i servizi russi risalgono agli anni ’90: senza i soldi russi, dice, il suo impero societario sarebbe fallito. Per questo non avrebbe mai applicato davvero le sanzioni approvate dal Congresso.<br>L’accordo sul diesel, presentato come una maxi-intesa, sarebbe in realtà un **regalo in ritardo a Putin**. I prezzi alti del diesel non dipendono dagli attacchi ucraini alle raffinerie russe, ma dalla guerra di Trump contro l’Iran. I volumi previsti sono troppo bassi: il primo carico copre meno di 24 ore di consumo USA; basterebbe aumentare del 4% le importazioni dal Canada.<br>La Russia ha vietato l’export di diesel, il 90% delle regioni segnala carenze e il 75% ha razionato le vendite, arrivando a importare dalla Corea del Sud. Perché allora chiudere l’accordo? Secondo Kaarsbo, Putin vuole **stringere la rete di ricatti e kompromat** su Trump e spingere gli USA a premere sull’Ucraina, riducendo il supporto d’intelligence a Kyiv. Non a caso la petroliera **Minerva Zen** è partita da San Pietroburgo il 22 settembre ed è diretta a Wilmington.<br>I negoziati di Miami e Gedda sarebbero solo manovre dilatorie. Dietro le quinte, con **Kirill Dmitriev**, si discutono accordi energetici: ripristino dei gasdotti **Nord Stream** con l’appoggio dell’**AfD** tedesca; acquisto degli asset esteri di **Lukoil** per 20 miliardi con investitori di UAE e Qatar; allentamento delle sanzioni sulla **Bielorussia** di Lukashenko.<br>Se ancora non aveste capito: secondo questa analisi, Trump sta scongelando Putin e la sua rete eversiva. Solo il Congresso potrebbe bloccare questa deriva, ma da europei Kaarsbo esorta i leader europei a prendere in mano la situazione, senza attendere che l’America torni in sé.</pre>
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		<title>Spine dorsali cercansi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Scienza-Esatta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2026 07:00:00 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Donald Trump ha riassunto la propria politica estera in due mosse. Prima annuncia un’intesa con Vladimir Putin per le forniture di diesel russo e allenta temporaneamente le restrizioni sulle esportazioni. Poi dichiara che l’Ucraina dovrebbe scegliersi un altro presidente. Putin ottiene un’apertura economica, Volodymyr Zelensky una lezione di democrazia impartita dalla Casa Bianca. Nel frattempo, l’Ucraina continua a essere invasa e bombardata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trump ha presentato l’accordo come una risposta alla crescita dei prezzi dei carburanti negli Stati Uniti, aggravata dalla crisi energetica legata alla guerra con l’Iran. L’intesa prevede una prima fornitura di oltre 300 mila tonnellate di diesel, con ulteriori consegne annunciate per i mesi successivi. Resta da verificare quanto l’operazione riuscirà davvero a incidere sui prezzi. Il vantaggio immediato per Mosca, invece, è più facile da individuare: riaprire uno spazio commerciale per i propri prodotti energetici e incassare denaro mentre prosegue la guerra contro l’Ucraina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trump ha un talento raro: riesce a presentare qualsiasi giravolta come una prova della propria genialità. Se concede qualcosa a Putin, è perché sa negoziare; se mette sotto pressione Zelensky, è perché sa negoziare; se gli alleati protestano, evidentemente non hanno capito la genialità della negoziazione. Non occorre attendere i risultati: basta annunciare l’accordo, accendere le telecamere e proclamarsi vincitori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione è semplice: che cosa avrebbe ottenuto Washington in cambio dell’allentamento delle restrizioni? Quali impegni verificabili avrebbe assunto Mosca? E perché il costo dell’operazione dovrebbe ricadere proprio sull’Ucraina, che da anni subisce l’aggressione russa? Se l’obiettivo è abbassare i prezzi dei carburanti, occorre dimostrare che l’accordo possa riuscirci in misura significativa. Se invece il risultato è offrire nuove entrate alla Russia senza ottenere concessioni concrete, chiamarlo successo non lo trasforma in tale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma l’America di Trump non è tutta d’accordo con Trump. Al Congresso si sta preparando una risposta bipartisan. Il deputato repubblicano Brian Fitzpatrick ha annunciato un disegno di legge per bloccare qualsiasi acquisto di petrolio russo, con il nome di <em>Ronald Reagan Peace Through Strength Act</em>, la legge di Ronald Reagan sulla pace attraverso la forza. Il richiamo è eloquente: mentre il presidente cerca un’intesa energetica con Putin, alcuni suoi colleghi vogliono impedire che il denaro americano alimenti le risorse del Cremlino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fitzpatrick intende portare il testo al voto della Camera anche senza il consenso della leadership, attraverso una <em>discharge petition</em>: la procedura consente di forzare l’esame di una proposta se raccoglie le firme di almeno 218 deputati. Il repubblicano prevede un sostegno molto ampio; il collega Don Bacon ha già dichiarato che appoggerà l’iniziativa. Per ora il provvedimento è stato annunciato, non approvato, e il percorso parlamentare resta da compiere. Ma il segnale è chiaro: la contestazione dell’intesa con Mosca attraversa anche il Partito repubblicano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La contraddizione americana diventa ancora più evidente il 10 ottobre 2026, quando Trump invoca la necessità che l’Ucraina abbia un nuovo presidente, accusando Zelensky di non essere riuscito a concludere un accordo. È una dichiarazione che rovescia i termini della questione. La Russia ha invaso un Paese sovrano, ma a essere messo sotto esame è il presidente del Paese aggredito, perché non ha accettato una soluzione gradita a Washington.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La democrazia, evidentemente, è sacra quando porta alla Casa Bianca il candidato giusto; altrove può diventare una questione da ridiscutere su suggerimento americano. Zelensky può essere criticato, come qualsiasi capo di governo, e le scelte ucraine possono essere discusse. Ma decidere chi debba guidare l’Ucraina spetta agli ucraini, non al presidente degli Stati Uniti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella stessa giornata, un attacco russo a Zaporizhzhia ha ucciso civili. Mentre Trump tratta con Putin e rimprovera Zelensky, le bombe russe continuano a colpire città ucraine. Il presidente americano sembra interessato soprattutto a ottenere un accordo da esibire come vittoria personale. Una fotografia con una stretta di mano, però, non basta a garantire che Mosca rispetti gli impegni o rinunci a nuove aggressioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A quanto pare, nel mondo trumpiano consultare gli alleati è una perdita di tempo: molto meglio telefonare al capo del problema e annunciare che il problema è risolto. Ma la Russia non ha abbandonato i propri obiettivi in Ucraina e le aperture economiche non sono, da sole, una strategia diplomatica. Se Mosca incassa e continua a combattere, l’affare sarà stato vantaggioso per il Cremlino, non per la sicurezza europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa dovrebbe smettere di comportarsi come se la propria sicurezza fosse una prestazione esterna rinnovabile di anno in anno. L’autonomia strategica non significa rompere con gli Stati Uniti, né fingere che il sostegno americano non sia stato importante. Significa evitare che la difesa del continente dipenda dagli umori di un presidente che può cambiare linea da un giorno all’altro e trattare con Putin senza un accordo condiviso con gli alleati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Servono capacità militari, produzione industriale, coordinamento e una strategia credibile di lungo periodo. Soprattutto, occorre sostenere l’Ucraina finché non esistano condizioni per un accordo che non si limiti a ratificare le conquiste russe. Una tregua che permettesse a Mosca di riorganizzarsi e ripartire all’attacco sarebbe soltanto una pausa, pagata dagli ucraini e potenzialmente dagli europei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sostegno a Kyiv deve accompagnarsi a obiettivi chiari e a una discussione adulta sui costi, sui limiti e sulle condizioni di un eventuale accordo. Non si tratta di promettere una guerra senza fine, ma di evitare che la parola «pace» diventi un modo elegante per chiedere alla vittima di arrendersi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Italia, del resto, le ambiguità verso Mosca non sono una novità né un incidente di percorso. Se ricordate <a href="https://leargenteetesteduovo.com/2026/09/28/mosca-ha-due-teste/" data-type="post" data-id="11017">un mio recente articolo</a>, avevo descritto il Campo largo come un’area attraversata da una linea di sostanziale acquiescenza verso la Russia, con Giuseppe Conte nella parte che ho definito, senza troppi giri di parole, la linea Vichy: quella di chi, davanti all’aggressione, finisce per chiedere soprattutto alla vittima di fare concessioni, mentre le responsabilità dell’aggressore scivolano sullo sfondo. Una posizione che può presentarsi come pacifismo, prudenza o realismo, ma che rischia di coincidere con gli obiettivi del Cremlino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fuori dal Campo largo, l’altra testa di ponte è Roberto Vannacci, con un sovranismo che, quando si tratta della Russia, sembra dimenticare proprio quella sovranità nazionale che proclama di difendere. Il linguaggio e la collocazione sono diversi, ma il risultato può convergere: indebolire il sostegno all’Ucraina, delegittimare la risposta europea e presentare le pretese di Mosca come esigenze da comprendere, se non addirittura da soddisfare. Da una parte il presunto realismo, dall’altra la sfida alle élite; in mezzo, una Russia che può incassare i dividendi di entrambe le narrazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo il Campo largo non può cavarsela con qualche dichiarazione di principio sull’Europa o con formule generiche sulla pace. Il PD e il Movimento 5 Stelle devono chiarire quale sostegno intendano garantire all’Ucraina, quali condizioni ritengano irrinunciabili in un negoziato e se riconoscano davvero a Kyiv il diritto di decidere il proprio futuro. Conte, in particolare, non può invocare la diplomazia come risposta universale senza spiegare che cosa dovrebbe fare l’Ucraina e che cosa, invece, dovrebbe essere richiesto a Putin. Se le concessioni sono sempre attese da una parte sola, non siamo davanti a una strategia di pace: siamo davanti a una resa presentata con un nome più presentabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli elettori hanno il diritto di sapere che cosa si nasconde dietro queste formule. Chi contesta gli aiuti a Kyiv deve dire che cosa propone al loro posto; chi invoca il negoziato deve indicare quali garanzie pretende da Mosca; chi si proclama sovranista deve spiegare perché la sovranità ucraina dovrebbe valere meno di quella russa. Le etichette non bastano più. Il vecchio trucco di presentare ogni cedimento come una prova di saggezza diplomatica merita di essere chiamato con il suo nome, non premiato con un altro giro di applausi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vicenda americana dimostra che la linea di Trump non coincide con quella di tutti gli Stati Uniti. Il Congresso si prepara a contrastare il suo accordo con la Russia proprio nel nome della fermezza verso Mosca. Non è ancora una legge, ma l’iniziativa mostra che esistono istituzioni e parlamentari disposti a contestare le scelte della Casa Bianca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto non è scegliere tra fedeltà agli Stati Uniti e ostilità verso Washington. È capire che gli interessi europei non possono essere affidati alla speranza che Trump, Putin o qualunque altro leader decida spontaneamente di tutelarli. Un continente che vuole contare deve essere capace di agire, negoziare e difendersi senza aspettare istruzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trump può continuare a proclamarsi il più grande negoziatore della storia. Putin può cercare di trasformare ogni apertura occidentale in un vantaggio per la Russia. E in Europa ci sarà sempre qualcuno pronto ad applaudire, convinto che assecondare i potenti sia una forma raffinata di realismo. Ma il successo di una trattativa non si misura dagli annunci davanti alle telecamere: si misura dagli impegni ottenuti, dalla sicurezza di chi è stato aggredito e dalla capacità di impedire che l’aggressore torni a colpire. Tutto il resto è pubblicità.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>(Serena Russo)</em></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Prompt:<br><br>1: L’accordo Trump-Putin sul diesel russo e le dichiarazioni su un “nuovo presidente” per l’Ucraina sono l’ultimo schiaffo a Kiev e alla sicurezza europea. Trump agisce e parla come un asset russo. Ha finalmente gettato la maschera: non è più tempo di ambiguità.<br><br>2: L’Europa, però, continua a balbettare. Esprime preoccupazione, rinnova il dialogo, aspetta chiarimenti. I suoi dirigenti sembrano più preoccupati di non irritare la Casa Bianca che di difendere l’autonomia europea. Un continente diviso, con governi che chiedono udienza a Washington uno alla volta, è molto più comodo per il progetto di potere americano. <br><br>3: Le dipendenze europee sono reali, a cominciare da quella militare. Proprio per questo avrebbero dovuto spingerci a costruire una difesa comune. Invece diventano l’alibi per rinviarla. Servono una capacità comune di difesa, un sostegno all’Ucraina che non dipenda dagli umori della Casa Bianca, leggi valide anche per i colossi americani e risposte credibili alle pressioni commerciali. Ogni concessione fatta per placare Trump gli insegna quanto convenga minacciare la prossima volta. Cerchiamo anche eventuali opposizioni al piano di Trump interne agli Stati Uniti.<br><br>4: Ora però il tema interpella direttamente il Campo largo, il PD e Conte. È il momento di decidere chiaramente da che parte stare. Trump è un nemico dell’Europa e della resistenza democratica ucraina contro l’invasione criminale di Putin e il suo delirio imperialista. Non si può più andare avanti con ambiguità e strategie elettorali.<br><br>5: Questi tempi richiedono coraggio, visione e leadership. Una leadership che non asseconda le paure per consenso, ma indica la strada più giusta per proteggere le nostre democrazie sotto attacco. Basta con le «cazzate propagandiste» e con la scusa di trovare un mediatore europeo per parlare con Putin: è semplicemente ridicolo. Chi non condanna Trump come nemico dell’Europa e non sostiene con chiarezza l’Ucraina è fuori dalla Storia.<br><br>6: Per me questo sarà l’unico tema su cui deciderò chi votare. Senza una posizione netta, non potrò votare Campo largo. L’Europa deve alzarsi dal tavolo quando serve. A forza di chinarsi per salvare la relazione, finirà per accorgersi che le hanno portato via anche la sedia.<br><br>articolo: 1, 2, 3, 4 ,5, 6; approfondisco dove necessario.    <br>    <br>Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di <a href="https://leargenteetesteduovo.com/serena-russo/" data-type="page" data-id="75">Serena Russo</a>; usa un tono tagliente e ironico. Rendilo immersivo. Non abusare dell'aggettivo "geopolitico", e della forma "non... non... non...". Fallo in paragrafi compatti, non pieno di a capo. non usare "e qui...", "ed è qui che...". Non dare titoli ai paragrafi, non usare "politico" e "geopolitico" se non occorre. Non ripetere i concetti. Non mi mettere link.</pre>
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