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	<title>Gennaro Carotenuto</title>
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	<description>Storico e giornalista - Sito online dal 1995</description>
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	<title>Gennaro Carotenuto</title>
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		<title>La città di Napoli, non il Napoli, è bene immateriale di se stessa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 May 2023 10:27:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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<p>A margine della festa per lo scudetto del Napoli, Pagina3 di Radio3 RAI, contrappone Raiz (Foglio) a Marcello Anselmo che scrive per la rivista del Mulino, su Napoli e il Napoli. Per semplificare: Raiz (Gennaro Della Volpe, Almamegretta e tanto altro) vede nello scudetto un ulteriore segno che i tempi per la città stiano cambiando, Marcello, che è un bravissimo storico di formazione, è molto più prudente. Mi sento a metà strada. Marcello Anselmo ha ragione a denunciare l’orripilante, paralizzante, reazionaria retorica del “riscatto” che accomunerebbe i destini del calcio a quelli della città. Allo stesso tempo i successi della SSC Napoli (un modello imprenditoriale di successo, in grado di insegnare a stare sul mercato alle indebitatissime e pretenziose società del Nord) sono paralleli e sintetizzano (non incarnano) una trasformazione reale della città.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2023/05/Screenshot-2023-05-08-alle-12.24.15.png"><img decoding="async" width="1024" height="818" src="https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2023/05/Screenshot-2023-05-08-alle-12.24.15-1024x818.png" alt="" class="wp-image-30319" srcset="https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2023/05/Screenshot-2023-05-08-alle-12.24.15-1024x818.png 1024w, https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2023/05/Screenshot-2023-05-08-alle-12.24.15-300x240.png 300w, https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2023/05/Screenshot-2023-05-08-alle-12.24.15-768x614.png 768w, https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2023/05/Screenshot-2023-05-08-alle-12.24.15-1536x1227.png 1536w, https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2023/05/Screenshot-2023-05-08-alle-12.24.15.png 1582w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p><strong>Lo stallo della città novecentesca</strong></p>



<p>Questa – in estrema sintesi – fin dal primo dopoguerra, ma in particolare in epoca repubblicana, è stata sacrificata dalla prospezione geopolitica e dal modello di sviluppo italiano. In particolare è stata costretta a rinunciare alla centralità del porto per la perifericità del Mezzogiorno, la crisi post-ottomana del Nordafrica, la messa in disponibilità del porto stesso per la NATO. Poi la città è stata scientemente deindustrializzata (nell&#8217;immagine il famoso comizio di Enrico Berlinguer alla Festa dell&#8217;Unità 1976), al prezzo di “rilumpenizzare” interi pezzi della società e rompendo il circuito virtuoso dato dal lavoro formale novecentesco. Infine, è stata demonizzata da decenni di discriminazione leghistoide. Napoli, per molta parte dell’Italia, è un altro da sé da irridere, stigmatizzare, bastonare. Rispetto a tale portato discriminatorio, e alla permanenza dei cosiddetti ‘problemi’, è ridicolo pensare che un successo sportivo riscatti da alcunché.</p>



<p><strong>Un nuovo modello di sviluppo?</strong></p>



<p>Detto ciò è innegabile che, in parallelo con i successi imprenditoriali e sportivi della SSC Napoli, da oltre un decennio, la città stia trovando un suo modello di sviluppo autonomo a dispetto dei santi. Questo comporta una trasformazione del tessuto urbano e della relazione della città col mondo in forme che nel Secolo scorso neanche immaginavamo. Tale modello, imperniato sul <strong>turismo di massa</strong>, è discutibile, perfettibile, non esaustivo della complessità problematica di una città metropolitana di oltre tre milioni di abitanti. Ogni perplessità è lecita ma, allo stato, tale modello non è altrimenti sostituibile e ne è anzi auspicabile il consolidamento (anche infrastrutturale).</p>



<p><strong>Napoli bene immateriale dell&#8217;umanità</strong></p>



<p>Quello che in pochi considerano è che la&nbsp;vague&nbsp;turistica di Napoli sta rompendo l’accerchiamento nel quale ha vissuto la città almeno dal primo dopoguerra e, in particolare, dal terremoto del 1980 in avanti. Cito qui solo tre aspetti che da infrastrutturali stanno divenendo strutturali. Il primo è che i veri trionfi che registra da molti anni l’aeroporto di Capodichino (che valgono dieci scudetti) hanno rimesso Napoli al centro del mondo. Per la prima volta oggi la città è libera dai circuiti del turismo di massa, anchilosati da un secolo sull’asse Roma-Firenze-Venezia. Un tedesco o un americano oggi, per venire a Napoli, non ha più bisogno di passare dall’Italia.</p>



<p>Il turismo, come il calcio, non sarà mai tutto per la capitale morale d&#8217;Italia, ma solo un paio di decenni fa – ed è il secondo punto – chi poteva immaginare che questo fosse volano per un settore chiave come l’edilizia, portando a ristrutturare uno dei centri antichi più importanti al mondo?&nbsp;</p>



<p>Il terzo è che oggi a Napoli non si viene solo per l’eccezionale patrimonio artistico e culturale non secondo a nessuno in Italia e nel mondo, né per la paesaggistica (e qui non faccio graduatorie). Oggi si viene soprattutto per perdersi in una “Neapolitan way of life” che è un “bene immateriale dell’umanità” che in pochi avevano immaginato si potesse mettere a profitto. </p>



<p>Decine di migliaia di turisti in queste settimane stanno venendo a Napoli solo per &#8220;godersi la festa&#8221;, contribuendo all&#8217;indotto economico dello scudetto. La fabbrica novecentesca non tornerà, né col pubblico né col privato, ma a Napoli da cosa sta nascendo cosa. E di questo la storia virtuosa della SSC Napoli si fa ambasciatrice nel mondo.</p>


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		<title>Lula in Brasile, il campione del Novecento all&#8217;ultima battaglia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Oct 2022 05:38:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[Brasile]]></category>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2022/10/lula-bolsonaro-elecciones-brasil-interior-1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2022/10/lula-bolsonaro-elecciones-brasil-interior-1-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-30305" srcset="https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2022/10/lula-bolsonaro-elecciones-brasil-interior-1-1024x576.jpg 1024w, https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2022/10/lula-bolsonaro-elecciones-brasil-interior-1-300x169.jpg 300w, https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2022/10/lula-bolsonaro-elecciones-brasil-interior-1-768x432.jpg 768w, https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2022/10/lula-bolsonaro-elecciones-brasil-interior-1-1536x864.jpg 1536w, https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2022/10/lula-bolsonaro-elecciones-brasil-interior-1.jpg 1800w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>In Brasile si andrà al secondo turno. Lula da Silva gestirà un corposo vantaggio di cinque punti su Jair Bolsonaro, 48,35% contro 43,26%, sei milioni di voti in più del rivale, 57 milioni contro 51. Partita aperta, paese polarizzato – quale paese non lo è oggidì? – ma soprattutto il vecchio leone, il 77enne Lula, ultimo campione della sinistra novecentesca ancora su piazza, socialdemocratico e cattolico popolare al contempo, latinoamericanista certo del ruolo del Brasile e della Regione nel mondo, è tornato in corsa dopo un&#8217;odissea umana che pretendeva di umiliare l&#8217;opera di una vita di lotta.</p>



<p>Questo è il primo fatto concreto, al di là della mediatizzazione di sondaggi e risultati parziali che, al momento di quelli reali, dovrebbero essere cancellati anche dalla memoria. C’è un secondo turno, difficile, aperto ma che vede la concreta possibilità di sloggiare Jair Bolsonaro dalla presidenza, un fatto unico dal ritorno della democrazia quasi quarant’anni fa, che ha sempre visto la rielezione del presidente in carica.</p>



<p>Non saranno gli italiani del 25 settembre o gli statunitensi del 6 gennaio a sorprendersi di quanto forte sia penetrato il messaggio dell’odio, a partire da quello classista e razzista di discriminazione delle parti più fragili della società e di quanto pericolosa sia la demolizione della credibilità delle istituzioni nazionali e internazionali costruite dopo la seconda guerra mondiale e, in America Latina, dopo il ciclo dittatoriale degli anni Settanta. Dittatura, quella brasiliana, rivendicata ogni giorno da Bolsonaro come migliore di ogni democrazia. Per quanto sia duro pensarlo, quel Bolsonaro che resta pienamente in partita, ci dice che le classi medie bianche, in particolare nel Sud e nei grandi stati, pensano, sono indotte a pensare, che il regime democratico sia oggi un peso del quale non sanno che farsene. Del quale si disfarrebbero volentieri.</p>



<p>Preferiscono pensare che il mondo sia sempre andato così e vada bene così, e continuare ad avere domestiche a tempo pieno in casa al prezzo di un pacchetto di sigarette, e sentirsi buoni quando regalano loro qualche vestito dismesso per le favelas da dove quelle madri lavoratrici vengono e tornano con dolorosissima umana fatica ogni giorno. A questo si aggiunge il messianismo evangelico che, continuando a vedere il maschio bianco al centro del giardino dell’Eden, non può non vedere nel paternalismo di Bolsonaro il proprio campione. </p>



<p>Campione di un Brasile che ha reso isolato, che può millantare autosufficienza (la lista dei vicini brutalmente insultati, da Boric a Petro a Fernández è lunga) e voltare le spalle alla regione e al mondo. Il contrario della visione del Brasile di Lula, che tornerebbe a esercitare più forte il proprio ruolo in una regione per la prima volta tutta o quasi progressista dalla Terra del fuoco giù fino al confine tra Messico e USA. Una regione che, nel segno dell&#8217;integrazione, potrebbe risolvere da sola le sue crisi, come sta già dimostrando la presidenza di Gustavo Petro per quella tra Colombia e Venezuela.</p>



<p>Ma l&#8217;America Latina non serve a Bolsonaro, come non serve la scienza (lo ha dimostrato con la pandemia che ha reso un genocidio), la difesa dell’ambiente (la distruzione dell’Amazzonia in omaggio all’agroindustria esportatrice come perpetuazione dell&#8217;inserimento subalterno del Brasile nel sistema mondo wallersteiriano) o l’essere presidente di tutti (la misoginia, il razzismo, il classismo, l’omofobia, la denigrazione di qualunque diversità, il disprezzo per i popoli originari sono il suo pane quotidiano, il suo ‘stile’ che evidentemente piace ai 51 milioni che l’hanno votato). E non gli serve il regime democratico, che ha picconato dal primo all’ultimo giorno.</p>



<p>Molti limiti ci sono nella candidatura di Lula, a partire dal rinnovamento generazionale impossibile, all’inevitabilità di alleati scomodi, alla già certezza di un parlamento ostile e di dover trattare con i due candidati centristi che hanno raccolto il 7%. A quasi due decenni dalla prima volta, il vecchio sindacalista metallurgico non è certo il nuovo che avanza. Anche in Brasile pezzi delle classi subalterne hanno voltato le spalle al Partito dei Lavoratori, ed è difficile dar loro solo torto o incolpare solo il nemico, le oligarchie, gli oligopoli mediatici. Straordinari furono i risultati economici di Lula e Dilma; 35 milioni di persone uscirono dalla povertà e oggi sono libere di votare Bolsonaro. Straordinari ma reversibili in assenza di profonde riforme politiche, fiscali, del lavoro. Proprio la pandemia lo ha dimostrato.</p>



<p>Ma con Lula il paese/continente accarezzerebbe il ritorno di politiche inclusive che Temer prima e Bolsonaro poi hanno distrutto negli ultimi sei anni, e che hanno portato 119 milioni di brasiliani a patire insicurezza alimentare. Per molti brasiliani c&#8217;è di nuovo, ed è disperante pensarlo, il discrimine tra alimentare i propri figli e vederli morire d&#8217;inedia. Le politiche inclusive costano, forse, ma sono l&#8217;essenza della democrazia. Ma è proprio contro la democrazia, che disprezza così tanto da lasciarla lì come un orpello svuotato di senso, che Bolsonaro ha raccolto i suoi 51 milioni di voti. Ecco: che questa sintesi tra Trump e Putin, entrambi lo supportano con fervore ricambiato, più volgare ma perfino più incapace di misurare le conseguenze delle sue azioni, continui a governare a Brasilia con un governo militare mascherato da civile, sarebbe un segnale di ulteriore instabilità lanciato al mondo intero.</p>


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		<title>In Messico il dialogo sul Venezuela va avanti</title>
		<link>https://www.gennarocarotenuto.it/30282-in-messico-il-dialogo-sul-venezuela-va-avanti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Sep 2021 10:35:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Andrés Manuel López Obrador]]></category>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2021/09/JVPL4SSGXJECFPYTQJXKJ6B5E4.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2021/09/JVPL4SSGXJECFPYTQJXKJ6B5E4-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-30283" srcset="https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2021/09/JVPL4SSGXJECFPYTQJXKJ6B5E4-1024x683.jpg 1024w, https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2021/09/JVPL4SSGXJECFPYTQJXKJ6B5E4-300x200.jpg 300w, https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2021/09/JVPL4SSGXJECFPYTQJXKJ6B5E4-768x512.jpg 768w, https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2021/09/JVPL4SSGXJECFPYTQJXKJ6B5E4.jpg 1440w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Il dialogo parte dal reciproco riconoscimento. Così a Chapultepec, a Città del Messico, con la mediazione del governo del Messico, incarnato in un lavoro da premio Nobel del Ministro degli Esteri di Andrés Manuel López Obrador, Marcelo Ebrard (foto), e del regno di Norvegia, si sta trattando dalla metà di agosto tra governo e opposizione.</p>



<p>Il primo risultato ottenuto, l’accordo per la partecipazione dell’opposizione pressoché completa alle elezioni amministrative del prossimo 21 novembre, è già in sé straordinario, ma i lavori sono già ripresi con l&#8217;obiettivo di dare una soluzione endogena alla lunga crisi politica venezuelana.</p>



<p>Quello che è importante qui capire è che ciò che ha sbloccato la situazione è che si sia partiti dal reciproco riconoscimento della legittimità di entrambi gli attori, il governo della Repubblica Bolivariana presieduto da Nicolás Maduro, l’opposizione incarnata dalle forze principali di questa riunite nella “Piattaforma Unitaria”. Questa include sia Primero Justicia, di Henrique Capriles, che da tempo spingeva per il dialogo, che Voluntad Popular, di Leopoldo López, del quale Juan Guaidó era nel gruppo dirigente. </p>



<p>Cessa (di fatto) quindi il malinteso “for export” del “governo a interim”, presieduto da Juan Guaidó sul quale pezzi dell’opposizione erano stati trascinati dal Segretario Generale dell’Organizzazione degli Stati Americani, Luís Almagro, in sinergia con la parte più estremista del governo Trump negli Stati Uniti. Tale operazione ha dato un contributo sostanziale – ed esclusivamente nefasto – nell’aggravare la crisi venezuelana, che non tratterò in questo articolo.</p>



<p>L’agenda del dialogo di Chapultepec, partendo da distanze che – nessuna delle due parti lo nega – restano siderali tra governo e opposizione, resta complessa. Per il <strong>governo</strong> il punto principale è l’allentamento delle sanzioni internazionali e lo sblocco degli attivi di proprietà dello stato venezuelano all’estero. I casi simbolici sono la CITGO, la filiale statunitense di PDVSA (la grande compagnia petrolifera statale), che si calcola fatturi 11 miliardi di dollari l’anno nel solo mercato statunitense, e le 31 tonnellate di lingotti d’oro di proprietà venezuelana bloccati nei caveaux della Banca d’Inghilterra. </p>



<p>Per <strong>l’opposizione</strong> il punto principale è la fine delle cosiddette “inabilitazioni” che colpiscono molti leader dell’opposizione, incluso Capriles e Leopoldo López, e che impediscono loro l’esercizio dell’elettorato passivo, cioè candidarsi ed essere eletti. È evidente come non dipenda solo dall’opposizione l’allentamento dell’embargo – e Biden non pare distanziarsi dalla linea Trump anche nella regione – come in molti casi la cancellazione dell’inabilitazione legittimerebbe politici coinvolti in fatti eversivi o di corruzione. Nulla, da una parte e dall’altra, che si possa risolvere con un tratto di penna ma, fortunatamente, neanche con la spada. </p>



<p>Mentre a Chapultepec si tratta, in favore di telecamera vedremo continuare entrambe le parti a fare il discorso più radicale. L’opposizione continuerà a spacciare il chavismo per una sorta di talebani d’America, negando che mezzo continente, dall’Argentina al Perù, dalla Bolivia al Messico, per tacere di Lula in Brasile e ovviamente Cuba, li supporti e ne difenda l’esperienza. Il governo può continuare a dipingere tutta l’opposizione come indistintamente venduta al nemico imperialista o corrotta. La verità però l’ha detta Gerardo Blyde, rappresentante dell&#8217;opposizione a Chapultepec, che ha riconosciuto che &#8220;entrambe le parti devono rinunciare alle rispettive narrazioni&#8221;. </p>



<p>Con l’attenzione costante di Papa Bergoglio, i venezuelani, nel governo e all’opposizione, hanno sempre dialogato (spesso sottotraccia), e stanno provando a trovare un difficile cammino di riconciliazione, che non passa necessariamente dal lieto fine auspicato dal complesso mediatico industriale mainstream, ovvero la cancellazione del chavismo dalla faccia della Terra, ma dove le istanze di questo – quelle delle classi subalterne – resteranno ineludibili anche in futuro, chiunque governi il Venezuela.</p>



<p>Lo scorso gennaio l’<strong>Unione Europea</strong> (non l’Italia che mai lo aveva riconosciuto) ha avuto ragione a mettere fine alla farsa del riconoscimento dell’entità astratta inventata di punto in bianco da Almagro, facente capo a Juan Guaidó, mentre si attende una resipiscenza da parte dell’amministrazione Biden. Eppure molti danni in due anni e mezzo sono stati fatti nel fomentare una soluzione violenta della crisi venezuelana, il millantare un’invasione militare straniera, il cercare in tutti i modi rivolte militari e legittimare, culturalmente prima ancora che politicamente, un eventuale <a href="https://www.gennarocarotenuto.it/28451-a-futura-memoria-per-il-venezuela-e-per-lamerica-latina-il-posto-dei-militari-e-nelle-caserme/">colpo di stato</a> che, lo sappiamo, non è mai uscito dal novero delle possibilità delle destre latinoamericane. </p>



<p>Nel 2019 lo dimostrò la Bolivia, sempre con il sinistro Almagro a fare da mentore della distruzione della democrazia, poi salvata dal popolo boliviano dopo un anno di lotta contro il governo di fatto di Jeanine Áñez. Che il dialogo vada avanti, una volta aperto il cammino con le elezioni, che restano il segno più visibile della fine di uno stato di quasi belligeranza, è la miglior notizia per il Venezuela e l’America Latina. Per altri, a partire da chi soffiava sul fuoco del golpe militare, non saprei.</p>


</div><p>L'articolo <a href="https://www.gennarocarotenuto.it/30282-in-messico-il-dialogo-sul-venezuela-va-avanti/">In Messico il dialogo sul Venezuela va avanti</a> si trova su <a href="https://www.gennarocarotenuto.it">Gennaro Carotenuto</a>.</p>
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		<title>&#8220;Domani&#8221;: Il declino dell’esportazione della democrazia e le responsabilità di Biden</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Aug 2021 08:10:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pianeta Terra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Joe Biden sostiene che mai l&#8217;obiettivo dell&#8217;invasione dell&#8217;Afghanistan fosse stato l&#8217;esportazione della democrazia. Non è vero: fin dalla fine della guerra fredda la diffusione globale dei &#8220;valori occidentali&#8221; di libertà democrazia e diritti umani è stata la missione che gli&#8230; <a href="https://www.gennarocarotenuto.it/30276-domani-il-declino-dellesportazione-della-democrazia-e-le-responsabilita-di-biden/" class="read-more">Continua </a></p>
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<p>Joe Biden sostiene che mai l&#8217;obiettivo dell&#8217;invasione dell&#8217;Afghanistan fosse stato l&#8217;esportazione della democrazia. Non è vero: fin dalla fine della guerra fredda la diffusione globale dei &#8220;valori occidentali&#8221; di libertà democrazia e diritti umani è stata la missione che gli Stati Uniti si diedero in un mondo che pensavano unipolare. Vent&#8217;anni fa, il documento noto come “Dottrina Bush” teorizza tra i suoi pilastri, oltre all’<strong>unilateralismo</strong> e al diritto alla <strong>guerra preventiva</strong>, l’<strong>esportazione della democrazia</strong> con il “regime change”.<br />Di Gennaro Carotenuto, a questo link per il <a href="https://www.editorialedomani.it/idee/voci/il-declino-dellesportazione-della-democrazia-e-le-responsabilita-storiche-di-biden-raxmzvb9">Quotidiano Domani</a></p>


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		<title>A Kabul finisce la jihad occidentalista; quelle donne abbandonate dagli USA ai talebani spiegano i nostri tempi</title>
		<link>https://www.gennarocarotenuto.it/30260-kabul-jihad-occidentalista-donne-usa-talebani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Aug 2021 08:34:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pianeta Terra]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Afganistan]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Guerre infinite]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La tragedia della capitale afgana Kabul, che corre verso un nuovo 30 aprile, il giorno del 1975 quando fu evacuata l’ambasciata statunitense a Saigon, è un passaggio storico di prima grandezza, che pare chiosare un tempo più lungo del nostro&#8230; <a href="https://www.gennarocarotenuto.it/30260-kabul-jihad-occidentalista-donne-usa-talebani/" class="read-more">Continua </a></p>
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<p>La tragedia della capitale afgana <strong>Kabul</strong>, che corre verso un nuovo 30 aprile, il giorno del 1975 quando fu evacuata l’ambasciata statunitense a Saigon, è un passaggio storico di prima grandezza, che pare chiosare un tempo più lungo del nostro presente. La narrazione neoconservatrice del <strong>nuovo secolo americano</strong>, figlia ancora del trionfo statunitense nella guerra fredda, fu declinata nel post-11 settembre 2001 nella teoria della <strong>esportazione della democrazia</strong> in punta di baionetta.</p>



<p>Donald Rumsfeld, il criminale di guerra da poco scomparso, impune come impuni sono rimasti George Bush jr, Tony Blair e i loro principali complici, tuonava che fosse necessario muovere guerra a 30-50 paesi per quel disegno che rispondeva alla logica del “pensiero unico”: la supremazia, economica, militare, etica, del maschio bianco occidentale sul pianeta. Guardando indietro, con pallidissime attenuazioni nell’era Obama, se sommiamo alle guerre conclamate le “covert action”, gli embarghi che anche in queste ore impediscono perfino l’arrivo di bombole di ossigeno ai popoli che si sostiene di voler salvare, e le rivoluzioni colorate, non andiamo lontani da quei numeri angosciosi. Se al contrario, e proprio l&#8217;imminente capitolazione del governo afgano lo dimostra, contiamo il numero di “democrazie esportate” il piatto (per i popoli) piange.</p>



<p>L’Occidente liberal-democratico, la Washington neoconservatrice, riteneva di potere, di avere il diritto-dovere, di imporre i propri valori. Valori da imporre attraverso una jihad occidentalista, una guerra santa che chiamarono “infinite justice”, <strong>giustizia infinita</strong>. A difesa di quella guerra santa fu schierato l’intero complesso mediatico mainstream. Per anni chiunque non si uniformasse a quella narrazione bellicista era accusato di essere complice dei terroristi, Osama Bin Laden e succedanei. Nonostante le stucchevoli commemorazioni di queste ore di quelli che si accomodano sempre dalla parte della ragione, per loro <strong>Gino Strada</strong> era un terrorista. E come Gino Strada erano per esempio terroristi tutti gli indigeni latinoamericani (ho memoria, non dimentico, non perdono), dai mapuche della Patagonia cilena ai movimenti contadini, quelli ambientalisti o per l’acqua pubblica in tutto il Continente, e i governi che quei movimenti osarono esprimere come risposta alla logica unicamente mercatista della democrazia, battezzata fin dal 1989 <strong>Washington consensus</strong>.</p>



<p>Sappiamo bene, lo sapevamo anche vent’anni fa, quando a milioni scendemmo in piazza contro quelle “guerre infinite” (anche noi, tutti terroristi e amici dei talebani o di Saddam Hussein) che dietro il millenarismo della “fine della storia” vi fosse poco più della cultura militarista e gli interessi multimilionari del <strong>complesso militare industriale</strong> e di quello, negazionista del <strong>cambio climatico</strong>, dei combustibili fossili. In quell’invasione, in quei duemila miliardi spesi nella quasi totalità in armi, come afferma Gino Strada nel suo testamento politico, non c’era altro. Men che meno vi erano le <strong>donne</strong> che si levavano il <strong>burka</strong>, buone per un po’ di comunicazione for export, per dare una mano di vernice progre a una tradizionale guerra coloniale. Colonialismo che, come è noto, ha sempre esportato la propria civiltà a fin di bene.</p>



<p>Se ci fosse stato altro, oltre all’infinita ipocrisia, non avremmo tradito le masse giovanili mediorientali, almeno in parte occidentalizzate, che si sollevarono nelle <strong>primavere arabe</strong>. Saremmo state dalla loro parte e non avremmo continuato a tenerci il sacco a vicenda con classi dirigenti vili, corrotte, violente, oscurantiste e all’uopo terroriste. La viltà di George Bush padre, che dopo la prima guerra del Golfo, tradì gli sciiti iracheni dopo averli indotti a sollevarsi contro Saddam Hussein, è stata in questi anni ripetuta su infiniti scacchieri. Quelle migliaia di uomini e donne afgani abbandonati nelle mani dei talebani, e che nella migliore delle ipotesi si trasformeranno in novelli “boat people” vietnamiti (oggi indesiderabili, ma questo è un altro tema), sono solo l’ultimo caso di un Sud globale che ormai sa che proprio chi crede alla retorica della democrazia occidentale sarà il primo a essere tradito da questa.</p>



<p>Eppure oggi sui giornali leggiamo l’ennesimo <strong>ribaltamento della realtà</strong>. Di fronte a quella che è una sconfitta esiziale tanto militare come politica degli Stati Uniti d&#8217;America (e a cascata dell&#8217;Europa) gli editoriali dei difensori a oltranza di una impresa indifendibile hanno il cattivo gusto di sostenere che, se vent’anni di intervento militare non sono bastati, allora oggi è giusto lasciare gli afgani (le donne afgane, sulle quali tanta retorica è costruita anche in queste ore) al loro destino. Come nelle narrazioni sul nostro <strong>Mezzogiorno</strong>, non siamo noi a essere scappati via col bottino, solo loro a essere irredimibili. E quindi, così come andammo generosamente ad aiutarli, così adesso li abbandoniamo al loro destino, restando sempre e comunque dalla parte della ragione.</p>



<p>Mi si consenta una chiosa che meriterebbe ben altra trattazione. Chi scrive coincide che una serie di fenomeni della nostra epoca, quelli sopra ricordati, il tramonto necessario dell’epoca dei combustibili fossili connessa al cambio climatico, la stessa pandemia del Covid, siano linee di faglia che attestano la fine di cinquecento anni di supremazia dello spazio nordatlantico e delle culture che vi insistono sul pianeta. Accade, è noto, in favore di quelle dell’Asia orientale, la <strong>Cina</strong> in primo luogo, il cinismo della quale è innegabile e indifendibile su innumerevoli scacchieri, incluso quello afgano. Se non è desiderabile, personalmente non lo desidero affatto, un “secolo cinese”, è innanzitutto necessario ammettere che il <strong>nuovo secolo americano</strong> non sia mai esistito se non negli interessi di pochissimi, quegli stessi che negli ultimi trent’anni hanno prodotto la più grande concentrazione di ricchezza della storia nello stesso Occidente, contribuendo in maniera decisiva a indebolirne i regimi democratici.</p>



<p>Una volta di più, come anche le commemorazioni per il ventennale di <strong>Genova</strong> hanno dimostrato, chi governava sbagliava (e non in buona fede) e chi protestava aveva ragione. Ma cosa sta facendo il mondo euro-americano per convivere in pace e democrazia, proprio sulla base dei propri valori, veri, presunti, millantati, in un mondo che o è multipolare o non sarà? Un altro Occidente, che ripudi la guerra, resta possibile e necessario.</p>


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		<title>&#8220;Domani&#8221;: Processo Condor. La Cassazione dà giustizia ai desaparecidos dell’America Latina</title>
		<link>https://www.gennarocarotenuto.it/30266-domani-processo-condor-la-cassazione-da-giustizia-ai-desaparecidos-dellamerica-latina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Jul 2021 17:35:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></category>
		<category><![CDATA[Piano Condor]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi la Corte&#160;ha confermato gli ergastoli per il sequestro, la tortura, l’assassinio di 43 italiani. Il percorso giuridico è durato 22 anni e ora il verdetto segna una svolta epocale. Di Gennaro Carotenuto</p>
<p>La sentenza della Cassazione a Roma per&#8230; <a href="https://www.gennarocarotenuto.it/30266-domani-processo-condor-la-cassazione-da-giustizia-ai-desaparecidos-dellamerica-latina/" class="read-more">Continua </a></p>
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<p>Oggi la Corte&nbsp;ha confermato gli ergastoli per il sequestro, la tortura, l’assassinio di 43 italiani. Il percorso giuridico è durato 22 anni e ora il verdetto segna una svolta epocale. Di Gennaro Carotenuto</p>



<p>La sentenza della Cassazione a Roma per il cosiddetto “processo Condor” in America Latina, che ha confermato tutti gli ergastoli del secondo grado (nel tempo alcune posizioni sono state stralciate e alcuni imputati sono deceduti) per il sequestro, la tortura e l’assassinio con eventuale desaparición di 43 cittadini italiani, dopo un percorso giuridico durato ben ventidue anni, è storica. Il dispositivo della sentenza infatti, secondo l’avvocato dei familiari di alcune delle vittime, Andrea Speranzoni, «è uno strumento sovranazionale con il quale l’Italia si fa carico del dovere di sanzionare i crimini di lesa umanità contro cittadini italiani ovunque accadano».</p>



<p><a href="https://www.editorialedomani.it/fatti/processo-condor-la-cassazione-da-giustizia-ai-desaparecidos-dellamerica-latina-rie3u4fn">Leggi tutto sulle pagine del quotidiano Domani</a>.</p>


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		<title>State con Primo Levi o Carlo Stagnaro? Della lettera all&#8217;Espresso per Pinelli e dell&#8217;eterno odio per l&#8217;intellettuale engagé</title>
		<link>https://www.gennarocarotenuto.it/28781-primo-levi-o-carlo-stagnaro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Jun 2021 16:21:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Media]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La farsesca aggressione del mainstream contro gli economisti che hanno ritenuto di esercitare il loro diritto di critica per la nomina di Carlo Stagnaro e altri estremisti neoliberali a consulenti di Mario Draghi per il PNRR, punta alla delegittimazione dei&#8230; <a href="https://www.gennarocarotenuto.it/28781-primo-levi-o-carlo-stagnaro/" class="read-more">Continua </a></p>
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<p>La farsesca aggressione del mainstream contro gli economisti che hanno ritenuto di esercitare il loro diritto di critica per la nomina di Carlo Stagnaro e altri estremisti neoliberali a consulenti di Mario Draghi per il PNRR, punta alla delegittimazione dei firmatari tirando in ballo tutto il peso della storia degli anni Settanta, che non ha nulla a che vedere, ma vale qui la pena di rammentare.</p>



<p>Cosa accomuna la grande architetta Gae Aulenti all&#8217;autore di &#8220;Se questo è un uomo&#8221; Primo Levi o a Umberto Eco, Federico Fellini, Giulio Einaudi, Natalia Ginzburg? O lo psichiatra Franco Basaglia, Mario Soldati, Norberto Bobbio, Pier Paolo Pasolini, Natalino Sapegno, Giorgio Bocca, e altre centinaia (757) di specchiati e grandi italiani? Il 13 giugno 1971, a ben guardare esattamente 50 anni fa, firmarono una lettera al settimanale L&#8217;Espresso con la quale si denunciava l&#8217;oscena impunità per la defenestrazione dell&#8217;anarchico Pinelli dalla Questura di Milano dopo la Strage fascista di Piazza Fontana, e se ne incolpava tra gli altri il sinistro questore Michele Guida e il commissario Mario Calabresi. La lettera, vale la pena essere chiari, era sbagliata nel merito e nel linguaggio, rispondendo al clima di quegli anni, ma incarnava la necessità civile di scoperchiare la fogna dell&#8217;impunità degli apparati dello Stato che caratterizzava l&#8217;Italia di quegli anni, e continua a caratterizzarla, come per esempio nel 2001 a Genova.</p>



<p>Con l&#8217;assassinio del Commissario Calabresi nel 1972 fu infatti teorizzato un &#8220;nesso causale&#8221; tra lettera e omicidio, trasformato presto in dogma indiscutibile. Per il teorema del &#8220;nesso causale&#8221; (Giampaolo Pansa fu tra i più attivi, col consueto ribaltamento della realtà da lui operato più tardi anche sulla Resistenza) Gillo Dorfles o Cesare Musatti, Folco Quilici o Nanni Loy, avevano armato la mano al sicario ed erano fiancheggiatori degli assassini. Sebbene accusare Primo Levi o Federico Fellini di essere mandanti morali dell&#8217;omicidio Calabresi fosse aberrante (equivalente ad accusare Ugo Tognazzi di essere il capo delle BR), è esattamente quello che è successo in Italia infinite volte nell&#8217;ultimo mezzo secolo allo scopo di delegittimare l&#8217;espressione di pensiero critico e marginalizzare gli intellettuali engagé. Come ovvio Calabresi non fu ucciso né da Cesare Zavattini né da Margherita Hack, ma dai suoi assassini. La mano del sicario (condannato) Ovidio Bompressi fu armata dall&#8217;IMPUNITÀ per l&#8217;omicidio Pinelli, che la lettera denunciava, in anni nei quali i crimini dei corpi repressivi venivano sistematicamente coperti, negati, o trasformati in suicidi o in fantomatici &#8220;malori attivi&#8221; come accadde per Pinelli.</p>



<p>Torniamo a oggi: è ben evidente che non vi sia alcun nesso tra le tragedie degli anni Settanta e una consulenza a Palazzo Chigi a tal Carlo Stagnaro. Evocare la violenza politica è semplicemente infondato. Chi scrive (non ho firmato la lettera) è stato colpito dalla mole di editoriali indignati, palesemente coordinati, accorsi in difesa del vincitore, un dogmatico difensore di quello che Ignacio Ramonet chiamava &#8220;pensiero unico&#8221; neoliberale, negli anni difensore dell&#8217;industria delle armi, di quella del tabacco, negazionista sul cambio climatico e chiamato a giudicare sul PNRR come espressione, secondo un&#8217;altra lettera della Società Italiana di Economia, dei maschi bianchi settentrionali che non possono (più), secondo la SIE, rappresentare in via esclusiva gli interessi di tutto il paese, per esempio delle donne o del Mezzogiorno. Se la lettera degli economisti e quella della SIE andavano nel merito, e muovevano delle legittime critiche alle competenze e alla figura di Stagnaro, la reazione non si preoccupa affatto del merito. Furiosa e ripetitiva ritira per la millesima volta fuori dal cassetto la lettera all&#8217;Espresso di mezzo secolo fa: oggi come allora gli intellettuali (ovviamente definiti &#8220;comunisti&#8221;), non possono criticare la nomina perché starebbero armando la mano al sicario.</p>



<p>Nel fastidio che si spinge fino a negare il diritto di critica, e nella strumentalità di associare la critica alla violenza, mi sembra che vi sia una sola continuità. Quello che non cambia mai in Italia, dal <em>culturame</em> di Scelba ai giorni nostri, è lo stesso odio viscerale che le classi dirigenti, soprattutto economiche, e i loro sicari informativi, che hanno eletto il profitto a principio morale e la disuguaglianza a stato di natura, hanno per l&#8217;intellettuale impegnato. Questo in genere, almeno nell&#8217;accezione classica, viene ridicolizzato se non demonizzato, per il non avere motivazioni utilitaristiche ma di sensibilità per la condizione umana. Ancora si permette di firmare stantii appelli per gli indigeni colombiani, per i raccoglitori di pomodori in Puglia, o per criticare una nomina del governo Draghi, proprio come un tempo chiedeva giustizia per Pino Pinelli. Il problema infatti non è l&#8217;indimostrabile nesso causale che accusava Natalia Ginzburg della morte di Mario Calabresi, ma la causa di giustizia per Pinelli. E qui sì, si capisce perfettamente perché tra uno Stagnaro e Primo Levi le élite staranno sempre dalla parte del primo.</p>


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		<title>&#8220;Domani&#8221;: Per i falsi positivi della Colombia ora Uribe deve rispondere</title>
		<link>https://www.gennarocarotenuto.it/30269-domani-per-i-falsi-positivi-della-colombia-ora-uribe-deve-rispondere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Feb 2021 14:56:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Álvaro Uribe]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
		<category><![CDATA[Falsi positivi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.gennarocarotenuto.it/?p=30269</guid>

					<description><![CDATA[<p>Di Gennaro Carotenuto, pubblicato dal Quotidiano &#8220;Domani&#8221; il 22 febbraio 2021. Sono 6402 i falsi positivi, cioè persone inermi, studenti, contadini, uccisi dall’esercito e spacciati per guerriglieri Farc durante la presidenza Uribe. El Paìs solleva il dibattito in Europa e&#8230; <a href="https://www.gennarocarotenuto.it/30269-domani-per-i-falsi-positivi-della-colombia-ora-uribe-deve-rispondere/" class="read-more">Continua </a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="entry">


<p>Di Gennaro Carotenuto, pubblicato dal Quotidiano &#8220;Domani&#8221; il 22 febbraio 2021. Sono 6402 i falsi positivi, cioè persone inermi, studenti, contadini, uccisi dall’esercito e spacciati per guerriglieri Farc durante la presidenza Uribe. El Paìs solleva il dibattito in Europa e chiede che&nbsp;«Uribe ne risponda».</p>



<p>«Uribe<em> debe responder</em>». Il quotidiano El País di Madrid oggi dedica<a href="https://elpais.com/opinion/2021-02-21/uribe-debe-responder.html"> il proprio editoriale</a> alla Colombia con un titolo che fa rumore: «Uribe deve rispondere». Si riferisce alla notizia, di primaria importanza, ma totalmente ignorata dalla stampa in lingua italiana, che la Jep (la giunta per le questioni giuridiche del processo di pace tra la guerriglia delle Farc e il governo della Colombia) abbia elevato a 6402 il numero dei cosiddetti &#8220;falsi positivi&#8221; uccisi durante la presidenza di Álvaro Uribe, in particolare nel periodo dal 2002 al 2008.</p>



<p><a href="https://www.editorialedomani.it/idee/voci/per-i-falsi-positivi-della-colombia-ora-uribe-deve-rispondere-m76mwhgb" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Leggi tutto sulle pagine del quotidiano Domani</a>.</p>


</div><p>L'articolo <a href="https://www.gennarocarotenuto.it/30269-domani-per-i-falsi-positivi-della-colombia-ora-uribe-deve-rispondere/">&#8220;Domani&#8221;: Per i falsi positivi della Colombia ora Uribe deve rispondere</a> si trova su <a href="https://www.gennarocarotenuto.it">Gennaro Carotenuto</a>.</p>
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		<title>Il lungo cammino delle donne in Argentina, da Eva alle desaparecidas, dalle madri a Cristina all&#8217;aborto legale</title>
		<link>https://www.gennarocarotenuto.it/28761-il-lungo-cammino-delle-donne-in-argentina-da-eva-alle-desaparecidas-dalle-madri-a-cristina-allaborto-legale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Dec 2020 13:46:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[aborto]]></category>
		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.gennarocarotenuto.it/?p=28761</guid>

					<description><![CDATA[<p>Marea Verde</p>
<p>Il percorso concluso questa notte in Argentina, con l&#8217;approvazione dell&#8217;aborto legale, porta a compimento cinquant&#8217;anni di lotte delle donne e della società civile. </p>
<p>La visione esclusivamente da &#8220;guerra fredda&#8221; delle dittature latinoamericane degli anni Settanta impedisce di vedere&#8230; <a href="https://www.gennarocarotenuto.it/28761-il-lungo-cammino-delle-donne-in-argentina-da-eva-alle-desaparecidas-dalle-madri-a-cristina-allaborto-legale/" class="read-more">Continua </a></p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="548" src="https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2020/12/99a0ed44e8f30130921f4c5da49305a0_XL.jpg" alt="" class="wp-image-28762" srcset="https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2020/12/99a0ed44e8f30130921f4c5da49305a0_XL.jpg 1000w, https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2020/12/99a0ed44e8f30130921f4c5da49305a0_XL-300x164.jpg 300w, https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2020/12/99a0ed44e8f30130921f4c5da49305a0_XL-768x421.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption>Marea Verde</figcaption></figure>



<p>Il percorso concluso questa notte in Argentina, con l&#8217;approvazione dell&#8217;aborto legale, porta a compimento cinquant&#8217;anni di lotte delle donne e della società civile. </p>



<p>La visione esclusivamente da &#8220;guerra fredda&#8221; delle dittature latinoamericane degli anni Settanta impedisce di vedere che il campo conservatore usò le camere di tortura anche se non soprattutto per fermare l&#8217;espansione dei diritti civili nella regione. </p>



<p>E all&#8217;interno delle lotte per i diritti civili quella sul corpo delle #donne resta la più biopolitica di tutte. Non dimenticate che un terzo dei 30.000 desaparecidos in Argentina era donna, militante e femminista. Per l&#8217;altissimo grado di partecipazione femminile il numero di donne uccise fu così alto. I decenni che ci separano dal ripristino della democrazia negli anni Ottanta sono quelli che sono stati necessari per recuperare quel trauma. Sono costati almeno 3000 donne argentine morte di aborto clandestino, per intero responsabilità del campo conservatore. </p>



<p>Oggi la coscienza della società civile in Argentina è irriducibilmente avanti, ma ricordiamo che la lotta per i diritti civili è figlia di quella per i diritti umani. La fine dell&#8217;impunità, la verità e la giustizia per gli anni Settanta, madri, abuelas e hijos hanno dato forza alla #MareaVerde di oggi. La situazione nella regione resta variegata, L&#8217;Argentina si aggiunge così a Cuba, all&#8217;Uruguay, alla Città del Messico e allo Stato di Oaxaca, dove l&#8217;aborto è già legale. </p>



<p>Proprio il Messico, dove si può abortire legalmente in alcuni posti ed essere condannate a vent&#8217;anni di galera, come a Querétaro e a Guanajuato attesta quanto ancora sia lungo il cammino. Sono donne quasi sempre indigene, povere, spesso analfabete, a testimonianza che il <strong>sessismo</strong> sia sempre alleato del <strong>razzismo</strong> e del <strong>classismo</strong>. L&#8217;odio reazionario e sessista nei confronti delle donne latinoamericane non è mai diminuito da quando celebravano il cancro che colpì Eva Perón, della quale, vale la pena ricordare, la Marea Verde delle ragazze del XXI secolo è erede politica.</p>


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		<title>La sentenza su Juventus-Napoli piccona la narrazione nazionale antinapoletana</title>
		<link>https://www.gennarocarotenuto.it/28746-la-sentenza-su-juventus-napoli-piccona-la-narrazione-nazionale-antinapoletana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Dec 2020 12:02:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Media]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non è solo calcio il senso della sentenza sulla partita rinviata il 4 ottobre tra Juventus e Napoli, che stabilisce in via definitiva che il Napoli abbia rispettato alla lettera le regole. Lo conferma lo strasabaudo Maurizio Crosetti, ancora indignatissimo,&#8230; <a href="https://www.gennarocarotenuto.it/28746-la-sentenza-su-juventus-napoli-piccona-la-narrazione-nazionale-antinapoletana/" class="read-more">Continua </a></p>
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<p>Non è solo calcio il senso della sentenza sulla partita rinviata il 4 ottobre tra Juventus e Napoli, che stabilisce in via definitiva che il Napoli abbia rispettato alla lettera le regole. Lo conferma lo strasabaudo Maurizio Crosetti, ancora indignatissimo, al quale Repubblica affida l&#8217;editoriale sulla vicenda, che insiste: &#8220;non era un fatto tecnico ma etico&#8221;. L&#8217;abile Crosetti scrive &#8220;tecnico&#8221; ma vuol dire &#8220;<strong>di diritto</strong>&#8220;. E quell&#8217;etico/morale, in assenza di prove, chiama in causa la narrazione nazionale sulla connaturata devianza, la furbizia, la slealtà, addebitata alla città di Napoli. Per l&#8217;enorme &#8220;produttore di senso&#8221; che è il mondo del calcio, il merito del caso, il diritto, resta secondario, rispetto alle sue basi &#8220;etiche&#8221;, etico/discriminatorie sulle quali doveva appoggiarsi la sentenza che condannava il Napoli.</p>



<p>La finzione che il caso Juventus-Napoli non fosse una questione di diritto, crollata con la sentenza di ieri, per oltre due mesi e due sentenze si è retta su due punti inscindibili: da una parte che il famoso &#8220;protocollo&#8221; fosse un patto di sangue per salvare il calcio (solo il calcio, non il turismo, la scuola, o qualunque altro settore messo in crisi dalla pandemia) e che questo fosse al di sopra delle leggi dello Stato. Dall&#8217;altra parte si supponeva che vi fosse un soggetto antropologicamente deviante, il napoletano per sua natura incline a violare le regole, alla furbizia, alla slealtà, del quale non fosse necessario dimostrare in punta di diritto la responsabilità perché colpevole per antonomasia.</p>



<p>Tale attribuzione di disvalori, funzionale qui a salvare l’istituzione calcio (vien voglia di scomodare l’ebreo Dreyfuss che doveva essere condannato per salvare l’onore dell’esercito francese), è a fondamento delle due sentenze spazzate via ieri. Il giudice di primo grado, Mastrandrea (più abile), non entra neanche nel merito. La domanda era: il Napoli poteva violare la disposizione della ASL, che metteva in quarantena tutta la squadra già sull’autobus per l’aeroporto, e in contrasto col protocollo? Lui dribbla, non si pronuncia, ma condanna. Le leggi dello Stato per Mastrandrea non esistono (oibò), elude il conflitto (presunto) tra due poteri, e si limita ad attaccare il cavallo dove vuole il padrone. Occhio: il padrone non è la Juventus, come pure sarebbe facile semplificare. Il padrone è la FIGC, il protocollo, la montagna di debiti che può far fallire un salumiere o un imprenditore, ma non il calcio.</p>



<p>La Juventus nella vicenda ha un ruolo marginale, ma la sua responsabilità è cruciale nel contribuire alla &#8220;costruzione di senso&#8221;. Nella sceneggiata dello Stadium è probabilmente trascinata da quel pugile suonato che è ormai Sky, che ha una visione esclusivamente quantitativa e mai qualitativa del prodotto che vende. Poi però c’è l&#8217;insistenza farisaica (etica di nuovo) sul rispetto delle regole, nonostante un atteggiamento solidale non fosse impercorribile, magari per giocare dopo un altro giro di tamponi. La Juventus, già turbata dal caso Suárez, si lascia così trascinare dalla necessità di mettersi dalla parte della ragione, facendosi così oggi carico di una sconfitta non sua. Un disastro, soprattutto per chi può contare sulla buona stampa di legioni di comunicatori benevoli.</p>



<p>Il giudice Sandulli (più volgare del predecessore) completa l&#8217;opera: suppone (solo suppone, quindi sostanzialmente inventa) accordi sotto banco tra ASL e Napoli e, per condannare senza prove, abbandona il linguaggio giuridico per quello da bar o da social. Non aveva altro su cui appoggiarsi. La giudice Flammini lo fa letteralmente a pezzi affermando: «Il protocollo è confusionario. La facoltà di autorizzare la trasferta era della Asl e la sua interlocuzione col Napoli fu doverosa. Il giudice sportivo in primo grado e soprattutto la Corte d’Appello Federale hanno fatto un passo più lungo della gamba». </p>



<p>Dunque quei toni sprezzanti, gratuiti, offensivi, con i quali il giudice Sandulli stigmatizzava una slealtà che addebita non solo alla SSCN ma al contesto napoletano, facendo strame della rispettabilità e della dignità di fior di professionisti, e che tanto avevano ferito l&#8217;intera città, contro la quale una parte d&#8217;Italia si sente in diritto di accanirsi, <strong>sono il cuore dell’intera vicenda</strong>. Decontestualizzando senza prova alcuna, questo è ormai comprovato e Cassazione dopo la sentenza di ieri, Sandulli sostiene che il Napoli avrebbe avuto un interesse di piccolo cabotaggio (triviale rispetto al maggior bene comune del protocollo) a non voler giocare e che la ASL di Napoli si sia prestata. Lo sostiene, lo sappiamo, senza prova alcuna; ma così si sarebbe fatta pari e patta con quei docenti dell’università perugina che sarebbero scattati sull’attenti alle richieste dell&#8217;operativo Paratici, e sui quali si potrebbe esprimere la magistratura ordinaria. Quella di Sandulli è stata dunque una condanna esclusivamente morale, <strong>cioè politica</strong>, che, di nuovo, si appoggiava non su fatti, ma sulla narrazione nazionale del napoletano deviante.</p>



<p>È bastato mettere il caso in mano a un giudice terzo, il CONI, che uscisse dal losco contubernio della FIGC, perché tutta la costruzione, dallo Stadium a Sandulli, cadesse come un castello di carte. Non si può sostenere che “mi sa che il Napoli si sia accordato con la ASL, perché si sa signora mia come sono fatti sti napoletani” (questo diceva la sentenza Sandulli) ma ci vogliono le prove. E in mancanza di prove, l’imputato è assolto (strano, ma vero). Inoltre si dimostra che il protocollo non sia al di sopra della legge dello Stato e, se questo non riesce a coprire tutta la casistica, come quella del caso specifico, saranno necessari dei correttivi. Soprattutto però, che piaccia o no, esce demolito il principio di presunzione di colpevolezza del Napoli, di Napoli e dei napoletani, la violenza inaudita della sentenza Sandulli, convinto di potersi fare scudo dell&#8217;abiezione dell’attribuzione di disvalori a una parte del paese, sulla quale è costruita la narrazione nazionale. Se l’Italia avesse ancora un po’ di senno farebbe tesoro di questa sentenza.</p>


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		<title>Dei manzoniani «venticinque lettori» de «Il Foglio», Laura Boldrini, il merito, il mercato, il finanziamento pubblico</title>
		<link>https://www.gennarocarotenuto.it/28732-dei-manzoniani-venticinque-lettori-de-il-foglio-laura-boldrini-il-merito-il-mercato-il-finanziamento-pubblico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Dec 2020 12:37:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Media]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[climate change]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[Il Foglio]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Boldrini]]></category>
		<category><![CDATA[merito]]></category>
		<category><![CDATA[meritocrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;operazione di sicariato condotta da Il Foglio contro Laura Boldrini, sommandosi a quella molto mainstream orchestrata dagli amici della famiglia Feltri, dopo la mancata pubblicazione di un articolo sul blog privato dell&#8217;ex-presidente della Camera sul sito dell&#8217;Huffington Post, ha destato&#8230; <a href="https://www.gennarocarotenuto.it/28732-dei-manzoniani-venticinque-lettori-de-il-foglio-laura-boldrini-il-merito-il-mercato-il-finanziamento-pubblico/" class="read-more">Continua </a></p>
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<p>L&#8217;operazione di sicariato condotta da Il Foglio contro Laura Boldrini, sommandosi a quella molto mainstream orchestrata dagli amici della famiglia Feltri, dopo la mancata pubblicazione di un articolo sul blog privato dell&#8217;ex-presidente della Camera sul sito dell&#8217;Huffington Post, ha destato sdegno. Lunedì 30 novembre l&#8217;ex presidente della Camera è stata sbattuta come un <strong>mostro in prima pagina</strong>, addebitandole una complessa polemica che coinvolge la scrittrice JK Rowling, nella quale Laura Boldrini non aveva alcun ruolo. Una vera vigliaccata gratuita, dopo che il giorno prima il vicedirettore Crippa aveva sostenuto che Boldrini rappresentasse addirittura un pericolo per la libertà di stampa (sic). Tra le molte critiche al Foglio, in particolare su Twitter, un punto è risultato nodale, ma non unico: il fatto che il giornale abbia ricevuto dal 1997 almeno 54 milioni di Euro di finanziamento pubblico, ma non venda in edicola che un numero di copie così basso (un migliaio?) da non poter essere registrato dagli enti appositi.</p>



<p>Chiarisco subito che il punto non sia irridere al Foglio perché vende un numero infimo di copie (un fatto, non un&#8217;opinione). La questione è ben più complessa. Quel giornale riceve da un quarto di secolo un abnorme finanziamento pubblico e un&#8217;ancor più importante eco mediatica, che ne porta la redazione costantemente in tivù a fare opinione pubblica, ottenendo un&#8217;influenza senza alcuna proporzione con la reale rappresentatività nel sistema mediatico del paese. Il Foglio è un giornale che non esiste nelle edicole ma esiste in tivù. Anche senza usare un bilancino, è evidente non vi sia alcun rapporto tra vendite del Foglio e le citazioni o inviti in tivù. <strong>Sono bravi, si dirà.</strong> Ma come mai tanta bravura e tanta pubblicità gratuita sui media audiovisuali, non si traduce <strong>mai </strong>in vendite nelle edicole, che resta sempre la legge numero uno del capitalismo? È un fatto curioso, che merita attenzione. Cercherò di essere breve sui seguenti punti: <strong>1) Sullo stare sul mercato. 2) Sull&#8217;amplificazione/distorsione della rappresentanza. 3) Sulle campagne mediatiche.</strong></p>



<p>SULLO STARE SUL MERCATO</p>



<p>Non ripercorrerò il perché e percome e attraverso quali trucchi il Foglio acceda ad un colossale finanziamento pubblico. Voglio riflettere su una stranezza. Basta conoscere un po&#8217; di &#8220;storia del giornalismo&#8221; (materia che ho insegnato per dodici anni a Unimc e alla Bocconi) per sapere come <strong>in Europa i media liberal-capitalisti vincano la competizione su quelli socialdemocratici</strong> sulla base di un&#8217;incomparabile facilità di accesso alla raccolta pubblicitaria e di rappresentanza di interessi egemoni.</p>



<p>Basta ricordare <strong>la storia del Daily Herald che fallì nel 1964 vendendo il doppio di copie di Guardian, Times e Financial Times insieme, ma che aveva una raccolta pubblicitaria di un decimo</strong>. Il Foglio rappresenta pienamente gli interessi egemoni che avrebbero interesse e facilità a investire sul giornale. Al contrario, per esempio, Il Manifesto no. Ammesso e non concesso che quella che portò il Daily Herald a chiudere fosse una distorsione del sistema democratico, il finanziamento pubblico nasce proprio per permettere a opzioni etico-culturali (una volta dicevamo ideologie) di rappresentarsi rispetto ad opzioni etico-culturali naturalmente &#8220;più ricche&#8221;. In buona sostanza <strong>il finanziamento pubblico nasce per correggere il mercato</strong> e permettere a giornali come il Manifesto di combattere ad armi pari la battaglia delle idee con giornali come il Foglio, che di quel finanziamento non avrebbero bisogno perché naturalmente (legittimamente) amici del mercato.</p>



<p>Il Foglio sarebbe dunque un’eccezione che conferma la regola? Può ben essere, ma di nuovo la mia domanda è: <strong>come mai il Foglio non sta sul mercato?</strong> L&#8217;ideologia del giornale è marcatamente liberal-capitalista. Da un quarto di secolo predica legittimamente le virtù del mercato. Il profilo socio economico dei pur pochi lettori è particolarmente elevato. Cosa impedisce loro una raccolta pubblicitaria (macchine di lusso, moda, consumi di target elevato, grandi multinazionali) che riequilibri la bassa tiratura e produca utili? È una necessità il ricorrere al finanziamento pubblico o è un vezzo, quasi una scelta estetica?</p>



<p>SULL&#8217;AMPLIFICAZIONE/DISTORSIONE DELLA RAPPRESENTANZA</p>



<p>La moltiplicazione dei giornali di destra liberista e/o sovranista comporta da almeno vent&#8217;anni una riscrittura a loro favore del Manuale Cencelli delle citazioni nelle rassegne stampa e soprattutto nelle comparsate televisive che, per troppe ragioni che non vale la pena elencare, sono particolarmente ambite. Insomma <strong>il Foglio, partendo dai suoi «venticinque lettori» manzoniani</strong>, passando attraverso i milioni del finanziamento pubblico, è in grado di influenzare l&#8217;opinione pubblica e garantire ai suoi redattori enorme visibilità. Di nuovo si dirà: <strong>sono bravi</strong>. Ma allora, perché da ferventi detrattori del ruolo dello stato nell’economia prestano il fianco a tale critica?</p>



<p>La mia domanda è: fino a che punto <strong>l’effetto leva che il Foglio</strong> mette in moto, non solo elude le virtù del mercato ma aggira la logica profondamente democratica del finanziamento pubblico? Non stiamo raggiungendo esattamente l&#8217;effetto opposto rispetto a quello desiderato, <strong>distorcendo e non garantendo</strong> la rappresentanza democratica? La ratio è che il Foglio debba essere finanziato perché vende troppo poco? Ma quanto poco è accettabile? Esiste una proporzione plausibile tra finanziamento pubblico e rappresentatività di un gruppo socio-culturale? Qual è il &#8220;public interest&#8221; a finanziare quella pubblicazione che trova così scarso interesse nei lettori?</p>



<p>SULLE CAMPAGNE MEDIATICHE</p>



<p>Non è rilevante la mia distanza dalle posizioni del Foglio, per esempio da firme come quella di un Langone, ma sono molto preoccupato da altre questioni. Per esempio il Foglio, a partire dallo stesso direttore Cerasa, ha ripetutamente e <strong>convintamente veicolato teorie antiscientifiche e negazioniste sul Cambio climatico</strong>, riconosciuto da molti anni come un fatto dal 99,9% dei paper scientifici. Nel 2020 un dibattito serio e onesto non è più sul &#8220;se&#8221; vi sia il cambio climatico, ma sul &#8220;che fare&#8221; per frenarlo. Discutere ancora sul &#8220;se&#8221; ha la stessa funzione che discutere con i terrapiattisti: perdere tempo. Media come il Foglio obbligano sistematicamente a retrocedere, e quindi a non agire. Non ingenuamente.</p>



<p>Infatti non si tratta né di libertà di stampa né di espressione. La diffusione di disinformazione che l’intera comunità scientifica mondiale considera irrilevante, dannosa e infondata, rappresenta e muove gli enormi interessi economici che il Foglio rappresenta. <strong>Negli USA il negazionismo viene finanziato dai petrolieri; in Italia lo deve finanziare lo Stato?</strong> </p>



<p>Qui il cerchio pare chiudersi. Quel giornale che fa della rivendicazione del merito e della meritocrazia la propria cifra ideologica, come mai non è all&#8217;altezza di<strong> confrontarsi col metodo scientifico</strong>? Quel giornale così meritocratico, su cosa basa l&#8217;autoattribuzione di merito? Nel mio piccolo, io figlio di nessuno, nella mia vita professionale ho già vinto quattro concorsi pubblici. Eppure un giornale come il Foglio si permette di denigrare sistematicamente il valore e il merito nel mondo dell’<strong>Università pubblica, che ha fatto la democrazia di questo paese almeno come la libertà di stampa</strong>. Mi vorrebbero far decurtare lo stipendio e forse far licenziare, ma sono contro la patrimoniale per chi guadagna multipli del mio stipendio. Intanto anche il loro stipendio lo paga il contribuente. Ma francamente loro, <strong>bravi per antonomasia</strong>, che conducono quotidianamente battaglie contro il pubblico, ma che lavorano per un giornale incapace di stare sul mercato, che meriti hanno?</p>


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		<title>A Diego mio fratello, a Diego Maradona, rivoluzionario latinoamericano e napoletano</title>
		<link>https://www.gennarocarotenuto.it/28724-a-diego-mio-fratello-a-diego-maradona-rivoluzionario-latinoamericano-e-napoletano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Nov 2020 18:31:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Diego Maradona]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Piango l&#8217;uomo prima del calciatore. Sei morto un 25 novembre, lo stesso giorno di Fidel Castro, tuo amico e compagno vero, non di un giorno. Rivoluzionario latinoamericano tu e lui, la Storia vi ha già assolto. Diego villero, Diego fattosi&#8230; <a href="https://www.gennarocarotenuto.it/28724-a-diego-mio-fratello-a-diego-maradona-rivoluzionario-latinoamericano-e-napoletano/" class="read-more">Continua </a></p>
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<p>Piango l&#8217;uomo prima del calciatore. Sei morto un 25 novembre, lo stesso giorno di Fidel Castro, tuo amico e compagno vero, non di un giorno. Rivoluzionario latinoamericano tu e lui, la Storia vi ha già assolto. Diego villero, Diego fattosi uomo in una Villa Miseria, Diego che poteva essere quello che è solo a Napoli. Diego nostro. Diego che non si è fatto napoletano, lo era. Diego Sud, Diego tutti i Sud del mondo. Diego il Ribelle contro il potere, fosse Blatter o Bush o tutti i Nord del mondo. Diego il grande uomo, gran-de uo-mo, che viene dal basso che più in basso non si può, per farsi D10S, il più grande di tutti.</p>



<p>Quanti insegnamenti ho ricevuto da te, Diego Maradona. L&#8217;uomo che cade e si rialza, nella sua grandezza e nelle sue fragilità. L&#8217;uomo che sa di essere grande e fragile. L&#8217;uomo che quando sbaglia, sbaglia contro se stesso e paga in prima persona. L&#8217;uomo che non abbassa la testa, l&#8217;uomo con la schiena dritta, che in quello Stadio Olimpico che ribolliva d&#8217;odio (irrisolvibile, irredimibile, imperdonabile) fischiando l&#8217;inno argentino, elevò in mondovisione il suo limpido, legittimo, a testa alta: &#8220;hijos de puta&#8221;. Sette anni sei stato il più odiato dagli italiani, in quanto napoletano. Se perdi in quanto Sud, ti malsopportano. Ma se vinci, morti d&#8217;invidia, non te lo perdonano. Ti sarebbe bastato tradire la città, ma tu non hai tradito. Perciò ti odiavano. Perciò ti amiamo.</p>



<p>Odiavano quel tuo corpo massacrato perché non potevano averlo. Odiavano quel corpo biopolitico, come quello del Che Guevara tatuato sul tuo braccio, massacrato di calci maligni e di infiltrazioni velenose, quel tuo corpo castigato dalle droghe, dall&#8217;alcool e dal cibo. Da qualche parte dovevi pur sfogare tanta grandezza. Quel corpo è quello dell&#8217;umanità come siamo, non quella borghesuccia, perbenista e ipocrita che ti disprezzava. In troppi oggi s&#8217;intesteranno la tua memoria, ma solo due nazioni possono rivendicarti come figlio: la nazione argentina e quella napoletana.</p>



<p>Solo chi è un analfabeta della cultura popolare di tutto questo pianeta può pensare che tu sia stato solo un calciatore. Sei stato la coscienza popolare dell&#8217;umanità ferita di tutti i Sud del mondo, che balbetta, zoppica, desidera, cade, ma non abbassa la testa. Sei stato l&#8217;unico nella Storia a vincere una guerra con due gol, in Messico, con la mano di D10S e il gol del siglo, entrambi necessari a ricacciare in gola tutta la boria e tutto il disprezzo dell&#8217;impero britannico, il Nord contro il Sud. Come cantano i Calle 13, Latinoamerica è &#8220;Maradona contra Inglaterra anotándote dos goles&#8221;. A Sud, con il tuo sinistro. Solo Sud, di sinistra. Eri Sud, solo Sud, Diego, fratello mio.</p>



<p class="has-text-align-right"><em>A Juan Da Silva, mi hermano, a Salvatore Pisano, mio fratello, <br />estén donde estén, hoy brinden con el Diego de la gente.</em></p>


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		<title>I tre tetti di cristallo sfondati da Kamala Harris</title>
		<link>https://www.gennarocarotenuto.it/28720-i-tre-tetti-di-cristallo-sfondati-da-kamala-harris/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Nov 2020 17:43:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pianeta Terra]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[Kamala Harris]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Kamala Harris, raggiungendo la vice-presidenza degli Stati Uniti, come vice di Joe Biden, frantuma non uno ma ben tre tetti di cristallo. Quello di genere innanzitutto, quello razziale e quello migratorio. La rilevanza storica di questo risultato della senatrice californiana,&#8230; <a href="https://www.gennarocarotenuto.it/28720-i-tre-tetti-di-cristallo-sfondati-da-kamala-harris/" class="read-more">Continua </a></p>
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<p>Kamala Harris, raggiungendo la vice-presidenza degli Stati Uniti, come vice di Joe Biden, frantuma non uno ma ben tre tetti di cristallo. Quello di genere innanzitutto, quello razziale e quello migratorio. La rilevanza storica di questo risultato della senatrice californiana, è comparabile con quella che 12 anni fa portò alla candidatura e alla vittoria di Barack Obama. Prima di lei solo tre donne erano state candidate. Alla vice-presidenza Geraldine Ferraro nel 1984 in ticket con Walter Mondale contro Ronald Reagan; Sarah Palin con John McCain contro Barack Obama; Hillary Clinton alla presidenza contro Trump; sono state le uniche tre donne a contendere la Casa Bianca, finendo sempre sconfitte. In un’epoca storica votata al pessimismo, in particolare per le istanze di progresso e uguaglianza, invece Kamala Harris rappresenta un passo straordinario nella caduta del plurisecolare dominio del maschio bianco sul pianeta, così plasticamente incarnato da Donald Trump e della riproposizione della necessità di ridurre le disuguaglianze, che questa è stata capace di colmare da outsider assoluta.</p>



<p>Negare che Kamala Harris incarni molti gap superati è infatti un esercizio di cecità e di stupidità per una donna che è riuscita a diventare una dei due senatori della California, il più popoloso stato degli USA, con i suoi 40 milioni di abitanti, e con un PIL maggiore di quello della Gran Bretagna. Partiamo da un dato incontrovertibile. Nella storia degli Stati Uniti, i senatori afro-discendenti sono stati appena dieci, due nel XIX secolo, due nel XX secolo, sei nel XXI secolo, Harris compresa, che è appena la seconda donna afrodiscendente senatrice nella storia. Appena otto sono di origine asiatica (e qui Kamala è di nuovo calcolata). A questi aggiungiamo nove ispanici e tre nativi. In quasi 250 anni di storia degli Stati Uniti appena 29 sono stati i membri del Senato non bianchi. Le donne non bianche poi, non arrivano alle dita di una mano.</p>



<p>Dunque una donna, figlia di immigrati non bianchi provenienti dalla Giamaica e dall’India arriva alla Casa Bianca, mettendo in un colpo solo in discussione il <strong>gender gap, quello razziale e quello migratorio</strong>, e questa non sarebbe una cosa straordinaria? Non basta, per alcuni non basta mai. Ad alcuni pare perfino che i suoi natali non siano abbastanza disgraziati per considerarla meritevole. In particolare, il fatto che i genitori di Kamala Harris siano entrambi giunti negli USA per studiare, abbiano poi avuto una buona carriera accademica, economista il padre, medico la madre, impedirebbe di considerare la Harris una “vera immigrata” ma piuttosto un’esponente della classe dirigente, quasi un membro aggiunto della aristocrazia americana. Laddove non si può stigmatizzare l’alterigia di Hillary Clinton, se ne costruisce una ad arte; va da sé, falsa. Da agosto in qua ho trovato questo aspetto sottolineato soprattutto in lingua italiana, in un paese dove è invalso lo stereotipo per il quale “immigrato” sia sinonimo da destra di indesiderabile, e da sinistra di “ultimo” da compatire per le sue disgrazie, e non di persona in cerca del suo posto nel mondo in grado di apportare almeno quanto riceve dal paese di arrivo. Kamala Harris, donna in carriera (e che carriera!), figlia di immigrati di classe media, non sarebbe una vera immigrata perché romperebbe lo stereotipo di dannata della terra e sarebbe pertanto da rubricare come privilegiata (sic).</p>



<p>Descrivere la famiglia di Kamala Harris come appartenente a una élite facoltosa e quindi sostenere che l’appartenenza di classe cancelli in un colpo solo discriminazione di genere, razziale e migrazione (e quindi l’importante ascesa intergenerazionale degli Harris Gopalan) è innanzitutto falso: un docente universitario in posizione apicale ha un buon reddito ma non è né ricco né classe dirigente. Se proveniente dal Sud del mondo poi, non porta con sé alcuna accumulazione primaria che non la faccia cominciare da zero.</p>



<p>Per pagare gli studi in California di Shyamala Gopalan, la madre di Kamala Harris, scomparsa nel 2009, suo padre, il nonno, che era un funzionario pubblico indiano che partendo da stenografo arrivò a un buon livello, impegnò la propria liquidazione. Shyamala lo ripagò in modo brillante, divenendo la prima Gopalan laureata, riuscendo a entrare in un PhD e poi avendo una carriera accademica in un mondo dove era una totale outsider.</p>



<p>Appena arrivata negli Stati Uniti, Shyamala studiava e marciava per i diritti civili. E così conobbe colui che sposò negli anni Sessanta (divorziando nel ’71), Donald Harris. Questo veniva dalla stessa “parrocchia” di Bob Marley, in Giamaica. La sua famiglia, fino a poche generazioni prima, era di proprietà di Hamilton Brown, un irlandese e il più grande proprietario di schiavi dell’isola. Gli Harris non erano abbastanza poveri da non potersi permettere di far studiare Donald. Questo, militante di sinistra da sempre, li ricompensò costruendo una carriera accademica di prestigio da economista keynesiano in un mondo dove già andavano avanti solo i neoclassici. </p>



<p>Coerente con la propria storia, Donald Harris ha dedicato la sua vita di studioso alle disuguaglianze e al sottosviluppo, in particolare in Giamaica. Furono i movimenti per i diritti civili che fecero innamorare quel giovane accademico venuto da un’isola dei Caraibi e la dottoranda venuta dall’India. <strong>Furono i libri, non i soldi</strong> che, in una famiglia di immigrati, abbastanza bravi a scuola da vincere borse di studio e non rinnegare se stessi, hanno creato le basi per permettere a Kamala Harris di proseguire quella straordinaria ascensione intergenerazionale che oggi la porta addirittura alla Casa Bianca. Brava, gigantesca Kamala Harris.</p>


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		<title>La sinistra trionfa in Bolivia e rende palese: un anno fa fu golpe contro Evo Morales</title>
		<link>https://www.gennarocarotenuto.it/28712-la-sinistra-trionfa-in-bolivia-e-rende-palese-un-anno-fa-fu-golpe-contro-evo-morales/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2020 16:28:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[Evo Morales]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[Luis Almagro]]></category>
		<category><![CDATA[Luis Arce]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Wiphala</p>
<p>La prima pretesa, razzista e paternalista, del golpe di un anno fa in Bolivia era dimostrare che i popoli indigeni, gli Aymara, i Quechua, non fossero capaci di governare e autogovernarsi, e che dovessero per forza affidarsi all&#8217;elemento bianco&#8230; <a href="https://www.gennarocarotenuto.it/28712-la-sinistra-trionfa-in-bolivia-e-rende-palese-un-anno-fa-fu-golpe-contro-evo-morales/" class="read-more">Continua </a></p>
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<p></p>



<p>La prima pretesa, razzista e paternalista, del golpe di un anno fa in Bolivia era dimostrare che i popoli indigeni, gli Aymara, i Quechua, non fossero capaci di governare e autogovernarsi, e che dovessero per forza affidarsi all&#8217;elemento bianco per andare avanti. Si sbagliavano e con le elezioni di oggi e il trionfo di dimensioni perfino impreviste della sinistra indigenista del MAS è stato definitivamente dimostrato. Così la Bolivia può riprendere il cammino dei successi sociali, politici e anche macroeconomici e della pace e stabilità politica e monetaria dei 13 anni di Evo Morales e Álvaro García Linera. Con loro c&#8217;erano i due ministri Luís Arce all&#8217;Economia e David Choquehuanca agli Esteri, che oggi ne prendono il rilievo a Palazzo Quemado a La Paz.</p>



<p>La delegittimazione, la demolizione sistematica dell’uomo e del personaggio pubblico, l&#8217;odio razzista, che in tutti questi anni hanno versato a piene mani contro Evo Morales, l&#8217;indio non sottomesso che prende in mano il proprio destino, si sono dunque completamente ritorti contro chi organizzò quel colpo di stato. Quelle elezioni videro il limpido trionfo di Evo con l&#8217;11% di vantaggio sul più diretto avversario. Dicono che sia in questo momento accusato di più di 150 reati, ma l’Interpol (lo stesso accade per Rafael Correa in Ecuador) ha rifiutato di eseguire i mandati di cattura in quanto considera quelle accuse come palesemente politiche. Una volta di più il &#8220;lawfare&#8221;, la guerra giudiziaria contro i leader progressisti latinoamericani, che ha impedito a Lula di battere Bolsonaro, si dimostra per quello che è: un progetto eversivo. Con le elezioni del 18 ottobre 2020 è così innanzitutto restituito l&#8217;onore a Evo Morales come dirigente politico specchiato (il che non vuol dire infallibile) e uomo centrale nella sintesi di un paese così complesso da proclamare se stesso come &#8220;stato plurinazionale&#8221;, con un ammirevole processo costituente che ha messo fine a un regime di apartheid più che secolare.</p>



<p>Cade oggi anche la rappresentazione falsa della presunta <strong>polarizzazione</strong> della Bolivia, che ha fatto comodo per giustificare il golpe. La realtà è che c’è un gruppo di potere, economicamente dominante ma che si dimostra una volta di più minoritario nel paese, che ha fatto il colpo di stato e che <strong>ha privato la nazione andina di un anno di democrazia</strong>, un crimine imperdonabile. Hanno agganci internazionali, in particolare in paesi chiave come Brasile e USA e sono alleati di personaggi come Elon Mask con i suoi interessi strategici nel litio (nel salar di Uyuni si concentrano le maggiori riserve del mondo), le multinazionali dell’energia, il complesso agroindustriale. Tali gruppi di potere hanno un sostanziale monopolio sui e dei media locali e internazionali. In questi anni hanno condotto la demonizzazione di Evo Morales con gli stessi cliché razzisti che costruiscono perfino un’estetica che attribuisce agli indigeni la bruttezza, o considera riti satanici le culture precolombiane, o sputano su simboli del pluralismo culturale come la Wiphala, la bandiera indigena.</p>



<p>Intorno a tali cliché razzisti, sui quali è costruita l’intera storia della Bolivia dalla Colonia a noi, hanno costruito consenso, in particolare in pezzi delle classi medie bianche, e sono sempre disposti a usare la violenza. Spacciare, come accadde un anno fa, per “società civile” l’estrema destra e i suoi gruppi paramilitari che, per denunciare presunti (falsi) brogli, bruciavano le schede elettorali che avrebbero dovuto far controllare, è uno dei capolavori criminali del mondo mediatico mainstream. A questo si aggiunga il pezzo chiave, l&#8217;Organizzazione degli Stati Americani (OEA) con a capo Luís Almagro, l’anima nera dell’America latina dell’ultimo lustro, instancabile lottatore contro qualunque governo progressista. Fu quest&#8217;ultimo a tessere la tela costruendo il rapporto infedele dei suoi stessi osservatori internazionali, che denunciarono brogli che non c&#8217;erano mai stati, per indurre i militari boliviani al golpe che costrinse Evo alle dimissioni e all&#8217;esilio, e legittimare l&#8217;autoproclamato governo di Jeanine Áñez. In contesti dissimili lo schema non era diverso da quello che aveva inventato lo stesso Almagro con Guaidó in Venezuela pochi mesi prima, delegittimare un potere sgradito e contrapporgliene uno a sua immagine. Oggi, proprio Almagro e Áñez devono prendere atto del trionfo del MAS. Lo fanno con due Tweet senza ambiguità che sono innanzitutto la loro sconfitta. Sono un nemico potentissimo, ma erano, sono e restano minoranza.</p>



<p>Il MAS invece resta maggioranza ed è sempre stato maggioranza. Il Movimento Al Socialismo, ha impalcato una costruzione ammirevole e raffinata. Ha tenuto insieme il mondo indigeno, la sinistra classista tradizionale, ma anche quella dei diritti, con un elemento femminista fondamentale. Hanno provato a coniugare lo sviluppo necessario di un paese con pochissime infrastrutture, con la difesa della Pachamama, la Madre Terra. Lo è oggi come lo era un anno fa, quando il legittimo governo Morales fu rovesciato dal complotto golpista. </p>



<p>Resta da dire che quel clima mediatico che narra di un&#8217;America Latina finalmente restituita al suo destino liberal-conservatore, dopo una scapricciata progressista (loro dicono populista) durata un decennio, è perlomeno imprudente.  Le ultime due elezioni importanti, in Argentina e Bolivia, hanno attestato la sconfitta delle destre e la prosecuzione dei progetti intestati comunque ai Kirchner e a Morales. Solo in Uruguay i conservatori del Partito Nazionale sono tornati al governo col giovane Lacalle. La crisi venezuelana può risolversi solo con le urne, ma all&#8217;oggi è l&#8217;opposizione a frenare, anche qui mal consigliata da Almagro. La strategia di favorire i &#8220;regime change&#8221;, con le buone o con le cattive, in stallo in Venezuela, fallisce in Bolivia. Ancora lontana la scadenza del sexenio di Andrés Manuel López Obrador in Messico, il prossimo sarà l&#8217;anno elettorale del Cile, dell&#8217;Ecuador e del Perù. In tutti e tre paesi i governi di destra sono pesantemente in discussione facendo saltare quell&#8217;Alleanza del Pacifico, pezzo geopolitico dello scacchiere filostatunitense. E nel 2022, se non sarà fermato prima, nel suo estremismo e nella sua devastante incapacità di governare, sarà il turno di Bolsonaro. I tre grandi, Messico, Argentina e Brasile, potrebbero per la prima volta nella storia avere contemporaneamente un governo progressista. Insomma, la partita in America latina è più che aperta, piaccia o no agli Almagro o ai media monopolisti.</p>


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		<title>Breve guida alle presidenziali di oggi in Bolivia, MAS o ballottaggio?</title>
		<link>https://www.gennarocarotenuto.it/28706-breve-guida-alle-presidenziali-di-oggi-in-bolivia-mas-o-ballottaggio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Oct 2020 09:17:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[Evo Morales]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[Luis Arce]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Zero o quasi spazio sui giornali italiani ed europei sulle importantissime elezioni presidenziali di oggi in Bolivia, che tornano a contrapporre, in maniera fin troppo schematica, due visioni antitetiche di America Latina. Da una parte la sinistra: integrazione regionale e&#8230; <a href="https://www.gennarocarotenuto.it/28706-breve-guida-alle-presidenziali-di-oggi-in-bolivia-mas-o-ballottaggio/" class="read-more">Continua </a></p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="700" height="350" src="https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2020/10/Luis-Arce-David-Choquehuanca-Bolivia.jpeg" alt="" class="wp-image-28707" srcset="https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2020/10/Luis-Arce-David-Choquehuanca-Bolivia.jpeg 700w, https://www.gennarocarotenuto.it/wp-content/uploads/2020/10/Luis-Arce-David-Choquehuanca-Bolivia-300x150.jpeg 300w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure></div>



<p>Zero o quasi spazio sui giornali italiani ed europei sulle importantissime elezioni presidenziali di oggi in Bolivia, che tornano a contrapporre, in maniera fin troppo schematica, due visioni antitetiche di America Latina. Da una parte la sinistra: integrazione regionale e riduzione delle disuguaglianze. Dall’altra la destra: indifferenza alla povertà, privatizzazioni, indebitamento e inserimento subalterno nel sistema mondo dato solo dall&#8217;eterno export di materie prime, che nel caso della Bolivia vogliono dire il litio, il motore delle batterie del XXI secolo. Riuscirà la sinistra integrazionista, che fu di Evo Morales e oggi candida Luís Arce, a vincere al primo turno, o le destre imporranno il ballottaggio?</p>



<p>Rispetto al silenzio di oggi, un anno fa, al momento del golpe di estrema destra, che mise fine a 13 anni di governo di Evo Morales, giustificato da finti brogli elettorali, in troppi (anche in Italia) sproloquiavano e si spellavano le mani, contenti solo che avesse fine l’anomalia di un governo presieduto da un indigeno aymara. Quel colpo di stato, giova ricordare, fu legittimato dal ruolo dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA, l’istituzione emisferica da sempre controllata dagli USA), dal sistema mediatico mainstream, dall&#8217;Europa e da mostruosi interessi economici, a partire da quelli di Elon Musk, il miliardario padrone di Tesla, che lo rivendicò apertamente per i suoi interessi nell’estrazione del litio.</p>



<p>Si vota oggi, come nel 2019, per eleggere il presidente, 36 senatori e 130 deputati. Nel caso il più votato prenda tra il 40 e il 49% dei suffragi, questo vince al primo turno solo se ha più del 10% di vantaggio sul secondo. È ciò che accadde nel 2019 quando Evo Morales del MAS (Movimento Al Socialismo), sinistra, vinse con più del 10% dei voti di scarto (47,1% contro il 36,5 di Carlos Mesa). È un margine enorme in qualunque elezione al mondo, ma che fu negato da false accuse di brogli e da un rapporto falso, scritto ad arte dall&#8217;Organizzazione degli Stati Americani di Luís Almagro, come ripetutamente dimostrato da più autorevoli studi. Era un rapporto evidentemente preordinato e presentato a scrutinio ancora in corso, quando ancora mancavano i risultati delle zone rurali, favorevoli al MAS, volto a pretendere di imporre il ballottaggio prima e legittimare il golpe poi. Vi è una denuncia formale da parte del Premio Nobel per la Pace, Adolfo Pérez Esquivel, e di centinaia di associazioni per i diritti umani, che accusano Almagro di essere il primo responsabile del colpo di stato e di tutte le violazioni dei diritti umani commesse quest’anno in Bolivia. Mesi dopo sia il “New York Times” che il “Washington Post” si scusarono per aver dato credito alle false accuse di brogli (ma lo stesso non hanno ritenuto di fare i media italiani). Per tutta risposta Almagro diede al quotidiano newyorkese del “giornale castrista” (sic). Il tutto, i falsi brogli e le altre fantasiose accuse di corruzione e di  violazioni di diritti umani contro Evo Morales, erano però nel frattempo servite a legittimare le violenze dell’estrema destra (rappresentata va da sé come “società civile”), il ribaltamento del risultato delle urne, con la sedizione di parti delle forze armate e il tradimento della polizia.</p>



<p>La Bolivia arriva alle elezioni con una crisi di consenso, di legittimità delle istituzioni, aggravate dalla gestione del Covid19 da parte di Áñez. Proscritto Evo Morales, in esilio a Buenos Aires e accusato di qualunque cosa (oltre 150 capi d’accusa, con una fantasia degna di miglior causa), con l&#8217;Interpol che rifiuta di arrestarlo perché le <strong>accuse sono considerate palesemente politiche</strong> (il “lawfare”, la guerra giudiziaria, è una pratica sistematicamente usata contro i politici di centro-sinistra latinoamericani, da Lula a Rafael Correa), la sinistra candida oggi Luís Arce, un economista che è stato ministro dell&#8217;Economia di Evo fin dal 2006 e autore delle politiche redistributive dello Stato Plurinazionale e del grande auge di un paese cresciuto sistematicamente come mai nella sua storia. Il ticket vede come vice David Choquehuanca, anch&#8217;egli storico ministro degli Esteri di Evo, originale, brillante pensatore di una America Latina dove le gerarchie coloniali siano superate, e tra i principali costruttori della nuova Bolivia come stato che superasse l&#8217;impalcatura razzista e la subalternità dell&#8217;elemento indigeno. Piaccia o no, il ticket Arce-Choquehuanca è in totale continuità con la cultura politica integrazionista di Evo Morales e i risultati ottenuti da quel governo.</p>



<p>Come nel 2019 gli si contrappone Carlos Mesa, un conservatore colto, giornalista televisivo educato in Spagna, che fu presidente dal 2003 al 2005, quando era vice di Sánchez de Lozada, che dovette dimettersi dopo aver fatto assassinare oltre 80 persone nella cosiddetta “guerra del gas”, la privatizzazione degli idrocarburi imposta dal Fondo Monetario Internazionale, e che fu un momento fondamentale di accumulazione di forze per il Movimento Al Socialismo diretto da Evo Morales. Mesa in questo anno ha lasciato prudentemente fare l’estrema destra, assumendo un basso profilo, e ora tenta di riprendersi la scena per apparire, in particolare alle classi medie bianche, come il meno peggio e l&#8217;uomo che -infine- rappresenta il centro contro (presunti) opposti estremismi.</p>



<p>Onde evitare la vittoria al primo turno di Arce, due candidati non minori di destra si sono ritirati nelle ultime settimane. Dopo un lungo tira e molla (aveva inizialmente giurato di non candidarsi) si è ritirata la presidente di fatto Jeanine Áñez, senatrice autonominata perché nessuno di più alto in grado volle legittimare il golpe, che ha governato per un anno senza alcuna rispettabilità né consenso, a partire dai due massacri di Senkata e Sacaba, con oltre 35 morti, il giuramento sulla bibbia e l’odio per la Wiphala, la bandiera dei popoli nativi. Con lei ha fatto un passo indietro, rinunciando alla candidatura, anche Tuto Quiroga, altro neoliberale e violatore di diritti umani, che parla a stento spagnolo e presidente nel 2001 come erede diretto dell’ex-dittatore Hugo Banzer. Con i due ritiri l’estrema destra si coalizza così intorno a Luís Fernando Camacho, quarantenne rappresentante delle zone ricche di Santa Cruz, fondamentalista religioso, animatore delle proteste violente che portarono al colpo di stato nel 2019 e alla rinuncia del presidente legittimo Evo Morales.  </p>



<p>Le mobilitazioni del campo democratico non si sono mai fermate in questi mesi ma la maggior parte degli avanzamenti, in particolare delle classi popolari, raggiunti nei 13 anni precedenti (con l’economia che aveva sempre superato il +4% annuo di crescita), è evaporata, tornando a crescere povertà e precarietà e il paese è tornato a pietire prestiti internazionali come con Evo aveva smesso di fare per la prima volta nella storia. </p>



<p>I sondaggi danno la situazione esattamente al punto di un anno fa. Luís Arce è in vantaggio di circa 10 punti su Carlos Mesa a testimoniare che il MAS sia tuttora il centro del sistema politico boliviano. A seconda se dovesse stare sopra o sotto questo margine entrambe le parti potrebbero addebitare alla controparte dei brogli, e destabilizzare ulteriormente un paese che per 13 anni ha vissuto il periodo di gran lunga più stabile e di auge della bicentenaria storia boliviana. Un vero malfattore come Luís Almagro, espulso per indegnità dal suo partito, il Frente Amplio in Uruguay, è pronto a ripetere i giochi del 2019. Ovviamente il progetto delle destre, che mai hanno accettato di essere governati da un aymara, e non si fanno problemi a usare il discorso razzista di sempre usato in questi anni contro Evo Morales, è portare al ballottaggio Mesa. Ma hanno anche bisogno di un buon successo di Camacho, che potrebbe superare il 10%, per poi mobilitare l’elettorato più a destra, vincere il ballottaggio e poi condizionare dall’estrema un eventuale governo Mesa. Se ballottaggio fosse, sarebbe davvero voto a voto. Anche nel campo democratico la tensione è altissima, lo scorso anno furono enormi gli sforzi per non cadere nella trappola della violenza utile alle destre. Purtroppo non è affatto detto che andrà tutto bene. </p>


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		<title>Il mouse di Mario Paciolla impregnato di sangue</title>
		<link>https://www.gennarocarotenuto.it/28698-il-mouse-di-mario-paciolla-impregnato-di-sangue/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2020 12:45:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Paciolla]]></category>
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<p>+++IMPORTANTISSIMO+++ HO SCRITTO UNA BREVISSIMA SINTESI/ANALISI DELL&#8217;ARTICOLO DI CLAUDIA JULIETA DUQUE LINKATO IN CALCE Il dettaglio del ritrovamento del Mouse di #MarioPaciolla impregnato di sangue nella sede della Missione ONU è solo il più raggelante dettaglio dell&#8217;inchiesta di @julieduque sull&#8217;Espectador di oggi, e che marca un prima e un dopo nel caso del funzionario italiano della Missione di Pace in Colombia, assassinato il 15 luglio scorso, chiama in causa il governo colombiano ai massimi livelli, e rende inevitabile compararlo il caso di Mario Paciolla a quello di #GiulioRegeni. Una vera bomba in una fase storica cruciale della vicenda colombiana, che potrebbe segnare in maniera drammatica lo stesso processo di pace.</p>



<p>Faccio una brevissima sintesi, per un contesto intricatissimo, liberando da qualunque responsabilità per eventuali errori l’autrice dell’articolo, Claudia Julieta Duque, che è da Premio Pulitzer, e vi rimando all&#8217;articolo per il quadro dettagliato. #MarioPaciolla scrisse dei rapporti riservati sull&#8217;assassinio di almeno sette adolescenti in un accampamento di quel che resta della guerriglia, da parte dell&#8217;esercito colombiano ad agosto 19. È un caso terribile di un contesto nel quale esercito e paramilitari stanno facendo abortire il processo di pace.</p>



<p>Tali rapporti sono finiti nelle mani sbagliate (molti esponenti della Missione ONU giocano un ruolo nefasto), e sono stati usati per provocare lo scorso novembre la caduta del Ministro della difesa Botero, uomo di Uribe, come il presidente Ivan Duque, personaggi sinistri se ve ne sono. In sostanza la Missione tradisce Mario per giocare una sporca partita interna alla politica colombiana. Mario usa proprio queste parole, sostenendo di essere stato «tradito», «usato», «sporcato» dalla Missione ONU (piena di personaggi indifendibili, a partire dal contractor Christian Thompson che continua a non collaborare, né a Bogotà né a New York). Fatto sta che la Missione ONU, con i suoi veleni interni, lo ha esposto, abbandonato, non difeso da una rappresaglia (espressione mia, non ne trovo di migliori) che potrebbe arrivare fino al massimo livello dello Stato, al governo di Bogotà. Verità e giustizia per Mario Paciolla. <a href="https://www.elespectador.com/noticias/investigacion/mario-paciolla-el-costo-de-la-caida-de-un-ministro/" target="_blank" aria-label="undefined (apri in una nuova scheda)" rel="noreferrer noopener">https://www.elespectador.com/noticias/investigacion/mario-paciolla-el-costo-de-la-caida-de-un-ministro/</a></p>


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		<title>Il qualunquismo (anche di sinistra) sulle origini di Kamala Harris</title>
		<link>https://www.gennarocarotenuto.it/28694-il-qualunquismo-anche-di-sinistra-sulle-origini-di-kamala-harris/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2020 13:02:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pianeta Terra]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[Kamala Harris]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Shyamala Gopalan e Donald Harris</p>
<p>La candidatura di Kamala Harris alla vice-presidenza degli Stati Uniti è stata accolta da più parti con ingiustificata freddezza se non con rilievi strumentali, negandole una rilevanza storica che è invece comparabile con quella che&#8230; <a href="https://www.gennarocarotenuto.it/28694-il-qualunquismo-anche-di-sinistra-sulle-origini-di-kamala-harris/" class="read-more">Continua </a></p>
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<p>La candidatura di Kamala Harris alla vice-presidenza degli Stati Uniti è stata accolta da più parti con ingiustificata freddezza se non con rilievi strumentali, negandole una rilevanza storica che è invece comparabile con quella che 12 anni fa portò alla candidatura e alla vittoria di Barack Obama. In un’epoca storica votata al pessimismo, in particolare per le istanze di progresso e uguaglianza, invece la politica californiana rappresenta un passo straordinario nella caduta del plurisecolare dominio del maschio bianco sul pianeta, così plasticamente incarnato da Donald Trump e della riproposizione della necessità di ridurre le disuguaglianze, che questa è stata capace di colmare da outsider assoluta.</p>



<p>Negare che Kamala Harris incarni molti gap superati è infatti un esercizio di cecità se non di stupidità. Partiamo da un dato incontrovertibile. Nella storia degli Stati Uniti, i senatori afro-discendenti sono stati appena dieci, due nel XIX secolo, due nel XX secolo, sei nel XXI secolo, Harris compresa, che è appena la seconda donna afrodiscendente senatrice nella storia. Appena otto sono di origine asiatica (e qui Kamala è di nuovo calcolata). A questi aggiungiamo nove ispanici e tre nativi. In quasi 250 anni di storia degli Stati Uniti appena 29 sono stati i membri del Senato non bianchi. Le donne non bianche poi, non arrivano alle dita di una mano. Vedremo come andrà a novembre, ma ricordo che Geraldine Ferraro e Sarah Palin alla vice-presidenza e Hillary Clinton alla presidenza sono state le uniche tre donne a contendere la Casa Bianca, finendo sempre sconfitte.</p>



<p>Dunque una donna, figlia di immigrati non bianchi provenienti dalla Giamaica e dall’India potrebbe diventare presidente degli USA, mettendo in un colpo solo in discussione il <strong>gender gap, quello razziale e quello migratorio</strong>, e questa non sarebbe una cosa straordinaria? Non basta, per alcuni non basta mai. Ad alcuni pare perfino che i suoi natali non siano abbastanza disgraziati per considerarla meritevole di ambire a una delle poltrone più desiderate al mondo. In particolare, il fatto che i genitori di Kamala Harris siano entrambi giunti negli USA per studiare, abbiano poi avuto una buona carriera accademica, economista il padre, medico la madre, impedirebbe di considerare la Harris una “vera immigrata” ma piuttosto un’esponente della classe dirigente, quasi un membro aggiunto della aristocrazia americana. Laddove non si può stigmatizzare l&#8217;alterigia di Hillary Clinton, se ne costruisce una ad arte, va da sé, falsa. Ho trovato questo aspetto sottolineato soprattutto in lingua italiana, in un paese dove è invalso lo stereotipo per il quale “immigrato” sia sinonimo da destra di indesiderabile, e da sinistra di “ultimo” da compatire per le sue disgrazie, e non di persona in cerca del suo posto nel mondo in grado di apportare almeno quanto riceve dal paese di arrivo. Kamala Harris, donna in carriera (e che carriera!), figlia di immigrati di classe media, non sarebbe una vera immigrata perché romperebbe lo stereotipo di dannata della terra e sarebbe pertanto da rubricare come privilegiata (sic).</p>



<p>Descrivere la famiglia di Kamala Harris come appartenente a una élite facoltosa e quindi sostenere che l&#8217;appartenenza di classe cancelli in un colpo solo discriminazione di genere, razziale e migrazione (e quindi l&#8217;importante ascesa intergenerazionale degli Harris Gopalan) è innanzitutto falso: un docente universitario in posizione apicale ha un buon reddito ma non è né ricco né classe dirigente. Se proveniente dal Sud del mondo poi, non porta con sé alcuna accumulazione primaria che non la faccia cominciare da zero. </p>



<p>Per pagare gli studi in California di Shyamala Gopalan, la madre di Kamala, scomparsa nel 2009, suo padre, il nonno, che era un funzionario pubblico indiano che partendo da stenografo arrivò a un buon livello, impegnò la propria liquidazione. Shyamala lo ripagò in modo brillante, divenendo la prima Gopalan laureata, riuscendo a entrare in un PhD e poi avendo una carriera accademica in un mondo dove era una totale outsider. </p>



<p>Appena arrivata negli Stati Uniti, Shyamala studiava e marciava per i diritti civili. E così conobbe colui che sposò negli anni Sessanta (divorziando nel &#8217;71), Donald Harris. Questo veniva dalla stessa &#8220;parrocchia&#8221; di Bob Marley, in Giamaica e la sua famiglia, fino a poche generazioni prima, era di proprietà di Hamilton Brown, un irlandese e il più grande proprietario di schiavi dell&#8217;isola. Gli Harris non erano abbastanza poveri da non potersi permettere di far studiare Donald. Questo, militante di sinistra da sempre, li ricompensò costruendo una carriera accademica di prestigio da economista keynesiano in un mondo dove già andavano avanti solo i neoclassici. Coerente con la propria storia, ha dedicato la sua vita di studioso alle disuguaglianze e al sottosviluppo, in particolare in Giamaica. Furono i movimenti per i diritti civili che fecero innamorare quel giovane accademico venuto da un&#8217;isola dei Caraibi e la dottoranda venuta dall&#8217;India. <strong>Furono i libri, non i soldi</strong> che, in una famiglia di immigrati, abbastanza bravi a scuola da vincere borse di studio e non rinnegare se stessi, hanno creato le basi per permettere a Kamala Harris di proseguire quella straordinaria ascensione intergenerazionale che oggi qualche ignavo le rinfaccia. Verso di questi, chioserei col Canto III dell’Inferno di Dante: “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.</p>


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		<title>Nella Colombia di Mario Paciolla l&#8217;arresto di Álvaro Uribe è “la notizia del secolo”</title>
		<link>https://www.gennarocarotenuto.it/28686-nella-colombia-di-mario-paciolla-larresto-di-alvaro-uribe-e-la-notizia-del-secolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Aug 2020 10:58:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Álvaro Uribe]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Paciolla]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella Colombia dove meno di un mese fa è stato assassinato il cittadino italiano e funzionario ONU Mario Paciolla (un omicidio che, fino a prova contraria, può avere motivi politici legati al processo di pace), l’arresto dell’ex-presidente Álvaro Uribe è&#8230; <a href="https://www.gennarocarotenuto.it/28686-nella-colombia-di-mario-paciolla-larresto-di-alvaro-uribe-e-la-notizia-del-secolo/" class="read-more">Continua </a></p>
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<p>Nella Colombia dove meno di un mese fa è stato assassinato il cittadino italiano e funzionario ONU Mario Paciolla (un omicidio che, fino a prova contraria, può avere motivi politici legati al processo di pace), l’arresto dell’ex-presidente <a href="https://www.gennarocarotenuto.it/7567-alvaro-uribe-ospite-silvio-berlusconi-e-joseph-ratzinger/">Álvaro Uribe</a> è “la notizia del secolo”. Una notizia del secolo totalmente bucata dai nostri media, cerchiamo di capire perché.</p>



<p>Onnipotente, e ancora oggi difeso dall’attuale presidente Iván Duque, del quale è mentore influentissimo, Uribe nel primo decennio del secolo (2002-2010) fu il principale alleato emisferico di George W Bush. Era il tempo post 11 settembre e della “guerra al terrorismo” e dell’America Latina che, dopo il tracollo del “neo-liberismo reale”, guardava a sinistra da Lula a Kirchner a Chávez. Uribe fu per anni “il nostro uomo a Bogotà”; destra vera, non opportunismo. Godeva di ottima stampa (spesso redazionali pagati) che magnificavano presunti successi di politiche ultraliberali in un Continente che in quegli anni rileggeva Gramsci e guardava a Keynes. Intanto, con la scusa della guerriglia vetero-marxista delle FARC si negava l’essenza di un conflitto feroce per la terra, con milioni di contadini espulsi dalle loro terre per far posto all’agroindustria e il ruolo nefasto del narcotraffico. Un conflitto per la terra che vedeva i contadini sempre massacrati, dall’esercito, dai paramilitari e a volte perfino dalla guerriglia, e che generava la guerriglia stessa quasi come un danno collaterale di un processo di modernizzazione neoliberale dei rapporti di produzione. Rapporti di produzione dove l’industria militare resta tra le più prospere e abominevoli, come attestò il Plan Colombia, voluto dagli USA. Basta ricordare il caso dei “falsi positivi”, migliaia di disgraziati, contadini, studenti, totalmente estranei, assassinati a sangue freddo e rivestiti con la divisa della guerriglia per incassare i soldi pattuiti col governo degli Stati Uniti per ogni guerrigliero ucciso.</p>



<p>Uribe, con i suoi paramilitari, era materialmente dietro non solo a molti dei singoli crimini, ma ideologo dell’impalcatura generale di una<a href="https://www.gennarocarotenuto.it/8457-nella-colombia-di-alvaro-uribe-ammazzano-i-due-terzi-dei-sindacalisti-al-mondo/"> macchina criminale</a> e genocida che ha fatto 250.000 morti. A cominciare da quel Massacro di El Aro, nel lontano 1997, riconosciuto come Crimine contro l’Umanità, quando i paramilitari delle AUC, legati a lui che in quel momento era governatore di Antioquia, assassinarono 15 contadini per sloggiarne 900 altri. Tra gli esecutori materiali vi fu quel Salvatore Mancuso, paramilitare e narcos, legato alla ‘ndrangheta, successivamente impegnato nella destabilizzazione del governo Chávez in Venezuela, e nel 2008 estradato negli USA. Uribe, non fosse stato alleato di Bush, in quella stessa stagione avrebbe meritato un tribunale penale internazionale come un Milosevic o un Saddam Hussein. Oggi otto anni di indagini di un potere giudiziario che in questi decenni ha pagato prezzi altissimi per difendere la propria autonomia, hanno portato all’emissione di un mandato di arresto (già trasformato in domiciliari per una presunta positività Covid19) per una parte di quei crimini. Nello specifico la sua relazione con i paramilitari e, in particolare, nella corruzione di testimoni (è stato arrestato anche l’avvocato di Uribe) per smontare le accuse del coraggioso senatore Iván Cepeda, del Polo Democratico, e che dimostrerebbero come Uribe e suo fratello Santiago siano fin dall’inizio personaggi chiave del paramilitarismo nel Nord-Ovest della Colombia.</p>



<p>Se dell’arresto di Uribe e della lunga vicenda processuale che lo riguarda sentirete parlare poco sui giornali, che vi stanno del resto negando informazioni sull’omicidio di Mario Paciolla, ancora meno sentirete parlare di vicende giudiziarie di questi giorni e di segno opposto in America latina, eppure decisive nella comprensione della Storia della Regione in questo scorcio di XXI secolo. L’Interpol, per la terza volta nel giro di un anno, ha sostenuto che dietro la condanna per corruzione dell’ex-presidente ecuadoriano Rafael Correa esista una precisa “persecuzione politica”, orchestrata dall’attuale presidente Lenín Moreno, e quindi si è rifiutata di procedere contro questo. Contemporaneamente in Brasile la Corte Suprema riconosce una volta di più quanto la condanna di Lula fosse viziata dal giudice Sergio Moro (che con sprezzo del ridicolo qualcuno sui giornali italiani definì “il Falcone brasiliano”), che poi è stato Ministro della Giustizia di Jair Bolsonaro. Moro agì al fine di “influenzare in modo diretto e rilevante il risultato delle elezioni, […] violando il sistema accusatorio nonché le garanzie costituzionali del contraddittorio e della difesa&#8221;. A questo si aggiunga la denuncia di brogli mai esistiti, inventati a tavolino dall’Organizzazione degli Stati Americani, che furono prodromici al golpe contro Evo Morales in Bolivia e all’instaurazione di un catastrofico regime di fatto che sta usando il Covid19 per perpetuarsi. È il “lawfare”, la guerra giudiziaria contro tutti i governi di centro-sinistra degli ultimi vent’anni: lo strumento per normalizzare l’America Latina. Tutti corrotti, salvo Uribe ovviamente.</p>


</div><p>L'articolo <a href="https://www.gennarocarotenuto.it/28686-nella-colombia-di-mario-paciolla-larresto-di-alvaro-uribe-e-la-notizia-del-secolo/">Nella Colombia di Mario Paciolla l&#8217;arresto di Álvaro Uribe è “la notizia del secolo”</a> si trova su <a href="https://www.gennarocarotenuto.it">Gennaro Carotenuto</a>.</p>
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		<title>Sei domande per il Segretario Generale dell’ONU Antonio Gutérres su Mario Paciolla</title>
		<link>https://www.gennarocarotenuto.it/28666-sei-domande-segretario-generale-onu-antonio-guterres-mario-paciolla/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Aug 2020 14:47:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Paciolla]]></category>
		<category><![CDATA[ONU]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Al Segretario Generale dell’ONU, Sua Eccellenza Antonio Gutérres,Napoli, Italia, 2 agosto 2020</p>
<p>English text below.Texto en español a continuación.</p>
<p>mi chiamo Gennaro Carotenuto e sono un docente universitario italiano, impegnato da sempre nello studio e nella difesa dei diritti umani&#8230; <a href="https://www.gennarocarotenuto.it/28666-sei-domande-segretario-generale-onu-antonio-guterres-mario-paciolla/" class="read-more">Continua </a></p>
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<p class="has-text-align-left">Al Segretario Generale dell’ONU, <br />Sua Eccellenza Antonio Gutérres,<br />Napoli, Italia, 2 agosto 2020</p>



<p><strong>English text below.<br />Texto en español a continuación.</strong></p>



<p>mi chiamo Gennaro Carotenuto e sono un docente universitario italiano, impegnato da sempre nello studio e nella difesa dei diritti umani in America latina. Dal 15 luglio 2020 sono sommamente colpito dalla morte del membro della vostra missione di pace in Colombia, Mario Paciolla, e preoccupato dai mille dubbi che si addensano sulla sua morte. Sono passati 18 giorni, un tempo già troppo lungo, senza sapere <a href="https://www.gennarocarotenuto.it/28646-perche-ai-media-non-interessa-mario-paciolla/">nulla di concreto</a> sulla sua fine. Tristemente, molti di questi dubbi riguardano le Nazioni Unite e il suo personale sul campo, e non mi resta che chiedere a lei, nella sua riconosciuta autorità, di chiarirli:</p>



<ol class="wp-block-list" type="1"><li>Cosa ha fatto esattamente il Capo della sicurezza della Missione, Christian Thompson, di fronte alla <strong>richiesta di aiuto di Mario Paciolla, appena quattro ore prima della sua morte</strong> il 15 luglio? Ha risposto alla chiamata? Si è coordinato con i suoi superiori? Si è attivato in prima persona o ha inviato suoi sottoposti? Chi delle NU è materialmente intervenuto sul posto? Cosa ha materialmente fatto l’ONU, nei molti giorni nei quali Paciolla ha espresso timori per la sua vita, per garantirne la sicurezza? È lecita la domanda: “Mario è stato lasciato solo dall’ONU nelle mani dei suoi aguzzini?”</li><li>Ha sollevato dubbi nell’opinione pubblica, il corposo curriculum nel campo della sicurezza di Thompson stesso, con multiple esperienze in entità private che possono profilarsi come controparte rispetto agli scopi di pace della missione ONU. A tali dubbi l’unica risposta è stata la<strong> fragorosa rimozione del CV di Thompson da Linkedin</strong>. Era Christian Thompson la persona adeguata ad assicurare la sicurezza di Mario Paciolla e degli altri componenti della Missione?</li><li>La Fiscalia Generale della Colombia accusa la polizia colombiana (SIJIN) di aver permesso alla <strong>sicurezza delle Nazioni Unite (SIU) di inquinare il luogo del crimine</strong>, rimuovere le pertinenze di Mario Paciolla e riconsegnare l’appartamento dove viveva ed è morto al proprietario, rendendo impossibili accertamenti fondamentali. Varie fonti avanzano dubbi sulla completezza della lista delle pertinenze di Mario Paciolla consegnata alla famiglia, dalla quale mancherebbero alcuni device digitali. Come è possibile tutto ciò?</li><li>Come mai a 18 giorni dalla morte di Mario Paciolla, dall’ONU non è venuto nulla che potesse chiarire i fatti e a tutti gli elementi impegnati sarebbe stato chiesto di rimanere nel più stretto riserbo? Non è inoltre venuto nulla che potesse fugare i molti dubbi sull’operato stesso della Missione. Quale era la natura del <strong>conflitto intercorso tra Paciolla e i vertici della Missione</strong>, e che autorizza a pensare che il cittadino italiano volesse denunciare dei crimini commessi all’interno della missione stessa? Ritiene che sia utile per l’ONU farsi scudo dietro l’immunità diplomatica piuttosto che rispondere a una necessità di trasparenza?</li><li>L&#8217;opinione pubblica attende ormai da troppo tempo notizie sul risultato delle due autopsie effettuate sul corpo dello sventurato Paciolla, un elemento basilare di trasparenza. Può chiarire <strong>il ruolo di Jaime Hernán Pedraza, il medico incaricato dall’ONU di presenziare alla prima autopsia sul corpo di Mario Paciolla</strong> e in che modo si è relazionato e coordinato con l’Ambasciata italiana e con la famiglia del vostro funzionario? Risponde al vero che abbia indotto la famiglia Paciolla a credere che fosse delegato dall’Ambasciata italiana, ma che così non fosse?</li><li>Oltre ai dubbi specifici sul comportamento ed eventuali responsabilità penali, che speriamo siano accertate in sede legale, <strong>la famiglia Paciolla accusa l’ONU di una sostanziale indifferenza e disumanità</strong> per la morte del loro congiunto. Non pensa che anche il suo silenzio contribuisca a rendere più tenebroso un caso nel quale l’ONU non può che essere schierata per la <strong>Verità e la Giustizia per Mario Paciolla</strong>? Non pensa sia ormai ineludibile far sentire la sua voce?</li></ol>



<p>Sottopongo queste domande a lei, certo che possa contribuire a chiarire i dubbi su di un caso che, oltre alla irreparabile morte di Mario Paciolla, sta creando un grande allarme in quanti nel mondo hanno a cuore la difesa dei diritti umani,</p>



<p>Distinti Saluti <br />Prof. Gennaro Carotenuto</p>



<p><a href="http://guterresespanol">Versión en español</a></p>



<p>Al Secretario General de la ONU,&nbsp;</p>



<p>Su Excelencia Antonio Gutérres,</p>



<p>Nápoles (Italia), 2 de agosto de 2020</p>



<p>Me llamo Gennaro Carotenuto y soy un profesor universitario italiano, comprometido desde siempre con el estudio y la defensa de los derechos humanos en América Latina. Desde el 15 de julio de 2020, estoy profundamente afectado por la muerte del miembro de su misión de paz en Colombia, Mario Paciolla, y preocupado por su muerte. Han pasado dieciocho días, un tiempo que ya es demasiado largo, sin saber nada concreto sobre su muerte. Lamentablemente, muchas de estas dudas se refieren a las Naciones Unidas y su planilla sobre el terreno, y sólo puedo pedirle, en su reconocida autoridad, que las aclare:</p>



<p>1) ¿Qué hizo exactamente el Jefe de Seguridad de la Misión, Christian Thompson, en respuesta a la llamada de auxilio de Mario Paciolla sólo cuatro horas antes de su muerte el 15 de julio? ¿Respondió a la llamada? ¿Se coordinó con sus superiores? ¿Se activó él mismo o envió a sus subordinados? ¿Quién de la ONU intervino físicamente en la escena? ¿Qué hizo la ONU materialmente, en los muchos días que Paciolla expresó temores por su vida, para garantizar su seguridad? La pregunta es legítima: &#8220;¿Ha dejado la ONU a Mario solo en manos de sus verdugos?&#8221;</p>



<p>2) Ha suscitado dudas en la opinión pública, el extenso historial profesional en el campo de la seguridad del propio Thompson, con múltiples experiencias en entidades privadas que pueden perfilarse como contraparte de los objetivos de mantenimiento de la paz de la misión de la ONU. La única respuesta a estas dudas fue la estruendosa eliminación del currículum de Thompson de Linkedin. ¿Fue Christian Thompson la persona adecuada para garantizar la seguridad de Mario Paciolla y los demás miembros de la Misión?</p>



<p>3) La Fiscalía General de Colombia acusa a la policía colombiana (SIJIN) de permitir que la seguridad de las Naciones Unidas (SIU) contaminara el lugar del crimen, retirando las pertenencias de Mario Paciolla y devolviendo el apartamento donde vivió y murió al propietario, lo que hace imposible llevar a cabo investigaciones fundamentales. Varias fuentes dudan de la integridad de la lista de las pertenencias de Mario Paciolla entregadas a la familia, de la que faltarían algunos dispositivos digitales. ¿Cómo es posible?</p>



<p>4) ¿Cómo es que 18 días después de la muerte de Mario Paciolla, no llegó nada de la ONU que pudiera aclarar los hechos y se pidió a todos los elementos involucrados que permanecieran en el más estricto secreto? Además, no llegó nada que pudiera disipar las muchas dudas sobre el propio trabajo de la Misión. ¿Cuál era la naturaleza del conflicto entre Paciolla y la alta dirección de la Misión, y que dio la impresión de que el ciudadano italiano quería denunciar los crímenes cometidos dentro de la propia Misión? ¿Cree que sería útil que la ONU se escudara en la inmunidad diplomática en lugar de responder a una necesidad de transparencia?</p>



<p>5) La opinión pública ha esperado demasiado tiempo las noticias sobre el resultado de las dos autopsias realizadas al cuerpo del desafortunado Paciolla, un elemento básico de transparencia. ¿Puede aclarar el papel de Jaime Hernán Pedraza, el médico designado por la ONU para asistir a la primera autopsia del cuerpo de Mario Paciolla y cómo se relacionó y coordinó con la Embajada de Italia y la familia de su funcionario? ¿Es cierto que hizo creer a la familia Paciolla que fue delegado por la embajada italiana, pero que no fue así?</p>



<p>6) Además de las dudas concretas sobre su comportamiento y las posibles responsabilidades penales, que esperamos se determinen en los procedimientos judiciales, la familia Paciolla acusa a la ONU de indiferencia sustancial e inhumana por la muerte de su pariente. ¿No cree que su silencio también contribuye a hacer más sombrío un caso en el que la ONU sólo puede estar del lado de la Verdad y la Justicia para Mario Paciolla? ¿No cree que ahora es inevitable hacer que su voz sea escuchada?</p>



<p>Les presento estas preguntas, seguro que pueden ayudar a aclarar las dudas sobre un caso que, además de la muerte irreparable de Mario Paciolla, está creando una gran alarma en aquellos en el mundo que se preocupan por la defensa de los derechos humanos,</p>



<p>Atentamente,&nbsp;</p>



<p>Prof. Gennaro Carotenuto</p>



<p>English Version</p>



<p>
To the Secretary General of the UN,</p>



<p>His Excellency Antonio Gutérres,</p>



<p>Naples, Italy, 2 August 2020</p>



<p>My name is Gennaro Carotenuto and I am an Italian university professor, who has always been committed to the study and defense of human rights in Latin America. Since 15 July 2020, I have been deeply affected by the death of the member of your peace mission in Colombia, Mario Paciolla, and worried about his death. Eighteen days have passed, a time that is already too long, without knowing anything concrete about his death. Sadly, many of these doubts concern the United Nations and its personnel on the ground, and I can only ask you, in your recognized authority, to clarify them:</p>



<p>1) What exactly did the Head of Mission Security, Christian Thompson, do in response to Mario Paciolla&#8217;s call for help just four hours before his death on July 15? Did he answer the call? Did he coordinate with his superiors? Did he activate himself or did he send his subordinates? Who from the UN physically intervened on the scene? What did the UN do materially, on the many days Paciolla expressed fears for her life, to ensure her safety? The question is legitimate: &#8220;Has Mario been left alone by the UN in the hands of his torturers?</p>



<p>2) &#8220;It has raised doubts in public opinion, Thompson&#8217;s own extensive security record, with multiple experiences in private entities that can profile themselves as a counterpart to the UN mission&#8217;s peacekeeping goals. The only answer to these doubts was the thunderous removal of Thompson&#8217;s CV from Linkedin. Was Christian Thompson the appropriate person to ensure the safety of Mario Paciolla and the other members of the Mission?</p>



<p>3) The Fiscalia General of Colombia accuses the Colombian police (SIJIN) of allowing the security of the United Nations (SIU) to pollute the site of the crime, remove Mario Paciolla&#8217;s belongings and return the apartment where he lived and died to the owner, making it impossible to carry out fundamental investigations. Several sources have doubts about the completeness of the list of Mario Paciolla&#8217;s belongings handed over to the family, from which some digital devices would be missing. How is this possible?</p>



<p>4) How is it that 18 days after Mario Paciolla&#8217;s death, nothing came from the UN that could clarify the facts and all the elements involved would have been asked to remain in strictest secrecy? Furthermore, nothing came that could dispel the many doubts about the very work of the Mission. What was the nature of the conflict between Paciolla and the top management of the Mission, and which gave the impression that the Italian citizen wanted to denounce crimes committed within the Mission itself? Do you think it would be useful for the UN to shield itself behind diplomatic immunity rather than respond to a need for transparency?</p>



<p>5) Public opinion has been waiting too long for news about the outcome of the two autopsies carried out on the body of the unfortunate Paciolla, a basic element of transparency. Can you clarify the role of Jaime Hernán Pedraza, the doctor appointed by the UN to attend the first autopsy on Mario Paciolla&#8217;s body and how he related and coordinated with the Italian Embassy and the family of your official? Is it true that he led the Paciolla family to believe that he was delegated by the Italian Embassy, but that this was not the case?</p>



<p>6) In addition to the specific doubts about his behavior and possible criminal responsibilities, which we hope will be ascertained in legal proceedings, the Paciolla family accuses the UN of substantial indifference and inhumanity for the death of their relative. Don&#8217;t you think that your silence also contributes to making a case more gloomy in which the UN can only be sided for Truth and Justice for Mario Paciolla? Don&#8217;t you think it is now inevitable to make your voice heard?</p>



<p>I submit these questions to you, sure that it can help to clarify the doubts about a case that, in addition to the irreparable death of Mario Paciolla, is creating a great alarm in those in the world who care about the defense of human rights,</p>



<p>Best regards&nbsp;</p>



<p>Prof. Gennaro Carotenuto</p>


</div><p>L'articolo <a href="https://www.gennarocarotenuto.it/28666-sei-domande-segretario-generale-onu-antonio-guterres-mario-paciolla/">Sei domande per il Segretario Generale dell’ONU Antonio Gutérres su Mario Paciolla</a> si trova su <a href="https://www.gennarocarotenuto.it">Gennaro Carotenuto</a>.</p>
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